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Il dolore dei leader cristiani, ebrei e musulmani. “Morte e violenza non avranno l’ultima parola”

Agenzia SIR - 2 hours 31 min ago

Leader delle Chiese cristiane e delle diverse fedi religiose si stringono oggi, nel giorno del lutto nazionale, in solidarietà e profonda vicinanza con i cristiani dello Sri Lanka. Agli appelli e alle preghiere di Papa Francesco, si sono uniti in queste ore anche i Patriarchi di Costantinopoli e Mosca, l’arcivescovo di Canterbury, il Consiglio mondiale delle Chiese. Ma anche leader musulmani ed ebrei. Unanime lo sconcerto per il bilancio delle vittime salito in queste ore a 310 e senza appello la condanna a simili atti di violenza commessi contro essere innocenti in preghiera in uno dei giorni più sacri del cristianesimo.

Il dolore dei leader cristiani. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo condanna “fermamente qualsiasi attacco terroristico e atto di odio, violenza e fondamentalismo, indipendentemente dalla sua fonte, e invita tutti a cooperare per costruire la coesistenza pacifica e la collaborazione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco”. Il Patriarca di Mosca Kirill ha inviato un messaggio di condoglianze al presidente della Repubblica dello Sri Lanka, Maithripala Sirisene. “Sono profondamente scioccato”, scrive. “I terroristi hanno scelto come bersaglio dei loro attacchi non solo edifici residenziali e pubblici, ma anche chiese cristiane in cui moltitudini di fedeli si sono riunite per le celebrazioni pasquali”. “Spero che l’autorità statale e gli organismi competenti dello Sri Lanka faranno tutto il possibile perché non solo gli esecutori ma anche gli organizzatori di questi sanguinosi crimini non si sottraggano alla responsabilità delle azioni malvagie che hanno commesso”. Sostegno al popolo dello Sri Lanka giunge anche dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby mentre il vescovo anglicano di Colombo, Rev Dhiloraj Canagasabey, membro del Comitato centrale del Consiglio mondiale delle Chiese (Wcc), chiede un’indagine approfondita su questi incidenti al governo dello Sri Lanka, per “garantire la sicurezza dei luoghi di culto e impedire a individui o gruppi di non rispettare la legge provocando atti di intimidazione o violenza contro qualsiasi comunità o gruppo”. Olav Fykse Tveit, segretario generale del Wcc, scrive in una nota: “Tali atti di violenza minano la sacralità della vita umana e costituiscono un sacrilegio in molti sensi. Anche se gridiamo contro questo sacrilegio, affermiamo risolutamente che la violenza non deve generare violenza. Nello spirito dell’amore di Cristo”, nel giorno di Pasqua,

“crediamo fermamente che la violenza, l’odio e la morte non avranno l’ultima parola”.

Condanna del mondo islamico. Immediata la reazione del mondo islamico. A poche ore dai sanguinosi attacchi, il Consiglio dei saggi musulmani, sotto la presidenza di Ahmed El-Tayeb, il Grande Imam di Al-Azhar, ha condannato “fermamente“ gli attacchi terroristici. “Vanno contro gli insegnamenti di tutte le religioni e di tutti i credi, nonché contro tutte le leggi e norme sociali internazionali”, si legge in un nota in cui si sottolinea anche “l’urgente necessità di intensificare gli sforzi internazionali per contrastare tutte le forme di terrorismo”. In un tweet personale, il Grande Imam di al-Azhar scrive: “Non posso immaginare che un essere umano possa prendere di mira persone innocenti nel giorno della loro celebrazione”.

“Queste perverse azioni terroristiche vanno contro gli insegnamenti di ogni religione”.

#Muslim_Council_of_Elders condemns #SriLankaAttacks pic.twitter.com/j5vEzjNgIl

— مجلس حكماء المسلمين (@MuslimElders) April 21, 2019

Di “crimini contro l’umanità” parla l’Unione delle Comunità islamiche d’Italia che ribadisce: “Nessuna causa, ideologia o credo religioso possono giustificare tale violenza e barbarie”. “Questi attentati sono l’ennesima conferma che il terrorismo non conosce frontiere né culture e che l’intera umanità è oggi nel mirino. Da qui la necessità di rispondere in modo corale e solidale a questo male universale che mira a destabilizzare intere nazioni e diffondere l’odio tra culture e religioni”.

Solidarietà e vicinanza dal mondo ebraico. Il presidente del World Jewish Congress, Ronald S. Lauder, a nome di tutti gli ebrei del mondo, chiede “tolleranza zero per coloro che usano il terrore per far avanzare i loro obiettivi”. E aggiunge: “Questo barbaro assalto a fedeli che stavano celebrando uno dei giorni più sacri del cristianesimo, serva da doloroso richiamo del fatto che la guerra contro il terrorismo deve essere in cima all’agenda internazionale e perseguita senza sosta”.

“Purtroppo, gli ebrei, ripetutamente presi di mira dai terroristi, conoscono questo dolore di prima mano”.

In Italia è la presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni ad esprimere le condoglianze al popolo cingalese. In una nota scrive: “Quanto accaduto in Sri Lanka ci lascia senza parole: un’ennesima strage mossa dall’odio e compiuta volutamente in uno dei giorni più sacri della religione cristiana. Oltre alla nostra doverosa solidarietà al Paese, alle vittime di questa brutale violenza e alla comunità dei cristiani, come ebrei italiani torniamo a ribadire l’importanza per un impegno diffuso nel contrasto ad ogni forma di terrorismo e di intolleranza religiosa”. Di Segni ricorda che in questi giorni anche il mondo ebraico sta celebrando la Pesach, una festa in cui gli ebrei celebrano “la libertà e il diritto a professare liberamente la propria religione”. “Una festa – aggiunge la presidente Ucei – che ci ricorda che questa libertà non è scontata ma deve essere difesa di generazione in generazione”.

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Regno Unito, un mese al voto: dubbi e certezze degli eurodeputati britannici

Agenzia SIR - 3 hours 23 min ago

La Gran Bretagna andrà alle urne il 23 maggio per scegliere le persone che la rappresenteranno all’Europarlamento. Certo, ciò avverrà solo nell’ipotesi che non si trovi per tempo una soluzione sull’accordo dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, ma a giudicare dal clima di mobilitazione pre-elettorale che si respira, la possibilità non pare all’orizzonte, per lo meno entro il 22 maggio. I partiti britannici stanno definendo le loro liste, alcuni hanno iniziato già la campagna elettorale, il sito del Parlamento europeo nel Regno Unito offre tutte le indicazioni pratiche per i voto. Ciò implica tra l’altro che, dalla tornata del 23-26 maggio saranno eletti 751 eurodeputati e non più 705, come era stato definito con complicati calcoli e ripartizioni che consideravano la Gran Bretagna fuori dall’Ue il 29 marzo 2019.

Il silenzio dei Brexiteers incalliti. È lo stesso leader del Brexit party, Nigel Farage, ad aver profetizzato nei giorni scorsi “Tornerò!” parlando in emiciclo, nella sua ultima apparizione di questa legislatura. Lo avremmo voluto incontrare a Strasburgo, ma come d’abitudine è arrivato nella sede dell’Eurocamera, ha sbraitato e poi se ne è andato. I colleghi di Farage invece sono rimasti a Strasburgo; dopo lunghe e vane ricerche negli uffici, ci è stato detto che li avremmo trovati al bar dei deputati (indicazione rivelatasi azzeccata) e alla domanda: “Allora andrete a votare il 23 maggio?”, hanno risposto: “è una mistificazione”, con aria infastidita, perché interrotti nella bevuta e perché Brexit non decolla. E non hanno accettato di farsi intervistare.

Verdi: opinione pubblica più informata. “Certamente ci stiamo preparando per il 23 maggio. Presumere che non succederà nulla, significherebbe la creazione potenziale di un vuoto per il nostro partito nel caso in cui ci fossero le elezioni, ed è ciò che io spero fortemente”, ci dice invece Jean Lambert, eurodeputata verde. “Capisco che per alcuni le elezioni possono sembrare un tradimento del referendum, ma per altro verso il  nostro governo non è ancora stato in grado di trovare una strada per portarci fuori dall’Ue, per cui siamo ancora membri e come tali abbiamo alcune responsabilità, tra cui quella di svolgere le elezioni per il Parlamento europeo”, continua Lambert. Secondo l’eurodeputata sta “avvenendo un cambiamento nel sentire generale” e “le elezioni saranno un luogo ottimale per testarlo”. Tra l’altro, “ironia della sorte, avremo delle elezioni con un’opinione pubblica meglio informata e più desiderosa di fare domande su che cosa i candidati faranno al Parlamento europeo e quali saranno le loro priorità di quanto non sia avvenuto nelle edizioni passate”.

La preoccupazione dei Tories. Sul fronte dei conservatori ovviamente prevale la preoccupazione “di far passare l’accordo” spiega Syed Kamall, Tory e capogruppo dei Conservatori e riformisti europei a Strasburgo; poi ci saranno le elezioni locali che si svolgeranno all’inizio di maggio e “su queste si stanno concentrando la maggioranza delle persone”. Per Kamall se si andrà alle urne per l’Europa il 23 maggio “molti lo sentiranno come un tradimento e saranno arrabbiati per il fatto che non abbiamo lasciato ancora l’Ue”. Da Kamall un’esortazione al realismo: “Dobbiamo vivere nel mondo così come è, e la situazione è che il parlamento britannico sta bloccando il Brexit”. Neanche Kamall esclude un suo ritorno al Parlamento europeo per portare avanti la sua lotta “perché più politiche siano decise a livello di Stati membri”, perché “l’Ue faccia di meno, ma lo faccia meglio, su ambiti molto specifici, garantendo il riconoscimento della sovranità nazionale, lavorando su una agenda più globale, per il libero commercio e abolendo le barriere per commerciare tra Paesi”.

Laburisti contro le fake news. Per Richard Corbett, capolista dei laburisti per le prossime elezioni europee, oggi membro dell’Alleanza progressista dei Socialisti & Democratici al Parlamento Ue le elezioni del 23 maggio saranno “un test: secondo i sondaggi l’opinione pubblica si è spostata riguardo al Brexit, per cui adesso la maggioranza è contro l’uscita dall’Unione”. Spiega al Sir che le elezioni non sono un referendum: “c’è una molteplicità di opzioni, diversi partiti più piccoli, che sono contro Brexit ma che in diverse circoscrizioni  non avranno voti abbastanza per avere un seggio”: saranno i voti da contare non i seggi”. Secondo sondaggi di questi giorni – argomentiamo – c’è comunque il 27% degli elettori che voterebbe per il partito Brexit di Farage; Corbett ribatte, “ciò significa che il 73% di persone non lo voterebbero”. E poi quel sondaggio è stato fatto il giorno dopo il lancio della campagna del nuovo partito di Farage: “Bisogna vedere quando la situazione si sarà calmata”. Per Corbett ovviamente il Regno Unito deve rimanere nell’Ue “perché non riusciamo a risolvere efficacemente i problemi da soli” e “l’azione congiunta è più efficace” su tanti temi, e cita: cambiamenti climatici, evasione fiscale delle multinazionali, regole per il mercato comune che proteggano consumatori, lavoratori, ambiente. Perché i britannici non prendono in considerazione i benefici dell’Ue? La colpa secondo Corbett è del partito al governo “che da oltre un decennio sta vivendo una guerra civile sul tema Europa, lacerandosi al suo interno”; poi ci sono “i neoliberali, che non vogliono che il mercato europeo sia regolato”; infine “il fatto che le grandi testate nazionali sono nelle mani di tre gruppi anti-Ue (Murdoch, Rothermere, fratelli Barcley) che cercano di mostrare l’Ue come stupida o pericolosa, scrivendo storie spesso completamente inventate”.

