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Andrew Brunson: "Se potessi, tornerei in Turchia"

Evangelici.net - Fri, 15/02/2019 - 12:51
"Se potessimo, torneremmo in Turchia": dopo i due anni trascorsi in carcere con l'accusa di aver sostenuto attività sovversive e a pochi mesi dalla sua liberazione, preceduta da un braccio di ferro internazionale, il pastore evangelico USA Andrew Brunson ha espresso il desiderio di tornare, in futuro, nel Paese dove ha trascorso venticinque anni di vita missionaria....
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Documento di Abu Dhabi. Imam Anouar Kbibech: “Papa Francesco, messaggero di pace e di fraternità in terre di Islam”

Agenzia SIR - Fri, 15/02/2019 - 10:38

Il Documento di Abu Dhabi “è un testo storico perché getta le basi per una fraternità tra i credenti e nell’intera famiglia umana”. E ancora: “In Marocco Papa Francesco proseguirà il suo viaggio in terra d’Islam e sarà accolto a braccia aperte”. E poi l’invito: anche i musulmani francesi invitano il Papa ad andare in Francia perché “hanno per lui un affetto particolare e il Papa ha un posto particolare nel loro cuore”. Anouar Kbibech è vice presidente del Consiglio francese del culto musulmano. È una delle 17 autorità religiose musulmane d’Europa, membri del Consiglio Europeo dei Saggi Musulmani, che hanno sottoscritto nei giorni scorsi un comunicato congiunto a sostegno del Documento di Abu Dhabi. Il Sir lo ha raggiunto telefonicamente.

Partiamo dal “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale della convivenza comune”, firmato ad Abu Dhabi dal Papa e dal Grande Imam di al-Azhar. Che impressione ha avuto del testo?
È a tutti gli effetti un documento storico, firmato da due delle più alte autorità religiose, da Papa Francesco per la Chiesa cattolica e dal Grande Imam di al-Azhar per la parte musulmana. Ed è un Documento che è destinato a gettare le fondamenta della fraternità umana. Esistono tre cerchi di fraternità che vanno estendendosi: c’è la fraternità tra credenti della stessa religione; la fraternità tra credenti delle religioni monoteiste e, infine, la fraternità tra tutti gli esseri umani.

Questo Documento permette a cristiani e musulmani di uscire dal primo cerchio della fraternità tra credenti della stessa religione per aprirsi alla fraternità con altri credenti, cristiani, musulmani, ebrei.

In questo senso, la visita del Papa nella penisola araba e la firma di questo Documento sono segni molto forti: indicano che Papa Francesco si è presentato in questa terra e al mondo musulmano come fratello. Ma credo anche che questo Documento abbia una portata ancora più grande perché getta le basi della fraternità umana e questo è fondamentale e molto importante alla luce dei tempi che stiamo vivendo e del clima che stiamo respirando oggi: assistiamo, da una parte, a una crisi morale e sociale che attraversa le nostre società e, dall’altra, a una crisi economica e politica nel mondo.

(Foto Vatican Media/SIR)

Il Documento precisa principi molto chiari per la convivenza. Quale ruolo possono svolgere le religioni?
Sì, è vero… Questo Documento richiama un numero importante di concetti e valori che ritroviamo radicati nelle religioni, e in questo caso specifico nel Cristianesimo e nell’Islam: il rispetto dell’altro, il riconoscimento della libertà di coscienza e della libertà di religione, l’uguaglianza tra tutti gli uomini e l’uguaglianza tra gli uomini e le donne, il rifiuto di ogni forma di violenza e la condanna forte al terrorismo. Sono valori importanti che non bisogna mai smettere di ricordare in questi tempi. Purtroppo c’è un certo numero di terrorismi oggi che, in nome delle religioni – e in particolare della religione musulmana – commettono crimini di violenza e odio. È dunque sempre importante ribadire questi principi e valori che sono comuni a tutti, alle religioni e all’umanesimo. Le religioni? Possono svolgere un ruolo di pacificazione.

Papa Francesco alla fine di marzo andrà in Marocco, di nuovo un Paese a maggioranza musulmana. Il Papa visiterà anche l’Istituto Mohammed VI, una scuola di formazione per Iman sia marocchini che provenienti da Paesi arabi, africani ed europei. Lei è di origine marocchina. Come ha accolto questa notizia?
C’è in effetti in tutti questi incontri e viaggi una simbologia molto forte. Abbiamo appena visto la prima visita di un Papa nella penisola araba, in terra d’Islam. Un viaggio che il Papa ha voluto fare per portare un messaggio di sostegno ai cristiani del Medio Oriente e alla fraternità tra cristiani e musulmani. E la visita in Marocco si inserisce in questo percorso per la fraternità. Abbiamo ancora negli occhi la visita storica di Papa Giovanni Paolo II nel 1985 in Marocco su invito del re Hassan.

C’era stato un incontro nello stadio di Casablanca con credenti cristiani e musulmani che si sono uniti in un grande momento di comunione. La visita di Papa Francesco ha un significato simbolico alto:

in Marocco il Papa sarà di nuovo in terra d’Islam e andrà per portare un messaggio di pace e di fraternità.

È stato invitato dal re Mohamed VI ed è un segno molto forte che mostra la dimensione di Papa Francesco e il suo impegno per il dialogo interreligioso e per la fraternità tra le differenti comunità religiose. Sarà accolto a braccia aperte in Marocco dai musulmani.

Se avesse la possibilità d’incontrare Papa Francesco, cosa gli direbbe?
Sono stato ricevuto a Roma in udienza da Papa Francesco nel novembre del 2016 con una delegazione del Consiglio francese del culto musulmano e, in quella occasione, gli abbiamo espresso tutta la nostra gratitudine per le parole di pacificazione che lui ha sempre avuto e per le sue prese di posizione sempre molto forti e ferme contro ogni confusione tra la religione musulmana e gli atti di terrorismo. Il Papa ha sempre detto in maniera molto chiara che non si può parlare di “terrorismo di matrice musulmana” perché i due termini – terrorismo e Islam – sono antitetici. Come lo sono terrorismo e ogni religione. E questa posizione forte da parte di Papa Francesco ci ha toccato molto. Glielo abbiamo detto e lo abbiamo invitato a venire in Francia per incontrare i musulmani francesi che hanno per lui un affetto particolare.

Papa Francesco ha un posto particolare nel cuore dei musulmani di Francia.

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Abu Dhabi document. Imam Anouar Kbibech: “Pope Francis, a messenger of peace and fraternity in the lands of Islam”

Agenzia SIR - Fri, 15/02/2019 - 10:38

The Abu Dhabi document “is a landmark documents that lays the foundations for the fraternity of the faith community and of the whole human family.” “In Morocco, Pope Francis will continue his journey in the land of Islam and he will be welcomed with open arms.” An invitation: French Muslims invite the Pope to go to France because “they have special feelings of affection for him and the Pope has a special place in their hearts.” Anouar Kbibech is the Vice-President of the French Council of the  Muslim Faith. He is one of 17 Muslim religious leaders in Europe members of the European Council of Muslim Sages, signatories of a joint statement in support of the Abu Dhabi Document released a few days ago. SIR contacted him by phone.

Let’s start with the “Document on Human Fraternity for World Peace and Living Together” co-signed by His Holiness Pope Francis and the Grand Imam of al- Azhar Ahmed el-Tayeb in Abu Dhabi. What do you think of this text?
It’s a historic document in all respects, signed by two high religious authorities, Pope Francis for the Catholic Church and the Grand Imam of al-Azhar representing the Muslim faithful. The document is destined to lay the foundations of human fraternity. There are three growing circles of fraternity. There is the fraternity between believers of the same faith; fraternity between believers of monotheistic religions and finally, the fraternity of the entire human family.

This Document enables Christians and Muslims to extend beyond the first circle comprising fraternity between faithful of the same religion and reach out to the fraternity between the believers of other faiths, Christians, Muslims and Jews.

In this respect, the Pope’s visit to the Arabian peninsula the signing of this Document are very powerful signs: they show that Pope Francis has arrived in this land presenting himself to the Muslim world as a brother. I also believe that this document has an even greater scope because it lays the foundations of human fraternity. This is fundamental and extremely important in the light of our present times and the climate we are experiencing today. In fact, on the one hand we are faced with a moral and social crisis that extends across our societies, while on the other we are witnessing an economic and political crisis at global level.

The Document presents clear principles for coexistence. What role can be played by religions?
Yes, it’s true… This Document highlights many tenets and values that are rooted in religions. In this specific case it highlights the values rooted in Christianity and Islam. Respect for our fellow other, the recognition of freedom of conscience and religion, equal respect for all human beings  and equality between men and women, the rejection of all forms of violence and the strong condemnation of terrorism. These are important values that we must never stop recalling in our present times. Unfortunately, a number of acts of terrorism today  – acts of violence and hatred – are committed in the name of religion, and in particular in the name of the Muslim religion. Thus these principles and values that are shared by humankind, by religions and by humanism, should be constantly reaffirmed. Religions can act as peace-builders.

At the end of March Pope Francis will travel to Morocco, another Country with a Muslim majority population. The Pope will also visit the Mohammed VI Institute for the Training of Imams based in Morocco and from Arab, African and European Countries. You are of Moroccan extraction. What was your reaction to this news? All of these meetings have very strong symbolic value. We just witnessed the first visit by a Pope in the Arabian peninsula, in Islamic land. The Pope wished to undertake this journey to bring a message of support to Christians in the Middle East and to the fraternal relations between Christians and Muslims. The visit to Morocco is part of this fraternity journey. We cherish the memory of the historic visit of Saint John Paul II to Morocco in 1985 on the invitation of King Hassan.

A meeting in the Casablanca stadium took place attended by Christian and Muslim believers who joined in a great moment of communion. The visit of Pope Francis has a high symbolic meaning:

in Morocco the Pope will return to the land of Islam where he will bring a message of fraternity and peace.

He was invited by King Mohamed VI. This is a very powerful sign that highlights the standing of Pope Francis and his commitment for interreligious dialogue and fraternity between different religious communities. Muslim faithful will welcome him with open arms.
If you had the opportunity to meet Pope Francis, what would you tell him?
I was received in audience by Pope Francis in Rome in November 2016 with a delegation of the French Council of the Muslim Faith. On that occasion we conveyed to him our utmost gratitude for his reiterated words of peace and for his strong and firm stands against undifferentiating the Islamic religion from acts of terrorism. The Pope has always said in clear words that there is no such thing as “Islamic terrorism” because the two terms – terrorism and Islam – are antithetical. The same goes for all world religions. We were deeply touched by this strong stand of Pope Francis. We told him this and we invited him to France to meet French Muslims, who have special feelings of affection for him.

Pope Francis has a special place in the heart of the Muslims of France.

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Save the Children: 420 milioni di bambini vivono in aree di conflitto. Petizione contro la vendita di armi italiane in Yemen

Agenzia SIR - Fri, 15/02/2019 - 09:36

Fondata nel 1919 all’indomani della prima guerra mondiale, Save the Children compie 100 anni e lancia il suo nuovo rapporto “Stop the war on children” (Stop alla guerra sui bambini), accompagnato da una petizione pubblica contro la vendita delle armi italiane usate in Yemen dalla Coalizione a guida saudita.

