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150° Ospedale Bambino Gesù. Parolin: “Protagonista della sanità italiana ed espressione della Chiesa che non conosce muri o confini alla carità”

Agenzia SIR - Tue, 19/03/2019 - 18:36

L’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma compie 150 anni e dà l’avvio alle celebrazioni dell’anniversario con una significativa cerimonia presso la sede di san Paolo fuori le Mura alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Fondato dalla duchessa Arabella Salviati, colpita dalla condizione di disagio in cui versano i piccoli e poveri infermi della città, nasce il 19 marzo 1869 in una piccola stanza di via delle Zoccolette dove vengono accolte quattro bimbe malate per poi ampliarsi progressivamente e trasferirsi nel 1887 sul colle del Gianicolo. A questa sede si aggiungeranno Santa Marinella, Palidoro, e nel 2012 l’ampio polo adiacente la basilica di San Paolo Fuori le Mura, dove vengono collocati i servizi ambulatoriali e, due anni dopo, i grandi laboratori per le indagini genetiche e cellulari. In questo 2019 è previsto l’ampliamento della sede di Palidoro. Nei mesi successivi aprirà un Centro per le cure palliative pediatriche in via Aurelia e partiranno i lavori per la costruzione di un Centro per la cura dei tumori e i trapianti in viale di Villa Pamphilj.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Eccellenza per la pediatria in Italia e in Europa e parte integrante del patrimonio della città di Roma. Accreditato nel 1985 dal ministero della Salute come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), oggi il Bambino Gesù conta un totale di 607 posti letto. Ogni anno sono oltre 28mila i ricoveri, 29mila le procedure chirurgiche e interventistiche, 84mila gli accessi al Pronto soccorso, quasi 2 milioni le prestazioni ambulatoriali, ma l’ospedale è anche presente a livello internazionale con interventi di assistenza e cooperazione in Cambogia, Repubblica Centrafricana, Giordania, Siria, India, Tanzania, Georgia, Russia, Cina ed Etiopia. Il nosocomio è inoltre sede per l’Italia di Orphanet – il più grande database mondiale per le malattie rare a cui aderiscono 39 Stati – e il suo Centro per le malattie rare vede ogni anno più di 13mila pazienti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Numeri in parte richiamati dalla presidente Mariella Enoc che sottolinea: “Il Bambino Gesù è nato da un’idea alta di carità a cui si è mantenuto fedele in 150 anni e, ora come allora, la forma più alta di carità è la scienza, la competenza dell’assistenza, la ricerca senza soste” perché

“non c’è cura senza ricerca, non c’è futuro senza ricerca”.

La presidente ricorda commossa il professor Valerio Nobili, scomparso prematuramente venerdì scorso: “Grande medico, scienziato e docente” alla cui memoria, annuncia, verrà dedicato l’auditorium che si chiamerà “Auditorium Valerio Nobili”. Figura ricordata anche dalla sindaca Virginia Raggi, che annuncia una nuova linea di autobus per collegare la sede del Gianicolo a quella di San Paolo e un nuovo pronto soccorso a piazza Sant’Onofrio, e dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che definisce l’ospedale “uno dei centri di cura e ricerca che rendono unica la nostra regione, un perfetto esempio di buona sanità”, insomma “un “tesoro da custodire e sul quale investire”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Oggi lo scenario è radicalmente cambiato rispetto al tempo in cui l’ospedale muoveva i primi passi”, osserva da parte sua il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, portando il saluto e la benedizione del Papa. In Italia – prosegue – “si è avviato e consolidato un sistema di Servizio sanitario nazionale, che aspira a realizzare il principio di uguaglianza proclamato nell’articolo terzo della Costituzione.

Tutti i cittadini, ricchi o poveri, giovani o adulti, hanno diritto alle cure”.

Un sistema che “coinvolge diversi attori istituzionali, come le Regioni e lo Stato, e contemporaneamente intreccia l’azione privata con l’azione pubblica”; una “realtà complessa che va costantemente seguita, governata, sostenuta e stimolata, perché il livello dei servizi prestati e della loro qualità sia sempre adeguato alla dignità umana di ogni infermo”. E la cura, riconosce Parolin, “passa necessariamente per la ricerca, che richiede sempre investimenti importanti in strutture, tecnologie e risorse umane. E’ essenziale investire in percorsi di innovazione scientifica per rispondere alle sfide del futuro”.

La Chiesa “non smetterà mai di prestare attenzione ai malati”,

assicura ancora il porporato con riferimento alle “nuove povertà sanitarie: malattie croniche e malattie rare, disturbi mentali, anziani ed emarginati”. Gli ultimi, ammonisce, “andranno sempre tutelati” e nessuno deve essere lasciato solo. Il Bambino Gesù, sottolinea ancora il segretario di Stato, “vuole continuare a essere protagonista a Roma, nel Lazio e in Italia del Ssn, ma è “anche espressione della Chiesa cattolica, il cui orizzonte è, per definizione, universale”. Di qui il richiamo alla recente apertura dell’Ospedale di Bangui, nella Repubblica Centroafricana. Testimonianza che per il Bambino Gesù “non ci sono muri o confini, né razze o appartenenze religiose che separino dalla carità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“E’ difficile immaginare a Roma qualcuno che non abbia mai avuto contatti o esperienze per sé o per i figli o per i nipoti con l’ospedale Bambino Gesù. C’è un apprezzamento diffuso e condiviso”, afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel breve intervento a braccio che conclude la cerimonia. “Il fatto che sua eminenza il cardinale Parolin abbia portato anche il saluto e la benedizione del Santo Padre accresce l’importanza di questa ricorrenza”. Nel ringraziare tutta la comunità del Bambino Gesù, Mattarella assicura che

l’ospedale “ha la riconoscenza dell’intera Repubblica italiana”.

Nel corso dell’evento si è svolta anche la cerimonia di annullo di due francobolli dedicati al nosocomio in occasione del 150°, emessi dal ministero dello Sviluppo economico italiano congiuntamente alla Città del Vaticano. E’ stato inoltre proiettato un trailer del documentario “Una storia di bambini” realizzato da Tv2000 per i 150 anni di storia dell’ospedale.

 

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Brexit, tempo (quasi) scaduto. E i Ventisette cominciano a scalpitare

Agenzia SIR - Tue, 19/03/2019 - 16:09

(Bruxelles) “Prima di prendere una decisione su un possibile slittamento, bisogna chiedersi: prolungare la trattativa per fare cosa?”. È estremamente pratico Michel Barnier, capo negoziatore Ue per il Brexit, dinanzi a quanto sta avvenendo a Londra. Governo e Camera dei Comuni non riescono a venire a capo della situazione creatasi con il referendum del 23 giugno 2016 e, dopo aver stabilito che il Regno Unito avrebbe lasciato la “casa comune” il 29 marzo 2019, ora sembrano intenzionati a mandare a Bruxelles la premier Theresa May con “il cappello in mano” – come si usa dire – per domandare un posticipo del divorzio tra i Ventisette e l’isola, sempre più isolata.

E qui s’impone la domanda di Barnier: ma cosa vogliono davvero i politici inglesi?

A dieci giorni dal recesso, lo speaker della Camera, John Bercow, sorprendendo tutti, ha spiegato che non ci può essere un terzo voto del Parlamento sull’accordo negoziato con Bruxelles se il testo non presenterà “modifiche sostanziali e non formali”. Si tratta dell’accordo definito dal governo May con l’Unione europea e già bocciato due volte a Westminster: un doppio smacco che dimostra come il governo conservatore, diviso al suo interno, su questo tema cruciale non ha una maggioranza in parlamento (mentre l’opposizione laburista non sa indicare una reale via d’uscita alternativa). È stato il procuratore generale, Robert Buckland, a parlare addirittura di “grave crisi costituzionale”.

Ebbene, dal fatidico referendum di tre anni fa, quando a strettissima maggioranza i britannici decisero di voler lasciare l’Unione, a Bruxelles si sono contate – se il taccuino del giornalista non inganna – almeno una cinquantina di riunioni di altissimo livello per mettere nero su bianco l’accordo di recesso. Riunioni del Consiglio europeo, infinite sedute dei ministri dei 28, superlavoro alla Commissione, innumerevoli dibattiti e votazioni al Parlamento europeo, estenuanti trattative fra i rappresentanti diplomatici. Tutto ciò ha comportato un appesantimento della macchina politica Ue – in un frangente già di per sé complicato da altre urgenze – al solo scopo di accondiscendere ai desiderata d’oltre Manica.

Ma ora, lo si percepisce girando per i corridoi brussellesi, la misura comincia a essere colma

e il nuovo appuntamento “bloccato” dalla faccenda-Brexit, ossia il Consiglio europeo del 21-22 marzo, svia nuovamente l’attenzione della politica comunitaria da argomenti che certamente stanno più a cuore ai cittadini dell’Unione: la ripresa economica, la risposta alle migrazioni, la lotta al terrorismo, lo sviluppo di una politica energetica, il contrasto al cambiamento climatico, il sostegno all’agricoltura e all’allevamento, gli accordi commerciali con i grandi player internazionali, i nodi della politica estera, la costruzione di un vero “pilastro sociale europeo”, e così via. E ancora in questi giorni le istituzioni Ue son dovute correre ai ripari rispetto a un possibile “no deal” a salvaguardia dei giovani che frequentano l’Erasmus+, dopo aver adottato misure simili in svariati altri settori.

Rimane la certezza che i cosiddetti brexiteer, dopo aver convinto – con ragioni nazionaliste – i sudditi della regina a lasciare l’Ue,

ora dimostrano la capitolazione del nazionalismo e della presunta autosufficienza inglese.

Forse di qualunque autosufficienza, in un mondo tanto complesso, dinamico e carico di sfide provenienti da attori globali del calibro di Cina, India, Stati Uniti, Russia, Brasile, Messico, Sudafrica, Giappone e via di questo passo.

E se il capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo, Manfred Weber, ha parlato di “fallimento della classe politica inglese”, l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ha osservato: “Pensavo che nei negoziati avremmo visto il Regno Unito compatto contro una Ue divisa, mentre ora abbiamo un Regno Unito diviso e un’Europa unita”, e “le divisioni interne” a Londra “sono molto profonde”.

Volendo guardare avanti, quali passi attendersi, o augurarsi, sul Brexit? Coerenza e orgoglio nazionale vorrebbero da parte inglese un recesso purchessia. Un coraggioso “no deal”. Per poi, dal 30 marzo, tornare al tavolo negoziale con meno boria e più miti consigli… Ma i rischi – in ambito economico, sociale, politico – del “no deal” sono troppo elevati, sia sul fronte britannico che su quello europeo. Ci si può attendere, piuttosto, la strada del rinvio, che lascerebbe trasparire una ritrovata saggezza in campo inglese, cui dovrebbe corrispondere altrettanta pazienza dai Paesi Ue. Augurandosi, fra l’altro, che tra i Ventisette non prevalga uno spirito di rivalsa.

Infine, emerge un doppio monito ai politici e ai cittadini europei.

Ai primi non sarà sfuggito che se un membro dell’Ue lascia la “casa” occorrerà verificarne le ragioni, che magari risiedono nella necessità di riformare la stessa Ue. Ai secondi, i cittadini, il dovere di spalancare gli occhi; il voto del 23-26 maggio per il rinnovo dell’Europarlamento si avvicina: gli elettori vorranno premiare altre forze nazionaliste (o sovraniste), con lo stesso Dna e il volto sconfitto dei brexiteer, oppure sceglieranno chi all’Ue crede, pur nella necessità di riformarla e rilanciarla?

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Giovani. Fratel Semeraro: “La disaffezione alla preghiera è colpa di noi adulti”

Agenzia SIR - Tue, 19/03/2019 - 11:49

I giovani vivono “raccontandosi” continuamente, ma non sono capaci di “sentire” profondamente. Ne è convinto fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, che “rilegge” per il Sir il rapporto tra i giovani e la preghiera, una delle tre pratiche tradizionali della Quaresima. “Nei giovani c’è una disaffezione alla preghiera dovuta alla mancanza di iniziazione ad essa” da parte di noi adulti, la tesi di fondo.

La Quaresima è un tempo per riscoprire la preghiera come “scuola di vita”. Come vivono i giovani di oggi il rapporto con la preghiera?
Nei giovani c’è una disaffezione alla preghiera dovuta alla mancanza di iniziazione ad essa. È una mancanza di responsabilità di noi adulti, nella trasmissione della fede.