Le preoccupazioni del Sinn Fein. Tra i punti del dissidio a Westminster è quanto prevede il Brexit sul tipo di frontiera che verrebbe a crearsi tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda: per gli Accordi del venerdì santo è da escludere la frontiera rigida tra il Nord e la Repubblica; per i conservatori è da escludere una frontiera non rigida, perché significherebbe di fatto una non uscita dal mercato unico. Proprio negli Accordi del venerdì santo però sarebbe la soluzione, secondo Martina Anderson, ricandidata alle elezioni di maggio per Sinn Fein e oggi al Parlamento nella Sinistra unitaria europea: negli accordi si stabiliva che “la posizione costituzionale dell’Irlanda del Nord non sarebbe cambiata a meno che noi, le persone che ci viviamo, dessimo il nostro consenso”. Non è stato dato alcun consenso a “essere trascinati fuori dall’Ue” col Brexit, che Anderson definisce “disastro”, “caos”, “farsa”. “Se gli abitanti dell’Irlanda del Nord vogliono restare con la Gran Bretagna, così sia, e se vogliono rimanere nell’Ue, si apra un percorso democratico perché il Nord rientri nell’Ue attraverso la riunificazione dell’Irlanda”. Guardando al futuro, c’è una lezione che l’Europa deve imparare: “È la lezione dei milioni di cittadini che hanno respinto il Ttip e Ceta e tutte queste politiche commerciali. Le persone si sentono molto affezionate alla rappresentanza democratica ed è giusto così, ma vogliono deputati che rappresentino loro, non le grandi corporazioni, e questo è ciò che è sbagliato qui ed è ciò per cui ci siamo impegnati”.

 

 

 

 

 

 

 

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Rugby e Bibbia, Folau rischia il posto in nazionale

Evangelici.net - 3 hours 32 min ago
Israel Folau, stella della nazionale australiana di rugby, è di nuovo nei guai per un post pubblicato su Instagram. Aver rilanciato un monito alla conversione a una serie di categorie - «Avviso: ubriaconi, omosessuali, adulteri, mentitori, fornicatori, ladri, atei, idolatri... l'inferno vi aspetta: pentitevi! Solo Gesù può salvare» -, nonostante non contemplasse minacce...
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Le parole chiave della “buona politica”

Agenzia SIR - 5 hours 2 min ago

“Un librino di bilancio e di reazione”. Così Paolo Pombeni definisce il suo ultimo lavoro intitolato coraggiosamente La buona politica. L’autore scrive che lo stimolo per questo agile volume edito da “Il Mulino” gli è venuta dalla lettura dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e viene spontaneo pensare che occorra davvero un po’ di santa pazzia per parlare oggi di “buona politica”. Eppure, se la vecchia politica è irripresentabile e la nuova politica delude o inquieta, non sarà che proprio la via della buona politica sia l’unica ragionevole? Pombeni, professore emerito dell’università di Bologna, è uno storico autorevole (sua, tra mille altre imprese, è l’edizione critica degli scritti e discorsi politici di Alcide De Gasperi) e uno studioso tra i più acuti dei sistemi politici e del loro funzionamento. Questi due elementi si ritrovano nel “librino” in cui la brillante analisi della situazione odierna è unita alla sintetica quanto efficace ricostruzione dello spessore storico dei problemi, rivissuta anche attraverso il filtro dell’esperienza personale. E questo è il “bilancio”. Quanto alla “reazione”, bisogna subito chiarire che nell’argomentato discorso di Pombeni non c’è alcuna nostalgia del tempo fu. Piuttosto, c’è la volontà di non rassegnarsi alla cattiva politica e la convinzione che per la buona politica non esistano ricette dettagliate né sia possibile costruirle a priori. Come si legge nella pagine conclusive del libro, “ci vuole un lavoro integrato fra pensiero, esperienze di vita, analisi continua dei movimenti che avvengono intorno a noi e dentro le comunità: qualcosa che richiederà tempo per essere portato a compimento, ma che va immaginato come un itinerario in cui il cammino e le tappe intermedie sono già fasi di realizzazione parziale degli obiettivi. Sarà un’operazione che deve puntare a coinvolgere il maggior numero possibile di forze e di esperienze presenti: con l’umiltà necessaria per farlo, perché la superbia non è adatta a creare solidarietà nella condivisione del destino”.

Dal testo di Pombeni, abbiamo provato a estrapolare alcune parole-chiave della buona politica.

Comunità di destini. “Sebbene siamo di fronte al ritorno del meccanismo dell’inclusione legato alla tradizionale dinamica del rapporto amico/nemico, esso non crea quel fenomeno fondamentale che è la solidarietà politica. (…). Che cosa manca dunque oggi? Mi servo di una bella definizione che diede Max Weber per spiegare le reti di connessione che dovevano esistere in uno spazio politico comune: riconoscersi come una una ‘comunità di destini’. E’ una definizione molto pregnante, perché la condivisione di un destino comune, a cui come corpo politico e in larga parte anche come singoli componenti non ci si può sottrarre, implica un dovere non solo di solidarietà in questa condivisione, ma di lavoro di tutti perché questo destino possa essere favorevole per la collettività e per i suoi componenti”.

Bene comune. “Si tratta di un concetto, fino a non molti anni fa considerato obsoleto, che è tornato qualche volta in auge per difendere la proprietà pubblica di qualche servizio. (…). Non è questo però il bene comune. Esso è la consapevolezza che ogni comunità di destini ha un capitale che consiste proprio nel far capo di ogni sua ‘ricchezza’, materiale o immateriale che sia, compresa quella che è data dal patrimonio di creatività che ogni suo membro porta in sé, al fine di essere strumento della crescita e della riuscita di quella comunità nel suo insieme”.

Ragione e passione. “Se vogliamo avere una buona politica è necessario invece riuscire a compattarci, per quanto in maniera dialettica, nel volere una politica razionale, senza per questo privarla della passione per l’ideale. Ragione e passione sono i pilastri della buona politica, a patto che sappiamo che non si può scambiare per ragione tutto quello che passa per il cervello e per passione tutte le esaltazioni, per non dire i fanatismi, di chi opera in questo campo: anche se la passione vera rimane essenziale se si vuole, come si sarebbe detto una volta, che la storia vada avanti”.

Confronto. “E’ qui che si presenta il pericolo che (…) si lasci lo spazio a chi ha in mano la facile scorciatoia per costringere una comunità a compattarsi momentaneamente: creare l’angoscia del dissolvimento denunciando l’assalto di uno o più nemici. (…). La ragione politica deve prendere molto sul serio questo pericolo, e ricominciare con lena l’opera di costruzione di una coscienza comune che rilanci il valore del governo attraverso il confronto come strumento più adatto per creare quella sintesi finale di identità e di valori indispensabile perché si sia consapevoli di vivere in una comunità che ha sì un destino comune, ma che deve essere un destino comune di crescita e di sviluppo delle persone e delle loro aggregazioni”.

Sistema. “E’ fondamentale che si ricostruisca la coscienza che la democrazia non è semplicemente un ‘metodo’ (affidare ogni cosa al libero dibattito che poi si fa precipitare in pronunce elettorali), ma un ‘sistema’. Di conseguenza essa suppone continuità proprio perché nella loro azione comune e coordinata i suoi organi rappresentano il popolo, che rimane sempre se stesso: non è che ad ogni tornata elettorale si genera un ricambio di popolo e quel che c’era prima non conta più. Ciò non significa affatto negare possibilità di cambiamento e di evoluzione, ma che è necessario tener conto che si modifica una storia legittima e si realizzano obiettivi che a loro volta potranno essere modificati, ma sempre nel rispetto dei legami che hanno stabilito con il passato”.

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A Pasqua la guarigione dall’incapacità di comunicare

Agenzia SIR - Sun, 21/04/2019 - 10:12

“Oggi è arrivata una nuova bambina. È come me, sorda e cieca. Aspetta. Cosa aspetta? Aspetta la parola. Lesorelle gliela insegneranno, come tu l’hai insegnata a me. Diventeremo amiche. Come te e me, che eravamo più che amiche”: sono le ultime battute di un film ambientato in un convento di suore francesi che sul finire dell’Ottocento ospitavano ed educavano ragazzine sordo-mute. La giovane protagonista le proferisce a gesti sulla tomba di chi le aveva insegnato a parlare in un modo nuovo e per tutti inopinato. L’ho visto durante la notte tra il venerdì e il sabato santo, rompendo il digiuno televisivo che m’ero imposto sino a quel momento. Una visione provvidenziale, come una vera e propria parabola di ciò che a Pasqua ricordiamo, molto più che i soliti colossal americani dedicati alla morte e alla risurrezione del Cristo.

La storia della piccola Marie Heurtin e di suor Marguerite – la prima cieca e audiolesa sin dalla nascita e la seconda disposta anche a costo della propria vita a investire ogni sforzo e persino la malferma salute pur di apprendere il linguaggio dei sordo-muti e di tradurlo da gestuale a tattile per poi trasmetterlo a una non vedente –, realmente accaduta e raccontata con grande poesia ed efficacia artistica, m’è sembrata difatti una parafrasi dell’intera storia della salvezza e della vicenda del Maestro di Nazaret, che secondo l’annuncio evangelico è il Verbo di Dio che si umana e si mette nei panni – stretti e logori – degli esseri umani, per aiutarli a superare il loro peggiore limite, quel silenzio assordante in cui erano scivolati con l’antico peccato, finendo per non sentire più la Parola divina, o per travisarla rovinosamente.

Non per niente sul Golgota il Crocifisso prega: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Il peccato da “misericordiare” – direbbe papa Francesco – non è un qualsiasi reato, non la violazione di qualche altissima legge, non la ribellione contro l’Altro o il tentativo titanico di emanciparsene, ma è come un malaugurato trauma all’organo dell’udito (“parakoé” si legge nelle lettere di san Paolo), che costringe chi ne rimane ferito a non poterne e a non saperne più ascoltare il dirsi paterno, ad ignorarne l’autentico senso, a fraintenderne il significato, tanto da capire faraone ogni volta che quell’Altro si proclama Signore, o padrone ogni volta che si dichiara Padre. Sino a non provare più alcuna positiva sensazione per la sua presenza e a perdere ogni sentimento filiale nei suoi confronti. E sino a ritrovarsi imprigionato nell’autoreferenzialità più che incardinato nell’autonomia, confinato in una fratricida irresponsabilità che fa misconoscere anche il valore dell’esser legati gli uni con gli altri: “Sono forse il custode di mio fratello?”, disse già Caino per dissimulare l’assassinio di Abele.

