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Cesnur, indagine tra cristianesimo e nuove religioni

Evangelici.net - 2 hours 2 min ago
La Stampa ha dedicato due pagine al rapporto tra cristianesimo e nuove religioni. Secondo il Cesnur «gli italiani che effettivamente e regolarmente frequentano la messa domenicale» sono «circa il 18,5 per cento della popolazione». Un 40 per cento della popolazione, secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, «è rappresentato da coloro che...
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La fede nel sorriso di Simone: danzare al ritmo dello Spirito non conosce limiti

Agenzia SIR - 2 hours 18 min ago

Simone ha trent’anni e ha una disabilità fisica che lo porta a stare ormai da molti anni permanentemente in carrozzina. Anche lui ha frequentato la scuola ed è stato seguito dagli operatori della MAiC, e da catechisti della Comunità Maria Madre Nostra. Simone non parla, ma con il suo sguardo e il suo sorriso, con l’espressione del suo volto e i suoi gesti, dimostra di capire molto bene quello che viene detto o fatto intorno a lui. Ricordo la mia gioia anni fa, al soggiorno estivo della nostra Fondazione, quando ricevette la Prima Comunione, dopo essere stato preparato a lungo dalle sue catechiste.

Il mare è un luogo prezioso per Simone, che ama fare il bagno e stare in compagnia con altri giovani. Quest’anno però non era possibile entrare in acqua. Nella scorsa estate, infatti, Simone è stato malato molto gravemente ed ha trascorso più di due mesi in terapia intensiva all’ospedale di Pistoia. Alcuni medici avevano prospettato tristi scenari alla sua mamma Fiammettta: che mai avrebbe più potuto respirare da solo, non avrebbe più potuto uscire da casa, e altro. Ma Fiammetta si è fatta intendere con molta chiarezza e ha difeso con determinazione e coraggio la vita di Simone. Poi Simone è guarito, è tornato a casa e per lunghi mesi è rimasto senza poter uscire, sempre con la sua mamma accanto, giorno e notte. Infine, un giorno la sua respirazione migliorava: la mamma lo ha riabituato frequentemente a stare anche senza il respiratore. Ora infatti, ne ha bisogno solo per brevi periodi.

Simone era contento quando gli portavo la comunione a casa. Potevo dargli solo un piccolo frammento d’ostia, ma di fronte all’Eucaristia ritrovavo sempre quel sorriso gioioso che mi aveva colpito anni prima e che ritrovavo anche adesso, in una situazione così difficile da vivere.

Insieme pregavamo la Madonna, così come tante volte avevamo fatto tutti insieme durante i pellegrinaggi ai santuari mariani. Poi è arrivata l’estate e Simone, molto migliorato, ha potuto tornare al mare a Marina di Massa, insieme alla mamma e agli altri giovani volontari. Lo ha aiutato particolarmente una giovane universitaria, Irene, che da anni conosce Simone e lo segue durante il soggiorno estivo. Ci parla, ci gioca, gli spinge la carrozzina, soprattutto durante quelle serate danzanti in cui persone con disabilità e giovani volontari animano momenti di grande festa, autentica festa insieme. Quest’anno durante quelle serate, Simone, quando guardava il pubblico presente, era ancora più luminoso, raggiante, trascinante. Lo era anche per i suoi amici, per la sua mamma. “Il Signore muta il lamento in danza”, e fa scoprire a tanti giovani che si avvicinano ai nostri ragazzi disabili che

la via dell’amore che si dona è la via della gioia, quella vera, quella che ti riempie dentro.

Lo scambio dei doni tra giovani con e senza disabilità mi appariva lampante. Perché infatti tanti studenti liceali e universitari chiedono di vivere con i giovani e con gli altri ragazzi del Centro le loro vacanze? Perché Irene quest’anno è venuta a fare il suo servizio a Simone nonostante il giorno dopo la fine del turno estivo abbia dovuto sostenere un importante esame all’università? Forse perché una paradossale bellezza si manifesta in Simone e negli altri ragazzi, soprattutto i più gravemente colpiti, e attira il cuore, muovendolo alla danza.

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“E il Logos si è fatto carne e ha posto la tenda in noi” (Gv 1,14) (commento di Cirillo di Alessandria)

Natidallospirito.com - 3 hours 11 min ago

E il Logos si è fatto carne

Affronta apertamente, con queste parole, il discorso della incarnazione. Spiega infatti chiaramente che l’Unigenito è divenuto, ed è chiamato, Figlio dell’uomo. Questo è il significato della frase: “Il Logos si è fatto carne”. È lo stesso come se avesse detto: È diventato uomo. Quella affermazione non presenta nulla di strano o d’insolito giacché molte volte la sacra Scrittura con il termine della sola carne, vuole parlare di tutto l’animale come, per esempio, in quella frase che leggiamo nel profeta Gioele: “Riverserò il mio spirito su ogni carne” (Gio 3,1). Non dobbiamo credere che, secondo il Profeta, il divino Spirito sarà riversato sulla sola e inanimata carne: questa interpretazione sarebbe semplicemente ridicola. Ma, indicando con la parte il tutto, col vocabolo carne il Profeta vuole indicare l’uomo. E non potrebbe essere altrimenti. È bene spiegare, mi pare, per quale motivo sia così.

L’uomo è certamente un animale razionale ma composto, composto cioè di anima e di questa carne fragile e terrena. Essendo stato creato da Dio e portato alla luce, non avendo, per sua natura, la qualità di essere incorruttibile e immortale (queste qualità appartengono, per natura, solo a Dio), ebbe l’impronta della vita dello Spirito, conseguendo da parte di Dio, il bene che supera la natura: “Soffiò – dice – sul suo volto un alito di vita, e così l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7).

Quando poi per il suo peccato fu punito, l’uomo si sentì giustamente dire: “Sei terra, e nella terra ritornerai” (Gen 3,19), fu privato della grazia, e dalla sua carne si allontanò l’alito di vita, ossia lo Spirito di colui che dice: “Io sono la vita” (Gv 14,6). Così egli, che era vivente, cadde nella morte per la sola carne, ma l’anima conservò l’immortalità, giacché alla sola carne fu detto: “Sei terra, e nella terra ritornerai”. Era necessario, dunque, che fosse salvato al più presto e fosse richiamato all’immortalità, mediante l’unione alla vera vita, ciò che nell’uomo era maggiormente esposto al pericolo. Occorreva che ciò che era malato fosse liberato dalla malattia. Occorreva, insomma, che si annullasse il senso di quelle parole: “Sei terra, e nella terra ritornerai”, attraverso cioè l’unione ineffabile del Logos, che tutto vivifica, con il corpo che era caduto in disgrazia. Era conveniente cioè che la carne, una volta che fosse diventata del Logos, divenisse partecipe della sua immortalità.

Sarebbe assurdo che il fuoco possa comunicare alla materia la qualità della sua potenza naturale, e quasi, in un certo senso, trasformare in se stesso quella in cui è per partecipazione, e che invece il Logos, il quale è al di sopra di tutto, non possa dare alla carne il suo proprio e naturale bene, cioè la vita. 

Per questo motivo, penso, il santo evangelista ha detto, riferendosi soprattutto alla parte animale, che il Logos di Dio si è fatto carne. In questo modo stavano assieme la ferita e la medicina, il malato e il medico, ciò che è caduto nella morte e colui che l’ha portato alla vita, ciò che è soggiaciuto alla corruzione e chi allontana la corruzione, ciò che è stato vinto dalla morte e il vincitore della morte, chi è stato privato della vita e chi dà la vita. Non dice poi che il Logos è venuto alla carne, ma che è diventato carne, perché tu non abbia a sospettare che egli sia solamente apparso come apparve ai profeti o ad altri santi: egli, invece, si è fatto veramente carne, cioè uomo. Così abbiamo detto prima.

Perciò egli [il Logos] è anche Dio, per natura, nella carne e con la carne, perché egli aveva la sua propria carne; e tuttavia deve ritenersi qualcosa di diverso da essa e in essa, e deve essere adorato con essa, secondo quando dice Isaia: “Uomini alti passeranno a te e saranno tuoi servi; dietro di te verranno in catene, e ti adoreranno e ti diranno supplichevoli: In te è Dio, e non c’è altro Dio al di fuori di te” (Is 45,14).

Ecco, dicono, anche in lui c’è Dio, e non separano la carne dal Logos. E, di nuovo, confermano che non vi è altro Dio al di fuori di lui, unendo al Logos il mezzo che lo porta, come suo proprio, cioè il tempio nato dalla Vergine: Cristo è, infatti, uno solo formato da tutti e due, dal Logos e dalla carne.

E ha posto la tenda in noi

L’evangelista spiega utilmente ciò che è stato detto, ed espone più chiaramente il suo insegnamento. Avendo detto che il Logos si è fatto carne, affinché qualcuno, per la sua forte ignoranza, non sospettasse che egli aveva lasciato la sua propria natura, e si era trasformato realmente in carne, e che soffriva ciò che assolutamente non può soffrire (Dio è, infatti, in ragione della sua natura, ben lontano da qualsiasi trasformazione e cambiamento), giustamente il Teologo aggiunge subito: “E ha posto la tenda in noi”.

Riferendosi infatti a due cose significate, cioè a colui che abita e a ciò in cui si abita, puoi di qui capire che egli non si è trasformato in carne, ma piuttosto abita nella carne, come colui che usa del proprio corpo, cioè di quel tempio che è nato dalla santa Vergine: “In lui, infatti, abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”, come dice Paolo (Col 2,9). Che anzi, egli afferma utilmente che il Logos abita anche in noi, svelandoci anche questo sublime mistero. Tutti, infatti, siamo in Cristo, e la comune natura umana fruisce della sua vita in lui.

Infatti, per questo è stato chiamato anche nuovissimo Adamo, perché, con la partecipazione della natura, arricchisce tutti verso la felicità e la gloria, mentre il primo Adamo, invece, trasmise la corruzione e l’ignominia (cf. 1Cor 15,45-49). Così il Logos ha posto la tenda in noi per mezzo di un solo corpo, affinché, essendosi rivelato un solo Figlio di Dio nella potenza, la sua dignità si riversasse, secondo lo Spirito di santità, in tutta l’umanità, e così, per mezzo di uno di noi, raggiungessimo anche noi quelle parole: “Divini voi siete, e figli dell’Altissimo voi tutti” (Sal 82,6).

Dunque, in Cristo la natura serva diviene realmente libera, elevata alla unione mistica con lui che porta l’aspetto di servo. In noi invece è per somiglianza di lui, a causa della parentela della carne. Altrimenti, perché non assunse la natura degli angeli, ma quella della stirpe di Abramo, per cui sarebbe stato assimilato in tutto ai fratelli (cf. Eb 2,16-17), e sarebbe diventato veramente uomo?

Non è forse chiaro a tutti che si abbassò alla natura di servo, non ricavando da questa condizione nessun vantaggio, ma diede se stesso a noi perché fossimo arricchiti per mezzo della sua povertà (cf. 2Cor 8,9) e, elevandoci mediante la somiglianza con lui, al suo proprio e ineffabile bene, diventassimo, per mezzo della fede, dèi e figli di Dio?

Ha posto la tenda, infatti, in noi colui che, per natura, è Figlio e Dio. Perciò, nello Spirito di lui gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15). Il Logos abita in tutti, in un tempio cioè che assunse per noi e da noi, affinché, avendoci tutti in se stesso, riconciliasse tutti in un solo corpo, come dice Paolo (cf. Ef 2,16).

Cirillo di Alessandria
Commento a Giovanni I, IX, ed. Città nuova, pp. 154-158
(con qualche modifica sostanziale, sulla base di una revisione sul testo greco)

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Yemen, la funzionaria Unicef da San’aa: “Fermare questa guerra atroce contro i bambini e i civili”

Agenzia SIR - Mon, 13/08/2018 - 13:15

Il bombardamento contro il governatorato di Sa’ada, roccaforte dei ribelli sciiti houthi nel Nord dello Yemen, che il 9 agosto ha colpito un minibus pieno di bambini, uccidendone 21 e ferendone altri 35 (fonti Unicef), è stato “il peggiore attacco sui bambini mai visto finora dall’inizio del conflitto”: così lo racconta dalla sede dell’Unicef nella capitale Sana’a Meritxell Relaño, rappresentante dell’Unicef in Yemen, in prima linea nell’assistenza umanitaria ai bambini nella crisi umanitaria più grave del mondo e, per assurdo, la più dimenticata. Relaño è arrivata in Yemen nell’ottobre 2015, pochi mesi dopo l’inizio del conflitto a marzo. Non passa giorno in cui non è costretta a constatare con i propri occhi le conseguenze drammatiche di questo atroce conflitto sulla pelle dei bambini. “Il giorno dell’attacco nell’ospedale di Sa’ada i nostri operatori hanno visto scene caotiche – racconta -. Il personale non riusciva a curare nemmeno i bambini a rischio della vita”. In Yemen oltre 22,2 milioni di persone (il 75% della popolazione, tra cui 11,3 milioni di bambini) sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari, a causa di un conflitto feroce tra le truppe governative appoggiate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e i ribelli sciiti della tribù houthi sostenuti dall’Iran.

