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#RomaFF13. Il punto sui film del terzo giorno. Addio alle scene per Robert Redford e doc di denuncia per Michael Moore

Agenzia SIR - Sat, 20/10/2018 - 23:30

Terzo giorno di proiezioni all’Auditorium Parco della Musica per la Festa del Cinema di Roma. Presentati sabato 20 ottobre, nella “Selezione ufficiale” due film che arrivano direttamente dagli Stati Uniti: il documentario “Fahrenheit 11/9” firmato dal premio Oscar Michael Moore e il poliziesco “The Old Man & the Gun”, diretto da David Lowery, film che segna il congedo dalle scene di Robert Redford. Ancora, evento speciale ad Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa di Roma, il docufilm sugli oratori lombardi “Qui è ora” di Giorgio Horn, primo lungometraggio della Fondazione Ente dello Spettacolo. Ecco il punto sulle proiezioni della giornata con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film della Cei.

“Fahrenheit 11/9”

Il documentarista americano Michael Moore si è fatto conoscere all’inizio degli anni Duemila raccontando la strage di giovani nel liceo Columbine con il film “Bowling for Columbine” (2002), che gli vale un premio Oscar. Nel corso degli anni Moore si è poi scagliato contro i poteri forti, da “Fahrenheit 9/11” (2004), sulla presidenza Bush e l’attentato alle Torri Gemelle, a “Sicko” (2006) e “Capitalism: a love story” (2009), indagini rispettivamente sulle falle del sistema sanitario Usa e sulla crisi finanziaria dalle ripercussioni globali.

Ora con “Fahrenheit 11/9”, giocando sul titolo simile a quello del 2004, ma legandolo alle date della vittoria di Donald Trump alle presidenziali USA, il 9 novembre 2016, Michael Moore mette sotto la lente di ingrandimento l’attuale inquilino della Casa Bianca.

“Il regista non punta solo il dito contro il 45° presidente Usa – sottolinea Sergio Perugini, segretario della Commissione nazionale valutazione film Cei –, bensì contro la politica tutta, tanto dei Repubblicani quanto dei Democratici, Barack Obama compreso. La colpa della politica è quella di aver lasciato solo il Paese, o meglio quella fetta di popolazione che abita le periferie, costretta a scontrarsi con un sistema educativo, sanitario e sociale iniquo ed escludente. Impressionante, nel film, è il racconto dello scandalo ecologico dell’acquedotto di Flint, cittadina depressa del Michigan: lì Moore, occupando la vita difficile degli ultimi, dà il suo meglio. In generale, un è film satirico, amaro, ma di chiaro impegno civile”.

Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e utile per dibattiti.

“The Old Man & the Gun”

Classe 1980, David Lowery con “The Old Man & the Gun” realizza un film di grande fascino e atmosfera, tutto centrato sulla figura e la carriera di Robert Redford. E il celebre divo hollywoodiano, a 82 anni, ha deciso di congedarsi dal cinema proprio con quest’opera.

Il film prende le mosse da una vicenda realmente accaduta, la storia del rapinatore di banche Forrest Tucker; si concentra in particolare sugli ultimi colpi del truffatore Usa negli anni ’80, in età orami avanzata. Tucker (Redford), contraddistinto da uno stile discreto ed elegante, senza mai usare la pistola, mette in fila una serie di furti in banche di ogni dimensione; durante una fuga, conosce la vedova Jewel (Sissy Spacek), che sembra indurlo a cambiare stile di vita.

“Attraverso la vicenda di Tucker – commenta Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film Cei –, Robert Redford condensa tutta la sua straordinaria galleria di personaggi interpretati in oltre mezzo secolo di carriera. Il film si propone come un abito ideale, su misura, per Redford che porta in scena tutta la sua eleganza, ironia e intensità di sguardo. È sì un testamento artistico, ma anche la conferma di una bravura senza tempo”.

“Questo film sembra richiamare anche il recente ‘Le nostre anime di notte’ – aggiunge ancora Perugini – dove Redford duettava con Jane Fonda. Qui in ‘The Old Man & the Gun’ a fargli da spalla c’è la sempre affascinante Sissy Spacek. Vediamo i due grandi di Hollywood marcare con intensità e poesia due figure al tramonto della vita, capaci di provare ancora emozioni e tenerezza. In generale, il film ha un buon andamento grazie alla capace regia di David Lowery, ma tutto poggia sulla bravura di Redford, un grande signore dello schermo”.

Dal Punto di vista pastorale, il film è consigliabile e brillante. Per tutti i tipi di pubblico.

“Qui è ora”

Si tratta della prima produzione della Fondazione Ente dello Spettacolo, il docufilm “Qui è Ora” diretto da Giorgio Horn, una fotografia sociale degli oratori lombardi e del loro attivismo sul territorio, con una forte mission educativa, culturale e sociale. Tra le parrocchie coinvolte nelle riprese: San Sirio Lomazzo (Como), San Giovanni e San Faustino (Brescia), San Giovanni Bosco a Clusone (Bergamo) e San Luigi (Milano).

“La parrocchia e l’oratorio – afferma Giraldi – sono visti attraverso gli occhi dei giovani, che raccontano in prima persona i momenti aggregativi, come le attività culturali e sportive, ma anche le opportunità di inclusione sociale e dialogo interculturale. Il docufilm si propone come un prodotto di grande attualità, non come inchiesta ma regalando uno sguardo fresco e positivo. Pagine belle del nostre Paese attraverso il lavoro di tanti giovani sacerdoti e delle comunità, dove i ragazzi rappresentano il motore propulsivo. Un docufilm senza dubbio di forte interesse e di buona fattura”.

Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, problematico e adatto certamente per dibattiti e approfondimenti.

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Keller sul NYT: "i cristiani non ignorino la politica"

Evangelici.net - Sat, 20/10/2018 - 18:53
Tim Keller, noto pastore e autore evangelico americano, ha pubblicato sul New York Times un intervento sull'annoso tema del rapporto tra i cristiani e l'azione politica. Non impegnarsi, rileva Keller, significa accettare la situazione, mentre entrare in politica è un "atto d'amore per il prossimo, che sia credente o meno": un'azione che però deve tenere fuori la chiesa dall'agone politico...
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Sinodo 2018: i giovani vogliono una Chiesa “ospitale e formativa”

Agenzia SIR - Sat, 20/10/2018 - 16:58

Con i giovani, bisogna essere “umili e coraggiosi”. Altrimenti, il Sinodo che la Chiesa universale, per volere di Papa Francesco, ha scelto di dedicare loro rischia di tradursi in “un lungo elenco senza priorità”. È quanto emerge da uno dei tre Circoli minori di lingua italiana, le cui sintesi – insieme a quelli degli altri 11 Circoli minori di lingua inglese, francese, spagnola, tedesca e portoghese – è stata letta oggi in Aula, al termine della terza settimana del Sinodo dei vescovi sui giovani, dedicata all’esame della terza parte dell’Instrumentum laboris. Martedì prossimo, 23 ottobre – ha reso noto il prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini, durante la conferenza stampa odierna in sala stampa vaticana – verrà presentato dall’apposita Commissione incaricata di redigerlo il Documento finale del Sinodo, che sarà discusso nella Congregazione generale. I 267 padri sinodali potranno proporre per iscritto richieste, integrazioni e modifiche, da inserire nel testo in vista della stesura definitiva che verrà votata numero per numero, con la maggioranza di due terzi, prima di essere consegnata nelle mani del Santo Padre al termine del Sinodo, insieme ad una breve “lettera ai giovani” a cui sta lavorando un’altra Commissione eletta dai partecipanti.

“Una più vitale e profonda alleanza tra la Chiesa e le nuove generazioni”.

Ad auspicarla è stato mons. Vincenzo Paglia, relatore del Circolo minore moderato dal card. Angelo De Donatis. L’obiettivo verso cui tendere è quello di una Chiesa

“realmente ospitale e formativa, non semplicemente preoccupata della propria struttura istituzionale o della propria utilità funzionale nei confronti della trasmissione della fede”. 

“Ogni Chiesa locale è chiamata a trovare la propria narrazione della presenza e dell’azione del Signore, mediante lo Spirito, nel contesto della propria storia e della propria cultura”, la raccomandazione a proposito del “discernimento” e all’insegna del “primato dell’ascolto”. Secondo requisito di una Chiesa all’altezza della sfida posta dalle nuove generazioni: l’amore per i poveri.

“È nella prossimità ai poveri – si legge nella relazione – che i giovani cattolici possono creare un’alleanza con gli altri giovani cristiani, con quelli appartenenti alle altre religioni ed anche con chi non crede. E’ un grande compito per questa nuova generazione: solo partendo dai più poveri si può sognare e realizzare un mondo giusto”.

In terzo luogo, occorre “elaborare una proposta organica” sul piano della formazione, “per accompagnare le persone in questo percorso di discernimento, nella diversità delle situazioni storiche e culturali locali”.

Sul compito “prioritario” di trasmettere ai giovani il dono della fede si è soffermato anche il Circolo minore moderato dal card. Fernando Filoni. Tra le sfide più rilevanti elencate dal moderatore, mons. Bruno Forte,

“le situazioni di emarginazione, che riguardano in particolare le donne, spesso ancora vittime di un maschilismo duro a morire”,

ma anche “le persone affette da dipendenze o segnate da sofferenze fisiche o spirituali, davanti alle quali i giovani spesso restano muti e sconcertati, quasi incapaci di reagire attivamente”. “Speciale attenzione e accompagnamento” richiedono, inoltre “le persone con orientamento omosessuale”. Quanto al futuro, “la sfida del lavoro è dominante” e in alcuni contesti “particolarmente drammatica”. Sul piano pastorale, la parrocchia “resta un punto di riferimento importante” per i giovani, che però hanno sempre più bisogno di “strutture in cui possano sentirsi a casa”.

“Un anno di noviziato sociale ed ecclesiale”, stile servizio civile, che educhi i giovani “alla corresponsabilità e alla collaborazione”.

È la proposta del Circolo minore moderato dal card. Gianfranco Ravasi. Il relatore, mons. Pietro Maria Fragnelli, ha delineato l’identikit di una Chiesa “come ospedale da campo e palestra che offre supporti ” – dal web allo sport, dall’arte al lavoro, senza dimenticare i sentimenti e le emozioni – e “recuperi”, come nel caso delle dipendenze dalla droga, dall’alcol, dal digitale, dal gioco, dalle varie forme di depressione. Tra le proposte indirizzate ai giovani migranti: “Promuovere l’aiuto in patria attraverso le Chiese particolari, distinguendolo dall’aiuto a chi esce o vuole uscire affrontando ogni tipo di rischio”. “Contrastare ogni discriminazione per il colore della pelle o per la religione, per l’identità di uomo e di donna, per le scelte associative e le possibilità economiche e culturali”, l’imperativo per seguire “la stella dell’amore”, attraverso una “formazione pastorale chiara ed esigente di adolescenti, fidanzati e giovani coppie”.

