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Referendum Veneto e Lombardia. L’analisi di Pombeni, “la politica deve rispondere in maniera seria”

Agenzia SIR - Mon, 23/10/2017 - 14:33

Bisogna riaprire una grande riflessione sull’ordinamento regionalistico dello Stato, è questa la risposta alta che la politica deve dare al segnale forte che arriva dai referendum in Veneto e Lombardia. È quanto sostiene Paolo Pombeni, uno dei più acuti storici e analisti della realtà politica italiana e non solo, commentando i risultati delle consultazioni che si sono svolte domenica nelle due Regioni.

Pombeni, fra tanti altri titoli, è professore emerito di Storia dei sistemi politici europei e di Storia dell’ordine internazionale all’università di Bologna, città in cui vive. Ma è nato a Bolzano e ha vissuto molti anni a Trento, con cui ha mantenuto stretti legami (dal ’72, per dire, tiene la rubrica di analisi politica su “Vita Trentina”). Insomma, un personaggio che unisce alla competenza di studioso una conoscenza diretta e dall’interno della realtà del Nord e delle autonomie.

Al di là dei diversi esiti in Lombardia e in Vento, quale messaggio arriva da questa duplice consultazione che, comunque la si giudichi, è stata capace di mobilitare milioni dei lettori?
È il segnale, un segnale forte, che la gente non si fida più dello Stato centralista. Forse qualcuno non si aspettava che lo esprimesse in maniera così netta, ma questa è la realtà. Non si fida perché lo trova scarsamente efficiente e incapace di fornire ai cittadini servizi all’altezza. Però è anche un segnale che contiene una dose di egoismo: siccome i tempi sono difficili ognuno vuole tenere per sé le proprie risorse.

Dato per scontato che la quasi totalità dei partecipanti al voto avrebbe scelto il “sì”, il risultato che ci si attendeva di valutare era quello dell’affluenza alle urne. Come spiega la grande differenza tra il 57,2% del Veneto e il 38,2% della Lombardia? Spicca in particolare il dato di Milano, in cui l’affluenza è stata bassissima.
Dipende dalla diversa capacità di rapporto con lo Stato centrale e quindi dai benefici che si è in grado di ricavare da questo rapporto. Milano è una città molto forte e lo è anche la Lombardia. Non dimentichiamo poi gli scandali che hanno colpito, soprattutto nel settore della sanità, la stessa Regione Lombardia, e che hanno inevitabilmente ridotto la fiducia dei cittadini nei confronti di quell’istituzione.

Ci saranno ripercussioni sullo scenario politico nazionale?
Certamente. Innanzitutto è stato messo in campo un nuovo motivo di campagna elettorale. Già assistiamo al tentativo di trasferire il discorso della maggiore autonomia sul piano nazionale, estendendolo a tutte le Regioni anche se queste non hanno i conti a posto. Non è possibile perché lo vieta la Costituzione, ma diventa comunque un formidabile argomento di propaganda. E poi ci sarà il tentativo dei vincitori di alzare sempre più la posta, come sta già facendo Zaia con la richiesta del 90% delle risorse per il Veneto. Nessuno spiega, per esempio, come farà una Regione a subentrare all’amministrazione statale in una misura del genere. È un problema enorme, anche soltanto a livello di personale. Ma intanto si fa campagna elettorale.

(Foto: AFP/SIR)

Non le sembra paradossale che nell’era della globalizzazione riemergano quasi ovunque spinte localistiche? Naturalmente tra iniziative che si sono svolte nel rispetto delle regole costituzionali, come i due referendum, e quanto avviene altrove in maniera traumatica, c’è una differenza sostanziale. Ma quali sono le dinamiche profonde?

Sono due facce della stessa medaglia. La globalizzazione genera paura e ci si illude di difendersi barricandosi nel proprio castello.

E in Italia? La politica che risposta può dare alle istanze che emergono dal voto in Veneto e Lombardia?
La politica deve rispondere in maniera seria, riprendendo in mano il problema dell’ordinamento regionalistico nella Costituzione. Bisogna afferrare il toro per le corna, inutile girare intorno al cuore della questione. Il centralismo non funziona. Allora è necessario aprire una grande fase di riflessione per riscrivere nuove regole. Un processo che sarà lungo, che dovrà prevedere delle tappe intermedie, ma che soprattutto richiederebbe una classe politica con il coraggio della visione di lungo periodo ed è quello che purtroppo ci manca.

Più nell’immediato, la Costituzione traccia un percorso complesso per le iniziative delle Regioni che sono nelle condizioni di chiedere ulteriori forme di autonomia. Oltre a Lombardia e Veneto, anche l’Emilia Romagna ha avviato la procedura fissata dall’articolo 116 della Carta che di per sé non prevede alcun referendum. Al termine del percorso, dopo la trattativa e l’intesa con il governo, è richiesta l’approvazione di una legge con procedura rafforzata. Le sembra realistico che tutto ciò possa avvenire entro questa legislatura ormai agli sgoccioli?
No. Peraltro non converrebbe neanche ai presidenti delle due Regioni dei referendum: nella prossima legislatura possono sperare di avere interlocutori governativi più favorevoli, se le elezioni premieranno le forze che li esprimono.

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Fr. Alois in Sudan e Sud Sudan. Tra violenza e povertà, il coraggio delle donne e la gioia dei bambini

Agenzia SIR - Mon, 23/10/2017 - 07:16

La generosità di tante persone che operano sul campo, il coraggio delle donne, la gioia contagiosa dei bambini, l’attesa di papa Francesco. Visita di due settimane del priore della comunità di Taizé, fr. Alois, in Sudan e Sud Sudan, “per meglio comprendere la situazione di questi due Paesi, incontrare gli operatori sul posto e pregare con e per coloro che sono tra le popolazioni più provate del nostro tempo”. A darne notizia è la comunità specificando che il priore ha visitato per una settimana Juba e Rumbek, nel Sud Sudan, e poi per un’altra settimana Khartum, capitale del Sudan. Al suo rientro in Francia, il Sir ha raggiunto telefonicamente fr. Alois.

Quale situazione avete trovato in Sud Sudan?
Il Sud Sudan sta vivendo un momento di grande difficoltà, che sta provocando nelle persone un senso di pessimismo.

Non c’è più speranza.

Il Paese è vittima di una inflazione galoppante, i salari non vengono retribuiti da alcuni mesi, e la violenza aumenta e dilaga tra ogni gruppo all’interno del Paese dove circolano molte armi. Ma ho potuto anche vedere la presenza di molte Ong e di Chiese che insieme fanno un lavoro enorme nei settori dell’insegnamento, della solidarietà, cura dei malati, vicinanza agli esclusi e questa presenza è un segno di speranza.

Qual è la cosa che più l’ha colpita in questi giorni?
Sono stato particolarmente colpito dal coraggio e dallo spirito di perseveranza delle donne in questo Paese. Le madri, spesso giovanissime, prendono su di sé una gran parte della sofferenza causata dalla violenza.

Ma non si lasciano abbattere, perseverano con coraggio.

Percorrono lunghi chilometri per andare al mercato, vendere qualche cosa, e fanno tutto portando i loro figli avvolti in una pelle di capra. Nei campi profughi che abbiamo visitato, ricordo una donna che ci ha raccontato come cercava di essere mediatrice di riconciliazione e di pace, attorno ad un punto di raccolta d’acqua. Perché l’acqua non è sufficiente e le donne si mettono insieme per garantirne una distribuzione equa tra tutti. Sono impegni di grande coraggio vissuti tra i più poveri.

Alla luce di questa esperienza, chi è la donna?
Sono spesso madri che riescono malgrado le difficoltà a rimanere in piedi.

Sanno che non possono fare progetti a lungo termine ma vivono, giorno per giorno, occupandosi degli altri.

Tra le persone rifugiate nei campi delle Nazioni Unite, abbiamo incontrato madri che arrivano con i loro figli e con altri bambini. Non è raro incontrare donne con 10-12 bambini perché lungo il percorso si sono prese cura di chi ha perso i genitori. Spesso infatti nella fretta della fuga, le famiglie si dividono, i genitori perdono i loro figli. E madri che già non hanno nulla per loro e per i loro figli, non esitano a prendersi cura degli altri bambini. E lo fanno con naturalezza. Dunque, quale forza interiore ho visto in queste donne! Ne sono rimasto ammirato nel profondo.

E i bambini?
Laddove ci sono dei bambini, c’è sempre gioia. C’è gioia anche quando c’è solo il minimo necessario, come nel caso dei campi profughi dell’Onu. Nelle scuole dove siamo andati, nei campi che abbiamo visitato, i bambini ci hanno sempre accolto con la gioia di ricevere una visita.

È impressionante essere toccati dalla gioia di questi bambini.

Certamente non sanno che l’avvenire, che li attende, sarà molto difficile. Li vorresti preservare in questa gioia, vorresti che possano continuare a viverla anche quando saranno cresciuti. Sono riconoscente per questi momenti di gioia che ho ricevuto dai bambini.

Il Papa ha annunciato qualche tempo fa la visita in Sud Sudan e Sudan insieme all’arcivescovo anglicano Justin Welby. C’è attesa tra le persone per questa visita?
Le persone attendono il Papa, attendono una sua visita. Sarebbe per loro un enorme incoraggiamento. Perché si sentirebbero riconosciute e sentirebbero che il loro grido è ascoltato. Questa gente ha spesso l’impressione che il loro grido cade nel vuoto e se il Papa potesse andare, questa visita darebbe loro un grande coraggio. Lo aspettano.

Quando il Papa accetta di rendere visita ad un Paese, incrocia spesso delle realtà ecumeniche consolidate. Che tipo di ecumenismo ha visto nei due Paesi?
C’è un Consiglio ecumenico che riunisce le Chiese e che lavora bene. Ciò non si traduce ancora e sempre in azioni comuni, nelle scuole e negli aiuti umanitari ma penso che in futuro ci sarà una collaborazione crescente.

L’ecumenismo è chiamato oggi a farsi carico dei problemi reali della gente.

Sicuramente ci sono ancora dei passi da fare, perché l’aiuto sia vissuto insieme dalle Chiese in modo ecumenico.

Lei ha detto che all’incontro europeo dei giovani che si terrà a Basilea alla fine dell’anno, parlerà di questa esperienza. Che cosa dirà ai giovani?
Non so ancora cosa dirò. Penso però soprattutto due cose. Da una parte, mi chiedo come poter comunicare questo grido di dolore che sale dalla miseria, dalla violenza, e cosa fare perché questo grido sia ascoltato, perché le persone non abbiano più l’impressione che il loro grido cada nel vuoto, e perché noi ci facciamo più prossimi a queste situazioni. Ma vorrei anche dire un’altra cosa, raccontare la mia esperienza personale: quando facciamo simili visite, quando ci approcciamo a queste situazioni, diventiamo più umani. Sono esperienze che ci fanno abbandonare le nostre certezze, il nostro senso di superiorità. Ci rendiamo conto che talvolta in Europa ci poniamo dei falsi problemi.

Quando guardiamo i popoli del Sud Sudan, che davvero vivono grandi difficoltà e quando li guardiamo negli occhi, le barriere cadono, i nostri cuori si aprono e diventiamo più umani. E paradossalmente, in questo incontro, una gioia ci viene donata.

È forse una scintilla di gioia, che dura un momento, ma è la gioia di un incontro, di una comprensione nuova. Una gioia vera. Quindi due cose: il grido della miseria e della violenza che dobbiamo ascoltare ma anche l’esperienza di diventare più umani quando ci avviciniamo a queste situazioni. Oggi in Europa abbiamo bisogno di questi incontri che ci rendano più umani, che ci aiutino ad uscire da problemi che non sono essenziali. Visite come quelle in Sudan e Sud Sudan mi hanno reso più cosciente di ciò che è essenziale nella vita. Che la vita è un dono prezioso. Che dobbiamo ringraziare per il dono della vita e fare di tutto perché chi soffre, possa vivere con dignità.

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Madrid versus Barcelona, tearing down walls will take time

Agenzia SIR - Mon, 23/10/2017 - 07:02

Against the Renaissance setting of the Palau de la Generalitat, seat of Catalonia’s autonomous government, with Catalonia’s flag set next to the European one, President Carles Puigdemont delivered a televised seven-and-a-half speech in Catalan, also switching to Spanish and English. At 09:00 p.m. viewers interrupted their dinner to listen to Puigdemont’s reactions to the measures announced eight hours earlier by president Mariano Rajoy, after the extraordinary Council of Ministers of this historic Saturday, October 21.

(Foto: AFP/SIR)

“A blow to democracy.” On the one side the care of the scenographic setting marking the secular longevity of the Catalan society, on the other the burden of a message broadcast live on television and then posted on social networks, in which Puigdemont denounced “the blow inflicted by the Spanish State on Catalan institutions” in the “attempt to annihilate” its self-government. “The humiliation inflicted by the Spanish government – he added – acting as guardian of Catalan public life, from the government to public media outlets, “is incompatible with a democratic attitude and does not respect the rule of law.”