Meritxell Relaño, rappresentante dell’Unicef in Yemen

2.400 bambini uccisi e altri 10.000 morti per mancanza cure. “Già prima la situazione nel Paese era molto precaria – spiega –  con l’80% dei bambini che hanno bisogno di aiuti umanitari”. Da marzo 2015 ad oggi i bambini uccisi sono stati 2.400, almeno 3.500 feriti  e altri 10.000 sotto i 5 anni sono morti a causa della mancanza di cure mediche.  270 di questi incidenti sono stati provocati da attacchi alle scuole, 233 scuole sono state totalmente distrutte dai bombardamenti aerei. Oltre alle scuole vengono attaccati ospedali, infrastrutture idriche, perfino un impianto per l’acqua potabile e un centro igienico-sanitario a Hodeida supportati dall’Unicef.  “Nonostante i nostri ripetuti appelli a rispettare le leggi del diritto internazionale e umanitario, nelle quali è molto chiara la distinzione tra combattenti e civili – sottolinea Relaño  –

le parti in conflitto agiscono nel totale spregio delle regole. I bambini vengono attaccati in modo orribile”.

Unicef

L’infanzia sta pagando un prezzo altissimo in questa guerra atroce: secondo i dati dell’Unicef, oltre ai bambini uccisi, 3.652 hanno subito amputazioni, 2.635 bambini soldato (tutti maschi) combattono in entrambi gli schieramenti. Tra i circa 2 milioni di sfollati interni oltre 1 milione sono bambini. 4,1 milioni non possono andare a scuola, 1,8 milioni sono gravemente malnutriti. Tra i 16 milioni di yemeniti che non hanno accesso ad acqua e servizi sanitari almeno 8,6 milioni sono bambini, tra cui 1,8 milioni rischiano patologie gastrointestinali; e da queste parti e in queste condizioni terribili, si sa, con una diarrea si muore. Le aride cifre non rendono però la gravita di quanto sta accadendo nell’indifferenza del mondo. Solo i testimoni sul campo hanno la misura reale del dramma in corso:  “E’ una situazione terribile. Ho visto troppe cose brutte con i miei occhi”, racconta la funzionaria Unicef.

“Ho visto bambini moribondi arrivare in ospedale e non poter ricevere le cure. Ho visto bambini andare al fronte e bambine a cui non è permesso andare a scuola perché costrette a sposarsi. Vediamo morire bambini ogni giorno”.

Il 6 settembre inizieranno a Ginevra i colloqui di pace sul conflitto in Yemen. L’Unicef  chiede a tutte le parti di “porre fine alle ostilità prima di questa data – afferma Relaño – soprattutto per fermare gli attacchi orribili contro i bambini, i civili, gli ospedali, le scuole, le infrastrutture idriche da cui dipende la sopravvivenza della popolazione”. La funzionaria non si da pace perché “la più grande crisi umanitaria di questi giorni”

è una guerra dimenticata dai media e dall’opinione pubblica, con enormi responsabilità “di entrambe le parti in conflitto e della comunità internazionale,

perché non fa pressione per trovare una soluzione pacifica”. L’Unicef intanto non può che continuare a portare avanti i suoi imponenti programmi di aiuto per l’emergenza: centinaia di migliaia di bambini ricevono ogni giorno cure mediche, alimenti altamente nutritivi, supporto psicologico, attività educative, acqua potabile e servizi igienici.

 

 

 

 

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Le famiglie si ritrovano a Dublino. Card. Farrell: “Gli schemi pastorali del passato non funzionano più”

Agenzia SIR - Mon, 13/08/2018 - 10:26

“La famiglia va raccontata dalle famiglie stesse: chi potrebbe essere testimone migliore di coloro che sperimentano quotidianamente questa grande bellezza?”. Non ha dubbi in proposito Kevin Farrell, prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, pregustando l’ormai imminente IX Incontro mondiale delle famiglie (www.worldmeeting.ie) sul tema “Il Vangelo della famiglia: gioia per il mondo”, in scena dal 21 al 26 agosto a Dublino. Il countdown è terminato, tutto è pronto e le cifre abbozzate sono sempre più precise:

famiglie provenienti da 116 Paesi del mondo, 6mila ragazzi under 18 (il numero più alto nella storia degli Incontri mondiali delle famiglie finora) e 7mila volontari.

Ancora, 85mila biglietti prenotati per il Festival con Papa Francesco al Croke Park Stadium: 500mila le prenotazioni per la messa finale al Phoenix Park celebrata da lui.
E non finisce qui. 37mila iscrizioni ai tre giorni di congresso (22, 23 e 24 agosto) per un totale di 65 workshops, dove parleranno 200 relatori, di cui la maggior parte donne laiche, ma anche tante coppie. Al congresso parteciperanno inoltre 100 delegazioni, di cui una cinquantina provenienti dalle periferie del mondo, grazie al sostegno del Dicastero in collaborazione con l’arcidiocesi di Dublino e le altre diocesi irlandesi.

Quali attese per l’Incontro?
Le attese sono tante, ma l’obiettivo di fondo è principalmente lo sviluppo della pastorale famigliare ampiamente disegnata dall’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Viviamo in un contesto di individualismo esasperato, che rischia di offuscare la bellezza del matrimonio e la famiglia; gli schemi e i metodi pastorali del passato sembrano non essere più funzionali dinanzi ai profondi mutamenti sociali; in questa situazione radicalmente nuova e spesso destabilizzante sentiamo però il dovere di preparare e accompagnare le coppie al matrimonio in modo più impegnativo e costante, come un vero e proprio “catecumenato”, secondo la felice espressione di Papa Francesco. Non si tratta semplicemente di organizzare corsi prematrimoniali:

la questione è ben più profonda e riguarda l’accompagnamento, anche durante i primi anni di matrimonio, degli uomini e delle donne che decidono di fare parte del progetto di Dio.

In passato a questo compito delicato e splendido si dedicavano le famiglie, i nuclei allargati che costituivano quella rete di sostegno oggi scomparsa a causa dello sfilacciamento delle relazioni o anche più semplicemente a causa delle difficoltà oggettive di affiancare, ad esempio, i figli che per esigenze di lavoro sono costretti a vivere lontano dal luogo di origine.

Il contesto irlandese è particolare, la storia ha lasciato in eredità al Paese parecchie cicatrici e il “clima” è a volte un po’ tempestoso, basti pensare al recente referendum sull’aborto. Quale valore assume l’Incontro in questo specifico scenario?
È sempre un momento particolarmente significativo per ricordare e rafforzare la vita e la missione della famiglia. Il clima davvero complesso che lei cita è innegabile, ma contiene in sé il germe della rinascita. È insita nella vita delle famiglie la forza per annunciare la gioia al mondo, sentirete spesso ripetere in questi giorni, e non ci stancheremo mai di annunciarlo, che la famiglia è sempre una risorsa, sostegno insostituibile – con il suo lessico speciale basato sulla grammatica dell’amore – per il bene comune e la vita della Chiesa. L’incontro di Dublino è il grande appuntamento delle famiglie cattoliche che si ritrovano a manifestare la propria fede e testimoniare al mondo – a tutte le famiglie e a tutte le persone di buona volontà – la gioia del vangelo vissuto, pur nella semplicità e limitatezza della propria condizione.

L’Incontro mondiale delle famiglie non ha nessuna intenzione di modificare la dottrina cattolica sul matrimonio,

anzi di mostrarne la fecondità e bellezza, soprattutto con il segno della gioia. È questo il senso del titolo: “Il Vangelo della famiglia: gioia per il mondo”.

Il Congresso è ricco e ben articolato, con esperti e testimonianze provenienti da tutto il mondo declinate in un ventaglio di temi che vanno dalla pastorale di Amoris Laetitia all’immigrazione, passando per la cura del creato: la famiglia è protagonista assoluta in ogni sua sfaccettatura. Facciamo una panoramica?
Attraverso un itinerario ragionato e consequenziale, il congresso tratta tutti e nove i capitoli di Amoris Laetitia, offrendo una panoramica dottrinale, pastorale ed esperienziale dell’intera esortazione. Fil rouge della tre giorni è la formazione al matrimonio (remota, prossima e seguente), importante non solo per prevenire conflitti e problematiche, ma anche perché la stessa vocazione al sacramento del matrimonio ha bisogno di essere preparata, accompagnata, seguita e curata nel tempo. Il Congresso e l’Incontro di Dublino, che avrà il suo apice con la presenza di Papa Francesco, in modo visibile e altamente rappresentativo di tutta la Chiesa cattolica vuole essere il frutto maturo dei due Sinodi sulla famiglia e del magistero pastorale del Papa offerto in Amoris laetitia e nei molti interventi successivi, come pure nell’opera di riforma della Curia che ha riguardato il nostro Dicastero competente tra l’altro proprio “per la cura pastorale dei giovani, della famiglia e della sua missione” (art 1 dello Statuto).

L’ultimo Pontefice a visitare l’Irlanda è stato, nel 1979, San Giovanni Paolo II. Quando Francesco ha annunciato la sua decisione di partecipare all’Incontro, i fedeli irlandesi hanno reagito con grande entusiasmo, tanto che i biglietti per la Messa e il Festival delle Famiglie sono andati sold out dopo pochissimo. Tra musica, testimonianze e momenti di autentica condivisione, sul palco le famiglie davvero incarneranno la “gioia per il mondo” di cui si parla nel tema scelto dal Papa per questo IX Incontro…
Il popolo irlandese affonda le sue radici nella fede cristiana con una profondità non comune.

Il Paese ha risposto con grande generosità ed entusiasmo alla preparazione dell’evento e soprattutto alla notizia della visita del Papa.

Auspichiamo che grazie all’Incontro le famiglie possano acquisire una consapevolezza più intensa della propria vocazione, ossia testimoniare la gioia per il mondo malgrado tutte le difficoltà di cui inevitabilmente è costellato il cammino. Siamo convinti che guardarsi allo specchio e condividere con altre famiglie questa vocazione alla gioia regalerà a tutti uno stile di vita più familiare, in linea con l’essenza più autentica del cristianesimo.

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I maestri della preghiera: la fede dei giovani disabili è questione di tenerezza e sensibilità

Agenzia SIR - Mon, 13/08/2018 - 09:51

Dopo l’incontro dei giovani italiani con Papa Francesco è in vista del Sinodo dei Vescovi di ottobre, proponiamo una serie di appuntamenti quotidiani con le storie di giovani disabili che testimoniano la loro fede.

 

Chi partecipa alla messa dell’associazione Maria Madre Nostra si accorge subito della differenza. Non c’è messa che non sia toccata dalla fantasia, dal buonumore, dalla dolcezza di chi partecipa. Una partecipazione che si esprime nel canto, particolarmente apprezzato da tutti i disabili del Centro, ma soprattutto per le preghiere dei fedeli formulate da loro.

È il segno di una partecipazione davvero “attiva”, in cui la liturgia è davvero il momento della sintesi, in cui ogni cosa è presentata a Dio e ricapitolata nel Signore: le attese, le speranze, le gioie e le tristezze dei ragazzi trovano le parole o i gesti giusti, pur nella riduzione del vocabolario e senza l’ornato dell’eloquio, per scaturire dal cuore e puntare dritto a quello dei presenti. Alcuni di loro ormai da tanti anni esprimono questo ministero all’interno di ogni messa. Elena, suona anche l’organo. Lo zio sacerdote l’ha educata alla passione per la musica sacra e l’organo. Ma Elena anche prega con particolare intensità. È infatti abile a ricucire il suo vissuto con le parole dell’omelia o del Vangelo.

Elena ti sorprende, perché riesce a cogliere quello che talvolta sembra scontato e non lo è affatto, quello che hai ascoltato distrattamente, ma non hai capito né accolto.

