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Il molisano che scoprì il suo ministero a Boston

Evangelici.net - 3 hours 55 min ago
La testata Termoli online racconta la storia del pastore evangelico Francesco Lauro Pizzuto, che da adolescente si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti diventando "uno dei più validi e rappresentativi metodisti episcopali". Professore universitario, direttore di periodici cristiani e conferenziere, nel corso del suo ministero spirituale curò diverse chiese evangeliche e...
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Brexit: Regno Unito isolato. Ma il Parlamento europeo tende la mano

Agenzia SIR - 4 hours 55 min ago

“I sostenitori del Brexit dicevano: Westminster riprende il controllo della politica britannica. Invece Westminster è stato chiuso!”. La sintesi più efficace dell’affaire-Brexit viene da Manfred Weber, tedesco, capogruppo dei Popolari all’Europarlamento, dove oggi è stata votata ad ampia maggioranza (su 708 votanti: 544 sì, 126 no, 38 astenuti) una risoluzione che definisce il recesso del Regno Unito “un evento deplorevole e senza precedenti”, e al contempo lascia aperta la possibilità di una estensione dell’articolo 50, portando la data del “divorzio” all’inizio del 2020.

Recesso ordinato? Il documento approvato in aula a Strasburgo (nelle foto, alcune immagini della seduta plenaria del 18 settembre) è molto articolato ma di fatto ribadisce i punti fermi che i Ventisette, compatti, sostengono rispetto all’uscita di Londra dalla “casa comune”: backstop, ovvero “rete di sicurezza” per evitare una nuova frontiera fisica tra le due Irlande; rispettiva tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e dei britannici trasferitisi nei Paesi Ue; rispetto degli impegni finanziari sottoscritti dal Regno Unito, che ha sostanzialmente un “debito” verso l’Unione di circa 40 miliardi. La risoluzione – votata da quasi tutti i gruppi parlamentari, salvo le formazioni euroscettiche e nazionaliste, peraltro divise tra loro – mette in guardia dalle “conseguenze negative” della decisione inglese, le quali sarebbero “attenuate da un recesso ordinato del Regno Unito dall’Unione”; il Parlamento afferma inoltre “che il Regno Unito e l’Unione europea rimarranno stretti vicini e continueranno ad avere molti interessi in comune”.

Nel documento si osserva che il 9 settembre 2019 la Camera dei Comuni ha adottato “una legge che obbliga il governo del Regno Unito a chiedere una proroga qualora non sia stato raggiunto un accordo con l’Unione europea entro il 19 ottobre”. Il testo indica quindi che l’Europarlamento “sosterrebbe una proroga del periodo di cui all’articolo 50 in presenza di motivi e finalità per una tale estensione (ad esempio evitare un’uscita senza accordo, svolgere elezioni generali o un referendum, revocare l’articolo 50 o approvare un accordo di recesso) e sempre che i lavori e il funzionamento delle istituzioni dell’Unione non siano pregiudicati”.

Rete di sicurezza. “Non sono certo che ce la faremo. Ma ci proveremo, fino all’ultimo, rimanendo disponibili 24 ore al giorno, 7 giorni su 7”: Jean-Claude Juncker lo ripete da giorni e lo ribadisce a Strasburgo. “Il rischio del no deal è reale, ma dobbiamo cercare un accordo col governo britannico per evitare pesanti conseguenze” di un eventuale recesso senza regole del Regno Unito. “Ad oggi sappiamo che il 31 ottobre, con o senza accordo, il Regno Unito lascerà l’Ue. Se questo accadrà senza un accordo positivo, non sarà nostra responsabilità”. Juncker racconta del suo recente incontro col premier Boris Johnson: “un colloquio quasi del tutto positivo”, dice. Ma restano parecchi nodi da sciogliere, in particolare il backstop per l’Irlanda. “Si tratta di una rete di sicurezza – specifica Juncker – che ha diversi obiettivi: evitare una frontiera fisica tra Irlanda del Nord e del Sud; preservare la pace tra le due Irlande e gli accordi del Venerdì santo; tutelare il mercato unico europeo e difendere gli scambi commerciali” che fino ad ora presentano reciproci vantaggi. “Occorrono negoziati politici, non solo tecnici”, ribadisce il presidente della Commissione: “occorre concentrarsi su un accordo per migliorare la vita dei cittadini europei e britannici”.

I nodi da sciogliere. L’impasse politico ruota attorno alle divisioni interne al governo e al parlamento di Londra. Boris Johnson minaccia una uscita senza regole, ma il suo Paese è lacerato, le imprese preoccupate dal “baratro”, i cittadini (soprattutto irlandesi e scozzesi) contrari a questa pericolosa partita a pocker. Michel Barnier rappresenta l’Ue nei negoziati con il governo inglese: “ci sono due punti chiave – spiega –; il primo riguarda l’Irlanda. Non è una questione ideologica, ma pratica, per evitare che sull’isola tornino i muri, gli scontri, le violenze. Per l’Irlanda noi vogliamo la pace e la possibilità per l’Eire di restare nel mercato unico. Il secondo aspetto è relativo ai futuri rapporti Ue-Uk. La dichiarazione politica che lo scorso hanno è stata sottoscritta dai Ventisette e dal governo di Theresa May spiana la strada a una collaborazione stretta nei settori dell’economia, della sicurezza, della tutela dei cittadini e dei consumatori, della politica estera… Dobbiamo essere ambiziosi e guardare ai nostri rapporti futuri. Anche perché – denuncia Barnier – con il no deal tutti i problemi sul tavolo rimarranno, nessuno di essi sarà superato o cancellato”.

Le voci del “palazzo”. Nei palazzi di Strasburgo raccogliamo varie voci. Manfred Weber specifica: “siamo d’accordo per un eventuale spostamento della data del Brexit solo se da Londra arriveranno nuove proposte. E comunque ritengo sia meglio ridare la parola agli elettori britannici con un nuovo referendum”. Iratxe Garcia Perez, spagnola, capogruppo dei Socialisti e democratici, punta il dito contro Boris Johnson per le “pesanti incertezze” che sta creando. “Comunque – argomenta – se il Regno Unito ha bisogno di più tempo per un referendum o nuove elezioni, sarebbe bene spostare in là la data del Brexit”. Un sì alla proroga viene anche da Guy Verhofstadt (Renew Europe, liberaldemocrarici) e da Philippe Lamberts (Verdi), entrambi eurodeputati belgi. L’italiano Marco Zanni (Lega, gruppo Identità e democrazia) è su tutt’altra posizione: “sono allibito per l’avversione alla democrazia che il Parlamento europeo sta dimostrando” rispetto alla decisione degli inglesi di lasciare l’Ue. “Hanno paura – dice, rivolgendosi alla maggioranza parlamentare – che qualcuno dimostri che l’Ue non funziona e che si può stare meglio al di fuori dell’Ue”. E invita a “capire le ragioni profonde per cui un Paese membro” ha deciso il recesso. Sulla stessa linea il brexiteer inglese Nigel Farage: “vogliono intrappolarci. Qualcuno ha paura di scoprire che si può essere più liberi e più ricchi e competitivi al di fuori dell’Ue”. Molto più cauto – e dai toni stranamente concilianti – il conservatore britannico Geoffrey Van Orden: “serve un buon accordo per il recesso e questo richiede flessibilità, da parte di Londra e dell’Ue”.

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Guerra in Siria. Tagliani (Avsi): “Con ‘Ospedali aperti’ erogati 26.500 trattamenti medici. L’emergenza continua. Il post-guerra che nessuno racconta”

Agenzia SIR - 6 hours 48 min ago

“Ventiseimila e 500”: è questo il numero dei trattamenti medici gratuiti erogati da “Ospedali aperti”, il progetto attivo dal novembre 2017, voluto dal card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, per assicurare l’accesso gratuito alle cure mediche ai siriani poveri, attraverso il potenziamento di tre ospedali cattolici non profit: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco, e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo.

Card. Zenari (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Numero che assume un ulteriore significato se messo in relazione alla data del 17 settembre, “Giornata mondiale della sicurezza della persona assistita”, voluta dall’Organizzazione mondiale della sanità, perché in tutti gli Stati del mondo si riconosca la sicurezza delle cure come una priorità fondamentale per la salute. “Il dato è riferito alla scorsa settimana” spiega al Sir Edoardo Tagliani, direttore dei progetti Avsi in Medio Oriente e Nord Africa. Avsi è l’organizzazione internazionale che realizza progetti di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario in 32 Paesi del mondo, tra cui la Siria, alla quale il nunzio, vero e proprio veterano di guerra, ha affidato il compito di rendere esecutivo il progetto.

“L’emergenza continua”. Entrata nel suo nono anno di guerra la Siria vive una crisi sanitaria senza eguali. Ad Aleppo le persone che non hanno accesso agli ospedali sono più di 2 milioni, a Damasco oltre 1 milione. Il 40% sono bambini. L’importanza del progetto sanitario messo in atto dal card. Zenari, con l’aiuto di numerosi benefattori, tra cui la Cei, è anche nei suoi numeri: dal novembre 2017 alla metà di giugno 2019, le cure gratuite fornite ai siriani erano state oltre 22 mila. Salite a 26mila e 500 la scorsa settimana. “Adesso – afferma Tagliani – puntiamo per la fine del 2020 ad arrivare a circa 40 mila trattamenti”. Le difficoltà sul terreno non mancano. “Dal punto di vista bellico la situazione nel Paese è migliorata sebbene ci siano delle aree dove si combatte ancora come a Idlib. È invece drasticamente peggiorata – sottolinea il direttore dei progetti Avsi – la situazione economica a causa della crisi nel Paese soggetto a sanzioni internazionali i cui effetti si ripercuotono anche sulla popolazione civile”. Energia elettrica e benzina vengono razionate, i medicinali sono difficili da reperire, manca il lavoro. Non solo. Dice Tagliani: “le banche internazionali danno il cambio dollaro-lira siriano a 4,45 mentre lo scambio reale sul mercato nero è di 6,50. Dato che si riflette sui salari in termini di potere di acquisto. Quello che un tempo era un salario mensile di 400 dollari oggi è sceso a circa 280. La popolazione è sfiduciata e non vede futuro davanti a sé. Se l’embargo non verrà mitigato le condizioni di vita saranno destinate a peggiorare ulteriormente”.

Sistema sanitario distrutto. La situazione sanitaria resta uno dei maggiori problemi nel Paese: “praticamente più del 50% del sistema sanitario è andato distrutto a causa della guerra, ospedali, ambulatori e cliniche sotto le bombe, oltre il 40% del personale sanitario è fuggito all’estero. E se da un lato può dirsi conclusa la fase emergenziale dell’assistenza medica, quella legata ai feriti e ai traumi di guerra, ora – sostiene l’operatore di Avsi – i problemi sono legati alla ricostruzione del comparto sanitario che richiederà anni e tanto denaro.