Con i giovani, a volte, privilegiamo la pratica sacramentale e non trasmettiamo la sensibilità alla trascendenza. Così facendo abbiamo lasciato un vuoto, e i giovani hanno finito per lasciare i sacramenti, perché non li raggiungono, o hanno abbandonato la Chiesa affidandosi ad altre realtà.

I giovani, invece, manifestano un grande desiderio di preghiera, ma non in modo tradizionale: molti di loro vivono esperienze di preghiera molto forti e significative, basti pensare al flusso che registrano gli incontri di Taizé. Mentre le parrocchie si svuotano della presenza giovanile, ci sono altri giovani che frequentano i monasteri, non solo cattolici, anche buddisti o zen. C’è, infine, una parte di giovani che coltiva una vita spirituale intensa, e questo è un segno di speranza.

Il primo passo per pregare, molto evidente nell’itinerario quaresimale, è rientrare in noi stessi per poi fare spazio a Dio: i giovani di oggi sono abituati a questo “faccia a faccia” con la propria coscienza?
No. I giovani sono continuamente collegati con l’esterno:

vivono “raccontandosi” continuamente, si mandano messaggi, ma non sono abitati a “sentire” profondamente.

Quando vengono nei nostri monasteri, facciamo percepire loro cosa significa spegnere il cellulare, stare insieme in silenzio, condividere una preghiera. I giovani sono continuamente bombardati da qualcosa che proviene da fuori: è come se non avessero tempo per metabolizzare la loro vita interiore. Saper coltivare il rapporto con se stessi è ciò che permette agli uomini una dimensione umanizzante:

la gratitudine, come consapevolezza di far parte di un mondo più grande, e la solidarietà, come responsabilità verso i fratelli e la natura, sono i frutti più importanti della preghiera.

La mobilitazione dei giovani di tutto il mondo per il creato, ad esempio, a cui abbiamo assistito in questi giorni è una bella mobilitazione, ma bisogna pagare il prezzo di questa sensibilità. La Quaresima può essere un’importante scuola di sobrietà nell’usare il mondo: abbiamo bisogno di molto meno di quanto ci convincono di avere bisogno. Non basta protestare, bisogna cambiare stile di vita.

Riscoprire, tramite la preghiera, il nostro rapporto con Dio è un appello alla responsabilità, a non fuggire dalla realtà. Noi adulti, su questo versante, diamo il buon esempio ai giovani?
Qualche volta sì, qualche volta no. Abbiamo la tendenza a proteggerli. La preghiera è fare i conti con la realtà, con i nostri limiti e le nostre responsabilità. Quando preghiamo cadono le maschere e le sovrastrutture, perché la preghiera è esigente.

Il mondo adulto ha voluto evitare la sofferenza alle nuove generazioni, ma ha perso l’occasione di iniziarli alla generosità della vita. I giovani di oggi vivono in un mondo in cui sembra che tutto è facile, tutto è dovuto, e quando si scontrano con la sofferenza non sono preparati.

Pregare è fare i conti con il proprio limite, altrimenti cadiamo in un solipsismo umano che crea disarmonia con le persone. Noi adulti, invece, non educhiamo i bambini al gusto della preghiera: ci accontentiamo di averli tra i banchi della chiesa, ma senza iniziarli alla vita interiore. Basti pensare alla messa nelle parrocchie: la prima cosa che si dovrebbe respirare, partecipando all’Eucaristia, è il silenzio, che invece non viene quasi mai coltivato nelle nostre celebrazioni. La preghiera interiore si basa fondamentalmente sul silenzio:

già da bambini, i nostri ragazzi dovrebbero imparare a gustare questo silenzio, a sentirne il profumo, l’eleganza.

Non basta insegnare loro a stare composti durante la messa, bisogna insegnare loro che il nostro corpo è un luogo spirituale.

La seconda dimensione della preghiera è quella comunitaria. Uno dei deficit messi in evidenza anche dal Sinodo è il deficit di ascolto delle nuove generazioni, da parte del mondo adulto. In che modo la Quaresima, come cammino “di popolo”, può aiutarli a sentirsi maggiormente “parte” della comunità cristiana?
Tutte le volte che viviamo qualcosa di intimo, abbiamo bisogno di condividerlo: ciò vale per tutte le esperienze forti, belle, difficili, e vale anche per la preghiera. C’è una circolarità per cui la preghiera comunitaria crea il desiderio della preghiera personale, e la preghiera personale alimenta il desiderio della preghiera comunitaria. La preghiera comunitaria diventa così il luogo di autenticazione della propria vita spirituale ed evita il rischio di ripiegarsi su se stessi. Nel monastero, queste due realtà si illuminano e si autenticano a vicenda per scongiurare il rischio di un intimismo egoista, quasi narcisista, e di un’esteriorità fine a se stessa.

Sentirsi parte di un popolo comune, camminare verso la stessa méta ci permette di uscire dall’angoscia che deriva dal sentirsi abbandonati a se stessi. Per quanto le prove della vita siano difficili, l’appartenenza e la condivisione del passo rendono più facile il cammino.

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Incidente aereo, lutto per il volontariato

Evangelici.net - Tue, 19/03/2019 - 10:23
Lutto nel mondo del volontariato per la scomparsa degli otto italiani morti nell'incidente aereo di domenica in Etiopia (157 le vittime totali): Carlo Spini, Gabriella Vigiani e Matteo Ravasio della onlus bergamasca Africa Tremila, Paolo Dieci, presidente di Cisp e Link 2007, Virginia Chimenti, Pilar Buzzetti e Rosemary Mumbi, funzionarie del World Food Programme e l'archeologo Sebastiano Tusa. «Li...
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Festa del papà: 50 anni di oscuramento in Occidente ma è ancora necessario

Agenzia SIR - Tue, 19/03/2019 - 08:56

È ancora possibile essere “padre” in Occidente, dopo circa 50 anni spesi a “uccidere il padre” (come ci chiedeva con insistenza la psicoanalisi freudiana), o a definirla superflua (secondo la solita cultura radical chic dell’autonomia a tutti i costi), o a cancellarne la presenza (come nelle leggi sull’aborto), o a renderla facoltativa (in quelle sul matrimonio e l’educazione dei figli), o a ritenerla addirittura un puro costrutto culturale-sociale (secondo le teorie del gender)? In effetti questo clima così ostile ha creato nella nostra società una sorta di oscuramento del padre, di cui è inevitabile pagare le conseguenze.

La prima è che non solo non ci sono più “padri”, ma non ci sono adulti, perché la paternità significa il pieno compimento del cammino dell’adulto.

Se la vita, infatti, è dono ricevuto che tende per natura sua a divenire bene donato, si diventa adulti quando si sceglie esplicitamente di passare dalla fase passiva della ricezione del dono a quella attiva del dono-di-sé. Adulto è dunque colui che genera, che si prende cura dell’altro, che se ne sente responsabile e custode, che se ne carica peso e debolezza, anche nel male. Berdjaev dice, al riguardo, che Caino ha ucciso Abele non quando l’ha colpito con violenza mortale, ma quando di fronte al Creatore ha negato d’esser “custode” di Abele: non sentirsi responsabili dell’altro è ucciderlo! E ancora lo stesso autore russo specifica che il giudizio finale sarà sulla stessa domanda, che Dio rivolgerà a ogni uomo, e forse in modo particolare a chi si sente buono, come Abele: “Che ne hai fatto di Caino?” Ovvero la responsabilità nei confronti dell’altro, di qualsiasi altro, specie di chi sbaglia.

Se sparisce il padre sparisce anche ogni responsabilità, e costruiamo un mondo di bambini perennemente litigiosi o di irosi (pre)adolescenti, adulti solo all’anagrafe. Un mondo ove nessuno più si fa carico di nessuno.

E ancora, il padre è ed è chiamato a esser colui che riesce a bilanciare tra loro autonomia e riferimento a valori normativi, attenzione a sé e all’altro, libertà e responsabilità, oggettività e soggettività. Un processo educativo è tale solo grazie a questo equilibrio, e alla presenza d’un padre a sua volta in relazione costruttiva con una sposa (e madre). E il discorso s’estende naturalmente alla coppia: le categorie padre e madre, maschile e femminile, sono complementari e irrinunciabili per una società sana e adulta, ove ognuno è complementare all’altro per generare assieme vita e felicità. I legami affettivi originari, in armonia tra loro, sono costitutivi di identità; al di fuori di essi c’è solo la confusione identitaria e il caos relazionale, ove nessuno è se stesso e in pace con sé e con l’altro.
Ma

il padre oggi è necessario anche sul piano della fede.

Perché la paternità è pur sempre la prima caratteristica di Dio, e il padre terreno, col suo modo di porsi, di voler bene, di volere la crescita e la gioia del figlio, di farsi da parte per dargli spazio, è la prima immagine del Padre-Dio per il figlio stesso. In quello stile relazionale nasce ogni cammino di fede, oppure s’interrompe o viene deformato per sempre. È grande mistero che la qualità del rapporto con Dio dipenda in buona parte dalla qualità del rapporto originario col proprio genitore, ed è pure grande responsabilità per ogni padre!
Per questo il padre è necessario ancor oggi, come sempre. Ma occorre, forse ancor più che un tempo, che vi siano nella Chiesa cammini formativi alla vocazione paterna. La più bella che ci sia!

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Father’s day: still necessary despite 50 years of overshadowing in Western societies

Agenzia SIR - Tue, 19/03/2019 - 08:56

Is it still possible to be a “father” in Western societies, after 50 years spent “killing the father” (as was repeatedly asked by Freudian psychoanalysis), defined “unnecessary” (according to the usual “champagne socialist” culture advocating autonomy at all costs), or removed completely (as in the laws on abortion), or transformed in an option (as in the laws on marriage and child education), to the extent of considering it a mere socio-cultural fabrication (according to gender theories)? Indeed, this hostile climate has produced what can be defined as the overshadowing of the father, whose consequences are inevitable.
The first consequence is that there are no more “fathers”, and there are no more adults either, since paternity corresponds to the fulfilment of adulthood. In fact, while life is a received gift that by nature tends to become a gift bestowed, adulthood is the result of the free choice to move on from the passive reception of the gift to the active bestowal of self-giving. Thus an adult is the one who generates, who looks after the other person, who feels responsible for that person, who acts as that person’s guardian, who takes on the other’s person’s burden and fragility, even for worse. In this respect Berdjaev says that Cain killed Abel not when he dealt him a mortal blow but when to the Creator he denied being Abel’s “keeper”. Not feeling responsible for the other person amounts to murdering him! The same Russian author explains that the final judgement will revolve around the same question that God will address to every human being, and in particular to those who feel they are good persons, like Abel: “Where is your brother Cain?” It amounts to our responsibility towards our fellow other, especially towards those who are in the wrong.
If the father disappears so does responsibility, leading to a world of ever-bickering children or irascible (pre) adolescents, adults only for the civil registry. A world where nobody is responsible for anyone.

The father is – and is called to be  – the person that balances independence and adherence to codified  values,  the care for oneself and for others, freedom and responsibility, objectivity and subjectivity. An educational process is such only thanks to this balance, to the presence of a father engaged in a constructive relationship with a spouse (who is also a mother). This argument is naturally extended to the married couple: the categories of mother and father, male and female, are complementary and irrevocable in a sound, adult society, where everyone is complementary to the other person with the aim to jointly generate happiness and life.  Primal emotional bonds, in harmony with each other, constitute the cornerstones of our identity; all that exists beyond them is identity confusion and relational chaos, where nobody is true to him/herself nor at peace with him/herself and with others.

But

the father’s presence today is necessary also at the level of the faith.

Paternity remains the primary feature of God, and the earthly father, with his way of relating, of loving, of desiring the growth and the joy of his son, of stepping aside to make room for him, is the primary image of God the Father for the Son. The style of that relationship is the fountainhead of every journey of faith or else it could be interrupted or deformed forever. The fact that the quality of the relationship with God largely depends on the quality of man’s primal relationship with his parent is a great mystery and it is also a great responsibility for every father!
That’s why the father is necessary still today, as always. Yet, maybe more than in the past, today it is necessary for the Church to offer formative paths of paternal vocation. The most beautiful vocation of all!