Elena è una veterana delle Gmg. La prima l’ha vissuta a Denver, ancora piccolissima, nel 1993. Poi Parigi nel 1997 e tutte le altre edizioni in giro per il mondo. Elena ha sempre vissuto con attenzione gli incontri con il Papa, coltivando una particolare sensibilità. Di ritorno da Rio de Janeiro scriveva: “Anche le preghiere nascono davvero nei nostri cuori. È stato per me veramente bello quando facevamo i salmi sulla spiaggia di Copacabana. È stato veramente toccante, è stato davvero stupendo”. Tra i tanti momenti vissuti a Rio de Janeiro, nel 2013 il vespro sulla spiaggia le era rimasto particolarmente impresso. Così della Gmg di Cracovia Elena appunta: “Mi ricordo come il momento più bello l’adorazione, la preghiera e i momenti di riflessione, come diceva Papa Francesco, e nel condividere assieme e nel dare anche agli altri”.

Accanto a Elena, Beatrice – anche lei con sindrome di Down – ha sempre una preghiera per le volontarie, amiche che presenta al Signore con gioia e senza retorica.

C’è poi Lucia, che frequenta il centro soltanto d’estate, quando vive l’esperienza del soggiorno estivo a Marina di Massa. Lucia è una disabile fisica e ipovedente per un trauma capitato alla mamma durante la gravidanza.

Se la vista degli occhi non è così acuta, quella del cuore è senza pari.

Lucia ha una dolcezza connaturale, che esprime nei gesti lenti e pensati, come nelle parole scandite piano piano, che ti arrivano addosso come fiocchi di neve. Durante il soggiorno estivo Lucia passa dalla Chiesa per trovare Gesù nel tabernacolo anche fuori dai momenti di preghiera. Si fa portare vicino al tabernacolo, quasi per toccarne la presenza, contempla per quanto può con gli occhi, certamente con il cuore, il grande Gesù risorto della vetrata, che riluce di tanti riflessi colorati.

Durante la messa Lucia prega con la doclezza di chi conosce il linguaggio della tenerezza. La limpidezza del cuore le si legge negli occhi azzurri e nel sorriso che illumina il suo volto. Ha fede Lucia? O si tratta soltanto di un’affettività spontanea e non necessariamente trascendente? Cresce e si approfondisce la fede di Lucia? Non resta una fede bambina? Lucia certamente ama il Signore ed è consapevole dell’amore di Gesù. La fede, può certamente crescere in conoscenza, secondo un approfondimento intellettuale, attraverso l’acquisizione di informazioni e competenze linguistiche. Eppure tale sviluppo acquista valore presso il Signore soltanto nella dinamica della fede. È l’amore di Dio e verso Dio che regge la fede.

Lucia conosce perché ama. Le sue preghiere semplici rivelano una freschezza che non riusciamo a immaginare.

Come Lucia anche Christian è un maestro della preghiera. È un ragazzo  tetraplegico di una ventina di anni che parla molto poco e con difficoltà, ma si lascia intendere con il sorriso e con i suoi gesti. Seduto sulla carrozzina Christian è costretto dalla sua condizione a stare tutto ripiegato su sé stesso, eppure è aperto alla vita e al Signore con una disponibilità che lascia ammirati. Al mare, nella cappellina della Fondazione Maria Assunta in Cielo è sempre presente agli appuntamenti liturgici. Con la sua carrozzina elettrica si porta davanti all’altare per vivere intensamente la messa. Christian non perde neppure le lodi mattutine, alle 7.45. Si è fatto accompagnare ogni giorno dal suo volontario. Una mattina guardandolo congiungeva le mani a indicare il gesto della preghiera: “Preghi con me?”.

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#SiamoQui: i giovani chiedono che la Chiesa li ascolti

Agenzia SIR - Mon, 13/08/2018 - 09:28

Lo confesso: mi sono commosso. Sabato sera ero seduto accanto al Papa, durante la veglia. Ne ero spaventato e impaurito, fino a quando non è arrivato e ha messo tutti a suo agio. Ma la commozione è venuta dopo: quando il coro ha intonato “Proteggi tu”, l’inno scritto in occasione di questa esperienza. Sul monitor, intanto, scorrevano le immagini dei cammini. Lì è stato difficile trattenere le lacrime. Perché l’Italia non si governa: lo dicono tutti in molti modi. E che attorno a questa richiesta un po’ folle si raccogliessero così tante realtà e territori, era difficile da credere. Pur non avendo mai smesso di farlo, c’è stato un momento in cui ho pensato che tutto potesse squagliarsi come un ghiacciolo nel pomeriggio del Circo Massimo di ieri.
È stato faticoso rimanere seduto in “cabina di regia”: vedendo le immagini durante la settimana dei cammini, mi saliva la voglia di essere da un’altra parte. Avrei voluto essere sulle strade dei pellegrini e vivere con loro l’esperienza.

Nel frattempo, cresceva l’impressione che stava per succedere qualcosa di importante: un po’ come si vede crescere un’onda da lontano durante un giorno di mare grosso.

La previsione era facile: senza sapere esattamente cosa sarebbe successo, mi dicevo che il clima sarebbe stato particolare, diverso. Sentivo che tutti questi giovani pellegrini avrebbero portato e regalato a Roma qualcosa di speciale. È facile veder camminare giovani delle regioni più fresche e di montagna; non è un’idea così nuova quella di farli camminare. Ma che questo accadesse – davvero! – da nord a sud; che questo muovesse i passi di regioni finora ritenute impossibili e inadatte a un pellegrinaggio: questa è davvero una novità che ha scaldato il cuore di pellegrini di esperienza e di moltissimi giovani che affrontavano la strada per la prima volta.

È successo qualcosa di nuovo e di straordinario: sono nate relazioni e legami, le pastorali diocesane hanno dovuto fare la fatica di pensarsi e di organizzare, muovendo energie che solo gli incontri tra le persone sanno far nascere. È molto diverso dal decidere di partecipare a un grande evento dove tutto è già organizzato.

Per questo la serata di sabato è stata davvero magica. Non ho ancora avuto il tempo di rivedere le immagini, ma credo di aver percepito una certa emozione anche nel Papa quando il suo sguardo si è perso nel fondo di quel catino dove luccicavano le luci di chi era rimasto più indietro. A lui, Papa Francesco, dobbiamo un ringraziamento davvero grande: nella fatica e nel caldo di un pomeriggio del genere, è arrivato senza fretta, ha ascoltato con pazienza e attenzione, ha modificato i suoi pensieri non in base alle parole che aveva ascoltato, ma per il modo con cui erano state pronunciate le domande dei giovani. Segno di una grandissima disponibilità all’ascolto che è proprio ciò che i giovani chiedono alla Chiesa di oggi.
E vorrei dire, per concludere, che sentivamo il bisogno di un momento di Chiesa così, dove tutti si sono sentiti a casa perché

camminando insieme è possibile non lasciare indietro nessuno.

Non sarà facile tornare a casa, ma sarà bello sapere che la Chiesa non smette di accoglierci per farci sentire attesi dal Signore Gesù.

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#SiamoQui: i giovani italiani con Papa Francesco. Il bilancio degli incaricati regionali dopo l’evento di Roma

Agenzia SIR - Sun, 12/08/2018 - 20:58

Al ritorno dalla due giorni di Roma, nello zaino dei ragazzi e degli adulti che li hanno accompagnati sono finiti emozioni nuove, immagini che andranno a far parte dell’album dei ricordi, tanta gioia, ma anche parole forti che sono arrivate dritte al cuore. Papa Francesco infatti è stato schietto, non ha usato mezzi termini e non si è sottratto alle domande, impegnative e senza retorica, che i giovani gli hanno presentato. Dal dialogo al Circo Massimo e dal saluto rivolto in piazza san Pietro prima della preghiera dell’Angelus, sono emersi spunti e riflessioni che tracciano una strada. In attesa del Sinodo di ottobre. “Papa Francesco ci ha dato i compiti per casa”, sorride don Paolo Sabatini, incaricato della pastorale giovanile delle Marche, per il quale “ora dobbiamo raccogliere tutte le indicazioni che ci sono state consegnate in questi giorni, che sono stati l’aperitivo del Sinodo, per poter iniziare a lavorare”. Del resto, gli fa eco don Nicola Ban, del Triveneto, sono emerse alcune questioni che “mettono in collegamento i due Sinodi sulla famiglia che sono stati già celebrati e quello del prossimo ottobre sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Se i Sinodi precedenti avevano evidenziato “la difficoltà dei giovani a fare delle scelte definitive e a costruire una famiglia”, adesso

bisogna “parlare ai giovani di famiglia e di professione come luoghi di espressione del sé, di manifestazione della vita e nei quali si può collaborare alla costruzione del Regno”.

Messaggio forte e chiaro, per i giovani, ma anche per gli adulti e il mondo ecclesiale. È arrivato cioè il momento, per tutti, di “uscire dal pessimismo e guardare verso l’alto”, aggiunge don Enrico Perlato, della Sardegna. I giovani, che secondo don Carmine Lamonea, della Basilicata, rappresentano “quella Chiesa in uscita di cui parla papa Francesco”, hanno “bisogno di rischiare, sapendo però di non essere soli, di avere qualcuno vicino, pronto eventualmente a rimettere a posto i pezzettini, senza giudicare”, osserva don Renato Barbieri, della Toscana. Nel suo discorso, infatti, Bergoglio ha chiamato in causa anche gli adulti e il mondo ecclesiale, stigmatizzando il clericalismo. “Ci ha detto che la Chiesa senza testimonianza è solo fumo: questa espressione così forte – rileva don Ivan Rauti, della Calabria – ci richiama all’essenzialità del Vangelo, al fatto che più che le parole contano l’impegno nella vita quotidiana e l’appartenenza a Cristo”. I ragazzi, continua don Alberto Gastaldi, della Liguria, “chiedono che siamo fedeli alle parole che pronunciamo e segni profetici, cioè di far vedere che il Vangelo può essere attuabile ancora oggi e rende felici”.

#SiamoQui, la voglia di vivere da protagonisti. Per don Davide Abascià, della Puglia, “i pellegrini, arrivati per mille strade, ognuno con la propria storia, con la propria vocazione, da territori e culture diverse, erano lì per dire il loro ‘eccomi’, il loro ‘ci siamo’”. Hanno “apprezzato molto il fatto che Francesco sia stato vicino al loro mondo e al loro linguaggio, li abbia spronati a tirare fuori il meglio di loro stessi, in modo determinato e con una proposta chiara”, afferma don Nicola Florio, incaricato regionale dell’Abruzzo e del Molise. “Le sue – rimarca don Gaetano Gulotta, della Sicilia – sono parole che stimolano a mettersi in discussione, per riprendere il cammino con forza e nuovo vigore”. I messaggi che il papa ha lanciato durante la Veglia rappresentano per i giovani

“uno scossone fortissimo ad entrare nella verità e a non lasciarsi sfuggire la giovinezza quasi fosse sabbia tra le mani”,

dice don Luca Ramello, responsabile della pastorale giovanile del Piemonte e della Valle d’Aosta, sottolineando che l’invito è “a vivere in profondità, da protagonisti”  e che “questo è possibile solo se la vita la si vive con Cristo, che è la condizione e non un’aggiunta”.

Insieme, ancora in cammino per costruire il domani. Il pontefice “ha incoraggiato i ragazzi ad avere prospettive, a non fermarsi, a trovare energie nella speranza, che è l’elemento che muove”, ricorda don Marcello Palazzi, dell’Emilia Romagna. Nel “botta e risposta” che ha caratterizzato l’incontro al Circo Massimo, Francesco ha fatto riferimento “con grande realismo cristiano” al sogno e alla paura, “due categorie – spiega don Samuele Marelli, della Lombardia – ben presenti nei giovani che per eccellenza hanno sete di futuro e per i quali il sogno è la modalità per poter incanalare questo desiderio, ma che spesso hanno anche tanta paura, che qualcuno definisce il nuovo demone della società odierna”. Quelli di cui parla il papa, precisa don Antonio Scigliuzzo, del Lazio, “sono sogni veri, che sono alla portata perché sono dentro ognuno e ognuno sa fin dove può spingersi per realizzarli”. Spesso, però, ammette don Francesco Riccio, della Campania, “sono sogni incomprensibili per noi adulti, scomodi, perché ci mettono in discussione, sconvolgono i nostri piani certi”. Di qui l’invito “ad andare avanti, avere coraggio, correre, ma anche avere la capacità e la pazienza di aspettarci”. Solo così infatti, conclude don Riccio, “potremo aiutare i giovani a realizzare quei sogni che non si comprano, non si fanno con le pasticche, ma devono costruire il domani”.

