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Populismi e crisi delle istituzioni. Baggio: “La democrazia ha bisogno di manutenzione, le disuguaglianze sociali possono minarne le basi”

Agenzia SIR - 2 hours 38 min ago

Democrazia, senso delle istituzioni, crisi della rappresentanza, populismo. Al di là delle convulsioni della cronaca politica, cerchiamo di andare alle radici delle dinamiche in cui il nostro Paese si ritrova immerso in questa fase così delicata della sua storia. Ci aiuta in questo percorso Antonio Maria Baggio, professore ordinario di filosofia politica nell’Istituto Universitario “Sophia”.

Antonio Maria Baggio

La lunga e difficile fase di formazione del nuovo governo ha avuto momenti drammatici, in cui la crisi politica sembrava essere diventata anche una crisi istituzionale, persino con un attacco diretto al Presidente della Repubblica. Che ne è stato di quello che si è soliti definire “senso delle istituzioni”? Non crede che ci sia anche un problema molto serio di cultura politica?
La democrazia italiana è molto giovane. Basti pensare che le donne votano soltanto a partire del secondo dopoguerra: pochi anni, se misuriamo con il metro della storia. Per questo non ci si deve mai stancare di rinforzare e “fare manutenzione” alla democrazia. E non soltanto sul piano delle regole giuridiche, perché ci sono anche una dimensione economica e una dimensione culturale:

le disuguaglianze sociali eccessive possono minare le basi della democrazia e non tutte le culture sono compatibili con il suo sviluppo.

La manutenzione deve essere effettuata su tutti e tre questi livelli. Quanto alle istituzioni, compresa la Presidenza della Repubblica, non si deve mai dimenticare che possiamo votare in maniera libera proprio perché esse sono costruire per garantircelo. Se le si vogliono cambiare, bisogna farlo insieme, attraverso le procedure costituzionali che mirano a favorire decisioni il più possibile meditate e condivise, più vaste delle maggioranze elettorali. Direi che bisognerebbe avere più senso delle istituzioni proprio quando si sente l’esigenza di rinnovarle.

Nel dibattito pubblico e nella propaganda politica si registra un uso disinvolto del concetto di “popolo”, talvolta contrapponendolo alle istituzioni in nome di un’idea molto ambigua di democrazia. Ma la nostra Costituzione all’art. 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nella forme e nei limiti che la Costituzione stessa indica…
Il popolo inteso nel suo senso più autentico è una realtà vivente, articolata, composta da persone consapevoli e responsabili, che si danno delle regole per organizzare la vita comune e risolvere eventuali conflitti. Non è una massa amorfa e indistinta. In questo senso restano di straordinaria attualità le parole di Pio XII nel radiomessaggio per il Natale del 1944, in cui al vero “popolo” si contrapponeva la “massa” come “moltitudine amorfa”, indicando in essa “la nemica capitale della vera democrazia”. E’ a questa massa che si riferiva già Machiavelli quando affermava che se il “principe” si allea con il “volgo” non c’è più un tribunale a cui ci si possa rivolgere. Il contrario dello Stato di diritto.

E’ questa la deriva a cui può condurre il populismo?
Al termine populismo vengono dati, comunemente, tanti significati diversi e si genera confusione. Certamente una delle sue caratteristiche è di stabilire un legame diretto tra un capo e una base popolare, in modo tale che tende a svalorizzare le strutture tradizionali della rappresentanza politica e a sostituirsi ad esse. In questo senso

è pertinente parlare di populismo in riferimento ai nuovi soggetti che sono emersi sulla scena politica, anche se il fenomeno non è nuovo per il nostro Paese.

Elementi di populismo erano presenti nel fascismo, negli anni in cui ebbe un largo consenso; in tempi più recenti, e in forme che non hanno a che fare col fascismo, troviamo elementi populisti nella Lega Nord e nell’esperienza politica “massmediatica” di Silvio Berlusconi. Tentiamo conto che il populismo presenta generalmente, almeno ai suoi inizi, aspetti di progresso e può mettere in moto dei processi di cambiamento utili. Quando analizziamo e, giustamente, in modo critico i nuovi soggetti, non dimentichiamo lo spettacolo negativo offerto in Italia da una parte rilevante della classe politica e che la situazione attuale è anche una reazione a questa degenerazione.

Il rischio è che la cattiva qualità dei rappresentanti finisca per mettere in cattiva luce l’idea stessa della rappresentanza politica, che è il fondamento stesso della democrazia.
La rappresentanza politica democratica, cioè scelta dal basso e non cooptata dall’alto, è nata perché ci si è resi conto che la decisione politica, per essere realmente funzionale al bene comune e non al tornaconto immediato di alcuni, doveva essere meditata e competente. E’ stata una conquista di civiltà, una garanzia per tutti i cittadini, soprattutto i più deboli. I potenti non ne avevano bisogno. Essa non nega la democrazia diretta:

la nostra Costituzione prevede strumenti quali il referendum e le leggi di iniziativa popolare.

Quando i rappresentanti non sono più uno strumento al servizio dei cittadini “sovrani”, ma diventano un ceto che persegue i propri interessi particolari, allora i cittadini cercano altre strade: ma bisogna farlo costruttivamente, non spinti dalla paura o dall’odio.

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Prova d’appello per l’Unione europea: sui leader nazionali il peso delle scelte

Agenzia SIR - 2 hours 53 min ago

L’Unione europea è costantemente a un “tornante decisivo”, a un “giro di boa”, nei pressi di un “incrocio pericoloso”, a una “svolta”, pronta a fare un “passo avanti” oppure un “balzo indietro” secondo le diverse espressioni utilizzate dagli interlocutori di turno. Il che riflette – nel bene e nel male – la natura stessa dell’integrazione comunitaria intesa, sin dalle sue origini, nel secondo dopoguerra, come un “cantiere aperto”, un processo in divenire. Un fluire irrisolto e in costante dialogo-tensione con la storia, con le profonde, perpetue trasformazioni interne al Vecchio continente e con i mutamenti che intervengono sulla scena mondiale.

Un continente “sospeso”. Così anche questa fase della storia dell’Unione europea lascia intravvedere – si potrebbe dire – un punto di non ritorno. Pressata da nazionalismi, populismi, migrazioni, strascichi della crisi economica, minacce terroristiche, instabilità geopolitiche (che in qualche caso portano nomi precisi, come ad esempio Trump, Putin, Erdogan, Assad…) e altro ancora, l’Ue è sospesa tra una rinnovata capacità di serrare i ranghi per andare avanti, fronteggiando ardue sfide, oppure scegliere lucidamente di lasciar posto agli egoismi nazionali, sgretolando la “casa comune” e mandando in archivio 70 anni di faticose conquiste di pace, democrazia e benessere. Senza poterne prevedere gli esiti.

Questioni urgenti. Lo si intuisce anche solo scorrendo l’agenda del prossimo Consiglio europeo, cioè la riunione dei 28 capi di Stato e di governo che si terrà a Bruxelles il 28 e 29 giugno. Proprio l’ordine del giorno ufficiale parla di “riunione per discutere delle questioni più urgenti”, tra cui: migrazione; sicurezza e difesa; occupazione, crescita e competitività; innovazione ed Europa digitale; bilancio a lungo termine dell’Unione (Qfp); relazioni esterne. I leader dell’Ue “si occuperanno inoltre di Brexit” (senza la presenza della premier britannica May) e dell’Eurozona (in sede di Vertice euro, ovvero 19 Stati che adottano la moneta unica).

Migrazioni, cartina al tornasole. Dalla propensione, o mancata propensione, ad imbastire una risposta finalmente comune ai fenomeni migratori si può misurare la volontà dei 28 di rilanciare il cammino dell’Ue oppure l’intento di imbalsamarne la vicenda storica. Non perché l’arrivo di richiedenti protezione internazionale sia il “problema” principale dell’Europa di oggi, ma perché la capacità di accogliere – solidalmente o meno – questa sfida dà la percezione di quanto i singoli Paesi siano intenzionati a procedere unitariamente. Finora sono stati i governi nazionali a intralciare la costruzione di una politica migratoria comune; i leader che si ritroveranno settimana prossima per il summit sapranno fare uno scatto in avanti, recuperando il senso profondo del “camminare insieme” per un reciproco vantaggio?

Economia, a che punto siamo? La lunga recessione è alle spalle, dicono gli esperti. E in effetti alcuni Paesi viaggiano con il vento in poppa. Ma a ben guardare qualche economia nazionale arranca, altre ancora segnano Pil in crescita ma scontano disastrose situazioni occupazionali (con oltre un terzo dei giovani fuori da ogni prospettiva di lavoro e di reddito), taluni Paesi mostrano oltretutto conti pubblici fuori asse (è, fra gli altri, il caso del debito italiano). La governance dell’Eurozona va dunque riformata, come sostengono tutte le voci, affiancando alla moneta unica strumenti per darle consistenza finanziaria ed economica e metterla al sicuro da eventuali future crisi. Le proposte in campo sono innumerevoli, come ad esempio il completamento dell’Uem (Unione economica e monetaria) e l’Unione bancaria; poi occorrerebbe una vera armonizzazione fiscale, il contrasto del dumping, nuove misure per il mercato unico… Non basta però elencare le “cose da fare”, bisogna decidere.

Le altre emergenze. Ciascun capitolo della politica Ue meriterebbe una trattazione a sé. Basti pensare al nodo-sicurezza (terrorismo, instabilità africana e mediorientale, Isis e Boko Haram, Russia, Turchia…), alle positive aspirazioni europee dei Balcani, al Brexit, ai mutamenti climatici, all’energia, agli sviluppi del digitale, al “pilastro sociale”. Ma appare ovvio che non sono i singoli settori politici che richiedono “più Europa”, cioè risposte unitarie, potenzialmente vantaggiose per tutti, ma è l’intera prospettiva europea che sollecita di tornare allo spirito dei padri fondatori. “Spirito” che oggi sembra, pur senza entusiasmi eccessivi, appannaggio del Parlamento e della Commissione Ue, mentre il Consiglio, dove siedono i rappresentanti dei governi, è latitante.

Parole sagge. Il disegno iniziale della Ceca e della Cee, poi confermato nei vigenti trattati Ue, è stato ribadito e giustamente aggiornato più e più volte nella storia comunitaria, l’ultima dei quali risalente alla Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017: “Insieme, siamo determinati – vi affermano i rappresentanti degli Stati membri – ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità. Renderemo l’Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni”. Parole sagge: torneranno alla mente dei leader durante il summit della prossima settimana? Lo si vedrà nei fatti, certi che le occasioni per ripartire insieme non saranno infinite.

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Maturità 2018: la “faccia buona” della solitudine

Agenzia SIR - 3 hours 2 min ago

Sarebbe interessante leggerli i temi dei maturandi italiani che hanno scelto la traccia sulla solitudine. Leggerli, cercando di capire cosa significhi oggi, per loro, essere o sentirsi “soli”. Sarebbe utile cogliere come tanti giovani hanno interpretato “I diversi volti della solitudine nell’arte e nella letteratura” e magari come, attraverso questi diversi volti, si può provare a comprendere la realtà complessa e multiforme di una generazione.

Il ministero dell’Istruzione ha dato puntuale resoconto delle scelte fatte dai maturandi rispetto al “tema”, alla prima prova dell’Esame di Stato di quest’anno, che in questi giorni sta impegnando oltre 500mila studenti. E la traccia – sotto forma di saggio breve o articolo di giornale – dal titolo “I diversi volti della solitudine nell’arte e nella letteratura”, sollecitata da dipinti di Fattori, Hooper e Munch e brani di Pirandello, Petrarca, Quasimodo e Alda Merini è stata quella maggiormente scelta (dal 22% di ragazze e ragazzi),

Naturalmente i motivi della scelta possono essere i più disparati. Certo

colpisce che il tema della solitudine possa risultare così “appetibile”.

Colpisce ma, a ben vedere, potrebbe non sorprendere. Anzitutto perché si tratta di un tema giovanile – e adolescenziale in modo particolare – per eccellenza (anche se, naturalmente, non esclusivo). Sono gli anni della crescita quelli in cui ci si misura in modo speciale con la costruzione della propria identità e si prende atto anche – talvolta addirittura in modo drammatico – della propria distanza dagli altri, dalle figure di riferimento, trovandosi a tu per tu con il tema della solitudine. È, questo, un nodo decisivo da sciogliere nel percorso di crescita di ogni persona, una tappa da affrontare per poter costruire in modo nuovo la tela di relazioni che sostanzia il proprio essere.

