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Siria: testimonianze da Qamishli dove i cristiani hanno scelto di restare

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 18:32

“Il mio pensiero va ancora una volta all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane”. Sono arrivate anche a Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia dove in questi giorni sono in corso scontri tra forze curde e esercito turco, le parole di Papa Francesco ieri all’Angelus.

“Sono parole che ci danno un grande conforto” dice al Sir padre Nareg Naamo, rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma. Il sacerdote armeno-cattolico è originario di Qamishli dove vive la madre con il resto della sua famiglia e per questo in costante contatto con la Siria. E dal confine con la Turchia arrivano notizie di “movimenti delle truppe regolari siriane che stanno prendendo posizione lungo le postazioni lasciate dalle forze curde dopo l’accordo con Damasco”. Le colonne militari del presidente Assad sono entrate a Tell Tamer, a 35 km dal confine con la Turchia e puntano a raggiungere Kobane, simbolo della resistenza curda all’Isis, e Manbij, due città nelle mire anche di Erdogan che da quelle parti vuole far passare la sua “zona cuscinetto”. L’esercito siriano, inoltre, è a poche decine di chilometri da Raqqa, già capitale dello Stato islamico.

“La popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati”.

“Le scuole sia pubbliche sia private come quelle cristiane a Qamishli hanno ripreso le lezioni. Vogliamo la pace e le parole del Papa ci donano tanto conforto e non ci fanno sentire abbandonati”, sottolinea padre Naamo che rivendica con orgoglio la presenza cristiana anche lungo questo confine martellato da bombe e razzi. Oggi da Bruxelles i ministri degli Esteri dei Paesi membri hanno lanciato un ultimatum ad Ankara minacciando lo stop alle esportazioni di armi come richiesto da Italia, Germania e Francia. “L’unico modo per fermare questa guerra è, come ribadito dal Pontefice, impegnarsi ‘con sincerità, con onestà e trasparenza’ sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci. Chissà se le potenze militari sapranno farne tesoro”.

Ma nella terra di san Paolo la speranza non viene mai meno, come ricorda da Qamishli il parroco della comunità armeno-cattolica locale (dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord), padre Antonio Ayvazian: “Nei giorni scorsi abbiamo subito scambi di artiglieria tra i curdi che hanno colpito villaggi oltre il confine e le forze dell’esercito turco che hanno risposto provocando la morte di una famiglia cristiana di rito siriaco-ortodosso, madre e tre figli. I turchi hanno poi colpito e messo fuori uso un grande forno nel quartiere ovest della città ma in 24 ore la produzione è stata ripristinata”. In città la situazione è di calma apparente dopo che, spiega il parroco, “le forze curde hanno consegnato le loro postazioni militari all’esercito regolare siriano che ha così oltrepassato il fiume Eufrate. I soldati hanno potuto prendere il controllo anche delle posizioni sul terreno occupate dalla Coalizione anti Isis guidata dagli Usa. Ora la Turchia ha davanti a sé l’esercito siriano e non gruppi armati curdi. Speriamo che non si vada oltre”. Ma c’è una emergenza umanitaria cui bisogna fare fronte:

“Nelle città e nei villaggi situati sulla linea di confine – dichiara don Ayvazian – si è verificato un grande esodo di abitanti e molti sono rimasti praticamente disabitati. Tantissime persone si sono dirette qui a Qamishli dove il Governo ha aperto scuole e strutture pubbliche per dare loro un ricovero. Al momento si stima in almeno 130mila il numero di sfollati dal confine che vanno ad aggiungersi a quelli già arrivati da tempo da Raqqa e Deir ez Zor”.

Secondo l’Onu il numero degli sfollati potrebbe aumentare sino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita da questa nuova crisi.

“Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è dare un tetto ai rifugiati, assistenza umanitaria e sanitaria”,

spiega il parroco armeno-cattolico, che aggiunge: “Riceviamo aiuti da Unicef, Fao, Oms e da altre agenzie umanitarie internazionali ma nessuno si aspettava un flusso così grande di profughi e rifugiati. Da parte nostra tutte le riserve di cibo che avevamo in episcopio le abbiamo date per sostenere i più vulnerabili, anziani, donne in attesa e bambini. Negli ospedali, poi, ci sono tanti feriti da accudire, oltre alle vittime”.

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Ma c’è un soffio di speranza. “La popolazione appare più tranquilla ora che è arrivato l’esercito. Tantissime persone sono scese in strada per accogliere i soldati e per fare festa”, racconta don Ayvazian che rivela: “Nei giorni scorsi l’ambasciata armena a Damasco ha informato gli armeni con doppio passaporto della possibilità di lasciare la Siria. In una riunione di tutte le fedi e denominazione cristiane della nostra zona abbiamo deciso di restare. Siamo cittadini siriani e vogliamo restare qui, non ce ne andremo via”.

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Sinodo per l’Amazzonia: un “Osservatorio” sulla violazione dei diritti degli indigeni

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 17:09

“I diritti ambientali e l’importanza della comunicazione”. Sono due temi “mai toccati prima” ed emersi durante la nona Congregazione generale del Sinodo per l’Amazzonia, a cui hanno partecipato 179 padri sinodali e che si è aperta con la preghiera del Papa per l’Ecuador, già al centro dell’Angelus di ieri, ha riferito Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Padre Giacomo Costa, segretario della Commissione per l’informazione, ha reso noto che riguardo al tema dell’informazione in aula “si è parlato dell’importanza della crescita comunicativa dell’Amazzonia, anche tramite strutture organizzative adeguate, valorizzando i mezzi di comunicazione cattolici e formando comunicatori autoctoni, per rafforzare la rete territoriale e costruire reti di solidarietà”.

“Il nostro benessere ha un prezzo molto alto, in termine di vite umane, di sicurezza, di pace, di questione ecologica”, ha denunciato Josianne Gauthier, segretaria generale Cidse (Alleanza Cattolica internazionale di Agenzie di sviluppo), spiegando come la sua associazione sia nata “per difendere i diritti degli indigeni e promuovere un’ecologia integrale”. Si parte dall’ascolto, ha spiegato, per “portare la voce degli indigeni a livello politico, anche nei trattati vincolanti sui diritti umani, come quelli firmati dall’Onu. Vogliamo arrivare nei luoghi ufficiali dove c’è il potere, portando il messaggio del Sinodo nei vari spazi politici dove operiamo”. Tra le proposte, “la creazione di un osservatorio ecclesiale internazionale sulla violazione dei diritti umani delle popolazioni amazzoniche”.

“Se il Papa decidesse per l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati saprei già chi indicargli”.

Parola di mons. Carlo Verzeletti, vescovo di Castanhal, in Brasile, che, intervenendo al briefing di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia, ha affrontato anche la questione dei “viri probati”, al centro dell’attenzione dei 184 padri sinodali fin dall’inizio dei lavori. “Quando parlo di ordinazione sacerdotale di uomini sposati – ha precisato il presule – non penso a sacerdoti di seconda categoria, ma a persone preparate che abbiano una vita esemplare”. “Quanti sacerdoti buoni abbiamo, ma anche quanti sacerdoti clericalizzati, come dice il Papa, che pensano solo a se stessi!”, ha esclamato il presule. In Brasile, ha testimoniato, “abbiamo uomini eccezionali, con una vita eucaristica costante: uomini che desiderano il bene per gli altri, che vivono per gli altri”. “Trovare uomini che vivano l’Eucaristia nel quotidiano è un criterio fondamentale per dire: questo è un modo per celebrare”, l’indicazione di Verzeletti, che ha descritto quello amazzonico come “un popolo distrutto nei suoi valori, a causa del secolarismo, dell’indifferenza religiosa, della violenta invasione della Chiesa pentecostale”. Nella sua diocesi, ad esempio, “ci sono oltre 50 chiese pentecostali e solo 50 chiese cattoliche. E in ognuna delle chiese pentecostali il prete è sempre presente e riconosciuto come tale”. “Abbiamo persone degne di essere ordinate sacerdote”, ha ribadito il presule in merito alla questione dei “viri probati”: “Speriamo che il Papa possa guardare con affetto questa realtà”. “Ci stiamo molto impegnando sulla formazione”, ha aggiunto: “Abbiamo 110 diaconi permanenti e cerchiamo di promuovere il protagonismo dei laici”. Verzeletti è da 38 ani in Brasile e dal 1996 è vescovo in Amazzonia: la sua è una diocesi recente, istituita 14 anni fa da Giovanni Paolo II vicino alla foce del Rio delle Amazzoni, affacciata sull’Oceano. Oltre 800mila gli abitanti, distribuiti in 1.100 villaggi. “Non possiamo ridurre il prete ad un distributore di sacramenti poche volte l’anno”, il grido d’allarme del vescovo: “I preti devono correre da una parte all’altra e possono incontrare le comunità al massimo 4-5 volte l’anno. Non hanno il tempo di seguire la vita del popolo, di stare in mezzo alla gente, di offrire una vera cura pastorale”. Di qui l’importanza di “ordinare uomini sposati per il ministero sacerdotale, affinché l’Eucaristia sia una realtà vicina alle nostre comunità e le persone possano essere accompagnate”.

“Siamo i martiri dell’Amazzonia, nessun Paese sfugge”.

Lo ha detto José Gregorio Díaz Mirabal, presidente del Congresso delle organizzazioni indigene amazzoniche. Citando le numerose sollevazioni dei popoli indigeni finite con un bagno di sangue – dall’Ecuador al Brasile e al Venezuela – Díaz ha commentato: “Siamo popoli chiamati a cercare alleanze per proteggere la nostra vita. Quello che sta succedendo ora in Ecuador può essere applicato a tutto il bacino amazzonico”. Nella regione panamazzonica, ha testimoniato mons. José Ángel Divassón Cilveti, già vicario apostolico di Puerto Ayacucho e vescovo titolare di Bamaccora, “quasi sei milioni di indigeni sono andati via semplicemente per sopravvivere. Senza contare quelli che sono stati massacrati per lo sfruttamento della terra o le attività estrattive minerarie. In Amazzonia ci sono 35 multinazionali che lavorano senza controllo e senza autorizzazioni”. Di qui l’importanza di cercare “cammini comuni”, come vuole fare il Sinodo, in una prospettiva di “dialogo interculturale”. Come quello intessuto dai salesiani con il popolo indigeno degli Yanomani, ha raccontato il vescovo: “Abbiamo condiviso la vita delle comunità, senza pretendere di dire loro cosa fare: non come colonialisti, ma con rispetto e nella consapevolezza che sono loro a dover tenere le redini del proprio destino”.

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Le riforme necessarie dopo il taglio dei parlamentari

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 15:45

Dopo aver approvato la riduzione del numero dei parlamentari, le Camere si troveranno a esaminare una serie di altre riforme che richiederanno in alcuni casi il complesso iter delle leggi di revisione costituzionale, in altri il procedimento previsto per le leggi ordinarie, in altri ancora le procedure per le modifiche dei Regolamenti dei due rami del Parlamento, che sono di grande rilevanza perché incidono sul funzionamento della “fabbrica delle leggi”. Buona parte di tali riforme sono state indicate in un documento sottoscritto da tutti i capigruppo dei partiti di maggioranza, che si sono impegnati a portarle avanti con tempi anche abbastanza stretti, fermo restando che molto dipenderà dall’evoluzione del quadro politico generale. Altre riforme sono già all’esame del Parlamento.
Nel documento della maggioranza compaiono le riforme che dovrebbero

compensare e riequilibrare gli effetti della riduzione del numero dei parlamentari.

Al primo punto compare la riforma del sistema elettorale, che si realizza con legge ordinaria ma la cui importanza fondamentale è del tutto evidente. L’impegno è a presentare entro il mese di dicembre

un progetto di nuova legge elettorale “al fine di garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale” (che la riduzione dei parlamentari indirettamente comprime), ma anche “la parità di genere e il rigoroso rispetto dei principi della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia elettorale e di tutela delle minoranze linguistiche”.

Sul tipo di sistema da adottare il dibattito è apertissimo, anche se la finalità che si intende perseguire dovrebbe condurre a un sistema caratterizzato in senso proporzionale.
Al secondo punto entra in scena il progetto relativo all’abbassamento dell’età dell’elettorato attivo e passivo per il Senato, con l’obiettivo di equipararlo a quello della Camera e cercando in questo modo di ridurre il rischio che nei due rami del Parlamento si formino maggioranze non omogenee a causa del diverso corpo elettorale (per il Senato vota chi ha almeno 25 anni). Questa è una delle riforme costituzionali per cui è già in corso l’esame parlamentare, proprio presso il Senato, e dovrebbero esserci dei passi avanti già nel mese di ottobre. L’altra riforma già incardinata e che, anzi, ha già ottenuto la prima delle quattro votazioni previste per la revisione costituzionale (quando era in piedi la maggioranza M5S-Lega) è quella che introduce il referendum propositivo. Ma nel documento di questo provvedimento non c’è traccia, a meno di non considerarlo compreso tra i “possibili interventi costituzionali” di cui si parla nel quarto e ultimo punto. Qui si esplicita un’attenzione per la “struttura del rapporto fiduciario tra le Camere e il Governo” e per la “valorizzazione delle Camere e delle Regioni per un’attuazione ordinata e tempestiva dell’autonomia differenziata”, altra questione controversa e di lungo corso.
Riprendendo il filo del documento di maggioranza,

due interventi di revisione costituzionale su cui è stato assunto un impegno politico riguardano “il principio della base regionale per l’elezione del Senato” e “il peso dei delegati regionali che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica”.

