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Terremoto in Toscana. Card. Betori: “Vicini alle persone sfollate in Mugello. In oltre 400 hanno lasciato le case”

Agenzia SIR - Tue, 10/12/2019 - 19:39

Prosegue l’attività sismica nel Mugello, con uno sciame finora risultato di modesta entità. “È comunque probabile che il numero delle circa 420 persone che hanno usufruito delle strutture di accoglienza allestite nella palestra di Barberino, presso l’autodromo, nelle scuole di Galliano e San Piero, e a Borgo San Lorenzo, possa confermarsi e anche crescere”. È quanto si legge in una nota della Regione Toscana, emanata al termine della riunione che si è tenuta in tarda mattinata al Coc di Barberino per fare il punto sulla attuazione degli interventi di verifica e soccorso attivati dopo il terremoto di magnitudo 4.5 della scorsa notte. Al tavolo erano presenti, oltre ai responsabili della protezione civile regionale, i rappresentanti dei comuni, della Soprintendenza, dei vigili del fuoco, del volontariato e del Cross di Pistoia, la struttura di gestione delle emergenze del Sistema sanitario regionale.

Sul disagio delle persone sfollate interviene l’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, che sta continuando a tenersi costantemente aggiornato, dopo la visita di ieri nelle zone colpite, con le istituzioni, la prefettura e la protezione civile. “Rispetto a ieri mi arrivano notizie di un numero sempre più crescente di persone che anche questa notte non rientreranno nelle loro case. Sono vicino a loro e a tutta la popolazione – dice al Sir -, immagino il disagio e la paura che continuano ad avere soprattutto con l’avvicinarsi della notte.

Il mio pensiero e ringraziamento va anche ai tanti che si stanno adoperando per rendere meno difficili le condizioni per le persone rimaste fuori dalle loro abitazioni”.

Intanto in vista delle celebrazioni natalizie, la comunità di Barberino sarà privata della propria chiesa parrocchiale dichiarata, insieme alla canonica, inagibile dai vigili del fuoco. Il parroco, don Stefano Ulivi, afferma: “Per le messe feriali verranno utilizzati i locali delle Suore Serve di Maria Addolorata, che si trovano in pieno centro storico. Mentre per quelle festive è previsto l’impiego della tensostruttura della pubblica assistenza in grado di accogliere oltre 200 persone. Tutte le altre attività, compreso il catechismo sono invece sospese. La Parrocchia di San Silvestro, risalente al ‘300, è l’edificio che in assoluto ha riportato i danni più ingenti”.

Per quanto riguarda il patrimonio artistico, anche la torre campanaria del convento di Bosco ai Frati, a San Piero, e la chiesa in località Torre Petrona, a Scarperia, in uso alla comunità rumeno-ortodossa, hanno riportato forti lesioni, tanto da risultare inagibili, come spiega Leonardo Ermini, responsabile Protezione civile città metropolitana di Firenze: “Le aree maggiormente interessate, sono il centro di Barberino, con il coinvolgimento di 236 abitanti, il municipio, che è inagibile, la frazione di Galliano e Sant’Agata, nel comune di Scarperia e San Piero. Al momento non è possibile stabilire quando si concluderanno le verifiche. Non ci sono però feriti”.
Ermini, nel sottolineare come i danni alle case siano limitati e ci sia soprattutto spavento da parte della popolazione, aggiunge: “Oggi i tecnici del settore sismico della Regione Toscana e del Genio civile hanno fatto il punto sulle scuole, chiuse in via precauzionale. Gli esiti verranno comunicati al comune, al quale spetta la dichiarazione formale di agibilità degli edifici”.

Nel frattempo, dichiara, “sono in corso i sopralluoghi di primo livello, ad opera di vigili del fuoco e tecnici dei comuni, sulle altre strutture pubbliche strategiche dell’area. La faglia interessata è un segmento di quella del terremoto che colpì il Mugello 100 anni fa, nel 1919”.

Massimo Fratini, consigliere delegato per la Protezione civile città metropolitana di Firenze, ribadisce invece “la decisiva importanza del mondo del volontariato, presente in modo capillare sul territorio con Misericordie, pubblica assistenza”. Segno “di un’Italia dove la solidarietà è ancora forte e viva”, conclude.

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Gioco d’azzardo: nominati i membri dell’Osservatorio per il contrasto. Capitanucci: “Un supporto alla politica per orientarsi al bene comune”

Agenzia SIR - Tue, 10/12/2019 - 11:25

Dopo la ricostituzione dell’Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave con decreto interministeriale del 12 agosto 2019, sono arrivate, nei giorni scorsi, le nomine dei componenti: tra di loro, ci sono anche rappresentanti delle associazioni, come Simona Neri (Anci), Laura Marmai (Agesc), Daniela Capitanucci (And), Maurizio Fiasco(Alea), Armando Zappolini (Cnca). Proprio con Daniela Capitanucci, psicologa e psicoterapeuta, presidente onorario di And-Azzardo e Nuove Dipendenze, parliamo del rilancio dell’Osservatorio e del fenomeno che copisce sempre più persone in Italia.

Queste nomine sono un segnale importante?

È importante certamente, perché le funzioni ad esso assegnate dalla legge n. 190/2014 sono la base per valutare l’impatto sociale ed economico dell’industria del gioco d’azzardo legale nel nostro Paese e decidere in quale direzione procedere: quali sono i benefici che questa industria produce? Ma, anche, quali sono i costi? E, soprattutto, qual è, in ultimo, il bilancio complessivo (che è la differenza tra incasso e spesa)? Solo monitorando l’andamento della dipendenza da gioco d’azzardo, l’efficacia delle azioni di cura e di prevenzione intraprese, predisponendo linee di azione a garanzia della prevenzione, cura e riabilitazione sulla base delle evidenze scientifiche, valutando le misure più efficaci per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza (che è sempre grave), anche esprimendo pareri sui piani di attività di contrasto ai disturbi del gioco d’azzardo presentati dalle Regioni e dalle Province autonome di Trento e Bolzano sarà possibile

fornire supporto alla politica affinché finalmente torni ad orientarsi al bene comune del Paese.

Quali sono gli obiettivi prioritari che vi ponete?

In estrema sintesi, le azioni dell’Osservatorio dovrebbero orientare tutte le azioni politiche e socio-sanitarie atte a garantire la riduzione della prevalenza (numero di casi riscontrati in un certo lasso di tempo) e dell’incidenza (andamento del numero di nuovi casi, rilevati da un anno con l’altro) dei giocatori patologici. Un primo importante segnale arriva proprio dal decreto di ricostituzione del 2 dicembre, che presidia l’assenza di conflitto di interessi. All’Osservatorio insediato presso il Ministero della Salute, infatti, non potranno più partecipare enti, associazioni e persone fisiche che abbiano avuto rapporti contrattuali, sovvenzioni, sponsorizzazioni, incarichi professionali da Società o imprese esercitanti attività industriale-commerciale in qualsiasi comparto dei giochi pubblici con vincite in denaro. In pratica,

ci si attende finalmente di poter lavorare esclusivamente alla luce di dettami scientifici.

In questi anni il fenomeno della diffusione del gioco d’azzardo e della dipendenza grave si è aggravato?

Sebbene vi sia stato un consistente colpevole ritardo nel monitoraggio ufficiale del fenomeno, perché l’Indagine nazionale dell’Istituto superiore di sanità in collaborazione con l’Amministrazione Dogane e Monopoli è stata realizzata solo nel 2018, ben 15 anni dopo la rivoluzione dell’offerta avvenuta a partire dal 2003 con il sistema concessorio, è comunque possibile rispondere affermativamente a questa domanda. Il Cnr-Ifc di Pisa, nell’ambito di ricerche di stampo europeo condotte dal 2007 al 2017, infatti ha rilevato che in dieci anni nel nostro Paese i giocatori patologici sono quadruplicati (dallo 0,6% al 2,4% sulla popolazione 15-64 anni). E il dato riscontrato dall’Iss offre uno scenario ancor più preoccupante: tra i maggiorenni, risultano giocatori patologici il 3% della popolazione, ai quali vanno aggiunti 2,8% di giocatori a rischio moderato e 4,1% a rischio basso. Rispetto agli altri paesi europei di tratta di una prevalenza di ben tre volte superiore (Germania, Gran Bretagna, Francia, Svizzera e Austria hanno una prevalenza di gioco problematico inferiore all’ 1%). Questo dato però ci dice anche che il 27% dei soggetti maggiorenni che hanno giocato nell’ultimo anno (almeno uno su quattro) presenta una qualche forma di problema correlato.

Il fenomeno riguarda anche giovanissimi?

Un altro dato preoccupante desunto dalla ricerca dell’Iss è la certificazione ufficiale del fatto che

anche i minorenni giocano d’azzardo e lo fanno senza barriere, ovunque: dal tabaccaio (46,7%), al bar (28,8%) e nelle sale scommesse (41,1%) dove neppure dovrebbero poter entrare.

È evidente, quindi, che il sistema distributivo attuale fa acqua da tutte le parti e non garantisce la protezione alle fasce più vulnerabili prevista dalla legge. Non dobbiamo poi dimenticare le vittime del gioco d’azzardo passivo.

Ci spieghi…

La dipendenza da gioco d’azzardo genera danni consistenti che si propagano dall’individuo che ne è affetto a tutti coloro che sono in relazione con lui attraverso le connessioni sociali. Familiari stretti e allargati, amici, colleghi di lavoro, ma anche perfetti sconosciuti che potrebbero avere rapporti con queste persone: potrebbe essere il vostro amministratore di condominio oppure il barelliere che vi soccorre durante un incidente stradale… Se ha questo problema, vedrebbe nell’occasione dell’incontro con voi solo soldi, soldi, soldi…. E troppo tardi ve ne accorgereste. A vostre spese.

Quali misure andrebbero adottate?

Senza ombra di dubbio, questi dati suggeriscono che con urgenza andrebbe attuata la revisione radicale del sistema dell’offerta del gioco d’azzardo legale, che non è estraneo nella aver contribuito a produrre quanto riscontrato. Andrebbero almeno previste limitazioni sullo zoning (cioè evitando di collocare il gioco d’azzardo in prossimità dei luoghi sensibili nella loro più ampia accezione) e sul timing (cioè, andando a limitare l’ampiezza oraria di apertura, funzionamento e offerta di occasioni di gioco d’azzardo). Queste misure dove già sono state applicate, ad esempio in Piemonte, hanno dato esiti promettenti quali riduzione della raccolta e minori rischi per i giocatori patologici in trattamento. E forse non è un caso che proprio in questi giorni questa norma stia subendo pesanti attacchi, sostenuti da esponenti della nuova Giunta regionale che si è appena insediata, volti a far tornare gli apparecchi (slot e Vlt) in quei luoghi di vita delle persone dai quali ormai erano scomparsi, con i risultati sopra citati.

