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Papa Francesco alla Domenica delle Palme: “La vita non serve se non si serve”

Agenzia SIR - Sun, 05/04/2020 - 13:58

Gesù, sulla Croce, ha sperimentato l’abbandono “perché quando ci sentiamo con le spalle al muro, quando ci troviamo in un vicolo cieco, senza luce e via di uscita, quando sembra che perfino Dio non risponda, ci ricordiamo di non essere soli”. Nella prima Domenica delle Palme trasmessa in diretta streaming e celebrata nella basilica di San Pietro, in una piazza vuota – come era vuota quella del 27 marzo scorso, durante la supplica per la fine della pandemia di Covid-19 – il Papa ha cominciato la prima Settimana Santa “senza concorso di popolo” con un messaggio di speranza: “Oggi, nel dramma della pandemia, di fronte a tante certezze che si sgretolano, di fronte a tante aspettative tradite, nel senso di abbandono che ci stringe il cuore, Gesù dice a ciascuno: ‘Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene’”, l’annuncio pasquale di Francesco, a commento della frase di Gesù ascoltata nel Vangelo di oggi: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Dietro all’altare della Cattedra, ancora una volta, il Crocifisso di San Marcello al Corso e l’immagine della Salus Populi Romani.

“Non tradire quello per cui siamo stati creati, non abbandonare ciò che conta. Siamo al mondo per amare Lui e gli altri. Il resto passa, questo rimane”. E’ la consegna del Papa, nella parte centrale dell’omelia.

“Il dramma che stiamo attraversando ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve”,

l’imperativo di Francesco: “Perché la vita si misura sull’amore”. “In questi giorni santi, a casa – l’invito per la Settimana Santa che comincia oggi, la prima che passiamo in isolamento forzato nelle nostre case – stiamo davanti al Crocifisso – guardate, guardate il Crocifisso! –  misura dell’amore di Dio per noi. Davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo la grazia di vivere per servire. Cerchiamo di contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo solo a quello che ci manca, pensiamo al bene che possiamo fare. Ecco il mio servo che io sostengo. Il Padre, che ha sostenuto Gesù nella Passione, incoraggia anche noi nel servizio”.

(Foto Vatican Media/SIR)

“Amare, pregare, perdonare, prendersi cura degli altri, in famiglia come nella società, può costare. Può sembrare una via crucis. Ma la via del servizio è la via vincente, che ci ha salvati e che ci salva la vita”. E’ il messaggio indirizzato ai giovani, nella Domenica delle Palme che coincide con la XXV Giornata mondiale della Gioventù celebrata quest’anno a livello diocesano.

“Cari amici, guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce”, l’invito del Papa alla fine dell’omelia: “Non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno sé stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita. Non abbiate paura di spenderla per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma. Dire sì all’amore, senza se e senza ma. Come ha fatto Gesù per noi”.

(Foto Vatican Media/SIR)

“Dio ci ha salvato servendoci”, ha esordito Francesco. “Ma in che modo ci ha servito il Signore?”, si è chiesto il Papa: “Dando la sua vita per noi. Gli siamo cari e gli siamo costati cari”, la risposta. Poi la citazione di Santa Angela da Foligno, che testimoniò di aver sentito da Gesù queste parole: “Non ti ho amata per scherzo”. “Il suo amore lo ha portato a sacrificarsi per noi, a prendere su di sé tutto il nostro male”, ha commentato Francesco: “È una cosa che lascia a bocca aperta: Dio ci ha salvati lasciando che il nostro male si accanisse su di Lui. Senza reagire, solo con l’umiltà, la pazienza e l’obbedienza del servo, esclusivamente con la forza dell’amore”. “E il Padre ha sostenuto il servizio di Gesù”, ha sottolineato il Papa: “Non ha sbaragliato il male che si abbatteva su di Lui, ma ha sorretto la sua sofferenza, perché il nostro male fosse vinto solo con il bene, perché fosse attraversato fino in fondo dall’amore. Fino in fondo”.

“Il Signore ci ha serviti fino a provare le situazioni più dolorose per chi ama: il tradimento e l’abbandono”. Guardiamoci dentro”, l’invito: “Se siamo sinceri con noi stessi, vedremo le nostre infedeltà. Quante falsità, ipocrisie e doppiezze! Quante buone intenzioni tradite! Quante promesse non mantenute! Quanti propositi lasciati svanire!”. “Il Signore conosce il nostro cuore meglio di noi, sa quanto siamo deboli e incostanti, quante volte cadiamo, quanta fatica facciamo a rialzarci e quant’è difficile guarire certe ferite”, ha commentato Francesco: “Ci ha guariti prendendo su di sé le nostre infedeltà, togliendoci i nostri tradimenti. Così che noi, anziché scoraggiarci per la paura di non farcela, possiamo alzare lo sguardo verso il Crocifisso, ricevere il suo abbraccio e dire: ‘Ecco, la mia infedeltà è lì, l’hai presa Tu, Gesù. Mi apri le braccia, mi servi col tuo amore, continui a sostenermi… Allora vado avanti!’.

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Il Signore ne ha bisogno, ma li restituirà presto. Nessuno brevetta soluzioni per “farsi vicini”

Agenzia SIR - Sun, 05/04/2020 - 10:53

“Il Signore ne ha bisogno, ma li restituirà presto”. Mi colpisce il modo in cui il Signore organizza il suo ingresso regale a Gerusalemme, in quella prima “Domenica delle Palme”. Non ha niente per fare la liturgia. Deve chiedere tutto: chiede quello che gli serve e lo restituisce immediatamente. Egli è di passaggio e il suo momento di gloria sarà solo quello: un momento, appunto. Anche se noi diciamo che la gloria in cui vive ora è la Gloria Eterna, mi aiuta immaginare che sia un’eternità piena di “cose prese in prestito”, provvisoria come le palme e i rami di olivo che la gente taglia per festeggiare, e come l’asina con il suo asinello dietro (Gesù li ha chiesti entrambi, perché lei camminasse tranquilla).
Una liturgia, quella di quel giorno, in cui gli elementi per il culto erano quelli che aveva a portata di mano (come il grembiule, l’asciugamano e la bacinella dell’Ultima Cena) e la cerimonia è stata “inventata” insieme alle persone che vi hanno partecipato, così come fa sempre la gente.
In questi giorni di quarantena e pandemia vediamo lo Spirito soffiare in tutta la Chiesa e portare nuove liturgie, nuovi modi di pregare e di celebrare i sacramenti “da lontano”.
C’è un po’ di tutto: cose umanamente molto belle e altre forse non tanto, ma ciò che conta è lo Spirito di comunione intorno al Signore per pregare per tutti, poiché siamo tutti colpiti in un modo o nell’altro dalla pandemia.

Provvisorietà: nessuno brevetta le proprie soluzioni per farsi vicini.
Un segno importante è, credo, la consapevolezza che tutti noi percepiamo un senso di provvisorietà. Nessuno “installa” definitivamente la Messa online, né brevetta la sua idea di portare il Santissimo Sacramento in giro per le strade della città benedicendo case e negozi. Quello che vediamo è, per esempio, come alcune delle cose che Francesco faceva ogni giorno, ad esempio la Messa a Santa Marta, si rivelano oggi in tutto il loro umile splendore evangelico, con il valore che hanno sempre avuto, ma che prima “non si vedevano in pubblico”.

Rileggere Francesco.
Questo è anche un bel momento per rileggere alcune cose scritte dal Papa. Amoris Laetitia, e in particolare quel capitolo IV su “Il nostro amore quotidiano”. Oppure quando recupera il primo punto della Evangelii gaudium, e ci dice che l’amore familiare ci libera dall’isolamento: “Le famiglie cristiane, per grazia del sacramento del matrimonio, sono i principali soggetti della cura pastorale della famiglia, soprattutto fornendo ‘la gioiosa testimonianza dei coniugi e delle famiglie, delle chiese domestiche’“. “Si tratta di far sperimentare alle persone che il Vangelo della famiglia è una gioia che ‘riempie il cuore e tutta la vita’, perché in Cristo siamo ‘liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento’“. (AL 200)

Comunione spirituale per “coloro che si trovano in una situazione di…” quarantena.
Una cosa che mi colpisce nella rielaborazione che stiamo facendo della nostra vita ecclesiale e liturgica è come il “desiderio del bene” recuperi il suo proprio posto. Quello che era diventato un “comandamento o un precetto per fare del bene”, ora torna a manifestarsi come “desiderio interiore”.
Come quando il Papa, dopo la comunione, tira fuori un bigliettino, come quelli che scrive a mano, e dice: “Questo è il momento in cui le persone che non possono ricevere la comunione possono fare la comunione spirituale”. E legge una preghiera: “Gesù mio, io credo che Tu sei veramente presente nel santissimo sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e desidero riceverti nella mia anima, ma siccome non posso riceverti sacramentalmente ora, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come se ti avessi già ricevuto, ti abbraccio e unisco tutto a Te. Non lasciare che mi separi mai da te, Signore”.
In un certo senso, tutta la Chiesa è passata alla condizione di “coloro che non possono ricevere la comunione sacramentalmente”. Ciò che era proibito (per i divorziati risposati, ad esempio) è diventato impossibile per tutti, e non per motivi “giuridici”, ma per motivi di salute pubblica. Quello che era un “precetto” – ascoltare la Messa la domenica e i giorni festivi – adesso viene meno a causa di una disposizione pubblica. Il divieto imposto dallo Stato non è “contro” la celebrazione dell’Eucaristia, ma per evitare di contagiare coloro che si amano, vista la vicinanza richiesta dagli atti liturgici e la natura stessa del gesto materiale di “bere dallo stesso calice e spezzare lo stesso pane”.

La malattia e la vita (naturale e sacramentale).
La natura “fisica” della malattia aggredisce la nostra vita, e allo stesso modo attacca il sacramento nella sua parte “fisica”, nel suo essere “segno materiale”. Colpisce il sacramento nello stesso modo incarnato che colpisce la vita delle persone, rendendo impossibile a chi si ama esprimere il proprio amore “fisicamente” con un abbraccio o un bacio. Accettare questo implica rivalutare l’amore spirituale e allo stesso tempo (sperimentandone l’assenza) rivalutare l’importanza dei gesti materiali.
Per questo dico che il “comandamento” diventa “desiderio”. Si recupera così l’essenza stessa del bene, che quando è “comandato”, lo è per motivi educativi, per abbreviare un processo o per diradare dubbi, come quando si dice a un bambino: “mangia! Che ti fa bene” o “saluta papà che torna a casa dal lavoro”.
Si tratta di cose che, quando sono rese impossibili da una situazione come quella in cui viviamo, scopriamo di “voler” fare; e verifichiamo che “il comandamento è solo un aiuto esterno a un desiderio interno”, una “legge” che ci dice di “essere ciò che siamo, perfettamente” perché è in questo che consiste il “comandamento”: diventare ciò che si è, più pienamente, attraverso azioni concrete di bene.

Saper raccogliere l’uva dai rovi.
Un’altra cosa interessante è quanto è accaduto con l’indulgenza plenaria concessa dal Papa venerdì 27 marzo, durante l’Adorazione del Santissimo Sacramento e la Benedizione “alla Città e al Mondo”. Ho imparato a “tirare fuori acini d’uva dai cespugli spinosi”, come raccomandava Sant’Agostino nel suo Sermone sui pastori, in cui dice al popolo di Dio che non deve perdere le grazie dello Spirito (gli acini) perché ci sono cattivi pastori (i cespugli) che complicano le cose e rendono meno accessibile la grazia.
Nel recente decreto sulla Riconciliazione si legge: “Quando i fedeli si trovano nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, va ricordato che la perfetta contrizione, proveniente dall’amore del Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che il penitente può esprimere in quel momento) e accompagnata dal votum confessionis, cioè dalla ferma volontà di ricorrere alla confessione sacramentale il più presto possibile, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1452)” (Nota della Penitenzieria Apostolica sul sacramento della riconciliazione nell’attuale situazione pandemica, 19.03.2020).

Precisazioni che avvicinano.
Ci sono espressioni che, quando te le lasci scappare, allontanano, come per esempio “contrizione perfetta”. Chi oggi usa il termine “contrizione”, e chi può rivendicare un atto “perfetto”? Ma accanto a esse ci sono parole che “avvicinano”: “un atto d’amore di Dio, amato sopra ogni cosa ed espresso dalla sincera richiesta di perdono fatta come si può esprimere in quel momento”. Questa espressione mi avvicina di più.
Quante volte si fanno quei “sospiri” che dicono: “Mio Dio, ti amo con tutto il mio cuore, perdonami, aiutami, aiuta quelli che amo, aiutaci tutti!”. Mi piace pensare che la parentesi esplicativa – “quella che il penitente può esprimere in quel momento” – sia stata aggiunta da Francesco: è nel suo stile “specificare per concretizzare e non allontanarsi astrattamente”.