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Don Peppe Diana. Mons. Spinillo (Aversa): “Con la sua indimenticabile febbre da prete voleva rinnovare la società”

Agenzia SIR - Tue, 19/03/2019 - 08:54

Venticinque anni. Sono gli anni passati dal giorno – 19 marzo 1994 – dell’omicidio di don Peppe Diana, sacerdote della diocesi di Aversa, per mano della camorra, mentre nella chiesa di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, alle 7,30 del mattino, si preparava a celebrare la messa. Anche quest’anno, come negli ultimi tempi, il vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo, sarà nella parrocchia di San Nicola di Bari, a Casal di Principe, il 19 marzo, per celebrare la messa proprio alle 7,30 e così ricordare il martirio del sacerdote, che, nella sua giovane vita – quando l’hanno ucciso ancora non aveva compiuto 36 anni -, si era speso, nel nome del Vangelo, per i giovani, gli ultimi, gli immigrati e contro il cancro della camorra. A mons. Spinillo chiediamo quanto quel sacrificio non sia caduto nel vuoto e come quelle terre stiano rinascendo proprio nel nome di don Diana.

Sono passati 25 anni da quella tragica mattina: cos’è cambiato in quelle terre che un tempo era il regno dei casalesi?

Da allora sono andati crescendo una consapevolezza e un desiderio di maturare nella partecipazione civile

attraverso forme di associazionismo e cooperative che, grazie agli input di Libera e dei comitati che sono nati, sono sorte sul territorio, permettendo lo sviluppo di tante attività definitivamente sganciate da fenomeni di sottomissione alla malavita organizzata e, allo stesso tempo, facendo crescere nella nostra società civile un più ampio senso di legalità e un desiderio di migliore dialogo con le istituzioni. A questa animazione sociale e civile ha partecipato anche la realtà ecclesiale.

E cosa è cambiato nella Chiesa in questi anni?

L’azione che don Peppe sentì di dover iniziare contro forme di prepotenza malavitosa era un sentimento vissuto da un’intera comunità. Non è un caso che il documento a cui si fa sempre riferimento, “Per amore del mio popolo” del Natale 1991 sia stato firmato da tutti i parroci della forania. In quel momento era una sensibilità di Chiesa che andava a sviluppare una proposta di modo diverso di vivere nella società. C’erano una vera stanchezza e una vera sofferenza per tanti omicidi che stavano purtroppo avvenendo nel territorio. Questo ha fatto scattare la molla di reagire, già c’erano state alcune manifestazioni contro la camorra. Dopo è stato scritto il documento del 1991. In questo movimento erano coinvolti anche vescovi delle diocesi vicine, c’era tutto un fermento di cui

don Diana era la punta di diamante, l’apice, colui che in qualche modo è stato un segno di contraddizione.

Era un sacerdote scomodo?

Non era un prete scomodo all’interno della Chiesa, anche se voleva forse un’azione più incisiva da parte della Chiesa, ma questo faceva parte del suo carattere un po’ irruento.

Lei nella lettera pastorale che a novembre scorso ha dedicato al 25° dell’assassinio parla di santa inquietudine per don Peppe…

Sì, è così. Anche Papa Francesco dice che i cristiani, che per vocazione sono tutti chiamati alla santità, devono sentire questa santa inquietudine per cui non si accontentano e non si rassegnano alle situazioni negative, ma portano in esse sempre un fermento di vita nuova. La Chiesa ha continuato questo cammino iniziato da don Peppe, spesso nel silenzio, a volte con qualche incomprensione, ma sempre sviluppando la sua azione pastorale e educativa, attenta a proporre la luce del Vangelo a tutti.

Il martirio di don Diana sta dando buoni frutti?

Già san Giovanni Paolo II nell’Angelus di domenica 20 marzo 1994, all’indomani dell’uccisione di don Peppe, aveva parlato del chicco di frumento che cade nella terra, poi germina e porta molto frutto buono. Il tema del chicco di frumento riferito al martirio di don Diana è tornato spesso in questi venticinque anni perché frutti buoni ne ha portati.

Dopo la morte di don Peppe sono stati fatti molti tentativi di infangare la sua persona e la sua memoria: ora è tutto chiarito?

Sì, le sentenze del Tribunale in maniera inequivocabile, definitiva e chiara hanno smascherato i motivi della sua uccisione. I tentativi di depistaggio infangando la vittima sono tipici della malavita organizzata che cerca di far perdere le sue tracce quando colpisce a morte qualcuno.

Che sacerdote era don Diana?

Anche se non l’ho conosciuto personalmente, ne ho sentito tanto parlare. Credo che sia stato un sacerdote che ha voluto essere fedele, non gli sarebbero mancate le occasioni per fare diversamente; e in questo suo impegno ha avuto un grande moto di reazione quando ha iniziato a chiedersi quanto fosse ingiusta l’uccisione di innocenti solo perché alcuni volevano affermare un loro dominio sul territorio. Da qui don Peppe ha sviluppato le sue parole, la sua azione, la sua presenza sul territorio. Come persona, da quello che ho sentito raccontare, era inquieto, molto ruvido a volte nei modi e nello stesso linguaggio, ma autentico come sacerdote. A me è piaciuta molto una definizione che ho trovato in un giornale a pochi giorni dalla sua morte: sacerdote “con la passione di scontrarsi con gli altri e di viverci insieme”, con

“un’indimenticabile febbre da prete”.

La scelta della camorra di uccidere don Peppe in chiesa, mentre si apprestava a celebrare la messa, nel giorno del suo onomastico è stata voluta per colpire il prete?

Non possiamo non confrontare gli omicidi di don Pino Puglisi, che venne ucciso nel giorno del suo compleanno, e di don Peppe Diana, ammazzato nel giorno dell’onomastico, al mattino, mentre stava per celebrare la messa. Io credo che certe scelte di luoghi e di tempi non siano mai casuali per chi vuole dare un segnale, attraverso un omicidio, a un’intera società.

Oggi cosa può dire ai giovani, ma non solo, la figura di don Diana?

Ci dice che dobbiamo essere attenti alla vita della società, a essere partecipi e protagonisti di ciò che la realtà ci propone, essendo persone che riconoscono da lontano i segni positivi, per svilupparli verso la loro pienezza, e anche quelli negativi, a cui bisogna porgere gli argini necessari.

La gente che oggi ricorda don Peppe vuole essere protagonista della vita sociale e civile

e non disperdere la possibilità grande di essere cittadini consapevoli.

L’impegno civile di don Peppe è da considerarsi sempre legato al suo essere sacerdote?

Certamente, anche quando scriveva degli articoli con cui parlava con forza ai candidati alle amministrative e alle politiche nazionali metteva sempre in luce il suo essere prete, non schierandosi come un appartenente a un partito, ma con il desiderio di gridare dai tetti: don Peppe utilizzava questa frase del Vangelo per dire che bisognava gridare dai tetti ciò che è giusto, ciò che è fonte di vita nuova per questa terra. Don Peppe aveva quest’ansia di rinnovamento del vivere della nostra società.

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Massacre in New Zealand: seeking a path for conversion at personal level and inside the Community

Agenzia SIR - Mon, 18/03/2019 - 16:22

The incident and its online dissemination are upsetting but they also deconstruct a set of founding principles of the person and of the way in which he relates to his fellow human beings.
The detailed, systematic scheme, the fact of sharing it with others that are obviously ready to take his side, tell us a great deal about the slow, accurate planning of that massacre perpetrated in only 17 minutes.
The distorted thought and the profound motivation are more than evident, signalling the crossing of a demarcation line that raises an upsetting question: where do these dark shadows originate from, an abyss within the abyss?
Human feelings belong to everyone for they represent pulsating life, the fabric of human existence that interacts creating a current that circulates among everyone.

Feeling is not enough; affirming or acknowledging the emotional storm is not enough. Once again, this is a valueless assertion. We should be tormented by the question: “why?”

Feelings must be educated, controlled, elevated; they should not be left in the wild.
It’s a long, engaging process that entails coming to grips with our selfishness, that part of ourselves that humanity has always wanted to retain at all costs, regardless of its potentially counterproductive effects.
The camouflage process slowly worms its way through, until it causes a void.
But it is rooted in the emotional sphere, in the need to feel loved. It can be expressed with an image: is the extended hand yearning to give or it is a claw determined to seize and capture whatever it can devour?

Hatred can be viewed as a form of bulimia:

if I accept and adopt a malicious instinct, perhaps a small and – apparently – insignificant seed, the plant will be lush and flourishing, with extended roots. But those roots will be toxic. Not only will they disseminate malaise, they will incarnate evil itself, whichever may be its underlying philosophical or theological reason.
The frustration of personal expectations is the spark that sets the hay barn ablaze and spreads throughout, destroying everything along its way. The need for revenge takes roots, seeking a figure who has made headlines, that became known as a result of his actions that history (or pseudo history, crime news reports caved in mystifying publicity) records and expands out of proportion, like an interminable foam.

The cowardice of the assailants attacking defenceless people gathered prayer is dual. The “kind” of prayer makes no difference, although, in this case, prayer is what it amounted to. A duel confronts two contenders, on equal terms.

Conversely, hatred prevails and violently conspires against the undefended, those who don’t expect an attack and have no way to react.Is there an antidote, a therapy that may cure the sneer of the attackers, strike a chord and wipe away disturbing thoughts?
What experiences of suffering have scarred their hearts?
What unsolved issues has led them to attack?
Being a person that belongs to others as we belong to ourselves has stopped forming part of the logic of life. An unrestrained, inept lack of logic that fed on hatred has taken over, unable to perceive the other person’s suffering, the wave of savageness that attacks and destroys.
Does the assailant that masterminded the attack have motivations based on sound forms of reasoning or is he raving mad? Seeking the philosophical or abstract motivation risks removing the problem, paving the way to a mosaic of mentions of facts and things that have already been said.
It’s necessary to keep one’s feet on the ground and seek a path for conversion, for transformation – at personal and Community level alike.
The sacred period of forty days – regardless of ascetic or non-ascetic choices that may prompt discussions –  creates the fertile ground for embracing the Word that leads our gaze to the Resurrected Crucifix.
It amounts to changing a heart that harbours hate to a heart that beats for others as they are, that we are called to accept by the hand of our common Creator.

 

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Sulla strage in Nuova Zelanda: cercare una via personale e comunitaria di conversione

Agenzia SIR - Mon, 18/03/2019 - 10:31

Il fatto e la sua diffusione nel web sconcertano ma anche scardinano alcuni principi che reggono la persona e il suo rapportarsi con i suoi simili.
La pianificazione accurata e sistematica, la condivisione con altri che, ovviamente, sono pronti a schierarsi sulla stessa linea, la dicono lunga sul lento e preciso covare di quella strage che poi si è svolta in soli 17 minuti.
Il distorcimento del pensiero e del sentire profondo balzano evidenti e segnano una demarcazione che, una volta superata, comporta un interrogativo lancinante: da dove scaturiscono queste ombre oscure, questi abissi di cui non si scorge il fondo?
Il sentire umano è di tutti: è il pulsare della vita, della trama dell’esistenza che interagisce creando una corrente che circola fra tutti.

Non basta sentire, non basta affermare o constatare il verificarsi della tempesta emotiva. È ancora un’asserzione priva di valore. Dovrebbe martellarci il “perché?”.

Il sentire va educato, controllato, portato ad elevazione, non lasciato allo stato brado.
È un processo lungo, impegnativo che richiede di guardare in faccia il proprio egoismo, quel lato di sé che sempre, ad ogni costo, si vuole salvare, senza pensare agli effetti controproducenti che può generare.
Il processo mimetico lavora come un tarlo, lentamente corrode e poi affiora un buco.
La sua radice però è l’affettività, il bisogno di avvertirsi amati. Lo si può esprimere con un’immagine: la mano è aperta nel dare e nel darsi oppure è un artiglio pronto ad afferrare e ingurgitare in se stesso tutto quanto può divorare?

L’odio può essere pensato come una sorta di bulimia:

se accetto e faccio mio un istinto di malevolenza, magari un piccolo ed insignificante (all’apparenza!) seme, la pianta sarà rigogliosa, frondosa, con radici che si dirameranno ovunque. Tossiche però. Dannose. Portatrici non solo di malessere ma dell’incarnazione del male, qualunque ne sia la ragione filosofica o teologica sottesa.
La frustrazione delle proprie aspettative è sovrana nel generare un guizzo pronto ad incendiare il pagliaio che poi si propaga distruggendo.
Il bisogno di riscatto si innesta e bisogna proiettarsi su qualche personaggio che abbia fatto parlare di sé, che si sia imposto per una qualche azione che la storia (o la pseudo storia, la semplice cronaca piegata alla pubblicità mistificante) fa sua e fa crescere a dismisura come una schiuma irrefrenabile.

