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Giornata migrante e rifugiato. De Robertis (Migrantes): “Davanti al dramma che ci è di fronte siamo chiamati ad agire”

Agenzia SIR - Sun, 27/09/2020 - 10:29

Il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2020 è dedicato agli sfollati interni, una categoria di persone che, a dispetto del loro numero (si stimano essere oggi circa 50 milioni), sono spesso invisibili. Persone che pur condividendo con i richiedenti asilo e i rifugiati il dramma di essere stati costretti a fuggire, i pericoli e la precarietà, non godono neanche di uno status giuridico riconosciuto: la loro protezione è affidata a quello stesso stato di appartenenza che a volte è la causa stessa dei loro mali. E questa invisibilità è resa oggi ancora più grave dalla crisi mondiale causata dalla pandemia Covid-19, che ha finito col far dimenticare tanti altri drammi che pure continuano a consumarsi su questa nostra terra.
Il messaggio parte dalla icona biblica della Fuga in Egitto che ispirò papa Pio XII nello scrivere quella che è considerata ancora oggi la Magna Charta del magistero moderno sulle migrazioni, la Costituzione Apostolica Exsul Familia.

Scrive Papa Francesco:
“Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo ‘segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie’ (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire”.

Una delle realtà più sorprendenti, più inquietanti del Vangelo è proprio questa identità radicale fra Gesù e il povero. Quel Gesù che ha detto durante l’ultima cena: “Questo è il mio corpo” – e noi devotamente ci inginocchiamo davanti al mistero dell’Eucaristia – è lo stesso che ha detto: “Ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato forestiero, nudo, ammalato, in carcere … quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt.25,31-46). Non ha detto: è come se l’avete fatto a me, ma proprio: l’avete fatto a me!
È per che ancora recentemente papa Francesco ci ha ricordato che “Il Signore ci chiederà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza” (Angelus del 30 agosto).
Ai quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere e integrare – che papa Francesco indicava nel suo messaggio per la GMMR 2018 come risposta alla sfida pastorale provocata dalle migrazioni, egli aggiunge ora altre sei coppie di verbi, legati fra loro da una relazione di causa-effetto.

E’ interessante notare che si tratta ancora di verbi, di azioni da fare. Davanti al dramma che ci è di fronte non possiamo limitarci a qualche brillante analisi o pia considerazione, siamo chiamati ad agire. Gesù non ha promesso il Suo Regno a chi ripete Signore, Signore, ma a chi fa la volontà del Padre Suo che è nei cieli (Mt.7,21).

Di queste coppie di verbi mi limito a richiamarne un paio, lasciando le altre alla vostra riflessione.
Anzitutto papa Francesco ci ricorda la necessità di conoscere per comprendere. Non si può comprendere né amare ciò che non si conosce. E si conosce bene solo da vicino:
“Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza, credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia … Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet” (papa Francesco alle comunità migranti, Bologna, ottobre 2017)
Oggi la vera linea di demarcazione rispetto ai migranti è fra quelli che li guardano da lontano – e per loro sono solo dei numeri, una categoria: parlano di extracomunitari, di neri, di immigrati – e coloro che si sono avvicinati fino a riconoscere nel loro volto il volto di un fratello o di una sorella, e allora parlano di Leila, di Ibrahim, di Youssuf. Per questo è importante moltiplicare le occasioni di incontro, di ascolto, di buon vicinato.Un’altra coppia di verbi a cui ricordata dal Papa è coinvolgere per promuovere. Troppo spesso le persone migranti sono, nella migliore delle ipotesi, l’oggetto (non il soggetto!) della nostra carità, il piedistallo che mette meglio in evidenza la nostra bontà. Un certo pietismo, il voler sempre e in tutto provvedere all’altro e scusarlo, senza mai chiedere il suo aiuto o pensare di poter anche imparare da lui, gli toglie la parità, lo spinge a una bassa considerazione di se stesso e a pensare che tutto gli è dovuto perché non si è capaci.
“A volte lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto”.
Il messaggio si conclude con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe. Di Giuseppe si dice nel Vangelo che, “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre, nella notte,e fuggì in Egitto”.

Il mio augurio è che in questa Giornata, molti di noi, destandoci, lo imitiamo, non limitandoci a dei bei discorsi, ma facendo almeno qualcuna delle azioni che papa Francesco ci ha suggerito in questo messaggio.

(*) direttore della Fondazione Migrantes

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Giornata migrante e rifugiato. Mons. Di Tora: “50 milioni di sfollati nel mondo. Non sono numeri vuoti, ma persone”

Agenzia SIR - Sun, 27/09/2020 - 10:29

Il titolo di questa 106ª Giornata mondiale del migrante e rifugiato, che si celebra domenica 27 settembre, è: “Come Gesù Cristo costretti a fuggire: accogliere, proteggere, promuovere, integrare gli sfollati interni”. Ancora una volta papa Francesco porta l’attenzione del mondo intero su coloro che sono costretti a fuggire, seppur all’interno della stessa regione, nazione, o in paesi vicini. Sono le stesse cause: fame, guerra, siccità, ecc. che spingono mamme, papà, bambini e giovani ad abbandonare la propria casa, il loro territorio, sradicarsi dalla loro provenienza, egualmente in pericolo di rifiuto o emarginazione, nella ricerca di una via di sopravvivenza.

Si stima che nel mondo gli sfollati interni siano oltre 50 milioni!

Cifra da capogiro se si pensa che non sono numeri vuoti ma persone: dietro ogni singola cifra c’è un essere umano, creato a immagine di Dio e che dovrebbe avere gli stessi diritti e doveri di ognuno di noi. La situazione oggi è ancora più grave, perché alle consuete ragioni si aggiunge la piaga della pandemia; e se coloro che fuggono sono già ignorati, oggi costoro vivono il dramma ancora più grave del silenzio e della dimenticanza totale. Da qui il giusto, grave ed umano richiamo del Papa “per iniziative ed aiuti internazionali, essenziali e urgenti per salvare vite umane”. Il messaggio è esteso anche a coloro che vivono la precarietà ed emarginazione a causa del “Covid 19”.

Il testo si apre con una icona tipica della cristianità, la famiglia di Nazareth: Gesù, Giuseppe e Maria che devono fuggire per far scampare dalla morte il bambino Gesù. Quante immagini vediamo ogni giorno di mamme in fuga con il loro figlioletto in braccio! Anche il Signore Gesù ha vissuto questa condizione. Il Santo papa Paolo VI, parlando della Madonna, ricordava Maria come “donna forte che ha provato la fuga e l’esilio”. E che dire di Giuseppe, chiamato a proteggere “ciò che di più caro al mondo Dio gli aveva affidato”. L’icona ci aiuta a riconoscere il Signore Gesù ancora presente in mezzo a noi: “Venite benedetti dal Padre mio….ero forestiero e mi avete accolto”. Partendo da questa introduzione il Papa riprende i quattro verbi con cui aveva coniugato la pastorale migratoria, articolandoli in nuove azioni concrete di sei coppie di verbi: conoscere per comprendere, farsi prossimo per servire, ascoltare per riconciliarsi, condividere per crescere, coinvolgere per promuovere, collaborare per costruire. Un crescendo di impegno con una relazione di causa nei vari passaggi, che costituiscono una vera ascesi umana anche per chi non si riconosce nella fede o nell’esperienza cristiana.

Per comprendere bisogna prima conoscere: sono persone provate dal dolore e che forse hanno visto in faccia la morte. Conoscendo le loro storie potremo come il buon samaritano metterci al loro fianco, sentire dalla viva voce l’esperienza della precarietà, della fuga, accompagnata oggi dalla pandemia. Purtroppo tante volte le paure e i pregiudizi ci impediscono di avvicinarci agli altri, anche correndo dei rischi. Quanti belli e nobili esempi abbiamo avuto in questo tempo di pandemia da medici, infermieri, volontari, da persone semplici e nascoste che hanno messo nel carrello della “spesa sospesa” parte del loro acquisto. Papa Francesco sottolinea poi che “l’amore, quello che riconcilia e salva, inizia con l’ascolto”. Oggi sentiamo tanti messaggi che ci bombardano in continuazione; ma ascoltare è un’altra cosa. Lo insegnava già San Benedetto ai suoi monaci: ascoltare è far entrare e conservare dentro di noi. Il silenzio che “per settimane ha regnato nelle nostre strade” ci ha offerto l’occasione di percepire il grido dei dimenticati, dei più vulnerabili, degli scarti di questa nostra società. Questo ascolto può condurci ad una vera crescita, condividendo. Non si può lasciar fuori nessuno. La pandemia stessa ci ha richiamato a preoccupazioni e timori comuni ricordandoci che nessuno si salva da solo! Il successivo passo lega altri due verbi: coinvolgere e promuovere. La corresponsabilità diventa il modo per coinvolgere le persone alle quali si offre assistenza. Ognuno deve essere protagonista in questo processo comunitario e sociale. Qui il Papa riporta le sue bellissime parole del 27 marzo nella “preghiera per il momento straordinario in tempo di pandemia”: “trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità e solidarietà”. Il culmine di questa ascesi diventa il collaborare e costruire. Azioni certamente decisive per un impegno di cooperazione internazionale, che chiede di superare gelosie, discordie, interessi parziali o nazionali e realizzare quella solidarietà globale, speranza di un tempo nuovo che possa realizzare il Regno di Dio nel mondo e trasformare la nostra storia umana in una storia di salvezza.

(*) presidente Commissione episcopale per le Migrazioni della Cei e presidente Fondazione Migrantes

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Alla Salesiana si parla di intelligenza artificiale: impossibile lasciare sole le macchine

Agenzia SIR - Sat, 26/09/2020 - 16:31

Non solo per addetti ai lavori. Anche se la complessità può a prima vista scoraggiare, l’intelligenza artificiale non è un tema riservato a una ristretta cerchia di ingegneri. A occuparsene dovrebbero essere tutti: dai filosofi ai teologi, dai giuristi ai politici, dai sociologi agli psicologi. È uno dei punti emersi al convegno promosso dalla Università Pontificia Salesiana dal titolo “Intelligenza Artificiale: per una governance umana. Prospettive educative e sociali”.

Il vasto elenco dei relatori concorda come ormai l’impiego degli algoritmi sia in tutti i campi. Per questo è importante che nella ricerca tecnologica siano coinvolte anche le discipline umanistiche, per non dimenticare l’utilizzatore di ogni applicazione artificiale: l’uomo. “Serve un monitoraggio multidisciplinare, un’etica all’interno del percorso delle competenze che si occupano della ricerca tecnologica”, spiega mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita. “L’obiettivo – aggiunge – è assicurare una verifica competente e condivisa dei rapporti fra esseri umani e macchine. Un compito che richiede la disponibilità al dialogo”. Proprio al dialogo fra competenze differenti mira la Call, una carta dei principi di impiego etico, firmata a Roma lo scorso 28 febbraio fra Fao, Ibm, Microsoft e Governo italiano e l’Accademia per la vita. “L’intento è dar vita a un movimento corale che allarghi ad altri soggetti – ricorda Paglia -. L’innovazione tecnologica sfida tutti perché è indispensabile confrontarci.”.