Traboccante di misericordia.
Aiuta vedere le cose nel suo insieme. La Chiesa ha questo modo di dire le cose e alle volte sembra dare da una parte e togliere dall’altra. La verità è che le parole di Francesco “traboccano” la disciplina ecclesiastica. Ma lo fanno dall’interno, con un traboccamento di misericordia che diventa reale solo nel cuore e non nei documenti, le cui formulazioni pur “allungate al limite”, mantengono la loro tensione “giuridica” (altrimenti non sarebbero documenti legali e questo ne toglierebbe, paradossalmente, il valore).
Voglio dire che nella Chiesa c’è questa tensione tra lo Spirito e la lettera che si risolve soltanto nella vita, discernendo ogni volta e facendosi carico personalmente della grazia e delle conseguenze delle nostre interpretazioni della legge.

Per tutti, come sono e come possono.
Il Papa concede “il dono di speciali indulgenze”, prima di tutto “a chi soffre della malattia di Covid-19 e a chi si prende cura di loro”. Qui cita nell’ordine, gli operatori sanitari, i parenti, e aggiunge “tutti coloro che a qualunque titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di loro”. È un modo di precisare e specificare che finisce per includere tutti, se si sa leggere tra le righe: chi non prega oggi per tutti i malati, chi non ha compassione e manda buone vibrazioni, anche se non sa fare altro?
Le indulgenze hanno delle condizioni e quando le si legge, ci si blocca sempre, come quella di “fare il voto di confessarsi sacramentalmente il più presto possibile”. La parola “voto” suona come un giuramento, un dovere, e quel “il più presto” suona come se chi non corre a confessarsi appena possibile, non riceverà nulla. Ma “voto” è anche desiderio e l’espressione “il più presto” è seguita da “possibile”.Lo stesso vale per le preghiere che devono essere dette: il testo del decreto parla del rosario, dell’Akatisthos e della Via Crucis… ma finisce con il dire che un Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria sono sufficienti. E come ultima risorsa, è sufficiente che il moribondo baci la croce: ho visto persone malate alle quali ho messo la croce sulle labbra baciarla anche da addormentate.

Lo spirituale si incarna.
Ora, chi compie un atto spirituale con tutta l’anima, ha anche il desiderio di farlo materialmente. Chi scrive alla persona che desidera: “ti abbraccio con tutta l’anima”, la abbraccerà appena potrà e gli farà bene ricordare in quel momento l’intensità spirituale con cui l’ha abbracciata a distanza. Chi si “confessa da solo davanti a Dio”, quanto vorrà ricevere davvero l’assoluzione sacramentale, che suggella come un indulto firmato dal giudice, l’indulto che è stato concesso a parole! Sono cose che vanno insieme, che la routine ha tinto di burocrazia e che adesso la distanza forzata ripristina nel suo valore spirituale e materiale.

Torniamo ora al Signore, all’asina e al suo puledro. Il Signore non ha ordinato di erigere una statua, ma non ha nemmeno disconosciuto l’usanza popolare di benedire i rami e di portare a casa un ramo d’ulivo, una cosa che ci mancherà quest’anno.

L’importante in questo momento è meditare sull’essenziale

e, relativizzando ciò che non è essenziale, dargli valore; sia recuperando riti e gesti, sia creandone di nuovi, che ci permettano di “cavalcare questa nuova realtà”.

Addio clericalismo.
Per noi sacerdoti è tempo di trovare il nostro posto. Se potessi usare solo due parole per spiegarmi, direi: “Addio clericalismo!”. La distanza fisica dal popolo ci fa vedere le cose superflue con cui abbiamo circondato la predicazione del Vangelo e l’amministrazione dei sacramenti della vita.Non c’è niente di più triste di un tempio vuoto!? O sì: più triste era una chiesa chiusa! E le abbiamo ascite chiuse per così tante ore al giorno senza che ci fosse un coronavirus!
Niente è più antiquato di un guardaroba ecclesiastico se non si possono fare cerimonie.
Tutta la “gerarchia” di posizioni e funzioni intorno all’altare (che poi si esprimono in posizioni, incarichi e privilegi) perde completamente il suo significato se è il Papa celebra la Messa solo in Santa Marta perché San Pietro è chiuso.
Non ci vuole molta “struttura gerarchica” per dare un’unzione o per nutrire gli affamati, per consolare i soli e per visitare i malati e i carcerati. Per questo non c’è bisogno di tutta la “corte” che abbiamo creato nel tempo.È come negli ospedali: oggi, quando la diagnosi è: “incurabile”, gli infermieri finiscono per essere importanti tanto quanto i medici.

E questo mi ricorda un piccolo aneddoto di questa settimana.
Sabato scorso mi sono sintonizzato su Radio Continental: c’era Daniel López che intervistava un medico argentino che ha lavorato in Italia. Lopez è uno di quei giornalisti che seguo con piacere ogni volta che posso, perché è sempre rispettoso delle notizie, dell’intervistato e dell’ascoltatore. La dottoressa Patricia Veitman ha raccontato la sua esperienza in un piccolo ospedale di Monza e di come sia stata messa in quarantena: si è autoisolata dalla sua famiglia a causa del suo lavoro in ospedale. Lopez ha evidenziato una sua frase che mi ha colpito: “Sono in quarantena ma non ho messo in quarantena la fede”.L’ho cercata su internet. Ho trovato un suo profilo Messenger e le ho mandato un ringraziamento e una benedizione, dicendole che non doveva rispondermi perché sapevo che era stanca e che ne avrebbe già avuto abbastanza, come tutti noi, di messaggi della famiglia e degli amici. Ma per la mia gioia mi ha risposto, e questa settimana siamo rimasti in contatto. Gli ho dato il mio numero WhatsApp, nel caso qualcuno volesse una benedizione o una scambiare due parole… La storia divertente è che mi ha fatto salutare una persona della loro equipe, e io l’ho chiamato “infermiere”. Patricia poi mi ha fatto sapere più tardi che era il primario. Così gli ho scritto: “Chiedo scusa al dottore – mettendo un emoji sorridente – per averlo promosso a infermiere”.
Possiamo tutti noi, vescovi, sacerdoti, diaconi e laici con incarichi nella Chiesa approfittare di questo tempo di distanza dal popolo fedele di Dio per promuoverci a loro “semplici servitori”, a infermieri della Chiesa.

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Quinte Parallele: la musica per sentirsi meno soli

Agenzia SIR - Sat, 04/04/2020 - 14:56

“La musica come via per uscire dall’isolamento forzato di questi giorni”. A dirlo al Sir è Filippo Simonelli, direttore della rivista on line Quinte Parallele, che racconta al Sir com’è nata l’iniziativa #Musicgoesviral, una serie di concerti di musica classica visibili direttamente da casa attraverso i canali social.
“A causa del Covid-19 stiamo attraversando un periodo di seria tensione collettiva che sta influendo profondamente sulla nostra vita quotidiana. E la musica, come gran parte delle iniziative sociali che popolano le nostre giornate, si è fermata davanti al propagarsi del virus.
Per questa ragione Quinte Parallele ha deciso di creare una vera e propria stagione di “concerti social”: da lunedì 9 marzo, le pagine di Instagram e Facebook della rivista si sono trasformate in un vero e proprio palcoscenico virtuale”.
“L’idea è di far passare un paio d’ore serene al nostro pubblico – spiega Simonelli – e di distrarre le persone da questa situazione opprimente. Gran merito va dato comunque agli artisti che sin da subito si sono dimostrati disponibili ed entusiasti nell’abbracciare questo progetto.

Ma non solo. In un primo momento abbiamo contattato i musicisti che conoscevamo. A seguire ci sono arrivate tantissime richieste da artisti che non conosciamo personalmente, ma che volevano comunque contribuire a loro modo a questa iniziativa. Purtroppo abbiamo anche dovuto dire qualche ‘no’ in quanto il calendario degli eventi era già pieno”.
Anche la risposta del pubblico non è tardata.
“Abbiamo un’utenza media di circa 10mila persone a concerto – racconta Simonelli -. Il che è impensabile per un evento di musica classica. A questo contribuisce sicuramente la totale gratuità dell’iniziativa e il fatto che le persone sono comunque costrette a stare in casa, però sono comunque numeri impressionanti se si calcola che i maggiori eventi di musica classica radunano massimo 100-200 persone”.Altro dato interessante è che grazie all’utilizzo dei social gli utenti sono per lo più giovani.
“Giovani – dice il direttore di Quinte Parallele – che oltre a seguire il concerto, partecipano anche alla diretta Instagram che segue. Un momento di colloquio e confronto con gli artisti che spesso, a gran richiesta, concedono anche il bis”.
Per Simonelli, questa iniziativa nata quasi per caso, “oltre a essere un’occasione per far compagnia alle persone, può anche essere un’opportunità di avvicinarle alla musica classica”. “Anche se – precisa – non siamo noi a farle avvicinare, bensì gli artisti. Noi al massimo le accompagniamo, come si fa con una persona a un concerto dal vivo”.
Per il momento, conclude l’ideatore di #Musicgoesviral, l’importante è che

“tutti riescano, in qualsiasi modo, a sentirsi meno soli e a condividere qualche momento insieme, seppur virtuale”.

Beatrice e Ludovica Rana per #MusicGoesViral

Pubblicato da Quinte Parallele su Mercoledì 1 aprile 2020

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Parte il sostegno a distanza delle chiese evangeliche

Evangelici.net - Sat, 04/04/2020 - 12:43
In tempi di quarantena la solitudine e l'isolamento rischiano di essere un dramma per le persone più vulnerabili. Partendo da questa considerazione le chiese evangeliche italiane hanno attivato A casa ma non solo, un servizio di sostegno multicanale a distanza che permette a chiunque di dialogare con operatori competenti via Whatsapp, telefono o mail. L'iniziativa, nata dal coordinamento delle...
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Covid free. Da Parma all’Africa le buone pratiche contro la diffusione del virus corrono in rete

Agenzia SIR - Sat, 04/04/2020 - 12:35

C’è una resilienza in Africa che resiste al Coronavirus e corre di comunità in comunità, di Paese in Paese, come il suono di un tam tam. Ad aggregarle così da aumentarne il volume e la portata è da una manciata di giorni un nuovo sito internet (https://www.covidfree-toolkit.org/) nato a Parma da un’idea di Federico Monica, architetto e ricercatore da anni impegnato in progetti di cooperazione in diversi Paesi africani con lo studio Taxibrousse, da lui fondato. Un’intuizione subito raccolta da Cleophas Dioma, rappresentante della diaspora Burkinabé in Italia e presidente dell’associazione Reseau (organizzatrice dell’Italia Africa Business Week) che ha subito diffuso questa iniziativa tra i rappresentanti della diaspora africana in Italia e, tramite loro, decine di comunità nel continente africano.

I risultati, a pochi giorni dal lancio, sono sorprendenti.

“È un’idea nata quasi per caso, mentre come tanti altri italiani vivo questo periodo di quarantena forzata”, racconta al Sir Federico Monica. “Seguendo quotidianamente le notizie che arrivano dall’Africa – racconta – ho notato una disparità di fondo tra i toni drammatici, per certi versi apocalittici, con cui sui media occidentali viene raccontata l’avanzata del Coronavirus, come fosse un destino ineluttabile, e tante notizie che ricevevo da amici o media africani di comunità che provano invece a reagire con soluzioni creative, spesso piccole e a basso costo, ma che possono davvero rappresentare un argine alla diffusione del virus. Una resilienza che nasce dal basso, fatta di piccoli gesti: come un bidone fai da te per favorire il lavaggio delle mani o buone pratiche per evitare il contagio su un bus collettivo”.
Ovviamente, precisano i fondatori di Covid-Free, questo non significa minimizzare la sfida che la diffusione del Coronavirus, presente ormai in tutti i Paesi africani con 6300 casi confermati e 237 morti (dato al 2 aprile), rappresenta dal punto di vista sanitario e sociale. Non fosse altro per le parole usate, pochi giorni fa, dal responsabile dell’Oms per la regione, Matshidiso Rebecca Moeti, che ha parlato di “situazione molto preoccupante” e di evoluzione “drammatica”.
“È chiaro – continua Federico Monica – che la soluzione migliore per contrastare la diffusione del virus è il distanziamento sociale e, ancor meglio, la quarantena forzata, ma dobbiamo essere realisti: queste soluzioni in molti contesti, non solo in Africa, non sono sostenibili. Pensiamo alle zone più povere, alle persone che vivono di economia informale, senza risparmi, senza forme di sostegno sociale. Da questa prospettiva, allora, proposte semplici come il lavarsi le mani non sono più una banalità ma possono fare la differenza”.