Riducendosi drasticamente il numero di deputati e senatori, infatti, l’incidenza dei delegati regionali sarebbe proporzionalmente più rilevante e ciò renderebbe opportuno un riequilibrio. La modifica della base regionale per il voto del Senato – nel senso di un allargamento – andrebbe nella direzione di ridurre gli effetti distorsivi della riduzione dei parlamentari sulla rappresentanza. Più le circoscrizioni sono piccole, più si crea implicitamente una soglia di sbarramento alta. In alcune Regioni, anche il terzo partito per consensi ricevuti rischierebbe di non eleggere senatori.
Il terzo punto del documento è dedicato alla riforma dei Regolamenti parlamentari, che devono essere adeguati per garantire – nelle Camere in formato ridotto – il pluralismo nella composizione delle commissioni e la rappresentanza autonoma delle rappresentanze linguistiche. Con l’occasione si interverrebbe anche per

limitare il ricorso abnorme ai decreti legge e alle “questioni di fiducia”,

assicurando “tempi certi alle iniziative del Governo e più in generale ai procedimenti parlamentari”, coniugando la celerità con i diritti delle minoranze.
Bisogna comunque tenere conto che su tutta la materia incombono due referendum potenziali: quello “confermativo” sulla riduzione del numero dei parlamentari e quello “abrogativo” dell’attuale legge elettorale, presentato dalle regioni guidate dalla Lega e dal centro-destra. Quest’ultimo dovrà passare al vaglio di ammissibilità da parte della Corte costituzionale, l’altro non è stato ancora richiesto ma ci sono tre mesi di tempo per farlo e nel frattempo la riduzione dei parlamentari resta “congelata”.

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Elezioni in Polonia e Ungheria: dove vince e dove perde il “sovranismo”

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 14:30

In un’Europa preoccupata dal Brexit, scossa dalla dura condanna al separatismo catalano, ma soprattutto non sufficientemente attenta e presente nella guerra turco-curda e in quella russo-ucraina, giungono i risultati delle attese elezioni in Polonia (parlamentari) e in Ungheria (amministrative). Due appuntamenti seguiti con particolare interesse anche dalla stampa internazionale trattandosi di due test per verificare la tenuta di leader e partiti ritenuti – a torto o a ragione – “nazionalisti” o “populisti”.
Ebbene, gli esiti sono assolutamente differenti.
In Polonia vince e addirittura si rafforza il PiS (Diritto e giustizia), partito al governo dal 2015, fondato (assieme al gemello Lech, morto in un misterioso incidente) e guidato da Jaroslaw Kaczynski. Con il 46% dei voti popolari (si attendono i dati definitivi dello spoglio), il sovranista PiS sfiora la maggioranza assoluta, che in parlamento potrebbe ottenere grazie al premio elettorale. La Coalizione civica, che siede all’opposizione, di carattere moderato-europeista, arriva al 25%.
Quale il segreto del successo di Diritto e giustizia? Anzitutto occorre segnalare che la Polonia è in fase di crescita economica da anni: il lavoro non manca (anche se i livelli salariali restano modesti), le imprese producono a ritmi serrati (benché inquinino ai massimi livelli, dipendendo sul piano energetico dal carbone). In campagna elettorale questo primo elemento è stato essenziale assieme a una infinita serie di promesse legate all’aumento della spesa sociale e previdenziale, e alla riproposizione di temi tipici della visione politica di Kaczynski: nessuna accoglienza dei migranti da Africa e Medio Oriente, europeismo interessato (no a una maggiore integrazione politica, sì ai fondi comunitari a sostegno dell’economia nazionale), dito puntato contro alcune tendenze del costume e della cultura “occidentali”, esemplificato dalla campagna contro le persone Lgbt. A sostegno del PiS sta anche una capacità di cogliere e rilanciare temi cui sono sensibilissimi l’opinione pubblica polacca e la chiesa cattolica del Paese (la quale si era peraltro mantenuta sopra le parti, invitando i credenti alla partecipazione al voto e alla scelta di partiti e candidati sensibili ai temi della dottrina sociale della chiesa).
Tutt’altro esito hanno avuto le votazioni per la scelta del sindaco di Budapest e di altre grandi città ungheresi, consegnando al premier Viktor Orban una prima, netta delusione elettorale. Il candidato delle opposizioni Gergely Karacsony – figura della sinistra ambientalista ed europeista – ha superato il 50% del consensi, distanziando Istvan Tarlos, sindaco uscente, candidato di Fidesz (partito di Orban), che si è fermato al 44%. Il fonte comune, e piuttosto frastagliato, delle opposizioni ha vinto anche in altre sette città finora guidate da sindaci di Fidesz.
Ovviamente a Budapest ci si interroga sulla battuta d’arresto del premier, inventore della “democrazia illiberale”, fautore di una lotta aperta alla magistratura e alla stampa libera, nonché autore del muro con la Serbia per stoppare l’afflusso di migranti dai Balcani.
Sia la Polonia che l’Ungheria sono da tempo ai ferri corti con le istituzioni di Bruxelles proprio per via di alcune “riforme” interne che contrasterebbero con i Trattati Ue. Entrambi i Paesi conoscono da anni una crescita economica senza precedenti, favorita anche dall’afflusso di generosi investimenti dal bilancio dell’Unione europea. Sia a Varsavia che a Budapest si rifiuta ogni risposta solidale ai fenomeni migratori che toccano l’Europa mediterranea. Non mancano altre caratteristiche comuni delle politiche di questi due Stati, non a caso alla guida dei cosiddetti “Visegrad”. Eppure le differenze tra i due Paesi non mancano e certamente pesa la diversa capacità di partiti e capi politici di interpretare i sentimenti dei rispettivi popoli. Fra l’altro la Polonia trova ancora oggi nella fede cattolica un solido collante spirituale e identitario, mentre la secolarizzazione forzata è un marchio tipico dell’Ungheria del nuovo millennio.
Consonanze e differenze che andrebbero approfondite anche per provare a comprendere in quale direzione marcia l’Europa centro-orientale e quanto questi Paesi e popoli hanno da dire e da dare alla costruzione europea.

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Elections in Poland and Hungary. “Sovereignist” parties: winners and losers

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 14:30

The results of the elections in Poland (parliament renewal) and Hungary (administrative vote) in a Europe worried about Brexit, shocked by the harsh condemnation of Catalan separatism, and, most importantly, unable to respond with adequate attention and presence to the Turkish-Kurdish and Russian-Ukrainian wars, were awaited with great anticipation also by the foreign press. In fact they represent a good litmus test of popular support to political leaders and parties deemed – rights of wrongly – “nationalist” or “populist”.

Yet the outcomes were utterly unexpected.
Poland’s nationalist ruling Law and Justice (PiS) led and founded by Jaroslaw Kaczynski (with his twin Lech who died in a mysterious plane crash), at the helm of the government since 2015, saw a landslide victory in the parliamentary election. 

Nationalist PiS is set to win 46% of the vote ( according to partial official results), enough for an absolute parliament majority. The Civic Coalition opposition, a liberal, pro-European group, is projected to win only 25%.

What is the secret behind the success of Law and Justice? First of all, it should be noted that Poland has been experiencing economic growth for years: there is no shortage of jobs (although wage levels remain low), coupled by a fast-paced manufacturing sector (with high-levels of pollution since the Country’s electricity is generated by burning coal). This was the most debated theme of the election campaign, along with an endless number of promises linked to the increase in welfare and social spending, and the re-proposal of themes typical of Kaczynski’s political vision: zero migrants from Africa and the Middle East, self-interested pro-Europeanism (no further political integration, yes to EU funds in support of the national economy), a critical approach to certain trends in “western” customs and culture, as exemplified by the anti-LGBT propaganda. PiS also benefits from its ability to identify and promote sensitive issues among Polish public opinion and the Catholic Church in the country (which however remained neutral, inviting believers to participate in the vote and to choose parties and candidates responsive to themes pertaining to the social doctrine of the Church).
Conversely, the mayoral race in Budapest and other local elections across Hungary came as the first, major electoral blow for Prime Minister Viktor Orban.

Opposition candidate Gergely Karacsony – supported by the left-wing, by environmentalist and pro-European groups –gained over 50% of the vote, defeating incumbent mayor – and Orban’s Fidesz candidate – Istvan Tarlos, supported by only 44% of voters.

The joint – and somewhat diversified – opposition front has won in seven other cities hitherto led by Fidesz mayors.
Obviously, the setback of Hungary’s Prime Minister who invented “illiberal democracy”, who advocated an outspoken fight against the judiciary and the free press, and who planned the wall with Serbia to stop the influx of migrants from the Balkans, is the object of considerable debate in the Country. Poland and Hungary have long been at loggerheads with Brussels over a set of domestic “reforms” that are said to violate EU Treaties. Both countries have enjoyed unprecedented economic growth for years, also thanks to substantial investment from the EU budget and both Warsaw and Budapest refuse to show solidarity in response to the migratory phenomena affecting Southern Europe. Indeed, these two Countries share many traits of their domestic policies , and it is no coincidence that they lead the so-called “Visegrad Group.”

Yet these two countries differ greatly, and their respective ability – or lack thereof- to interpret the feelings of their respective peoples clearly plays a major role.

Moreover, Poland’s Catholic identity continues to act as a strong spiritual bond, while coercive secularisation is a typical mark of new millennium Hungary.
These similarities and differences deserve further in-depth reflection, also with a view to envisioning the future direction of Central and Eastern Europe along with its peoples and Countries’ contribution to the growth of united Europe.

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Protezione civile. Al via la “Settimana nazionale” per accrescere la cultura della prevenzione sui territori

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 09:30

“Passione, condivisione, solidarietà, competenza, concretezza, partecipazione”, “quando i valori fanno sistema”: così il Servizio nazionale di protezione civile si presenta in uno spot lanciato in occasione della prima “Settimana nazionale della protezione civile”. Ad aprire i sette giorni di eventi e iniziative a livello nazionale e locale in cui i cittadini italiani possono conoscere più da vicino il Servizio nazionale della protezione civile è stata la nona edizione della campagna “Io non rischio”, che si è svolta il 12 e il 13 ottobre e ha visto impegnati oltre 5.000 volontari e volontarie appartenenti a organizzazioni nazionali, gruppi comunali e associazioni locali di protezione civile in 850 piazze per sensibilizzare i propri concittadini sui rischi (terremoto, maremoto e alluvione) che interessano il loro territorio. Domenica 13, giornata internazionale per la riduzione dei disastri naturali dichiarata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite dal 1989, è stato il capo del Dipartimento della protezione civile, Angelo Borrelli, a dare ufficialmente il via alla Settimana visitando alcune piazze della campagna “Io non rischio”. E il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un tweet sabato 12 ottobre, ha evidenziato come abbia “fortemente voluto” la Settimana nazionale della protezione civile “per diffondere sempre più tra i cittadini la cultura della prevenzione. Un grazie alle migliaia di volontari impegnati in queste ore nella campagna di informazione #iononrischio”.

Al via domani la Settimana nazionale della Protezione Civile. Un’iniziativa che ho fortemente voluto per diffondere sempre più tra i cittadini la cultura della prevenzione. Un grazie alle migliaia di volontari impegnati in queste ore nella campagna di informazione #iononrischio https://t.co/aCNsRVsrUa

— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) October 12, 2019

“La Settimana nazionale della protezione civile – spiega Borrelli – è una straordinaria occasione per diffondere i temi di protezione civile tra tutti i cittadini. È fondamentale accrescere la cultura della prevenzione per sviluppare una maggiore consapevolezza dei rischi presenti nella nostra vita quotidiana: ognuno di noi può contribuire a ridurre gli effetti di eventuali calamità, adottando comportamenti corretti”.

“La nostra missione è favorire la resilienza del territorio – prosegue Borrelli –.

Il Servizio nazionale di protezione civile è una grande squadra, un’intuizione straordinaria di Giuseppe Zamberletti di mettere insieme le istituzioni, la comunità scientifica e i cittadini”.

