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Covid-19. Laurenti (Gemelli): “Stringere i denti e vaccinare, per vedere la luce in primavera”

Agenzia SIR - 1 hour 14 min ago

La luce in fondo al tunnel si vede ma non è tempo di distrazioni. Nella battaglia contro il Sars-Cov2 la professoressa Patrizia Laurenti, direttore dell’unità di Igiene Ospedaliera e responsabile del centro di vaccinazione del Policlinico Gemelli, è ogni giorno in prima linea. Sul campo, vede gli ottimi risultati degli studi sul vaccino Sputinik e l’impegno per mandare avanti la campagna di vaccinazione anche per pazienti con fragilità. Ma sulle piscine è chiara: meglio lasciarle chiuse.

Secondo uno studio dell’Istituto superiore di sanità, la variante inglese è più trasmissibile del 37 per cento. É questo il nemico da combattere ora?
È verosimile che la variante inglese soppianterà quella precedente ma ciò non ci deve terrorizzare. Ci deve convincere dell’importanza di stringere i denti in questo ultimo mese che, insieme alla implementazione della campagna vaccinale con più vaccini possibili, ci permetterà di esserne fuori e poter vedere veramente la luce in primavera. Le ultime misure del ministro Speranza credo siano condivisibili.

Come sta andando la vaccinazione al centro del Gemelli?
Bene, ci attestiamo intorno a una media di 280 vaccinazioni al giorno ma ne facciamo anche 430. Il periodo considerato va da fine dicembre a fine febbraio perciò la media è anche sottostimata. Ora stiamo finendo di somministrare le dosi agli operatori sanitari. Contiamo di finirli entro la prossima settimana. Al Gemelli si tratta di oltre 10mila persone, compresi gli specializzandi. Il mio gruppo crede molto nella vaccinazione e vorremmo spingere, anche superando alcuni vincoli burocratici che non ci possiamo permettere.

Al momento state vaccinando gli over 80?
Dall’8 febbraio ad oggi abbiamo vaccinato circa 100 anziani al giorno. Abbiamo iniziato i fragili, soprattutto gli emodializzati, circa 20 dosi al giorno, e premiamo per iniziare le altre tipologie di pazienti fragili. Per fare questo serve l’aiuto dei loro curanti che hanno il ruolo di selezionare chi ha la priorità. I curanti non sono abituati a fare una azione di prevenzione, di solito, mirano alla cura, alla ripresa di una funzione lesa. In questo caso però la prevenzione fa parte del processo di cura perché una persona fragile che riceve il vaccino ha più chance di curare la malattia di base.

Saranno quindi gli specialisti a indirizzarvi i pazienti?
Sì dovranno essere loro. Ce ne sono alcuni molto sensibili, per altri dovremo lavorare perché è importante.

La strategia inglese e israeliana di somministrare una sola dose di vaccino sta raccogliendo consensi nella comunità scientifica. Gli studi finora prodotti mostrano che dopo una prima fiala si creano già gli anticorpi.
I dati sono interessanti perché provengono dal campo. Le stime di efficacia precedenti erano sulla base delle sperimentazioni cliniche. Ora la platea si è ampliata e i risultati sono molto interessanti sia in termini di efficacia vaccinale sia organizzativi. Sono risultati a cui guardo con curiosità e speranza. È giusto che quello che viene evidenziato sul campo modifichi quello che è stato sperimentato nelle fasi precedenti.

Sembra che il ministero della Salute stia preparando una circolare per indicare nuove regole: chi è stato infettato dal virus da più di sei mesi farà una sola dose di vaccino, chi invece è risultato positivo più di recente dovrà aspettare.
La situazione dipende dal titolo anticorpale che hanno sviluppato, mi riferisco agli anticorpi neutralizzanti. Attendiamo i dati e vediamo cosa dirà la circolare.

Nel frattempo Pfizer e Biontech valutano se aggiungere una terza dose del loro vaccino contro la variante sudafricana.
La sudafricana è apparentemente la più pericolosa dal punto di vista degli esiti clinici. Bisogna vedere i dati e per questo preferisco non pronunciarmi. La caratteristica di questi vaccini è che la tecnologia di produzione è talmente versatile che, se il virus muta, si può modificare l’istruzione contenuta per proteggere dalle varianti. La terza dose può essere utile non per rendere più efficaci le prime dosi ma per mirare in maniera più specifica contro la variante.

Che ne pensa di riaprire le piscine e le palestre? Francesco Landi, responsabile di Medicina interna geriatrica del Gemelli, è convinto che sia possibile.
Le palestre all’aperto, se il tempo sarà favorevole, possono essere un’ottima soluzione. Molte società sportive consentono già gli allenamenti individuali all’aperto. Sulle piscine al chiuso, preferirei ancora non rischiare.