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Trovare il povero anche in chi povero non appare

Agenzia SIR - Sat, 20/10/2018 - 15:16

Domani è un giorno molto importante per me! Tutta la Chiesa infatti si unisce in preghiera e richiesta di aiuto per sostenere le missioni nel mondo. Sì, ci sarà la Giornata missionaria mondiale celebrata all’interno del mese dedicato a noi giovani.
Papa Francesco, a tal proposito, ci ha lasciato un messaggio molto ricco che ci rappresenta in pieno e, per chi ha già fatto una piccola esperienza di missione come me, si possono ritrovare delle parole che descrivono molto bene l’identità del missionario:“Ogni uomo e donna è una missione e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra”.
Faccio un passo indietro. Sapete cos’era la missione per me? Prima di fare un’esperienza di vera missione, pensavo che quest’ultima consistesse innanzitutto nel dover dare qualcosa. Partii in seguito per un viaggio in Brasile con la mia Comunità. Lo feci senza molte aspettative, però dentro me c’era forte questa convinzione: parto per dare qualcosa agli ultimi, a chi non ha il necessario per vivere una vita dignitosa…

Il Brasile invece ha stravolto tutte le mie idee preconfezionate della missione.

Ho colto che la missione sì, include un posto in cui vai a dare qualcosa, ma in realtà è una dimensione e un luogo in cui ricevi tantissimo. Ho sentito che ero dentro un sogno e un progetto molto più grande di quello che pensavo o immaginavo. È come se avessi contattato il mio cuore più in profondità e cogliessi la ragione per cui sono qui a vivere questa vita…
Però c’è qualcosa di più! È qualcosa di estremamente esperienziale, fatto di persone e non di concetti. Non c’è missione senza vere relazioni. Se penso infatti all’esperienza che ho fatto, mi vengono in mente tanti volti, tanti sorrisi. È stato questo per me: qualcosa che ho dato e molto che ho portato indietro.
“Per chi sta con Gesù – afferma il Papa – il male è provocazione ad amare sempre di più”. E sappiamo che l’amore funziona per contagio: più si dà e più si riceve. Le povertà incontrate mi hanno fatto sperimentare un grande senso di impotenza; o venivo schiacciata dalla miseria o mi mettevo ad amare.

Ho scelto nel mio piccolo di mettermi ad amare.

È stata la risposta più gratificante che io abbia mai dato, permettendomi di spogliare me stessa da tutte le barriere che di solito tengo su più facilmente quando sono in un posto sicuro e che conosco.
Che messaggio lascerei ai giovani? Mi vengono in mente le parole di una missionaria del Brasile prima che io ripartissi per l’Italia. Io le dissi: “Come faccio ora a tornare alla ‘normalità’ dopo tutto quello che ho vissuto, dopo tutte le emozioni forti che ho provato?”. E lei mi disse: “Federica, ora vai e impara a trovare il povero anche in chi povero non appare!”. Questo augurio mi ha stravolto. La missione dunque non è solo in Brasile o in altri continenti dove ci sono povertà più visibili; c’è una povertà di cui noi tante volte non ce ne accorgiamo nemmeno e anche lì, soprattutto lì, siamo chiamati ad essere missionari, evangelizzatori.

E c’è un povero dentro ciascuno di noi da amare ed evangelizzare!

Ora so che posso essere missionaria anche qui dove vivo! Vorrei dire un’ultima cosa ai miei coetanei: quando non sapete che senso dare alla vostra vita o perché siete in questa terra così piena di contraddizioni, partite! Partite! Vi garantisco che ritroverete voi stessi e non solo!
E, come dice il Santo Padre, non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me!

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Riaffermare la responsabilità missionaria delle Chiese locali

Agenzia SIR - Sat, 20/10/2018 - 09:48

Lo slogan della Giornata missionaria mondiale 2018 (Gmm) “Giovani per il Vangelo” si ispira al Sinodo dei vescovi, voluto da Papa Francesco. Si tratta di una scelta operata dalla Fondazione Missio che in Italia rappresenta le Pontificie Opere Missionarie. Esso racchiude due dimensioni sulle quali è importante riflettere sia a livello personale che comunitario. Anzitutto, è evidente la sfida vocazionale, nella consapevolezza che, ancora oggi, a distanza di 2000 anni dalla venuta del Redentore, “la messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Al contempo, emerge anche un’altra istanza, che supera decisamente l’età anagrafica, nel senso che è il Vangelo stesso che chiede ai credenti, indipendentemente dagli anni di vita, d’essere, sempre e comunque, giovani con il cuore e con la mente.
Papa Francesco ci suggerisce, in maniera efficace, la prospettiva teologica di questo ragionamento nelle pagine di un recente libro-intervista dal titolo “Dio è Giovane”, pubblicato da Piemme (pagg. 132, euro 15, e-book euro 9,99). Con grande forza ed efficacia, papa Bergoglio afferma che “Dio è Colui che rinnova sempre, perché Lui è sempre nuovo: Dio è giovane! Dio è l’Eterno che non ha tempo, ma è capace di rinnovare, ringiovanirsi continuamente e ringiovanire tutto”. Viene pertanto spontaneo domandarsi quali siano, in chiave pastorale, i campi di applicazione, non solo nella cornice del tradizionale Ottobre Missionario, ma guardando anche all’intero anno pastorale che abbiamo di fronte.

I dati dicono che diminuiscono i missionari con vocazione ad vitam (cioè sacerdoti appartenenti a società di vita apostolica, religiosi e religiose), ma aumentano i laici che decidono di fare un’esperienza missionaria per qualche anno o qualche mese (famiglie o singoli).

È una sfida che dovrebbe coinvolgere i Centri missionari e i Centri vocazioni, unitamente alle comunità diocesane. Considerando il calo avvenuto negli ultimi 20 anni, il numero dei missionari italiani oggi si attesta intorno alle 8mila unità. Se, allora, di crisi stiamo parlando, dobbiamo riconoscere che oggi più che mai occorre riaffermare la responsabilità missionaria delle Chiese locali. Tutto ciò nella consapevolezza che sia la visione teologica, sia le relative declinazioni della missione, non possono prescindere da quegli uomini e quelle donne che hanno fatto la scelta di andare fino agli estremi confini del mondo. Ma proprio perché “Dio è giovane”, è importante non solo sapersi mantenere giovani, ma anche accettare le istanze del rinnovamento.

Qui non si tratta di rottamare gli anziani, o di rinnegare la propria Storia, quanto piuttosto di comunicare nuova linfa all’interno delle comunità, andando al di là di certi stereotipi e pratiche del passato che condizionano la comunicazione della Buona Notizia in una società postmoderna che ha pur sempre fame e sete di Dio.

Questa dinamica della fede farà maturare i giovani e ringiovanirà i meno giovani con l’intento dichiarato di sancire una rinnovata stagione evangelizzatrice. Animati da queste convinzioni, facciamo tesoro del pensiero di Papa Francesco, ribadito nel tradizionale Messaggio per la Giornata missionaria mondiale di quest’anno: la “trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene per il contagio dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita”. Ecco perché c’è bisogno di giovani per il Vangelo!

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Esodo dall’Honduras: in decine di migliaia superano le frontiere. Le Chiese aprono le porte, ma c’è preoccupazione

Agenzia SIR - Sat, 20/10/2018 - 09:39

Come una valanga. Sabato scorso sono partiti in poche decine, da San Pedro Sula, città del nord dell’Honduras. Il loro sogno: arrivare negli Stati Uniti. Grazie al tam tam dei social, dopo un giorno il gruppo era diventato una carovana. All’inizio della settimana sono stati in 3.500 ad entrare in Guatemala, primo passaggio obbligato del lungo viaggio. Poi, dietro di loro si sono mosse altre migliaia di persone: circa la metà sono donne. Ci sono bambini, anziani, persone in precarie condizioni fisiche. Un vero esodo. “In questo momento si stima che nel Paese siano entrate 11mila persone” dice padre Mauro Verzeletti, scalabriniano, direttore della Casa del migrante di Città del Guatemala. Solo un rapido passaggio verso l’ulteriore frontiera, quella messicana? Non proprio. Intanto, coloro che riescono a entrare in Messico sono velocemente rimpiazzati da altri honduregni. In secondo luogo, la valanga che sembrava inarrestabile, ieri ha avuto la sua prima vera battuta d’arresto alla frontiera messicana del Rio Suchiate. Se lo Stato messicano del Chiapas aveva garantito “porte aperte”, così come il confinante Tabasco, sono arrivati in massa i gendarmi federali, inviati dal governo messicano, a sua volta pesantemente minacciato dal presidente Usa Donald Trump.

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Scontri e tensione alla frontiera messicana. Si sono vissute ore di forte tensione. “In questo momento ci sono scontri, i migranti stanno cercando di entrare con la forza. La situazione è brutta”, avverte da Tapachula padre César Augusto Cañaveral Pérez, coordinatore della Mobilità umana della diocesi. Pare siano stati usati gas lacrimogeni, fatto sta che l’azione degli agenti ha ostacolato non poco la marcia dei migranti, che pure in molti casi sono riusciti a forzare il cordone e arrivare nel tradizionale avamposto messicano, Tapachula, raggiungendo i primi migranti che già erano giunti nella città del Chiapas nella serata di giovedì.

La marcia sarà fermata? Probabilmente no, ma certamente sarà rallentata e frammentata.

In ogni caso, nella “migliore delle ipotesi”, ci vorranno settimane prima di raggiungere il confine Usa, che Trump ha già deciso di blindare, pretendendo dal Messico un analogo atteggiamento. E minacciando, in caso contrario, di intervenire direttamente.

Tra accoglienza e possibili strumentalizzazioni. Ecco, così, intrecciarsi i fili principali di una questione complessa: i motivi dell’esodo di massa, che coinvolgono in questo momento soprattutto l’Honduras, forse il Paese più violento del mondo; la situazione del Guatemala, in questo momento al collasso, premuto come una pentola a pressione; i “giochi” politici che passano sopra le tante drammatiche storie di queste persone, a poche settimane dal voto di medio termine negli Usa e a 40 giorni dall’insediamento del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo. Riassume la complessità della questione, che presenta ancora delle zone grigie, il presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, mons. Gonzalo de Villa y Vásquez, vescovo di Sololá-Chimaltenango, interpellato dal Sir: “Come Chiesa del Guatemala, abbiamo messo a disposizione le nostre strutture e abbiamo cercato di accogliere i migranti nel miglior modo possibile, all’insegna della simpatia, dell’aiuto e della solidarietà.

Ho notato tanti gesti di vicinanza e solidarietà dalla gente semplice.

Certo, resta una forte preoccupazione per la situazione estrema che vive il popolo dell’Honduras. E anche per le strumentalizzazioni politiche, a cominciare forse proprio dal modo in cui questa migrazione è stata organizzata dal suo leader, Bartolo Fuentes, attivista ed ex deputato, arrestato in Guatemala e riportato in Honduras E poi ci sono le versioni contrastanti sull’atteggiamento del Messico, tra il presidente uscente Peña Nieto e l’entrante Amlo, più propenso all’accoglienza”.