Ma se è certo che l’intelligenza artificiale abbia invaso tutti i settori e le professioni è altrettanto innegabile che il contributo dell’uomo sia imprescindibile e che le macchine non possano essere lasciate sole.

Anche nella medicina, dove l’impiego del machine learing sta prendendo piede e i computer permettono di elaborare milioni di dati impossibili da processare per una mente umana, la necessità che emerge è l’affiancamento del medico, l’unico in grado di capire quale terapia adottare fra quelle suggerite dal computer. “È fondamentale – ricorda Fabio Moioli, Head Microsoft Consulting and Services della Microsoft – che ci sia sempre un umano che decida e non un algoritmo. L’algoritmo infatti impara da noi, anche dai nostri pregiudizi. Tutto sarà automatizzato ma non i nostri principi. Sta a noi – sottolinea – decidere come usare la tecnologia”.
Non serve evocare scenari alla ‘Blade runner’ ma nemmeno fare finta che il cambiamento non sia già in atto. Padre Paolo Benanti, docente di teologia morale ed etica delle tecnologie alla Pontificia Università Gregoriana, spiega come sia necessario parlare di un’etica denominata algoretica: “Un giorno qualcuno ha deciso che il governo degli esseri umani potesse essere dato a degli algoritmi. Ci sono alcuni sistemi che già ci stanno pensando, Singapore ne è un esempio. È chiaro che la questione sia urgente”. I rischi per Benanti sono quindi già reali: “Ci troviamo in una società in cui impera l’algocrazia per cui abbiamo bisogno della algoretica”.

Alcuni esempi pratici di come l’intelligenza delle macchine abbia bisogno della correzione dell’uomo li offre Andrea Laudadio, responsabile dell’Academy and Development di Tim. “Nei colloqui di lavoro – dice -, sappiamo che i candidati non sono esattamente sinceri. Non credo quindi che gli strumenti di intelligenza artificiale applicati nella selezione possano essere usati da chiunque senza una appropriata formazione psicologica. Mi preoccupa – continua – che ci sia una percezione di infallibilità e una sottovalutazione di questi sistemi che lavorano su serie storiche.

Se per esempio, l’azienda in passato ha poco valorizzato le donne, la mia preoccupazione è che ci possano essere dei bias cognitivi da parte della macchina che sceglierà più probabilmente uomini. La sedimentazione di questi pregiudizi potrebbe farci sembrare il risultato come un dato perfetto”.

Per aumentare la consapevolezza dell’uso che si potrà fare dei nuovi strumenti bisogna partire inevitabilmente dalla riforma della scuola. “Credo si debba lavorare sulla preparazione dei giovani non solo tecnica ma anche sulla capacità critica di leggere, elaborare”, è il consiglio di don Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Ups. “È l’uomo – continua – che deve fare le scelte etiche e possedere la capacità di comprensione tecnologica”. Migliorare le conoscenze è infine un’altra priorità. L’Italia ha bisogno di esperti dell’intelligenza artificiale e per questo al Cnr è stato creato un comitato di indirizzo che coinvolge tutte le discipline per definire un dottorato nazionale “per superare la frammentazione ed arrivare alla trasformazione digitale del Paese – commenta Marco Conti, direttore dell’Istituto di Informatica e Telematica (IIT) del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) -. Una formazione orizzontale che preveda matematica ma anche le materie umanistiche”.

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Cosa vedere nel weekend? Le novità in sala e sulle piattaforme dal 24 settembre

Agenzia SIR - Sat, 26/09/2020 - 10:23

Ultimo weekend di settembre sempre all’insegna dei film protagonisti alla 77a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, come pure di novità sul fronte delle piattaforme. Ecco il punto sulle uscite con la Commissione nazionale valutazione film Cei e l’agenzia Sir: è nei cinema il vincitore della Coppa Volpi Pierfrancesco Favino con “Padrenostro” di Claudio Noce, rilettura degli anni di piombo attraverso l’amicizia tra due preadolescenti; da più giorni c’è “La candidata ideale” della regista Haifaa Al Mansour, racconto di impegno civile sul ruolo della donna nella società saudita; poi, il dramma “Non odiare” di Mauro Mancini con Alessandro Gassmann, che esplora nel presente le fratture legate al dramma della Shoah e la preoccupante ripresa di spinte estremiste; infine, su Netflix il film per ragazzi e famiglie “Enola Holmes” di Harry Bradbeer con Millie Bobby Brown, stella di “Stranger Things”.

“Padrenostro”

Ha voluto fortemente questo film Pierfrancesco Favino, che oltre a interpretarlo lo ha anche prodotto. Parliamo di “Padrenostro” firmato da Claudio Noce, uno dei quattro titoli italiani in concorso alla 77a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e l’unico a uscirne vincitore, con la Coppa Volpi per il miglior attore. Al suo terzo lungometraggio e dopo alcune regie televisive, Claudio Noce decide di confrontarsi con una pagina sofferta della recente storia italiana, gli anni di piombo, raccontandoli dal punto di vista dell’infanzia. A imprimere ancor più pathos al racconto sono le sfumature personali: il regista condivide la tragica esperienza dell’attentato terroristico subito dal proprio padre, Alfonso Noce, ferito nel dicembre del 1976. Claudio Noce parte da quel fatto, ma ci racconta una storia altra: protagonista è Valerio (Mattia Garaci), bambino di dieci anni che assiste al ferimento del padre (Favino) sotto casa a seguito di un agguato terroristico; il padre si salva, ma Valerio non riesce a dimenticare quelle immagini. A queste circostanze così turbolente si aggiunge anche la conoscenza del quattordicenne Christian (Francesco Gheghi), dall’aria scanzonata ma irrequieta. “Padrenostro” è un film di grande fascino, marcato da evidente cura formale e da una fotografia suggestiva; un’opera tesa a schiudere la complessità degli anni del terrorismo ad altezza di bambino, con protagonisti due ragazzi, due innocenti chiamati a portare sulla proprie spalle il peso di una generazione confusa. In alcuni passaggi si colgono richiami al film “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores, lo sbocciare di un’amicizia tra due ragazzi su un terreno impervio, spingendo i toni dal dramma alla “favola”. Il film “Padrenostro” segue in parte questo tracciato, con un lavoro davvero sorprendente del regista insieme ai due giovani interpreti. Nel corso della narrazione qualcosa però scappa di mano e il binario narrativo non sempre appare compatto e solido. Senza dubbio notevole è la prova di Favino, che puntella il racconto con misura. Dal punto di vista pastorale il film da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“La candidata ideale”

Proviene sempre dalla Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, ma non dall’edizione 77. È stato, infatti, presentato in concorso nel 2019 “La candidata ideale” (“The Perfect Candidate”) di Haifaa Al Mansour, pioniera nel cinema saudita, la prima donna araba a girare a Riyad con il suo film d’esordio “La bicicletta verde” (2012). Nel nuovo film, “La candidata ideale”, la Mansour prosegue nel raccontare la condizione della donna nella società saudita, rivendicando spazi di autonomia e libertà. Un racconto però senza provocazioni, senza fratture gratuite, bensì uno sguardo che coniuga impegno e gentilezza, spingendosi verso i confini della fiaba sociale. La storia: una giovane dottoressa lavora in un ospedale di provincia, tra resistenze e pregiudizi; per una serie di circostanze, decide di candidarsi al consiglio comunale battendosi per la voce delle donne in politica. I temi alla Ken Loach ci sono tutti, ma la declinazione rimane prudente e composta senza per questo perdere di incisività. L’opera di Haifaa Al Mansour indaga con efficacia lo scenario sociale, lavorativo, ma anche il tessuto domestico e familiare, senza fare polemiche ma avanzando una chiara idea di progresso e libertà. Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto senza dubbio per dibattiti.

“Non odiare”

A Venezia77 è stato presentato nell’ambito della Settimana internazionale della critica: è “Non odiare”, l’esordio alla regia di Mauro Mancini con protagonista Alessandro Gassmann, un racconto drammatico giocato tra memoria della Shoah e amnesie del presente. La storia: Simone (Gassmann) è un chirurgo, di religione ebraica e figlio di un sopravvissuto alla Shoah; trovandosi sulla scena di un incidente causato da un pirata della strada, presta soccorso al ferito ma qualcosa in lui cambia quando vede sul corpo dell’uomo tatuata una svastica. Orrore e risentimento si scontrano nell’animo di Simone con senso del dovere e solidarietà. “Tutto giocato sull’equilibrata e intensa interpretazione di Alessandro Gassmann – indica Eliana Ariola, membro della Cnvf – il film ‘Non odiare’ si mantiene controllato e sobrio nei dialoghi ma non per questo meno efficace nel rappresentare il dilemma morale che vivono i protagonisti, lacerati dall’odio e dal risentimento, eppure quanto mai bisognosi di perdonare e perdonarsi. L’opera solleva interrogativi importanti, ai quali però non offre risposte certe, lasciando allo spettatore il compito di trovarle nel proprio cuore”. Dal punto di vista pastorale il film “Non odiare” è da considerare come complesso, problematico e adatto per dibattiti, utile in ambito educativo con adolescenti accompagnati da un educatore per riflettere sulla memoria della Shoah e sulla pericolosa ripresa di idee di matrice estremista, nazi-fascista.

“Enola Holmes”

Si torna al 221B di Baker Street ma in chiave femminile, con la sorella minore del celebre investigatore Sherlock Holmes, personaggio uscito dalla penna di Arthur Conan Doyle. Parliamo del film “Enola Holmes”, disponibile dal 23 settembre sulla piattaforma Netflix, diretto da Harry Bradbeer e interpretato nonché prodotto dalla giovane star Millie Bobby Brown, lanciata dalla serie Tv “Stranger Things”. L’opera prende le mosse dai romanzi per ragazzi di Nancy Springer (sei pubblicati tra 2006-2010) ed è ambientata sempre nell’Inghilterra vittoriana: è la storia della sedicenne Enola (la Brown), terzogenita di famiglia Holmes dopo Mycroft (Sam Claflin) e Sherlock (Henry Cavill), cresciuta con spirito di indipendenza dalla madre Eudoria (Helena Bonham Carter), attivista per diritti delle donne. Enola è arguta, perspicace e sprezzante del pericolo; l’improvvisa scomparsa della madre e l’incontro con il giovane visconte Tewkesbury (Louis Partridge) la spingono a seguire le orme del fratello Sherlock, gettandosi in una girandola di misteri e pericoli. Sia chiaro, la serie BBC “Sherlock” con il suo protagonista Benedict Cumberbatch è inarrivabile, ma “Enola Holmes” è davvero un ottimo prodotto, che allarga l’orizzonte creato da Conan Doyle in maniera originale e gustosa. Il film, quasi certamente l’apripista di una serie, avvicina il mondo di Sherlock ai ragazzi di oggi, nonché alle loro famiglie, con una decisa e bella spinta femminista. In “Enola Holmes” troviamo anche un po’ dei “Goonies” e di “Indiana Jones”, o meglio delle “Avventure del giovane Indiana Jones”. Tutto gira alla perfezione con una narrazione avvincente e brillante, sorretta da attori britannici di primo piano. La Brown, in particolare, mette a segno un ruolo che la fa decollare dal mondo di “Stranger Things”. Dal punto di vista pastorale “Enola Holmes” è consigliabile e nell’insieme brillante.