(Foto: Dipartimento protezione civile)

La Settimana è stata anticipata dall’apertura a Firenze della mostra “Terremoti d’Italia” (10 ottobre-3 novembre). Il capo del Dipartimento della protezione civile evidenzia che sono tanti gli appuntamenti importanti della Settimana, molti organizzati per lunedì 14 ottobre, a Roma, come la mattinata dedicata al mondo della scuola, che s’inserisce nell’ambito del progetto “Cultura è… protezione civile”, nato a valle della firma del protocollo di intesa, il 13 novembre 2018, tra Dipartimento della protezione civile e ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, che prevede progetti individuali e di gruppo sul tema dell’auto-protezione, interventi sistematici negli istituti, continuità della formazione, a partire dalla popolazione scolastica che si trova a operare in contesti critici. Sempre lunedì 14 ottobre una giornata specificamente dedicata a “La scienza per la protezione civile” e alle numerose attività che la comunità scientifica svolge nell’ambito del Servizio nazionale della protezione civile, con particolare riguardo alla comprensione dei rischi di disastro nel senso più ampio del termine, inclusi il monitoraggio, la sorveglianza, la previsione e le attività di prevenzione. Nella Capitale, ma il 16 ottobre, si terrà la conferenza nazionale delle autorità di protezione civile allo scopo di condividere e consolidare le linee strategiche d’azione comune del Servizio nazionale della protezione civile per la riduzione dei rischi. Il 18 ottobre si cambia location: a Parma si svolge il convegno Comunità resilienti, imprese al centro”. Piccola Industria Confindustria dal 2016 ha avviato una partnership con il Dipartimento della protezione civile: l’evento in programma a Parma è un’altra tappa di questo percorso che individua come sfida comune da vincere “alimentare il circolo virtuoso della prevenzione, uscire dai tempi infiniti delle ricostruzioni e dei risarcimenti, lavorare per il vero rilancio, economico e produttivo, dei territori colpiti”.

Borrelli ricorda, infine, come la campagna “Io non rischio” 2019 si arricchisca di un nuovo rischio: in occasione dell’esercitazione nazionale sul rischio vulcanico ai Campi Flegrei, che si svolgerà in Campania dal 16 al 20 ottobre e vedrà impegnato l’intero Sistema di protezione civile, nella giornata di sabato 19 in 6 piazze dei comuni della zona rossa dei Campi Flegrei (Bacoli, Marano di Napoli, Monte di Procida, Napoli, Pozzuoli e Quarto) e alla Stazione di Napoli Centrale i volontari e le volontarie informeranno i cittadini sulle buone pratiche di protezione civile sul rischio vulcanico. Sul sito iononrischio.it, oltre alla mappa con l’elenco delle piazze 2019, sono presenti tutti i materiali sul rischio terremoto, maremoto, alluvione e rischio vulcanico ai Campi Flegrei e le mappe interattive per conoscere la storia sismica e i maremoti del passato che hanno interessato i Comuni italiani nonché la sismicità recente, la pericolosità sismica e i forti terremoti del passato.

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Guerra strana: sempre guerra è

Agenzia SIR - Mon, 14/10/2019 - 00:00

Quante stranezze! O no? Forse dobbiamo partire dal 2011, dal tempo delle ‘primavere arabe’ che hanno caratterizzato il nord Africa, raggiungendo il Medio Oriente, Siria compresa. Una richiesta di democrazia che ha prodotto scarsi risultati. La Siria, in particolare, ha visto crescere una guerra intestina dolorosissima e con tantissimi morti, invalidi e città distrutte. A un certo punto la Russia, che in zona ha una sua grande base navale, è entrata in campo con successo a difendere il presidente Assad.
È pure esplosa la presenza dell’Isis (Stato islamico) che in Siria è riuscito a conquistare una notevole fetta di territorio. Ma il terrorismo esportato nel mondo occidentale, ne hanno fatto l’oggetto di una ritorsione militare internazionale. Sul campo sono intervenute le armate curde, popolo senza stato e diviso su diversi paesi confinanti: dalla Turchia alla Siria, dall’Iraq all’Iran, dall’Armenia e altri. Popolo che ha avuto i suoi morti, ma alla fine ha messo un punto fermo all’Isis imprigionando migliaia di jihadisti e raccogliendo in ‘campi profughi’ le loro mogli con i figli. È così che da est a ovest, buona parte del nord della Siria è finito sotto controllo curdo. Poi, nessuno è disposto a riconoscere uno stato curdo, … Americani compresi che fino a ieri si dicevano alleati.
Stranezza delle stranezze proprio gli americani, a lavoro compiuto, con Isis battuto, hanno ben pensato di dare il via libera alla Turchia, alleato di maggior peso economico, per un’invasione dell’area finita sotto controllo curdo chiamandola “Operazione sorgente di pace”. Così, dalla settimana scorsa assistiamo a questa operazione di aerei turchi e a terra soldati di origine siriana e anche ex Isis. Il presidente Erdogan ha detto sostanzialmente: avanzeremo per 30 km verso sud, su un fronte di circa 400 km di frontiera. E pare che voglia trasferire lì le migliaia di siriani fuggiti dalla guerra in Turchia che, comunque, per ora ha mandato in prima linea.
Stranezza delle stranezze dell’ultimo minuto: con Trump che dopo aver dato il via libera minaccia la Turchia di ripercussioni economiche; ci sono paesi europei che dicono fermiamo la vendita di armi alla Turchia. Beh, interessante. Questo in fondo è proprio il momento giusto per fermarne la vendita. Hanno già fatto il pieno! Dobbiamo proprio credere che noi non ne abbiamo già inviate abbastanza? Dobbiamo proprio credere che loro abbiano attraversato il confine senza avere dietro adeguati rifornimenti?
In tutte queste stranezze, il pericolo è quello della confusione e della distrazione. Intanto Assad sta già inviando i suoi soldati a sostegno dei curdi. L’annunciata passeggiata turca ‘sorgente di pace’ non ci sarà. Quindi appare sempre più chiaro, almeno a me (o sono strano anch’io?), che l’unica verità è la richiesta di pace che fa papa Francesco. Basta guerre!

(*) direttore “Il Piccolo” (Faenza-Modigliana)

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Sinodo per l’Amazzonia: gli uditori, “l’Amazzonia non è una merce”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 16:30

L’Amazzonia “non può essere considerata come una merce”. A lanciare l’appello sono stati alcuni uditori e uditrici che hanno preso la parola al termine della settima Congregazione generale, a cui hanno partecipato 174 padri sinodali, oltre ad alcuni uditori e uditrici, alla presenza del Papa. Tra i temi affrontati – riferisce infatti Vatican News – la delimitazione e la protezione dei territori indigeni, affinché non vengano espropriati e depredati in nome delle attività estrattive minerarie o delle centrali idroelettriche. “La difesa della terra equivale alla difesa della vita”, hanno detto gli uditori, auspicando che i governi locali pongano fine alle ingiustizie nei confronti dei popoli nativi, spesso discriminati o “messi in vetrina”, non considerati come una cultura viva, con costumi, lingue e tradizioni proprie: “Anche la comunità internazionale deve intervenire concretamente per porre fine ai delitti perpetrati contro i nativi dell’Amazzonia, perché tale regione non può essere trattata come una merce”. La cura della casa comune, l’altro appello, non sia oggetto di propaganda o di lucro, bensì vera salvaguardia del Creato, lontana dal “colonialismo” economico, sociale e culturale che vuole modernizzare il territorio imponendo modelli di sviluppo estranei alle culture locali. Di qui l’idea di creare, nelle Chiese locali, un fondo di sussistenza alle iniziative di etno-ecologia o di agro-ecologia e di sicurezza alimentare, partendo dalle logiche amazzoniche.

“Cittadinanza ecologica”, “educazione integrale”, lavoro e tratta, altri temi della settima Congregazione. “L’Amazzonia è una regione ricca di diversità non solo biologica, ma anche culturale, hanno detto i partecipanti: oggi, le comunità che la abitano si vedono minacciate dall’espansione del mondo così detto “civilizzato” che, in realtà, mira solo allo sfruttamento delle risorse naturali per capitalizzare la ricchezza. Al contrario, ciò che occorre è un’educazione integrale che ristabilisca la connessione tra l’uomo e l’ambiente, formando individui in grado di prendersi cura della casa comune, in nome della solidarietà, della coscienza comunitaria e della “cittadinanza ecologica”. La disoccupazione giovanile, è stato detto, è la prima e la più grave forma di esclusione ed emarginazione della gioventù: per questo è necessario promuovere i diritti dei lavoratori, rilanciando l’economia solidale, le bioeconomie locali e l’energia rinnovabile. Altro tema affrontato, quello della tratta di esseri umani, in tutte le sue drammatiche sfaccettature, tra cui prostituzione, lavoro forzato, traffico di organi, definiti “crimini di lesa umanità”.

“Non vedo problemi sulla possibilità che le donne esercitino il mio stesso ministero”.

Lo ha detto uno dei due diaconi presenti al Sinodo per l’Amazzonia, Francisco Andrade de Lima, segretario esecutivo regionale Nord della Conferenza episcopale brasiliana, intervenuto al briefing di oggi in sala stampa vaticana. “Sono sposato, ho due figlie, e la mia famiglia mi accompagna in tutto il mio ministero”, ha testimoniato il diacono: “Non vedo nessun problema sul diaconato femminile, ma a partire dalla vocazione e dalla missione della Chiesa amazzonica, e non semplicemente per sopperire alla mancanza di persone che guidino la comunità”. Ad illustrare l’esperienza della scuola per animatori e animatrici per la comunità istituita da quattro anni nel suo territorio è stato mons. Dom Adriano Ciocca Vasino, vescovo prelato di São Félix, in Brasile: “La scuola dura quattro anni, ed è aperta anche alle donne: se il Sinodo aprirà al diaconato femminile, loro sanno che le ordinerò, se saranno accettate dalla comunità”. Durante la Congregazione generale di oggi, ha riferito il prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini, si è proposto tra l’altro “un Sinodo generale sul ruolo delle donne” nella Chiesa.

“Creare seminari amazzonici”.

È il “sogno” confidato ai giornalisti da mons. Rafael Cob García, vicario apostolico di Puyo, in Ecuador. Interpellato su quante siano le vocazioni sacerdotali in Amazzonia, Garcìa ha risposto che nella Regione panamazzonica ci si trova di fronte a “due difficoltà tra i candidati: i popoli indigeni fanno un grande sforzo per arrivare alla vocazione, sono veramente pochi quelli che arrivano a quel punto, molti si scoraggiano e se ne vanno”. L’altra grande difficoltà è “la comprensione della disciplina della Chiesa cattolica romana, che comprende il celibato”. Di qui la grande pertinenza dell’impegno del Sinodo per “individuare nuovi cammini a servizio della Chiesa”, nell’ottica di un’inculturazione che tenga presente come “la mentalità degli indigeni è diversa dalla cultura occidentale”. Sulla necessità di “riformulare il curriculum” dei futuri sacerdoti, nei seminari, si è soffermata suor Zully Rosa Rojas Quispe, delle Suore Missionarie Domenicane del Santo Rosario, membro dell’èquipe itinerante “Bajo Madre de Dios” impegnata nella pastorale indigena del vicariato apostolico di Puerto Maldonado, in Perù: “la formazione dei seminaristi – ha fatto notare la religiosa – si limita alla filosofia e non alla saggezza ancestrale e all’apprendimento delle tante lingue dei popoli dell’Amazzonia”.

Con l’introduzione dei “peccati ecologici” nel novero dei peccati tradizionali, il Sinodo per l’Amazzonia “è l’opportunità per la Chiesa di far sì che l’ecologia integrale entri in maniera organica nel discorso teologico, ampliando l’ambito della morale cristiana e introducendo i peccati contro l’ambiente e il pianeta”.

Ne è convinto mons. Ciocca Vasino, che rispondendo alle domande dei giornalisti ha fatto notare che “tutta l’ecclesiologia andrebbe ripensata integrando il concetto di ecologia integrale: sarebbe un grande allargamento della prospettiva ecclesiologica”.

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Como: da vent’anni due porte aperte a poveri e immigrati nel nome di un prete “di frontiera”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 14:45

Sono oltre 18mila le persone a cui la Caritas diocesana di Como ha letteralmente aperto la porta negli ultimi vent’anni, seimila colloqui nel solo 2018. A queste vanno aggiunge le oltre tremila famiglie a cui si è prestato ascolto, ridato dignità, nel tentativo di accompagnarle ad uscire da situazioni di crisi. Basterebbero queste cifre per dare il senso di ciò che hanno rappresentato il servizio Porta aperta e il Centro di ascolto “Don Renzo Beretta” per l’intera città di Como, ma gli operatori e i volontari della Caritas invitano ad andare oltre i semplici numeri. “Se dovessi trovare una definizione per quello che facciamo, direi che siamo soprattutto raccoglitori di storie”, racconta al Sir Giuseppe Menafra, referente del servizio Porta aperta in cui lavora dal 2003.