Solo il dono della Parola può far guarire da questo patologico isolamento: tornare a udirla è essenziale per poter ritornare a pronunciarla, rispondendo a chi si rivolge a noi, interloquendo con chi ci interpella, comprendendo appieno e interpretando correttamente ciò che ci vien confidato. E per tornare a dialogare amichevolmente anche con chi presumevamo – ammutoliti nell’afasia – fosse Ineffabile.

Dio invece si dice all’essere umano, in Cristo Gesù. Il che equivale a ridargli la parola nell’unico modo in cui, dal di dentro della sua condizione, l’essere umano può riceverla: trasmettendosi con il tocco di Gesù, comunicandosi tramite la sua umanità, in questa Dio stesso scoprendo la maniera più adatta per aggirare l’ostacolo, per scavalcare le barriere, per riuscire a suscitare una risposta nonostante il velo sugli occhi e i timpani forati e le corde vocali atrofizzate. Condividendo il disagio dei ciechi e dei sordo-muti, al fine di escogitare il modo di far loro comunque vedere l’invisibile, sentire l’inaudito, riecheggiare l’indicibile.

Nel battesimo che i cristiani celebrano per sperimentare la loro personale Pasqua, il loro passaggio “dal buio alla luce” – questo il sottotitolo del film di Marie Heurtin –, cioè il passaggio a una rinnovata esistenza spirituale, è incluso il rito dell’“effatà”, parola ebraica che Gesù rivolgeva proprio ai ciechi e ai sordo-muti, per guarirli e renderli finalmente figli a lui gemellati, abilitandoli ad ascoltare il dirsi del Padre suo e a rispondergli senza più alcuna inibizione. Dio sa quanto bisogno abbiamo di qualcosa del genere oggi, nell’epoca in cui più che mai rinunciamo alla parola, al dialogo, al contatto effettivo, alla relazione autenticaanche tra di noi, magari appiattendo lo sguardo su un algido ancorché colorato touch screen e digitandovi sopra non parole vere, ma una serie di sbrigativi acronimi e di emoticon standardizzate.

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Pasqua: Gesù ha abbracciato il silenzio dei poveri e degli esclusi

Agenzia SIR - Sun, 21/04/2019 - 09:27

“Mi sentirei più vicino a Gesù se lo avessero fucilato invece di crocifiggerlo”, disse un giorno un giovane ufficiale di ritorno dalla guerra di Corea alla scrittrice Marguerite Yourcenar. A volte è difficile trovare l’essenziale sotto le tracce del passato. Quello che Yourcenar gli propone è di “estrarre dai testi sacri che si leggono, ma non sempre si ascoltano, quelle parti che ci impressionerebbero se le trovassimo in Dostoevskij o in Tolstoj”. Lei è una scrittrice: narrare e raccontare è il suo metodo di avvicinamento alla verità. Ad ogni Pasqua, anche i cristiani ritornano alle grandi narrazioni della Passione, per avvicinarsi alla verità di Gesù. E, nell’intensità di questo ascolto, comprendiamo che, con la sua vita e la sua morte, Gesù è disceso per abbracciare tutti i nostri silenzi, anche quelli abissali, anche quelli distanti, ridicendo la vita come possibilità di salvezza. Ha abbracciato il silenzio dei nostri vicoli ciechi, di ciò che viene omesso in noi o di noi; il silenzio in cui le nostre forze collassano e ci lasciano in balia della paura e dell’ombra che assediano; quel silenzio che così spesso ci sembra irrisolvibile, quello di questa impaziente indefinitezza che siamo tra il già e il non ancora.

Gesù ha abbracciato questo tempo schiacciato tra sconfitte e speranze, questo tempo che duole come una spina, questo tempo segnato da furiose tempeste e naufragi che ci assalgono, pronti a farci a pezzi.

Gesù ha abbracciato il silenzio della vita nuda, vulnerabile, indifesa o ferita, la vita che nessuna città accoglie, la vita bloccata dal filo spinato delle frontiere, impietosamente segnata in funzione dello scarto. Ha abbracciato il silenzio di tutte le vittime della storia, il silenzio terrificante dell’ingiustizia, la lama cieca della violenza, il grido senza voce degli esclusi, il silenzio imposto ai poveri, l’ultimo sguardo immenso e silenzioso che i giusti gettano sulla terra. Il modo in cui Gesù ha assunto la sua missione è stato questo, fino alla fine: un servizio amorevole alla nostra umanità, relegando se stesso all’ultimo posto, disponendosi ad una progressiva umiliazione, essendo fedele fino alla morte, e alla morte di croce. In verità, non c’è niente e nessuno che Gesù non abbia abbracciato.
Tuttavia,

comprenderemo il significato complessivo di questa morte solo se andremo oltre la mera cronaca della crocifissione e riconosceremo che la conseguenza dell’offerta sacrificale di Cristo è l’annullamento del peccato.

Utilizzando un linguaggio che, in seguito, diventerà corrente, l’apostolo Paolo parla di una redenzione, un’espressione della terminologia commerciale che significa un trasferimento di una proprietà. L’uomo è “riacquistato”. È restituito ad una piena appartenenza a Dio e a se stesso per mezzo della distruzione del male operata dalla morte di Gesù. Questo diventa evidente nella verità che siamo chiamati ad accogliere, a toccare con mano e a riconoscere: che quel Cristo crocifisso è anche il Cristo risorto; che egli è ora il Signore della Gloria, e ci trasmette il suo Spirito per renderci partecipi della sua vita divina. La Pasqua è dunque, nella sua ampiezza, un mistero in cui la croce e la gloria si fondono al punto di diventare inseparabili.

(*) archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa

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La piccola cappella di La Lomita al confine tra Messico e Texas che si oppone al muro

Agenzia SIR - Sat, 20/04/2019 - 18:56

La Settimana Santa tra Messico e Texas non è solo celebrazione, processioni, preghiere ma anche una protesta composta contro le decisioni del governo statunitense sulla barriera di protezione che dovrebbe essere edificata per completare il muro di confine. Cuore della battaglia è la piccola cappella di La Lomita, situata nella cittadina di Mission, una delle comunità cattoliche di confine della diocesi di Brownsville. Ad officiare le funzioni in questa chiesa spoglia, dipinta solo di bianco è padre Roy Snipes, un religioso noto come il prete cowboy per il cappello a tesa larga che indossa costantemente, anche durante le processioni. Nelle sue preghiere e nelle sue omelie non nasconde le critiche verso la scelta dell’amministrazione di edificare proprio sul terreno della missione un muro di circa dieci metri, fornito di telecamere e di strade di accesso facilitate per gli agenti dell’agenzia di immigrazione. “O Signore, tu hai fatto i nostri cuori e tu ci conosci e conosci la nostra afflizione e il nostro stupore per l’arroganza del nostro stesso governo che profana il santuario della nostra patria… ignorando i diritti dei tuoi figli e figlie nel Texas del Sud. Ti preghiamo”, recita padre Snipes durante la preghiera dei fedeli, ricevendo un coro unanime di “Amen”.

La Lomita è un luogo neutro: qui pregano più in spagnolo che in inglese, si mangiano più tacos che hamburger sotto gli alberi del parco che circonda la cappella ed è questo abituale pasto dei pellegrini che si spostano in questa terra che è anzitutto cattolica, prima che americana, e lo è per i fedeli che vivono da una parte all’altra del confine naturale tracciato dal Rio Grande.

Ma è proprio su questa piccola collina su cui è stata edificata a metà del XIX secolo una delle missioni volute dalla Chiesa dopo la guerra messico-americana del 1847 che si gioca il braccio di ferro tra il governo centrale e la diocesi locale guidata dal vescovo Daniel Flores che ha impedito agli ispettori dell’immigrazione di valutare la fattibilità del muro poiché “limiterebbe il lavoro missionario della chiesa”. In febbraio una corte del Texas ha stabilito che il vescovo deve concedere la possibilità del sopralluogo, ma la battaglia legale non si conclude qui anche perchè alcuni avvocati della Georgetown University hanno offerto di difendere gratuitamente l’accesso al culto per la piccola cappella che la costruzione del muro limiterebbe. Infatti la barriera ideata dall’amministrazione prevederebbere un cancello di accesso sorvegliato dagli agenti che si troverebbero ad interrogare tutti i fedeli che si recano alla Lomita in preghiera. Inaccettabile per padre Snipes e per gli altri mille che proprio la domenica delle Palme si sono recati in processione nella piccola missione.

Le conversazioni si svolgono in due lingue e si passa facilmente da spagnolo ad inglese. Molti dei presenti hanno parte della loro famiglia in Messico e che la cultura latinoamericana è anche la loro cultura lo si coglie nella ritualità, nella devozione, nei canti e nelle preghiere. Qui la crisi di confine minacciata dal presidente sembra molto molto lontana.

La Lomita è un luogo di riferimento religioso anche se i suoi banchi sono rudimentali e non c’è corrente elettrica eppure chi entra qui fa un’esperienza di Dio.

Padre Snipers vi ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale nel 1980 e forse anche per questo cerca di proteggere questo luogo sacro da 153 anni da un muro di divisione. Lui vi celebra matrimoni, messe in tempo di siccità, le memorie dei missionari morti, la domenica delle Palme con confessioni sotto gli alberi che durano fino a notte. Vi celebra anche il servizio del Venerdì Santo e ha iniziato una novena per opporsi alla recinzione. Nel libro dei visitatori ha trovato tanti appunti di migranti illegali che hanno lasciato su queste pagine preghiere, richieste di documenti, ringraziamenti per essersi riuniti con i figli dopo la separazione al confine. Sa che tanti di loro hanno anche attraversato il fiume e alcuni li ha anche sfamati, ma mai li ha accompagnati in città perchè gli agenti lo tengono sotto controllo e sarebbe facile venire accusati di traffico illegale di esseri umani.

Padre Roger invece continua a fare il prete: benedice le acque del Rio Grande perchè salvi le vite di chi lo attraversa; parla con tanti pensionati del Midwest giunti qui alla ricerca delle radici e spiega che le barriere tra amici non possono esistere; stringe la mano agli agenti che chiedono una sua parola prima di iniziare il loro mandato; risponde con ironia e gentilezza a chi lo vorrebbe morto.

La Catholic Extension un’organizzazione che lavora per la costruzione e il restauro degli edifici di culto, ma che è anche in prima linea nel sostenere progetti di formazione nella fede lo hanno nominato tra i candidati a ricevere il Lumen Christ Award, come esempio di coraggio nella difesa dei valori cristiani. Lui si schernisce. Lui è solo un prete, un Oblato.