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Marisa Manzini (procuratore agg. Cosenza): “Contro le mafie collaborazione indispensabile tra Stato e Chiesa”

Agenzia SIR - Sat, 26/09/2020 - 10:17

Lo scorso 18 settembre, a Roma, presso il museo delle Civiltà, è stato presentato il “Dipartimento per l’analisi e il monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi” della Pontificia accademia mariana internazionale. Obiettivo, “liberare la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose”. Tra i membri della task force, anche Marisa Manzini, procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Cosenza. Il Sir l’ha intervistata.

Qual è, dal suo punto di vista, l’apporto che un magistrato calabrese come lei può dare a questa Commissione?
Sono anzitutto onorata di essere stata individuata come magistrato che possa portare, attraverso la sua esperienza, degli elementi di utilità per affrontare i temi oggetto del Dipartimento. Ho esperienza presso la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, dove ho svolto per anni numerosi indagini sulla mafia del territorio vibonese, che in Calabria è una delle organizzazioni criminali tra le più forti e le più violente. Conosco, per avervi svolto il ruolo di sostituto procuratore, il difficile territorio di Lamezia Terme. Attualmente sono a Cosenza, dove la criminalità è un po’ diversa, è quella dei colletti bianchi, ma risente molto dell’influenza delle organizzazioni criminali del territorio. Il mio sarà uno degli apporti, da realizzare mediante un confronto con gli altri membri nominati.

Quale la missione del Dipartimento?
Siamo chiamati a elaborare una strategia per dare alla gente un messaggio chiaro: non ci può essere alcun tipo di contatto, non solo commistione, tra religione e criminalità mafiosa.

A cosa servono le manifestazioni religiose alle organizzazioni criminali? Perché ci tengono tanto?
Ci tengono tanto perché la religione è una forma di cultura, forse quella più diffusa, soprattutto nel Mezzogiorno. Lo dimostra il fatto che ci sono tante persone analfabete ma che conoscono bene i precetti religiosi.

Utilizzare la religione, strumentalizzarla a fini propri, significa ottenere consenso popolare.

Su questo la ‘ndrangheta, ad esempio, si fa forza. Se poi si accostano riti religiosi a riti ‘ndranghetisti si fa una tale confusione che la gente tende in qualche modo ad avvicinarsi all’organizzazione criminale perché la sente vicina alla sua cultura.

Pensiamo ai famosi inchini e alle processioni sotto le abitazioni dei boss.
Pensiamo a questo ma anche all’utilizzo dei termini religiosi. Ad esempio, quello di “battesimo”. Per le cerimonie svolte all’interno della ‘ndrangheta, poi, viene anche fatto uso dei santini. Così, tali cerimonie si riportano a quelle religiose, ma sono lontane anni luce da esse.

Questo Dipartimento può assumere un ruolo significativo.
Dovrebbe assumere proprio questa linea di pensiero, quella di mettere insieme diverse professionalità, provenienti da estrazioni completamente differenti, per realizzare un’azione comune. Anzitutto, quella di far comprendere alle giovani generazioni, che si devono formare, di crescere avendo le idee chiare. Questo non deve significare, però, lasciare da sole le persone più adulte.

Come agire a livello di formazione?
Con l’avvio di questa nuova attività, abbiamo l’idea di incontrarci per elaborare un progetto che ci consenta di entrare nel mondo dei giovani e confrontarci con loro per far conoscere cosa significhino criminalità organizzata, ‘ndrangheta, mafia.

Eppure tanto è stato fatto in questi anni, sia da parte dello Stato che da parte della Chiesa. È importante agire in sinergia?
Assolutamente sì. Mantenendo la distanza necessaria tra le Istituzioni, la collaborazione è indispensabile. Quello dello Stato e quello della Chiesa sono due mondi che si devono incontrare per collaborare insieme.

Secondo la sue esperienza, come è cambiato il rapporto della criminalità organizzata con la religione è allo stesso tempo l’impegno della Chiesa nel contrasto alle mafie?
Sicuramente la criminalità organizzata continua a mantenere fermi i propri principi immorali e a usare simboli, terminologia e riti religiosi. Lo abbiamo visto anche dopo la visita e l’intervento di papa Francesco a Cassano (21 giugno 2014, ndr), perché ci sono stati altri inchini e situazioni attraverso cui la criminalità ha manifestato la volontà di fagocitare la religione. Sicuramente da parte del mondo cattolico e religioso c’è una presa di coscienza molto più importante, espressa ad esempio anche dalla stessa Conferenza episcopale calabra, che ha preso delle posizioni di assoluta distanza dalle mafie, nonché di impegno nel combattere la criminalità organizzata. Non possiamo negare però che nei nostri territori, malgrado ciò, ci sono ancora dei momenti di vicinanza di alcuni sacerdoti alle organizzazioni criminali, soprattutto nei paesi piccoli. Anche la Chiesa deve continuare a fare, al suo interno, un’opera di sensibilizzazione forte.

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L’inchino e la gestualità del corpo

Agenzia SIR - Sat, 26/09/2020 - 10:17

Piegare la statua, farle fare un percorso “obbligato” per costringere il corteo di una processione a passare davanti a questa o a quella abitazione è un gesto di sudditanza tante volte accompagnato dall’ostentazione di una cospicua e pubblica offerta fatta al santo. Ma se è vero questo, è altrettanto vero che l’inchino di una statua, il fermarsi (anche per un attimo) di una processione presieduta dal sacerdote, con tanto di autorità civile e militare, è una vera e propria legittimazione che il boss vuole ricevere. Al mafioso-ndranghetista importa poco la devozione cristiana, perché vive una vita antievangelica fatta di soprusi, atti criminali, perfino di omicidi e vendette. L’inchino è qualcosa di più. È un fatto culturale che pervade e penetra nelle midolla della socìetas calabrese più di quanto immaginiamo. Il capo mafia, il capo bastone, vuole l’inchino e gli basta. Non vuole altro, non pretende nulla da un popolo di poveri o di pezzenti. Vuole solo quel riconoscimento, quell’atto di sudditanza che in passato (quando si usavano le coppole) era togliersi il cappello in sua presenza, oppure passando davanti alla sua abitazione. Una vera e propria gestualità (liturgia del corpo), una meta-comunicazione fatta di baciamano, inchini, dallo scoprirsi il capo o abbassare la testa. Lì il capo si sente capo, il boss è soddisfatto nel suo super-Io che trova nei gesti della debolezza e della paura un terreno fertile dove seminare i semi della malapianta. Essa attecchisce proprio in questo terreno già preparato da silenzi, dall’obbligo del rispetto dovuto, dalle paure di essere messo al bando dalla comunità, e poi cresce con continue manifestazioni di ossequio, pretese assurde, fino a disporre della vita e delle cose degli altri. Alla Chiesa il compito di educare e la forza profetica di indignarsi, allo Stato quello di vigilare ed intervenire, al cittadino (che non va lasciato solo) il coraggio di non abbassare il capo davanti ai “signori” durante le diverse processioni liturgiche ma anche della vita. Loro ci provano, ci provano sempre, in ogni occasione, ma noi dobbiamo spezzare in qualche modo questa spirale.

(*) direttore del settimanale diocesano “Parola di Vita”- Cosenza

 

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Ru486: Noia (Univ. Cattolica): “Né sicura, né indolore, né semplice da usare. Tende a silenziare la verità della relazione mamma-figlio”

Agenzia SIR - Sat, 26/09/2020 - 10:07

Le nuove modalità introdotte dalle Linee di indirizzo sull’interruzione volontaria di gravidanza con la Ru486, emanate dal ministero della Sanità lo scorso 12 agosto – estensione della possibilità di assumere la pillola abortiva fino a 9 settimane compiute di età gestazionale (contro le 7 precedenti), presso strutture ambulatoriali pubbliche collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, consultori, o day hospital, “tendono a silenziare ulteriormente l’evidenza scientifica della relazione mamma – figlio che si crea fin dai primi istanti”,sostiene Giuseppe Noia, docente di Medicina dell’età prenatale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore dell’Unità operativa complessa hospice perinatale del Policlinico Agostino Gemelli e presidente dell’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc).

Giuseppe Noia

“Ancora una volta – afferma al Sir – non si vuole vedere il grande miracolo della relazione tra madre e figlio che si instaura fin dai primi istanti, dimostrato dalla scienza e testimoniato dalla sofferenza di tante donne dopo un aborto spontaneo a 7-8 settimane di gestazione”. “Ne ho seguite più di 400 – prosegue – e tutte mi hanno confidato un profondo dolore incompreso dagli altri; il dramma di una lacerazione che è indipendente dall’età gestazionale o dalle dimensioni del feto, legata alla perdita della presenza di un figlio”.

Ma a dirlo non è solo il cuore. In base alla letteratura scientifica, spiega Noia, “l’embrione riceve da subito ossigeno e nutrizionali dalla madre, ma già dalla quarta settimana di gestazione inizia una relazione di scambio perché il feto sviluppa pattern sensoriali in termini di gusto e olfatto, e invia alla mamma attraverso la placenta cellule staminali che possono circoscrivere o addirittura guarire alcune patologie materne. Una misteriosa ‘simbiosi materno-fetale’ la cui interruzione crea un profondo senso di perdita nella madre”.

Dopo questa premessa, l’esperto sottolinea le conseguenze psico-fisiche, immediate e a distanza, dell’utilizzo della Ru486 che definisce

“non sicura, né indolore, né semplice da utilizzare”.

