Feed aggregator

Terremoto Centro Italia: Pacchetto Sisma escluso da Decreto Rilancio. Vescovi zone terremotate: “Vergognoso, è schiaffo in faccia ai terremotati”

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 22:01

“Uno schiaffo ulteriore in faccia ai terremotati. Una vergogna. Sconcertante”: così la bocciatura alla Commissione bilancio della Camera del pacchetto delle misure utili per il sisma 2016, viene commentata da alcuni dei vescovi delle zone terremotate del Centro Italia. Il pacchetto prevedeva, tra l’altro, la stabilizzazione del personale, la proroga dello stato di emergenza dopo il 31 dicembre, l’aumento degli incentivi per i tecnici chiamati a nuovi adempimenti con l’autocertificazione e la destinazione del 5% dei fondi per la ricostruzione pubblica al sostegno delle attività produttive. Misure concordate con gli amministratori locali, condivise anche dal commissario straordinario alla ricostruzione, Giovanni Legnini e destinate a sbloccare l’impasse della ricostruzione.

Spoleto-Norcia. “Uno scandalo e una vergogna” dichiara al Sir senza mezzi termini mons. Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia che aggiunge: “Vorrei invitare i membri della Commissione per una settimana a Norcia per far vedere loro come vive la gente nelle casette mostrare le abitazioni distrutte. E vorrei vedere poi se, in tutta coscienza, si permetterebbero di espungere dal decreto tutta la sofferenza, la frustrazione e la violenza subita non solo a Norcia ma in tutte le regioni colpite dal terremoto in Centro Italia”.

Camerino-San Severino Marche. “Non prendere in considerazione misure che snellivano le procedure e permettevano la ripartenza della ricostruzione è una pazzia. Questo significa voler far morire un territorio. Se non parte la ricostruzione ci sarà una rivolta sociale” afferma al Sir mons. Francesco Massara, arcivescovo di Camerino-San Severino Marche e vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica. Il pensiero del presule va a tutte quelle persone che “si sono suicidate perché la ricostruzione non è partita. E questo è intollerabile”. “Lo Stato – rimarca – deve tenere in considerazione che c’è un Centro Italia che ha subito il terremoto nel 2016, che nonostante siano passati 4 anni non vede la ricostruzione”. Da mons. Massara giunge anche un ringraziamento al Commissario straordinario alla ricostruzione, Giovanni Legnini, “per il massimo impegno nel portare avanti le istanze dei nostri territori per far partire la ricostruzione”.

Rieti. “Una dimenticanza veramente vergognosa. Una prova della superficialità di chi è chiamato a dare risposte e non si accorge che il terremoto è l’emergenza delle emergenze visto che sono 4 anni che stiamo ‘sotto pressione’”: da Rieti a far sentire la sua voce è il vescovo mons. Domenico Pompili. “Spero – dichiara al Sir – si possa al più presto provvedere a risanare questo che è un errore imperdonabile che tra l’altro accrediterebbe la classe politica come del tutto inaffidabile se è vero che il ‘ricostruiremo dove era e come era’ ce lo siamo sentiti dire sin dalle prime ore del sisma”. “Che nel decreto Rilancio – aggiunge – non si faccia menzione del sisma e della ricostruzione del Centro Italia, che rappresenta una parte significativa del nostro Paese in un momento difficile dopo il Covid in cui le aree interne sono diventate ancora più importanti rispetto alle grandi aree metropolitane, è una cosa sconcertante”.

Categories: Notizie

Morte Ennio Morricone. Frisina: “Era un grande musicista italiano e romano”

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 15:38

“Burbero e intrattabile quando faceva musica, ma anche capace di grandi tenerezze”. E’ il ritratto di Ennio Morricone, morto a Roma a 91 anni per le conseguenze di una caduta, tracciato da mons. Marco Frisina, direttore del Coro della diocesi di Roma e compositore, legato a lui da una grande amicizia e dalla reciproca stima professionale. “Un grande musicista italiano, che si sentiva erede della tradizione romana”, prosegue Frisina: “Sua moglie Maria ha sempre detto: quando non potrà più fare musica muore”.

Chi perdiamo oggi?

Un grande musicista italiano. Perché lui era italiano nello stile, nel linguaggio, nella tradizione e ci teneva ad esserlo. E’ stato un figlio del Novecento, un maestro della modernità. Come ha detto il presidente Mattarella, è riuscito a mettere insieme la musica popolare e la musica colta, dalla canzone di Vianello alla Messa per Papa Francesco. La sua era una romanità verace: si sentiva un erede della scuola romana.

Era un uomo rigorosissimo: burbero e intrattabile quando faceva musica, ma anche capace di grandi tenerezze, con le contraddizioni tipiche di un uomo geniale.

Nelle sue apparizioni in pubblico, ciò che colpiva era la sua riservatezza e  la sua umiltà…

Lui parlava in romanesco e diceva: “L’unica cosa che ssò fà è scrive musica”. Era perfettamente a suo agio quando era in sala di registrazione, faceva le prove o dirigeva un’orchestra. Altrove era sempre in imbarazzo, era schivo, scappava. La musica era tutto il suo mondo: basti pensare che ha firmato la colonna sonora di più di 500 film.

La vostra è stata una lunga amicizia: come è nata?

La prima volta che l’ho incontrato è stato ad un concerto di musica classica, c’era in programma un brano mio e uno suo. Era il 1990, avevo 35 anni e lui era già una leggenda. “Bel pezzo”, mi disse. Poi quando la Lux ha ideato il progetto per la Bibbia in tv, io ero consulente e chiesero a me di proporre a Morricone di comporre le musiche. Io andai da lui e lo  incontrai in un’altra veste. E’ stata una grande emozione: mi ha permesso di entrare nella stanza chiusa a chiave dove scriveva, il suo sancta sanctorum.

Da allora è nato un rapporto padre-figlio e di stima.

Lui non poteva fare la colonna sonora perché aveva un altro impegno, e così è toccata a me. Subito dopo la messa in onda, mi telefonò e mi disse: “Co’ tutta quella musica ci potevi fare tre film”. Ci sentivamo anche per problemi personali, e nel 2016 gli ho proposto di dirigere insieme il “Concerto con i poveri e per i poveri” in Aula Paolo VI. Accettò subito, anche se stava già male, abbiamo dovuto rimandare per i suoi problemi alla schiena.

Conservo una foto di quel giorno che ancora mi emoziona: era emozionato, l’ho visto felice.

Gli avevo fatto preparare uno sgabellone per farlo sedere, ma non l’ha mai usato, nonostante l’operazione alla schiena recentissima. Si trasformava, con la musica.

La dedica alla moglie Maria, in occasione dell’Oscar 2016, è rimasta nel cuore di tutti. 

Quella dedica era piena della sua tenerezza. Aveva una moglie, quattro figli. Una vita difficile, perché è complicato per gli altri membri della famiglia rapportarsi con personalità di questo genere, che a volte possono perfino risultare ingombranti. Per lui la famiglia era un nido, anche se poi stava più fuori che con loro, o chiuso a scrivere o lontano per i concerti.

Sua moglie Maria ha sempre detto: “quando non potrà più fare musica muore”. E così è successo.

Da Sergio Leone a Quentin Tarantino, passando per Giuseppe Tornatore, solo per fare alcuni nomi. Morricone ha saputo declinare la sua arte spaziando per generi molto diversi tra di loro, ma sempre nel segno del dialogo. E’ un esempio anche per l’oggi?

Era capace di fare gratuitamente cose anche con registi giovani. Il primo film con Tornatore l’ha fatto gratis per stima verso il giovane regista. Gli americani, invece, li faceva pagare… Nei rapporti con le persone non agiva per sentito dire:

per essere amico di qualcuno doveva stimarlo.

Anche con me, prima mi ha messo alla prova, mi ha quasi maltrattato. Poi, nel 1993, quando ho tenuto un concerto al  Foro Italico sulle musiche di Abramo, mi ha chiesto un bis. Me l’ha urlato in romanesco dalla prima fila. Non ha mai voluto vedere una mia partitura, nonostante io gli chiedessi sempre un suo parere perché avevo il terrore del suo giudizio. Garantiva per me con i co-produttori americani, semplicemente sulla base della stima. “E non dire che te l’ho guardata io”, mi raccomandava. Era meraviglioso.

Quale messaggio lascia Morricone al mondo della musica? Qual è il suo testamento, in particolare per i giovani?

Io spero che i giovani imparino il suo rigore e la sua capacità comunicativa.

La musica, diceva lui, o c’è o non c’è, indipendentemente dal nome di chi la compone.

Se la musica c’era, eri degno della sua attenzione, sennò non eri niente. La musica la si fa per tutti, è un altro insegnamento di Morricone da raccogliere. Lui era capace di grandi raffinatezze, di una ricerca di suoni che sapeva servirsi delle cose più originali e innovative. Ma i temi delle sue canzoni li sappiamo tutti a memoria, li sentiamo perfino nelle pubblicità, perché hanno una forza comunicativa straordinaria, capace di produrre emozioni che arrivano al cuore.

Categories: Notizie

Addio, Maestro Morricone. Era lo spirito del tempo

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 13:00

Difficile definirlo, sempre che definire qualcuno sia la strada giusta. Ennio Morricone, che si è spento a Roma all’età di 91 anni, non era solo musica: era cinema, e che cinema, ed era suono, immagine, letteratura.

Era, in poche parole, lo spirito del tempo.