In tanti, per ultimo l’ex presidente Prodi, spingono per l’acquisto del vaccino Sputnik. La scorsa settimana la commissione dello Spallanzani lo ha promosso. Lei come lo giudica?
I risultati pubblicati recentemente della sperimentazione sono molto interessanti. L’efficacia è del 91,6 per cento. Inoltre la tecnologia è consolidata. Non ci vedo nulla di male nella scelta per esempio fatta da San Marino.

Più vaccini abbiamo meglio è

e auspico che, in base ai risultati, venga approvato dalla autorità regolatoria.

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Povertà a causa del Coronavirus: per Caritas Svizzera il peggio deve ancora arrivare

Agenzia SIR - 1 hour 29 min ago

Anche la ricca Svizzera non si salva e le conseguenze sociali della pandemia si fanno purtroppo sentire e “sono ben lungi dall’essere superate”. “La situazione è sempre più grave. Il numero delle persone in difficoltà che si rivolgono ai consultori sociali di Caritas resta costantemente elevato”. È quanto emerge da un comunicato diffuso da Caritas Svizzera in cui fa il punto della situazione-povertà nel Paese, ad un anno dalla crisi sanitaria. “Tra le persone colpite prevale una crescente mancanza di prospettive. Allo stesso tempo, il tasso di disoccupazione sta raggiungendo i massimi storici”, si legge nel comunicato. Per questo motivo, Caritas chiede “con urgenza di prorogare le misure di sostegno ai soggetti socialmente fragili fino alla fine della crisi, così da garantire loro i mezzi di sussistenza”.

Il numero di richieste di aiuto e di domande pervenute nei consultori sociali di Caritas lo scorso anno si situava ben al di sopra della media degli anni normali ed è aumentato ulteriormente con la seconda ondata pandemica. Dall’inizio della crisi, un anno fa, Caritas ha sostenuto 17.000 persone in tutta la Svizzera con contributi diretti per un totale di oltre 6 milioni di franchi, anche grazie ai fondi della “Catena della Solidarietà”. A “bussare” alle porte della Caritas sono le famiglie con un reddito poco superiore alla soglia dell’assistenza sociale che spesso non ricevono supporto dagli enti pubblici e gli stranieri che rinunciano il più delle volte all’aiuto sociale perché temono di mettere a rischio il loro statuto di soggiorno. Secondo la Caritas, il sostegno statale alle persone colpite dalla crisi del Coronavirus presenta gravi lacune. Le richieste per beneficiare dell’assistenza sociale o per la riduzione dei premi della cassa malati devono essere presentate per lo più telefonicamente o addirittura solo online, il che rende la procedura complicata quando poi le persone bisognose necessitano di un aiuto immediato.

Le restrizioni decise dal governo per contenere l’epidemia hanno colpito in particolar modo la manodopera a basso reddito. “Molti dipendenti e lavoratori autonomi hanno fatto di tutto per superare la crisi con le proprie forze”, scrive Caritas. “Chiedere aiuto rappresenta per loro l’ultima sponda. Molti lo fanno solo quando hanno esaurito i propri risparmi, quando le fatture si accumulano e i debiti privati aumentano”. Aumentano le persone costrette a chiudere la loro attività e i giovani ad interrompere l’apprendistato ma in questo modo “vengono a mancare le prospettive a lungo termine”. Il tasso di disoccupazione a gennaio corrispondeva al 3,7 per cento e ora si sta avvicinando al livello record degli ultimi venti anni. La crisi non è ancora superata. “I costi a livello sociale ed economico generati dalla pandemia sono già enormi, ma le ripercussioni più gravi devono ancora farsi sentire”, afferma preoccupato Peter Marbet, direttore di Caritas.

Caritas fa quindi appello alla politica e chiede al Consiglio federale e al Parlamento di “prorogare l’indennità per lavoro ridotto del 100% per i redditi più bassi fino al termine della pandemia e non interromperla a fine marzo come previsto”. Occorre poi “facilitare ancora l’accesso all’assistenza sociale e ai servizi di consulenza per far sì che gli aiuti arrivino dove ce n’è bisogno”.