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Spari durante un culto evangelico, strage in Burkina Faso

Evangelici.net - Tue, 10/12/2019 - 09:50
Strage, domenica scorsa, in una chiesa evangelica a Hantoukoura, in un'area del Burkina Faso non lontana dal confine con il Niger, dove un attentatore - secondo altre fonti un gruppo di uomini armati, forse una decina - ha fatto irruzione durante la celebrazione aprendo il fuoco sui presenti. Il bilancio finale parla di quattordici morti, tra cui diversi bambini; tra le vittime si conta anche un referente...
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Il significato del presepe

Agenzia SIR - Tue, 10/12/2019 - 00:01

La lettera del Papa sul significato e valore del presepe ci introduce ad una tematica costante nel magistero di Francesco. Egli dice, infatti, che la tradizione delle famiglie di preparare questo segno nelle case “racchiude in sé una ricca spiritualità popolare”; è un’opera di evangelizzazione, manifesta la tenerezza di Dio e la sua attenzione ai poveri, essendo anche lui, Gesù, povero già nel suo nascere, nello spogliarsi del suo essere Dio. Questa argomentazione è dovuta alle radici culturali di papa Francesco e ai suoi maestri fra i quali Juan Carlos Scannone, morto il 27 novembre a Buenos Aires all’età di 88 anni. Padre Scannone è considerato uno dei padri della “teologia del pueblo”, originale elaborazione argentina della teologia della liberazione, che privilegia la vicinanza alle classi popolari con un approccio storico-culturale. La teologia argentina, retroterra culturale del Papa, s’inscrive nella teologia sudamericana della prassi che ipotizza un costante confronto con i problemi del popolo. In un’intervista al Sir, Scannone disse: “La Teologia della Liberazione parte dall’opzione preferenziale per i poveri. Nel conoscere la realtà, in quella che era chiamata la fase del ‘vedere’. ci si avvaleva della mediazione delle scienze sociali. Qualche teologo applicò in questa fase l’analisi marxista della realtà. In Argentina abbiamo percorso un’altra strada, non abbiamo fatto ricorso al marxismo e neppure al liberalismo. …Questa teologia guardava al popolo, mettendo insieme la visione conciliare della Chiesa come popolo di Dio con i popoli della terra”. Con Scannone vanno ricordati anche Lucio Gera, teologo del Concilio, e Rafael Tello. Insieme hanno approfondito la capacità della fede popolare di filtrare, comprendere e diffondere il messaggio evangelico. Prosegue Scannone: “Per la teologia del popolo, ciò che conta è comprendere la Chiesa come popolo di Dio in dialogo con i popoli della terra e le loro culture”. I popoli indigeni seppero vedere la differenza tra il comportamento dei conquistadores cristiani e il messaggio evangelico diffuso dai missionari, fra cui merita un particolare ricordo Bartolomé de Las Casas. Una delle cause delle sofferenze inflitte alle popolazioni indigene fu la presenza dell’oro. Ancora oggi si muore per l’oro. Nei giorni stessi della morte di Scannone, abbiamo appreso da Avvenire che “nel municipio della Gran Sabana venezuelana, non lontano dal confine con il Brasile, nove persone sono rimaste uccise” a causa dell’oro presente in quelle terre. L’avidità è ancora la causa delle sofferenze in America Latina.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì)

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Consulta, nuovi dubbi sulla normativa lombarda

Evangelici.net - Mon, 09/12/2019 - 15:42
La Corte costituzionale ha criticato la ormai nota legge regionale lombarda del 2015 sui luoghi di culto definendola una limitazione irragionevole alla libertà di culto. In particolare la Consulta ha ritenuto incostituzionali due commi dell'articolo 72 che, a suo dire, limiterebbero la libertà religiosa contemplata dall'articolo 19 della Costituzione sottraendo ai gruppi religiosi «il...
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Sud Sudan. Padre Gandolfi (Frati minori): “Il Papa venga a portare la speranza”

Agenzia SIR - Mon, 09/12/2019 - 15:34

Non c’è ancora nulla di ufficiale sulla fattibilità della visita congiunta di Papa Francesco e dell’arcivescovo di Canterbury Justin Welby in Sud Sudan. Sicura è solo la volontà dei due leader di visitare il più giovane Paese del mondo, che ancora non riesce a trovare una sua pace e stabilità. Una data possibile potrebbe essere il prossimo aprile 2020. Si parla di una visita lampo di uno o due giorni nella capitale Juba. Anche perché muoversi nel resto del Paese non è ancora sicuro, soprattutto al nord.  Nell’ultima nota della Santa Sede, subito dopo l’incontro tra il Papa e Welby, si precisava che il viaggio si farà solo dopo l’effettiva costituzione di un governo transitorio di unità nazionale entro 100 giorni, ossia febbraio 2020. La comunità cristiana sudsudanese è quindi ancora in attesa di una conferma, che dipende molto dalla situazione politica. Papa Francesco ha già compiuto un atto storico lo scorso 11 aprile, quando si inginocchiò per baciare i piedi dei leader sudsudanesi che aveva convocato in Vaticano per un ritiro.

Il Sud Sudan, Paese frammentato in una sessantina di etnie, ancora non ha placato le tensioni interne riaccese nel 2013 da una guerra tra le milizie di etnia dinka, fedeli all’attuale presidente Salva Kiir, e quelle di etnia nuer, guidate dal vicepresidente Riek Machar. Padre Federico Gandolfi, missionario dei Frati Minori francescani che vive da cinque anni a Juba, ha incontrato un paio di volte il Papa a Roma. “Ogni volta mi ha stretto forte la mano dicendomi: ‘Voglio venire in Sud Sudan'”. Insieme ad altri quattro confratelli – un italiano, un irlandese, un croato e un polacco – gestisce una parrocchia enorme, estesa fino a 80 km fuori Juba. Per rendere l’idea della sua vastità cita una cifra emblematica: “Dal 2014 abbiamo celebrato 4390 battesimi”. Padre Gandolfi è anche presidente dell’associazione dei religiosi: una cinquantina di congregazioni presenti nel Paese, con circa 500 missionari. Nel suo cuore ci sono però alcune priorità sociali: i bambini di strada, gli sfollati interni che vivono nei campi.

Con i bambini di strada. Ogni settimana un gruppo di giovani volontari della parrocchia cerca di intercettare ed aiutare i ragazzi che vivono sulla strada. Portano acqua, cibo, curano le ferite. “Perché in strada anche una piccola ferita si può infettare facilmente e portare alla morte per setticemia”, racconta al Sir padre Gandolfi, al telefono da Juba. I bambini sono la sua gioia ma anche il suo “heart breaking”: “Mi spezzano il cuore”. Di recente uno di loro è morto di setticemia, altri due sono stati uccisi. Perciò i frati hanno deciso di aprire una sorta di piccolo orfanotrofio con una trentina di posti letto, Casa Santa Chiara:

“Ci portano anche neonati trovati nell’immondizia”.

Una di queste bimbe è stata chiamata Chiara e adottata da una famiglia locale. “Cresce benissimo ed è una meraviglia”, anche se “l’ideale sarebbe riuscire ad aprire dei luoghi-rifugio. Ma le forze sono limitate e facciamo quello che possiamo. Per noi è importante coinvolgere la gente locale, soprattutto i giovani”.

La comunità cristiana ancora non sa se la visita di Papa Francesco e dell’arcivescovo Welby si farà. Tutti guardano alla politica ma “non sembra che siano ancora stati fatti i passi necessari per un nuovo governo – osserva il missionario – e questo crea tensione nel Paese. Purtroppo è una situazione politica e civile molto complessa che coinvolge diversi livelli: internazionale, nazionale e locale”. Certo, ammette, per la popolazione la visita “avrebbe un significato simbolico molto importante:

Papa Francesco è un uomo che può portare la pace,

come ha dimostrato il suo gesto di aprile. La gente ci spera e anche noi lo speriamo”. I rischi non sono tanto per la sicurezza personale, prosegue, “perché la società è molto rispettosa di certe figure e non ci sono tensioni tra le religioni. C’è un Consiglio delle Chiese cristiane molto autorevole. Il problema è se scoppia di nuovo una guerra civile. Anche gli spostamenti di massa diventerebbero molto difficili”.

4,2 milioni di sfollati a causa della guerra. A Juba, ad esempio, ci sono molti sfollati interni che appartengono alla tribù dell’opposizione, è un campo profughi quasi “politico”. “La possibile scelta del Papa se visitare o meno il campo – osserva – è molto delicata perché significherebbe prendere una posizione. Ci sono tante variabili da tenere in considerazione”. Padre Federico invece va al campo profughi ogni settimana. “Le condizioni sono terribili – racconta -. E’ sovraffollato, ci sono più di 30.000 persone che vivono lì dal 2013. Il cibo viene distribuito regolarmente dal World food program ma non è sufficiente. Abbiamo nuove generazioni di bambini nati e cresciuti al campo, che conoscono solo quella realtà e la lingua tribale. Non parlano la lingua del Paese, quindi crescendo avremo problemi grossi”. A causa del conflitto ci sono 4 milioni e 200 mila sfollati, di cui oltre 3 milioni vivono fuori dal Paese, tra Congo, Kenya, Uganda.  Una popolazione resiliente abituata a sopravvivere con gli aiuti umanitari. Ma non per sempre.

Le aspettative. Secondo il missionario il 2020 potrebbe essere un anno chiave per la stabilità del Sud Sudan “perché siamo arrivati ad un punto in cui il governo non riesce più ad andare avanti nello stesso modo, bisogna arrivare ad una soluzione”.  “La popolazione sudsudanese ha bisogno di speranza” sottolinea padre Gandolfi -. Io sono qui da 5 anni e vedo che i giovani stanno perdendo la speranza, mentre prima c’era l’idea di un futuro possibile. Ora vivono alla giornata. E’ impossibile mettere su famiglia, non coltivano nemmeno più la terra”.

“Il Papa venga a portare la speranza”,

è il suo appello: “Per un futuro di pace, per l’educazione, il lavoro, i rapporti sociali”. Non solo: “Se riuscisse a trascorrere una notte a Juba sarebbe un segno importante per il Paese. Sarebbe come dire: io mi fido”.

 

 

 

 

 

 

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South Sudan. Father Gandolfi (Friars minor): “May the Pope come and bring hope”

Agenzia SIR - Mon, 09/12/2019 - 15:34

No official information is yet available on the possibility of a joint visit by Pope Francis and the Archbishop of Canterbury Justin Welby to South Sudan. The only certainty is the will of the two religious leaders to visit the youngest country in the world, which has not yet achieved stability and peace. One possible date could be next April 2020. There is talk of a quick visit of one or two days to the capital Juba, while travelling to other parts of the country, especially in the north, is not safe yet. A recent statement released by the Holy See shortly after the meeting between the Pope and Archbishop Welby, clarified that the journey would only take place after the effective establishment of a transitional government of national unity within 100 days, i.e. by February 2020. The South Sudanese Christian community is now looking forward to a positive confirmation, which will depend greatly on the domestic political situation. Pope Francis has made an historic gesture on 11 April, when he knelt to kiss the feet of the Sudanese leaders he had invited to the Vatican for a spiritual retreat.