Uno spirito che ha messo in contatto la gente che, dai Sessanta in poi, sedeva nei piccoli cinema di provincia o in quelli oceanici di città a vedere western, costume, narrazioni di gang, amore, storia con la maiuscola, con l’intera cultura di un tempo che vedeva disgregarsi vecchi idoli e nascere contraddittori sogni di benessere da una parte e di amore e fraternità dall’altra.

Non vogliamo ricordarlo per i Grammy Awards, i Golden Globes, i David di Donatello, il Leone d’oro alla carriera, ma per quel geniale incontro di musica classica, contemporanea, opera, ambient, melodico e rock che lo hanno reso riconoscibile, anche negli episodi minori, tra quanti hanno frequentato quelle buie sale cinematografiche.

Carpenter, De Palma, Nichols (quello del “Laureato”, tanto per dire), Stone, Tarantino, Leone, Corbucci, Tessari, Bellocchio, Pontecorvo e molti altri sono stati i registi che gli hanno chiesto di comporre le musiche dei loro film. Alcune di queste resteranno non solo nella Storia, ma nell’immaginario collettivo di tutti coloro, e sono milioni, che uscendo dal cinema, come per una pulsione inconscia, hanno preso a fischiettare il refrain di “Metti una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi o di “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone; abbiamo fatto solo due poveri esempi, tra tanti, quelli in cui suoni non strumentali, vocalizzi, fischi, campane, cori non canonici hanno costruito degli episodi unici nella storia del connubio cinema-musica.

E ci sarebbe da dire anche su come Morricone sia riuscito a realizzare il suono di episodi, come nel caso di “Mission”, in cui fede, azione, colonialismo, sacrificio avrebbero teso trappole mortali per chiunque altro, troppo forte era il rischio della malinconia, della tristezza, del suono esotico. In “Mission” atonalità e tradizione, melodia e ricerca di ciò che è forse impossibile dire, avrebbe detto Eliot, ad orecchi umani, trovano un miracoloso punto di consistenza che lascerà il segno per il cinema e la musica a venire.

Grazie, Maestro, per aver abbattuto le barriere tra classico e moderno, tra canzone e opera, e per averci accompagnato nei pomeriggi domenicali passati nelle (un tempo si poteva fumare lì dentro) fumose sale cinematografiche a celebrare le allora inconsapevoli nozze tra cinema e cultura di tutto un tempo.

Categories: Notizie

Usa, nel lockdown vendute più armi. E le sparatorie uccidono gli innocenti

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 10:51

(da New York) Natalie giocava nel cortile della nonna assieme ad altri bambini ad Austin, alla periferia di Chicago quando da una macchina sono stati sparati vari colpi che l’hanno raggiunta uccidendola. Nel giorno dell’Indipendenza americana, questa bambina di appena sette anni ha concluso così la sua vita. Poche ore prima Royta Giles Jr. di 8 anni era andato al centro commerciale di Birmingham per acquistare insieme ai suoi il vestito per la festa del 4 luglio. Una lite futile tra cinque uomini, tutti possessori di armi, ha scatenato una furia di proiettili che hanno colpito alla testa Royta. E’ morto pochi minuti dopo essere arrivato in ospedale. Il weekend del 4 luglio ha toccato apici di violenza inattesa lasciando sulle strade di Chicago 17 persone uccise, tra cui due bambini e 63 feriti, mentre su quelle di New York i morti sono stati sei e i feriti 37. Due poliziotti si sono salvati per miracolo da un proiettile, non si sa ancora se vagante per i fuochi d’artificio del 4 luglio o intenzionale che ha colpito il parabrezza della vettura facendo saltare tutti i vetri e ferendo seriamente i due agenti. Sparatorie si sono i sono poi registrate Memphis, Omaha, Cleveland, Detroit, in Carolina del Nord e in altre città con un bilancio di circa 30 morti e quasi 100 feriti.

La polizia di New York in un comunicato ha reso noto che nelle tre ultime settimane le sparatorie sono raddoppiate, mentre quella di Fresno in California ha dichiarato che dall’inizio della pandemia le sparatorie hanno fatto registrare un aumento del 40% e solo da gennaio a giugno ne sono state contate 202.

A queste si aggiungono le sparatorie mortali non intenzionali causate dai bambini, cresciute del 43% solo in marzo ed aprile. Molti di loro hanno trovato in casa un’arma non custodita e giocandoci hanno ucciso qualcuno.

I dati raccolti dall’associazione Everytown for gun safety (Ogni città per le armi sicure) parlano di un incremento legato all’aumento dell’acquisto di armi durante il lockdown per il coronavirus. Con le scuole chiuse e i bambini a casa, le probabilità di trovare pistole incustodite è cresciuta esponenzialmente come le ferite e le morti involontarie. Prima della pandemia, Everytown stimava che circa 4,6 milioni di bambini negli Stati Uniti vivessero in case con almeno una pistola carica e sbloccata, e oggi teme che quel numero sia aumentato perché la stampa non è riuscita a raccontare tutti gli incidenti e il background check, cioè il controllo sui nuovi possessori, si è molto allentato.

Tuttavia un’associazione di categoria sulle fabbriche di armi da fuoco ha dichiarato che i controlli sugli acquirenti nel periodo della pandemia sono aumentati dell’80% rispetto a marzo dello scorso anno: il dato, se conforta sull’entità dei controlli, allarma per la crescita esponenziale dei possessori di fucili e pistole.

“Il nostro settore sta registrando vendite da record nel bel mezzo della pandemia e una grande percentuale di questi acquirenti possiede un’arma per la prima volta”, ha dichiarato Joe Bartozzi, presidente e Ceo di Nssf (Associazione di armi per sport e caccia) alla tv Cbs. “Vogliamo essere sicuri che questi nuovi possessori di armi abbiano quante più informazioni possibili su come maneggiare, usare e conservare le armi in modo sicuro e responsabile”.

Shannon Watts di Moms demand action (Le mamme chiedono di agire), guida un gruppo di genitori impegnati nella battaglia per la detenzione sicura delle armi. Alcuni di loro sono medici che hanno assistito ragazzi feriti e altri sono padri e madri che ha perso i figli durante delle sparatorie di varia natura. “L’immagazzinamento sicuro può anche aiutare a prevenire il suicidio degli adolescenti e, quando la scuola riprenderà, anche la violenza armata nel campus” spiega Watts. Il suo gruppo di volontari ha diffuso negli ultimi cinque anni nelle comunità di tutto il Paese un programma di prevenzione e custodia chiamato Be SMART.

Tra i testimonial c’è Julvonnia McDowell, il cui figlio quattordicenne JaJuan è stato involontariamente ucciso da un adolescente che giocava con una pistola non custodita nel 2016. “La mia vita è stata completamente capovolta e il mio cuore è stato spezzato in un milione di pezzi”, racconta spiegando il percorso educativo, ora diventato il suo personale modo per onorare ancora la memoria del figlio.

Categories: Notizie

Coronavirus Covid-19: Scuole cattoliche di Terra Santa in difficoltà. A rischio Gerico e Betlemme

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 10:49

“Il Covid-19 ha fermato i pellegrinaggi in Terra Santa. Questo ha messo in grande difficoltà economica e sociale tutte le famiglie che vivevano in particolare di turismo, soprattutto nei Territori Palestinesi. Le famiglie i cui figli frequentano le scuole francescane (Terra Santa School), in particolare a Betlemme e Gerico, sono in difficoltà a pagare la retta scolastica. Aiutandole sosteniamo il diritto allo studio di questi ragazzi”.

Risale solo a pochi giorni fa l’appello del Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, a sostenere le 15 scuole della Custodia in Terra Santa, in particolare quelle palestinesi di Betlemme e Gerico. Sono circa 10 mila gli studenti, dalla scuola materna alla maturità, cristiani di tutte le chiese e musulmani, che ogni giorno “crescono insieme nelle aule delle nostre scuole, che non sono solo di qualità per l’educazione e la formazione offerte, ma sono vere e proprie palestre di convivenza, laboratori di pace fondamentali per i giovani di Terra Santa che vivono in mezzo a tensioni e conflitti”. Un appello fatto proprio anche da padre Mario Hadchiti, parroco della piccola – solo 500 fedeli – parrocchia del Buon Pastore di Gerico, centro di antica tradizione biblica, posto lungo le pendici orientali dell’altopiano di Giudea, a circa 20 Km da Gerusalemme e a 8 km. dal Mar Morto. Gerico è la città le cui mura caddero al suono delle trombe di Giosuè (1200 a.C.), è il luogo evangelico dove Cristo guarì il cieco Bartimeo e conobbe il ricco capo dei pubblicani nonché esattore delle tasse, Zaccheo. Quest’ultimo, tanto piccolo di statura quanto curioso, salì su un sicomoro per vedere Cristo che passava tra la folla. Notata la sua presenza tra i rami, Gesù lo chiamò per incontrarlo dandogli quel ‘credito’ che da esattore non aveva mai voluto concedere a nessuno del popolo.

Crisi e pandemia. Padre Mario è anche il direttore della Scuola di Terra Santa, l’unica cristiana locale, frequentata da circa 900 studenti, in larghissima maggioranza musulmani. Le classi “sono miste” e vanno dalla Materna alle Superiori.

“Siamo la porta della Valle del Giordano di cui tanto si parla in questo periodo per via del progetto di annessione unilaterale da parte di Israele, insieme ad altre parti della Cisgiordania” spiega al Sir il frate, preoccupato per i possibili sviluppi anche nella area di Gerico che, sebbene posta in “zona A” quindi sotto l’Autorità palestinese, è circondata da zone controllate da Israele (“zona C”). Situazione che crea molti problemi di comunicazione con il resto dei territori palestinesi e limitazioni alla mobilità dei suoi 40mila abitanti, per la presenza di check point israeliani.

