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Cosa vedere in sala? Le novità dal 13 dicembre

Agenzia SIR - 2 hours 50 min ago

A un passo dal Natale ecco le prime strenne cinematografiche, anche se si entrerà nel vivo delle proposte forti solamente dal 20 dicembre. Una selezione di quattro titoli in sala dal 13 dicembre, nella consueta rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei: il thriller hollywoodiano “Un piccolo favore” di Paul Feig, il noir all’italiana “Il testimone invisibile” di Stefano Mordini con la coppia Scamarcio-Leone, il fantasy prodotto da Peter Jackson “Macchine mortali” e la commedia natalizia “Amici come prima” con la coppia Massimo Boldi e Christian De Sica.

“Un piccolo favore”

Con “Un piccolo favore” (“A Simple Favor”) il regista statunitense Paul Feig, classe 1962, fa un cambio di passo nella propria carriera, mettendo da parte il genere della commedi irriverente per sposare il thriller psicologico. In passato si è fatto conoscere per “Le amiche della sposa” (2011), “Corpi da reato” (2013), “Spy” (2015) e “Ghostbusters” (2016). Ora, prendendo le mosse dal romanzo di Darcey Bell, Fieg mette a punto un racconto di tensione fatto di depistaggi ed situazioni enigmatiche: Stephanie ed Emily sono due amiche dall’apparente vita ordinaria. Un giorno Emily chiede all’amica di andare a prendere il figlio a scuola, dopo di che la donna scompare e la vicenda si tinge di giallo. Stephanie non si dà pace e cerca di fare il possibile per avere informazioni sulla donna. Storia dalle premesse magnetiche ma dallo sviluppo narrativo fin troppo ingarbugliato; nel film infatti la strategia della tensione si confonde con l’esasperazione. Molto buono il lavoro delle due interpreti, Anna Kendrick e Blake Lively, ma da sole non riescono a sorreggere l’impalcatura del film. Dal punto di vista pastorale, il film è valutare come complesso e problematico, segnato da futilità.

“Il testimone invisibile”

Il titolo spagnolo cui si ispira è “Contratiempo” di Oriol Paulo. Stiamo parlando del noir italiano “Il testimone invisibile” di Stefano Mordini, che cura anche la sceneggiatura insieme a Massimiliano Catoni. Mordini, classe 1968, è un regista che ha privilegiato sempre racconti asciutti – “Provincia meccanica” (2005), “Acciaio” (2012) e “Pericle il nero” (2016) – e con “Il testimone invisibile” disegna una vicenda tanto semplice quanto enigmatica, ambientata nei paesaggi gelidi del Trentino. La storia: un ricco imprenditore, Adriano Doria, vede in segreto dalla moglie un’altra donna, Laura; una notte Laura viene trovata morta in albergo e accanto a lei c’è solo Adriano, principale indiziato del delitto. L’uomo viene subito affiancato da una decisa penalista che cerca di arginare le accuse e scavare nelle zone d’ombra dell’uomo. Un film a scatole cinesi, amalgamato con una tensione crescente e persistente; scorre bene, in maniera avvincente, sorretto da interpreti in parte tra cui Riccardo Scamarcio, Miriam Leone e Fabrizio Bentivoglio. Il taglio del film è chiaramente problematico.

“Macchine mortali”

Se sono piaciute le saghe “Hunger Games” e “Divergent”, certamente potrà funzionare il progetto di “Macchine mortali”, voluto da Peter Jackson – sue sono le trilogie “Il Signore degli Anelli” (2001-2003) e “Lo Hobbit” (2012-2014) così come “King Kong” (2005) e “Amabili resti” (2009) – che ne cura la produzione e la sceneggiatura; il film è diretto però da Christian Rivers, già Premio Oscar per gli effetti speciali nel 2006. Ispirandosi al romanzo distopico di Philip Reeve, la vicenda si svolge in una Londra apocalittica, che ha perso la sua fisionomia e sopravvive nella modalità città-macchina. Protagonisti sono due giovani ai margini della civiltà, Tom e Hester, su cui si abbattono le angherie del dispotico Thaddeus (Hugo Weaving). Film di genere, che punta a conquistare lo zoccolo duro di giovani (e adulti) appassionati di fantasy.

“Amici come prima”

Uscirà dal 19 dicembre “Amici come prima”, che segna il riformarsi della coppia comica Massimo Boldi e Christian De Sica, dopo 13 anni di progetti separati. I due popolari interpreti hanno iniziato a lavorare insieme nei film di Natale, conosciuti come “cinepanettoni”, con “Vacanze di Natale” del 1983 di Carlo Vanzina. Ora la coppia torna a condividere la risata con un progetto che vede alla regia lo stesso De Sica. Il film ha come schema narrativo il travestimento, l’equivoco e una mitragliata di gag, più o meno riuscite: buone le intenzioni, ma il risultato è a corrente alternata. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, brillante, segnato da futilità.

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L’Istat conferma la grande frenata dell’economia italiana: occupati in calo nel terzo trimestre

Agenzia SIR - 3 hours 11 min ago

Gli ultimi dati Istat confermano la grande frenata dell’economia italiana, proprio mentre la Banca centrale europea rivede al ribasso le stime di crescita dell’insieme dell’Eurozona. In Italia, l’Istituto di statistica rileva per ottobre una diminuzione del fatturato industriale (-0,5%, rispetto al mese precedente) e degli ordinativi (-0,3%), un dato significativo anche in prospettiva. Quanto all’andamento dell’inflazione, a novembre l’indice dei prezzi al consumo scende dello 0,2 rispetto a ottobre, un calo che documenta non solo la mancata ripresa dei consumi, ma anche il loro rallentamento.

I dati proiettano sull’ultimo trimestre dell’anno i segnali negativi che erano emersi in relazione al periodo luglio-settembre, in particolare lo “zero” registrato dalla crescita del Pil, il prodotto interno lordo, l’indice che convenzionalmente misura la ricchezza di un Paese. Il più recente di questi segnali relativi al terzo trimestre – il dato è stato diffuso dall’Istat pochi giorni fa – è la diminuzione degli occupati (-0,2%): non accadeva dal primo trimestre del 2015.

Naturalmente la lettura e l’interpretazione dei dati richiede sempre molta attenzione. A proposito del fatturato e degli ordinativi dell’industria, per esempio, il confronto con ottobre 2017 – quindi su base annuale – è in positivo per il 2%. L’inflazione su base annuale è stabile (1,6%), un decimale in meno, comunque, della stima preliminare diffusa sempre dall’Istituto di statistica. Ma è proprio la convergenza di dati negativi nell’ultimo periodo a rappresentare quello “sfiorire della ripresa” che secondo il Censis è una delle cause dell’incattivimento della società italiana. Proprio nel corso della presentazione del 52° Rapporto sulla situazione del Paese, il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii, aveva messo rigorosamente in fila tutti gli indicatori economici di questo ormai famigerato terzo trimestre 2018: “il Pil ristagna”; “i consumi delle famiglie non ripartono”; “l’indice della produzione industriale ha cominciato a flettere”; “anche l’export, che è stato il principale fattore della ripresa, ha notevolmente rallentato”; “la dinamica delle retribuzioni rimane bassissima” e tiene al palo la “domanda interna”, come dimostra anche l’andamento dell’inflazione; “gli investimenti delle imprese sono scivolati in campo negativo”. Manca il dato sull’occupazione, ma soltanto perché l’Istat lo ha reso noto successivamente e, come si diceva, è un elemento in linea con gli altri. Purtroppo.

Il fatto che anche il contesto economico internazionale segnali un rallentamento complessivo complica ulteriormente la situazione.

Anche senza addentrarsi nell’analisi dei rischi di una nuova recessione globale, è evidente l’impatto negativo per un Paese, come l’Italia, che negli ultimi anni ha costruito la sua pur modesta ripresa quasi esclusivamente sulle esportazioni. Un settore in cui la mappa per regioni, diffusa dall’Istat sempre in questi giorni, riserva alcune sorprese. Le regioni più dinamiche, infatti, risultano il Molise (+40,8%), la Calabria (+21,7%) e la Basilicata (+18,2%). Più in generale le esportazioni di Mezzogiorno e Isole (+4,3%), superano nettamente quelle delle altre macroaree: Nord-Ovest (+2,9%), Centro (+0,7%) e Nord-Est (+0,2%). Ma la crescita dell’export meridionale è dovuta in larga misura ai prodotti energetici: è grazie al petrolio che, a livello provinciale, Siracusa si colloca subito dopo Milano, Asti e Brescia.

I “conti economici territoriali”, proposti dall’Istat in questo scorcio d’anno, confermano invece che il differenziale negativo del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord resta ampio: il Pil pro-capite è inferiore del 45%. Uno scarto che trova riscontro anche nelle retribuzioni nel settore privato, con la paga oraria media più alta in Lombardia (12,02 euro) e la più bassa in Campania (10,10 euro). Ma più ancora che un problema di reddito – da valutare concretamente nei diversi contesti in rapporto al costo della vita – la grande questione del Sud è quella del lavoro. Continua incessante l’emigrazione verso il Nord (e in parte anche verso l’estero). Negli ultimi vent’anni, rileva l’Istat, la perdita netta di popolazione del Mezzogiorno, dovuta ai movimenti interni, è stata pari a 1 milione e 174 mila unità. E la metà dei trasferimenti (49,5%) riguarda persone tra i 15 e i 39 anni.

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In una chiesa dell’Aja le celebrazioni non si interrompono più per evitare l’espulsione di una famiglia armena

Agenzia SIR - 3 hours 24 min ago

È dal 26 ottobre che nella chiesa protestante di Bethel, all’Aja, non si interrompe la preghiera comune e non si fermano le celebrazioni presiedute da un ministro. Il motivo è legato alla necessità di proteggere una famiglia di armeni che, rifugiatisi nel Paese quasi nove anni fa, hanno visto respinta la loro richiesta di asilo e dovrebbero quindi lasciare l’Olanda dove in questi anni i tre figli sono cresciuti, hanno studiato. Sasun e Anousche Tamrazyan con i loro tre figli, Hayarpi, Warduhi e Seyran, hanno chiesto aiuto alla comunità protestante di cui sono membri. “Quello che sta succedendo all’Aja è il segnale di un problema più grande: la posizione dei bambini richiedenti asilo che sono cresciuti nei Paesi Bassi e che tuttavia sono espulsi”.

 

È Dirk Gudde, presidente del Consiglio delle Chiese nei Paesi Bassi, a spiegare al Sir la situazione che si è creata. Poiché

una legge olandese vieta di interrompere alle forze dell’ordine una celebrazione religiosa in un luogo di culto, da quella data si celebra senza sosta nella piccola chiesa. La famiglia è ospitata nei locali adiacenti.