South Sudan, a country with more than sixty ethnic communities, has not yet resolved internal tensions re-ignited in 2013 by a war between the ethnic Dinka militias, loyal to the current President Salva Kiir, and those of the Nuer ethnic group, led by Vice-President Riek Machar. Father Federico Gandolfi, a missionary of the Franciscan Friars Minor who has been living in Juba for the past five years, met with the Pope in Rome a couple of times. “Each time, he shook my hand and told me: “I want to visit South Sudan.” Father Gandolfi coordinates a huge parish with four confreres – an Italian, an Irish, a Croatian and a Polish – covering an area of up to 80 km outside Juba. To give an idea of its proportions, he gave an emblematic figure: “Since 2014 we have celebrated 4390 baptisms”. Father Gandolfi also presides over the association of religious: about fifty congregations operating in the country, with some 500 missionaries. However, in his heart there are certain social priorities: street children, internally displaced people living in camps.

With street children. Every week a group of young volunteers from the parish try to reach out and help young street dwellers. They bring water, food, and treat their wounds. “In the street even a small wound can be easily infected and lead to death from septicaemia”, Father Gandolfi told SIR, contacted by phone in Juba. Children are his joy but also they also “break my heart”, he said. Recently one of them died of septicaemia, two others were killed. So the friars decided to set up Casa Santa Chiara, a small orphanage with about thirty beds:

“People also bring us newborns rescued from garbage cans.”

One of these little girls was called Chiara and adopted by a local family. “She is growing very well and is a real beauty”, although “there is a great need for homeless shelters. But we have limited resources and we do what we can. For us it’s important to involve the local population, especially the young.”

The Christian community still doesn’t know if the visit of Pope Francis and Archbishop Welby will take place. Everyone refers to the political situation but “the necessary steps to form a new government have not yet been taken – the missionary remarked – and this creates tension in the country. Unfortunately, the political and social situation is extremely complex and it involves the international, national and local levels alike.” Of course, he acknowledged, the visit “would carry a very important symbolic meaning for the population:

Pope Francis is a man who knows how to bring peace,

which his gesture past April is a token of. People are looking forward to this visit, and so do we.” The risks in this respect are not so much for personal security, he continued, “because society is very respectful of certain figures and there are no tensions between religions. We have a very respected Council of Christian Churches. Problems could arise if a civil war broke out again. In that case even mass movements of people could become very difficult.”

4.2 million people displaced by the war. There are many internally displaced people in Juba who are members of the opposition tribe, it could be defined a “political refugee camp.” “The Pope’s potential decision as to whether or not to visit the camp – he said – is a very delicate one because it would mean taking a stand. There are all sorts of variables that must be considered.” Father Federico visits the refugee camp every week. “It’s overcrowded, with over 30,000 people living there since 2013. The food is distributed on a regular basis by the World Food Program but it’s not enough. New generations of children are born and raised inside the camp, familiar with only that reality and tribal language. They don’t speak the national language, so we’re bound to face major challenges when they grow up.” There are 4.2 million displaced people as a result of the conflict, over 3 million of whom live outside the country, in Congo, Kenya and Uganda, a resilient population that has managed to survive thanks to humanitarian aid. But not forever.

Expectations. According to the missionary, 2020 could be a key year for the stability of South Sudan. “As things stand today, the government is unable to move forward, we must find a solution.” “The people of South Sudan need hope”, underlined Father Gandolfi. “I have been living here for the past 5 years and I see young people who are losing hope, while in the past there was the prospect of a viable future. Now they live by the day. It’s impossible to start a family, they even stopped cultivating the land.”

“May the Pope come and bring us hope”,

is his appeal: “For a future of peace, for education, employment, social relations.” He added: “If the Pope could spend even one night in Juba it would be a significant sign for the Country. Like saying: I am hopeful.”

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Europhonica un anno dopo: “Non fermiamo questa voce”. Nel nome di Antonio e Bartek

Agenzia SIR - Mon, 09/12/2019 - 09:35

Ci sono persone che hanno sogni e progetti che non si fermano nemmeno quando una pallottola gela il sangue e toglie la vita. Così è dei sogni che avevano Antonio Megalizzi e Barto Pedro Orent-Niedzielski, 29 anni il primo, 35 il secondo, due delle cinque vittime di quella sera nel cuore di Strasburgo, quasi un anno fa, l’11 dicembre 2018, quando un coetaneo rabbioso, fermò il loro cuore, ma non le loro passioni.

Due grandi passioni di Antonio erano la radio e l’Europa, che il giovane trentino aveva fatto confluire nella sua attività per Europhonica, il format radiofonico sull’Ue, nato dalla collaborazione di circuiti nazionali universitari di diversi Paesi. Antonio era diventato caporedattore della redazione italiana, e collaborava con 25 ragazzi da Trento a Catania. “Trovarci ancora al Parlamento europeo dopo un anno dagli avvenimenti che ci hanno fortemente turbato, è una soddisfazione ed è prova di forza e costanza”, afferma al Sir – nella sede del Parlamento europeo a Strasburgo – Alice Plata, che guida l’Associazione di radio universitarie RadUni, che aderisce al progetto Europhonica, giunta alla quinta edizione. I ragazzi di Europhonica Italia hanno continuato a compiere il loro lavoro, su base volontaria, e a produrre un contenuto nuovo ogni giorno.

I mesi scorsi hanno visto “evoluzioni, soprattutto istituzionali”, perché gli eventi del 2018 hanno acceso una luce su questa realtà giovanile. Alice ne racconta alcuni. A fine maggio, Europhonica Italia ha ricevuto il premio Carlo Magno giovani. “È stato premiato il lavoro svolto dalla nostra redazione”, che rende accessibile il prodotto informativo su web e social, ancor più che sulle onde radio (essendoci in Italia una difficoltà di accesso alle reti Fm), e una rubrica è stata particolarmente elogiata, Euroskills, una vetrina di offerte di formazione e lavoro che l’Europa offre ai giovani. Alla fine della precedente legislatura del Parlamento europeo, sono stati presentati due progetti nel quadro di “Europa creativa”. Si è poi portata avanti una operazione di lobby per includere nelle voci di finanziamento di “Europa creativa” anche l’attività radiofonica, che “a differenza di televisione, musica, spettacolo e persino videogiochi non viene considerata arte performativa”. Sul piano radiofonico, “si è operato in stretto contatto con la Rai, per affinare le nostre conoscenze e tecniche attraverso una collaborazione per la produzione di video specialistici nel quadro di una trasmissione su RaiNews. Abbiamo anche lavorato con la Rappresentanza in Italia della Commissione europea sulla tematica Europa e sport durante il giro d’Italia. Tutte esperienze che ci hanno arricchito a livello di conoscenze”.

Ci sono state inoltre azioni più “politiche”: alla Camera dei deputati è stata deposta l’11 ottobre una proposta di legge per l’“Istituzione del Fondo Antonio Megalizzi per favorire lo sviluppo e la diffusione delle emittenti radiofoniche universitarie”. “C’è bisogno di solidità per lavorare meglio e fare una formazione più attenta”, spiega Alice Plata, in un momento storico in cui la permanenza agli studi è velocissima perché in meno di tre anni si ha un ricambio totale all’interno delle emittenti; quindi bisogna essere preparati e occorre sia riconosciuto il valore di questo contesto”. L’intitolazione del fondo ad Antonio è preziosa perché “chi verrà dopo, potrà ancora identificare questa risorsa per tutte le radio e ricordare un sacrificio non voluto e un momento terribile della storia di tutte le radio”.

foto SIR/Marco Calvarese

E ancora: l’istituzione di un premio di laurea, grazie a una “grande partnership” con i traduttori del Parlamento europeo che hanno permesso di tradurre in tutte le lingue il bando, consentendo così l’accesso a tutti i giovani europei. Il premio – che consiste in un contributo in denaro e la possibilità di tradurre la tesi in tutte le lingue ufficiali dell’Ue – intende “stimolare la produzione di letteratura e di dati riguardo il nostro settore, che non è molto studiato perché non ci sono grossi interessi commerciali”. Una prima edizione del premio è stata assegnata, ora è aperto il bando alla seconda.

C’è stata poi la relazione con la famiglia e gli amici di questi ragazzi, “per creare qualcosa che nel tempo potesse onorare la loro memoria”. La famiglia di Bartek insieme alle istituzioni cittadine di Strasburgo sta creando una “casa della cultura” che ospiti giovani e contenuti di carattere culturale. Invece a Trento, il 3 dicembre, si è tenuta la firma dell’atto costitutivo della Fondazione Megalizzi che, spiega Alice, ha come scopo principale di “dare a tanti giovani la possibilità di informarsi, formarsi ed essere attivatori dell’ideale europeo della collaborazione tra Stati”. La Fondazione nasce grazie alla collaborazione della Federazione nazionale della stampa italiana, la famiglia e la fidanzata di Antonio, il Sindacato giornalisti del Trentino Alto Adige, il Comune e la Provincia autonoma di Trento, l’Università degli studi di Trento, l’Usigrai, l’associazione degli operatori radiofonici universitari Rad-Uni e l’associazione Articolo21.

Si profilano per il futuro tante “piccole occasioni e grandi opportunità”, come la presenza all’European Youth Event nel maggio 2020, iniziativa che coinvolgerà 9mila giovani sotto i trent’anni: “Ci saremo con 40 operatori per animare gli studi radiofonici del Parlamento”, intitolati proprio ad Antonio e Barto, “e dare la possibilità a tutti i giovani che vorranno di intervenire al microfono e mandare in tutta Europa il racconto dell’evento, ma non solo. Crediamo fortemente che i giovani debbano avere un accesso alla comunicazione”. Quindi i sogni di Antonio sono ancora ben vivi e le sue parole risuoneranno ancora l’11 dicembre. “Non fermiamo questa voce”, è il titolo alla maratona che permetterà di “sentire ancora la voce dei nostri colleghi: è come il minuto di silenzio per ricordare, ma perché una radio dovrebbe smettere di suonare? Sarebbe come darla vinta a qualcuno che non ci vuole più sentir parlare, che vuol far tacere la democrazia”.

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Europhonica a year later: “This voice will not be stopped.” Honouring the memory of Antonio and Bartek

Agenzia SIR - Mon, 09/12/2019 - 09:35

There are people whose projects and dreams continue even after a bullet has frozen their blood and taken their lives. So was the dream of Antonio Megalizzi and Barto Pedro Orent-Niedzielski, respectively 29 and 35 when, almost a year ago, on 11 December 2018,  in the heart of Strasbourg a rabid attacker put an end to their lives along with those of three other people, but he not annihilate their passion.

Two of Antonio’s great passions were the radio and Europe, which the young Italian had merged into his activity for Europhonica, the radio format on the EU, created thanks to partnerships with national university networks in various countries. Antonio was appointed editor-in-chief of the Italian editorial staff and worked with a team of 25 young people, from Trento to Catania. “To come together at the European Parliament one year after those dramatic events is a great accomplishment and an expression of determination and perseverance,” Alice Plata, director of the RadUni University Radio Association, affiliated with the Europhonica project now in its fifth year, told SIR at the European Parliament in Strasbourg. The youths of Europhonica Italia have continued with their job, carried out on a voluntary basis, producing new content every day.