La viltà degli assalitori è somma: aggredire persone inermi e in preghiera. Non importa in quale “tipo” di preghiera pur che, in questo caso, preghiera sia. Il duello almeno mette a confronto due contendenti, ad armi pari.

L’odio invece prevale e trama con violenza dinanzi agli inermi, a chi non si attende un assalto e quindi non può reagire.
Esiste un antidoto, una terapia che possa guarire il ghigno degli assalitori, fare breccia in loro e riportarli a pensieri che non siano tenebrosi?
Quali esperienze di sofferenza hanno segnato la loro vita?
Quali nodi irrisolti li portano a colpire?
L’essere persona degli altri esattamente come se stessi non rientra più nella logica della vita, è subentrata un’illogica senza freni, incapace, perché nutrita di odio, di percepire il dolore altrui, l’ondata di efferatezza che colpisce e distrugge.
L’attentatore che ne è la mente, possiede ed agisce con argomentazioni di una sana ragione oppure sragiona? Ricercarne la ragione filosofica o astratta sposterebbe il problema e darebbe agio ad un dossier di tessere per un mosaico di citazioni, di vicende e cose già dette.
È opportuno invece tenere i piedi per terra e cercare una via, personale e comunitaria, di conversione, di mutamento.
Il tempo sacro dei quaranta giorni, indipendentemente dalle scelte ascetiche o non ascetiche che immediatamente possono far discutere, non crea il terreno per l’ascolto della Parola che conduce lo sguardo al Crocifisso Risorto?
Cambiare quindi il proprio cuore che può odiare, in cuore che pulsa per gli altri, come sono e come dobbiamo accettarli dalla mano del nostro comune Creatore.

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Numeri e curiosità: alla scoperta del Parlamento di Strasburgo

Agenzia SIR - Mon, 18/03/2019 - 10:03

La casa comune europea non è solo un ideale che ha iniziato a prendere forma negli anni ‘50, ma è anche un luogo concreto: a Bruxelles, c’è la sede della Commissione e del Consiglio europeo; Strasburgo è sede ufficiale del Parlamento europeo, istituzione democratica per antonomasia perché rappresenta i cittadini dei 28 Paesi Ue. Bandiere che sventolano accolgono gli eurodeputati che una settimana al mese vengono qui per lavorare, mentre le altre settimane l’attività istituzionale torna nella seconda sede dell’Assemblea, anch’essa a Bruxelles. Si riuniscono in un edificio inaugurato nel 1999 che porta il nome di Luise Weiss, grande donna francese che ha combattuto per i diritti e per l’Europa. La costruzione è imponente e leggera allo stesso tempo: una torre di 60 metri, che appare come un raffinato e operoso cantiere, simbolo del grande cantiere europeo, spazio politico ed economico sempre in costruzione, aperto e sempre migliorabile.

Brexit, da 751 seggi a 705. L’emiciclo, al cuore di questo edificio, oggi ospita 751 deputati suddivisi in 8 gruppi, le grandi famiglie politiche europee. La prossima legislatura avrà solo 705 seggi occupati per via del Brexit. Qui siedono 73 italiani, saranno 76 nella prossima legislatura.

Le donne in emiciclo sono il 36,2%. Le delegazioni più “rosa” sono quella maltese (66% di donne) e la finlandese (61%). Quella italiana ha 28 eurodeputate (33% del totale).

Gli eurodeputati hanno una età media di 55 anni (la delegazione italiana è tra le più giovani con età media di 51 anni). Sono però Spagna e Bulgaria ad avere i due eurodeputati più giovani, alla soglia dei 30 anni, mentre il più anziano è il francese Jean-Marie Le Pen, con i suoi 91 anni. Sono 108 gli eurodeputati che in 5 anni sono cambiati, tra chi si è dimesso, chi è passato a un incarico incompatibile con la presenza in emiciclo, chi è passato a miglior vita.

Migliaia di ore in plenaria. In questa sede si svolgono 12 sessioni plenarie di 4 giorni ciascuna in base a un calendario annuale fissato dal Parlamento stesso. I lavori cominciano alle 9 del mattino e gli interventi vanno avanti fino a tarda sera. Fra il 2014 e la fine del 2018 (non considerando dunque le ultime plenarie da gennaio ad aprile 2019), si sono avute 1.993 ore di sessioni plenarie, durante le quali i deputati hanno espresso il loro voto 23.551 volte (relazioni, risoluzioni, emendamenti…).

A guidare i lavori è l’italiano Antonio Tajani, presidente dell’Eurocamera, coadiuvato da 14 vicepresidenti, tra cui altri due italiani: David Sassoli e Fabio Massimo Castaldo.

Quando non sono in plenaria gli eurodeputati lavorano nelle 20 commissioni permanenti, per preparare i dossier e le misure legislative su cui poi la plenaria discute e vota. L’ultima sessione a Strasburgo di questa legislatura è quella del 15-18 aprile. Si tornerà all’inizio di luglio con un parlamento rinnovato.

Il bilancio, i funzionari. Per questa enorme macchina che rappresenta tutti i 500 milioni di cittadini comunitari, ciascun abitante dell’Europa spende all’anno 3 euro e 50 centesimi, il costo di una colazione al bar. Infatti il bilancio del Parlamento europeo per il 2018 ammonta a 1,95 miliardi di euro, di cui il 44% destinato alle spese per il personale, principalmente gli stipendi dei circa 7mila funzionari e dipendenti dei gruppi politici. Il 22% del bilancio 2018 copre le spese dei deputati europei, per gli edifici del Parlamento il 13% del bilancio, per l’informatica e le telecomunicazioni il 16% del totale.

Un capitolo di spesa importante riguarda traduzioni e interpretariato per le 24 lingue ufficiali del Parlamento, cosa che consente a tutti i cittadini di godere di un accesso più diretto e di comprendere meglio le norme dell’Ue che li riguardano.

Resteranno 24 anche dopo Brexit, perché l’inglese si parla ufficialmente anche in Irlanda e a Malta.

I visitatori, gli uscieri in frac. Nella sede del Parlamento entrano ogni mattina, insieme agli eurodeputati, i loro assistenti, i funzionari e lo staff, giornalisti e visitatori. Ci sono giorni in cui si arriva fino a 10mila presenze: una cittadina di medio-piccole dimensioni! Le figure più originali sono forse i 180 uscieri, vestiti in frac nero e con una catenella d’argento, incaricati dell’ordine in emiciclo. Tanti sono i gruppi di persone che visitano il palazzo, fra cui innumerevoli scolaresche. Per loro a disposizione è il “Parlamentarium” – che illustra interattivamente la struttura e i meccanismi di funzionamento del Parlamento – e la possibilità di seguire in emiciclo i dibattiti dal vivo. Prima di ripartire è d’obbligo la foto di gruppo davanti alle bandiere.

foto SIR/Marco Calvarese

Bar, negozi, sala stampa. La struttura è ampia, gli spazi adeguati, ci si muove agevolmente, una volta che si è imparata la geografia dei luoghi. Per sopravvivere alle lunghe giornate di lavoro all’interno dell’edificio del Parlamento si trovano anche quattro bar e due mense. Per i visitatori due negozi di souvenir, per chi ha bisogno di silenzio non manca una sala della meditazione dove si celebra la messa al mercoledì mattina. Per i giornalisti è a disposizione una grande sala stampa dove c’è chi ci lavora per raccontare il cammino dell’Europa. In realtà il Parlamento ha fatto passi incredibili di trasparenza e tutti i lavori si possono seguire in diretta streaming; tutta la documentazione è disponibile in tempo reale sul sito.

#stavoltavoto. Questa casa vale la pena di essere visitata perché ciascuno la senta propria, come di fatto è. Per vedere, capire meglio, sperimentare quanto è importante il voto che il 26 maggio prossimo gli italiani saranno chiamati ad esprimere. Perché #stavoltavoto. E tu?

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Identikit di un successo: con Erasmus oltre 9 milioni di giovani in movimento per l’Europa

Agenzia SIR - Mon, 18/03/2019 - 09:30

“Generazione Erasmus”. C’è stato chi ha coniato, già alcuni anni fa, questa efficace espressione per ricordare i tantissimi studenti europei che hanno potuto beneficiare dello speciale programma di scambi internazionali, studiando in università diverse da quelle del proprio Paese d’origine, nell’ambito dell’Unione europea. Tantissimi davvero, se si pensa che nel 2017, in occasione dei 30 anni del programma Erasmus (è nato infatti nel 1987) si contavano in

oltre 4 milioni i giovani che hanno potuto studiare e formarsi nelle università europee.

Se poi si considerano le opportunità offerte anche a chi non è studente – dal 2014 l’originale Programma Erasmus è diventato Erasmus+ per l’istruzione, la formazione, la gioventù e lo sport – i numeri lievitano: la Commissione europea parla di oltre 9 milioni di persone in movimento per l’Europa.

Nel 2016 – così riferiscono le statistiche, – sono stati oltre 30mila gli universitari italiani partiti in Erasmus e il nostro Paese ogni anno ospita circa 20mila studenti europei. Per gli studenti italiani le destinazioni più scelte sono Spagna, Francia, Germania, Regno Unito e Portogallo. Mentre le università di Bologna, Roma e Padova, con Firenze e Milano, sono quelle che accolgono più studenti dall’estero.

L’Indire, l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa, tracciava nel 2017 un identikit dello “studente Erasmus” che ha scelto l’Europa come destinazione: “Ha un’età media di 23 anni, che diventano 25 per un tirocinante. Nel 59% dei casi è una studentessa, valore che sale al 63% quando lo scopo della mobilità è uno stage in azienda. Spagna, Francia, Germania, Regno Unito e Portogallo sono i Paesi con i quali si effettuano più scambi per studio, con una permanenza media di 6 mesi; gli studenti privilegiano, nell’ordine, Spagna, Regno Unito, Germania e Francia per i tirocini che in media durano 3 mesi”.

Insomma, la “generazione Erasmus” esiste ed è lì a ricordare che l’Europa, per una gran parte di giovani che la abitano, non è solo un’entità burocratica, un Parlamento e Istituzioni talvolta dipinte come “distanti” dalle realtà nazionali e incapaci di rispondere alle esigenze dei popoli. Piuttosto si tratta di una esperienza concretissima di scambi di vite e culture, capaci di costruire il tessuto per una nuova identità tra gli abitanti del “Vecchio Continente”.

In effetti la scommessa che coinvolge l’Europa e gli europei e che passa anche attraverso l’Erasmus, è quella educativa. Riguarda cioè la possibilità di superare ed integrare mentalità e usanze di tanti popoli diversi attraverso l’incontro e la condivisione in particolare da parte dei più giovani, delle nuove generazioni. Conoscere per superare le differenze, conoscere per apprezzare valori e modi di vivere che caratterizzano le realtà nazionali, valorizzando le risorse di ciascuno.

Il programma Erasmus è stato ed è un’occasione davvero preziosa per la costruzione della nuova Europa, quella “dei popoli”, per usare una formula conosciuta.

Non è un caso che le recenti vicende legate alla Brexit abbiano messo in allarme soprattutto la popolazione giovanile, che cerca di abituarsi alle aperture piuttosto che alle chiusure.

Si avvicinano le elezioni europee: saranno certamente un nuovo e importante banco di prova proprio per la “generazione Erasmus”.

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Venezuela: la condivisione per uscire dal deserto della crisi. L’esperienza delle “Pentole solidali”

Agenzia SIR - Mon, 18/03/2019 - 09:17

“Compartir – no dejemos a nadie atras”, condividere per non lasciare indietro nessuno, in particolare bambini e anziani. Recita così lo slogan scelto dalla Chiesa venezuelana per questa Quaresima 2019. Quello che il Paese sudamericano sta affrontando in queste settimane è forse il ‘deserto’ più duro della sua storia recente. Il muro contro muro tra il Governo di Nicolás Maduro e l’Opposizione di Juan Guaidó, i continui black out, la mancanza quasi cronica di cibo, medicine e acqua hanno messo in ginocchio la popolazione. E all’orizzonte non si vede nessuna luce.