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Da Pasqua connessi per sempre

Agenzia SIR - Sat, 20/04/2019 - 11:23

Quella che stiamo attraversando è un’epoca di grandi trasformazioni che, nel segno della globalizzazione, sta condizionando le abitudini, il modo di vivere, le dinamiche relazionali di ciascuno di noi. Qualche giorno fa sono stato presentato quale esperto ad un incontro di operatori della comunicazione a motivo del mio diploma di perito in Telecomunicazioni. Quasi non me ne ricordavo. Subito la mente è andata a quegli anni in cui il professore di radiotecnica come esercitazione annuale ci faceva “costruire” una radio, lasciando a noi la scelta se realizzare il modello a “valvole” o quello a “transistor” che si era ormai affermato sul mercato. Verrebbe da dire: “Quanta acqua è passata sotto i ponti”. Chi è nato nel terzo millennio della cristianità non ha potuto assaporare il gusto e il fascino di un apparecchio che una volta “girata” la manopola di accensione richiedeva più di qualche secondo di pazienza prima che si illuminasse e si potessero riconoscere i suoni della stazione radio su cui si era sintonizzati. La radio a valvole era un oggetto statico facilmente riconoscibile spesso collocato al centro di una stanza dove la famiglia si fermava ad ascoltare il radiogiornale.

Oggi l’apparecchio simbolo della contemporaneità è lo smartphone, un oggetto che portiamo sempre con noi, personale, che per “accendersi” in modo efficace ha bisogno della connettività.

Per questo siamo ormai così condizionati dalla ricerca del “campo” che quando ci troviamo in una zona “non coperta” ci sentiamo persi. Non possiamo negarlo, lo smartphone ci “rapisce”. Paradossalmente sembra che la qualità della nostra vita dipenda dalla qualità del “segnale”.

Eppure ci sono alcune persone che ci testimoniano che esiste una connessione che permette a chiunque di trovare il “campo”, che dà soddisfazione alla ricerca più importante racchiusa nel cuore di ogni persona (Christus vivit n. 158). Sono i santi, quelli che hanno incontrato Gesù lungo il cammino, l’hanno riconosciuto come Figlio di Dio e si sono fidati di Lui, della Sua parola. I santi “nascono” con la Pasqua, duemila anni fa, e stanno lì a ricordarci che il Figlio di Dio attraverso la Sua morte e risurrezione ha dato ad ogni essere umano la possibilità di attivare la connessione più potente, capace di trasformarci in figli di Dio, figli con il Figlio. È stato Lui che è venuto a cercarci e continua a farlo, donandoci la sua grazia e ricordandoci che siamo fatti per la santità.

Non è difficile riconoscere i segni della santità.

Il santo è continuamente “acceso” dall’amore di Dio e questo gli permette di avere uno sguardo “altro” su se stesso, sulle persone e sulle cose. Non fa di se stesso il centro del mondo, ma è capace di guardarsi intorno scoprendo che può farsi “prossimo” ad ogni essere umano: non fa selezioni, ama tutti perché l’amore è da Dio. Il santo considera l’altro migliore di sé; non è invidioso, non vive la sua vita con uno spirito di concorrenza ma è capace di concorrere al bene comune: è capace di “perdere tempo” per mettersi in ascolto di Dio e lo stesso fa con le persone. Perde tempo perché in mezzo al “rumore” del mondo è capace di ascoltare. Il santo non insulta chi la pensa diversamente, ma riconosce in ogni uomo o donna i semi di bene; non aspetta che sia l’altro a prendere l’iniziativa, ama per primo. Il santo più si avvicina a Dio più scopre di essere peccatore, e più fa questa scoperta più diventa capace di affidarsi a Dio e alla Sua parola. Non guarda alla propria convenienza, è capace di gratuità. (Mt 10,8). Il giudizio del santo è orientato dalla carità, è capace di dire “sì, sì” e “no, no” perché in Cristo scopre che c’è una via di bene che vale la pena di essere percorsa (Mt 5,37). Il santo è capace di soffrire con chi soffre e di gioire con chi gioisce; è promotore di comunione e rigetta la divisione fra le persone.

E potremmo continuare a lungo nell’elenco, consapevoli che questi segni non sono tanto qualità che il santo possiede in natura ma che gli sono donati nella misura in cui si affida al Signore.

In questo elenco dovremmo almeno un poco riconoscerci, perché sappiamo bene che la chiamata alla santità è per tutti, nessuno escluso, ce lo conferma Papa Francesco nell’esortazione Gaudete et Exsultate: la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: “Siate santi, perché io sono santo” (n. 10). … La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita “non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi”… (n. 34)

La Pasqua ci ha connessi oggi e per sempre con la sorgente della vita: ci dona di vivere la santità nell’oggi, consapevoli che non abbiamo altro tempo per essere santi.

(*) segretario generale della Conferenza episcopale italiana

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A Mosul dopo 4 anni torna la Pasqua celebrata da un vescovo. Per altare la tomba di mons. Rahho, martire dei jihadisti

Agenzia SIR - Sat, 20/04/2019 - 09:30

“Non abbiate paura, abbiate il coraggio di essere cristiani. La nostra missione è testimoniare Cristo. Questo è il messaggio che vogliamo trasmettere ai nostri fratelli di altre fedi e a tutta la popolazione irachena”. È racchiuso in queste parole l’annuncio pasquale che giunge da Mosul, capoluogo del governatorato di Ninive. A lanciarlo è il suo arcivescovo caldeo, il domenicano Michaeel Najeeb Moussa, che da gennaio di quest’anno guida la diocesi (Mosul-Akra).

Il tempo della paura. Sembrano lontani i giorni della conquista, nel giugno del 2014, della seconda città irachena e di gran parte della provincia settentrionale di Ninive da parte dei miliziani jihadisti dello Stato islamico (Isis). Le bandiere nere di Daesh erano arrivate fin nel cuore di Mosul, e proprio da lì, dalla moschea Al Nuri, Abu Bakr al-Baghdadi, aveva proclamato il califfato. Era il 29 giugno 2014. Poi la conquista dei villaggi cristiani della Piana di Ninive, la cacciata e la persecuzione violenta dei loro abitanti. Tra le decine di migliaia di cristiani in fuga anche mons. Najeeb Moussa, nativo di Mosul. A lui si deve la messa in sicurezza di circa 1300 manoscritti antichi e la fondazione dell’Oriental Manuscript Digital Center, istituito per conservare la cultura cristiana dell’Iraq.

Un nuovo arcivescovo. Dopo cinque anni il padre domenicano torna a Mosul, città martire riconquistata, come arcivescovo caldeo per celebrare la Pasqua. Le chiese, usate come prigioni dal Califfato, tornano lentamente ad aprire i loro battenti. Profanate, distrutte, incendiate, tutte da ricostruire. Come del resto la città. E come la chiesa di san Paolo, dove, dice al Sir, “riposano i resti del nostro vescovo martire mons. Paulos Faraj Rahho, rapito e ucciso dai jihadisti nel 2008 a Mosul. Questo è l’unico luogo di culto che abbiamo in qualche modo rimesso in piedi e dove è possibile dire messa”.

“Qui celebriamo la Pasqua a testimonianza di come la luce vince le tenebre della nostra realtà quotidiana”.

Chiesa distrutta da Isis – Piana di Ninive (Foto Sir/Rocchi)

Il tempo del coraggio. “Che sia una Pasqua di Resurrezione e di rinascita – è la preghiera dell’arcivescovo –. Spero che il popolo di Mosul e tutti i fedeli della Piana di Ninive si rimettano in cammino per cominciare una nuova vita. Celebrare qui questa prima Pasqua è significativo. La situazione resta difficile: la maggior parte dei fedeli non è ancora rientrata nelle proprie case e terre”. Le cifre, infatti, parlano di meno della metà delle famiglie rientrate nella Piana di Ninive, per un totale di poco più di 41 mila persone. “A Mosul la situazione è ancora più delicata e non del tutto sicura a causa della presenza di terroristi di Daesh. Molte famiglie cristiane hanno desiderio di rientrare a Mosul ma al momento ne sono tornate solo una quindicina. La mia Pasqua è con loro”.

Non il numero. “È il segno della rinascita – sottolinea mons. Najeeb Moussa – riprendiamo il cammino con questo piccolo gregge.

Non conta il numero ma la qualità della fede.

Importante è viver in maniera ferma e salda la nostra fede, che non abbiamo mai abbandonato, nonostante la violenza, la persecuzione e le ingiustizie subite da Daesh. E come noi anche i fedeli di altre religioni e etnie. Tutto questo non ci ha impedito di vivere la fede oggi più forte di quella di un tempo. Nelle avversità si è rinsaldata”.

“La Resurrezione di Gesù ci sprona a non avere paura, a mostrare il coraggio di essere testimoni di Cristo. Questa è la missione che ci attende e il messaggio da trasmettere a tutti i nostri fratelli iracheni. A loro diciamo che i cristiani sono uomini e donne di gioia, di speranza, di carità. La gioia che il Signore ci ha donato, morendo e risorgendo per noi, non dobbiamo disperderla”.

Ma, avverte l’arcivescovo caldeo, “non ci sarà futuro per i cristiani in Iraq senza la giustizia. È l’appello che rivolgiamo anche al governo: applicare la giustizia e garantire i diritti per tutti i cittadini, senza differenze di religione ed etnia. Si parla di cittadinanza e

noi cristiani siamo cittadini a pieno titolo, come tutti gli altri.

Mons. Michaeel Najeeb Moussa (al centro) con alcuni capi dignitari di Najaf

Ognuno nel rispetto della fede dell’altro, dobbiamo comportarci come fratelli in umanità. È il senso del messaggio che Papa Francesco sta lanciando a tutto il mondo, vivere la solidarietà umana. Questa è la priorità. La fede diventa un valore aggiunto che alimenta l’umanità e la solidarietà. Costruire ponti di fraternità, demolire muri e seminare speranza”. Passa anche da qui la nuova vita di Mosul e la rinascita dell’Iraq.

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Le vie Crucis della gente di Carupano, nella Missione diocesana in Venezuela

Agenzia SIR - Sat, 20/04/2019 - 09:23

Non c’è la luce, tutto è buio d’intorno, ma così – direte – è più facile vedere le stelle brillare. Siamo in Venezuela: “qué pasa?” Luci e ombre; più ombre che luci. Non sto parlando solo in senso metaforico perché da un mese in qua la luce è diventato il problema fondamentale. Infatti siamo rimasti senza luce per più di tre giorni – senza internet per dieci- e continua a mancare per ore tutti i giorni. Fino a quando? Non si sa. Fare un Via crucis può essere molto romantico, ma anche un po’ più complicato; ne abbiamo fatte a decine, per tutti i settori.

La Via crucis risulta molto in sintonia con la vita di questa gente buona.

L’altra sera, in un settore un po’ emarginato, quando incomincio la prima stazione mi guardo attorno: due donne di chiesa e diciotto bambini! Non sono forse loro il futuro di un nuovo Venezuela?