Lì Hayarpi, la figlia più grande, segue on line i corsi di econometria all’università di Tillburg che stava frequentando. “È una studentessa di grande talento e desiderosa di studiare Ho avuto il privilegio di averla ai miei corsi”, ha dichiarato il professore David Schindler. “Lei e la sua famiglia saranno deportati non appena si fermeranno le celebrazioni nella chiesa di Bethel. Bisogna tenere questi talenti in Olanda”. Sul suo blog Hayarpi scrive anche preghiere e poesie. A sorreggere il pastore di questa piccola comunità si è coinvolta tutta la Chiesa protestante, e da tutta l’Olanda arrivano colleghi che si alternano a guidare i riti. “Anche altre Chiese hanno dichiarato la loro solidarietà e molti ministri e laici collaborano, compresi non pochi cattolici”. La mobilitazione e l’impegno si muovono però anche sul fronte politico: “Il Consiglio delle Chiese il 5 dicembre ha scritto una lettera al primo ministro Mark Rutte e al ministro della giustizia Mark Harbers, con la richiesta di applicare l’Accordo per l’amnistia dei bambini (Regeling Kinderpardon) del 2013 che rivendica il rispetto dei diritti dei bambini che vivono nel Paese da oltre cinque anni” spiega ancora Gudde.

“Questo Accordo però al momento non funziona e meno del 10% delle domande di amnistia è accolto”.

Questa forma di protezione tra le mura di una chiesa (Kerkasiel) “è riconosciuta dal Consiglio delle Chiese come mezzo legittimo in situazioni di gravi ingiustizie” dice ancora Gudde.

La vicenda sta toccando i cuori: tante persone (e adesso tanti gruppi giovanili) si attrezzano per questa incredibile staffetta di solidarietà e di protezione e si organizzano per assistere alle celebrazioni, giorno e notte. La notizia di questa celebrazione “da Guinness” sta avendo una incredibile copertura internazionale e, aggiunge Gudde, “la settimana scorsa è stata deposta una nuova richiesta sostenuta da 250 mila firme perché il caso venga affrontato in Parlamento”.

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Più ci umiliamo più ci trasformiamo (Matta el Meskin)

Natidallospirito.com - 3 hours 27 min ago

La conversione è la concretizzazione del detto evangelico: “Chi si abbassa sarà innalzato” (Lc 18,14). Più ci umiliamo più ci innalziamo e ci trasformiamo. La conversione è quindi un’operazione di trasformazione continua che va in basso con la volontà ma che risale con la grazia. È questo il senso vitale del termine metánoia. Pertanto la conversione è il contrario di una giustizia autodichiarata che si traduce nell’autosufficienza e in una sensazione di essere “a posto”. È proprio quando ci sentiamo così che l’operazione di trasformazione interiore verso l’alto si arresta perché non ne sentiamo più bisogno. L’uomo che si vede santo ritiene di essere in uno stato di grazia e dunque non sente più la necessità dell’umiltà. Qui l’equazione evangelica si ribalta: “Chi si innalza sarà abbassato” (Lc 18,14). Avviene, cioè, una dinamica di trasformazione contraria, una caduta e una dispersione spirituale continua.

Siamo davanti a un metodo concreto che gli scritti dei Padri ci raccontano come è stato praticato. Ad esempio scrive mar Isacco il Siro:

La conversione è consona a ogni tempo e a ogni persona, ai peccatori come ai giusti che aspirano alla salvezza. Non vi sono infatti limiti alla perfezione. Al contrario, se qualcuno si sente perfetto ciò che sente è proprio l’imperfezione. Le opere e il tempo della conversione hanno bisogno sempre di essere portate a perfezione, fino al momento della morte.

Traduzione dall’arabo. Cf. Isacco il Siro, Discorsi ascetici, I,32 in The Ascetical Homilies of Saint Isaac the Syrian, a cura di D. Miller, The Holy Transfiguration Monastery, Boston 1984, p. 153.

Questo metodo concreto, evangelico e paterno, è conforme al concetto teologico nel senso dell’avvicinamento e dell’unione con Dio. È noto, infatti, che teologicamente più noi ci uniamo a Dio più percepiamola nostra piccolezza e la nostra impotenza.

L’anima che non pratica la trasformazione interiore mediante la metanoia, cioè la conversione mediante la contrizione verso Dio,non accoglie la grazia. Questo può essere il segno di una sclerocardia e può essere sintomo di morte. Da qui deriva l’estrema importanza della conversione come azione di vita o di morte simile al battesimo. Anzi, alcuni Padri ritengono la conversione ancora più importante del battesimo stesso. Ad esempio, scrive Giovanni Climaco:

Più grande del battesimo è la fonte delle lacrime che sgorga dopo il battesimo, per quanto l’affermazione possa essere un po’ ardita.

Giovanni Climaco, La scala, Qiqajon, Magnano 2005, p. 194.

In realtà san Giovanni Climaco non esagera a nostro avviso perché la conversione è il frutto della grazia del battesimo e da esso trae la sua forza misteriosa.Colui che non pratica la conversione è come se non avesse mai ricevuto il battesimo nel senso che o la conversione dà efficacia al battesimo oppure la non conversione è come se l’annullasse. Da qui l’estrema importanza della conversione.

Il lettore faccia attenzione al fatto che la parola“fonte delle lacrime”, che indica la penitenza e la conversione e che san Giovanni Climaco usa continuamente, e, in generale, tutto ciò che i Padri chiamano “piangere per i peccati”, è, in realtà, un’azione della grazia e non uno sforzo personale, è un dono e non un’ascesi. Mar Isacco il Siro lo definisce “il dono delle lacrime” (cf. Isacco il Siro, Discorsi ascetici, I,64 in The Ascetical Homilies of Saint Isaac the Syrian, p. 307). Esso è anche il segno di una conversione fruttuosa. Pertanto, le lacrime indicano in maniera misteriosa la vera gioia e la prova di ciò ce la danno le parole del Signore: “Beati voi che ora piangete, perché riderete” (Lc 6,21). Le lacrime piene di speranza rientrano nel mistero della conversione perché sono la prova che il penitente è entrato nella grazia e sono simbolo e indice nascosto che ha raggiunto lo stato della gioia vera.

Da qui capiamo come le lacrime hanno il potere dilavare i peccati non in quanto azione umana volontaria, dal momento che la più grande opera dell’uomo è incapace di espiare il più piccolo peccato, ma perché le lacrime sono un dono dello Spirito Santo e una delle opere evidenti della grazia che svelano che la potenza di Dio ha iniziato a penetrare nel nostro essere. Le lacrime, in fondo, sono l’annuncio che è avvenuto un cambiamento interiore. Esse, quindi, sono anche la prova del mistero e della potenza della conversione.

Tratto da: Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni,
Wadi el Natrun 2018, pp. 44-47
Il libro è acquistabile a questo indirizzo
https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

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European Council: softer tone on Brexit deal to extend a helping hand to Theresa May. But for EU27 the deal “is non-negotiable”

Agenzia SIR - 7 hours 33 min ago

“The deal is non-negotiable.” The paragraphs of the European Council “Conclusions” dedicated to Brexit (the summit continues today with a different agenda), are extremely clear. For months, efforts have been placed to deliver Great Britain’s “orderly leave” from the European Union, and this deal – whether Westminster, Brexiteers or Tories like it or not – will remain unchanged. EU27 leaders put it on paper last evening. In the awareness of the critical environment that Theresa May finds herself in, they “softened” the paragraphs regarding the “backstop”, i.e. the part of the deal regarding the border between Northern Ireland and the Republic of Ireland.

“Full respect for Westminster.” With a face marked by fatigue after hours-long discussions, Donald Tusk entered the press room shortly before midnight to say that “Today Prime Minister May informed the leaders about the difficulties with ratifying the deal in London and asked for further assurances that would at least in her view unlock the ratification process in the House of Commons.”  After discussing the Premier’s intervention among EU27 leaders – namely after having bid farewell to May –”and bearing in mind our full respect of the parliamentary process in the United Kingdom, we have agreed five points”, Tusk said. The points are enlisted in the Conclusions. First of all, the European Council “reconfirmed its conclusions of November 25 in which it endorsed the withdrawal agreement and approved the political declaration”, regarding future relations with the United Kingdom. It is specified that the deal “is not open for renegotiation.” Second: the European Council reiterates that “it wishes to establish as close as possible a partnership with the United Kingdom in the future” and that “it stands ready to embark on preparations immediately after signature of the Withdrawal.” Despite turns of phrase, the date of the divorce remains next March 29, with no going back and full respect for the decision taken by British subjects, whilst preserving good business and political relations for the future. For EU27 – spelled out in the declarations of the various leaders – at this point the island is a third Country.

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No hard border. Point 3 is the most interesting, for it softens the tones of the backstop. In this respect the Conclusions (the official document containing the summit’s decisions on the various items on the agenda) underline that the “safety net” (i.e., the backstop) “is intended as an insurance policy to prevent a hard border on the island of Ireland and ensure the integrity of the Single Market.” The EU is “firmly determined” to work speedily on a subsequent agreement that establishes “by 31 December 2020 alternative arrangements, so that the backstop will not need to be triggered.” In other words, nobody wants the recovery of a physical border separating Northern Ireland from the Republic of Ireland, with barriers and tariffs, risking to bring Ireland back in time, with conflicts and dividing walls between the people of Northern Ireland, the Queen’s subjects, and the Irish citizens of the Republic. The backstop would thus temporarily keep the North in the Single Market, until the adoption of new regulations agreed with the British government. Pro-Brexit hardliners refuse to accept this clause, for they believe that it would in fact reintroduce Northern Ireland into EU economy.

A friendly farewell. Thus at point 4 the European Council underlines: “if the backstop were nevertheless to be triggered, it would apply temporarily, unless and until it is superseded by a subsequent agreement that ensures that a hard border is avoided.” In such a case, the Union “would use its best endeavours to negotiate and conclude expeditiously a subsequent agreement that would replace the backstop”, so that the backstop would only be in place “for as long as strictly necessary.” Finally, in point 5 (on the finalizing aspects), the Council “calls for work on preparedness at all levels for the consequences of the United Kingdom’s withdrawal to be intensified, taking into account all possible outcomes.” May can return to London saying that she made EU27 see reason while the latter reconfirmed their friendly farewell to London. Now it’s up to Theresa May to “sell” the modest results to the political arena. The deal will need to be finalized after Christams, perhaps with the umpteenth extraordinary European Council. Time is running short, March 29 is drawing near.

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Consiglio europeo: toni più morbidi sul Brexit per tendere una mano alla May. Ma per i 27 “non si negozia più”

Agenzia SIR - 7 hours 34 min ago

“L’accordo non è rinegoziabile”. Punto. Il testo delle “Conclusioni” del Consiglio europeo per la parte che riguarda il Brexit (il summit prosegue oggi su altri temi) è per questo aspetto chiarissimo. Per mesi si è lavorato a definire il “recesso ordinato” del Regno Unito dall’Unione europea, e tale accordo – piaccia o meno a Westminster, ai Breexiters o a Tory – resterà tale. Lo hanno messo nero su bianco ieri a tarda sera i 27 leader Ue. I quali, sapendo in quale brutta situazione politica navighi Theresa May, hanno però voluto solo ammordidire i toni sul “backstop”, cioè la parte di accordo che riguarda le frontiere tra le due Irlande.