Oggi in Siria se non hai soldi per curarti puoi morire per una polmonite,

per un’ernia inguinale o per un’appendicite. Patologie banali ma che diventano mortali per chi non ha accesso alla sanità. Prima della guerra, la Siria era una delle eccellenze sanitarie in Medio Oriente e con una grossa componente di sanità pubblica gratuita. Oggi tutto è distrutto”. “Ospedali aperti” cerca di rispondere a questa emergenza potenziando i tre nosocomi cattolici di Damasco e Aleppo: “li abbiamo dotati di macchinari e attrezzature sanitarie utili per diagnosi e cure mediche efficaci”.

Con lo sguardo rivolto al futuro. “La situazione nel Paese non vede miglioramento per questo si lavora per dare continuità al progetto che costa circa sei milioni di euro l’anno”. Una somma non facile da reperire ma finora resa disponibile grazie alla generosità di numerosi enti, oltre la Cei, come Fondazione Policlinico Gemelli, l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, Papal Foundation, Roaco, Conferenza episcopale Usa e singoli donatori.

“In Siria sta accadendo quello che di solito capita quando il conflitto va lentamente in via di risoluzione o si cronicizza: si spengono le luci dei media. Ma qui la guerra non è finita ed è proprio adesso che la gente ha ancora più bisogno. Prima morivano sotto i mortai e le bombe ora muoiono per una semplice appendicite. Il post-conflitto – conclude Tagliani – è un’altra guerra che nessuno racconta”.

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Sinodo per l’Amazzonia. P. Bossi (comboniano): “La Chiesa ascolti il grido dei popoli e della terra”

Agenzia SIR - 7 hours 2 min ago

Nella regione di Carajás, nello Stato brasiliano del Marañhao, “la gente continua a morire per le conseguenze dell’inquinamento e ancora non ci sono prospettive di soluzione”. A parlare al Sir è padre Dario Bossi, provinciale dei comboniani in Brasile. Dal 2017 risiede a San Paolo, viaggiando in lungo e largo per il Paese. Prima è stato oltre dieci anni a Carajás, dove ha condiviso le lotte della popolazione contro l’impresa Vale S.A, la più grande multinazionale nell’ambito dell’estrazione ed esportazione del ferro. Presente nella zona da più di trentanni, la Vale ha un impatto devastante sulla vita delle comunità locali di indigeni, afrobrasiliani, pescatori: altissima mortalità per tumore, aggressioni e minacce da parte di paramilitari, processi contro gli attivisti, calunnie, danni alla salute e all’ambiente. Padre Bossi sarà a Roma per partecipare ai lavori del Sinodo per l’Amazzonia, dal 6 al 27 ottobre. Il caso di Caracajàs, che riguarda una comunità amazzonica e una impresa estrattiva, è altamente simbolico e significativo della predazione in corso nel polmone verde del mondo. Nei suoi 7 milioni e mezzo di chilometri quadrati l’Amazzonia comprende 9 Paesi (Brasile, Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana francese). Racchiude i giacimenti minerari più importanti, un terzo di tutti i boschi e metà degli animali e delle piante di tutto il mondo. Ci vivono 33 milioni di persone, tra cui 3 milioni di indigeni di 382 popoli o “nazioni”.  Il Sinodo, fortemente voluto da Papa Francesco e  intitolato “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, servirà ad ascoltare il grido dei popoli e della terra.

padre Dario Bossi

La lotta della comunità di Piquiá de Baixo, municipalità di Açailândia. In questi anni nella regione di Carajás l’impresa Vale ha raddoppiato le proprie attività, ha aperto una nuova enorme miniera,  raddoppiato i binari del “serpente di ferro”, il treno più lungo del mondo, che con 330 vagoni percorre più di 900 km fino al porto di São Luis de Marañhao, dove partono i container di materia prima. “Da più di 10 anni la comunità sta lottando per fuggire dall’inquinamento e chiedere una riparazione integrale dei danni”, racconta padre Bossi. Il guaio è che

il progetto modello per reinsediare 1.000 persone in una zona salubre è stato bloccato di recente dal governo brasiliano, a seguito della sospensione dei fondi per le abitazioni popolari.

“In Brasile è un momento molto difficile – spiega il comboniano -. Ci sono tagli consistenti sull’educazione pubblica, la salute, l’appoggio alle cooperative indigene, la prevenzione degli incendi”. Il progetto di Piquiá è stato riconosciuto a livello internazionale come buona prassi di effettiva riaffermazione di diritti. L’Onu ha già scritto due volte al governo per chiedere che non venga interrotto. Lo stesso ha fatto la Corte interamericana per i diritti umani. La costruzione degli edifici è iniziata a novembre 2018 ma finora è stato realizzato solo l’8% di tutto il progetto, con gravi ritardi nei finanziamenti. “È un esempio fortissimo di una comunità che ha mantenuto la testa alta per il riscatto dei propri diritti – afferma -. Vogliamo che sia uno dei volti del Sinodo. La Chiesa del Marañhao si è fortemente schierata a favore della comunità. Mostra una Chiesa che non fa solo discorsi teorici ma si rende presente”.

A Roma dal 4 al 27 ottobre la tenda di “Amazzonia, casa comune”. Una giovane rappresentante della comunità di Piquià de Baixo sarà Roma per portare la sua testimonianza durante l’evento parallelo “Amazzonia, casa comune” organizzato da numerose realtà cattoliche che sarà allestito nella Chiesa S.Maria in Traspontina in via della Conciliazione, dal 4 al 27 ottobre: una tenda, uno spazio di incontro e preghiera dove ascoltare le storie dei protagonisti e vivere la spiritualità amazzonica. Ci saranno dibattiti, testimonianze, mostre fotografiche, film. Al Sinodo si incroceranno i temi dell’ecologia integrale e dei nuovi volti per la Chiesa dell’Amazzonia. Si parlerà del progetto predatorio in corso, che considera questa regione solo una fonte di risorse minerarie da estrarre, alberi da tagliare, agrobusiness per monocolture devastanti per la produzione di etanolo. E della relazione ancestrale e integrata con la natura dei popoli indigeni e delle comunità di afrodiscendenti che vivono lungo il corso dei fiumi, nella foresta.

“E’ importante dare autorità e priorità alle popolazioni indigene”

afferma il missionario -. Questo non significa negare la sovranità nazionale dei vari Paesi ma  fare in modo che anche le legislazioni locali rispettino il diritto dei popoli all’autodeterminazione e al consenso previo, libero e informato su quanto accade nel loro territorio. Diritto che viene sistematicamente violato quando si impongono progetti esterni”.

Il diritto all’eucarestia. Il comboniano ricorda che il Sinodo è già iniziato da tempo, “ed è riuscito a coinvolgere veramente la base”:  in 7 mesi sono state realizzate

260 assemblee, contattate 86.000 persone, ascoltate 172 etnie indigene (chiamate “nazioni”) su 340 (il 44%).

I loro contributi hanno costituito la base del documento preparatorio, l’Instrumentum laborius, nel quale le comunità si sono riconosciute. Ad ottobre, tra i 250 padri sinodali, soprattutto vescovi scelti da diverse regioni del mondo, saranno presenti anche alcuni rappresentanti dei popoli indigeni. Le questioni più dibattute riguarderanno “il diritto all’eucarestia”, ossia la possibilità che laici e laiche, anche sposati, portino l’eucarestia nei luoghi più isolati, dove le celebrazioni della messa presiedute da sacerdoti sono un lusso. La maggior parte dei vescovi sono infatti alla guida di diocesi con territori vastissimi, difficili da raggiungere. “Sarebbe un passo importante per la dimensione quotidiana della vita delle comunità – sottolinea padre Bossi -. Non possiamo sacrificare la vita della Chiesa. Non è una proposta che nega il valore del celibato, che continua ad essere un dono in funzione della missione. Ma include la possibilità di altre figure ministeriali”.

L’impatto a livello internazionale. Sugli effetti che un Sinodo sull’Amazzonia potrebbe avere a livello politico, nazionale ed internazionale, ad esempio riguardo ai cambiamenti climatici e alla depredazione della natura, il missionario è ottimista: “Già le parole di Papa Francesco con la Laudato sì hanno avuto impatto forte. È vero che alcuni governi in America Latina si chiudono nel nazionalismo, e l’isolamento è molto pericoloso. Ma

l’emergenza climatica non permette barriere nazionali. È importante affrontarla con una alleanza internazionale.

Il potenziale del Sinodo e della Chiesa nel farsi voce delle popolazioni locali e di proposte alternative è forte” . L’aspettativa dei movimenti popolari brasiliani è chiara: “Che la Chiesa sia al loro fianco in questo cammino di rivendicazione e denuncia. Questo dà una forza maggiore e una migliore interlocuzione con le istituzioni, più credibilità e visibilità”.

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Riapre la biblioteca cristiana di Qaraqosh

Evangelici.net - Tue, 17/09/2019 - 20:59
Nel 2014, i guerriglieri dell'Isis occuparono Qaraqosh, località irachena situata nella piana di Ninive, dando fuoco alla biblioteca cristiana della città. Qaraqosh - nota anche come Bakhdida - è stata liberata nel 2016 e ora, grazie anche al contributo di Open Doors, la biblioteca ha potuto riaprire i battenti. Al momento la struttura conta 650 testi, ma è il valore simbolico...
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Vescovi francesi su legge bioetica: “Assurdo vivere il rispetto per il pianeta e poi cedere al potere distruttivo delle tecniche”

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 14:19

Vescovi di Francia scesi ancora in campo per ribadire pubblicamente la loro posizione riguardo alla legge sulla bioetica, a 8 giorni dall’inizio del dibattitto parlamentare. Perché sì, sono stati ricevuti dai responsabili politici come tutti i gruppi religiosi e le categorie sociali del Paese, “ma non siamo stati ascoltati”. E così la Conferenza episcopale francese ha organizzato ieri sera, in diretta tv su KTO e su tutte le reti sociali della Chiesa, una “soirée débat” al Collège des Bernardins di Parigi per fare il punto della situazione, chiarire i nodi, esprimere dubbi e perplessità, chiedere un cambiamento di rotta. Proprio qui, un anno fa in questa sala del Collège, fu accolto dai vescovi francesi il presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Un incontro che segnò l’inizio di un rapporto riappacificato tra Chiesa e Stato sulla base della laicità. Macron si era raccomandato: “non restate sulla soglia”. Un invito chiaro a prendere posizione sui temi che stanno più a cuore alla Chiesa. Ma sulla questione bioetica, qualcosa non ha funzionato. “A cosa serve consultare le persone se poi la loro opinione è così disprezzata?”, si lamenta l’arcivescovo di Parigi, mons. Michel Aupetit. “Alle domande che abbiamo posto non è stata data risposta. Molti francesi sono contrari all’istituzione legale della filiazione senza padre. Ma ciò non provoca alcuna reazione da parte dei decisori”.