Suor Lidia de Souza

Honduras, i motivi dell’esodo. Intanto dall’Honduras continuamente la gente cerca di partire, come del resto faceva, anche se con numeri più ridotti, prima di sabato scorso. Racconta suor Lidia de Souza, la coordinatrice per la pastorale della mobilità umana della Conferenza episcopale dell’Honduras (Ceh): “La povertà e la violenza sono a un livello impressionante. Il Governo non offre alcuna proposta e il Paese è in ginocchio”. La fuga, poi, è stata accelerata dalle forti piogge cadute nelle ultime settimane. Anche a suor Lidia arrivano conferme delle difficoltà alla frontiera messicana: “Coloro che non ce la fanno per le frontiere principali, cercano di passare in altri punti, ma si tratta di una cosa pericolosa, perché la frontiere meno frequentate sono controllate da organizzazioni criminali che gestiscono, ad esempio, la tratta di persone. Non sono più di tanto preoccupata per le minacce di Trump di intervenire con le sue truppe, mi pare una cosa irrealizzabile, ma per quello che possono fare il nostro Governo e quelli vicini per la pressione di Trump”.

Guatemala al collasso. Così, ad avere la peggio è il Guatemala: un piccolo Paese, in questo momento “completamente invaso”. Lo spiega al Sir padre Juan Luis Carbajal, responsabile della pastorale della mobilità umana della Chiesa guatemalteca:

“Attorno alle sette Case del Migrante gestite dalla Chiesa dei Guatemala assieme agli scalabriniani si è radunata una vera folla, che fatichiamo a gestire”.

I migranti giunti dall’Honduras di fatto sono sparsi in tutto il Paese. “Rivolgiamo un forte appello alle istituzioni e alla cooperazione internazionale. E’ necessario l’intervento dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, della Croce rossa – prosegue il sacerdote -. Noi ormai fatichiamo ad accogliere queste persone, e intanto stiamo cercando di accompagnare queste persone e di vigilare, perché non cadano in situazioni rischiose”.

Padre Mauro Verzeletti

Incognite e giochi politici. “Questo è il risultato di decenni di politiche predatorie di Europa e Stati Uniti verso l’America Latina e in particolare i piccoli Paesi dell’Europa centrale. La situazione in Centroamerica sta collassando”, dice padre Verzeletti. Ma ora per la “valanga umana” si aprono settimane piene di incognite. L’iniziale compattezza cederà giocoforza il posto allo sfilacciamento, nell’attraversamento del lunghissimo Messico. Per chi ce la farà. Molti, probabilmente, termineranno la loro fuga proprio in Messico cercando qui una sistemazione. Altri arriveranno fino alla frontiera statunitense. Ma resta l’interrogativo paradossale: come mai una marcia di questo tipo si è messa in moto nel momento politicamente più sfavorevole, con Peña Nieto ancora in sella al posto di Amlo e con Trump scatenato in campagna elettorale? Forse, drammaticamente, perché la goccia ha fatto traboccare il vaso?

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Il sorriso di Joy, sfigurata al volto da un proiettile

Agenzia SIR - Sat, 20/10/2018 - 09:19

Quella domenica Joy era rimasta in casa a giocare con una cuginetta. Sarebbe stato bello uscire all’aria aperta, ma fuori c’era il coprifuoco. Un numeroso gruppo di persone stava partecipando ad una manifestazione pacifica organizzata nell’abitato in cui vive, in Camerun. Cose da grandi. Il mondo di Joy è diverso. È il mondo della spensieratezza di una ragazzina di 14 anni che ha i compiti da fare, che aiuta la mamma in casa preparando da mangiare e che ama giocare e dare libero sfogo alla fantasia.
Poi, all’improvviso un botto, il rumore di un vetro che va in pezzi e un sibilo fulmineo e sottile che attraversa l’aria come una freccia.
Così, il 1 ottobre 2017 il mondo dei grandi irrompe, senza bussare e senza chiedere permesso, nella vita di Joy. Invade il quotidiano spensierato di una ragazzina e, in una bella domenica d’inizio autunno, lo getta nel buio più profondo.

Joy con la zia sr. Loretta

 

Un proiettile vagante, sparato “nel mondo dei grandi” per disperdere i manifestanti, entra dalla finestra e colpisce Joy in testa, sfigurandola. Le porta via l’occhio destro, lo zigomo e parte del naso. Il suo volto sempre sorridente si trasforma in una maschera di sangue. Tra le urla Joy viene portata in braccio da suo padre nell’ospedale più vicino. A gestirlo sono le suore terziarie di s. Francesco, che in Camerun operano in tanti ospedali.
I medici cercano di stabilizzarla e le fanno subito delle trasfusioni. Ma il responso non lascia speranze: Joy ha perso troppo sangue, non può farcela a superare la notte. Le suore si raccolgono attorno al letto della ragazzina e la vegliano in preghiera.

Tra un’Ave Maria e un Padre Nostro inizia ad albeggiare. E Joy è viva. È ancora viva. E con il levare del sole, si riaccende la speranza.

Mentre i medici si danno da fare per curare le devastanti ferite della ragazzina – che nel frattempo viene trasferita in un altro ospedale, per ricever cure specialistiche -, le suore continuano a pregare. Capiscono che per aiutare Joy servono tante mani e allora chiedono aiuto. Grazie alle moderne tecnologie la richiesta di pregare per la piccola arriva anche in Alto Adige. Sr. Loretta, che è la zia di Joy, scrive a sr. Maria Monika, che per anni è stata infermiera in Camerun.

Andrea Maria Zeller

“Quando sr. Maria Monika mi ha parlato di Joy, il suo nome mi è subito suonato familiare – ricorda Andrea Maria Zeller dell’associazione Etica Mundi -. Abbiamo subito fatto una verifica e Joy era una delle 150 bambine che usufruiscono di una borsa di studio grazie al progetto scolastico della nostra associazione”.
“In novembre sono scesa in Camerun – racconta -. Era un viaggio programmato da tempo per verificare l’andamento di una serie di progetti sostenuti dall’associazione. Con l’aiuto di sr. Ermelinde, missionaria altoatesina in Camerun, ho cercato e incontrato il padre di Joy, ho parlato con lui e gli ho portato un po’ di donazioni. In Camerun non c’è assicurazione sanitaria e le cure di Joy erano molto costose”.
La situazione clinica di Joy stava lentamente migliorando, ma la ragazzina non era ancora fuori pericolo. “L’idea era quella di portarla in un ospedale specializzato in India – prosegue Zeller -. Ho proposto loro di portarla in Europa. Per la nostra associazione sarebbe stato più facile raccogliere fondi e avremmo potuto seguire più da vicino l’evolversi della situazione”.

Il prof. Alexander Gaggl con la sua assistente Gabriele Turisser, Joy e Andrea Maria Zeller

A fine novembre Andrea Zeller fa rientro in Italia. “Ho parlato con mio marito Ivano, che è dentista, e presentandogli il caso di Joy gli ho chiesto chi, secondo lui, avrebbe potuto operare la ragazzina”. L’uomo non ci pensa su un minuto e risponde: “Il mio collega Michael Rasse di Vienna, lui è l’unico che può intervenire in un caso difficile come questo, ma è appena andato in pensione. Lui o Alexander Gaggl di Salisburgo”. Andrea, seguendo le indicazioni del marito, scrive subito una mail a Rasse, presentandogli il caso. “Per una settimana ho aspettato con una certa apprensione che nella mia cassetta di posta elettronica arrivasse una sua risposta. Ma niente – ricorda Zeller -. Poi, pochi giorni prima di Natale suona il telefono. È lui. Si scusa per non aver risposto subito alla mia mail. Non lo aveva fatto perché per lui erano stati giorni molto impegnativi. Mi dice che aveva appena firmato un contratto con la clinica universitaria di Salisburgo, dove collaborerà con il dott. Gaggl una settimana al mese, e seguirà i casi più difficili. E aggiunge: ‘Si metta subito in contatto con la signora Gabriele Turisser a Salisburgo, le ho già parlato del caso e lei organizzerà tutto’”. “Quella telefonata è stato il più bel regalo di Natale che potessi ricevere”, ricorda Andrea Zeller, mentre i suoi occhi tradiscono ancora oggi l’emozione.

Non c’è tempo da perdere. Andrea Zeller contatta Gabriele Turisser: Joy sarà operata nel reparto di chirurgia maxillofacciale della clinica universitaria di Salisburgo e sarà seguita dai professori Gaggl e Rasse; il suo è un “caso umanitario”, quindi le spese per le cure saranno ridotte al minimo. Ora però c’è da organizzare tutto il resto. E non è poco.

Il 26 dicembre, a Hall in Tirolo, Andrea Zeller incontra la Madre generale delle Terziarie di S. Francesco e Bettina Schlemmer, medico di Monaco che collabora con la Missionszentrale del Franziskaner Bonn in Germania. “Ci siamo dette ‘quello che costa costa, ma Joy deve essere operata’ – racconta -. Ci siamo rimboccate le maniche e abbiamo iniziato a vedere quello che serviva”. Il coordinamento di tutto quello che era il trasferimento, l’assistenza e l’accoglienza di Joy e di suo padre (che l’avrebbe accompagnata) viene affidato ad Andrea Zeller.

Joy arriva alla clinica universitaria di Salisburgo subito dopo Pasqua, il 3 aprile. “Nel frattempo ci eravamo attivate per promuovere una raccolta fondi per sostenere le spese – racconta Andrea Zeller -. In tanti hanno contribuito: Etica Mundi, il settimanale diocesano di Bolzano Katholisches Sonntagsblatt, l’ufficio missionario di Bolzano-Bressanone, le suore terziarie dell’Alto Adige e di Hall in Tirolo, la Missionszentrale del Franziskaner Bonn in Germania. In poche settimane abbiamo raccolto circa 25mila euro”.
Joy viene operata il 12 aprile. Utilizzando tessuti della gamba, le viene ricostruito l’osso dello zigomo, viene ripristinata l’orbita e la fascia muscolare e viene ricostruita la palpebra. “L’intervento è durato 12 ore – racconta Andrea Zeller, che in quelle settimane si era trasferita a Salisburgo per seguire da vicino l’evolversi della situazione –. Per cinque giorni Joy è rimasta in terapia intensiva, prima di essere trasferita in una stanza del reparto”.
L’intervento è perfettamente riuscito, ma sorgono delle complicazioni. “Joy aveva sempre mal di testa e continuavano ad esserci secrezioni apparentemente ingiustificate”, racconta Zeller. Ulteriori accertamenti clinici rivelano quello che, fino ad allora, non era stato possibile vedere: il proiettile che l’aveva sfigurata aveva danneggiato anche la corteccia cerebrale. “Quel primo intervento ha messo in luce una ferita interna che, se non curata, avrebbe portato Joy alla morte”, ricorda Zeller.
Joy torna in sala operatoria il 23 aprile per un secondo intervento, anch’esso tecnicamente riuscito.