In realtà, non sappiamo quest’anno che tipo di settimana santa celebreremo. Non essendoci la luce, molti rimangono anche senz’acqua e altri non possono neanche riscaldarsi una zuppa di verdure. Pensavamo di aver toccato il fondo, eppure quante amarezze ancora per tanti morti e profughi. Rimangono i vecchi e i bambini. Con uno stipendio, una famiglia non arriva a fine settimana. E poi, vietato ammalarsi! In Caracas si vendono medicine sciolte tirate sul marciapiede.

Siamo sempre allo stesso punto: con le buone questo presidente non se ne va.

Le marce settimanali di protesta sono state fatte in ben 358 città, in un solo giorno; ad esse partecipano anche preti e vescovi. Il 90 per cento dei venezuelani non vuole più questo presidente; però troppi continuano ad ascoltare le uniche televisioni filo governative. Per colmo, adesso siamo rimasti anche senza benzina. Non resta che sperare nella luce di Cristo Risorto perché illumini e sani tutta questa nostra realtà di miseria. Santa Pasqua a tutti.

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Greta Thunberg: “Il futuro è la sola cosa di cui abbiamo bisogno”

Agenzia SIR - Fri, 19/04/2019 - 16:56

“Il futuro è la sola cosa di cui abbiamo bisogno”. È l’appello lanciato oggi da Piazza del Popolo a Roma da Greta Thunberg, la sedicenne attivista svedese per lo sviluppo sostenibile e contro il cambiamento climatico, che in visita in questi giorni in Italia ha partecipato al “Friday for future”, i venerdì di sciopero per “salvare il pianeta” iniziati proprio da lei sotto il Parlamento svedese.

Ad attendere Greta in piazza migliaia di ragazzi, bambini e adulti, riunitisi al grido “Con Greta salviamo il pianeta”. Numerosi i cartelli e gli striscioni, ma anche piante, animali e istallazioni artistiche. Tra questi, un cartello che richiamava l’Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco, che ieri ha incontrato l’attivista svedese, e una scritta gigante “Help” (“Aiuto”), fatta interamente di bottiglie di plastica.

#FridaysForFuture Roma. In piazza del Popolo anche cartelli che richiamano l’Enciclica “Laudato si’” di #PapaFrancesco#GretaThunberg pic.twitter.com/5OD0qxlVk4

— AgenSIR (@agensir) April 19, 2019

“Troppe cose che usiamo nel nostro quotidiano sono uno spreco inutile e una fonte d’inquinamento – spiegano gli organizzatori –. Per cambiare il clima è necessario cambiare le nostre abitudini prima ancora della politica”. “Una politica che, tuttavia – precisano -, oggi ci usa come propaganda elettorale e vuole strumentalizzarci, ma noi non dimentichiamo chi sono i veri responsabili di questo disastro ambientale a cui stiamo andando incontro.

Abbiamo solo 11 anni, poi la situazione non sarà più recuperabile, non abbiamo tempo di entrare nei palazzi del governo, siamo troppo piccoli, la maggior parte di noi non ha ancora nemmeno il diritto di voto.

L’unica alternativa che ci resta è quella di scioperare a oltranza, lo studio può essere recuperato, il pianeta no”. Pertanto, gridano i ragazzi, “molti ci hanno accusato di essere degli ignoranti svogliati, ma non hanno capito che vogliamo solo essere ascoltati”.

Gli interventi si sono susseguiti sotto il sole romano, fino ad arrivare a quello più atteso. Poco dopo le 13, infatti, sul palco alimentato interamente da 120 biciclette e altrettanti volontari che hanno pedalato per l’intera mattinata, è salita Greta con il suo ormai famoso cartello “Skolstrejk för klimatet” (“Sciopero scolastico per il clima”).

“Siete tanti, dovete essere orgogliosi – ha detto -. Qui ci sono ragazzi di tutte le età”. Ma, ha ammonito Greta, il nostro futuro è stato “venduto perché poche persone possano fare molti soldi. Quando ci dicono che il cielo è l’unico limite ci dicono una bugia. L’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno è il futuro. Molti di noi lo capiranno quando sarà troppo tardi”.

Per l’attivista svedese

“siamo a un bivio per l’umanità.

È ora di scegliere il sentiero da prendere e invitare gli altri a seguire il nostro esempio. È un problema che accomuna tutti i Paesi. Ancora non c’è nessun cambiamento concreto in vista. Le emissioni continuano a crescere. Il nostro movimento deve continuare. Non basteranno le settimane o i mesi. Non protestiamo perché gli adulti si facciano i selfie con noi, ma perché si agisca in concreto. Non siamo noi ad aver causato questa crisi. Ci siamo solo nati in mezzo. E vediamo che le promesse che ci vengono fatte non sono rispettate”.

“Noi – ha concluso Greta Thunberg salutando le migliaia di ragazzi – continueremo a

combattere per il nostro futuro e il nostro pianeta.

Grazie Roma, grazie Italia!”.

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Scontri in Irlanda del Nord. Mons. McKeown (Derry): “Mai la pace può essere costruita con le pistole e le molotov”

Agenzia SIR - Fri, 19/04/2019 - 13:33

Torna l’incubo terrorismo in Irlanda del Nord. A Londonderry mezzi della Polizia sono stati presi di mira da un gruppo di persone incappucciate che hanno lanciato loro bombe carta e pietre. Ne è nata una sparatoria durante la quale una donna, la giornalista Lyra McKee, di 29 anni, è morta. “È una tragedia”. Sono le prime parole pronunciate da mons. Noël Treanor, vescovo di Down e Connor (Irlanda del Nord), diocesi della Chiesa cattolica in Irlanda, e vice-presidente della Comece (la Commissione che riunisce gli episcopati dell’Unione europea). Secondo le prime ricostruzioni, i poliziotti stavano svolgendo perquisizioni nelle aree di Mulroy Park e Galliagh dove si sarebbe dovuta svolgere lunedì prossimo una manifestazione in ricordo della rivolta dell’aprile 1916, ricordata come la Pasqua di sangue, quando l’esercito inglese reagì a colpi di cannone contro la dichiarazione d’indipendenza dell’Irlanda del Nord. Il pensiero di mons. Treanor va subito alla donna uccisa. “La vita della famiglia di questa ragazza è stata travolta per sempre”, dice. “Le persone, andando in Chiesa in questi giorni di Settimana Santa, pregheranno per la pace e la riconciliazione. Come anche in Europa, la riconciliazione è un fiore debole e fragile. Bisogna coltivarla. Bisogna accompagnarla. Bisogna sempre in ogni generazione lavorare intensamente e pregare per la giustizia e la riconciliazione che sono le pre-condizioni per una pace stabile. E anche promuovere un dialogo sulle sfide della società perché altrimenti ci sarà sempre la possibilità che il male si faccia sentire e vedere”. In queste ore di tensione e tristezza, il Sir ha raggiunto telefonicamente il vescovo di Derry, mons. Donal McKeown.

Cosa sta succedendo?
Ci siamo svegliati stamattina con questa notizia della morte della giovane giornalista. Sono qui con un gruppo di giornalisti e con il parroco della zona che è stato chiamato all’ospedale per dare l’estrema unzione a questa giovane donna e lui è sotto choc, come è sotto choc tutta la città, colpita da questo incidente in questo giorno di Venerdì Santo.

Come sta reagendo la gente di Derry?
C’è una profonda tristezza. Negli ultimi anni, questa città ha fatto enormi passi in avanti per quanto riguarda la stabilità, la pace, la speranza, il futuro e purtroppo oggi, a 21 anni dall’Accordo di Belfast del 1998, ci troviamo a vivere una nuova tensione, a causa di persone che in mezzo alla nostra comunità credono che si può costruire la pace per mezzo di morte e violenza, pistole e molotov.

È chiaro che con questi mezzi la pace non è mai possibile.

C’è un profonda tristezza ma anche la certezza che solo insieme siamo in grado di affrontare anche questo dolore e creare un futuro migliore per i nostri giovani che lo meritano.

Come è possibile che dopo 21 anni dall’Accordo di pace, si può ancora morire in Irlanda del Nord?

Il problema è che ci sono ancora dei dissidenti che credono che l’Accordo di pace del ‘98 sia stato un tradimento.

Vogliono come esito finale l’unità irlandese subito e vedono nel Brexit la possibilità di danneggiare il processo di pace. In questo contesto, il caos è quello che desiderano. Lo vediamo in tutto il mondo. Ogni incertezza in campo politico offre possibilità di creare una rivoluzione. È una minoranza molto piccola. Anche la marcia che loro prevedevano per lunedì prossimo è stata cancellata a causa della pressione della comunità.

Siamo nella Settimana Santa. Domenica si celebrerà la Pasqua. Quale appello, come vescovo di Derry, vuole lanciare alla sua comunità?
Vorrei dire che la Resurrezione è sempre possibile, nonostante la morte. La morte di una persona innocente non può portare ad alcun esito positivo. La Resurrezione è la nostra speranza e questa città lo capisce. Capisce che la Resurrezione è sempre possibile, che la Grazia è sempre più forte del peccato e che in mezzo alla tragedia di stamattina, c’è sempre la speranza che il futuro possa essere diverso dal passato. Siamo il popolo della Resurrezione, non solo del Venerdì Santo. Soffriamo oggi ma andiamo avanti con la speranza per il futuro.

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Famiglie e imprese pagano lo stress in economia

Agenzia SIR - Fri, 19/04/2019 - 10:43

Una materia difficile come l’economia domina il dibattito politico e i temi collegati (pensioni, decreto dignità, reddito di cittadinanza, flat tax, domeniche lavorative) diventano altrettanti punti interrogativi sulla tenuta dei conti pubblici. Contribuiscono all’inusuale centralità i tanti dubbi dei partner europei, delle società di rating e dei centri studi che inquadrano tutto nel rallentamento della congiuntura internazionale. Le famiglie e le imprese sono sottoposte da mesi a uno stress ansiogeno frutto di polemiche esterne o domestiche, spesso interne alla maggioranza, fra voci di dimissioni del ministro dell’Economia (non date) e ipotesi di tassa patrimoniale (smentite). Come hanno reagito? Qualche comportamento emerge nei dati periodici a consuntivo.

Le famiglie, almeno quelle che hanno mantenuto una regolarità di entrate, sono tornate a risparmiare rispondendo a un Dna culturale che in Italia non è ancora disperso. Finché si può non ci si indebita, si va a intaccare il risparmio pregresso, si tira la cinghia e semmai si chiedono dei prestiti a familiari e amici che ovviamente non entrano nelle rilevazioni.