Il tema della solitudine, inoltre, mette a nudo alcune contraddizioni del nostro tempo che sembrerebbe voler fuggire ad ogni costo – senza riuscirci – dallo spauracchio del rimanere soli.

Siamo in una società dove regna la “connessione”, dove è vietato essere fuori dalla rete, dove uno dei timori principali è quello di “non avere campo”, perché questo vuol dire essere “disconnessi”, cioè, appunto, soli. E nello stesso tempo un po’ tutti rilevano come la ricerca talvolta ossessiva delle relazioni si ritorca sulle persone, creando non un mondo di contatti, ma un di più di solitudini. Il paradosso è quello delle persone allo stesso tavolo che invece di dialogare tra loro parlano ciascuna con il proprio smartphone: con se stesse.

Quante suggestioni, quanti “volti” della solitudine. Forse la traccia della maturità, mediata dall’arte e dalla letteratura, ha affascinato – e affascina – perché lascia trasparire molto delle personalità dei nostri ragazzi, di noi stessi. E magari aiuta anche a riflettere sulla “faccia buona” della solitudine, sull’importanza – come spesso hanno messo in luce poeti, scrittori, filosofi, uomini religiosi e chi più ne ha più ne metta – di guardare se stessi fino in fondo, “da soli”, appunto. Quella “faccia buona” per cui la solitudine è stata definita addirittura una virtù o per la quale vale l’adagio latino “beata solitudo, sola beatitudo”.

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A Tor Vergata la corruzione diventa materia universitaria. Condò: “C’è bisogno di una formazione specifica”

Agenzia SIR - 3 hours 7 min ago

“La politica è etica della comunità, dovrebbe prendersi cura dei fragili, di chi fa fatica, dei giovani che non trovano lavoro. Non deve essere condizionata dalle cricche, dagli interessi delle multinazionali, perchè è servizio alla comunità, altrimenti tradisce la sua essenza, non è politica”. Lo ha detto pochi giorni fa don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera, nella relazione alla cerimonia di chiusura della seconda edizione del Master anticorruzione promosso dalla Facoltà di Economia dell’Università Tor Vergata. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Daniela Condò, responsabile della segreteria del Master a cui partecipano molti giovani.

Come è nata l’idea?
A Tor Vergata c’è già un master consolidato sugli appalti da circa 13 anni. Da questa esperienza, si è pensato di lanciare una formazione specifica anche sul tema dell’anticorruzione. Le imprese e le amministrazioni pubbliche hanno una serie di adempimenti che mirano a ridurre l’incidenza di fenomeni devianti.

Non basta una competenza specifica sugli appalti, occorre anche una formazione approfondita sui presidi anticorruzione.

Abbiamo una convenzione con l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), e partecipano diversi loro uditori.

Ormai la corruzione è diventata materia universitaria…
Anche dopo gli ultimi scandali, come quello attinente allo stadio della Roma, si è palesato un sistema di corruzione trasversale. È una corruzione che va dalla pubblica amministrazione alle imprese passando per la politica. È fondamentale, allora,

regolamentare il mondo politico e le lobby.

Ma se la corruzione è trasversale, anche la formazione deve essere interdisciplinare: economia, giurisprudenza, filosofia. C’è bisogno di una comprensione a tutto tondo.

Il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, sostiene che “non si può pensare di intervenire senza una rivoluzione culturale che passi dalla politica”.
L’Università è la parte più attiva della società nella produzione di cultura: chi altro potrebbe offrire un contributo simile? Le aziende e la politica continuano a vivere spesso in un sistema di promesse e prebende. L’approccio non può che essere culturale. E la politica è chiamata a dare un segnale.

Come giudica la normativa attuale?
Dovrebbe essere semplificata. Si è creata una stratificazione di norme. Non è semplice, ma semplificare sarebbe utile anche per chi deve prendere decisioni e assumere responsabilità in questo campo.

Le persone spesso hanno paura di sbagliare.

Poi ci sono strumenti come il whistleblowing. Prima non esisteva in Italia, dunque è stato un contributo importante. Però solo l’applicazione concreta dimostrerà l’effettiva utilità di questo istituto: sono aumentate le segnalazioni, segnalava Raffaele Cantone, ma a volte sono questioni problematiche a carattere personale. Mentre in casi gravi ci sono ancora reticenze. Deve esserci uno scatto di coraggio.

La corruzione è anche un freno per la crescita economica del Paese.
Negli ultimi dieci anni, la corruzione ha mangiato 100 miliardi sul Pil. Con una diminuzione di investimenti esteri, perché c’è meno fiducia nell’Italia. Ha reso meno competitivo il sistema. Le aziende che crescono in contesti corrotti lo fanno in media del 25% in meno delle concorrenti che operano in aree di legalità.

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Papa a Ginevra: l’ecumenismo è “una grande impresa in perdita”

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 19:09

“Non abbiamo paura di lavorare in perdita!”. È l’unica aggiunta a braccio, sotto forma di esortazione, al suo primo discorso in terra elvetica. Nell’esclamarlo, durante il pellegrinaggio ecumenico al World Council of Churches di Ginevra (Wcc), Francesco – il terzo papa dopo il beato Paolo VI e san Giovanni Paolo II a visitare la Svizzera, ma il primo a fare visita all’organismo che compie 70 anni di attività – spiega come i cristiani, prima che dichiararsi “conservatori” o “progressisti”, devono schierarsi dalla parte di Gesù e del Vangelo. Si tratta di un’opzione preliminare decisiva, obbligatoria e non facoltativa: l’ecumenismo “è una grande impresa in perdita”, agli occhi del mondo, perché per il cristiano il bivio di sempre è quello tra “camminare nello Spirito” e “camminare nella carne”.

(Photo: Magnus Aronson/WCC)

“Se ogni uomo è un essere un cammino, e chiudendosi in se stesso rinnega la sua vocazione, molto di più il cristiano”, esordisce il Papa nella preghiera ecumenica, in cui chiede di “rigettare la mondanità”, quella che ha provocato il fallimento dei tentativi di porre fine alle divisioni dei cristiani. Troppo facilmente ci si ferma davanti alle divergenze che rimangono o ci si blocca, con pessimismo, ai blocchi di partenza, il primo bilancio dell’ecumenismo, che ieri come oggi ha una meta precisa.

“Il mondo, dilaniato da troppe divisioni che colpiscono soprattutto i più deboli, invoca unità”,

l’appello di Francesco, venuto a Ginevra come pellegrino in cerca di unità e di pace. “La strada contraria, quella della divisione porta a guerre e distruzioni!”, lo sguardo realistico sull’oggi. “Camminare insieme per noi cristiani non è una strategia”, perché solo la via della comunione conduce alla pace.

(Foto Vatican Media/SIR)

Dopo il pranzo all’Istituto ecumenico di Bossey, il Papa torna al Wcc per l’incontro ecumenico, occasione per un bilancio più ampio del cammino percorso e per l’individuazione dei passi futuri. Il grimaldello per guardare oltre, superando “gli steccati dei sospetti e della paura”, è il perdono, tipico di coloro che hanno avuto il coraggio di “invertire la direzione della storia – dice Francesco – quella storia che ci aveva portato a diffidare gli uni degli altri e ad estraniarci reciprocamente, assecondando la diabolica spirituale di continue frammentazioni”. Oggi, grazie alla capacità di chi ci ha preceduto di camminare secondo lo Spirito,

“la direzione è cambiata e una via tanto nuova quanto antica è stata indelebilmente tracciata: la via della comunione riconciliata”.

La Chiesa cresce per attrazione, ricorda il Papa citando Benedetto XVI e chiedendo ai presenti

un “nuovo slancio evangelizzatore” per “una nuova primavera ecumenica”.

Il mandato missionario, fino agli estremi confini della terra, non è un optional: la forza di attrazione del messaggio cristiano non è una raccolta di consensi, il popolo di Dio non è una Ong.

(Foto Vatican Media/SIR)

“Camminare, pregare, lavorare insieme”, recita il motto del viaggio. Camminare “in entrata e in uscita”; pregare mai da soli, perché la preghiera “è l’ossigeno dell’ecumenismo”; lavorare come fanno la Commissione “Fede e Costituzione” e l’Istituto ecumenico di Bossey, traduce Papa Francesco, definendo – tra le altre iniziative – la crescente adesione alla Giornata di preghiera per la cura del creato un buon segno dell’afflato ecumenico.

“La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tagico aumento di un’esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti”.

È la cartina al tornasole dell’ecumenismo, in un mondo in cui “i deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi”.

“Non possiamo disinteressarci, e c’è da inquietarsi quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato”,

il monito. Saremo giudicati sull’amore per il prossimo, ogni prossimo: “Vediamo ciò che è possibile fare concretamente, piuttosto che scoraggiarci per ciò che non lo è”, la proposta: “Chiediamoci: che cosa possiamo fare insieme?”.

Pane, padre e perdono: sono le tre parole che scandiscono l’omelia della Messa al Palaexpo di Ginevra, prima del congedo per il ritorno a Roma. Nel suo ultimo discorso, Francesco ricorda che “nessuno di noi è figlio unico, ciascuno si deve prendere cura dei fratelli nell’unica famiglia umana”. Raccomandando la preghiera del “Padre nostro”, “la segnaletica della vita spirituale”, il luogo delle radici nelle nostre società spesso sradicate, il Papa ricorda che “ogni essere umano ci appartiene” e che siamo tutti chiamati a “darci da fare perché non vi sia indifferenza nei riguardi del fratello, di ogni fratello: del bambino che ancora non è nato come dell’anziano che non parla più, del conoscente che non riusciamo a perdonare come del povero scartato”.

“Guai a chi specula sul pane”, il secondo monito per una vita che “per molti è come drogata”,

presi come siamo a correre “dalla mattina alla sera, tra mille chiamate e messaggi, incapaci di fermarsi davanti ai volti, immersi in una complessità che rende fragili e in una velocità che fomenta l’ansia”. Quella dei cristiani, allora, deve essere una scelta controcorrente, “una scelta di vita sobria, libera dalle zavorre superflue”. Che sceglie la semplicità del pane, “le persone rispetto alle cose, perché fermentino relazioni personali, non virtuali”. Perdono, infine, perché – anche nell’ambito ecumenico – serve

“fare una bella radiografia del cuore” per “un’amnistia generale delle colpe altrui”.

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Papa al Wcc. Tveit (segretario generale): “Una pietra miliare. Ma non ci fermeremo qui. Continueremo”

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 18:09

“Una pietra miliare”. Così il rev. Olav Fykse Tveit, segretario generale del Wcc, ha definito la visita di Papa Francesco al Consiglio ecumenico delle Chiese. Ma la sensazione è che questa “pietra miliare” segni piuttosto non un punto di arrivo ma una tappa di ripartenza verso una maggiore e più proficua collaborazione tra il Consiglio ecumenico e la Chiesa cattolica. E infatti Tveit è stato chiaro: “Non ci fermeremo qui. Continueremo, potremo fare molto di più insieme per coloro che hanno bisogno di noi”.

(Photo: Albin Hillert/WCC)

Il Consiglio ecumenico ha accolto con amicizia profonda e grande gioia il Papa. La giornata si è aperta con una preghiera ecumenica nella cappella del Wcc. Ortodossi, anglicani, protestanti, vecchio-cattolici hanno pregato insieme a Francesco per l’unità dei cristiani, la pace, l’accoglienza dei migranti. Dal Mediterraneo al Messico. Le Chiese non hanno lasciato fuori il grido dei popoli vittime di guerre, povertà e persecuzione. “Costruiamo barriere nei nostri cuori e nelle nostre menti. Signore Gesù, aiutaci con la tua grazia a bandire la paura, affinché possiamo abbracciare ciascuno dei tuoi figli come nostro fratello e sorella e accogliere gli immigrati e i rifugiati con gioia e con generosità, offrendo loro il nostro aiuto e venendo incontro ai loro bisogni”.

(Photo: Albin Hillert/WCC)

Si ha l’impressione che il Consiglio ecumenico attendesse questa visita da molto tempo. Tutto si è svolto in un clima di gioia e amicizia ormai consolidata. Il pranzo, i saluti, le conversazioni lungo i corridoi, i passaggi sul pulmino, la visita all’Istituto ecumenico di Bossey, l’incontro con gli studenti, la stretta di mano con la delegazione della Corea del Nord e del Sud. Il Wcc fu fondato nel 1948 sulle macerie della seconda guerra mondiale inseguendo il sogno di essere un segno di unità e riconciliazione possibile in un mondo lacerato dal conflitto. Oggi riunisce 350 Chiese per una rappresentanza complessiva di 550 milioni di cristiani di tutto il mondo. Ed è impegnato in prima linea nelle Regioni del pianeta dove la pace è particolarmente minacciata. Una prova evidente di questo impegno è la presenza a Ginevra di una delegazione delle Chiese della Corea del Nord, invitate a partecipare all’incontro del Comitato centrale dal rev. Tveit nel suo ultimo viaggio a Pyongyang a maggio.