A Salisburgo il papà di Joy viene ospitato dai francescani, mentre Andrea ha la possibilità di soggiornare in una stanza della Ronald McDonald Haus. “L’accoglienza che ho ricevuto è difficile da descrivere – racconta Zeller – non ti viene data solo una stanza; il personale della casa vive con te e condivide con te le fatiche e le preoccupazioni”.

Joy con i medici-clown nell’ospedale di Salisburgo

Le giornate passano una dopo l’altra. Di giorno in ospedale accanto alla ragazzina, la sera a casa per cercare di recuperare le forze per il giorno dopo. “Per sei settimane Joy è dovuta rimanere sdraiata immobile a letto – ricorda Zeller -. Per evitare infezioni era in una stanza singola, in ambiente sterilizzato e protetto. Ma nonostante tutto, Joy non ha mai perso il buonumore e il sorriso. La sua gioia è un vero dono. Non poteva uscire da quella stanza, non poteva nemmeno alzarsi dal letto. E allora il mondo “di fuori” è arrivato in quella stanza. Come? Con il portatile le facevo vedere cartoni animati, film, ascoltavamo musica. E lei cantava e ballava da sdraiata”. E quando ha iniziato lentamente a riprendersi, “da fuori” è arrivato anche qualcosa che ha fatto ancor più felice la piccola Joy. “La cucina austriaca dell’ospedale non le piaceva e quindi mangiava malvolentieri – racconta Zeller -. Appena è stato possibile, grazie alla collaborazione del personale della Ronald McDonald Haus le ho portato del gari, una sorta di polenta con una salsa. Difficile descrivere la sua gioia quando l’ha visto. Si è subito seduta sul letto e ha iniziato a mangiare con le mani, così come si fa nel suo Paese. E poi è stata la volta degli spaghetti al pomodoro, di cui andava letteralmente matta”.

A maggio le ferite di Joy, che per tutti nel reparto era la “Prinzessin”, la principessa, finalmente si rimarginano. “Quando si è alzata dal letto la prima volta ha subito voluto andare fuori nel giardino della clinica universitaria – ricorda Zeller -. La natura era un’esplosione di colori e Joy ha subito detto “sono nuova, vedo le foglie sugli alberi, sento il cinguettare degli uccelli”.

Festa di compleanno per Joy a Bressanone

Joy viene dimessa e arriva il 16 maggio a Bressanone, dove è ospite delle terziarie di s. Francesco, che l’hanno accolta come una figlia. “Lì ha avuto modo di riprendersi fisicamente e psicologicamente – prosegue Zeller -. Le suore le hanno fatto vivere una vita “normale”. Come ogni ragazzina della sua età, andava a scuola con le suore all’istituto di Rio Pusteria, dove ha stretto amicizia con molte sue coetanee. E per il suo 15.mo compleanno, il 24 giugno, le suore hanno organizzato una grande festa nel giardino del convento”.
A fine giugno Joy deve lasciare l’Italia, perché le è scaduto il visto. Viene accolta dalle suore terziarie a Hall, in Tirolo. Ma prima di andar via, pianta nel giardino del convento di Bressanone, una rosa, la rosa di Joy. “Una rosa – aggiunge Zeller – Joy l’ha piantata, poi, anche nel convento di Hall”.

Il 17 luglio la ragazzina torna a Salisburgo per un nuovo intervento, per la correzione dell’osso e della palpebra, la creazione del sacchetto orbitale e per la riduzione delle cicatrici. “Prinzessin” trascorre altre due settimane in ospedale.
Un quarto intervento il 20 agosto, durante il quale vengono fatte ulteriori correzioni e viene adattato l’occhio artificiale. “La realizzazione della protesi è stata affidata a Waltraud Lischka dell’Augenprothetik di Krems – racconta Zeller -. Inizialmente ne ha preparate due, poi dopo gli ultimi controlli ha aggiustato il colore e la forma dell’iride e della pupilla e ha realizzato altre due protesi”.
I primi di settembre Joy torna ancora una volta a Salisburgo per gli ultimi controlli e va quindi a Krems a prendere le protesi definitive. “Il 10 settembre siamo andate a Krems, dove Joy ha ricevuto le sue nuove protesi – aggiunge Zeller – e qui ancora una sorpresa: Waltraud Lischka aveva messo a punto quattro protesi diverse, che ha dato a Joy, senza volere un solo euro di compenso. Così potrà cambiarle come vorrà. L’11 settembre, poi, l’ultima visita di controllo a Salisburgo. Dal momento che Joy sta ancora crescendo, i medici desiderano rivederla tra due o tre anni per apportare eventualmente altre correzioni alla parte operata”.

Mercoledì 12 settembre Joy, con suo papà, ha fatto ritorno in Camerun, dove ha potuto riabbracciare la mamma, la sua famiglia, sr. Loretta ed è tornata a giocare con i suoi cugini. Non potrà mai cancellare dal suo volto le cicatrici del male di cui è stata vittima innocente. Ma in quelle cicatrici oggi non c’è spazio per il risentimento. Perché il suo volto è stato sì sfigurato dal male, ma nonostante tutto lei non ha mai perso il sorriso ed è testimone vivente – come scrive Papa Francesco nel messaggio per la Giornata missionaria mondiale – che, “per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più”.

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#RomaFF13. Il punto sui film del secondo giorno. “Il mistero della casa del tempo” e “Il vizio della speranza”

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 17:17

La Festa del Cinema di Roma entra nel vivo della 13ª edizione. Presentati oggi l’avventura da brividi per ragazzi di matrice hollywoodiana “Il mistero della casa del tempo” (“The House with the Clock in its Walls”) di Eli Roth e il dramma sociale ambientato nelle periferie campane “Il vizio della speranza” firmato da Edoardo De Angelis. Ecco il punto sulle proiezioni del secondo giorno della Festa con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film della Cei (Cnvf).

“Il mistero della casa del tempo”

È tratto dal romanzo per ragazzi “The House with the Clock in its Walls” – in Italia uscito con il titolo “La pendola magica” –, il primo di dodici volumi scritti tra il 1973 e il 2008 da John Bellairs (in verità metà dei romanzi è stata firmata da Brad Strickland, dopo la morte di Bellairs nel 1991). A questa avventura fantastica di taglio educational il regista Eli Roth ha impresso un risvolto da brivido.

Classe 1972, Roth si è imposto negli anni come regista, sceneggiatore, attore e produttore; il genere di riferimento è l’horror e tra i suoi titoli più noti si ricordano “Hostel” (2005), “Hostel 2” (2007) e il più recente “Knock Knock” (2015). Prendendo in mano il lavoro di Bellairs, sceneggiato da Eric Kripke, Roth da un lato ha cercato di disegnare visivamente un mondo di magia impreziosito da inserti comico-ironici, dall’altro ha recuperato la sua cifra da maestro del brivido per accostarlo al mondo dei ragazzi. Lo stesso regista ha infatti dichiarato: “Penso che ci si possa divertire e spaventare allo stesso tempo. Film come ‘Gremlins’ ed ‘E.T.’ lo hanno dimostrato”.

La storia: un bambino di 10 anni rimane orfano e si trasferisce dallo zio materno, Jonathan, nell’America degli anni ’50. Una casa ammantata di mistero e magia…

“Una grande fantasia – commenta Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film Cei – è quella che regala il regista Roth, dimostrandosi a proprio agio non solo nei meccanismi classici dei film di genere, ma anche nella capacità di costruire storie per tutti i tipi di pubblico, dai bambini agli adulti. Suggestiva è la confezione, con scenografie fantastiche ma verosimili, che regalano un coinvolgimento bello e ricco d’atmosfera”.

“Un thriller a misura di bambino – sottolinea Sergio Perugini, segretario Cnvf– dove al di là della cornice fantasy è possibile ritrovare temi importanti come il bisogno di famiglia, il rapporto padre-figlio (qui esplicitato con lo zio Jonathan, un irresistibile e assai bravo Jack Black), il desiderio di essere compresi e perdonati. Un fuoco d’artificio per l’occhio, ma anche una bella storia da vivere con emozioni e divertimento. Da sottolineare anche la sempre talentuosa e mai ripetitiva Cate Blanchett”.

Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, brillante e adatto a tutti i tipi di pubblico.

“Il vizio della speranza”

Nato a Napoli nel 1978, Edoardo De Angelis con una manciata di film si è imposto in breve tempo come regista-sceneggiatore solido e con una chiara impronta autoriale. Suoi sono “Mozzarella Stories” (2011), “Perez.” (2014) e l’acclamato “Indivisibili” (2016). È ora al cinema con “Il vizio della speranza”, dramma ambientato lungo il fiume Volturno in Campania tra forte degrado sociale e miseria umana, dove sboccia una inattesa luce di speranza dai richiami evangelici.

La storia: Maria (l’espressiva Pina Turco) è una giovane donna bloccata in un mondo senza futuro, costretta dalla malavita locale, Zi’Marì (sorprendente Maria Confalone), che gestisce un mercato nero di neonati, venduti da prostitute a madri pronte a pagarli. Tutto cambia quando Maria scopre di essere incinta…

“Dopo ‘Indivisibili’, prosegue la fotografia di De Angelis di una terra martoriata – sottolinea Giraldi –, una terra che il regista dimostra di conoscere molto bene e di restituire in tutte le sue drammatiche sfumature. L’autore rivela polso, capacità di graffiare ma anche poesia, mostrando uno stile maturo e incisivo. Forse qui De Angelis inciampa in qualche sbavatura, volendo accompagnare un po’ troppo lo spettatore verso la sua tesi, ma offre comunque una narrazione lucida e compatta”.

“Sotto il profilo narrativo – aggiunge Perugini – nel film troviamo molti temi attuali: lo sfruttamento della donna, della maternità, la condizione dispersa delle periferie, dove non c’è traccia né di Stato né di futuro. In questa landa desolata, disumana, ecco che si innesta un seme di riscatto, di speranza. Con l’arrivo del bambino, Maria desidera poter cambiare; si sveglia da quel torpore in cui arrancava e fa di tutto per dare la vita a quella creatura inattesa. De Angelis avvolge inoltre la narrazione di riferimenti cristologici, attualizzando l’immagine della natività”.

Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti, sia per i richiami sociali che religiosi.

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Il sostegno degli evangelici a Bolsonaro

Evangelici.net - Fri, 19/10/2018 - 15:15
In Brasile il candidato alla presidenza Jair Bolsonaro ha staccato il suo diretto avversario, Fernando Haddad, ottenendo al primo turno il 46,03% dei voti contro il 29,28% di Haddad: il risultato di Bolsonaro è frutto di un numero di sostenitori in continua crescita, tra cui si contano anche le chiese evangeliche (che in Brasile raccolgono il 22% della popolazione). In attesa del ballottaggio...
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Custodiamoci a vicenda per sentire che valiamo davvero!

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 11:42

La giornata comincia con la meditazione del Vangelo quotidiano. Che boccata di ossigeno sentirsi parlare da Dio, che gioia sapere che il Creatore dell’universo non aspetta altro che rivolgersi a ciascuno in modo personale.

“Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!”

Questa è la Parola che più mi ha colpito proprio perché parla molto a noi tutti in tempi così confusi: voi valete! Sinceramente ho pensato subito al valore che siamo, noi giovani, in tutte le nostre sfumature: cuore, emozioni, pensiero e corpo. Uno dei drammi, infatti, che mi colpisce molto è la piaga che sta mietendo molte vittime: la sesso-dipendenza. La sessualità è diventata, per la maggior parte delle volte, merce di scambio per una dose di piacere piuttosto che il frutto di una relazione stabile.

Papa Francesco, in un suo discorso a dei giovani francesi, ha denunciato questo fenomeno senza giri di parole:

“Dimmi: ma tu hai visto una industria della bugia, per esempio? No. Ma un’industria della sessualità staccata dall’amore, l’hai vista? Sì! Tanti soldi si guadagnano con l’industria della pornografia, per esempio. È una degenerazione rispetto al livello dove Dio l’ha posta. E con questo commercio si fanno tanti soldi”.

Tanti giovani, infatti, cercano l’amore in vie sbagliate. Lo strumento che poi Dio ci ha donato per esprimere e ricevere amore, ovvero il nostro corpo, viene “cosificato”, tagliato fuori da ogni legame affettivo perché forse non ci hanno educato all’amore vero in tutte le sue dimensioni; o forse perché, in una cultura dell’immediato, il corpo inteso come oggetto è il mezzo più efficace per trarre piacere subito…

“È interessante – continua Francesco – come la sessualità sia il punto più bello della creazione, nel senso che l’uomo e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e la sessualità è la più attaccata dalla mondanità, dallo spirito del male”.

Ne abbiamo parlato molto al Sinodo e, tra i diversi temi, è emerso anche quello della sessualità. Il salto vero per me è stato quando ho capito che il sigillo di una relazione vera e arricchente è quando accogli una persona nella sua interezza. Tutto questo richiede un percorso, ma prima ancora un’educazione. C’è una parola che durante il mio percorso è uscita come condizione per una relazione sana: castità. Appena sentita, ho pensato a qualcosa di medievale, arcaico, estemporaneo. Con il tempo però ho capito, e soprattutto visto, che è il modo più bello per dire all’altra persona e a se stessi: ti amo! È accettare di aspettare, cioè di non prendere soltanto una parte dell’altra persona, perché mi interessa conoscerla davvero nella sua totalità!

Ho imparato che, se vogliamo parlare di amore vero, dobbiamo accettare che l’amore abbia delle tappe, cosa che oggi non siamo più abituati ad accogliere. Siamo infatti nella società del tutto e subito. Stavo guardando un film l’altro giorno che, per quanto comico, faceva passare proprio questa idea: appena due persone si conoscono, è normale che finiscano a letto insieme. Ma non è normale!!!

Mi sono chiesta: ma cosa c’è dietro a tutto questo? C’è forse un desiderio di immediatezza, di ricerca di una dose forte di piacere. Svendendo l’intimità fisica però, tu consegni all’altro non solo la parte appunto fisica, ma soprattutto quella spiritualmente più intima: il tuo cuore! Una dose di piacere può colpire una parte più profonda del giovane.

Oggigiorno poi non si parla più degli effetti che tutto questo consumismo sessuale genera nei giovani. Ci si vanta di conquiste, di relazioni “usa e getta” e i ragazzi e le ragazze diventano dei trofei da esibire… ; non si parla delle conseguenze che uno sperimenta dopo un uso scorretto della sessualità. Stando in ascolto di molti ragazzi e ragazze, questa modalità, delle volte tende, a coprire molte cose del rapporto con se stessi e con l’altra persona: è la scusa buona per non fare pace, o meglio, per fare pace in quel modo, ma poi non risolvi niente; è la scusa per non dialogare, non parlarsi…

Un’altra cosa bellissima che ho visto della sessualità vissuta in pienezza è quella di farti riassaporare delle cose a cui oggi non diamo molto peso: la carezza, un bacio, tenersi per mano. Diventa tutto più amplificato. Riscopri veramente il sapore ridando i giusti tempi.

Ci sarebbe dunque da fare una rivoluzione che metta i giovani in crisi. Innanzitutto chiedersi: ma quanto mi amo? Ad un certo punto si tratta di pretendere di avere l’amore vero. Se poi uno si vuole accontentare, bene, ma secondo me una donna deve pretendere di essere amata. Per noi donne questo è un tema massacrante: sul momento credi di essere amata in questo modo sbagliato, ma in seguito ti senti lacerare veramente dentro.

Desidero, dunque, gridare che è possibile volersi bene fino in fondo. Se dovessi trovare un nome meno in disuso di quello di castità, direi “custodia”. Custodia che protegge qualcosa che ha un prezzo considerevole – il sangue di Cristo -; custodia perché deve finire in mani sicure; custodia perché mantenga per quanto possibile la freschezza iniziale! Voglio essere custode? Custodiamoci a vicenda per sentire che valiamo davvero!

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Riforma dell’Ordine dei giornalisti. Verna (presidente): “Il mestiere non si apprende più a bottega, stop allo sfruttamento. Tutelare i giornali locali”

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 10:30

“Riformare l’Ordine è la nostra priorità. Dopo 55 anni dalla legge 69 del 1963 sull’ordinamento della professione, lo scenario è cambiato completamente. Allora c’erano giornali che erano navi scuola, dove si trovavano maestri che insegnavano il mestiere. Dire Ansa era sinonimo di agenzia, e il servizio pubblico della Rai era l’unico. Lavorare oggi con le norme di allora, sarebbe come entrare nel Medioevo con un’astronave”. È il commento di Carlo Verna, presidente dell’Ordine dei giornalisti, all’indomani della presentazione delle linee guida per la riforma approvate a larga maggioranza dal Consiglio nazionale dell’Ordine.

Dunque era tempo di cambiare?
Siamo rimasti ancorati all’idea che il mestiere si possa apprende a bottega. Non è più così. Le redazioni, in un contesto di offerta polverizzata e multipiattaforma, non hanno più tempo e spazio da permettere a chi volesse diventare giornalista di apprendere gli elementi essenziali della professione.

Il periodo di praticantato non si dovrà più svolgere presso una testata. È un tentativo di contrastare anche lo sfruttamento del lavoro?
Non si può restare apprendisti a vita, o esserlo con il ricatto di conseguire un titolo a scapito dello stipendio. Mi rifiuto di sostenere un sistema basato sullo sfruttamento: ti faccio fare esperienza, ti offro visibilità, l’Ordine ti darà il riconoscimento e tu vuoi pure essere pagato?

Questo approccio altera anche il mercato, creando un esercito di riserva da cui gli editori possono attingere con ingiustizie clamorose.

Basta ottenere il titolo sul campo. Nella società dell’informazione e della comunicazione, sapere come funziona il mestiere del giornalista può essere utile a tutti.

La laurea triennale diventa necessari per l’accesso alla professione, e deve essere seguita da un corso universitario riconosciuto dall’Ordine.

Saranno corsi di un anno modellati sui nostri master che già funzionano, in cui si fa teoria e pratica. Qui si apprenderanno i saperi della categoria insieme a quelli dell’università. Nessuno ti dà nulla se non un percorso formativo. Poi non si potrà più restare in sospeso in un giornale, perché si maturerà un diritto all’assunzione e, soprattutto,

non sarà più l’editorie a concedere la possibilità di conseguire il titolo professionale.

Vogliamo evitare così la contaminazione e lo scambio improprio. Per fare il giornalista non basta scrivere una notizia, ma bisogna conoscere bene le norme deontologiche. L’anno di studio serve anche a questo. A conoscere i principi fondamentali. Poi il mercato farà selezione.

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Conferenza Stampa del Consiglio Nazionale per illustrare la proposta delle “Linee Guida per la Riforma dell’Ordine dei Giornalisti

Pubblicato da Consiglio Nazionale Ordine Dei Giornalisti su Mercoledì 17 ottobre 2018

Ordine del giornalismo e non più Ordine dei giornalisti.
Una volta il giornalista aveva il monopolio di parlare all’opinione pubblica, adesso chiunque può raggiungere una moltitudine di soggetti tramite i social network. Attraverso questi meccanismi, si inocula il veleno delle fake news. L’art. 21 della Costituzione deve essere salvaguardato e deve essere garantito il diritto dei cittadini all’informazione.

Parlare di Ordine di giornalismo significa parlare di un soggetto istituzionale preposto a fornire ai cittadini delle garanzie.

Una falsa notizia può diffondersi in tanti modi. Il giornalista deve imparare la grammatica del mestiere e riconoscere le rigorose regole deontologiche il cui scopo è tutelare il cittadino. L’attenzione si sposta dal professionista alla funzione sociale del giornalismo.

E cosa pensa delle intenzioni manifestate da alcuni esponenti del governo in merito all’abolizione dell’Ordine?
Non sono presidente per impedire l’abolizione dell’Ordine, ma per la sua riforma. Altrimenti morirà per consunzione delle funzioni. Abbiamo bisogno di rilanciarlo con nuove idee.

Non sono preoccupato che qualcuno abolisca l’Ordine, ma che non si riesca ad aggiornarlo ai tempi.

Preferisco la sconfitta al pareggio. È inutile dire che in altri Paesi funziona diversamente. L’Italia è un modello virtuoso, perché offre garanzie al cittadino. Poi non sempre la giustizia deontologica funziona, e anche per questo vorremmo potenziarla.

Nella nota di accompagnamento al Def ci si impegna anche a “un graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo del Fondo per il pluralismo”. Sono a rischio centinaia di realtà locali che sono un patrimonio per il territorio?
Ci sono una serie di soggetti legati al mondo del non profit e delle cooperative, o i giornali diocesani, che rischiano di essere azzerati perché si vorrebbe all’improvviso togliere ogni supporto. È come se a un palazzo puntellato si togliessero i sostegni che lo sorreggono, senza aver fatto prima i lavori di ristrutturazione.

Si azzererebbero voci importantissime per l’utilità sociale che il giornalismo produce.

La funzione sociale di questa professione è enorme, e cammina su più gambe. Una è la piccola editoria che o viene sostenuta o muore. E sapete cosa significa far morire voci così importanti per le realtà locali?

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Mosca-Costantinopoli. Metropolita Hilarion: “È stato il Patriarca Bartolomeo a optare per lo scisma”

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 09:58

“Scisma”. Si può parlare di “scisma”. E’ assolutamente determinato e chiaro il metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, nel descrivere l’attuale spaccatura che si è creata nel mondo ortodosso tra Mosca e Costantinopoli dopo la decisione del Patriarca Bartolomeo di concedere l’autocefalia alla Chiesa ucraina e la successiva decisione da parte del Patriarcato di Mosca di rompere la comunione eucaristica con la Chiesa ortodossa russa. Il metropolita Hilarion è per due giorni a Roma per partecipare al Sinodo dei vescovi sui giovani – oggi peraltro verrà ricevuto da Papa Francesco -, ma trova volentieri il tempo per concedere un’intervista al Sir e a inBlu Radio, spiegando le ragioni e i retroscena che hanno portato Mosca alla rottura con Bartolomeo e illustrando le prospettive future. “In accordo con le leggi canoniche che regolano la Chiesa – chiarisce subito -, i vescovi che riconoscono i gruppi scismatici, diventano essi stessi scismatici”.