Puigdemont’s message to Spain and to Europe. In the last two minutes Puigdemont addressed “Spain’s democratic people” in Spanish, warning them that “what is being done with Catalonia is directly an attack on democracy that opens the door to other abuses of the same kind anywhere.” He then switched to English to guard European citizens on the fact that

“if the European founding values are at risk in Catalonia they will also be at risk in Europe.”

This is how Puigdemont replied to the measures approved by the central government, announcing his intention to summon a special extraordinary session of the Parlament to discuss these measures.

(Foto: AFP/SIR)

Rajoy’s goals. At 13:30, Mariano Rajoy addressed journalists at the Palacio de la Moncloa, with the same setting: Spain’s coat of arms near the Spanish and European flags. In the press room he delivered a 27-minute speech detailing the application of art 155 of the Constitution with the purpose of achieving four goals:

“to restore the rule of law, coexistence, the economic recovery and so that elections could be held in Catalonia within the next six months”.

Madrid’s “measures.” Pending senate –expected to give a green light – the measures will be adopted upon publication on the Official State Journal. They include the cessation of all the members of the Catalan government and the creation of a body that will take over the functions of the Generalitat. In concrete terms, the measures involve security and public order, economic and financial management, control of means of communication and telecommunication along with the operativeness of the Catalan Parliament. On several occasions Mariano Rajoy highlighted the fact that such procedure “will not suspend the autonomy or the self-government of Catalonia”, in fact it is a question of stopping “those people who put the government outside the law, outside the constitution and outside statutes (i.e., the autonomy Statute Ed.’s note).”

We are witnessing the building of walls that will be hard to take down

How can this clash of well-argued speeches be defined? We could be facing a war of words in a media battlefield, seeking to leverage the conscience of anonymous soldiers without resorting to conventional weapons. Words are the weapons. The same terms are used with different meanings; according to the person who delivers them. This war is driving the citizens of both sides – those in favour and those against independence- towards an inevitable drift: too many antagonist messages are raising walls that will take a long time to tear down.

(*) Editor-in-chief, Ciudad Nueva (Spagna)

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Madrid versus Barcellona, ci vorrà tempo per abbattere i muri

Agenzia SIR - Mon, 23/10/2017 - 07:01

Inquadrato su uno sfondo di architettura rinascimentale del Palau de la Generalitat, sede del governo autonomo della Catalogna, con la bandiera catalana accanto a quella europea, il presidente Carles Puigdemont si rivolge alla telecamera con un breve discorso di sette minuti e mezzo in catalano, e con due brevi aggiunte, una in spagnolo e un’altra in inglese. Sono le ore 21 e tanti telespettatori interrompono per un momento la cena per sentire la reazione di Puigdemont alle misure annunciate otto ore prima dal presidente Mariano Rajoy, dopo il Consiglio dei ministri straordinario avuto questo storico sabato 21 ottobre.

(Foto: AFP/SIR)

“Colpo alla democrazia”. Da una parte dunque la cura scenografica, a significare la longevità secolare della società catalana, all’altra il peso di un messaggio, trasmesso in diretta per le tv e diffuso poi per le reti sociali, in cui Puigdemont denuncia “il colpo da parte dello Stato spagnolo alle istituzioni catalane”, nel “tentativo di uccidere” il suo autogoverno. “L’umiliazione che il governo spagnolo infligge – aggiunge – facendo da tutore di tutta la vita pubblica catalana, dal governo ai mezzi di comunicazione pubblici, è incompatibile con un atteggiamento democratico e si colloca fuori dallo stato di diritto”.

Il messaggio di Puigdemont alla Spagna e all’Europa. Negli ultimi due minuti, Puigdemont si rivolge in spagnolo “ai democratici spagnoli”, per ricordare loro che “quel che si fa con la Catalogna è un diretto attacco alla democrazia, il che apre le porte ad altri abusi della stessa indole in altre parti”, e poi in inglese ai cittadini europei, per metterli in guardia sul fatto che

“se i valori fondanti europei sono a rischio in Catalogna, lo saranno anche in Europa”.

Così ha risposto Puigdemont alle misure approvate dal governo centrale, annunciando anche il suo proposito di convocare in questi giorni una sessione straordinaria del Parlament per discutere su tali misure.

(Foto: AFP/SIR)

Gli obiettivi di Rajoy. Alle 13.30, era stato Mariano Rajoy a comparire nella sala stampa del Palacio de la Moncloa, dove lo sfondo è sempre lo stesso: lo stemma della Spagna più la bandiera spagnola e quella europea. Ai giornalisti ha spiegato in un discorso lungo ventisette minuti i particolari dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, allo scopo di raggiungere quattro obiettivi:

tornare alla legalità, recuperare la normale convivenza, riattivare l’economia e convocare elezioni in Catalogna entro sei mesi.

Le “misure” di Madrid. La serie di misure, da sottomettere al Senato, che probabilmente approverà, entreranno in vigore appena pubblicate sul Bollettino ufficiale dello Stato. Comprendono la cessazione di tutti i membri del governo catalano e la creazione di un qualche organismo che assumerà le funzioni della Generalitat. Più concretamente, le misure riguardano la sicurezza e l’ordine pubblico, la gestione economica e finanziaria, il controllo dei mezzi di comunicazione e delle telecomunicazioni e il funzionamento del Parlamento catalano. Mariano Rajoy ha insistito più volte sul fatto che con questo modo di procedere “non va a sospendere né l’autonomia né l’autogoverno della Catalogna”, anzi, si tratta di fermare “le persone che hanno messo questo autogoverno fuori della legge e della Costituzione e dello Statuto (Statuto di autonomia, ndr)”.

Si stanno alzando muri difficili da abbattere

Come qualificare questo scontro di discorsi ben arguiti? Forse siamo davanti ad una guerra di parole con schermaglie in un campo di battaglia mediatico che cercano di far leva sulla coscienza di anonimi soldati senza armi convenzionali. Le armi ora sono le parole: si usano stessi termini ma con significato diverso. Dipende da chi le pronuncia. E tale guerra sta conducendo i cittadini, di qua e di là, indipendentisti e non, verso una inevitabile deriva: troppi messaggi antagonisti stanno alzando muri che per abbatterli, ci vorrà tanto tempo.

(*) direttore di Ciudad Nueva (Spagna)

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Bassetti: “Prima forma di carità: l’annuncio come racconto”

Agenzia SIR - Mon, 23/10/2017 - 07:00

Cari amici, care amiche,
è con gioia che sono qui oggi con voi a salutare questa iniziativa editoriale in cui si rinnova “Il Nuovo amico” di Pesaro. Un rinnovamento che è rigenerazione e che arriva in continuità con una storia che è memoria e non museo. Assistiamo qui a un progetto che da trent’anni riunisce tre Diocesi: Pesaro, Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, Urbino-Urbania- Sant’Angelo in Vado. Una comunione che è condivisione di saperi, di esperienze, di risorse economiche ma soprattutto umane. Un circolo virtuoso alimentato dal dialogo e dal confronto che ha saputo non rinchiudersi in particolarismi locali, ma ha saputo guardare ad una progettualità comune, strumento di comunicazione e di pastorale, che dispiega il significato del servizio alla Chiesa attraverso i mezzi della comunicazione sociale.

Voglio suddividere questa mia breve riflessione in due parti. La prima si soffermerà sull’annuncio come racconto che è una prima forma di carità. La seconda sul ruolo dei settimanali nel territorio locale che sono un esempio concreto di “giornalismo di prossimità”.

La prima forma di carità: l’annuncio come racconto

Iniziamo dall’annuncio come racconto. La Chiesa sta vivendo, senza dubbio, un tempo di “profondo rinnovamento missionario”. Esiste una predicazione che spetta a ciascuno di noi, in quanto battezzati, “come impegno quotidiano”. “È la predicazione informale – scrive Francesco nell’Evangelii Gaudium – che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa”. Questa predicazione può avvenire in modo spontaneo in qualsiasi luogo, in ogni momento della giornata e in qualsiasi periodo dell’esistenza.

Questa predicazione si fonda sostanzialmente in un dialogo interpersonale, anzi, in un serio incontro interpersonale. Un incontro in cui si condividono gioie e speranze, preoccupazioni e inquietudini. Dopo questo confronto, scrive il Papa, “è possibile presentare la Parola, sia con la lettura di qualche passo della Scrittura o in modo narrativo, ma sempre ricordando l’annuncio fondamentale: l’amore personale di Dio che si è fatto uomo, ha dato sé stesso per noi e, vivente, offre la sua salvezza e la sua amicizia”. Questa forma di annuncio è soprattutto una testimonianza personale che si traduce in un gesto, in una parola e infine in un racconto (EG, 127-129).

Un racconto che non è sempre uguale. Certamente se rimane a livello di testimonianza avrà una forte impronta di spontaneismo. Cosa succede però se si alza il livello del racconto? Cioè se questo racconto si professionalizza e diventa, addirittura, un’impresa come quella dei giornali o dei telegiornali? E infine cosa accade se questo racconto, invece, supera tutte le mediazioni giornalistiche e si fa diretto attraverso l’uso dei social network?

C’è una regola che vale per tutte queste forme di comunicazione: l’annuncio è sempre una forma di carità; è una forma di amore verso il prossimo, che esprime due realtà: in primo luogo, esprime sempre una relazione con l’altro, perché ogni comunicatore parla e si relazione con un pubblico e non rimane mai solo con se stesso; in secondo luogo, comunica un messaggio la cui portata ci sovrasta sempre perché, a ben guardare, nessun comunicatore è il reale e l’unico proprietario del messaggio ma è, fin dei conti, un medium, un mezzo di trasporto, un luogo di amplificazione. Detto in poche parole: tutti noi ogni volta che comunichiamo, sia che lo facciamo dalla prima pagina di “Avvenire” o dal nostro profilo Facebook, dobbiamo rispondere ad una regola non scritta caratterizzata da due elementi: la carità e la responsabilità.

Da questo punto di vista, è fondamentale il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2017 che aveva come titolo un versetto di Isaia: “Non temere, perché io sono con te (Is 43, 5)”. Questo messaggio, a mio avviso, è riuscito a sintetizzare con grande efficacia il clima sociale del tempo che stiamo vivendo e a proporre anche alcune strade pastorali per ogni persona.

Francesco in questo breve messaggio ha indicato almeno tre strade: la prima si caratterizza per la promozione di una “comunicazione costruttiva” che possa favorire un’autentica “cultura dell’incontro”; la seconda, invece, si contraddistingue con l’assoluta necessità di spezzare “il circolo vizioso dell’angoscia” e la “spirale della paura” che si alimenta fissando l’attenzione solo sulle “cattive notizie”; la terza, infine, si caratterizza per la doverosa attenzione alla “buona notizia” che è fonte di speranza e dal netto rifiuto, quindi, della logica “che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia”. Tutto dipende, invece, dice Francesco, dallo “sguardo” con cui guardiamo la realtà e dal modo con cui la raccontiamo e la divulghiamo.

L’importanza di questo “sguardo” vale per tutti: per i giornalisti professionisti, per gli utenti dei social network e per i semplici lettori. Perché raccontare il mondo in cui viviamo, come ha detto Francesco, significa scrivere ogni giorno “la prima bozza della storia”. E se non c’è la necessaria prudenza si corre sempre il rischio di creare un clima d’opinione divisivo e conflittuale.

Quando infatti Francesco parla di “cultura dell’incontro” e di spezzare la “spirale della paura” come non pensare, ad esempio, alla diffusione di tutti gli stereotipi negativi nei confronti dei migranti e dei rifugiati, dei forestieri e dei poveri? E allo stesso tempo, come non pensare alle semplificazioni estreme, ai giudizi affrettati o alla ricerca, talvolta, di un sensazionalismo che banalizza tutto pur di essere rumoroso e visibile?

La promozione di una “cultura dell’incontro” nel complesso mondo della comunicazione si caratterizza, dunque, prima di tutto, per una narrazione consapevole e responsabile del fatto che si sta raccontando; e poi, in secondo luogo, come ha detto il Papa, dall’“amore per la verità”. “Amare la verità – ha affermato Francesco – vuol dire non solo affermare, ma vivere la verità, testimoniarla con il proprio lavoro”.

Parlare oggi di verità in un’epoca storica che alcuni hanno definito addirittura della «post-verità» potrà sembrare desueto e fuori luogo ma è, invece, di fondamentale importanza. Come credente, non solo come Vescovo, far riferimento alla Verità significa immediatamente parlare di Gesù che è maestro, via, verità e vita. Come semplice lettore di giornali la questione, oggi, si fa invece più complicata. Soprattutto per quello che riguarda l’informazione su internet.

Pur non essendo un frequentatore della Rete, e senza demonizzare uno strumento così ricco di risorse e innovativo, non posso non essere impressionato, però, da quello che leggo sulla diffusione, sempre maggiore, delle notizie totalmente false che ormai hanno assunto un’incidenza pubblica di rilievo e hanno acquisito perfino un peso nelle elezioni politiche di alcune grandi nazioni come gli Stati Uniti.