Sono 420 milioni – uno su cinque al mondo – i minori che vivono in aree di conflitto,

un numero in crescita di 30 milioni rispetto al 2016, raddoppiato dalla fine della guerra fredda ad oggi. Nel 2017 sono oltre 10mila i minori rimasti uccisi o mutilati a causa di bombardamenti, mentre si stima che almeno 100 mila neonati perdano la vita ogni anno per cause dirette e indirette delle guerre, come malattie e malnutrizione, rivela il Rapporto denunciando il deteriorarsi delle condizioni di vita dei più piccoli nelle tante aree di conflitto.

Foto: Save the Children

Circa 4,5 milioni di bambini hanno rischiato di morire per fame nel 2018 nei dieci Paesi peggiori in conflitto:

Afghanistan, Yemen, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Siria, Iraq, Mali, Nigeria e Somalia. Le violazioni dei diritti dei minori in queste aree si sono triplicate dal 2010 ad oggi. “Dall’uso di armi chimiche, allo stupro, ai rapimenti, ai reclutamenti forzati, i crimini di guerra continuano a crescere e a rimanere impuniti”, spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the Children. “È sconvolgente – prosegue – che nel XXI secolo arretriamo su principi e standard morali così semplici: proteggere i bambini e i civili dovrebbe essere un imperativo, eppure ogni giorno i bambini vengono attaccati, perché i gruppi armati e le forze militari violano le leggi e i trattati internazionali”.

Foto: Save the Children

Sei diritti violati. Secondo l’organizzazione umanitaria, il Consiglio di sicurezza Onu ha identificato sei gravissime violazioni dei diritti dei bambini durante i conflitti.  Anzitutto l’uccisione e la mutilazione. Oltre 10 mila i bambini uccisi o mutilati nel 2017. Solo in Afghanistan oltre 3 mila, la maggior parte dovuti a mine e ordigni inesplosi. Quindi il reclutamento e l’uso dei bambini soldato, fenomeno in crescita del 3% dal 2016 al 2017, (con incrementi significativi in Repubblica centrafricana o la Repubblica democratica del Congo); la violenza sessuale, particolarmente allarmante in Siria e Myanmar. E ancora: i rapimenti (nel 2017 i casi registrati sono aumentati del 62% rispetto all’anno precedente, per un totale di 2556 casi, 1600 dei quali solo in Somalia ad opera di Al Shaabab); gli attacchi a scuole e ospedali, la maggior parte in Siria e Yemen, con il risultato che in entrambi i paesi oltre 2 milioni di bambini si vedono negato l’accesso all’istruzione; la negazione dell’accesso degli aiuti umanitari (più di 1500 i casi in cui è stato impedito l’accesso agli aiuti in aree di conflitto). Secondo l’analisi di Save the Children sulla base dei report Onu, il numero di violazioni dei diritti dei minori nel 2017 è stato di 25 mila, il numero più alto mai registrato prima. Dal 2010 ad oggi il numero dei bambini che vivono in aree di conflitto è aumentato del 37%, a fronte però di una crescita del 174% del numero di casi di gravi violazioni verificatisi.

Indescrivibili gli orrori subiti da milioni di bambini nello Yemen. Di qui il lancio della petizione pubblica contro la vendita di armi italiane usate nel Paese dalla Coalizione a guida saudita. “Colpiti per strada, bombardati mentre sono a scuola” oppure “rimasti orfani, senza più una casa”, spiega Neri.

E le bombe utilizzate dalla Coalizione saudita sono fabbricate anche nel nostro Paese.

Rapporti, foto e reportage realizzati in Yemen documentano che resti di  ordigni esplosi in zone civili, su case e villaggi in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna, la RWM Italia, con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento produttivo a Domusnovas (Carbonia-Iglesias). Ecco l’importanza di firmare la petizione per fermare immediatamente la vendita di armi italiane usate contro i bambini. L’Italia, ricorda Save the Children, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11 della Costituzione). Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. La legge italiana sul controllo di esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90) proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani. “Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo”, la prima richiesta. Al ministro degli Affari esteri Save the Children chiede di

“fermare immediatamente l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di materiali di armamento alla Coalizione saudita, armi che uccidono i bambini yemeniti e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro”.

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Reddito di cittadinanza. Caritas: “Più attenzione all’inclusione lavorativa nelle politiche contro la povertà”. I punti critici del decreto

Agenzia SIR - Fri, 15/02/2019 - 09:30

Il decreto che contiene le norme sul Reddito di cittadinanza (Rdc) sta affrontando in Senato la prima fase dell’iter di conversione in legge, al termine del quale il testo subirà certamente delle modifiche rispetto a quello originale. Nell’ambito di questo percorso parlamentare, la Commissione Lavoro di Palazzo Madama ha acquisito preliminarmente i pareri di una serie di soggetti sociali, tra cui la Caritas Italiana, che sul tema della povertà può mettere a disposizione un patrimonio unico di studi e di esperienze sul campo. In una nota predisposta per l’occasione, consultabile anche sul sito del Senato, la Caritas ha segnalato l’opportunità di intervenire su alcuni aspetti. In sintesi: rivedere i requisiti di accesso per quanto riguarda la residenza, nella prospettiva di una maggiore inclusione e anche per prevenire i prevedibili ricorsi contro norme viziate da disuguaglianza di trattamento rispetto ai diritti sociali; correggere le dinamiche per la presa in carico delle persone svantaggiate, tenendo conto che la povertà ha un carattere “multidimensionale” e non si esaurisce nel problema del lavoro; riconoscere il ruolo dei soggetti sociali a livello territoriale, recuperando almeno in parte l’articolazione del welfare locale sperimentata con buoni risultati nell’attuazione del Reddito d’inclusione (il Rei, che sarà soppiantato dal Rdc); assicurare attraverso norme transitorie un passaggio agevole e tutelato alla nuova misura per i poveri che finora hanno beneficiato del Rei.

L’analisi della Caritas parte dal riconoscimento di alcuni elementi positivi del provvedimento che “cerca di intervenire con maggiore incisività sulla componente di inclusione lavorativa delle politiche contro la povertà”; “amplia il target delle precedenti misure”; “impegna una quantità di risorse non comparabile” in confronto al passato e “incrementa in maniera significativa i finanziamenti per i servizi sociali a partire dal 2020”.

A fronte di questi elementi, tuttavia, la Caritas rileva “alcune gravi criticità” in relazione ai destinatari e al modello di governo della misura, che risulta molto centralizzato, sia rispetto al ruolo delle Regioni e dei Comuni, sia nei confronti dei soggetti sociali e del Terzo settore, che sono i principali “attori di solidarietà” nei territori e non sono stati coinvolti né a livello di elaborazione, né nelle procedure di attuazione delle nuove norme.

“La previsione di una residenza di 10 anni per i beneficiari, di cui gli ultimi due continuativi – osserva in primo luogo la Caritas – esclude certamente dalla misura le persone migranti regolarmente presenti sul nostro territorio e rischia di escludere le persone in condizioni di grave marginalità, in particolare i soggetti senza dimora, prescindendo dalla loro cittadinanza”. Al di fuori di una logica inclusiva, il rischio “paradossale” è che si generino o si incrementino “le condizioni di disagio grave o di disuguaglianza nell’accesso”. D’altro canto, secondo la Caritas, questo requisito comporta “una lesione di diritti costituzionali e di previsioni normative europee, con il rischio di una revisione della norma, seppure differita temporalmente, che costringerà a modificare anche l’attuale previsione finanziaria”.

Un altro nodo critico è la mancanza di “punti di accesso”, che invece il decreto sul Rei individuava, vale a dire di “centri di orientamento che supportino le persone già nella fase preliminare di informazione sulla misura, presentazione della domanda oltre che successivamente per la compilazione della stessa e durante tutto l’iter di verifica amministrativa dei requisiti e attesa del responso”.

In assenza di questi riferimenti, il rischio che si corre “è di favorire il disorientamento fra i potenziali beneficiari che non sapranno a chi rivolgersi e finiranno con il riversare queste esigenze impropriamente su Caf e Poste, a cui è affidato il solo recepimento delle domande, generando intasamento e ritardi; oppure sui servizi sociali, che non sono più titolati a svolgere questa funzione e sui soggetti del Terzo Settore, a cui questo compito non compete”.
Un’altra criticità riguarda la suddivisione dei nuclei tra i due percorsi che il decreto sul Rdc prevede, quello che porta ai Centri per l’impiego e al “patto per il lavoro” e quello che conduce ai servizi sociali comunali e al “patto per l’inclusione sociale”. E’ la rilevanza del problema occupazionale rispetto alla condizione di disagio a differenziare i due percorsi. Ma la Caritas sottolinea come “l’analisi della condizione di povertà di una famiglia non possa essere ridotta all’occupabilità dei componenti adulti” e quindi i criteri individuati dal decreto, tutti di tipo amministrativo, andrebbero modificati “in modo da tenere in adeguata considerazione il profilo socio-anagrafico del nucleo, nei suoi diversi componenti, in particolare rispetto alla presenza dei minori o di condizioni soggettive di fragilità”. Così pure

“l’esperienza suggerisce di promuovere maggiormente nel decreto il coordinamento tra Comuni e Centri per l’impiego qualora, nella fase successiva all’accesso iniziale presso uno dei due soggetti, si manifesti la necessità di ricorrere agli interventi previsti dall’altro”.

La nota della Caritas insiste anche sul ruolo delle Regioni, la cui “strutturale collaborazione” con il livello statale è indispensabile per l’attuazione di una misura complessa come il Rdc. Il loro ruolo è fondamentale, in particolare, nella programmazione dei servizi necessari e “nella promozione di forme di collaborazione tra i diversi attori pubblici coinvolti nell’attuazione del RdC a livello territoriale (servizi sociali, Centri per l’impiego, istruzione, politiche abitative e salute) e le realtà territoriali e del Terzo Settore”.

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European Bishops’ call to vote. “Building the EU is the duty of all citizens”

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 20:23

A strong, determined, committed invitation to support the European integration process also through participation in the important election of May 23-26. In a message from COMECE, the Commission of Bishops’ Conferences of the European Community, Christians are called to contribute to the development of the common good, that extends beyond particular and national interests. “We call on all citizens, young and old, to vote and engage during the run up and at the European Elections.” The Message released 100 days before the vote for the renewal of the Euroepan Parliament is titled “Rebuilding community in Europe.”

Avoid inward looking attitudes. The vote of EU citizens, called to assume political “responsibility”, writes COMECE, chaired by Msgr. Jean-Claude Hollerich, archbishop of Luxembourg, “will condition the political decisions impacting on our day to day lives during the next 5 years.” For “two millennia” the Catholic Church “has been part of the European construction”, notably  “contributing through its Social Doctrine.” Thus the bishops addressed European citizens in this phase leading up to the election for the renewal of Parliament: while ten years ago “the entry into force of the Treaty of Lisbon opened an array of new possibilities”, “the current mood seems less optimistic.” It is therefore necessary to make “political choices” for a “renewed fraternity” that will foster “renewed brotherhood” thereby “relaunching the European project.” It is of the essence that “all believers and all people of good will” go to vote, and that they “do notfall into the temptation of inward looking” but  “exercise their rights towards the construction of Europe.”

“It is not perfect…”. By making their own political opinion heard, every person has the capacity “to steer the Union” – that “is not perfect” – in the direction they want to go. The EU needs a “new narrative of hope, involving its citizens in projects perceived as more inclusive and better serving the common good”, state the COMECE bishops. However, first of all it is important to vote, because “each opinion counts” when choosing the persons that as of next May will “represent our political opinions.” It will be necessary that after the elections citizens “democratically monitor and accompany the political process.”