“Pieno rispetto per Westminster”. Col volto segnato dalle lunghe ore di discussione, Donald Tusk si presentato in sala stampa poco prima di mezzanotte per dire che “il primo ministro May ha informato i leader delle difficoltà per la ratifica dell’accordo a Londra e ha chiesto ulteriori garanzie che, a suo avviso, sbloccherebbero il processo di ratifica alla Camera dei Comuni”. Dopo aver discusso tra i 27 – ovvero, avendo congedato la May – dell’intervento della premier, “e tenendo presente il nostro pieno rispetto per il processo parlamentare nel Regno Unito, abbiamo concordato cinque punti”, dice Tsuk. Quali? Lo si legge proprio nelle Conclusioni. Anzitutto il Consiglio europeo “riconferma le sue conclusioni del 25 novembre 2018 nelle quali ha approvato l’accordo di recesso e la dichiarazione politica”, quest’ultima relativa ai futuri rapporti con il Regno Unito. Quindi si specifica che “l’accordo non è rinegoziabile”. Secondo: il Consiglio europeo conferma “il desiderio di avere un partenariato quanto più stretto possibile con il Regno Unito in futuro” ed è “pronto a cominciare i preparativi subito dopo la firma dell’accordo di recesso al fine di garantire l’avvio dei negoziati il prima possibile dopo il recesso del Regno Unito”. Giri di parole, ma la data del divorzio resta il 29 marzo prossimo, nessun passo indietro, e pieno rispetto di quanto deciso dai britannici, semmai buoni rapporti commerciali e politici in futuro. Per i 27 – lo si è inteso dalle dichiarazioni di vari leader – l’isola è ormai un Paese terzo.

No alla frontiera fisica. Il punto 3 è il più interessante, nel senso che ammorbidisce i toni sul backstop. Qui le Conclusioni (il documento ufficiale con le decisioni del summit sui vari punti all’ordine del giorno) sottolineano che la soluzione “di salvaguardia” (appunto il backstop) è “intesa quale polizza d’assicurazione volta a evitare una frontiera fisica sull’isola d’Irlanda e a garantire l’integrità del mercato unico”. L’Ue è “fermamente determinata” a lavorare celermente a un accordo successivo che stabilisca, “entro il 31 dicembre 2020, modalità alternative per evitare di dover ricorrere alla soluzione di salvaguardia”. Cioè non si vuole che tra le due Irlande, del Nord e del Sud, torni una frontiera fisica, sbarre o dazi, rischiando di riportare indietro nel tempo l’Irlanda, con conflitti o muri divisori tra irlandesi del Nord sudditi della regina e irlandesi del sud cittadini della Repubblica. Il backstop manterrebbe temporaneamente il Nord nel mercato unico, in attesa di stabilire con il governo britannico nuove regole. I duri e puri del Brexit non accettano tale clausola, perché ritengono che di fatto essa reinserisca l’Irlanda del nord nell’economia Ue.

Amichevole addio. Così al punto 4 il Consiglio europeo sottolinea che, “qualora si dovesse comunque ricorrere alla soluzione di salvaguardia, questa si applicherebbe in via temporanea, salvo e fintanto che non sia sostituita da un accordo successivo che garantisca che la frontiera fisica sia evitata”. In tale eventualità l’Unione “si adopererebbe al massimo – e lo stesso si aspetterebbe dal Regno Unito – per negoziare e concludere tempestivamente un accordo successivo che sostituisca la soluzione di salvaguardia”, cui si ricorrerebbe pertanto “solo per il tempo strettamente necessario”. Infine, punto 5 (che torna ai toni ultimativi), il Consiglio “invita a intensificare i lavori a tutti i livelli per prepararsi alle conseguenze del recesso del Regno Unito, prendendo in considerazione tutti gli esiti possibili”. May può tornare a Londra mostrando di aver portato a più miti consigli i 27; i quali dal canto loro riaffermano l’addio, amichevole, a Londra. Spetta ora alla stessa May “vendere” politicamente il modesto risultato ottenuto. Dopo Natale la partita dovrà essere chiusa, magari con un ennesimo Consiglio europeo straordinario. Il tempo è poco, il 29 marzo è vicino.

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Summit a Bruxelles: dietro le quinte i veri nodi della politica europea

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 19:50

(Bruxelles) C’è l’ordine del giorno ufficiale. E poi c’è il “dietro le quinte”. Ogni Consiglio europeo vive questa doppia identità. Quello in corso – 13 e 14 dicembre – a Bruxelles dovrebbe essere il summit dei capi di Stato e di governo chiamati a discutere del bilancio a lungo termine dell’Unione (2021-2027), di rafforzamento del mercato unico, di riforma dell’Unione economica e monetaria, della risposta alle migrazioni, delle questioni più urgenti di politica estera, con in cima il conflitto Russia-Ucraina e le sanzioni verso Mosca. Ma, come sempre accade, ecco palesarsi le solite “questioni urgenti”, quelle che sorpassano sulla corsia di emergenza, imponendosi nel dibattito politico europeo stravolgendo l’agenda del summit.

Addio senza lacrime. Questa volta – e ancora una volta – è il Brexit che impegna in primo luogo i leader dei Paesi membri. “Vista la gravità della situazione nel Regno Unito, vorrei iniziare dal Brexit”, aveva scritto Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, nell’incipit della lettera di convocazione del vertice. Non sarà sfuggito allo stesso Tusk il mezzo scivolone diplomatico nel definire “grave” la situazione politica interna di un Paese membro. In altre occasioni si sarebbe urlato all’ingerenza, ma stavolta nessuno ha battuto ciglio. Il Regno Unito che ha intrapreso la via del recesso dall’Ue è in panne: la premier Theresa May ha evitato la sfiducia del suo partito, ma per far questo ha dovuto promettere di togliersi di mezzo al più presto e di non ricandidarsi alle prossime elezioni. Per gli stessi Tory è “un male necessario”. E così la premier è arrivata a Bruxelles come un’anatra zoppa, politicamente indebolita, chiedendo che l’Ue le tolga le castagne dal fuoco. Fortuna sua, sta trovando comprensione: quasi tutti i leader hanno affermato la volontà di andare incontro a Londra sulla clausola backstop, riferita alle due Irlande. Ma tutti, proprio tutti, hanno ribadito che l’accordo raggiunto il 25 novembre “non si rinegozia”. Il 29 marzo prossimo il Regno Unito sarà fuori dall’Unione. Nessuno, qui al summit, sembra versare lacrime.

La manovra italiana. Nemmeno troppo “dietro” le quinte c’è poi il caso-Italia. La manovra finanziaria decisa a Roma a ottobre preoccupa l’Ue: nessuno dei partner europeo “vuole pagare il conto” dell’Italia, aveva detto un po’ sgarbatamente il premier austriaco Sebastian Kurz, ottenendo peraltro il sostegno dei partner di Visegrad, del nord Europa, dell’Europa centrale e occidentale. Insomma, Italia isolata. Lo sforamento del deficit del 2,4% è ritenuto “irricevibile” rispetto alle regole europee e soprattutto deleterio per l’economia tricolore e per le tasche degli italiani. È soprattutto il commissario Pierre Moscovici a farsi portavoce della posizione comunitaria (“lo sforzo compiuto dall’Italia è notevole e apprezzabile”, ma “ancora non ci siamo”). Così il governo italiano è chiamato a una sensibile marcia indietro: riportando – promette il premier Giuseppe Conte – il deficit al 2,04% del Pil. Ma già nuove voci, nei corridoi del Consiglio europeo, dicono: “non basta”. Anzi, la posizione più ferma su questo versante è quella dell’italianissimo presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani che, parlando “da politico italiano” (parole sue), afferma: “questa manovra è da riscrivere”.

Vecchi e nuovi protagonisti. Nell’informalità del vertice si palesano altri problemi: il presidente francese Emmanuel Macron sta facendo i conti con la rivolta dei “gilet gialli” e arriva a Bruxelles con promesse di “spese ingenti”, dice, per calmare la rabbia popolare. Spese che porterebbero anche il bilancio francese ben oltre il fatidico 3%. L’Ue chiuderà un occhio? Dal canto suo Angela Merkel arriva al Palazzo d’Europa con stile più defilato del solito. Ha da poco ceduto il timone della sua Cdu, è certo che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Insomma, l’era Merkel è al tramonto e questo suggerisce discrezione e prudenza: in sede di summit viene meno un protagonista di lungo corso. I Paesi centro-orientali, invece, guardano con occhio attento al Quadro finanziario pluriennale: Polonia, Repubblica Ceca e amici dell’est sanno bene che la consistenza dei golosi fondi comunitari che stanno aiutando le loro economie a veleggiare dipendono dal Qfp.

Migrazioni e mancate promesse. L’immigrazione è ormai tema derubricato: la riforma di Dublino è rimandata sine die, la ricollocazione dei rifugiati pretesa dal governo italiano non trova alcun riscontro, al più si discute di controllo delle frontiere esterne. E sul piano Marshall per l’Africa ci si rimette alla buona volontà di qualche Paese generoso: “andare alla radice delle cause migratorie” – come s’era detto – prende l’aspetto di una mancata promessa, una chimera. S’impongono infine le preoccupazioni generalizzate sulle elezioni del 2019, tanto che si parla ufficialmente nell’ordine del giorno di “disinformazione politica”: fake news e possibile manipolazione del voto dall’esterno dell’Ue (molti volgono lo sguardo verso Mosca) sono temi che impensieriscono trasversalmente, unendo – almeno in questo caso – leader europeisti e premier eurocritici.

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Strasburgo. L’arcivescovo: “Sarà il bene ad avere l’ultima parola”, non i demoni del male e della divisione

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 19:45

“Sarà il bene ad avere l’ultima parola”. È un invito a non dare ragione al male, a resistere ai malvagi e alla ferocia delle loro azioni, ad alzare la testa e continuare ad essere la capitale dell’Europa e dei diritti umani, il messaggio che l’arcivescovo di Strasburgo, monsignor Luc Ravel, ha lanciato questa sera, nel cuore della città, nell’omelia pronunciata in cattedrale alla veglia di preghiera per le vittime e i feriti dell’attentato dell’11 dicembre.

È una città provata. I canti dei salmi e delle preghiere sono solenni. La preghiera è silenziosa e grave. Si prega per le vittime e i loro familiari. Per i feriti, soprattutto per quelli che ancora lottano tra la vita e la morte, come l’italiano Antonio Megalizzi. Si prega per le forze dell’ordine, le autorità civili e per la città di Strasburgo perché la divisione e l’odio sperimentati non compromettano la sua vocazione a essere città dell’incontro e della fraternità, “dell’unità e della solidarietà”. Si prega per asciugare il pianto di chi soffre ed “elevare al Cielo la nostra angoscia”.

Sono presenti in cattedrale il sindaco di Strasburgo e le autorità politiche locali, i rappresentanti delle Chiese cristiane e tantissimi cittadini, molti dei quali martedì sera hanno vissuto in diretta le terribili scene dell’attentato. A loro l’arcivescovo Ravel ha detto:

“La nostra sfida attuale è quella di proteggere quei piccoli semi di bellezza e bontà che sono già ammirevolmente presenti tra noi e spesso discreti”.

L’arcivescovo parla di quei minuti concitati e terribili che si sono vissuti per strada di fronte al folle atto assassino dell’attentatore. Fa riferimento ai ristoranti e alle attività commerciali che hanno accolto centinaia di persone per proteggerle. Agli operatori sanitari che hanno assistito i feriti e alle forze di sicurezza, alla polizia e ai gendarmi, ai soldati e ai vigili del fuoco, che hanno agito con ammirevole generosità e abilità”. Sarà questo bene ad avere l’ultima parola ma

“il bene si guadagna se non ci lasciamo intrappolare dai vecchi demoni”.