(Foto Vatican Media/SIR)

“Il mondo in cui viviamo ha un disperato bisogno di segni che ci permettono di riconciliarci e di vivere insieme come un’unica umanità” , ha detto Tveit. Con Papa Francesco, le Chiese hanno parlato della religione “usata in modo improprio”; dei “divari tra ricchi e poveri, tra popoli di gruppi e razze diverse” che “permangono e addirittura aumentano”; del pianeta “continuamente sfruttato e distrutto” e della “dignità degli esseri umani che viene costantemente attaccata, minando i loro diritti e le loro possibilità di sperare in un futuro migliore insieme in questo mondo”.

“Dobbiamo essere uniti nella speranza di un futuro comune e condiviso per tutti”, ha incalzato Tveit. “Abbiamo tutti il diritto di sperare”.

(Photo: Albin Hillert/WCC)

L’unità delle Chiese oggi si gioca molto sul modo in cui i cristiani, di tutte le Chiese e in tutti contesti sociali, danno prova di saper affrontare le sfide insieme. E se ancora permangono differenze e motivi profondi di divisione, è chiaro che i fronti per una collaborazione sono molteplici. Agnes Aboum, teologa anglicana, originaria del Kenya, moderatrice del Consiglio ecumenico delle Chiese, parla dei cristiani come dei “compagni di pellegrinaggio”, e di un clima nuovo che si respira tra il Wcc e i vari dicasteri vaticani: il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, quello per il dialogo interreligioso, il nuovo Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e la Segreteria di Stato. Uno dei frutti più attesi di questo nuovo clima è la “Conferenza mondiale contro xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto della Migrazione globale” che si terrà a Roma nel settembre di quest’anno.

“Speriamo – ha quindi concluso la teologa anglicana -, che la Sua visita segni davvero una nuova fase di cooperazione e di unità cristiana”.

Nel suo discorso, il pastore luterano Tveit accenna anche al ruolo del Papa. “Sua Santità, attraverso il Suo ministero, Lei ha dimostrato in molti modi il Suo impegno per questo santo ministero di unità, al servizio della giustizia e della pace, uscendo dalle zone di sicurezza della Chiesa”.

“La Sua leadership è un segno forte di come possiamo trovare espressioni di questa unità nella diakonia e nella missione camminando, pregando e lavorando insieme”.

E conclude: “Ci sono voluti 70 anni per arrivare al punto in cui ci troviamo oggi. Facciamo in modo che le prossime generazioni possano creare nuove espressioni di unità, giustizia e pace!”.

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Spagna, la gaffe di Telecinco

Evangelici.net - Thu, 21/06/2018 - 11:49
Problemi mediatici in Spagna, dove una nota emittente televisiva, TeleCinco, ha annunciato che il pastore di una chiesa evangelica era stato arrestato in una retata delle forze dell'ordine contro la pedofilia. La notizia si è ben presto rivelata falsa, e ora gli evangelici iberici chiedono all'emittente una rettifica pubblica. foto: evangelicalfocus.com
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Alzheimer. “Train the Brain”, perché se lo alleni, il cervello non invecchia

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 09:53

Nel mondo i malati di Alzheimer sono circa 47 milioni ma secondo il World Alzheimer Report 2015 saranno 131,5 milioni nel 2050. In Italia sono circa 600mila (ma il totale delle persone colpite da demenza è il doppio) e si tratta di una patologia “silente”, inizialmente priva di sintomi ma che può lavorare anche per 15-20 anni distruggendo progressivamente e irreversibilmente i neuroni. Quando appaiono i primi segnali è troppo tardi e non c’è più molto da fare.

Per questo non si può perdere tempo: prevenzione e diagnosi precoce sono strategiche.

Si fonda su questo presupposto il progetto “Train the Brain” (Allena il cervello) ideato dal neurofisiologo Lamberto Maffei, presidente emerito dell’Accademia nazionale dei lincei, che ha lavorato con la scienziata Rita Levi Montalcini. Il protocollo, applicato e diffuso dalla Fondazione Igea, è stato sperimentato per quattro anni presso gli Istituti di fisiologia clinica e di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche in collaborazione con l’Università di Pisa, e i risultati sono stati pubblicati su PubMed e su Scientific Reports della prestigiosa rivista scientifica internazionale Nature. Il crescente problema della demenza e dell’Alzheimer è stato portato anche all’attenzione del G7 tenuto in Italia nel maggio 2017. In quell’occasione le Accademie scientifiche dei principali Paesi del mondo, riunite all’Accademia dei Lincei, hanno segnalato il rischio di un uno “tsunami” neurologico. Alla vigila della solenne chiusura dell’Anno accademico, in programma domani alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella, abbiamo parlato di “Train the Brain” con lo stesso Lamberto Maffei, che per l’occasione terrà una conferenza su “Ambiente e cervello, un dialogo continuo”, e con Giovanni Anzidei, vicepresidente della Fondazione Igea.

Professor Maffei, come nasce il progetto?
Il protocollo “Train the brain” non è invasivo e non prevede impiego di farmaci: si basa sulla plasticità del cervello, ossia la capacità dei circuiti neuronali e delle sinapsi di adattarsi agli stimoli e quindi anche ai cambiamenti causati dalle patologie incipienti o dall’invecchiamento, che possono essere controbilanciati.Per ottenere questo benefico adattamento è necessario stimolare il cervello. A questo fine il protocollo prevede, sotto il controllo di medici neurologi e psicologi, controlli clinici, attività cognitive, razionali, logiche, mnemoniche, creative ed emozionali, accompagnate con attività fisiche per migliorare la circolazione del sangue e quindi anche l’afflusso al cervello.

Una sorta di allenamento come quello volto a mantenere la tonicità dei muscoli?
Sì, come indica il nome del protocollo, si tratta di un vero allenamento. Il cervello è un organo come tutti gli altri e con il passare degli anni invecchia e può perdere tonicità. Allenarlo è importante per mantenere attiva la mente e rallentare la perdita cognitiva.

Quanti pazienti sono stati coinvolti e con quali criteri sono stati selezionati?
I soggetti coinvolti sono stati circa duecento, selezionati da oltre mille persone segnalate dai medici di base. Attraverso test neuropsicologici è stata fatta a tutti la valutazione dello stato cognitivo, primo passo per una diagnosi precoce, e successivamente le persone che presentavano un deficit sono state sottoposte ad esami clinici tramite i quali sono stati individuati i soggetti a rischio, quelli con i primi sintomi lievi o moderati della malattia, in termine medico gli Mci (Mild Cognitive Impairment). Questi sono stati divisi in due gruppi casuali, metà sottoposti al Train the Brain, l’altra metà, che costituiva il gruppo di controllo, ha continuato la vita normale per poter valutare le differenze al termine del trattamento.

In che periodo si è svolta la sperimentazione e con quali risultati?
La prima applicazione del protocollo si è svolta dal 2010 al 2014. L’80% dei pazienti che ha partecipato mostra un significativo miglioramento cognitivo – del restante 20% la stragrande maggioranza è stabile e solo due sono peggiorati. I soggetti non sottoposti al trattamento presentano invece, nello stesso arco di tempo, un peggioramento rilevante. I trattamenti hanno fatto registrare nei pazienti che hanno partecipato anche variazioni della funzionalità cerebrale e vascolare, tra cui un aumento dell’afflusso sanguigno nel cervello e una miglior risposta cerebrale a compiti impegnativi. I familiari riferiscono anche di un loro maggiore coinvolgimento nella vita familiare e nelle attività quotidiane. Gli stessi pazienti esprimono gradimento per l’intervento e molti chiedono di poter tornare per un ciclo successivo. Ma il progetto è utile come prevenzione anche alle persone sane e a quelle che non presentano sintomi ma che dopo i 50 – 55 anni potrebbero essere a rischio.

Dottor Anzidei, quali sono ruolo e obiettivi della Fondazione Igea?
Costituita per promuovere e sostenere la diffusione di “Train the brain”, la Fondazione è impegnata nella fase di diffusione e applicazione clinica per rendere il protocollo disponibile a tutte le persone che possano averne bisogno, soggetti a rischio che presentano i primi sintomi, individuati tramite diagnosi precoce. Ulteriore importante obiettivo è far conoscere a tutti i medici e a tutti i cittadini le recentissime innovazioni per contrastare le patologie neurodegenerative, spesso ancora sconosciute ai medici meno giovani.

Proprio perché si tratta di una patologia per anni silente, è importante diffondere la cultura della prevenzione

Solo così si può tentare di contrastare l’invecchiamento del cervello e allontanare il rischio di patologie.

A quali strumenti pensate, in concreto?
È necessario creare nuovi centri di applicazione come quello recentemente realizzato su iniziativa della nostra Fondazione presso l’Università La Sapienza di Roma, che ha avviato uno studio su “Effetti della stimolazione cognitiva nel ritardare la progressione del decadimento cognitivo nelle fasi prodromica o precoce della malattia di Alzheimer”. So che anche in Sardegna stanno cercando di avviare una applicazione del “Train the brain”. La prevenzione è importante anche dal punto di vista economico: secondo il ministero della Salute i costi di un malato di Alzheimer ammontano a oltre 50 mila euro l’anno, molti a carico delle famiglie, e per l’oltre un milione di malati di demenza che ci sono in Italia il costo complessivo annuo raggiunge varie decine di miliardi di euro. Siamo abituati a fare controlli dall’ortopedico, dall’oculista, dal dermatologo… ma non controlliamo mai il cervello che è l’organo più importante. Con una campagna di informazione e prevenzione si potrebbero viceversa individuare molti casi di persone a rischio e aiutarli a contrastare e ritardare la malattia quando si è ancora in tempo.

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L’Europa vista da Strasburgo. Battaini-Dragoni, “nell’era dei nazionalismi c’è bisogno di unire le forze”

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 09:33

“I nazionalismi stanno tornando, con forza”. I populismi, nelle loro diverse accezioni, “si affermano alle elezioni in parecchi Paesi europei. Sono fenomeni che ci inquietano molto…”. Gabriella Battaini-Dragoni si ferma un attimo prima di riprendere a parlare. Quasi a sottolineare quella preoccupazione che si avverte in questa fase della storia continentale. Il Consiglio d’Europa, di cui Battaini-Dragoni è vice segretario generale, ha stilato un ampio e approfondito studio (“Populism – How strong are Europe’s checks and balances?”) sui pesi e contrappesi democratici nelle società contemporanee. Si tratta del rapporto annuale del Segretariog enerale Thorbjørn Jagland, presentato alla sessione del Comitato dei Ministri a Nicosia il 19 maggio 2017.
Nel suo ufficio al terzo piano del Palais de l’Europe a Strasburgo, l’alto funzionario dell’organizzazione, fondata nel 1949 e che oggi conta 47 Paesi membri, accetta un confronto a tutto campo “perché – afferma – il momento è davvero delicato”. Italiana originaria di Brescia, sposata, tre figli, formazione universitaria a Venezia e a Nizza, comincia a lavorare con il CdE nel 1976, giungendo a dirigerne i settori della coesione sociale e poi dell’educazione e cultura. Nel 2012 è eletta vice segretario generale. Tra i progetti da lei sostenuti quelli relativi al patrimonio culturale, alla cittadinanza democratica, al dialogo interculturale, all’insegnamento dei diritti umani nelle scuole e a vari progetti per la gioventù e per lo sport.

Dicevamo dei nazionalismi che tornano ad attraversare il continente. Come accadeva nel secondo dopoguerra quando fu istituito il Consiglio d’Europa – che si occupa di promuovere democrazia, stato di diritto e diritti umani, anche attraverso la Convenzione dei diritti dell’uomo e la Corte di Strasburgo –. Cosa la preoccupa in particolare oggi?
Il nazionalismo – sul quale servirebbero le dovute puntualizzazioni, per non fare di tutta un’erba un fascio – minaccia la cooperazione internazionale e il dialogo tra le nazioni, che sono al fondamento della pace. Esso mira alla prevalenza degli interessi nazionali anche a discapito di quelli della più vasta comunità europea e internazionale. I nazionalismi tendono a far prevalere interessi “materiali” anche passando sopra al fatto che l’Europa è una “comunità di valori” che ci avvicinano, accomunano i nostri popoli e Stati. I nazionalismi inoltre chiudono le porte, elevano barriere. È l’esatto contrario di cui hanno bisogno i nostri Paesi che da soli non possono affrontare le sfide globali. Basti pensare alla demografia: tutto sommato siamo un continente piccolo con meno di un dodicesimo della popolazione mondiale. Credo che questo rischi, a medio termine, di indebolirci anche sul piano economico. Il progetto europeo, condotto anche nelle sedi dell’Unione europea, offre invece un percorso di apertura e di solidarietà: stare insieme per non diventare insignificanti, per rafforzare le nostre democrazie e le nostre economie, per tutelare meglio i diritti dei cittadini.