 

 

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Papa ai giovani italiani: “Non abbiamo paura”, la vita è “una corsa buona”

Agenzia SIR - Sat, 11/08/2018 - 21:34

Correre forte, in avanti, senza paura. Più veloci degli adulti, superando il loro passo timoroso. Correre perché il cuore batte all’impazzata, non perché non si ha mai tempo per le troppe cose da fare. Correre verso le periferie, per costruire un’umanità fraterna, perché il mondo ha bisogno di fratellanza. Dal tramonto romano all’alba di “quella mattina inimmaginabile che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità”: è l’itinerario, esigente, proposto da Papa Francesco ai 50mila giovani che da 195 diocesi italiane hanno camminato insieme in pellegrinaggio per convergere sulla Capitale da mille strade, come recita il motto dell’iniziativa organizzata dal Servizio nazionale della Cei per la pastorale giovanile. La figura scelta, nel saluto finale al Circo Massimo, come faro per le scelte dei giovani – aspettando il Sinodo che ad ottobre sarà a loro dedicato – è quella di Giovanni: il discepolo che arriva primo al sepolcro vuoto di Gesù “certamente perché è più giovane, ma anche perché non ha smesso di sperare”. Insieme a lui, dialogando a braccio in risposta alle domande dei giovani, il Papa ha citato come esempio il Santo di cui ha scelto di portare il nome: Francesco d’Assisi, un giovane che, sognando in grande, ha cambiato la storia dell’Italia. Il clericalismo “è una perversione”, e la Chiesa “senza testimonianza è soltanto fumo”, l’altro monito nel “botta e risposta” con i giovani. “Non abbiamo paura!”: l’invito prima del congedo riecheggia le parole di Giovanni Paolo II ma con un “noi” ancora più inclusivo. “A tutti voi auguro la buonanotte, e domani arrivederci in piazza San  Pietro”, ha detto ancora a braccio il Papa prima di lasciare il Circo Massimo, dando lui stesso ai giovani l’appuntamento per domani mattina in piazza San Pietro, preceduto dalla Messa con il card. Bassetti. Prima, però, c’è la Notte bianca da vivere in una ventina di chiese, con momenti di arte, cultura e spiritualità.

“Grazie per questo incontro di preghiera, in vista del prossimo Sinodo dei Vescovi”.

Comincia con queste parole il saluto del Papa, dopo il bagno di folla delle decine di migliaia di giovani che hanno passato due ore intense dialogando con lui. “Avete attraversato i luoghi dove la gente vive e lavora”, il riferimento ai pellegrinaggi delle 195 diocesi che si sono date appuntamento a Roma per la “due giorni” col successore di Pietro: “Spero che abbiate respirato a fondo le gioie e le difficoltà, la vita e la fede del popolo italiano”. Poi il brano del Vangelo di Giovanni che racconta la corsa di Maria Maddalena, Pietro e Giovanni al sepolcro vuoto di Gesù, in “quella mattina inimmaginabile che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità”. Tutti corrono, tutti sentono l’urgenza di muoversi. “Abbiamo tanti motivi per correre: spesso solo perché ci sono tante cose da fare e il tempo non basta mai”, dice il Papa: “A volte ci affrettiamo perché ci attira qualcosa di nuovo, di bello, di interessante. A volte, al contrario, si corre per scappare da una minaccia, da un pericolo… I discepoli di Gesù corrono perché hanno ricevuto la notizia che il corpo di Gesù è sparito dalla tomba”. Da quella mattina, la storia non è più la stessa: “Da quell’alba del primo giorno dopo il sabato, ogni luogo in cui la vita è oppressa, ogni spazio in cui dominano violenza, guerra, miseria, là dove l’uomo è umiliato e calpestato, in quel luogo può ancora riaccendersi una speranza di vita”.

“Non accontentatevi del passo prudente di chi si accoda in fondo alla fila”,

l’imperativo per il popolo giovane, a cui il Papa chiede “il coraggio di rischiare un salto in avanti, un balzo audace e temerario per sognare e realizzare come Gesù il Regno di Dio, e impegnarvi per un’umanità più fraterna”, perché abbiamo bisogno di fratellanza. “Sarò felice di vedervi correre più forte di chi nella Chiesa è un po’ lento e timoroso”, confessa Francesco: “La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci, come Giovanni aspettò Pietro davanti al sepolcro vuoto”. Camminare insieme è accogliere l’altro “senza pregiudizi e chiusure”: “Camminare soli permette di essere svincolati da tutto, ma camminare insieme ci fa diventare un popolo, il popolo di Dio”. Come recita un proverbio africano: “Se vuoi andare veloce, corri da solo. Se vuoi andare lontano, vai insieme a qualcuno”.

“Gesù Cristo non è un eroe immune dalla morte, ma colui che la trasforma con il dono della sua vita”. Nel Vangelo di Giovanni, “c’è l’umanità ferita che viene risanata dall’incontro con il Maestro; c’è l’uomo caduto che trova una mano tesa alla quale aggrapparsi; c’è lo smarrimento degli sconfitti che scoprono una speranza di riscatto”. “Non è la rappresentazione della sublime perfezione divina, quella che traspare dai segni di Gesù, ma il racconto della fragilità umana che incontra la grazia che risolleva”, il commento di Francesco.

“Non abbiamo paura!”,

l’esortazione finale. “Non stiamo alla larga dai luoghi di sofferenza, di sconfitta, di morte”, il monito: “Quanti sepolcri oggi attendono la nostra visita!”. “Il signore mi ama! Sono amato, sono amata!”, la frase che il Papa ha esortato i giovani a ripetersi tornando a casa: “Allora la vita diventa una corsa buona, senza ansia, senza paura. Una corsa verso Gesù e verso i fratelli, col cuore pieno di amore, di fede e di gioia”.

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Papa Francesco con i giovani al Circo Massimo. Bassetti: “Giovani come aquile, capaci di volare in alto, e non come polli da tenere chiusi in cortile”

Agenzia SIR - Sat, 11/08/2018 - 21:05

“Giovani come aquile, capaci di volare in alto e non come polli da tenere chiusi in cortile”. Il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, card. Gualtiero Bassetti, guarda la distesa dei giovani, oltre 50mila, che hanno riempito il Circo Massimo di Roma, stringendosi intorno a Papa Francesco. Il cardinale sa che hanno macinato chilometri su chilometri, partendo dalle loro diocesi, per arrivare a Roma, alla sede di Pietro, che li attendeva. Sa che hanno fatto, insieme ai loro vescovi e sacerdoti, l’esperienza del cammino su sentieri assolati, hanno pellegrinato in santuari e tesori di fede cari alla tradizione religiosa delle loro terre, hanno visitato luoghi della sofferenza come carceri e ospedali, portando nei loro zaini l’essenziale, per viaggiare più leggeri ma non privi del necessario. “È commovente vederli tutti qui”, racconta al Sir il cardinale non dimenticando di ringraziare il Servizio nazionale per la pastorale giovanile che ha curato l’organizzazione di questo evento che aveva un titolo nemmeno troppo simbolico “Siamo qui”. E i giovani lo hanno gridato con forza e gioia invadendo pacificamente sin dal primo mattino le vie di Roma, ancora assopita per il grande caldo, riempiendole di bandiere, maglie colorate, svegliando la Capitale con canti e suoni. Un lungo serpentone colorato che ha riempito la storica arena romana, circondata da antiche rovine. “Siamo qui” lo hanno ripetuto anche a Papa Francesco accolto come un padre e una guida. “Ogni cammino ha bisogno del suo bastone – ha detto nel suo saluto uno dei tanti giovani che si sono alternati nel dialogo con il Pontefice – per questo le doniamo un bastone pastorale di legno scolpito”. Perché il cammino si fa insieme, come ha ricordato Nicoletta Tinti, ex atleta olimpica di ginnastica e ora in carrozzina, che ha danzato con la sua amica Silvia Bertoluzza. “Io le ho prestato il busto – ha detto Nicoletta al termine della sua testimonianza danzante – e lei mi ha prestato le gambe. Se si vuole andare veloce si può andare da soli, ma se si vuole andare lontano serve camminare insieme”.

Giovani e chiesa insieme per andare più lontano. Il card. Bassetti lo ribadisce usando una metafora calcistica: “La Chiesa non può stare in panchina con i giovani. Deve essere al loro fianco per indicare la direzione. Deve accompagnarli a guardare verso l’alto, come solo le aquile sanno fare. La Chiesa deve aiutarli perché guardino in alto. Non possiamo venire meno a questa missione, non possiamo limitarci ai soli bisogni materiali dei giovani che pure sono da tenere presenti. I giovani hanno sete di alto”. Lo sguardo del cardinale torna sui volti di tanti ragazzi e ragazze appoggiati alle transenne, che cercano i loro vescovi poco distanti. Li chiamano, cercano di salutarli, dopo aver camminato con loro per giorni: “Siamo qui”. Il presidente della Cei non va per il sottile:

“I giovani sono da accompagnare e non da comandare o da guidare. Non sono polli da tenere chiusi in un cortile. Dobbiamo aiutarli – ripete – ad avere occhi di aquila”.

Un impegno gravoso in un tempo in cui non mancano le critiche alla Chiesa, anche dagli stessi giovani. Una, severa, arriva dal grande palco del Circo Massimo, da un giovane infermiere che ha parlato di una Chiesa chiusa nel recinto delle proprie pratiche. Sono lontani i tempi dei “raduni oceanici”, ammette il card. Bassetti: “Se avessimo fatto quest’incontro 20 anni fa ci sarebbero stati 150mila giovani, perché in ogni famiglia c’erano almeno due o tre giovani. Oggi ce n’è al massimo uno. Nonostante ciò, continuano a venire”. Non c’è crollo demografico che tenga, “i giovani hanno sete di Alto” e chiedono alla Chiesa di indicare loro la “Fonte”. “Questa è la primavera della Chiesa italiana, questi sono i nostri giovani – conclude il cardinale -. Come Chiesa siamo impegnati ad accompagnarli, a stare assieme a loro ed è anche con questo spirito che abbiamo vissuto questo incontro quale passo verso il Sinodo di ottobre. Vogliamo accompagnarli perché abbiamo bisogno della loro freschezza”. Al Circo Massimo la festa continua. La freschezza dei 50mila è pronta a travasarsi nella Notte Bianca dentro le chiese di Roma.

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I giovani a confronto su perdono e giustizia con gli ex brigatisti nella notte bianca nelle chiese di Roma

Agenzia SIR - Sat, 11/08/2018 - 15:30

Non solo cultura, arte e spettacolo come in una delle tante “notti bianche” che da 15 anni, dopo quella che proprio nella Capitale fece da apripista, animano d’estate i centri cittadini da Nord a Sud Italia.

La “notte bianca nelle chiese di Roma” che vivranno i giovani italiani nel trasferimento dal Circo Massimo a Piazza San Pietro sarà soprattutto caratterizzata da appuntamenti di spiritualità, riflessione e testimonianze.

Molte, tra associazioni, gruppi e movimenti, le realtà che dalla mezzanotte animeranno veglie e incontri: Azione Cattolica e Forum degli oratori (Santa Maria in Vallicella), Giovani e Riconciliazione (San Gregorio al Celio e Sant’Andrea della Valle, dove ci sarà anche la possibilità di incontrare le suore di Madre Teresa di Calcutta), Comunità di Sant’Egidio (San Bartolomeo all’Isola), Rover dell’Agesci (Santa Maria in Trastevere), Rinnovamento nello Spirito (Santa Maria in Campitelli), Gioventù ardente mariana (San Pantaleo), Sermig (San Giovanni dei Fiorentini), giovani marchigiani (San Salvatore in Lauro), Fuci (Gesù e Maria). Due i percorsi storico-artistici tra arte e spiritualità: quello nelle chiese paleocristine di Santa Pudenziana e Santa Prassede e quello attraverso le opere di Caravaggio custodite a Santa Maria del Popolo, Sant’Agostino e San Luigi dei Francesi. Due saranno anche le figure di testimoni proposte ai giovani attraverso lo spettacolo: quello su “Don Tonino Bello, sentiero di pace” con la sand artist Stefania Bruno a Santa Prisca e quello sulla testimonianza di Annalena Tonelli organizzato dalla diocesi di Forlì a Santa Maria in Via. A San Crisogono, invece, l’Agesci proporrà l’animazione di strada. Nella notte in cui verrà offerta ai giovani anche l’opportunità di accostarsi al sacramento della Riconciliazione, assume particolare significato l’incontro-testimonianza che prenderà il via alle 00.30 nella chiesa del Gesù. Parleranno di relazione, perdono e giustizia riparativa alcuni familiari delle vittime del terrorismo ed ex brigatisti che, insieme, da anni partecipano al gruppo coordinato dal gesuita padre Guido Bertagna. Lo abbiamo incontrato.