I “demoni” oggi sono tanti, dice l’arcivescovo. Sono “i recenti episodi di antisemitismo commessi nel nome di una ‘fede’ nazista che tagga le tombe per deridere i morti ei vivi”. È “la strumentalizzazione politica che, con questo attacco, avvelenerà ancora la vera questione dei migranti” ma anche “la semplificazione riduttiva di coloro che vedono le religioni come inevitabili fonti di divisione”. Il terrorismo ha colpito una Francia “stremata dalle lotte sociali”. La preghiera di Strasburgo è che il Paese intero “con l’aiuto di Dio” sappia cacciare i demoni della disunità e tessere legami di fraternità tra le persone e le comunità.

“La pace è fragile” e ha bisogno di “un’attenzione costante e uno sforzo permanente per alimentarla”. L’attentato di Strasburgo lo ha dimostrato a un’Europa spesso distratta e superficiale. È il rev. Christian Krieger, presidente della Conferenza delle Chiese cristiane (Kek) e presidente della Chiesa riformata protestante di Alsazia, a ricordarlo, prendendo la parola durante la Veglia.

È bastato “un istante”, “la follia assassina di un solo individuo”, a far “sprofondare la nostra città, capitale dell’Europa e dei diritti umani, dell’ecumenismo e della fraternità, nell’orrore e nella barbarie”.

Il pensiero va quindi all’imminente Natale. “Là dove c’è odio e violenza”, ha detto il rev. Krieger, “riceviamo nei nostri cuori il messaggio di pace del Vangelo che ci invita alla fiducia in Dio e alla fiducia nel mondo e nell’umanità che Dio ha tanto amato da dare suo figlio. Che questo messaggio risuoni in ciascuno, dia conforto ai cuori feriti e in lutto, incoraggi l’incontro, pacifichi i nostri atti e fortifichi la nostra speranza”.

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Il versetto più letto dell'anno

Evangelici.net - Thu, 13/12/2018 - 14:03
Qual è stato il versetto della Bibbia più popolare nel 2018? Secondo Youversion, la più nota e completa applicazione per la lettura delle Sacre Scritture su dispositivi mobili - con un bouquet di 1800 versioni della Bibbia in 1250 idiomi scaricate in tutto 350 milioni di volte in dieci anni - il passo più letto è stato Isaia 41,10: "Non temere, perché io sono...
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Diritti umani: la situazione in America Latina. Monzant (Dejusol-Celam): “La povertà resta la maggiore causa per le violazioni”

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 12:49

“Com’è possibile che il continente con più cristiani sia quello più diseguale? Questa domande non può non sfidarci. O il vangelo è vita, oppure non è vangelo”. A porre il bruciante interrogativo è María Laura Vargas Valcárcel, una delle maggiori esperte di diritti umani a livello continentale grazie all’esperienza accumulate come segretaria esecutiva del Ceas, la Commissione episcopale di azione sociale della Chiesa peruviana, e collaboratrice del Celam, il Consiglio episcopale latinoamericano, attraverso il proprio Dipartimento giustizia e solidarietà (Dejusol).
Il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, celebrato lo scorso 10 dicembre, è stato vissuto senza festeggiamenti in gran parte dei Paesi latinoamericani. Pur non essendoci nel continente veri e propri conflitti dichiarati, i livelli di povertà, diseguaglianza, violenza, violazione dei diritti delle categorie più deboli continuano a essere all’ordine del giorno.
Anzi, negli ultimi anni si assiste in molti casi a un regresso, nel rispetto dei diritti, come denuncia Elvy Monzant, venezuelano, attualmente segretario esecutivo del Dejusol-Celam:

“La crescita economica che ha interessato molti Paesi del continente non ha riguardato ampie fasce di popolazione”.

E negli ultimi due anni è sensibilmente peggiorato il quadro economico (si pensi all’Argentina e al Brasile) e socio-politico (repressione in Venezuela e in Nicaragua, arresti per corruzione in Perù, il difficile post-conflitto in Colombia, l’ondata di violenza in Messico, solo per fare alcuni esempi).
Monzant ha coordinato, qualche settimana fa, un congresso continentale sui diritti umani, con la partecipazione di numerosi operatori di Pastorale sociale, Caritas, scuole di diritti umani, lavoratori. Nell’occasione è stata presentata la nuova guida di pastorale sociale, aggiornata alla luce del magistero di Papa Francesco.

Una lunga lista di violazioni. Quali, dunque, i diritti umani più calpestati in America Latina? Difficile fare una “classifica”. Secondo Monzant, “la povertà resta la maggiore causa per le violazioni dei diritti umani. La lotta contro la povertà resta per noi una sfida centrale, così come quella contro la diseguaglianza. Un altro ambito centrale è quello della difesa del creato, pensiamo alle miniere illegali, allo sfruttamento delle risorse. Papa Francesco ha messo in luce il rapporto tra promozione umana e difesa del creato”. Laura Vargas indica tre emergenze: “La prima è quella delle migrazioni, in Perù abbiamo assistito all’ingresso di un milione di venezuelani, che arrivano in condizioni tremende, così come abbiamo visto cosa è accaduto in Centroamerica.

La seconda è quella delle violenze sulle donne e dei femminicidi, 120mila negli ultimi anni.

E’ un problema enorme e terribile, avviene dentro alle famiglie e sulle strade. Spesso le donne non denunciano e continuano a prevalere una mentalità machista e patriarcale. La terza piaga è la violenza sui minori, che anche in questo caso inizia spesso dentro alle famiglie. Poi, certo, ci sono tante altre situazioni… la questione degli indigeni, la tratta delle persone, il narcotraffico, le condizioni di lavoro. Pensiamo solo al fatto che in Perù, dove vivo, il 75% delle occupazioni è informale, precaria”.

Urgenza sociale ed ecclesiale. Entrambi gli interlocutori sollevano poi due tipi di urgenza, una di carattere politico e l’altra di carattere ecclesiale e pastorale. “Serve una coscienza maggiore, a partire dai giovani, su cosa significa diritto umano, qual è la posta in gioco”, afferma la Vargas. Per Monzant, la violazione dei diritti cresce di pari passo con “l’indebolimento delle Istituzioni democratiche. Noi

in America Latina abbiamo delle democrazie formali, ma in molti casi non si tratta di Stati di diritto.

Spesso l’Esecutivo ha il controllo sul potere giudiziario e legislativo, la corruzione è generalizzata, si deve fare i conti con torture, sparizioni, detenzioni arbitrarie. E cresce l’insoddisfazione, oltre il 50% della popolazione pensa che la democrazia non sia un sistema adeguato”.
A livello ecclesiale, continua il segretario esecutivo del Dejusol: “A livello ecclesiale, serve riaffermare l’opzione preferenziale per i poveri, maturare un approccio globale verso persona, società e creato, così come indicato da papa Francesco. La Pastorale sociale sia una dimensione presente nelle Conferenze episcopali e nelle diocesi. E il povero dev’essere un protagonista, un soggetto, dell’azione della Chiesa”. Il magistero di Papa Francesco “è un grande regalo” anche per Laura Vargas, secondo la quale “la Chiesa non può non porsi il problema delle conseguenze sociali del Vangelo, è un problema di rapporto tra fede e vita. E come il Samaritano non possiamo passare oltre, di fronte a tante situazioni di sofferenza. Davvero di aspetta ancora un grande lavoro”.

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Migranti e decreto sicurezza: da Palermo il grido di dolore dei ragazzi “harraga”. Neomaggiorenni rischiano di finire in strada

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 12:42

“Ho paura, molta paura. Di rimanere senza casa, senza lavoro. Perché quando scade il permesso ci buttano fuori e anche se avessi i soldi gli italiani non ci affittano stanze. Ci penso ogni giorno. Il futuro non so cos’è, perché è minacciato. Il presente dipende dai documenti”. Daouda ha 19 anni, è del Mali ed è un ragazzo “harraga” che vive a Palermo da due anni, inserito in un circuito di accoglienza e inclusione sociale. La sua vita, come quella di tanti suoi coetanei che hanno affrontato il viaggio da soli, è ora a rischio a causa degli effetti del Decreto sicurezza e immigrazione. In arabo gli “harraga” sono i ragazzi che “bruciano le frontiere”, ossia disposti a tutto pur di migrare. Il 15 gennaio saprà se il suo ricorso, dopo un diniego, sarà accettato dal giudice. Ad agosto prossimo dovrà lasciare la casa di accoglienza dove alloggia, gestita dai valdesi. Douda è sbarcato a Pozzallo quando aveva 17 anni. Oggi parla italiano, ha preso la licenza media, svolto un tirocinio lavorativo di tre mesi in un B&B palermitano dove puliva le stanze e preparava le colazioni, attirando le simpatie dei turisti. Ora sogna di fare un corso per diventare pizzaiolo. Ha uno sguardo caldo intonato al maglione che indossa, giallo come il sole di mezzogiorno.

Douda, dal Mali – foto: Caiffa/SIR

“Sono molto preoccupato. Ho paura perché quando non c’è più umanità tra gli umani è pericoloso, vieni trattato come un animale”. Quando gli diciamo che per effetto del Decreto rischia di diventare irregolare e, se trovato senza documenti, di essere rimpatriato, è quasi incredulo. Cerca di sdrammatizzare l’emozione ma intanto strofina più volte le mani sulle ginocchia, agitato. “Mi mandino ovunque ma a casa non posso più tornare”.

In Italia sono 12.000 i minori migranti non accompagnati accolti nei centri, il 59% vicino alla maggiore età. Il 42,8% sono in Sicilia, 630 solamente a Palermo. Allo scadere dei permessi e al compimento del 18° anno rischiano di finire in strada.

Daouda parla più di un’ora in italiano con costruzioni sintattiche a volte imprecise, ci tiene a raccontare tutti i dettagli. Il padre, con tre mogli e 15 figli, è stato ucciso da familiari per una contesa su un terreno. Così lui a 15 anni è dovuto fuggire in Costa d’Avorio, lo stavano cercando per vendicarsi. “Mi hanno trovato anche lì e sono dovuto scappare di nuovo: ho passato il Niger, il deserto e la Libia. Siamo stati senza acqua e cibo, poi 29 giorni in una prigione a Tripoli. Minacciavano di ammazzarci con i bastoni se non pagavamo. Mi sono fatto prestare i soldi per uscire dal carcere.

“Ci hanno costretto con le pistole a salire sul barcone ma io non volevo. Avevo visto in tv che si rischia di morire in mare”.

“Eravamo 126, ci ha salvato una nave tedesca e siamo sbarcati in Sicilia. Ho ringraziato Dio e chiamato mia madre. Ha pianto tanto. Non mi sentiva da cinque mesi e pensava fossi morto”. Storie che sembrano tutte uguali se riassunte in cinque righe. Ma dietro ciascuna c’è un vissuto duro, complesso e profondo. Il coraggio del bambino che ha superato tutti gli ostacoli per diventare uomo, il viaggio iniziatico e l’archetipo dell’eroe.