The past few months were marked by “developments, especially at institutional level”, for the 2018 incident shed light on this youth initiative. Alice shared some of the highlights. At the end of May, Europhonica Italia was awarded the Charlemagne Youth Prize. “The Prize was a recognition of the work carried out by our editorial staff” that made information material easily accessible online and on social networks, even more than on the radio (access to FM radio stations in Italy can be difficult), with special praise for “Euroskills” , a column showcasing Europe’s educational and job opportunities for young people. Two projects in the framework of “Creative Europe” were presented at the end of the previous term of the European Parliament. Lobbying efforts have been made to include radio broadcasting in financial contributions from ‘”Creative Europe”, which “unlike television, music, entertainment, and even videogames, is not considered to be  a performing art.” As regards the radio, “we worked in close contact with RAI – Italian Radio and Television – to refine our technical skills and knowledge through a joint project involving the production of customised videos as part of a RaiNews programme. We have also teamed up with the European Commission’s Representation in Italy on the subject of Europe and sport during the Giro d’Italia. All of these experiences have further enriched our understanding of the subject.”

“Political” initiatives have also been taken. A legislative proposal for the “Creation of the Antonio Megalizzi Fund to promote the development and diffusion of university radio stations” was presented to the Chamber of Deputies on 11 October. “A structured system is essential for improving work capacity and training”, said Alice Plata, given that today education involves a very short time span, with a full turnover in the radio stations in less than three years. We therefore need to be prepared and it is necessary to recognise the value of this approach. The dedication of the fund to Antonio is especially precious, since those who come after him will still be able to identify this resource for all the radios and celebrate the memory of an undesired sacrifice and a horrible moment in the history of all the radios.”

Furthermore, a degree award has been created thanks to a “great partnership” with the translators of the European Parliament who made it possible to translate the call for applications into all languages, thus enabling access to all young Europeans. The prize – which consists of a monetary contribution and the possibility of translating the thesis into all the official languages of the EU – is designed to “encourage the production of literature and data on our sector, currently insufficiently studied because there are no major commercial interests involved.” The first award has been assigned, the second call for applications is open.

Relations with the family and friends of these young people were also developed, so as “to create something that would honour their memory in time.” Bartek’s family, together with Strasbourg’s local institutions, is creating a “house of culture” for young people, featuring cultural materials. The articles of incorporation of the Megalizzi Foundation were signed in Trent on 3 December. The goal of the Foundation, Alice explained, is “to offer young people the opportunity to be informed, trained and become agents of the European ideal of cooperation between States.” The Foundation is the result of a joint initiative involving the National Federation of the Italian Press, Antonio’s family and fiancée, the Journalist Union of Trentino Alto Adige, the Municipality and Autonomous Province of Trent, the University of Trent, Usigrai, the Rad-Uni Association of University Radio Professionals and the Articolo21 Association.

Many “small and big opportunities” lie ahead, such as participation in the European Youth Event in May 2020, which will involve 9,000 young people under 30: “We will be there with 40 radio experts to enliven Parliament’s radio studios”, named after Antonio and Barto, “and enable all young people to intervene by microphone while broadcasting the event throughout Europe, and more. We strongly believe that young people should have access to communication.”

Antonio’s dreams live on and his words will continue to resound on December 11.“ This voice will not be stopped” is the name given to the event to “continue listening to the voices of our colleagues: it’s like a minute’s silence to remember, but why should a radio stop broadcasting? It would be like passing the baton to those who would rather not listen to us anymore, who would rather silence democracy.”

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Immacolata: divenire donna e uomo di fede è quanto mai urgente

Agenzia SIR - Sat, 07/12/2019 - 14:52

Maria Immacolata, la donna pura per eccellenza, è colei che non ha trattenuto nulla per sé e che, libera da ogni condizionamento, ha vissuto la sua esistenza nel dono totale della sua esistenza, permettendo a Dio di entrare nella sua vita senza mettere ostacoli.

Guardare a Maria Immacolata, donna del silenzio, dell’ascolto, dell’attesa, dell’accoglienza della vita, è un’occasione importante per apprendere da lei una modalità nuova di esserci.

Consapevole di collocarsi di fronte a Dio, Maria nella sua dimensione creaturale è tutta proiettata verso il Signore. Nell’incontro con l’Angelo si interroga, pone domande, per comprendere il filo rosso che collega la sua situazione e il Mistero che la abita. Ella, per fede, si fida dell’angelo Gabriele, messaggero dell’Altissimo; rimane aderente alla terra, senza cercare un contraddittorio, per ottenere delle certezze o confutare l’annuncio. Non programma il dialogo, né vive ancorata al passato o proiettata verso il futuro, è solo consapevole del suo esserci e dell’esserci di Dio nel qui e ora. È attenta alla realtà dei fatti e trova delle alternative, pur nella consapevolezza che il Mistero la supera. Apre il suo cuore all’annuncio, all’ascolto. Maria si coinvolge nella relazione con Dio, interagisce con Lui, si lascia amare, riconosce che nell’accadimento c’è la presenza dello suo Spirito che l’avvolge.

Quando abbiamo sentito nella nostra vita, come Maria, la gratuità dell’amore di Dio per noi? Come superiamo di solito la confusione dell’imprevedibile permesso dal Signore e in che modo risuona nella nostra profondità l’invito rivolto a Maria “Non temere”? Maria risponde ai dubbi con la fede, e noi?

Vivendo continuamente sotto lo sguardo Dio che non percepisce lontano o al di là della sua storia, si lascia attrarre dallo spazio sacro dove il Signore e la sua creatura si incontrano. Immergendosi nel silenzio del Signore, apre il suo grembo di donna per accogliere il Figlio che viene.

Maria, donna di fede, scopre in poveri segni la potenza di Dio, legge nei frammenti la sua presenza. A lui si abbandona con fiducia, si inabissa nell’infinito di Dio e con il suo sì diviene madre del Signore. L’ascolto della parola di Dio in lei si fa carne e le permette di divenire madre del Figlio dell’Altissimo. Maria giunge alla pienezza della sua vocazione attraverso la fede.

L’eccomi di Maria è agli antipodi della mentalità attuale, dove ognuno sente di poter decidere delle sorti della propria e altrui storia. Maria si consegna a Dio e rimanda all’unica cosa necessaria: partire sempre dal senso della propria vita, rivisitando continuamente il fondamento delle relazioni.

Divenire donna e uomo di fede è quanto mai urgente in questo tempo. L’insoddisfazione, il vivere di calcolo, l’apparire, la superficialità nei rapporti, caratterizzano oggi il vuoto esistenziale. Mentre la mondanità tenta di annullare la ricerca della dimensione spirituale, anche come ricerca di senso, nello stesso tempo l’umanità sembra gridare, con il disagio esistenziale palese o nascosto, che ha bisogno oggi di testimonianze che rimandano al Mistero.

Maria nel suo cuore ha goduto della sua adesione a Dio: nel duplice movimento esistenziale ha offerto la sua vita al Signore e ha donato Gesù all’umanità. Nell’incontro dell’offerta e del dono Maria ha tracciato la missione di ogni donna. Ella è chiamata ancora oggi dallo Spirito a rendere visibile con la propria vita il Dio con noi, divenendo come Maria donna di fede, di speranza, di comunione, di tenerezza, di concretezza, di gratuità, di dono, per potere costantemente umanizzare la terra abitata da Dio.

Che cosa mi aiuta a rispondere oggi a Dio l’“eccomi” di Maria?

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Dopo il Sinodo. P. Lima (Manaus): “Nessuno ha messo in dubbio il segno profondissimo del celibato”

Agenzia SIR - Sat, 07/12/2019 - 11:34

Concluso il Sinodo per l’Amazzonia, e in attesa dell’Esortazione di papa Francesco, già si pensa alla sua recezione. Una sfida che si giocherà soprattutto nell’immenso territorio amazzonico. Una delle attese maggiori riguarda la presenza e la formazione dei sacerdoti. L’Assemblea sinodale ha avanzato la proposta che in alcune località remote, prive dell’eucaristia per molti mesi all’anno, si possa arrivare all’ordinazione sacerdotale di diaconi sposati. Ma ha anche evidenziato l’urgenza di puntare su un clero indigeno. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi di seminari “indigeni”, qualcun altro di dare vita a un vero e proprio “rito amazzonico”.

Questioni importanti e complesse che non vanno usate come “bandierine”, ma su cui, piuttosto, ci è chiesto di iniziare un lungo lavoro pastorale e missionario. Il Sir ha intervistato uno dei massimi esperti sul tema dei sacerdoti e della loro formazione. Si tratta di padre Zenildo Lima, rettore del Seminario dell’Amazzonia di Manaus. Il suo è un punto di vista doppiamente importante. In primo luogo, ha partecipato da protagonista a tutta la fase preparatoria del Sinodo nell’Amazzonia brasiliana, e, come perito, all’Assemblea sinodale in Vaticano. In secondo luogo, dirige un Seminario, quello di Manaus, che già ora vede la presenza di vari indigeni che stanno svolgendo il cammino verso l’ordinazione presbiterale.

Qual è il suo bilancio di questa esperienza al Sinodo?

E’ necessario fare due passi indietro, per abbracciare non solo il Sinodo vissuto in Vaticano e in particolare il Documento finale, ma tutto il cammino a partire dal 2018. Io ho potuto partecipare a numerosi eventi. Devo dire che l’esperienza è stata sorprendente, soprattutto per l’ascolto di tanti interlocutori, a cominciare dai popoli indigeni. Il Documento preparatorio è stato criticato da qualcuno dal punto di vista del fondamento teologico, ma in realtà era molto rispondente alla prima fase di ascolto. Poi, al Sinodo abbiamo lavorato molto. L’iniziale bozza del Documento finale ha ricevuto molte critiche ed è stata in pratica riscritta, ricevendo alla fine molti consensi.

Ci descrive in sintesi il Seminario che dirige?

E’ il luogo che cura il processo di formazione dei candidati al sacerdozio di nove diocesi. Si va dall’arcidiocesi di Manaus, una metropoli di 2 milioni e 700 mila abitanti, alle comunità rivierasche del grande Rio delle Amazzoni, fino alle Chiese più lontane, in mezzo alla foresta. Ci sono attualmente 52 seminaristi. C’è chi viene dalle città, ma ci sono anche diversi indigeni, che provengono dalle diocesi di Roraima e São Gabriel da Cachoeira, appartenenti a varie etnie. Attualmente il percorso di sette anni, che fa seguito a un discernimento previo condotto nelle località di provenienza, si svolge quasi interamente a Manaus, i seminaristi tornano a casa solo per dei periodi di vacanza. Ma ci stiamo interrogando sull’opportunità di cambiare questo criterio, di legare di più i seminaristi alla loro Chiesa di provenienza.

In che modo, dunque, il Sinodo influenzerà la vita del Seminario?