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Terrorismo: II Rapporto ReaCT2021, i numeri del terrorismo in Europa

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 17:32

“436 attacchi terroristici, compresi quelli falliti e sventati, sono stati registrati nell’Ue dal 2017 al 2019 (erano 895 nel periodo 2014-2017): il 63% sono attribuiti a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 16% a movimenti della sinistra radicale (in aumento), il 2,8% a gruppi di estrema destra (in diminuzione nel 2019; in aumento nel 2020), il 18% sono azioni di matrice jihadista”. Sono alcuni dei numeri che emergono  dal secondo rapporto dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React2021), presentato oggi on line – con il patrocinio del ministero della Difesa – sul sito e sulle pagine social della rivista “Formiche”.  L’Osservatorio ReaCT, tramite il database di Start InSight (Strategic Analysts and Research Team), ha registrato e analizzato tutti gli eventi riconducibili alla violenza jihadista in Europa, dal 2004 a oggi; un lavoro di ricerca e analisi che ha prodotto la seconda edizione del Rapporto, composto da 13 contributi d’analisi che spaziano dalla presentazione dei numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa, alla propaganda online durante l’emergenza del Covid-19, dai temi della radicalizzazione ai foreign fighters, dall’estremismo di destra e i rapporti che intrattiene con quello islamista fino ai legami tra terrorismo e immigrazione e a fenomeni come QAnon.

Terrorismo jihadista europeo all’alba del 2021. “Sebbene gli atti riconducibili al jihadismo siano una parte marginale – spiega nel Rapporto Claudio Bertolotti, Direttore esecutivo – Osservatorio ReaCT – sono però causa di tutte le morti per terrorismo nel 2019 e di 16 uccisioni nel 2020. L’onda lunga del terrorismo in Europa, emerso con il fenomeno Stato islamico a partire dal 2014, ha fatto registrare 146 azioni in nome del jihad dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 i deceduti e 2.421 i feriti”. Nel 2020, si legge nel Rapporto, gli eventi sono stati 25, contro i 19 dell’anno precedente e con un raddoppio di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri precedenti attacchi nei giorni precedenti: “sono il 48% del totale le azioni emulative nel 2020 (erano il 21% l’anno precedente). Il 2020 ha inoltre registrato una progressiva diminuzione di azioni strutturate e coordinate che, con il tempo, hanno ceduto il ‘campo di battaglia’ urbano europeo alle prevalenti azioni individuali, non organizzate, spesso improvvisate e fallimentari”.

Anagrafica dei terroristi. Il 96% dei terroristi sono maschi di età media 26 anni ma nel 2020 si sono registrate anche 3 azioni condotte da donne (12% del totale nel 2020). Nel 2020 sono aumentati i terroristi recidivi: quasi tre terroristi su dieci. “Così come – aggiunge Bertolotti – sono aumentati i terroristi già noti all’intelligence (54% del totale nel 2020) e quelli con precedenti penali. Questi ultimi sono saliti gradualmente: nel 2017 erano il 12%, nel 2018 il 28%, nel 2019 il 23% e nel 2020 il 33%. Si tratta di un’evidenza che rafforza l’ipotesi delle carceri come luogo di potenziale radicalizzazione e adesione al terrorismo”. Il Rapporto conferma, inoltre,

“la pericolosità sociale di soggetti che, a fronte di una condanna detentiva, non abbandonano l’intento violento ma lo posticipano; ciò suggerisce l’aumento della probabilità di azioni terroristiche nei prossimi anni, in concomitanza con la fine della pena dei molti terroristi attualmente detenuti”.

Successo degli attentati. Valutando il successo degli attentati il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi, secondo il Rapporto, è il cosiddetto “blocco funzionale” (o stop operativo) spiegato da Bertolotti, come “la capacità di impegnare le forze armate e di sicurezza distraendole dalle normali attività, interrompere o sovraccaricare il servizio sanitario, influire sulla mobilità limitando l’accesso ad aree urbane, rallentando o deviando il traffico urbano, quello aereo e navale, limitare il regolare svolgimento delle attività a danno delle comunità colpite e, più in generale, infliggere danni, diretti e indiretti, indipendentemente dalla presenza di vittime”. A fronte di un successo tattico registrato nel 34% degli attacchi avvenuti dal 2014 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace ottenendo il “blocco funzionale” in media nell’82% dei casi, per attestarsi al 92% nel 2020: un risultato “impressionante” considerando le scarse risorse dei terroristi.

Propaganda online e emergenza Covid-19.

Il Coronavirus come un “soldato di Allah”:

è la “narrazione aggressiva” della propaganda dello Stato Islamico durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19. L’attività di propaganda in Internet, già mostrata negli attentati di Parigi, Nizza e Vienna, afferma Bertolotti, ha mostrato il virus come “un alleato capace di offrire un’opportunità per colpire gli infedeli, in particolar modo i militari e le Forze di polizia a supporto dell’emergenza sanitaria”.