E i populismi?
Nel rapporto annuale del Segretario generale, si spiega come sia importante essere precisi nella definizione di populismo che danneggia la democrazia, limitando il dibattito, delegittimando il dissenso e riducendo il pluralismo. La governance democratica è di fondamentale rilevanza. Per questo come Consiglio d’Europa insistiamo su programmi rivolti all’educazione alla cittadinanza, perché al fondo c’è un problema culturale, di coscienza civica, di assunzione personale di responsabilità verso la propria comunità locale e verso il proprio Paese. Un’attenzione speciale tutti noi dovremmo rivolgerla ai giovani, per suscitare spirito critico, cultura democratica e i valori della solidarietà e della partecipazione.

Del resto è vero che i cittadini possono avere buone ragioni per essere delusi dalla politica. Non crede?
Di sicuro ci sono fatti che allontanano i cittadini dalle istituzioni democratiche e alimentano i populismi.

Il malgoverno, ad esempio, l’autoreferenzialità della politica e dei partiti…
Pensiamo anche alla corruzione, nelle sue diverse forme, che è un male endemico alle nostre società e che noi, come Consiglio d’Europa, monitoriamo, denunciamo e contrastiamo. Essa interrompe il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi li dovrebbe rappresentare. Aggiungo che la stessa crisi economica, scoppiata dieci anni fa, e che in vari Paesi perdura con pesanti ricadute sull’occupazione, ha creato molte sofferenze alle persone, alle famiglie, suscitando una rabbia diffusa. E poi non possiamo trascurare l’ondata di migranti riversatasi sull’Europa, in particolare sui Paesi mediterranei. Nonostante l’impegno e la grande azione di accoglienza di alcuni Paesi tra cui l’Italia, lo tsunami migratorio è stato gestito malamente a livello europeo. Il Consiglio d’Europa, a questo proposito, ha un progetto “modello” da condividere.

Quale progetto?
È quello delle “Città interculturali”. Le città in Europa e nel mondo (126 in 5 continenti quelle aderenti al progetto), possono trarre immensi benefici dalla diversità culturale sfruttando il potenziale offerto dalla grande varietà di competenze e creatività, tramite l’adozione di politiche e pratiche che facilitano l’interazione interculturale e l’inclusione dei migranti.

Lei è un convinto promotore del dialogo interculturale, favorito dal CdE con un’attenzione specifica per le fedi religiose.
Si è coscienti del valore in sé del dialogo tra le culture e del ruolo rilevante delle religioni in seno alle nostre società. Da qui la promozione di incontri e occasioni per mettere in contatto, far dialogare, accrescere le relazioni e il rispetto delle diversità nei nostri Paesi. Avendo peraltro come bussola due principi: il diritto ad avere, non avere o a cambiare fede religiosa; una collaborazione tra istituzioni e comunità religiose nel rispetto dei rispettivi ruoli e senza indebite interferenze.

Diritti umani, uno dei principali ambiti di azione del CdE. A che punto siamo in Europa con Paesi come Russia, Turchia, Azerbaijan?
Registriamo seri problemi in alcuni Paesi, come quelli da lei indicati, ma non dobbiamo focalizzarci solo su questi casi, perché in realtà in numerosi Stati aderenti al Consiglio d’Europa sono a rischio i diritti di diverse persone e categorie sociali, soprattutto i gruppi più vulnerabili: potremmo citare le carceri sovraffollate, gli ostacoli che incontrano soggetti con talune forme di disabilità e malattie mentali, l’emarginazione verso i rom, la mancanza di sicurezza per i giornalisti, una omofobia di ritorno. E poi la violenza domestica che sempre più spesso colpisce pesantemente le donne e i minori. Sovente si tratta di categorie che non hanno capacità giuridica. Sono problemi di una gravità assoluta sui quali tutti dobbiamo vigilare.

Lo sport è un altro capitolo del suo impegno, particolarmente interessante in concomitanza dei Campionati mondiali di football.
Il Consiglio d’Europa è stato pioniere nel campo dell’azione normativa in ambito sportivo. I trattati di riferimento che riguardano fenomeni di portata globale sono tre: la Convenzione contro il doping, la Convenzione che contrasta la manipolazione di competizioni sportive e infine la Convenzione concernente un approccio integrato in materia di sicurezza e di servizi in occasione di incontri calcistici e di altre manifestazioni sportive.

Un’ultima domanda sul Consiglio d’Europa. Si sono registrate negli ultimi tempi notizie che hanno coinvolto la credibilità dell’Assemblea parlamentare, Paesi che prendono le distanze dall’organizzazione o che non intendono rifinanziare il bilancio di Strasburgo. Cosa sta succedendo?
Si tratta di questioni piuttosto complesse, a cui l’Organizzazione ha dato risposte concrete. Nel caso dell’Assemblea, con un gruppo di tre giudici indipendenti che ha condotto un’inchiesta sui presunti casi di corruzione. Sono seguite delle sanzioni in base al codice di condotta dei parlamentari da parte del Comitato apposito. Per quanto riguarda il finanziamento del bilancio ordinario, va sottolineato l’obbligo del pagamento della contribuzione per tutti gli Stati membri che hanno scelto di aderire all’Organizzazione. Il Consiglio d’Europa offre uno spazio giuridico comune di garanzie e tutele per i cittadini, grazie a circa duecento convenzioni di diritto internazionale su temi quali la tratta degli esseri umani, il terrorismo, la corruzione, la violenza contro i minori. Ed è uno spazio minacciato dagli stessi nazionalismi e populismi di cui parlavamo. Anche per queste ragioni il Consiglio d’Europa ha un ruolo rilevantissimo, oggi più che mai.

 

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Chiesa e ‘ndrangheta. Mons. Oliva (Locri): “La religiosità dei mafiosi è deviata, nulla ha a che fare con la fede cristiana”

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 09:25

L’ABC sulla ’ndrangheta. Colloquio con il vescovo di Locri-Gerace, mons. Francesco Oliva.

Cosa rappresenta il Santuario di Polsi per la ’ndrangheta e quali provvedimenti ha preso come vescovo?
So cosa rappresenta il Santuario di Polsi per la Chiesa. Con la sua lunga storia di più di mille anni di spiritualità. Molto caro ai pellegrini devoti della Madonna della Montagna. Purtroppo nel corso del tempo è stato anche un luogo frequentato da esponenti della ’ndrangheta, che lì facevano summit e decidevano le loro gerarchie interne. É quello che è emerso dalle indagini condotte dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, in particolare nell’operazione “crimine”. Il luogo solitario tra gli impervi colli dell’Aspromonte ha favorito un certo isolamento, ideale per chi come – come la ‘ndrangheta – ama agire all’oscuro, per non essere intercettata dalle forze dell’ordine…

…questo introduce anche al rapporto tra organizzazione mafiosa e fede cristiana.
I mafiosi hanno della religione un concetto tutto loro e pensano di essere anche loro devoti e di trovare aiuto nella Vergine Maria. Ma la loro religiosità è atea, deviata; nulla ha a che fare con la fede cristiana.

L’uso della simbologia religiosa è un’appropriazione indebita e sacrilega delle immagini sacre, che non li assolve dai loro peccati e propositi criminali.

Se papa Francesco li ha dichiarati scomunicati, ciò significa che essi sono fuori dalla comunione con la chiesa. Non resta che pregare per la loro conversione. Ho istituito in diocesi una giornata di preghiera per la conversione dei mafiosi e la custodia del creato per il primo sabato del mese di ottobre. La speranza nostra, della chiesa è che anche il criminale più incallito possa convertirsi e cambiare vita. Ma occorrono veri sinceri segni di conversione, anche attraverso forme di pubblico ravvedimento. Non basta un pentimento a parole che non porta ad un cambiamento di vita.
È per me ripugnante il solo pensare che questo Santuario possa essere definito “Santuario della ‘ndrangheta”. E che possa essere infangato da chi ha come dio il denaro, il malaffare, la violenza criminale. A Polsi il pellegrino vuole trovare un ambiente sano e di preghiera, un’accoglienza degna e sicura. Per questo

abbiamo voluto attivare un sistema di accoglienza con regolare registrazione di quanti chiedono ospitalità nelle strutture del santuario.

Per la stessa ragione è stato predisposto un pronto soccorso medico ed una postazione stabile dei Carabinieri. È in fase di attivazione anche la linea telefonica ed un sistema di comunicazione internet. Per i giovani è stato istituito il Concorso artistico-letterario “Madonna di Polsi” rivolto alle scuole di ogni ordine e grado sui temi della legalità e del rispetto dell’ambiente. Si vuole con esso far conoscere il santuario con le sue bellezze ed educare alla legalità, alla partecipazione civile ed al rispetto del creato. Credo che sia molto importante ogni azione volta alla crescita culturale del territorio e al rispetto dell’ambiente.

Perché la ‘ndrangheta prospera? Quale problema sociale, culturale e politico fa sì che essa stabilisca la sua egemonia?
Le ragioni possono essere tante. Ed hanno radici storiche che vanno lontano. In questa area della Locride storicamente è stato sempre avvertito un senso di lontananza delle istituzioni che ha favorito un clima anti-istituzionale e di ostilità verso l’istituzione-Stato. Sono in tanti che non amano la dimensione repressiva dello Stato. E lo Stato lo si vede lontano, quando non ci si sente rappresentati nelle sfere alte della politica, quando la disoccupazione cresce a dismisura, quando si avverte il peso di uno stato di isolamento dovuto alla mancanza di moderne vie di comunicazione (strade dissestate e poco agevoli, la principale arteria viaria la SS 106 a tratti poco scorrevole, interrotta sul torrente Allaro, collegamenti lenti, una ferrovia ad un binario non elettrificata, pochi treni).

Spazio dello Stato e spazio della mafia.
Gli spazi lasciati dallo Stato sono occupati dalla ‘ndrangheta. Questa si fregia di prendere il posto dello Stato e di offrire quello che questo non dà (servizi, risorse economiche e lavoro). Finisce con il creare tante illusioni, specie nei giovani. Essa è la principale causa del sottosviluppo economico e sociale: favorisce un’economia illegale sommersa, accresce la corruzione, l’usura, tante dipendenze e povertà.

Le persone hanno una conoscenza superficiale delle mafie. Come opera la ‘ndrangheta? Può fare un esempio che faccia capire dove arriva lo Stato legale o la società legale e dove arriva il gruppo criminale? Per esempio, se un giovane cerca lavoro cosa succede?
È vero, si è troppo a lungo convissuto con la mafia. E non si è acquisito la consapevolezza della sua pericolosità. Ciò ha favorito l’affermazione di una mentalità mafiosa che ha alimentato il fenomeno criminale. Molti giovani si sono lasciati ammaliare e sono caduti nella sua morsa. Proprio perché prometteva loro quello che lo Stato non dava, come il lavoro.

L’ottenere ciò che spetta per diritto come una concessione di favore o per amicizie o con le raccomandazioni del potente di turno (lo stesso capomafia) ha creato tanta sfiducia nelle istituzioni stesse ed ha rafforzato il potere criminale.

Il giovane cui viene riconosciuto il diritto al lavoro solo sulla carta non ha via di scampo: emigrare altrove o sottomettersi alle logiche mafiose. La ‘ndrangheta non dà nulla per nulla, se fa un favore è per averne un proprio tornaconto. Sempre comunque per accrescere il proprio potere e consenso. Se cerchi ad essa un aiuto perdi la tua libertà.

Come sono cambiate negli anni le formazioni mafiose? Cosa nostra dei tempi di Falcone è totalmente diversa rispetto a oggi. La ‘ndrangheta?

Oggi la ‘ndrangheta usa meno le armi, preferisce la via della corruzione anche dei poteri forti dello Stato e della politica, ama manipolare il suffragio popolare, incrementare il potere finanziario attraverso commerci illeciti: lo spaccio della droga, l’usura, i giochi d’azzardo.