Caritas venezuela e Acs-Italia

I bambini sono le prime vittime di questa crisi. I dati drammatici sono riportati dalla Caritas Venezuela nel Rapporto “Sfide 2019”, presentato al Sir e ad Aiuto alla Chiesa che soffre – Italia (Acs), durante una visita nel Paese sudamericano guidata dal direttore Alessandro Monteduro e dall’assistente ecclesiastico padre Martino Serrano:

“110mila bambini sotto i 5 anni versano in stato di denutrizione acuta”

“300mila quelli in povertà estrema. Il 53% della popolazione vive in condizioni di insicurezza alimentare. Un milione di famiglie versa in condizioni di povertà estrema e 2,8 milioni sono quelle cadute in povertà estrema solo nell’ultimo biennio. 800mila famiglie sono del tutto prive di acqua e 1,8 milioni la ricevono saltuariamente. Circa 2 milioni di famiglie hanno almeno un componente emigrato al suo interno. A causa delle migrazioni forzate oltre 600mila bambini venezuelani vivono senza genitori, affidati a nonni e parenti. L’inflazione ha raggiunto quota 1.698.488% ed il tasso di disoccupazione il 27%. L’operatività dei sistemi sanitario e scolastico si è ridotta rispettivamente del 60% e del 70%. Le ultime statistiche disponibili mostrano un aumento della mortalità infantile del 33% tra il 2015 e il 2016. La retribuzione minima – circa 18mila bolivares – corrisponde ad appena 5,4 dollari al mese, con un potere di acquisto di appena il 4,3% dei generi alimentari necessari ad una famiglia ogni mese. “Con un salario minimo mensile si riescono a comprare soltanto 12-15 uova” dichiara amaro il card. Baltazar Porras, presidente di Caritas Venezuela, arcivescovo di Mérida ed amministratore apostolico di Caracas.

Le “pentole solidali” e “la pasta rossa della suora”. Attraverso la promozione di mense e pasti condivisi, le cosiddette “ollas solidarias” (pentole solidali), e attraverso un accompagnamento sociale e pastorale le parrocchie venezuelane cercano di dare una risposta concreta ai bisogni dei più vulnerabili.

Venezuela, suor Patrizia distribuisce i pasti

Lo stile è quello descritto in un grande poster che campeggia nel salone della casa della Congregazione delle sorelle dell’Immacolata, a La Guaira. Qui da più di 40 anni vive e opera suor Patrizia Andrizzi, coadiuvata da suor Marisel, di origini filippine. “Donde se ama a Dios no se olvidan a los pobres”, dove si ama Dio non si dimenticano i poveri: “è una frase di don Domenico Masi, che fondò a Rimini la nostra congregazione nel 1925” dice al Sir la religiosa in un nemmeno troppo vago accento romagnolo.

“Intorno a noi ci sono tante famiglie bisognose. Vivono in grandi palazzi costruiti negli anni dal Governo, ma non hanno gli allacci di luce e acqua. Alcuni appartamenti non hanno nemmeno i pavimenti. Ci vivono anche in 10-15 persone. Ma ancora più grave è il fatto che non hanno da mangiare. Molti bambini di questa zona sono denutriti”.

Nella loro casa le due religiose danno da mangiare ogni giorno a 50 bambini. Ogni due settimane il pasto viene offerto a un gruppo più grande. Ma tutto dipende dai black out e dall’erogazione dell’acqua. “I bambini che vengono qui nella nostra ‘olla solidaria’ dicono di andare a mangiare la pasta rossa della suora” racconta suor Patrizia. Mentre parla il salone si riempie di bambini. È un concerto di piatti che attendono di essere riempiti. Menù del giorno? “Pasta italiana al ragù di carne” la risposta pronta della religiosa. “È un piatto unico dove mettiamo insieme carboidrati e proteine. In tal modo cerchiamo di fornire ai questi piccoli un consistente apporto calorico. Cuciniamo anche brodo con verdure, lenticchie, dipende dal quello che riusciamo a reperire”. Fame e voglia di giocare rendono veloce il pasto che viene completato con una bevanda dissetante. Arriva suor Marisel con la sua chitarra e si comincia a cantare. La grande pentola è ormai vuota, suor Patrizia saluta tutti con un sorriso ma non nasconde la sua preoccupazione per il futuro: “in tanti anni che sono qui in Venezuela non ho mai visto una crisi così prolungata nel tempo. Ma andiamo avanti con speranza. Abbiamo tanti benefattori come Acs-Italia che ci aiutano”.

Padre Alfredo Bustamante

Una comunità affamata. Anche padre Alfredo Bustamante, parroco della parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Catia La Mar, vicino Caracas ha a che fare con una comunità “affamata” e malata. Arrivato un anno e mezzo fa ha subito deciso di aprire una “olla solidaria” e una piccola farmacia sociale. Racconta la sua esperienza mentre si occupa di allestire i pasti del primo turno di distribuzione dedicato ai vecchi e ai bambini. Nelle pentole sono a cuocere 15 kg di pasta e 10 di carne. “Siamo tornati a cucinare dopo un mese che non abbiamo avuto acqua, complici anche i continui black out. Oggi abbiamo di nuovo energia elettrica e così ne abbiamo approfittato. Per i bambini abbiamo preparato anche della cioccolata come integratore”. La notizia della riapertura della “olla” ha portato nel cortile della parrocchia decine di persone che diligentemente si sono messe in fila in attesa del proprio turno. Ogni lunedì, mercoledì e venerdì vengono serviti, con l’ausilio di 25 volontari, pasti per 120 bambini e 100 adulti. “Abbiamo anche nove malati che assistiamo a domicilio”.

In passato padre Alfredo ha tentato anche di portare un piatto di pasta ai tanti venezuelani che vivono a ridosso delle discariche e che nei rifiuti cercano qualche boccone di cibo rimasto. “Ma ho dovuto desistere – spiega – per il divieto impostomi dalla polizia dopo che avevo ricevuto minacce da parte di gruppi criminali che nelle discariche portano avanti i loro loschi traffici”. La ‘olla’ di padre Alfredo, così come tante altre nel Paese, viene sostenuta dalla Chiesa venezuelana, attraverso la Caritas, e da benefattori di varie parti del mondo. Ma sono anche le stesse persone che vengono a mensa a offrire un aiuto donando alla parrocchia uno dei prodotti che trovano nel pacco dei viveri che mensilmente il Governo distribuisce.

“È una condivisione di quel poco che abbiamo che sta portando molti frutti anche spirituali e sta unendo ancora di più la comunità”.

La gente continua ad arrivare e la fila si allunga. C’è anche chi lascia il proprio nominativo alla farmacia parrocchiale per avere una medicina altrimenti impossibile da comprare. Un volontario ritira una busta con alcune scatole di medicinali. “Spesso – dice – ci riportano indietro medicine rimaste in casa dopo la morte del paziente. La speranza è che possano servire ad altri malati”.

La dignità dei poveri. Si condivide il cibo anche nella parrocchia di san Sebastiano, a La Guaira, sede del principale porto del Venezuela. Qui la crisi si percepisce anche dalle tante gru ferme, dai container accatastati e da pochissime navi in transito. Il parroco, padre Martino Vegas, mostra la chiesa piena di gente in attesa di mangiare. Regna il silenzio, i bambini giocano, i più anziani pregano. Da un portone laterale giunge un intenso odore di lenticchie. Il parroco sorride e conferma: “oggi lo chef propone pasta e lenticchie. Non è molto ma neanche poco nel Venezuela di oggi”. Anche a San Sebastiano l’ultimo black out di oltre 100 ore si è fatto sentire e per diversi giorni la cucina è rimasta chiusa.

“Dal lunedì al venerdì cuciniamo fino a 250 pasti – dice il parroco – e pensare che siamo partiti 3 anni fa con 40 persone. La crisi ha sestuplicato le presenze. Ci sono tanti disabili, giovani madri con bambini, disoccupati, anziani”. Insieme a padre Martino recitano una preghiera di ringraziamento e poi cominciano a mangiare. Una volta vuotato il piatto escono da un’uscita laterale, non prima di aver lasciato liberamente qualche bolivar in una cassetta come segno di gratitudine. “Quel poco che hanno lo donano per gli altri – spiega il parroco – è un modo per ribadire tutta la loro dignità”. “Compartir – no dejemos a nadie atras”: nel deserto del Venezuela nessuno viene lasciato indietro.

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A Treviso per riflettere sulla pastorale sociale in “formato” Laudato Si’

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 19:26

Una pastorale sociale, ma sarebbe meglio dire, delle comunità cristiane “formato Laudato Si’”. E’ questo il “nuovo inizio” che si comincia a intravvedere nel momento in cui ci si pone in ascolto e in accompagnamento delle parrocchie, dei gruppi e delle associazioni in giro per l’Italia. Senza chiudere gli occhi di fronte alle novità e alle opportunità provenienti dalla società, a partire dalla mobilitazione dei giovani per il clima e il il futuro del creato. Questo, in sintesi, quanto emerso dal 4° Seminario nazionale di Pastorale sociale, intitolato, appunto, “Cercare un nuovo inizio, per una pastorale sociale capace di futuro: lavoro, giovani, sostenibilità”. L’appuntamento, rivolto in particolare ai direttori degli uffici di Pastorale sociale e alle associazioni interessate, che si è svolto a partire da mercoledì scorso a Treviso e si è concluso stamani. In questi giorni la Pastorale sociale ha riflettuto sulla necessità di “discernere” le questioni dei territori e dell’attualità, anche sapendo stare dentro i conflitti (padre Francesco Occhetta); ha dibattuto a lungo sull’urgenza di scrivere una pagina nuova di stile pastorale, abbattendo le demarcazioni degli uffici per passare a progetti pastorali condivisi tra più realtà (come ad esempio gli uffici per l’Ecumenismo e la Pastorale giovanile); si è messa in ascolto di quanto sta emergendo dalla società, dal “ventre” del nostro Paese, venendo a conoscenza, in particolare, della gestione del riciclo dei rifiuti di Contarina Spa, azienda interamente pubblica e leader nazionale della differenziata; ha condiviso nei laboratori le proposte e le intuizioni del territorio.

Un circolo “Laudato Si’ in ogni parrocchia. Da uno di questi laboratori è arrivata la proposta di diffondere i Circoli Laudato Si’ e gli animatori Laudato Si’, già nati in alcune realtà, come per esempio ad Assisi. “Sviluppare progetti partecipativi, che siano un’occasione per coinvolgere e mettere in movimento le comunità”, è quanto emerso dal laboratorio, dove si è insistito molto sulla necessità di stimolare le parrocchie a “sporcarsi le mani” su temi ambientali. Da un altro laboratorio è arrivata la richiesta di prendere coscienza di una vera conversione ecologica, attraverso buone pratiche e il coraggio della denuncia.

Tra le iniziative ipotizzate: una mappa per leggere la realtà di ciascun territorio su ambiente (aria, acqua, inquinamento), società, legalità, lavoro, la valorizzazione delle esperienze territoriali, l’interazione con le associazioni e la tessitura di relazioni con le istituzioni, l’attivazione di percorsi ecumenici, un “festival delle buone pratiche”.

Mettere al centro relazioni e comunità. Essere “Chiesa formato Laudato Si’”, significa, però, anche mettere al centro la questione dei giovani e del lavoro, stimolando un nuovo protagonismo giovanile. E uno stile nuovo di mettere al centro relazioni e comunità, come ha sottolineato, concludendo il seminario, il direttore della’Ufficio per la pastorale sociale e i problemi del lavoro della Chiesa italiana, don Bruno Bignami: “La fede di porta alla responsabilità e a promuovere sostenibilità. E la pastorale sociale deve essere uno spazio di confronto e buone relazioni”. Per quanto riguarda alcune questioni specifiche, don Bignami ha parlato della necessità di dare priorità ai territori fragili e in corso di spopolamento.