“Credete in ciò che fate”. Per cercare di non perdere il patrimonio rappresentato da queste storie e restituire alla cittadinanza il valore di un servizio portato avanti con determinazione dal settembre 1999, la Caritas diocesana di Como e la Fondazione Caritas solidarietà e servizio onlus, che ne rappresenta il braccio operativo, hanno organizzato un incontro pubblico che si è tenuto lo scorso 5 ottobre alla biblioteca comunale “Paolo Borsellino” di Como. L’appuntamento è stato anche l’occasione per presentare una pubblicazione, intitolata “20 anni di ascolto e servizio”, realizzata dalla Caritas per fare un bilancio di questi due decenni di attività. Presente anche il sindaco di Como, Mario Landriscina, che ha voluto ringraziare – a nome dell’intera città – i volontari e gli operatori che hanno permesso tutto questo. “La città di Como vi è riconoscente. Personalmente vi ammiro perché credete in ciò che fate. Il volontariato è vita, un tesoro da non disperdere. Le vostre scelte di vita sono di grande profilo. Siate contagiosi e datemi sempre la possibilità di aiutarvi”, ha detto il sindaco.

Il sacrificio di don Renzo. I servizi Caritas a Como hanno iniziato ufficialmente le loro attività il 13 settembre 1999 in una fase davvero drammatica per la Chiesa comense e l’intera realtà cittadina. Pochi mesi prima, il 20 gennaio 1999, era stato ucciso a Ponte Chiasso, quartiere della periferia al confine con la Svizzera,

don Renzo Beretta, parroco che aveva aperto le porte della sua chiesa ai migranti

che – già allora – cercavano di passare il confine per andare in Svizzera. “Ripensando a quel lontano 1999, l’anno della morte di don Renzo, ricordo un momento molto confuso in cui vivevamo una grande contraddizione di fondo: da un lato provavamo paura di fronte a una situazione che sembrava incontrollabile, avevamo la chiara sensazione di non avere i mezzi, le energie e le condizioni necessarie ad accogliere, dall’altro – proprio alla luce dell’esempio e della testimonianza di don Renzo – ci sembrava inevitabile continuare a tenere fede alla logica evangelica continuando a fare quello che facevamo”, ricorda nella pubblicazione l’allora direttore della Caritas don Battista Galli.

Un volto solidale… La risposta che arriva, dopo mesi di riflessione, è quella di chiudere il Centro di ascolto e di aiuto esistente dal 1986, non più in grado di reggere la pressione dei numeri crescenti, e di dividere i servizi: da una parte un Centro di ascolto che potesse avere un ruolo più orientato all’ascolto e non soltanto all’aiuto, maggiormente rivolto alla comunità locale e alle famiglie. Dall’altro un luogo che potesse rispondere a situazioni di emergenza reali e concrete con un attenzione particolare ai senza dimora. “Una scelta, quella di non basare il discrimine sulla nazionalità, ma sul fatto di avere o meno una casa che, a distanza di vent’anni, si è rivelata profetica e continua ad orientare il nostro lavoro”, spiega Massimiliano Cossa, direttore della Fondazione Caritas solidarietà e servizio onlus che è arrivata oggi a contare 28 operatori e decine di volontari. Va oltre il direttore della Caritas Roberto Bernasconi che parla di un contributo decisivo di questi due servizi “nel plasmare il volto solidale della nostra città”.

Il seme che muore porta frutto. Ancora oggi il servizio Porta aperta rappresenta il primo luogo a cui una persona che si trova in stato di grave bisogno può rivolgersi. Qui viene effettuato l’ascolto e l’orientamento dei servizi di bassa soglia: dormitori, mense, docce, consulenza legale. “Dalla sua apertura a oggi – ha sottolineato Beppe Menafra, referente di Porta aperta – il servizio ha accolto oltre 18mila persone. Il dato aggiornato di quest’anno mette in evidenza il trend degli ultimi anni: in dieci mesi siamo a quota 1.069 persone accolte: il 16% è rappresentato da italiani e il resto da persone di ben 69 nazioni estere”. Per poi aggiungere:

“Davvero un mondo che passa dalla nostra città”.

Molti di loro sono migranti che arrivano a Como nel tentativo di varcare il confine, come ai tempi di don Renzo Beretta. Uomini e donne che oggi, grazie anche ai frutti nati dalla sua tragica morte, trovano una Chiesa pronta a tendere la mano, ad aprire la porta. È la logica evangelica del seme che muore per portare frutto. Lo ha ricordato il vicario generale don Renato Lanzetti: “In Caritas, in questi 20 anni, le parole del Vangelo sono diventate fatti concreti”.

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Fondazione don Gnocchi dal Papa. Mons. Bazzari: “oggi serve una nuova sintassi della solidarietà”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 14:30

“Un uomo d’azione e di pensiero, i cui pensieri erano spesso eco delle sue azioni”; “un prete non clericale”. Quando parla di don Gnocchi, mons. Angelo Bazzari s’illumina. Poi cita una frase del cardinal Martini: don Carlo era “un imprenditore della carità”. Dopo essere stato, dal 1993 al 2016, presidente della Fondazione che porta il nome del “papà dei mutilatini”, Bazzari oggi ne ricopre il ruolo di presidente onorario, mentre la guida è affidata a don Vincenzo Barbante. In occasione del decimo anniversario della beatificazione di Gnocchi (nato a San Colombano al Lambro nel 1902 e spentosi a Milano nel 1956), Papa Francesco incontrerà a Roma il prossimo 31 ottobre responsabili, operatori, assistititi, famiglie e amici della Fondazione: si annuncia un pellegrinaggio con 5mila partecipanti. Nel frattempo ci si prepara all’incontro anche con la messa che sarà celebrata al santuario di via Capecelatro a Milano dall’arcivescovo mons. Mario Delpini. Una buona occasione per conoscere il fondatore don Gnocchi e la sua “eredità”.

La Fondazione ieri e oggi. Istituita quasi settant’anni fa dal sacerdote ambrosiano per assicurare assistenza ai “mutilatini” (ragazzi segnati nel corpo e nello spirito dalla guerra), la Fondazione ha progressivamente ampliato la propria attività, ponendo sempre al centro le persone più fragili. Oggi, in 27 centri residenziali, ai quali si affiancano una trentina di ambulatori territoriali diffusi in 9 Regioni, con 6mila operatori e 3.700 posti letto, sono assistite mediamente 9mila persone al giorno: bambini e ragazzi con varie forme di disabilità; pazienti di ogni età che necessitano di interventi riabilitativi; persone con esiti di traumi, colpite da ictus, sclerosi multipla, Parkinson, Alzheimer; anziani non autosufficienti, malati oncologici terminali, pazienti in stato vegetativo.

“Spiritualità sopraffina”. “Don Carlo è stato profondamente segnato dall’esperienza della guerra – afferma Bazzari –. Ha toccato con mano, sul fronte russo, come cappellano militare degli alpini, la sofferenza fisica e morale dei soldati mandati a morire lontano da casa. Tornato dal fronte, ha individuato la stessa sofferenza negli orfani, tra i bambini che perdevano braccia e gambe a causa degli ordigni rimasti inesplosi e disseminati sul territorio italiano, poi fra i piccoli colpiti dalla poliomielite”. In seguito “è stato un crescendo di carità applicata, di amore profuso verso le persone sofferenti. Gnocchi era un sacerdote di spiritualità sopraffina vestita di concretezza. Aveva lo sguardo proiettato in avanti, comprendendo da subito che occorreva curare le persone assieme alle malattie e, per questo, era necessario puntare su una particolare formazione del personale e sulla ricerca. La Fondazione, tutt’oggi, sulla base di questo insegnamento, punta a una presa in carico globale del paziente: non si affrontano solo le malattie, ci si prende cura delle persone”.

Carità e scienza. Mons. Bazzari ripercorre la storia della Fondazione, segnala le amicizie di Gnocchi con don Mazzolari, Andreotti, don Orione, Pio XII e molte altre personalità del suo tempo. La vicinanza e la stima dei pontefici è poi proseguita fino a Papa Francesco, con la sua visita al Centro di Roma nel 2014, la messa del Giovedì santo e la lavanda dei piedi ai pazienti. “Ora il Papa ci aspetta in Vaticano il 31 ottobre. Assieme al presidente, don Barbante, al postulatore don Ennio Apeciti, con i nostri assistiti e operatori vorremmo riempire l’Aula Paolo VI”. Bazzari riflette: “il concetto di carità è stato ben espresso da don Carlo nel suo libro ‘Pedagogia del dolore innocente’. Una riflessione che si fonda sul Vangelo. Perché il dolore oggi? – si chiede l’autore, promuovendo multiformi opere di solidarietà che si appoggino, nel caso delle malattie più gravi, sui risultati della scienza. Anche da qui nasce ‘il miracolo soprannaturale della carità’”.

Il fronte della vita. Don Gnocchi “richiamava la necessaria ‘restaurazione’ della persona umana grazie alle terapie mediche e psicologiche. In questo senso è stato un antesignano del concetto di riabilitazione”. Così don Gnocchi, “che arrivava dalla guerra, dal fonte della morte, si incammina verso il fronte della vita. Diventa un motore di iniziative, non si risparmia, prega, ama, organizza… A Don Orione dice: ‘voi la Provvidenza l’attendete, io la stimolo’”. E amplia il concetto di cura verso quello di inclusione: nella scuola, nella società, attraverso la medicina ma anche mediante l’arte, la musica, il gioco. “I mutilatini ritrovavano con lui il sorriso accanto alle cure mediche, una possibilità di tornare alla vita ‘normale’ superando, per quanto possibile, dolore e disabilità. Per quanti ragazzi don Carlo ha rappresentato un padre, la famiglia, una opportunità di futuro!”. La Fondazione oggi “interpreta, in modo moderno e aggiornato quello stesso spirito che ci ha insegnato don Gnocchi”.

Prendersi cura. Ma in un’epoca che troppo spesso sembra segnata da chiusure, egoismi, prevaricazioni, il messaggio di don Carlo non è fuori tempo? “No – afferma deciso don Bazzari –, semmai il contrario. Ancora oggi occorre mettersi in ascolto delle persone, coglierne i bisogni reali, prendersi cura degli ultimi, siano essi ammalati, anziani, migranti… Per tutto questo occorre una nuova sintassi della solidarietà alla quale i cristiani non possono sottrarsi. Vedo l’urgenza di formare un laicato cattolico maturo e responsabile, che si prenda cura del prossimo”. “Dobbiamo aprire i nostri ambienti, nelle nostre parrocchie bisogna far entrare aria nuova, andare incontro alle persone… ‘Uscire’ vuol dire far crescere una coscienza inquieta, che si interpella nel tempo presente”.

L’appuntamento con il Papa. Don Angelo, cosa si aspetta dall’incontro con il Papa? “Un invito alla coerenza evangelica che richiede amore e servizio verso gli ultimi e gli scartati della catena sociale. Anche una parola di richiamo e incoraggiamento per saldare insieme fede, speranza e carità. E poi un messaggio forte alla Fondazione, perché mantenga la rotta degli insegnamenti del beato don Gnocchi”.

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Madre Vannini: sr. Rosoni, “la sofferenza è vinta solo dall’amore”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 13:10

Nella città eterna, piazza san Pietro ha il ruolo privilegiato di offrirsi al mondo come cassa di risonanza di tutte quelle parole che Dio pronuncia con la vita dei suoi santi!
È quanto accadrà anche domani, domenica 13 ottobre, in occasione della canonizzazione di

madre Giuseppina Vannini che, come il card. Newman ed altri beati, ha mostrato la santità della Chiesa divenendone segno e frutto tra i più maturi ed eloquenti.

I santi parlano al mondo, ma per Madre Vannini, sono tanti i motivi che la rendono in un certo senso unica anche a livello diocesano. In primis c’è da considerare che si tratta di

una santa figlia della Città eterna, una romana doc.