Da qui la nascita, negli ultimi giorni di marzo, di un gruppo Facebook che conta oggi circa 400 iscritti che funge da collettore delle buone pratiche già in atto e, successivamente del sito internet – in inglese e francese – che ne rappresenta una pratica vetrina a disposizione di chiunque voglia replicarle.
“Le iniziative – continua l’ideatore – possono essere racchiuse in tre filoni: la prima è legata all’innovazione e alle nuove tecnologie.

Penso ad esempio al servizio di messaggistica whatsApp introdotto in Zimbabwe.

Poi c’è il filone della sensibilizzazione con i poster realizzati in Senegal o la pubblicità alle fermate dei mezzi pubblici in Rwanda.

Infine il tema delle soluzioni creative sull’esempio dei Veronica buckets, semplici bidoni di plastica con un rubinetto sul fondo, che sono stati inventati molti anni fa in Ghana da Veronica Bekoe per facilitare il lavaggio delle mani nei luoghi pubblici e che sono ora diffusissimi”.
Ad oggi sono oltre 30 gli esempi di buone pratiche raccolte dal portale e crescono con un ritmo di 5 o 6 al giorno.

 

“Nel giro di pochi giorni – conclude Monica – abbiamo avuto visualizzazioni da 22 Paesi africani e i numeri sono in crescita. La nostra speranza è che questa rete possa continuare a crescere così da raggiungere molte più comunità. Il prossimo obiettivo che ci stiamo prefiggendo è quello di tradurre, con l’aiuto di chi vorrà, la campagne informative più efficaci nelle lingue locali”.

Le idee sono tante e la rete sta crescendo, ma sarà abbastanza? Perché, in fondo, si tratta di una un vera e propria gara contro il tempo con un unico obiettivo: correre più veloce del virus.

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Almeno su “Sure” l’Europa è d’accordo

Agenzia SIR - Sat, 04/04/2020 - 12:32

Una Cassa integrazione europea per reggere un rapporto di lavoro che altrimenti si perderebbe dopo alcuni mesi. Almeno su questo i Governi continentali stanno convergendo ed è una buona notizia per i lavoratori contrattualizzati. Sure (acronimo che sta per Scheme Unemployed Risk European) vuol dire “sicuro”. Di cassa integrazione, subito e di massa, si ha un gran bisogno per alleggerire gran parte del costo del lavoro nelle imprese ferme. Che hanno altri oneri fissi da sopportare.

Per la sola Italia le richieste emerse finora indicano due-tre milioni di interessati, si andrà ben oltre.

Un utilizzo prolungato della Cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo) è in grado di stravolgere le risorse di uno strumento che è stato pensato per aiutare settori in crisi momentanea e per fattori esterni. Mai con questa intensità e pervasività dell’improvvisa crisi epidemica globale. Le tecnicalità cambiano per settori e in attesa dell’utilizzo dei soldi Inps, Fis (Fondo integrazione salariale) e di altri strumenti di solidarietà, interverranno le banche ad anticipare i flussi mensili ai lavoratori.

Quale è il senso del Piano Sure? Garantire risorse ai singoli Paesi su un programma di sostegno al lavoratore e alle imprese impedendo lo sfilacciamento del rapporto che non è solo lo stipendio in cambio di ore di lavoro. E’ esperienza, competenza, formazione e anche progetto e cuore. Il lavoratore riduce l’incertezza e può valutare e mantenere i suoi impegni di spesa (mutui, rette, consumi) su un equilibrio diverso che non è la disoccupazione nera. Sarà probabilmente più complesso intervenire, come si sta facendo, a sostegno di lavoratori con un rapporto di lavoro più precario.

Il piano Sure è europeo ed è sempre comunque un prestito agli Stati. Aumenta il debito. La Commissione Ue ha annunciato di voler emettere obbligazioni fino a raccogliere un massimo di 100 miliardi finalizzati al sostegno dei lavoratori e che si integrerebbe poi con altri finanziamenti europei dalle finalità diverse. Dalla spese per la sanità, per le piccole e medie imprese e quanto altro servirà. Che vincoli avranno i soldi prestati dal piano Sure ai singoli Stati? Sul Piano anti-disoccupazione c’è un accordo di massima, i soldi andranno a quel capitolo di spesa e non ad altro.

Sebbene i contrasti si siano ammorbiditi, in Europa restano posizioni diverse sulle modalità di utilizzo e di controllo che dovranno accompagnare il grande fiume di denaro d’emergenza dal centro alla periferia, come spesso accade anche nei flussi fra uno Stato centrale e le sue Regioni. E’ il tema delle condizionalità, che sarebbe più semplice definire delle condizioni a cui deve sottoporsi chi vuole avere quel denaro.

Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) è già esistente e ha una dotazione di oltre 400 miliardi. Ma ha già anche vincoli stringenti cui devono sottoporsi i Governi e per questo non è molto gradito da chi teme un eccesso di invasività dei controllori europei nelle scelte dei singoli Governi nazionali.

Vista l’entità della crisi che sta colpendo gran parte dell’Europa è possibile che i vincoli vengano ridotti e si acceda ad aiuti anche con il Mes “leggero”. Oppure che cresca l’impegno della Bei (Banca Europea degli investimenti) per il sostegno alle imprese. Non trova varchi l’idea di raccogliere denaro con emissioni di CoronaBond, cioè obbligazioni garantite da tutti i Paesi europei : proprio perché molto sicuri nella restituzione del capitale e nel pagamento degli interessi potrebbero essere emessi a un rendimento (cioè un costo per i Paesi) ridottissimo.

Da sempre l’emissione di titoli di Stato targati Ue non piace ad alcuni Paesi del NordEuropa. Viene rifiutata per principio l’idea di diventare garanti della restituzione del denaro utilizzato da quegli “spendaccioni “ del SudEuropa. Si condivide l’emergenza, il dolore, il sostegno al lavoro. Non il debito futuro. Ognuno si tenga il suo.

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La valigia dell’essenziale

Agenzia SIR - Sat, 04/04/2020 - 12:20

Primo giro di boa della quarantena: un mese di sosta in cattività consente di cominciare a pensare a come abbiamo trascorso questo tempo, che ci ha imposto ritmi e pensieri necessariamente diversi. È una tale rivoluzione che, passando frettolosi e timorosi per le vie semideserte, improvvisamente acquistano un significato anche i proverbi zen: se nessuno ne sente il profumo, l’albero fiorito a chi lo dice che è primavera?

Sulla scia della rivoluzione interiore, e in attesa di vedere una luce che per ora è ancora piuttosto flebile, invece di pensare a cosa ci ha tolto il virus, proviamo a mettere in fila quello che ci lascia e ci insegna. Abbiamo l’inedita possibilità di fare davvero quello che di solito è un esercizio di stile, di rispondere con autenticità a quello che finora era un test da spiaggia: cosa riportiamo in salvo di buono da mettere in valigia? Cosa trasportiamo nei giorni che verranno? Dov’è l’essenziale da recuperare quando tutto sarà finito, quando usciremo di nuovo dal confinamento domestico, quando ci sembrerà che persino riprendere il tran tran tanto vituperato in realtà sia la cosa più bella del mondo?

Se ciascuno ha il suo elenco più o meno lungo, dettato dall’esperienza personale, dal carattere, dalla capacità di adattamento alle circostanze, ci possono essere alcuni elementi che fanno parte del bagaglio comune, di quel magazzino di umanità cui tutti attingiamo.

Così, anzitutto, si può dire che recupereremo l’autenticità delle relazioni. L’unico nostro contatto con l’esterno, con amici e parenti lontani, sono stati i social: se prima ci facevano interagire perlopiù con sconosciuti, ora sono il mezzo principale per comunicare, punto. Questo ci ha fatto finalmente comprendere che lo schermo si chiama così perché, appunto, scherma. E hai un bel vederti su skype, zoom, teams o quel che vuoi; messaggiarti con diecimila vocali su whatsapp; pensare che postare la foto dell’aperitivo rigorosamente online sia soddisfacente. Ma non è così. Ciascuno di noi, soprattutto se solo, ringrazia mille e una volta la tecnologia che ci ha concesso di non sentirci ancora più abbandonati nel deserto dell’isolamento. Allo stesso modo, però, abbiamo capito quanto sia fondamentale essere guardati da qualcuno, riconoscerci nello sguardo altrui.

Abbiamo passato gli ultimi dieci anni a costruirci esistenze digitali per poi rimpiangere il contatto fisico in dieci giorni.

E poi recupereremo il senso del tempo, dopo settimane in cui si smarrisce la dimensione delle giornate, in un’ordinarietà scandita dalle campane di mezzogiorno che suonano l’Ave Maria e dal bollettino laico della Protezione civile alle sei di sera. Che anno è, che giorno è, cantava Battisti in un profetico “I giardini di marzo”. Aveva provato a spiegarci la tristezza dei giorni tutti uguali, e oggi siamo qui anche noi a cercare i cieli immensi in fondo all’anima, fiumi azzurri e colline.

Recupereremo la capacità di comprendere quanto sia semplice cadere nella trascuratezza, nella mancanza di cura per sé, nella depressione, e guarderemo con meno spocchia coloro cui accade. È un attimo lasciarsi andare nell’apatia del “tanto non mi vede nessuno”, scambiando il venir meno della comune – e non scritta – disciplina sociale da guardaroba, con una licenza di sbraco che ricorda il miglior Fantozzi davanti alla partita.

Recupereremo, c’è da augurarsi, la misura delle parole, dopo averle esaurite e spolpate, inseguendo iperboli di drammaticità crescenti. Ne recupereremo il significato e il peso autentico, non le diremo più con leggerezza, ma le doseremo con timore, nella consapevolezza che si fa presto a sprecarle.

Recupereremo, senz’altro, il valore e la preziosità del lutto: rimosso come disturbante, prima; espunto per decreto, poi. Fino al grande virus quando moriva qualcuno, soprattutto se non proprio nella cerchia più stretta, il pensiero era più che altro di incomodo per l’organizzazione: dovrò andare? Come faccio con il lavoro/la famiglia/le cose da fare? Abbiamo ricevuto una dura lezione sulla morte, arrivata con le bare accatastate senza fiori, portate via con i camion militari, nello strazio di chi può dare l’estremo saluto solo tramite un manifesto funebre. Ritroviamo oggi la necessità di condividere ed elaborare il lutto insieme, del senso profondo, pieno di conforto, dell’accompagnare nell’ultimo viaggio chi ci precede al Cielo.

Recupereremo, infine, la sacralità dei riti: non ci abbandonerà la potenza, non solo evocativa, della benedizione Urbi et Orbi di papa Francesco. Spogliata di tutto, la celebrazione si è fatta piena della solennità dei gesti, della solennità dell’uomo che li compiva. Un essenziale che è tutto, come la vita.

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Mons. Delpini: Pasqua “a porte chiuse”, la speranza è in Cristo risorto. E nessuno sia lasciato solo

Agenzia SIR - Sat, 04/04/2020 - 11:13

Una Pasqua “a porte chiuse”: la gente rintanata in casa per rispettare le giuste norme precauzionali ed evitare nuovi contagi. Le messe “a porte chiuse”, in streaming, per la stessa ragione. Eppure Gesù risorto entrerà nei cuori, nelle case, portando pace e speranza. Un dialogo con mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano e presidente della Conferenza episcopale lombarda, aiuta a leggere questa difficile fase storica, segnata dal Covid-19. Proprio Milano e la Lombardia sono al centro della pandemia mentre la Chiesa ambrosiana, assieme a quella universale, si prepara a vivere il Triduo con modalità inedite.

Eccellenza, anzitutto un suo sguardo su questa vicenda che tutti stiamo vivendo con apprensione. Cosa lascia questa pandemia nel suo cuore di vescovo e pastore?
C’è, da un lato, un senso di smarrimento e di impotenza, per le tante persone che soffrono, perché donne e uomini spariscono nelle statistiche, nei numeri e nelle percentuali che vengono proposte ogni giorno. Emerge ugualmente un senso di tristezza profonda pensando, assieme ai nostri preti, all’impossibilità di raggiungere i malati, di non poter celebrare i funerali, di non riuscire a stare accanto alle famiglie. E poi sia ha l’impressione di essere travolti da una specie di alluvione di parole: una parte delle quali sono utili per conoscere e interpretare questa fase che stiamo vivendo, nella sua complessità. Ma io sento anche l’esigenza di un po’ più di silenzio, di riflessione, di un maggior senso delle proporzioni. Mi sembra che il mondo sia più grande del coronavirus, che ci sono tragedie planetarie altrettanto o più gravi. È naturale che ci si concentri su ciò che fa male a noi piuttosto che considerare quello che fa male agli altri: però questo non mi sembra tanto cristiano.