Altri terrorismi: estrema destra, sinistra radicale e il fenomeno QAnon. Il Rapporto si sofferma anche sulle strategie degli ambienti di estrema destra ed estrema sinistra. “L’estremismo violento di destra – sottolinea il direttore Esecutivo dell’Osservatorio ReaCT – si sta evolvendo verso una dimensione transnazionale, mentre sviluppa una preoccupante relazione simbiotica e una stretta interdipendenza con l’estremismo di matrice islamista. La relazione tra i due fenomeni, che si rafforzano vicendevolmente, rappresenta una nuova minaccia per la sicurezza europea”. Altra minaccia emergente per la democrazia è rappresentata, inoltre, dal fenomeno denominato QAnon, “il movimento cospirazionista, diffuso in più di 70 paesi, che presenta un elevato rischio di radicalizzazione in Europa e che, per questo, necessita di un attento monitoraggio al fine di prevenire il rischio potenziale di azioni violente di stampo terroristico”.

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Quel messaggio sulla banconota (virtuale)

Evangelici.net - Thu, 25/02/2021 - 16:39
In epoche non troppo lontane era comune trovare sulle banconote una serie di scritte, che andavano da semplici numeri a vere e proprie frasi. Con l'avvento dell'euro la pratica sembra tramontata, ma ora potrebbe tornare in auge con i Bitcoin, la più celebre moneta virtuale. La criptovaluta, che si caratterizza per l'assenza di qualsiasi supporto fisico e di collegamenti con banche centrali,...
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Corte costituzionale: spetta allo Stato, non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 14:00

“Il legislatore regionale, anche se dotato di autonomia speciale, non può invadere con una sua propria disciplina una materia avente ad oggetto la pandemia da Covid-19, diffusa a livello globale e perciò affidata interamente alla competenza esclusiva dello Stato, a titolo di profilassi internazionale”. Chiamata ad esprimersi su una legge della Valle d’Aosta, la Corte costituzionale,  mette in chiaro un importante principio che tocca uno dei punti più delicati del rapporto fra istituzioni nella stagione della pandemia.

Il ricorso alla Consulta da parte del Governo aveva investito la legge regionale n.11 del 9 dicembre 2020, in cui venivano disposte delle misure di contenimento meno rigorose di quelle statali. E proprio queste, nell’ambito della legge in questione, sono state dichiarate incostituzionali. Le motivazioni della sentenza saranno depositate nelle prossime settimane, ma il comunicato diffuso dalla Corte è molto netto sul merito della decisione. A cominciare dal titolo: “Spetta allo Stato, non alle Regioni, determinare le misure necessarie al contrasto della pandemia”. E questo vale non solo per le Regioni a statuto ordinario, ma anche per quelle a statuto speciale.

L’efficacia della legge della Valle d’Aosta, peraltro, era stata già sospesa il 14 gennaio attraverso l’ordinanza n.4/2021, con cui la Consulta aveva fatto ricorso per la prima volta alla procedura cautelare. In attesa del giudizio di merito, infatti, sussisteva il rischio di “un irreparabile pregiudizio all’interesse pubblico” e di “un pregiudizio grave e irreparabile per la salute delle persone”. L’ordinanza sospensiva citava esplicitamente l’articolo 117, secondo comma, della Costituzione che inserisce la “profilassi internazionale” tra le materie in cui lo Stato ha competenza legislativa esclusiva. Un elemento richiamato anche nel comunicato relativo alla sentenza di merito e destinato, in tutta evidenza, a essere centrale nelle motivazioni, che sarà comunque importante leggere con attenzione per conoscere nella loro completezza le argomentazioni della Corte e le loro implicazioni.

Già in occasione dell’ordinanza sospensiva la Consulta aveva sottolineato che l’esclusiva statale “non esclude diversificazioni regionali della disciplina, adottate nel quadro di una leale collaborazione tra Stato e Regioni”. Una formulazione che, una volta chiarite in modo inequivocabile le competenze, sembra già indicare un percorso virtuoso secondo la lettera e lo spirito della Costituzione.

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The exodus of migrants, crisis at the borders of the Andean states. Cry of alarm from the Church

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 10:32

“Most of them are families, women, children, pregnant mothers, disabled persons, some of them in wheelchairs.” That’s what everyone says when asking information on the thousands of Venezuelans fleeing their country, only to find the military blocking them at border crossings.

The first to flee were intellectuals, political opponents, university graduates. Then breadwinners and young people started to leave. Now everyone is fleeing.