Il suo vero obiettivo è incrementare gli affari, il suo potere economico. Il denaro è il suo vero dio. In questo ultimo decennio il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura ha rotto certi equilibri. Molti capomafia sono al 41 bis o rinchiusi nelle carceri. Aumentata la pressione repressiva e l’azione giudiziaria. Con la confisca dei beni dei mafiosi, l’accresciuta sensibilità della società civile tante cose sono cambiate e gli equilibri mafiosi si sono rotti.

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Increase of arrivals along the Spanish route. 42 Aquarius migrants welcomed by the diocese of Valencia. What about the others?

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 09:19

(from Valencia) What will it be of 630 migrants on board of the Aquarius ship who arrived in Valencia last week? Is their fate bound to be different from the uncertain, precarious destiny of many others who were fortunate enough not to die at sea but who fail to find open arms or safe integration into Europe? Valencia’s civil society is faced with a plethora of questions after the Spanish government gave its availability to the migrants’ reception – albeit limited to a 45-day humanitarian permit. The archdiocese of Valencia will be receiving 42 migrants next week-end. Families, men and women will be hosted in Caritas structures while 20 youths in the Ciudad de la Esperanca (City of Hope) centre located in the Spanish town of Aldaia, which already hosts 110 refugees from 36 Countries. Yesterday, marking the World Day of Refugees, Cardinal Antonio Cañizares, archbishop of Valencia, exhorted “not to forget the tragedy of thousands of people who will soon be arriving on barges or with other means on the Spanish shores, mostly in Andalusia and on Italian shores.” The Cardinal called upon all governments to adopt “fairer, impartial and generous legislation.”

(Foto: AFP/SIR)

Twofold arrivals increase in Spain. The death toll is registered on a daily basis: 76 missing persons (including 15 women and a baby) have drowned during the shipwreck of June 12, according to the testimony of 41 people rescued by the US military ship Trenton in the Mediterranean Sea. Figures show that after the EU-Turkey and Italy-Libya deals closed the Balkan and Libyan routes, human traffickers seek new routes or go back to the old ones. The situation is evident in Spain: according to the latest data released by the Spanish Jesuit Migrants Service (SJM), 28,572 migrants entered Spain via irregular routes, by land or sea. According to the United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), in the first six months of 2018, more than 14,000 migrants arrived in Spain, 50% more than those arrived in the same period of 2017. Only in the last weekend the Spanish coastguards rescued 1,290 people at frontera Sur, in the Strait of Gibraltar, and off the Canary islands. Most of them are Algerians and Moroccans. Four corpses were recovered in the operations and 43 people were reported as missing.

The number of migrants arriving via the Spanish route is bound to increase. Spain is also a gateway to Latin America:

Out of over 46 million inhabitants 1 million are regular migrants who have acquired Spanish nationality. Estimates show that on average

Every day 3.000 people enter with a tourist visa but they risk becoming irregular migrants.

80% arrived from Venezuela, owing to the ongoing political and humanitarian crisis, as well as from Colombia and Brazil.

Mons. Olbier Hernandez Carbonell, delegato episcopale per le migrazioni, arcidiocesi di Valencia (foto: A.Saiz)

“Serious, organized integration is the real challenge.” “Owing to tightened controls in Greece and Italy, the route has been diverted to Spain. Migrants arrive along the coast of Valencia, Alicantina, and Mursia. Almost all of them will proceed towards other European Countries. Many of them pass through Valencia”, Msgr. Olbier Hernandez Carbonell, Episcopal delegate for Migrations at the diocese of Valencia, told SIR. In the arquebisbado of Valencia, as written on signposts in the ancient jargon of Valencia, characterising the identity of this area, the Cuban-born Monsignor, naturalized Spanish citizen, is in the frontline of support to migrants. He is fully knowledgeable of the complexities and nuances of this issue.

“The Aquarius incident is symptomatic of the situation in the international arena. Migration is a complex phenomenon which we are unable to handle at European level.”

“We should understand why Italy is denying access to the ship”, he remarked. “Could it be because massive migrant inflows on Italian shores are not supported by appropriate integration programs in Italy Spain or in other EU countries? Indeed, there are small gestures of solidarity and support but

interventions are carried out according to dated laws and reception programs.”

His analysis is accurate and against the tide: “Italy’s refusal to allow Aquarius rescue ship to dock is a negative sign, but Spain’s decision to grant a temporary permit is no good news. We are not informed on their management: which programs will they be integrated into? The matter at stake is not their full reception but for which purpose.

What will happen to these people in six months or in a year? Where will they be living? On the streets or within organized integration programs? Migration is a global challenge.”

In his opinion the problem is that “there are no appropriate integration programs in Spain”, those that have been implemented are limited and insufficient. Everything is being taken care of by NGOs, Caritas and organized civil society structures, which are “overloaded.”

Caritas Valencia and the migrations delegation, with the highest number of volunteers in Spain – over 6000 -, promoted, with the support of the Jesuits, the joint project for migrants reception “En casa hay sitio para un hermano mas” (In our home there is always room for another brother).  They currently house over 100 refugees in independent apartments, coupled by psychological and legal counsel, food, clothing. Last year they provided assistance to approximately 25.000 migrants, 48% of all Caritas “users”.

In primo piano: Nacho Grande, direttore Caritas spagnola. Foto: Alberto Saiz

Spanish Identification and Expulsion Centres for repatriations, the “failure of politics.” Another controversial issue in Spain involves the “Centros de internamiento de extranjeros” (Identification and Expulsion Centres- CIE) where irregular migrants are detained while awaiting repatriation. In Spain there are only 4 refugee reception centres but as many as 7 CIE centres, especially at the frontera Sur where border controls have been tightened. According to the latest SJM Report of the Spanish Jesuits, who denounced “severe suffering”,

in 2017, 8,814 people were detained in those Centres, including 396 women and 48 minors. Most of them are Algerians (31%), Moroccans (18%) and Ivorians (13.78%).

The remaining 21% arrived from Guinea, Gambia, Cameroon, Mali, Guinea Bissau and Burkina Faso. In total, over the years, 18,794 migrants have been detained, 21,834 expulsion proceedings were filed; 9,326 people were repatriated, often very quickly and without the necessary guarantees to the most vulnerable and to those entitled to file an asylum request, the NGO of the Jesuits states in its Report. The delegate for migrations at the diocese of Valencia makes no concessions:

“They represent the failure of migration policy: there should be more reception than detention centers.

Spanish and European legislation must change by adopting reception and integration programs that guarantee a dignified life to the migrant population, while truly helping them – and not motivated by other interests as has been happening up to now- in their Countries of origin.”

NGOs and Italy. Msgr. Hernandez Carbonell is aware that the Italian Interior Minister has threatened to permanently block access to NGO-operated rescue ships. He pointed out:  “There is no difference between an NGO rescue ship and a Navy vessel because if people fall victim of human traffickers it makes no difference who saves them. We’re talking of desperate people. The problem must be tackled at source.” In his opinion “NGO-operated ships are necessary because if they were not present in the Sar area (Search & rescue zone), there would be more dead at sea. NGOs are part of civil society. They don’t represent the State.”

“It’s a positive thing that civil society is involved in this crisis. If not, we would be faced with a dictatorship.”  

Moreover, he added “responding to solidarity and humanitarian needs and not to a given policy or master, with people operating on the ground can expose national governments to various risks. But saving people’s lives remains a priority. The reflection must start from here and then ascertain the Country’s resources and reception capacities.”

“Mechanisms and policies must be changed. But saving human lives comes before everything else.”

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In aumento arrivi sulla rotta spagnola. 42 migranti dell’Aquarius accolti dalla diocesi di Valencia. E gli altri?

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 09:19

(da Valencia) Quale sarà il destino dei 630 migranti della nave Aquarius sbarcati domenica scorsa a Valencia? Diverso o uguale a quello incerto e precario di tanti altri che hanno la fortuna di non morire nel Mediterraneo ma che in Europa non trovano sempre braccia aperte né integrazione sicura? Sono tanti gli interrogativi che si sta ponendo in questi giorni la società civile valenciana, dopo che il governo spagnolo ha dimostrato sì disponibilità all’accoglienza, ma solo per il tempo limitato dei 45 giorni di permesso umanitario. L’arcidiocesi di Valencia ne accoglierà 42 nel prossimo fine settimana: famiglie e uomini nelle strutture della Caritas e 20 giovani nel centro Ciudad de la Esperanca (Città della speranza) nel comune spagnolo di Aldaia, che già ospita 110 rifugiati di 36 nazionalità. Ma già ieri, Giornata mondiale del rifugiato, il cardinale Antonio Cañizares, arcivescovo di Valencia, si raccomandava di “non dimenticare il dramma di altre migliaia di persone che arrivano con barconi o altri mezzi, in questi giorni, sulle coste spagnole, specialmente in Andalusia, e sulle coste italiane”. Il cardinale ha chiesto a tutti i governi “leggi più giuste, equilibrate e generose”.

(Foto: AFP/SIR)

Raddoppiati gli arrivi in Spagna. La conta dei morti è infatti giornaliera: gli ultimi sono 76 dispersi (tra cui 15 donne e un neonato), annegati durante il naufragio del 12 giugno, secondo le testimonianze dei 41 salvati dalla nave militare statunitense Trenton nel Mediterraneo centrale. Quello che le cifre dicono è che, chiuse le rotte balcaniche e libiche con l’accordo europeo con la Turchia e italiano con la Libia, i trafficanti cercano nuove strade o tornano su quelle vecchie. La Spagna lo dimostra: secondo i recenti dati del Servizio dei gesuiti per migranti spagnolo (Sjm) nel 2017 sono entrate in Spagna in maniera irregolare 28.572 persone, via mare o terra. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nei primi sei mesi del 2018, in Spagna sono arrivati più di 14 .000 migranti, il 50% in più di quelli arrivati nello stesso periodo del 2017. Solo nel fine settimana scorso la guardia costiera spagnola ha soccorso 1.290 persone alla frontera Sur, ossia nello stretto di Gibilterra e al largo delle isole Canarie. Sono soprattutto algerini e marocchini. Nelle operazioni sono stati recuperati quattro cadaveri e 43 persone risultano disperse.

I numeri della rotta spagnola sono destinati ad aumentare. La Spagna è anche la porta dell’America Latina:

su oltre 46 milioni di abitanti 1 milione sono migranti regolari che hanno acquisito la nazionalità spagnola. Si stima una media di

3.000 persone al giorno che entrano con visto turistico ma che potrebbero diventare migranti irregolari.

L’80% vengono dal Venezuela a causa della crisi politica ed umanitaria in corso, ma anche da Colombia e Brasile.

Mons. Olbier Hernandez Carbonell (Foto: A.Saiz)

“La vera sfida è l’integrazione seria e strutturata”. “Siccome ci sono maggiori controlli su Grecia e Italia la rotta ora è deviata verso la Spagna: arrivano sulla costa valenziana, alicantina, nella Mursia. Vogliono quasi tutti spostarsi verso altri Paesi europei. Molti passano per Valencia”. Lo spiega al Sir mons. Olbier Hernandez Carbonell, delegato episcopale per le migrazioni della diocesi di Valencia. Nell’arquebisbado di Valencia, come riportano i cartelli nell’antica lingua valenciana che caratterizza l’identità di queste zone, il monsignore cubano naturalizzato spagnolo è in prima linea sui temi che riguardano i migranti. Ne comprende la complessità e le sfumature.

Valencia: Plaça de l’Arquebisbe

“La vicenda dell’Aquarius è significativa della situazione che stiamo vivendo a livello internazionale. La migrazione è un fenomeno complesso e complicato che non sappiamo affrontare a livello europeo”.

“Bisogna capire il motivo per cui l’Italia nega l’accesso alla nave”, riflette. “Forse perché i flussi sulle coste italiane sono abbondanti ma non ci sono abbastanza programmi di integrazione né in Italia, Spagna o altri Paesi Ue? Ci sono sì piccoli gesti di solidarietà e aiuto ma

continuiamo ad agire con leggi vecchie e programmi di accoglienza vecchi”.

La sua analisi è precisa e controcorrente: “È un segno negativo che la nave Aquarius non sia stata fatta sbarcare in Italia ma non è nemmeno positivo che siano stati accolti dalla Spagna solo temporaneamente, perché non sappiamo quale sarà il trattamento: in che programmi li inseriremo? Il tema non è se li accoglieremo o meno in maniera puntuale, ma a quale scopo?

Cosa accadrà a queste persone tra sei mesi o un anno? Dove vivranno? Sulla strada o in programmi di integrazione già strutturati? Questa è una sfida globale”.

Il problema, a suo avviso, è che in Spagna “non ci sono validi programmi di integrazione” o comunque ce ne sono pochi e limitati. Tutto è in mano alle Ong, alle Caritas e alla società civile organizzata, che oramai “è satura”.