Di fronte alla virulenza dell’epidemia, a tante bare portate via senza un corteo funebre, qual è il suo pensiero? Cosa dobbiamo lasciarci alle spalle e cosa non dimenticare?
Credo che il pensiero che ci deve accompagnare sia la pratica della speranza, la speranza della vita eterna. Questo ci permette di vivere con verità e con realismo quello che succede. Al contempo sentiamo forte il dolore, la pena di non poter celebrare le esequie di chi ci lascia, i nostri cari, gli amici… Ma i cristiani conservano piena fiducia, nella certezza della comunione dei santi. La stessa morte si relativizza rispetto alla vittoria del Signore sulla morte.

Milano e la Lombardia, per tanti aspetti ritenute tra i motori d’Italia, si trovano al centro dell’epidemia da coronavirus. Nel dramma, affrontato con grande coraggio e un diffuso senso di responsabilità, risuona ogni giorno la voce del Papa, quella del vescovo di Milano assieme a quella degli altri vescovi lombardi, per sostenere la popolazione, offrendo chiavi di lettura in questo tempo surreale, portando parole di speranza. È questo il ruolo che la Chiesa può anzitutto svolgere oggi?
Vedo una concentrazione mediatica sul Papa, sui vescovi, ma la Chiesa – lo sappiamo – è più dei pastori. La Chiesa è fatta da tutti coloro che oggi soffrono o muoiono; di chi è impegnato a curare e a servire i malati. È fatta dal popolo di Dio: da coloro che provvedono ai generi di prima necessità, dagli insegnanti impegnati a far scuola a distanza, dai genitori che si spendono per custodire e far crescere i loro figli in queste condizioni. Tutto ciò è Chiesa. Si tratta di vivere ogni giornata con spirito cristiano, correndo in soccorso di chi ci sta accanto, con maggior fede, testimoniando quella speranza di cui abbiamo bisogno.

L’emergenza si sta dimostrando non solo sanitaria, ma pure economica, sociale, relazionale. Tanta gente cerca e invoca un sostegno spirituale. Diversi suoi interventi hanno incoraggiato alla preghiera, alla solidarietà verso chi è più fragile. In quale misura la Parola di Dio e la fede possono aiutare ad affrontare giorni inesplicabili e a preparare il ritorno alla attesa “normalità”?
Nella visione di fede è la Parola che ci interpella. Dobbiamo avere uno sguardo più limpido, più semplice, per riconoscere che Dio è all’opera. È Lui che ci parla, che ci dona lo Spirito, e questo Spirito Santo dentro di noi ci permette di vivere questa tribolazione con lo “stile” di Gesù. Proprio in questa settimana ci prepariamo a seguire Gesù sulla via della croce fino alla resurrezione. Comprendiamo così che è Dio che agisce nella storia. Questa disponibilità all’opera di Dio è troppe volte dimenticata, con il rischio che ci sentiamo noi stessi chiamati a salvare il mondo. Il cristiano deve fare la sua parte ma sa che è Gesù che ci salva, servendosi della docilità e della collaborazione dell’umanità.

Le diocesi e le parrocchie stanno sperimentando nuovi strumenti e linguaggi per vivere l’esperienza di fede. A questo proposito si rivela prezioso lo strumento internet: basterebbe pensare alle messe in streaming, alle videocatechesi e altre proposte simili. Sta nascendo una pastorale digitale?
Sull’utilità di questi strumenti non ci sarebbe niente da dire. Quello che io avverto è che semmai la pastorale e la liturgia hanno come scopo la convocazione della comunità. Gli strumenti digitali non sono dunque un’alternativa alla vita della comunità, all’assemblea convocata per la messa, nella propria chiesa, ad ascoltare la Parola, a pregare, cantare, spezzare insieme il Pane. In questa Settimana Santa, che vivremo anche con l’ausilio della tecnologia digitale, sentiremo che ci manca il cuore della celebrazione perché manca l’assemblea dei cristiani, ci mancano il Pane e il Vino… I nuovi strumenti sono dunque importanti, eppure sono un po’ come il suono delle campane, che è molto suggestivo, ma da solo non basta per poter affermare “ho partecipato alla messa”. Lo stesso si può dire per la messa assistita alla televisione: è una specie di “surrogato”. Non potendo fare diversamente va bene anche questa, benché non si possa considerare una forma liturgica e pastorale completa in se stessa.

Una crisi come questa rischia di pesare maggiormente su chi già si trovava in condizioni di povertà materiale, di solitudine, di emarginazione. Caritas Ambrosiana, radicata in tutto il territorio diocesano, e altre iniziative concrete provenienti dalle parrocchie, dalla società civile, dalle istituzioni pubbliche si stanno rivelando preziosissime. Il “farsi prossimo” si conferma un tratto indispensabile per la vita del cristiano e per le nostre società moderne?
“Farsi prossimo” mi sembra l’espressione più adatta, perché non si tratta solo di fare delle cose. Ci sono tante iniziative sul territorio: la Caritas in particolare fa sì che possa arrivare qualcosa da mangiare a chi non ha in tasca un soldo; il Fondo San Giuseppe è orientato ad aiutare chi perde il lavoro, venendo meno il reddito necessario alla famiglia. Però tutto questo non esaurisce il concetto della carità cristiana, la quale richiede di stabilire delle relazioni forti tra le persone. Il modo fondamentale per aiutare – oltre ad assicurare che non manchi l’essenziale – è che nessuno sia lasciato solo, ognuno possa sentire di appartenere a una comunità nella quale ci si prende cura gli uni degli altri. In tal senso il farsi prossimo è irrinunciabile. Gesù nel vangelo dice “i poveri li avrete sempre con voi”: non è solo un richiamo alla carità, ci dice “dovete far sì che i poveri siano con voi”. Occorre sviluppare un senso di comunità che comprenda i più svantaggiati. E dobbiamo immaginare che se la situazione economica e sociale diventasse più critica, chi già soffre, soffrirà di più. A costoro andrà necessariamente un’attenzione speciale.

Le chiediamo, infine, un augurio per la Settimana Santa.
L’augurio che vorrei fare si ispira alla pagina del vangelo di Giovanni che racconta del “primo giorno dopo il sabato”, quando si dice che “erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”: Gesù entrò e si “pose in mezzo a loro”. Penso che si possa definire così questa “Pasqua a porte chiuse”. Tuttavia ciò non impedisce che sia Pasqua e, nonostante le porte chiuse, entri il Signore Gesù, Cristo risorto, riempiendo la casa di gioia e di speranza. Questo è il mio augurio per tutti.

(tutte le foto: ©Chiesadimilano.it)

 

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Quaresima e Coronavirus: domande a ciascuno di noi

Agenzia SIR - Sat, 04/04/2020 - 09:57

Scegliere di vivere da credenti significa farsi interpellare dalla vita, in cui si riconosce una Parola che Dio ci rivolge, ma la vita parla sempre al presente, perché la vita c’è.
Il nostro presente è nella crisi del coronavirus e, sebbene siamo avviluppati dalla caligine che rende incerti i contorni del futuro, anche da questa situazione possiamo e dobbiamo farci interpellare, per rispondere in modo sapiente, cioè al passo con i ritmi del Verbo che tiene in mano tutte le cose, anche quelle che non ci piacciono, e tutte conduce all’amore del Padre.
Ho deciso di concludere pertanto questo percorso quaresimale, che ci ha portati alle soglie della Settimana Santa, con le domande che il nostro presente pone a me, dopo avere provato a esprimere alcune delle domande che esso pone inevitabilmente alla società civile e alla Chiesa. Ovviamente queste domande non le pone a me soltanto, ma non ho la pretesa che alcuno se ne senta interpellato allo stesso modo, o che le ritrovi tutte dentro di sé.

Qual è lo specifico del prete, oggi? Cosa è giusto che la gente si aspetti da lui?

Sbarrato l’accesso alle celebrazioni liturgiche, chiusi gli oratori, saltate le agende, i preti anziché incrociare le braccia hanno centuplicato i loro sforzi per predicare, insegnare, tenere corsi di esercizi, organizzare momenti di preghiera, confortare gli afflitti; quasi a ogni ora è possibile trovare (e capita solo ora, nei giorni del coronavirus!) Messe in streaming, appuntamenti di adorazione eucaristica, tutorial sulla liturgia, introduzioni alla preghiera… e la gente sta rispondendo con gratitudine, non sentendosi abbandonata.
Per non parlare dei preti (e dei Vescovi, e dei Cardinali) infettati dal virus per la loro fedeltà al ministero, dei preti intubati, dei preti morti.
La crisi attuale, spogliando i sacerdoti di tanti doveri di mantenimento dell’abituale, sta facendo brillare in modo luminoso i tre munera del prete pastore del suo gregge, maestro di preghiera, officiante dei divini misteri in rappresentanza di tutto il popolo.
Domenica scorsa una mamma, dopo un momento di adorazione organizzato in streaming con i bambini della Prima Comunione, mi ha scritto in un messaggio: “M. [la figlia di 9 anni] mi ha detto che don Alessandro è come Gesù, vuole bene a tutti noi e prega per noi”.
C’è altro da aggiungere sulla percezione dei fedeli circa l’essenziale del sacerdozio ministeriale?

Se la prima domanda me la sono posta da prete, le altre, più semplicemente, me le pongo da uomo che, come tutti, dovrà affrontare gli incerti giorni a venire un passo alla volta. Spero che possano stimolare qualche riflessione utile almeno per qualcuno.

Chi sarà la prima persona che vorrò riabbracciare quando finirà la quarantena?

Questo digiuno quaresimale dal contatto ci induce inevitabilmente a esaminare le nostre relazioni, mettendo in evidenza quelle che per noi, alla fin fine, risultano le più vitali. Speriamo di non dimenticarcene, dopo.

Qual è la cosa che mi fa davvero più paura di tutta questa vicenda?

Questa domanda in un certo senso è la medesima di prima sotto un’angolatura più cupa, quella della paura della perdita. Oppure può stanare altre paure recondite in noi, che pure magari ci diciamo solidamente credenti. Bene, facciamole uscire tutte queste paure, chiamiamole per nome, e decidiamoci ad affrontarle con le armi della fede, della speranza, dell’abbandono nelle mani di Dio. Potremmo vincerle.

Ho davvero voglia di tornare alla normalità?

Una domanda sorprendente, che un po’ mi fa arrossire di vergogna, soprattutto se penso ai poveri morti, ai medici e agli infermieri in trincea, alla crisi economica che sta per arrivare… eppure, non è un caso che questa sia la domanda che più volte in questi giorni ho sentito formulare anche da altri. La verità è che eravamo troppo abituati allo stress, a vite alienate sempre di corsa, ad affetti familiari visti solo la sera o nel weekend. Come sarebbe bello poter portare con sé gli spazi di novità acquisiti, una volta che avremo superato la crisi!

E ora, avviamoci verso la Settimana Santa: studiamo attentamente i testi che liturgia ci proporrà, contempliamo con gli occhi del cuore le scene che essi dipingeranno in noi… il viola plumbeo del deserto e della serietà necessaria arriverà a circondarci e forse a opprimerci con i toni del pericolo e dell’abbandono; quando per un istante apparirà il bianco candido dell’amore, dell’amicizia e del pane condiviso, fin troppo presto esso annegherà nel rosso silenzioso e tragico della violenza e di una condanna che inchioda e che sembrerà zittire nel buio la speranza… ma il bianco tornerà a sfolgorare, la speranza rifiorirà, vincerà, alla fine, la luce.

Se vorremo interpretare la nostra vita come una liturgia, potremo accettare che tutti i colori che la tingono danno gloria a Dio, e rivelano la nostra inalienabile dignità.