“Quindi nella nostra opinione, il patriarcato di Costantinopoli è attualmente in scisma”.

Cosa significa esattamente questo scisma per il futuro delle relazioni intra-ortodosse?
In pratica significa che noi non parteciperemo ad alcuna celebrazione eucaristica insieme al Patriarcato di Costantinopoli e che i nostri fedeli non potranno ricevere la comunione nelle chiese legate a Costantinopoli. Inoltre noi non parteciperemo ad alcun organismo organizzato o presieduto dal Patriarca di Costantinopoli o da suoi rappresentanti. Per noi questo Patriarcato si trova in una situazione di scisma e, quindi, abbiamo cancellato il nome del Patriarca Bartolomeo dalla lista ufficiale dei Patriarchi che noi chiamiamo dittici. Non sarà quindi commemorato dalla Chiesa ortodossa russa e cominceremo il dittico dal Patriarca di Alessandria. È quanto in realtà ha scelto il Patriarca Bartolomeo stesso.

Poteva scegliere di essere il centro di coordinamento per tutte le Chiese ortodosse o essere in scisma. Lui ha optato per lo scisma.

Significa anche che se sono presenti rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli in organismi di dialogo con la Chiesa cattolica – ci riferiamo, per esempio, alla Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa – voi non parteciperete più?
Non parteciperemo a nessuna Commissione presieduta o co-presieduta dal Patriarca di Costantinopoli. Significa che non parteciperemo in alcun dialogo teologico nel quale sono presenti rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli che presiedono o co-presiedono.

Quello che sta dicendo è molto duro. È sicuro che questo processo sia irreversibile? Ci sono condizioni per cui è possibile tornare indietro? E quali sono queste condizioni?
Penso che sia un processo reversibile ma la condizione per un ritorno alla normalità è l’abolizione da parte del Patriarca di Costantinopoli delle decisioni che lui ha già preso e unirsi di nuovo alla famiglia delle Chiese ortodosse.

Giovanni X

Il Patriarca Giovanni X ha proposto di indire un Sinodo pan-ortodosso dove poter parlare della questione “autocefalia”. Ritiene che sia una proposta possibile per una soluzione del problema?
È stata la proposta che anche noi abbiamo fatto, ma il Patriarca di Costantinopoli non ha voluto alcuna discussione pan-ortodossa su questa questione perché ritiene che sia nelle sue competenze la responsabilità di concedere l’autocefalia. Noi invece non lo crediamo. Nel caso, per esempio, della Chiesa ortodossa russa, quando fu riconosciuta Patriarcato, ciò avvenne dai 4 Patriarcati che esistono, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. E fu una decisione pan-ortodossa e non una decisione unilaterale di Costantinopoli. Negli anni Novanta, ci fu un accordo tra le Chiese ortodosse secondo il quale nel futuro ogni concessione di autocefalia sarebbe stata decisa da una consultazione e un consensus pan-ortodossi. Ma ora il Patriarcato di Costantinopoli ha semplicemente detto che quell’accordo non esiste e non è valido.

Veramente un Concilio pan-ortodosso c’è stato a Creta nel 2016 al quale voi come Chiesa russa, non avete partecipato. Non poteva essere quello un contesto per affrontare la questione?
Innanzitutto voglio dire che non è stato pan-ortodosso. È stato proposto come pan-ortodosso ma alcune settimane prima di questo Concilio, alcune Chiese hanno declinato l’invito. La prima fu la Chiesa di Bulgaria. Poi la Chiesa di Antiochia e, subito dopo, la Chiesa di Georgia. La Chiesa di Serbia ha proposto di posticipare il Concilio. Tre Chiese, quindi, hanno dichiarato di non partecipare e una Chiesa ha chiesto di posticipare l’iniziativa, anche noi come Chiesa russa, abbiamo chiesto di posticiparlo, ma il Patriarca di Costantinopoli ha detto di non voler ascoltare le voci che venivano dalle Chiese ortodosse e che avrebbe fatto, comunque sia, quel Concilio. Non è stato un Concilio pan-ortodosso ma un Concilio di 10 Chiese. Anche la questione dell’autocefalia, discussa prima e inclusa nel programma del Concilio, in realtà è rimasta fuori dal programma dei lavori.

Non è stata, quindi, un’occasione per risolvere problemi che hanno fatto arrivare alla situazione attuale e, cioè, a uno scisma nella Chiesa ortodossa.

L’Ucraina è un Paese in conflitto. Quanto è pesante la divisione delle Chiese in un contesto così fragile per la pace?
Non sono un analista politico. Sono un rappresentante della Chiesa. Posso solo dire che dal punto di vista delle Chiese, la divisione che originariamente si è generata a livello di Chiese all’inizio degli anni Novanta, è stata facilmente trasformata in una divisione a livello di società. La società stessa è divisa. E questa divisione è pesante. Ed è proprio questa divisione che ha portato all’attuale conflitto armato. Prendiamo, per esempio, la questione linguistica. Ci sono persone che vogliono parlare solo ucraino e milioni di persone che vogliono parlare russo ma le autorità non danno a queste persone e ai loro figli la possibilità di farlo. Non è ovviamente una questione solamente linguistica, ma una questione d’identità. E questo crea una situazione di scisma a livello di Chiesa e scisma nella società.

Il Patriarca Kirill è un uomo di Dio ed è un uomo di dialogo. Come sta vivendo questa situazione? Non deve essere facile per lui.
Certamente è molto preoccupato. Ha fatto personalmente molto per evitare questa situazione. Ha lavorato per anni come capo del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato. È stato membro di molte Commissioni teologiche. Ha partecipato a molti incontri con il Patriarca Bartolomeo e con rappresentanti ecumenici e sa molto più di chiunque altro quanto sia importante l’unità ortodossa. Fino alla fine, fino alla fine di agosto era personalmente coinvolto nel cercare di risolvere il problema, d’impegnare il Patriarca di Costantinopoli nel dialogo, ma è diventato chiaro anche durante l’incontro di fine agosto – che come è stato detto, è stato fraterno – che il Patriarca Bartolomeo non aveva più intenzione di continuare il dialogo. Aveva le sue ragioni, aveva le sue idee e non voleva ascoltare.

Credeva che poteva scegliere e che gli altri avrebbero dovuto accettare. Ma non è stato così, come abbiamo visto.

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Moscow-Constantinople. Metropolitan Hilarion: “Patriarch Bartholomew has opted for a schism”

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 09:58

“Schism”. We are faced with a “schism.” In clear words, Metropolitan Hilarion of Volokolamsk, head of the department for External Relations of the Patriarchate of Moscow, defined the present rift in the Orthodox world between Moscow and Constantinople following Patriarch Bartholomew’s decision to grant autocephaly to the Church of Ukraine and the ensuing decision of Moscow’s Patriarchate to break the “Eucharistic communion” with the Russian Orthodox Church. Metropolitan Hilarion is in Rome (until tomorrow) to participate in the Bishops’ Synod on Young People – today he will be received in audience by Pope Francis –. Despite these commitments he found time to grant an interview to SIR and to inBlu Radio, explaining the reasons as well as the ins and outs that led the Russian Orthodox Church to sever ties with Bartholomew, illustrating future prospects. “In compliance with the canonical laws regulating the life of the Church – he immediately clarified – the bishops who recognize schismatic structures become themselves schismatic.”
“Thus it is our opinion that the Patriarchate of Constantinople itself is now in schism.” What does this schism mean exactly for the future of intra-Orthodox relations?
In practical terms it means that we will no longer take part in a Eucharistic celebration with the Patriarchate of Constantinople and that our faithful will henceforth not receive Communion in churches linked to Constantinople. Moreover, we will no longer participate in any meeting organized or chaired by the Patriarch of Constantinople or by its representatives. For us this Patriarchate is in a schism, for this reason we have erased the name of Patriarch Bartholomew from the liturgical list of Patriarchs that we call diptych. There ensues that it will not be commemorated by the Russian Orthodox Church and we will start the diptych with the Patriarch of Alexandria. This is a consequence of the decision taken by Patriarch Bartholomew.

He could have chosen to be the coordinating centre of all Orthodox Churches or to be in a schism. He opted for a schism.

Does this mean that if representatives of the Patriarchate of Constantinople take part in dialogue platforms with the Catholic Church – as, for example, the Joint Commission for Theological Dialogue Between the Catholic Church and the Orthodox Church – you will no longer participate?
We will not participate in a Commission chaired or co-chaired by the Patriarch of Constantinople. This means that we will not take part in any theological dialogue chaired or co-chaired by representatives of the Patriarchate of Constantinople.

 

This is a very strong stand. Is this process irreversible? Are there conditions that could reverse this situation? If so, what are these conditions?
I think it’s a reversible process but the condition for the return to normality is that the Patriarch of Constantinople repeals its previous decisions and that it returns to join the family of Orthodox Churches.

Giovanni X

Patriarch John X has proposed a pan-Orthodox Synod to discuss the question of “autocephaly.” Do you consider it a feasible proposal that could resolve this problem?

We made the same proposal, but the Patriarch of Constantinople has rejected a pan-Orthodox debate on this issue because he believes that granting autocephaly falls within his responsibilities. But this is not what we believe. For example, the Russian Orthodox Church was recognized as a Patriarchate by the four existing Patriarchates, Constantinople, Alexandria, Antioch and Jerusalem. And in fact it was a pan-Orthodox decision, not a unilateral decision of Constantinople. In the nineteen-nineties an agreement among Orthodox Churches established that all future concession of autocephaly would be decided via pan-Orthodox consultation and consensus. But now the Patriarchate of Constantinople has clearly said that that agreement does not exist and that it’s not valid.

A pan-Orthodox Council took place in Crete in 2016 that you, as Russian Church, did not attend. Couldn’t that have been a good occasion to address this issue?
First of all I want to say that it was not a Pan-Orthodox Council. It was initially proposed as Pan-Orthodox, but a few weeks before that Council some Churches declined the invitation. The first one to turn down the invitation was the Church of Bulgaria, followed by the Church of Antioch and then by the Church of Georgia. The Church of Serbia proposed to postpone the Council. Thus three Churches declared they would not participate and a Church decided to postpone the initiative and so did we as Russian Orthodox Church.  But the Patriarch of Constantinople said it would not listen to the voices coming from Orthodox Churches and that it would hold the Council nonetheless. So it wasn’t a pan-Orthodox Council, it was a Council of 10 Churches. Also the question of autocephaly, discussed before and included in the programme of the Council, did not figure in the agenda of the meeting.