Padre Bertagna, com’è nata questa esperienza che comunicherete ai giovani?
Il gruppo nasce alla fine del 2008 e procede, sia pure diversamente, anche oggi. A dargli vita è stato un lungo tempo di ascolto delle persone, delle storie. Ci sono stati 8-9 anni precedenti nei quali, piano piano, si è costruita una rete di persone incontrate e conosciute. Dalle quali abbiamo ascoltato delle storie che si sono imposte.

Cosa vi ha colpito dei vari racconti?
Abbiamo notato come ci fosse un’analoga e quasi sovrapponibile richiesta da parte di chi veniva dalla storia dei gruppi armati e di chi viveva quella di vittimizzazione e sofferenza.

C’era il desiderio che questa sofferenza e la fatica connessa a queste storie non fossero perdute o non rimanessero una faccenda chiusa in un privato sostanzialmente incomunicabile. Le parole che ci venivano dette erano sorprendentemente simili.

Agnese Moro, figlia secondogenita di Aldo Moro, con l’ex brigatista Franco Bonisoli

Da qui l’idea di uno spazio per una memoria condivisa…
Abbiamo pensato di proporre di mettersi insieme per rivisitare insieme le storie vissute. Dell’insieme delle persone incontrate, una sessantina, poco più della metà ha fatto parte del gruppo, con un nucleo più coinvolto e presente.

Questa esperienza che si inserisce nel solco della giustizia riparativa quali frutti ha portato?
Ci sono frutti nella vita personale di alcuni che hanno avuto modo di rimettere in moto la memoria e di voltare pagina con quel modo di ricordare che si fonda, più o meno consapevolmente, sul congelamento della memoria ai fatti e al vissuto del tempo, in cui quei fatti sono avvenuti.
È stato possibile rivisitare le proprie storie muovendo la memoria da quella specie di irrigidimento, per certi versi delicato e per questo ingannevole, che ti fa dire che la qualità dell’affetto e della memoria che ti lega alla persona che hai perso si deve esprimere nell’intensità di quei sentimenti del primo momento della perdita.

C’è chi per anni ha pensato che il modo migliore per ricordare il familiare perso fosse coltivare la rabbia e, poi, grazie al gruppo, si è reso conto che non è così.

Un altro frutto è stato poi un po’ un “salto di qualità” nel tentativo di comunicare al Paese la possibilità di poter riflettere e rimettere in moto le storie, di poterle confrontare facendo spazio alle altre storie.

Padre Guido Bertagna in un incontro al Sermig di Torino con l’ex brigatista Andrea Coi e Giorgio Bazzega, figlio del maresciallo di pubblica sicurezza Sergio Bazzega, assassinato dalle Brigate Rosse

Cosa pensa sia possibile trasferire della vostra esperienza ai giovani, considerato anche che praticamente nessuno di loro era nato quando sono accaduti i fatti che hanno “toccato” le persone coinvolte nel gruppo?
L’esperienza di queste persone che hanno vissuto questo difficile e ricchissimo incontro va a toccare gli “universali”, gli aspetti più intimi e decisivi dell’umanità. A questo livello ci si può trovare, come ci è capitato, in sintonia con i familiari delle vittime della guerra civile in Salvador o con le famiglie del Parents Circle di palestinesi e israeliani a Gerusalemme. Storie e tempi sono incommensurabilmente diversi. Ma è a questo livello che

un giovane, che vive per esempio dei conflitti più intimi o esistenziali della propria storia personale, può trovare nell’esperienza di queste persone un’elaborazione del conflitto, spesso difficile da comunicare ma soprattutto da sostenere, elaborare, integrare nella vita. Questo può diventare parlante, su elementi di grande comunanza e condivisione umana.

I giovani nella notte avranno la possibilità di accostarsi alla Confessione. Che significato hanno le parole “perdono” e “riconciliazione” nella vostra esperienza?
Alcuni sono arrivati a quel punto. Ma quello che è decisivo – anche nella visione biblica e sacramentale del sacramento della Riconciliazione – è l’essere rimessi nella relazione.

Il fare in modo che quello che c’è stato tra di noi, che ci ha ferito non resti l’ultima parola

ma che la relazione possa veramente ripartire.

Questo non vuol dire “mettiamoci una pietra sopra” ma riconoscere che la nostra vita è passata da errori, fatiche senza minimizzare quanto accaduto o ricorrendo a qualche forma di “buonismo” facilmente conciliante ma che appiattisce le vite di tutti. C’è invece un

guardare con verità quello che è accaduto, sapendo che la relazione che sta alla base del nostro rapporto è più forte di quanto successo e può permetterci di ripartire.

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Cristiani e musulmani insieme: l’esempio del Senegal. Mons. Ndiaye (Dakar): “Accettazione e collaborazione”

Agenzia SIR - Sat, 11/08/2018 - 10:40

Se si pensa al Senegal si è portati a parlare solo di emigrazione, mentre molto meno ci si interessa al fatto che in un territorio dove risiedono oltre 16 milioni di persone (con un tasso di crescita di circa 500mila abitanti ogni anno), convivano pacificamente musulmani, che rappresentano circa il 95% della popolazione, e cristiani che raggiungono circa il 5%.

Anche Papa Giovanni Paolo II, nella sua visita del febbraio 1992, sottolineò il valore di questa convivenza che faceva del Paese un esempio “all’arrivo dei primi Cristiani nella sua terra, il popolo senegalese ha dato al mondo un buon esempio di questa collaborazione” (Dal discorso di Giovanni Paolo II ai capi religiosi musulmani – Camera di Commercio di Dakar (Senegal) – Sabato, 22 febbraio 1992), ricordando come sia fattiva la partecipazione tra guide religiose, nella scuola e anche nella realizzazione di chiese, moschee e cimiteri come quello sull’isola di Fadiouth.

Si deve camminare a lungo su un ponte di legno per raggiungere l’isola, conosciuta per la distesa di conchiglie che lastricano le piccole vie del luogo, ma nota anche per il cimitero cristiano e musulmano. Qui, le tombe degli abitanti di fede cristiana sono poste ad occidente e contraddistinte dalla croce bianca con sopra scritto “Ici repose”, mentre quelle ad oriente, segnate dalla mezzaluna islamica, accolgono le spoglie delle persone di fede musulmana.

La terra unisce i morti sotto e i vivi sopra, infatti sono numerosi gli eventi nei quali si possono vedere musulmani e cristiani condividere momenti di fede, come il pellegrinaggio mariano di Popenguine che si svolge ogni anno il lunedì di pentecoste nella Basilica di Nostra Signora della liberazione e che, per la 130ma edizione del 2018 dal titolo “O Marie, aide-nous à dire Oui au Seigneur” (O Maria, aiutaci a dire di sì al Signore), è caduto proprio il 21 maggio, festa di Maria madre della Chiesa.

“Questa giornata non è solo per i cristiani senegalesi ma per tutto il Paese, perché è un pellegrinaggio nazionale. Ci sono anche delle delegazioni musulmane presenti. È per dire che in Maria le religioni si ritrovano, dato che sia i cristiani che i musulmani venerano Maria. Per noi è una pietra fondamentale per far avanzare il dialogo”, spiega al Sir  monsignor André Gueye, vescovo della diocesi di Thies, che descrive la scelta di Papa Francesco di indire nello stesso giorno del pellegrinaggio mariano senegalese il giorno di venerazione di Maria madre della Chiesa, una conferma della loro devozione e un incoraggiamento della Chiesa universale.

Un affidamento alla Madonna che anche il vescovo di Dakar, mons. Benjamin Ndiaye, ha interpretato in un passaggio del suo intervento nel quale ha esortato a dire “sì alla vita in contrasto con aborti, omicidi di bambini, omicidi rituali e violenza omicida”, invitando nel contempo i politici senegalesi a preoccuparsi di più della difficile situazione della popolazione, impegnandosi per un vero cambiamento di mentalità e comportamento che promuova sicurezza, equilibrio di opportunità e giustizia.

Politici che, seppur musulmani, erano presenti alla cerimonia cristiana, ascoltando le raccomandazioni del vescovo della capitale che al Sir ha spiegato la ricetta della convivenza pacifica tra religioni: senza la pretesa di essere modelli per gli altri, vede come una grazia concessa da Dio al popolo senegalese che si apprezza nelle sue differenze, si ascolta, si rispetta.

“Per questa condizione, il dialogo interreligioso è molto importante ed è una lunga tradizione il modo in cui l’islam e il cristianesimo cooperano in termini di accettazione e collaborazione”, dice mons. Ndiaye, che sottolinea l’importanza dell’appello di Papa Francesco ad andare nelle periferie per incontrare le persone, ascoltarle, pregare con loro e vedere anche come poterle aiutare a migliorare le loro condizioni di vita. Parallelamente, il vescovo di Dakar denuncia il limite dei mezzi economici che impediscono di realizzare nuove chiese, fondare delle parrocchie per essere più vicini alle persone sul territorio: “da questo punto di vista siamo ancora una Chiesa molto povera che spesso non ha i mezzi per le proprie ambizioni”.

Una convivenza che non lascia indifferente mons. Gueye, vescovo di Thies e responsabile della commissione di dialogo interreligioso islamo-cristiano per la conferenza episcopale senegalese, che sottolinea “siamo contenti delle belle e cordiali relazioni che esistono tra cristiani e musulmani, ma certamente dobbiamo essere vigilanti e continuare gli sforzi comuni per stare su questo cammino”.

Relazioni nella pace, nella fraternità e nel rispetto che mons. Gueye ci tiene a ribadire essere frutto di un impegno specifico, dove sono rilevanti gli appelli costanti dei capi religiosi, cristiani e musulmani, a continuare su questo cammino, aiutati anche dai diversi “matrimoni con disparità di culto” che, seppur con qualche difficoltà, rafforzano il dialogo interreligioso. “Ci sforziamo di conservare il dono di Dio della bella armonia tra cristiani e musulmani – spiega -. È un’eredità preziosa quando vediamo tutto ciò che succede altrove. Noi preghiamo, vegliamo perché il Signore ci faccia sempre avanzare sul cammino della pace, della fraternità, del dialogo e dell’incontro”.

Impegno che il vescovo di Thies riallaccia all’invito di Papa Francesco di uscire ed avere il “cuore aperto verso tutti coloro che Cristo ci fa incontrare, non solo tra di noi”, ricordando l’impegno della Chiesa senegalese dell’annuncio “ad gentes” che porta ogni anno nuovi catecumeni che abbracciano la fede ma che, soprattutto, concentra lo sforzo verso il fenomeno della sofferenza giovanile che porta poi all’emigrazione, “La Chiesa, nonostante i pochi mezzi economici di cui dispone, cerca di educare alla solidarietà, perché possiamo portare la speranza a questi giovani che vanno all’avventura visto che non hanno qui i mezzi per costruire il loro avvenire. Abbiamo la consapevolezza che bisogna costruire il Senegal ma ci apriamo anche alla periferia di cui parla il Papa, invitando tutte le Chiese partner a sostenere questo sforzo perché i nostri giovani possano prendere in carico il loro futuro e restare nel Paese per costruire il Paese”.

Quello dell’emigrazione viene descritto da mons. Benjamin Ndiaye come un fenomeno generale in Africa, ma, sottolinea: “è qui a livello locale che dobbiamo cambiare le condizioni dei nostri paesi. Ci stiamo lavorando, la Chiesa fa della sensibilizzazione. Vogliamo anche scrivere una lettera pastorale sulle emigrazioni, per invitare ad una migliore presa in carico di questi temi che sono importanti per l’avvenire dei nostri giovani”.

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Stanchi ma felici: migliaia di giovani a Roma per incontrare il Papa

Agenzia SIR - Fri, 10/08/2018 - 18:01

Stanchi, qualcuno con le vesciche sui piedi, ma felici. Hanno camminato, sotto il sole, in mezzo a paesaggi mozzafiato e tra le pieghe della quotidianità, e ora “Per mille strade” decine di migliaia di giovani di 195 diocesi italiane stanno arrivando a Roma, dove domani e domenica è in programma l’incontro con Papa Francesco.