Un evento questo, che non si verificava da 411 anni, cioè da quando Francesca Ponziani, meglio nota come Francesca Romana non saliva all’onore degli altari nel 1608 canonizzata appunto da Paolo V. È interessante quindi scoprire come la vita di questa suora, vissuta a cavallo tra il 1800 e il 1900, sia stata anzitutto

una testimonianza viva di fede e carità verso gli ultimi

per gli uomini e le donne di quel tempo. Ma soprattutto, appare chiaro quanto la sua storia, intrecciata a doppio filo con quella dei suoi poveri, dei suoi ammalati e carcerati, sia stata un segno così luminoso per la città e la diocesi da esser indicata, proprio dal cardinale vicario Angelo De Donatis nel settembre scorso, modello ed esempio da imitare per ascoltare “il grido della città”. Nata il 7 luglio del 1859, nel cuore della capitale, rimarrà ben presto orfana. Affidata alle cure delle suore Vincenziane crescerà nel desiderio di consacrarsi alla vita religiosa. Dopo diversi tentativi di discernimento negli istituti a lei vicini, sarà Padre Luigi Tezza a indicarle la strada: ripristinare le Terziare Camilliane. Una vita, la sua, spesa a servizio dei malati e degli infermi nel corpo e nell’anima, la cui eredità conta oggi ottocento suore professe, strutture sanitarie in 23 paesi e 4 continenti. Nella loro professione di fede figli e figlie di san Camillo aggiungono ai consueti tre voti religiosi, un quarto in cui si impegnano a non abbandonare mai i malati, neanche quelli infettivi.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“La sofferenza è vinta solo dall’amore – spiega suor Bernardette Rosoni, postulatrice delle Figlie di San Camillo – ed è quanto ha messo in pratica la nostra fondatrice. San Camillo ai suoi religiosi chiedeva di servire gli ammalati con cuore di madre, ed è stata proprio Giuseppina Vannini a declinare con la sua maternità questa esortazione, con un amore femminile verso gli ammalati”.

Qual è il clima che si respira in questi giorni alle soglie di questa data importante?

“C’è questo clima di attesa e di grandissima gioia per noi.

I festeggiamenti per celebrare la nostra fondatrice sono tutti all’insegna delle opere di misericordia con appuntamenti nella città tra malati e carcerati.

Stiamo ricevendo numerose visite qui alla casa generalizia di Grottaferrata e la scorsa settimana il vescovo di Sinop (diocesi brasiliana in cui nel 2007 è avvenuto il miracolo per la canonizzazione) è stato qui da noi condividendo l’entusiasmo di poter sentire questa santa vicina alla sua diocesi e all’Amazzonia e cogliendo la sua intercessione di madre anche in questo Sinodo”.

Suor Bernadette, qual è la parola che Giuseppina Vannini incarna con la sua vita?

“Servizio e carità, cioè

una vita donata agli altri per lenire la sofferenza dei fratelli, degli ammalati, dei poveri. La fondatrice però ha anche una predilezione per i bambini.

Nella sua vita ha sofferto tanto sin da piccola e ci sono alcuni avvenimenti in cui lei ha portato dei bambini nella casa per curarli e per accudirli. Attualmente anche nelle grazie di cui riceviamo segnalazioni, noi vediamo questa predilezione per i piccoli.

La sua è una carità molto larga, verso tutti”.

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Il miracolo che ha sancito la canonizzazione riguarda invece un operaio brasiliano. Era il 19 febbraio del 2007 e Arno Celson Klauck mentre lavora alla costruzione della casa di Riposo Madre Giuseppina Vannini precipita nel vano dell’ascensore ad un’altezza di 10 metri. Nella caduta, che vede staccarsi anche una parete, l’operaio invoca la santa “Madre mia aiutami!” e all’arrivo dei primi soccorsi l’uomo viene trovato completamente illeso, ad accezione di un taglio sul labbro.

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Madre Vannini, una donna in ascolto del suo Sposo, della sua Chiesa, del grido della sua città, una testimonianza attuale che ha fatto dell’esortazione di San Camillo ai suoi religiosi “più cuore nelle mani fratelli, più cuore” un vero e proprio programma di santità.

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Card. Newman: Botturi, “credere può essere un comportamento molto ragionevole”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 13:05

“Credere può essere un comportamento molto ragionevole”. Parola di Francesco Botturi, già ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica di Milano, che per il Sir traccia un ritratto in chiave contemporanea del card. John Henry Newman, alla vigilia della canonizzazione, il 13 ottobre.

Nel pensiero di Newman, la fede è in stretto rapporto con la ragione: in che modo si articola questo rapporto, a livello filosofico e teologico, e come “parla” all’uomo contemporaneo?
Newman potremmo anche definirlo “cantore” dell’esperienza della fede, del pensiero (filosofico e teologico), della verità, della storia (della salvezza). Newman è importante ed attuale, perché ripropone i grandi interrogativi e le grandi risposte dal punto di vista dell’uomo come “soggetto”. In questo egli è un autore “moderno”, perché ha compreso che tutto il patrimonio della saggezza e della sapienza cristiane tradizionali andava ripensata dal punto di vista dell’esperienza che il soggetto umano ne fa: la verità non sta a sé, di fronte e contrapposta come un oggetto estraneo a un soggetto separato, e reciprocamente; piuttosto la verità è il legame che unisce come luce intelligibile che ha in Dio la sua origine.

Al fondo della verità allora vi è sempre qualcosa di religioso, a cui lo spirito umano deve sottomettersi con venerazione.

Il contesto culturale “laico” dell’epoca non era certo favorevole. Come ha agito Newman in proposito?
La sensibilità religiosa di cui ho detto, infatti, era avversata dal “liberalismo” filosofico, culturalmente assai diffuso. Perciò oggetto di polemica sempre sotteso all’opera newmaniana è il liberalismo, considerato espressione di uno “spirito di incredulità”, che pervade tutto. Per il liberalismo non c’è trascendenza della verità, ma solo una verità a misura del limite umano, che ha il suo paradigma nella ragione scientifica. Fuori di questo “razionalismo” resta spazio solo per il “sentimentalismo”; tutto ciò che è contenuto di esperienza umana ̶ anzitutto religiosa e morale ̶ non ha verità, ma è solo opinione soggettiva, credenza che va semplicemente tollerata.
In rapporto a questo il Saggio in auto di una grammatica dell’assenso (1870) ha un particolare valore.

Di fronte all’obiezione “liberale” circa la verità della religione che non rispetta i canoni del sapere scientifico e quindi non esiste, Newman rivendica, a partire dalla comune esperienza, l’esistenza di un sapere veritativo non dimostrativo, ma non per questo irrilevante: quel sapere a cui è assolutamente ragionevole dare il proprio “assenso” perché si ha fiducia nella sua fonte e perché ha il sostegno della convergenza di indizi e di probabilità.

Una grande parte della nostra vita è vissuta ragionevolmente a tutte le età in un regime di fiducia. Non esiste solo la razionalità dimostrativa, che da premesse deduce conclusioni, ma anche la ragionevolezza indiziaria e testimoniale che induce l’assenso da segni. Credere può essere un comportamento molto ragionevole.

Il primato della coscienza, per Newman, ha sempre a che fare con la ricerca della verità: una posizione, la sua, che è l’esatto contrario del relativismo propugnato dalla “società liquida”…
Certamente. La coscienza di cui parla Newman non è la semplice consapevolezza di sé e neppure la coscienza morale del bene/male, ma è la capacità di accesso consapevole e libero alla verità; la coscienza secondo Newman è, la componente soggettiva ̶ potremmo dire ̶ della verità. È nella coscienza che si svolge il “dramma” della verità a cui l’uomo è tenuto e in cui l’uomo gioca le sorti della sua sincerità e in definitiva della sua dignità.

Come avevano già detto i gradi scolastici a partire dal san Tommaso d’Aquino, anche per Newman l’uomo è vincolato alla sa coscienza. Questa non è affatto il luogo dell’arbitrio, ma dell’impegno responsabile con ciò che appare appunto alla coscienza; così che anche qualora la coscienza risultasse inconsapevolmente erronea, il soggetto è tenuto a pensare e a operare secondo la sua coscienza.

È noto in proposito il passaggio della Lettera al duca di Norfolk (1874) in cui Newman afferma: “Se fossi obbligato a introdurre la religione [come oggetto di] brindisi dopo un pranzo […] brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa”. Nulla a che fare con l’irriverenza, bensì con la riverenza nei confronti del sacrario della verità che è la coscienza, solo rispettando il quale è possibile anche brindare con sincerità anche al Papa. È evidente che tutto ciò implica una profonda responsabilità morale circa il rispetto dovuto alla coscienza propria e altrui e insieme circa la formazione della coscienza. Questa può anche risultare erronea, ma deve sempre essere retta. È attraverso questa valorizzazione forte della coscienza soggettiva, che Newman combatte efficacemente il soggettivismo e il relativismo.

Newman fu un uomo del suo tempo, che seppe leggere anche le pieghe più controverse della storia, non solo personale. C’è in lui una sorta di precursore della lotta al secolarismo?
Sarebbe necessaria una risposta molto articolata. Ne formulo solo un aspetto importante. Una delle forme del secolarismo è lo storicismo, come ulteriore attacco alla verità: il mutamento storico smentisce ogni pretesa di verità perenne (sarà il problema che esploderà con il “modernismo”). Newman ha anticipato una risposta assai rilevante.

Il cambiamento storico non è obiezione alla verità, ma ne rivela un essenziale aspetto dinamico. Nel Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana (1846) scrive: “ogni idea se è vitale si sviluppa necessariamente” e questo è “principio” fondamentale per il cristianesimo. Così il dogma (definizione magisteriale della verità cattolica) non è contraddetto dagli sviluppi della sua verità, nuovi aspetti impensati in continuità con il nucleo dell’insegnamento tradizionale.

 

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Card. Newman: card. Ravasi, “può diventare il patrono dell’ecumenismo”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 13:00

Cos’hanno in comune un Papa sudamericano e un cardinale, futuro santo, che viene dalle brume inglesi? Apparentemente ben poco, ma se si guarda più in profondità molto di più. A spiegarlo al Sir, alla vigilia della canonizzazione di John Henry Newman, è il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e successore di Newman nella diaconia di San Giorgio a Velabro.

(Foto: Siciliani-Gennari/Sir)

Qual è il significato della canonizzazione del card. Newman, che Papa Francesco ha collocato a metà del Sinodo per l’Amazzonia?
Bisogna ricordare che tutto inizia con Benedetto XVI, che lo ha beatificato in Inghilterra, tenendo conto – da teologo – del portato della sua teologia. Lo sviluppo del legame con Papa Francesco è da cercare nell’interesse verso una sua opera imponente, la Grammatica dell’Assenso, in cui Newman analizza tramite una riflessione sistematica la struttura dell’assenso della fede, che prevede un percorso che è insieme di tipo razionale, teologico, etico e proprio della coscienza. Centrale, nell’itinerario proposto da Newman, è il concetto di phrònesis, a mio avviso molto in sintonia con il magistero di Papa Francesco. In Newman, infatti, esiste un assenso alla fede che non è soltanto affidato al rigore intellettuale: c’è anche una dimensione più simbolica, rappresentata appunto dalla phrònesis, che dimostra come noi conosciamo non soltanto attraverso il canale alto e nobile della razionalità, della logica formale. La persona semplice può essere la sede di una conoscenza di fede, con un proprio percorso e con un suo organo investigante. Per Newman, insomma, la phrònesis è una teologia.

Uno degli scritti più importanti del futuro santo è “Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina”, che ha suscitato fin dalla sua pubblicazione aspri dibattiti. Corre lo stesso rischio anche Bergoglio, quando non si stanca di raccomandare di ascoltare il “fiuto” del “santo popolo di Dio”?
Si dice che Newman sia il “padre assente” del Concilio, ma in realtà anticipa ciò che poi conterranno la Gaudium et Spes e la Lumen Gentium: c’è un sensum fidelium che è qualcosa che coinvolge il teologo, ma ha un respiro più corale, più orizzontale. Per questo Newman è in sintonia con Papa Francesco, che non affida il suo magistero soltanto alle affermazioni dogmatiche o all’elaborazione strettamente teorica o teologica, ma ad un messaggio spiritualmente fondato che comprende anche l’aspetto specificamente legato al respiro della gente comune. La devozione mariana, la spiritualità del quotidiano, la dimensione sociale sono parte del respiro della fede, di quel sensus fidelium che anche Newman includeva nei criteri di verifica della dottrina, pur nel solco della tradizione.

Sono stato sempre un po’ sorpreso dal fatto che Newman, abbracciando la fede cattolica, abbia scelto la Congregazione fondata da San Filippo Neri: per la sua caratura, ci si sarebbe potuti aspettare che sarebbe diventato, ad esempio, un gesuita. Quello che ha conquistato Newman, come ha rivelato lui stesso, è stata la dimensione dell’umiltà e della gioia umile di Filippo. E la sua solarità, che risultava affascinante per un uomo abituato a vivere nelle brume della Gran Bretagna.

Ha saputo coniugare il rigore solenne degli inglesi, il forte senso etico presente nell’anglicanesimo, con l’atteggiamento di compassione, di vicinanza, di ascolto della gente tipico della tradizione oratoriana. E poi il senso dell’amicizia. Accanto alla sua porta di casa, a Birmingham, fece incidere una lapide con su scritto: “Benedizione agli amici che alla mia porta, senza essere chiamati, senza essere sperati, sono però venuti”.