La Caritas di Valencia e la delegazione per le migrazioni, che ha il più alto numero di volontari in Spagna, circa 6.000, ha un progetto congiunto di accoglienza ai rifugiati “En casa hay sitio para un hermano mas” (In casa c’è posto per un fratello in più), portato avanti insieme ai gesuiti.  Al momento accolgono più di 100 rifugiati in appartamenti indipendenti, con accompagnamento psicologico e giuridico, cibo, vestiario. Lo scorso anno ne hanno assistiti, con servizi vari, circa 25.000, il 48% del totale degli “utenti” Caritas.

A sx mons. Carbonell, a dx Nancho Grande, direttore Caritas (Foto: A.Saiz)

Cie spagnoli per i rimpatri, “il fallimento della politiche”. Altro problema scottante che riguarda la Spagna sono i “Centros de internamiento de extranjeros” (Cie) dove vengono detenuti i migranti irregolari in attesa del rimpatrio. In Spagna ci sono solo 4 centri di accoglienza per rifugiati ma 7 Cie, soprattutto alla frontera Sur dove i controlli sono serratissimi. Secondo l’ultimo rapporto della Sjm dei gesuiti spagnoli, che denunciano “troppa sofferenza”, in quei centri

nel 2017 sono state rinchiuse 8.814 persone, tra cui 396 donne e 48 minorenni. Sono soprattutto algerini (31%), marocchini (18%) e ivoriani (13,78%).

Il restante 21% viene da Guinea, Gambia, Camerun, Mali, Guinea Bissau e Burkina Faso. In totale, negli anni, sono state detenute 18.794 persone migranti, avviati 21.834 procedimenti di espulsione. 9.326 persone sono state rimpatriate, spesso in tempi rapidissimi e senza le necessarie garanzie per consentire ai più vulnerabili e a chi ne ha diritto di chiedere asilo, come denuncia l’Ong dei gesuiti. Il delegato per le migrazioni della diocesi di Valencia non fa sconti a nessuno:

“Rappresentano il fallimento della politica migratoria: dovrebbero esserci più centri di accoglienza che di detenzione.

La legislazione spagnola ed europea deve cambiare, con programmi di accoglienza e integrazione permettere ai migranti una vita degna ma anche aiutandoli veramente – e non per altri interessi come accade ora – nei Paesi di provenienza”.

Le Ong e l’Italia. Parlando dell’Italia mons. Hernandez Carbonell sa che il ministro dell’Interno italiano minaccia di chiudere definitivamente l’accesso ai porti alle navi delle Ong e si chiede:  “Qual è la differenza tra una nave delle Ong e una della Marina militare? Nessuna. Perché se le persone sono messe in mare dai trafficanti non fa differenza chi li salva. È gente disperata. Il problema è all’origine”. A suo avviso “le navi delle Ong sono necessarie, perché se non si è presenti nella zona Sar (Search & rescue, la zona di ricerca e soccorso) ci sarebbero più morti in mare. Le Ong sono parte della società civile e non sono lo Stato”.

“È buono che ci sia la società civile in mezzo ad una crisi. Altrimenti si convertirebbe in una dittatura”.

Certo, ammette, “non rispondendo a padroni o a politiche concrete ma solo a fini solidali e umanitari avere dei testimoni in prima linea può costituire un rischio per i governi. Ma la priorità sono le persone da salvare. Da qui deve partire la riflessione per poi valutare la capacità del Paese, le risorse a disposizione”.

“Dobbiamo cambiare i meccanismi e le politiche ma prima di tutto bisogna salvare le vite”.

 

 

 

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La proposta dei sindaci: introdurre a scuola l’educazione alla cittadinanza

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 09:00

“Rimodulare l’insegnamento dell’educazione civica in una più moderna concezione di educazione alla cittadinanza”. È la richiesta che arriva dai sindaci dei Comuni italiani che, nei giorni scorsi, hanno depositato presso la Corte di Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre nei piani di studio l’educazione alla cittadinanza. L’obiettivo, ha spiegato nell’occasione il presidente dell’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e sindaco di Bari, Antonio Decaro, è quello di “rafforzare il senso di appartenenza a una comunità. Che vuol dire non soltanto rivendicare diritti ma anche essere consapevoli dei propri doveri”. A 60 anni dall’introduzione, voluta dall’allora ministro della Pubblica Istruzione, Aldo Moro, dell’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole medie e superiori, da Firenze è partita una proposta, prontamente condivisa da molti sindaci italiani. “Sento l’urgenza – ha spiegato il primo cittadino di Firenze, Dario Nardella – di avere cittadini sempre più consapevoli di vivere una comunità e del fatto che le regole non sono un ostacolo alla libertà, ma uno strumento utile a ciascun individuo per esprimersi pienamente nella società. Il tema dell’educazione è fondamentale per insegnare questo perché altrimenti resta solo la repressione delle condotte incivili, che richiede sempre più energie e risorse”.
Di questa proposta, ora in attesa di essere sottoscritta da 50mila italiani per diventare oggetto di discussione in Parlamento, ne abbiamo parlato con Cristina Giachi, vicesindaca di Firenze e presidente della commissione nazionale scuola di Anci, tra le principali promotrici dell’iniziativa.

Com’è nata la proposta di introdurre l’educazione alla cittadinanza?
Dall’analisi della condizione di crescita civile nelle nostre comunità.

Le competenze di educazione civica si insegnano in modo trasversale in tante materie, per cui non è che la scuola non faccia nulla. Però lo si fa in un modo che non trasmette il valore di questa competenza per la formazione dell’individuo. Anche simbolicamente non lo fa.

In che senso?
Non avendo una materia con un voto, anche sulle pagelle, le famiglie non trovano nessun accenno ad una competenza così importante come quella che abbiamo raccolto intorno al tema dell’“educazione alla cittadinanza”. Si va dall’educazione al rispetto della Costituzione e dei principi fondamentali a quello per l’ambiente, dal rispetto degli altri a quello per i beni comuni, dalla non discriminazione al galateo del digitale… Competenze oggi fondamentali, anche per i tanti cittadini nuovi che arrivano nel nostro Paese.

È fondamentale trasmettere quanto sia importante essere un bravo cittadino,

non soltanto per un fine di etica sociale, ma anche per aspirare alla piena realizzazione personale.

A 60 anni dall’introduzione dell’educazione civica serve un ulteriore passo avanti?
La nostra proposta è anche un rinverdire, un aggiornare quell’esigenza che Moro sentì e a cui dette una risposta chiara e molto strutturata. Oggi, per esempio, c’è tutto il tema delle Istituzioni europee, c’è il tema del diritto del lavoro che i giovani ignorano tranne quelli che lo studiano come materia del loro curriculum. Temi importanti per ciascun cittadino.

Come si articola la proposta?
Abbiamo previsto che venga costituita presso il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), una commissione ad hoc di esperti che articoli a seconda dei curricula e dei diversi ordini e gradi d’istruzione il programma, i contenuti, le valutazioni e le modalità di erogazione di questa didattica. Nei licei, per esempio, è probabile che debba essere aggiunta un’ora su discipline più tecniche come Costituzione, Istituzioni europee, diritto del lavoro. Per curricula di studio in Istituti tecnici le soluzioni potrebbero essere diverse, viste le materie di Diritto ed economia che gli studenti seguono già. Sia che si tratti di aggiungere un’ora ai curricula, con tutto quello che comporta in termini di maggiori risorse da reperire, sia che si ricavi l’ora rimodulando gli orari esistenti questa è una scelta che farà la Commissione e che successivamente sarà votata dal Parlamento.

L’obiettivo adesso è raccogliere le 50mila firme a sostegno della proposta di legge…
Con Anci stiamo lavorando ad un programma che prevede sia momenti per sottolineare l’importanza dell’iniziativa – magari con una giornata per inaugurare la raccolta delle firme – sia un modo per attivare i sindaci sui rispettivi territori. Presentando la proposta al Consiglio nazionale dell’Anci ho trovato un’accoglienza che – devo dire – è stata davvero eccezionale. Perché

tutti i sindaci rilevano l’esigenza di avere cittadini più consapevoli di cosa vuol dire amministrarli, del quadro normativo nel quale ci muoviamo, di qual è la cornice istituzionale della loro vita quotidiana…

Si aspetta un’analoga risposta da parte dei cittadini?
Finora l’accoglienza è stata buona. E nessuno ci ha detto “è inutile”.

E il mondo della scuola come ha reagito?
C’è forse un po’ di resistenza, per via di una difesa da parte degli addetti ai lavori dell’attuale stato dell’arte con la trasversalità di queste competenze: un’aspirazione molto alta, quella di collocare l’esigenza della cittadinanza all’interno di ogni materia di studio…

La nostra proposta di legge non è una critica allo stato dell’arte di questo insegnamento,

ma vuole aggiungere un elemento che è quello percepito dagli amministratori locali che quotidianamente si confrontano con cittadini che ignorano quanto sia necessaria la loro consapevolezza per gestire meglio le comunità civiche, per rispettarci di più, per poter esprimere meglio la nostra libertà.

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Facing the crisis and overcoming fears to prevent a dead end

Agenzia SIR - Thu, 21/06/2018 - 08:52

“Going beyond fear.” It is impressive to see how diocesan weeklies, the benchmark and voice of our territories, have managed to grasp in unison the current state of heath of Italian society. As they do every week, they described from an original and never predictable perspective, which is that of the Gospel, thoughts, questions and concerns of the population. The conclusion of many reflections is to “go beyond our fears.” It’s an invitation that reverberates a commitment – to go beyond – an emotion that is increasingly widespread, that is, the feeling of fear.

There is no need to be an expert to realize the extent to which this emotion, that psychologists describe as a primary emotion, dominates our large urban centres. It is enough to stop a moment and observe our daily behaviours. The subject was addressed already two years ago by psychiatrist Vittorino Andreoli in an interview to SIR: we are living “against the backdrop of a disastrous level of civilization”, he said. Today, he added, “the culture of the enemy prevails: widespread shallowness causes self-identity to be based on the existence of an enemy. The need for an enemy is critical to self-definition. This amounts to an anthropological regression that is ruled by human drives.” The news of the past days confirm this assertion. From the Aquarius incident to the murder of Soumaila Sacko, from constant femicides to episodes of bullying, and the list could sadly go on…

The “enemy culture” prevails, resulting from the inability to handle fear, or rather, from someone else’s ability to appeal to people’s fears that are fuelling social hatred.

Let it be clear : hatred doesn’t only express negative feelings. There is a “sound” form of hatred that becomes an expectation for something yet to be fulfilled or achieved. Such an example is a couple expecting a baby, or the youths who these days are preparing their final exams. Those are physiological fears that make us stronger and improve human maturity. Conversely, some fears are pathological fears. Those are the fears that block and paralyze us, that in most cases give rise to frustration and anger. At social level, this happens when we are faced with diversity, which calls into question our certainties that we believed to be carved in stone. From that perspective our fellow other is seen as a threat we must defend ourselves from. Today that threat is represented by migrants and Roma, a few decades ago it was Albanians, and before them the Jews. Cardinal Gualtiero Bassetti, CEI President, in the message released last Saturday on the migrants issue, rightly said: “I cannot deny the complexity of the migratory phenomenon: pre-fabricated answers and ready-made solutions have the effect of fanning the flames, to no avail.” To this we add the intention to confine it to vicious cycles that fuel social media debates, reiterating and amplifying baseless or fake news to the detriment of reliable, relevant and well-founded content. Thus

Fears escalate into a sort of spiral that seems to resist all attempts to discredit or debunk fabricated information.

What can be done? Is there a way out? “The best antidotes to falsehoods – said Pope Francis in the message for this year’s World Communications Day – are not strategies, but people: people who are not greedy but ready to listen, people who make the effort to engage in sincere dialogue so that the truth can emerge.” It’s a challenge that recalls the strain and the beauty of thought and of community commitment for knowledge. The starting point is to listen, within the appropriate timeframe of silence and discernment. It’s the indispensable condition to receive every spoken word, that becomes living flesh, and grasp its true meaning, within its historical circumstances that include suffering and joy. Only in this way will we develop the necessary antibodies enabling us to recognize limits and problems, and, as far as possible, overcome social fears. In this respect our communities could truly contribute to the development of a different culture; they have a lot to teach with prophecy and creativity, avoiding the quicksand of disharmony. Indeed, fears can be overcome. It must be done. We need to extend our gaze … It’s the right moment to avert a dead end.