These desperate journeys affect all South America, especially the Andean states, currently facing the second wave of the pandemic. Colombia, where over 1,700,000 Venezuelans already live, is the most vulnerable, with its 2,200 kilometre-long border. A few days ago the government announced a temporary protection status. This decision was welcomed by Pope Francis at the Angelus prayer on February 14th.

But many Venezuelans continue their journey towards the south, crossing Ecuador (with approximately 415,000 Venezuelans) and hoping to reach Peru ( with an estimated 1,200,000) or Chile (around 700,000). They were thwarted by legal hurdles and now also by the Army. But militarized borders only benefit unscrupulous human traffickers.

Pastoral care workers, men and women religious, missionaries, extend their cries for help to SIR.

Humanitarian disaster in Ecuador.  “Ecuador’s borders remain closed for the whole of February, but the measure is likely to be extended. Eighty per cent of the country’s immigrants are undocumented”, said Enzo Rubinetti, a humanitarian worker for Caritas Social Pastoral Care of Ecuador’s Church. “The southern border with Peru in particular is fully militarised.

We are witnessing a humanitarian disaster.

Many immigrants remain stranded in Huaquillas, on the border with the Peruvian region of Tumbes, amidst poor hygiene and sanitation, with endemic dengue fever. They live in the streets.” However, some migrants sought alternative routes. “Three hundred of them are in Macará, in the Ecuadorian province of Loja, to the south. There are no shelters there, but Caritas Loja managed to distribute 200 sanitation kits. Caritas, “is present in eight provinces of the country, addressing humanitarian, juridical and psycho-social needs, in synergy with other organisations and religious congregations”, Rubinetti added.

Among them figure the Scalabrinian Missionary Sisters,  who have been devoting much energy to this task. Their superior in Ecuador, Sr Leda dos Reis, said: “In our activity we are facing increasing challenges: the borders are closed, the government has imposed a set of measures to prevent the stay and legalisation of refugees, with mounting xenophobia. We have seen this in Ibarra. Last year, a young woman was killed by a Venezuelan. The people were furious, they broke into the homes of Venezuelans and set fire to their belongings.

The Scalabrinian Sisters carry on with their widespread efforts to provide shelter to migrants in their Homes in various border towns, legal assistance, support for victims of trafficking and violence, as well as political awareness building.

The three Homes in Tulcán, Ibarra and Santo Domingo are designed to be milestones along a “welcoming route.” “Political influence is central to our activity, in cooperation with community leaders, aimed at sensitizing local communities”, she concluded.

Families and the disabled enter Peru. As opposed to Ecuador, Peru is also a destination country for Venezuelans, as well as a transit country to Chile.

Indeed, in Peru the situation is even worse, owing to the massive deployment of armoured vehicles along its borders. This measure was taken also in response to the second wave of COVID-19 in a country already hardly hit by the pandemic (-13% of GDP in 2020).

In this context, the influx of other Venezuelan migrants represents a humanitarian disaster. It should be remembered that the country is in the middle of a long presidential election campaign (as is Chile). Father Luiz Do Arte, director of the Blessed Juan Bautista Scalabrini Shelter in San Miguel, Lima, remarked: “We are facing a very alarming situation, involving those who are already in the country and new arrivals. Obtaining a visa is extremely difficult, although the paperwork can now be processed online. But many migrants have no resources or skills. The borders are militarised. Families, people with mental and physical disabilities, are entering the country from the north. Venezuelans are being equally rejected by Chile in the south and are now trying to enter the country through Bolivia.”

Peruvian borders are porous, there are many ‘trochas’ (illegal trails, Transl.’s note),” said Beatriz Pérez Marcassi, in charge of the SIMN (Scalabrini International Migration Network) in Peru. Many take advantage of this, and some are contacted by human traffickers in Colombia, who propose veritable ‘package deals’. The migrants pay in advance, promised that they will be brought to their destination’. In this scenario, Father Do Arte continued,

“migrants place tremendous trust in the Church,

They first thing they do is to ask for help in parishes and congregations, such as the Daughters of St Anne in Tumbes, who are fully dedicated to this task.” However, added Beatriz Pérez, “it is a spontaneous form of support. Despite the challenges, positive aspects must also be noted.

Chile, crisis on the borders with Bolivia and Peru. Lastly, there is Chile. As previously mentioned, the border between Tacna (Peru) and Arica (Chile), in the middle of a desert territory, is entirely militarised, “but migrants are arriving in increasing numbers here, as in the city of Iquique, a little further south, with mounting problems in recent weeks”, the Bishop of Arica, Msgr. Moisés Atisha Contreras, told SIR. Since external borders are closed, people are entering via illegal routes. “While on the one hand it would be better to encourage regular immigration”, said the bishop, “it must be said that border controls are in place also to prevent criminal activity such as drug trafficking and smuggling.