Anche se scrivo ancora con la penna e non frequento i social network, percepisco nitidamente le polemiche, i complottismi e le troppe parole cariche di divisione che imperversano sul dibattito pubblico ma che, soprattutto, caratterizzano la comunicazione sul web. Non nascondo che questo mi addolora profondamente perché certi linguaggi, certe offese, sono un segno, non solo di poca maturità, ma anche di una grave disonestà intellettuale.
La critica va bene, serve a crescere, ma la calunnia va rigettata con forza. La critica deve essere seria, ben argomentata e non con parole superficiali che magari diffondono delle bufale. Su questo aspetto bisogna essere netti e chiari: i cattolici sono chiamati a dare testimonianza sempre, anche quando scrivono un post su Facebook!

 

Giornalismo di prossimità: i settimanali e il territorio

La rilevanza della comunicazione digitale e dei social network mi permette di passare al secondo spunto di riflessione: la necessità di un giornalismo di prossimità. Oggi, senza dubbio, viviamo in tempi complessi, qualcuno direbbe interessanti. Tempi in cui un patrimonio prezioso e centenario come quello dei settimanali diocesani sembra andare perduto tra la diffusione del digitale ed esigenze di bilancio. Ma non è un destino già scritto, né ineluttabile.

La Chiesa italiana ha a cuore la presenza mediatica sul territorio e ha a cuore i media diocesani, attraverso i quali diffonde il suo messaggio in molte case. In questo senso, pur dando la giusta attenzione alle modalità digitali di comunicazione, tuttavia i settimanali si confermano, ancora oggi, un patrimonio da consolidare e sviluppare, in quella che è una vera e propria ricchezza dell’editoria cattolica.

Già nel Direttorio del 2004, sono ben delineati il ruolo e l’importanza dei settimanali diocesani: “In modo particolare i settimanali cattolici rappresentano ancora oggi un riferimento in molte diocesi. Per lungo tempo hanno costituito il principale presidio comunicativo. Oggi vivono una fase di rinnovamento in un contesto di molteplici e diversificate presenze mediatiche con cui sono chiamati a crescere nella collaborazione e nella sinergia”. (n. 158)

Parole che tredici anni dopo non hanno perso un grammo di freschezza e che continuano a ispirare le azioni e il cammino dei Vescovi su questi temi. Lo abbiamo ribadito anche nel Comunicato finale dell’Assemblea generale della Cei del maggio scorso (22-25 maggio 2017): “L’attenzione dell’Assemblea Generale è stata posta anche sui media diocesani, nella consapevolezza dell’importanza a livello territoriale di poter disporre di strumenti con cui assicurare voce e chiavi di lettura autorevoli, contribuendo quindi alla formazione dell’opinione pubblica”.

I settimanali diocesani continuano a rappresentare un presidio importante sul territorio dove la Chiesa locale vive ed opera, e dove è giusto che abbia la possibilità di esprimersi liberamente e di raggiungere le case, le famiglie, le persone.

Inoltre, non possiamo non notare che la capillarità con cui le testate diocesane sono presenti nel nostro Paese, rappresenta un’occasione unica per raccontare un territorio che conoscono, e lo conoscono perché lo abitano in prima persona. Questo perché chi scrive sui settimanali diocesani, chi parla alla radio locale, chi alimenta il sito internet del quotidiano davvero è “giornalista di prossimità”, che vive il territorio, che conosce le realtà che descrive, che è in relazione con le persone cui si riferisce.

In tal senso, il mandato di carità dei media territoriali è proprio quello di raccontare dal di dentro le periferie, esistenziali e fisiche, e, lavorando in sinergia con i media nazionali (Sir, Avvenire, Tv2000, Radio Inblu), far conoscere ciò che di bello accade anche oltre il confine della provincia. Allo stesso tempo, agire sul territorio, fare informazione ma anche formazione, coltivare il senso di comunità, l’appartenenza ecclesiale, attraverso una passione per il lavoro che si nutra di verità e di rispetto per l’uomo, perché non vi è racconto che non passi attraverso il rispetto della dignità umana senza facili strumentalizzazioni.

E allora qui oggi non celebriamo solo una nuova veste grafica e il nuovo direttore editoriale, che saluto, ma anche e soprattutto la funzione del settimanale come strumento di aggregazione civile. Una responsabilità che è un tratto distintivo del suo operare e che ne certifica l’impegno nella comunità. Dalle pagine de “Il Nuovo Amico” esce infatti la voce dei detenuti della Casa circondariale di Pesaro che realizzano l’inserto mensile “Penna Libera Tutti” e “Il Mondo a Quadretti” dal carcere di Fossombrone. So che oggi è presente qui una piccola delegazione di questi ragazzi e li saluto con affetto. Ebbene, quale migliore esempio di ex “cattive notizie” che si fanno oggi promotori di “buone notizie”?

Questi esempi che vengono da Pesaro e da Fossombrone incarnano alla perfezione le parole di Papa Francesco quando ha sottolineato l’importanza della “buona notizia”. Non certo per addomesticare l’informazione ma perché la “buona notizia” è sinonimo di speranza. E la speranza “è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta”.

Cari amici e care amiche, vi esorto dunque a continuare a lavorare insieme per la comunità, raccontando il bene, valorizzando le opportunità offerte da questo nostro tempo, in condivisione di valori, di esperienze, di risorse, di materiali.

(*) arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei

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Il lavoro che non vogliamo? Quello illegale che arricchisce soprattutto le mafie

Agenzia SIR - Mon, 23/10/2017 - 06:59

Il lavoro è anche sfida di legalità. Soprattutto in alcuni contesti – e non solo quelli ai quali farebbero pensare antichi luoghi comuni – il lavoro rappresenta un antidoto alle mafie, lo strumento di contrasto più efficace all’economia illegale, la risposta per uno sviluppo possibile “autoprodotto” e per tale ragione sostenibile nel tempo.
L’Istat ha presentato pochi giorni fa i dati dell’Economia illegale, quella costituita essenzialmente dal fenomeno della prostituzione, del contrabbando e soprattutto del traffico di droga. “Nel 2015, le attività illegali considerate nel sistema dei conti nazionali – informa l’Istat – hanno generato un valore aggiunto pari a 15,8 miliardi di euro ovvero 0,2 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Tenendo in considerazione l’indotto (1,3 miliardi di euro), il peso di queste attività sul complesso del valore aggiunto si mantiene stabile all’1,2%. I consumi finali di beni e servizi illegali sono risultati pari a 19 miliardi di euro (+0,3 miliardi rispetto al 2014)”.
Il traffico di stupefacenti costituisce la tipologia di attività criminale più rilevante tra quelle illegali, con un valore aggiunto che nel 2015 si è attestato a 11,8 miliardi di euro (poco meno del 75% del valore complessivo di questa brutta fetta dell’economia nazionale). Il mondo della prostituzione realizza, sempre secondo l’Istat, un valore aggiunto pari a 3,6 miliardi di euro (poco meno del 25% dell’insieme delle attività illegali) mentre il valore aggiunto generato dalle attività di contrabbando di sigarette è pari a circa 0,4 miliardi di euro, con un incremento di poco inferiore a 100 milioni di euro rispetto al 2014. Le statistiche ufficiali riportano anche un dato dell’indotto connesso alle attività illegali, in particolare il settore dei trasporti e del magazzinaggio che ha generato un valore aggiunto pari a circa 1,3 miliardi di euro.

Il “lavoro illegale” è uno dei temi dei quali si discuterà a Cagliari,

la tappa nazionale del cammino della 48ª Settimana Sociale dei Cattolici, che avrà anche un seguito dopo la quattro giorni dal 26 al 29 ottobre prossimo. Fa parte della sfera definita il “lavoro che non vogliamo” e alla quale sarà dedicata una mostra fotografica che sarà parte integrante del programma dei lavori e strumento centrale del registro “denuncia”, uno dei quattro sui quali si snoda il ragionamento, l’ascolto e l’elaborazione di questa Settimana Sociale.
E proprio alla denuncia dell’economia illegale e alle forme per reagire concretamente,

l’associazione Libera contribuisce dedicando uno studio – chiuso in questi giorni – che verrà distribuito a tutti i partecipanti alla Settimana di Cagliari. Il fascicolo dal titolo “Libera il bene” (riferito anche alla questione dei beni confiscati) ha come sottotitolo “Dal bene confiscato al bene comune”. Con molti numeri, alcune storie e diverse infografiche Libera ha costruito un documento di particolare interesse e testimonia una parte significativa dell’impegno della Chiesa nella costruzione della legalità e della giustizia sociale e nella lotta alla corruzione.Molto interessanti anche i profili relativi alla gestione dei beni confiscati, tema sul quale il nostro Paese vanta, purtroppo, un know how in termini legislativi e gestionali che altri Paesi europei riconoscono e chiedono di “importare”.
“Libera il bene” sarà distribuito a tutti i partecipanti e attirerà l’attenzione su una delle forme con le quali si manifesta la “Chiesa in uscita” o la “Chiesa con il grembiule”, come direbbe Papa Francesco. Una Chiesa che da anni lavora perché il lavoro da illegale possa diventare legale. E il lavoro legale, soprattutto quello dei giovani, è il principale strumento per arginare le mafie e un antidoto rispetto al rischio rappresentato dalla ludopatia, che – oltre ad essere una pericolosa dipendenza – costituisce una perversa illusione di guadagno per alcuni e un altro filone d’oro soprattutto per la criminalità.

(*) vice presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali e direttore generale di Federcasse

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Le notizie della settimana - 21 ottobre

Evangelici.net - Sat, 21/10/2017 - 12:46
La discussione sul caso Weinstein si è allargata, e tutti hanno voluto dire la loro con la consueta finezza, trasformando in poche ore i social nel solito, penoso ring: e così, purtroppo, ancora una volta si è persa l'occasione di affrontare seriamente una questione che meritava un approccio ben diverso. La parola d'ordine è diventata diventata "denunciare", con tanto di hashtag d'ordinanza (#quellavoltache),...
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Media digitali. Mons. Viganò (SpC): “La paura di essere svelati è superata dal narcisismo di essere notati”

Agenzia SIR - Sat, 21/10/2017 - 08:10

L’ultimo Rapporto Censis ha sottolineato come in Italia il 64,8% della popolazione usi uno smartphone, mentre il dato per i giovani (14-29 anni) è all’89,4%. A scambiare messaggi, file audio-video via WhatsApp sono più della metà degli italiani (61,3%), mentre i giovani sono quasi la totalità con l’89,4%. Ancora, la metà della popolazione ha un account Facebook (56,2%) e utilizza YouTube (46,8%), gli under 30 raggiungono vette rispettivamente dell’89,3% e del 73,9%. Ma cosa ci dicono questi numeri? Qual è il nostro rapporto con i media e quanto il loro utilizzo incide sulla qualità delle nostre relazioni? A questa domanda ha dato una risposta nel suo ultimo libro mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria della Comunicazione della Santa Sede (SpC) e professore ordinario di teologia della comunicazione. “Connessi e solitari. Di cosa ci priva la vita online” è un testo breve e agile – rientra nella collana Lampi Edb –, una suggestione che mette a fuoco la tendenza oggi ad abitare in maniera irrefrenabile la Rete, con il rischio di smarrire relazioni autentiche. Il Sir ha intervistato il prefetto vaticano.

Mons. Viganò, “Connessi e solitari” è un titolo che fotografa bene il nostro vivere nella dimensione sociale con i media. Siamo davvero così dispersi nei media digitali?
L’antico adagio di Umberto Eco, “apocalittici o integrati”, con l’avvento esponenziale dei media digitali, è ritornato con virulenza a farsi sentire. Del resto l’attuale cultura digitale profila un quadro che risente di preoccupazioni di carattere pedagogico-educativo. Si è passati nell’epoca dei media tradizionali dalla domanda “cosa fanno i media alla società?” al quesito “cosa la società può fare con i media?”. Oggigiorno, però, lo scenario è mutato, media e società infatti non sono più polarizzazioni contrapposte, bensì la medesima cosa. È necessario allora assumere una prospettiva diversa che non sia tecnocratica ma antropologica, che non metta al centro le questioni tecnologiche ma un muovo modello di umanità.

Tra “apocalittici o integrati”, pertanto, direi che siamo piuttosto “consapevoli” dei cambiamenti profondi che i media digitali hanno introdotto e continuano a rilasciare nel nostro vivere quotidiano, ma siamo anche capaci di coglierne sfide e prospettive, perché l’umanità mediale possa sempre più esprimersi in termini di umanità in pienezza.

Come poter abitare con efficacia i media senza però far venir meno l’incontro, la prossimità?
I media di fatto fanno parte della nostra esistenza quotidiana, ne scandiscono i ritmi, ne rappresentano persino l’architettura portante e la categoria ermeneutica. La loro presenza ci mette a disposizione opportunità incredibili, ma il prezzo da pagare è piuttosto elevato in termini di umanità. Occorre quindi compiere uno sforzo per recuperare le relazioni in presenza, la conversazione vis-à-vis, come riconosce bene la sociologa Sherry Turkle, ritrovando un dialogo attento e presente con l’altro.