Election campaign. Extending their gaze to the near future of the EU the bishops underline that EU citizens and institutions will need a  “spirit of responsibility” to “work together for a common destiny”, “going beyond divisions, disinformation and political instrumentalisation.” The reference of COMECE bishops in their document is to the election campaign that will need to focus on “EU policies” as well as on “the ability of candidates to elaborate and apply them.” The bishops hope that the election will “bring forth different visions”, beyond “sterile confrontations.”

The migratory issue. “Integrity, competence, leadership and commitment to common good” are necessary qualities “for those individuals looking to fulfil a mandate at the EU level. The bishops highlighted some themes that are particularly dear to them. These include “social market economy”, politics for the reduction of poverty, based on the idea that “what works for the less fortunate works for all”, along with “ a renewed effort to find effective and shared solutions concerning migration, asylum and integration.” In this respect two emphases were made: integration “is a matter not only for people entering the EU”, but “also for EU citizens moving to a country other than their own.” This leads to the question: how to better welcome each other in Europe?.”  Moreover, migration and asylum are not independent issues, in fact they are linked with “solidarity, a human-centred perspective, effective economic and demographic policies.”

Environment, peace, rights. “Voting at these Elections also means taking responsibility for the unique role of Europe at the global level”, states the COMECE message. “For instance, care for the environment and sustainable development – write the European bishops – cannot be limited to the EU borders, and electoral results will impact the decisions affecting the entirety of mankind.” A “strong Union on the international stage is also necessary for the promotion and protection of human rights in all domains and for a solid contribution of the EU as a multi-lateral actor to peace and economic justice.” Following a reference to address by Pope Francis on Europe’s future, the document states: “Voting might only be a first step, but a most necessary one.” “We call on all citizens, young and old, to vote and engage during the run up.” The document concludes: “Voting is not only a right and a duty, but an opportunity to concretely shape European construction!”

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Centomila al cinema per Zwingli

Evangelici.net - Thu, 14/02/2019 - 17:25
Centomila spettatori nelle prime due settimane di proiezione: lusinghiera l'accoglienza riservata al lancio di Zwingli, il film dedicato al riformatore elvetico a cinquecento anni dall'inizio del suo ministero. Nella foto: Maximilian Simonischek interpreta Ulrich Zwingli (fonte: evangelicalfocus.com).
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European elections: Brexit and exit polls, two unknown factors 100 days ahead of Election Day.

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 16:19

One hundred days before the vote for the renewal of the European Parliament political discussions across EU27 intensify with the simultaneous launch of the institutional campaign inviting citizens to cast their votes. Against the backdrop of increasing political and media attention  – not always positive –  some political analysts predict that the voters’ turnout could be higher, following a period of low participation (from 62% to 43% in 2014; 57% in Italy). In the past 40 years the European Parliament was elected with universal suffrage and next May 23-26 one of the major expressions of participatory democracy in the world – with 373 million voters, including 23.4 million youths at their first electoral experience – will be renewed.

Dutch citizens will be the first to go to the polls on May 23, followed by citizens of all member States according to national voting procedures and electoral systems, on a proportional basis.

Italian polling stations will be the last ones open – until 11 pm on Sunday 26 May.

Some specificities of the next elections: the voting age is 18 in all Member Countries except for Austria and Malta where it is 16 and Greece, where it is 17.

The eighth legislature will be concluded in a couple of months, with the last plenary session in Strasbourg due to take place on April 18. There 200 political and legislative dossiers are yet to be completed, including the farewell to the United Kingdom, with Brexit set for 29 March. Indeed, Brexit is an unknown factor of the next EU eleciton: if London leaves the EU on the established day everything will be easier,

but if Brexit were to be postponed even British citizens could be called to elect their deputies.

“It is a hypothesis we have considered but it does not change our plans. We  are preparing- said Jaume Duch, Director General of Parliament Communication – for elections in 27 Member States “that will be part of the Union from 30 March onwards.”

The institutional information campaign ahead of the May 23-26 election was launched in the seat of the Euro Chamber in Strasbourg. Duch pointed out: “these are unprecedented elections. In 2014 there was no talk of Brexit, Trump was not president of the USA, the position of Russia and Turkey was different

“in the international political scenario. Fake news was not an item of concern as it is today and the attention of news media and social media – he remarked – with regard to the EU was not as strong.“

The fear of “misinformation” and the possibility of external interferences recently led to the creation of a dedicated platform of the European Parliament tasked with preventing, correcting and debuking fake news on the EU.

The “This Time I’m Voting”  communication action (https://www.thistimeimvoting.eu/) kicked off addressed to young people, associations, institutional partners, groups of citizens aware of what is at stake. The latest Eurobarometer survey shows that 41% of citizens already know the date of the European elections; 48% of a representative sample (27 thousand citizens) firmly believe that their voice “counts in Europe”, while for 68% of those surveyed – rather surprisingly – their country “benefits from EU membership.”

Parliament is thus promoting an information strategy with various initiatives

including the dissemination of opinion polls forecasting May election results (the first will be available on the morning of Monday 18 February), informative communication disseminated on news media and social media, a dedicated website focused on EU achievements in the past five-year term (https://what-europe-does-for-me.eu/en/home), a debate with the “Spitzenkandidaten” with live TV broadcast from Brussels on May 15.

In less than a week the EU Parliament will release the first election projection, along with seat distribution based on the voting intentions of citizens. Projections will mostly be based on national polls, conducted with rigorous and transparent procedures – is stated in a release – by leading opinion polling organizations and without considering the polls commissioned by political parties. Opinion polls data will be released periodically until the last plenary session of Parliament in mid-April.

A problem could arise with respect to the exit polls that Parliament will release from 8:00 pm on May 26

, In fact at that  hour polling stations will still be open in some countries , including Italy, and thus there is a possibility  that projections could influence – albeit in the slightest – citizens who have not yet cast their vote. The counting of votes will begin simultaneously in EU27 Member states at 11.00 pm on May 26. Only then will we know whether nationalistic or pro-European political factions prevailed – in a sort of European derby – and which of the two stances gained a majority-seat in Strasbourg.

 

 

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Papa Francesco: vincere la battaglia contro la fame e la povertà

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 15:56

“Offrire soluzioni concrete e reali” per vincere “la battaglia contro la fame e la povertà”, partendo dal “protagonismo” dei popoli indigeni e da un “meticciato culturale” in cui non esistono popoli di prima e di seconda classe. È l’appello del Papa, nel discorso, pronunciato in spagnolo, al Consiglio dei Governatori del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad). Nella sua terza visita alla sede della Fao – dopo quella del 20 novembre 2014 e del 16 ottobre 2017, cui va aggiunta la visita al Programma alimentare mondiale del 13 giugno 2016 – Francesco ha esordito citando “i bisogni e le necessità della moltitudine di nostri fratelli che soffrono nel mondo”, i quali “vivono situazioni precarie”: “L’aria è inquinata, le risorse naturali impoverite, i fiumi contaminati, i suoli acidificati; non hanno acqua sufficiente per loro stessi e per le loro coltivazioni; le loro strutture sanitarie sono molto carenti, i loro alloggi sono scarsi e difettosi”.

“Queste realtà si prolungano nel tempo quando, dall’altra parte, la nostra società ha compiuto grandi progressi in tutti i campi del sapere”, la denuncia del Papa, secondo il quale “siamo di fronte ad una società che è capace di progredire nei suoi propositi di bene, e vincerà anche la battaglia contro la fame e la povertà, se solo lo vorrà seriamente”. Solo così, infatti, si potrà un giorno ascoltare la frase, non come uno slogan ma come una verità: “La fame non ha presente né futuro. Solo passato’”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Per realizzare questo obiettivo, secondo Francesco, “è necessario l’aiuto della comunità internazionale, della società civile e di quanti possiedono risorse”. La Santa Sede, da parte sua, ha sempre “sostenuto gli sforzi messi in campo dalle agenzie internazionale per fronteggiare la povertà”, ha ricordato il Papa, che sul Libro d’onore ha posto questa dedica, in spagnolo: “Con i miei auspici migliori e con la mia preghiera affinché continuiate, con il coraggio che vi caratterizza, nel vostro lavoro in favore delle zone rurali. Che Dio vi benedica”.

È “paradossale” che buona parte degli oltre 820 milioni di persone che soffrono la fame e la malnutrizione nel mondo vivano in zone rurali.

Denunciando questo dato, Francesco ha esortato a promuovere tale tipo di sviluppo, che coincide con i primi due obiettivi dell’Agenda 2030 della comunità internazionale. “Si tratta di fare in modo che ciascuna persona e ciascuna comunità possa dispiegare le sue proprie capacità in modo pieno, vivendo una vita umana degna di tale nome”, ha spiegato il Papa, lanciando un appello a “quanti hanno responsabilità negli Stati e negli organismi internazionali, ma anche a chiunque possa contribuire al settore pubblico e privato, a sviluppare i canali necessari affinché si possano implementare i mezzi adeguati nelle regioni rurali della terra, in modo che siano artefici responsabili della loro produzione e del progresso”.

Incentivare “una scienza con coscienza” e “porre la tecnologia realmente al servizio dei poveri”, l’appello finale del suo discorso.

“La terra non è fatta unicamente per sfruttarla senza alcun riguardo, per interessi esclusivamente economici o finanziari”, ha affermato Francesco rendendo omaggio ai popoli indigeni. “I poveri non possono continuare a patire ingiustizie e i giovani hanno diritto a un mondo migliore del nostro, e aspettano da noi risposte conseguenti e convincenti”, ha sottolineato il Papa esortando ancora una volta, sulla scia della Laudato si’, alla salvaguardia comune del creato e a dirigere nuovamente lo sguardo al nostro pianeta, “ferito in molte regioni per l’avidità umana, per i conflitti bellici che generano una scia di mali e di disgrazie, così come dalle catastrofi naturali che causano, a loro volta, povertà e devastazione”.

“Non possiamo continuare ad ignorare questi flagelli – l’appello – rispondendo ad essi con l’indifferenza o la mancanza di solidarietà o rimandando le misure per fronteggiarli adeguatamente”.

L’antidoto sono la fraternità e la vigilanza sul pianeta, di cui l’uomo è custode e non proprietario, “affinché non si perda la biodiversità, l’acqua possa continuare ad essere sana e cristallina, l’acqua pura, i boschi frondosi e il suolo fertile”. Anche se determinate decisioni prese finora l’hanno rovinata, “non è mai troppo tardi per apprendere la lezione e adottare un uovo stile di vita”, l’invito di Francesco, per “superare l’individualismo atroce, il consumismo convulso e il freddo egoismo”.

“La terra soffre e i popoli originari conoscono il dialogo con la terra, sanno ascoltare la terra, vedere la terra, toccare la terra”, ha aggiunto il Papa a braccio esortando ad imparare da loro per fuggire la tentazione di “una sorta di illusione progressista” a proposito della terra. “Dio perdona sempre, gli uomini perdonano qualche volta, la natura non perdona mai”, ha ribadito Francesco citando un proverbio popolare: “Lo stiamo sperimentando, a causa dell’abuso e dello sfruttamento”.

Altro pericolo del nostro immaginario collettivo è quello di chiamare i popoli cosiddetti civilizzati “di prima” e i popoli cosiddetti originari o indigeni “di seconda” classe.