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Valencia, open city. The Caritas model of social integration for Aquarius migrants

Agenzia SIR - Wed, 20/06/2018 - 15:20

(from Valencia) Large avenues lined with trees, the river, the port, the old city of Valencia flow under the eyes of the visitor while the Spanish Radio transmits the latest news from Italy. A commentator warns on the risk of reinstatement of racial laws in Italy and a resurgence of barbarism thought to belong to a bygone past. In the meantime the murals of the ancient barrio del Carmen depict the dead at sea, children rescued from the waters. Last Sunday, the open city of Valencia welcomed 630 migrants who disembarked from Aquarius rescue ship of the NGO Sos Mediterranée, thanks to the availability of the Spanish government, after Italy had refused entry 8 days earlier. The migrants are currently hosted in Red Cross centres for medical screenings and identification procedures. Children have been transferred to Alicante. The Archdiocese of Valencia has made all its resources available – reception centres, services, families, volunteers – to ensure “unlimited” welcome in the period that will follow the preliminary reception procedures coordinated by public institutions. For confidentiality and security purposes Caritas Valencia did not make known the locations where the migrants will be hosted. Caritas Valencia has a long tradition of solidarity and a long-time experience in this field with 6000 volunteer  workers, the largest diocesan Caritas in Spain. It is here that the world’s first orphanage was set up along with the first centre for people with mental disorders in the 15th century. In fact the city’s patron Saint is the Virgen de los desemparados, Our Lady of the Homeless, and nobody is in greater need of a home than forced migrants. In 2017 it provided assistance to 25,000 migrants, including those in transit, or staying for short periods, through 439 parish Caritas centres, 69 diocesan residential schools, family homes and numerous innovative services and projects. 48% of Caritas “users” are foreigners. Before the arrival of the Aquarius migrants, it was decided to expand the staff and the homes to be made available. But the real strength is the model of social integration, geared to the autonomy of the hosted population..

In primo piano: Nacho Grande, direttore Caritas spagnola. Foto: Alberto Saiz

A path leading to social integration. “For us assisting people means providing full assistance in all areas: accompaniment, closeness, legal assistance, job orientation, along with material, human and spiritual support”, Nacho Grande, Director of Caritas Valencia, told SIR. At the moment, the housing facilities host 38 asylum-seekers and 45 migrants sin papeles, (undocumented migrants). “We try to help them regularize their position.” The majority depart from Morocco and Algeria and cross the Strait of Gibraltar with makeshift boats. They arrive in the so-called “southern frontier”, the Andalusian coasts, then move eastwards through other Spanish cities until they reach Valencia. Others arrive from the north. Over 14 000 arrived in the first six months of 2018, 50% more compared to last year (figures released by the UN High Commissioner for Refugees – UNHCR), signalling a new change in migratory routes. However, there is also a reverse migration, whereby migrants from Latin America and East European Countries are returning to their country of origin for lack of work in the orange harvest or in services.

Pioneers in the practice of charity. “The diocese of Valencia has always been a creative pioneer in the practice of charity activity – said the Caritas directors -. It’s a unique vocation in Spain, characterising the line of action of our Church consisting in support to the homeless, namely all those left without any form of assistance. In this case immigrants arriving in our land have nothing, and they are a priority for us.” However, everyone was taken by surprise by the extraordinary display of generosity after the news that the city would welcome the Aquarius migrants. In the first days, diocesan hotlines were inundated with calls. “It cannot be denied that prejudices against migrants are widely spread among certain population brackets –he said -, which is also a result of the economic crisis that hit Spain. But in general it can be said that solidarity and welcome prevail. Although 33% of the overall population live in chronic relative poverty conditions, no serious conflict has been registered among the poorest brackets.”

L’ingresso del Centro Mambré di Caritas Valencia

The Mambré Centre, the path towards autonomy. The Mambré Centre in Torre Feil, a quiet, popular district, will be providing services to the new migrants.  The Centre has been active in this field for thirty years, but its present seat is just one-year old as can be seen in its large, spacious halls, and in the modern carpentry, gardening and bicycle repair workshops that provide “pre-employment” skills to the guests, against the backdrop of lush orchards and creative recycled and repurposed  furnishings. Upon their arrival in the Centre, migrant guests are asked to trace their difficult, often dramatic journey with a line on a large world map placed at the entrance. The daycentre receives approximately 80/90 homeless every day, most of them foreigners, assisted by some fifty volunteer workers.  The premises of the Centre include 5 family homes for 6/7 people, individuals or families. A dedicated section provides support to women victims of trafficking through the “Jere-Jere” program, currently assisting 120 women, most of whom are Nigerian or Romanian.  It is estimated that in Valencia, the third largest Spanish city with 1.700 million inhabitants, approximately one thousand people live on the street or in makeshift accommodation facilities. “Almost all of them are people who were left alone, without a family or friends, who fell victim of social exclusion as a result of personal problems – said Ana Lopez, coordinator of the Inclusion Department of the Mambré  Centre-. We develop customised assistance programs to help them become independent and integrate into society. We seek to recreate the job environment they are likely to experience and help them develop relational skills, giving priority to the Spanish language. We also facilitate access to healthcare services.”

 

Ana Lopez, Centro Mambré, ValenciaAquarius migrants offered a 45-day stay permit: “It’s not enough”. In the past few days the organization activities focus on migrants on board of Aquarius: “We are planning to increase our material and human resources. We intend to open other two housing centres for them.” However, the Centre’s workers are worried about the 45-day humanitarian permits granted by the Spanish government. “Asylum-seekers are normally granted a 6-month permit, but it takes from one to two years to achieve full autonomy – Lopez pointed out -. 45 days are not enough. The risk is that once the reception period is over they might end up on the street, sleeping in parks or near the river, in situations of illegality. Here the summer season lasts many months, and winter is short. But the needs remain.”

 

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Aquarius rescue ship: bishop Ros (Valencia), “prepared for unlimited reception”

Agenzia SIR - Wed, 20/06/2018 - 15:01

(from Valencia) A traditionally open and welcoming Catholic community, ready to offer “unlimited” reception to the migrants on board of the Aquarius rescue-ship. Initially they were thought to be 200, but today the concept of unlimited solidarity was reiterated by Msgr. Arturo Ros, auxiliary bishop, coordinator of social and charitable activity at the archdiocese of Valencia. He received us – with the bronze statue of John Paul II placed at the entrance – in his study located inside the archbishopric, an elegant, ancient building a few steps away from the famous cathedral of Valencia (la Seu) where is kept the Holy Grail, the Chalice with Christ’s blood donated by King Alfonso the Magnanimous in 1436. Over the past days Valencia has been defined an “open city” following the Spanish government’s decision to open the city’s seaports to the rescue ship operated by the NGO Sos Mediterranée with 630 migrants on board, after Italy’s Interior Ministry blocked the ship from docking. The migrants are now stationed at Red Cross centres for medical screenings and identification procedures. The Spanish government will grant a temporary 45-day humanitarian permit, but more than half of the migrants on board, French-speaking Africans, said they intend to go to France. Also the diocese is doing its share by participating in the meetings of the Joint Committee on migrants’ reception since its formation. The details on the migrants’ access to facilities made available by the Church are yet to be defined. Last week the archbishop of Valencia cardinal Antonio Cañizares, was received in the Vatican by Pope Francis who commended this propitious decision and the solidarity shown by citizens. The diocese was inundated with phone calls and proposals of assistance from groups, parishes and families. The initiative will avail itself of the support of an existing network of structures and services and of 6000 volunteers. Last year 25.000 migrants have benefited from these services.

mons. Arturo Ros, vescovo ausiliare e coordinatore dell’azione sociale e caritativa dell’arcidiocesi di Valencia

Why have you decided to offer reception to the Aquarius migrants?

It’s not a decision, it’s a mission. We have been working to defend human dignity regardless of nationality and particular situations. We are facing an extremely sad, tragic situation. Our duty is to make ourselves available to meet the needs of these people. Last year Caritas Valencia assisted 25 thousand migrants, although many of them were in transit or stayed for a short period. A high number of them were guided into an integration path. We help them integrate into our society through vocational training, language courses, education programs. A large majority arrive from Africa through the Moroccan route. They knock on our doors after having arrived through the southern border.

How are you organizing their reception?

We are prepared to host them in our homes and in our centres. We are waiting to be told how to proceed, but we have already identified housing facilities for adults and children.

We also provide dedicated services for child reception and support. The local saying goes, “we have set the table.” With no limits. We have religious homes with high accomodation capacity that can be used immediately. We can count on at least

6.000 volunteers: translators, professors at the Catholic University, cultural mediators, psychologists, physicians, chefs.

They offered their help even at a very short notice, with no limits. We also actively cooperate with other non-catholic organizations, such as the Red Cross.

Has the Church appreciated the gesture of the Spanish government to allow the ship to dock in Valencia?

Absolutely, we commended the President of the national government and the leaders of the autonomous government. They thanked us for our permanent availability to cooperate.

What do you think about Italy’s decision to refuse port access to Acquarius rescue ship and – it is feared – to NGOs?

It’s hard to express an opinion since European policy issues are at stake that I am not fully informed of. I heard some of the statements released by Italian Interior Minister, and the criticism of other Countries. I believe that the underlying reason is the failed recognition of European identity rooted in Christian humanism. If that hadn’t been the case, the core values of a continent that is welcoming and protective towards the weakest part of humanity would have beeen recovered. Political leaders in all Countries should be more aware of this because the situation is growing worse.

In the past few days more than 500 people have arrived with makeshift boats at the Canary islands and at the Southern borders.

That’s why the autonomous community of Valencia asked for the support of the national government. Moreover, the incident of the Aquarius rescue ship is very significant owing to the related circumstances, but migrants continue arriving every day, amidst sorrow, suffering and death, the death toll in the Mediterranean sea is far too high. In our modern world we should all feel involved in this phenomenon, a more equal distribution of wealth should ensure that everyone has access to food, drinking water and clothing.

Ingresso dell’arcivescovado di Valencia

Does the Aquarius incident have also a symbolical meaning?

It testifies to the gravity of world developments that require our attention, also with a wake up call that prompts protests and makes us ask ourselves why this is happening. At the same time we not should limit ourselves to reflections and requests for political measures.

We need to take action. The mission is our language

And poor people, with no distinctions, are the main recipients of our mission. Pope Francis rightly underlines this aspect on many occasions.

Should European civil society mobilize pressure on national governments?

Yes, there is need for it. People sympathize immediately with tragic situations: for example

The solidarity shown in Valencia exceeded our expectations.

We were contacted by parish groups, families who offered their homes. But these are temporary solutions. Our commitment as a Church is to offer permanent, comprehensive solutions that will help these people become independent. Instead we see the absence of in-depth reflection and proposals aimed at solving their problems.

Interno della cattedrale di Valencia

Cardinal Cañizares has spoken about this situation with the Pope. Is there constant communication with the Vatican?

We know that

the Pope is fully informed about the developments of the past few days, he knows about the response of Valencia’s diocese

and he expressed his encouragement and praise. We thanked him because we want to remain true to who we are and to his Magisterium.

Have there been episodes of racism of Valencia? Can it be considered a model of migrant social integration? 

It can, Valencia is an open city, and so is our diocese. There is a very significant aspect of our history: our Eucharistic culture is deeply-rooted and centuries-old. The Eucharist leads the faithful to carry out acts of charity. It’s the distinctive trait of whoever lives out Christian spirituality in full. Our Caritas centres, our volunteer work, our yearning to be welcoming, are its fruits. We are a welcoming people open to cooperation.

There is no racism and if there is, it is linked to political issues we are not involved in.

We can make no distinctions, just as Jesus made no distinctions when he cured and healed the people. We can’t sit and watch what is happening: the mission of the Church is to defend everyone’s dignity.

If we want our life to be shaped according to the style of the Gospel Valencia can be considered a role model. If not, it means that we are not living it out in full.

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Rifugiati. Oltre 68 milioni costretti a fuggire dai loro Paesi. Superare paure e condividere responsabilità: così l’integrazione è possibile

Agenzia SIR - Wed, 20/06/2018 - 14:06

“Dateci la parola, dateci la possibilità di fare un racconto diverso, di dire anche le cose belle che stiamo facendo per le città e il paese che ci ha accolto. Ora siamo cittadini europei e vogliamo dimostrare che l’integrazione è possibile”.