Nel dare la priorità alla dimensione missionaria.

E’ una risonanza che si è ripetuta durante tutto il processo sinodale. Poi c’è la questione del dialogo tra culture della diversità tra coloro che frequentano il Seminario. La diversità è una ricchezza, non un problema, ma nelle nostre strutture non sempre si riesce a valorizzarla, abbiamo un modello fisso e rigido.

Al Sinodo qualcuno ha proposto dei Seminari per gli indigeni. Che ne pensa?

La domanda centrale non mi pare sia “con chi stanno gli indigeni”, ma “che struttura trovano”. In realtà, gli stessi indigeni appartengono a tante etnie e culture diverse. Non mi pare sia un problema che i seminaristi, indigeni e non, vivano insieme. Piuttosto è importante che il Seminario accolga e promuove le diverse culture. Noi cerchiamo di conoscere le Chiese di provenienza, è importante che il nuovo sacerdote si senta inculturato e coinvolto.

Come realizzare questo processo di inculturazione?

Noi cerchiamo di introdurre nel piano di studi alcuni elementi della cultura indigena, accanto naturalmente allo studio della teologia e della filosofia. Ma dobbiamo continuare a cercare categorie proprie e specifiche di questi popoli, dai quali abbiamo molto da imparare. Penso, per esempio, al cosiddetto bon vivir, il “vivere bene”, in un rapporto di armonia e non consumistico nei confronti della natura. Durante il percorso sinodale molti indigeni mi hanno stupito per il loro pensiero, la loro capacità di leggere la realtà.

Sullo sfondo c’è la questione dell’ammissione al sacerdozio di uomini sposati. Cosa ne pensa? E in che modo questa possibilità potrebbe cambiare i percorsi di discernimento vocazionale e di formazione nei seminari?

Come è noto, il Sinodo ha chiesto al Papa di approvare la possibilità dell’ordinazione dei cosiddetti “viri probati”. Vorrei sottolineare che non si tratta di una richiesta astratta. Il riferimento è a realtà che già esistono. Nelle comunità più lontane dell’Amazzonia, dove raramente i sacerdoti arrivano, ci sono già guide e punti di riferimento riconosciuti. Insomma, i possibili candidati già esistono, non avremo molto lavoro da fare, a questo proposito. Sul profilo di queste persone e sull’opportunità di questa scelta si possono avere delle difficoltà nei centri urbani, come la stessa Manaus. Nel contesto urbano il riferimento al sacerdote celibe è qualcosa di forte.

Non c’è il rischio che questa via d’accesso al sacerdozio vanifichi lo sforzo per avere un clero celibatario indigeno?

Non vedo due realtà in conflitto, ma due possibili strade. Partiamo da un dato di fatto: i sacerdoti indigeni sono pochissimi. Detto questo, è chiaro che un’animazione vocazionale anche tra gli indigeni è importante.

E nessuno al Sinodo ha messo in dubbio il segno profondissimo del celibato.

Tra gli indigeni, tuttavia, è importante anche il segno della leadership locale. Ed è centrale la questione del loro accesso all’eucaristia. Io credo che esista la possibilità di pensare a diversi modi di esercizio.

E’ stato ipotizzato anche un vero e proprio “Rito amazzonico”. E’ una possibilità?

All’inizio ci avevo pensato anch’io… tuttavia i riti non nascono in primo luogo dai Sinodi, ma partono dalla storia, da strutture, tradizioni precise. Personalmente ritengo che ci siano ancora dei passi da fare, non mi pare che i tempi siano maturi. Ma rimane in ogni caso una possibilità. Intanto, se non è il caso di cambiare il rito, possiamo sempre cambiare lo stile!

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La Selecao internazionale sacerdoti calcio batte i jazzisti nella partita di beneficenza per le famiglie povere in India

Agenzia SIR - Sat, 07/12/2019 - 10:34

foto SIR/Marco Calvarese

È terminata 3-2 la sfida tra la Selecao Internazionale sacerdoti calcio e la Nazionale Italiana jazzisti, svoltasi martedì 3 dicembre allo stadio “Fonte Dell’Olmo” di Roseto degli Abruzzi (TE).

Una gara molto equilibrata dall’inizio alla fine, con i sacerdoti allenati dal tecnico Moreno Buccianti passati in vantaggio nel primo tempo ma subito recuperati dai jazzisti che non hanno però retto il ritorno degli avversari nella seconda frazione, quando la compagine ecclesiale è riuscita ad allungare di 2 reti, vedendosi recuperare solo poco prima del triplice fischio finale dell’arbitro che ha fissato sul 3 a 2 il risultato.

Come in uno dei più classici eventi sportivi, la cronaca non può che iniziare dal resoconto tecnico che però, in questo caso, non è sicuramente quello più rilevante, visto che questa volta a vincere su tutti è stata la beneficenza, contornata da cordialità e simpatia in campo, come la contestazione spiritosa dell’assistente dell’arbitro che, prima dell’inizio della gara, ha chiesto ai sacerdoti di giocare in 10 per equilibrare i livelli in campo, visto che, citando le parole di Gesù Cristo nel Vangelo, “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Un evento sportivo solidale che è servito per raccogliere i fondi utili al finanziamento di un progetto per la costruzione di 50 bagni per altrettante famiglie povere in India, oltre che ad avvicinare religione e cultura ai giovani, visto che prima della gara principale, si sono sfidati sul medesimo campo anche le compagini studentesche rosetane rappresentative dell’Istituto statale superiore “Moretti” e del polo liceale statale “Saffo”.

“Qualche mese fa ho ricevuto la visita di un vescovo indiano, mons. Paul Alappatt, che mi ha presentato dei progetti”, le parole di don Adriano Pereira da Silva, responsabile dell’Ufficio migranti nella diocesi di Teramo-Atri e promotore dell’evento, che si è fatto tramite tra il vescovo della diocesi Ramanathapuram, nello stato di Tamil Nadu in India, la Selecao dei sacerdoti, il Comune di Roseto, il Csi e tutti coloro hanno contribuito alla buona riuscita “ho preso a cuore questa situazione perché sono stato in quei posti nel 2011 ed ho visto che c’è tanta miseria e povertà e quello che stiamo facendo credo sia una cosa lodevole”.

Un impegno in favore delle persone più bisognose, che viaggia a braccetto con l’intenzione di ritrovarsi di questi sacerdoti accumunati dalla passione per il calcio, anche se tra mille difficoltà come spiegato da Moreno Buccianti, ex giocatore e fondatore e tecnico abilitato della Selecao internazionale sacerdoti calcio, tirato dentro nel progetto dal suo parroco di Follonica, don Enzo Greco, con il quale nel 2002 ha iniziato a organizzare le prime partite, arrivate oggi al numero complessivo di 470.

“Una categoria come quella dei sacerdoti non è facilissima, perché sono molto impegnati nella loro attività e far coincidere la loro professione con l’attività sportiva non è facile. Però siamo riusciti a condividere degli impegni importanti in questi anni, tutti legati alla solidarietà”, le parole di mister Moreno che sfrutta i raduni nazionali organizzati ogni 3 mesi, per impartire le giuste direttive che poi i sacerdoti possono utilizzare come allenamento quando si trovano a giocare nelle loro parrocchie.

“Sono stati molti i momenti importanti in questi anni, come aver partecipato e contribuito alla costruzione di un campo di calcio in Palestina nel 2011”, prosegue il tecnico dei sacerdoti che ricorda la difficoltà di quel progetto grazie al quale 30 bambini palestinesi e i loro responsabili, sono anche potuti arrivare in Italia per allenarsi. Un successo come il Campionato europeo a 5 nazioni nel 2017, che ha visto scontrarsi allo stadio San Siro, la Scala del calcio di Milano, Portogallo, Spagna, Ucraina, Croazia e Italia, “questo è un modo, anche attraverso lo sport, di fare evangelizzazione”.

Un messaggio salutato dal vescovo della diocesi di Teramo-Atri, mons. Lorenzo Leuzzi, al quale è stata anche consegnata una maglia con il suo nome dalla Selecao internazionale sacerdoti calcio ma anche da Roseto degli Abruzzi che, nella persona del sindaco Sabatino Di Girolamo, è voluta intervenire per sottolineare e ringraziare per “la potenza del messaggio trasmesso al nostro comune”.

“Oggi niente parolacce in campo, solo benedizioni”, le parole di Fabrizio Salvatore, rappresentante della Nazionale italiana jazzisti onlus fautrice del progetto in favore dei terremotati con la realizzazione della Casa della musica di Amatrice e le 3 edizioni a L’Aquila di “Jazz per il sisma”, che scherza sulla partita elogiando il valore degli avversari non solo in campo e some sacerdoti, ma anche come artisti con i quali condividere il palcoscenico in eventi di beneficenza, come il concerto svoltosi proprio a Roseto degli Abruzzi nella stessa serata della partita.

“Si gioca a pallone perché anche prima di entrare in seminario si giocava. Quindi le passioni vere si mantengono e diventano anche un mezzo che il Padre eterno ci dà, per portare la sua testimonianza anche nell’ambito sportivo. Una chance in più”, la testimonianza di don Emanuele Salvatori di Siena che gioca dal 2009 come centrocampista nella Selecao, dopo aver esordito nella Clericus Cup al termine della licenza in Diritto canonico.

“Mi auguro di poter riuscire sempre a portare una testimonianza attraverso il divertimento e lo sport”, le parole del sacerdote senese alle quali fanno eco quelle del suo compagno di settore, il cagliaritano don Walter Onano, uno dei fondatori della Selecao internazionale sacerdoti calcio, “i sacerdoti hanno come primo dovere quello della vita spirituale, poi il tempo libero lo dedicano a qualcosa di più pratico come quello che possiamo vivere come esperienza di carità, di solidarietà verso il prossimo”.

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Sciopero e manifestazioni. Mons. Ginoux: “La gente ha paura e Macron deve dare risposte”

Agenzia SIR - Sat, 07/12/2019 - 10:01

“C’è paura. La si avverte dappertutto e in diverse classi sociali, ad eccezione di chi guadagna molti soldi. E la riforma annunciata delle pensioni ha fatto esplodere questa paura e convinto due milioni di persone in tutta la Francia a scendere per strada e manifestare”. A dare voce alle proteste dei francesi che venerdì 6 dicembre hanno aderito allo sciopero generale e manifestato contro la riforma delle pensioni è mons. Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, famoso in Francia per essere stato a fianco dei gilet gialli della sua Regione. A scendere in piazza insegnanti, studenti, personale ospedaliero, agenti di polizia, addetti alla raccolta rifiuti, camionisti e lavoratori delle compagnie aeree. A far detonare un malcontento così generale, la proposta del presidente Emmanuel Macron di riformare il sistema previdenziale. In realtà il testo non esiste, ma le intenzioni del governo sono chiare: eliminare i privilegi che oggi il sistema francese riconosce ad alcune categorie di lavoratori così da uniformare i requisiti per l’accesso alla pensione. Ci sono infatti alcune categorie che hanno diritto a delle agevolazioni tali da anticipare e di molto il momenti del pensionamento.