Approvato dal Consiglio di Stato e dal Consiglio dei ministri il 24 luglio, il progetto di revisione della legge francese sulla bioetica passa ora all’Assemblea nazionale. Tra i temi – eutanasia, anonimato dei donatori di sperma, chirurgia per neonati intersessuali – un capitolo solleva più discussioni di altri: consentire l’accesso alla riproduzione medicalmente assistita “a qualsiasi coppia formata da un uomo e una donna, o da due donne o qualsiasi donna non sposata”. Una ventina di associazioni hanno già annunciato di scendere in piazza il 6 ottobre prossimo per manifestare contro la legge. L’arcivescovo di Parigi approva l’iniziativa e sulle pagine di “Famille Chrétienne”, spiega: “la maggior parte dei cittadini ha per esprimersi solo il mezzo della manifestazione pubblica. Devono poter esprimere la loro opinione. Quindi questa iniziativa non solo è lecita, ma è anche utile”.

“Siamo qui stasera perché siamo preoccupati. Siamo preoccupati per la società francese e più in generale per la società occidentale”, ha esordito mons. Eric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, presidente dei vescovi francesi. “Comprendiamo la sofferenza delle donne omosessuali che aspirano ad avere un bambino così come la sofferenza degli uomini omosessuali. Avere un figlio è sicuramente un atto di amore incondizionato. Ma la bellezza dell’amore di un genitore verso un figlio non è sufficiente a giustificare una legge che lascia la procreazione alla manipolazione medicale. Noi diciamo che le nostre società si sbagliano se pensano di risolvere le sofferenze delle persone con tecniche mediche e giuridiche e quando trasformano la medicina che è fatta per curare e guarire, in una istituzione incaricata invece a rispondere alle nostre frustrazioni”.

Ma la parola della Chiesa è una parola che dice “sì”.

“Sì, innanzitutto – dice l’arcivescovo – alla bellezza della generazione umana, alla bellezza dell’unione coniugale degli sposi e del mistero della procreazione che è per noi il riflesso più evidente della relazione che Dio vuole avere con l’umanità. È un sì ai bambini che nascono. Ciascuno di loro per le promesse che portano, è un dono fatto all’umanità intera. È un sì anche alla scienza e alle sue scoperte e un sì alla tecnica che ci permette di utilizzare le sue potenzialità per costruire un mondo più fraterno di cui tutti gli esseri umani sono responsabili. Ed è proprio questo sì che ci obbliga oggi ad avvertire l’umanità delle derive rischiose che può intraprendere”.

“I have a dream”. Sono risuonate anche al Collège des Bernardins, le parole un tempo pronunciate da Martin Luther King. A ripeterle è mons. Pierre d’Ornellas, arcivescovo di Rennes, responsabile del gruppo di lavoro Chiesa e bioetica dei vescovi francesi. “Sogno una bioetica che non si lascia affascinare dal potere della tecnica e pone al centro il rispetto della dignità umana. Sogno una bioetica illuminata da uno sguardo maturo sulla persona presa nella unità indivisibile, inseparabile, corpo e anima. Sogno una bioetica innervata da uno sguardo profondo sull’uomo e non solo occupata a risolvere problemi parziali”.

“Costruire il mondo di domani chiede un cambiamento di rotta oggi”.

Un cambiamento che chiede di “rinunciare al nostro potere tecnologico per prenderci cura della terra e curare i più deboli”. “Sarebbe assurdo vivere il rispetto per il pianeta e al tempo stesso cedere al potere distruttivo delle tecniche che non protegge i più deboli. Il cambiamento di rotta che è chiesto oggi, è quello della fraternità. Fraternità con la terra e gli abitanti che la abitano. Fraternità tra gli esseri umani”.

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Suicidio assistito. Cantelmi (Tavolo associazioni): “Dalla politica consenso trasversale su avvio iter e rinvio udienza Consulta”

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 14:18

A rivolgere un appello al Parlamento a non abdicare alla propria funzione legislativa e ad avviare un dibattito in materia di suicidio assistito “che potrebbe indurre” la Corte costituzionale a “concedere un tempo supplementare” era stato il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, intervenendo lo scorso 11 settembre all’incontro di riflessione “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?” promosso a Roma dal Tavolo famiglia e vita istituito presso la Cei e al quale hanno partecipato oltre 70 associazioni.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

L’evento, svoltosi a pochi giorni dal 24 settembre, data dell’udienza della Consulta che, salvo un estremo intervento legislativo, potrebbe dare il via libera al suicidio medicalmente assistito, si è concluso con un altro appello, quello rivolto formalmente dai partecipanti ai presidenti di Camera dei deputati e Senato della Repubblica, nonché a ciascun parlamentare, affinché

“rappresentino alla Corte costituzionale la necessità che il prossimo 24 settembre l’udienza sia differita,

atteso che disciplinare la vita e la morte e con esse la funzione e il senso stesso del Servizio sanitario nazionale sono questioni da inserire in un dibattito parlamentare ampio e consapevole”.

L’appello elaborato dal Tavolo – di cui fanno parte Aippc (Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici), Amci, Forum associazioni familiari, Forum sociosanitario, Movimento per la vita e Scienza & Vita – “è stato riproposto e condiviso da tutte le associazioni”, spiega al Sir Tonino Cantelmi, presidente Aippc, secondo il quale, “il discorso del presidente della Cei è sembrato a tutte le associazioni puntuale e preciso; ci ha confermato nel nostro impegno e ci ha offerto le linee guida di cui avevamo bisogno. Le sue indicazioni nette hanno avuto vasta eco in tutta Italia. Sul suo discorso abbiamo registrato la convergenza di diversi gruppi parlamentari; insomma ha costituito un elemento di sintesi di molte istanze”. Di qui una precisazione: “Vorrei sgomberare il campo da equivoci: i cattolici hanno dimostrato la capacità di parlare ad una voce sola ma

il discorso sul fine vita riguarda non solo i cattolici ma l’umano, riguarda l’intera società italiana”.

“Stiamo incontrando moltissima attenzione e consenso trasversale tra le forze politiche. Abbiamo avuto contatti con diversi parlamentari”, prosegue Cantelmi con riferimento alle due mozioni presentate in Senato perché la discussione venga posta d’urgenza all’esame di Palazzo Madama. Proprio oggi, dopo la conferenza dei capigruppo, la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati potrebbe calendarizzare la discussione e questo potrebbe determinare la Consulta a concedere “un tempo supplementare al Parlamento per avviare il dibattito”.

La “via più percorribile” indicata dal card. Bassetti e rilanciata dalle associazioni, quella di prevedere, oltre al rafforzamento delle cure palliative, una rimodulazione delle sanzioni previste per l’aiuto al suicido, “ossia un’attenuante in alcune circostanze, non intende legalizzare e/o depenalizzare in alcun modo questo atto che mantiene tutta la sua gravità – chiarisce Cantelmi – ma

costituisce una graduazione in senso ‘umano’ dell’art. 580 del Codice penale adattandolo a queste nuove, e allora imprevedibili, evenienze.

Significa sanzionare l’aiuto al suicidio in modo diverso, secondo la sensibilità dei nostri tempi”. Del resto, chiosa,

“di fronte al rischio di depenalizzazione, questo è il miglior compromesso possibile.

Non è successo in nessun ordinamento occidentale – in Europa, Usa o Canada – che la Corte costituzionale abbia emesso una sentenza che sostituisca la legge. Se accadesse da noi sarebbe un evento senza precedenti”. “Il margine di tempo – conclude il presidente degli psichiatri cattolici – è esiguo, ma io sono fiducioso che prevalga la ragionevolezza”.

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Ballare la differenza: il coraggio di Virginia e il cuore di Daria perché la danza sia inclusione e strumento di crescita

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 09:53

“Oggi ha 26 anni, ma quando arrivò nella mia scuola ne aveva poco più di 10. Affetta da tetraparesi spastica non poteva camminare; tuttavia accompagnava alla mia lezione di ballo il fratello e la sorella Martina con la quale oggi inaugura a Druento (Torino) la sua scuola ‘Special Angels’, alla presenza del presidente del Coni Giovanni Malagò, che sarà padrino dell’evento”. A parlare così di Virginia Di Carlo – ex bambina cui era stata diagnosticata l’impossibilità di camminare, oggi cavaliere della Repubblica per meriti sportivi e culturali e tra pochi giorni contitolare di una scuola di danza – è Daria Mingarelli, insegnante di danze caraibiche e “anima” del progetto “Ballare la differenza”, rivolto a minori svantaggiati o con disabilità. Dopo tanti anni Daria si emoziona ancora raccontando al Sir lo sguardo con cui la piccola Virginia seguiva la danza dei fratelli e degli altri allievi.

“Non so cosa sia scattato in me: un giorno le ho chiesto se voleva ballare; non ho avuto alcuna esitazione pur sapendo che probabilmente mi sarei messa in qualcosa più grande di me.

Avevo 25 anni e solo qualche esperienza con ragazzi con disabilità cognitive, non motorie: bambini Down e autistici”. Immediata la risposta affermativa di Virginia. Da quel momento inizia un rapporto tutto loro fatto solo di movimenti di braccia fino a quando, “un po’ alla volta, Virginia comincia ad alzarsi e a sentirsi sempre più forte  e sicura sulle gambe”.

 

Virginiia Di Carlo insignita dal presidente Mattarella

Daria, che è anche sociologa e ha un master in comunicazione, è presidente della società sportiva Federcaribe – che ha lo scopo di promuovere e incoraggiare la diffusione della danza, in particolare delle danze caraibiche, favorendone lo sviluppo dal punto di vista sociale, sportivo, culturale, educativo e terapeutico – e si occupa di formazione di insegnanti per i quali ha codificato un metodo.

Danza con il fratello da quando ha 5 anni e oggi è l’anima e la responsabile del progetto nazionale triennale “Ballare la differenza” destinato a 800 minori provenienti da situazioni particolarmente svantaggiate dal punto di vista economico, sociale o familiare e a ragazzi con disabilità sensoriali, motorie, intellettive per svilupparne, attraverso la danza sportiva caraibica, risorse personali, competenze, benessere psicofisico, inclusione, pari opportunità.