“Ragazzi harraga”, un progetto esemplare. Douda è uno degli oltre 400 minori migranti non accompagnati seguiti dal progetto “Ragazzi harraga” realizzato dal Ciai (Centro italiano aiuti all’infanzia) nel quartiere Ballarò, nel cuore “sincretico” di Palermo, realizzato in rete con numerose realtà associative e istituzionali e il finanziamento di 9 fondazioni. Un progetto esemplare e variegato, ricco di buone prassi replicabili ovunque, che è riuscito in soli due anni a creare inclusione reale: 80 tirocini lavorativi con borse lavoro presso aziende, 21 ragazzi assunti, 240 inseriti in laboratori interculturali e di cittadinanza attiva, una casa dove dormono 8 neomaggiorenni e una foresteria per accogliere turisti e volontari nel complesso Casa Santa Chiara dei salesiani. Hanno la possibilità di imparare l’italiano, di prendere la licenza media e chi vuole di continuare gli studi. Ognuno ha una cartella sociale che valorizza il percorso di ogni minore, a cui gli operatori dei servizi pubblici e privati possono accedere.

Un progetto modello che rischia di diventare inutile.

Alessandra Sciurba

Tutti i ragazzi hanno una storia importante da raccontare. Lamine, Cherif, Filly, Rita, Amadou, Said. Alcuni indugiano sui particolari, altri ammutoliscono appena si parla dei motivi della fuga, dei centri di detenzione in Libia o della traversata in mare. Ci sono ferite aperte che non possono essere esposte con nonchalance alla luce del sole. Per questo Alessandra Sciurba, coordinatrice del progetto “Ragazzi harraga”, prima di dare loro la parola, li rassicura: “Dite solo ciò che vi sentite di dire”. E’ lei a sintetizzare per tutti:

“Il nostro è un grido di dolore per il contesto socio-culturale in cui siamo precipitati”.

“Avevamo raggiunto risultati straordinari – spiega – ma negli ultimi mesi è successo qualcosa di eclatante: sono iniziati gli episodi di razzismo, le discriminazioni quando si va a cercare a casa in affitto per i ragazzi. Tutto questo aggravato dalle nuove problematiche aperte dal decreto sicurezza, che produrrà maggiore clandestinità. Siamo frustrati e arrabbiati perché tutto questo lavoro rischia di essere vanificato. E’ un disastro”. Dopo aver fatto un percorso così ricco e fruttuoso tutti i neomaggiorenni sono oggi in pericolo. “Stiamo facendo una lista per cercare di aiutarli – precisa Sara Di Rosa, dell’associazione Send, in rete con il Ciai -. Dobbiamo chiedere uno sforzo in più alle aziende dove hanno svolto i tirocini. L’unica via di salvezza è ottenere un permesso per motivi di lavoro”.

Lamine, dal Senegal

Alla ricerca di un lavoro. Chi ha qualche speranza in più è Lamine, 19 anni, dal Senegal. Al momento sta facendo un tirocinio come magazziniere a Leroy Merlin, dopo averne fatto un altro come cameriere. Ha preso la licenza media e frequenta il terzo anno di ragioneria. Ha perfino vinto un premio letterario con un racconto in cui descriveva il suo viaggio. Quando gli chiedo se vuole diventare uno scrittore ride: “Mi piace scrivere e studiare ma spero che mi facciano un contratto. Non voglio tornare indietro, voglio combattere per la mia vita”. “A volte quando vado a cercare lavoro mi cacciano ma io non mi scoraggio. Sono un ragazzo positivo. Ci sono buoni e cattivi in tutto il mondo”. Lamine legge ogni giorno le notizie sul suo smartphone per essere informato sui temi che lo riguardano: “Voglio capire cosa sta succedendo, non posso restare con il cervello chiuso”.

“Mi sono sentito un po’ male quando qualcuno ha detto che per noi è finita la pacchia. Ma non possiamo fare altro che aspettare e rispettare le leggi, anche se non sono giuste”.

A Casa Santa Chiara, nel complesso dei salesiani, altra azione del progetto “Ragazzi harraga”, vivono invece Cherif, 20 anni, dal Senegal e Filly, 19 anni dal Gambia. Nel grande salone con angolo cottura dove abitano insieme ad altri 6 neomaggiorenni ostentano sicurezza da uomini vissuti. Ma appena si comincia con le domande legate agli effetti della nuova normativa non rispondono. Gli occhi si riempiono di lacrime trattenute. Entrambi sono alla ricerca di un lavoro e con i permessi in scadenza. Se si ritroveranno senza documenti hanno già in mente una soluzione radicale ma formalmente impossibile per via del Regolamento di Dublino.

“Dormire in strada è pericoloso, non ci interessa vendere l’erba o diventare criminali. Tanto vale rischiare e cercare di andare in Francia o in Spagna”.

L’anagrafe palermitana, ad esempio, si rifiuta di iscrivere “perfino chi era già detentore di permesso per motivi umanitari prima dell’entrata in vigore del decreto – spiega Angela Natoli, della cooperativa Libera-mente –. Gli uffici hanno iniziato ad agire come il decreto avesse effetto retroattivo. Questa situazione sta creando tante criticità”.

Alcuni sono più fortunati. Spesso solo per una casuale questione di tempistica. Rita, 24 anni, nigeriana, e Amadou, 20 anni, della Guinea Conakry, frequentano le scuole superiori. Said, 21 anni, del Camerun, è iscritto al primo anno di università, facoltà di scienza del turismo, e ha già superato con successo 6 esami. Tutti e tre hanno i permessi in regola e lavorano nella nuova foresteria con 25 posti letto annessa alla Casa Santa Chiara, che in estate aveva accolto i volontari di Libera e del Ciai.  “Il finanziamento di questa parte del progetto dura fino a settembre 2019 – dice Valeria Leonardi, del Ciai -, poi cercheremo di trasformare questa esperienza in una start up profit”. Rita, Amadou e Said ci accompagnano a vedere le stanze appena ristrutturate, ciascuna con tanti letti a castello. Le hanno chiamate con i nomi di grandi personaggi del mondo cattolico: Stanza Speranza don Luigi Ciotti, Stanza Accoglienza don Andrea Gallo, Stanza Dialogo Chiara Lubich. Sanno tre lingue e hanno chiari i loro obiettivi: Rita vuole diventare direttrice d’albergo. Said ha come priorità la laurea e un impiego nel settore turistico. Amadou preferirebbe fare la guida turistica o lavorare nel settore marketing. Ci tengono a parlare perfettamente l’italiano e non il siciliano. Anche se, ridendo, ammettono che qualche “mizzica” con gli amici palermitani di Ballarò “ogni tanto ci scappa”. Il futuro? “Boh, non lo so. Non ho certezze”.

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Un quinto della manovra è da rivedere, Governo alla prova di realismo

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 12:30

Quando prevale il realismo degli atteggiamenti molte distanze si accorciano. Vale per tutto: nella politica estera, nei grandi dissidi culturali. Nel proprio condominio, nei rapporti personali e anche in economia. La schiarita in corso, tutta da verificare e tutta da misurare, permette al Governo italiano di confrontarsi con la Commissione Europea sfruttando i molti margini di flessibilità che gli accordi internazionali hanno sempre concesso, non solo all’Italia ma anche ad altri Paesi più virtuosi, in primo luogo alla Francia. Nessuno in questo momento può permettersi una crisi in Europa innescata da un caso Italia.

Lo schema “non arretriamo di un decimale” alla prova dei fatti è diventata difficile da sostenere per un Paese indebitato e che si è impegnato in una costruzione europea (contestata) e in una moneta unica (non più contestata). Passare da 2,4% di Deficit/Pil (il saldo fra costi e ricavi in rapporto alla ricchezza prodotta in un anno) al 2,04% significa riconoscere che se si devono chiedere prestiti è meglio mostrare un atteggiamento costruttivo per convincere e lasciare tranquilli i creditori. Per convinzione o furbizia tattica lo si vedrà nelle prossime settimane. Per ora il segnale è stato dato. Non a caso a ridosso della cene che hanno favorito la convinzione di un rientro del deficit previsto per il 2019, lo spread (divario di rendimento fra titoli pubblici decennali di paesi diversi) è calato e le Borsa, che ha però una dinamica più legata a dazi e fattori internazionali, ha provato a recuperare. Le banche sono molto presenti nel listino di Piazzaffari e hanno rifiatato.

Come ridurre le uscite (o aumentare le entrate) rispetto ai costi è questione più complessa e toccherà al governo gialloverde trovare un equilibrio fra i nuovi paletti stimati e le attese create in campagna elettorale e nei primi mesi del Governo.

Si calcola che almeno 7 miliardi di manovra dovranno essere rivisti e molti annunci pubblici dovranno essere, se non cancellati, almeno diluiti in più anni. Ma quali saranno le rinunce? Proprio il dualismo evidente all’interno del Governo Conte lascia immaginare nelle prossime settimane una trattativa al millimetro fra Lega e 5Stelle che nel Programma hanno issato bandiere di competenza. Sostenute da slogan forti, tweet, mobilitazioni. Diluire queste battaglie (pensioni, reddito di cittadinanza soltanto per citarne due) per spalmarle in più anni può dare qualche retrogusto agli elettori.

Il Governo ha sempre puntato sugli investimenti e anche quelli dovranno essere compatibili con la nuova asticella di deficit/Pil. Almeno un quinto del valore della Manovra dovrà essere rivisto per poter evitare una procedura di infrazione europea che non è mai bella da gestire. Stanno lavorando a favore di un realismo italiano sui conti, oltre ad alcuni ministri e parlamentari di maggioranza, anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Governatore della Bce Mario Draghi (alle prese con la richiusura parziale del paracadute dei tassi bassi che ha favorito gli indebitati), più esponenti della Commissione europea e del Parlamento Ue.

Sta riemergendo, a fatica, un concetto base dell’economia che è la crescita.

Che ognuno può declinare nelle culture e nelle pratiche (più sociali, statali o liberiste, più anglosassoni/finanziarie) ma nessuno può negare. Un’economia che cresce crea lavoro, favorisce la pianificazione delle famiglie (figli, casa, studi, impresa) e la corretta manutenzione di costruito e l’utilizzo non selvaggio delle risorse. Sostiene la spesa sociale e mantiene un clima più disteso. Viceversa tutto diventa più difficile.

L’economia italiana è fra le più deboli, rischia un passaggio in recessione, ed è frenata anche da un clima di incertezza in ogni nuova iniziativa di grande o piccolo investimento. Non è facile capire ora se il realismo nei conti pubblici (da verificare e trasformare in atti di legge) si trasformerà in volontà di una nuova crescita. Proprio la salute dell’economia aiuterebbe i partiti di Governo a rispettare le parole d’ordine e i programmi “tutto e subito” della campagna elettorale del marzo scorso.

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Crisi in Grecia: p. Patsis (Caritas), “aiutateci! Da soli non ce la facciamo più a dare aiuto”

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 10:32

“I cestini delle offerte in chiesa non sono mai vuoti. Quando chiedo aiuto la gente non si tira indietro. Quel che può dare lo dona totalmente a chi ha bisogno. Non importa se giovane o anziano, se straniero o greco, cristiano o musulmano. Siamo tutti figli di Dio. La generosità è grande anche in una situazione drammatica come questa che stiamo vivendo da lungo tempo. Ma da sola non basta”.