“La gente ha paura”, spiega il vescovo. “Oggi i pensionati sono pagati, possono vivere bene, ricevono buoni contributi ma chi è nel mondo del lavoro guarda al suo futuro con preoccupazione perché vede incertezza, non sa come le restrizioni finanziarie potranno incidere sulla pensione futura. È la paura della generazione che lavora, di chi si sta avvicinando alla pensione, dei giovani che entrano nel mondo del lavoro. Ma questo è solo il volto visibile della manifestazione. Quel che si nasconde dietro, è un forte malessere sociale e l’impressione che il governo non faccia nulla”. Il vescovo – raggiunto telefonicamente dal Sir – racconta la fatica quotidiana che la gente fa ogni giorno per tirare avanti. Una classe media che guadagna anche meno di 1.500 euro al mese e quella cifra deve bastare per pagare i costi crescenti della vita. Non è raro trovare casi di donne sole con figli che lavorano per mille euro al mese e con quello stipendio devono pagare l’affitto, nutrire e mandare a scuola i bambini, mentre il costo della vita sale. Insomma, quella che si è vista allo sciopero generale è solo la punta di “un malcontento che dura ormai da molto tempo e che un anno fa ha preso la voce e il volto dei gillet gialli”. Sono situazioni di cui si parla pochissimo. Una sorta di “censura del pensiero”, dice il vescovo Ginoux che aggiunge: “Stiamo diventando sempre meno liberi di dire quello che pensiamo. Non restano che i social per parlare. Si denunciano via tweet le cose che non vanno, con espressioni che indicano una mancanza di ottimismo, la perdita di speranza per il futuro”.

Le piazze si riempiono ma chi scende per strada lo fa spontaneamente. “Lo abbiamo già visto con i gillet gialli”, concorda il vescovo: “I corpi intermediari non hanno più presa, non sanno più condurre, seguono i movimenti ma non li formano né tanto meno li presiedono”. Sono manifestazioni destinate a durare per un lungo periodo e se per Natale avranno forse uno stop, è probabile che ricomincino con l’inizio del nuovo anno e la loro ripresa avrà purtroppo un effetto di destabilizzazione sull’economia francese. Il presidente Macron si trova alla seconda metà del suo mandato e nei sondaggi è al ribasso, lontano dall’avere i voti sufficienti per essere rieletto alla Presidenza della Repubblica. A Macron, il vescovo Ginoux chiede di fare uno sforzo: “Riconquistare la fiducia della gente. Come? Deve capire che a questo punto le grandi parole, i grandi discorsi non servono più a niente. Dovrà dare degli elementi solidi, delle risposte precise alle richieste, perché le persone non abbiano più paura e possano di nuovo credere in lui. A spingere le persone allo sciopero e a manifestare, sono timori giustificati ai quali il Presidente deve rispondere. Le ragioni per cui manifestare sono giuste: l’incertezza delle pensioni, la precarietà del lavoro, le ingiustizie sociali, il divario crescente tra chi è ricco e chi è povero.

La gente si sente condannata.

La speranza è che la loro voce sia ascoltata ma soprattutto che ci siano gesti concreti che mostrano che c’è la volontà politica di occuparsi dei cittadini”.

 

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Regno Unito alle urne tra una settimana. Brexit in vista e… la Scozia se ne va?

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 17:12

Una Scozia indipendente, un leader laburista dimissionario, un governo Tory che promuove, per la prima volta nella sua storia, le classi con un basso reddito e i servizi pubblici. Queste potrebbero essere le conseguenze – imprevedibili – delle elezioni britanniche di giovedì prossimo, 12 dicembre, secondo due politologi molto noti nel Regno Unito, docenti alla London School of Economics di Londra. Durante un incontro, organizzato alla prestigiosa università, dal Foreign Office, il ministero degli esteri britannico, Tony Travers, esperto di elezioni e amministrazione pubblica, e Patrick Dunleavy, specializzato in amministrazione pubblica, hanno analizzato ieri sera l’elettorato alla vigilia della chiamata alle urne più importante del dopoguerra. E per questa sera è atteso l’ultimo dibattito pubblico tra il premier Boris Johnson e il suo principale antagonista, il leader laburista Jeremy Corbyn.

“I cittadini britannici daranno una maggioranza a Boris Johnson, oppure produrranno un hung parliament, il cosiddetto ‘parlamento appeso’”, ha spiegato Patrick Dunleavy, secondo il quale, “anche se, in questo momento, i conservatori sono avanti nei sondaggi di almeno nove punti sui laburisti, con circa il 42% degli elettori, contro il 33% del Labour, vi è ancora un 3% di elettori indecisi e chi vota Labour tende a scegliere all’ultimo momento”. Una netta vittoria Tory, secondo l’esperto, sembra molto probabile e, cosi, si aprirebbe la strada al Brexit. È stata proprio la promessa di portare la Gran Bretagna fuori dalla Ue, infatti, il cavallo di battaglia di Johnson durante la campagna elettorale. Anche se ci vorranno anni per completare il processo, il premier lo presenta come un semplice passaggio indolore. E quella sua frase “Get Brexit done”, “Brexit fatto e finito”, sembra aver conquistato chi andrà a votare.

Secondo Travers e Dunleavy, “per mantenere la parola data, Johnson dovrà avere almeno 322 parlamentari sui 650 che entreranno a Westminster. Il premier è facilitato dal fatto che ha allontanato i membri del partito che erano più favorevoli all’Europa, dando spazio ad altre personalità estreme, che sostengono l’uscita del Regno Unito dalla Ue”. “In caso di vittoria conservatrice, il leader laburista Jeremy Corbyn dovrà dimettersi e il partito, che rischia di rimanere all’opposizione altri cinque anni, dovrà cercare faticosamente una nuova guida”, continuano i due politologi. Tuttavia Brexit sembra passare in secondo piano in questi ultimi giorni di campagna elettorale: i cittadini sembrano più preoccupati del servizio sanitario pubblico, secondo i sondaggi.

La chiave della vittoria di Johnson – i due esperti sono d’accordo – sono quei seggi “marginal”, ovvero laburisti, ma soltanto per una manciata di voti, nel nord e centro d’Inghilterra, che i Tory devono conquistare per avere la maggioranza in parlamento. “Qui ci sono quei lavoratori puniti dalla globalizzazione. Zone che hanno già sofferto con la chiusura delle miniere e la fine della rivoluzione industriale e, adesso, si sono impoverite ancora di più e danno la colpa all’Unione europea. Sono elettori che hanno sempre votato laburista ma che, questa volta, per ottenere il Brexit, sceglieranno i conservatori”, dicono Travers e Dunleavy. “E il partito Tory rischia di trasformarsi, così, in una formazione populista”, continua il professor Travers, “con un programma di investimenti pubblici che sembra in contraddizione con le politiche dei conservatori che, da sempre, proteggono le grandi aziende e promuovono il libero mercato”.

“Un ‘no deal’, ovvero un’uscita senza accordo dalla Ue, tuttavia, è ancora possibile se Johnson otterrà soltanto tra i 313 e i 322 parlamentari perché, in quel caso, non avrà la maggioranza necessaria per fare approvare da Westminster l’accordo che ha negoziato con Bruxelles”, spiegano i due esperti. “Sembra molto improbabile, ma se Boris Johnson dovesse scendere sotto i 312 parlamentari, allora un secondo referendum sul Brexit potrebbe essere possibile perché ci potrebbe essere un patto tra i nazionalisti scozzesi dello Snp, i Verdi, i liberaldemocratici e i nazionalisti gallesi di Plaid Cymru che potrebbero sostenere un Jeremy Corbyn primo ministro”, secondo Dunleavy. All’incontro alla London School of Economics è stato confermato che un secondo referendum sull’indipendenza alla Scozia è possibile, perché promesso agli elettori da Nicola Sturgeon, la leader del partito nazionalista scozzese, popolarissima in questo momento a nord del vallo di Adriano.

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Rapporto Censis 2019: “Una società ansiosa e macerata dalla sfiducia”. Ma non tutto è perduto

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 13:04

“Piastre di sostegno” strutturali e “muretti a secco” innalzati a livello di base per arginare il declino e provare a reagire allo sgretolamento. Sono questi gli elementi che spiccano nel paesaggio descritto dal 53º Rapporto Censis. Il Rapporto vede “nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale” e gravi fenomeni di “corrosione” delle “giunture” e delle “guarnizioni” del sistema Paese. “La società italiana – rileva il Censis nelle Considerazioni generali, che danno la chiave di lettura del Rapporto – ha guardato a lungo inerte il cedimento delle sue strutture portanti”, come se si trattasse dell’ennesimo episodio del ciclo di crisi e ripartenze, “con un cinico adeguamento alla navigazione inerziale”. Ora, però, “a questo cedimento, puntellando se stesso, il nostro Paese sta cercando una soluzione”, “vive e sente uno spirito nuovo”. “Sé in sé rigira”, osserva il Censis citando Dante.

Il quadro della situazione è forse più scuro di quello tracciato negli ultimi Rapporti, se si parla di “una società ansiosa di massa macerata dalla sfiducia”.

“Nell’eccezionale cambiamento epocale, condensato in pochissimi anni – scrive il Censis – il furore di vivere degli italiani li ha riportati tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare”. E il primo prezzo da pagare è proprio la sfiducia, “un virus che si annida nelle pieghe della società” ed è originato proprio da “disillusione, stress esistenziale e ansia”. Il 75% degli italiani, rileva il Rapporto, non si fida più degli altri. L’altro prezzo da pagare sono “le crescenti pulsioni antidemocratiche”. Il 48% degli italiani, infatti, oggi dichiara che ci vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai). Il Rapporto mette in luce anche “il bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita”. Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321 mila occupati in più, ma nel frattempo il boom del part time involontario e di altre forme di lavoro ridotto ha fatto sì che oggi le ore lavorate siano 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e le unità di lavoro equivalenti 959.000 in meno. “Più occupati, meno lavoro”, insomma. Questa dinamica si intreccia con quello che il Rapporto definisce “lo tsunami demografico”. Gli indicatori demografici descrivono un’Italia “rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite” e con conseguenze particolarmente gravi per le regioni meridionali, investite da un nuovo “grande esodo”. Su 107 province, solo 21 non hanno perso popolazione: 6 sono in Lombardia e 9 nel Nord-Est.

Se nel chiaroscuro che segna inevitabilmente le grandi indagini sociali quest’anno prevalgono le tinte fosche, non tutto è perduto. Anzi. “Abbiamo visto in questi mesi – sottilinea il Censis – l’accentuarsi di reazioni positive, di contrapposizione a una prospettiva di declino”.