La ricchezza delle famiglie italiane vale secondo i dati aggiornati della Banca d’Italia circa 11mila miliardi (più di 4mila miliardi in forma finanziaria, titoli di Stato, altre obbligazioni, azioni, liquidità) e più di 6mila miliardi in immobili. L’indebitamento delle famiglie italiane è di 900 miliardi (probabilmente sottostimato) e in questo dato c’è tutta la vulnerabilità finanziaria di nuclei, singoli cittadini, nuovi italiani, aree che sono in affanno per mancanza o perdita di lavoro. La divaricazione è molto ampia. Chi ha avuto entrate abbastanza stabili (stipendi, pensioni, rendite da lavoro o immobiliari) è stato molto attento. Nel 2018 – come è noto – la spesa è aumentata dell’1,6% rispetto al +2,7% del 2017 e considerando che il reddito disponibile lo scorso anno è aumentato dell’1,9% si è determinato un certo recupero della capacità di accumulo.

La propensione al risparmio (quota risparmio lordo su reddito lordo) è risalita all’8,1% e va letta positivamente come atteggiamento di prudenza. E negativamente perché i consumi deboli non danno occupazione, si fermano le spese sanitarie, quelle culturali, le manutenzioni, il sostegno allo studio e altro. L’incertezza di questi mesi rallenta l’acquisto di casa tramite mutuo che nel 2018 era aumentato di un buon +6,2% per un valore di circa 50 miliardi. I mutui hanno tassi ancora favorevoli e i prezzi delle case non stanno salendo. Per comprare o cambiare casa occorrono delle entrate stabili. L’occupazione a tempo indeterminato nel febbraio scorso era inferiore di 65mila unità rispetto al febbraio 2018 mentre erano aumentati di 107mila unità i lavoratori a tempo determinato.

Le imprese non sono nelle condizioni ottimali per avviare nuove attività e nuova occupazione.

Dazi e frenata dell’economia mondiale inducono a un atteggiamento simile, ma non identico, a quello delle famiglie. Avviare un prestito per un nuovo progetto ha una complessità maggiore rispetto a un mutuo per la casa. Nell’ultimo rapporto mensile l’Associazione delle banche italiane (Abi) segnalava a marzo una richiesta di prestiti da famiglie e imprese limitato a +1,1%. Gli investimenti privati delle imprese scendono mentre qualche dato positivo è emerso a febbraio con una produzione in crescita dello 0,9% anno su anno, invertendo una tendenza negativa del 2018.

Le imprese non possono fermarsi e ricostituiscono le scorte confidando in nuovi stimoli all’economia, in parallelo con i maggiori consumi attesi dalla distribuzione del reddito di cittadinanza, che il Governo ha preannunciato con un forte impegno di spesa pubblica.

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Il capolavoro di Bunyan in versione cartoon

Evangelici.net - Fri, 19/04/2019 - 10:42
Il pellegrinaggio del cristiano di John Bunyan, capolavoro della letteratura del Seicento e strumento di formazione per generazioni di credenti nel mondo anglosassone (e non solo), diventa un film di animazione: la pellicola sarà nelle sale americane il 18 e il 20 aprile. L'anteprima è qui. foto: www.pilgrims.movie
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La tratta di esseri umani

Agenzia SIR - Fri, 19/04/2019 - 10:13

«Un dottore della legge, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”» (Lc 10,29-30). Alla domanda del dottore della legge Gesù non dà una risposta teologica ed esauriente, offre bensì una parabola sconcertante e complessa, ma altrettanto chiara e sfidante.

L’unica attenzione di Gesù è per la persona, in qualsiasi situazione si trovi, perché la “persona” è il prossimo da amare e da soccorrere.

Se Gesù avesse voluto attualizzare questa parabola, oggi, forse avrebbe iniziato così: «Una giovane donna viaggiava dalla Nigeria verso l’Italia, passando nel deserto del Sahara e affrontando una lunga sosta in Libia, per poi procedere verso l’Italia su imbarcazioni fatiscenti, costretta a pagare una notevole somma di denaro. Molto presto essa incappò nei trafficanti che la ingannarono, violentarono e derubarono della sua identità, dignità, legalità e libertà, lasciandola mezza morta». Come avrebbe continuato Gesù il suo racconto? Troviamo una chiara analogia tra ciò che Gesù proponeva ai suoi interlocutori, con la parabola del Buon Samaritano, e ciò che avviene oggi, in un nuovo contesto: le strade delle nostre città e paesi, dove le protagoniste sono le sempre più giovani nigeriane. Purtroppo, giunte in Sicilia, dopo aver affrontato i pericoli del deserto e del mare, si trovano a combattere contro la schiavitù e lo sfruttamento del loro corpo.

I recenti dati dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) ci dicono che in Italia, negli ultimi anni, il numero delle giovanissime nigeriane ha raggiunto quota 15.600.Moltissime sono minorenni, la maggior parte analfabete, facilmente ricattabili. Inoltre, molte di loro sono incinte, dopo essere state violentate durante il viaggio.

Che cosa capita al loro arrivo in Italia? Dove finiscono? Chi le accoglie?

La maggior parte di loro, istruite dai loro trafficanti, maman e papponi, fanno richiesta per diventare rifugiate. E, una volta identificate, vengono soggiogate dai trafficanti e inserite nel giro della prostituzione. Cambiano i volti, i nomi, le circostanze, ma la realtà di violenza sulle donne deboli e indifese è la stessa. Tutti le possono usare, visto che in Italia la prostituzione non è considerata reato, come lo è in diversi Paesi del Nord Europa. Questo problema, che sta distruggendo la vita di tante giovanissime donne straniere e tante famiglie italiane, non è ancora stato preso in considerazione. E tale sfruttamento dilaga nel nostro Paese cosiddetto cristiano.

Che cosa si nasconde dietro questo traffico? La presenza di giovani africane/nigeriane, destinate a rispondere alla richiesta di sesso a pagamento sulle nostre strade, è sintomo di grande povertà sia di risorse per una sussistenza umana dignitosa, sia di educazione e opportunità di lavoro nei Paesi d’origine. Dobbiamo constatare, con vergogna, che ancora oggi esiste una terribile disuguaglianza tra uomo e donna, tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Oggi, il volto della povertà, dell’emarginazione, della discriminazione e dello sfruttamento nel mondo, è quello delle donne.

È la donna che, in molti Paesi, deve pensare al sostentamento della famiglia, che soffre a causa della carestia e della scarsità d’acqua, delle guerre e delle lotte tribali; è lei che soffre per la mancanza di medicine e per il contagio di epidemie, che non può frequentare la scuola ed è esclusa da compiti di responsabilità; è lei che spesso è costretta a lasciare la propria Patria per cercare altrove sicurezza e benessere per sé e per la famiglia; è la donna che subisce atti di violenza domestica, in gran parte sessuali, ed è ancora lei che spesso è costretta a vendere il suo corpo – l’unica risorsa che possiede – usato come oggetto di piacere e fonte di guadagno per altri. Ingannate, schiavizzate e gettate sui nostri marciapiedi o in locali notturni, “le prostitute” sono l’ennesimo esempio della ingiusta discriminazione imposta alle donne dalla nostra società.

La tratta di esseri umani è oggi una delle peggiori schiavitù moderne, e riguarda il mondo intero.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), sono oltre 21milioni le persone, spesso povere e vulnerabili, vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale o lavoro forzato, espianto di organi, accattonaggio, adozione illegale, servitù domestica, matrimonio forzato, maternità surrogata o utero in affitto e altre forme di sfruttamento. La tratta di esseri umani rende complessivamente 34 miliardi di dollari l’anno ed è il terzo “business” più redditizio, dopo il traffico di armi e di droga. La maggior parte delle donne ridotte in stato di schiavitù a disposizione di milioni di clienti italiani – 90%cattolici –, provengono da Paesi evangelizzati dai missionari, che con queste popolazioni hanno condiviso fatiche e sofferenze assieme alla fede cristiana, come annuncio di speranza e libertà, dignità e giustizia, solidarietà ed emancipazione.

Grande sfida, questa, per la nostra società, per le nostre famiglie, ma anche perla Chiesa stessa. Quante coppie di sposi e altrettante famiglie sono distrutte da questa realtà, soprattutto quando il cliente si invaghisce di una di queste giovani, con la scusa di toglierla dalla strada e liberarla dai trafficanti, per cadere lui stesso in una terribile trappola di sottomissione e di potere su una persona debole e indifesa.

Come la catena dello schiavo era formata da molti anelli, così è la catena di queste nuove schiave del XXI secolo. Gli anelli hanno dei nomi e sono quelli delle vittime e della loro povertà, degli sfruttatori con i loro ingenti guadagni, dei clienti con le loro frustrazioni, della società con la sua opulenza e carenza di valori, dei governi con i loro sistemi di corruzione e di connivenze, della Chiesa formata da cristiani, noi compresi, con il nostro silenzio e la nostra indifferenza.

Quante volte papa Francesco ha parlato della globalizzazione dell’indifferenza! E la nostra indifferenza diventa complicità con le nuove forme di schiavitù che distruggono la vita e il futuro di tante donne del Sud del mondo, ma anche di tanti consumatori del Nord del mondo. Il danno di questa nuova e terribile forma di schiavitù è enorme. E richiede una forte denuncia e lotta contro la criminalità organizzata. Tutti siamo chiamati a sentirci responsabili di questo grave disagio sociale.

(*) Associazione Slaves no more

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Via Crucis: suor Bonetti, siamo tutti complici dei “troppi calvari sparsi per il mondo”

Agenzia SIR - Fri, 19/04/2019 - 09:30

Di fronte ai “nuovi crocifissi” di oggi e ai “troppi calvari sparsi per il mondo”, siamo tutti complici, con il nostro silenzio, la nostra ipocrisia e la nostra indifferenza. È una denuncia a 360 gradi, quella proposta da suor Eugenia Bonetti, nelle meditazioni scritte su incarico del Papa per la Via Crucis di quest’anno. Nelle pagine vergate dalla religiosa, non ci sono solo le vittime della tratta, ma i volti dei bambini, le “vie crucis” dei migranti, le storie di tutte le schiavitù del nostro tempo. Non ultima la triade “denaro, benessere e denaro”, ingredienti fondamentali delle nostre “cittadelle blindate”. L’unico antidoto possibile sono i “nuovi cinerei”, che in ogni angolo della terra restituiscono dignità a chi è stato sfigurato dalla vita. Come una mamma che si prende cura del suo bambino. Come Tina, Mercy o le 26 giovani nigeriane inghiottite dalle onde del mare a pochi passi dalla terra promessa, dopo aver attraversato il deserto e subito le torture spaventose dei centri di detenzioni in Libia. Le loro storie, come quelle dei migranti a bordo delle navi a cui viene rifiutato un porto sicuro, diventano un appello “ai capi delle nazioni e ai responsabili delle legislazioni”, affinché sappiano asciugare le loro lacrime.

Suor Eugenia Bonetti

I nuovi crocifissi. “I senza fissa dimora, i giovani senza speranza, senza lavoro e senza prospettive, gli immigrati costretti a vivere nelle baracche ai margini della nostra società, dopo aver affrontato sofferenze inaudite”. È l’elenco dei “nuovi crocifissi di oggi”, i cui accampamenti “vengono bruciati e rasi al suolo insieme ai sogni e alle speranze di migliaia di donne e di uomini emarginati, sfruttati, dimenticati”.