Padre Ioannis Patsis

Per padre Ioannis Patsis, da due anni vice presidente di Caritas Grecia e direttore di Caritas Atene, la Grecia di oggi è un po’ come “la vedova del Vangelo che, nella sua miseria, dona al Tempio tutto quanto aveva. I due spiccioli necessari per vivere”. Padre Patsis è anche parroco della chiesa di san Paolo al Pireo, una missione che lo fa stare ogni giorno a contatto con la gente e i suoi bisogni dettati da una crisi economica e finanziaria che sembra non avere fine. Nemmeno dopo il 20 agosto scorso, data nella quale la Grecia è uscita ufficialmente dal programma di aiuti europeo, avviato a maggio del 2010 per fare fronte alla voragine del suo deficit pubblico.

Dentro il tunnel. “Con oltre 288 miliardi di euro da restituire alla Troika (Bce, Fmi e Ue) – rileva il sacerdote – non si può certo dire che la Grecia sia fuori dalla crisi. Siamo ancora dentro il tunnel ed è difficile vederne la luce alla fine”. Le ragioni di questo stallo sono tante, e padre Ioannis le cita alla stregua di una lunga lista della spesa: “Il nostro Paese non ha industrie, il settore edilizio è fermo, le imprese chiudono, gli investimenti sono un miraggio, sanità e scuole al collasso. Mancano soldi e lavoro. A questo si aggiunga la presenza di tantissimi rifugiati e richiedenti asilo, circa 50mila attualmente, da Siria, Pakistan, Afghanistan, dall’Africa, Albania e, adesso, anche dalla Turchia. Negli ultimi due anni sono arrivati in Grecia circa 5.000 turchi che hanno richiesto asilo politico”. Non basta. Ad aggravare la situazione è “l’età avanzata della popolazione. Oggi arrivare a percepire la pensione è un successo. Si tratta di assegni minimi dopo 13 tagli e con il 14° in arrivo probabilmente a gennaio 2019”. Conclusione? “Oggi in Grecia è molto difficile vivere, devi pregare e sperare di avere forza e salute per affrontare questa situazione”.

Periferia Ue. La Grecia oggi è l’estrema periferia dell’Ue e il vice presidente di Caritas Grecia non nasconde la sua rabbia per questo. “Non dovevamo entrare nell’Euro. Non ne avevamo le capacità e le possibilità. La storia ci dice che il governo guidato allora dal socialista Kostas Simitis alterò i conti pubblici per entrare, nel 2001, nella moneta unica”. Non è un caso che nella classifica dei Paesi europei, stilata sulla base del livello di corruzione percepita nel settore pubblico e realizzata annualmente da Transparency International, la Grecia veleggi nei bassifondi. Per il popolo ellenico ora è il tempo di fare anche un esame di coscienza. Padre Ioannis non si tira indietro: “Come greci non abbiamo avuto mente e cervello per capire che stavamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità. Gran parte della popolazione si è indebitata con le banche per continuare ad avere un tenore di vita altrimenti impossibile da permettersi. E se non paghi il debito le banche ti prendono anche la vita”. Ma adesso è inutile piangere sul latte versato. La finta agiatezza concessa dalle carte di credito oggi ha lasciato spazio “al nervosismo, alla sofferenza, alla mancanza di speranza nel futuro.

I greci si lasciano vivere sperando di andare avanti in qualche modo.

La vita sembra fermarsi come dimostrano il calo dei matrimoni e delle nascite e l’aumento delle morti”.

Tutti segni meno nella Grecia di oggi. Secondo stime della Banca centrale di Grecia 500mila ellenici, quasi tutti ben istruiti, sono emigrati all’estero con famiglie al seguito. Dal 2008 ad oggi il Pil greco ha fatto registrare un meno 28% e solo lo scorso anno è tornato a crescere ma al di sotto delle previsioni. Migliora, ma resta grave, la disoccupazione passata dal 27% del 2015 al 21% attuale. Il debito è salito al 190% del Pil per effetto dei prestiti ricevuti dalla Troika e dei prestiti delle banche oggi sommerse da rate non pagate. E così anche il boom del turismo – con 30 milioni di presenze nel 2018 – rischia di rivelarsi un brodino caldo. “È un turismo in larga parte ‘mordi e fuggi’ che non lascia molte risorse nel Paese con un indotto lavorativo stagionale”, commenta il sacerdote.

“Stiamo perdendo le forze migliori del Paese. Partono i cervelli e non torneranno. Le loro famiglie troveranno all’estero quello che qui non hanno più: una scuola degna di questo nome, cure mediche adeguate, pensioni dignitose e stabilità. Perché dovrebbero tornare?”

incalza padre Ioannis che evidenzia anche la crescita dell’uso di alcool e droghe tra la popolazione, “sono le medicine della disperazione”. A proposito di medicine: “Oggi in Grecia non ci si può curare, al massimo si cerca di non morire. Gli ospedali, causa mancanza di posti letto, hanno degenti che dormono nei corridoi. Le liste di attesa per esami strumentali sono lunghissime. Mancano lenzuola, farmaci. I servizi sanitari sono stati tagliati del 50% così chi può va a curarsi privatamente”. Ritorna la domanda del vice presidente di Caritas Grecia: “Possiamo veramente dire che siamo usciti dalla crisi? Con stime che parlano del 35% dei greci che vivono al di sotto della soglia di povertà, davvero possiamo affermare una cosa del genere?”. E poi una risata amara.

Mancano gli aiuti. Come amara è la constatazione di non poter fare di più per aiutare chi sta nel bisogno. Mancano gli aiuti. In questa missione Caritas Grecia e Caritas Atene sono affiancate anche da Caritas Italiana che porta avanti, in collaborazione con le Caritas diocesane, dei gemellaggi e 4 programmi nazionali basati sullo sviluppo di centri di ascolto e di osservazione della povertà, su esperienze di economia sociale per creare occupazione, sulla formazione dei giovani all’impegno civile e sulla creazione di centri polivalenti per rispondere ai bisogni sociali, individuali e comunitari delle famiglie greche e di profughi.

“Come Caritas abbiamo aperto le mani per dare fino a che abbiamo avuto qualcosa da dare. Oggi siamo costretti a tenerle chiuse perché gli aiuti non ci sono quasi più”, ammette padre Ioannis,

Atene, fila davanti la mensa Caritas

che pensa alla mensa di Atene dove, dice con orgoglio, “da ben 14 anni serviamo più di 600 pasti al giorno, il 12% degli utenti sono greci. Ma i fondi basteranno fino al 31 dicembre. Poi il nulla. Saremo costretti a chiudere. Da soli sarà impossibile andare avanti. Per questo dico a tutti: aiutateci, svegliatevi, siamo piccoli e da soli non ce la facciamo più a dare aiuto. Stiamo tagliando tutto il possibile, anche il personale, ma non basta. Aiutateci!”.

“Non abbiamo nulla più da dare se non l’amore di Cristo che – è duro dirlo – non riempie lo stomaco”.

Le parole di padre Ioannis però non sono una resa: “Ci resta ancora la generosità dei greci, la generosità della vedova del Vangelo. Finché ci sarà questa sarà sempre possibile sperare in un giorno migliore per la Grecia”.

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Nuovo libro di Matta el Meskin “L’ascesi cristiana”

Natidallospirito.com - Thu, 13/12/2018 - 10:20

È disponibile da oggi su Amazon (https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200) il nuovo libro di Matta el Meskin “L’ascesi cristiana” pubblicato da “San Macario Edizioni”. È il primo libro che la casa editrice del Monastero di San Macario pubblica all’estero. 

Il libro, oltre al valore del suo contenuto, è prezioso perché contiene l’ultima prefazione di anba Epiphanius (1954-2018), il tre volte beato vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande, discepolo di padre Matta el Meskin. Pochi giorni dopo aver scritto la prefazione veniva, infatti, brutalmente ucciso mentre, uscendo dalla proprio cella, si recava a presiedere la liturgia eucaristica domenicale.

Dalla quarta di copertina:

Il cristianesimo è trasformazione interiore. Questa trasformazione è chiamata “ascesi”. L’ascesi è di solito descritta come una dura lotta spirituale con il proprio ego. Tuttavia anche se conosciamo alcune pratiche tipiche dell’ascesi (pentimento, digiuno ecc.), tendiamo a ignorarne le vere motivazioni e gli obiettivi evangelici, tanto che a volte o mettiamo in dubbio il fondamento biblico dell’ascesi o finiamo per praticarla come fine a se stessa. Padre Matta el Meskin, monaco copto ortodosso e grande padre del deserto contemporaneo che ha vissuto con intensità l’ascesi per più di sessant’anni, cerca di chiarire il senso cristiano profondo della lotta ascetica affinché essa sia davvero capace di trasformare e di rinnovare. Ciò che emerge da questo libro è che ogni cristiano è chiamato a essere asceta, che non c’è ascesi cristiana senza Gesù Cristo e la potenza dello Spirito Santo vivificante e che l’ascesi, restando solo uno strumento, ha come fine ultimo sempre l’unione con Dio, mediante Gesù Cristo, per comunicare alla sua Vita.

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Strasbourg: flowers for the victims, few tourists in open markets. “For us, Christmas is over.”

Agenzia SIR - Thu, 13/12/2018 - 10:07

(from Strasbourg) The melancholy sound of the bell chimes in Strasbourg’s Cathedral. For ten minutes, starting at 12, the death-knell draws our gaze to the 142-mt peak of the ancient gothic bell tower, a symbol of the Alsatian city, wounded to death last evening by the attack in rue des Orvèvres, a few blocks away from the central square.

https://agensir.it/wp-content/uploads/2018/12/VID-20181212-WA0009.mp4

In the early morning the luxury shopping street was mercifully cleaned up from the blood of the victims. The blankets that covered the corpses have been removed.

 

Not much is known of the attacker, 29-year-old Chérif Chekatt, hunted by the police. Investigators are probing the reasons that caused the bloodshed in the “Christmas capital” (as Strasbourg prides to call itself). In the morning the Prefecture of the Grand East released a new bulletin – described as “provisional” – on the death toll and the number of casualties admitted in hospital, several of whom are in serious conditions. Among them, young Italian journalist Antonio Megalizzi. The mayor held a press conference with updates on the situation in the city.  The investigation is ongoing, the first charges have been issued. The archbishop, Monsignor Luc Ravel, declared: “once again we were victims of terrorist violence. Terror attacks hit Strasbourg, a capital of Europe. Wounds were inflicted on our beautiful city, on the Alsatian region, on France, on Europe and on the whole of humanity.”
The European Parliament located nearby, where the plenary meeting was taking place, held a minute of silence for the victims.

 

Now only flowers placed in silence are what still remains on the cobblestones of rue des Orvèvres

Marta, a Strasbourg citizen living nearby, stops and remains silent for a few minutes. Her gaze rests on the flowers. She then kindly answers the journalist’s questions: “I was at home, I heard gunfire, and especially screams. They were dreadful. I opened the window and saw people running. A young woman was pulling out her hair in desperation. I broke out in tears. I immediately realized that I was facing a tragedy.” She does not mention terrorism. Also law enforcement authorities are cautious. Marta, no longer young, has only a veiled, dignified sadness in her eyes.