Dalle piazze dei giovani un benefico scossone. Ma il Seminario non si è esaurito dentro le mura della sala che ha accolto i convegnisti. Stimoli, provocazioni, sono arrivati in contemporanea dalle piazze di tutto il mondo, che ieri si sono riempite di giovanissimi e giovani. Mettere “in circolo” la Laudato Si’, le buone pratiche che stanno sorgendo dal basso, e gli appelli che arrivano dai giovani è la sfida che coinvolge le comunità. Riflette Cecilia Dall’Oglio, di Giustizia e Pace Europa, coordinatrice di un laboratorio:

“I giovani ci stanno facendo vedere il futuro, con una purezza che speriamo resti tale. Ho visto positivamente anche il coinvolgimento delle famiglie e delle scuole. Questi giovani ci aiutano a vivere per davvero le cose belle che ci siamo detti in questi giorni. E non pensiamo che siano così distanti dai discorsi che facciamo, per esempio le nuove generazioni colgono l’autenticità che c’è nel messaggio di papa Francesco, le sue parole arrivano al cuore di tutti”. 

Conferma suor Alessandra Smerilli, docente alla Pontificia facoltà di Scienze della formazione Auxilium: “Diciamolo pure, dai giovani ci è arrivato un autentico scossone, ci fa capire come questo tema sia in cima alle loro priorità e la cosa bella è che li abbiamo visti in carne e ossa, non solo sui social. Mi pare che noi adulti siamo chiamati a stabilire un’alleanza seria con loro, sostenerli e spalleggiarli perché la protesta porti a scelte politiche”. Di una cosa, suor Alessandra è sicura: “La Laudato Si’ faceva da sfondo ieri alla protesta dei giovani, l’ho colto dai messaggini che ricevevo. Come Chiesa abbiamo un importante ruolo, sta a noi veicolare i messaggi giusti”. A quanto pare, la sintonia tra una “Chiesa formato Laudato Si’” e le nuove piazze è più profonda di quello che pare. Un’occasione da non perdere.

 

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Seconda domenica di Quaresima: all’improvviso una schiarita e si intravede la destinazione

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 14:51

Terzo appuntamento con le riflessioni di padre Hanna Jallouf, che accompagneranno il cammino quaresimale verso la Pasqua. Padre Jallouf è il parroco latino di Knayeh, villaggio siriano non distante proprio da Idlib.

La Quaresima che abbiamo iniziato è un cammino diretto verso un avvenire di luce. Quando camminiamo per una strada, nel fondo di una valle, sotto il cielo piovoso, ci capita di non vedere più la mèta della nostra direzione. All’improvviso una cima, una schiarita: di nuovo riusciamo ad intravedere la destinazione. Abbiamo ritrovato l’orientamento. Ritorna il coraggio ed è possibile riprendere il cammino.

Impegnati nel quotidiano della vita, abbiamo riconosciuto mediante la fede, che la vita può condurci a Dio, ma a volte le difficoltà ci sovrastano, ci sentiamo disperati.

Allora ecco la trasfigurazione illumina la nostra via e la nostra vita. La trasfigurazione non è uno spettacolo a cui si è invitati ad assistere, ma un esperienza mistica che non si coglie con gli occhi della carne, dei sensi, ma con lo sguardo della fede. Mosè ed Elia sono lì a rassegnare le loro dimissioni e per di più ad accettare lo sfocio conclusivo del disegno di Dio, che si apre nel paese di Canaan, ma si chiude nel mondo della Resurrezione. Gesù si trasfigura, per dirci che in lui sono compiute tutte le profezie e le leggi, e la sua resurrezione illumina la nostra strada nel mondo.

Lo scandalo della croce diventa, trono e mèta di salvezza.

Nella mia parrocchia, durante la Quaresima, prima di iniziare la Via Crucis, con la benedizione si recitano i salmi penitenziali. Si conclude la messa della reliquia della Santa Croce, in cui si dice: “La grazia del Signore sia sempre con voi. Il ricordo della sua passione rimanga nei vostri cuori e il segno della Sua Croce vi protegga da ogni male, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.

(*) parroco latino di Knayeh

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Scritti in onore di Domenico Rosati: ha insegnato a essere persone senza presunzioni di ruolo o di primati

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 13:53

“Cristiani di frontiera. Scritti in onore di Domenico Rosati” è il titolo del volume uscito in occasione dei 90 anni di una “tra le più significative figure del cattolicesimo politico e sociale italiano nella stagione aperta dal Concilio Vaticano II”, come lo definisce nella prefazione Claudio Sardo, curatore dell’opera, edita da Diabasis. Presidente delle Acli dal 1976 al 1987, senatore indipendente nella Dc dal 1987 al 1992, giornalista e scrittore, concluso il mandato parlamentare si è impegnato in modo particolare nella Caritas italiana. Proprio a questa esperienza si riferisce il contributo che pubblichiamo – uno dei 31 raccolti nel volume – a firma del cardinale Francesco Montenegro, che della Caritas italiana è stato a lungo presidente.

 

Quando una persona sa rimettersi completamente in gioco, lasciando da parte i ruoli che ha ricoperto, senza quindi  pretese e presunzioni, lascia un segno profondo in coloro che lo incontrano. Tanto più se tutto questo è condito da una permanente ironia, piena di saggezza e mai di sarcasmo.

Così è stato Domenico Rosati in Caritas italiana. Dopo le sue esperienze in Acli e nel Parlamento, Domenico ha ricominciato per certi versi da capo, offrendo però la sua esperienza, la sua credibilità, il suo stile competente e, se necessario, scanzonato.

Caritas italiana in quegli anni cercava di rafforzare le sue competenze interne in ambito di politiche sociali e di contrasto alla povertà. Sentiva l’esigenza di strutturare maggiormente – accanto alla capacità di ascolto delle povertà espressa dai centri delle Caritas diocesane – competenze e strumenti interni alla sua struttura in grado di accompagnare gli operatori locali in termini di discernimento e advocacy.

L’ipotesi di allora – come ebbe modo di sottolineare lo stesso Rosati in occasione di un suo intervento sul pensiero di Mons. Giovanni Nervo che fece nascere e accompagnò Caritas Italiana con impegno, passione civile, amore per la città degli uomini ma soprattutto una grande fede –  era quella di una dinamica in cui l’intero processo politico non si risolvesse con la delega elettorale ma si articolasse in un raccordo continuo tra eletti ed elettori, questi ultimi variamente organizzati, per una verifica sulla coerenza delle scelte di ogni giorno. Un modo per far sentire ai rappresentanti il sostegno critico dei rappresentati, ma anche per far crescere la coscienza politica dei rappresentati attraverso la conoscenza e la presa in carico dei problemi effettivi di ogni amministrazione. Coscienza politica, cioè non settoriale, non egoistica, non corporativa, non lobbistica. Dove trova pieno riconoscimento anche la protesta, ma questa è fondata e motivata sulla cognizione dei dati reali e non generica e confusa, terreno di facile pascolo per ogni avventura demagogica.

Fino ad allora – e anche negli anni successivi – la Fondazione Zancan aveva rappresentato il supporto formativo alla azione di Caritas italiana in questo ambito; ma era tempo di fare maturare anche competenze interne che sapessero accompagnare e fare evolvere questo pensiero sulle politiche nel contempo competente e coerente con una idea evangelica di persona e comunità.

Domenico ha rappresentato, in questo senso, un maieuta, un formatore, un sollecitatore di queste attenzioni. Sempre con assoluto garbo e senso della  misura, senza soverchiare nonostante la straordinaria competenza, senza la pretesa di pronunciare parole definitive, ma con rigore e determinazione.

Erano quelli gli anni della costruzione della prima riforma del settore sociale, in particolare attraverso la legge 328/2000, ed era necessario sollecitare un cambiamento e, nel contempo, formare alle novità che quella legge avrebbe dovuto portare.

Come sappiamo fu una riforma a metà: i suoi obiettivi ambiziosi furono in buona parte vanificati dalla sua tardiva approvazione, negli ultimi mesi della legislatura.

La necessità di una numerosa serie di decreti attuativi la espose pesantemente ad una scarsa o nulla attuazione in molte regioni italiane. Ma un passo avanti culturale era stato portato avanti, anche con il contributo di Caritas italiana.

Innumerevoli in quegli anni i suoi articoli, relazioni, note prodotte, accanto a incontri di formazione e di coordinamento: Domenico è stato l’animatore di una comunità professionale di operatori che sono cresciuti culturalmente sotto la sua direzione. Una scuola in cui il realismo cristiano, privo di ideologismi e di retorica, si fondeva con la volontà del cambiamento, in spirito e lettera, della nostra Costituzione repubblicana.

Domenico ha formato una generazione di operatori nella prospettiva della promessa costituzionale, non solo declamata, ma compiuta caparbiamente nella vigilanza sui processi normativi e sui dibattiti politico-istituzionali, nella competenza e nella capacità di cogliere ogni spazio di cambiamento possibile.

Ma la promessa costituzionale – a cui Domenico ha formato –  è profondamente intrisa di quel personalismo cristiano che uomini come Dossetti, Lazzati, La Pira e Moro hanno saputo fare inscrivere non solo nelle pagine delle Costituzione repubblicana, ma anche nella loro concreta esperienza umana e cristiana. Uomini fedeli alla Parola, fedeli nella prova a cui la storia li ha chiamati.

Una formazione esigente, ma capace di trasmettere quella empatia profonda che è la cifra personale di Domenico, anch’essa profondamente pedagogica: perché ha insegnato a essere persone senza presunzioni di ruolo o di primati etici, ma capaci di relazioni franche, umane, collaborative, dentro e fuori i recinti ideali o organizzativi in cui ognuno di noi si viene a trovare.

Una pedagogia civile fatta di stile personale, cultura politica, ispirazione cristiana, capacità comunicativa, che a volte sentiamo difettare in questo tempo, soprattutto per quanto riguarda i dosaggi sapienti di queste virtù.

(*) arcivescovo di Agrigento

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Camorra: Di Gennaro (Univ. Federico II), “un welfare di prossimità l’antidoto migliore per combatterla”

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 13:48

Omicidi nell’hinterland, faide interne, intimidazioni, pizzo anche nello spaccio e nel gioco d’azzardo, stese nel centro storico di Napoli, infiltrazioni in altre regioni, come il Veneto: qual è il volto della camorra oggi? La domanda l’abbiamo rivolta al sociologo Giacomo Di Gennaro, coordinatore del Master di II livello in Criminologia e diritto penale e Analisi criminale e politiche per la sicurezza urbana del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Federico II di Napoli.

Quali sono le caratteristiche della camorra oggi?

Estensione, molteplicità e forte autonomia territoriale è l’impronta che storicamente ha connotato il radicamento dei clan di camorra sia nella città sia nell’hinterland partenopeo. Nel tempo a questi due caratteri si è andata associando la tendenza alla gerarchizzazione con inevitabile forte controllo interno al clan che come tratto, più dei gruppi della provincia metropolitana, ha prodotto una significativa distinzione rispetto a quelli cittadini. Queste peculiarità spiegano le costanti e cicliche “guerre”, faide, lotte intestine, scissioni, tradimenti, diserzioni, brevi tregue e sono la cifra della permanente fibrillazione territoriale che rende visibile un uso strategico della violenza omicidiaria.

Cosa è cambiato rispetto al passato?
Questa strutturale alta conflittualità esistente fra i clan determina mutevoli e incerti equilibri criminali, nonché la nascita di nuove famiglie, nuovi gruppi, spesso – come in questa fase – caratterizzati dall’età giovanile delle nuove leve. Queste, nutrite da identità più ciniche, spavalde e desiderose di ascendere in fretta la scala delle gerarchie criminali, nonché agevolate dai vuoti di potere lasciati dalla cattura di latitanti, dagli efficaci esiti investigativi della magistratura e delle forze dell’ordine che hanno portato in galera i vertici di molti clan, esibiscono

una violenza disordinata, irragionevole e più pericolosa,

ma da essi ritenuta idonea ad occupare le nuove piazze di spaccio.

Quali sono i settori in cui prosperano di più gli affari dei clan?

Droga, estorsioni, usura, gioco d’azzardo, traffico di rifiuti, contrabbando di sigarette, armi, mercato funerario, servizi locali di public utility, contraffazione di merci, medicinali, truffe, riciclaggio in attività finanziarie, di ristorazione, turismo, commercio, agricoltura, grande distribuzione, mercato del fotovoltaico, corruzione di funzionari pubblici, sanitari, amministratori locali, forze dell’ordine, magistrati, direttori di banche, imprenditori, interessi negli appalti pubblici. Un corollario di attività e incorporazione di ceti professionali che, in un continuum talora indifferenziato di reti criminali, ha permesso e permette – specie alle famiglie camorristiche più storiche – di essere presente oltre l’ambito regionale e anche nazionale. L’investigazione recente nel Veneto non disvela nulla di nuovo per gli addetti ai lavori. I più ricchi territori del Centro e del Nord sono da decenni interessati da infiltrazioni e anche nuove forme di radicamento delle organizzazioni criminali. Lì si spara di meno, si opera una intimidazione più latente, si agisce nell’invisibilità più pura e complessa ma con risultati più elevati.