Daria Mingarelli

Ma il progetto è multietnico, come la sua scuola, e intende valorizzare anche le differenze e il dialogo tra razze e culture. Se Daria ne è la responsabile, Virginia, che ormai cammina in modo fluido, anche se ogni tanto è un po’ impacciata nei gesti e continua ad allenarsi per eliminare la spasticità dei movimenti, ne è la testimonial. Le loro scuole sono infatti due delle 20 sedi operative in cui si svolgeranno le attività previste.
Il progetto, spiega Daria, nasce da una raccolta dati degli ultimi 16 anni fatta durante i suoi corsi per bambini disabili o provenienti da contesti svantaggiati, privi di un contesto familiare o di una rete sociale di protezione. “Corsi – dice – nati in modo casuale, che fino ad oggi ho svolto in forma assolutamente gratuita nella mia scuola a Torino e ora vorrei replicare a livello nazionale. Per questo ho bisogno di un aiuto economico”. A una bimba rom Daria garantisce una borsa di studio a vita “perché molto promettente”.

E’ come se, insegnando a danzare, Daria coltivasse delle piantine preziose aiutandole a sbocciare e a tirare fuori il meglio di sé.

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Tra gli allievi della sua scuola multietnica migliorano anche motivazione e rendimento scolastico, consapevolezza di sé, apertura ad accoglienza e integrazione, cura della salute. Sì perché Daria, accorgendosi di come alcuni alunni stringevano gli occhi per guardarsi nello specchio, ha invitato una sua amica oculista a visitarli gratuitamente e un’altra amica medico a dare consigli di salute. Si tratta di bimbi rom, rumeni, cinesi, albanesi, dominicani, nigeriani e marocchini “ai quali

insegniamo attraverso la danza ad essere orgogliosi delle loro radici ma anche a rispettare e ad amare l’Italia che li accoglie e che quindi appartiene loro”.

Daria ricorda di avere dovuto superare non poche diffidenze e chiusure da parte di famiglie – soprattutto padri – di religione musulmana: “con molta gradualità e rispetto per la loro cultura sono riuscita a guadagnarmi la loro fiducia”. Perché, “a differenza dell’opinione prevalente nell’immaginario collettivo,

il movimento di questa danza è elegante e sottolinea quanto la femminilità sia qualcosa di bello, un valore prezioso”.

Il presidente Malagò, che definisce Virginia “campionessa di vita”, “ci ha accolto lo scorso 17 luglio e ci ha assicurato il suo impegno per la promozione del progetto”, racconta Daria. Di durata triennale (settembre 2019 – giugno 2022), il progetto prevede una prima fase di formazione dei primi 20 insegnanti di diverse regioni, già selezionati, ad ognuno dei quali verranno affidati nella seconda fase due gruppi, ciascuno di 20 bambini provenienti da ambienti svantaggiati che parteciperanno a lezioni bisettimanali e ad attività didattiche e ludiche extracorso. Ad ogni insegnante – adeguatamente formato e affiancato dai suoi formatori – potranno essere affidati anche dei bimbi disabili, laddove la tipologia di disabilità consenta un lavoro di gruppo. In caso contrario sono previste lezioni individuali. Nelle fasi successive, valutazione dei risultati e presenza dei bambini a spettacoli di alcuni tra i migliori ballerini a livello internazionale “nell’ottica – spiega Daria – dello stimolo a raggiungere gli stessi risultati”. L’ultima fase prevede la partecipazione degli allievi a gare di circuito, campionati nazionali e all’evento internazionale “Dance the difference”.

“Siete dei super eroi; ognuno di voi è un dono di Dio ed è unico. Tirate fuori il meglio!”,

l’incoraggiamento di Daria ai suoi piccoli atleti. Divertimento, impegno e crescita personale assicurati.

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Padre Pier Luigi Maccalli. A un anno dal rapimento in Niger, la Società delle Missioni Africane lo ricorda così: “Un uomo dinamico e di preghiera”

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 09:07

È passato un anno da quel 17 settembre, in cui, intorno alle 23, dalla missione di Bomoanga (diocesi di Niamey), in Niger, quasi al confine con il Burkina Faso, un gruppo armato rapisce il parroco, padre Pier Luigi Maccalli, appartenente alla Società delle Missioni Africane (Sma). Il religioso, che tanto si è speso “per il bene di tutti, cristiani e musulmani”, è nato a Madignano (Cr), il 20 maggio 1961. Abbiamo raccolto la testimonianza del superiore generale della Sma, padre Antonio Porcellato, e di padre Vito Girotto, al momento del rapimento parroco della missione di Makalondi, la più vicina a quella di Bomoanga. “La Sma vive questo primo anniversario con trepidazione, con la fiducia che padre Gigi sia vivo e con una incessante preghiera per la sua liberazione. Il suo rapimento è stato occasione di un sussulto in tutta la Società delle Missioni Africane e nelle suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, in tutto circa 1500 missionari e missionarie per l’Africa. Un sussulto di preghiera per lui, di coscienza della nostra vocazione missionaria, del dono della nostra vita a Dio per la missione”, sottolinea il superiore generale.

Sempre in dialogo. “Una persona serena, di dialogo con tutti, musulmani e rappresentanti di religioni tradizionali, che ha annunciato il Vangelo concretamente, aiutando i più poveri, specialmente i bambini malnutriti e malati, promuovendo corsi di alfabetizzazione e lo scavo di pozzi di acqua.

Un uomo dinamico e di preghiera”.

Questo il ritratto di padre Maccalli che ci offre padre Girotto. “Pier Luigi è un missionario molto intraprendente sul piano pratico e profondo sul piano umano e spirituale. Conosce bene il Sahel, perché ha passato dieci anni nell’ambiente della savana del nord della Costa d’Avorio e poi undici nell’ambiente semidesertico di Bomoanga in Niger. Tutte queste cose gli permettono, io penso, di adattarsi alla condizione di prigionia, molto probabilmente in un ambiente dello stesso tipo. Gigi è una persona ottimista e adattabile. Non sarei sorpreso se venissi a sapere che ha stabilito relazioni di amicizia e collaborazione con chi lo detiene”, afferma padre Porcellato. “In un mese visitava anche 15 comunità sparse nei villaggi. Nella missione, ogni sera organizzava una preghiera in gurmancé per animare la comunità cristiana ma anche per mostrare che la Chiesa e il Vangelo sono per tutti”, prosegue padre Vito, che ricorda: “Le etnie sono due: i gurmancé, tra i quali ci sono i nostri battezzati, e i peulh (fulani), che sono pastori musulmani. La diocesi di Niamey conta 20mila battezzati e altrettanti catecumeni. La maggior parte dei battezzati provengono da Makalondi, Bomoanga, Kankani e Torodi, dove avevamo le nostre missioni”.

Padre Girotto racconta i drammatici momenti della notte del 17 settembre: “Attraverso il cellulare del mio confratello indiano Dass, che alloggiava nella casetta accanto a quella di padre Maccalli, ho vissuto quasi in diretta il rapimento. Durante il raid nessuno si è avvicinato alla missione perché i rapitori sparavano in aria per intimidire la gente del villaggio. Dopo hanno costretto padre Pier Luigi a salire su una grossa moto, seduto in mezzo tra il conducente e il secondo rapitore che lo sorvegliava”. Secondo padre Vito,

“rapendo il missionario hanno voluto far paura alla gente.

Padre Pier Luigi si occupava anche di una scuola cattolica, a Ngula, un villaggio a 30 chilometri di Bomoanga. Dopo il suo rapimento e quello del capovillaggio di Ngula, la scuola è stata chiusa per i timori dei genitori e dei maestri”.

Il superiore generale offre una chiave di lettura dell’accaduto: “Con molta probabilità i rapitori sono da identificare tra i gruppi di ideologia jihadista che sono nati e si sviluppano velocemente in tutta la zona del Sahel e di cui si era notato la presenza anche nella zona di Bomoanga negli ultimissimi mesi prima del rapimento. In parte le motivazioni di chi ha eseguito l’azione possono essere di natura economica. Si promette ai giovani di avere subito molto denaro a disposizione se si uniscono a queste azioni violente. Gli esecutori materiali possono avere ceduto padre Gigi a dei gruppi più organizzati e ideologizzati. Un europeo è una preda dal valore molto alto: può servire per un alto riscatto, ma può essere soprattutto merce di scambio per armi, connivenze militari, prigionieri, influenze politiche…”. Finora, “non c’è stato alcun contatto da parte dei rapitori. Pier Luigi è nella lista dei rapiti italiani presi in carico dall’Unità di crisi della Farnesina. Sin dai primissimi giorni del rapimento, i funzionari dell’Unità di crisi sono stati molto vicini alla famiglia e da allora non hanno cessato di battere tutte le strade possibili per arrivare a trovarlo”, precisa padre Porcellato.

L’insicurezza nella zona è marcata. “In quella stessa notte, la polizia locale di Makalondi mi ha inviato alcuni ragazzi cristiani per farmi sapere di dover andare subito via dalla missione. Accompagnato da un catechista ho dovuto rifugiarmi nella capitale Niamey”, dichiara padre Girotto. “L’arcivescovo di Niamey, mons. Laurent Lompo, è originario della stessa zona in cui operava padre Maccalli, la sola regione del Niger dove ci siano diverse comunità cristiane autoctone – rammenta il superiore generale -. Prima del rapimento si contavano 4 parrocchie tutte affidate a una decina di missionari e laici missionari Sma italiani, spagnoli, indiani e beninesi. Nei mesi successivi hanno dovuto ripiegare sulla capitale su ordine delle forze di sicurezza. Ora un minimo di servizio pastorale è assicurato a partire dalla parrocchia di Makalondi che viene raggiunta periodicamente da Niamey. Con l’arcivescovo, siamo in attesa che si ristabiliscano condizioni minime di sicurezza per poter riprendere la nostra presenza in questa zona”.

A un anno dal rapimento, padre Vito esprime un auspicio: “Spero che padre Pier Luigi sia ancora vivo, ma non so quando sarà liberato, temo che passeranno degli anni, dobbiamo continuare a pregare. Come Sma ogni venerdì preghiamo e ogni 17 del mese teniamo viva la sua memoria”. “Sento Pier Luigi vivo e molto vicino e, con tutti, ogni giorno chiedo al Signore la sua liberazione”, dice padre Porcellato.

Padre Maccalli, in un video realizzato da un suo confratello, si racconta così: “Sin da ragazzo sapevo di voler essere sacerdote e missionario. L’essere oggi prete missionario è un sogno realizzato”. Parlando del suo impegno a Bomoanga diceva: “la nostra è una missione di annuncio e di promozione umana. La nostra pastorale sociale è caratterizzata da 3 ‘S’: salute, scuola e sviluppo”.

In un video, realizzato a Niamey appena una settimana prima del rapimento, dal sacerdote della diocesi di Roma, don Federico Tartaglia, padre Pier Luigi spiega cosa lo spinge a tornare ogni volta in missione, dopo un periodo di riposo in Italia: “La passione per il Vangelo e per Cristo, per questa gente che lo vive: tutto ciò aiuta me a essere cristiano”.