Si rafforza “l’impressione che l’adeguamento verso il basso non possa proseguire senza limiti, senza porre argini o individuare punti di sostegno per frenare lo sgretolamento, per provare ad ancorarsi e tentare un cambio di direzione”. Ecco allora che il Censis individua cinque “piastre di sostegno” e la prima “è nella dimensione manifatturiera, industriale, del nostro sistema produttivo e nella sua capacità di innovare e, almeno in parte, di trainare la crescita”. Una seconda “piastra di ancoraggio” è “nel consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del nostro Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico”. La terza piastra individuata dal Censis “è la nuova sensibilità ai problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio” che “muove a una spontanea e diffusa partecipazione”. La quarta piastra è il “risparmio privato” che “ha permesso una sostanziale tenuta sociale”,  anche se “sembra restare una polizza assicurativa più che una opportunità” di sviluppo. La quinta piastra di sostegno strutturale il Rapporto la coglie nella “dimensione europea”.

A queste cinque “piastre” si affiancano i “muretti a secco”, vale a dire “una multiforme messa in opera di infrastrutture di contenimento dei fenomeni erosivi generati dalla difesa solitaria dei singoli, grazie a processi temporanei e tempestivi di appoggio”.

“Sono esempi di muretti a secco –  si legge nel Rapporto – la fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali diverse migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale”, ma anche “i tanti festival, sagre, eventi culturali di ogni genere e scopo, senza che vi sia in pratica città o borgo che non ne progetti o organizzi uno”. “Sono eventi – spiega il Censis – che valgono come affermazione di identità e di comunità locale, occasione economica per l’attrazione turistica, luogo di elaborazione di prospettive e di confronto intellettuale, prosceni per la tecnologia, la ricerca, l’innovazione, l’educazione”.

A fronte di questa reazione diffusa spicca ancora di più il “fallimento” della politica. “I limiti della politica attuale – afferma il Censis – sono nella rassegnazione a non decidere. Non per aver scelto, ma per non averlo fatto, la politica ha fallito e ha smarrito se stessa”. Il decennio che si conclude rimane politicamente incompiuto e così “viviamo in un Paese privato di un passaggio in avanti a lungo promesso, ma che non c’è mai stato”, come dimostrano le “tante, troppe, riforme strutturali annunciate, ma mai concretamente avviate”.

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Repubblica Dominicana: i campesinos lottano per le loro terre e le loro case. Al loro fianco missionari e società civile

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 09:20

La perdita delle loro terre e delle loro case. Una marcia, a piedi, di 170 chilometri. Oltre un mese di accampamento e manifestazioni, subendo solo vaghe promesse e attacchi della Polizia, che hanno provocato vari feriti. E, negli ultimi giorni, anche minacce di morte.

E’ la vicenda singolare, il cui finale dev’essere ancora scritto, dei campesinos di Santa Cruz de el Seibo, località rurale della Repubblica Dominicana, a nordest della capitale. Dopo aver subito, ancora una volta, il forzato sgombero dalle proprie abitazioni all’inizio di settembre – da parte di persone violente e guardie armate, che con mezzi meccanici hanno distrutto le loro umili dimore nei villaggi di La Culebra e Vicentillo -, i contadini non si sono persi d’animo.

Così, un gruppo di rappresentanti delle 240 famiglie campesine ha raggiunto a piedi la capitale, Santo Domingo, lo scorso 31 ottobre. Qui è iniziata la loro protesta, sempre tesa al dialogo con le istituzioni, ma con la fermezza di chi chiede vengano rispettati i propri diritti.

I manifestanti sono stati sostenuti, fin dal primo momento, dal missionario spagnolo domenicano padre Miguel Ángel Gullón, che in queste settimane lo ha accompagnati, ha vissuto con loro e ha tenuto i rapporti con le varie realtà che non hanno fatto mancare il loro appoggio. Una volta arrivati nella capitale, hanno cercato di farsi ricevere dal presidente della Repubblica, Danilo Medina Sánchez, ma sono stati violentemente respinti dalle forze di polizia e portati, a gruppi, in tre ospedali della città, con la motivazione “ufficiale” di fare loro una visita medica. Poi sono stati ricevuti da un viceministro, ricevendo generiche rassicurazioni.
Così, la protesta è continuata in queste settimane e i campesinos hanno attirato l’attenzione di molti abitanti di Santo Domingo, ricevendo l’appoggio da parte di numerose organizzazioni e congregazioni religiose (tra cui domenicani, claretiani e Congregazione romana di Santo Domingo) e della società civile.

Verso fine novembre, un’altra pagina triste: l’ennesima manifestazione, che si stava sviluppando in modo pacifico, è stata repressa in modo molto rude dalle forze dell’ordine dominicane. “Stavamo camminando in modo pacifico e la Polizia ha iniziato a reprimerci – racconta al Sir padre Gullón -. Hanno tirato gas lacrimogeni, ci sono stati dieci feriti”.

Ed è di qualche giorno fa la denuncia di una trentina di organizzazioni sociali e campesine, che in una conferenza stampa tenuta il 3 dicembre hanno denunciato minacce di morte agli agricoltori da parte dei latifondisti.

E’ una battaglia storica, quella degli agricoltori, che non intendono arrendersi.

“Ci sono molti grandi interessi privati – spiega il missionario -, i latifondisti vogliono che queste persone se ne vadano per dare spazio alle loro monocolture, soprattutto quella della canna da zucchero. Sono anni che minacciano, attaccano e devastano le loro case, le loro terre, i loro campi e animali. Quest’anno gravi fatti sono accaduti, in marzo, e poi ancora a settembre. Ottanta case sono state coinvolte nell’attacco. E’ stata fatta una denuncia all’Onu, a Ginevra”. L’attacco del settembre scorso è stata la goccia che fa traboccare il vaso.

L’obiettivo delle famiglie e delle organizzazioni che le sostengono è di ricevere una risposta concreta alle loro giuste domande e provvedimenti che vadano verso un’equa distribuzione delle terre, la lotta alla violenza contro gli abitanti delle campagne, una adeguata riparazione e tutti coloro che sono stati colpiti dalla violenza e sloggiati, e infine giustizia per il dodicenne Carlos Rojas Peguero, assassinato nel contesto di questo conflitto. Essi rivendicano il diritto di vivere in terre dichiarate di pubblica utilità dal presidente Balaguer nel 1975.
Importante l’aiuto offerto da padre Miguel Ángel: quella di sacerdote e missionario, ma anche quella di giornalista, voce di una combattiva e coraggiosa radio comunitaria, Radio Seibo, che sta dando copertura alla protesta. “Ma è molto importante – spiega il missionario – che la nostra voce arrivi anche ai media internazionali e all’opinione pubblica di tutto il mondo”. Importanti anche le voci che si sono sollevate a favore dei campesinos, come accennato: in tutto circa cinquanta organizzazioni dominicane. E si è aggiunta anche quella dell’episcopato. “Vogliamo chiedere solidarietà con questi fratelli di El Seibo, essi sono un esempio di così tante persone sfrattate nel mondo, di così tante persone e famiglie che vengono sfrattate dal loro tetto, dalla loro terra e private dei loro diritti”, ha detto alla stampa locale mons. Francisco Ozoria, arcivescovo di Santo Domingo.
Finora, però, tutto questa mobilitazione non è stata sufficiente. Tanti, evidentemente, gli interessi che sono di ostacolo a una soluzione equa. Ma la protesta non disarma.

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Vescovi svizzeri su suicidio assistito: “La Chiesa non può essere presente nella stanza al momento finale”

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 09:20

L’operatore pastorale deve lasciare fisicamente la stanza del paziente al momento stesso dell’atto suicida. Questa l’indicazione dei vescovi svizzeri contenuta in un Documento di 30 pagine diffuso oggi alla stampa dedicato al “Comportamento pastorale di fronte alla pratica del suicidio assistito”. I vescovi sono scesi in campo perché ormai da molti anni in Svizzera la pratica del suicidio assistito sta conoscendo uno sviluppo che ha condotto ad un aumento significativo del numero dei suicidi. Pratica – osservano i vescovi – considerata da un numero crescente di cittadini come una “soluzione accettabile di fronte alla sofferenza e alla morte”. Il Documento svizzero esordisce affermando che il suicidio assistito “è radicalmente contrario al messaggio evangelico” e la sua pratica “è un attentato grave alla protezione della vita della persona umana che deve essere protetta dal concepimento fino alla morte naturale”. La seconda parte del Documento affronta una domanda che evidentemente sempre più spesso viene posta agli operatori pastorali:

“La mia vita ha un senso con tanto dolore? Ho voglia di morire, potete aiutarmi?”.

Succede sempre più spesso che, anche indipendentemente dal desiderio di ricevere un sacramento, i pazienti che contemplano il suicidio assistito, richiedono un accompagnamento umano e spirituale e desiderano la presenza di un operatore pastorale o di una persona impegnata nella Chiesa. A volte la richiesta arriva al punto di desiderare un prete che possa accompagnare il paziente fino agli ultimi istanti, fino al momento cioè in cui il paziente ingerisce il prodotto letale. Come rispondere a tali richieste?

Prima di dare una risposta, i vescovi ripercorrono ogni tappa dell’atto di suicidio assistito per indicare momento per momento quale comportamento adottare. L’iter comincia quando la persona contatta l’organizzazione che garantisce assistenza al suicidio e invia una cartella clinica. Se l’associazione accetta di intervenire, si svolgono i colloqui preparatori e si stabilisce una data. A quel punto, uno o due membri di questa organizzazione (che di solito non sono dottori), si recano nella residenza della persona o nell’istituto in cui vive. La persona riceve prima un farmaco anti-vomito per evitare che il liquido mortale non venga rigettato. Mezz’ora dopo, viene ingerita la soluzione letale. I vescovi fanno notare come la morte non si verifica immediatamente ma solo dopo un periodo di tempo non trascurabile, durante il quale la persona rimane prima cosciente, poi perde gradualmente consapevolezza; il suo respiro si indebolisce e si verifica uno stato di “vita minima” prima della morte. La durata di questo processo varia da persona a persona e dal prodotto letale. Uno studio su 300 casi di suicidio assistito nel cantone di Zurigo mostra che una volta assunto il prodotto per via orale, possono passare da 7 minuti a 18 ore prima che sopraggiunga la morte, con una media di 25 minuti. Anche in caso di auto-somministrazione per via endovenosa, la morte si verifica solo dopo un tempo medio di 16 minuti. “Sorge una domanda difficile riguardo l’accompagnamento durante questi lunghi minuti di agonia”, scrivono i vescovi: “possiamo lasciare una persona nella sua solitudine durante questo momento?”.