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Quarantena, uno speciale per viverla meglio

Evangelici.net - Fri, 03/04/2020 - 14:31
Per venire incontro all'emergenza covid-19 evangelici.net ha realizzato un dossier speciale in cui raccogliere alcune proposte utili ad affrontare il periodo di quarantena. Scorrendolo potrete trovate, in aggiornamento costante, i servizi offerti da chiese e missioni, le iniziative di rilievo, la segnalazione di film, libri e brani gratuiti, ma anche i necessari riferimenti alle fonti istituzionali...
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Coronavirus: vivere il futuro e valorizzare l’8xmille

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 14:30

Mentre continuiamo a contare i nostri morti, sale l’ansia per tutto quello che bisogna fare per evitare una dura depressione economica e sociale. In queste settimane parliamo di “guerra” e di “ricostruzione”, ma l’epidemia sposta il nostro orizzonte di cittadini e di cristiani molto oltre l’orizzonte bellico, in un futuro ancora più complicato. I virus e i fallimenti di una certa globalizzazione ci richiamano al nostro dovere fondamentale di essere umani: aver cura dei beni comuni, costruire buone leggi, proteggere i più deboli. Da tempo gli scienziati avevano annunciato che l’alterazione colpevole del nostro ecosistema avrebbe reso sempre più probabile un big crash epidemico dagli effetti disastrosi, anche sul piano politico, mettendo a rischio le nostre libertà.

Papa Francesco nella sua ultima enciclica ha riproposto ai cristiani il compito “teologico” di lottare affinché si ristabilisca un rapporto migliore tra la natura e la storia, sorelle nel progetto divino di un umanesimo integrale.

Il proposito cristiano della promozione umana impone di adattare il pensiero e l’azione ai bisogni, aprendosi a tutte le competenze migliori. Se questo è vero, ai cattolici italiani si presenta l’occasione di ripensare la presenza della Chiesa nella società, ad esempio introducendo qualche innovazione nel modo di fornire aiuto e sostegno agli indigenti, nel curare gli anziani, nel proteggere i minori e le donne, in modo da valorizzare l’otto per mille, che è lo strumento finanziario che consente alla Chiesa italiana di svolgere in autonomia la propria missione.

Nel 1984 la Repubblica italiana ha concordato con la Chiesa cattolica un innovativo meccanismo di finanziamento (esteso poi anche alle altre Confessioni) che, attraverso la fiscalità generale e sulla base di una espressa volontà dei cittadini, trasferisce alle Chiese l’otto per mille della loro imposta personale sul reddito. Si tratta di un meccanismo che in realtà vale anche per determinate finalità sociali dello Stato e che è stato replicato anche in altri ambiti, come il non profit, la ricerca scientifica, il finanziamento ai partiti ecc…

La Cei riceve dall’otto per mille circa un miliardo di euro all’anno. La maggior parte delle risorse garantisce spese obbligatorie, non comprimibili, la più importante delle quali è quella per il sostentamento del clero. Concretamente, ciò che ogni sacerdote riceve per vivere è più o meno pari a quello che molti cittadini ricevono, non sempre meritatamente, con il tanto discusso Reddito di cittadinanza. E i sacerdoti, in molti casi, donano anche il poco che ricevono. Senza contare che, purtroppo, restano escluse dal beneficio le religiose che spesso vivono in comunità molto povere. C’è comunque una parte significativa dell’otto per mille che viene impiegata sulla base delle decisioni collegiali dei vescovi e che può essere rimodulata.

Sull’otto per mille si dicono e si pensano cose errate, anche se è legittimo cercare di migliorare lo strumento, sempre che lo si faccia secondo le intenzioni e nel quadro delle norme per cui è stato pensato. In Europa i sistemi di sostentamento del clero sono diversi, ma in tutti i grandi Paesi si è disposto che la vita religiosa sia riconosciuta come un servizio, anche pubblico. Il principio è importante perché garantisce Chiese più libere e auspicabilmente più responsabili.

Questo momento di emergenza nazionale suggerisce di intensificare gli sforzi per restituire alla collettività l’otto per mille, attraverso aiuti straordinari alla Caritas e alle diocesi.

Sarebbe tuttavia opportuno fin da ora studiare nuove forme di sostegno sotto forma di cofinanziamento ad attività imprenditoriali e assistenziali promosse e gestite dalle comunità, dal terzo settore, così da raggiungere ambiti non ancora esplorati e ottimizzare le risorse già destinate. Non più soltanto aiuti a fondo perduto, ma anche altri strumenti: compartecipazioni in attività, prestiti alimentati da un fondo rotativo che si rigenera, accollo degli interessi dovuti per affidamenti o finanziamenti di lungo termine… Sono strumenti ormai d’uso corrente anche in ambito pubblico. Il tutto attraverso uno snello sistema di bandi e chiamate che già funziona nell’ambito della ricerca, dell’innovazione, dell’università, delle onlus. All’interno degli uffici centrali della Cei, una parte importante del lavoro potrebbe essere affidata ad una serie di Osservatori o Comitati costituiti da esperti, capaci di progettare e di valutare le proposte e i progetti. I media della Cei troveranno motivo per individuare e presentare all’opinione pubblica quegli esempi virtuosi che concorreranno alla circolazione di buone pratiche sociali.

Procedere nella direzione di una ridefinizione del quadro e delle modalità di impiego di una parte dell’otto per mille sarebbe anche il modo più efficace per interpretare il principio di sussidiarietà che guida il modello sociale europeo.

Le difficoltà che l’Italia incontrerà nel superare il vuoto d’aria in cui stiamo entrando, con la proletarizzazione di quel ceto medio che ha permesso al Paese di reggersi, richiederanno di ripensare il welfare e di far emergere energie nuove. Sarà ancora una volta l’impegno dei cittadini a salvare lo Stato e non viceversa. Tutto ciò richiede un supplemento di intelligenza e di competenza.

Se la Chiesa italiana saprà costruire modelli intelligenti di compartecipazione ad iniziative promosse nella società, sarà anche possibile dimostrare che è indispensabile adattare la legislazione in modo da restituire ai cittadini maggiore libertà e flessibilità nell’impegnarsi in attività il cui fine principale non è solo il profitto privato.

La passione collettiva di questa epidemia drammatica, vissuta nella solitudine o nella ristrettezza di spazi, di affetti, di amicizia, non può essere ricacciate in gola al Paese. Competenza, sensibilità politica e carità cristiana mai come ora dovranno sedersi intorno ad un tavolo comune.

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I volontari Caritas tra i senzatetto sull’asfalto di Las Vegas. Mons. Thomas: “Dei santi camminano in mezzo a noi!”

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 14:26

Dietro la foto delle centinaia di senza tetto nel parcheggio del Cashman Center di Las Vegas c’è l’inasprimento di una crisi sociale che il Covid-19 ha fatto emergere in maniera drammatica e il caos nella catena di distribuzione degli aiuti che in questi giorni gli Stati Uniti stanno sperimentando a più livelli. Le decine di persone sdraiate sull’asfalto fino a due giorni fa erano ospiti della struttura della Caritas cittadina. Poi uno di loro è risultato positivo al Coronavirus e sono scattate le misure di sicurezza previste dal governo per evitare il diffondersi del contagio: chiusura della struttura. Misura che, in automatico, si è trasformata nel far finire per strada per tutti quelli che qui avevano un rifugio sicuro.

La città ha distribuito 8mila metri quadrati di moquette per creare materassini per tutti e ben 50 volontari hanno ricoperto il parcheggio designato con il tessuto soffice, ma dopo che gli agenti di sicurezza hanno constatato l’impossibilità di assicurare una corretta disinfestazione, si è tornati all’asfalto. In questo momento sono 177 le persone che dalle sei della sera, alle 8 del mattino, occupano i posti macchina, mentre nella città dei casinò chiusi e delle luci spente, centinaia di hotel sono totalmente vuoti. Alle critiche feroci giunte al primo cittadino sui social media per uno scandalo che ha varcato i confini dello stato, il portavoce David Riggleman ha risposto che si sono trovati nell’impossibilità di gestire l’emergenza anche perchè la pandemia non è stata accompagnata da piani di risposta sociale adeguati.

“Tutto il nostro sistema economico è stato travolto”, ha spiegato Riggleman, sottolineando che la chiusura di casinò, ristoranti e luoghi di ritrovo ha gettato in strada non solo i senzatetto ma migliaia di lavoratori, generando una crisi sociale acuta in tutta la zona.

Mentre il parcheggio del Cashman center è stato utilizzato per gli homeless, la struttura in cemento è stata trasformata in ospedale d’emergenza per le decine di persone contagiate che non trovano più posto nelle strutture sanitarie locali. La Caritas sta facendo del suo meglio per garantire la riapertura del Centro, ma le distanze sociali imposte dalla pandemia non consentiranno di ospitare lo stesso numero di senzatetto e quindi andrà trovata un’altra soluzione.

Mons. George Leo Thomas

Intanto il vescovo di Las Vegas, George Leo Thomas in questi giorni sta continuando a visitare tutti i centri di assistenza presenti nella diocesi, unendosi alle decine di volontari che distribuiscono pasti confezionati non solo agli homeless ma alle decine di famiglie affette dalla crisi economica generata dal Covid-19.

“Sono stato profondamente commosso dal coraggio, dalla compassione e dalla creatività del nostro personale e dei nostri volontari, che sono rimasti in prima linea sin dall’inizio della pandemia” ha dichiarato il vescovo, consapevole dei disagi in cui stanno incorrendo non solo i senzatetto ma tutti i poveri della sua diocesi.

La Caritas cattolica è il maggiore fornitore di pasti dello stato del Nevada e grazie alla sponsorizzazione di un resort locale, in queste ultime due settimane, è riuscita a garantire che ogni giorno mille persone siano state sufficientemente nutrite.

Salutando gli ospiti in fila, molti senza tetto o in sedia a rotelle secondo le prescrizioni sanitarie richieste, il vescovo ha confessato la sua commozione per la gratitudine espressa da ciascuno, dalla dignità e dalla compostezza con cui tutti, in fila, attendevano non solo il cibo ma anche una parola di conforto. 

“Tra gli eroi nascosti nella nostra comunità – ha continuato monsignor Thomas – ci sono tutti quelli hanno permesso al programma Meals on wheels (Pasti sulle ruote) di continuare. I dirigenti Caritas e i volontari sono stati a dir poco straordinari in questi giorni difficili. Abbiamo dei santi che camminano in mezzo a noi!”.

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Caritas volunteers among the homeless on the streets of Las Vegas. Bishop Thomas: “Saints in our midst!”

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 14:26

The photograph of hundreds of homeless people sleeping on the pavement of Las Vegas’s Cashman Center parking lot, and the chaos in the aid distribution chain affecting the U.S. at multiple levels, evidences the exacerbation of a social crisis that the Covid-19 has dramatically exposed. Until two days ago, dozens of people now lying on the pavement were hosted by the city’s Caritas homeless shelter. Until one of them tested positive for the Coronavirus. The security measures enforced by the government to prevent the spread of the contagion led to the closing of the facility, thereby causing all those who had a safe haven to end up on the street.

The city of Las Vegas tried to provide 8 000 square metres of padded carpeting for everyone, while 50 volunteer workers blanketed the makeshift parking lot camp with the soft material, but as the carpeting couldn’t be sanitized, city officials told them to sleep on the pavement. There are currently 177 people living in parking spaces from 6 pm to 8 am, while the famous casino resorts are shut down and hundreds of hotels are completely empty. In response to strong criticism directed against the mayor on social media for a scandal extending across State borders, spokesman David Riggleman said that they were unable to address the emergency, not least because of lack of appropriate social response plans with regard to the pandemic.

“This has overwhelmed our resources,” Riggleman said, pointing out that the closure of casinos, restaurants and meeting places has put not only the homeless on the streets but also thousands of workers, causing a severe social crisis in the entire area.

While the Cashman center’s parking lot was used for the homeless, the concrete facility was turned into an emergency hospital for scores of infected people that cannot be admitted in local medical facilities due to overcrowding. Caritas is doing its best to ensure the reopening of the homeless shelter, but social distancing due to the pandemic will not allow the same number of homeless people to be accommodated, so another solution will have to be found.

Meanwhile, the Bishop of Las Vegas, George Leo Thomas, is continuing to visit all relief facilities in the diocese, joining the dozens of volunteers distributing packaged meals to the homeless as well as to dozens of families affected by the economic crisis created by Covid-19.

“I was deeply moved by the courage, compassion and creativity of our staff and volunteers in the front line since the outbreak of the pandemic,” said the bishop, mindful of the hardships faced not only by the homeless but also by all the poor in his diocese.

The Catholic charity is the largest provider of meals in the state of Nevada and thanks to the sponsorship of a local resort, in the last two weeks has been able to ensure enough food to a thousand people every day.

Greeting the many homeless or wheelchair-bound people waiting in line, according to the required health regulations, the bishop said he was deeply touched by the gratitude expressed by each one, by the dignity and composure shown by everyone standing in line, waiting not only for food but also for a word of comfort.