Thus the present situation, the schism in the Orthodox Church, is not the result of missed opportunities of problem-resolution. Ukraine is a Country afflicted by an armed conflict. To what extent does the Church’s division weigh on such a fragile peace context?
I’m not a political analyst. I am a representative of the Church. I can only say that from the viewpoint of the Churches, the divide that broke out at Church level at the beginning of the 1990s expanded at societal level. Society is divided. It’s a burdensome division. That very same division has caused a rift in society that triggered the ongoing armed conflict. Let’s take the linguistic issue as an example. There are people who want Ukrainian to be the only spoken language, and millions of others who want to speak Russian, but the national authorities deny them and their offspring this possibility. Obviously the controversy is not limited to the language issue, it’s a matter of identity. This triggers a schismatic situation within the Church and across the whole of society.
Patriarch Kirill is a man of God and a man of dialogue. How is he experiencing this situation? It must be hard on him. He is extremely worried. He has gone to great lengths to prevent this situation. He worked for years as head of the Department for External Relations of the Patriarchate. He has been a member of many theological Commissions. He participated in many meetings with Patriarch Bartholomew and with ecumenical dignitaries. He is aware of the importance of Orthodox unity more than anyone else. Until the end, until the end of August he was personally trying to solve this problem, to engage the Patriarch of Constantinople in a dialogue process, but even during the meeting at the end of August – which, as has been said, was a fraternal meeting – it became clear that Patriarch Bartholomew no longer intended to continue the dialogue. He had his reasons, he had his ideas and he refused to listen.

I think he had an option and that others should have accepted. But as we have seen that was not the case.

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Giornalismo di pace: ripartire dalla realtà delle persone e delle relazioni vere

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 09:47

Che uso facciamo delle parole nel racconto di quel che siamo, di quel che facciamo, di come viviamo? Nella costruzione cioè della nostra storia, che inseguendo un uso sbagliato delle parole ci scappa di mano, diventa sguaiata e violenta, e si scrive da sola mentre noi la inseguiamo.
In una sua bellissima filastrocca per bambini Gianni Rodari scriveva:
Abbiamo parole per tutto, cerchiamo insieme le parole per parlarci.
Abbiamo parole per vendere,
Parole per comprare,
Parole per fare parole.
Abbiamo parole per fingere,
Parole per ferire,
Andiamo a cercare insieme
Le parole per pensare.
Andiamo a cercare insieme,
Le parole per amare.

Le parole sono alla base della nostra comunicazione. Per questo è bene che siano quelle giuste.
E quelle giuste sono le parole che aiutano a capire.

Una seconda riflessione riguarda il rapporto fra pace e sicurezza. E qui prendo in prestito le parole di Dietrich Bonhoeffer per provare a capovolgere un sillogismo troppo facile, secondo il quale la pace dipende dalla sicurezza.
Davvero è così?
Non proprio. Non sempre almeno.

La pace si coniuga con la giustizia meglio che con la sicurezza, che non sempre è giusta.

E certo non lo è quando riduce l’altro (a prescindere) in un nemico da cui difendersi.
Cito dunque Bonhoeffer:
“Come si crea la pace? Con un sistema di trattati politici?… Mediante il denaro? O addirittura mediante un riarmo pacifico generale con lo scopo di assicurare la pace? No, attraverso nessuna di queste cose. E questo per un unico motivo: perché qui si confondono sempre pace e sicurezza. Ma la pace va osata, mai e poi mai può essere assicurata. La pace è il contrario di sicurezza, esigere sicurezza significa essere diffidenti, e a sua volta la diffidenza genera la guerra”.
Ecco un altro elemento di riflessione a proposito del modo in cui intendiamo la comunicazione. Riguarda l’obbligo, per ogni buon giornalista, di non vedere le cose da un solo unico punto di vista. L’obbligo di porsi dubbi. In questo caso di distinguere tra la sicurezza giusta e quella ingiusta.

Una terza riflessione riguarda il difficile compito della discernita di cosa raccontare.
E qui prendo in prestito le parole di Italo Calvino, per dire che anche con questa attività si può alimentare l’inferno o costruire la pace.
La citazione è tratta da “Le città invisibili”: “L’inferno dei viventi è quello che abitiamo tutti i giorni. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli lo spazio”.
Ecco, in questo dargli spazio c’è lo spazio del giornalismo di pace.

Una quarta ed ultima riflessione che voglio condividere riguarda il rapporto che questo nostro incontro ha anche con il tema del prossimo messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali.
Questo convegno rappresenta anche, in qualche modo, un passaggio di testimone fra la riflessione che Papa Francesco ci ha invitati a fare l’anno scorso e quella che ci propone per l’anno venturo, ammonendoci a non ridurre il concetto di comunità ad un suo surrogato superficiale.

Non c’è community se non c’è comunità.

Nel tempo della interconnessione, dei social, del passaggio dalla società della comunicazione alla società della conversazione, dobbiamo stare attenti a non trasformare la rete in quel che essa per sua natura non è (non necessariamente almeno): un luogo dove più ci si addentra più si perde la propria unicità, la propria identità personale. E anche l’orientamento. La capacità di distinguere fra vero e falso. Coerente e incoerente. Rimanendo intrappolati in un gioco che finisce per annullare ogni relazione vera, ogni dialogo sincero, ogni capacità di comprensione.

Dobbiamo restituire alla rete il suo significato più bello, e più legato alla natura dell’uomo: la bellezza dell’incontro, del dialogo, della conoscenza, della relazione.

La dimensione digitale è reale anche se è incorporea, non è virtuale. Per questo occorre ripartire dalla realtà delle persone, tutte intere, e dalla verità di relazioni vere: per riscoprire la bellezza della pace, riannodare il primo filo. Ripartire dalla prima regola. Non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te. Fai agli altri quello che vorresti sia fatto a te.

Ha ragione Paolo VI: alcuni pensano sia un sogno, un mito, una utopia. Noi invece diciamo che la pace è una cosa difficile, difficilissima anzi; ma è una cosa possibile, una cosa doverosa.
E ha ragione Oscar Romero: Questa è la grande malattia del mondo di oggi: non saper amare. Mi sembra di vederlo Cristo, intristito, mentre dice: vi avevo detto di amarvi come io vi amo. (23.3.78)

Paolo VI ed Oscar Romero sono Santi, e c’è un filo di continuità che lega noi qui al Papa che ha chiesto a noi, agli operatori dell’informazione, della comunicazione, di fare ogni sforzo per annunciare dai tetti il messaggio di Cristo (la via, la verità, la vita) ad un mondo che la luce la cerca ormai quasi a tastoni.
E ad un vescovo martire proprio perché questo faceva senza arrendersi alla falsità del tempo.

Riallacciare questo filo è un modo per contribuire alla costruzione di un giornalismo di pace.

(*) prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede

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Appello di Amnesty per quattro cristiani iraniani

Evangelici.net - Fri, 19/10/2018 - 09:03
"Difendiamo i cristiani in Iran" è lo slogan di una campagna di Amnesty International concentrata sul caso di Victor Bet-Tamraz, Amin Afshar-Naderi, Shamiram Issavi e Hadi Asgari, quattro credenti arrestati per aver tenuto un culto cristiano in occasione del Natale. Per loro è stato chiesto un totale di 45 anni di carcere con la solita accusa di "minaccia alla sicurezza nazionale": un...
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Pallavolo: le ragazze figlie di stranieri che hanno rifatto grande l’Italia. Il miglior ingrediente per l’integrazione

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 00:00

Facile a dirlo, in questo momento; però è questo il momento per dirlo: la Nazionale femminile di pallavolo è in finale grazie al fatto che metà della squadra è composta da italiane figlie di stranieri.
Paola Egonu, Myriam Silla, Ofelia Malinov: nomi fino a ieri sconosciuti, ma che oggi – specie dopo la semifinale appena vinta al tie-break contro la Cina – sono diventati noti quasi a tutti. La prima è nata nel Padovano, a Cittadella, da genitori nigeriani. La seconda è figlia di migranti ivoriani stabilitisi a Palermo; la terza ha papà e mamma bulgari.
Se non fosse per loro, l’Italia sarebbe una squadra da metà classifica, come troppo spesso succede. Se oggi il nostro Paese, dal punto di vista sportivo, torna a disputare una finale mondiale e ad essere fra le prime due potenze pallavolistiche, è merito di queste ragazze che non hanno cognomi italiani e il cui colore della pelle, per due di loro, dice chiaramente l’origine.
Lo sport è probabilmente più avanti di altri settori della società italiana. Sta di fatto, comunque, che il miglior modo per creare un’immagine bella attorno a queste italiane non consuete è la grande impresa compiuta grazie a loro. Un’impresa che riporta l’Italia dove non arrivava più da anni (diciamo dal 2006, quando i calciatori hanno vinto il Mondiale).
Paola, Myriam e Ofelia sono l’apripista di una società nuova, in cui merito e impegno contano molto di più delle differenze d’origine. La Patria ne guadagna, l’umanità pure.

(*) Gente Veneta (Venezia)

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Agli estremi confini

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 00:00

Il messaggio del Papa per la Giornata missionaria, reso noto nella solennità di Pentecoste, puntava già al Sinodo che si sta svolgendo ora a Roma, anzi sembra quasi che il mese di ottobre sia stata scelto come periodo della grande assise proprio per la sua caratteristica dimensione missionaria. Ed è proprio ai giovani che Papa Francesco si rivolge, ancora una volta, anche in questo suo messaggio intitolato “Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti”, iniziando con quel “Cari giovani” ormai familiare. Certo, si rivolge a tutti, ma a loro in modo speciale; e lancia la sfida di un’alleanza inter-generazionale fondata sulla missione della Chiesa di “costruire ponti” la cui grande forza unitiva consiste nella fede in Dio e nell’amore al prossimo.
Fondamentale infatti è la prima parola: “insieme”. Si tratta della modalità indispensabile per costruire davvero. Pensare, agire, decidere “con” i giovani – suggeriva il relatore al recente corso di aggiornamento per i preti della diocesi che hanno riflettuto proprio sulle prospettive missionarie della “pastorale giovanile”.
Ma Papa Francesco provoca tutti, sempre a partire dai giovani, con quello straordinario capovolgimento di prospettiva quando afferma: “Ogni uomo e donna è una missione”. Come già aveva sottolineato, in modo direttamente personale per ciascuno, nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, invitando tutti a dire e comprendere: “Io sono una missione in questa terra e per questo mi trovo in questo mondo”; non “gettato” nel vuoto, ma dentro un disegno di amore infinito. Non solo la nostra vita o la vita della Chiesa va vista come missione, ma noi stessi siamo “missione”! Perciò bando ad ogni paura, anche a quella che trattiene molti giovani – come purtroppo constatiamo – dall’avvicinarsi a Cristo o alla Chiesa, dove invece possono trovare il tesoro che “riempie di gioia la vita” e fa sì che questa gioia possa contagiare il mondo intero. Bando anche alla paura del male, che invece diventa provocazione ad amare sempre di più, di un amore che “fa crescere” e che “illumina e riscalda chi si ama”. Gli “estremi confini della terra” verso cui andare, in questa nuova prospettiva, cambiano orizzonte e dimensione: non più solo geografici, ma molto vicini, anzi, dentro alla stessa vita quotidiana: “ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al vangelo di Gesù”, per cui “la periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita”. Una rinnovata “missio ad gentes” che, mentre non trascura la dimensione geografica (ai giovani il Papa lancia anche la sfida del “volontariato missionario temporaneo” come inizio fecondo di discernimento vocazionale), si traduce in una missione permanente.
Quegli “estremi confini della terra” che, di fatto, specie per i giovani, sono ormai sempre raggiungibili e “navigabili” esigono “il dono coinvolgente delle nostre vite” perché, senza ridursi ad una miriade di contatti, si trasformino invece in “una vera comunione di vita”.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Ciao, perché mi volete eliminare?