There are humanitarian concerns and many people fail to grasp the reasons behind the migrations, resulting in a climate of hostility.

For her part, the Church “has strengthened the network of reception centres where these people can live during the quarantine period, their soup kitchens – however possible in this time of pandemic – thanks to the support of congregations such as the Scalabrinians and the Jesuits. Practical support is provided, along with advice on applying for refugee status.”

Still, the situation is critical and, in some cases, desperate, according to Delio Cubides, Executive Secretary of INCAMI (Chilean Catholic Institute for Migration). “Since the border is closed, thousands of people are trying to enter Chile from Bolivia. The Municipality of Colchan, the first town in the Chilean border, is on the brink of collapse. It is located at an altitude of 3,700 metres, where people live in extremely adverse conditions.

But people try everything, they say they’d rather die on the journey, or from COVID-19, than die in Venezuela.

I confirm that families, many women with children, are entering the country, in the attempt to be reunited with their husbands. For Cubides, “since December, the government has annulled many Democratic Responsibility visas, leaving numerous immigrants with no legal status. The government prefers to handle the matter through media coverage.”

 

*Journalist at “La vita del popolo”

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La grande fuga dei profughi, al collasso le frontiere con i Paesi andini. Il grido d’allarme della Chiesa

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 10:32

“Sono soprattutto famiglie, donne, bambini, mamme incinte, disabili, perfino in persone in carrozzina”. È quello che ti dicono tutti, quando chiedi di descrivere chi sono i venezuelani che continuano a fuggire, a migliaia, dal loro Paese, trovando sempre più spesso l’esercito ad attenderli e a bloccarli ai passi di frontiera. All’inizio erano intellettuali, oppositori politici, persone laureate. Poi hanno cominciato ad andarsene i padri di famiglia, i giovani. Ora fuggono tutti. I viaggi della disperazione investono tutto il Sudamerica e in particolare i Paesi andini, che stanno affrontando la seconda ondata della pandemia. La Colombia, la più esposta con gli oltre 2.200 chilometri di frontiera, è la Colombia, dove già vivono almeno 1.700mila venezuelani. Nei giorni scorsi, il Governo ha deciso di concedere loro lo statuto di protezione temporanea. Una scelta che ha avuto il plauso di papa Francesco, all’Angelus del 14 febbraio.

Molti venezuelani, però, proseguono verso sud, attraversano l’Ecuador (dove sono circa 415.000) e puntano a raggiungere il Perù (le presenze stimate sono 1.200mila) o il Cile (circa 700mila). Da tempo trovano ostacoli di tipo legale. Nelle ultime settimane hanno trovato l’Esercito. Ma le frontiere militarizzate sono il miglior favore che si possa fare ai trafficanti senza scrupoli. È forte il grido d’aiuto che arriva al Sir dagli operatori della Pastorale dei migranti, da religiose, religiosi, missionari.

Bomba umanitaria in Ecuador.  “In Ecuador le frontiere sono chiuse per tutto febbraio, ma è probabile un prolungamento. Nel Paese l’80% delle presenze è costituita da irregolari – racconta Enzo Rubinetti, attivo nella Pastorale sociale Caritas della Chiesa ecuadoriana -. Soprattutto alla frontiera sud con il Perù c’è una completa militarizzazione. Quella a cui stiamo assistendo è una bomba umanitaria. Molti sono bloccati a Huaquillas, al confine con la regione peruviana di Tumbes. La situazione igienica e sanitaria è precaria, in quelle zone la presenza del virus dengue è endemica. Vivono in strada”. Altri migranti, invece, hanno cercato rotte alternative. “In trecento sono, più a sud, a Macará, nella provincia ecuadoriana di Loja. Lì non esistono case di accoglienza, la Caritas di Loja è riuscita a distribuire 200 kit di igiene”. La Caritas, continua Rubinetti, “è attiva in otto province del Paese, con un’attenzione che è insieme umanitaria, giuridica e psico-sociale, in sinergia con altri organismi e congregazioni religiose”.