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Father Pier Luigi Maccalli. The tribute of the Society of African Missions (S.A.M. Fathers) one year since his abduction in Niger: “A passionate man of prayer

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 09:06

A year has gone by since the evening of September 17 2018. On that day, at 11:00 pm, an armed group abducted parish priest Fr Pier Luigi Maccalli, member of the Society of African Missions (S.M.A), from the mission of Bomoanga (diocese of Niamey), Niger, near the border with Burkina Faso. The prelate who dedicated himself wholeheartedly “for the good of all, Christians and Muslims alike”, was born in Madignano, a town in northern Italy, on May 20 1961. We gathered the testimony of S.M.A Superior General Father Antonio Porcellato, and Father Vito Girotto, serving as parish priest of the mission of Makalondi, the closest to Bomoanga, at the time of his abduction.
“S.M.A is experiencing this first anniversary with trepidation, with the confidence that Father Gigi is alive , constantly praying for his liberation. His abduction came as a shock to the entire Society of African Missions and the Missionary Sisters of Our Lady of the Apostles, a total of about 1500 missionaries for Africa. There was an outburst of prayer for him, an awareness of our missionary vocation, of the gift of our life to God for the mission”, said the Superior General.

In constant dialogue. “A serene person, in dialogue with everyone, with Muslims and representatives of traditional religions, who proclaimed the Gospel with concrete action, helping the poorest, especially malnourished and sick children, promoting literacy courses and digging water wells.

A passionate man of prayer”,

The portrayal of Fr Maccalli offered by Fr Girotto.
“Pier Luigi is a very enterprising missionary from a practical point of view, with a profound human and spiritual dimension. He is familiar with the Sahel as he spent ten years in the Savanna of the northern Ivory Coast and eleven years in the semi-deserted area of Bomoanga, in Niger. In my opinion all of this helps him to adapt to the condition of imprisonment, most probably in a similar environment. Gigi is an optimistic and adaptable person. I wouldn’t be surprised if I heard that he had created relationships of friendship and collaboration with those who hold him hostage”, said Father Porcellato. “He would visit as many as 15 communities in a month, across a number of different villages. Every evening he organized a prayer in the gurmancema language in the mission to animate the Christian community, and to show that the Church and the Gospel are for everyone”, continued Fr Vito. He pointed out that “there are two ethnic groups: the Gurmance, that include our baptised faithful, and the Peulh (the Fulani people), Muslim shepherds. The diocese of Niamey numbers 20thousand faithful and an equal number of catechumens. Most of them come from Makalondi, Bomoanga, Kankani and Torodi, where we used to have our missions.”

Father Girotto recalled the tragic moments of the night of September 17. “I witnessed the kidnapping in real time through the mobile phone of my Indian brother Dass, who was staying in the S.M.A cottage adjacent to that of Father Maccalli. During the raid no one approached the mission because the kidnappers were shooting in the air to intimidate the people of the village. Then they forced Father Pier Luigi to mount a big motorcycle, seated in the middle between the driver and the second kidnapper who was keeping an eye on him.”
For Father Vito,

“they wanted to scare the people while abducting the missionary.

Father Pier Luigi also ran a Catholic school in the village of Ngula, 30 km from Bomoanga. The school was shut down due to the fears of parents and teachers following the abduction.”

The Superior General offers a key to understanding what happened: “In all probability, the abductors belong to the jihadi ideology groups that were created and grow rapidly throughout the Sahel area, whose presence was also noted in the Bomoanga area in the last few months before the abduction. The motivations of those who performed the attack may partly be of an economic nature. Young people are promised great sums of money if they associate themselves with these violent actions. The perpetrators may have handed over Father Gigi to more organized and ideologized groups. A European is a very valuable prey: he may serve for a high ransom, but he could be a bargaining chip for weapons, military connivance, prisoners, political influence …” There have been “no contacts with the kidnappers so far. Pier Luigi is on the list of the Italian abductees of the Foreign Ministry’s Crisis Unit. The officials of the Crisis Unit have been very close to the family since the very first days, taking all possible steps to find him,” pointed out Father Porcellato.

High level of insecurity in the area. “That night, the local police of Makalondi sent a few young Christians to inform me to leave the mission immediately. With a catechist I was forced to take refuge in the capital Niamey”, recalled Father Girotto. “The Archbishop of Niamey, Msgr. Laurent Lompo, is originally from the area where Father Maccalli carried out his ministry, the only region of Niger with several indigenous Christian communities – the Superior General said -. Before the abduction there were 4 parishes, entrusted to a dozen missionaries and lay Italian, Spanish, Indian and Beninese S.M.A missionaries. In the following months, they were forced to return to the capital by order of the security forces. Basic pastoral service is currently offered by the parish of Makalondi. With the Archbishop, we are waiting for minimum security conditions to be restored in order to resume our service in this area.”

Father Vito expressed a wish, one year since the abduction: “I hope Father Pier Luigi is still alive. But I don’t know when he will be released. I’m afraid it could take years. We must continue praying. All of us S.M.A members gather in prayer every Friday and on the 17th of every months we keep his memory alive.” “I feel that Pier Luigi is alive and close to us, and every day I pray to the Lord for his liberation”, said Fr Porcellato.

In a video taken by one of his confreres, Father Maccalli says: “Since I was a boy, I knew I wanted to be a priest and a missionary. Being a missionary priest today is a dream come true. Speaking of his service in Bomoanga, he said: “Ours is a mission of proclamation and human promotion. Our social ministry is characterized by three key-words: health, school and development.”

In a video filmed in Niamey just a week before the kidnapping, by the priest of the diocese of Rome, Don Federico Tartaglia, Father Pier Luigi explains what drives him to return to the mission each time, after a period of rest in Italy: “The passion for the Gospel and for Christ, for these people who are living it: all this helps me to be a Christian”.

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Vi preghiamo: semplificateci la vita

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 00:02

Pomeriggio di una normale giornata estiva. Squilla il telefono. È la Tim. Grande offerta. Sarà il caldo e la poca attenzione sta di fatto che il nostro uomo pronuncia il fatidico Sì. Il malcapitato (un quarantenne di cultura media, di pazienza media, mediamente abile con le nuove tecnologie e di ingenuità media) cede e anzi dà l’ok anche a rivedere il contratto per il telefono fisso. Inizia così un calvario fatto di nuove sim che non arrivano, nuove “scartoffie” per il fisso che non ha le condizioni annunciate, cellulare che non funziona, tentativi ripetuti e vani di parlare con un operatore, dopo essere stato incollato all’apparecchio più di venti minuti e aver digitato in sequenza 1, 2, 4, 1 o forse era il 3? Della serie: “Torni al menù principale”.
Se nella quotidianità di noi mortali ci fosse un episodio del genere una volta al mese, non sarebbe poi neanche grave. Uno si attrezza di pazienza e può superare indenne simili cortocircuiti. Il problema sta nel fatto che è diventata la nostra quotidianità sbattere contro barriere più o meno burocratiche, sistemi in teoria più efficienti ma sicuramente più rigidi, algoritmi sconosciuti, forse anche potentissimi ma che di certo non perdonano, il tutto intrecciato (e qui si rasenta la follia) con sistemi burocratico – amministrativi che spesso devono fare i conti con scarsità di risorse endemiche come nel sistema giudiziario o in quello fiscale.
Certo la standardizzazione dei sistemi attraverso l’uso del web, di app, di chat e quant’altro, dovrebbe velocizzarci la vita. Spesso, però, sorge il dubbio che il ricorso alla rete sia  prima di tutto un modo per tagliare i costi (fondamentalmente di personale), senza essere certi di garantire un servizio in più. È quello che abbiamo imparato a conoscere come la “disintermedizione”: ti arrangi a fare quasi tutto senza più bisogno di nessuno (senza alla fine spendere meno!).
Il progresso non si ferma, sia mai e comprendiamo anche i vantaggi che certo ci sono. In alcune occasioni, però, lo confesso: ho nostalgia di una voce umana, di un volto concreto che mi spieghi perché il mio bancomat non funziona, o ancora del benzinaio che si accerta che il mio pagamento al distributore automatico non ha funzionato e si attivi per rimborsarmi, senza che io debba impazzire a mandare mail o contattare call centre vari.
Cosa me ne faccio del mio pacchetto super scontato Office se poi devo perdere giornate per capire come installarlo nelpc che presenta caratteristiche diverse e che nessuno al momento dell’acquisto mi ha spiegato? A cosa serve avere pin vari per i servizi fiscali se poi comunque, per avere le risposte che cerco, devo andare a fare ore di fila all’Inps? Cosa serve il web se per una quasi banale causa in Tribunale mi convocano per un’udienza ogni 8-10 mesi? A cosa mi serve la prenotazione on line della richiesta di passaporto se poi, l’unico modo per arrivare ad averlo in tempo è andare a fare la solita fila in Questura? La tecnologia più è avanzata più pretende che tutti i passaggi funzionino, altrimenti è il caos. Diciamo che su questo versante c’è ancora tanta strada da fare.
La complessità va accompagnata e governata e questo è uno dei compiti fondamentali della politica. In tale prospettiva c’è un’azione che dovrebbe essere una priorità per qualsiasi esecutivo e che non ha colore politico e porterebbe molti risparmi: semplificarci la vita. Se poi questo passa anche attraverso il sentire, una volta di più, qualche voce umana, beh ecco a questo punto non ci dispiacerebbe.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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La pace non vuole confini

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 00:01

Le divisioni, le contrapposizioni, i muri, quelli fisici, ma anche e soprattutto quelli mentali, che allontanano, che fanno vedere l’altro come un nemico e non come un dono, che fanno vedere la differenza non come ricchezza, ma come minaccia. Dobbiamo davvero rassegnarci ad una vita limitata dalle barriere? Ancora una volta a bussare al cuore sono le parole di Papa Francesco, che da Madrid ha lanciato l’ennesimo appello alla pace e al dialogo. Un’accorata preghiera perché si costruiscano ponti e non muri. Unica vera via per uno mondo di pace. “Quello che stiamo vivendo è un momento grave per il mondo – ha detto -. Tutti dobbiamo stringerci, vorrei dire con un solo cuore e una sola voce, per gridare che la pace è senza confini, senza frontiere. Un grido che sale dal nostro cuore. È lì, infatti, dai cuori, che bisogna sradicare le frontiere che dividono e contrappongono. Ed è nei cuori che vanno seminati i sentimenti di pace e di fraternità”. Non un generico invito alla pace, come assenza di guerra. Il Papa va dritto al punto, senza sconti. “È insensato, nella prospettiva del bene dei popoli e del mondo – scrive -, chiudere gli spazi, separare i popoli, anzi contrapporre gli uni agli altri, negare ospitalità a chi ne ha bisogno e alle loro famiglie”. Voce di uno che grida nel deserto? Forse. Ma tra tante urla che sentiamo quotidianamente e sempre di più, il grido di Francesco ha un suono decisamente diverso. Che dona speranza. E che risuonerà anche nella Carovana per la pace in programma tra pochi giorni.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossanese)