“A chi la definisce conquista di civiltà e di libertà vorrei chiedere: ma di che civiltà e libertà stiamo parlando? Non si tratta di eliminare con una pillola un mal di testa; qui sono in gioco un essere umano e il vissuto di sua madre perché l’aborto uccide anche una parte della donna, della sua memoria e della sua fecondità”. Noia segue da molti anni l’abortività spontanea: “Per elaborare questa perdita e riaprirsi alla vita queste pazienti hanno bisogno di un percorso medico-biologico ma anche psicologico perché la ferita che rimane loro nella mente e nel cuore può incidere negativamente anche sulla loro fecondità e riapertura alla vita. Figuriamoci quella di un aborto provocato e vissuto da una donna che, assunta una pillola, deve monitorare a casa come attrice protagonista l’agonia del proprio figlio”. Un processo che talvolta “può durare fino a due settimane, mentre il British Medical Journal riferisce che nel 56% dei casi in età gestazionale elevata la donna subisce l’esperienza devastante di vedere l’embrione espulso con tutto il sacchetto gestazionale”.

Per quanto riguarda la presunta sicurezza della Ru486, Noia ricorda che secondo l’American College of Obstetricians and Gynecologists e il britannico Royal College of Obstetricians and Gynecologists, l’estensione della procedura oltre la settima settimana di gestazione espone maggiormente la donna al rischio di gravi emorragie e di trasfusione,mentre la Fda informa che “a dicembre 2018 sono stati accertati negli Usa 24 decessi legati all’utilizzo della Ru486”. “Un dato sottostimato, riferito solo agli accertamenti autoptici che molte famiglie non possono permettersi”, il commento del ginecologo. Nel nostro Paese, l’Osservatorio sulla sorveglianza della mortalità materna dell’Istituto superiore di sanità rende noto che “in 40 anni di Ivg chirurgica si è verificato un decesso, mentre le morti correlate alla Ru486 introdotta 10 anni fa sono state due.

L’aborto farmacologico ha una mortalità 10 volte superiore rispetto all’aborto chirurgico.

Come si può parlare di sicurezza per la donna?”, si chiede l’esperto. Ma c’è di più: il britannico National Institute for Health and Care Excellence (Nice), incaricato di stabilire le buone pratiche di condotta clinica, riferisce che in diversi casi la gravidanza prosegue anche dopo l’assunzione della pillola abortiva, dato che la placenta da sette a nove settimane riesce ad essere molto più coesa con l’utero della madre, cosicché la donna si trova di fronte ad un devastante dilemma: “proseguire la gravidanza con il rischio che la pillola possa avere creato malformazioni nel nascituro, ripetere la procedura con un dosaggio più elevato e rischio di maggiori complicazioni, oppure ricorrere all’aborto chirurgico”.

Quella di Noia è una bocciatura su tutta la linea perché “chi sostiene che l’abolizione dell’obbligo di ricovero per tre giorni comporti notevoli risparmi per la spesa sanitaria non considera il costo economico e sociale per la comunità dei danni psicologici prodotti dalla Ru486, oltre al fatto che in caso di insuccesso bisogna ricorrere all’intervento chirurgico. Se fino alla settima settimana l’insuccesso era fino al 5%, nelle settimane successive sale fino al 10%”.

L’auspicio del professore è che queste linee di indirizzo non vengano rese operative. Essendo linee guida e non regole obbligatorie, i governatori delle Regioni potrebbero fare scelte diverse. “Abbiamo chiesto che non vengano rese operative – conclude – perché i presupposti su cui si basano– come il basso rischio dell’aborto farmacologico – non sono fondati. Inoltre forzano la legge 194 che prevede che l’aborto debba avvenire in strutture ospedaliere, e stravolgono la funzione dei consultori che sempre secondo la 194 dovevano esser luoghi deputati a offrire alternative e aiuto alla donna che avesse deciso di interrompere la gravidanza. Questa legge, che ritengo profondamente iniqua e ingiusta, trova nelle nuove linee guida un’estensione ancora più malefica”.

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Formica (Tor Vergata): “Roma da sempre laboratorio culturale di convivenza tra laici e cattolici”

Agenzia SIR - Fri, 25/09/2020 - 17:19

Con la caduta dello Stato Pontificio si verificano convivenze positive tra laici e cattolici che concorrono a formare la società civile di Roma. Negli anni la Chiesa ha influenzato la dimensione culturale della città fino a farne una realtà internazionale. Se ne è parlato nel convegno concluso ieri, 24 settembre, in Campidoglio, dal titolo “Roma Capitale: la città laica, la città religiosa (1870-1915)”, promosso dalla Fondazione Camillo Caetani, in collaborazione con la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, il Centro Studi “Roma 800”, l’Istituto Luigi Sturzo, la Società Romana di Storia Patria, con il patrocinio dell’Università di “Tor Vergata”.
Il Convegno ha esaminato, tra l’altro, l’evoluzione dell’atteggiamento dei cattolici all’indomani della breccia di Porta Pia: “un fenomeno”, spiega al Sir Marina Formica, docente di Storia Moderna presso l’Università di “Tor Vergata”, “che ha interessato molte altre città, ma che ha caratterizzato in modo particolare Roma”.

Roma Capitale compie 150 anni. Perché avete dedicato quattro giorni di studio e approfondimento al tema?
Si tratta di una ricorrenza molto importante e significativa, che purtroppo non è stata ricordata adeguatamente non solo dalla cittadinanza, ma anche dal Paese. Per questo abbiamo voluto che il convegno, di carattere internazionale, si tenesse in Campidoglio, per offrire un messaggio alla popolazione e alle Istituzioni. Compresa la scelta di farlo in presenza. Dal punto di vista del metodo volevamo porci come una buona pratica da seguire, anche in tempi difficili come quelli del Covid-19. La sensazione è infatti che la cultura in questo momento stia arrancando. Si sono aperte discoteche, sale bingo, ma gli spazi dedicati ad essa mancano. Noi volevamo, quindi con tutte le precauzioni necessarie, ribadire la sua centralità e il suo ruolo attivo oggi più che mai.Se dovesse fare un bilancio del convegno?
Da un punto di vista storiografico sicuramente positivo perché sono emerse tematiche nuove, che hanno riguardato soprattutto la necessità di esaminare i fenomeni sul lungo periodo evitando le contrapposizioni: Roma italiana, Roma pontificia, Roma laica, Roma religiosa. E poi l’esigenza forte di incidere sulla coscienza non solo dei romani ma degli italiani ricordando il ruolo della storia, come unico strumento per capire il presente e costruire il futuro.

Possiamo dire che Roma dalla breccia di Porta Pia nel 1870 ad oggi ha rappresentato un laboratorio di convivenza tra laici e cattolici?
Sicuramente. Forse in qualche modo lo era anche prima sebbene possa sembrare paradossale. E’ però con la breccia di Porta Pia che si assiste a vere e proprie convivenze miste con tutti gli adattamenti necessari dall’una e dall’altra parte, che vanno a vantaggio della società civile e soprattutto, come ha fatto notare recentemente lo stesso papa Francesco, della comunità cattolica nel suo insieme.

Qual è l’atteggiamento dei cattolici all’indomani della caduta dello Stato Pontificio?
Anche in questo caso sono atteggiamenti frastagliati. Abbiamo esaminato in particolare i comportamenti di diversi gruppi aristocratici. Sappiamo che l’aristocrazia viene divisa in nera e bianca, quella fedele al Papa e quella vicina al nuovo governo. Ma di fatto all’interno degli stessi nuclei familiari ci furono posizioni differenti: ora di adesione ai nuovi dirigenti del Paese, ora di attaccamento alla gerarchia e alla Curia romana.

Il rapporto tra Roma Capitale e la Chiesa, tuttavia, non è stato sempre positivo…
Nei primi tempi fu un rapporto di contrapposizione, almeno a livello ufficiale. Di fatto, però, ci furono situazioni ibride e molto più sfumate. Il Papa, come è noto, non accettò la legge delle guarentigie con cui lo Stato italiano si impegnava a garantirne la figura e parte delle proprietà. Ci fu poi l’emanazione del “Non expedit” che vietò la partecipazione dei cattolici alla vita politica. Tuttavia si crearono delle dinamiche che sfoceranno anni dopo nella fondazione del Partito Popolare italiano fino ai Patti Lateranensi del 1929.

Quanto la Chiesa ha influenzato la dimensione culturale della città?

Credo che sia stata la funzione principale della Chiesa.

Perché se Roma è stata scelta come capitale in virtù del suo essere universale, cosmopolita, è stato proprio grazie a una storia secolare che ne aveva contraddistinto la formazione e l’evoluzione. Roma è una città poco municipale come dissero i protagonisti del governo sabaudo. E questa scarsa localizzazione è stata proprio favorita dalla presenza della Chiesa che ne ha fatto nei secoli una città internazionale. Pensiamo al numero delle ambasciate, delle Corti cardinalizie, ai pellegrini che venivano costantemente per visitarla. Quindi Roma è sempre stata una città multietnica grazie alla Chiesa.

Perché da anni Roma sembra in difficoltà nella gestione civica della città?
La questione è complessa. Certamente i problemi sono innumerevoli, ma quello che si percepisce è l’assenza di un progetto di città. Cioè non si lavora più sui lunghi periodi, e questo vale per Roma ma anche per altre realtà, sebbene per la Capitale sia particolarmente evidente. Una mancanza che ci ha portato a vivere con affanno i problemi del presente. La Chiesa ha invece sempre avuto una sua idea di città investendo in modo importante sulla cultura. Ora tutto ciò manca e la natura di Roma, come capitale culturale che potrebbe essere di grande attualità e modernità nei circuiti geopolitici mondiali, viene appannata proprio da questa scarsa lungimiranza nell’idea di costruzione di una città nuova, più adatta ai tempi. Spetta quindi alla società civile restituirle la sua dimensione.

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Catechesi. Al via il convegno dell’Ufficio nazionale: “Nasce una stagione feconda”

Agenzia SIR - Fri, 25/09/2020 - 14:50

Quella che comincia viene presentata come “una stagione laboratoriale” per la catechesi in Italia, perché in seguito alla pandemia “si possono mettere in atto piste di lavoro importanti anche per il suo rinnovamento”. E un momento fondamentale, in quest’ottica, è il convegno nazionale dell’Ufficio Catechistico della Cei, al via da oggi online. Si tratta del primo convegno svolto con questa modalità per i direttori degli Uffici catechistici diocesani, ma anche per tutti i catechisti delle parrocchie italiane, che lo potranno seguire in diretta sui canali social Cei. Con la partecipazione dell’arcivescovo Erio Castellucci, di don Roberto Repole, Pier Cesare Rivoltella e Pierpaolo Triani, è incentrato sul tema “Ripartiamo insieme”. Parole che riprendono il titolo del documento che presenta le linee guida nazionali. “Un testo interessante non solo per i contenuti, ma per il processo che lo ha sostenuto. Perché è il frutto di un lavoro di condivisione tra gli uffici catechistici regionali con le associazioni laicali”, spiega Triani, docente all’Università Cattolica.