Il 13 ottobre è una data importante anche per la Chiesa anglicana. Si può immaginare Newman come “patrono dell’ecumenismo”, per la sua capacità di essere “ponte” tra le due chiese?
La sua conversione al cattolicesimo, a 44 anni, è rimasta sempre incisa nella sua vita come una svolta, che però non gli ha fatto mai rinnegare il passato. Come documentato dall’Apologia pro vita sua, quando Newman ha lasciato la chiesa anglicana ha voluto dimostrare che la conversione non è necessariamente un rinnegamento, ma un’apertura verso un nuovo orizzonte. Ora, con l’Anglicanorum Coetibus, questa concezione viene accettata tranquillamente anche dalla chiesa anglicana: il passaggio ad un’altra chiesa non va necessariamente concepito come un transito globale, ma come una scelta che si compie nel nome di un grande rispetto e amore per la tradizione, che va di pari passo con l’apertura ad un nuovo orizzonte.

Newman è stato un “ponte” per un ecumenismo non eccessivamente irenico o legato alle questioni dottrinali, ma più profonde.

Un ecumenismo non sempre e solo fatto per un dialogo “sul crinale”, ma capace di scendere sul versante dell’altro e viceversa, invitando l’altro a scendere e a visitare a sua volta. “Cor ad cor loquitur”, come recita il suo motto.

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Vittime sul lavoro. Anmil: “Non raccontiamoci favole, nel 2019 già troppi morti”

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 11:45

Un uomo di 57 anni è morto, venerdì 11 ottobre, a San Miniato (Pisa) mentre stava lavorando nei pressi di un oleodotto, incastrato da un trattore. Nella stessa giornata a Scandicci (Firenze), in una cartotecnica, un altro grave infortunio sul lavoro ha coinvolto un uomo di 51 anni. Sono le ultime due vittime di incidenti sul lavoro di un lungo elenco per questo 2019. Proprio a persone come loro è dedicata la 69ª Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro, che sarà celebrata domenica 13 ottobre, con manifestazioni in tutta Italia organizzate dalle sedi Anmil. La manifestazione principale si svolgerà quest’anno a Palermo. Per promuovere la 69ª Giornata è stata realizzata per l’Anmil dal regista Marco Toscani la campagna di sensibilizzazione intitolata “Non raccontiamoci favole”.

Da gennaio ad agosto 2019 si sono registrati 685 infortuni mortali (di cui 493 durante il lavoro e 192 in itinere) con una diminuzione, rispetto al 2018, del 3,9% (l’anno scorso erano stati 713). Tra le vittime di questi primi mesi del 2019, ci sono 58 donne e 627 uomini; 58 avevano fino a 34 anni, 443 dai 35 ai 59 anni, 119 dai 60 anni in su; 559 erano italiani e 126 stranieri. Per quanto riguarda la ripartizione geografica, 174 vittime erano del Nord-Ovest, 159 del Nord-Est, 141 del Centro, 151 del Sud e 60 delle Isole, mentre per settori di attività 73 appartenevano all’industria manifatturiera, 63 alle costruzioni, 56 ai trasporti, 29 al commercio, 20 ai servizi alle imprese. “Il lieve calo nei primi otto mesi del 2019 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – ci spiegano dall’Anmil – non deve ingannare: fino a luglio il bilancio è peggiore per il 2019; ad alterare il quadro è stato il mese di agosto 2018, quando per il crollo del Ponte Morandi a Genova si sono registrati 15 morti di lavoratori in itinere e per due incidenti stradali in Puglia sono morti 16 braccianti agricoli. Purtroppo, già da settembre 2019 gli incidenti mortali sono tornati a crescere rispetto al 2018”. Lo scorso anno, ribadisce il presidente dell’Anmil, Zoello Forni, “sono stati denunciati all’Inail oltre 645mila infortuni, di cui 1.218 mortali. Un bollettino che sta proseguendo, con la stessa gravità, anche nel 2019, con un aumento degli incidenti mortali soprattutto in agricoltura, in Puglia, dove a un incremento delle ore lavorate e della produttività corrisponde un aumento della mortalità”.

Per il presidente dell’Anmil è positivo “l’impegno annunciato dal Governo di elaborare un

Piano strategico per la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Un impegno che ha portato in poco tempo alla convocazione di un Tavolo di confronto con le parti sociali e le organizzazioni e che dovrà produrre – ci auguriamo – interventi rapidi e soprattutto incisivi. Innanzitutto, il Piano strategico dovrebbe intensificare i controlli, mentre i dati dei primi sei mesi del 2019 mostrano un calo del 9%, anche per una riduzione degli ispettori, e aumentare le sanzioni”. A monte, osserva Forni, “dobbiamo lavorare sulle coscienze e sulla cultura della sicurezza perché gli incidenti sul lavoro hanno ricadute non solo nell’immediato e su chi è direttamente coinvolto, ma anche sulle famiglie delle vittime”. Proprio in quest’ottica l’Anmil, ci racconta il presidente, “ha costituito la Fondazione ‘Sosteniamoli subito’ per le famiglie delle vittime perché, anni fa, quando capitava un incidente mortale, l’Inail metteva anche un anno, prima di completare la pratica istruttoria e di erogare la rendita ai superstiti. Ora, invece, le cose sono migliorate: l’Inail in due o tre mesi completa la pratica e, in caso di morte, versa un contributo di 10mila euro”. L’Anmil, prosegue Forni, auspica anche “una sensibilizzazione su questi temi rivolta direttamente alle aziende, il rafforzamento delle iniziative di formazione e informazione nelle scuole e una generale riforma dell’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, che sappia rendere la tutela più aderente al mondo di oggi, guardando al futuro. Attualmente, infatti, la disciplina è contenuta in un Testo unico emanato nel 1965, che ha riordinato normative anche più datate, con la conseguenza che oggi dobbiamo fare i conti con istituti obsoleti e con una tutela che non può più rispondere alle reali esigenze degli infortunati e delle loro famiglie”.

Tra gli incidenti sul lavoro, uno sicuramente tragico e imprevedibile è morire in una rapina. È quello che è successo a Nicola Lombardo, 44 anni, dipendente di una pompa di benzina a Palermo, colpito a morte il 20 giugno 2015, mentre era in servizio, e deceduto dopo poche ore in ospedale. Lombardo ha lasciato una vedova, Loredana Sarullo, all’epoca 37enne, e due bambini: un maschietto di 9 anni e una femminuccia di 4. “Quando è morto Nicola, non è finita solo la sua vita, ma anche la nostra – dice Loredana –. Mio marito è stato un padre e un marito esemplare:

mi sono ritrovata in un tunnel nero. Oggi per i miei figli sono madre e padre”.

Al momento della morte del marito, Sarullo era casalinga, ma dopo ha avuto bisogno di lavorare: “Ricevo una rendita dall’Inail, ma per mantenere due bambini e pagare l’affitto sono necessari molti soldi”. “Quando è morto mio marito, mi sarei aspettata che le istituzioni mi fossero più vicine, partecipi al mio dolore e al mio disagio, ma non è stato così – denuncia la donna –. A un anno dalla morte di Nicola ho organizzato una fiaccolata, per la quale ho avuto il sostegno dell’Anmil locale, che poi mi ha offerto un lavoro proprio nella sede di Palermo, dove faccio le pulizie. Per questo, dico che l’Anmil è la mia famiglia”. Così la vedova ha intravisto una luce alla fine del tunnel. “Quando ho iniziato a lavorare la mia bimba piccola era terrorizzata: associava alla parola lavoro morte e aveva paura che anch’io non tornassi più a casa. Ma – conclude –

non dovrebbe mai essere che lavoro è sinonimo di morte”.

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Trump e l’errore sulla Siria

Agenzia SIR - Sat, 12/10/2019 - 09:15

Il ritiro parziale delle truppe americane al confine turco ha provocato l’opposizione di repubblicani e del Pentagono e mette a rischio la tenuta dell’esecutivo.
“Tutti dimenticheranno i tweet di Trump, ma nessuno dimenticherà se i nostri alleati curdi verranno massacrati”. Alex Conant stratega del partito Repubblicano (Gop) in politica estera, va dritto al punto e spiega senza mezzi termini che “gli errori in politica estera saranno molto più dannosi e duraturi delle altre azioni interne del presidente”. La reazione repubblicana alla decisione del Commander in chief di ritirare le truppe statunitensi al confine tra Siria e Turchia, lasciando al governo di Ankara mano libera nel bombardamento e nell’attacco alle postazioni curde, è dura e rischia di rompere l’idillio tra il presidente e i suoi più devoti sostenitori sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato.
Uno dei ribelli è stato proprio il portavoce al Senato, Lindsey Graham, tra i più acerrimi difensori del presidente e ora promotore di un’azione politica bipartisan per imporre durissime sanzioni alla Turchia, accusata in un suo tweet di aver “invaso la Siria”. L’annuncio di Trump sul ritiro, fatto senza spiegazioni e preavvisi, è stato giudicato fuori dal posizionamento storico del partito. Sono infatti parecchi i senatori, che hanno trascorso anni di studio e lavoro per venire a capo della situazione siriana e l’abbandono repentino degli alleati curdi ha fatto montare la rabbia, proprio nel momento in cui al presidente sarebbe servito il massimo appoggio del Senato sulla questione dell’impeachment, la messa in stato d’accusa per aver violato i suoi poteri chiedendo al presidente ucraino di indagare un avversario alle politiche del 2020. E non è bastata la retorica presidenziale sul ritiro delle truppe “dalle guerre senza fine” in Medioriente, né la prima labile condanna dell’operato di Erdogan (“cattiva idea”); né l’ultima dura uscita in cui intima al presidente turco di non violare la linea di accordo: l’assalto ai civili. Limite già valicato nei primi bombardamenti.

Il ritiro dal Nord-Est della Siria è considerato un errore strategico che oltre alle conseguenze esterne ha evidenziato la profonda divisione tra la segreteria di Stato (ministero degli esteri), che considera la Turchia elemento stabilizzante della zona, e il Pentagono (ministero della difesa) che al contrario considera i curdi “compagni d’armi” nella lotta contro l’Isis.

Ed è stata proprio l’intervista rilasciata su Fox News (rete di riferimento del presidente) da uno dei militari di stanza al confine che ha montato ulteriormente l’opposizione interna. L’uomo, un membro delle forze speciali statunitensi che ha contribuito all’addestramento delle forze democratiche siriane e dei curdi ha ripetuto sconvolto: “Per la prima volta nella mia carriera mi vergogno. I curdi hanno rispettato tutti gli accordi e non sono una minaccia per la Turchia. Nonostante gli attacchi, loro continuano a vigilare sulle prigioni dove sono detenuti i combattenti del cosiddetto stato islamico, ma non resisteranno a lungo e questi criminali rischiano di tornare liberi al più presto”. Il militare ha parlato di atrocità e spiegato che solo un centinaio di uomini su mille militari presenti sono stati ritirati, mentre agli altri è stato imposto di non intervenire, neppure con raid aerei, e di ignorare le richieste di aiuto dei curdi.

Il piano della Turchia era noto fin dall’ultima assemblea generale dell’Onu di due settimane fa,

quando il presidente aveva annunciato un piano di reinsediamento di due milioni di rifugiati siriani, ora diventati un fardello politico e un costo sociale non indifferente. L’idea era quella di una zona di protezione in zona siriana dove la Turchia avrebbe realizzato i servizi: scuole, case, ospedali, moschee e gli Stati esteri avrebbero fornito supporto finanziario. Questa zona sicura di fatto è quella da strappare ai curdi, ma è quella che in maniera forzata la stessa Turchia aveva ripopolato la provincia con arabi e turkmeni da altre parti della Siria. Nel 2014 e 2015, Obama aveva ripetutamente chiesto a Erdogan di controllare il confine turco con la Siria, consapevole che fosse il varco attraversato liberamente dai combattenti e dalle armi dell’Isis e dove non pochi dei militanti feriti venivano a curarsi. Il presidente turco non ha preso provvedimenti, ma anzi si è opposto alla coalizione anti-Isis per salvare la città prevalentemente curda di Kobani. La Turchia, al contrario ha chiesto sia ad Obama che a Trump di impiegare un potenziale di 20mila militari, ma entrambi i presidenti si sono rifiutati preferendo investire sulla formazione di soldati locali, che ora però vengono abbandonati da chi li aveva istruiti a resistere.
Nonostante il segretario di stato, Mike Pompeo si sia affrettato a chiamare al telefono tutti gli alleati Nato per tranquillizzarli,

la mossa di abbandonare alleati fedeli in Siria, ha compromesso la fiducia dei partner all’estero,

dubbiosi sulla capacità di gestione Usa dei negoziati internazionali e non è stata assolutamente accettata all’interno anche se a decidere è stato il proprio presidente e Commander in chief.