“The hidden heroes in our community – continued Monsignor Thomas – include all those who made it possible for the Meals on Wheels program to continue. Caritas leaders and volunteers have been nothing short of extraordinary in these difficult days. We have saints in our midst!”

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Coronavirus: Bergamo e Bolivia, 58 anni di gemellaggio. Oggi ancora di più “sulla stessa barca”

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 12:03

Tutti sulla stessa barca. A migliaia di chilometri di distanza dalla loro terra e con il cuore a pezzi per la perdita di tanti amici e conoscenti, ma anche con la preoccupazione che possa toccare anche da loro, in un contesto di grande povertà. Sono giornate davvero particolari quelle che stanno vivendo tre vescovi, tutti bergamaschi di origine, tutti da decenni nella lontana Bolivia, in tre angoli che esprimono la diversità territoriale di quel Paese.

Mons. Sergio Gualberti Calandrina, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra

Mons. Sergio Gualberti Calandrina è l’arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, la grande città dell’oriente boliviano, la maggiore del Paese, quando la “sierra”, la montagna, lascia il posto alle foreste e le savane della Chiquitania e del Chaco.

 

 

Mons. Eugenio Scarpellini, vescovo di El Alto

Mons. Eugenio Scarpellini è il vescovo di El Alto, la conurbazione che sovrasta La Paz, a 4mila metri d’altitudine, sul grande altipiano.

 

 

 

Mons. Eugenio Coter, vescovo del vicariato apostolico di Pando

Mons. Eugenio Coter, è il vescovo del vicariato apostolico di Pando, nel nord amazzonico, ai confini con Brasile e Perù.

 

 

 

Il coronavirus è il “padrone” delle loro giornate. Trascorrono ore in collegamento con la martoriata Bergamo, ormai conosciuta in tutto il mondo come la “capitale” del coronavirus: si sentono con familiari, amici, confratelli; confortano e consolano: apprendono di morti dolorose. Dall’altra, sono bloccati nelle loro residenze, celebrano senza fedeli, poiché quello stesso virus che ha messo in ginocchio la terra d’origine, minaccia ora anche il loro Paese d’adozione, la Bolivia, la cui Chiesa non sarebbe la stessa senza il contributo di tanti missionari, laici, sacerdoti e appunto vescovi bergamaschi. Era il 1962, quando papa Giovanni XXIII chiese alla sua diocesi natale di aiutare la Chiesa boliviana. Partì un gemellaggio resistito nel tempo, e ancora solido, dato che, oltre ai tre vescovi, sono presenti nel Paese andino attualmente oltre trenta missionari, tra sacerdoti e laici.

Un legame, tra l’altro, rafforzato dal fatto che proprio a Bergamo vive la più grande comunità boliviana d’Italia. “Don Giuseppe Berardelli, il sacerdote che ha donato il suo respiratore a un paziente più giovane di lui, lo conoscevo dal 1969, ci eravamo visti a giugno, è stato parroco a 7-8 chilometri da casa mia”, racconta mons. Eugenio Coter. Ma mentre ci racconta questo non può far a meno di pensare che “a Bergamo ci sono 1.300 respiratori, e non bastano. A Riberalta, dove vivo, una città di 120mila abitanti, grande più o meno come Bergamo, ci sono tre piccole strutture e dieci soli respiratori”. Ecco perché al dolore si accompagna l’incubo. Ecco perché Bergamo e Bolivia, dopo esserlo stati per 58 anni, sono oggi più che mai sulla stessa barca.

“Ore al telefono per confortare e dare speranza”. Racconta mons. Eugenio Scarpellini: “Sento che a Bergamo una generazione se ne sta andando nel silenzio, è terribile. Io sono originario di Zingonia, dove il virus non ha colpito molto, ma sono stato parroco a Nembro. Lì ci sono stati 126 morti in un paese di 6mila abitanti. Passo molto tempo al telefono con i loro familiari, cerco di dare speranza. Mi colpiscono i decessi di amici sacerdoti, don Fausto Resmini era mio compagno di messa, don Beraldelli mio prefetto in Seminario”. “Mi sento totalmente vicino con i miei conterranei e in particolare con i sacerdoti – aggiunge mons. Gualberti -.

È come se vivessimo qui questa tragedia.

Parlo spesso con mia sorella e un nipote, ogni giorno la lista si allunga. Ho espresso anche al vescovo di Bergamo, mons. Beschi, la mia vicinanza”. Prosegue mons. Coter: “I parenti stretti stanno bene, conosco e incoraggio tanti volontari che stanno prestando servizio per esempio gli alpini negli ospedali da campo, ho un nipote impegnato nella Croce Verde. Mi addolora la perdita di tanti confratelli sacerdoti, avverto la sofferenza della comunità di Bergamo”.

Gesti di solidarietà. Attorno ai tre vescovi c’è un’atmosfera di crescente tensione, anche in Bolivia. Molti quelli che si fanno presenti ai presuli bergamaschi, dalla gente semplice alle autorità: “Su Bergamo c’è una risonanza mondiale. Mi ha chiamato il sindaco, altri politici. Tanti si fanno presenti in modo semplice. Con la nostra diocesi d’origine c’è un legame storico, che ora si avverte”. In molti, poi, chiedono dei parenti e conoscenti che vivono a Bergamo, dice mons. Gualberti: “In provincia di Bergamo vivono 17mila boliviani, in città saranno circa 12-13mila, alcuni sono stati contagiati”.

Bolivia blindata, ma il contagio avanza. Come accennato, però, alla preoccupazione per Bergamo si aggiunge quella per la Bolivia. Il contagio, inizialmente contenuto rispetto al resto del Sudamerica, si sta espandendo e tocca ormai circa un centinaio di casi, con tre morti. Tra i positivi anche un vescovo, il vicario apostolico di Ñuflo de Chávez, mons. Antonio Bonifacio Reimann Panic. Durissime le misure preventive da parte delle autorità, consapevoli che il sistema sanitario boliviano non potrebbe reggere un’espansione massiccia del virus. Per ogni nucleo familiare può uscire solo una persona, un giorno alla settimana. “Dipende dall’ultimo numero della carta d’identità. L’1 e il 2 i lunedì, e così via, a me tocca il martedì”, dice mons. Scalpellini. Mons. Gualberti ha un problema: “Abito a 700 metri dall’arcivescovado ho chiesto il permesso per arrivarci. Santa Cruz è la città con più casi, almeno una sessantina, ho visto che ora è praticamente vuota, ma ci sono poveri, persone senza dimora, chi soffre della dipendenza di alcol e droga e vive in strada, dei migranti venezuelani che sono stati cacciati dagli alberghi”.

Il futuro dei tanti poveri è anche la preoccupazione di mons. Scalpellini: “Qui a El Alto l’80 per cento della gente vive di lavori precari e informali, in strada. Come faranno a vivere? Il Governo ha stabilito dei sussidi solo per le famiglie che hanno bambini in età scolare. E, dal punto di vista medico, mi preoccupa l’area rurale, priva di veri e propri ospedali”.

In Amazzonia manca pure la tachipirina. Anche nell’area amazzonica non mancano le incognite, cui dà voce mons. Coter: “La Bolivia mi pare sigillata, Riberalta è isolata e il cibo arriva con gli aerei di Stato. Ma qui da noi ci sono frontiere solo teoriche, il Brasile è vicino. Il rischio è che non appena la gente si stuferà di questa condizione, cerchi di oltrepassare il confine. Le città di Guayaramerín e Cobija vivono di scambi con il Brasile. È vero che qui il 60% della popolazione ha meno di 40 anni, ma sono comunque molto preoccupato. Siamo isolati, per arrivare alle città ci possono volere due settimane di navigazione, qui manca anche la tachipirina”.

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Coronavirus Covid-19: in campo anche il progetto “Ospedali aperti”. Card. Zenari, “sfollati e carcerati i più vulnerabili”

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 10:20

Entrata nel suo decimo anno di guerra, la Siria si trova adesso ad affrontare anche lo spettro del Coronavirus Covid-19. Con oltre 500mila morti, milioni di sfollati, infrastrutture al collasso e, quel che più conta, con scontri ancora in corso a Idlib, nel nord-ovest, il rischio di una pandemia è più che mai reale. Nelle scorse settimane scorse il regime del presidente di Bashar al Assad aveva smentito la presenza di contagi salvo fare dietro front quando il ministero della Salute, Nizar Yazaji, ha diffuso la notizia del primo decesso da coronavirus. A partire dal 12 marzo il Governo ha emanato tutta una serie di misure per contenere il virus: posticipate a maggio le elezioni, chiusi i confini, riduzione del pubblico impiego e del trasporto pubblico, chiuse scuole, università, moschee, chiese, e anche negozi, cinema e ristoranti per evitare assembramenti. Fino ad arrivare all’introduzione del coprifuoco dalle 18 della sera alle 6 del mattino. Solo le persone autorizzate possono uscire e tra queste ovviamente i medici e gli operatori sanitari. Misure che sembrano, per ora, arginare la pandemia: al 2 aprile, i casi confermati sono saliti a 16 e due i morti. Ancora di ieri la notizia, diffusa dall’agenzia Sana, della messa in quarantena della città di Mnin, (governatorato di Damasco) dove una donna è morta per coronavirus.

foto SIR/Marco Calvarese

La denuncia dell’Oms. La stessa agenzia riporta anche le dichiarazioni di Neamt Said Abd, rappresentante in Siria dell’Oms, Organizzazione mondiale della Sanità, che ha auspicato la fine delle sanzioni perché danneggiano anche il sistema sanitario e affermato che la Siria è solo all’inizio della curva ascendente della diffusione del virus, per cui resta necessaria la misura del distanziamento sociale. Anche per questo motivo  le Autorità hanno esteso il coprifuoco, oggi e domani, da mezzogiorno alle 6 del mattino. L’Oms già nei giorni scorsi aveva avvertito che “l’emergere del virus nei Paesi con sistemi sanitari fragili come Siria e Libia è particolarmente preoccupante. Preoccupa anche la carenza di kit per i test di laboratorio e di attrezzature protettive per gli operatori sanitari. Le restrizioni di viaggio e la chiusura delle frontiere ostacolano la capacità dell’Oms di fornire competenze tecniche e forniture urgenti a questi e ad altri paesi”. In Siria, riporta l’Oms, “più di 9 anni di guerra hanno avuto un forte impatto sulla capacità del settore sanitario che può contare solo sul 50% degli ospedali pubblici e sul 47% dei centri sanitari di salute pubblica. Migliaia di medici e operatori sanitari sono fuggiti dal paese a causa del conflitto”. Secondo l’Oms,

“un focolaio di Covid-19 nel Governatorato di Idlib dove si combatte, oggi l’area meno preparata in Siria per affrontare una pandemia potrebbe avere un impatto devastante sulle centinaia di migliaia di persone sfollate internamente che vivono in campi sovraffollati e per questo altamente sensibili alle malattie infettive”.

“Ospedali Aperti” in campo. In questo sistema sanitario al collasso chi cerca di farsi trovare pronto ad un focolaio di Covid-19 sono i tre nosocomi del progetto “Ospedali aperti”, voluto dal card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, con Avsi, per assicurare l’accesso gratuito alle cure mediche ai siriani poveri, attraverso il potenziamento di tre ospedali cattolici non profit: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco, e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo. Il Progetto, dal 2017 ad oggi, ha fornito oltre 33700 trattamenti a persone vulnerabili. E si punta, Covid-19 permettendo, a quota 50mila trattamenti per la fine dell’anno. Avsi sta avviando una partnership con due dispensari di Damasco per ampliare l’offerta delle prestazioni mediche.

“I test effettuati sono pochi anche se mirati e vengono esaminati nel laboratorio del Ministero della Salute con il supporto dell’Oms – spiega al Sir Flavia Chevallard, responsabile del progetto gestito dalla Fondazione Avsi in Siria –

nella popolazione c’è molta paura per una eventuale diffusione del contagio.

Serpeggia anche la convinzione che i casi siano molti di più, non solo nella Siria controllata dal Governo, ma anche e soprattutto nel Nord-Ovest, a Idlib. La speranza di tutti è che il contagio qui non si diffonda con la stessa virulenza della Cina, dell’Italia, della Spagna o del vicino Iran. Se accadesse sarebbe una ecatombe. Tutte le capacità di cui avremmo bisogno per prevenire o mitigare il contagio qui sono davvero ridotte. Serve molto aiuto (www.avsi.org)”.