Non possiamo farci sedurre dall’idea di una vita in solitudine. È un falso mito.

Come ricorda Papa Francesco, i legami, il valore dell’amicizia sono fondamentali per l’uomo: “Di fatto l’atteggiamento di Dio verso il suo popolo è permeato di affetto paterno, naturalmente, ma anche di amicizia. Non so come possiamo interpretare il fatto che Dio parla a Mosè faccia a faccia, come un amico parla a un altro amico. Cioè: Dio amico di Mosè! Quella capacità di confidargli tutto, i suoi piani, quello che avrebbe fatto”.

I media digitali offrono indubbie opportunità per il business, pensando anche ai giovani e al mercato delle startup. Esiste però anche il rovescio della medaglia…
È vero, il fermento di startup ha offerto sinora spiragli di possibilità per i giovani, bloccati in un mercato del lavoro il più delle volte limitante o del tutto respingente nei loro confronti. Esiste però anche un aspetto problematico. Oggi, ad esempio, siamo abituati a compiere acquisti online, a redigere contratti senza il bisogno di interlocutori, arrivando persino a descrivere come obsoleta la relazione faccia a faccia con un esperto. Di più, ci esponiamo a rischi enormi quando per ottenere servizi ci spingiamo a cedere ad agenzie i dati personali, i nostri orientamenti in fatto di consumi. Basta avere, infatti, uno spazio Wi-Fi free, che siamo disposti a inserire la nostra mail, che è molto di più di un indirizzo di posta elettronica. Siamo osservati e osservatori, attori e spettatori di un gioco che prevede, come nei videogame, strategie di controllo strumentale e macchinazione, di sorveglianza. Come riconosce del resto il semiologo Ruggero Eugeni, c’è “una sottomissione pagante e appagante ai sistemi di controllo”. Un tempo si temeva di essere osservati, lo si viveva come una sorta di incubo, oggi invece ci auguriamo di essere guardati, perché temiamo di essere abbandonati, ignorati, negati, esclusi.

La paura di essere svelati è superata dal narcisismo di essere notati.

Sul fronte Chiesa e digital media, guidando la riforma della Santa Sede su incarico di Papa Francesco, qual è il lavoro che state attuando sul fronte dei social?
La riforma dei media ha come obiettivo dal 2015, anno della nascita della SpC per volontà di Papa Francesco, quello di ridisegnare non i media ma il sistema comunicativo della Santa Sede, attraverso un processo di

convergenza e ripensamento.

Il Papa è stato chiaro nella prima Plenaria della SpC: “Riforma non è imbiancare un po’ le cose: riforma è dare un’altra forma alle cose”. Siamo chiamati dunque a giocarci nel cambiamento e nella sperimentazione. Ne è prova l’ingresso ad esempio del Santo Padre su Instagram, dopo il consolidato account @Pontifex su Twitter, che vanta 9 lingue e oltre 40 milioni di follower. Stiamo per concludere inoltre la fase di test, di riscontro, relativa al nuovo portale unico della Segreteria, che vedrà probabilmente la luce tra la fine dell’anno e l’inizio del 2018.

La recente ricerca elaborata dal Centro X.Ite Luiss ha evidenziato l’ottimo lavoro della riforma sinora condotto. Quali sono le prossime tappe?
Lo studio del Centro X.Ite della Luiss ci ha fornito un riscontro positivo sullo stato della riforma, sull’impostazione che abbiamo adottato, naturalmente riferendoci ad alcuni modelli di management che abbiamo studiato. In vista del nuovo portale di informazione della Santa Sede abbiamo reimpostato, con sollecita adesione dei nostri redattori, le modalità di lavoro, costituendo un pool unico di redazioni, un grande content hub, per favorire così il lavoro in team e valorizzare le varie competenze. Ancora: l’accordo voluto e siglato tra SpC e Compagnia di Gesù rientra in quella logica di un radicale cambiamento e ripensamento delle modalità di servizio, che vanno dall’affidamento alla condivisione di un progetto unitario, stile sottolineato anche dalla Segreteria di Stato che indica il modello della nuova convenzione come riferimento per altre eventuali e ulteriori convenzioni. In questi mesi ci stiamo confrontando anche con il settore dell’editoria che si arricchisce ad esempio alla Lev dell’esperienza e dello sguardo innovativo di fra Giulio Cesareo, conventuale formatosi tra l’Università Gregoriana di Roma e quella di Friburgo in Svizzera.

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Giornata missionaria mondiale. Un impegno a tutto campo

Agenzia SIR - Sat, 21/10/2017 - 08:00

Se proviamo a riflettere insieme su quanto sta avvenendo sul palcoscenico della storia contemporanea, rischiamo di scadere in una sorta di depressione dell’anima. Il fatto stesso che persistano minacce come la guerra nucleare, il terrorismo, i cambiamenti climatici, o la crescente esclusione sociale dei ceti meno abbienti a livello planetario, è davvero molto inquietante. A ciò si aggiunga il deficit di leadership da parte delle classi dirigenti politiche, con un’evidente frammentazione dello scacchiere geopolitico internazionale.

Eppure, a pensarci bene, l’umanità ha le risorse per segnare la svolta, affermando il primato della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, sul dio denaro o qualsivoglia interesse di parte. Pertanto è necessario rilanciare, all’interno delle nostre comunità cristiane, l’impegno missionario ad gentes, nella consapevolezza che il Vangelo rappresenta il rimedio per eccellenza contro ogni genere di recessione spirituale e materiale.

Esso non può essere inteso come fosse un bene esclusivo di chi lo ha ricevuto: è anzitutto un dono da condividere, una bella notizia da comunicare a tanta gente che ha fame e sete di Dio. Ecco perché in questo mese si celebra la Giornata missionaria mondiale (Gmm), che quest’anno cade il 22 ottobre. Si tratta di un tempo di grazia nel quale siamo chiamati a fare memoria proprio del Mandatum Novum affidato da Nostro Signore Gesù Cristo agli apostoli duemila anni fa.

Quest’anno, lo slogan della Gmm – “La messe è molta” – offre numerosi spunti di riflessione, trattandosi di un’espressione di Gesù, dalla forte valenza missionaria, che troviamo nei Vangeli di Luca (10,2) e di Matteo (9,37). La scelta di questa citazione biblica, da parte della fondazione Missio – che in Italia è espressione delle Pontificie Opere Missionarie (Pp.Oo.Mm.) – è in linea con l’Esortazione Apostolica di papa Francesco, “Evangelii Gaudium”, sull’annuncio e la testimonianza del Vangelo nel mondo attuale. Ed è proprio il mondo, inteso come contesto esistenziale nel quale siamo stati posti dalla Provvidenza, il campo di grano biondeggiante nel quale vivere la nostra avventura di credenti. Il termine “messe”, d’altronde, riguarda da sempre, nel linguaggio comune, il raccolto agricolo. Un raccolto che, stando alle parole di Gesù, si rivela “abbondante”. Dunque è evidente che il seminatore, nella narrazione dei Vangeli, è stato Dio stesso.

L’impegno missionario, dunque, rientra nell’ottica del Regno di Dio (potremmo anche dire che la “messe” è il Regno) e il compito dei missionari/e consiste nel cogliere i frutti di bene e di verità che si rivelano nel mondo.

Da rilevare che il grano buono e la zizzania, stando sempre ai Vangeli, crescono nello stesso campo e dunque l’azione evangelizzatrice consiste nel permettere al “bene” di prevalere sul “male” e sugli oscuri presagi del nostro tempo. Fondamentale, in questo contesto, è il ruolo della Chiesa missionaria, in riferimento soprattutto all’“urgente” mietitura che implicitamente scaturisce dalle parole di Gesù. È chiaro, dunque, che

l’impegno di annunciare e testimoniare la Buona Notizia è a tutto campo.

Quando, ad esempio, si realizzano nel mondo situazioni di Pace, di Giustizia, di Riconciliazione, quando viene rispettato il Bene Comune dei popoli e l’integrità del Creato… tutte queste dimensioni rimandano inevitabilmente al Regno e dunque alla “messe”.

Come porsi allora, fattivamente, di fronte a questa messe biondeggiante?

Papa Francesco, nel consueto messaggio per la Gmm, sottolinea il dovere di sostenere le Pontificie Opere Missionarie, “strumento prezioso per suscitare in ogni comunità cristiana il desiderio di uscire dai propri confini e dalle proprie sicurezze e prendere il largo per annunciare il Vangelo a tutti”. La posta in gioco è alta trattandosi, come scrive sempre papa Bergoglio, “dell’occasione propizia perché il cuore missionario delle comunità cristiane partecipi con la preghiera, con la testimonianza della vita e con la comunione dei beni per rispondere alle gravi e vaste necessità dell’evangelizzazione”.

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Venezuela: dove è necessario difendere la libertà di espressione e i diritti umani

Agenzia SIR - Sat, 21/10/2017 - 07:55

Il mese di ottobre è tradizionalmente dedicato ai missionari. Uomini e donne che, seguendo vari carismi, hanno “lasciato tutto” per andare nelle periferie del mondo ad aiutare i più poveri, i più soli, i più fragili. In queste settimane il Sir racconterà la loro vita quotidiana fatta di difficoltà, gioie, esperienze, spiritualità, attraverso le voci dei protagonisti raccolte dai settimanali diocesani di tutta Italia. Uno sguardo che dai territori si alza oltreconfine e ritorna qui, a incontrare tutti i nostri lettori.

Don Derno, dopo la visita del Papa a Cesena, cosa si è portato in Venezuela?

Ho capito che nel cristiano, e ancor più nel prete, deve brillare una grande gioia, non perché tutto fila liscio o tutto va bene, ma perché il Signore è presente nella tua vita, nella Chiesa e nel mondo di oggi. La croce delle pesanti situazioni in cui viviamo o l’esperienza dei nostri limiti ci avvicinano al mistero della Pasqua.

Cosa ha trovato al suo ritorno?

Le suore sono partite. Qua ora siamo in clima elettorale. Tutto è come prima e anche peggio. Non c’è possibilità di viaggiare, perché si trovano barricate in ogni strada nazionale. La luce a volte viene tolta e in certi settori l’acqua manca da mesi. Ma la gran sorpresa sono gli aumenti dei prezzi. Comunque la gente ti accoglie sempre con straordinario calore.

E la situazione economica?

Non si è fatto assolutamente niente per debellare l’inflazione che è al mille per cento. Dopo quaranta giorni, vado a comprare il pesce: da 4.000 bolivar è passato a 12mila; un pollo, da 20mila a 65mila; un quaderno da 5mila a 35mila. Il caffè si compra a 100 grammi, le uova una alla volta, l’olio si ricicla per mesi. Mi dicono: “El presidente è fuori” a indebitare la nazione ancor di più.

Quali le emergenze più gravi?

Quella sanitaria: siamo ritornati alle erbe dei fossi e alle piante medicinali che fanno bene per tutto. E poi ogni giorno le famiglie si chiedono: “Cosa mangeremo oggi?”

Quali sono le pressioni internazionali e quelle interne?

Gli Stati latinoamericani e l’Onu alzano la voce; gli Stati Uniti impongono sanzioni, ma cosa possono fare di più? Gli amici del presidente sono sotto gli occhi di tutti, su tutti i giornali. Il clima interno risulta alquanto incandescente: domenica 15 ottobre si è votato per nuovi Governatori, in tutti gli stati.

Cosa può fare la comunità cristiana locale?

Bisogna andare a votare. Chi non vota stia zitto. La comunità cristiana deve sempre appoggiare la libertà di espressione, difendere i diritti umani, aprire gli occhi su chi ci governa da 18 anni. Bisogna favorire il dialogo e la pace, ma nella sincerità. Purtroppo tante persone semplici e ingenue si lasciano convincere dai bei discorsi e dalla televisione di Stato. Cadono facilmente nella rete della mistificazione.

E noi da Cesena-Sarsina e dall’Italia tutta?

Non lasciateci soli. Cerchiamo insieme la verità, cerchiamo insieme soluzioni. E concretamente si possono fare raccolte di medicine.

Come potrà evolvere la situazione nell’immediato futuro?