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Sinodo per l’Amazzonia: “superare il maschismo e cominciare a confessare i peccati ecologici”

Agenzia SIR - Fri, 11/10/2019 - 16:30

“Superare il machismo”. A lanciare l’invito, durante il briefing di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia, è stata suor Birgit Weiler, della Congregazione delle Suore Missionarie Mediche, collaboratrice nella Pastorale per la cura del creato della Commissione episcopale di azione sociale della Conferenza episcopale peruviana. Rispondendo alle domande dei giornalisti, in sala stampa vaticana, la religiosa ha fatto notare che “nel mio Circolo Minore, come in altri, c’è un’atmosfera molto aperta: noi donne ci riteniamo accettate, non c’è un atteggiamento clericale ma una grande libertà di parola. Tanti vescovi condividono le nostre preoccupazioni e ciò che ci addolora, e vogliono che le cose cambino”. “Servono più donne in posizioni di leadership”, la tesi di suor Weiler, “non come ruolo di potere, ma come condivisione dei nostri doni, talenti e carismi”: “Ci sono settori in cui non bisogna essere ordinate: sono cose che le donne già fanno, e l’Instrumentum laboris lo riconosce”. “È importante che veniamo incluse nelle decisioni importanti”, ha proseguito la religiosa: “Abbiamo desiderio di una maggior inclusione e di poter insegnare teologia a livello accademico. Noi donne possiamo contribuire molto alla teologia: dobbiamo lavorare insieme e arricchirci reciprocamente”. In Perù, ha testimoniato suor Weiler, “le donne teologhe stanno lavorando insieme alle donne indigene, per lo sviluppo di una teologia indigena”. L’altro appello della suora:

“superare la grande violenza contro le donne, per superare il machismo, che fa male sia agli uomini che alle donne e va contro la nostra esperienza religiosa e ciò che ci dice Gesù”.

Interpellata dai giornalisti sul mancato diritto di voto per le donne presenti al Sinodo, suor Birgit ha rivelato che “è uno dei temi trattati nel nostro Circolo Minore. Siamo supportati da tanti vescovi. Sono molto grata a Papa Francesco per tutti i passi che hanno portato alla presenza di 35 donne al Sinodo, è già un grande passo in avanti. Noi speriamo, desideriamo che si arrivi al punto per cui le nostre Superiori possano votare, così come possono fare i Superiori uomini. Abbiamo espresso questo desiderio chiaramente: non c’è nessun motivo per cui ciò non sia possibile. Già l’ultimo Sinodo ha stabilito che non è necessaria l’ordinazione al sacerdozio per votare: se si partecipa all’intero processo sinodale, si partecipa anche alla responsabilità delle decisioni prese”.

“Il concetto di peccati ecologici per qualcuno è qualcosa di nuovo, anche per la Chiesa: dovremmo cominciare a confessarli”.

A lanciare l’invito è stato mons. Pedro Brito Guimarâes, arcivescovo di Palmas, in Brasile. “Stiamo commettendo peccati contro il Creatore”, il monito del presule: “il rispetto del creato fa parte del nostro Credo, ma forse non fa parte del nostro quotidiano”. “Non facciamo mai un esame di coscienza”, la denuncia di Brito: “Dio dice ‘non uccidere, non rubare’, e noi uccidiamo e rubiamo continuamente. Se cominciamo a pensare ad uno stile di vita più semplice, più coerente, a vivere di più dell’essenziale, cambieremo il volto di questo mondo”. Di qui la necessità di “un esame di coscienza, a livello sociale, culturale, economico, politico, religioso: non siamo i proprietari, siamo i custodi di questo mondo”. “Non esiste un altro pianeta, un altro posto dove possiamo vivere”, ha concluso Brito, sottolineando l’urgenza di “una catechesi sull’ambiente fin da bambini”.

Il “transito religioso” e i diritti dei “popoli in isolamento volontario”. Sono due questioni caratteristiche dell’Amazzonia. “È importante che la Chiesa difenda il diritto di vivere come vogliono vivere”, ha affermato mons. Brito a proposito dei popoli in isolamento volontario: “A volte si tratta di una scelta loro – ha spiegato – ma molte volte sono obbligati ad essere isolati, perché sfuggono da qualcuno che occupa il loro territorio e così sono obbligati a spingersi sempre più in là nella foresta. È una scelta di autodifesa, sono nomadi, sono molto fragili: non hanno contatti, e una sola malattia potrebbe essere fatale per loro”. Interpellato dai giornalisti sui rapporti, in Amazzonia, tra cattolici ed evangelici, il card. Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Città del Messico, ha fatto presente che “le persone vogliono la Parola, prima di tutto. A Città del Messico lavoriamo molto sul rapporto della gente con la Parola di Dio: i cattolici sono l’84%, speriamo di mantenere questa percentuale”. Sullo stesso tema mons. Joaquín Pertíñez Fernández, vescovo di Rio Branco, in Brasile, ha parlato di “transito religioso”: “Si tratta di un fenomeno estremamente complesso.

Sono molte le ragioni perché le persone passano da una chiesa all’altra: è sufficiente non essere d’accordo con un pastore per fondare un’altra chiesa. Ci sono molte più chiese di quante noi non immaginiamo.

Uno dei motivi è l’accoglienza la cura, la risposta alle necessità dei fedeli: che le persone cambino molto spesso religione è un dato di fatto”. Per quanto riguarda l’Amazzonia, ha fatto notare Fernandez, “a causa della mancanza di sacerdoti non abbiamo le condizioni per essere presenti in tutti i luoghi. Sono vuoti religiosi che noi, come cattolici, non riusciamo ad occupare ed altri arrivano ad occuparli. Per mancanza di cultura, il popolo crede a false promesse – magari di tipo sanitario – e dato che c’è il proselitismo finisce per aderire, e poi è difficile allontanarsi. Saltano da una chiesa all’altra cercando una soluzione più fisica che spirituale”.

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Siria: ‘Un ponte per’, “almeno 65mila sfollati in fuga dalla guerra”. Colpiti ospedali, scuole, impianti idrici

Agenzia SIR - Fri, 11/10/2019 - 16:00

“Poco fa è stato bombardato dai turchi il villaggio curdo di Khatuniya, nell’area di Tirbe-Spi (Qahtaniya), a est di Qamishlo. È stata colpita anche una chiesa siro-ortodossa. Fortunatamente non si hanno notizie di morti e feriti”. Sono le ultime notizie che giungono dal fronte del nordest siriano, abitato prevalentemente dai Curdi, dove è in corso da 48 ore l’offensiva turca, denominata “Peace Spring” (fonte di pace). A rivelarle al Sir gli operatori dell’ong italiana “Un ponte per” presente nella zona con il partner locale, la Mezzaluna Rossa curda. Notizie di attacchi arrivano anche da altre zone come Ain Issa, Derbesiye, Gire Spi, Sere Kaniye, Kadurbah (Qamishlo). Il ministero della Difesa di Ankara ha annunciato che è stato ucciso il primo soldato turco dall’inizio delle operazioni della Turchia nel nord-est della Siria. Altri tre sono rimasti feriti. Ieri le forze curdo-siriane avevano dichiarato che cinque militari turchi erano stati uccisi nelle ultime ore. Fonti militari curde riferiscono di almeno una decina di morti tra la popolazione civile.

Testimonianze dal nordest. Lo staff internazionale della ong parla

“per ora di oltre 65mila sfollati dalle zone del nord-est siriano”.

Numero destinato a salire rapidamente se le operazioni di guerra proseguiranno, e che andrà a sommarsi agli oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati in altri paesi. “Si spostano verso sud con mezzi di fortuna come carretti, o con auto e minibus dove hanno caricato tutto il possibile – spiegano da ‘Un ponte per’ –. Cercano in questo modo di portarsi in salvo ad Hassake e Tall Tamir. I racconti che arrivano dalle zone bombardate parlano di persone in preda alla disperazione. Sanno bene infatti che cosa è una guerra per averla vissuta sulla propria pelle e sanno bene cosa è successo ad Afrin, durante una precedente operazione turca”. Nel gennaio 2018 le forze turche, sostenute dall’Esercito Libero Siriano, attaccarono la città di Afrin, controllata dai curdi siriani, riuscendo dopo due mesi a conquistarla costringendo i suoi abitanti a lasciare case e terre.

“La situazione a livello umanitario è peggiorata dopo che l’aviazione turca ieri ha bombardato e messo fuori uso ad Ras al-Ain (Hassake) un impianto di distribuzione dell’acqua. Attualmente sono 400mila le persone in carenza di rifornimento idrico. Lo staff tecnico non può accedervi per ripararla a causa delle ostilità. In queste ore alcune ong stanno cercando di sopperire con cisterne di acqua ma con il prosieguo degli attacchi la situazione andrà ulteriormente a complicarsi”.

A Tal Abiad, 2 scuole sembra siano state occupate a scopo militare. Secondo quanto reso noto dall’Unicef “programmi di Protezione dell’Infanzia sono stati sospesi a Ras al-Ain, al campo di Mabrouka, Tal Halaf, Sulok e Tal Abiad”. Tra gli operatori delle diverse ong presenti nelle zone bombardate viene data “quasi per certa l’escalation dei bombardamenti. Per questo motivo ci si sta preparando per cercare di fornire i necessari servizi di assistenza sanitaria alla popolazione”.

Fronteggiare l’emergenza. “Un ponte per” è presente nella zona dal 2015. “Abbiamo 15 centri di salute, un ospedale e ne stiamo allestendo un secondo. In queste ore stiamo assistendo i feriti dai bombardamenti che arrivano nelle nostre cliniche. La nostra missione è ricostruire il sistema sanitario del nord-est siriano che è stato totalmente distrutto dalla guerra che da 9 anni imperversa nella regione. Un impegno che stava portando i suoi frutti grazie anche alla collaborazione con la comunità locale. Ora con l’attacco turco tutto è tornato in discussione”.

“Stavamo operando insieme all’Anci e alle municipalità di quelle zone per la formazione di amministratori locali nel campo della gestione finanziaria dei Comuni, del ciclo dei rifiuti, della gestione dell’acqua come bene comune di quelle comunità – aggiungono i due copresidenti di Un Ponte Per, Angelica Romano e Alfio Nicotra – la guerra rischia di buttare all’aria tutti questi progetti e di ridurre in macerie un territorio che ha dato rifugio ed ospitalità a più di un milione di rifugiati siriani provenienti da zone di guerra”. In queste ore si sta attivando anche la rete Caritas già operante da anni nel paese. In particolare le Caritas di Aleppo e Hassake, con il sostegno di Caritas Italiana e di altre Caritas estere, si stanno organizzando per fronteggiare questa nuova emergenza umanitaria. Questa nuova iniziativa bellica, ricorda Caritas Italiana, “si aggiunge a quella del governo siriano appoggiato dalla Russia a nord-ovest, nell’area di Idlib, sotto attacco da aprile 2019, e rende tutto il confine nord del paese di nuovo incandescente con milioni di persone vittime di violenze.

Una tragedia che si somma alla grave situazione umanitaria che in Siria si protrae da quasi nove anni con l’80% della popolazione in stato di povertà e oltre 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria e come sempre a farne maggiormente le spese sono i più vulnerabili: anziani, minori, donne, disabili”.

Intanto, dopo aver in qualche modo avallato l’offensiva turca, il presidente Usa Donald Trump sta adesso valutando l’imposizione di sanzioni alla Turchia. Analogo provvedimento potrebbe adottare l’Ue che ha risposto duramente alle parole del presidente turco Erdogan di inviare i profughi siriani in Europa. “Non accetteremo che i rifugiati siano usati come arma per ricattarci”, ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Fermare la barbarie. “La comunità internazionale si adoperi per fermare questa offensiva perché far precipitare in una nuova guerra le popolazioni di questa area della Siria significherebbe esporle alla barbarie. Questo non deve essere permesso” denuncia Un Ponte per. E un analogo appello arriva anche da Caritas Italiana e rivolto al Governo Italiano, all’Ue e a tutta la Comunità internazionale: “si faccia tutto il necessario per interrompere, senza condizioni, l’ennesimo eccidio e ristabilire il rispetto del diritto internazionale. Ora più che mai c’è bisogno dell’impegno e della solidarietà di tutti, perché si possa trovare una soluzione pacifica a questo ennesimo fronte di guerra e si possa rispondere velocemente ai bisogni umanitari più immediati.

Il popolo siriano, piagato da quasi nove anni di guerra che hanno causato morte, distruzione e povertà, ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita con dignità”.