“Viviamo in una zona disagiata – dichiara padre Mario – e adesso con il Covid-19 lo è ancora di più. La pandemia, infatti, ha azzerato l’economia di Gerico che si basa su turismo, pellegrinaggi e agricoltura. Danni anche all’indotto: artigianato, servizi, ristoranti, alberghi, siti produttivi agricoli che li rifornivano. Tanti capofamiglia sono rimasti disoccupati”.

Ed è da qui che cominciano i problemi anche per la scuola di Gerico. “Senza lavoro – dice il direttore – le famiglie non possono pagare la retta che è già molto bassa, circa 600 euro l’anno. Gli aiuti che ci arrivano dalla Custodia di Terra Santa non sono sufficienti a coprire i bisogni. Abbiamo, tra docenti, amministrativi e operai, 75 dipendenti le cui famiglie ora sono in grave difficoltà. In questi ultimi 5 anni non abbiamo mai aumentato la retta per dare modo a più famiglie di iscrivere i loro figli nella scuola, ma adesso abbiamo bisogno di aiuto. Speriamo che il Covid-19 allenti la sua morsa in Israele e Palestina, ci sono stati, infatti, nuovi contagi. Solo un miglioramento della situazione permetterà ai pellegrini di tornare e di far ripartire l’economia”.

Gerico

Insegnare la Bellezza. La crisi della scuola è un’altra faccia di quella sociale ed economica di Gerico. Un’ulteriore perdita per tutta la zona alla luce, spiega padre Mario, “dell’alto livello di istruzione e formazione che offriamo sui nostri banchi. Tante famiglie sognano un riscatto per i loro figli grazie alla nostra istruzione. La parola che connota la Terra Santa School di Gerico è ‘bellezza’ – sottolinea il direttore -.

La bellezza suscita responsabilità e partecipazione.

Insegniamo ai nostri alunni a cercarla in ogni cosa che vedono e fanno, a partire dalla cura di loro stessi”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dalla scuola sono usciti futuri ingegneri, avvocati, poliziotti, informatici, medici, tanti giovani specializzati”.

“Nelle nostre aule abbiamo bandito parole come ‘difficile’ e ‘impossibile’ che pure accompagnano la dura vita di tanti nostri studenti – ammette padre Mario -. Noi insegniamo loro che non esistono cose difficili o impossibili ma solo cose che necessitano di un impegno maggiore, di sacrificio e di più tempo per ottenerle. Dire ‘difficile’ blocca. In questo periodo lo stiamo verificando con maggiore concretezza”.

Gerico, il sicomoro

La scuola come il sicomoro. “Non abbiamo aperto la scuola per ottenere un guadagno – precisa senza troppi giri di parole padre Mario – ma per offrire, in spirito francescano, un servizio alla popolazione formandone i giovani, educandoli alla pace, alla tolleranza, al rispetto dei diritti e della dignità umana. Che in una terra di conflitto come questa sono valori necessari. Cerchiamo di educare i nostri studenti aiutandoli ad elevarsi, così come fece Zaccheo che per vedere Gesù salì sul sicomoro.

Ecco – conclude padre Mario – la nostra scuola vuole essere per loro quello che il sicomoro fu per Zaccheo: uno strumento per elevarsi e aprirsi a nuovi orizzonti e incontrare il Bello e il Buono”.

Categories: Notizie

Coronavirus Covid-19: difficulties for Catholic schools in the Holy Land. Those in Jericho and Bethlehem  risk closing

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 10:49

“Covid-19 halted pilgrimages to the Holy Land. This caused major economic and social difficulties to all families that lived chiefly off tourism, especially in the Palestinian Territories. Families whose children attend Franciscan schools (Holy Land School), especially in Bethlehem and Jericho, are struggling to pay tuition. By helping them we support these children’s right to study.

A few days ago Father Francesco Patton, Custos of the Holy Land, made an appeal asking support for 15 schools of the Custody in the Holy Land, in particular the Palestinian schools in Bethlehem and Jericho with some 10,000 students, from kindergarten to high school. These include Christians of all Churches as well as Muslims who are “growing up together in the classrooms of our schools, which not only provide quality education and training, but also constitute true workshops for coexistence and peace, essential for the youths of the Holy Land whose lives are marked by tensions and conflicts.” The same appeal was made by Father Mario Hadchiti, parish priest of the small parish of the Good Shepherd in Jericho (550 faithful), a centre of ancient biblical tradition, located on the eastern slopes of the Judean plain, some 20 km from Jerusalem and 8 km from the Dead Sea. Jericho is the city whose walls fell at the sound of Joshua’s trumpets (1200 B.C.); it is the place where, as we read in the Gospel, Christ healed the blind beggar Bartimaeus and met the rich chief among the Publicans and tax collector, Zacchaeus. The latter, equally small in stature as he was curious, climbed on a sycamore tree to have a better view of Christ passing through the crowd. Noting his presence among the branches, Jesus called him to meet him and gave him the ‘credit’ that as tax collector he had never granted to any of the people.

Crisis and pandemic. Father Mario is also the director of the Holy Land School, the only local Christian school, with approximately 900 students, the vast majority of whom are Muslims. The classes “are mixed” and extend from Nursery to High School.

“We are the gateway to the Jordan Valley, largely discussed at the moment because of Israel’s unilateral annexation plan, together with other parts of the West Bank,” the friar told SIR, concerned about the potential developments in the Jericho area which, although located in “zone A”, and thus under Palestinian Authority, is surrounded by areas controlled by Israel (“zone C”). This situation leads to numerous communication difficulties with the rest of the Palestinian territories and limitations to the mobility of its 40 thousand inhabitants, due to the presence of Israeli checkpoints.

“We live in a deprived zone – said Father Mario – and the situation grew worse with the Covid-19. The pandemic, in fact, has annihilated Jericho’s economy, which is based on tourism, pilgrimages and agriculture. Damage was also caused to related industries: handicrafts, services, restaurants, hotels, agricultural production sites that restocked them. Many heads of families were left unemployed.”

That’s when the school in Jericho started to face problems. “Without work – the director said – families can’t afford to pay tuition, which is already very low, approximately 600 Euros a year. The aid we receive from the Custody of the Holy Land is not enough to cover the needs. There are 75 employees including teachers, administrators and workers, whose families are now in serious difficulty. Tuition fees have not been increased for the last five years to allow more families to register their children in school, but now we need help. We hope that Covid-19 will loosen its grip in Israel and Palestine. In fact, there have been new cases of contagion. Only if the situation improves will the pilgrims be able to return and restart the economy.”

Teaching beauty. The school crisis is yet another facet of the social and economic crisis in Jericho. A further blow to the whole area in the light, Father Mario pointed out, “of the high level of education and training offered. Many families dream of a better future for their children thanks to our educational opportunities. The word that characterizes the Holy Land School of Jericho is ‘beauty’ – underlined the director -.

Beauty inspires responsibility and participation.

We teach our pupils to seek beauty in everything they see and do, starting with caring for themselves. The results are there for everyone to see: future engineers, lawyers, policemen, computer scientists, doctors, many young specialists have graduated from our school.”

“In our classrooms we banned words like ‘difficult’ and ‘impossible’ that mark the hard life of so many of our students – remarked Father Mario – We teach them that there are no difficult or impossible things, but only things requiring a greater commitment, sacrifice and more time to achieve them. The word ‘difficult’ is a barrier. In this period we have been seeing how true it is.” 

School as the sycamore tree. “We did not open our school to make a profit,” Father Mario said without mincing words. “The purpose of the school is to offer, in a Franciscan spirit, a service to the population by educating young people in peace, tolerance, respect for rights and human dignity. In a land of conflict like this, these values are indispensable. We try to educate our students by helping them to elevate themselves, just as Zacchaeus did when he climbed the sycamore tree to see Jesus.

Our school wants to be for them what the sycamore tree was for Zacchaeus: a tool to advance and broaden new horizons, to encounter Beauty and Goodness”, concluded Father Mario.

Categories: Notizie

Mariachiara, suora e medico in corsia per gli ammalati di Covid-19: “In quelle tenebre fitte resta soltanto l’amore, il dolore non va anestetizzato”

Agenzia SIR - Mon, 06/07/2020 - 09:02

Ogni mattina, per trenta giorni, Mariachiara ha lasciato il suo abito francescano negli armadietti del pronto soccorso di Piacenza. Per trenta giorni ha indossato il camice e i panni quotidiani della sua vita precedente, quella di medico, specializzato in medicina interna. Un mese lunghissimo nei tempi della memoria. Come le giornate, vissute in corsia, a servizio degli ammalati di Covid-19. Era il 12 marzo, quando suor Mariachiara Ferrari, 36 anni, ha iniziato il suo lavoro nella struttura, dedicandosi alla cura di persone che avevano contratto il coronavirus. Tutto è cominciato dai messaggi che circolavano nelle chat con gli ex colleghi: richieste di aiuto, perché il contagio cresceva e il numero dei medici in servizio non era sufficiente. Così lei, francescana alcantarina, si è sentita interpellata da questo bisogno. E, dopo l’ok delle superiore, ha lasciato il convento di Maglie (Lecce) ed è tornata in corsia, a Piacenza, in una delle prime zone in Italia colpite dalla pandemia, dove ha sostituito i colleghi che si ammalavano.
Quella di Mariachiara è una storia di dono e servizio, di orme seguite, di fiaccole accese, di spoliazione. Di abiti profumati e riposti negli armadi per indossare le vesti della speranza, pregne di sudore e consolazione. Semi sparsi che hanno dato frutto nel giorno della Resurrezione, il 12 aprile, domenica di Pasqua, in cui la dottoressa è tornata interamente alla sua vita da religiosa.