“È il grande errore di un progresso sradicato, disancorato dalla terra”, la denuncia del Papa, secondo il quale

“oggi è urgente un meticciato culturale

in cui la saggezza dei popoli originari possa dialogare allo stesso livello con la saggezza dei popoli più sviluppati”. Oggi, invece, “pochi hanno troppo e troppi hanno poco, molti non hanno cibo e vanno alla deriva, mentre pochi annegano nel superfluo”, ha detto Francesco salutando il personale dell’Ifad al termine dell’incontro: “Questa perversa corrente di disuguaglianza è disastrosa per il futuro dell’umanità”.

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Vescovi europei: appello al voto. “Costruire l’Ue dovere di ogni cittadino”

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 15:16

Un invito, forte, convinto e deciso, a sostenere il processo di integrazione europea anche attraverso l’importante momento elettorale del 23-26 maggio. Con un messaggio della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea, i cristiani sono interpellati per la costruzione di un bene comune che vada al di là degli interessi particolari e nazionali. “Rivolgiamo un appello a tutti i cittadini, giovani e anziani, perché votino e si impegnino durante il periodo pre-elettorale e alle elezioni europee”. Il messaggio arriva a 100 giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo ed è intitolato “Ricostruire comunità in Europa” (“Rebuilding community in Europe”).

Evitare lo sguardo ripiegato. Il voto dei cittadini, chiamati alla “responsabilità” politica, scrive la Comece, presieduta da mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, “condizionerà decisioni politiche che avranno conseguenze tangibili sulla nostra vita quotidiana per i prossimi cinque anni”. È da “più di duemila anni” che la Chiesa cattolica “partecipa alla costruzione europea”, in particolare “con la sua Dottrina sociale”. E quindi, i vescovi si rivolgono proprio ai cittadini europei in questa fase che precede le elezioni per il rinnovo del Parlamento: se “l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha aperto un ampio ventaglio di nuove possibilità”, dieci anni fa, oggi sembra dominare un “atteggiamento meno ottimistico”. Si impongono dunque necessarie “scelte politiche” che portino a “una rinnovata fratellanza” e “rilancino il progetto europeo”. Fondamentale è che “i credenti e tutte le persone di buona volontà” vadano a votare, “senza cadere nella tentazione di uno sguardo ripiegato” e che “esercitino i loro diritti guardando alla costruzione dell’Europa”.

“Non è perfetta…”. Manifestando le proprie opinioni politiche, ogni persona potrà “orientare l’Unione” – che “non è perfetta” – là dove vogliono che vada. Oggi serve “una nuova narrativa di speranza che coinvolga i cittadini in progetti percepiti come più inclusivi e al servizio del bene comune”, indicano i vescovi. Occorre però innanzitutto l’espressione del voto, perché “ogni voto conta” nello scegliere persone che da maggio in poi “rappresenteranno le nostre opinioni politiche”. E occorrerà che, dopo le elezioni, i cittadini “in modo democratico monitorino e accompagnino il processo politico”.

foto SIR/Marco Calvarese

Campagna elettorale. Guardando al futuro prossimo dell’Ue i vescovi affermano che i cittadini e le istituzioni Ue avranno bisogno di “spirito di responsabilità” per “lavorare insieme per un comune destino”, “superando divisioni, disinformazione e strumentalizzazione politica”. Il riferimento dei vescovi Comece nel loro documento è alla campagna elettorale, che dovrà concentrarsi sulle “politiche Ue” e su come i candidati “sapranno elaborarle e concretizzarle”. L’auspicio è che si “presentino le differenti visioni” evitando “sterili contrasti”.

La questione migratoria. Qualità necessarie per “coloro che vorranno assumersi un mandato a livello Ue” sono “integrità, competenza, leadership e impegno per il bene comune”. I vescovi indicano inoltre alcuni temi che stanno loro particolarmente a cuore: “l’economia sociale”, politiche per ridurre la povertà, basate sul principio per cui “ciò che funziona per i meno fortunati, funziona per tutti”, insieme a “un rinnovato sforzo per trovare soluzioni efficaci e condivise su migrazioni, asilo e integrazione”. A questo riguardo due le sottolineature: l’integrazione “non riguarda solo le persone che entrano nell’Ue”, ma “anche i cittadini Ue che si spostano in un Paese diverso dal loro”, quindi la questione di fondo è “come accogliersi meglio gli uni gli altri in Europa?”. In secondo luogo, i temi della migrazione e dell’asilo non sono a sé stanti, ma sono legati ai temi della “solidarietà, a una prospettiva centrata sulla persona, a politiche economiche e demografiche efficaci”.

foto SIR/Marco Calvarese

Ambiente, pace, diritti. “Votare in queste elezioni significa anche assumersi la responsabilità per il ruolo unico dell’Europa a livello globale. Il bene comune è più grande dell’Europa”, si legge nel messaggio Comece. “Ad esempio, l’attenzione per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile – scrivono i vescovi europei – non possono essere limitati ai confini dell’Ue e i risultati elettorali avranno un impatto sulle decisioni che riguardano l’intera umanità”. Una “Unione forte sulla scena internazionale è anche necessaria per la promozione e la protezione dei diritti umani in tutti i settori e per un solido contributo dell’Ue come attore multilaterale per la pace e la giustizia economica”. Dopo aver citato un intervento di Papa Francesco sul futuro dell’Europa, il documento prosegue così: “Le elezioni potrebbero essere solo un primo passo, ma il più necessario”. “Chiediamo a tutti i cittadini, giovani e meno giovani, di votare e impegnarsi” in vista del voto. Il documento conclude: “Il voto non è solo un diritto e un dovere, ma un’opportunità per plasmare concretamente la costruzione europea”.

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Agromafie. Business di oltre 24 miliardi e in continua crescita. E le organizzazioni criminali cambiano volto

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 15:14

La sua crescita sembra non risentire della stagnazione dell’economia italiana e internazionale e appare immune dalle tensioni sul commercio mondiale e dalle barriere alla circolazione delle merci e dei capitali.

Nel 2018 il business delle agromafie è salito a 24,5 miliardi di euro, + 12,4%.

È quanto emerge dal sesto Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, presentato oggi a Roma. E la rete criminale che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita, oggi si presenta in “doppiopetto”, sa gestire i vantaggi della globalizzazione e delle nuove tecnologie, e sa muoversi agevolmente nel mondo dell’economia e della finanza tanto da guadagnarsi il nome di mafia 3.0. Un volto rinnovato, fatto di nuove leve che in parte provengono dalle tradizionali “famiglie”, ma hanno studiato in prestigiose università italiane e internazionali; in parte sono il prodotto di un “arruolamento”, riccamente remunerato, di operatori sulle diverse piazze finanziarie del mondo.
Il percorso al quale queste reti criminali obbligano frutta, verdura, carne e pesce per raggiungere le tavole degli italiani finisce per distruggere la concorrenza e il libero mercato legale, e per soffocare l’imprenditoria onesta, spiega il Rapporto. Il risultato sono la moltiplicazione dei prezzi – per l’ortofrutta anche triplicati – pesanti danni di immagine per il Made in Italy e rischi per la salute. Secondo il report,

nel 2018 gli allarmi alimentari sono stati 399, più di uno al giorno,

ai quali si aggiungono le conseguenze sull’ambiente con discariche abusive e illegalità nella gestione dei rifiuti che fanno registrare nel nostro Paese oltre 30mila ecoreati.

I settori agroalimentari più colpiti da truffe e reati sono il vino con +75% nelle notizie di reato, la carne dove sono addirittura raddoppiate le frodi (+101%), le conserve con +78% e lo zucchero dove nell’arco di dodici mesi si è passati da zero e 36 episodi di frode. Nell’ultimo anno e mezzo sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza e dai Nas (Comando carabinieri tutela della salute) 17,6 milioni di chili di alimenti di vario tipo per un valore di 34 milioni di euro. E il Rapporto lancia l’allarme su frodi e manipolazioni a danno della salute:

mozzarelle sbiancate con soda e perossido di benzoile e pesce vecchio rinfrescato con “lifting” al cafados.

Ma anche carne di macelli clandestini di animali rubati; pane cotto in forni con legna tossica; nocciole turche prodotte con il lavoro dei minori; miele “tagliato” con sciroppo di riso o di mais.

Nel 2018 si è confermata anche l’impennata di furti di trattori, falciatrici, gasolio, rame, prodotti (limoni, nocciole, olio e vino) e animali con un ritorno dell’abigeato: veri e propri raid connessi con la macellazione clandestina. A tutto questo – osserva il Rapporto – si aggiungono racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne.

Ma è anche allarme “mafia style” dai ristoranti al web.

Il ristorante parigino “Corleone” di Lucia Riina, la figlia del defunto boss, è solo l’ultimo arrivato; in tutto il mondo mondo esistono catene di bar e pizzerie nonché marchi agroalimentari legati alla mafia. Taglia corto il presidente di Coldiretti Ettore Prandini: “Lo sfruttamento di nomi stereotipi legati alle organizzazioni mafiose provoca un pesante danno di immagine al Made in Italy” e “banalizza, fin quasi a normalizzarlo, un fenomeno che ha portato dolore e lutti in tutto il Paese”.

“Le agromafie – avverte – sono diventate molto più complesse e raffinate e non vanno più combattute solo a livello militare e di polizia ma vanno contrastate a tutti i livelli: dalla produzione alla distribuzione fino agli uffici dei colletti bianchi dove transitano i capitali da ripulire, garantendo al tempo stesso la sicurezza della salute dei consumatori troppo spesso messa a rischio da truffe e inganni”. Prandini sottolinea “gli ottimi risultati dell’attività di contrasto” e invita a

“tenere alta la guardia e stringere le maglie ancora larghe della legislazione”.

Urgente, dice, l’approvazione delle proposte di riforma dei reati agroalimentari presentate dall’apposita commissione presieduta dall’ex magistrato Giancarlo Caselli presso il ministero della Giustizia. Linea condivisa da Gian Maria Fara, presidente di Eurispes, e dallo stesso Gian Carlo Caselli, presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio agromafie promosso da Coldiretti: “Siamo ormai di fronte ad organizzazioni che esprimono una ‘governance multilivello’ o più ‘governance multilivello’ sempre più interessate a sviluppare affari in collaborazione che non a combattersi”. E il comparto agroalimentare “si presta ai condizionamenti e alle penetrazioni: poter esercitare il controllo di uno o più grandi buyer significa condizionare la stessa produzione e di conseguenza il prezzo di raccolta, così come avere in proprietà catene di esercizi commerciali o di supermercati consente di determinare il successo di un prodotto rispetto ad altri”. Urgente, ribadisce Fara, “aggiornare e potenziare l’attuale normativa in materia agroalimentare”.

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Pakistan: “Non mattoni ma libri”. Con padre Edward tra i bambini strappati al lavoro nelle fornaci

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 12:25

(da Lahore) “Non mattoni ma libri”: è il motto di padre Edward Thurai Singham, oblato di Maria Immacolata, originario dello Sri Lanka, 74 anni di età, più della metà passati come missionario in Pakistan.