“L’orientamento generale, con tutto il discernimento richiesto, richiederebbe di accompagnare le persone che hanno deciso di suicidarsi, “il più lontano possibile” ma poi l’operatore pastorale ha il dovere di lasciare fisicamente la stanza al momento in cui viene somministrato il farmaco. Tre sono le motivazioni che i vescovi danno per spiegare che questo comportamento non significa “abbandonare la persona”: uscendo dalla stanza, la Chiesa testimonia di essere sempre in favore della vita mentre- e questa è la seconda osservazione – la presenza di un operatore pastorale al capezzale di una persona che deliberatamente commette un atto suicida, potrebbe essere interpretata come una “assistenza o cooperazione” da parte della Chiesa. Per la terza motivazione, i vescovi invitano a riflettere sull’impatto psicologico che l’assistere “impotenti” ad un suicidio può avere sulle persone che circondano il paziente. Chi ha fatto questa esperienza, racconta quanto sia rimasta traumatizzata per mesi, anche anni.  Il documento esplora il delicato capo dei sacramenti (da considerarsi sempre “sacramenti della vita e per la vita” e non per la morte), l’accompagnamento spirituale ed umano dei familiari, degli amici, di chi si è preso cura del paziente. Tutto il testo è attraversato da una sollecitudine: prendere sul serio il desiderio di suicidio e non perdere mai la speranza che questo desiderio sia reversibile e che possa con il tempo trasformarsi in un desiderio di vita. “L’esperienza dimostra che dietro la richiesta di suicidio spesso si nasconde un desiderio non formulato, che deve essere decifrato e approfondito”.

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The Swiss bishops on assisted suicide: “The Church cannot be present during the termination of life”

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 09:20

Pastoral caregivers should leave the patients’ room during the suicidal act. The recommendation of the Swiss bishops is found in a 30-page document released today on “Pastoral behaviour with regard to the practice of assisted suicide.” The Bishops have stepped in because the practice of assisted suicide in Switzerland has been growing steadily for many years now, leading to a significant increase in the number of suicides. A growing number of citizens consider this practice an “acceptable solution when confronted with suffering and death”, the bishops remarked. The Swiss bishops’ document begins by stating that assisted suicide “is radically against the Gospel message” and its practice “is a serious attack on the preservation of the life of the human person that must be protected from conception until natural death.” The second part of the Document addresses a question which is clearly being asked ever more often to pastoral workers:

“Does my life have a meaning with so much pain? I want to die, can you help me?”.

In fact, in an increasing number of cases, and even independently of the desire to receive a sacrament, patients who consider assisted suicide request human and spiritual accompaniment and want the presence of a pastoral caregiver or a figure involved in the Church. Occasionally the request goes so far as to ask for a priest who can accompany the patient until the lethal drug is administered. How to respond?

Before offering an answer, the bishops retrace every stage of the act of assisted suicide detailing the behaviour to be adopted step by step. The process begins when the patient contacts the organization that guarantees assisted suicide and submits a medical record. If the association accepts to intervene, preparatory meetings are held and a date is fixed. At that point, one or two members of the organisation (who for the most part are not doctors) go to the patient’s home or medical facility. The person first receives an anti-vomiting drug to prevent the lethal fluid from being expelled. Half an hour later, the lethal solution is swallowed. The bishops point out that death does not occur immediately but only after a considerable period of time, during which the person remains conscious first, then gradually loses consciousness; their breathing weakens and a “minimum life” condition occurs before death. The duration of this process varies from person to person and depending on the lethal substance.

A study on 300 assisted suicide events in the canton of Zurich shows that once the product is administered orally, the onset of death can rage from 7 minutes to 18 hours, with an average of 25 minutes.

Even in the case of intravenous self-administration, death occurs not until an average time of 16 minutes. “There arises a difficult question regarding accompaniment during these long minutes of agony,” the bishops write, “can we leave a person to their loneliness during this time?”

“The general orientation, entailing utmost discernment, would imply accompanying people who have decided to commit suicide, “as much as possible”, but the pastoral caregiver would then have to physically leave the room when the lethal medication is administered. The bishops give three reasons why this behaviour does not mean “abandoning the person”: when leaving the room the Church attests to being permanently in favour of life, while – and this is the second reason – the presence of a pastoral worker at the bedside of a person who deliberately commits a suicidal act, could be interpreted as “assistance or cooperation” on the part of the Church. As for the third reason,

the bishops invite us to reflect on the psychological impact of “helplessly” witnessing a suicide on the other people near the patient. Those who made this experience said they were traumatized for months, even years.  

The document explores the delicate subject of the sacraments (always to be considered “sacraments of life and for life” and not for death), the spiritual and human accompaniment of family members, friends, those who have taken care of the patient. The entire document is marked by the concern to take the desire for suicide seriously and never lose hope that this desire will be reversed and that with time it will become a desire for life. “Experience shows that the suicide request often conceals an unspoken desire, which must be discerned and deepened.”

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Non è un mondo per vecchi

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 00:05

«Abbiamo perso la cornice!». Non è l’espressione allarmata di un venditore di quadri, ma l’incipit del sociologo Daniele Marini che ha esordito con questa immagine all’incontro di aggiornamento dei preti della nostra diocesi del mese scorso. La cornice è ciò che permette di dare senso ad un contesto, ad un’epoca, ad un momento storico: aver perso la cornice significa non riuscire più a cogliere il senso del proprio tempo. Profondi cambiamenti hanno toccato il Nordest e, più complessivamente, il nostro Paese: cambiamenti “strutturali”, che riguardano l’intero pianeta, come la globalizzazione e l’innovazione tecnologica, e “culturali”, che spingono nella direzione di uno spiccato relativismo e dell’esaltazione del soggetto. Tutto cambia, anzi è già cambiato, e una cornice grazie alla quale “inquadrare” quanto è avvenuto (e sta avvenendo) ci manca. L’analisi del sociologo trova un’efficace sintesi nelle parole di papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze del 2015: «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». Gli effetti di questa trasformazione sono evidenti anche nell’ambito della fede. Indagini recenti mostrano come – nell’immaginario collettivo del nostro Paese – il ruolo della religione risulti essere via via periferico per le scelte etiche o politiche delle persone: il comportamento dei cattolici praticanti – sia in politica sia nelle decisioni della sfera privata – non sembra molto diverso da quello di chi non si definisce tale.
La parrocchia, che fino a non molto tempo fa era riconosciuta come punto di riferimento per le generazioni più giovani, ora sta uscendo dal loro “schema cognitivo”: non si tratta tanto di una presa di distanze per motivi ideologici, ma semplicemente del fatto che molti non sanno che la parrocchia esista oppure – se lo sanno – non ha per loro alcun rilievo. Che fare, quindi? Senza pretesa di facili soluzioni, si intravedono delle possibili vie di impegno. Una prima indicazione è quella di “ridare una cornice”, vale a dire cercare di capire quello che sta accadendo. Non sarà possibile comprendere il senso del tutto, ma almeno offrire delle coordinate per orientarsi nella complessità. Da questo punto di vista le “realtà intermedie”, come le varie forme di associazionismo (dal volontariato, all’associazionismo cattolico, ai partiti), hanno oggi un compito strategico: quello di “fare educazione” e dare un contributo affinché le persone siano in grado di reagire all’attuale senso di disorientamento. Ne saranno all’altezza? Se la complessità è l’elemento costitutivo della società attuale, non si possono attendere passivamente “tempi migliori”, perché non verranno da soli. È necessario progettare ed agire ora, nella complessità, anche se non è tutto chiaro e non tutti i conti tornano. Da ciò consegue che qualsiasi progetto sarà necessariamente un tentativo o un abbozzo di ricerca che procede per approssimazioni successive, pur nella consapevolezza che «in ogni situazione – come afferma Albert Otto Hirschman, economista tedesco di fama mondiale – c’è sempre una riforma possibile ». Un’altra indicazione urgente è quella di proporre ed attuare delle alternative all’individualismo imperante. Se è vero – come ha suggerito mons. Vincenzo Paglia in un suo recente volume dal titolo emblematico “Il crollo del noi” – che stiamo assistendo alla nascita di un nuovo individualismo che asservisce tutto a sé, l’unica contromisura è partire dalla “prossimità”, vale a dire dal riconoscimento che l’altro è “mio fratello”: «La fraternità – afferma Paglia – è la chiave che apre al mondo del “Noi”: quel mondo in cui non siamo ancora ri-entrati e che pure ci aspetta; quell’impegno comune tra credenti e non credenti che solo può farci affrontare le grandi sfide del presente». Per ricostruire la cornice è necessario leggere, informarsi, lasciarsi provocare dalle situazioni e soprattutto avere fiducia nei giovani e nel futuro. Lo ribadisce convintamente il filosofo e scrittore francese Michel Serres nel suo volumetto: Non è un mondo per vecchi, scritto nel 2012 alla bell’età di 82 anni: se la tecnologia ha rivoluzionato il sapere, chi vuole restare al passo coi tempi è chiamato ad aggiornarsi continuamente ed a restare giovane… che non è affatto soltanto e prevalentemente una questione anagrafica!

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Una città unita

Agenzia SIR - Fri, 06/12/2019 - 00:03

Sulla questione del deposito di Gpl in laguna non si contano gli interventi ospitati nel nostro settimanale, sia di cronaca sia di commento. Si tratta di un problema ambientale e di sicurezza che, emerso purtroppo in ritardo, ha coalizzato praticamente tutta la città – ne fa testimonianza il nostro precedente incontro pubblico – contro gli evidenti e innegabili rischi che incombono sulle abitazioni e sulle persone. Il recente incontro a Roma tra le autorità locali accompagnate da un gruppo di cittadini (in particolare dal Comitato No Gpl) con il Ministro dello Sviluppo economico e la presa di posizione del vescovo, oltre alle lettere da noi personalmente consegnate al Presidente della Repubblica, certificano un atteggiamento netto contro l’entrata in funzione dell’impianto, che si può paragonare ad una “spada di Damocle” sospesa sulla testa della comunità. Per illustrare la situazione e prospettare le soluzioni possibili viene organizzato dal nostro settimanale diocesano l’incontro pubblico di lunedì 9 dicembre, cui hanno aderito le autorità cittadine e regionali. Non si tratta, com’è chiaro, di una battaglia contro qualcuno, né contro il Gpl in sé, ma contro i rischi che un impianto di quelle proporzioni in quella posizione – vicinissima all’abitato, raggiungibile dalle navi gasiere con un percorso impensabile e incompatibile con l’attuale natura del porto di Chioggia ostacolando ogni altra attività – comporta per tutti i cittadini, per il presente e per il futuro della vita e dell’economia della città. Mentre a Madrid è in corso di svolgimento per due settimane la Conferenza mondiale sul clima, Cop 25, con la partecipazione dei delegati di 200 Paesi per concordare gli impegni a tutela del pianeta, nelle realtà locali deve aumentare la consapevolezza e la sensibilità sul rispetto per l’ambiente. Si tratta di un imperativo e di un dovere morale, oltre che politico ed economico, ormai. Questo del mega-impianto di Chioggia, in un ambiente fragile e delicato, è solo un esempio di come si possa invece oltraggiare la natura mettendo a repentaglio – pur con tutte le millantate precauzioni – l’ambiente e la vita delle persone. Ci auguriamo che anche i diretti responsabili dell’assurda impresa si rendano conto, oltre che dell’opposizione corale di una città, anche dell’avventatezza della loro iniziativa, che evidentemente non ha tenuto in debito conto tutte le circostanze (passate e presenti) e le conseguenze (presenti e future) del loro tentativo, convincendosi sulla necessità di una deolocalizzazione dell’impianto in un sito più idoneo, per il bene della comunità locale e per l’interesse della loro stessa attività che non può ledere i diritti di serenità altrui.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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