Se il presidente dovesse perdere le elezioni con un ampio scarto di voti, ci penserà un po’ sopra, e forse parlerà di più di dialogo in vista delle presidenziali del prossimo anno. Se invece vincesse in molti Stati o in quelli importanti, si rischia che vada avanti, nell’illusione di un socialismo cubano piantato in Venezuela. Dice Gesù in Mc 16,17-18: “Questi sono i segni che accompagneranno i credenti nel mio nome: scacceranno demóni, prenderanno in mano i serpenti e, se avranno bevuto qualcosa di mortifero, non nuocerà loro”. Bisogna crederci.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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Giornata missionaria mondiale. Don Autuoro (Missio): nuovi campi di grano stanno crescendo

Agenzia SIR - Sat, 21/10/2017 - 07:31

“La sensazione è che la messe cresca anche fuori dal nostro raggio di visuale. Per vedere gli orizzonti nuovi dell’evangelizzazione, il mondo missionario deve avere come cardine la Parola di Dio e aggiornarsi affrontando le sfide culturali dell’oggi”. Così don Michele Autuoro, direttore della Fondazione Missio (organismo pastorale della Cei), commenta lo slogan della Giornata missionaria mondiale 2017, che riprende le parole di Gesù “La messe è molta” (Matteo, 9,37). Un’esortazione ai discepoli che arriva fino a noi per evocare l’inesauribile orizzonte dell’amore di Dio su cui si muove l’impegno dei missionari ad gentes.
Spiega don Autuoro: “Ci siamo fermati sulla prima parte dell’espressione di Gesù ‘La messe è molta ma gli operai sono pochi’ per cercare di avere lo stesso sguardo di Gesù sull’umanità. Davanti a sé non vede deserti ma campi ricchi di messi che stanno crescendo anche quando il nostro sguardo è rivolto altrove, seguendo la missio Dei che è all’inizio di tutto. Poi c’è la nostra missione, il nostro impegno ma è l’azione dello Spirito Santo che porta a compimento nel Cosmo l’opera di Dio”.

Come possiamo partecipare all’opera di Dio per raccogliere la messe cresciuta?
La messe sarà sempre molta, anche se prima che alla quantità bisogna guardare alla qualità del raccolto. Di fatto su sette miliardi di uomini che vivono oggi sulla faccia della Terra, cinque non hanno ancora ricevuto l’annuncio della Buona Novella.

Quando si parla di messe non si parla di semina ma della necessità di raccogliere i frutti della vitalità del Vangelo.

Il missionario cerca sempre di vedere il mondo con gli occhi di Gesù, per cogliere i segni del progetto di Dio. Dobbiamo capire che non siamo noi i padroni della messe che Dio fa maturare, dobbiamo avere il coraggio di riflettere e interrogarci.

Il manifesto della Giornata 2017 mostra l’istantanea di una grande città in cui i grattacieli lasciano il posto alle baracche di lamiera…
È l’immagine di una moltitudine di uomini e donne ma anche di situazioni molto diverse. Una città in cui convivono centro e periferia, in cui abitano tante forme di emarginazione e solitudini.

Un contrasto che caratterizza ormai molti luoghi del mondo: ci sono tanti tipi di povertà.

Il Vangelo dice che Gesù guardando le folle ne ebbe compassione per sottolineare che tutto l’umano sta a cuore a Gesù. La missione ha uno sguardo fiducioso, positivo sull’uomo, e l’annuncio di Gesù trasforma la povertà in messe. È un annuncio di liberazione perché ogni uomo abbia la vita e la abbia in abbondanza.

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Verso la Settimana sociale di Cagliari: le “buone pratiche” di Alessi, Lubiam, NCO e “Made in carcere”

Agenzia SIR - Sat, 21/10/2017 - 07:08

È possibile fare impresa, generare occupazione e lavoro, reggere le sfide del mercato e della contemporaneità valorizzando l’attenzione alle persone e ai suoi bisogni, rispettando l’ambiente, tessendo reti virtuose che rafforzano un territorio. Lo dimostrano le tante “buone pratiche” raccolte nel cammino di avvicinamento all’imminente Settimana sociale, in programma a Cagliari, dal 26 al 29 ottobre, sul tema “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”.

B Corp. “Siamo una ‘B Corp’ dentro, un’azienda che, al di là del profitto, lavora per il benessere di comunità e persone”. Così Nicoletta Alessi Anghini, referente per la responsabilità sociale di Alessi, presenta com’è oggi la realtà aziendale fondata dal bisnonno Giovanni che, nel 1921, diede vita nel Cusio ad un marchio che è diventato storico per la produzione di casalinghi. Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, con l’introduzione del design, è nata “l’Alessi così come è oggi”. “Fino ad allora – spiega – l’estetica negli oggetti per la cucina non era un valore. Oggi collaboriamo con oltre 300 designer in Italia e nel mondo”. Identità ben radicata, frutto anche delle generazioni che si susseguono, che ha fatto dell’Alessi “una pocket-sized multinational” con prodotti diffusi in tutto il mondo e 450 dipendenti, 330 dei quali impiegati nella sede originaria di Omegna (Vb). “Siamo la prima azienda del design italiano ad aver ottenuto la certificazione di B Corp e siamo orgogliosi di averlo fatto al primo tentativo, senza dover cambiare nulla nei processi che mettevamo in atto da molti anni con una grandissima attenzione per persone, contesto e ambiente”. Ricordando che “la vera responsabilità sociale di un’impresa è innanzitutto far bene il proprio mestiere di impresa creando un buon lavoro”, Alessi cita alcune iniziative particolari attuate dall’azienda: il progetto “Buon Lavoro – La Fabbrica per la Città” grazie al quale “nel 2013 in un momento di sovracapacità produttiva anziché attivare la cassa integrazione ha consentito di proporre ai dipendenti di dedicare una parte delle ore lavorative ad attività socialmente utili a favore della comunità locale”. L’idea è proseguita: “Nei casi di attivazione di cassa integrazione ordinaria, ai dipendenti che dedicano ore al volontariato l’azienda integra lo stipendio fino a portarlo quasi a quello percepito normalmente”. Un pacchetto di iniziative è destinato poi ai dipendenti che hanno famiglia mentre attraverso la “Partecipazione al risultato aziendale (Pra), il 5% dell’ebit ogni anno viene suddiviso tra i dipendenti dell’azienda indipendentemente dai risultati personali”.

Family-friendly. “Senza le persone che lavorano quotidianamente all’interno della nostra realtà e senza il loro know-how non sarebbe possibile crescere e migliorare anno dopo anno: ecco perché da sempre investiamo in attività di formazione e welfare, progetti che creano valore aggiunto a livello sociale ed umano, per le persone”. Questa la filosofia che si tramanda da oltre 100 anni in Lubiam, azienda leader nell’abbigliamento maschile d’alta gamma fondata nel 1911 da Luigi Bianchi. Il “Made in Italy” – spiega Edgardo Bianchi, pronipote di Luigi e ad di Lubiam – “è per noi il fondamento principale non solo in termini di garanzia di qualità ma anche perché la nostra azienda è da sempre radicata nel territorio”. L’azienda infatti ha deciso di mantenere il sito produttivo originario a Mantova, puntando su macchinari all’avanguardia e sull’esperienza e la professionalità di personale altamente qualificato. Anche per questo Lubiam, oggi in mano alla quarta generazione della famiglia, “è insieme tradizione e innovazione: investiamo risorse per rinnovare lo spirito dell’azienda attraverso proposte nuove e di qualità, non solo in termini di stile e di prodotto, ma anche nella gestione del personale, ma senza mai dimenticare le nostre radici”, afferma Bianchi. Diverse le iniziative rivolte ai dipendenti, che per circa l’84% sono donne. Negli anni – racconta – “tra le molte politiche attivate ci sono l’orario flessibile, il part-time, l’apertura nel 2010 dell’asilo nido ‘Ida ed Edgardo Bianchi’, il progetto Baby-Lubiam, la ludoteca per i figli dei dipendenti nei periodi di chiusura delle scuole”. “Inoltre – aggiunge – siamo partner della Rete territoriale di conciliazione di Mantova e abbiamo implementato progetti che ci hanno permesso di contribuire a sostenere i dipendenti nelle spese per visite mediche, libri scolastici, centro ricreativo diurno estivo (Cred), servizi per familiari anziani o disabili”. “Queste politiche – assicura Bianchi – hanno un impatto positivo sulla produttività e contribuiscono a creare un clima sereno nel quale lavorare e collaborare”.

Rete. “Abbiamo fatto rete con Libera, con il Comitato don Peppe Diana, con la diocesi di Aversa e con quelle agenzie territoriali che per noi sono fondamentali per aiutare e sviluppare processi di rete”. Parte da qui Giuseppe Pagano, vicepresidente di NCO, per parlare di questa realtà del mondo cooperativo che ha avuto le sue origini ad Aversa con un progetto sperimentale sulla riabilitazione psichiatrica di persone che si trovano da anni in situazioni o manicomiali o di cliniche o di comunità. In cogestione tra Asl, Comuni, famiglie e organizzazioni del Terzo settore, “il programma – spiega – prevede la possibilità di avere una casa, attività di relazioni” oltre al fatto che “i ragazzi diventino soci delle cooperative sociali e siano coinvolti in un percorso di formazione al lavoro”. Così sono nate diverse iniziative, a cominciare dal primo ristorante-pizzeria sociale a San Cipriano d’Aversa: “Aperto nel 2007 – racconta – è diventato ‘NCO – Nuova Cucina Organizzata’ dove si vendono e si trasformano prodotti provenienti da terreni confiscati alla criminalità organizzata o da circuiti del commercio equo e delle organizzazioni territoriali”. “Nel 2011 – prosegue – abbiamo implementato il consorzio ‘NCO – Nuova Cooperazione Organizzata’ con organizzazioni sociali che oggi si occupano di un’intera rete di attività e di filiere”. Dal centro di trasformazione a Maiano di Sessa Aurunca alla fattoria di ‘Un Fiore per la vita’ ad Aversa, dai vigneti e cantina della cooperativa Eureka su terreni prima a Casal di Principe e poi a Santa Maria La Fossa al catering del ristorante-pizzeria che si trova oggi a Casal di Principe, in un bene confiscato alla criminalità organizzata. Una rete che si è ampliata negli anni: “All’inizio eravamo una ventina di soci, ora i soci delle cooperative del consorzio sono circa 200”. In espansione anche le attività del consorzio NCO: dalla trasformazione e commercializzazione dell’olio alla spumantizzazione del vino con metodo Charmat ma anche il bed&breakfast a Maiano con la novità dell’apertura di un ristorante.

Seconda chance. “Diffondere una nuova filosofia, quella della seconda chance. Lo facciamo offrendo un’altra opportunità alle donne detenute del carcere di Borgo S. Nicola di Lecce e del carcere di Trani e dando una nuova vita a tessuti e oggetti”. È questo l’obiettivo di “Made in carcere”, marchio lanciato dieci anni fa da Officina Creativa, la cooperativa sociale fondata nel 2004 da Luciana Delle Donne. “Il sogno era quello di creare un modello di sviluppo sostenibile che non fosse solo un progetto di beneficenza, ma – spiega Delle Donne – un vero e proprio modello di impresa sociale” attraverso il quale “dimostrare come si potesse generare bellezza anche in contesti di disagio e degrado”. Oggi “Made in carcere” dà lavoro a decine di detenute, impegnate nella creazione di accessori moda da tessuti di recupero e scarto. Il modello è ispirato all’economia circolare, “dove tutti gli attori sono protagonisti e vincono: da una parte – sottolinea – per l’impatto ambientale, attraverso il recupero di materiali altrimenti abbandonati e destinati ad aggiungersi ai rifiuti, a volte anche tossici”. Dall’altra – aggiunge – c’è “l’inclusione sociale con l’inserimento lavorativo di risorse in stato di detenzione attraverso un percorso di formazione e consapevolezza”. “Non operiamo in una logica di assistenzialismo, ma garantiamo un lavoro regolarmente retribuito”, precisa Delle Donne. “L’importanza di svolgere un lavoro giustamente retribuito e socialmente utile in carcere – prosegue – è legato alla drastica riduzione della recidiva (circa l’80% di chi vive un’esperienza lavorativa vera in carcere non torna più a delinquere, mentre l’80% delle persone che non lavorano in carcere ci tornano)”. Oltre alle donne, “Made in carcere” ha recentemente avviato un progetto che coinvolge diversi carceri minorili di Puglia e Basilicata. “Lanceremo a breve una produzione di biscotti artigianali vegani senza uova e latte, con ingredienti di primissima qualità”, annuncia Delle Donne. “Lavorare con i minori reclusi – conclude – sarà una grande sfida per aiutarli a vivere una seconda chance e un altro stile di vita. Per dare loro la giusta consapevolezza legata al recupero della propria vita”.

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Terremoto in Messico. Narváez (Caritas): “Sembra ci sia stata una guerra, è tutto distrutto”

Agenzia SIR - Fri, 20/10/2017 - 09:50

“Un’ecatombe. Sembra che ci sia stata una guerra, è tutto distrutto”. È questa l’espressione che accompagna i quasi quotidiani sopralluoghi di padre Rogelio Narváez, segretario esecutivo della pastorale sociale – Caritas della Chiesa messicana, che sta coordinando gli aiuti alle popolazioni colpite dal terremoto del 19 settembre e dalle altre recenti calamità (il terremoto del 7 settembre, inondazioni, frane). Una corsa febbrile, cercando sempre di andare nei posti che più hanno bisogno di aiuto, speranza, progetti di rinascita.