Padre Edward Thurai Singham

Lo ripete con forza accennando a un sorriso. Forse per il ricordo delle decine di bambini e bambine che in questi anni ha aiutato a studiare strappandoli dalle fornaci dove erano costretti, causa la povertà della famiglia, a lavorare per produrre mattoni. Siamo alla periferia nord di Lahore, dopo Karachi la seconda città del Pakistan, capitale della regione del Punjab, e grande centro universitario e culturale. Si arriva a Kot Haj, nella zona di Shahdara, dopo aver percorso molti chilometri, lasciandosi dietro il comodo asfalto del centro città per muoversi su strade sterrate, sconnesse, invase da liquami, fango e rifiuti. Tutto intorno case fatiscenti, prive dei servizi essenziali, ma abitate da tante persone.

La scuola di padre Edward. È qui che ogni giorno padre Edward viene per visitare la sua piccola scuola frequentata da circa 60 alunni, cristiani e musulmani, tutti di età compresa tra i 4 e i 15 anni. Le divise scolastiche, ingentilite da una camicia bianca a righine rosa e cravattina nera, stonano con la povertà circostante ma rendono orgogliosi gli studenti che fanno festa appena vedono padre Edward arrivare. Mostrano il segno della vittoria, nei loro occhi la gioia di chi sente di aver vinto il primo round della vita per avere qualcuno che insegna loro a leggere e a scrivere. Sulle panche gli zainetti con i libri di scuola e i quaderni. Non ci sono banchi per tutti ma non importa. In un Paese dove gli analfabeti sono il 50%, l’istruzione è il vero lasciapassare per una vita migliore e l’unico antidoto ad una povertà strutturale che non ti lascia scampo, specialmente se sei un cristiano. Così lavorare nelle fornaci a fabbricare mattoni è l’unico modo per portare un po’ di cibo a casa.

Dodici ore di lavoro al giorno per meno di 5 euro. Non basta lavorare 12 ore al giorno per tirare su le rupie sufficienti a vivere, quindi si arruolano mogli e figli, anche di tenera età. Una rupia per un mattone, questo il prezzo del duro lavoro che non conosce riposo e che non bada al clima e alle stagioni. Afef ha 13 anni e lavora con il padre Akash alla fornace.

“A scuola vado quando posso. Oggi c’è tanto lavoro”

racconta il giovane mentre, in ginocchio, modella con le mani la creta che poi mette nella forma del mattone. Il padre lo osserva senza dire nulla. Il figlio ha oramai imparato l’arte. Altri bambini, molto più piccoli, sono intorno ad Afef e guardano. Per ora è solo un gioco, ma presto toccherà anche a loro sporcarsi le mani di creta. È sarà un lavoro. Servono 800 mattoni al giorno per racimolare l’equivalente di 5 euro. Il minimo per mangiare e magari per offrire una bibita ad un ospite inatteso da queste parti.

Una chance di vita. Padre Edward ha deciso di ribellarsi a questa schiavitù e ha scelto di dare una chance a questi piccoli figli delle fornaci. “La prima cosa che faccio – spiega al Sir il sacerdote – è andare dalle loro famiglie e chiedere di mandarli a scuola. Non devono pensare a nulla: la scuola provvede ai libri, alle rette, alla divisa e quando possibile anche ad un pasto”.

“I bambini devono avere in mano libri e non mattoni”.

Nella sua opera padre Edward è assistito da una giovane coppia cristiana, Solomon Bhatti e sua moglie Sabbah, che hanno messo a disposizione, dietro un piccolo rimborso spese, la loro casa per farne due aule anguste. Qui ogni giorno si tengono le lezioni svolte da alcuni docenti, uno di questi è Samuel Javed Bhatti.

“Capita spesso – rivela l’insegnante – che alcuni bambini non vengano a scuola. Così con gli altri docenti e con padre Edward ci rechiamo alla fornace che è qui vicino per andare a prenderli e portarli a scuola. Molti vengono a scuola autonomamente. La loro voglia di conoscere e di apprendere è enorme”.

C’è anche chi è riuscito, partendo dalle fornaci, a costruirsi un futuro brillante: è il caso di Lina, una giovane che, afferma con orgoglio padre Edward, “oggi è diventata una microbiologa e lavora nella Nasa, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale”.

“Un miracolo giornaliero”. La scuola dei bimbi delle fornaci vive solo di aiuti e di solidarietà, “è un miracolo che si compie ogni giorno” dice sorridendo padre Edward mentre si risistema il suo topi, il classico copricapo pakistano, dopo la festa ricevuta dai suoi studenti. A contribuire a questo miracolo da oggi in poi sarà anche Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) – Italia, che con una delegazione guidata dal suo direttore, Alessandro Monteduro, è stata in visita alla scuola.

“Le fornaci sono i luoghi della schiavitù e i lavori dei poveri”

commenta Monteduro. “Padre Edward ha organizzato una scuola per garantire a questi bambini un futuro diverso da quello dei loro genitori. Acs sarà al fianco di padre Edward per migliorare la scuola e allargare gli orizzonti di questi bambini”.

Foto Sir

La fornace, intanto, continua a fumare e tra i mattoni sparsi per terra un bambino prova a far volare un vecchio aquilone azzurro, ma il filo è troppo corto per catturare il vento. Sorride, si volta e saluta. Poi improvvisamente si mette a correre, alza il braccio come per allungare il filo del suo aquilone. Con scarsi risultati. Padre Edward lo segue con lo sguardo. Sa bene che domani dovrà tornare alla fornace per riportarlo a scuola con il suo aquilone azzurro.

 

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Cambio percorso Sant’Agata. Don Sgroi (Cesi): “Certe forme di pietà popolare sono degenerate”

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 12:05

“Diciamo spesso che la vita spirituale non si deve esaurire nella partecipazione alla sola liturgia, ma che occorre completarla: occorre vivere la fede nella quotidianità, averla come riferimento in tutte le nostre scelte e nei nostri orientamenti culturali. Quello che spesso non si dice è che anche le manifestazioni di pietà popolare, legate al genio dei popoli e al modo che hanno avuto di affrontare momenti storici e contingenze particolari guardando a Dio e al suo mistero, sono parte della vita spirituale dell’uomo e della Chiesa. Ci sono dei limiti e dei rischi che la pietà popolare comporta, a volte veri e propri pericoli, ma questo non deve scoraggiarci, anzi essere da stimolo: a Dio bisogna lasciare aperte tutte le strade che conducono al cuore dell’uomo”. Quello di don Giacomo Sgroi, direttore dell’Ufficio regionale per la Liturgia della Conferenza episcopale siciliana, è un appello all’“impegno sinergico e corale per il rinnovamento della pietà popolare”.

Si colloca tra due eventi che hanno interessato le Chiese di Sicilia. Da un lato, l’ottava di Sant’Agata, celebrata a Catania dopo che, durante i festeggiamenti, alcuni devoti avevano sollevato proteste quando, per motivi di sicurezza, il simulacro della patrona ha percorso una strada, indicata dalla Prefettura, che era alternativa ad uno dei punti più significativi del percorso tradizionale. Mons. Barbato Scionti, parroco della Cattedrale, il capovara Claudio Consoli e la giornalista Fabiola Foti sono stati oggetto di pesanti minacce per le quali indagano le forze dell’ordine e la Procura di Catania sta verificando eventuali responsabilità.

Dall’altro, una quindicina di giorni fa, la diffusione nella diocesi di Trapani delle linee guida diocesane sulla pietà popolare: un documento presentato dal vescovo mons. Pietro Maria Fragnelli che invita, tra le altre cose, a

“programmare, distinguendo in modo chiaro gli appuntamenti religiosi dagli eventi culturali e ricreativi”.

“Le forme di pietà popolare diffuse nelle diocesi sono tante, belle, interessanti – spiega don Sgroi -, ma tutte vanno valutate ed eventualmente corrette, vanno evangelizzate e purificate, vanno rinnovate e accresciute e soprattutto armonizzate con la liturgia e inserite in una pastorale organica e unitaria. Un cammino faticoso e lento – aggiunge – che, intanto, deve avere avvio con un rinnovamento spirituale, culturale ed esistenziale di quanti sono chiamati a gestire o comunque a vivere determinate espressioni di questa pietà popolare da vicino: occorre, infatti, che la partecipazione a queste manifestazioni di fede non sia disgiunta dalla vita sacramentale della Chiesa e che non si separi il momento culturale dagli impegni che la fede proclamata indica alla vita morale”. Per il sacerdote direttore dell’Ufficio Cesi per la Liturgia, “i tempi sono maturi per intraprendere un cammino autentico verso la verità delle forme della devozione popolare e, per farlo, occorre ricondurle alla loro origine: nel tempo, infatti, certe forme di pietà popolare sono degenerate.

Cambiare le cose costa sacrificio e dà dispiaceri, ma un cristiano che entra in contatto con la parola di Dio, con il suo Mistero e con la Liturgia non dico che disprezzerà le forme di pietà, ma le porrà nel giusto posto e darà il giusto valore, senza esagerazioni”.

Invocando questo impegno corale e sinergico di tutti quanti sono, a vario titolo, impegnati nel settore della pietà popolare, perché “ci sia maggiore coerenza tra questa e la fede”, don Giacomo Sgroi aggiunge: “Per ricollocare al centro del mistero di Cristo certe espressioni devozionali fuggite nella periferia o staccate, è necessario che la pietà popolare guardi alla liturgia come a fonte e culmine. La liturgia, dal canto suo, deve essere consapevole della dimensione antropologica e comunitaria del culto cristiano. Non si deve tralasciare alcuno sforzo per raggiungere i fedeli nella loro realtà di uomini religiosi”. E’ questo un cammino che le Chiese di Sicilia hanno intrapreso da tempo: “Ancora qualche episodio, di tanto in tanto, un po’ in tutto il nostro territorio si registra e fa notizia, ma è isolato rispetto alle espressioni tutte di pietà popolare delle nostre Chiese: i semi via via stanno fiorendo nel silenzio, lontano dai riflettori – spiega il sacerdote – e portano frutto nella vita personale dei fedeli e in quella delle comunità”.

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 14 febbraio

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 09:40

Non solo “cuore e amore” tra le uscite al cinema di giovedì 14 febbraio. Puntuale la rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei approfondisce quattro titoli protagonisti del fine-settimana in sala. Ecco quelli più in vista: il film inchiesta sugli adolescenti smarriti nelle periferie di Napoli “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, il musical romantico sulle note di Battisti-Mogol “Un’Avventura” di Marco Danieli; pennellate di emozioni e nostalgia nel tedesco “Un valzer tra gli scaffali” di Thomas Stuber; il cartone sulla corona inglese “Rex. Un Cucciolo a Palazzo” per famiglie.

“La paranza dei bambini”

Unico italiano in concorso al Festival del Cinema di Berlino, “La paranza dei bambini” è il nuovo film di Claudio Giovannesi (“Alì ha gli occhi azzurri”, “Fiore”) tratto dal romanzo inchiesta di Roberto Saviano sui minori alla deriva nel napoletano. La storia: il film segue le scorribande quotidiane di un gruppo di quindicenni a Napoli, tra i centralissimi Quartieri Spagnoli e realtà più periferiche; giovani che non abitano la scuola o la famiglia, ma solamente la strada. Non c’è traccia di figure educative, questi ragazzi si affacciano alla vita adulta con voracità e sconfortante ingenuità; prede facili della malavita, tentano il “salto di qualità” tra spaccio e pizzo per ottenere facile ricchezza. Giovannesi compone un quadro visivo duro, fosco e inquietante; la sua è una denuncia netta, con sguardo asciutto, dallo stile visivo senza dubbio convincente. In tutto questo però, nel rimarcare l’innocenza perduta di questi ragazzi, viene meno un squarcio di luce, di speranza, la presenza di quanti non si arrendono a tale logoramento verso il basso. È vero, il male morde in maniera implacabile, ma esistono pure testimonianze di resilienza e opposizione a questo deragliamento. Di questo purtroppo il film non ne dà conto. Nel complesso, va riconosciuta una chiara crescita stilistica dell’autore. Dal punto di vista pastorale l’opera è complessa, problematica e adatta per dibattiti, magari in presenza di educatori capaci di allargare lo sguardo e contestualizzare la riflessione.