The atmosphere in the city centre is surreal. A muffled silence prevails here and there, few voices are heard. The silence is interrupted by the clamour of the gendarmes and of the many journalists and camera operators. Tourists steer clear: shops have reopened for them, even those located a few meters’ away from the site of the attack. In the nearby café bearing a sign in Italian a group of elderly men exchange remarks on the incident. Just a few words. Marc has a beer in his hands: “I still don’t know how many died or were wounded, I don’t know whether they captured that criminal. But here, in this peaceful city, we are not used to all of this. People want to live in peace, tourists come to visit our Christmas markets. But perhaps in Strasbourg the holidays are already over.”

Some onlookers stop by. Behind the corner a young shop assistant is speaking of what she eye-witnessed the previous evening in front of a video camera:

 

“gun shots, people screaming, it was crasy – she mumbled -. All of a sudden we heard the sirens, the police, then it all stopped, everything fell silent.”

 

This is usually a very busy street: the Maison de Hanssen & Gretel, one of the city’s attractions, is a few steps away from the flower bouquets. On the opposite side the winstub Le clou, the renowned confectionery Naegel, further ahead stands the wine bar Nicolas. The death knell sounds at midday. Everything stops, all voices fall silent. The police guard lowers his assault rifle and takes off his hat.

In the meantime the European Parliament resumed its activity, later than usual, around 10.00. Last evening the Louise Weiss building was on lock-down for several hours. Those who were inside – like myself – were locked in since the moment of the attack. “The doors are closed. Nobody can go out or get in”, security agents kept on repeating. Then shortly after 02.00 am, EP President Antonio Tajani invited all MEPs to gather in the hemicycle where he explained the situation and reassured them that they would be returning home or to their hotels by bus or by taxi, escorted by the police.

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I left the Parliament building shortly before 05.00 am. A taxi-driver, worried about the incident and for his business, left me off at a great distance from the central district where I live. From that point on all access to cars had been closed off. I walked a long way, meeting only policemen and military patrolling the streets. There was just the usual beggar stationed at the beginning of rue des Frères. He is known to everyone, he holds open the lateral doors of the cathedral to pilgrims and visitors, who give him some coins. He too perceives a different air tonight: “nobody passed by this evening. Only a few youths who told me about the shooting. I’m staying here, I have nowhere else to go. I will say a prayer.”

Silence and cold temperatures envelop everything. Life restarts today, in spite of everything.

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Attack in Strasbourg. Archbishop Luc Ravel: “The city was attacked because it is a symbol of Christmas in Europe”

Agenzia SIR - Wed, 12/12/2018 - 20:45

Strasbourg was targeted by terrorism because it is a symbol of Christmas and of Europe. It is the belief of the archbishop of the city Monsignor Luc Ravel. “The purpose of a terror attack – he explained – is not so much to kill many people but to kill people in symbolic sites. We have seen this happen in the terror attacks of the past years in Europe and in France.” The archbishop kindly agreed to be interviewed in a chaotic, difficult day. His residence is located in the historic centre of Strasbourg, a few blocks away from the site of the attack of December 11. Just like his fellow-citizens he plunged back into the terror chasm. He spoke of a “vertigo of pain.” But he preserved his clear-headedness and the determination to react. Strasbourg is renowned as a capital of Christmas and a capital of Europe. On the one side the Christmas market, on the other the European Parliament gathered in plenary session.

How did the city react?
Today the Christmas market was shut down on the decision of the mayor, also because the attacker is still on the run. There are fears of multiple attacks thus it will be reopened only when everyone’s safety is guaranteed.

Are citizens reacting?
People are reacting positively. They can be seen walking along the streets, and schools were kept open for the pupils. I see people in the cafes in the bistrots. The same thing happened in Paris in 2015. We simply need to wait for life to recover its normal course.

There was life before and life will continue also after.

Why have you organized a prayer vigil in the cathedral for next Thursday?
Today all church bells in the city of Strasbourg and Alsace tolled for the dead at midday, signifying that we are all united and that we share the sadness and sorrow of the city and of the entire Region. I invited all the representatives of Christian Churches in Alsace, religious leaders – Muslims, Buddhists, Jews – as well as political authorities, for a joint prayer in the cathedral tomorrow. We will pray especially for those who were killed and for their families.

Seriously wounded victims are being treated in ER and it is feared that the death toll could sadly increase. We will pray for peace and for all security forces, the police, the gendarmes of the army who did an extraordinary job.

(Foto: AFP/SIR)

What will you say in the homily?
I will write it this evening. I would like to view this act of terrorist violence against the backdrop of the widespread feelings of anger expressed in the previous days by the gilets jaunes. They are the expression of deep-rooted popular discontent felt throughout the Country. I would like to ask:

Will this anger divide us or will we able to react against this blind violence together?

May France remain a united Country. Will this be your message?
No. I can’t say it because France is not a united Country today. The entire movement of the gilets jaunes has demonstrated that our Country is marked by deep rifts. The question is: will these rifts grow deeper after the terror attacks or, conversely, will these attacks prompt us to act in unison against people whose sole purpose is to

manipulate collective psychology, instil fear, divide us even more. This is the goal of terrorism.

The prayer vigil will be attended by Christians, Muslims and Jews. What is the testimony that religions are called to share in moments such as this?
Two kinds of testimony. The first is a clear-cut, rigorous condemnation, reiterated once again, of any attempt to link God to terrorism, which is not of a religious nature. In fact it’s a sheer, perverted form of ideology. Secondly, religions are not factors of division. Unfortunately some politicians believe religions to be cause for discord, hate and war, which is not true.

Today the eyes of Europe are on the city of Strasbourg. Your Excellency, what is your message to Europe today?
I would like to say to Europe not to connect the migration issue – that seriously involves all European Countries – to the wave of Islamist terrorism, for it could trigger violent, sovereignist and populist drifts. It’s a risk.  I have already read statements in this respect, on behalf of far-right and far-left men and women politicians.
We are facing a challenging migrant problem but we should be careful to avoid its instrumental use in the light of terrorism.

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Attentato a Strasburgo. L’arcivescovo Luc Ravel: “Città colpita perché simbolo del Natale e dell’Europa”

Agenzia SIR - Wed, 12/12/2018 - 20:45

Strasburgo è stata scelta dal terrorismo perché città simbolo del Natale e dell’Europa. Ne è convinto l’arcivescovo della città, monsignor Luc Ravel. “Lo scopo di un attentato terroristico – spiega – non è tanto quello di uccidere molte persone ma quello di uccidere delle persone a partire da luoghi simbolo. Lo abbiamo visto nel corso degli attentati di questi ultimi anni, in Europa e in Francia”. L’arcivescovo si lascia gentilmente intervistare in una giornata caotica e difficile. La sua residenza si trova nel centro storico di Strasburgo, a pochi passi dal luogo dell’attentato dell’11 dicembre. Lui stesso, come i suoi concittadini, è ripiombato nel buco del terrore. Parla di “vertigini di dolore”. Ma non ha perso la lucidità né la voglia di reagire. Strasburgo è rinomata per essere capitale del Natale e capitale europea. Da una parte il mercato di Natale. Dall’altra il Parlamento europeo riunito in sessione.

Come ha reagito la città?
Oggi il mercato di Natale è stato chiuso. Lo ha deciso il sindaco anche perché l’aggressore è ancora in fuga. Si temono attentati multipli e non riaprirà fino a quando non sarà assicurata la sicurezza di tutti.

Ma i cittadini come stanno reagendo?
La gente sta reagendo bene. Si vedono le persone per strada. Le scuole sono rimaste aperte per accogliere i bambini. Vedo persone nei caffè, nei bistrot. Come era successo a Parigi nel 2015, bisognerà aspettare prima che la vita riprenda il corso normale.

C’è una vita prima ma ci sarà anche una vita dopo.

Lei ha organizzato per giovedì una veglia in cattedrale. Perché?
Abbiamo fatto suonare a morto oggi, a mezzogiorno, tutte le campane della città di Strasburgo e dell’Alsazia per dire che siamo tutti uniti e condividiamo il dolore e la tristezza della città e della Regione. Domani ho invitato in cattedrale tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane dell’Alsazia, le autorità religiose – musulmani, buddisti , ebrei – e le autorità politiche per questo grande momento di preghiera. Preghiera innanzitutto per le vittime uccise e ferite e le loro famiglie.

Attualmente ci sono feriti molto gravi ricoverati in urgenza assoluta e si teme che il bilancio dei morti possa purtroppo salire ancora.

Preghiera poi per la pace e per tutte le forze di sicurezza, la polizia, i gendarmi dell’esercito che hanno fatto un lavoro straordinario.

(Foto: AFP/SIR)

Cosa dirà nell’omelia?
La preparerò questa sera. Vorrei comunque contestualizzare questa violenza del terrorismo nell’ambito della più generale rabbia che si è manifestata nei giorni precedenti con il fenomeno dei gilet gialli. Sono l’espressione di un profondo malcontento popolare che attraversa oggi il nostro Paese. Vorrei chiedere:

Questa rabbia ci dividerà o sapremo reagire insieme contro la cieca violenza?

Che la Francia resti unita. Sarà questo il suo messaggio?
No. Non posso dirlo perché oggi la Francia non è unita. Tutto il movimento dei gilet gialli ha dimostrato che il nostro Paese è attraversato da profonde fratture. La questione è: queste fratture aumenteranno con questi attentati terroristici o al contrario, questi attentati ci spingeranno ad unirci per lottare contro persone il cui unico obiettivo è

agire sulla psicologia collettiva, diffondere la paura, dividerci ancora di più. Questo è l’obiettivo del terrorismo.

Alla veglia parteciperanno cristiani, musulmani, ebrei. Quale testimonianza sono chiamate a dare le religioni in questi momenti?
Due testimonianze. La prima è condannare, ancora una volta e sempre in maniera netta e rigorosa, ogni legame tra Dio e il terrorismo, che non ha matrice religiosa. È pura e perversa ideologia. E poi la seconda cosa, che vogliamo dire, è che le religioni non sono fattori di divisione. Purtroppo ci sono politici che pensano che le religioni siano fattori di discordia, di odio e di guerra. Non è così.

Gli occhi dell’Europa oggi sono puntati sulla città di Strasburgo. Eccellenza, cosa vuole dire oggi all’Europa?
Vorrei dire all’Europa di non utilizzare la questione dei migranti – che è una questione serie per tutti i Paesi europei oggi – sull’onda del terrorismo islamista. Perché ciò potrebbe portarci su derive violente, sovraniste, populiste. È un rischio. Ho già sentito dichiarazioni che vanno in questa direzione, da parte di uomini e donne politici di estrema destra e di estrema sinistra.

C’è una questione dei migranti che è seria ma attenzione a non strumentalizzarla alla luce del terrorismo.