Tra queste, particolarmente attive le suore scalabriniane. La loro responsabile in Ecuador, suor Leda dos Reis, racconta: “Il nostro lavoro è ogni giorno più difficile, le frontiere sono chiuse, il Governo ha preso una serie di provvedimenti per ostacolare il soggiorno e la regolarizzazione dei rifugiati, inoltre aumenta la xenofobia. Ne siamo stati testimoni a Ibarra. Lo scorso anno una giovane è stata uccisa da un venezuelano, la gente era inferocita, ha cominciato a entrare nelle case dei venezuelani, a dare fuoco alle loro cose”. Le scalabriniane continuano nella lor opera a tutto campo, di accoglienza nelle loro case in varie località frontaliere, nell’attenzione legale, nel sostegno alle vittime di tratta e violenza, nella sensibilizzazione politica. Le tre case di Tulcán, Ibarra e Santo Domingo vogliono essere le tappe di una “strada dell’accoglienza”. “È centrale nella nostra azione l’aspetto dell’incidenza politica, insieme ad agenti comunitari, per sensibilizzare le comunità locali”, conclude la religiosa.

Famiglie e disabili entrano in Perù. La situazione è, se possibile, ancora più difficile in Perù, che diversamente dall’Ecuador è anche un Paese di destinazione per i venezuelani, oltre che si transito verso il Cile. È stato proprio il Perù il Paese che ha schierato l’esercito alle frontiere in modo massiccio. Un provvedimento dovuto anche all’arrivo della seconda ondata del Covid-19 in un Paese già fortemente segnato dalla pandemia (-13% di Pil nel 2020). L’arrivo di altri venezuelani è una “bomba” in un contesto di questo tipo, e non va dimenticato che il Paese sta vivendo una lunga campagna elettorale per le presidenziali (come del resto il Cile). Spiega padre Luiz Do Arte, direttore della casa Beato Juan Bautista Scalabrini a San Miguel, nella zona di Lima: “La situazione è molto preoccupante sia per chi è già nel Paese che per coloro che arrivano. Ottenere il visto è difficilissimo, anche se ora è possibile fare le pratiche via internet. Ma molti migranti non hanno mezzi e competenze. Le frontiere sono militarizzate. Da nord entrano per i passi irregolari famiglie intere, persone con disabilità psichiche e fisiche. A sud il Cile sta ugualmente respingendo i venezuelani, che ora stanno cercando di entrare nel Paese passando per la Bolivia”.

Quelle peruviane, prosegue Beatriz Pérez Marcassi, responsabile per il Perù del Simn (Scalabrini international migration network), “sono frontiere porose, sono molte le ‘trochas’. Molti se ne approfittano, alcuni vengono contattati già in Colombia dai trafficanti, che offrono veri e propri ‘pacchetti’. Pagano anticipatamente, con la promessa di essere portati a destinazione”. In tale contesto, continua padre Do Arte,

“è impressionante la fiducia che i migranti nutrono nella Chiesa,

per prima cosa bussano sempre alle parrocchie ed è grande l’impegno delle congregazioni, come quello delle Figlie di Sant’Anna, a Tumbes”. Si tratta comunque, aggiunge Beatriz Pérez, “di un aiuto spontaneo, pur nella difficoltà della situazione vanno registrati anche i fatti positivi.

Cile, confini con Perù e Bolivia al collasso. Eccoci, infine, in Cile. Anche in questo caso, come accennato, la frontiera tra la peruviana Tacna e la cilena Arica, in un territorio desertico, è totalmente militarizzata, “però i migranti giunti qui, così come nella città di Iquique, un po’ più a sud, sono in aumento e nelle ultime settimane sono aumentate le difficoltà”, racconta al Sir il vescovo di Arica, mons. Moisés Atisha Contreras. Naturalmente, essendo chiuse le frontiere, la gente entra in modo irregolare. “Da un lato – prosegue il Vescovo – sarebbe da incentivare l’arrivo con modalità regolare e in ogni caso la frontiera viene controllata anche per evitare altri tipi di attività, come narcotraffico e contrabbando. D’altra parte, c’è preoccupazione e livello umanitario e anche per il fatto che molte persone con capiscono le motivazioni che spingono queste persone a migrare e si crea così un clima di rifiuto”. La Chiesa, dal canto suo, “ha rafforzato la rete di centri d’accoglienza dove queste persone possono trascorrere la quarantena, le mense, per quello che è possibile in questo tempo di pandemia, grazie al servizio di alcune congregazioni come gli scalabriniani e i gesuiti. L’aiuto è di carattere materiale, ma anche di assistenza nel presentare la documentazione per ottenere lo status di rifugiati”.