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 00:00

Questa volta bisogna riconoscere che le Iene hanno fatto un buon servizio. Mi riferisco al programma andato in onda su Italia 1 domenica scorsa, giornata nazionale delle persone con sindrome di down, che ha visto come protagonista Nicole Orlando: una ragazza speciale, “con una marcia in più” – come lei stessa si definisce – e il cui motto è “vietato arrendersi”. Di Biella, classe 1993, Nicole ha un palmarès di successi sportivi di tutto rispetto: solo per citare l’ultima impresa, ha vinto sette medaglie ai campionati d’atletica di categoria che si sono tenuti recentemente a Madeira, in Portogallo. Di lei ha parlato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno del 31 dicembre 2015, additandola come un emblema dell’Italia al femminile che si impegna e che ottiene risultati prestigiosi.
Ebbene, proprio Nicole, con la mamma Roberta e la troupe del noto programma televisivo, sono andati in Islanda, il Paese in cui i bambini down stanno scomparendo perché, una volta riconosciuta la sindrome attraverso l’analisi prenatale, vengono eliminati prima di nascere: praticamente al cento per cento. “Ciao, perché mi volete eliminare?”, questa la domanda che Nicole ha rivolto agli intervistati: ostetriche e medici islandesi impegnati nell’ambito dei servizi di diagnosi prenatale e di accompagnamento alla nascita. La domanda ha suscitato uno stupore imbarazzato, ma per gli intervistati si è rivelato del tutto spiazzante il fatto di trovarsi di fronte ad una ragazza down, viva e vegeta, che pone interrogativi e che vive una vita piena di emozioni e ricca di affetti. Dopo l’iniziale palpabile fastidio – alcuni quasi volevano mandare all’aria il colloquio –, si è avviato un dialogo pacato, anche se un po’ ingessato: qui è emerso con una certa chiarezza che ai genitori cui viene prospettata la possibilità della nascita di un bambino down non vengono adeguatamente fatti conoscere gli strumenti e le possibilità per accompagnarlo e farlo crescere serenamente. Così, la decisione più semplice ed ovvia per la coppia risulta quella di “eliminarlo”: in Islanda, come detto, quasi nel cento per cento dei casi.
Di fronte a Nicole, testimonianza vivente che un percorso diverso è possibile, il dottor Stefansson, il genetista protagonista di un documentario in cui presenta il modello di prevenzione islandese come uno dei più efficienti a livello mondiale, sembra indietreggiare ed avere qualche dubbio. Dopo un’iniziale brusca e poco professionale accoglienza, il medico riconosce: “La società ha visto [eliminare i feti con sindrome di down] come qualcosa di desiderabile. E credo che sia perché abbiamo una tendenza, anche se non lo ammettiamo: abbiamo la tendenza a pensare che sia tutta una corsa alla perfezione genetica. Vogliamo che la gente sia magra e non grassa, alta e non bassa e quando pensiamo ai bambini li vogliamo tutti perfetti come perfette bamboline ed è una cosa ingenua e stupida e irrealistica. Ed è tragico”.
Già, qualcosa di tragico. E proprio di questa tragedia ha parlato Papa Francesco nell’udienza di mercoledì 10 ottobre, dedicata al quinto comandamento (“non uccidere”), con parole forti che hanno scosso l’opinione pubblica: un testo da leggere per intero, con molta attenzione, non accontentandosi dei titoli di qualche giornale. “È giusto – ha chiesto il Papa – ‘fare fuori’ una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto ‘fare fuori’ un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema”. “Da dove viene tutto ciò? – ha domandato ancora Papa Francesco – La violenza e il rifiuto della vita da dove nascono in fondo? Dalla paura. L’accoglienza dell’altro, infatti, è una sfida all’individualismo. Pensiamo, ad esempio, a quando si scopre che una vita nascente è portatrice di disabilità, anche grave. I genitori, in questi casi drammatici, hanno bisogno di vera vicinanza, di vera solidarietà, per affrontare la realtà superando le comprensibili paure. Invece spesso ricevono frettolosi consigli di interrompere la gravidanza…”.
La paura di non farcela, la paura dei problemi e della difficoltà, la paura di non essere secondo gli standard della “perfezione genetica”, la paura di dover fare sacrifici… Nicole e la sua famiglia hanno affrontato tutte queste paure. Con loro ci sono tante altre famiglie, anche delle nostre comunità. Guardando a queste famiglie e a testimonianze di vita come quella di Nicole, anche la paura si smonta. Si intuisce che ci sono percorsi possibili e bisognerebbe farli conoscere di più. Si fa più chiara la consapevolezza che ogni vita è degna ed ha il diritto di essere vissuta. Allora, “perché – chiede Nicole non solo ai medici islandesi ma a tutta la società – mi volete eliminare?”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Il primato della persona

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 00:00

Sono tanti, forse troppi, gli episodi di cronaca recenti che occupano le pagine dei giornali, le trasmissioni tv e tutti i social. E sempre più spesso la cronaca è riferita a fatti di violenza, di sopraffazione dalle motivazioni che appaiono a volte assurde. A volte si ha l’impressione che l’equilibrio, la giusta misura sia stata completamente persa. Colpisce sempre più l’episodio di violenza da parte del “forte” sul “debole”: chi esercita un potere, anche piccolo e limitato, dimentica che quel suo “potere” se non è “servizio” è “violenza”. Fa riflettere e suscita ancor più clamore quando episodi di sopraffazione avvengono ad opera di uomini in divisa. E si, diciamo tutti.
Quando si indossa una divisa lo si deve fare con onore, con fedeltà. È vero. Quando ad operare violenza è un uomo in divisa decisamente ci colpisce, perché la cosa si manifesta con tutta la sua evidente gravità. E non possiamo non concordare. Ci preme altresì sottolineare che esiste anche una violenza materiale che viene subito coperta e tante altre violenze nascoste sia materiali che morali. Non per nulla è risaputo che quello che fa più male è la violenza morale, quella operata con le parole che distruggono più delle fiamme del fuoco. Solo come esempio facciamo riferimento al caso nazionale di Stefano Cucchi. Giovane vittima di assurde violenze da parte di uomini in divisa.
Verità nascosta per ben nove anni e poi svelata nel modo che tutti conosciamo. Abbiamo detto che giustamente questi episodi suscitano un dibattito forte e prolungato. Dobbiamo anche noi con forza ribadire che la quasi totalità dei nostri uomini in divisa la indossano con piena dignità e nel servizio concreto alla persona umana. E questo a riferimento di tutte le divise. Basti pensare agli atti eroici dei nostri uomini in divisa in occasione degli eventi sismici. La mela marcia non deve rendere tutte le mele marce. Ma la stessa mela marcia se non viene tempestivamente tolta rischia di far marcire tutte le altre mele. Se errori si compiono è importante riconoscerli e saper chiedere tempestivamente scusa. Questo a partire dalla relazione educativa che intercorre tra genitore e figlio per allargarsi al rapporto tra insegnante ed alunno, tra capo ufficio ed impiegato, tra medico e paziente, tra giudice ed imputato …. Vale sempre il “non giudicare” ed in ogni caso il giudizio può verificarsi nei confronti del fatto, mai nei confronti della persona. Se sono diversi i ruoli che occupiamo nel nostro contesto sociale certamente non è diversa la dignità della persona umana che è uguale per tutti, unica, sacra ed inviolabile. Nessuno sa quali motivazioni possano spingere una persona a compiere determinati gesti: a volte non le conosce nemmeno la persona stessa.
Torna con forza il “non giudicate e non sarete giudicati”.

(*) direttore L’Araldo Abruzzese (Teramo-Atri)

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Lodi, noi non ci stiamo

Agenzia SIR - Fri, 19/10/2018 - 00:00

Caso Lodi letto al contrario. Ci provo, ancora una volta. Tento l’impossibile. Mentre tutti in Italia stanno commentando la discriminazione attuata dall’Amministrazione comunale che ha chiesto un supplemento di documenti per le famiglie di immigrati che domandano una riduzione del costo della mensa, mi avventuro nel voler leggere la notizia anche sotto un’altra luce.
È verissimo: quanto richiesto ai genitori dei bambini stranieri circa documenti che comprovino la mancanza di proprietà nei loro Paesi di origine è solo una scusa per cercare di rendere più difficile la vita a quanti hanno deciso di abitare, vivere, studiare e riscattarsi scegliendo l’Italia. Fino a ieri erano i vicini di casa, gli amichetti con i quali giocavano i nostri figli e con i quali andavano a consumare assieme il pasto, a scuola. Oggi questo non è più possibile, come racconta molto bene su Avvenire di martedì 16 ottobre la 39enne Hayat, mamma di quattro bimbi, costretta a dover rinunciare al trasporto scolastico e al pasto di mezza giornata per i suoi figli. Dare nomi e cognomi a un popolo indistinto fa la differenza.
Ma la gente poi si ribella, nonostante quello che politici locali e nazionali stanno attuando. Non la gente discriminata, ma quella che non ci sta e non si riconosce più in questa Italia ormai al delirio, all’urlo da bar diventato programma politico, allo slogan sguaiato sbandierato come fosse un dogma inattaccabile.
Da Lodi, dicevo, arriva anche un’altra notizia. Tante famiglie non riescono più ad acquistare il buono pasto? Bene, si sono detti tanti altri: noi ci organizziamo e facciamo una colletta. Il coordinamento “Uguali doveri”, leggo sempre su Avvenire del 16 ottobre, in soli due giorni ha raccolto 60mila euro. Non 600, ma 60mila. Non bruscolini, ma una bella cifra, importante sotto due punti di vista.
Il primo è quello dell’accoglienza e dell’integrazione perché con questi soldi sarà possibile assicurare la mensa ai 300 bambini che a Lodi sarebbero stati esclusi per il nuovo provvedimento adottato dal governo locale. E questo sarà possibile almeno fino a Natale, un tempo utile perché qualche altro rinsavisca. Almeno così si spera. In secondo luogo perché la cifra non è da poco, ma dice del desiderio di farsi prossimi con chi è nell’emergenza. Non una carità a parole, ma concreta, che va a frugare nelle tasche e tira fuori quanto necessario per abbattere muri e ristabilire un minimo di giustizia.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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