Il messaggio del convegno. La pandemia, il suo picco più alto, un momento di prova anche per il catechismo. Che ha scoperto percorsi alternativi agli incontri in presenza. Adesso, la ripresa più intensa dell’attività pastorale. E ciò vale anche per la catechesi. “In questi mesi la vita delle parrocchie non si è fermata, si è trasformata”, ricorda Triani, che si sofferma sul messaggio del convegno: “C’è una Chiesa in Italia che in questi mesi ha lavorato, ha pensato, si è confrontata. E adesso vuole fermarsi a riflettere per continuare a camminare, facendo i conti con la realtà che stiamo vivendo”.

“Da un lato, ci ritroviamo nell’importanza di far ripartire i percorsi di catechesi con maggior ordinarietà, dall’altro lato però ci rendiamo conto che non può essere semplicemente la ripresa di quello che si faceva prima”.

Un ritorno al passato tale e quale, dunque, non è possibile. Ma un ritorno al passato con la ricchezza rimasta dal momento più difficile della pandemia sì. In sostanza, “si deve arricchire quello che si faceva prima con una nuova prospettiva, che ponga al centro la valorizzazione di una pluralità di linguaggi”, sottolinea Triani.

Pluralità dei linguaggi. Saper utilizzare al meglio le nuove tecnologie, ovvero connessioni più veloci, informazioni che circolino più velocemente, utilizzo di testi e video con maggior agilità. Ecco l’eredità, la risorsa, che dalla pandemia i catechisti possono valorizzare. “Ma occorre un uso intelligente – precisa Triani -. Perché non dobbiamo confondere la connessione con la relazione, la visione di un testo o di un video con la sua comprensione”.

“Abbiamo imparato a utilizzare nuove tecnologie che aumentano le nostre risorse senza sostituire le vecchie”.

Il tema dei nuovi linguaggi non riguarda soltanto le tecnologie, ma l’importanza di riscoprire il valore del “fare esperienza”. Che “è diverso dal parlare di qualcosa”.

“Non fermiamoci soltanto alla lettura di alcuni testi. Facciamo parlare l’arte, la musica, la vita dei bambini, dei ragazzi, degli adulti. Questo vuol dire pluralità dei linguaggi. Facciamo parlare la ricchezza dell’anno liturgico. E mettiamo al centro la Parola di Dio”.

Secondo Triani, adesso “nasce una stagione feconda per la catechesi”. Due, le fonti principali indicate per costruirla: le linee guida della Cei e il recente direttorio. Con un’attenzione particolare rivolta a “una catechesi inclusiva, a misura di tutti”. Il riferimento è alla realtà delle persone più fragili o con disabilità.

Una comunicazione generativa. Pier Cesare Rivoltella, docente all’Università Cattolica e presidente della Società italiana di ricerca sull’Educazione mediale, approfondirà il tema dal punto di vista della comunicazione e dei linguaggi: “In seguito alla pandemia, per i catechisti vi è una necessità di ripensare spazio e tempo del lavoro”.

“La catechesi vede prolungarsi i suoi tempi. Con la disponibilità degli ambienti online la comunicazione catechistica esonda rispetto ai suoi tempi settimanali canonici, mentre si allargano e si estendono gli spazi”.

Dopo aver indicato questa dinamica, Rivoltella ribadisce che la comunicazione del catechista è generativa, perché “crea le condizioni per attivare le persone”. E qui le novità per il ruolo del catechista: “Cambia il modo di vivere i messaggi che comunica, perché si trasformano anche in esperienza. Nella misura in cui la comunicazione digitale è una comunicazione pragmatica, è un dire che diventa subito fare”.

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In Friuli la Bibbia si fa mosaico

Evangelici.net - Fri, 25/09/2020 - 09:59
Nel borgo friulano di Cercivento prosegue il progetto "Una Bibbia a cielo aperto": dal 2012 le facciate dei palazzi pubblici e delle case private vengono arricchite da mosaici che raccontano vicende bibliche accompagnate da versetti tratti dalle Sacre Scritture, creando, nelle intenzioni, "un vero e proprio percorso culturale e di riflessione spirituale". foto: ilfriuli.it
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Mons. Fisichella sul nuovo Direttorio: “La Chiesa italiana ha una storia straordinaria di catechesi, utilizzare tutti i nuovi media”

Agenzia SIR - Fri, 25/09/2020 - 09:52

“Quello del catechista deve essere riconosciuto come un ministero. Non è più sufficiente dare il primato della catechesi a tutta la comunità cristiana. La catechista e il catechista sono una parte fondamentale delle nostre comunità e hanno il grande compito di trasmettere la fede, all’interno di una ministerialità peculiare e tipica”. Non usa giri di parole mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, nel presentare il nuovo “Direttorio per la catechesi” in occasione del convegno dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei.

Eccellenza, si tratterebbe di una novità significativa nella vita della Chiesa.

La Chiesa italiana vive una straordinaria storia nei confronti della catechesi. È stata tra le prime a dover assumere su di sé le novità del Concilio Vaticano II e inserirle nel processo della catechesi. Tra le prime Chiese a livello internazionale, la Chiesa italiana ha realizzato i testi di catechismo per tutte le età.

Adesso è il momento di ritornare su questa storia e agevolare la dimensione della formazione. Vorrei l’assunzione della ministerialità dei catechisti. Credo sia ormai giunto il momento.

Il Direttorio per la catechesi è stato pubblicato 23 anni dopo quello del 1997. È passata una generazione, ma è cambiata un’epoca.

Siamo dinanzi alla sfida della cultura digitale. I nativi digitali vivono una cultura differente, che non ha riscontro nei duemila anni della nostra storia. Siamo sempre stati abituati a una cultura regionalizzata, alle identità locali. Oggi la cultura è globalizzata. Le categorie di spazio e tempo sono venute meno. Il linguaggio è cambiato e ha portato a comportamenti differenti. È fondamentale, dunque, che la catechesi entri in questo processo di trasformazione.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Durante le lunghe settimane di lockdown, la Chiesa si è sperimentata sui nuovi media. È un passo avanti o un terreno pericoloso?

Sarò futurista, ma nella nuova cultura digitale gli strumenti che abbiamo a disposizione devono essere tutti inseriti nel processo di catechesi. Tempo fa ho incontrato una catechista che mi ha raccontato come una volta, prima dell’ora di catechismo, abbia fatto lasciare in un cesto i cellulari dei ragazzi. Le ho detto sorridendo: “Probabilmente è stata la sua peggiore ora di catechesi”. Quei ragazzi e quelle ragazze vivono con il cellulare in mano. La catechesi deve essere fatta all’interno di quello strumento, non eliminandolo.

Entrare nella cultura significa portare il Vangelo nel mondo che vive l’adolescente.

Privarlo di quello significa togliere qualcosa di fondamentale e non aiutarlo a riflettere.

Quale rapporto lega l’evangelizzazione e la catechesi?

Il Direttorio è uno strumento utile per il rinnovamento della catechesi, fissando principi e linee guida. Bisogna tenere unite l’evangelizzazione e la catechesi. Ma il primato spetta all’evangelizzazione, che esprime e offre alla catechesi le condizioni fondamentali perché possa realizzarsi come coerente trasmissione della fede.

Il Direttorio è uno strumento universale, che si rivolge alla Chiesa cattolica nel mondo e non soltanto all’Italia.

Siamo arrivati a più di 10 traduzioni, ormai è quasi ultimata quella cinese e a breve quella araba. La catechesi è importante nella vita della Chiesa.

In Italia e in Europa, si sono diffuse prassi di catechesi che utilizzano la dimensione del catecumenato.

In alcuni Paesi, dove è più forte il tasso di secolarismo, hanno riscoperto il valore del catecumenato.

foto SIR/Marco Calvarese

Papa Francesco non si stanca di ripetere che “la Chiesa cresce nel mondo per attrazione e non per proselitismo ma per attrazione”…

Il catechista è un cristiano credibile che trasmette la fede. La dimensione della credibilità è costitutiva. Anche per questo, il compito del catechista è un vero ministero nella Chiesa. Non soltanto si trasmette, ma si trasmette con la vita. La catechesi non è una lezione, non la si fa in un’aula, non si sostituisce il testo di scuola con il catechismo. Coinvolge la vita e deve aiutare a scoprire la bellezza dell’incontro con Cristo. Ma ci sono tante strade che si possono percorrere nell’annuncio. Una grande opportunità per la Chiesa italiana è la via della bellezza. Abbiamo una ricchezza straordinaria di arte che è stata realizzata dalla fede delle generazioni che ci hanno preceduto: cattedrali, chiese, musiche sacre, letteratura. È una fonte peculiare della catechesi che deve essere sviluppata.

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Jahier (Ue): “Rinascimento europeo, il momento è ora”

Agenzia SIR - Fri, 25/09/2020 - 09:42

Due anni e mezzo come presidente del Comitato economico e sociale europeo sono pochi, in particolare in quest’epoca di rapide trasformazioni in cui siamo stati testimoni di quanto possano essere fragili le nostre democrazie, le nostre società e il nostro pianeta, e di come i cambiamenti possano divenire la nostra realtà quotidiana.
Nell’aprile 2018 ho assunto la presidenza del Cese con l’idea che dovessimo riscoprire lo spirito umanistico del Rinascimento per accelerare il nostro cammino verso un’Europa sostenibile. A ridosso della Brexit e con le elezioni europee alle porte ero consapevole che la società civile aveva un ruolo cruciale da svolgere nell’orientare l’economia e le società europee verso modelli più sostenibili e intelligenti. Giunto al termine del mio mandato posso dire che

l’Europa ha mostrato ancora una volta la sua resilienza.

Alle elezioni europee dello scorso anno i nazionalisti e gli euroscettici sono usciti sconfitti e il modo in cui l’Europa ha affrontato la pandemia di Covid-19 ha indubbiamente assestato un duro colpo alla loro narrazione di falsità.