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Angola, migliaia di chiese messe fuori legge

Evangelici.net - Wed, 12/12/2018 - 17:54
In Angola oltre duemila chiese cristiane sono state chiuse e altre mille rischiano di fare la stessa fine in seguito all'approvazione di una nuova legge che esige per ogni luogo di culto la registrazione presso il governo, richiedendo contestualmente la firma di centomila fedeli. Nel corso del 2018 vicende simili hanno toccato anche le chiese del Ruanda e del Camerun. foto: worldwatchmonitor.org ...
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Sanità. Il Servizio nazionale compie 40 anni. Mattarella: “Eccellenza da mantenere e migliorare sempre più”. Grillo: “Non cederemo a privatizzazione”

Agenzia SIR - Wed, 12/12/2018 - 17:10

Il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha compiuto 40 anni e li ha festeggiati oggi, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del ministro della Salute Giulia Grillo, con un evento nella sede del dicastero, intitolato “40 anni di Servizio sanitario nazionale, 1978-2018. La sfida continua”. Una vera rivoluzione, la legge 833/1978 che lo ha istituito sancendo la responsabilità pubblica della tutela della salute, l’universalità e l’equità di accesso ai servizi sanitari, una globalità di copertura in base ai livelli essenziali di assistenza. Almeno sulla carta, perché si tratta di obiettivi non completamente raggiunti e per i quali occorre ulteriore impegno.

La parola ai protagonisti. Dall’infermiera al medico di famiglia; dal ricercatore alla specializzanda; dallo psichiatra al volontario del 118. Sono i “protagonisti” del sistema sanitario nazionale che oggi hanno preso la parola a nome degli oltre due milioni di colleghi che ogni giorno lavorano in corsia, negli ambulatori, nei presìdi sul territorio, nelle farmacie, nelle amministrazioni al servizio della salute dei cittadini. A loro è andato, in un simpatico “fuoriprogramma”, il ringraziamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a nome suo e di tutto il Paese. Dopo avere assistito all’evento – aperto da un video che ha ripercorso i quattro decenni trascorsi dalla legge 833/1978, scandito dalle testimonianze di questi “protagonisti” e concluso dal ministro Grillo – Mattarella, lasciando la sala, ha finito per cedere alle sollecitazioni dei presenti per un breve saluto. “Posso soltanto aggiungere una parola di ringraziamento a tutti i protagonisti del nostro eccellente servizio sanitario nazionale”, ha esordito, che ci pone “all’avanguardia nella comunità internazionale”. “Dobbiamo mantenere e sempre più migliorare questa condizione”, l’esortazione del capo dello Stato che ha riconosciuto come l’eccellenza del sistema passi “attraverso l’opera, l’impegno, la passione e la dedizione” di coloro che a vario titolo ne fanno parte. E ha concluso rivolgendosi agli operatori presenti:

“La Repubblica vi è grata. Grazie e buon lavoro”.

“Anch’io sono il Ssn, sono infermiera e felice di esserlo”, ha esordito Paola Arcadi, prendendo la parola a nome dei 444mila colleghi impegnati su tutto il territorio nazionale. “Oggi – ha affermato – viviamo le insidie di un sistema che fatica a sostenersi” e “richiede un ripensamento dei paradigmi della cura per

non perdere il focus sulla centralità della persona”.

“Il volontariato è uno dei tanti mattoni su cui si fonda il nostro Servizio sanitario nazionale, e non lo stucco per coprirne le crepe”, ha sottolineato Fabio Bernagozzi, volontario del 118, neolaureato in medicina che ha iniziato sei anni fa la sua esperienza di volontario. “In un mondo sempre più proteso ad alzare muri, a escludere gli ultimi, dove conta solo il profitto, e chi lo genera e lo accumula – sostiene –

ogni singolo volontario diventa un fondamentale strumento per guardare al futuro, custodendo i valori di libertà, altruismo e cooperazione”.

Annarita Cosso è una rappresentante delle associazioni dei pazienti e ricorda la proclamazione della prima Carta dei diritti del malato in piazza del Campidoglio, poco dopo la nascita del Sssn, e la voce di una mamma che aveva perso la bambina per una grave malattia e durante il periodo della degenza non aveva potuto assisterla in ospedale perché allora le normative e i regolamenti non lo consentivano.

“Al sud ci si ammala di meno di tumori ma per chi si ammala c’è meno possibilità di sopravvivenza”,

la denuncia di Alberto Mantovani, oncologo e ricercatore del Ssn: “Si tratta di una diseguaglianza di cui dobbiamo farci carico insieme, pubblico e privato al servizio del pubblico”.

“Centomila uomini e donne erano internati nei manicomi italiani, la maggioranza di essi a vita, quando Franco Basaglia iniziò il suo lavoro a Gorizia nel 1961, e poi a Trieste un decennio più tardi” ha ricordato Roberto Mezzina, dirigente Ssn, psichiatra, sostenendo che il padre della legge 180 “restituì voce, diritti, identità, cittadinanza e soprattutto libertà alle persone sofferenti di disturbi psichiatrici, e ispirò la riforma sanitaria in toto”.

Italo Paolini, medico di famiglia ad Arquata del Tronto devastata dal sisma del 24 agosto 2016, ha detto di essersi sentito, “in quel frangente disastroso”,

parte di “un sistema territoriale capace di rispondere con tempestività ed efficacia”

a chi “in quei giorni drammatici si sentiva smarrito e aveva bisogno non solo di cure mediche, ma anche di sentirsi accolto e ascoltato”. “Abbiamo fatto rete”, dimostrando che “noi medici possiamo interagire e lavorare al meglio, a maggior ragione anche nella routine, quando non ci sono terremoti a farci correre”.

Nunzia Verde, medico di Napoli, specializzanda a Firenze, denuncia le “forti differenze territoriali tra le varie regioni” non solo “sul piano sanitario, ma anche su quello formativo”. “Nonostante la standardizzazione nazionale delle competenze,

la formazione specialistica è ancora in gran parte legata alla regione in cui ci si forma e si lavora”.

“Rimediare alle storture” e lavorare “per sanare le intollerabili disparità tra diverse aree del Paese nell’accesso a trattamenti fondamentali”, l’impegno assunto da Giulia Grillo che ha rivolto un appello ai presidenti di regione “per vincere la battaglia della lotta alla corruzione e al malgoverno, promuovere servizi migliori”, dare risposte ai cittadini e “garantire la tenuta del sistema”. Con una promessa:

“Non cederemo alla privatizzazione dei diritti fondamentali dei cittadini.

Universalismo, gratuità ed equità continueranno ad essere la base del nostro sistema”

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Dal 13 dicembre in tv la serie su “I Grandi Papi”. Mons. Viganò, “ognuno ha avviato un cambiamento”

Agenzia SIR - Wed, 12/12/2018 - 17:09

Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco sono i quattro pontefici raccontati nella serie di documentari “I Grandi Papi”, in onda dal 13 dicembre sul canale Nove: 4 puntate da 75 minuti, per la regia di Marco Marcassoli e Luca Salmaso. La serialità segna la prima collaborazione audiovisiva tra Dicastero per la Comunicazione con Vatican Media, il partner produttivo Officina della Comunicazione, e il Gruppo Discovery, presente in oltre 180 Paesi nel mondo. Il Sir ha intervistato mons. Dario Edoardo Viganò, Assessore del Dicastero per la Comunicazione, e Laura Carafoli, responsabile dei contenuti del gruppo Discovery.

Un incontro produttivo che lascia il segno. “La prima volta nostra e loro”, spiega mons. Dario E. Viganò, rispondendo alla domanda su come sia nata questa collaborazione tra Vaticano e Gruppo Discovery. “Nostra, perché è bene come dice Papa Francesco non attendere in Chiesa le persone, ma camminare nelle strade. Non dimentichiamo Maria, che appena ricevuto l’annuncio, si mette subito in cammino per strada, per andare non solo a visitare Elisabetta ma anzitutto per portare Gesù che ha in grembo a Elisabetta e al Battista”.
“È un progetto molto importante per il nostro gruppo – prosegue Laura Carafoli –, da sempre e in tutto il mondo attento a proporre contenuti che sappiano intercettare i gusti di tutte le tipologie di pubblico. ‘I Grandi Papi’ si inserisce perfettamente nella linea editoriale del nostro canale generalista Nove e del filone ‘Nove Racconta’, il brand che raccoglie tutte i nostri contenuti che si occupano di attualità e racconto del reale. Avere il privilegio di inserire in palinsesto una produzione di questo tipo è per noi motivi di grande orgoglio e soddisfazione. E, ovviamente, la nostra dimensione internazionale ci consentirà fin da subito a guardare ad aree come l’America Latina e l’Europa, dove c’è già molto interesse per ‘I Grandi Papi’”.

La prima produzione religiosa su Nove. “I Grandi Papi” non segna solo l’avvio di una collaborazione produttiva tra le realtà in campo, ma rappresenta anche la prima produzione religiosa per Discovery. Sul progetto Carafoli precisa: “Il tema ovviamente è molto affascinante. Abbiamo voluto affrontare il racconto da un punto di vista inedito, che mettesse in luce anche le storie personali che hanno influito nei diversi Pontificati”. Il progetto coniuga l’incontro tra la divulgazione attenta della storia della Chiesa con un linguaggio capace di amalgamare conoscenza e cultura pop.
“Personalità così diverse tra loro, quelle dei quattro pontefici – prosegue Carafoli – ciascuna raccontata attraverso le testimonianze di chi li ha conosciuti da vicino, di chi ha condiviso vicende personali e, ovviamente, attraverso immagini inedite, un vero e proprio tesoro custodito negli archivi pontifici. Parenti, storici, giornalisti, ricercatori, ma anche attori e cantanti come Carlo Verdone, Lino Banfi, Claudio Baglioni e Giorgio Pasotti: ciascuno offre una testimonianza sincera e appassionata”.

Quattro Papi, quattro stili. Mons. Viganò si sofferma sulla linea narrativa di queste storie. “Come ogni uomo anche i vari Papi, pur nelle loro singole differenze, sono unici per Dio che li ha scelti a presiedere nella carità tutte le Chiese. Ciò rivela il modo inedito e, appunto, unico con il quale ciascun pontefice comprende e manifesta ciò he Dio chiede alla sua Chiesa. Proprio nel cercare di mostrare la strada alla Chiesa troviamo un filo rosso: sono tutti pontefici che hanno segnato l’inizio di qualcosa”.
Approfondendo la riflessione, mons. Viganò aggiunge: “Giovanni XXIII, ad esempio, ha annunciato e avviato il Concilio Vaticano II, innovando il metodo di preparazione. Giovanni Paolo II, il primo papa non italiano dopo secoli, ha iniziato una nuova visione geopolitica che ha contribuito alla caduta del Muro di Berlino”. Ancora, “Benedetto XVI ha avviato il ripensamento del ministero petrino che conosce la possibilità di dimettersi, venendo meno le forze”. Infine Francesco, “il primo Papa gesuita, argentino, che ha scelto il nome del santo di Assisi. Una linea di pontificato chiara e inequivocabile”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Attesi nuovi progetti, tra cui “Com’è fatto il Vaticano”. Già allo studio possibili (molto probabili) progetti futuri. Rivela mons. Viganò: “Altri progetti? Beh, sarebbe bello realizzare altri due documentari, uno sul Papa del sorriso, Giovanni Paolo I, in carica solo 33 giorni, uno su una figura così imponente come quella di Paolo VI”. In linea, Carafoli ribadisce: “Proprio grazie a questa prima collaborazione stiamo già pensando a una nuova produzione, ‘Com’è fatto il Vaticano’, dove si andrà alla scoperta di alcune peculiarità che caratterizzano la vita di tutti i giorni della Città del Vaticano e di coloro che vivono o lavorano all’interno dello Stato Pontificio”.

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