Il ritorno in pronto soccorso. Dai primi giorni in ospedale, suor Mariachiara ha capito che l’avrebbe aspettata “un periodo di grande intensità”, durante il quale è emersa “solidarietà, non solo tra i colleghi ma anche con gli ammalati”. “Si è avvertita da subito la consapevolezza che si stava affrontando qualcosa di superiore rispetto alle forze che si avevano – racconta al Sir –. Questo ha tirato fuori il meglio del personale sanitario: tutti facevano tutto, dal cambiare i pazienti al recuperare letti, al riorganizzare gli ambienti. Poco contava essere medico, infermiere oppure oss. Gli stessi malati si rendevano conto di questo. Anch’essi cercavano di aiutarci come potevano. Questo ha rivelato una grande fratellanza, una grande solidarietà”.

Fratelli, in corsia. Ritorna più volte nel racconto della religiosa una costante che accomuna i medici in servizio nella cura degli ammalati di Covid-19, il rapporto telefonico “difficilissimo e incessante” con i familiari dei pazienti. “Difficilissimo – racconta – perché l’arrivo delle persone da ricoverare era senza tregua. Non era possibile trovare il tempo per fare qualche telefonata e dare notizie alle famiglie, ma se ne capiva la necessità. Purtroppo, in molte occasioni, sono state telefonate per comunicare la gravità di una quadro che molto probabilmente avrebbe portato alla morte di quella persona. Queste comunicazioni per telefono, nella mia esperienza di medico, non le avevo mai date”, ricorda suor Mariachiara, con tono tremante.

“La voce dei familiari che mi chiedevano di dire le ultime parole ai loro parenti, dei figli che mi chiedevano di accarezzare la loro madre… Questi sono stati tra i momenti toccanti che il cuore conserva”.

Dall’altra parte, invece, gli stessi ammalati che “non ti chiedevano più ‘dottoressa, come sto andando?’, ma la possibilità di fare una chiamata, di avvisare casa”. Un semplice telefono diventa così una fiaccola accesa nella notte della speranza.

“Quando le persone in pronto soccorso ce lo chiedevano, davo loro direttamente il mio cellulare. In particolare, se attaccate all’ossigeno e non in grado di muoversi”.

Suora e medico. “Io ero bardata, quindi non ero riconoscibile come suora”, riferisce la religiosa, che segnala come “questo aspetto, invece, è stato più importante per i colleghi”. “Negli ultimi istanti di vita di qualche paziente, mi chiedevano di avvicinarmi a lui per dire una parola o pregare con loro. In altre occasioni, sono venuti loro stessi a porre tanti interrogativi rispetto al senso di quello che stava accadendo”. Così, nell’anonimato prodotto dai dispositivi di protezione individuale è fiorita la bellezza di una vita consacrata che si fa condivisione del lavoro e della sofferenza. Tanto che, al termine del periodo in ospedale, uno dei direttori sanitari le ha confessato che “quando un mese prima aveva visto arrivare all’ufficio personale una suora, aveva pensato:

‘ci hanno abbandonato tutti, solo il Signore ha ascoltato il nostro grido’”.

Nelle parole di suor Mariachiara una convinzione profonda. “Quest’esperienza mi ha messo davanti alla necessità della resurrezione. Vedere sfilare quei camion dell’esercito senza pensare a un ‘arrivederci’ renderebbe tutto invivibile. Tanti di quei pazienti riconoscevano di non essere soli in quello che stavano vivendo. Avevano una serenità che sostituiva la paura”. Anche per lei motore e forza, in quei giorni, sono state “le parole quotidiane del Papa e il sostegno delle sorelle, della mia famiglia e degli amici”. “Il lockdown ha tolto tutto, ma ha lasciato ciò che più conta: la Parola di Dio per la nostra vita e il tesoro delle relazioni”.

Voci e volti. Oggi, tornata a Maglie, suor Mariachiara porta con sé tanti volti e tante voci: “Sono quelli che ancora visitano le notti”. I volti degli ammalati, le voci dei familiari. In particolare, il volto impresso nella sua memoria è quello di una infermiera, quarantenne, madre di due bambini. “L’ho accolta in pronto soccorso. Aveva combattuto qualche mese prima contro una leucemia dalla quale stava guarendo. Nel frattempo ha contratto il Covid-19”. La ricorda come “una persona brillante, sorridente, vivace, molto consapevole del rischio che correva, vista la sua situazione clinica”. “Mi è rimasta particolarmente nel cuore. L’unico suo pensiero erano i figli. Aveva grinta e determinazione nell’affrontare quest’ennesima prova per quei bambini. Purtroppo, non ce l’ha fatta”. La voce, invece, è quella del figlio di una paziente anziana arrivata al pronto soccorso con una polmonite grave, che poco tempo dopo sarebbe morta. “La situazione era compromessa. Questo ragazzo, prima di tutto, mi ha ringraziato. E ciò mi ha colpito tantissimo”.

“In un turno ha chiamato tre o quattro volte per chiedermi di avvicinarmi a sua madre, che era già incosciente. E lui lo sapeva. Mi chiedeva di andare a dire una ‘Ave Maria’ vicino a lei e che lui le voleva bene. L’insistenza di un figlio in lacrime non la scorderò”.

Dal virus una riflessione sulla vita. Da quest’esperienza la religiosa-dottoressa conserva un insegnamento: “Di fronte all’assurdo, alla mancanza di risposte, abbiamo sperimentato tutti che il senso più autentico della vita rimane quello del dono di sé, lasciandoci svegliare dal bisogno dell’altro – chiosa –. A volte, quando le tenebre sono così fitte che sembra che anche il Padre ci abbia abbandonato, Gesù ci ha mostrato una via: è rimasto inchiodato alla sua Croce. L’amore resta, resta sempre, rimane al suo posto, resiste. Mentre il dolore chiede di essere affrontato e vissuto, non di essere anestetizzato”.

Categories: Notizie

Cassiana: la scienza dell’amore (San Nikolaj Velimirović)

Natidallospirito.com - Mon, 06/07/2020 - 08:48

Fresco di stampa, già da ora disponibile nel sito di ASTERIOS (e a giorni nelle librerie), un piccolo gioiello sul senso dell’AMORE rivelato da Cristo. L’autore: il vescovo e santo serbo NIKOLAJ VELIMIROVIĆ (1881-1956).
a) Ecco la scheda del libro (da qui si può fare anche l’eventuale acquisto, con lo sconto del 10% e senza spese postali):
http://www.asterios.it/catalogo/cassiana
b) Qui si possono leggere – e scaricare gratuitamente – le prime 30 pagine del libro:
http://www.asterios.it/sites/default/files/CASSIANApagine1-30.pdf
c) Ecco un ulteriore strumento per conoscere qualcosa del libro (Letture n. 3): http://www.asterios.it/catalogo/la-scienza-dellamore

d) Qui si può leggere – e scaricare gratuitamente – l’intera APPENDICE del libro: il commento orante e poetico al “Padre nostro” del vescovo Nikolaj:
http://www.asterios.it/sites/default/files/TUTTOLELETTUREn.3.pdf

Categories: Notizie

Cesar Prates, dal calcio al pulpito

Evangelici.net - Mon, 06/07/2020 - 08:23
Dopo Raimondo Marino si riparla anche di Cesar Prates, ex calciatore (in Italia ha militato nel Livorno e nel Chievo tra il 2005 e il 2007) in qualche modo mentore di Cristiano Ronaldo. Oggi Prates ha lasciato il mondo del calcio per dedicarsi all'impegno spirituale come pastore evangelico: «un approdo probabilmente naturale - commenta la testata Goal.com - per un calciatore che ha sempre avuto...
Categories: Notizie

Cari ragazzi, abbiamo bisogno di voi. Perché date del tu al tempo

Agenzia SIR - Sat, 04/07/2020 - 09:30

C’è un tempo prima del coronavirus e un tempo dopo. E c’è un mondo che ha dato una grande prova di sé: la scuola. Insegnanti, dirigenti e tutti gli operatori ma soprattutto gli studenti. Se la città d’ora in poi sarà migliore, più responsabile e più civile credo che sarà per merito della scuola, avamposto civile di questo Paese. È la palestra dove si insegnano i fondamentali del sapere; il luogo dove avvengono gli incontri reali tra coetanei e con gli insegnanti. Dopo l’apocalisse del coronavirus bisognerà pur pensare alla genesi. E da dove ricominciare la costruzione se non dalla scuola? Calamandrei la riteneva più importante del Parlamento e della Magistratura. Nietzsche affermava che alla scuola spetta il compito di formare non dei semplici impiegati ma dei cittadini. Agli impiegati bastano informazioni e competenze ma per formare i cittadini occorre la conoscenza, una visione ma anche il senso di un destino individuale delle persone e collettivo dei popoli. Per questo la didattica a distanza non sarà sufficiente. Bisogna tornare in presenza. Di fronte a situazioni difficili bisogna ricorrere a soluzioni altrettanto eccezionali. Ci sono grandi spazi, piazze, palazzi dello sport. Bisogna che i ragazzi tornino a frequentarsi per il valore dell’incontro perché la didattica non è solo un discorso verticale che passa dal docente al discente ma è anche orizzontale, mutuo e reciproco.