L’Ue ha adottato misure senza precedenti e nel giro di pochi mesi ha infranto tabù impossibili da scalfire, tutelando i cittadini e le comunità e investendo in una solida strategia per il nostro futuro, con il più ampio consenso mai riscontrato.
Negli ultimi sei mesi gli europei hanno veramente dimostrato quanto questo spirito di consenso sia forte. Abbiamo dimostrato cosa si può realizzare se ci fidiamo gli uni degli altri, se ci fidiamo delle nostre istituzioni europee.
Ad oggi, l’insieme delle misure già esecutive superano i 5 trilioni di euro, una somma superiore di cinque volte il piano Marshall a prezzi attualizzati. L’Europa è la nostra forza.Sono sempre più convinto che le tre priorità della mia presidenza, vale a dire sviluppo sostenibile, pace e cultura, continuino a essere al centro di questo Rinascimento dell’Europa. La pandemia sarà pur stata un campanello di allarme, ma stavamo già assistendo ai cambiamenti climatici e all’intensificarsi di eventi meteorologici estremi.
Il piano europeo di ripresa costituisce un’opportunità unica per evitare scenari apocalittici e trasformare l’Europa in un leader mondiale della sostenibilità. #NextGenerationEu è la nostra vera occasione per far sì che i cambiamenti siano definiti da progettualità e non da una calamità o dal volere di altri Paesi. E la nostra occasione per rispolverare una vera economia dal volto umano e solidale.
La società civile può assumere un ruolo guida in questo senso. Siamo stati i primi, tra le istituzioni dell’Ue, ad ascoltare Greta Thunberg e i giovani attivisti per il clima che scendono in piazza per sollecitare un cambiamento immediato.
Noi al Cese siamo stati i primi a diffondere modelli di economia circolare e sviluppo sostenibile. Le nostre organizzazioni, al fianco dei governi locali, continueranno a essere in prima linea nell’attuazione del piano di ripresa dopo la pandemia, adoperandosi per evitare il caos.
Durante la mia presidenza abbiamo promosso una società civile dinamica e attiva che chiede di essere adeguatamente coinvolta, al di là del mandato stabilito dal trattato.
Ora ci troviamo alla vigilia della Conferenza sul futuro dell’Europa che costituisce un’opportunità per portarci, tutti insieme, verso una nuova Europa. Settant’anni fa, nella sua dichiarazione, Robert Schuman ha affermato che la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Mai nel corso della storia e in nessuna parte del mondo le donne e gli uomini hanno vissuto un periodo di pace, stabilità e prosperità economica lungo quanto quello odierno; mai vi è stata una garanzia delle libertà e dei diritti come al giorno d’oggi in Europa.
Tuttavia, come ben sappiamo, non possiamo adagiarci sugli allori.

L’Europa è stata messa alla prova da numerose crisi, questa volta più che mai in passato.

Sono certo che abbiamo energia e creatività sufficienti per uscirne di nuovo più forti, tutti insieme.
È giunto il momento di mostrare ancora una volta di essere all’altezza della sfida, mostrando una maggiore apertura al cambiamento e avanzando proposte tangibili su come ricostruire l’Europa partendo “da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”, come disse Schuman.
La rEUnaissance sarà realizzata da uomini e donne che hanno il coraggio di innovare, sognare, impegnarsi, rischiare, coltivare un senso di responsabilità collettivo, il che richiede intelligenza emotiva e un realismo appassionato e illuminato. Sì, ce la possiamo fare.

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Jahier (EU): “European renaissance, the time is now”

Agenzia SIR - Fri, 25/09/2020 - 09:42

Two and a half years as President of the European Economic and Social Committee are few, especially in this age of dramatic transformations that evidenced the extent to which our democracies, our societies and our planet are fragile, and the extent to which such transformations can become our daily routine.

In April 2018 I took over the presidency of the EESC in the belief that we needed to rediscover the humanistic spirit of the Renaissance in order to hasten our progress towards a sustainable Europe. In the wake of Brexit and ahead of the European elections I understood that civil society had a crucial role to play in guiding European economy and societies towards more sustainable and intelligent paradigms. Upon the conclusion of my term of office it’s safe to say that

Europe has once again shown its resilience.

In last year’s European elections nationalists and Eurosceptic groups were defeated, and the way in which Europe responded to the Covid-19 pandemic undoubtedly dealt a severe blow to their narrative of falsehoods.

The EU has taken unprecedented measures, and over the course of just a few months it shattered hitherto unscathed taboos, protecting citizens and communities and investing in a solid strategy for our future, with the broadest consensus ever.

In the past six months Europeans gave concrete evidence of the intensity of such consensus. We have shown just how much can be achieved if we trust each other, if we trust our European institutions.

To date, the set of measures already in place exceeds €5 trillion, a sum five times larger than today’s value of the Marshall Plan.  Europe is our strength.

I firmly believe that the three priorities of my presidency, namely sustainable development, peace and culture, remain at the heart of Europe’s Renaissance. The pandemic was a wake-up call, but climate change and the intensification of extreme weather events were taking place already.

The Recovery Plan for Europe is a unique opportunity to avert apocalyptic scenarios and transform Europe into a global beacon of sustainability. #NextGenerationEu is a major opportunity to deliver planned transformations that are not shaped by calamities or by the intentions of other countries. It’s our window of opportunity to revitalize an economy based on humanity and solidarity.

In this respect, civil society can play a leading role. We were the first among EU institutions to pay heed to Greta Thunberg and to the young climate activists taking to the streets, requesting immediate action for change.

We at EESC were the first to disseminate circular economy and sustainable development models. Our organizations, alongside local governments, will continue being at the front line with regard to the implementation of the post-pandemic recovery plan, making every effort to prevent havoc.

Under my presidency we fostered a dynamic and active civil society asking to be actively involved, over and above the mandate stipulated by the Treaty.

We are now on the eve of the Conference on the future of Europe: an opportunity to work together towards a new Europe.

Seventy years ago, in his Declaration, Robert Schuman affirmed that world peace cannot be safeguarded without the making of creative efforts proportionate to the dangers which threaten it. Never in the course of history and nowhere in the world have women and men experienced such a long-lasting period of peace, stability and economic prosperity; never before have freedoms and rights been guaranteed as they are in Europe today. However, as we well know, we cannot rest on our laurels.

Europe has been put to the test by numerous crises, this time more than ever before.

I believe we have enough energy and creativity to come out of this crisis once again stronger, all of us together.

Now is the time to rise to the challenge once again, with greater willingness to change and putting forward practical proposals on the reconstruction of Europe “through concrete achievements which first create a de facto solidarity,” as Schuman said.

The rEUnaissance will be accomplished by men and women who have the courage to innovate, to dream, to engage, to risk, to cultivate feelings of collective responsibility. This requires emotional intelligence coupled with passionate and enlightened realism. Yes, we can succeed.

 

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Mons. Russo: “These are trying times that require proximity”

Agenzia SIR - Thu, 24/09/2020 - 16:56

“We are still facing difficult times. The Church wishes to live through these trying times and be close”, said Msgr.  Stefano Russo, Secretary General of the Italian Bishops’ Conference (CEI), during the concluding press conference of the Permanent Council of Italian Bishops, held in Rome in the last few days. “Being close to one another”, for Msgr. Russo, is the greatest need that emerged during “the time of isolation” caused by the Coronavirus: “Not only physically, but also before the many difficulties we will be called to face in the future.” The bishops’ invitation is to engage in “an open dialogue”: “We have no pre-constituted solutions but experiences that are filling Church action with meaning and purpose”, as occurred during the lockdown, when the Italian Church “managed to address this ordeal and engage in meaningful activity.” “Interaction, dialogue, in-depth analysis” will be the key words of the next Assembly of the Bishops’ Conference, to be held from 16 to 19 November, during which the prelates will reflect “on the shape the Church might need to take, starting with a process of essentiality” based on the “concrete needs” of people and families and the “creation of bonds of fraternity between people, regardless of their cultural and religious affiliation.” Responding to a question regarding the decision of the Italian Church to create a diocesan Coordination after the meeting in Bari last February, Russo defined the event “a prophetic meeting, fruit of the dialogue of the Holy See.” The prelate said that the Coordination is meant to foster “the continuation of this path, promoted by the Italian Church, representing the different regions of the Mediterranean”, with a view to “a possible meeting in Cyprus or elsewhere.”

“People’s participation is the most relevant factor”.

Msgr. Russo said, answering a question on the recent round of elections for the referendum and the regional elections. “An evaluation of the election result was not on the agenda”, he pointed out: “We agreed on the point – he added – that the turnout was good, which was not at all obvious given the difficulties related to security measures, such as long queues, which made it more complicated to go to the polls.” The recent round of elections, added the Secretary General of the Italian Bishops’ Conference, brought to the fore “people’s yearning to convey their views, even in a difficult time such as this. Therefore, it is up to the “political protagonists” to “acknowledge that people are concerned about the common good, that everyone may have the opportunity to lead a good life, with special care for the poor.” As regards the referendum, for Msgr. Russo, the vote highlighted the need ” to simplify procedures”.

“The fact that Europe is taking action is of great significance”,

Msgr. Russo said, replying to a question on immigration, specifically regarding the proposal to move beyond the Dublin Regulation. “It is a good thing that the issue of the reception of migrants is tackled not only in principle, but with concrete measures”, continued Russo: “The whole of Europe must be involved in the reception of migrants. Amending the Dublin regulation with a view to its improvement is commendable. What’s important is that it remains a process that is brought forth with the willingness to reach agreed solutions.” The Secretary General of the Italian Bishops’ Conference said he values “the statement of principle whereby migrants at sea are to be admitted in any event. Responsible reception is an issue to be explored in depth, as is the proper timeframe for assessing different situations.” Commenting on the proposal to lift sanctions to NGOs rescuing people at sea, Msgr. Russo said: “Also NGOs have an important role to play provided they are acting in the framework of a project and a program, as do all those involved in responsible reception. Whichever deviations have occurred, they are tied to interests that must therefore be tackled and solved, provided that migrant reception is responsibly shared, and not only by the neighbouring Countries”.

“Italy is becoming a country of emigration”.

The cry of alarm was raised by Msgr. Guerino Di Tora, head of the Episcopal Commission for Migration, President of the Migrantes Foundation. “Approximately six million Italian citizens have emigrated abroad in the last 10 years”, said the prelate, “for study purposes and above all for work, as well as for retirement, as did the elderly emigrants to Portugal.” Hence the need to “tackle not only incoming, but also outgoing migration”, effectuated by the Italian Church does with the dedicated Collection “to encourage the activities of Italian chaplaincies abroad.” Msgr. Di Tora noted that the issue of domestic migration is the focus of the World Migrant and Refugee Day, to be held next Sunday, September 27. “The problem of internal migration is underestimated,” said the bishop, who pointed out that ” the estimated number of internal migrants in the world is 50 million, aggravated by the ongoing pandemic, amidst dramatic silence and utter oblivion. “Knowledge and solidarity”: for Msgr. Di Tora these two concepts encompass the response to the challenge of migrations, which require “a new humanism, which is not only a Christian reality, but one that involves global awareness.”