“Un’Avventura”

Le canzoni di Lucio Battisti, firmate da Mogol, ritornano protagoniste al cinema con “Un’Avventura”, mélo romantico in salsa musical diretto da Marco Danieli interpretato da Michele Riondino e Laura Chiatti. Siamo negli anni ’70 e tra due giovani, Matteo e Francesca, sboccia l’amore con tutta la gamma di sfumature: un sentimento prima travolgente, poi conflittuale e persino litigioso vissuto tra Roma e Lecce. In tutto 15 anni di salite e discese, in cui spiccano come protagoniste soprattutto le canzoni di Battisti-Mogol che puntellano la narrazione. Certamente una proposta per la festa di san Valentino, ma non solo: il film esplora il genere musical in maniera convincente e non banale, offrendo ai due interpreti un’occasione per dar prova della loro bravura e versatilità. Danieli governa la macchina in maniera equilibrata. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, semplice.

“Un valzer tra gli scaffali”

Un’altra proposta di taglio romantico è “Un valzer tra gli scaffali” di Thomas Stuber, presentato nel 2018 al Festival di Berlino e vincitore del Premio della Giuria ecumenica. Il film racconta il timido incontro tra due impiegati che lavorano nel centro commerciale della periferia di Dresda in Germania. Un continuo gioco di sguardi, parole tronche e timidezze, che però poggiano su un clima socioculturale fortemente influenzato dalle fratture ancora presenti tra blocco Est e Ovest del Paese. Affidato a strazianti passaggi emotivi, malinconico e umbratile, il film costeggia la nostalgia di un lontano passato ben sapendo che non tornerà più eppure rimpiangendone una certa grandezza. Un’opera bella e necessaria, la testimonianza forte e profonda verso un tempo forse troppo rimpianto. Film documento, confessione, adesione a un malessere esistenziale irrinunciabile. L’opera è complessa, problematica e adatto per dibattiti.

“Rex. Un Cucciolo a Palazzo”

Non solo Brexit. Il Regno Unito è infatti protagonista al cinema con il cartone animato “Rex. Un Cucciolo a Palazzo” – di produzione belga – diretto dal regista Ben Stassen, autore di “Le avventure di Sammy” e “Bigfoot Junior”. Il film racconta le peripezie del cagnolino Rex, un Welsh Corgi, che appartiene alla regina Elisabetta II; a seguito di una serie di disavventure, il cucciolo finisce dal palazzo al canile: dovrà ritrovare la via verso la felicità. Un film semplice, per tutta la famiglia.

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Padre Dall’Oglio: una fiaccolata per tenere accesa la luce

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 09:22

“Caro Paolo, per prima cosa vogliamo chiederti scusa per essere arrivati a questo nostro appuntamento con duemila giorni di ritardo”. Con queste parole, contenute in una lettera indirizzata a padre Paolo Dall’Oglio, l’associazione “Giornalisti amici di padre Paolo Dall’Oglio” ha voluto iniziare la fiaccolata per il gesuita fondatore dell’ordine di Mar Musa e per migliaia di siriani sequestrati e detenuti da anni in Siria. L’incontro, che si è svolto ieri sera a piazza dell’Esquilino, a Roma, davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore, è stato organizzato a pochi giorni di distanza da alcune indiscrezioni che vedrebbero padre Dall’Oglio, sequestrato il 29 luglio 2013 a Raqqa (Siria), ancora vivo e al centro di trattative tra lo Stato islamico e le forze curdo-arabe.

Non esistono destini separati. All’evento, promosso da numerose associazioni, hanno preso parte persone di diverse confessioni religiose. Tra loro, anche un gruppo di profughi siriani arrivati in Italia con i corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio. Le fiaccole a illuminare la piazza e a ribadire che

“non esistono destini separati. La pace in Siria è anche la pace per l’umanità”.

Una luce, si legge nella lettera, che “proviamo ad accendere oggi e così abbiamo chiesto a chiunque volesse di accenderla per te, per gli altri ostaggi che si troverebbero secondo notizie plausibili ma non confermate con te nel mezzo dell’ennesima battaglia sanguinosa, e per le migliaia di siriani che da anni patiscono il tuo stesso destino, dimenticati, rimossi, come per le loro famiglie, provate come la tua”.

“La tua storia Paolo – continua l’associazione – , espulso da Assad e sequestrato dall’Isis, è la storia del popolo siriano, espulso con cieca violenza nei quattro angoli del pianeta da Assad e sequestrato dall’Isis, che con la sua bestialità ci ha chiuso gli occhi e i cuori davanti a questi nuovi Enea, con i nuovi Anchise sulle spalle.

La tua teologia dell’elezione per via dell’esclusione, perché gli esclusi sono eletti, fa di loro i primi eletti di questo nostro oggi”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Il miracolo di Abu Dhabi. Nella lettera indirizzata a padre Dall’Oglio, i promotori della fiaccolata riflettono sulle notizie che in questi giorni arrivano da Baghouz, ultima roccaforte siriana dell’Isis: “Noi siamo sicuri che solo la politica ci porterà davvero all’ultima battaglia. L’ultima battaglia senza politica non c’è stata con al-Zarqawi, il padre dell’Isis, e non ci sarà con al-Baghdadi”. “Può porsi termine alla storia di una malattia senza una diagnosi e la conseguente terapia. Questa terapia per noi ha un nome, e due uomini l’hanno pronunciata pochi giorni fa non tanto distante da te: è ‘fratellanza’”, ha sottolineato l’associazione richiamando lo “storico” Documento “sulla fratellanza umana per la pace mondiale della convivenza comune” firmato dal Papa e dall’imam al-Tayyeb pochi giorni fa in occasione del Viaggio apostolico di Francesco negli Emirati Arabi Uniti. “Francesco e l’imam al-Tayyeb hanno parlato di fratellanza, cioè di religioni che rifiutano la deriva delle religioni secolari, che divinizzano leader – spiegano i promotori -. Queste religioni secolari possono fare dei santi, generali o attentatori, ma lo possono fare solo nel nome della malattia identitaria, mai dell’umanità. La sconfessione comune di queste religioni secolari ci sembra

il miracolo di Abu Dhabi”.

“Un documento e un viaggio fondamentali per il dialogo e il rapporto tra le diverse fedi religiose – ha rimarcato Roberto Zuccolini, portavoce della Comunità di San’Egidio -. È la prima volta che un Papa tocca la terra della penisola arabica”. Quella di questa sera, ha proseguito Zuccolini, “oltre a ricordare padre Paolo Dall’Oglio, vuole essere anche un’occasione per tenere alta l’attenzione su una guerra che è durata più di sette anni, causando migliaia di morti”.

Collera e luce. “L’auspicio naturalmente è quello della liberazione e del ritorno di Paolo, ma non soltanto il suo – ha detto al Sir Riccardo Cristiano, uno dei fondatori dell’associazione giornalisti amici di padre Dall’Oglio -.

Vorremo pregare, pensare, esprimere solidarietà, vicinanza, affetto a tutti quelli che come Paolo, e sono migliaia, sono stati inghiottiti in queste tenebre angoscianti. Ci sono migliaia di famiglie che da anni non sanno che fine abbiano fatto i loro cari. Questa è una della conseguenze più insopportabili di questo conflitto”.

“In noi c’è la collera di non aver capito e di non essere stati all’altezza dei suoi avvertimenti, e la luce che promana dalla sua testimonianza”, ha affermato Cristiano richiamando il titolo dell’ultimo libro di padre Dall’Oglio, “Collera e luce”, edito nel 2012. Tuttavia, ha esortato il giornalista, ora più che mai “non dobbiamo abbassare la testa e chinarci agli eventi. Dobbiamo cercare di alzarci, reagire e contribuire a una storia diversa”.

Un autentico uomo. Alla fiaccolata sono giunti anche messaggi dalla Siria. In particolare, un amico di padre Paolo Dall’Oglio, che ha ricordato il gesuita come

“un autentico siriano, un autentico italiano, un autentico cristiano, un autentico musulmano, ma soprattutto un autentico uomo”.

Presente anche una delle sorelle di padre Dall’Oglio, Immacolata, che salutando i partecipanti all’incontro ha detto: “Se Paolo potesse guardarci avrebbe lacrime di commozione. Queste fiaccole ci aiutano a dire che lui non è solo e che come tutti speriamo lui possa sentire questa vicinanza. La speranza è che si possa trovare una soluzione umana e umanizzante a questo conflitto senza fine”. Essenziale, ha concluso citando le parole del fratello Paolo, “è che si rispetti l’umanità dell’altro. Solo così si riesce a rispettare anche l’umanità di se stessi”.

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Se i numeri diventano armi contro il buonsenso

Agenzia SIR - Thu, 14/02/2019 - 00:00

Sul tema che da settimane occupa prime pagine di giornali, siti internet e servizi televisivi si rischia, alla fine, di perdere di vista il nocciolo della questione: la Tav non è un “progetto”, ma un’opera già approvata, finanziata e in avanzato stadio di realizzazione. E non solo sul lato francese: basterebbe non dico fare un “sopralluogo” (cosa sempre opportuna quando si hanno responsabilità decisionali…), ma anche solamente farsi un giro sull’autostrada A32 e gettare un’occhiata sotto il lungo cavalcavia che passa proprio sopra l’area del Cantiere Telt “La Maddalena” di Chiomonte. Non si tratta di un dettaglio: quando il professor Marco Ponti, presidente della commissione “costi benefici” insediata al ministero dei Trasporti, afferma che bisogna imparare a ragionare “sulle cifre” dice una cosa saggia. Ma se tale metodo si applica anni dopo la firma di trattati internazionali, svariate analisi di impatto ambientale e, lo ripetiamo, la cantierizzazione di un’opera, tutto si fa terribilmente più complicato. A tal punto che anche le cifre possono essere “tirate per la giacchetta”. Tanto è vero che un componente della stessa commissione presieduta da Ponti (e dunque in possesso delle medesime informazioni) è giunto a conclusioni diametralmente opposte, ipotizzando un saldo positivo, in termini di benefici, di almeno 400 milioni se si concluderà l’opera. Per questa ragione non ci avventureremo in ulteriori analisi tecniche ma osserviamo preoccupati come, su questa e altre partite, la scarsa omogeneità (a usare un eufemismo…) dell’attuale coalizione di governo finisca per produrre solo immobilismo. Anche l’idea di indire un referendum sulla Tav appare un goffo tentativo di procrastinare la decisione finale a dopo le elezioni europee: a quel punto avremo superato un anno di stop ai cantieri. Davvero un po’ troppo per un Paese con infrastrutture fragili e un Pil in picchiata.
I numeri avranno anche una loro forza “intrinseca”, ma non possono fare a pugni con il buonsenso.