La scuola per tanti anni si è affidata a 3i: inglese, internet, impresa. Non erano quelle la soluzione ma si sono rivelate una parte del problema. Io preferisco dirvi di appellarvi ad altre 3i: intellegere, ovvero cogliere il dentro e la relazione tra le cose; interrogare, ovvero l’arte della domanda, perché gli interrogativi sono più importanti delle risposte; invenire, ovvero scoprire e inventare.

Un’ultima osservazione sui protagonisti: studenti e insegnanti. La parola professore deriva dal latino profitēri che vuol dire professare. In aula l’insegnante ha una triplice professione come dicevano i maestri antichi: affascinare (delectare), insegnare (docere) e muovere le coscienze (movere). La grande notizia è che siete voi ragazzi di 13-14-18 il bene più prezioso della città, come diceva Erasmo. A voi si chiede un miracolo, un compito importante ed entusiasmante. Quello di congiungere il notum ovvero il conosciuto dei maestri e degli adulti con il vostro novum, ovvero con l’inatteso, l’inaspettato, ciò che ancora deve essere. Il futuro nasce da questo incontro. Tocca a voi che siete il presente. Guai a coloro che vi dicono che siete il futuro perché voi date del tu al tempo e siete gli unici capaci di tendere un filo tra la memoria e il progetto, tra il passato e il futuro, tra i trapassati e i nascituri. Dalla scuola dovete aspettarvi il rigore e dovete essere esigenti anzitutto di voi stessi. Siate – oso dire – perfetti e di esempio per gli adulti. Credo che il mondo sarà migliore il giorno in cui non si dirà più che un giovane è bravo perché assomiglia a suo padre o a sua madre ma quando si dirà che un adulto assomiglia a voi. In bocca al lupo!

* Presidente della Pontificia accademia di latinità e già magnifico Rettore dell’Università di Bologna

 

(originariamente pubblicato su “Il Nuovo Amico”)

Categories: Notizie

Dalla liturgia digitale una sfida e una riflessione: le Chiese germaniche si interrogano sull’esperienza e sugli scenari futuri

Agenzia SIR - Sat, 04/07/2020 - 09:15

L’esperienza ecclesiale della clausura forzata, imposta dall’epidemia di Covid-19, ha portato le Chiese tedesca e austriaca a confrontarsi con la necessità di rendere il contatto digitale con i fedeli il più umano e coinvolgente possibile. Già da tempo le diocesi e le parrocchie sfruttano il mondo digitale per vicine ai propri fedeli, e le esperienze sia sui social media, sia in streaming su canali dedicati hanno dato negli anni grandi soddisfazioni. Ma ciò che è risultato dall’esperienza delle restrizioni alle celebrazioni, è andato oltre il semplice incremento delle liturgie rilanciate da Facebook, Instagram, Youtube che, deve essere sottolineato, hanno letteralmente invaso il mondo delle dirette in streaming in questi ultimi mesi. Ogni parrocchia ha approntato il proprio mezzo di ritrasmissione e quotidianamente ha raggiunto le famiglie, i singoli, gli anziani nelle case di cura e negli ospedali, le comunità ecclesiali divise dall’epidemia: i parroci, i diaconi, i laici si sono trasformati in estemporanei tecnici del suono e registi offrendo un servizio liturgico che è andato al di là della consueta offerta. Alle Messe si sono aggiunte le preghiere delle ore, il rosario, le novene per i santi patroni hanno coinvolto con gesti semplici le comunità disperse. E non va dimenticato come dalle storiche cattedrali gotiche e romaniche del mondo germanico i vescovi e i cardinali hanno saputo confrontarsi in più occasioni in assemblee, seppur ridotte, con i propri fedeli usando i sistemi delle conference call su una delle numerosissime piattaforme digitali. E grande è stato l’apporto delle testate nazionali e locali nel trasmettere via radio e televisione le celebrazioni liturgiche del triduo pasquale e del tempo di Pasqua: numeri non calcolabili vista l’enorme offerta che si è manifestata e ampliata giorno dopo giorno.
Monsignor Franz Lackner, arcivescovo di Salisburgo, nel corso della conferenza stampa del 19 giugno scorso a Vienna, con la quale ha pubblicamente iniziato il suo mandato di nuovo presidente della conferenza episcopale austriaca, ha ricordato ai giornalisti come per lui personalmente sia stato “sconvolgente” celebrare le messe nella cattedrale vuota, e ha ringraziato i media che hanno permesso ai fedeli assenti di prendere parte alle trasmissioni in diretta. Per Lackner è vero che una liturgia eucaristica nella sua compiutezza ha ovviamente bisogno della presenza fisica del popolo di Dio, ma in questo ambito ha posto la necessità che si sviluppi una “Teologia del digitale”.Secondo il teologo pastorale Johann Pock, preside della facoltà teologica di Vienna, l’attuale creatività della pastorale su base telematica dovrebbe sopravvivere al tempo della pandemia della corona. Pock ha parlato di molte esperienze digitali positive nelle chiese locali: “Forse alcuni che non potevano essere raggiunti attraverso attività precedenti avranno un nuovo rapporto con la religione”, ha detto Pock che, tra le esperienze positive, inserisce il ruolo fondamentale dei laici in questa situazione: senza di essi, la lenta ripresa della vita parrocchiale non sarebbe riuscita. Le esperienze della “chiesa di casa” sono state preziose per questo: Pock sottolinea che

si è riscoperta l’importanza degli altri

e in questo senso, molte parrocchie a Pasqua hanno deliberatamente cercato il contatto con le persone attraverso campagne di chiamata alla Messa via web.
Il vice Provinciale dei Pallottini tedeschi, padre Michael Pfenning ha letto i risultati di un sondaggio fatto tra i fedeli alla riapertura controllata delle celebrazioni: e a katholisch.de, portale della Chiesa tedesca, ha espresso le sue riflessioni sui risultati. La maggior parte dei credenti intervistati preferisce attendere che le Messe siano nuovamente accessibili a tutti. Questo significa la necessità di continuare a raggiungere le comunità su via digitale, con quella comunione spirituale che è stata vissuta con grande intensità, anche alla sequela di papa Francesco. Pfenning evidenzia che tra le risposte c’è quella di un uomo che non accetta il sacerdote in guanti di gomma e pinze perché incompatibili con la riverenza per il Corpo di Cristo. Ma anche le lacune nella sicurezza, le prenotazioni per le messe risultano respingenti rispetto la fruizione delle chiese. Pfenning non sa se l’astinenza temporanea dalla partecipazione all’Eucaristia abbia aumentato il desiderio per il sacramento ma secondo lui è aumentata la necessità di “affrontare il significato dell’Eucaristia”.

Categories: Notizie

Legge sulla sicurezza nazionale. Tra proteste e paura, la gente chiede libertà e democrazia

Agenzia SIR - Sat, 04/07/2020 - 09:00

Bocche imbavagliate. Ad Hong Kong la gente ha paura di parlare. Con la nuova legge sulla sicurezza nazionale, si rischia la prigione anche solo affrontando la questione. C’è un clima di tensione nella ex colonia britannica. Basta una parola in più per finire nei guai. Per questo la fonte contattata dal Sir fa subito una premessa: chiede di mantenere l’anonimato. La nuova legge sulla sicurezza nazionale firmata dal presidente cinese Xi Jinping, punisce con estrema severità, fino all’ergastolo, i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze esterne. E all’articolo 38, si afferma che la legge può essere applicata anche su persone che non sono permanentemente residenti ad Hong Kong. Agli occhi del mondo, è un’ulteriore stretta imposta dalla Cina sull’autonomia di Hong Kong garantita secondo il principio “One country two systems”. Una mossa severissima che ha immediatamente provocato la dura opposizione di Usa, Ue e Gran Bretagna. Ma è la gente di Hong Kong a scendere per le strade della città. Lo fa dopo un anno di crescenti violenze e rivolte. La legge è stata varata mentre il 1° luglio la ex colonia britannica celebrava i 23 anni (era il 1997) della consegna di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina continentale.

Per l’occasione, le Commissioni diocesane Giustizia, pace e lavoro e il Consiglio delle Chiese cristiane di Hong Kong hanno organizzato un incontro di preghiera nella Chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo, a Wan Chai. La Chiesa – sebbene non grandissima – era piena di gente. Nel suo messaggio di saluto, il vescovo ausiliare Joseph Ha Chi-shing, ha affermato: “Secondo la dottrina sociale cattolica, il fondamento ultimo di tutti i diritti umani deriva dalla dignità umana che a sua volta proviene dall’essere figli di Dio. Questa dignità ci dice che non siamo schiavi, ma figli della libertà di Dio”. Secondo quanto si legge sul settimanale “Examiner” della diocesi di Hong Kong, in passato, le celebrazioni per l’anniversario includevano sfilate, cerimonie di alzabandiera, spettacoli culturali, partite sportive e uno spettacolo pirotecnico. Ma quest’anno a causa della legge sulla sicurezza, il governo ha bloccato ogni manifestazione e per la prima volta in 17 anni, la marcia annuale per la democrazia, che si tiene dal 2003, non è stata consentita.

La tensione, dunque, è altissima. Per capire l’atmosfera che si sta vivendo, basta entrare in questi giorni nelle scuole dove si stanno tenendo, in questo periodo, attività di fine anno con le “graduation ceremonies”. Gli istituti che hanno un retroterra religioso (soprattutto cattolici e protestanti) aprono spesso queste cerimonie con una preghiera per Hong Kong. Ma se negli anni passati si pregava per “tutti i governanti” affinché “sappiano usare la loro saggezza per promuovere il benessere delle persone”, quest’anno la preghiera – dopo l’approvazione della legge – è stata cambiata eliminando il termine “governanti”, in quanto la citazione poteva essere equivocata.