Camminare insieme, “attraverso luoghi di spiritualità, sulle orme dei santi, ascoltando messaggi forti, fa bene”, dice convinto don Marcello Palazzi, incaricato della pastorale giovanile dell’Emilia-Romagna. Innanzitutto perché, osserva don Nicola Ban, del Triveneto, “permette di conoscere le persone nella loro verità, accoglierle come sono, avere una meta e canalizzare le energie per raggiungerla, dare un senso ai luoghi e rileggerli, al di là delle informazioni turistiche e storiche, per la nostra vita”. E poi perché “insegna a vivere il senso della comunità”, gli fa eco don Antonio Scigliuzzo, del Lazio. Se c’è un elemento, ad esempio, che ha colpito favorevolmente i giovani è stato “vedere sacerdoti, religiose, frati e vescovi che camminavano con loro, senza confondersi ma vivendo lì il proprio ministero”, afferma don Federico Palmerini, dell’equipe di pastorale giovanile della diocesi dell’Aquila (Abruzzo-Molise), che definisce quella dei pellegrinaggi “una bella esperienza di comunione interdiocesana e tra carismi diversi”.

Un’occasione per sperimentare la comunione e lavorare in sinergia. L’iniziativa “Per mille strade”, lanciata dal Servizio Nazionale per la pastorale giovanile della Cei in vista del Sinodo di ottobre, ha permesso infatti di “gustare la bellezza dell’ecclesialità e della collaborazione tra realtà giovanili diverse e variegate, pur appartenenti alla stessa regione”, rileva don Ivan Rauti, della Calabria. Dimostrando, gli fa eco don Paolo Sabatini, delle Marche, che “è possibile fare insieme”. Del resto, aggiunge l’incaricato marchigiano,

“la scuola di comunione è quella che si sperimenta nel pellegrinaggio: ci si attende, ci si rincorre, ci si cerca, ci si vuole bene”.

Questa esperienza, poi, “va oltre quello che si vede, perché i ragazzi sono consapevoli che ci sono tantissimi altri coetanei che, in altri luoghi, stanno facendo un cammino”, evidenzia don Samuele Marelli, della Lombardia, per il quale i diversi itinerari hanno consentito di “vedere, ascoltare, vivere la fraternità”.

 

La bellezza dei luoghi e dei simboli della fede. Del resto, nei loro tragitti (a piedi, ma anche in bici e in canoa) i giovani hanno avuto modo di toccare con mano “la bellezza di sentieri e località che, pur non lontani da casa nostra, non conoscevamo”, come sottolinea don Alberto Gastaldi, della Liguria, o di luoghi significativi dei propri territori, quali abbazie, santuari, chiese che custodiscono tesori e reliquie. Come la Sindone. “A Cracovia, Papa Francesco ci aveva invitato a lasciare un’impronta. Per questo abbiamo deciso di mettere al centro del pellegrinaggio la Sindone, di contemplare cioè l’amore di Cristo e diventare a nostra volta segno della presenza di Dio”, dice don Luca Ramello, del Piemonte, ricordando che questa sera ci sarà un’ostensione straordinaria a conclusione dei viaggi in terra piemontese.

L’incontro con le persone e la fragilità. I pellegrinaggi, però, sono stati anche occasione di incontro, con le storie e i volti delle persone, specialmente di quelle più deboli e in condizioni di fragilità. Ecco allora, racconta don Renato Barbieri, della Toscana, che i ragazzi si sono sentiti “allievi” e si sono “arricchiti mettendosi a servizio degli altri ed entrando in contatto con la fragilità”, tra i malati al Cottolengo, i poveri nelle mense della Caritas, gli anziani nelle case di riposo, i detenuti del carcere minorile, i migranti accolti da una famiglia, in mezzo ai senza tetto e alle prostitute. “La dimensione del viaggiare ti porta ad incontrare le persone, a guardarti intorno, a riflettere.

Ti lamenti perché per mangiare devi fare la fila, ma poi qualcuno ti fa pensare che altri sarebbero ben contenti di farla quella fila pur di poter avere un po’ di cibo.

E che la fatica che stai facendo a camminare non è nulla rispetto a quella che affrontano i profughi nei loro viaggi”, è l’analisi di don Francesco Riccio, della Campania, che ha accompagnato i giovani nella Terra dei fuochi, nel carcere minorile di Nisida, nel rione Montesanto a Napoli, attraverso le periferie reali ed esistenziali della regione per “provare a riconoscere le opportunità di un territorio conosciuto più per i suoi lati negativi ed essere protagonisti del suo riscatto”. Sono stati all’insegna dell’integrazione e di quella “convivialità delle differenze” di cui parlava don Tonino Bello, il vescovo degli ultimi, impegnato per la pace, i cammini della Puglia: “sarebbe stato un cammino finto – chiarisce don Davide Abascià, incaricato regionale – se non ci fossero stati con noi i migranti, che non sono dei fantasmi, ma persone che vivono nelle nostre città, moltissimi dei quali frequentano le nostre parrocchie”.

 

La dimensione sociale non poteva non riguardare i gruppi della Sicilia che, lungo i percorsi e specialmente in alcune tappe come quella di Corleone e di Palermo, hanno affrontato temi importanti, come la legalità, l’impegno civile e quello a difesa dell’ambiente, sperimentando, assicura il delegato regionale, don Gaetano Gulotta, che le loro città non sono “solo mafia, ma sono luoghi di accoglienza e di generosità”.

Un toccasana per le comunità. Se dunque per i giovani è stato “un bel momento di formazione”, per le comunità locali è stato “un vero toccasana”, afferma don Carmine Lamonea, della Basilicata. “Nel nostro territorio, il Sinodo ha rimesso in moto molte pastorali giovanili. Gli incaricati hanno lavorato molto per motivare i parroci, le realtà locali e i ragazzi e prepararli al meglio”, spiega don Enrico Perlato, della Sardegna, sottolineando che i Cammini e la partecipazione all’incontro di Roma sono frutto di un lavoro quotidiano, durato l’intero anno. Da Nord a Sud, i giovani sono stati accolti a braccia aperte, con grande generosità e calore, da comuni e da parrocchie. In alcuni casi, il passaggio di migliaia di ragazzi ha “ridestato le domande di senso nella gente”, conclude don Riccardo Pascolini, dell’Umbria. Perché, sintetizza, “una Chiesa in cammino riesce ad interrogare l’uomo della strada”. E questo è solo uno dei primi effetti di “Per mille strade”.

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Laici, suore, sacerdoti, vescovi: i cattolici tedeschi e austriaci ricordano i martiri del nazismo

Agenzia SIR - Fri, 10/08/2018 - 08:18

Le commemorazioni e gli anniversari sono spesso motivo non solo di ricordo, ma anche di riflessione e di insegnamento. E i cattolici austriaci e tedeschi si confrontano costantemente con la testimonianza del martirio dei cristiani da parte dei nazisti, durante il Terzo Reich. Ricorrono in questo periodo numerose date che riportano a quei tempi tenebrosi di morte: nei quali una mai silente opposizione alla follia nazista vide una schiera di cristiani delle varie confessioni, cardinali, vescovi, laici, preti e suore, più o meno noti finire sul patibolo, venire inviati alla eliminazione programmata nei lager, esiliati o ridotti al silenzio con la tortura ed il carcere sino alla consunzione.
Sono nomi noti e dei quali è stata riconosciuta la santità per il martirio, come Edith Stein che finì gassata con la sorella Rosa, e successivamente i loro corpi vennero bruciati nei forni crematori di Auschwitz, il 9 agosto 1942; o il santo martire della Chiesa ortodossa Alexander Schmorell, uno dei giovani studenti della “Weiße Rose”, la Rosa Bianca, che venne arrestato nel febbraio del 1943 coi suoi compagni di opposizione al nazismo, i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst e Willi Graf che finirono tutti ghigliottinati, come il professor Kurt Huber, che si era unito a loro.

Sono un numero che aumenta di giorno in giorno, grazie allo studio infinito delle carte meticolose degli archivi della Gestapo e delle carceri naziste in Austria e Germania, o nei lager distribuiti sul territorio non solo del Reich, ma anche in Italia e in Francia.

Molti di loro sono stati subito riconosciuti come testimoni del martirio per la fede, alcuni sono sopravvissuti ma hanno pagato con la morte per malattia il loro diniego alla ideologia di morte nazista: come il vescovo di Rottenburg Joannes Baptista Sproll, di cui il 5 agosto ricorreva l’80mo anniversario del suo esilio per la sua ribellione al nazismo.
Molti hanno dovuto attendere perché la loro storia fosse raccontata, come Walter Klingenbeck,l giovane meccanico apprendista di Monaco di Baviera, decapitato con una accetta il 5 agosto 1943, a 19 anni, per propaganda anti-nazista e finito nel dimenticatoio della società bavarese, che solo nel 1998, a 50 anni dalla morte, ha ricevuto dalla sua città la dedicazione di una strada.
Per alcuni si dovettero attendere lenti passaggi giudiziari e amministrative perché si potesse parlare anche di una riabilitazione nazionale.
È questo il caso del professor Huber, che venne ghigliottinato il 13 luglio 1943 nel carcere di Stadelheim, di Monaco di Baviera, lo stesso giorno di san Alexander Schmorell: la vedova, che continuò ad esser vessata e discriminata dalla società bavarese sino alla caduta del nazismo, dovette attendere sette anni dal termine della seconda guerra mondiale per l’ottenimento della pensione del marito, in quanto la legge tedesca continuava a ritenere giustificato il licenziamento del marito da parte della Ludwig-Maximilian-Universität di Monaco di Baviera. In questo 1943, in occasione del 75mo anniversario delle esecuzioni dei membri della Weiße Rose le chiese cattolica e ortodossa della Baviera hanno organizzato numerosi appuntamenti commemorativi.

In Austria la diocesi di Linz con la collaborazione di Pax Christi , commemora in questi giorni il beato laico Franz Jägerstätter, nel 75mo anniversario del suo martirio avvenuto il 9 agosto 1943. La condanna a morte fu sanzionata per obiezione di coscienza e critica alle direttive del nazionalsocialismo.

Jägerstätter era di famiglia contadina profondamente cattolica, un uomo di famiglia e condannò il nazionalsocialismo perché incompatibile con il cristianesimo. Rifiutò di diventare sindaco del suo paese natale, St. Radegund, e fu l’unico del suo collegio elettorale a votare “no” al fittizio referendum confermativo dopo l’Anchluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista nel 1938. Chiamato due volte a prestare servizio militare nel 1940, rifiutò e denunciò il programma eutanasiaco e la persecuzione della chiesa da parte dei nazisti. Fece obiezione di coscienza, e dopo la terza chiamata alle armi fu arrestato e incarcerato a Berlino nel carcere di Brandeburgo, dove fu condannato a morte e giustiziato. Il 9 agosto il beato martire sarà ricordato nella chiesa parrocchiale di St. Radegund nell’anniversario dell’esecuzione, con una preghiera devozionale e una solenne eucaristia, seguita da una processione a lume di candela sino alla tomba dove, dal 9 agosto 1946 riposano le ceneri di Jägerstätter.

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Pope Francis in Estonia. Marge-Marie Paas: “There is a special, unprecedented climate of spiritual expectation”

Agenzia SIR - Fri, 10/08/2018 - 08:10

Estonia will be the last destination of Pope Francis’ visit to the Baltic States. The Country numbers 5.5 thousand Catholics on a population of 1.3 million, with a dozen parishes nationwide, a few chapels, only a priest of Estonian origins, now over 90 years old. The remaining priests came from abroad.

Marge-Marie Paas

Marge-Marie Paas, in charge of relations with the media at the Estonian Apostolic Administration told SIR that approximately 10 thousand people are expected to attend the Holy Mass in Tallinn, where the Pope will arrive on September 25th. “Lutherans and other guests are expected to attend. In Finland and Sweden there is widespread interest for the meeting with the Pope. Groups of Catholics are expected to arrive from Saint Petersburg for the special meeting with youths and the ensuing Mass.” In fact these are the highlights of the programme: the first Holy Mass will take place in the morning, in a Lutheran church, larger that the “tiny” Catholic Cathedral. The afternoon Mass will take place in the main square of Tallinn.