(*) direttore “Corriere Eusebiano” (Vercelli)

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Elezioni europee: Brexit ed exit poll, due incognite a 100 giorni dal voto

Agenzia SIR - Wed, 13/02/2019 - 19:23

A cento giorni dal voto per il rinnovo dell’Europarlamento si scalda il dibattito politico nei 27 Paesi dell’Unione e, al contempo, prende avvio la campagna istituzionale per invitare i cittadini alle urne. Con un’accresciuta attenzione politica e mediatica – non sempre benevola – verso l’Ue, qualche analista azzarda che, questa volta, l’affluenza ai seggi potrebbe avere segnali di ripresa dopo che dal 1979 ad oggi era andata progressivamente calando (dal 62% al 43% del 2014; in Italia 57%). In questi 40 anni il Parlamento europeo è stato eletto a suffragio universale: e fra il 23 e il 26 maggio prossimi si rinnoverà uno dei maggiori esercizi di democrazia partecipativa al mondo, con 373 milioni elettori, fra cui 23,4 milioni di giovani alla prima esperienza elettorale.

I primi a votare saranno gli olandesi, il 23 maggio, poi a seguire tutti gli altri Stati, secondo modalità e sistemi elettorali nazionali, a base proporzionale: sarà proprio l’Italia a chiudere per ultima i seggi alle 23 di domenica 26 maggio. Tra le curiosità di queste elezioni si può ricordare che in tutti i Paesi votano i maggiori di 18 anni, salvo in Austria e Malta, dove sono chiamati alle urne i 16enni e in Grecia, dove possono votare i 17enni. L’età minima per essere candidati varia invece da 18 a 25 anni.

L’ottava legislatura si concluderà fra un paio di mesi, con l’ultima sessione plenaria a Strasburgo, il 18 aprile. Restano ancora 200 dossier politici e legislativi da chiudere, fra cui l’addio al Regno Unito, con il Brexit fissato al 29 marzo. E proprio il Brexit costituisce una incognita sul voto: se Londra lascerà l’Ue nel giorno stabilito sarà tutto più semplice, ma se il Brexit dovesse essere posticipato, anche i cittadini britannici potrebbero essere chiamati a eleggere i loro deputati. “È una ipotesi che abbiamo considerato ma che non cambia i nostri piani. Noi ci prepariamo – spiega Jaume Duch, direttore generale della comunicazione del Parlamento – a elezioni fra i 27 Stati membri” che faranno parte dell’Unione dal 30 marzo in poi.

Nella sede dell’Eurocamera a Strasburgo viene lanciata la campagna di informazione istituzionale verso l’appuntamento del 23-26 maggio. Lo stesso Duch specifica: “sono elezioni inedite. Nel 2014 non si parlava di Brexit, Trump non era presidente degli Usa, era diversa la posizione della Russia e della Turchia” nel quadro politico internazionale. Le fake news non preoccupavano quanto oggi e l’attenzione dei media e dei social – osserva – sull’Ue “non era così forte”. Il timore della “disinformazione” e di eventuali ingerenze esterne nel voto ha fatto sorgere di recente un’apposita unità dell’Euroassemblea che si occupa di prevenire, stanare e correggere le fake news sull’Ue.

La campagna Stavoltavoto.eu (https://www.stavoltavoto.eu/) decolla, coinvolgendo, come portabandiera elettorali giovani, associazioni, realtà istituzionali, gruppi di cittadini coscienti della posta in gioco. Secondo l’ultimo Eurobarometro il 41% dei cittadini conosce già la data delle elezioni europee, il 48% del campione (27mila cittadini) si dice convinto che la propria voce “conta in Europa”, mentre il 68% – dato piuttosto sorprendente – afferma che il proprio Paese “ci guadagna restando nell’Ue”. Il Parlamento promuove dunque una strategia di informazione che prevede varie iniziative fra cui la diffusione di sondaggi sui risultati di maggio (il primo sarà disponibile nella mattina di lunedì 18 febbraio), messaggi informativi su media e social, un sito che spiega i risultati ottenuti dall’Ue negli ultimi cinque anni di legislatura (https://what-europe-does-for-me.eu/en/home), un dibattito con gli “Spitzenkandidaten” il 15 maggio in diretta tv da Bruxelles.

Sarà lo stesso Parlamento a diffondere tra meno di una settimana le prime proiezioni elettorali, con la possibile ripartizione dei seggi nel futuro Emiciclo in base alle intenzioni di voto di campioni di cittadini. L’istituzione si avvarrà di sondaggi nazionali, realizzati con metodologie rigorose e trasparenti – viene puntualizzato –, effettuati da società del settore e comunque senza considerare quelli commissionati dai partiti. Tali sondaggi saranno diffusi periodicamente fino all’ultima sessione plenaria del Parlamento a metà aprile. Un problema potrebbe invece sorgere rispetto agli exit poll che il Parlamento diffonderà dalle ore 20 del 26 maggio: perché a quell’ora saranno ancora aperte le urne in alcuni Stati, fra cui l’Italia, con la possibilità di influenzare – seppur minimamente – quegli elettori che a quell’ora non avessero ancora espresso il loro voto. Lo spoglio delle schede inizierà contemporaneamente nei 27 Stati alle 23 del 26 maggio. Poi sapremo se saranno le forze sovraniste o quelle europeiste – in una sorta di derby europeo – ad avere la maggioranza a Strasburgo.

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Council of Europe: “Media freedom worsens in Italy in 2018 “

Agenzia SIR - Wed, 13/02/2019 - 15:46

Media freedom in Europe is more fragile now than at any time since the end of the Cold War. Thus member Countries of the Council of Europe are called to adopt targeted measures “to improve the dire conditions” and “to provide reliable protections” for journalists. The alarm was raised in the report released by the partner organizations of the Council of Europe’s Platform for the Protection of Journalism and Safety of Journalists. The Report depicts an alarming picture whereby the perpetrators of violent crimes against journalists remain unpunished; legal protections have been progressively weakened; the space for the press to hold government authorities and the powerful to account has been diminished.

The report focuses on a set of circumstances at national level: Turkey remains the world’s biggest jailer of journalists; in the Russian Federation, State actions and policies continue to severely restrict the space for free expression; Italy is the State which saw the sharpest increase in

the number of media freedom alerts reported in 2018;  Hungary registers a very high concentration of media in the hands of pro-government oligarchs. The document equally assesses “disturbing new trends”, including impunity for journalists’ murders inside the European Union (EU), attacks on freelance journalists; and efforts to undermine the independence of public service media, including in countries once considered ”safe harbours.”

Murders and threats. At least two journalists were killed in 2018 in relation to their journalistic work: Ján Kuciak in Slovakia , and Jamal Khashoggi (after entering the Saudi Arabian consulate) in Turkey. In the deaths of two other journalists, Viktoria Marinova in Bulgaria and Maksim Borodin in the Russian Federation, questions and concerns have been raised over the thoroughness of the respective police investigations.

Overall, according to the Report, 359 alerts regarding attacks on journalists’ physical safety and integrity

 

were posted on the Platform in 2018, confirming an upward trend in the number of attacks. Of these, 29 are classified as “level 1”, which covers the most severe and damaging violations to media freedom. In addition to the killings noted above, the alerts include the detonation of a car bomb in front of a journalist’s home; a knife attack on a journalist in front of his apartment door; an arson attack against the headquarters of an investigative news website; and the ramming of a van into a building housing a major national newspaper.

Impunity and arrests. The Platform details 17 long-standing cases of impunity for the murder

 

of journalists and recorded 130 cases of journalists in detention. This figure includes 110 journalists jailed in Turkey, 11 inAzerbaijan, five in the Russian Federation and four in Ukraine.

Ten new alerts on problematic legislative or administrative measures were reported in eight member States in 2018. They include the closure or banning of media outlets by decree; new legislation allowing the blocking of Internet sites on national security grounds without independent oversight; rules requiring foreign-funded media outlets to register as “foreign agents”; a bill that would criminalise the viewing of certain online content and publishing certain pictures or video clips. Furthermore, the Platform recorded three alerts in two member States concerning unnecessary or disproportionate control of online communications and access to information.

The Italian case. Italy is among the countries with the highest number of alerts (13) posted on the Platform in 2018, the same number as in the Russian Federation. In this respect the Report points out that press freedom clearly deteriorated in Italy in 2018: the number of violations in Italy reported to the Platform more than tripled compared to 2017.

Italy is the EU member state with the highest number of active threats on the Platform. (19).

Organized crime remains one of the biggest threats to journalists. In 2018, the Platform recorded three cases of journalists facing death threats, and it includes a number of active alerts on attacks and violence on journalists. Twenty one Italian reporters threatened by the mafia live under permanent police protection. In addition, several journalists have been intimidated and attacked by members of neo-fascist groups.

The majority of alerts recorded in 2018 have been submitted after the official installation of the new coalition Government. “The government’s two deputy prime ministers, Luigi Di Maio and Matteo Salvini, regularly express through social media rhetoric particularly hostile to the media and journalists. Among other things, concludes the Report, “Deputy Prime Minister Salvini has threatened to remove police protection for investigative journalist Roberto Saviano, despite the known threats to his life from criminal organisations. Deputy Prime Minister Di Maio has insulted journalists and initiated a policy of abolition of public subsidies to the press.”

 

 

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Pakistan: altre 187 Asia Bibi in attesa di giudizio. Ncjp, “legge sulla blasfemia strumento per colpire le minoranze

Agenzia SIR - Wed, 13/02/2019 - 12:11

(da Lahore) Sawan, Zafar, Shamshad, Amoon, Nabil, Shafqat, Qaiser, Shagufta, e altri ancora: in Pakistan la vicenda di Asia Bibi non è un caso isolato. Secondo la Commissione nazionale giustizia e pace (Ncjp) della Conferenza episcopale pakistana, sono attualmente 187 i casi di cristiani accusati di aver profanato il Corano o diffamato Maometto.

Commissione nazionale giustizia e pace (Ncjp)

Una situazione allarmante, che non riguarda solo i cristiani. Dal 1987 alla fine del 2017, le persone accusate di blasfemia sono 1.534. Di queste 774 sono musulmane, 501 ahmadi (minoranza islamica), 219 cristiane, 29 indù e 11 di altre fedi. I numeri sono emersi durante un incontro a Lahore tra una delegazione di Aiuto alla Chiesa che soffre – Italia (Acs), guidata dal direttore Alessandro Monteduro, e una rappresentanza della Ncjp, coordinata dal direttore esecutivo Cecil S. Chaudhry. L’incontro, cui era presente anche il Sir, è servito per fare il punto sulla condizione dei cristiani in Pakistan a partire proprio dalla contestata legge sulla blasfemia che, secondo la Ncjp,

“limita fortemente la libertà di religione e di espressione. Nella quotidianità, infatti, viene spesso usata come strumento per perseguitare le minoranze religiose”.

La legge sulla blasfemia è un’eredità dell’ordinamento dell’Impero britannico del 1947, anno di nascita dello Stato pakistano. Inizialmente la norma (art. 295 del Codice penale) prevedeva il carcere o una sanzione amministrativa per chi “dolosamente e deliberatamente oltraggi, con parole, scritti o altre rappresentazioni, qualsiasi religione”. Risale al 1986 l’aggiunta di due commi, il 295 B che prevede l’ergastolo “per chi offende il Corano o ne danneggi una copia in tutto o in parte o lo utilizzi per scopi illeciti” e il 295 C che commina “la pena capitale o carcere a vita e/o multa per chiunque offenda il nome o la persona del Profeta Muhammad con parole, scritti o altre rappresentazioni”. Dal 1990 per il comma 295 C viene applicata solo la pena di morte.