Le madri. Madri che “piangono per la sorte delle loro figlie e dei loro figli”, per “tutte quelle giovani vite, che in modi diversi, sono condannate a morte dall’indifferenza generata da politiche esclusive ed egoiste”. Madri che hanno lasciato partire le loro giovani figlie vero l’Europa nella speranza di aiutare le loro famiglie in povertà estrema, mentre hanno trovato umiliazioni, disprezzo e a volte anche la morte”. Nell’evocarle, suor Eugenia cita la giovane Tina, uccisa barbaramente sulla strada a soli vent’anni, lasciando una bimba di pochi mesi. Come lei, sono tante quelle madri “che soffrono per i loro figli che sono partiti verso altri Paesi nella speranza di trovare un’opportunità per un futuro migliore”, ma che invece “trovano umiliazione, disprezzo, violenza, indifferenza, solitudine e persino la morte”.

I bambini. “Quanti bambini sono discriminati a causa della loro provenienza, del colore della loro pelle o del loro ceto sociale!”. È il grido che risuona già nella seconda stazione. E i bambini sono i protagonisti anche della sesta stazione: quelli che, “non possono andare a scuola e sono, invece, sfruttati nelle miniere, nei campi, nella pesca, venduti e comperati da trafficanti di carne umana, per trapianti di organi, nonché usati e sfruttati sulle nostre strade da molti, cristiani compresi”. Come una minorenne dal corpicino gracile, incontrata una notte a Roma, “che uomini a bordo di auto lussuose facevano la fila per sfruttare. Eppure poteva avere l’età delle loro figlie”… Bambini, ancora, che “vivono nell’indigenza e nel degrado. Bimbi privati del diritto a un’infanzia felice, a un’educazione scolastica, all’innocenza. Creature usate come merce di poco valore, vendute e comperate a piacimento”.

La tratta. “La situazione sociale, economica e politica dei migranti e delle vittime di tratta di esseri umani ci interroga e ci scuote”, si legge nell’ottava stazione, in cui la religiosa esorta ciascuno di noi ad “avere il coraggio, come afferma con forza Papa Francesco, di denunciare la tratta di esseri umani quale crimine contro l’umanità”. Tutti siamo responsabili del problema, tutti “possiamo e dobbiamo essere parte della soluzione”.

I trafficanti di schiavi. Gesù che, nella nona stazione, cade per la terza volta, sfinito e umiliato, diventa il simbolo di “tante ragazze, costrette sulle strade da gruppi di trafficanti di schiavi, che non reggono alla fatica e all’umiliazione di vedere il proprio giovane corpo manipolato, abusato, distrutto, insieme ai loro sogni”. Come Mercy, sfinita in un angolo di strada della notte romana: “Se sua madre sapesse cosa è accaduto a sua figlia, piangerebbe tutte le sue lacrime”. “È troppo facile condannare esseri umani e situazioni di disagio che umiliano il nostro falso pudore, ma non è altrettanto facile assumerci le nostre responsabilità come singoli, come governi e come comunità cristiane,” la denuncia.

Denaro, benessere, potere: sono gli idoli di ogni tempo, ma soprattutto del nostro, dove “tutto è acquistabile, compreso il corpo dei minorenni”. Mentre nel mondo “si vanno alzando muri e barriere”, suor Eugenia ringrazia “coloro che hanno rischiato la loro stessa vita, particolarmente nel mar Mediterraneo, per salvare esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione, schiavitù”. L’ipocrisia è uno dei mali peggiori della nostra società. “Chi ricorda quelle ventisei giovani nigeriane inghiottite dalle onde, i cui funerali sono stati celebrati a Salerno?”, chiede suor Eugenia. “Chi ha pianto?”, la domanda provocatoria, la stessa rivolta dal Papa a Lampedusa nel suo primo viaggio apostolico. Siamo tutti responsabili, “con il nostro silenzio e la nostra indifferenza”.

I nuovi cimiteri. “II deserto e i mari sono diventati i nuovi cimiteri di oggi”, si legge nella XIV e ultima stazione. La piccola Favour ha solo 9 mesi. È l’unica sopravvissuta ai suoi giovani genitori in viaggio verso il Mediterraneo in cerca di un futuro migliore. Sulla loro rotta, hanno incontrato trafficanti senza scrupoli. Solo Favour, come Mosè, è stata salvata dalle acque. “La sua vita diventi luce di speranza nel cammino verso un’umanità più fraterna”, l’augurio pasquale di suor Eugenia.

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Europa, patria di tutti. E nella bandiera le radici cristiane

Agenzia SIR - Fri, 19/04/2019 - 07:23

Si va di corsa verso le elezioni europee. Tornata “decisiva”, dicono tutti, per l’Italia e per il futuro del nostro continente. I venti impetuosi del sovranismo rischiano di lacerare la bandiera d’Europa. Per questo ho voluto raccontarne la storia, attraverso documenti inediti, in un libro dal titolo Salvare l’Europa – Il segreto delle dodici stelle, appena edito dall’Ave, l’editrice dell’Azione cattolica italiana.

I documenti che ho ritrovato negli archivi di Strasburgo dimostrano che la bandiera col cerchio stellato si ispira ai simboli dell’Immacolata Concezione (le dodici stelle e il manto azzurro).

A Lei erano devoti coloro che lavorarono al progetto dell’emblema del Consiglio d’Europa, prima istituzione comunitaria, nata giusto settant’anni fa. L’idea fu del capo ufficio stampa, Paul Lévy, ebreo belga convertitosi al cattolicesimo durante la seconda guerra mondiale. Vi collaborò un disegnatore di Strasburgo, Arséne Heitz, che portava sempre indosso la Medaglia miracolosa, coniata in seguito alle apparizioni della Madonna a Rue du Bac, a Parigi.

L’adozione della bandiera da parte del Consiglio d’Europa avviene l’8 dicembre 1955 (nel 1985 diventerà la bandiera ufficiale anche della Comunità europea), giorno in cui la Chiesa festeggia l’Immacolata. Semplice coincidenza o qualcosa di più? Come che sia, è un fatto che a realizzare il sogno dell’unità europea contribuirono in modo determinante tanti cattolici: Schuman, Adenauer, De Gasperi e molti altri ancora. Uomini che non volevano “sventolare” la loro appartenenza religiosa, ma essere lievito che fa crescere la pasta del servizio e della fratellanza.

Lungi da integralismi fuori luogo, il rimando ai simboli cristiani non deve né può essere la rivendicazione di una primazia, ma l’offerta di un terreno comune. Da esso deve trarre linfa la pianta dei cui frutti tutti possono nutrirsi, a prescindere da razze, fedi, origini e provenienze. Questa è la prospettiva che si evince dai discorsi sull’Europa degli ultimi pontefici, del cardinale Bassetti e del Presidente della Repubblica Mattarella che sono proposti nella seconda parte del volume.

Le istituzioni europee, svuotate del loro propellente ideale, sono oggi percepite dalla gente come distanti e inutili: una grande e costosa macchina burocratica che pone vincoli e frena lo sviluppo, che si intromette impropriamente nella vita e negli affari dei singoli cittadini e degli Stati.

Questa impressione fa dimenticare che grazie al processo unitario si è garantito all’Europa il più lungo periodo di pace della storia, che sono state riconosciute garanzie politiche e democratiche, che sono stati tutelati il diritto alla sicurezza, alla salute, all’educazione…

Le imperfezioni del sistema comunitario dovrebbero spingere non al suo affossamento, ma al superamento dei limiti attuali. Ciò sarà possibile se, oltre agli interessi particolari, si guarderà all’Europa come patria di tutti, generatrice e custode di valori condivisi, recuperando il sogno dei padri fondatori.

Salvare l’Europa significa ben più che vincere una tornata elettorale. Vuol dire preservare un patrimonio senza il quale il mondo sarebbe più povero.

(*) giornalista Rai

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Parlamento Ue: maggioranza europeista ma avanzano (adagio) gli “scettici”

Agenzia SIR - Thu, 18/04/2019 - 14:14

(Strasburgo) Come voteranno gli oltre 400 milioni di cittadini europei che tra il 23 e il 26 maggio saranno chiamati a rinnovare il Parlamento Ue? Mistero insondabile. Anche se, mediante sondaggi su base nazionale, numerosi istituti demoscopici stanno cercando di far luce sul futuro assetto dell’emiciclo di Strasburgo. E oggi l’ufficio studi dell’Eurocamera, assemblando 43 sondaggi provenienti da 21 Paesi, prova a riformulare l’assetto dell’aula per la legislatura 2019-2024, dopo aver pubblicato altre proiezioni a metà febbraio, inizio e fine marzo. Anche questa volta si tratta di prendere con le pinze i dati diffusi: perché si tratta “solo” di sondaggi (altro è il valore democratico del voto popolare); perché tali sondaggi sono svolti a inizio di campagna elettorale; e perché questa volta l’emiciclo riprende gli attuali 751 deputati: i calcoli delle prime rilevazioni erano svolti sulla base di 705 parlamentari, considerando l’uscita – ora rimandata – del Regno Unito dall’Unione europea.
Rientrano gli inglesi. Secondo le nuove proiezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (per ora è dunque indicato tra i Paesi partecipanti anche il Regno Unito, avendo avuto una proroga per il recesso al 31 ottobre; nel caso il Brexit avvenisse prima del 22 maggio gli inglesi non voterebbero), al Partito popolare europeo spetterebbero nel futuro emiciclo 180 seggi (rispetto ai 217 attuali); ai Socialisti & democratici 149 seggi (oggi sono 186); ai Liberaldemocratici 76 (68 attuali); 66 ai Conservatori dell’Ecr (76); 62 a Efn (Europa delle nazioni e della libertà, 37 attuali); 57 ai Verdi (52); 46 alla Sinistra unitaria (52); 45 a Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta, oggi 41); 8 ai non iscritti (21); 62 a partiti che non si sono finora affiliati ai gruppi presenti a Strasburgo, fra cui i 22 seggi stimati per l’europeista movimento En Marche del presidente francese Emmanuel Macron. Nella proiezione di fine marzo – quando si era tornati a indicare 751 seggi – i risultati erano un poco differenti: al Partito popolare erano assegnati 182 seggi; ai Socialisti & democratici 156; terzo gruppo quello dei Liberali, 79 seggi; Conservatori 73; euroscettici dell’Enf (con la Lega) 63; Verdi 57 seggi; Sinistra unitaria 46 seggi; l’altro gruppo euroscettico Efdd (con gli eurodeputati 5Stelle) 35; 8 “non iscritti”; 52 “altri”.