The programme. After the arrival at the airport, the day’s program includes a courtesy visit to the President of the Republic Kersti Kaljulaid in the presidential Palace followed by a reception in the Rose Garden with the Country’s civil authorities, civil society, scientists and artists. Since the Pope’s visit is also a State visit, this part of the program was defined by the President – Pass said – and “as a Church we asked that the list of invited guests include not only notabilities but also representatives of the academic world.” After the meeting with intellectuals the Pope will meet the youths “it will be a festive encounter in all respects, a joyful event. Estonian Catholic and Lutheran youths will take the floor as well as Russian Orthodox youths and young non-believers.”

It’s an ecumenical event whose gaze is extended to the October Synod. Pope Francis will listen to the contribution of youths in every destination of the Baltic visit.”

Father Pedro Cervio, coordinator of the event, is also organizing a prayer vigil for youths for the previous evening, in preparation for the meeting with the Pope. Before celebrating Mass, in the afternoon, the Pope will meet the poor in the St. Peter and St. Paul’s Cathedral.

“We have four Missionary Sisters of mercy, the Sister of Mother Theresa, and we hoped that the Pope would meet them where they carry out their service, but the place is too small, so it was decided that the nuns would meet the Pope in the Cathedral with families whom they assist.”

Eduard Gottlieb Profittlich

On the occasion of his visit to the Cathedral the Pope will visit the image of servant of God Eduard Gottlieb Profittlich (1890-1942), a German bishop who carried out his service in Estonia, deported to Siberia in 1941, where he was killed. “We have no saint in Estonia and it’s extremely important for the Holy Father to know and to visit the Servant of God’s image and support us in the beatification process that is under way”, Paas said: “The diocesan stage is almost concluded, all the documents will be submitted to the Congregation for the Causes of Saints in the fall.” After the Holy Mass in Tallin Square the Pope will depart for Rome.

The organization. The preparations for the Estonian sites of the papal visitation fall entirely on the shoulders of a small working group: “Organizing everything is a real challenge.” The group is headed by bishop Philippe Jourdan, Apostolic Administrator of Estonia of French origins with “great authoritativeness, also in the media.” There is also Helle-Helena Puusepp in charge of logistics, who keeps the contacts with the Foreign Minister and the nunciature in Vilnius. Marge is in charge of relations with the media and with the press, with the support of eight volunteer workers. The most complex thing are the details of the organization and coordination with television networks,

“We need to explain who the Holy Father is, what the Holy See is, who Estonian Catholics are, because it’s a secularized Country and nobody knows much.”

A priest, Father Wodzisław Szczepanik, is in charge of coordinating the Holy Mass.

Expectations. “There is much talk of the Pope’s visit to Estonia, and there’s a very spiritual atmosphere”, Marge said. For example, every Sunday approximately five-hundred faithful attend the Holy Mass in St. Peter and St. Paul’s Cathedral in the small parish of Tallin: we see a special, unprecedented climate of expectation.”

Unlike Nordic countries, here the large majority of Catholic faithful are Estonian. There are also two communities, a Polish and a Russian community. Approximately 20-25 people – mostly from the Lutheran Church – convert and enter the Catholic Church every year. Widespread interest for the papal visit involves also Finland, separated by Estonia by a stretch of international waters that extends for 90 km.

“We were under Soviet rule for almost fifty years, and it’s something we share, although our peoples and our Churches differ.”

Groups of pilgrims, especially young people, are organizing themselves to arrive by ferry from Helsinki.

People look forward to the Pope bringing “love, a great amount of love. I have seen the Pope smiling on many occasions and I would like to see the same smile on the faces of people who will be arriving to meet the Holy Father. We have a great need of this smile in Estonia”, said Marge-Marie.

“We lack spirituality, we are not aware of what lies in our hearts, we need to rekindle it, for here everything revolves around on what is material, around success, development, excelling. We need to understand what is in our heart, purify it with smiles.”

“Wake up, my heart!” is the opening line of a popular song in Estonia and it’s the motto of the upcoming meeting with the Pope. This applies, said Marge-Marie “especially to young people. When the Pope was in Brazil young people acclaimed him and they were happy, full of energy. I’m afraid that in Estonia the people will remain composed and seated, and they will greet him with a small movement of their hands. They are not that open. Perhaps it also depends on the fact that in our Country the sun does not shine for months!”

“How to be simple and open is what I hope the Pope will pass down to our Country with his visit.”

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Papa Francesco in Estonia. Marge-Marie Paas: “C’è uno speciale clima spirituale di attesa mai visto”

Agenzia SIR - Fri, 10/08/2018 - 08:10

Sarà l’Estonia l’ultima tappa del viaggio di Papa Francesco nei Paesi baltici. Lì vivono 5,5mila cattolici, su 1,3 milioni di abitanti, una decina le parrocchie in tutto il Paese, qualche cappella, uno solo il sacerdote di origini estoni, che oggi ha più di 90 anni, tutti gli altri 14 stranieri.

Marge-Marie Paas

Marge-Marie Paas, responsabile per i rapporti con i media per l’Amministrazione apostolica estone, al Sir dice, però, che si attendono 10mila persone per la messa a Tallinn, dove il Papa trascorrerà la giornata del 25 settembre: “Ci saranno luterani e altri ospiti. C’è grande interesse per l’incontro con il Papa dalla Finlandia e dalla Svezia e gruppi di giovani cattolici arriveranno da San Pietroburgo per l’appuntamento speciale del Papa con i giovani e poi per la messa”. Questi due infatti gli eventi centrali del programma: il primo si svolgerà al mattino, in una chiesa luterana, che è più grande della “piccolissima” cattedrale cattolica; la messa al pomeriggio sarà sulla piazza centrale di Tallinn.

Il programma. Nel programma della giornata, dopo l’arrivo all’aeroporto, c’è l’incontro con la presidente della Repubblica Kersti Kaljulaid nel Palazzo presidenziale e poi nel Giardino delle rose un ricevimento con gli intellettuali, gli scienziati, gli artisti del Paese. Poiché la visita del Papa è anche visita di Stato, questa parte del programma è definita dal presidente – spiega Paas – e “come Chiesa abbiamo però chiesto che vi possano partecipare non solo le grandi personalità, ma anche coloro che lavorano nelle università e nell’accademia”. Dopo gli intellettuali, il Papa incontrerà i giovani: questo momento “avrà i tratti di una di grande festa, sarà gioioso. Ci saranno testimonianze di giovani estoni cattolici e luterani, ma anche di russi ortodossi e di giovani che non credono in Dio”.

È un appuntamento ecumenico che guarda al sinodo di ottobre: Papa Francesco ascolterà i giovani in ogni tappa del suo viaggio baltico.

Don Pedro Cervio responsabile di questo momento, sta anche organizzando la sera prima, una veglia di preghiera in cattedrale per i giovani, per prepararsi all’incontro con il Papa. Prima di celebrare la Messa, nel pomeriggio, il Papa andrà nella cattedrale di San Pietro e Paolo per incontrare i poveri.

“Abbiamo quattro suore Missionarie della carità, le suore di Madre Teresa, e pensavamo che il Papa andasse a incontrarle nel luogo dove lavorano, ma è troppo piccolo e allora le suore, con alcune delle famiglie povere che accompagnano verranno in cattedrale a incontrare il Papa”.

Eduard Gottlieb Profittlich

La tappa in cattedrale sarà occasione anche per far sostare il Papa di fronte a un quadro che ritrae il servo di Dio Eduard Gottlieb Profittlich (1890-1942), un vescovo tedesco, gesuita, che lavorava in Estonia, deportato in Siberia nel 1941 e ucciso. “Non abbiamo nessun santo in Estonia ed è importantissimo che il Santo Padre sappia e veda il quadro del Servo di Dio perché ci sostenga nel processo di beatificazione che è in corso”, spiega Paas: “Si sta concludendo la fase diocesana e in autunno tutti i documenti raccolti saranno portati alla Congregazione per le cause dei Santi”. Dopo la Messa all’aperto, il Papa ripartirà per rientrare a Roma.

L’organizzazione. La preparazione della tappa estone del viaggio papale è quindi sulle spalle di uno sparuto gruppo di lavoro: “È una sfida riuscire a organizzare tutto”. A tenere le fila è il vescovo Philippe Jourdan, amministratore apostolico dell’Estonia, origini francesi e “grande autorevolezza, anche nei media”. C’è poi Helle-Helena Puusepp che si occupa della logistica e tiene i contatti con il ministero degli Esteri e la nunziatura a Vilnius. Marge si occupa dei rapporti con i media e la stampa, con altre otto persone volontarie: la cosa più complessa è organizzare e coordinare le televisioni,

“spiegare chi è il Santo Padre, che cosa è la Santa Sede, chi sono i cattolici in Estonia: perché siamo un Paese secolarizzato e nessuno sa bene”.

Un sacerdote, don Wodzisław Szczepanik, è responsabile per la santa Messa.

L’attesa. “Si parla tanto dell’arrivo del Papa in Estonia e c’è un clima molto spirituale”, racconta Marge. “Per esempio a Tallinn nella piccola parrocchia dei santi Pietro e Paolo, che è la cattedrale, ogni domenica si ritrovano circa cinquecento cattolici per la messa: c’è uno speciale clima spirituale di attesa che non ho mai visto”.

Tallinn: cattedrale dei santi Pietro e Paolo

La Chiesa cattolica qui, a differenza di quella dei Paesi nordici, è formata per la stragrande maggioranza da estoni. Ci sono anche due comunità, una polacca e una russa. Ogni anno, sono circa 20-25 le conversioni e i nuovi ingressi nella Chiesa, per la maggior parte provenienti dalla Chiesa luterana. Il grande interesse per la visita del Papa coinvolge anche la Finlandia, divisa da un braccio di mare di 90 km:

“Siamo stati quasi cinquant’anni sotto l’Unione sovietica e questo ci accomuna, anche se poi abbiamo tratti molto diversi come popolo ma anche come Chiese”.

Gruppi di pellegrini, soprattutto giovani, si stanno organizzando per arrivare in traghetto da Helsinki.

C’è l’attesa che il Papa porti “amore, grandissimo amore. Ho visto tante volte come il Santo Padre sorride e vorrei vedere lo stesso sorriso sui volti delle persone che verranno a incontrare il Santo Padre. Abbiamo tantissimo bisogno di questo sorriso in Estonia”, spiega Marge-Marie.

“A noi manca la spiritualità, non siamo consapevoli di cosa abbiamo nel cuore, lo dobbiamo svegliare, perché tutto ruota attorno a ciò che è materiale, al successo, allo sviluppo, al primeggiare. Dobbiamo capire che cosa c’è nel cuore, purificarlo con il sorriso”.

“Svegliati mio cuore”, l’inizio di una canzone molto nota in Estonia, è infatti il motto di questo incontro con il Papa. Questo vale, secondo Marge-Marie “tanto più per i giovani: quando il Papa era in Brasile i giovani lo acclamavano ed erano felici, pieni di energia. Io ho paura che in Estonia, tutti saranno seduti e composti e lo saluteranno con un piccolo movimento della mano. Non sono così aperti. Forse dipende anche dal fatto che nel nostro Paese per tanti mesi c’è poca luce!”.

“Essere semplici e aperti: questo spero che il Papa lasci nel nostro Paese con la sua visita”.

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Estate, tempo per rientrare in noi stessi

Agenzia SIR - Fri, 10/08/2018 - 00:00

Per molti, e anche per il nostro settimanale, agosto è tempo di ferie e di vacanze. Si prende congedo, almeno per un po’, dalla consueta attività lavorativa in vista di un tempo di ristoro e di svago, che mirano a rigenerarci. Mentre ripenso a questi ultimi mesi, sento quanto mai urgente per me – e mi vien da aggiungere anche per la nostra società – un tempo per rientrare in noi stessi. Mi sembra che abbiamo tutti particolarmente bisogno di calma e silenzio. Qualcuno riterrà che in pochi prenderanno in considerazione queste parole: la maggior parte concepisce le vacanze come il momento propizio in cui “divertirsi” e quindi come il tempo per eccellenza in cui “uscire da se stessi” per svagarsi… Ma forse non tutti la pensano così. La riscoperta dei santuari, degli itinerari turistico-religiosi, dei pellegrinaggi o dei percorsi di montagna sta a testimoniare che c’è anche oggi, e forse è in crescita, il bisogno di spiritualità e di rientrare in se stessi, per far affiorare quel qualcosa di profondo che portiamo dentro. Avvertire dentro di noi il desiderio di guardarsi dentro è già un dono, quanto mai prezioso, nient’affatto scontato. Al tempo stesso è anche un compito, nel senso che chi avverte dentro di sé questo appello all’interiorità non deve lasciarlo cadere nel vuoto, perché è un’occasione importante, da non perdere. Per la singola persona, innanzi tutto, perché il fatto di rientrare in noi stessi aiuta a riprenderci in mano, a capire dove ci troviamo: ci aiuta a riscoprire il filo rosso della nostra vita e il senso che la fa brillare.