La gente ha paura di finire nel regime in vigore nella Repubblica Popolare Cinese. Questa paura non è nuova: è almeno da due anni che le persone ad Hong Kong temono che le cose possano cambiare e cambiare per il peggio. Un indice di questa paura è il numero crescente delle persone che decidono di emigrare, soprattutto chi ha tra i 30 e i 40 anni ed ha figli piccoli. Sono soprattutto loro a vedere ormai il futuro all’estero. Si è addirittura creata una situazione in cui anche all’interno delle famiglie stesse, anche tra amici stretti, fratelli e parenti, si evita di parlare di questi argomenti politici a meno di non essere sicuri che l’interlocutore non abbia le stesse idee.

C’è di una polarizzazione molto forte tra chi è a favore del potere costituito e chi chiede riforme. Nel mezzo ci sono persone che preferiscono non pronunciarsi o comunque non voglio esprimere chiaramente le loro idee e prendere posizione. L’area degli insoddisfatti è molto eterogenea. Comprende tutti quelli che vogliono qualcosa di diverso rispetto all’attuale situazione: c’è chi chiede l’indipendenza e chi un referendum per decidere il futuro di Hong Kong. Ci sono gli attivisti, i partiti democratici nati negli anni ’70, i gruppi socialisti. Sono realtà molto diverse tra loro ma al momento si ritrovano uniti sostanzialmente per esprimere insoddisfazione e chiedere riforme democratiche. Sta di fatto che chi sta partecipando in questo momento alle manifestazioni, ha messo in conto di poter finire in prigione anche per un lungo periodo.

Quale via di uscita. Tutto si gioca a livello di politica interna cinese e comunità internazionale. L’impressione è che l’attuale dirigenza cinese sia accerchiata. Dall’interno per una situazione che è andata progressivamente peggiorando per via della pandemia e della sua cattiva gestione, la crisi economica, la disoccupazione, la povertà. La legge sulla sicurezza nazionale potrebbe addirittura essere stata varata per creare un diversivo e spostare l’attenzione dai reali problemi del Paese. Le dure posizioni invece prese proprio in questi giorni da Trump e dall’Unione europea, non convincono il cittadino medio di Hong Kong che rimane estremamente insoddisfatto: qui si ha l’impressione che si tratti di prese di posizione di principio ma che gli interessi economici vengono comunque prima della difesa dei diritti umani.

Categories: Notizie

"Swing low", lo spiritual della discordia

Evangelici.net - Fri, 03/07/2020 - 20:53
Perfino gli spiritual rischiano di soccombere alla nuova ondata di politically correct. I tifosi della nazionale inglese di rugby accompagnano regolarmente i loro beniamini durante le partite intonando la celebre Swing low, sweet chariot (sfidando perfino la Haka neozelandese), un brano di ispirazione cristiana (il testo è qui), interpretato nel corso dei decenni da quasi tutti i miti...
Categories: Notizie

Cavalcare il disagio è facile, ma il Paese non ha bisogno di anti-politica

Agenzia SIR - Fri, 03/07/2020 - 15:57

La situazione politica offre molti e gravi motivi di preoccupazione, ma per non indulgere a una narrazione catastrofista – in cui l’unico tema di dibattito sembra essere quello della tenuta del governo – bisogna pur mettere in evidenza i segnali positivi. E’ arrivato finalmente, da parte del premier Conte, l’invito rivolto alle opposizioni per un incontro sui temi cruciali della ripresa del Paese. Annunciato al termine degli Stati Generali, è rimasto nel cassetto per qualche giorno. Non è il momento di facili illusioni, alla vigilia di una nuova manifestazione di piazza del centro-destra. Ma intanto il segnale c’è stato. Così pure, uscendo dal perimetro dei soggetti politici in senso stretto, il richiamo del presidente di Confindustria alla necessità di un confronto con Governo e sindacati – dopo gli esordi molto “militanti” del neo-leader degli imprenditori – si colloca su una linea di ragionevole approccio dialogico ai problemi. Ma il segnale più rilevante arriva dal Parlamento, con l’avvio del dibattito in Aula (dopo l’approvazione in commissione) del ddl Del Rio-Lepri, il disegno di legge delega relativo all’assegno unico per i figli. Un provvedimento che di fatto ha anticipato uno degli aspetti fondamentali del Family Act recentemente varato dal Governo e che prosegue il suo percorso parlamentare in un clima sostanzialmente collaborativo tra le forze politiche di maggioranza e opposizione. E’ la dimostrazione che quando si mettono da parte non le idee (ci mancherebbe) ma le ideologie, sulla concretezza dei problemi è possibile trovare punti di convergenza nell’interesse di tutti. Bisogna far presto. E che il tema del sostegno alle famiglie e alla natalità debba essere in cima alle priorità del Paese lo testimoniano ancora una volta i dati del Rapporto annuale dell’Istat, con indicazioni impressionanti sulle conseguenze del Covid anche a livello demografico.
Allo stesso tempo, ci sono da registrare i segnali negativi di un ritorno delle parole d’ordine ideologiche del populismo, a cominciare dai due temi-chiave dell’immigrazione e dell’Europa. E questo può avvenire, nonostante le prove disastrose fornite di fronte alla pandemia dai leader populisti a livello internazionale, proprio perché almeno in casa nostra il pericolo del contagio si è fortemente ridimensionato e invece si fa sentire in tutta la sua durezza il disagio economico-sociale, con la disoccupazione in primo piano, come l’Istat sottolinea. Cavalcare questo disagio è drammaticamente facile, ma

il Paese non ha bisogno di anti-politica, quanto di buona politica.

Di risposte che nascano dal dialogo e dal confronto e che però sappiano concretizzarsi in decisioni operative, pur con tutti i limiti che ogni decisione politica comporta.
Le difficoltà del Governo nel mettere a punto l’attesissimo decreto sulle semplificazioni sono un sintomo evidente di un quadro politico in cui il riemergere delle pulsioni ideologiche, dentro e fuori la maggioranza, blocca i meccanismi decisionali e provoca continui rinvii. Il caso più macroscopico è quello del rapporto con l’Europa. Dopo una partenza tutt’altro che esaltante nel fronteggiare le conseguenze della pandemia, nella Ue si è innescato un processo di rilevanza epocale a cui la nuova presidenza di turno tedesca ha trasmesso ulteriore energia. Per il nostro Paese le risorse messe in campo rappresentano un’occasione formidabile che non può assolutamente essere perduta. Ma la politica italiana è impantanata in una discussione tutta ideologica sul Mes (uno degli strumenti previsti dalla strategia europea) a cui M5S, Lega e FdI sono contrari da sempre e a prescindere. Così si continua a posticipare una presa di posizione chiara: anche alla vigilia del prossimo Consiglio europeo probabilmente sarà votata una mozione parlamentare di compromesso in cui si approva il complesso delle misure e di fatto si rinvia a settembre una decisione di merito. Con quali conseguenze sull’incisività della posizione italiana è facile immaginare.
Il problema è che al momento una mozione della maggioranza che sdogani il Mes rischia di non avere i numeri in Parlamento, soprattutto in Senato dove le forze che sostengono il Governo hanno numeri molto risicati e proseguono i cambi di casacca dal M5S alla Lega. Una pratica che sa molto della peggiore Prima Repubblica ma che come sempre ogni partito giustifica quando se ne può avvantaggiare. Il paradosso è che a favore del Mes si è schierata da subito Forza Italia e non a caso Berlusconi si è spinto a ipotizzare esplicitamente la nascita di una nuova maggioranza intorno al rapporto positivo con l’Europa. Nessuno comunque azzarda previsioni che vadano oltre il mese di settembre, magari con un occhio alle elezioni regionali. Ma il Paese ha bisogno di poter guardare più avanti per ripartire davvero.

Categories: Notizie

Coronavirus. Ricciardi: “The pandemic is a new feature of our present time. Testing and security measures continue, strengthening national health”

Agenzia SIR - Fri, 03/07/2020 - 09:25

Italy “must continue with coronavirus testing and caution”, Walter Ricciardi, Professor of General and Applied Hygiene at the Catholic University , Director of the National Observatory on Health in the Italian Regions, told SIR during a press conference for the online presentation of the Osservasalute 2019 Report. Responding to a question from SIR, while awaiting the opinion of the Scientific Technical Committee (STC), on the position that Italy should take with respect to the new WHO guidelines – whereby after three days without symptoms patients who tested positive for Sars-CoV-2 can leave isolation, thus two more negative swabs at 24-hour intervals would no longer be necessary – Ricciardi said that the WHO “always operates on a global level.” In particular, its assessments regarded “countries such as Pakistan, India and Brazil facing serious difficulties due to their poor diagnostic capacity”, which in those cases “should be limited to the first diagnosis in order to identify new cases.” The WHO, continued the expert, “also recommended that those who can, must continue.

My position, which I conveyed to the Minister of Health, is that Italy must continue being cautious.”

The extent of the shortcomings and weaknesses of decentralisation in health care brought to the fore by the Covid-19 epidemic, jeopardising equality of citizens and emergency preparedness, was stressed at the press conference.  “The National Health Service faced this tusnami totally unprepared – Ricciardi noted -; after years of cuts, structurally fragile and poor in terms of resources. The heroism of doctors and nurses prevented its collapse, but the lesson for the future is that

the NHS is a precious resource, our most important public asset.”

However, it is structurally weak and marked by excessive disparities between regions.” For this reason the health system must be

refinanced but on a stable basis, through the ESM, which allocates €37 billion to Italy for health care with virtually zero interest.