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Mons. Russo: “Siamo ancora nella prova, serve prossimità”

Agenzia SIR - Thu, 24/09/2020 - 16:56

“Siamo ancora nel tempo della prova. La Chiesa vuole stare nel tempo della prova e farsi prossima”. Lo ha detto mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, durante la conferenza stampa di chiusura del Consiglio permanente dei vescovi italiani, svoltosi in questi giorni a Roma. “Farci prossimi gli uni agli altri”: questa, secondo Russo, l’esigenza maggiore emersa durante “il tempo di isolamento” a causa del Coronavirus: “Non solo fisicamente, ma anche alle tante difficoltà con cui saremo chiamati a confrontarci in futuro”. Quello dei vescovi, dunque, vuole essere “un dialogo aperto”: “Non abbiamo risposte precostituite, ma esperienze che stanno dando significato all’azione della Chiesa”, come è avvenuto durante il lockdown, quando la Chiesa italiana ”è stata capace di confrontarsi su questa prova e di attivarsi con azioni significative”. “Confronto, dialogo, approfondimento” saranno anche le parole d’ordine della prossima Assemblea della Cei, in programma dal 16 al 19 novembre, in cui i presuli si interrogheranno “sulla forma che la Chiesa vuole assumere, a partire dall’esigenza di un processo di essenzializzazione” che muova dai “bisogni concreti” di persone e famiglie e dalla “necessità di creare legami di fraternità tra le persone, indipendentemente dalla loro cultura e appartenenza religiosa”. Interrogato sulla decisione della Chiesa italiana di istituire un Coordinamento diocesano dopo l’Incontro di Bari del febbraio scorso, Russo ha definito tale evento “un incontro profetico, frutto del dialogo della Santa Sede” e ha spiegato come il Coordinamento vuole essere un modo di “proseguire questo cammino, dove la Chiesa italiana è capofila, ma rappresenta le diverse aree del Mediterraneo”, in vista di “un possibile incontro a Cipro o in qualche altro luogo”.

“La partecipazione della gente è il dato più rilevante”.

Così mons. Russo ha risposto alle domande dei giornalisti sulla recente tornata elettorale, per il referendum e le elezioni regionali. “Non era in programma una valutazione del risultato delle elezioni”, ha precisato: “Abbiamo condiviso il fatto – ha aggiunto – che c’è stata una buona affluenza, cosa per nulla scontata tenendo conto delle difficoltà dovute alle misure di sicurezza, come le lunghe file, che hanno reso più complicato andare a votare”. Dalla recente tornata elettorale, ha aggiunto il segretario generale della Cei, “è emersa fortemente la volontà, da parte della gente, di manifestare il proprio pensiero, anche in un tempo difficile come questo”. Ai “protagonisti della politica”, dunque, spetta “cogliere il dato, che viene dalla gente, dell’attenzione al bene comune, perché tutti possano essere messi in condizione di poter fare una vita buona, con un particolare attenzione alle povertà”. Per quanto riguarda, in particolare, il referendum, quello che è emerso dal voto, secondo Russo, “è un’esigenza di essenzializzazione, di semplificazione delle procedure”.

“E’ significativo che l’Europa si stia muovendo”,

la risposta alle domande della stampa in materia di immigrazione, e in particolare alla proposta del superamento del regolamento di Dublino. “È una cosa buona che il tema dell’accoglienza dei migranti venga affrontato non solo in via di principio, ma con cose concrete”, ha proseguito Russo: “È necessario che sia l’Europa intera a prendersi cura dei migranti. Il superamento di Dublino è interessante, può essere migliorato. La cosa importante è che è un percorso che continua e che ci sia la volontà di arrivare soluzioni condivise”. Secondo il segretario generale della Cei, inoltre, “è importante l’affermazione di principio per cui le persone che vanno per mare vanno comunque accolte. Quello dell’accoglienza responsabile è un tema da approfondire, così come i tempi giusti per valutare le diverse situazioni”. Riguardo alla proposta di togliere le sanzioni a quelle Ong che soccorrono le persone in mare, Russo ha commentato: “Anche le Ong svolgono un ruolo importante, se partecipano all’interno di un progetto e di un programma, così come tutti coloro che accolgono responsabilmente. Se alcune deviazioni ci sono state, e ci sono, sono legate a interessi e vanno attenzionate e risolte, se ci si prende cura in modo condiviso dell’accoglienza, e non solo da parte dei Paesi più prossimi”.

“L’Italia sta diventando un Paese di emigrazione”.

A lanciare il grido d’allarme è stato mons. Guerino Di Tora, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e presidente della Fondazione Migrantes. “Negli ultimi 10 anni – ha reso noto il presule – circa sei milioni di italiani sono emigrati all’estero, per motivi di studio e soprattutto di lavoro, e anche per motivi di pensione, come gli anziani emigrati in Portogallo”. Di qui la necessità di “prendere in considerazione il fenomeno migratorio non solo in entrata, ma anche in uscita”, come fa la Chiesa italiana con l’apposita Colletta “per favorire le attività delle cappellanie italiane verso l’estero”. E proprio il tema delle migrazioni interne, ha ricordato Di Tora, è al centro della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, in programma domenica prossima, 27 settembre. “Il tema delle migrazioni interne è sottovalutato”, ha detto il vescovo, ricordando che “si stima che nel mondo siano 50 milioni i migranti interni, a cui si aggiunge oggi la pandemia, con il dramma del silenzio e della dimenticanza totale”. “Conoscenza e solidarietà”: sta in questo binomio, per Di Tora, la risposta alla sfida delle migrazioni, che richiedono “un novo umanesimo, realtà non solo cristiana, ma affidata alla coscienza universale”.

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Franklin Graham, l'impatto social più efficace

Evangelici.net - Thu, 24/09/2020 - 12:07
«Ha una faccia che sembra quella del poliziotto che arresta Rambo. Dice cose che ti fanno dubitare della sua integrità mentale. Eppure, su Facebook, è uno dei migliori al mondo»: Francesco Oggiano, esperto di comunicazione, apre così la sua analisi sulla presenza social di Franklin Graham. Andando al di là dei dubbi sui contenuti dell'impegno di Graham jr, Oggiano...
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Influenza. Scotti (Fimmg): “Vaccinazione semplifica diagnosi e rafforza sistema immunitario in caso di contatto con Covid-19”

Agenzia SIR - Thu, 24/09/2020 - 11:26

Con l’autunno sono inevitabilmente in agguato influenza, tosse, raffreddore. Come riconoscerne e distinguerne i sintomi da quelli, molto simili, dell’infezione da Sars-Cov2 ancora in corso? Tentando di prevenire l’influenza attraverso la specifica vaccinazione, in particolare nelle persone ad alto rischio – per età o patologie croniche – al fine di

semplificare la diagnosi e la gestione dei casi sospetti.

Lo sostiene la circolare “Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2020-2021” del ministero della Salute. Con la vaccinazione contro l’influenza, aggiunge inoltre la circolare, si riducono le complicanze da influenza nei soggetti a rischio e gli accessi al pronto soccorso. Di qui l’abbassamento dai 65 ai 60 anni dell’età minima degli aventi diritto alla vaccinazione antinfluenzale gratuita, con l’indicazione di partire con la campagna ai primi di ottobre. Nei giorni scorsi Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità (Css) e membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) sull’emergenza Covid, ha assicurato che sono già disponibili per il Ssn circa 18 milioni di dosi di vaccino, sei in più rispetto alla scorsa stagione. Alle farmacie, per far fronte alle richieste di chi non rientra nelle “categorie protette”, ne sono state destinate 250mila; troppo poche a giudizio dei farmacisti che l’anno scorso ne hanno venduto circa un milione e prevedono che quest’anno la richiesta potrebbe arrivare anche ad 1,5 milioni di dosi. Di qui l’impegno del ministero della Salute per assicurare tutte le quote di vaccino necessarie.

Nel frattempo, presso i medici di famiglia è corsa alla prenotazione per vaccinarsi.
Silvestro Scotti
è il segretario generale della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale). “Dovremo realizzare pratiche vaccinali coerenti – ci spiega -, evitando assembramenti e prevedendo meccanismi di sanificazione per chi accede e esce dai nostri ambulatori”. “Rispetto a quando si potevano convocare per la vaccinazione gruppi anche di 40-50 persone, conoscendone l’anamnesi, oggi occorre fare un pre-triage per sapere se il paziente ha avuto sintomi o contatti nell’ultimo periodo, e in quel caso rinviare la vaccinazione per evitare rischi di contagio. Stiamo inoltre prendendo in considerazione la possibilità di disporre di ambienti più ampi o facili da aereare rispetto al nostro ambulatorio. Io ho la fortuna di avere uno spazio aperto antistante al mio, dove ho montato una pergola che, rivestita e con la parte superiore aereata, verrà utilizzata come tenda-vaccini con ingresso e uscita differenziati”.

Dottor Scotti, quest’anno il Ministero consiglia “fortemente” la vaccinazione.
L’epidemia influenzale può rappresentare un rumore di fondo in grado di far saltare i servizi sanitari regionali e soprattutto gli ospedali. La paura del Covid farà sì che ogni sintomo respiratorio – febbre, tosse – rischi di essere imputato al Sars-CoV-2 con il rischio di una corsa – se non un assalto – agli ospedali o alle sedi di riferimento dove poter effettuare il tampone. La scorsa stagione l’influenza ha interessato 6 milioni di italiani: che cosa potrebbe accadere se tutte queste persone temessero di avere il Covid-19?

La situazione diventerebbe ingestibile.

In Australia, dove è stata effettuata la profilassi antinfluenzale, in questo mese di agosto (lì è inverno) i casi di influenza sono stati poco più di 300 a fronte dei 5mila nello stesso periodo dell’anno precedente.

Il professor Locatelli ha fatto sapere che sono già disponibili per il Servizio sanitario nazionale circa 18 milioni di dosi di vaccino, mentre il ministero della Salute si è impegnato distribuirne più di un milione, forse un milione e mezzo, alle farmacie. Saranno sufficienti?
C’è stato un ampliamento della platea degli “aventi diritto” e il numero delle richieste di prenotazione che stiamo ricevendo è molto elevato. Spero di non dovermi trovare nella necessità di dover scegliere chi vaccinare e chi no tra i pazienti che me lo chiedono. Per questo è importante che le Regioni monitorino il consumo delle dosi vaccinali per poter ipotizzare presso le aziende farmaceutiche, qualora le dosi finissero e gli aventi diritto fossero ancora numerosi, anche un acquisto tardivo. Già lo scorso aprile sostenevo la necessità di avviare in tempi brevi le gare per i vaccini.

Si riuscirà a partire ai primi di ottobre?
No. I vaccini cominceranno ad arrivare nella seconda decade del mese: tra il 10 e il 15 ottobre, ma in alcune regioni anche più tardi. In questo scenario reso più complesso dal Covid occorre almeno fare in modo che la loro distribuzione sia la più rapida possibile. Con il passaggio delle dosi dalle Regioni alle Asl, quindi ai distretti e infine ai medici, c’è il rischio che passino altri 10 giorni.