I partiti. Se si confronta la composizione attuale dell’Assemblea con le ultime proiezioni, il Ppe passa dal 26,7% al 24,0%, lasciando sul terreno 37 seggi. Socialisti & democratici subiscono un’analoga contrazione: dal 22,9% al 19,8% (-37 deputati). I Liberali dall’8,4% salgono invece al 10,1% (+8 e il bottino potrebbe crescere se En Marche aderisse a questo gruppo parlamentare); i Verdi dal 6,4% al 7,6 (+5 scranni). La Sinistra unitaria della Gue scende dal 6,4% al 6,1 (-6 posti in aula); i Conservatori Ecr dal 9,3 arrivano all’8,8% (-10 seggi); gli euroscettici di Enf aumentano consensi, dal 4,6 all’8,3%, quasi raddoppiando i seggi (+25); bene anche l’altro gruppo euroscettico di Efdd, che va dal 5,0 al 6,0% (4 seggi in più). I restanti seggi sono al momento, e provvisoriamente, assegnati a Non iscritti (8) e “Altri” (62).

Punti di domanda. Se si confermassero questi dati, si avrebbe un emiciclo con una significativa – per quanto differenziata – maggioranza europeista (popolari, socialdemocratici, liberali, verdi, En Marche), e circa un quarto dei seggi assegnati alle forze a varie titolo sovraniste, euroscettiche, no-euro. Il tutto con i punti di domanda legati anzitutto agli effettivi risultati elettorali, ai futuri schieramenti in seno all’emiciclo, ad eventuali e non scontate convergenze tra nazionalisti di varie bandiere, alla partecipazione o meno all’elezione dei britannici.

La geografia del voto. Su scala nazionale le letture sono assai diverse. In Germania emergono la tenuta della Cdu/Csu della cancelliera Angela Merkel (31,0% delle preferenze), la crescita esponenziale dei Verdi, dati al 18,0%, un arretramento dei Socialdemocratici (comunque oltre il 17,0%), mentre gli antieuropeisti di Afd si fermerebbero sotto l’11,0%. In Spagna (che ha in vista anche le elezioni politiche di fine aprile) i Socialisti sfiorerebbero il 30,0%, seguiti da Popolari, Ciudadanos, Podemos; i no-Europa di Vox sarebbero sotto il 10%. Per la Francia lotta tra En Marche (23,0%) e il Rassemblement di Marine Le Pen (21,2%). L’Ungheria risulta il Paese più euroscettico, con Fidesz del premier Viktor Orban al 52,0%, seguito dall’ultradestra di Jobbik al 16,0%. In Polonia torna primo il PiS, partito euroscettico al governo, con il 40,6%, mentre la coalizione europeista, all’opposizione, si ferma al 36,3%. Le proiezioni sul voto nel Regno Unito sono le meno convincenti: i laburisti sono valutati al 26,5%, i conservatori, al governo con Theresa May, al 16,5%, il nuovo Brexit Party di Nigel Farage è appaiato al suo vecchio partito pro-Brexit, l’Ukip, al 13,5%: ma in queste ore vengono diffusi sondaggi che danno addirittura il Brexit Party al primo posto nell’isola. E in forte crescita.
Mentre in Italia… Il dato italiano risulta – in quanto a forze “eurodubbiose” – piuttosto fuori asse rispetto a quello di altri Paesi. Alla Lega è assegnato il 31,4% dei voti, al Movimento 5 Stelle 21,5%, Partito democratico 20,0%, Forza Italia 10,1%. Il partito di Matteo Salvini resta saldamente al primo posto, pur in lieve flessione nei confronti delle precedenti rilevazioni, seguito da Cinquestelle e Pd, quasi appaiati. Forza Italia è al quarto posto. La distribuzione dei seggi dovrebbe così risultare: 26 eurodeputati alla Lega, 18 a M5S, 16 al Pd, 8 a Forza Italia, 4 a Fratelli d’Italia, che supera di poco lo sbarramento del 4%. Un ulteriore seggio sarebbe inoltre assegnato alla Sudtiroler Volkspartei (alleato al centrodestra). Nessun altro partito supererebbe la soglia di sbarramento. I dati diffusi fanno riferimento al 15 aprile, realizzati con una media di sondaggi prodotti da Swg, Emg, Termometro politico, Tecné, Ipsos, Istituto Piepoli ed Euromedia Research. L’ultima rilevazione, pubblicata il 29 marzo, segnalava i seguenti dati: Lega (32,2% di voti, 27 seggi), Cinquestelle (20,9%, 18 seggi), Pd (20,6%, 18 seggi), Forza Italia (9,5%, 8 seggi), Fratelli d’Italia (4,5%, per 4 seggi); più un seggio Svp. In quel momento i seggi assegnati all’Italia erano 76.

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Nathan-Melech e il sigillo ritrovato

Evangelici.net - Thu, 18/04/2019 - 10:04
A Gerusalemme è stato ritrovato un sigillo risalente a 2600 anni fa; sul manufatto compare l'incisione "Nathan-Melech, servo del re", e nonostante gli studiosi precisino che non è possibile determinare con certezza il soggetto a cui apparteneva, ci sono indizi che porterebbero a identificare questo Nathan-Melech con il funzionario del re Giosia citato in II Re 23:11. foto: nytimes.com...
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Un anno dopo lo scoppio delle proteste in Nicaragua. Núñez (Cenidh): “Qui è vietata ogni tipo di manifestazione pubblica”

Agenzia SIR - Thu, 18/04/2019 - 09:56

È passato un anno. Il 18 aprile 2018 in Nicaragua iniziava un’ondata di proteste, già annunciate qualche giorno prima dalle prime agitazioni giovanili, che avrebbero fatto inizialmente traballare il governo di Daniel Ortega, che ha in seguito avviato una dura repressione, i cui effetti perdurano ancora oggi. 12 mesi dopo Ortega è ancora in sella e vari oppositori politici sono ancora in carcere, anche se martedì il Governo ha annunciato la scarcerazione e gli arresti domiciliari per oltre seicento detenuti, in occasione della Settimana Santa. Le manifestazioni, che pure sono state annunciate per questi giorni dall’opposizione, restano fuorilegge. Ieri una manifestazione prevista a Managua è stata subito repressa dalle forze di polizia. Nel mezzo, tra una data e l’altra, ci sono oltre 300 morti, migliaia di feriti, 62mila profughi (secondo gli ultimi dati forniti dall’Onu), fuggiti soprattutto in Costa Rica.
Ancora, scorrono i tanti eventi di questi dodici mesi, che hanno visto spesso protagonista la Chiesa cattolica, senza dubbio la prima autorità morale del Paese:

il primo tentativo di dare vita a un Dialogo nazionale, fallito per la durissima repressione governativa; la processione dei vescovi con l’ostensorio nella roccaforte ribelle di Masaya, che aveva temporaneamente evitato l’intervento dei paramilitari; l’aggressione delle milizie di Ortega al cardinale Augusto Brenes e al suo ausiliare, mons. Silvio José Baez: gli arresti e gli attacchi alla stampa libera; il progressivo peggioramento dell’economia.

Dialogo tra scarcerazioni e molte incognite. Nelle ultime settimane, un nuovo tentativo di dare vita a un Dialogo nazionale tra Governo e opposizione ha prodotto qualche fragile frutto: un primo accordo in diciotto punti, numerose scarcerazioni. Ma negli ultimi giorni tutto è tornato in alto mare, come ha denunciato l’opposizione di Alianza Civica. “Il Governo – denuncia al Sir Vilma Núñez, la presidente del Cenidh, il Centro nicaraguense per i diritti umani, organizzazione sciolta dall’Esecutivo lo scorso dicembre – non sta mantenendo gli impegni presi, a cominciare dalla liberazione di tutti i detenuti politici. Vale la pena di sottolineare che anche coloro che sono stati scarcerati sono comunque agli arresti domiciliari”.
In quest’anno il Cenidh ha seguito la situazione stilando periodici rapporti, l’ultimo dei qual risale a dicembre, prima dello scioglimento: “Il regime reprime un popolo completamente disarmato. La nostra organizzazione non governativa è stata arbitrariamente spogliata di qualsiasi personalità giuridica, dopo che la nostra sede era stata assaltata da agenti armati. Nel nostro ultimo rapporto, lo scorso dicembre, avevamo rilevato 323 morti, circa 2mila feriti, avevamo raccolto 5mila denunce di violazioni di diritti umani”.
Oggi, prosegue l’attivista sociale,

“il Nicaragua è un Paese militarizzato, forse l’unico al mondo che impedisce qualsiasi tipo di manifestazione pubblica.

Chiunque provi a marciare viene immediatamente fermato. E’ fondamentale tenere alto il livello della pressione internazionale, far sapere all’opinione pubblica che qui le cose non stanno affatto migliorando”.

Tra la gente prevale la sfiducia. Come accennato, in questi mesi, anche la Chiesa è stata spesso attaccata e perseguitata, nonostante Ortega avesse chiesto proprio alla Conferenza episcopale di svolgere, in occasione del primo Dialogo nazionale, il ruolo di coordinatrice e testimone. Quando, alcune settimane fa, il Dialogo è ripreso, la Conferenza episcopale (Cen) ha scelto di non parteciparvi, anche per alcune interferenze governative che avrebbero posto il veto su alcuni nominativi inizialmente individuati dalla Cen. E’ rimasto, invece, al tavolo il nunzio apostolico, mons. Waldemar Stanislaw Sommertag. La scorsa settimana, poi, è emersa la notizia che il regime aveva un piano per uccidere il vescovo ausiliare di Managua mons. Silvio Báez, e che il Papa ha chiesto al vescovo di trascorrere un prolungato periodo di tempo a Roma.
“Penso quella fatta dal Santo Padre sia una scelta ragionevole e prudente”, commenta da Managua padre Moisés Daniel Pérez, teologo, insegnante nel Seminario arcidiocesano, già collaboratore del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), attivo in vari ambiti pastorali. Prosegue il sacerdote:

“Tutti i giorni noi sacerdoti invitiamo a non perdere la speranza, ad avere fiducia nel Nunzio e nelle decisioni del Santo Padre, a confidare e a sperare, con animo puro. Questi sono tempi di unità, non possiamo disperderci”.

Il sacerdote, tuttavia, non nasconde che “in generale tra la popolazione c’è molta sfiducia sul negoziato in corso” e che da questo punto di vista la partenza di mons. Báez, è stata accolta con tristezza. Domenica scorsa molta gente gli ha reso omaggio in occasione della messa delle Palme. “La mia impressione è che, nonostante i divieti a manifestare, la rivolta potrebbe riaccendersi in qualsiasi momento”, conclude il sacerdote.
C’è attesa su quanto accadrà in questi giorni. E questo anniversario coincide con la Settimana Santa. “Nulla è stato cancellato, almeno al momento – prosegue padre Pérez – in particolare la processione del Venerdì Santo è sempre molto partecipata”. E conclude: “Sono convinto che l’unica via d’uscita per il Paese sia quella negoziata, ma ne vediamo anche le difficoltà. Penso che l’uscita di scena di Ortega si realizzerà, ma non sarà rapida. E restano importanti la pressione internazionale e quella interna”.

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