Cosa sta cambiando nel napoletano?

Gli scenari più attuali della camorra sono caratterizzati innanzitutto dallo smantellamento, almeno in gran parte, della più grande piazza di spaccio europea che era Scampia. Di quella guerra resta ancora latitante Marco Di Lauro, figlio dell’ampia famiglia di Paolo Di Lauro. Gli ultimi tempi sono attraversati da dimostrazioni di forza (le stese) e fronteggiamento di gruppi storici ed emergenti che si avversano per il controllo delle nuove piazze di spaccio, sia in città (Soccavo, Rione Traiano, Pianura oppure nel quartiere Sanità), sia a Est (Ponticelli, Barra) e a Nord di Napoli (Parco Verde di Caivano e area di Afragola divenuti i nuovi supermarket della droga). È in quest’ultimo esteso territorio che la tensione è di recente più alta perché lo scontro è tra clan ben radicati e gruppi emergenti: il clan Ciccarelli a Parco Verde, gli scissionisti Amato-Pagano tra Melito, Mugnano e Arzano, i Nuvoletta e i Polverino tra Marano e Quarto, i gruppi Di Buono e Avventurato che operano ad Acerra, a Casalnuovo e Volla i clan Rea-Veneruso e Piscopo-Gallucci. Tutti si contendono il controllo delle estorsioni e del traffico di stupefacenti, il controllo del territorio e il tentativo di creare nuovi traffici.

C’è poi il fenomeno delle baby gang…

A insidiare le storiche famiglie

una “paranza” di giovanissimi dai cosiddetti “girati” ai nuovi spietati baby-camorristi

che con il crepitio delle pistole vogliono farsi spazio e acquisire soldi, sebbene sporchi di sangue. L’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura è costante e l’effervescenza della risposta dello Stato impedisce che la scia di morti sia più lunga. Ciò è necessario ma non è sufficiente. Il paradosso è che l’efficienza del contrasto dello Stato ha prodotto l’effetto inintenzionale dell’aggregazione criminale adolescenziale.

Cosa si può fare?

Occorre operare con strategie preventive e rieducative differenziate: con i giovani e giovanissimi che appartengono a famiglie camorristiche storiche bisogna avere il coraggio di allontanarli dalle famiglie e dal contesto mettendo in campo un percorso di risocializzazione alternativa; la microcriminalità richiede che sia trattata con strumenti normativi più efficaci e strategie di azione riparativa che responsabilizzino il minore integrandolo in veri percorsi di responsabilizzazione soggettiva e riparazione del danno. Infine, per i borderline, quelli che sono al confine delle due precedenti aree, l’investimento territoriale di contrasto alla deriva socio-criminale va fatta a più livelli, puntando sul recupero scolastico, sul prolungamento delle attività formative in forme alternative e in luoghi protetti, sulla riqualificazione di pezzi di territorio, sull’offerta di alternative di socializzazione nel tempo libero, su forme di aggregazione ed esperienze nuove, sul lavoro. C’è una povertà educativa che precede la povertà materiale ed espone i giovanissimi al rischio attrattivo del crimine. Per demafizzare molti contesti territoriali occorre costruire una rete di relazioni istituzionali e sociali in grado di sostenere da un lato le attività economiche innovative, dall’altro veicolare azioni sociali di prevenzione in grado di modificare il tenore culturale della cittadinanza e valorizzare pratiche di civismo solidale attraverso le relazioni di prossimità.

Ci sono esperienze positive di contrasto alla camorra?

C’è una parte consistente di società civile, di gruppi di volontariato, associazioni familiari, professionali, di religiosi e religiose, istituzioni sociali e culturali, scuole diventate presìdi di legalità, insegnanti, magistrati, docenti universitari, di comitati di quartiere che ogni giorno con impegno e dedizione, in forme diverse, mettono in atto azioni preventive e interventi di integrazione sociale, attivazione di reti di prossimità, pratiche di civismo solidale, di formazione alla legalità: insomma,

un welfare di prossimità umana

che almeno rimpiazza il welfare societario negato. Reagiscono al disfattismo e alla depressione sociale che frequentemente esprime gran parte dell’opinione pubblica. La Sanità con le Catacombe di S. Gennaro Scampia, con il centro Hurtado, Rione Traiano con l’“Orsa Maggiore” sono esempi positivi. Non c’è quartiere, fetta di territorio, area urbana o periferica che non abbia al suo interno la contrapposta presenza della mefistofelica subcultura criminale organizzata in clan e le reti associative, i comitati civici, le realtà anticamorra. Il problema è che la Napoli criminale nell’accumulare ricchezze col sangue fa audience, attrae i media, il mondo del cinema, dello spettacolo, fa rumore. La Napoli legale, ordinaria, laboriosa e civica opera in silenzio e al massimo accumula capitale sociale che spera divenga in futuro un inibitore del suo opposto.

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Digiunare significa convertirsi (papa Tawadros II)

Natidallospirito.com - Sat, 16/03/2019 - 11:55

Tra tutti i numerosi strumenti spirituali, nella nostra vista spirituale ed ecclesiale, il digiuno occupa un posto importante. Esso è uno dei pilatri fondamentali che esprimono, di fronte a Dio, la nostra umiltà, la nostra speranza e il nostro amore. I digiuni nella nostra Chiesa si estendono per più di metà dell’anno. Digiuniamo, infatti, comunitariamente in momenti particolari dell’anno, non mangiando per un certo tempo e astenendoci dai cibi di origine animale, cercando di imitare lo stato paradisiaco vissuto da Adamo ed Eva prima della caduta e della trasgressione.

Nei libri della Sacra Scrittura, il digiuno ha una lunga storia. I digiuni più noti sono probabilmente quello praticato dal profeta Mosè per quaranta giorni (cf. Es 24,28), quello del profeta Elia (cf. 1Re 19,8), di Cristo (cf. Mt 4; Lc 4).

Malgrado il cibo sia una grazia e un dono di Dio, l’astinenza per uno o più giorni rappresenta una forma di umiliazione che ha come scopo, prima di tutto, quello di convertirci. Nelle pagine della Scrittura troviamo numerosi capitoli e passaggi dedicati al digiuno e ai suoi effetti. Ricordiamo Is 58, Gl 2,12-20, Mt 6,1-18.

Nel libro di Gioele la pratica del digiuno comunitario può essere racchiusa in sette passi[1].

1. Suonate il corno in Sion[2]: ovvero la vita di lode in Chiesa;

2. Santificate il digiuno: ovvero dedicare questi giorni prima di tutto al Signore;

3. Proclamate il ritiro: ovvero ritirarsi per potersi dedicarsi alla conversione;

4. Radunate il popolo: mediante giornate spirituali e preghiere;

5. Santificate la comunità: ovvero purificate il popolo mediante la purificazione del cuore dal peccato;

6. Astenersi dalla passione: ovvero astenersi dai rapporti coniugali, di comune accordo;

7. Piangano i sacerdoti: in quanto guide e modelli offrono preghiere con lacrime.

Questo è il “digiuno umile” che apre il cuore alla santità e fa vivere l’uomo nel pentimento e nel pianto per i propri peccati, lontano dai piaceri che possono distrarlo.

Il “digiuno umile” è capace di toccare le nostre emozioni, i nostri pensieri e le nostre coscienze, non soltanto il nostro stomaco. Così possiamo purificarli dai litigi, dalle polemiche e dai pensieri cattivi.

Ci è stato donato di essere in presenza di Cristo mentre siamo sulla terra, talvolta da vincitori, talatra da crocifissi. Ma dobbiamo essere sempre pronti e mai fuggire dal suo volto. Il digiuno umile ci aiuta molto in questo senso a essere pronti per incontrare Dio (cf. Es 24,28; Dn 9,3).

Talvolta il digiuno diventa inutile: ci attacchiamo alle formalità e cambiamo soltanto tipo di cibo, oppure digiuniamo controvoglia, o per far vedere alla gente che digiuniamo (cf. Mt 6,16). Così facendo cadiamo nei peccati dell’orgoglio, dell’ostentazione, del formalismo privo di sostanza e di profondità.

Il vero digiuno è legato all’amore del prossimo ed è inseparabile dalla preghiera, la quale alimenta il digiuno. Per questo dice il salmista, il profeta Davide: “Se solo potessi avere ali come di colomba per volare e trovare riposo” (Sal 54,6-7). La vera preghiera e il vero digiuno fanno innalzare l’anima come una colomba che, pura, vola verso Dio. Così essa può trovare riposo e gioia. “Volo e trovo riposo” significa “prego e trovo riposo, digiuno e trovo riposo”.

Una volta un uomo fece visita a un sacerdote e gli disse: “Mostrami Dio!”. Il sacerdote gli disse: “Non posso mostrarti Dio. In più, so che tu sei in uno stato tale che non ti permette di vederlo”. Meravigliato di questa risposto, l’uomo riprese: “Come lo sai?”. Rispose il sacerdote: “Te lo dimostro. C’è un testo evangelico che ti colpisce talmente tanto da penetrare nel tuo cuore?”. E l’uomo: “Sì, è la storia della donna colta in flagrante”. “Perché?”, gli chiese il sacerdote. E l’uomo rispose: “Credo che io sia l’unico che non si sarebbe ritirato dalla scena prima di averle tirato una pietra”. Al che gli disse il sacerdote: “Hai risposto tu stesso. Non puoi vedere Dio perché gli sei totalmente estraneo. Non sai ancora come digiunare dal tuo ego”.

Caro lettore, prega con me:

“Ti ringrazio, Signore, perché mi hai donato la grazia del digiuno
e mi hai portato fino a questo ora.
Ti supplico, Signore, aiutami a vedere i miei peccati, a conoscere le mie debolezze
e a non nascondere nel cuore alcuna cattiveria o alcuna specie di male.
Possano questi giorni di digiuno essere un’occasione vera
per penetrare nel profondo del mio cuore
ed entrare nell’intimo della mia camera
chiudendo la porta alle parole e al cibo.
Allora ti vedrò, mia gioia, mia forze, mio aiuto
essendo davvero convertito, con lacrime e pentimento.
Allora non ti sarò estraneo. Amen.”

[1] Cf. Yusuf As’ad, al-Sawm al-masihi (Il digiuno cristiano).

[2] Il testo citato è secondo la LXX, N.d.T.

Tawadros II
papa di Alessandria e patriarca della predicazione di San Marco

traduzione dall’arabo
tratto da: “al-Sawm, tawbatuna”, al-Kiraza, anno 47, n. 9-10, p. 3

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Papa Francesco in Marocco: cristiani e musulmani lavorino insieme per la pace

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 10:25

Come già sapete, Papa Francesco visiterà il Marocco il 30 e 31 marzo prossimi.

Questo annuncio, una buona notizia per la Chiesa in Marocco, è una grande gioia per tutto il popolo e motivo di particolare gratitudine per noi, perché avremo occasione di avvicinarci al Papa – anche se forse qualcuno ha già potuto farlo -, celebrare con lui la nostra fede, ascoltarlo, fargli sentire il nostro affetto e dirgli che ci siamo impegnati a portare il Vangelo di Cristo nel cuore di coloro con cui percorriamo il sentiero della vita.

Tuttavia, niente di tutto questo, pur essendo importante e persino necessario, sarebbe una ragione sufficiente per giustificare questa tanto desiderata visita del Papa in Marocco, perché il nostro impegno nei confronti del Vangelo, il nostro affettuoso attaccamento a Papa Francesco, così come la gioiosa celebrazione dei misteri della fede, fanno parte della nostra vita, per non dire semplicemente che sono la nostra vita, anche se non ci venisse mai concessa l’opportunità di vedere il Papa.

Questo mi porta, fratelli miei, a considerare altri aspetti di questa visita, che potrebbero non risultare così familiari come quelli che, fin dall’inizio, reclamano la nostra attenzione, ma che sono probabilmente più significativi e ai quali, in realtà, si dovrà prestare una maggiore attenzione.