Molti esperti consigliano anche il vaccino per lo pneumococco.
Si tratta di un vaccino contro l’agente batterico responsabile di serie affezioni respiratorie durante i periodi invernali, come le polmoniti. Una vaccinazione priva di rischi: fatta una sola volta nella vita con un doppio dosaggio – il primo con 13 antigeni e il secondo con 23 antigeni – garantisce una sorta di immunità permanente. Oltre a proteggere da gravi forme di polmoniti, può essere utile nel facilitare le diagnosi di Covid. Lo pneumococco può causare anche forme di meningite; per questo rientra nelle vaccinazioni infantili.

Sempre in tema di vaccini, siamo in attesa di quello anti-Covid, sui tempi del quale si rincorrono ogni giorno notizie contrastanti.
Stiamo assistendo ad una produzione di attività di ricerca scientifica fuori dell’ordinario, una vera e propria corsa al vaccino che sa un po’ di mercato, di gara a chi arriva prima, ma i tempi non possono essere accelerati. Di fronte ad una pandemia di portata mondiale, preferirei una sana collaborazione tra ricercatori e scienziati e renderei questo vaccino non brevettabile.

Se il vaccino anti-Covid fosse disponibile la prossima primavera, potrebbe essere controindicato vaccinarsi a distanza di pochi mesi dalle vaccinazioni antinfluenzale e anti-pneumococco?
Assolutamente no. Un vaccino potenzia l’altro rispetto alla risposta immunitaria; detto in parole semplici, “collaborano” tra loro. In linea di principio, grazie al vaccino il sistema immunitario risponde immediatamente con la produzione di anticorpi aspecifici, e quindi non diretti rispetto all’agente per il quale ci si è vaccinati; poi la memoria immunologica di secondo livello crea gli specifici anticorpi, permanenti o transitori, contro quel virus. In ogni caso tutte le vaccinazioni rafforzano il sistema immunitario: anche senza un’azione protettiva specifica, un soggetto vaccinato contro l’influenza sarà più “pronto” sul piano immunitario in caso di possibile contatto con il Sars-Cov2. Non dimentichiamo però che, oltre ai vaccini, le nostre armi contro i contagi da Covid-19 o da influenza rimangono le stesse: distanziamento fisico, niente assembramenti, igiene delle mani e uso della mascherina. Se continueremo ad attuare comportamenti “virtuosi”, la circolazione dell’influenza potrebbe essere più debole e questo potrebbe compensare l’eventuale mancanza di vaccini.

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Economic revitalization requires extensive job-creation

Agenzia SIR - Thu, 24/09/2020 - 11:09

Economic revitalization was stalled until the September elections. The Executive now has one month to prepare and select the 72-page guidelines to develop multiple projects acceptable to the EU Commission. A total of €209 billion has been made available, which makes Italy the country benefiting the most from low-interest loans and non-repayable grants. As expected, all sectors of the economy have started to knock on the door of the European treasury , each one anticipating the best recovery options, starting with their own businesses.

It is perhaps worth remembering that the Recovery Fund (now also referred to as the Recovery and Resilience Facility) is not a “money for everyone” fund.

Large macro-areas of intervention include economic recovery, job creation, green transition and digitization. The various economic sectors can certainly aim at a larger slice of the pie, claiming that urban redevelopment will meet almost all the targets, just to mention the example of real estate.

The Government will have to choose, probably by reiterating several ” nays”, so as to prevent the rejection of projects and the resulting criticism by other European countries.

“We are currently at a stage of informal dialogue with Europe – clarified the Minister of Foreign Affairs, Luigi Di Maio, in a hearing at the Italian Parliament – and thus our projects will have already undergone a preliminary review by the European Commission. We cannot afford for our projects to be rejected.” The 2021 Budget Law is tabled for finalization in the same weeks, to be incorporated into the Recovery package. Furthermore, all spending constraints will be suspended 2021, and will be restored once the pandemic subsides.

It is necessary to act effectively with due haste on everything, notably in the area of job creation – the sector with the greatest social impact. Each month, ISTAT (National Statistics Institute) monitors the employment rate of jobseekers, inactive people, professionals in discontinuous work or self-employed. Without job creation, economic recovery would ultimately cause a decline in purchasing power and domestic consumption within a few months. What is the Government proposing? Initial recommendations – said the Minister of Labour, Nunzia Catalfo – encourage training and retraining of workers, green economy and digital technologies, combating undeclared work and illegal recruitment, inclusion of the most vulnerable. Tax breaks are envisaged for contract renewals, minimum hourly wage schemes, fostering increased productivity bonuses. During the past months of lockdown, copious redundancy payments and restricted dismissals hampered natural labour market dynamics. At the end of June, the rate of short-term, self-employed workers, declined. Long-term employment was maintained, while the number of idle workers, including young people, is impressive. In the coming year – should the economy fail to recover rapidly – even the best-protected workers are likely to face greater risks.

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Il rilancio dell’economia ha bisogno di tanto lavoro

Agenzia SIR - Thu, 24/09/2020 - 11:09

Il rilancio dell’economia ha atteso l’esito delle consultazioni di settembre. Ora l’Esecutivo  ha un mese per sintetizzare e selezionare le attuali 72 pagine di linee guida in più progetti che piacciano alla Commissione Ue. Disponibili sono ben 209 miliardi che fanno dell’Italia il Paese maggiormente beneficiato da prestiti a tassi bassissimi e flussi a fondo perduto. Come era prevedibile, tutti i settori economici hanno iniziato a battere cassa, ognuno intravede le migliori opportunità di ripresa a cominciare dal proprio business.

È forse utile ricordare che il Recovery Fund (Fondo per il rilancio e che ora viene chiamato anche Dispositivo per la ripresa e la resilienza) non vuol dire “soldi a tutti”.

Sono definite grandi macro-aree di intervento: la ripresa economica, la creazione di lavoro, la transizione verde e la spinta al digitale. I diversi settori economici possono certo tirare la coperta dalla propria parte e sostenere, per fare l’esempio dell’immobiliare, che la riqualificazione delle città rispetterà quasi tutti gli obiettivi.

Il Governo dovrà scegliere, probabilmente opponendo qualche “no”, per non vedersi rifiutare progetti con conseguenti critiche degli altri Paesi europei.

“Siamo nella fase dell’interlocuzione informale con l’Europa – ha chiarito il ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, in un’audizione alla Camera –  in modo tale che i nostri progetti avranno già scontato un confronto con la Commissione Europea. Non possiamo permetterci progetti che tornino indietro”. Nelle stesse settimane andrà affinata la Legge di Bilancio 2021 che si dovrà integrare con la spinta del Recovery. Anche nel 2021 verranno sospesi tutti i vincoli di spesa che torneranno non appena la pandemia sarà domata.

Fare presto e bene su tutto,  in particolare nel più sociale dei grandi obiettivi: la creazione di nuovi posti di lavoro. L’Istat misura ogni mese nel tasso di occupazione, di chi cerca lavoro, degli inattivi, di coloro che svolgono attività professionale in forma discontinua o formalmente con partita Iva. Una ripresa dell’economia che non producesse posti di lavoro finirebbe in pochi mesi per ridurre la capacità di acquisto e i consumi interni. Cosa propone il Governo?  Nelle prime indicazioni – lo ha detto il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo –  spingerà la formazione e riqualificazione dei lavoratori, puntando su verde e digitale, lotta al lavoro nero e al caporalato, inclusione dei soggetti più vulnerabili. Sono previste detassazioni per accompagnare i rinnovi contrattuali, forme di salario minimo orario e più spazio ai premi di produttività. In questi mesi di blocco, l’uso abbondante della Cassa integrazione e l’utilizzo limitato dei licenziamenti, hanno frenato le dinamiche naturali del mercato del lavoro. Sono calati a fine giugno soprattutto i lavoratori a termine e gli indipendenti, tiene l’occupazione a tempo indeterminato, resta impressionante il numero degli inattivi e fra questi i giovani. Nel nuovo anno – in assenza di un’accelerazione forte dell’economia – anche i lavoratori  meglio protetti rischieranno di più.

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Quel 30 per cento di No

Agenzia SIR - Thu, 24/09/2020 - 00:23

Una lettura in controtendenza. È quella che vorrei cercare di fornire sull’esito del quesito referendario costituzionale di domenica e lunedì scorsi (vedi servizio a pagina 17 dell’edizione cartacea di giovedì 24 settembre).
Che il 30 per cento degli italiani abbia detto “No” al taglio lineare dei parlamentari, e quindi della politica, può avere due significati.
Da un lato c’è più d’uno che ha cercato ragioni più profonde circa la rappresentanza e il suo costo a carico del bilancio statale. Dall’altro, lo scollamento tra partiti e cittadini.
Su questo secondo punto mi spiego meglio. La stragrande maggioranza delle forze in Parlamento aveva votato a favore e poi si era espressa per il “Sì” al referendum. Ma nessuna delle stesse forze politiche ha saputo sintonizzarsi con quel 30 per cento che ha perso alle elezioni, ma rappresenta pur sempre una fetta non trascurabile dell’elettorato con cui occorrerà fare i conti, prima o poi.
Se per il quesito sulla riduzione del numero dei parlamentari il movimento 5 stelle può cantare vittoria, non lo può fare di certo per i voti ottenuti nella tornata amministrativa.
La formazione fondata da Beppe Grillo intercetta consensi quando contesta. Li perde quando viene chiamata ad amministrare.
Non è andata così per Zaia in Veneto e De Luca in Campania. I loro successi in termini di voti dicono di una gestione a volte personalistica, ma di certo capace di andare incontro ai bisogni della gente. Ha giocato a loro favore aver gestito l’emergenza sanitaria con piglio deciso e occhi attenti al territorio e a quel che accadeva nel Paese e nel mondo.
Esce più ridimensionato Matteo Salvini che dopo la mancata conquista dell’Emilia-Romagna registra un’altra battuta d’arresto in Toscana. Anche le alleanze interne al centro destra sembrano da rivedere, con Giorgia Meloni di Fdi che sale posizioni e pretenderà maggiore spazio. All’interno della Lega, nonostante le rassicurazioni di prassi, il vincitore Zaia potrebbe insidiare il proprio leader che in particolare al sud, ma anche in Veneto, non ha ottenuto i successi sperati.
L’esecutivo guidato da Giuseppe Conte esce se non più forte, di sicuro meno debole, dalla domenica di elezioni. Non era un voto politico, lo si è detto da più parti, ma avrà di sicuro una certa valenza.
Il Pd è andato meno peggio rispetto ai pronostici, anche se la sconfitta nelle Marche brucerà non poco. L’alleato di governo sta peggio e a volte in politica ci si consola così, anche se i cittadini ora attendono altre riforme per non lasciare monca quella confermata pochi giorni fa.

(*) direttore del “Corriere Cesenate” (Cesena)

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