Unless we reshape and strengthen the national health system with these resources – the expert warned – we will condemn the country to under-capacity, considering that one Italian in two suffers from a chronic disease.”

In the light of increasing incidents of relaxation of security measures, gatherings, failure to respect physical distancing, especially among young people, the Health Minister’s advisor warned: “The virus has not grown weaker, it’s the same it was in January, with the same capacity to spread. If we let our guard down, it will return, not as it did in February – March because our diagnostic and treatment capacity has increased, but it will return.” It will probably “spread among young people who, due to absence of safety precautions, will transmit the infection to grandparents and parents.”

As concerns the Immuni App, the professor said he was “deeply disappointed”.

“In designing the APP, politics prioritized privacy protection over the effectiveness of the containment of the epidemic. If, hopefully never, there were thousands of cases, how would we track them down?”,

he said, mentioning the case of the Veneto Region which, “while violating privacy, has allowed for geolocation and thus succeeded in circumscribing the outbreaks.” The App Immuni, continued the Advisor to the Minister of Health, “has no geolocation but Bluetooth, along with a whole set of barriers that protect privacy completely, without allowing anyone to be traced. In addition, to date it has been downloaded by less than 3.5 million citizens, while the minimum percentage for it to be effective must be at least 60% of the entire population.” However, he pointed out, “this is not only an Italian problem, but a European one: Europe favours privacy protection, which must certainly be guaranteed, but

I believe that in times of emergency we must give priority to human life”.

How can we continue defending ourselves against infection in the meantime? “First of all, by maintaining physical distancing, which is regrettably being disrespected in a number of cases; then, since the vast majority of contagions occur through hands, it is necessary to continue to wash them frequently and carefully. Physical distance and hand washing alone can avoid almost 100% of infections. Masks must be worn indoors and wherever distances cannot be observed”. As far as the summer holidays are concerned, it is preferable to avoid air travel for a few more weeks and be vigilant about the hygiene of hotel facilities: “We must not be frightened but worried until we have a vaccine that will make us safe”. Moreover, the frequency of epidemics in recent decades shows that

“pandemics have become a new feature of our contemporary world that we must learn to cope with.”

Categories: Notizie

Coronavirus. Ricciardi: “La pandemia è un nuovo elemento della contemporaneità. Proseguire con tamponi e misure di sicurezza e rafforzare Ssn”

Agenzia SIR - Fri, 03/07/2020 - 09:25

L’Italia “deve continuare ad essere prudente e a fare i tamponi”. Lo ha detto al Sir Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla Salute nelle regioni italiane, nel corso della conferenza stampa di presentazione online del Rapporto Osservasalute 2019. Rispondendo ad una domanda del Sir, in attesa del parere del Comitato tecnico scientifico (Cts), sulla posizione che l’Italia dovrebbe assumere rispetto alle nuove linee guida dell’Oms – in base alle quali sarebbero sufficienti tre giorni senza sintomi per l’uscita dall’isolamento dei pazienti risultati positivi al Sars-CoV-2 e quindi non occorrerebbero più due tamponi negativi a distanza di 24 ore – Ricciardi ha premesso che l’Oms “si muove sempre a livello globale”. Nello specifico ha fatto le sue valutazioni “in funzione di Paesi come Pakistan, India e Brasile nei guai fino al collo a causa della loro scarsa capacità diagnostica”, che in quei casi “va riservata alle prime diagnosi per individuare i nuovi casi”. L’Oms, ha proseguito l’esperto, “ha raccomandato anche che chi può, deve continuare.

La mia posizione, che ho rappresentato al ministro della Salute, è che l’Italia deve continuare a essere prudente”.

Nel corso della conferenza stampa è stato sottolineato come l’epidemia Covid-19 abbia rivelato lacune e fragilità del decentramento in sanità mettendo a rischio l’uguaglianza dei cittadini e la capacità di fronteggiare le emergenze. “Il Servizio sanitario nazionale è arrivato a questo tusnami totalmente impreparato – ha osservato Ricciardi -; dopo anni di tagli, debole dal punto di vista strutturale e delle risorse. L’eroismo di medici e infermieri ha fatto sì che tenesse ma questa lezione ci deve insegnare per il futuro che

il Ssn è una risorsa preziosa, la nostra opera pubblica più importante”

ma è strutturalmente debole e con troppe disuguaglianze tra regione e regione”. Per questo occorre cercare di rifinanziare il sistema, ma in maniera stabile, attraverso il Mes che destina all’Italia 37 miliardi per la sanità con interessi praticamente zero.Se non ridisegniamo e rafforziamo il sistema sanitario nazionale con queste risorse – il monito dell’esperto – condanniamo il Paese ad una sottocapacità assistenziale, considerando che un italiano su due soffre di una patologia cronica”.

Di fronte ai sempre più frequenti episodi di allentamento delle misure di sicurezza, assembramenti, mancato rispetto del distanziamento fisico, soprattutto fra i giovani, il consigliere del ministro della Salute avverte: “Il virus non si è indebolito, è lo stesso di gennaio, con la stessa capacità di diffusione. Se abbassiamo la guardia tornerà, non con gli stessi livelli di febbraio – marzo perché la nostra capacità diagnostica e di trattamento è aumentata, ma tornerà”. Probabilmente “si diffonderà fra i giovani che, a causa della mancanza di misure di sicurezza trasmetteranno l’infezione a nonni e genitori”.

Per quanto riguarda la App Immuni, il professore si è detto “profondamente insoddisfatto”. “Nella concezione della App la politica ha deciso di privilegiare la tutela della privacy rispetto all’efficacia del contenimento dell’epidemia. Se, speriamo mai, si verificassero migliaia di casi come li rintracceremmo?”, si è chiesto citando il caso della Regione Veneto che, “pur violando la privacy, ha fatto la geolocalizzazione riuscendo così a circoscrivere i focolai”. Immuni, ha proseguito il consigliere del ministro della Salute, “non ha la geolocalizzazione ma il Bluetooth, e ha tutta una serie di paletti che tutelano assolutamente la privacy, ma non consentono di rintracciare qualcuno. A questo aggiungiamo che ad oggi è stata scaricata da meno di 3,5 milioni di cittadini, mentre la percentuale minima perché sia efficace deve essere almeno il 60% della popolazione”. Tuttavia, ha precisato, “questo non è solo un problema italiano, ma europeo: l’Europa privilegia la tutela della privacy, che va sicuramente protetta, ma

io credo che in tempi di emergenza si debba privilegiare la vita umana”.

Come continuare, intanto, a difendersi dai contagi? “Anzitutto mantenendo il distanziamento fisico, che purtroppo vedo in alcuni casi sta venendo meno; poi, siccome la stragrande maggioranza dei contagi avviene attraverso le mani, occorre continuare a lavarle frequentemente e con attenzione. Distanziamento fisico e lavaggio delle mani possono da soli evitare quasi il 100% dei contagi. Negli ambienti chiusi e ovunque non sia possibile mantenere le distanze, si deve indossare la mascherina”. Per quanto riguarda le vacanze estive, preferibile evitare l’aereo ancora per qualche settimana e attenzione all’igiene delle strutture alberghiere: “Non dobbiamo essere spaventati ma preoccupati sì, fino a quando non avremo un vaccino che ci metterà in sicurezza”. E comunque, la frequenza delle epidemie negli ultimi decenni dimostra che

“la pandemia diventa un nuovo elemento della contemporaneità che dobbiamo imparare a fronteggiare”.

Categories: Notizie

Le fasi dell'ecumenismo secondo l'Osservatore romano

Evangelici.net - Thu, 02/07/2020 - 17:16
L'Osservatore romano dedica un ampio intervento di Juan Fernando Usma Gómez al dialogo tra le confessioni cristiane, e in particolare alle relazioni fra "cattolici, pentecostali ed evangelicali" (sic). La via del confronto, scrive Usma Gómez, si è rivelata «un’avventura affascinante e non priva di rischi» a causa della scarsa conoscenza reciproca, sfociata con...
Categories: Notizie

Omotransfobia: legge ideologica e non necessaria. Meglio continuare ad educare al rispetto di tutti e di ciascuno

Agenzia SIR - Thu, 02/07/2020 - 12:04

Non mancano le strizzatine d’occhio alle diocesi italiane, ma il testo unico appena depositato in Commissione alla Camera non modifica il senso della nuova e controversa proposta di legge contro, tra l’altro, omofobia, lesbofobia, bifobia, transfobia. Una proposta di legge che risponde ad una precisa logica culturale. Una ideologia insinuante, egemone in determinati spazi e fasce sociali, che guarda alla società non in modo organico e comunitario, ma in termini fortemente conflittuali, segmentati e individualistici.L’idea di tutelare le minoranze e comunque chi è più debole per questa strada non convince, prima di tutto proprio per un motivo culturale.
Lo aveva sottolineato con parole pacate, ma molto chiare, ed attualissime la presidenza della Cei lo scorso 10 giugno.
È chiaro ed indiscutibile che “le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”. La legislazione italiana tuttavia già offre le opportune garanzie: “un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”.
Si applichino le leggi dunque. Aggiungere norme a norme, parole a parole, in realtà non ha un obiettivo di “ordine pubblico”. Ma di ordine culturale. Non ci sono lacune da colmare, non c’è alcun vuoto normativo.

Questo disegno di legge in effetti non vuole (solo) punire, quel che si deve punire e si può fare con le disposizioni attuali. Come tutte le leggi vuole (soprattutto) educare. Introduce e certifica definizioni dell’identità di genere e degli orientamenti sessuali chiaramente orientate a parametri fortemente ideologici.

Ed allora su questo bisogna vigilare, pacatamente ma con attenzione.