 

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Lo spettro del sovranismo

Agenzia SIR - Tue, 17/09/2019 - 00:00

Una delle frasi più citate nella storia del pensiero politico, secondo Giorgio Galli, è l’incipit de “Il Manifesto del Partito Comunista”, scritto da Friedrich Engels e Karl Marx nel 1848: “Uno spettro si aggira per l’Europa”, ed era il comunismo. Ora questo è davvero un fantasma che sopravvive unicamente nelle accuse di deliranti signori, per rendere meno efficaci quelli che, nel mondo cattolico, vogliono operare secondo il comandamento dell’amore al prossimo e la scelta preferenziale dei poveri. Questa scelta è erroneamente attribuita solo a papa Francesco, proclamata invece solennemente da Giovanni Paolo II, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis al n. 42: “…L’opzione è amore preferenziale per i poveri. È, questa, una opzione, o una forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa”. Sulla scelta dei poveri, continua l’enciclica “con le decisioni che essa ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore”. Nella Centesimus annus si può leggere anche, al n. 30: “il diritto di proprietà privata… è subordinato alla loro originaria destinazione comune dei beni”. Dato per acquisito che tutto questo è deduzione dal Vangelo e non Comunismo, le accuse contro papa Francesco e molti cattolici impegnati nella stessa direzione devono essere ritenute stupide illazioni. Oggi lo spettro che spaventa l’Europa è, forse, il sovranismo, contro cui le altre parti politiche hanno fatto argine. Si ricorrerà, finalmente, alle riforme già necessarie cinque anni fa? Si pensa di modificare il patto di stabilità a favore della crescita, che nell’ultimo decennio e in piena crisi ha frenato gli investimenti pubblici produttivi. Tutto ciò ora è voluto anche dalla Germania, che sente i morsi della stagnazione e mette finalmente a tacere i suoi falchi. Sui flussi migratori si vuole rivedere il patto di Dublino, che ha danneggiato le relazioni tra il nostro Paese e l’Unione Europea. Si torna a parlare di Bond europei. Le paure e gli sbandamenti degli elettori non ci sarebbero stati se le riforme fossero state decise fin dall’inizio della crisi. Non si può pretendere che tutti gli elettori sappiano fare analisi specifiche sui mercati globali, sugli eventi che li hanno favoriti. Si pretende, però, che nessuno ci speculi sopra per calcoli elettorali, e che si operi nei livelli operativi e politici per rendere le popolazioni più sicure e fiduciose.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

 

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Don Barrios Prieto nuovo segretario generale Comece: “A Bruxelles per un’Europa giovane e solidale”

Agenzia SIR - Mon, 16/09/2019 - 19:03

“La Chiesa ha accompagnato fin dai primi passi il cammino dell’Europa unita. Quell’Europa fedele ai valori umani e cristiani per la quale si sono battuti i padri fondatori. E ancora oggi la Chiesa è attenta e sostiene questo percorso, come più volte ha riaffermato Papa Francesco”: don Manuel Barrios Prieto è il nuovo segretario generale della Comece, Commissione degli episcopati dell’Unione europea. Ha raccolto il testimone lo scorso 1° settembre da padre Olivier Poquillon; il suo mandato durerà quattro anni. Lunedì 16 settembre, a Bruxelles, si è presentato alla stampa internazionale accanto a mons. Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, che sarà creato cardinale da Papa Francesco nel concistoro del 5 ottobre.
Lo stesso Hollerich ha spiegato di essere rimasto “sorpreso da questa notizia” che – ha aggiunto – “potrà far bene anche alla Comece”.
Nato a Madrid nel 1962, don Manuel Barrios Prieto, ha studiato filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana a Roma e si è laureato in psicologia presso una università statale spagnola. Dal 2011 è stato direttore del Segretariato per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale spagnola, oltre a essere stato per vent’anni alla guida della parrocchia di Santa Catalina de Alejandría a Madrid. Don Barrios Preto arriva dunque al segretariato Comece, in Square de Meeûs a Bruxelles, in un momento “caldo” per l’Ue, nel pieno del rinnovo delle sue principali istituzioni, assediata da populisti e nazionalisti, con all’orizzonte il Brexit britannico.

Da due settimane è arrivato a Bruxelles: l’agenda è già fitta di impegni?
Direi proprio di sì. Ci sono in calendario incontri, colloqui, viaggi. Dal 3 al 6 ottobre sarò a Santiago di Compostela per partecipare all’assemblea plenaria del Ccee: sono stretti i legami tra Comece e Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa. Avrò poi alcuni incontri con i rappresentanti delle istituzioni Ue, con europarlamentari, con ong, associazioni ed esponenti di altre confessioni cristiane. Occorre essere presenti e attivi per far risuonare la voce della Chiesa nel contesto europeo.

La sua formazione e le sue precedenti esperienze pastorali le potranno essere di aiuto al segretario Comece?
Ritengo di sì, benché occorra entrare con prudenza in questo nuovo ruolo. Sono spagnolo e ho studiato e vissuto in vari Paesi d’Europa, ho lavorato a lungo nel campo dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, e credo che questo mi sarà d’aiuto. Naturalmente occorrerà comprendere le particolari dinamiche del dialogo con le istituzioni politiche qui presenti.

foto SIR/Marco Calvarese

Quali, a suo avviso, le sfide che attendono l’Europa di oggi, i suoi Stati membri e le istituzioni dell’Ue?
Le sfide sono innumerevoli. Molti parlano di “crisi” e lo stesso Papa Francesco ha ricordato che le crisi possono rivelarsi occasioni per cambiare, per crescere e migliorarsi. Di certo abbiamo dinanzi la situazione migratoria, con tante persone che cercano una vita dignitosa e un futuro in Europa; la quale, è bene ricordarlo, ha tra i suoi valori fondanti la solidarietà. C’è la questione economica, con la recente recessione che ha compito vari Paesi, creando povertà e disoccupazione e dalla quale si sta uscendo con fatica e con ritmi differenti tra uno Stato e l’altro. Sappiamo inoltre quanto siano rilevanti la questione ambientale e i mutamenti climatici. Sottolineerei la crisi istituzionale: l’Unione europea è spesso percepita come distante dai cittadini. In questo senso mi pare importante tener conto che alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, svoltesi a maggio, c’è stato un recupero di elettori, come se – è stato osservato – i cittadini volessero dare una nuova possibilità a questa stessa Europa…

Una parola sui giovani: spesso indicati come “futuro d’Europa” ma non di rado posti ai margini dei processi politici, economici e culturali. Non crede?
Molti giovani sperimentano l’Europa attraverso i viaggi, gli studi, e anche grazie al programma europeo Erasmus. Conoscere altri Paesi, altre culture e lingue, incontrare altre persone aiuta a costruire una coscienza europea, a sentirsi europei. Ci sono però problemi che colpiscono i nostri giovani – a partire dalla disoccupazione – per i quali servono risposte serie e urgenti. I ragazzi si stanno fra l’altro dimostrando sensibili e attivi sul versante ambientale. Ebbene, anche qui si gioca la credibilità dell’Europa di oggi e di domani.

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Gli appuntamenti e le scadenze del secondo governo Conte

Agenzia SIR - Mon, 16/09/2019 - 17:38

Il secondo governo Conte, ottenuta la fiducia dalle Camere e completata la “squadra” con i sottosegretari, si trova subito davanti un raffica di appuntamenti e di scadenze politico-istituzionali che rappresentano un impegnativo banco di prova. In ordine di tempo, la prima tappa di questo percorso è costituita dalla 74ª sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, a New York (il dibattito generale si terrà dal 24 al 27 settembre). Per il presidente del Consiglio e per il neo-ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sarà anche un’occasione per incontri bilaterali con gli omologhi di altri Paesi su temi cruciali come la stabilizzazione del Mediterraneo e i rapporti commerciali con Usa e Cina.

Ma è sul versante economico che la concatenazione delle scadenze si mostra particolarmente serrata.

Entro il prossimo 27 settembre, infatti, il governo dovrà varare la Nadef, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), in cui saranno indicate le coordinate dell’imminente “manovra”. Tenuto che il Def da aggiornare è quello approvato ad aprile dal precedente esecutivo, la Nota sarà il primo testo in cui il nuovo governo metterà nero su bianco i dati fondamentali e le linee guida in materia di bilancio. Si tratterà anche del primo test ufficiale per il neo-ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. A stretto giro, entro il 15 ottobre, il governo dovrà inviare alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio, una sintesi delle principali scelte in materia economico-finanziaria che verranno subito dopo esplicitate e dettagliate nel disegno di legge di bilancio, da presentare alle Camere entro il 20 ottobre. Praticamente negli stessi giorni, per la precisione il 17 e il 18 ottobre, si svolgerà a Bruxelles un Consiglio europeo di particolare rilevanza, in quanto i capi di Stato o di governo, con il presidente della Commissione europea e quello del medesimo Consiglio, saranno chiamati a impostare il cammino della Ue nei prossimi anni.

Altre scadenze non interpellano direttamente il governo ma investono i partiti della maggioranza e non solo essi.

Il 27 ottobre, per esempio, si terranno le elezioni in Umbria, le prime di una serie di tornate regionali che tra novembre e gennaio coinvolgeranno anche Emilia-Romagna e Calabria. Appuntamenti che molti analisti indicano come decisivi anche per gli equilibri politici nazionali. E ormai soltanto pochi giorni ci separano dalla data del 24 settembre, quando la Corte costituzionale terrà l’udienza sulla questione sollevata in materia di suicidio assistito. La Consulta aveva dato alle Camere un anno di tempo per legiferare sull’argomento e in questo caso è tutto il Parlamento a essere chiamato in causa nel dare sia pure in extremis un segnale concreto di assunzione di responsabilità.

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Pope Francis: “Peace has no borders. Always, without exception.”  