La vicenda Asia Bibi. Esemplare è la vicenda di Asia Bibi, la donna cristiana di Ittanwali, nel Punjab, denunciata per blasfemia da due sue colleghe di lavoro e da un imam, Qari Mohammad Salim. Un calvario cominciato nel 2009 e terminato con la piena assoluzione lo scorso 31 ottobre. Ma per una Asia Bibi assolta ci sono ancora 187 cristiani che attendono di essere giudicati. “La legge sulla blasfemia – spiega il direttore della Ncjp – distrugge le vite degli accusati, anche se non vengono giustiziati. È una norma che viene usata dai radicalisti islamici per definire questioni personali o perseguire vendette.

Quando dei cristiani sono accusati di presunta blasfemia, tutti i cristiani della zona vengono incriminati.

Ne deriva un sempre più diffuso senso di insicurezza che spinge le minoranze religiose pakistane a lasciare il Paese”. I numeri a riguardo sono chiari: nel 1947 le minoranze nel Paese raggiungevano il 30% della popolazione. Nel 1998 la percentuale è scesa al 3%. “Quando un islamico viene accusato di blasfemia e chiede perdono, la società è pronta a perdonare. Sarà solo lui a subire le conseguenze – afferma Chaudhry – ma se l’accusa riguarda un cristiano, i musulmani attaccano tutta la comunità cristiana, bruciando interi quartieri”.

Il caso Sawan Masih, condannato a morte. Ne sanno qualcosa gli abitanti cristiani della “Joseph Colony” di Lahore, attaccati, nel marzo 2013, da circa 3mila musulmani che cercavano di catturare il giovane cristiano Sawan Masih accusato di aver offeso il Profeta Maometto. “Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese”, è il ricordo di padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp durante la visita delle delegazione Acs-Italia all’insediamento oggi ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane. Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. “Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega il suo avvocato Tahir Bashir – l’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio”. Come per Asia Bibi, rileva Acs-Italia, anche per Sawan non mancano delle irregolarità. La denuncia è stata presentata da un suo amico musulmano, Shahid Imran, in seguito ad una lite. Ma soltanto due giorni dopo sono stati presentati due testimoni che in realtà non erano presenti al momento delle presunte offese a Maometto.

Da sx, Younis Masih, accusato e poi prosciolto da accuse blasfemia

“Le accuse a Sawan sono strumentali – spiega padre Yousaf – in realtà il vero scopo era di cacciare i cristiani da questo quartiere, i cui terreni sono ambiti perché vicino a fabbriche siderurgiche e siti industriali”.

Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. “Non so perché abbiano incolpato mio marito so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!”.

Qualcosa ora potrebbe cambiare. Almeno così sperano dalla Ncjp. “Dopo la revisione del verdetto di Asia Bibi – rivela Chaudhry – i casi di blasfemia vengono trattati con più cautela nel timore di errori nel giudizio da parte dei tribunali”. “Un effetto positivo” che potrebbe avere come conseguenza anche quella di riformare e regolamentare la controversa legge che, è bene ricordarlo, trova un’opposizione molto forte nelle formazioni islamiste. Il forum degli avvocati Khatm-e-Nubuwwat (Movimento per la difesa del Profeta) ha ribadito che “chiunque commetta blasfemia, deve incorrere in un’unica punizione, la morte. Non vi è alternativa”. Il suo capo, Ghulam Mustafa Chaudhry, ha difeso Mumtaz Qadri che nel gennaio 2011 aveva ucciso il governatore del Punjab Salman Taseer, dopo che quest’ultimo aveva messo in discussione la legge anti-blasfemia nel tentativo di difendere Asia Bibi. Stessa sorte per il cattolico Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze religiose, assassinato il 2 marzo 2011 da un commando di fondamentalisti.

“La libertà di Asia Bibi è la vittoria della libertà religiosa”

conclude Monteduro. “Il modo con il quale governo e forze di polizia hanno gestito le settimane successive all’assoluzione di Asia Bibi fa ben sperare. Le violenze dei gruppi estremisti sono state represse e sanzionate con numerosi arresti. Ci aspettiamo dunque che dal Pakistan giungano presto nuovi segnali a difesa della libertà religiosa. Per farlo, occorre tuttavia quanto meno ridimensionare la portata della legge sulla blasfemia. Per ciò che compete ad Acs, continueremo a sostenere le vittime, e i loro familiari, davanti alla cosiddetta Legge Nera”.

“Acs non dimenticherà questi 187 uomini e donne detenuti per blasfemia”.

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Intelligenza artificiale. Bolognini (IIP): “Tra privacy e algoritmi. Equilibrio difficile ma necessario”

Agenzia SIR - Wed, 13/02/2019 - 10:59

Oltre a straordinarie opportunità, il progresso velocissimo e dirompente delle nuove tecnologie porta con sé “minacce per la libertà e la dignità delle persone”. Per questo, tutelare la privacy non sarà più “occuparsi di mera sicurezza dei dati e dei sistemi” ma occorrerà anche “proteggerci da sensori e da minacce non umane, poco tracciabili e ‘responsabilizzabili’”. Insomma “garantire i diritti alla protezione dei dati personali e alla riservatezza significherà occuparsi di algoritmi, decisioni automatizzate, intelligenza artificiale (AI), umanità aumentata (o perfino sostituita)”. Ne è convinto Luca Bolognini, avvocato e uno dei massimi esperti europei di privacy e di diritto dei dati, presidente dell’Istituto italiano per la privacy e la valorizzazione dei dati (IIP) e autore del recente pamphlet “Follia artificiale – Riflessioni per la resistenza dell’intelligenza umana”. Bolognini è intervenuto nei giorni scorsi al convegno “Le tecnologie che cambieranno la società e le professioni: intelligenza artificiale, internet delle cose, blockchain e 5G” promosso dall’Università europea di Roma. Lo abbiamo incontrato a margine.

Luca Bolognini

Perché occuparsi di “follia artificiale”?
Ho voluto esplorare sia le derive che l’intelligenza artificiale può comportare – e quindi guardare l’intelligenza da un punto di vista “patologico” anche quando si tratta di intelligenza non umana – sia indagare con il filtro del giurista gli aspetti di sbandamento dell’essere umano alle prese con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Due prospettive che devono essere sempre tenute insieme.

La sua visione è per certi aspetti “umanistica”.
Quando si affronta il tema dell’intelligenza, artificiale o no, non può essere altrimenti. Si sollevano questioni giuridiche, etiche, filosofiche. Bisogna tenere conto del cambiamento degli scenari in cui siamo immersi e dell’intrecciarsi di nuove dinamiche, la principale delle quali è il combinarsi tra fusione materiale e immateriale con il continuo tracciamento di tutto e di tutti e la tecnologizzazione delle relazioni umane. Ciò che saremo e faremo nel mondo fisico sarà sempre più trasformato in dati digitali perché, a prescindere dalla nostra consapevolezza, noi “spargiamo” tracce che i sensori “catturano”. Dietro l’AI c’è l’enorme tema degli algoritmi che si ricollega alla sostituzione del pensiero umano, che non è il mero sostituirsi all’azione dell’uomo come ormai avviene da anni in alcuni settori, bensì la sostituzione di pensiero, di volontà, di scelta e magari di regole.

Che cosa intende dire?
Il codice algoritmico, che comporta delle decisioni e degli effetti, è una norma che si installa da sé. Noi ci ritroviamo ad avere a che fare con scenari normati da un codice informatico e ciò è potenzialmente drammatico per la libertà umana. È difficilissimo capire che cosa c’è dietro un algoritmo che fa meta–analisi.

Un algoritmo che si autoscrive e si evolve in maniera automatica.

Ci troviamo di fronte a black box, scatole nere, impenetrabili se viste da fuori ma collegate all’enorme mole di dati che esiste su ognuno di noi e della quale l’individuo stesso ignora l’esistenza perché si tratta di dati raccolti in maniera silenziosa o di meta-dati nuovi, creati come risultato di elaborazioni intelligenti eseguite a nostra insaputa, veri e propri tesori per i grandi colossi del web e del digitale. Su questo bisogna interrogarsi perché non vi è sufficiente consapevolezza del potere che i big player IT hanno su di noi.

Come cambia e come dovrà allora articolarsi la tutela della privacy e la protezione dei dati?
In futuro la protezione dei dati – e più in generale il diritto dei big data e dei dati personali – sarà sempre più “diritto dell’intelligenza artificiale” in quanto diritto dei dati che servono a fare l’elaborazione intelligente. Il GDPR (General Data Protection, regolamento europeo sulla privacy applicabile dal 25 maggio 2018 in tutti gli Stati, ndr) è sicuramente un primo passo che l’Europa fa a livello mondiale ma non è del tutto adeguato. Tenta di individuare principi generali da applicare anche al mondo dell’AI, ma alcuni di questi principi, se interpretati in maniera troppo ferrea o burocratica, rischiano di essere scollegati dalla realtà e di mettere fuori legge qualsiasi Big Data analyticis. Pericolosa quanto la negazione della privacy è ogni forma di integralismo, di fondamentalismo del diritto che impedisca aprioristicamente, per pregiudizio, il progresso, la ricerca scientifica e la libertà d’impresa.

Quale dunque la sfida?

Bilanciare tutela dei diritti fondamentali e inviolabili degli individui e corsa dell’innovazione.

Quest’ultima deve essere rispettosa di princìpi etico-umanistici. Sono pertanto indispensabili paletti giuridici, ma non devono impedire o frenare la ricerca nel settore altrimenti l’Europa rimarrà indietro rispetto al resto del mondo. Occorre trovare una formula. Non ho la risposta ma bisogna lavorare e interrogarsi. Proprio alla luce di queste sfide, come Istituto italiano per la privacy guardiamo con interesse alla primavera-estate quando il Parlamento dovrà designare i quattro nuovi componenti del Collegio del Garante per la protezione dei dati personali e stiamo lavorando alla stesura di un ampio documento contenente idee e strategie da affidare al Parlamento e poi alla nuova Authority per il settennato 2019-2026. Il Garante si troverà ad esercitare il suo ruolo nel mondo digitale degli algoritmi, in una cruciale posizione di rilievo meta-costituzionale e sovranazionale perché derivante direttamente dai trattati dell’Unione europea. Pertanto dovrà essere competente in Internet delle cose, intelligenza artificiale, Big data analytics e dovrà conoscere la realtà delle industries che fanno ricerca e innovazione in questi ambiti.

Si è aperto un dibattito sull’ipotesi di attribuire personalità elettronica ai robot più sofisticati e autonomi. Che ne pensa?
Riconoscere loro personalità giuridico-elettronica sarebbe un grave errore per l’umanità perché trasformare l’oggetto non umano in centro di imputazione giuridica significherebbe in qualche maniera cedergli una parte di “sovranità” con la conseguenza di rendere l’essere umano “soggiogabile” alla scelta del non umano. E non si tratta di scenari fantascientifici. Nella progettazione di sistemi informatici intelligenti, l’ultima parola dovrà sempre spettare all’uomo. In altre parole,

il “comandante in capo”, il super-admin di sistema dovrà sempre essere solo ed esclusivamente umano.

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