Pochi posti letto e pochi ventilatori polmonari. E i numeri lo confermano: secondo Save the Children “nel nord-ovest della Siria, ci sono un totale di 153 ventilatori e 148 posti letto in terapia intensiva, a fronte di quasi un milione di sfollati che vivono in aree sovraffollate e di una popolazione di 3 milioni di persone. Nella Siria nord-orientale sono meno di 30 i posti in terapia intensiva, solo 10 i ventilatori per adulti e un solo ventilatore pediatrico, per una popolazione di 1,3 milioni di persone”. “Nei nostri tre ospedali – aggiunge Chevallard – abbiamo in tutto 24 ventilatori, usati per diverse patologie e 29 posti di terapia intensiva. In queste settimane abbiamo dovuto fornire cure solo ai malati più gravi così da evitare affollamenti nei nosocomi e abbattere la possibilità di contagio. La prima cosa, infatti, è proteggere il personale sanitario dotandolo anche di protezioni adeguate, mascherine, guanti, tute e disinfettanti. Il problema, però, è reperire sul mercato queste protezioni come anche i ventilatori polmonari.

Qui in Siria è più difficile perché il potere di acquisto della valuta siriana è crollato. I prezzi invece sono saliti moltissimo. Le sanzioni internazionali (Ue-Usa, ndr.) rendono più difficile l’arrivo dei macchinari diagnostici. La Siria è un Paese in guerra, sotto embargo internazionale e la pandemia di Coronavirus viene a gravare ulteriormente su una situazione già molto critica. Farvi fronte è una sfida enorme”.

“Farci trovare pronti”. “Dobbiamo cercare di farci trovare pronti ad una diffusione del contagio per questo stiamo cercando di reperire dei respiratori polmonari e dispositivi di protezione” – ribadisce al Sir il nunzio, card. Zenari,

“Una diffusione del contagio sarebbe una vera catastrofe, non solo per la popolazione ma anche per i medici e gli operatori sanitari”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Al momento attuale – aggiunge il nunzio – siamo del tutto impreparati come già detto a fine marzo dall’inviato Onu per la Siria, Geir Pedersen, al Consiglio di Sicurezza. Preghiamo che questa epidemia non si estenda anche in Siria. Sarebbe come cercare di tamponare con una mano una diga che fa acqua”. Il nunzio si dice preoccupato anche per i 6 milioni di siriani sfollati interni: “Bisogna pensare anche a dove e come vivono. Ce ne sono almeno un milione dentro campi di fortuna carenti del tutto dal punto di vista igienico e sanitario. Come possiamo pretendere da questa povera gente che si lavino le mani più volte al giorno se non hanno nemmeno l’acqua da bere?

Pensiamo anche ai detenuti nelle carceri.

Anche per loro, in questa fase di diffusione del virus, è urgente un gesto di buona volontà da parte di tutte le parti in lotta che li tengono prigionieri”.

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Coronavirus Covid-19: projects under way include “Open hospitals.” Card. Zenari, “convicts and displaced persons are the most vulnerable”

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 10:20

Now in its tenth year of war, Syria is also facing the threat of the coronavirus Covid-19. With over 500,000 dead, millions displaced, deteriorating infrastructure and, most importantly, ongoing combat in Idlib in the North West, the risk of a pandemic is more menacing than ever. In the past few weeks, President Bashar al Assad’s regime denied cases of infection only to backtrack when Health Minister Nizar Yazaji reported the first death from coronavirus. As of March 12, the government imposed a number of measures to prevent the spread of the virus: elections were postponed until May, borders were closed, public employment and public transport services decreased, schools, universities, mosques, churches, and even shops, cinemas and restaurants were shut down to avoid mass gatherings. Until a curfew was established from 6 pm to 6 am. Only authorized persons are allowed to go out, obviously including doctors and health care workers. For the moment, these measures would appear to control the pandemic: as of 2 April, the number of confirmed cases has risen to 16 with two dead. Yesterday Sana news agency reported that Mnin (governorate of Damascus), where a woman died of coronavirus, was placed under quarantine.

The WHO’s denunciation. The same news outlet reported the statement of Neamt Said Abd, representative of the World Health Organization in Syria, who called for an end to sanctions, detrimental to the health care system. He said that Syria is only at the beginning of the upward curve in the spread of the virus, so social distancing remains mandatory. This is also why national authorities have extended the curfew, today and tomorrow, from noon to 6 am. The WHO had already warned a few days ago that “The emergence of the virus in much more vulnerable countries with fragile health systems in the Region, including Syria and Libya, is of special concern. Of equal concern are global shortages in laboratory testing kits and protective equipment for health workers, as well travel restrictions and border closures. All of these are impeding WHO’s ability to provide urgently needed technical expertise and supplies to these and other countries.” In Syria, reports the WHO, “more than 9 years of war have heavily impacted the capacity of the health sector, with only 50% of public hospitals and 47% of public primary health care centres fully functional by the end of 2019. Additionally, thousands of qualified health professionals have fled the country.” For the WHO,

“an outbreak of Covid-19 in the Governorate of Idlib, Syria’s least-prepared territory for a pandemic, where fighting is taking place, could prove devastating for hundreds of thousands of internally displaced people living in overcrowded camps, highly exposed to infectious diseases.”

“The “Open Hospitals” project. Against the backdrop of a disastrous health system, the Open Hospitals project promoted by Card. Mario Zenari, Apostolic nuncio to Syria, together with AVSI, is designed to ensure free access to medical care for poor Syrians through the expansion of three non-profit Catholic hospitals: the Italian Hospital and the French Hospital in Damascus, and the St. Louis Hospital in Aleppo. Since 2017, the Project has ensured over 33700 medical treatments to vulnerable people. The goal, Covid-19 permitting, is to offer 50,000 healthcare services by the end of the year. AVSI is partnering with two dispensaries in Damascus to broaden the range of medical services.

“Only few tests, albeit targeted, have been carried out so far, analysed in the laboratory of the Ministry of Health with the support of the WHO”, Flavia Chevallard, manager of the AVSI Foundation project in Syria, told SIR.

There is widespread fear of a further spread of the virus.

People also fear that there may be many more cases, not only in government-controlled Syria, but also and above all in the north-west, in Idlib. Everyone’s hope is that here the virus will be less virulent than in China, Italy, Spain or neighbouring Iran. If it were to happen, it would be a carnage. We have very little capacity to prevent or mitigate the outbreak. A lot of help is needed (www.avsi.org).”

Few beds and few ventilators. According to Save the Children “in North West Syria, there are a total of 153 ventilators and 148 beds in ICU, while nearly a million recently displaced people are living in overcrowded areas. In North East Syria, there are fewer than 30 ICU beds, only ten adult ventilators and just one paediatric ventilator for a population of 1.3 million.” “In our three hospitals – added Chevallard – we have a total of 24 ventilators used for various diseases, and 29 ICUs. Over the past few weeks we could only offer treatment to the most seriously ill so as to avoid overcrowding in hospitals and prevent contagion. In fact, our first priority is to protect healthcare workers by providing them with adequate protection, masks, gloves, protective clothing and disinfectants. The problem, however, is to find protective clothing on the market, as well as lung ventilators.

Here in Syria it’ s more difficult because the purchasing power of Syrian currency has plummeted. Prices have soared. International sanctions (EU-US, ed.’s note) complicate the delivery of diagnostic devices. Syria is a country at war, under an international embargo, and the Coronavirus pandemic is further exacerbating an already critical situation. Coping with this situation is an huge challenge.”

“We must be prepared.” “We must be prepared to face a spread of the virus. We are therefore endeavouring to obtain lung ventilators and protective devices”, the nuncio, Card. Zenari, told SIR.

“An outbreak of the infection would be a catastrophe, not only for the population but also for doctors and health care workers.”

“At the present moment – the nuncio added – we are completely unprepared as the UN envoy for Syria, Geir Pedersen, told the Security Council at the end of March. We pray that this epidemic does not spread to Syria. It would be like repairing a dam failure with a bandaid.” The nuncio is also worried about 6 million internally displaced Syrians: “We must also consider where and how they live. At least one million live in makeshift camps lacking in hygiene and health care. How can we expect these poor people to wash their hands several times a day if they don’t even have water to drink? 

And let’s not forget the prison inmates.

A gesture of goodwill on the part of all battling factions that are holding them prisoner is urgently needed, even for them, at this stage of the spread of the virus.”

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Quaresima e Coronavirus: domande per la Chiesa

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 10:10

Ieri abbiamo potuto rinvenire alcuni degli importanti interrogativi che la crisi del coronavirus rivolge alla società civile; a maggior ragione questa situazione interpella la Chiesa, che per sua natura è chiamata all’ascolto obbedienziale di Dio che parla attraverso gli accadimenti, e deve (e può) rispondere sapienzialmente all’enigma del male guardandolo con occhi pasquali, così da far fare all’umanità un passo avanti in più verso il Regno.

Anche in questo caso le domande sorte sono in ordine sparso, né pretendono di essere tutte le domande che i drammi di questi giorni sottopongono a pastori e fedeli: sono quelle che il sottoscritto si è visto più volte sbattere in faccia dalla vita strana di queste settimane, scoprendo poi di non essere stato il solo prete a porsele.

Confessione al telefono o in videoconferenza: perché no?

Tale questione, che pertiene alla teologia sacramentale, non è stata chiusa né definita; d’altronde, è solo oggi (e non certo cinqua-sessant’anni fa) che si sta comprendendo il significato reale, il vero potenziale, della comunicazione a distanza. Il riferimento all’invalidità per difetto di presenza non regge, perché mentre una lettera scritta non risponde alla natura della comunicazione diretta e auricolare tra due persone, una telefonata o una videoconferenza sì – cose queste che, ovviamente, non si potevano immaginare nel XVI secolo. Né la questione è paragonabile alla burla dell’app per confessarsi senza il prete, vera e propria bufala girata in rete e nata dall’equivoco su un’applicazione ideata per prepararsi alla Confessione.
In realtà non esistono argomenti decisivi contro la validità di una Confessione attraverso un mezzo telematico, tramite il quale sia il confessore che il penitente potrebbero comunicare vedendosi, o almeno sentendosi, in tempo reale. Non si parli di segretezza, per favore, soprattutto se pensiamo a certi confessionali che nelle nostre chiese semivuote fanno quasi da cassa di risonanza!
Ma poi, pensiamoci bene: se uno mi fa un torto, e mi telefona afflitto chiedendomi perdono, e io gli rivolgo parole di misericordia, lì succede qualcosa di reale o no? E Dio, che è puro e infinto Spirito, dovrebbe invece essere vincolato a uno spazio fisico determinato?
E i sacerdoti che alla GMG concelebrano con il Papa da centinaia di metri di distanza, se non chilometri, quando dicono “Questo è il mio Corpo” consacrano validamente?
Ogni Sacramento richiede livelli diversi di concretezza fenomenica: altro è un Sacramento che richieda il venire immersi nell’acqua, il venire unti, o il mangiare, altro quello che richiede solo l’ascolto e la parola.
Lungi dal voler optare categoricamente per una tesi, e rimanendo fedeli all’attuale divieto, speriamo tuttavia che questa sottolineatura che la Chiesa stessa sta facendo dei benefici (almeno larvati) della partecipazione in streaming alle funzioni durante la quarantena riapra la questione – tanti infermi sicuramente ne gioverebbero!

Quale funzione effettiva di vicinanza e consolazione possono esercitare le parrocchie (e i parroci) in questa crisi?

Il principio di sussidiarietà, per il quale se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione, è alla base dello Stato di diritto, ed è un’invenzione della Chiesa Cattolica, sancito dalla Rerum novarum di Leone XIII.
Da un lato è senz’altro molto positivo vedere una nuova generazione di Vescovi e Cardinali in prima linea, a perenne disposizione per celebrazioni in streaming, predicazioni in rete, Messe, ecc. Questo mostra e conferma una Chiesa in uscita che mantiene uno stile vitale e comunicativo. Speriamo solo che questo imponente dispiegamento di media da parte della gerarchia non scoraggi, ma anzi stimoli, un contributo più specifico, locale, incarnato e “artigianale” da parte delle parrocchie.
In qualche modo anche “in streaming” torna la questione decisiva del modo migliore in cui i diversi gradi della gerarchia possano e debbano interagire per custodire la comunione e la specificità di funzione.

La formazione spirituale dei fedeli laici va di pari passo con la loro formazione sacramentale?