Abdullahi Ahmed

Con l’appello di Abdullahi Ahmed, ideatore del Festival dell’Europa solidale e del Mediterraneo, si è aperto oggi, 20 giugno, a Roma, presso l’Associazione stampa estera, l’incontro di presentazione del rapporto statistico Unhcr “Global Trends 2017” diffuso alla vigilia dell’odierna Giornata mondiale del rifugiato. Numeri drammatici, che parlano di 68,5 milioni di persone costrette alla fuga dalle loro case e dai loro Paesi nel 2017, tra questi 30 milioni di minori. Di loro, 25,4 milioni sono scappati a conflitti e persecuzioni: 2,9 milioni in più del 2016, “l’aumento più grande che l’Unhcr abbia mai registrato in un solo anno”, si legge nel report.

In attesa del nuovo Global Compact che dovrebbe essere adottato dall’Assemblea generale Onu tra pochi mesi e in occasione della Giornata odierna, l’Unhcr decide di puntare i riflettori sulle testimonianze di rifugiati che ce l’hanno fatta. Come Abdullahi somalo, 29 anni, fuggito nel 2008 dal suo Paese in guerra da 30 anni, e arrivato a Settimo Torinese solo e senza conoscere la lingua. “Sono stato accolto – racconta – chiamato per nome, non considerato un numero”. Il diciannovenne aveva i suoi obiettivi: “Tutti gli ospiti dei centri di accoglienza ne hanno – assicura – hanno solo bisogno di essere accompagnati”. Perché la questione “non è accoglienza sì, accoglienza no, bensì in che modo può essere accolta, inclusa e integrata una persona”. Per “ricambiare” l’ospitalità ricevuta, Abdullahi ha chiesto di fare per un anno il servizio civile. “Ora sono cittadino italiano ed europeo, so cosa vuol dire vivere in pace, insieme ai miei fratelli rifugiati possiamo costruire un mondo nuovo”,conclude richiamando il manifesto di Ventotene.

Sophia Baras

Sulla stessa linea Sophia Baras, yemenita, già rifugiata e oggi mediatrice culturale a Bari. “Non ci sono solo le guerre visibili, ci sono anche guerre invisibili come quella che ho subito io nel mio Paese per il semplice fatto di essere donna – esordisce -. Ho sofferto molto e vi posso dire che per combattere guerre, terrorismo e radicalismi dobbiamo guardare alle donne” che “possono educare i bambini alla pace ma occorre riconoscere i loro diritti, non devono essere tenute in gabbia. Nel mio Paese le donne sono controllate e sono gli uomini a scrivere la storia”. Di qui un accorato appello:

“Aiutate e supportate le donne e sarà possibile scrivere una storia di pace”.

Per Felipe Camargo, rappresentante Unhcr sud Europa, “il rifugiato non è un pericolo, è in pericolo”. “Chi fugge da guerre e violenze ha diritto ad una protezione più solida”, afferma, e non è ammissibile “una permanenza media in un campo rifugiati di 26 anni”. In qualità di tavolo tecnico, l’agenzia Onu sta elaborando con l’Oim una proposta da presentare ai negoziati per il Global Compact. E se “è difficile arrivare ad una posizione condivisa tra Paesi”,

la vera sfida in Europa è “superare la diffusa percezione di paura”.

Vanessa Redgrave

E proprio le coste meridionali del nostro continente sono teatro del documentario “Sea sorrow – Il dolore del mare”, che segna il debutto dell’attrice Vanessa Redgrave alla regia, riflessione senza sconti attraverso i volti e gli sguardi dei protagonisti. “La mia presenza qui – dice commossa – è un tributo a donne, giovani, bambini, anziani, a tutti coloro che hanno cercato protezione in Europa”. Il documentario, presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma lo scorso novembre e precedentemente al festival di Cannes e al New York Film Festival, è da oggi nelle sale.

 

Nel 2015 le richieste di asilo nel nostro Paese sono state 83.970; 123.600 nel 2016 e 130.119 nel 2017. Quest’anno, il dato aggiornato al 15 giugno parla di 31.367. Nel triennio 2015 – 2018 lo status di rifugiato è stato riconosciuto a 17.271 richiedenti, lo status di protezione sussidiaria a 31.970, lo status di protezione umanitaria a 67.454. Questi i dati diffusi dal prefetto Sandra Sarti, presidente Commissione nazionale per il diritto di asilo. Sono 50 le Commissioni territoriali (nel 1992, quando iniziò a delinearsi un primo sistema di diritto d’asilo erano sette) che “ascoltano e valutano le motivazioni delle richieste d’asilo”. Sono 133.815 domande pendenti ma a breve, assicura, il personale verrà potenziato mentre sono in corso la formazione dei commissari e la redazione di nuove linee guida e di un codice di condotta.

Per Paolo Crudele, VDG/direttore centrale per le politiche migratorie e i visti del ministero Affari esteri e cooperazione internazionale, la mobilità umana e la protezione dei rifugiati devono essere “al centro di uno sforzo collettivo” e “l’Europa ha il dovere morale di profondere tutto il suo impegno”. Per Crudele, gli oltre 68 milioni di rifugiati sono “espressione del grave fallimento della comunità internazionale incapace di prevenire conflitti e disastri in tutto il pianeta”. L’Italia, spiega, “sta dando un sostegno senza esitazioni ai complessi negoziati per il Global Compact”. Due i pilastri irrinunciabili: “Il mettere l’uomo al centro stabilendo regole alle quali nessuno possa sottrarsi” e “la condivisione delle responsabilità”. “stiamo lavorando – conclude – per una chiamata della comunità internazionale alla responsabilità”.

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Maturità 2018: nulla di nuovo sotto il sole

Agenzia SIR - Wed, 20/06/2018 - 13:48

E così siamo alle solite. La fortuna di chi ha avuti insegnanti che tra i libri da leggere in classe hanno scelto “Il giardino dei Finzi-Contini” fa il paio con la recriminazione ormai ricorrente di un’analisi del testo completamente fuori programma. Lo scorso anno il poeta Giorgio Caproni, quest’anno il grande scrittore Giorgio Bassani (1916-2000) e quello che molti considerano il suo capolavoro. Letto forse in alcuni licei classici e scientifici, oppure un ricordo delle letture antologiche del bienni superiori se non addirittura delle medie. Rimane la recriminazione su un percorso iniziato nel triennio superiore a furia di approfondimenti sui grandi del programma, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli, solo per fare dei nomi che nel bene o nel male tutti i docenti riescono a inserire e che viene vanificato in questa ansia di sfuggire ai radar delle probabilità attivati nei giorni immediatamente prima della maturità.

Sicuramente più oculate e giuste le scelte interne all’articolo o al saggio breve in ambito artistico-letterario:

la solitudine e le sue facce a livello di arte (Hopper, ovviamente, un Munch finalmente enucleato dall’Urlo, e un bel Fattori contemplativo) con riferimenti a un Petrarca poco conosciuto, quello delle Opere latine, in questo caso il De vita solitaria, e, finalmente, ad un autore di programma, il Pirandello “finale” di un assoluta pietra miliare del Novecento come “Uno nessuno e centomila”, il Quasimodo di cui ricorrono i cinquant’anni dalla scomparsa e due importanti poetesse rappresentate, soprattutto la Dickinson, da liriche non facilissime. Ordinaria generalità nell’ambito socio-economico (la creatività), in quello storico-politico, con le masse e la propaganda, e con l’attualità dettata dalle contraddizioni tra accelerazioni della scienza e Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, forse la traccia più coraggiosa e meno politicamente corretta. Altro tema attuale, bisogna darne atto, è quello di argomento storico, sulla difficoltà di arrivare ad una Europa davvero unita e solidale, con citazioni d’attualità (Aldo Moro) e con il coraggio di tornare ad un altro grande statista cristiano, De Gasperi.

Piuttosto fumoso e eccessivamente complesso rispetto alla brevità sconcertante della traccia proposta, il tema di ordine generale, che affronta il problema, forse non molto dibattuto a scuola, dell’uguaglianza formale e sostanziale della nostra Costituzione.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque, alla ricerca di una contemporaneità astratta quando, soprattutto nell’analisi del testo, sarebbe bastato gratificare docenti e studenti per il lavoro di tre anni con un saggio riferimento ai programmi.

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Il mistero del "re ritrovato"

Evangelici.net - Wed, 20/06/2018 - 10:55
Focus Junior si occupa del "mistero del re ritrovato", la statuetta che risale a oltre tremila anni fa, emersa l'anno scorso durante gli scavi in un sito archeologico vicino al confine con il Libano. «Purtroppo la zona del ritrovamento, all'epoca in cui la scultura fu realizzata (ossia il IX secolo a.C.), era posta al confine di ben tre regni, i cui sovrani dunque si candidano come potenziali...
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Affrontare la crisi e superare la paura per non restare paralizzati

Agenzia SIR - Wed, 20/06/2018 - 07:36

“Andare oltre la paura”. Colpisce come i settimanali diocesani, termometro e voci dei nostri territori, siano riusciti a cogliere all’unisono lo stato di salute attuale della società italiana. Come ogni settimana, hanno raccontato da un punto di vista originale e mai scontato, qual è quello del Vangelo, pensieri, interrogativi e preoccupazioni della gente. La sintesi di tante riflessioni emerge proprio in quell’“andare oltre la paura”. Quasi un invito che suona anche come impegno – andare oltre… a un’emozione, oggi più che mai, tanto diffusa: la paura.

Non è necessario essere grandi esperti per constatare quanto questa emozione, che gli psicologi definiscono primaria, la faccia ormai da padrone nelle nostre città. Basta fermarsi un attimo per strada per osservare i nostri atteggiamenti quotidiani. Ne parlava già due anni fa, in un’intervista tra le più lette del Sir, lo psichiatra Vittorino Andreoli: viviamo “in una cornice di civiltà disastrosa”. Oggi, aggiungeva, “domina la cultura del nemico: la superficialità porta l’identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Questa è una regressione antropologica perché si va alle pulsioni”. E le cronache di questi giorni non fanno altro che confermare queste parole. Dalla vicenda Aquarius all’omicidio di Soumaila Sacko, dai continui femminicidi agli episodi di bullismo, e l’elenco, purtroppo, potrebbe continuare…

Domina la cultura del “nemico”, frutto dell’incapacità di indirizzare la paura o meglio della capacità di qualcuno di far presa sulle paure, che stanno generando odio sociale.

Sia ben chiaro: la paura non esprime solo emozioni negative. C’è quella “sana” che si fa attesa per qualcosa da compiere o raggiungere. Basta pensare a una coppia che vive l’attesa per un figlio o ai ragazzi che in questi giorni si preparano agli esami scolastici. Sono quelle paure fisiologiche che irrobustiscono e migliorano la maturità umana. Di contro, ci sono paure patologiche: sono quelle che bloccano e paralizzano, sfociando il più delle volte in frustrazione e rabbia. A livello sociale, ciò avviene quando si ha a che fare con ciò che è diverso e mette in discussione le certezze, ritenute ormai acquisite: così, l’altro diventa una minaccia da cui difendersi. Oggi sono i migranti e i rom, qualche decennio fa erano gli albanesi e prima ancora gli ebrei. Giustamente il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel messaggio diffuso sabato scorso in merito alla questione dei migranti, scrive tra l’altro: “Non mi nascondo quanto sia complesso il fenomeno migratorio: risposte prefabbricate e soluzioni semplicistiche hanno l’effetto di renderlo, inutilmente, ancora più incandescente”. E, aggiungiamo, di rinchiuderlo in quel circolo vizioso di cui si autoalimentano i social, reiterando e amplificando a scapito della loro rilevanza, pertinenza e affidabilità contenuti infondati o, peggio, falsi. Così

le paure montano in una sorta di spirale che sembra resistere a qualsiasi tentativo di svelamento o smentita del falso.

Che fare? C’è una via d’uscita? “Il miglior antidoto contro le falsità – suggerisce Papa Francesco nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali di quest’anno – non sono le strategie, ma le persone: persone che, libere dalla bramosia, sono pronte all’ascolto e attraverso la fatica di un dialogo sincero lasciano emergere la verità”. Un percorso impegnativo che richiama la fatica e la bellezza del pensare e dell’impegno comunitario nella conoscenza. Il tutto a partire dall’ascolto, ritmato dai giusti tempi del silenzio e del discernimento. È la condizione indispensabile per accogliere ogni parola pronunciata, che si fa carne viva, e coglierne il giusto significato, nella sua storia, gioie e sofferenze comprese. Solo così svilupperemo gli anticorpi necessari per riconoscere limiti e problemi e, nella misura del possibile, vincere le paure sociali. Le nostre comunità, in questo, potrebbero davvero contribuire a una diversa cultura e insegnare tanto con profezia e creatività, evitando le sabbie mobili della disarmonia. Sì, è possibile superare la paura. Bisogna farlo. Pegno il restare nell’infantilità. Occorre andare oltre… È il giusto movimento per non restare paralizzati.

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