Agenzia SIR - Mon, 16/09/2019 - 14:04

“We are living a difficult time for the world. We must come together – I would say, with one heart and one voice – to shout that peace has no borders. A cry that rises from our hearts. Indeed, it is in hearts that the borders that divide and put us  against each other must be torn down; it is in hearts that the feelings of peace and brotherhood must be sown.” Pope Francis’ “cry” reverberated yesterday in Madrid, and opened the International Meeting “Peace without Borders”, promoted by the Community of Sant’Egidio in cooperation with the Archdiocese of Madrid. More than 300 leaders of the world’s great religions, along with representatives of the cultural world and institutions, are currently gathered in Madrid in the “spirit of Assisi” for a two-day meeting and dialogue on the themes of peace, the environment and the poor. They were welcomed at the Palacio Municipal de Congreso by Cardinal Carlos Osoro Sierra, Archbishop of Madrid and by the Minister of the Spanish Government Margarita Robles. The President of the Central African Republic, Faustin Archange Touadera, the Chief Rabbi of Tel Aviv, Meir Lau, Metropolitan Hilarion of the Moscow Patriarchate, and Mohammad Al-Mahrasawi, Chancellor of the Al Azhar University (Egypt) took the floor at the opening ceremony.

 

 

“If one seeks the good of peoples and the world, it is foolish to close spaces, to separate peoples, or, worse still, to fight against each other, to deny hospitality to those in need”, the Pope said in his message.

“The common home cannot sustain walls that separate nor walls that put its dwellers against each other. It needs open doors that foster communication, encounter and cooperation, in order to live together in peace, respecting diversity and creating bonds of responsibility. Peace is like a house with many dwellings that we are all called to live in. Peace has no borders.”

 

The meeting in Madrid is taking place at a time when Europe is grappling with a challenging migratory crisis. Closed ports, seized ships, and denied access. “The problem is not the existence of borders but the ways in which we can live out borders in a large – and sometimes terrible – world”, remarked Andrea Riccardi, founder of the Community of Sant’Egidio.

“Hostile or hate-filled borders often tear the world apart, creating an insidious climate of conflict”, Riccardi said.

Thiry years since the fall of the Berlin Wall in 1989, what is most worrying – Riccardi pointed out- is “the resurgence of antagonistic or nationalist nationalistic visions, simplified reactions to a globalization seen as threatening. It is a simplification understood as protecting against complex problems. I will not give in to scaremongering”, he said. “But today’s complex challenges cannot be tackled without global humanism”. He concluded: “Boundaries exist, but they cannot become walls or shape our future. The faith community overcomes them with the gaze of the heart and with the word of dialogue”.

 

The incident of the Ocean Viking rescue ship stranded in Italy’s southern Mediterranean sea was finally resolved on the eve of the meeting in Madrid. The Italian government allowed the ship to disembark 82 migrants on the island of Lampedusa while the remaining migrants on board will be relocated to Germany, France, Portugal and Luxembourg following the proposal of the European Commission. “I hope – said Filippo Grandi, UN High Commissioner for Refugees (UNHCR) from Madrid – “that this smooth negotiation process will pave the way for a predictable landings mechanism. I am saying this for the sake of those aboard the vessels of hope.”  “We should stop wasting time debating who should shoulder responsibility for whom and move on to the more serious issues, to the emergencies underlying the migration phenomenon,” he said. Grandi brought to Madrid the “cry” of 71 million people forced to flee their homeland: refugees, asylum seekers and internally displaced persons. They flee wars and poverty, and

“the response we give to the migration phenomenon today is the yardstick of a healthy society, one that has the capacity to be inclusive”,Grandi said, adding: “putting a negative stigma to refugees, besides being morally wrong, does not help us to solve the problem”.

 

 

 

 

 

 

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Dibattito fra i direttori dei media Cei: “Sul web perduta la capacità di approfondimento, mai letture dei fatti condizionate dai like”

Agenzia SIR - Mon, 16/09/2019 - 11:21

Sul web più informazione, ma capacità di approfondimento quasi perduta. Per questo motivo, occorrono occasioni di dialogo, di confronto, letture non condizionate dai like. Tutto ciò in un tempo in cui si fa fatica ad ascoltare. I direttori dei media della Chiesa italiana, Amerigo Vecchiarelli (Sir), Vincenzo Morgante (Tv2000) e Marco Tarquinio (Avvenire) hanno messo in luce criticità e peculiarità dell’informazione oggi. A dare l’occasione per il dibattito è stata la festa dei media della Conferenza episcopale italiana “Insieme per passione”, organizzata dall’arcidiocesi di Monreale e dall’associazione culturale “Così… per passione!”, fra Monreale e Terrasini, in collaborazione con l’ufficio per le Comunicazioni sociali della Cei. L’ultima giornata è stata dedicata alla comunicazione. Ma nei giorni precedenti l’attenzione si è focalizzata anche su altri temi: arte, giustizia e società.

Comunicazione. Attorno al tema centrale dell’iniziativa “Per questo parlò loro in parabole” hanno riflettuto, ieri, i direttori dei media Cei assieme a padre Ermes Ronchi. “Il metodo di Gesù prende storie di vita e ne fa storie di Dio, prende immagini di vita e ne fa immagini di Dio, parla di cielo parlando di terra”, ha osservato il teologo. Nelle sue parole la convinzione che “la comunicazione di Gesù attraverso parabole sia la più democratica e la più laica. Non ci sono esclusi. È per tutti”. A delineare le caratteristiche del tempo attuale, il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio:

“Prestare ascolto è il grande debito del nostro tempo, è un tempo in cui si fa fatica ad ascoltare”.

E ha avvertito: “Un ascolto senza risposta è un ascolto indifferente, un ‘non ascolto’. Quindi, bisogna accettare anche il martirio di parole che scomodano”. Lo stile indicato per la narrazione, invece, è quello delle “parole che rispettino tutti, senza accuse alle persone in quanto tali”. Pregi e difetti della comunicazione sul web sono stato analizzati dal direttore del Sir, Amerigo Vecchiarelli, che ha osservato come “il tempo di permanenza nelle pagine non superi un minuto”.

“Ciò significa che circola più informazione ma la capacità di approfondimento è quasi perduta – ha spiegato -. La maggior parte delle persone che cerca un’informazione su Google si ferma alla prima notizia uscita”.

Alla luce di ciò, il direttore del Sir ha indicato la sfida: “Dare un’informazione che sia reale, credibile, che sia da contraltare a tutto quello che passa sul web e sembra quasi legge divina”. Mission che è propria di uno stile di servizio e, in particolare, di servizio pubblico, come quello promosso da Tv2000, pur essendo un’emittente televisiva privata. “Ritengo che tutto il giornalismo sia servizio pubblico, al di là del canone e del contratto con lo Stato – ha spiegato il direttore di Tv2000, Vincenzo Morgante -. Essere servizio pubblico significa rispettare alcune linee guida: operare con indipendenza, autonomia, imparzialità, rispettando il pluralismo, dando spazio a tutti”.

Un obiettivo che si può realizzare offrendo “occasioni di dialogo, di confronto, letture non condizionate dai like”.

Arte. “Dobbiamo avere l’umiltà di fare pulizia dentro di noi. Siamo soprattutto cercatori di Dio, non siamo padroni di Dio. È questa la sfida concreta alla mistica del quotidiano”, secondo mons. José Tolentino Calaça de Mendonça, teologo e poeta, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, che sarà creato cardinale il prossimo 5 ottobre. Le sue parole hanno aperto la manifestazione nella prima giornata dedicata all’arte. Il cardinale eletto ha scelto la parabola della moneta perduta per spingere l’uomo a mettersi in ricerca, “accendendo una luce e facendo pulizia”. Ma ha ricordato anche come Dio semina dappertutto, dà fiducia all’uomo, “non volta le spalle a nessuno, l’Amore è una possibilità per tutti. C’è poi la responsabilità di ciascuno che decide cosa fare con il seme ricevuto. La riuscita o il fallimento sono la storia della nostra libertà”.

Giustizia. “La giustizia che non fa i conti con lo sguardo paziente di Dio diventa ingiusta. Il male non viene da Dio. Il male e il bene stanno insieme su questa terra, anche il cuore più corrotto, più ingiusto deve conoscere la giustizia terrena di Dio, che si chiama misericordia”. La riflessione è di Salvatore Martinez, presidente nazionale del Rinnovamento nello Spirito, che ha scelto la parabola della zizzania per offrire la sua lettura del concetto di giustizia. Martinez ha raccontato con esempi la possibilità data agli uomini e alle donne di riscattarsi dagli errori. “Si può vincere il male con il bene: con la responsabilità delle famiglie nell’educare i figli, con la politica che deve salvaguardare la dignità dell’uomo, ma anche con la Chiesa che deve far risuonare la verità di Dio sull’uomo”.

Società. “Troppo spesso il nostro cristianesimo resta sulle nuvole, non diventa vita, non ispira le nostre scelte. Anche perché, a differenza del samaritano, noi non ci soffermiamo a guardare, non cerchiamo di comprendere quello che accade davanti a noi, siamo restii a farcene carico”. È stato il monito di mons. Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, nella giornata dedicata alla riflessione sui rapporti fra Chiesa e società. Nelle parole dell’arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi, invece, l’attenzione è rivolta alla testimonianza di don Pino Puglisi, martire ucciso dalla mafia 26 anni fa, che ha conosciuto personalmente. “Per lui la vocazione del cristiano si esprimeva naturalmente nella società: non si trattava di un’esperienza riservata a pochi eletti, ma di una chiamata universale”.

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La Bce vuole la ripresa, i dazi fanno muro

Agenzia SIR - Mon, 16/09/2019 - 11:20

Farsi prestare denaro sarà meno costoso, l’interesse da pagare non sarà mai stato così conveniente. I nuovi mutui saranno meno impegnativi e i vecchi si potranno ricontrattare o sostituire alle nuove condizioni.  Le imprese potranno investire con costi limitati e gli Stati indebitati faranno meno fatica a ridurre i loro impegni e a contrarne di nuovi.

Non si può pretendere di più da una banca centrale, in questo caso la Bce (Banca centrale europea), che con diverse formule tecniche ha immesso liquidità. Cioè ha ridotto ancora i tassi di remunerazione (negativi) per il denaro che le banche depositano presso lo stesso istituto centrale. Spera che quei soldi vadano all’economia.

Il denaro, così come le merci di un mercato, risponde alla legge della domanda e dell’offerta. Se circola abbondante il prezzo (l’interesse) scende e viceversa. E’ come se la Bce dicesse alle banche: ”Prestate, prestate” e alle imprese e ai cittadini: “Investite, comprate”.

Mario Draghi – si scrive – ha usato il bazooka, nelle ultime settimane del suo mandato, per ottenere con i mezzi forti una ripresa degli investimenti e dei consumi europei. Lanciando un nuovo Qe (quantitive easing, acquisti da parte della banca centrale di titoli obbligazionari pubblici e privati di medio lungo termine con l’effetto di mantenere bassi i rendimenti) ha fornito un’indicazione per i primi mesi della gestione di Christine Lagarde.  Eppure mai come in questo caso il presidente italiano della Bce è stato criticato da colleghi francesi, tedeschi, olandesi e altri. Perché?