È questo il motivo per cui una nuova legge su questi temi non serve: “una eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso”.
È questo il vero nodo, un nodo culturale, dunque sociale e civile. Questa legge non è necessaria per punire chi giustamente deve essere punito. E non è opportuna per educare ad una malintesa ideologia gender. Bisogna piuttosto continuare ad educare al rispetto di tutti e di ciascuno. Opera faticosa certo e complessa, per cui però tantissimi si spendono con passione e disinteresse. E devono continuare a farlo nella libertà.

Categories: Notizie

Homotransphobia: an ideological and unnecessary law. It is preferable to continue teaching respect for each and every one

Agenzia SIR - Thu, 02/07/2020 - 12:04

Although it somewhat gives the nod to Italian dioceses, the Consolidated Text recently submitted to the Chamber of Deputies does not alter the significance of the new and controversial bill against, among other things, homophobia, lesbophobia, biphobia, transphobia. This bill responds to a specific cultural rationale. It is an insinuating ideology, one that views society not as an organic whole and as a community, but as a highly conflicting, segmented and individualistic one. The path chosen to protect minorities and all fragile brackets is not convincing, first of all for a cultural reason.

The presidency of the Italian Bishops’ Conference on 10 June last underlined this in tactful, yet very clear, timely terms.

There is no doubt that “discrimination – including discrimination based on sexual orientation – constitutes a violation of human dignity, which – as such – must always be respected in words, actions and legislation.” However, Italian legislation already provides for the relevant guarantees: “an objective analysis of the provisions for the protection of the human person, enshrined in the legal framework of our country, shows that pertinent mechanisms for preventing and repressing all violent or persecutory behaviours are already in place.”

Hence, the laws must be applied. Adding more regulations, more words to words, does not serve the purpose of “public order” but rather that of a cultural order. There are no gaps to fill, there is no regulatory void.

In fact this bill is not intended (only) to punish what must be punished and can be punished via existing legislation. Like all laws it aims (above all) to educate. It introduces and validates gender identity and sexual orientation definitions that are clearly aligned with strongly ideological criteria.

This must be carefully monitored.

This is why a new law on these questions is unnecessary: “the potential creation of additional incriminating legislation would risk paving the way for liberticidal drifts, whereby – rather than penalizing discrimination – the ultimate result would be to punish legitimate opinion, as can be seen from the experience of legal systems in other countries where similar legislation has already been enacted. For example, prosecuting whoever believes that the family is formed by a father and a mother – and not by the duplication of the same figure – would mean creating an opinion-related offence. This de facto limits personal freedom, educational choices, the way of thinking and being, critical thinking and dissent.”

This is the real conundrum: a cultural, hence social and civil, issue. This law was not needed to punish those who must rightly be punished. And nor is it relevant to teaching a misconception of gender ideology. Rather, we must continue teaching respect for each and every one. It’s a challenging and complex task, for which many dedicate themselves with passion and selflessness. And they must continue to do so in total freedom.

Categories: Notizie

Lockdown, la paura colpisce anche il libro. Cappelletto (Uelci): “Editoria in sofferenza, ora puntiamo a ripartire”

Agenzia SIR - Thu, 02/07/2020 - 09:45

Il lockdown dovuto al coronavirus ha bloccato per mesi il Paese. Anche le librerie e le case editrici hanno dovuto sospendere o ridurre drasticamente la consueta attività produttiva e commerciale. Quali le ricadute sull’editoria italiana? E su quella cattolica? Ne parliamo con Gianni Cappelletto, presidente dell’Uelci, Unione editori e librai cattolici italiani.

È possibile fare il punto della situazione dell’editoria? Avete registrato delle perdite in termini di copie e di valore economico?
Noi conosciamo il valore generale delle perdite del mercato: nei primi quattro mesi dell’anno si sono vendute 8 milioni di copie in meno del settore saggistica e fiction (dove si colloca il libro religioso) pari a un valore di fatturato di circa 134 milioni di euro al prezzo di copertina. A soffrirne sono state principalmente le librerie fisiche, ma vorrei anche ricordare che gli editori si sono dovuti assorbire la mole di rese per valori molto elevati (necessarie per le librerie che non avevano liquidità per pagare i fornitori). Veniamo da mesi caratterizzati da un groviglio di problemi dove le perdite del venduto è certo il dato più evidente; vorrei anche aggiungere i gravi problemi di liquidità e soprattutto la necessità di garantire ai dipendenti un ricollocamento nella filiera editoriale che ancora oggi sta riprendendo con molta lentezza.

L’economia e il lavoro cercano di uscire progressivamente dalla “fase acuta” dell’emergenza che ha segnato l’Italia. L’attività libraria sta riprendendo quota? Ci sono segnali positivi o no?
Il segnale positivo è che le librerie hanno riaperto. Per la verità alcune di queste non sono riuscite in questo compito e non riapriranno più: anche alcune librerie religiose. La zona d’ombra è che il mercato riprende a ritmi molto rallentati. I lettori non riescono ancora ad accostarsi al libro secondo i canoni di acquisto ordinari. Del resto siamo ancora in una situazione molto difficile: le città sono ancora poco frequentate e le disponibilità finanziare dei consumatori sono messe a dura prova. In questo quadro gli editori seguono l’andamento, ma non può riempire troppo i punti vendita di novità perché verrebbero bruciate dalle vendite ridotte. Stiamo tutti aspettando la ripresa di settembre per capire: al momento la previsione è che la situazione di criticità continuerà fino a fine anno. O meglio, molto dipenderà dagli indici di contagio che si potrebbero avere in autunno.

Come ha reagito la filiera distributiva nelle settimane di lockdown? È stato possibile garantire servizi pur minimi ai lettori?
Non era facile leggere nelle settimane di isolamento. C’era molto tempo ma l’angoscia e la paura hanno fatto da freno. La filiera libraria nel lockdown non si è però fermata del tutto. Sono state molte le librerie che hanno offerto ai loro clienti la consegna a domicilio dei libri utilizzando facebook, le mail o il loro sito dedicato. Ma ci sono state proposte anche a livello nazionale: ricordo ad esempio l’iniziativa di San Paolo per la consegna a domicilio su vasta scala per le loro librerie ma anche per tutte le altre librerie religiose che hanno aderito all’iniziativa. Agli editori è mancata la possibilità di offrire parole di senso per i nuovi vissuti esistenziali, anche se qualcuno ha confezionato degli instant book in pdf che ha offerto ai propri lettori.

L’online ha potuto sostituire, durante i mesi di chiusura, l’attività delle librerie? E, guardando al futuro, quale peso potrebbe avere l’e-commerce librario?
Qualcuno ha calcolato che almeno il 37% dei consumatori si è accostato per la prima volta all’e-commerce. Nelle settimane di chiusura totale i libri sono stati acquistati in prevalenza su queste piattaforme. Appare in parte inevitabile che queste modalità di acquisto continueranno anche dopo le riaperture. Tutti gli editori sono riconoscenti al lavoro di questo canale distributivo che raggiunge zone del territorio non più presidiato dalle librerie fisiche, ma insieme siamo preoccupati perché su queste piattaforme la nostra produzione editoriale non gode di grande visibilità. Se il lettore sa cosa acquistare nell’online trova il libro e lo riceve velocemente, ma che ne sarà del nostro catalogo e delle nostre novità che iniziano a vendere solo dopo mesi dall’uscita? Ben il 75% dei lettori acquista dovunque, eppure in prevalenza passa dalla libreria. Sono in questi luoghi fisici che si vedono e si conoscono i titoli che possono interessare. La pandemia può avere dato una accelerazione a questa situazione. Gli editori dovranno interrogarsi senza demonizzare nessuno.

Stanno cambiando i comportamenti degli acquirenti di libri? Si legge di più o di meno rispetto al recente passato? I titoli che, in vario modo, riguardano religione e fede trovano lettori interessati?
Fino al mese di febbraio i dati delle vendite, anche del libro religioso, stavano andando bene e si intravedeva una labile luce di ripresa. Ora siamo arretrati di molti mesi e i nuovi eventuali segnali positivi li vedremo solo fra molto tempo. Per ora possiamo solo sperare di resistere. Tutti i soggetti della filiera sono pronti e carichi di idee. Le librerie hanno riaperto e gli editori hanno molte novità da lanciare. Siamo fiduciosi che i sacrifici di questi mesi potranno diventare risorse per il futuro. Ognuno di noi ha ripensato al proprio ruolo e, certo nulla è scontato, ma posso solo augurarmi che non prevalga la rassegnazione. Segnali di fiducia e caparbietà si vedono nel nostro mondo.

Quali le eventuali strategie che l’editoria cattolica potrebbe mettere in atto per mantenere la propria posizione di mercato e per continuare a essere voce importante dell’editoria – e, attraverso anche questa strada, della cultura – in Italia?
Il lavoro degli editori cattolici è da sempre strettamente legato a quanto accade nei vissuti ecclesiali: stimoli e progetti non mancano. Il nostro compito procede sempre su due binari: da una parte l’editoria di servizio verso la quotidianità dell’attività pastorale (sacramenti, catechesi, formazione) e dall’altra un ruolo che chiede di essere protagonisti del clima culturale del nostro Paese. La modernità non ci spaventa, semmai ci spinge a dialogare, a riflettere sull’umano e ad essere propositivi sui grandi temi che l’attuale pontificato di Papa Francesco ha sollevato come la povertà, l’ambiente, la cura delle persone, il dialogo, la “Chiesa in uscita”.

Categories: Notizie

Pages

Subscribe to ww1.1b1s.org aggregator