Padre Rogelio Narváe

Terribile catena di calamità. Prendiamo contatto con il segretario della Caritas ad un mese esatto dal terribile terremoto che ha causato tante vittime (il bilancio ufficiale è di 345 morti) e danni (50mila abitazioni distrutte o lesionate) nel Messico centrale, soprattutto nella capitale Città del Messico e negli Stati di Morelos, Puebla e México. Ma padre Narváez, ci tiene a sottolineare che la terribile scossa del 19 settembre è stata solo l’ultimo anello di una singolare catena. Il terremoto del 7 settembre, infatti, era di proporzioni ancora maggiori. Ha provocato meno vittime (circa 90) perché l’epicentro è stato nell’Oceano Pacifico, ma ha causato tantissimi danni e ha colpito alcuni degli Stati più poveri del Paese, come l’Oaxaca e il Chiapas. Per non parlare delle tantissime scosse di assestamento: oltre ottomila dopo il primo terremoto, oltre duemila dopo il secondo, con picchi oltre il 6° grado Richter. Sempre all’inizio di settembre l’uragano Lidia ha falcidiato lo stato della Baja California del Sur e il ciclone Katia lo stato orientale di Veracruz.

Un concentrato di calamità cui la Caritas messicana ha cercato di fare fronte con tutte le forze.

E c’è stata anche una terribile appendice nello Stato meridionale del Chiapas: “Qui – spiega padre Narváez – la combinazione dei vari fattori atmosferici ha portato altra distruzione, soprattutto nelle zone montane e, in particolare, nella riserva di biosfera di Las Sepulturas e nella riserva di Berriozabal, nel territorio della diocesi di Tapachula. Le scosse del 7, 8, 19 e2 23 settembre hanno provocato nelle montagne ampie crepe e la pioggia caduta incessantemente ha provocato frane e apertura di voragini, che hanno ulteriormente colpito la popolazione”.
Ad un mese di distanza dal terremoto del 19 settembre si inizia a tracciare un bilancio delle vittime e dei danni. Il coordinatore nazionale di protezione civile, Luis Felipe Puente ha fornito un bilancio ufficiale di 345 morti, così suddivisi: 206 a Città del Messico, 74 nel Morelos, 45 nello stato di Puebla, 13 nello stato di México e uno in Oaxaca.

“Però – spiega padre Narváez – a Città del Messico girano anche altre storie ed altri numeri e ad esempio non sono state conteggiate le 16 vittime del Chiapas. Sarà difficile arrivare ad una cifra veramente attendibile”.

Caritas presente nei luoghi del sisma. La Chiesa messicana è naturalemente in prima linea negli aiuti. “Il nostro Episcopato – dice il segretario Caritas – è stato all’altezza della situazione. La sede della Cem si è trasformata in una centrale operativa, capace di dare informazioni, coordinare aiuti, elaborare progetti”, in coordinamento con le autorità ed altre realtà della società civile e del mondo cattolico. “Il vero obiettivo è che tutta la Chiesa messicana risponda in modo corale con carità ai bisogni dei nostri fratelli”.

La Caritas messicana ha finora raccolto 14 milioni di pesos, senza contare le collette locali. E gli aiuti giunti da tutto il mondo, compresa la Caritas Italiana.

Si sta intervenendo con progetti mirati, elaborati “dopo essere stati sul posto”, soprattutto nelle diocesi più isolate e meno seguite, come quella di Tapachula, ai confini con il Guatemala e di Tehuantepec, in Oaxaca: “I progetti più mirati sono stati elaborati per queste due realtà. Sono le prime diocesi ad essere state colpite, il 7 settembre, ma sono anche le più lontane e isolate. Ancora non sappiamo bene quanti e quali siano stati i danni”, spiega padre Narváez, che prosegue: “A livello operativo cerchiamo di assicurare tre priorità: l’esistenza di centri comunitari e di accoglienza, la riattivazione dell’economia e delle attività lavorative, l’appoggio ai sacerdoti”.

Altra situazione decisamente pesante è quella relativa alle chiese: il bilancio totale è infatti di 996 edifici danneggiati. Le diocesi più colpite sono Antequera Oaxaca con 83 chiese danneggiate, Tehuantepec con 87, Tlaxcala con 133, Cuernavaca con 89, l’arcidiocesi di Puebla addirittura con 232 e Città del Messico con 107.

Non mancano intanto nel Paese polemiche sulla corruzione, sulla modalità con cui molti edifici sono stati costruiti e sulla gestione degli aiuti. Ad essere collassati in occasione del sisma ci sono scuole e ospedali da poco ristrutturati o addirittura appena inaugurati. E la popolarità del presidente Enrique Peña Nieto, secondo un’inchiesta del Pew Research Center, è crollata al 7%, all’ultimo posto tra i leader latinoamericani.

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(Re)thinking Europe. Mons. Jourdan (Estonia), “le religioni non sono un problema ma una risorsa per l’Ue”

Agenzia SIR - Fri, 20/10/2017 - 07:49

Ci sarà anche una piccola delegazione dell’Estonia, Paese che in questo semestre guida la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, tra quelle che arriveranno a Roma per il dialogo internazionale “(Re)thinking Europe – Il contributo dei cristiani al futuro del progetto europeo” voluto da Papa Francesco e dai vescovi della Comece (Vaticano, 27-29 ottobre): Tunne Kelam, membro del Parlamento europeo, con la moglie Mari Ann, già deputata del Parlamento estone e il vescovo Philippe Jourdan, amministratore apostolico alla cui responsabilità è affidata la cura della comunità cattolica, che raccoglie circa settemila fedeli (meno dell’1% della popolazione), i quali, insieme a luterani e ortodossi, vivono tra il 75% di estoni senza religione. Il Sir ha intervistato mons. Philippe Jourdan a pochi giorni dall’inizio dell’evento.

Monsignore, con quale spirito guarda all’incontro di Roma?
È un’esperienza nuova e un concetto nuovo d’incontro: a tutto tondo su scala europea tra personalità politiche e del mondo religioso, ma anche in modo sistematico, con una delegazione di ogni Paese. È difficile da immaginare. Sarà certo un’occasione per noi, persone di Chiesa, conoscere in un contesto più informale personalità politiche che sono in relazione con la Chiesa cattolica. Magari riusciremo a spiegare loro che le convinzioni religiose di ognuno non sono un elemento problematico e che la dottrina cristiana è anche una fonte di ispirazione e di nuove idee per la costruzione europea, per un’Europa più stabile, più forte, che dà più speranza alla gente. Perché la religione non è un ostacolo al progresso europeo.

L’Estonia è particolarmente protagonista in Europa proprio in queste settimane e mesi. Come sta andando l’esperienza della Presidenza di turno?
È molto impegnativo e tutti i ministeri e i funzionari statali sono mobilitati nell’accogliere le delegazioni nazionali che continuamente arrivano per i diversi impegni europei. Persino le vicende locali sono rimandate a dopo gennaio. Benché ci siano alcuni euroscettici, prevale l’orgoglio per il fatto che l’Estonia ha ripreso il suo posto in Europa, con tutti i doveri e i diritti che ne conseguono. È apprezzato anche il fatto che in questo modo l’Estonia si faccia conoscere. Il contributo che il nostro Paese vuole dare all’Ue è molto specifico, ma ha grandi conseguenze etiche: l’alta tecnologia e la digitalizzazione. L’intenzione è che, anche se siamo piccoli, la nostra presidenza non sia un fatto simbolico, ma un reale contributo alla costruzione europea. Certo l’invito che recentemente la nostra presidente ha di nuovo sollecitato qui a Tallin davanti ai presidenti degli Stati europei, a integrare maggiormente le nuove tecnologie per una maggiore efficienza, è più facile da realizzare per un Paese come l’Estonia, mentre a livello di Unione è un traguardo impegnativo. Soprattutto, accanto agli aspetti positivi delle tecnologie, ci sono temi su cui stiamo riflettendo…

Ad esempio?
Riflettiamo ad esempio sul fatto che la tecnologia e il digitale non diventino un’esigenza primaria che marginalizza la persone all’interno della stessa società che ha creato. Viviamo però in Estonia anche problemi specifici, come quelli legati alla sicurezza e all’espansione della Nato sulle frontiere della Russia. Di per sé sono temi di interesse del continente più che dell’Ue, ma comunque noi come Chiesa non possiamo restare insensibili al fatto che in Estonia soldati di tutte le nazioni arrivano e partono continuamente, aerei militari ci passano sopra la testa e le truppe si esercitano. Di fatto vediamo in questi mesi molti ministri e presidenti dei Paesi europei, ma vediamo ancora di più soldati degli eserciti di diversi Stati e questo è preoccupante. Sappiamo che vengono non per fare la guerra, ma conservare la pace, eppure ciò crea un’atmosfera di paura e rende sempre presente la possibilità di una guerra.

(Foto: AFP/SIR)

E come Chiese, come vi state muovendo nel semestre?
Fino ad ora non abbiamo potuto dare un contributo grande. Aspettiamo il 16-17 novembre quando ci sarà a Tallin un momento più importante sul tema “Religione. Società. Stato”, dove noi come Chiesa saremo chiamati a esprimerci.

Ripensare l’Europa, come vuole fare l’appuntamento di ottobre a Roma, richiede di considerare la tensione identità nazionale-unità che oggi minaccia seriamente il progetto dell’Ue. All’est è vissuta in modo diverso dall’Ovest dell’Europa, ma è comunque presente, non è vero?
Per i Paesi dell’Est uno stimolo molto grande per l’integrazione europea è stata la possibilità e la garanzia di conservare l’indipendenza e l’identità del Paese, pur trovando protezione contro quello che tradizionalmente, forse in modo esagerato, è visto come un pericolo, il grande vicino orientale. È vero anche che alcuni Paesi, in modo particolare forse Polonia e Ungheria, hanno sentito che l’Ue sembra voler promuovere una concezione di uomo e un tipo di società non sempre consonante con i valori che amiamo. Per questo gli euroscettici qui dicono che tutte e due le Unioni, la presente e la passata, hanno comunque un’agenda ideologica. Di per sé le nazioni dell’Est vogliono essere nell’Ue e sentirsi sicuri, ma vedono alcuni atteggiamenti che ricordano il “grande fratello” di prima; accanto alla disponibilità ad aiutare si percepisce l’imposizione di un modello di società, di alcune leggi che l’Ovest considera a torto come diritti. Per questo alcuni popoli si sono sentiti traditi. Accanto a questo c’è anche il fatto che si danno valutazioni negative su fenomeni che si conoscono poco, come ad esempio l’immigrazione: qui certamente come Chiese dobbiamo aiutare le persone a vedere le cose in maniera più serena ed equilibrata.

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La corruzione è ancora uno dei principali problemi del nostro Paese

Agenzia SIR - Fri, 20/10/2017 - 07:45

Sono passati cinque anni dall’approvazione della legge “per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”. È la legge 190 del 2012, assai più nota alle cronache come “legge Severino” (dal nome dell’allora ministro della Giustizia) e soprattutto per l’impatto sulla vicenda politica di Silvio Berlusconi. Ma in una prospettiva più generale, questa legge ha segnato un punto di svolta nella lotta contro la corruzione. Tanto per intendersi, è dalla legge 190 che è nata l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, attualmente presieduta dal magistrato Raffaele Cantone.

È opinione diffusa che da allora siano stati compiuti passi in avanti. Lo stesso Cantone lo ha affermato pubblicamente in molte occasioni, anche recenti.

La piaga della corruzione, però, è ancora uno dei principali problemi del nostro Paese.

All’inizio dell’anno il rapporto elaborato dall’ong Transparency International Italia, basato sull’indice di corruzione percepita (Cpi), ci collocava al sessantesimo posto su 176 Stati. In Europa soltanto Grecia e Bulgaria avevano un indice peggiore del nostro. Una classifica che va interpretata con estrema cautela perché la percezione di esperti e operatori economici (di questo si tratta) è condizionata da molti fattori. In effetti ci sono Paesi che hanno una situazione notoriamente più grave di quella italiana e che in quella classifica risultavano meglio posizionati di noi.

Anche il numero delle indagini (Transparency ha contato 566 casi riportati dai media nazionali nei soli primi nove mesi del 2017) è un elemento che va ponderato con attenzione. Innanzitutto perché in Italia, a differenza che in molti altri Paesi, l’ordinamento prevede l’obbligatorietà dell’azione penale. E poi perché, per usare le parole di Cantone, “le indagini sono la prova della capacità di reagire delle istituzioni”, rappresentano “non soltanto l’emersione della corruzione, ma anche dell’anti-corruzione”.

Lo stesso presidente di Transparency Italia, Virginio Carnevali, nel corso della recente presentazione dell’Agenda anticorruzione 2017, ha sottolineato lo scarto che sussiste tra la corruzione percepita e quella effettiva e ha avanzato un’ipotesi per spiegare il caso italiano: la corruzione ad alti livelli c’è in tutti i Paesi, ma da noi è presente anche a livelli molto bassi.

Tale ipotesi ha trovato un’indiretta conferma nel primo rapporto dell’Istat sulla corruzione in Italia dal punto di vista delle famiglie, diffuso proprio nei giorni scorsi. Si tratta anche in questo caso di una stima che contiene un’intrinseca componente soggettiva. Del resto, è per definizione impensabile avere statistiche ufficiali di fenomeni illeciti. Ma oltre all’autorevolezza dell’Istat, va sottolineata l’ampiezza della rilevazione: tra ottobre 2015 e giugno 2016 sono state intervistate 43 mila persone tra i 18 e gli 80 anni.