Tutte le volte in cui perdiamo di vista le motivazioni che stanno alla base del nostro lavoro (ma in generale della nostra vita) corriamo il rischio di andare avanti per forza di inerzia e alla lunga rischiamo di logorarci, di annoiarci, di perdere l’entusiasmo… Guardarci dentro – con molta onestà, senza raccontarci bugie – ci fa capire le nostre contraddizioni e ci permette di chiamarle per nome, se abbiamo il coraggio di farlo. Se è vero che non è possibile eliminare del tutto una certa umana incoerenza, è altrettanto vero che la persona sana è quella che più riesce a fare unità dentro di sé e a trovare un equilibrio tra le sue varie dimensioni. Se vi è capitato di accostare una persona riconciliata con se stessa e profondamente unificata, ne avrete percepito senz’altro la forza interiore e la profonda serenità. Al contrario chi coltiva consapevolmente le proprie contraddizioni o le lascia crescere, inconsapevolmente, senza porvi alcun rimedio, vedrà aumentare dentro di sé quell’insoddisfazione e quell’irrequietezza che conducono all’infelicità. Ma sono anche i fatti che accadono attorno a noi che ci chiedono una maggiore capacità di distacco e ci invitano a rientrare in noi stessi, per guardare le cose con più oggettività. Tutto sembra spingere nella direzione del sensazionale, dell’immediato, del colpo di scena… con il rischio di prendere abbagli e di smarrire il senso della realtà. Esempi eloquenti sono le cosiddette fake news, cioè le false notizie fabbricate ad arte per spingere il lettore a gridare allo scandalo, influenzando profondamente il suo modo di pensare e di agire.

Gli esempi di false notizie si sprecano ed è evidente che non abbiamo ancora imparato a difenderci da esse. Se ci lasciamo portare dal sensazionalismo e diamo ascolto solo a chi grida più forte, difficilmente riusciremo a scorgere o semplicemente ad avvicinarci alla verità. Mi sembra che abbiamo bisogno di rientrare in noi stessi anche come cristiani, per ritrovare ciò che è veramente essenziale alla vita di fede. Che cosa ci fa cristiani? C’è una “differenza cristiana” che permette di distinguere la vita di un cristiano da chi non lo è? Come preti, laici o consacrati, che cosa è per noi davvero irrinunciabile nella nostra vita di credenti? Tornare a dircelo, con chiarezza, ed agire poi di conseguenza possono farci solo bene e ci aiutano a ritornare alla fonte del nostro credere, unificando le nostre vite, talvolta sfilacciate e disperse. L’unità interiore del singolo diventa un tassello essenziale per costruire l’unità di ogni comunità, anche di quella cristiana. Al di là delle differenze di pensiero e del modo di affrontare le spinose questioni che assillano il nostro presente, rimane un valore sapere che si fa parte di una stessa grande famiglia. Se sapremo rientrare in noi stessi, superando l’egemonia individualista oggi imperante, potremo sentire di nuovo – come dice Papa Francesco – “il privilegio e il piacere spirituale di sentirci un popolo”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Giovani volontari tra i lavoratori migranti delle campagne di Foggia

Agenzia SIR - Thu, 09/08/2018 - 18:19

Sono più di 150 i giovani italiani che stanno partecipando in queste settimane all’esperienza “IoCiSto” insieme ai lavoratori migranti stagionali di Borgo Mezzanone, nelle campagne della Capitanata di Foggia. Luoghi di caporalato e sfruttamento che in questi giorni sono riemersi all’attenzione delle cronache con i due incidenti stradali che hanno provocato 16 vittime tra i braccianti agricoli e una giornata intera di sciopero e cortei l’8 agosto a Foggia, per chiedere dignità nel lavoro. A promuovere l’iniziativa, da oltre vent’anni, sono i missionari scalabriniani, notoriamente in prima linea nell’impegno con i migranti. Nello specifico si tratta del programma ViaScalabrini3 dell’Agenzia scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo. L’iniziativa di quest’anno, dal 21 luglio al 25 agosto, propone a giovani e adulti di associazioni, parrocchie o singoli, di trascorrere una settimana all’insegna dello slogan “Integra.azione”.

Il luogo simbolico per vivere questa esperienza altamente educativa è la periferia del piccolo Borgo Mezzanone, chiamato la “pista”, perché durante la guerra nei Balcani era un aeroporto della Nato. Ora è sede di un agglomerato informale con migliaia di giovani lavoratori da Senegal, Mali, Costa D’Avorio, Burkina Faso, Ciad. È alle spalle del sovraffollato Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo), che ospita 800/1.000 persone. La zona di Borgo Mezzanone è cresciuta a vista d’occhio dopo lo sgombero, lo scorso anno, del “gran ghetto” di Rignano Garganico, sempre in provincia di Foggia. Tante persone della vicina borgata hanno stretto relazioni con gli abitanti della baraccopoli e costruito una fiducia reciproca. I giovani partecipanti al campo hanno così occasione di conoscere da vicino la realtà dei lavoratori migranti e stringere amicizie, facendo volontariato nella scuola di italiano e nella ciclofficina.

 

Padre Jonas tra i giovani volontari e i lavoratori migranti

Per vivere l’incontro tra coetanei. “L’idea che ci accompagna è quella dell’instaurare relazioni tra coetanei – spiega padre Jonas Donassollo, scalabriniano, punto di riferimento dell’iniziativa -. I giovani potranno scegliere di incontrare altri coetanei migranti, richiedenti asilo o rifugiati attraverso la scuola di italiano, utile per migliorare lo strumento principale di integrazione nel paese, o attraverso la ciclofficina, spazio di lavoro fatto insieme che aiuta a condividere la vita al di là delle parole. Il tutto è mobile, come l’umanità che i giovani incontreranno: scuola e ciclofficina andranno lì dove vi sono migranti”. Si tratta, prosegue, di

“un’occasione rara per toccare con mano la condizione dei migranti che vivono e lavorano in quella parte di Italia,

e porsi nei panni di una piccola comunità autoctona che sta cercando di vivere ogni giorno e da decenni, con fatica, l’accoglienza ed integrazione di altre persone che, spesso con distacco, se non disprezzo, chiamiamo stranieri”.

La ciclofficina – foto: IoCiSto

Cosa rimane alla fine dell’esperienza? I feedback dei giovani sono pieni di entusiasmo, passione e motivazione. “Da questo viaggio ritorno con i vestiti sporchi, la stanchezza sul viso e un po’ di tristezza nel cuore – racconta Carola Caivano, ventenne di Chieri -. Ogni giorno è stato pieno di emozioni positive e negative, ma sempre molto intense e forti. Da questo campo mi porto dietro la voglia di imparare ad amare ogni giorno, perché nessuno dovrebbe essere giudicato in base al proprio Paese, ma piuttosto in base a quello che porta dentro il proprio cuore”. Anche Alessandra Ribis dice di tornare a casa “con graffi e lividi, con scarpe sporche di terra, con l’odore della pista sui vestiti, con pantaloncini sporchi di grasso di bicicletta”. “Torno a casa con la consapevolezza che lì ho lasciato un pezzo di cuore – dice -. Torno a casa con la gratitudine di aver vissuto un’esperienza forte, a volte dolorosa, ma che ci accompagnerà da qui in poi. Torno a casa con qualche abilità in più in fatto di meccanica, e con la gioia di averli incontrati. Ci rimarremo, in questa cosa qui”. Certamente una settimana del genere, chiosa padre Jonas,

“rimette in discussione le certezze, scuote il ‘modus vivendi’ di tutti i giorni nel profondo

ed offre la possibilità di approfondire le dinamiche sottostanti al più grande fenomeno umano della nostra modernità e non solo, quale è la migrazione”.

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Razzismo e xenofobia. Luca Negro (Fcei): “Per noi è un’eresia teologica”

Agenzia SIR - Thu, 09/08/2018 - 12:09

“A me viene in mente costantemente in queste settimane il Salmo 12 dove ci si lamenta delle menzogne e delle lingue arroganti e si conclude dicendo: ‘Gli empi vanno in giro dappertutto quando la bassezza regna sui figli degli uomini’. Se in chi siede in alto tra i figli degli uomini, c’è l’uso di un linguaggio che denota una bassezza morale, il risultato è che gli empi vanno in giro dappertutto e tutti si sentono giustificati nel tirare fuori la peggior parte di se”. Cita subito la Bibbia il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, pastore Luca Maria Negro, per presentare il “Manifesto per l’accoglienza” approvato dal Consiglio Fcei. Un testo agile, che si apre con una serie di citazioni bibliche sull’accoglienza e sui diritti dello straniero e prosegue con 8 punti in cui si ribadisce la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, si sottolinea la buona pratica dei corridoi umanitari, si invita alla protezione e alla tutela dei diritti di chi fugge da guerre e persecuzioni attraversando il Mediterraneo, si incoraggia all’uso di un linguaggio rispettoso della dignità e a una presa di posizione contro xenofobia e razzismo. “Uno strumento semplice ma capillare”, dice il pastore Negro: “Speriamo possa essere affisso sul portone di ogni chiesa evangelica”.

Qual è la cosa che vi preoccupa di più tanto da spingervi a scrivere un “Manifesto”?

E’ il moltiplicarsi di episodi di xenofobia e razzismo. Episodi che a nostro parere trovano in qualche modo uno stimolo nella facilità di linguaggio che riscontriamo in una parte dell’attuale classe politica. E’ chiaro che se chi ha responsabilità di governo esprime posizioni che una volta si definivano non politically correct, il risultato è che alla base chiunque si sente legittimato ad assumere atteggiamenti simili, fosse anche solo verbali. Lo abbiamo visto nell’annuncio fatto nei giorni scorsi sul treno contro gli zingari.

Quale Paese rischiamo di diventare se incoraggiamo questa deriva di odio?

Certamente non l’Italia che siamo e che vorremmo essere. E cioè un’Italia che ha conosciuto l’emigrazione e per questo cerca di affrontare l’emergenza di oggi non dimenticando che ieri anche noi siamo stati “stranieri nel Paese di Egitto”. Mi hanno colpito le reazioni di alcuni esponenti politici contro il ministro degli Esteri Moavero che ha osato paragonare gli emigrati di Marcinelle con l’attuale crisi migratoria. Come si fa a non dare ragione al ministro? Noi siamo stati stranieri in Belgio, America, Germania e proprio per questo noi, che abbiamo conosciuto in passato la durezza dell’emigrazione, dobbiamo oggi non essere buonisti ma essere giusti.

Nel Manifesto, fate una affermazione molto forte che sembra chiamare in causa i cristiani: “Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica”. State dicendo che non si può essere cristiani se si pronunciano parole xenofobe e razziste?

E’ un messaggio lanciato a quelli che brandiscono simboli religiosi pur sostenendo posizioni che si avvicinano moltissimo al razzismo.

Mi sembra però che non diciamo nulla di nuovo.

Sia rispetto a quello che da sempre ha affermato il movimento ecumenismo internazionale negli anni in cui si combatteva il razzismo, ai tempi della lotta contro l’apartheid e non solo, sia a quanto si legge nel Vangelo.

Il Manifesta verrà affisso sui portoni delle chiese?

Si, la proposta è che le comunità locali lo leggano, se vogliono lo facciano loro e poi lo affiggano, dando la testimonianza che noi siamo chiese che accolgono, che prendono sul serio le parole del Vangelo, a partire dalla frase in Matteo 25, “In quanto voi lo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avete fatto a me”. Una parola che il cardinale Ravasi ha ripreso suscitando anche in quel caso un putiferio.

Sembra quasi che citare il Vangelo oggi sia sedizioso.

 

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Disastrosa purezza

Evangelici.net - Thu, 09/08/2018 - 10:36
«Le relazioni personali presuppongono quel sacrosanto grado di ipocrisia, di buona educazione e di capacità di mondo che impediscono di dire quel che si pensa, e impongono di pensare a quel che si dice. Davanti al computer no, lì siamo noi, niente filtri, niente condizionamenti, niente ipocrisia: il computer è una relazione senza l’altro, e ci tira fuori il distillato...
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