Mons. Santiago Agrelo Martinez

È ovvio che il Papa viene in Marocco per noi cristiani che viviamo qui; non penso di sbagliarmi, però, affermando che viene anche – anzi soprattutto – per il popolo marocchino, che qui ci accoglie come loro fratelli.

Per cristiani e musulmani, è la chiamata a lavorare per la pace, ad agire secondo giustizia, a essere solidali gli uni con gli altri, a promuovere la libertà di tutti.

Se in passato potevano separarci due certezze, oggi deve unirci un’unica ricerca. Se abbiamo scritto una storia fratricida nel nome di due fedi, è tempo di scriverne un’altra che agli occhi di tutti risulti fraterna, unita da vincoli di clemenza e misericordia.

Ciò che viene da Dio, tanto nell’Islam quanto nel Vangelo, non ci separa gli uni dagli altri, non ci rende estranei gli uni agli altri, e ancor meno ci rende superiori gli uni agli altri.

Ciò che è di Dio unisce nell’amore, che è Dio.

Viviamo tempi difficili, in cui per cristiani e musulmani è diventato urgente scoprire la nostra comune vocazione a umanizzare il mondo, e di farlo ciascuno partendo dalla luce con cui la fede che professiamo ci illumina.

Il cuore mi dice che la visita di Papa Francesco in Marocco lascerà nei nostri occhi la gioia di guardarci come fratelli, nei nostri cuori un impegno nei confronti di questi fratelli e di questa terra, nelle nostre mani un progetto di solidarietà con i poveri, nel nostro spirito la passione di Dio per le sue creature.

Ma voi sapete bene, fratelli miei, che all’orizzonte di questa visita apostolica ci sono anche questi ultimi tra gli ultimi che sono gli emigranti.

Abbandonati al loro destino, consegnati nelle mani criminali delle mafie dalle politiche criminali dei governi, impossibilitati ad esercitare i loro diritti fondamentali, trattati come schiavi, portati avanti e indietro come una merce, spinti a negoziare con la morte ciò che dovrebbe offrire loro in giustizia, questi emigranti hanno bisogno che la parola del Papa venga rivolta a loro per confortarli, per mantenere viva la loro fede, per rafforzare la loro speranza. Hanno bisogno anche che quella parola si rivolga alla coscienza del popolo, ricordi la responsabilità che nel dramma dell’emigrazione ha la politica di ogni nazione, e l’ancora maggiore responsabilità, se possibile, che in materia di formazione della coscienza e di presa di decisioni politiche hanno le comunità cristiane nei paesi di origine, nelle Chiese lungo il cammino, nei paesi di destinazione.

Questa è una speranza accesa nel cuore della Chiesa di Tangeri: che Papa Francesco venga in questa terra, e che a questa umanità affamata di giustizia, di amore, di speranza, faccia arrivare la luce della sua parola, il calore del suo affetto, la testimonianza che la Chiesa, madre di tutti, è particolarmente vicina a questi figli che hanno bisogno di tutto.

Questi figli ultimi non potranno avvicinarsi a Papa Francesco. Dovranno però occupare un posto privilegiato nel suo cuore di padre e nel cuore della sua visita apostolica in Marocco.

A noi spetta preparare il cammino. Lo faremo con austerità di vita, nella solidarietà con i poveri, con la preghiera nella comunità e il rapporto personale con il Signore. Lo faremo come se stessimo preparando la venuta del Signore: Benedetto colui che viene nel suo nome!

(*) arcivescovo di Tangeri 

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Strage in Nuova Zelanda: l’odio per chi è diverso non prevalga

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 10:22

Venerdì 15 marzo, mentre pregavo la Via Crucis con i fedeli, li ho invitati ad aprire il cuore, a creare un po’ di spazio e a ricordare, insieme alle persone care, le 49 vittime della Nuova Zelanda. Ci siamo messi insieme in cammino dietro a Cristo sofferente, che questo venerdì è stato crocifisso nei corpi uccisi di quei musulmani in preghiera. Abbiamo pregato in raccoglimento e silenzio, tutti insieme, quasi a continuare quella preghiera interrotta delle 49 persone la cui vita è stata troncata in modo crudele.

Un crimine, un atto terroristico, che ha una sola causa, una sola giustificazione: l’odio. Per chi è diverso, crede e pensa in modo diverso. Ma anche per chi è immigrato.

Viviamo in un mondo che pare essere sempre più una pentola a pressione. Nonostante si cerchino valvole di scarico, eventi come questo indicano che qualcosa continua a non andare. Sembra che il male abbia una missione, quasi come il bene, con la differenza che la prima usa qualsiasi mezzo, pur di averla vinta, pur di dominare la vita di individui e d’intere società. Quando l’uomo perde la ragione – e la violenza è contro la ragione, come disse Papa Benedetto a Regensburg – la sua vita diventa una giungla, la società stessa diventa tale, e così l’unico “equilibrio” da mantenere e raggiungere sembra essere quello della sopravvivenza a ogni costo, anche eleminando il proprio simile.
Eppure non ci è data un’altra terra da vivere, non un altro mondo o un pianeta sul quale trasferirci. Ci è dato solo questo pianeta: ed è questo che noi dobbiamo impegnarci a rendere migliore.

Purtroppo ciò che è accaduto in Nuova Zelanda scoraggia e mette un velo nero sui tentativi di tanta gente di buona volontà per creare un mondo migliore.

La morte di quei musulmani, mentre pregavano o uscivano dalla preghiera, è la morte degli innocenti ed è una ferita per l’umanità che vuole vivere pacificamente. Certamente possiamo rendere il mondo migliore. Ma come? Da dove partire?
In questi giorni giunge la notizia della candidatura di Greta Thunberg, un’adolescente svedese, a premio Nobel per la pace. Si è impegnata per il clima e contro il riscaldamento globale, contro il terrorismo ambientale. Un grande insegnamento… I giovani da tante parti del modo stanno indicando la strada a noi adulti. Mi sembra un’immagine biblica: il fanciullo che guida (Is 11,6). Così come tanti giovani sono andati nelle piazze a dire di no all’inquinamento. La voce dei giovani può aiutarci a rendere migliore il mondo. Perché hanno la capacità di frequentare il futuro.

Dando spazio alla loro creatività e, soprattutto, impegnandoci nella loro formazione possiamo combattere tutti i fenomeni negativi delle nostre società, tra i quali l’intolleranza verso chi è straniero, di diverso colore, pensiero e credo religioso.

Oggi più che mai siamo poi chiamati a promuovere quei modelli di convivenza che già ci sono in diverse parti del mondo. Da questo punto di vista, senza presunzione alcuna, l’Albania è un Paese che può dare molto, con il suo modello di convivenza tra religioni. È un valore per noi e cerchiamo di tenercelo stretto. Anzi preghiamo, ciascuno nella sua religione, che non sia solo la buona volontà a tenerci uniti e in armonia, ma soprattutto la forza di Dio, di quel Dio che un giorno ci chiederà conto di quanto abbiamo amato, il fratello-amico e il fratello-nemico, il fratello-simile e il fratello-diverso.
È proprio vero quanto affermava il saggio musulmano Jalaluddin Rumi: “Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù”.

(*) vescovo di Rreshen

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Buone pratiche. Contarina Spa: società totalmente pubblica che macina un record dopo l’altro nella raccolta differenziata

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 19:33

Degli strani “gilet gialli” si aggirano tra camion, cataste di rifiuti e impianti d’avanguardia. Sono i convegnisti del 4° Seminario nazionale di Pastorale sociale, intitolato “Cercare un nuovo inizio, per una pastorale sociale capace di futuro: lavoro, giovani, sostenibilità”, rivolto in particolare ai direttori degli uffici di Pastorale sociale e alle associazioni interessate, che si è aperto mercoledì e si concluderà domani a Treviso, all’hotel Maggior Consiglio.

In ascolto delle buone pratiche. Quella di oggi è stata la giornata dell’ascolto, da una parte della “piazza dei giovani” che scioperavano per il clima (solo a Treviso erano in 4mila), dall’altra della società civile e della sua creatività. La giornata dell’Italia delle buone pratiche su ambiente, sostenibilità, economia circolare, reti sociali e comunitarie, che fanno dire a Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, che “sta emergendo una nuova sensibilità ambientale nella società e nell’economia, particolarmente in Italia”. Così, al mattino, in sala, sono state portate da Giovanni Carrosio le esperienze che consentono ai piccoli paesi delle aree emarginate non solo di sentirsi vivi, ma di promuovere idee nuove e contagiose; mentre Giuseppe Savino ha illustrato il “rural hub” battezzato “VàZapp”, un singolare ambito nato a Foggia, di che vuole mettere insieme i contadini pugliesi creando non rappresentanza, ma “presentanza”, cioè rete comunitaria e di conoscenza, formazione, scambio tra generazioni.

Il “santuario del riciclo”. Ma la buona pratica vissuta “dal vivo”, con maggiore profondità, è stata quella della gestione dei rifiuti da parte di Contarina Spa, la società totalmente pubblica – i proprietari sono i 49 Comuni della Destra Piave trevigiana – che da anni macina un record dopo l’altro nella raccolta differenziata, oggi all’86%, contribuendo così in modo sostanziale al primato nazionale della provincia di Treviso.
Così, indossati per sicurezza i vistosi gilet gialli, i convegnisti hanno potuto visitare il nuovissimo impianto per il compostaggio di umido e vegetale a Trevignano e le apparecchiature d’avanguardia a livello mondiale del centro gestione rifiuti a Lovadina di Spresiano.

Una sorta di “santuario laico del riciclo”, quest’ultimo: quasi settimanalmente visitato da delegazioni di tutto il mondo e da politici di tutti i partiti.

I “gioielli” sono il primo impianto al mondo per riciclaggio di pannolini e assorbenti e il padiglione che divide, da una parte, plastica, vetro e metallo e, dall’altra, carta e cartone. Ma c’è anche l’impianto che depura e sminuzza il secco non riciclabile, riducendo al minimo la frazione da portare all’inceneritore.

La macchina che ricicla i pannolini. L’impianto per i pannolini lavora ancora a livello sperimentale e per il momento l’utenza proviene da ospedali e case di riposo. “Stiamo attendendo un cambio di normativa per poter considerare le tre parti in cui un pannolino viene riciclato – cellulosa, plastica e parte assorbente – materia prima e non rifiuto. In tal modo ci sarebbero molte possibilità in più di utilizzo”, spiegano gli operatori mentre illustrano il funzionamento di questa macchina, “un’autoclave che si può paragonare a una pentola a pressione che ruota su se stessa producendo un’altissima temperatura”. Quando le istituzioni faranno la loro parte e la normativa sarà cambiata, si andrà a regime anche per i privati. Così, la frazione secca non riciclabile, che in qualche comune si aggira già intorno al 90%, si ridurrà di un ulteriore 20 percento, quello appunto costituito da materiale assorbente.

Un modello che punta sulla responsabilità del cittadino. Ma gli impianti d’avanguardia, possibili grazie agli utili fatti da Contarina e puntualmente reinvestiti, sono solo la punta d’iceberg di un sistema ormai collaudato ed esportato anche in altre regioni (di recente, per esempio, a Forlì). A illustrarlo è Paolo Contò, direttore del Consorzio Priula, che raggruppa 49 Comuni, 554mila abitanti, 260mila utenze:

“Il primo criterio è quello della gestione omogenea; ogni cittadino, a prescindere dal comune di appartenenza, ha lo stesso trattamento e paga con i medesimi criteri. Questo significa che siamo noi a diversificare il servizio e ad adattarci, a seconda delle zone urbane, rurali o montane. In secondo luogo puntiamo sulla responsabilità del cittadino”.

Sono stati tolti i cassonetti lungo le strade e si è passati, ormai dal 2002, al “porta a porta”. L’utente paga solo gli svuotamenti di secco non riciclabile e di vegetale, “è portato a differenziare e i risultati sono immediati, l’abbiamo visto quando abbiamo avviato il porta a porta nella città di Treviso. In pochi mesi siamo passati da 300 Kg annui di secco per abitante a soli 60”. Il resto lo fa un sistema efficiente, grazie a 500 mezzi di trasporto e a una rete territoriale di ecocentri. Il sistema, conclude Contò. “crea economia circolare e posti di lavoro. Quando siamo partiti a Treviso sono stati quaranta in più, ma abbiamo calcolato che che il sistema venisse esportato in tutto il territorio nazionale, i posti in più sarebbero 90mila”.

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