Gli anti-Draghi contestano che l’Europa, schiacciata nella battaglia mondiale dei dazi, sia così malmessa da richiedere un sostegno così vistoso. “Un pacchetto sproporzionato” hanno commentato.  Obiettivo della Bce è anche rialzare il tasso di inflazione “buono”, quello che non deriva da choc petroliferi o penuria momentanea di produzioni. L’inflazione “buona” è l’aumento dei prezzi che nasce da maggiori consumi per una maggiore serenità economica, quando crescono occupazione e salari in una corretta dinamica economica.  Far girare denaro abbondante in Europa dovrebbe innalzare il tasso di inflazione fino a ridosso del 2%, cosa che non sta avvenendo. Ed è un’altra contestazione mossa a Draghi.

Ma muovere il prezzo del denaro non sempre produce gli effetti attesi. Imprenditori e famiglie sono guardinghi, vedono scontri commerciali globali a suon di dazi contrapposti. Anche se il denaro ora costa poco non c’è in giro ottimismo.

Con la liquidità abbondante – altra ricaduta – le banche guadagno meno in quello che è stato il loro principale lavoro: prendere denaro dai risparmiatori pagando un interesse e prestandolo a chi lo richiede (famiglie, imprese, enti locali) a un tasso maggiore. E’, tecnicamente, il margine di interesse che rappresenta circa la metà dei ricavi delle banche italiane. D’altro canto – altro effetto della mossa Bce – le banche possiedono obbligazioni private e pubbliche (titoli di Stato) che, soprattutto se a tasso di interesse fisso, beneficiano dei tagli delle banche centrali. Avere garantito un interesse del 2,5-3% quando le nuove emissioni riconosceranno poco più dell’1% non è cosa da poco, il valore delle vecchie obbligazioni aumenta nei bilanci. Lo stesso vale per i risparmiatori che in genere tengono i titoli di Stato fino alla scadenza.

La mossa della Bce lascia spazio ai Governi perché spingano la ripresa. Placa il nostro spread (differenza di rendimento fra i decennali pubblici di Italia e Germania) sotto i 150 punti, fa in modo che risparmiatori e investitori orientino i loro flussi altrove. Anche in Borsa. Questo spiega perché i listini crescono mentre l’economia vera, quella importante per le famiglie, langue.

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Papa Francesco: “La pace è senza frontiere sempre, senza eccezioni”

Agenzia SIR - Mon, 16/09/2019 - 10:30

“Quello che stiamo vivendo è un momento grave per il mondo. Tutti dobbiamo stringerci – vorrei dire con un solo cuore e una sola voce – per gridare che la pace è senza confini, senza frontiere. Un grido che sale dal nostro cuore. È lì, infatti, dai cuori, che bisogna sradicare le frontiere che dividono e contrappongono. Ed è nei cuori che vanno seminati i sentimenti di pace e di fraternità”. È questo il “grido” di Papa Francesco risuonato ieri pomeriggio a Madrid, in apertura dell’’Incontro internazionale “Pace senza confini”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con l’arcidiocesi di Madrid. Oltre 300 leader delle grandi religioni mondiali insieme a rappresentanti del mondo della cultura e delle istituzioni, si sono dati appuntamento in questi giorni a Madrid nello “spirito di Assisi” per una due giorni di confronto e dialogo sui temi della pace, dell’ambiente, dei poveri. Accolti al Palacio Municipal de Congreso dal cardinale Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid e dalla ministra del governo spagnolo Margarita Robles, alla cerimonia di apertura hanno preso la parola il presidente della Repubblica Centrafricana Faustin Archange Touadera,  il Rabbino Capo di Tel Aviv, Meir Lau, il Metropolita Hilarion del Patriarcato di Mosca, e Mohammad Al-Mahrasawi, cancelliere dell’Università Al Azhar (Egitto).

“È insensato, nella prospettiva del bene dei popoli e del mondo – scrive il Papa -, chiudere gli spazi, separare i popoli, anzi contrapporre gli uni agli altri, negare ospitalità a chi ne ha bisogno e alle loro famiglie”.

E incalza: “La casa comune non sopporta muri che separano e, ancor meno, che contrappongono coloro che la abitano. Ha bisogno piuttosto di porte aperte che aiutino a comunicare, a incontrarsi, a cooperare per vivere assieme nella pace, rispettando le diversità e stringendo vincoli di responsabilità. La pace è come una casa dalle molte dimore che tutti siamo chiamati ad abitare. La pace è senza frontiere. Sempre, senza eccezioni”.

L’incontro di Madrid si svolge in un momento in cui l’Europa è alle prese con una crisi delle migrazioni che la sta duramente mettendo alla prova. Porti chiusi, navi sequestrate, accessi negati. “Il problema non è l’esistenza dei confini”, osserva Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. “E’ invece come vivere le frontiere in un mondo, grande e talvolta terribile.

Spesso confini respingenti o impregnati di odio fanno a pezzi il mondo, creano un insidioso clima conflittuale”.

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 1989, ciò che più preoccupa – confessa Riccardi – è “una ripresa di prospettive nazionali antagoniste o nazionaliste, reazioni semplificate a una globalizzazione che appare minacciosa, semplificazione che sembra proteggere da problemi complessi. Non mi voglio abbandonare ad allarmismi”, dice. “Ma non si può vivere l’oggi con le sue sfide complesse senza il respiro umanesimo planetario”. E conclude: “I confini esistono, ma non possono diventare muri né disegnare il futuro. I credenti li superano con lo sguardo del cuore e con la parola del dialogo”.

Alla vigilia dell’incontro di Madrid, si è finalmente sbloccata nelle acque meridionali del Mediterraneo la vicenda della Ocean Viking. Il governo italiano ha infatti dato l’autorizzazione di far sbarcare a Lampedusa gli 82 migranti a bordo mentre Germania, Francia, Portogallo e Lussemburgo hanno aderito alla redistribuzione dei migranti a cura della Commissione europea. “Spero – ha commentato da Madrid , Filippo Grandi, Alto commissario Onu per i rifugiati (Unhcr) – che la facilità in cui sono avvenute le trattative, sia il preambolo verso un meccanismo prevedibile di sbarchi. Lo dico per il bene di chi è sulle navi della speranza”. “Potremmo – ha detto – porre fine alla perdita di tempo del discutere su chi deve farsi carico di chi e passare alle questioni più serie, alle emergenze che circondano il fenomeno della migrazione”. Grandi ha portato a Madrid il “grido” dei 71 milioni di persone che sono costrette a fuggire dalla loro terra. Sono profughi, richiedenti asilo, sfollati interni. Fuggono da guerre e povertà e “la risposta che diamo al fenomeno migratorio oggi è il barometro di una società sana ed una società sana è quella che sa essere inclusiva”, ha detto Grandi, aggiungendo: “attribuire uno stigma a chi fugge, oltre ad essere moralmente sbagliato, non ci aiuta a risolvere il problema”.

 

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Chiese orientali cattoliche in Europa. Frontiere profetiche chiamate a “portare pace e perdono dove regna la discordia”

Agenzia SIR - Sat, 14/09/2019 - 14:06

“Possa questo nostro incontro affrettare la piena unità di tutti i cristiani, della quale l’Europa ha tanto bisogno! Possano i nostri scambi e le nostre riflessioni contribuire, anche modestamente, al compimento della preghiera di Gesù Cristo ‘affinché tutti siano una sola cosa’”. Con queste parole il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) ha aperto a Roma l’incontro dei vescovi orientali cattolici che quest’anno ha scelto di approfondire il tema “La missione ecumenica delle Chiese orientali cattoliche d’Europa oggi”.

I loro volti portano nel cuore della Chiesa cattolica i volti delle “Chiese sui iuris”, chiamate così perché sono in piena comunione con la Chiesa di Roma ma si distinguono per forme diverse di rito liturgico e pietà popolare, per terminologia e tradizione teologiche. In Europa ci sono vescovi di Chiese greco-cattoliche, maronita, caldea, armena, siro-malabar. Un mondo dalla fede profonda e antica, una presenza spirituale preziosa in una Europa secolarizzata. Eppure rappresentano una realtà sconosciuta, spesso addirittura scartata, additata più come un problema che come una risorsa del cammino ecumenico. Ad accogliere a Roma i vescovi, ci sono stati anche il cardinale Luigi Sandro, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali e il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Con il superamento dell’ “uniatismo” come modello per raggiungere la piena e visibile “unità” della Chiesa, le Chiese orientali cattoliche – confessa S.B. Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della Chiesa greco-cattolica Ucraina –  si sentono messe in discussione, addirittura negate.

Terre di mezzo tra l’Oriente ortodosso e l’Occidente latino, vivono la chiamata ecumenica non come “facoltativa” ma come “una missione che fa parte” delle loro identità.

Shevchuk ha raccontato di aver parlato lo scorso 4 luglio con Papa Francesco della necessità di approfondire “la nostra missione ecumenica in Europa oggi”. “E Lui quando ha sentito di questa nostra difficoltà e del bisogno di approfondire il modo come noi orientali possiamo essere catalizzatori dell’Ecumenismo, ha detto letteralmente queste parole: ‘Mi offro per questo incontro’”.

“Frontiera profetica”. Così il cardinale Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin ha definito il ruolo che le Chiese orientali cattoliche possono svolgere nell’attuale contesto geo-politico. E questo per tre ragioni. Sono “un vero e proprio avamposto profetico” per la loro collocazione geografica, trovandosi quasi tutte in territori “caldi” dove si registrano situazioni di conflitto e di rischio per l’incolumità dei cristiani. Per la loro storia, ha proseguito Parolin, le Chiese orientali cattoliche “hanno sempre testimoniato un profondo amore alla Sede apostolica”,  pagando questa fedeltà a Roma anche con il sangue. E per la loro natura, “sono preziose nel dialogo ecumenico” perché si trovano in quella “terra di mezzo e di incontro con le Chiese ortodosse”. A questo proposito, il cardinale ha toccato anche la delicatissima questione dei rapporti con la Chiesa ortodossa Russa da cui però – ha detto – non si può prescindere sia per il ruolo geopolitico che la Federazione Russa gioca sulla scena internazionale, sia perché la sua Chiesa rappresenta “un patrimonio spirituale e teologico che non può essere messo di lato”. Da qui  l’imperativo di

“non interrompere il dialogo con la chiesa ortodossa russa”.

La linea da seguire è quella che la Santa Sede e papa Francesco adottano anche nei contesti più difficili: “Adoperarsi per riportare la pace dove regna la discordia, considerare il perdono come l’unica medicina efficace dopo secoli di incomprensione, non dimenticando però che nel cristiano mai la carità si incontro senza la verità”.

 

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