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Ue: legislatura in salita. Europarlamento diviso, Commissione von der Leyen a rischio

Agenzia SIR - Fri, 11/10/2019 - 13:45

“Ho bisogno di comprendere quale ruolo hanno avuto il risentimento e forse la meschinità…”. Parole amare e dure quelle pronunciate dal presidente francese Emmanuel Macron alla notizia della bocciatura della candidata commissaria Sylvie Goulard (indicata per il portafoglio mercato interno, digitale, industria, difesa, spazio) respinta il 10 ottobre dopo la seconda audizione davanti alla competente commissione dell’Europarlamento.
Sulla idoneità “tecnica” e sulla statura politica di Goulard (già parlamentare, eurodeputata, ministro, banchiere centrale, stimata anche in ambienti accademici ed ecclesiali) è difficile nutrire dubbi. Semmai c’è da chiedersi quanti tra gli eurodeputati che hanno votato “no” alla Goulard abbiano la medesima levatura. L’insieme delle audizioni dei commissari designati ha mostrato, tra le altre cose, che una buona parte di parlamentari europei è alle prime armi con i trattati comunitari, non ha particolari conoscenze nei settori in cui l’Ue può e deve agire secondo gli stessi trattati, evidenziando non da ultimo scarsa dimestichezza con l’orizzonte politico continentale e mondiale. Non sono poche le testimonianze raccolte dal cronista circa le domande poste ai candidati commissari dagli eurodeputati ma scritte, di sana pianta, da assistenti parlamentari o funzionari dei gruppi politici.
Alla Goulard – che come tutti ha pregi e difetti, ovviamente – sono state contestate una presunta irregolarità amministrativa nella remunerazione di un assistente parlamentare (per la quale ha già restituito 45mila euro) e una sua consulenza, del tutto legale, con il think tank americano Berggruen mentre ella stessa era eurodeputata. Non a caso al termine dell’audizione, Goulard ha affermato: “Non sono stata rinviata a giudizio e quindi chiedo semplicemente di prendere in considerazione i fatti e di decidere secondo la vostra coscienza, sapendo che oltre al principio dell’integrità dei politici, che è importante, c’è anche quello della presunzione di innocenza”. In caso di rinvio a giudizio la Goulard, ha dichiarato, si sarebbe dimessa.
Ma il punto non è nemmeno questo. Non c’è voce politica e mediatica che, oggi in Europa, tralasci il fatto essenziale: Goulard è vittima di una rivalsa dei Popolari e dei Socialdemocratici europei contro lo stesso Macron, reo di aver affossato la pratica degli Spitzenkandidaten, la quale avrebbe portato alla guida della Commissione non la popolare tedesca Ursula von der Leyen ma il popolare tedesco Manfred Weber (lotta intestina in casa Cdu? Tiro mancino contro Angela Merkel?); oppure, come seconda scelta, il socialista olandese Frans Timmermans. A Macron si contesta inoltre di aver rafforzato la terza forza dell’Europarlamento, portando i suoi deputati tra i Liberaldemocratici (unici a votare per la Goulard) che ora hanno assunto il nuovo nome di Renew Europe: il progetto macroniano sarebbe stato quello di farne l’ago della bilancia in Emiciclo.
Ma ora cosa accadrà? Intanto occorre prendere atto che una maggioranza solida e compatta al Parlamento europeo non esiste: lo si sapeva già, ora se ne ha la conferma. Così esultano le forze sovraniste ed euroscettiche. Inoltre, diviene quasi impossibile – dati i tempi strettissimi – votare la fiducia alla Commissione europea nella plenaria del 21-24 ottobre, rischiando di far slittare l’entrata in carica dell’esecutivo presieduto dalla von der Leyen il 1° novembre. Data che coinciderebbe – è bene ricordarlo – con il divorzio del Regno Unito dall’Ue, per il quale non si è trovato ancora un accordo praticabile.
Per completare il futuro collegio è necessario dunque effettuare in pochi giorni nuove audizioni per il prossimo candidato francese alla carica di commissario, oltre a quelle per i candidati ungherese e romeno che devono ancora essere ascoltati dalle commissioni parlamentari. A complicare la situazione la caduta, sempre il 10 ottobre, del governo romeno: Bucarest avrà bisogno di qualche giorno ancora per dar vita a un nuovo governo che poi deciderà il nome del proprio candidato alla Commissione.
Resta infine sul tavolo il gioco di ostacoli, sgambetti, antipatie e vere e proprie insofferenze che si respirano al Parlamento europeo, dove è in atto un (non troppo) sotterraneo conflitto tra partiti, tra leader politici, tra diverse nazionalità, tra Paesi dell’ovest e dell’est. Un avvio tutto in salita per la nuova legislatura europea, del quale gli eurodeputati, i leader Ue e i governi nazionali dovranno assumersi le responsabilità dinanzi ai cittadini europei.

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Qui in Calabria “la libertà non ha pizzo”. Con Libera istituzioni, cittadini e imprenditori: insieme contro il racket

Agenzia SIR - Fri, 11/10/2019 - 11:30

Istituzioni, imprenditori, cittadini, uniti, sono una forza contro il racket. È il messaggio arrivato dall’evento “La libertà non ha pizzo”, dal nome dell’omonimo progetto di “Libera. Associazioni nomi e numeri contro le mafie – Calabria”, che si è svolto a Limbadi (Vv). Un incontro a più voci, che ha visto le testimonianze di imprenditori coraggiosi, cui Libera ha consegnato il proprio logo a riconoscimento della buona e virtuosa economia praticata.

L’Università dell’impegno. “È stata una giornata storica perché l’iniziativa si è svolta in un bene confiscato, dove ci sentiamo coinvolti tutti quanti per realizzare l’Università della memoria, della ricerca e dell’impegno” – afferma Giuseppe Borrello – referente di Libera Vibo Valentia. L’Unirime sarà collegata alle Università di Reggio e Firenze e sorge proprio nella villetta requisita al clan Mancuso. “Sarà un centro di ricerca a livello europeo per approfondire il fenomeno della ‘ndrangheta da un punto di vista giuridico, antropologico, sociologico, economico ed ecclesiale – aggiunge don Ennio Stamile – referente di Libera Calabria, sacerdote della diocesi di San Marco Argentano-Scalea. Il bene è stato affidato all’associazione San Benedetto abate di Cetraro (Cs). “L’intenzione è quella di farne un centro di formazione permanente che vuole porre l’attenzione sui reati contro la pubblica amministrazione e realizzare un osservatorio permanente sulla ‘ndrangheta. Dobbiamo crederci”.

Invertire la tendenza. C’è da invertire una tendenza che vede le province calabresi agli ultimi posti tra quelle più esposte al racket. Gli spunti positivi ci sono, in Calabria qualcosa si muove, con Libera che negli ultimi quattro anni, ha assistito oltre 1.400 persone nelle loro denunce.

“Gli imprenditori e dei commercianti iniziano a fidarsi dello Stato e a denunciare – afferma Borrello –. Vogliono fare la loro parte, schierandosi apertamente e dichiarando di non voler pagare il pizzo”. La campagna di Libera, già attiva nella provincia di Reggio Calabria dal 2010, ha già dato i suoi frutti, per questo l’intenzione è di estenderla a tutta la regione. “Nel reggino hanno aderito 62 attività, Vibo è la nuova scommessa, e già altre 11 imprese calabresi hanno aderito alla campagna” – precisa Borrello –. “Vibo è da tanti punti di vista l’ultima provincia d’Italia, con una presenza pervasiva della ‘ndrangheta, per questo ripartire da Limbadi, da un bene confiscato, assume un valore ancora più grande” – evidenzia don Stamile –.

“I giovani di Libera sono motivati e sono riusciti a far partire questa battaglia educando i cittadini al consumo critico

perché per fronteggiare il fenomeno ‘ndranghetista c’è bisogno di tutti, anche di decidere dove andare a fare la spesa. Questa è una campagna strategica per contrastare i fenomeni malavitosi”.

La voce agli imprenditori. “Non piegarsi a una cultura che altrimenti rischia di venire fuori troppo facilmente”. Questo il refrain delle testimonianze rese dagli imprenditori e commercianti che sono intervenuti a Limbadi. Un messaggio consegnato alle decine di giovani adolescenti che hanno gremito la sala all’interno della villa confiscata al clan Mancuso dove si è svolto l’evento di Libera.

“La prima paura non è il rischio d’impresa, che viene dopo. È la paura di un territorio, del fornitore che si impone o del delinquente della zona che lo impone” – il messaggio di Vincenzo Chindamo, che con la moglie ha messo su un piccolo locale commerciale. “Il pizzo non è solo quello della mazzettina di soldi da consegnare, ce ne sono di tante forme. Così, nell’iniziare la nostra impresa, abbiamo deciso che avremmo detto no a tutto ciò che potevamo percepire come modalità di estorsione, anche se si trattasse di contribuire alla festa popolare del paese o alla sponsorizzazione della squadra di calcio”.

Raffaella Conci, responsabile della cooperativa Terre Ioniche, tocca il cuore dei giovanissimi presenti. “È possibile fare impresa e farlo in maniera sana, perché la tassa del pizzo è un’offesa. Per questo
bisogna incentivare il consumo critico, dando fiducia a chi ha deciso di combattere in prima persona e di metterci la faccia”. Chiude e rilancia il commerciante Carmine Zappia: “La paura, dopo la denuncia, è passata. Ora cerchiamo di andare avanti”. Attraverso quella che Libera definisce una “rivoluzione socio-economica e culturale sul territorio calabrese”.

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È in Veneto il formaggio solidale

Agenzia SIR - Fri, 11/10/2019 - 11:25

Un formaggio per fare del bene. Prodotta con oltre 11mila litri di latte, una forma di buon formaggio alpino, del peso di mille chili e con una diametro di due metri, è stata al centro di

un modo diverso dal solito di essere solidali con chi ogni giorno non riesce a mettere insieme un pasto decente.

È accaduto a Bressanvido in provincia di Vicenza, nel cuore agricolo del Veneto, nella prima domenica di ottobre. Formula semplice, quella messa in pratica dagli allevatori della zona dove fra l’altro si produce l’Asiago Dop. Alla fine della transumanza, nel cortile della cooperativa (le Latterie Vicentine) che ha il compito di trasformare il latte, si sono ritrovati tutti: i pastori che avevano appena finito di portare dalle montagne a valle qualcosa come 350 bovini lungo oltre 80 chilometri di strade e sentieri, la gente del luogo e i turisti attirati dall’evento, gli 11 maestri casari che hanno lavorato il latte raccolto per l’occasione.

Tutti attorno alla forma che ha fatto bella mostra su un grande piedistallo e che è stata tagliata e venduta nel corso di un evento diventato una festa di inizio autunno, ma anche l’occasione per aiutare a chi il formaggio non può permetterselo.

Il ricavato della vendita – circa 4mila euro –, contribuirà infatti all’acquisto di due frigoriferi per l’Emporio solidale, una iniziativa nata dalla collaborazione tra il Centro di Servizio per il Volontariato della provincia di Vicenza e il Comune di Dueville sempre nel Vicentino. Proprio lì, infatti, entro novembre, in una scuola, verrà aperto un mercato (l’Emporio solidale appunto) dove le persone che si trovano in difficoltà sociale ed economica potranno “fare la spesa gratuitamente”, scegliendo i beni loro necessari. I soldi raccolti serviranno per i frigoriferi che conterranno i prodotti freschi come frutta, verdura, latte e carne, garantendo così una dieta equilibrata alle persone che accedono all’Emporio. E non solo, perché negli intenti degli organizzatori, quello dovrà essere “un luogo di incontro, di relazioni, di scambio, di dono, di partecipazione”. Avranno accesso all’Emporio (il primo in provincia di Vicenza), almeno una trentina di famiglie per iniziare, tutte individuate dall’amministrazione comunale, che usufruiranno dell’assistenza alimentare in base al livello di difficoltà ed alla consistenza del nucleo familiare. Sarà poi offerta la possibilità ai componenti delle stesse famiglie, di aiutare il progetto come volontari.

Ad essere coinvolti nell’iniziativa pressoché tutti gli organismi che sul territorio lavorano per la solidarietà e l’assistenza: le parrocchie, le associazioni di vario tipo, le aziende e in singoli cittadini.

“Il nostro – spiega il presidente delle Latterie Vicentine, Alessandro Mocelli –, è un formaggio dal gusto inconfondibile, buono e solidale, perché questo anno tutto il ricavato della vendita della forma è stato devoluto in beneficenza a sostegno del progetto dell’Emporio solidale di Vicenza e ad alcune famiglie in difficoltà del territorio”. Mentre Rita Dal Molin, responsabile del progetto dell’Emporio, e direttore del Csv di Vicenza aggiunge: “Quanto accaduto domenica è per noi un segnale importante di attenzione da parte del territorio a quanto facciamo e soprattutto alle famiglie di difficoltà. A volte occorre non solo dare assistenza ma anche rispettare la dignità delle persone che si trovano in situazione di grande indigenza. L’Emporio solidale che nascerà anche con il contributo del formaggio prodotto dai casari e dai pastori locali, ha proprio questo scopo”. Formaggio buono in tutti i sensi, quindi.

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