Il fanatismo espresso da non pochi cattolici, di cui alcuni anche piuttosto in vista, che pretenderebbero in piena pandemia di fare come se nulla fosse cambiato, e vorrebbero partecipare alla Messa e ricevere i Sacramenti senza limitazioni, solo in apparenza è fede. Il vero credente obbedisce alla vita, e a Dio tramite la vita, e sa accogliere nella propria esistenza il deserto tanto quanto la Terra promessa, il Sabato santo tanto quanto la Domenica di Pasqua – perché sa che in effetti è attraversando il deserto che si arriva alla Terra promessa, e che è passando per il Sabato che si arriva alla Domenica.
In realtà queste pretese, piene di enfatico autocompiacimento, fanno sospettare che ci siano molti cattolici che, se non “fanno” atti religiosi in chiesa, messi a tu per tu con Dio dentro casa loro, molto semplicemente non saprebbero cosa dirGli; persone magari di buone intenzioni, ma del tutto ignare di vita interiore, discernimento, contatto con la Parola, esami di coscienza, ecc. cioè di tutto quello che dovrebbe dare intelligenza autenticamente spirituale della liturgia, che senza di esse può facilmente ridursi a cerimonia esteriore che non coinvolge (se non esteticamente) né compromette.
Questa crisi sta mettendo in luce la necessità urgente di una riformulazione della proposta formativa offerta ai fedeli, che non si limiti alla sacramentalizzazione, ma consegni veri e seri strumenti di vita spirituale e di discernimento sin dalla più giovane età, così da radicare nei cristiani la consapevolezza del loro sacerdozio universale derivante dal Battesimo.

Queste sono alcune delle domande più urgenti che questa crisi piena di stimoli spirituali e pastorali ha messo nel cuore di tanti di noi poveri preti, che in questi giorni del coronavirus stiamo lottando per essere “frati Cristoforo” e non “don Abbondi”.

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Un bandolo nel bailamme

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 00:11

I pensieri di questi giorni sono milioni. Si affollano. Si accavallano. Si contraddicono anche. Ci costringono a un dualismo quotidiano irrisolto. Fanno la spola, i nostri costanti rimuginamenti, dai numeri crescenti dei contagiati che rischiano di travolgere ogni nostra resistenza al virus, ai pensieri rivolti al futuro con i quali ci costringiamo a pensare che “dietro a una nuvola c’è sempre il sole”.

Trovare un bandolo, in questo bailamme che popola le nostre giornate, non è semplice. I più ci provano, come l’esperienza di ognuno di noi può confermare. Quali insegnamenti cogliere da queste settimane così buie, con le strade deserte, le fabbriche ferme, le saracinesche abbassate, i bar e i ristoranti chiusi?

La nostra vita dipende dagli altri. Forse lo sapevamo anche prima del Coronavirus, ma non volevamo rendercene conto. Lo ha scritto ancora una volta Chiara Giaccardi su Avvenire di martedì scorso. Papa Francesco, con il suo tutto è connesso tutto è collegato spesso ripetuto nella Laudato si’, ce lo aveva ricordato in tempi non sospetti. Ma noi nulla, tutti presi dalle occupazioni quotidiane. Dal fare e disfare nel quale siamo cresciuti dagli anni ’60 in qua.

Poi è arrivato il Covid-19. In tv sfilavano le immagini dalla Cina: strade desolate e città svuotate. Ci pareva di sognare. Mai a noi sarebbe capitato. Invece i morti sono tantissimi. Le tragedie familiari e di intere comunità non si contano. Guai a dimenticarsene. Sarebbe un vero delitto.

Anzi. È proprio da quanto stiamo vivendo che vorremmo cogliere insegnamenti preziosi per guardare avanti. In questo contesto così difficile, di grande preoccupazione quando non drammatico, emergono con forza alcuni aspetti positivi da non trascurare.

Su tutto la riscoperta delle relazioni. Nel momento in cui siamo costretti a rimanere in casa, stiamo prendendo coscienza che accanto a noi vive qualcun altro. Il coniuge, i figli, i genitori, i vicini, gli amici, i tanti che non si sentivano da tempo. Mai come in questi giorni convulsi sono arrivati messaggi e telefonate per avere notizie, per un saluto, per un abbraccio digitale. E non si contano i gesti di solidarietà concreta di cui è popolata la cronaca di cui nel giornale diamo conto.

È già un ricominciare, fatto anche di preghiere nelle case, di Messe online e di Rosari snocciolati come i più mai avrebbero immaginato. Un nuovo inizio, costituito da quel rapporto ineludibile che dà senso al vivere. Da questo nuovo sguardo sulla realtà scaturisce quella capacità di pensare al domani che si chiama speranza (Tonino Cantelmi all’agenzia Sir), che ci fa guardare a quello che già è presente. Basta saperlo cogliere, ma è qui.

(*) direttore del “Corriere Cesenate” (Cesena)

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Europa, l’ora della solidarietà

Agenzia SIR - Fri, 03/04/2020 - 00:08

“Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse”. È questo il passaggio del recente video-discorso di Mattarella – quello di “Giovanni, neanch’io sono stato dal barbiere” per intenderci – che ha colpito maggiormente i media e l’opinione pubblica non solo italiana: una tirata d’orecchi al modo in cui l’Europa si sta muovendo in questa fase complessa e segnata dolorosamente dal contagio Covid- 19. Pur riconoscendo che nell’Unione europea la Banca centrale e la Commissione “hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento europeo”, il Presidente della Repubblica ha messo in chiaro che “non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali” e che pertanto “ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni”. Parole di questo tenore, pronunciate da un moderato e da uno strenuo difensore delle istituzioni europee, non potevano passare inosservate. In realtà portano alla luce alcuni nodi problematici nelle relazioni tra Stati europei e chiedono urgentemente un cambio di passo e l’assunzione di una logica impostata ad un maggiore senso di unità e di solidarietà.
In pericolo è certo la salute degli europei, minacciata dal contagio, ma anche la tenuta dell’Unione europea, minacciata da una tensione sempre più forte: da una parte i Paesi del Nord (Germania e Olanda in testa) decisi a mantenere in vigore i rigidi criteri stabiliti prima della crisi; dall’altra i Paesi del Sud (Italia e Spagna come capofila) le cui economie in sofferenza chiedono più flessibilità e la possibilità di fare debito per affrontare l’emergenza. La Francia sembra indecisa a quale dei due schieramenti appartenere, mentre i Paesi dell’Est sembrano giocare un’altra partita, mossi da altri interessi (vedi Orban in Ungheria). A spingere Sergio Mattarella ad intervenire sono stati alcuni passi “falsi” dell’Unione che hanno provocato effetti negativi a vari livelli. Mi riferisco in particolare alle parole di Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (Bce): “Noi non siamo qui per accorciare gli spread. Non è questa la funzione né la missione della Bce”. Traducendo, la Lagarde ha dato l’impressione ai mercati finanziari che la Bce, anche in una fase così straordinaria, non sia affatto disposta a difendere la stabilità dei conti dei Paesi economicamente più fragili (come l’Italia): tanto è bastato perché la borsa di Milano perdesse 17 punti percentuali. Si aggiungano poi gli interventi non così lineari della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che da un lato proclama: “Siamo tutti italiani” e “Faremo tutto quello che è necessario”, ma dall’altro mostra di non essere molto disponibile ad avallare l’ipotesi dei Coronabond o Eurobond (uno strumento finanziario per consentire agli Stati europei più in difficoltà di accedere a nuove risorse economiche grazie all’intervento solidale degli altri Paesi dell’Unione). La lentezza con cui la Commissione intende decidere su tale questione (si è data due settimane!) non è un buon segno: l’economia italiana è già in grave difficoltà e ha bisogno al più presto di un concreto sostegno per scongiurare l’aggravarsi della crisi. In questa situazione gli antieuropeisti di casa nostra – ma anche quelli degli altri Paesi europei – spudoratamente gongolano: l’occasione ghiotta di un “Italexit” (l’uscita dell’Italia dall’Unione) finalmente viene loro offerta su un piatto d’argento. Curioso il fatto che siano proprio loro in questi giorni a gridare che “l’Europa non ci aiuta” o “dov’è l’Europa?”: non si avvedono di rimarcare, in modo paradossale, che proprio di quell’aiuto e di quella presenza abbiamo bisogno per uscire dal periglioso guado in cui l’Italia – ma anche gli altri Paesi – si trovano. “Nessuno si salva da solo”. Lo ha ripetuto papa Francesco venerdì sera in piazza San Pietro ed è una delle verità più evidenti e reali che ci possano essere e che vale anche per le scelte politiche europee. L’Europa è ad un tornante decisivo: o assume fino in fondo il principio di solidarietà del “nessuno si salva da solo” o rischia di perdersi. E con essa anche i singoli Paesi, a cominciare da quelli dalle economie più fragili. Sovranisti compresi.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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A proposito di un dipinto su Simonino di Trento

Agenzia SIR - Thu, 02/04/2020 - 17:13

Ho avuto modo di vedere il quadro di Giovanni Gasparro sulla vicenda di Simonino di Trento. Sarebbe superfluo affermare che il dipinto è la triste dimostrazione di quanto la mente umana rincorra vecchi stereotipi. Essi vanno ad alimentare atteggiamenti antisemiti che stanno crescendo in questo tempo difficile, in cui si devono inventare nemici e “untori” dall’esterno. A chi altri, infatti, si possono addossare le colpe di situazioni che non sappiamo spiegarci né debellare? Il Museo Diocesano Tridentino ha recentemente allestito una mostra che ha di nuovo spiegato come la vicenda che ha portato ad incolpare di omicidio rituale di Simone, bambino di 28 mesi, la piccola comunità ebraica di Trento nel 1475, sia del tutto falsa. Eppure,

le conseguenze di questa orribile antesignana delle fake news furono drammatiche e reali.

La prima fu lo sterminio di quel piccolo e inerme nucleo di innocenti della comunità. La seconda fu l’inserimento nel martirologio romano di Simonino di Trento da parte di Sisto V nel 1584, che appunto ne riconobbe il culto. La sua venerazione si diffuse nello spazio e nel tempo. La Chiesa Cattolica finalmente, dopo secoli, ha dichiarato ufficialmente abrogato il culto di Simonino il 28 novembre 1965, giorno della promulgazione da parte del Concilio Vaticano II della Dichiarazione Nostra aetate sul rapporto con l’ebraismo e le religioni non cristiane. Alla Nostra aetate sono seguiti numerosi documenti ufficiali che hanno contribuito a cambiare radicalmente il rapporto della Chiesa cattolica con l’ebraismo.

Non sarebbe neppure necessario, perciò, dichiarare altro se questi quadri non fossero proposti come espressione della fede cristiana, sebbene di cristiano non abbiano nulla; noi cattolici dovremmo uniformarci al magistero della Chiesa e sopprimere definitivamente questi rigurgiti antisemiti.

A volte ci sono fedeli che preferiscono fabbricarsi verità sganciate dalla Tradizione, di fatto scivolando nell’eresia, mentre i documenti del Vaticano II sono erroneamente percepiti come degli optional, che si è liberi di conoscere e di osservare o meno. Peccato si tratti di enunciati vincolanti, sottoscritti dai Vescovi della Chiesa cattolica e promulgati come tali dal Santo Padre. Si deve constatare, purtroppo, nonostante le numerose dichiarazioni che la Chiesa ha pubblicato in questi anni, nonostante gesti e parole pronunciate da tutti i Pontefici degli ultimi 50 anni, che parte dell’insegnamento della Chiesa sul rapporto unico e singolare dei cristiani con l’ebraismo non è ancora passato nel cuore e nella mente di alcuni, i quali, pur costituendo delle oggettive minoranze, riescono purtroppo ad attirare ancora attenzione. Si deve lavorare ancora molto nella direzione dell’insegnamento della nostra Chiesa degli anni del post-concilio. In qualità di presidente della Commissione dei vescovi italiani per l’ecumenismo e il dialogo mi sto impegnando affinché l’insegnamento conciliare in materia si diffonda.

È urgente che i nostri fedeli riconoscano la presenza preziosa delle comunità ebraiche e dell’ebraismo nelle nostre città e nel mondo.

A tal fine, la Commissione cerca di favorire con ogni mezzo nella catechesi e nell’insegnamento della religione cattolica la conoscenza dell’ebraismo. Solo così, attraverso la sconfitta di ignoranza e pregiudizi, si possono evitare le manifestazioni di antisemitismo, porta aperta verso l’esclusione e il razzismo. Siamo consapevoli che il razzismo è in crescita nelle paure del mondo globale, in questo momento difficile, in cui siamo aggrediti pesantemente da una pandemia che scatena pulsioni istintive di difesa e violenza. Non abbiamo bisogno di aggiungere altro alla sofferenza che già viviamo in questo tempo!

(*) presidente della Commissione episcopale della Conferenza episcopale italiana per l’ecumenismo e il dialogo

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