L’Istat, dunque, stima che il 7,9% delle famiglie italiane (pari a 1 milione e 742 mila nuclei) “nel corso della vita sia stato coinvolto direttamente in eventi corruttivi come richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi o agevolazioni”. Se si considerano gli ultimi tre anni o gli ultimi dodici mesi il dato è, rispettivamente, del 2,7% e dell’1,2%. Ben più alta (13,1%) è la quota di coloro che conoscono direttamente qualche persona che è incappata nelle stesse situazioni. Vi sono poi casi che l’Istat definisce “non formalmente classificabili come corruzione” e che tuttavia opportunamente segnala, come la richiesta di effettuare una visita a pagamento nello studio privato del medico prima di accedere al servizio pubblico. Una prassi che ha coinvolto il 9,7% delle famiglie (più di 2 milioni e 100 mila).

Tornando al coinvolgimento diretto, l’ambito più rappresentato è quello del lavoro (3,2% delle famiglie), seguito dalle cause giudiziarie (2,9%), dalle domande per benefici assistenziali (2,7%), da visite mediche e ricoveri (2,4%). Le stime più basse interessano il rapporto con forze dell’ordine e forze armate (1%), il settore dell’istruzione (0,6%) e i servizi per elettricità, telefono, gas ecc. (0,5%).

Sul piano territoriale il massimo della corruzione segnalata si registra nel Lazio (17,9%), il minimo nella provincia autonoma di Trento (2%). Ma nessuna regione è esente. Colpisce l’alta percentuale (85,2%) di coloro che ritengono sia stato utile aver pagato e la quota maggioritaria (51,4%) che lo rifarebbe. Mentre solo il 2,2% per cento di quanti hanno avuto richieste di corruzione ha denunciato l’episodio, nella maggior parte dei casi perché ha reputato inutile farlo.

Sono dati che, per quanta prudenza di possa usare nella valutazione, rivelano a quale livello di diffusione capillare e di profondità sia arrivato il virus della corruzione, sicuramente anche per l’effetto moltiplicatore della Grande Crisi. E di come ci sia bisogno di ricostruire un nuovo patto tra i cittadini e le istituzioni, ma anche tra i cittadini stessi.

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Chiesa e disabilità. Suor Donatello (Cei): “Una casa aperta a tutti” perché “l’inclusione è la strada di Dio”

Agenzia SIR - Fri, 20/10/2017 - 06:52

Una casa aperta a tutti dalla quale nessuno deve essere escluso. Questo il volto e la missione della Chiesa. Per questo negli ultimi anni “la catechesi in Italia è stata ripensata in un’ottica inclusiva affinché l’appartenenza alla dimensione ecclesiale coinvolga un sempre maggior numero di persone, anche quelle con disabilità, facendoci così scoprire che tutti sono un dono”. Suor Veronica Amata Donatello, francescana alcantarina, responsabile del Settore per la catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (Ucn) della Cei, presenta al Sir il convegno internazionale “Catechesi e persone con disabilità: un’attenzione necessaria nella vita quotidiana della Chiesa”, promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (Pcpne) dal 20 al 22 ottobre a Roma, presso la Pontificia Università Urbaniana, in collaborazione con il Settore Ucn da lei guidato, The National Catholic Partnership on Disability e Kairos Forum.

Attesi 450 partecipanti da tutti i continenti. Sullo sfondo il 25° del Catechismo della Chiesa cattolica, “che sarà punto di partenza – afferma mons. Geno Sylva, officiale del dicastero vaticano – di tutte le presentazioni”. L’appuntamento è un inedito assoluto: si tratta del “primo convegno a livello internazionale in materia, pensato non per le persone ma insieme alle persone con disabilità”, spiega suor Veronica, per la quale occorre “sempre più non fermare lo sguardo sul deficit ma continuare a superare i pregiudizi, in particolare comunitario e religioso, per vincere la paura dell’incontro.

La Chiesa o è aperta a tutti, o non è Chiesa. O tutti o nessuno, come ci ha ricordato Papa Francesco in occasione del 25° del nostro Settore”.

Caratteristica della conferenza è l’accessibilità, la fruibilità per tutti nelle diverse lingue ed anche nella lingua dei segni – “la mia lingua materna” – spiega la religiosa, figlia di due genitori sordi e con una sorella disabile intellettiva. La sera del primo giorno verrà inaugurata una mostra dedicata al Catechismo della Chiesa cattolica accessibile e ad alcuni sussidi pastorali e catechetici per l’inclusione delle persone con disabilità di varie parti del mondo. “Una raccolta di buone prassi e di strumenti realizzati in modo inclusivo, non per loro ma con loro”, precisa la religiosa. Perché appartenenza alla Chiesa vuol dire essere protagonisti nella e con la comunità, essere “evangelizzatori” in funzione della medesima dignità conferita dal Battesimo, come ha affermato Benedetto XVI nel 2009.

Per includere e vivere una buona vita cristiana, precisa suor Veronica, servono strumenti ordinari accessibili, non speciali. Strumenti come “Incontriamo Gesù”, il delizioso volumetto tattile che la religiosa tiene sulla scrivania e ci fa “toccare”, pensato per e con bambini ciechi in caratteri Braille con immagini tattili. Sussidi accessibili che tengano conto dei diversi ambiti della disabilità intellettiva e sensoriale e utilizzino linguaggi, simboli, immagini comprensibili a tutti e in grado di valorizzare ciascuno. In mostra, dice ancora la religiosa, “anche materiale pastorale, catechetico-liturgico, specifico per le persone con bisogni comunicativi complessi e spettro autistico realizzati dalle nostre diocesi in collaborazione con l’Ufficio”. Un sussidio utile per i sordi è nato lo scorso dicembre con la pubblicazione de “Le mie preghiere in Lis”, edito dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano in collaborazione con la diocesi ambrosiana e con la consulenza del Settore.

Al convegno interverranno teologi, persone disabili e realtà diocesane inclusive. Tra questi il filosofo italiano Stefano Toschi, tetraplegico; la teologa inglese Pia Matthes, che ha una figlia con disabilità; la psichiatra inglese Sheila Hollins, anch’essa con esperienze di disabilità in famiglia; p. Michael Depcik, sordo e direttore del Catholic Deaf Community (arcidiocesi di Detroit – Usa); le Petites soeurs disciples de l’Agnesu, comunità monastica femminile francese con alcune consacrate con la sindrome di Down.

Il Settore all’interno dell’Ucn, oltre a sensibilizzare le diocesi ha il compito di offrire percorsi formativi e metodologie attraverso nuovi linguaggi informando e formando sacerdoti, parroci, catechisti, animatori. “Il sacerdote – spiega la responsabile – è il mediatore dell’accoglienza; spesso è il primo cui si rivolgono i genitori dopo la diagnosi di disabilità del figlio. Deve essere informato e formato”. I catechisti “devono saper essere costruttori di ponti con la realtà della disabilità, preparare il terreno che accolga il dono nelle comunità”. Ma devono anche essere adeguatamente formati, sostiene la religiosa mettendo in guardia dal rischio di improvvisare o di considerare i disabili in chiave riduzionista e/o infantile:

“Non vanno visti né come angeli né come eterni bambini innocenti”.

Devono partecipare con le loro famiglie alla vita liturgica e pastorale, essere inseriti in parrocchia o nei gruppi, “facendo sentire a loro e a tutti che sono un dono per tutta la comunità”. Al convegno saranno condivise buone pratiche. Obiettivo, dimostrare che è sempre possibile includere le persone disabili nell’ambito ecclesiale rendendole così protagoniste nel cammino di fede.

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Tra Catalogna e Madrid l’esito di una pericolosa partita a scacchi

Agenzia SIR - Thu, 19/10/2017 - 16:03

Si fa fatica a capire perché diventa così difficile ottenere in queste ore dichiarazioni realistiche e oggettive su quanto sta accadendo in Spagna. Già parlare di conflitto “tra Spagna e Catalogna” per certuni è inadeguato, dal momento che la seconda è una parte della prima. Forse preferirebbero parlare di conflitto “in Spagna con la Catalogna”. La definizione la troviamo nelle lettere e nei comunicati che in questi giorni si sono scambiati il presidente del governo centrale, Mariano Rajoy, e quello della Generalitat catalana, Carles Puigdemont. Quasi un esercizio di ricamo linguistico. E lo stesso succede quando una qualsiasi persona, dalla più competente e autorizzata al comune cittadino, si pronuncia al riguardo oppure fa un semplice commento. Dica quel che dica, inevitabilmente sarà identificata con una o l’altra posizione, anche se solo parla di come preparare il pranzo.

La risposta di Madrid: l’autonomia della Catalogna sarà sospesa. Minuti prima della scadenza stabilita dal governo centrale, oggi, 19 ottobre, arriva la risposta definitiva del presidente del governo autonomo catalano, Carles Puigdemont. Era stato chiesto a lui una chiara conferma sul fatto che fosse stata o no dichiarata “formalmente” l’indipendenza della Catalogna. Una prima e imprecisa risposta c’era già stata giorni prima. Il testo non è proprio di una chiarezza meridiana, però costringe il governo centrale a mettere in moto l’attivazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola: l’autonomia della Catalogna sarà sospesa.

Una partita a scacchi. Lo aveva annunciato qualche giorno fa Mariano Rajoy nel suo discorso al congresso dei deputati: “La risposta che il signor Puigdemont darà a questo quesito, indicherà il futuro degli avvenimenti nei prossimi giorni”. Cioè, facciamo le mosse nella scacchiera a seconda di quel che farà l’altro.

La “guerra” dei comunicati. Si è fatto sempre più “minaccioso” il tono utilizzato nelle comunicazioni tra il presidente della Generalitat e il presidente Rajoy. Ora, nella risposta di Puigdemont, si fa addirittura pressante: “Se il Governo dello Stato persiste nell’impedire il dialogo e continuare la repressione, il Parlamento della Catalogna potrà procedere, se lo crede opportuno, a votare la dichiarazione formale d’indipendenza che non ha votato il 10 ottobre”. Ma resta pure impreciso: “Potrà procedere, se lo crede opportuno”. Comunque, visto “il rifiuto” a rispondere con chiarezza, “il governo della Spagna andrà avanti con i precorsi previsti nell’articolo 155 della Costituzione per ristabilire la legalità nell’autogoverno della Catalogna”, si può leggere nel comunicato emesso subito dopo dal governo centrale.

Un futuro ancora incerto. L’articolo 155 non è stato mai applicato e dunque sviluppato. Prevede la possibilità di “prendere le misure necessarie per costringere quella (una comunità autonoma) a compiere per forza i suoi obblighi”. Cioè si apre un processo, a partire del Consiglio dei ministri straordinario di sabato 21 ottobre, che dovrà proporre al Senato (camera alta) le misure concrete da adottare. E poi, un po’ di tempo fin che vedremo la sua concreta applicazione.

Prime conseguenze e timori. Cosa aspettarsi quando tali misure saranno applicate? Probabilmente nuove manifestazioni in piazza, altre migrazioni di grosse e piccole ditte ad altre regioni della Spagna (quasi settecento finora), spostando il loro domicilio sociale o fiscale, e soprattutto il timore che la frattura sociale diventi più profonda.

(*) direttore di Ciudad Nueva (Spagna)

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The outcomes of a dangerous chess game between Catalonia and Madrid

Agenzia SIR - Thu, 19/10/2017 - 16:03

The reason why over the past hours it became increasingly difficult to obtain realistic and objective statements on the latest developments in Spain is hard to understand. For some people to speak of a “Spain-Catalonia” conflict is inappropriate, since the latter is a part of the former. Probably they would prefer to speak of a conflict “with Catalonia in Spain.” The definition is found in the letters and communications exchanged in the past days by the President of the Central government, Mariano Rajoy, and the President of Generalitat of Catalonia Carles Puigdemont. It almost resembles a exercise of linguistic embroidery. The same happens when somebody – from the most authoritative personality to the man on the street – voices his opinion on this matter or makes a simple remark. Whatever that person says, he/she will be identified with one of the two stands, even if that person is talking about setting the table.

The answer of Madrid: the autonomy of Catalonia will be suspended. Today, October 19, a few minutes before the deadline set by the central government, came the definitive answer of the President of Catalonia’s autonomous government Carles Puigdemont. He was asked to confirm whether the independence of Catalonia had been “formally” declared. A preliminary, indefinite answer had been given a few days before. The text is not exactly marked by utmost clarity, however it forces the central Government to activate article 155 of the Spanish Constitution: the autonomy of Catalonia will be suspended.

A game of chess. It was announced a few days ago by Mariano Rajoy in his speech at the Chamber of Deputies: “The Catalan president’s answer to these questions will inform what happens over the next few days.” This means: we move our checkers according to the move of the other player.

A “battle” of statements. The tone used in the communications between the President of the Generalitat and President Rajoy grew increasingly harsh. In fact, Puigdemont’s answer became insistent: ““If the State Government persists in blocking dialogue and the repression continues, the Parliament of Catalonia will proceed, if deemed appropriate, to vote on the formal declaration of independence which it did not do on October 10.” But he remains inexplicit: “it will proceed, if deemed appropriate.” Moreover, given the “refusal” to reply with clarity, “the Spanish government will go ahead with the preconditions envisaged in Article 155 of the Constitution to re-establish the legality in Catalonia’s self-government”, the Government replied in a release.

The future remains uncertain. Article 155 has never been applied and thus developed. It allows the State to “take any necessary measures to force it (an autonomous community) to meet its obligations.” This ushers in a process that will start with the extraordinary Council of Ministers of Saturday October 21, tasked to propose to Senate (the Upper Chamber) the measures that need to be adopted, whose concrete implementation will follow in due time.

 First consequences and worries. What should we expect after the application of these measures? Probably more street protests, other migrations of small or large companies to other Spanish regions (almost seven-hundred to date), moving their registered office or their tax residence elsewhere. The most serious concern is that the social fracture could grow worse.

(*) Editor-in-chief, Ciudad Nueva (Spain)

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Settimana sociale. Magatti (Comitato): a Cagliari per proporre un “lavoro degno” a politica e società

Agenzia SIR - Thu, 19/10/2017 - 09:30

La Settimana Sociale sarà uno spartiacque “tra un prima e un dopo”: in continuità con il passato, ma con indicazioni importanti sulla linea dell’impegno della Chiesa italiana “ad ascoltare gli inviti che Papa Francesco ci fa continuamente ad essere un popolo che cammina”. Mauro Magatti, docente di sociologia all’Università Cattolica e segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, descrive così in anteprima le giornate di Cagliari, che dal 26 al 29 ottobre sarà teatro della 48ª edizione dell’importante appuntamento ecclesiale, sul tema: “Il lavoro che vogliamo”.

“Libero, creativo, partecipativo, solidale”. Quattro aggettivi che per i cattolici suonano familiari, ma di cui nella nostra società si è quasi smarrito il senso. Cosa significa oggi il lavoro, minacciato da più parti da derive disumanizzanti?
Saper restituire al lavoro il suo significato pregnante non è un’urgenza del tempo di oggi, ma un compito con cui la Chiesa ha imparato a confrontarsi da sempre. Non dobbiamo commettere l’errore di credere che ci sia stata un’epoca d’oro in cui l’accezione del lavoro fatta propria dal tema della Settimana Sociale di Cagliari sia stata una questione pacifica.

La convinzione profonda della comunità ecclesiale è che questi aggettivi, declinati chiaramente e a partire da una visione antropologica ben precisa, non sono soltanto un dover essere morale, ma le linee indispensabili anche per poter raggiungere gli obiettivi di tipo economico.

Si è pensato troppo spesso di risolvere i problemi a partire da una concezione del lavoro come semplice strumento, e quindi riduttiva, con tutte le conseguenze che questa scelta ha comportato. Il lavoro umano è, invece, in prima istanza l’origine della nostra ricchezza più grande come esseri umani e ripensarlo in questa chiave richiede di camminare sui binari della giustizia. Il lavoro è dignità, come ripete stessa Papa Francesco.

Esistono alcune criticità croniche del mondo del lavoro in Italia, riproposte continuamente anche dai fatti di cronaca: da dove cominciare? Quali sono i fronti più caldi?
Nel solco della tradizione delle Settimane Sociali, in continuità con quello che è venuto prima di noi, questa edizione ha scelto alcuni elementi di metodo significativi. Sulla scorta dell’Instrumentum laboris, verranno messe in rilievo alcune questioni che da cattolici vogliamo indicare come problematiche.

Il punto di partenza è una denuncia non fine a se stessa o per fare polemica, ma per costruire un accordo, un consenso intorno a problemi che vanno affrontati tutti insieme.

Il secondo passo è l’ascolto dei problemi concreti delle persone, delle famiglie e delle comunità, che poi si traducono in numeri: il lavoro, però, non è una questione di statistiche, ma della vita delle persone, ed è a loro che bisogna dare in primo luogo la parola. Il terzo passo sono le buone pratiche: abbiamo raccolto in tutta Italia tanti pezzi di risposte che già esistono – da parte di organizzazioni, imprese, territori, comunità – in modo che si guardi alle esperienze concrete per porsi le questioni e dare risposte in positivo, arrivando così al quarto passo: formulare la proposta.

Nell’ultima Settimana Sociale, a Torino nel 2013, Papa Francesco identificava nel lavoro l’origine della sofferenza di tante famiglie. In che senso e in che modo le proposte che arriveranno da Cagliari si differenzieranno dai tanti proclami, magari interessati, da parte del mondo politico e delle istituzioni?
La prima risposta verrà da noi: noi parliamo di lavoro non dal versante istituzionale o politico, ma in relazione alla nostra capacità di mobilitazione a partire dal vissuto della gente.

A Cagliari verranno suggerite alcune piste: metteremo a punto una proposta in primo luogo al governo – sarà presente il primo ministro – ma poi anche alle parti sociali, ai sindacati e al mondo imprenditoriale.

Il lavoro degno non è solo una questione filosofica, parte da una visione antropologica e passa da un metodo da seguire: denuncia, ascolto, buone pratiche e proposta.

Con la Settimana Sociale di Cagliari si delinea una modalità di essere presenti da cattolici nel discorso pubblico e istituzionale non come una parte che deve difendere i propri interessi o quelli degli altri, ma come una componente che cerca a partire dalle esperienze reali di dare un contributo al mitico “bene comune”.

Concetto che, tradotto sul piano del lavoro, significa da una parte affrontare il nodo della disoccupazione, soprattutto giovanile, e dall’altra combattere le spinte verso la disumanizzazione che sempre risorgono e che chiedono risposte capaci di valorizzare l’essere umano. Il punto di partenza è la convinzione che

il buon lavoro crea lavoro, mentre il cattivo lavoro finisce col distruggere la possibilità stessa di lavorare.

Nel 1945, a Firenze, il tema della Settimana Sociale era: “Costituzione e Costituente”. Più di 70 anni dopo, in un contesto socio-politico profondamente mutato, le riforme costituzionali sembrano per l’Italia un compito difficilissimo. Eppure, l’art. 1 della nostra Costituzione suggerisce proprio di partire dalle “fondamenta” del lavoro.
Mi sembra davvero un richiamo molto bello: sarebbe un bel merito della Settimana Sociale raccordarsi a questo dibattito decennale attraverso la capacità di sintonizzarsi con i problemi delle persone e della comunità. Se prendessimo sul serio il primo articolo della nostra Carta costituzionale, e le difficoltà di tanti lavoratori e lavoratrici che, nonostante la ripresa, continuano a sperimentare, forse avremmo il miglior viatico per poter lavorare insieme su come migliorare la nostra Costituzione, e insieme ad essa le condizioni di vita dei nostri concittadini.

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(Re)thinking Europe. “Gli egoismi nazionali indeboliscono l’Europa”. Weber (Parlamento Ue): è ancora tempo di solidarietà

Agenzia SIR - Thu, 19/10/2017 - 09:12

Il “dialogo” intitolato “(Re)thinking Europe”, promosso per il 27-29 ottobre in Vaticano da Comece – Commissione degli episcopati della Comunità europea – e Santa Sede proporrà diversi temi e occasioni di confronto. Il programma segnala infatti tre dibattiti principali (“Integrazione – Costruire ponti tra e all’interno degli Stati membri”; “Dialogo – Lo stato della democrazia in Europa”; “La forza per creare – Quale economia per l’Europa in un mondo in costante cambiamento?”), 18 workshops, relazioni e tavole rotonde, fino all’udienza con Papa Francesco. Numerosi i partecipanti da tutto il continente, fra i quali Manfred Weber, bavarese, eurodeputato tedesco e capogruppo dei Popolari al Parlamento Ue. Gli abbiamo posto alcune domande in vista di “(Re)thinking Europe”.

Partiamo dal tema sul quale lei sarà direttamente chiamato a intervenire. Qual è, a suo avviso, lo stato di salute della democrazia oggi in Europa?
Ciò che occorre capire oggi, a mio avviso, è se l’Europa si colloca ancora in un contesto pienamente democratico oppure se è nelle mani dei populisti e dei radicali. A questo proposito, se vogliamo davvero difendere la democrazia europea, elemento altrettanto importante oltre alla cooperazione tra Francia e Germania, è che il “cuore” della futura Europa pulsi nel suo centro, ovvero il Parlamento europeo. A tal fine

dobbiamo fare in modo che l’Ue sviluppi un’autentica democrazia parlamentare.

Ciò richiederebbe che i capi di Stato e di governo e il presidente della Commissione Juncker assegnassero al Parlamento europeo un diritto informale – e a medio termine un diritto formale – d’iniziativa legislativa. È uno scandalo democratico che la Commissione europea talvolta semplicemente ignori le decisioni del Parlamento, come quella della sospensione dei colloqui con la Turchia. L’Ue deve diventare una democrazia viva e questo sarà possibile attraverso il Parlamento europeo.

Il valore fondativo della solidarietà sembra essere messo in discussione, tante volte negato dai comportamenti di alcuni governi: basterebbe pensare al nodo dell’accoglienza dei migranti. L’Ue ha creato, nella sua storia, “ponti” tra i popoli e gli Stati membri. È ancora tempo di solidarietà nell’Unione?
È vero che la crescita dell’egoismo nazionale in vari Stati membri sta indebolendo il principio di solidarietà, che è un pilastro fondamentale dell’Unione europea e stava molto a cuore ai “padri fondatori”. Vediamo che si sta sviluppando una nuova forma di nazionalismo. Trovo che questo sia preoccupante. Dobbiamo sottolineare che l’egoismo nazionale – ma anche quello regionale – non rappresenta mai una soluzione per dare risposte concrete alla vita quotidiana delle persone. Eppure la solidarietà esiste ancora. Senza la solidarietà della Francia, la sicurezza del nostro continente sarebbe a rischio. La Germania sta contribuendo in modo proporzionale al bilancio e alla politica di coesione dell’Ue. E il ruolo dell’Italia nella gestione della crisi migratoria è fondamentale.

Sì, parliamo di migrazione…
Per quanto riguarda il caso specifico della migrazione, dobbiamo sottolineare che tutti gli Stati membri dovrebbero contribuire allo sforzo di offrire un rifugio sicuro ai profughi che fuggono dalle guerre. Al tempo stesso, dobbiamo proteggere meglio le nostre frontiere esterne e combattere i trafficanti in modo più efficiente. A mio avviso il centrodestra europeo ha un ruolo importante da svolgere nel ripetere e mettere in pratica il messaggio di Papa Francesco a questo proposito.

La crisi economica dell’ultimo decennio ha contributo a mettere in crisi il “sogno europeo”. Lei come vede il futuro dell’economia in Europa in relazione al fenomeno della globalizzazione e a un mondo in continuo e rapido cambiamento?
Ciò che è chiaro oggi è che, di fronte alla globalizzazione, le nazioni europee non hanno alcuna possibilità se rimangono sole. Italia, Francia, Spagna, Germania: neanche le nazioni europee più forti saranno in grado di difendere lo stile di vita europeo se non siamo uniti. I Paesi più piccoli hanno bisogno di una solidarietà ancora maggiore. Sono fortemente convinto che, soprattutto oggi, il concetto dell’economia sociale di mercato rimane pienamente valido. I pensatori che hanno elaborato questo concetto, Alfred Müller-Armack e Wilhelm Röpke, si sono molto ispirati al pensiero cristiano nel modo in cui lo hanno sviluppato. Questa è l’idea che noi, cristiano democratici europei, stiamo cercando di portare avanti.

Si parla, in questa fase, di populismi, nazionalismi, separatismi anche rispetto alla vicenda catalana. Lei più volte si è espresso sul tema. Quale possibile soluzione intravvede?
La questione che ci troviamo ad affrontare è molto semplice: la gente vuole vivere al riparo di un muro o è disposta a vivere insieme in una comunità di valori?

Non puoi far parte di una comunità se pretendi di scegliere soltanto quello che ti piace.

Questo è ciò che gli inglesi stanno cominciando a capire. Lo stesso vale per la Catalogna: lasciare la Spagna significherebbe lasciare l’Unione europea, l’eurozona, Schengen… A mio avviso, i veri patrioti sono gli europeisti convinti. Questo è chiaro.

Non da ultimo. Quale il ruolo delle Chiese e comunità religiose per la costruzione dell’Europa di domani?
L’Unione europea è una comunità di valori, ampiamente basata sui valori cristiani. Di fronte alle numerose sfide di oggi, credo che i cristiani fortemente impegnati siano più necessari che mai grazie al loro contributo nel continuare a costruire il progetto europeo, perché le Chiese e le comunità religiose stanno riflettendo su ciò che è giusto per la comunità nel suo insieme e perché hanno anche un punto di vista realistico su ciò che risulta fattibile. Abbiamo bisogno di una voce forte dei cristiani nella società e nella politica europee.

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