Resta il fatto che la situazione è difficile e, in alcuni casi estrema, come spiega Delio Cubides, segretario esecutivo dell’Incami (Istituto cattolico cileno per le migrazioni). “Visto che la frontiera è bloccata, in migliaia stanno cercando di entrare in Cile dalla Bolivia. Il comune frontaliero di Colchane, è al collasso. Si tratta di una località a 3.700 metri d’altitudine, dove si vive in condizioni estreme. Ma le persone tentano il tutto per tutto, dicono che piuttosto che morire in Venezuela è meglio morire durante il viaggio, oppure di Covid-19. Confermo che arrivano famiglie, moltissime donne con bambini, che cercano di ricongiungersi ai mariti”. Per Cubides, “il Governo ha cancellato da dicembre molti visti di responsabilità democratica, molti migranti sono rimasti privi di regolarizzazione. Il Governo preferisce una gestione mediatica della vicenda”.

 

*Giornalista de “La vita del popolo”

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Italia e post-pandemia. Truffelli (Ac), “è tempo di nuove alleanze, priorità alla questione educativa”

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 10:32

Quattro fratture: sanitaria, sociale, delle nuove povertà ed educativa. Le ha segnalate durante l’ultimo Consiglio permanente il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, analizzando le ricadute della pandemia Covid-19. Ne parliamo con Matteo Truffelli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Parma e presidente dell’Azione cattolica italiana.

Le parole del card. Bassetti hanno ulteriormente alimentato un dibattito che attraversa il nostro Paese: quali reazioni immediate le hanno suscitato?
Il tema delle fratture, opportunamente richiamato dal cardinal Bassetti, segnala problemi reali e dinamiche preoccupanti resi più evidenti da un anno a questa parte con la pandemia. Si tratta di questioni già presenti nella nostra società e nella cultura del Paese, che la diffusione del virus e le crisi da essa innescate hanno ulteriormente messo in luce e amplificato. Questo ci consegna, da una parte, la consapevolezza che i tempi con cui confrontarsi sono tempi lunghi, non si tratta di problemi contingenti; dall’altra, questa consapevolezza richiama l’importanza di scelte strategiche, non estemporanee, azioni comuni e condivise che guardino al futuro e non solo al presente. Tutto ciò chiama in causa la politica e le istituzioni, i protagonisti dei processi economici, così come il tessuto associativo della società, le realtà educative e la scuola… Aggiungerei poi un paio di sottolineature.

Quali?
Anzitutto credo emerga, in questa fase, una responsabilità specifica che ci interpella come cittadini, come credenti e in modo particolare, penso all’Azione cattolica, come credenti associati. Inoltre, il tema delle fratture presenti nella nostra società lascia intravvedere con ancora maggior forza la necessità di costruire nuove alleanze. Lavorare insieme è il primo anticorpo dinanzi alla realtà nella quale ci troviamo. E questo chiede di mettere da parte le divisioni, magari rinunciare a qualcosa per convergere e costruire un obiettivo più grande: il bene comune. Costruire alleanze, in ogni ambito, costa fatica, lo sappiamo, ma produce più della somma degli addendi.

Anche il Papa è intervenuto più volte per rileggere questo tempo…
Certamente. Ad esempio nella recente enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, è possibile trovare tre chiavi di lettura essenziali. In primo luogo, ci dice il pontefice, dobbiamo avere in mente un grande progetto comune per l’oggi e per il domani: è soprattutto di questa capacità di progettare che oggi, nel nostro Paese, sentiamo la mancanza. Quale Italia, quale società, quale Chiesa vogliamo essere? Il secondo elemento, indicato dall’enciclica, è quello del dialogo, inteso non solo come “stile” nelle relazioni, ma come unico strumento possibile per abitare le differenze, ridurre le diseguaglianze, e superare le chiusure. È la “rivoluzione della gentilezza” di cui parla il Papa. Terza sottolineatura: Bergoglio parla della fraternità come di un lavoro da “artigiani”, che richiede cura, dedizione, creatività, un lavoro di cesello, stando sulle singole questioni da affrontare, senza pretendere di realizzare subito un modello perfetto e valido per ogni occasione, ma provando a costruire risposte plausibili, concrete, rispetto ai nodi da affrontare.

Il card. Bassetti si è soffermato sulla “frattura educativa”, tema che incrocia il Dna dell’Azione cattolica e uno degli ambiti di impegno associativo. Quali riflessione sollecita il presidente della Cei in questa direzione?
Mi pare che il tema della “frattura educativa” ci consegni un’urgenza indilazionabile, ma ci dice anche che questo tempo può diventare, a certe condizioni, un tempo per crescere. La prima di queste condizioni è che l’educazione non sia intesa come un compito delegato o “appaltato” ai soli educatori, ma sia avvertita come compito di tutta la comunità. I genitori, ad esempio, hanno bisogno di un tessuto comunitario attorno a loro, non possono essere abbandonati a loro stessi. Questo vale anche per la scuola: gli insegnanti non devono rimanere soli nel crescere i nostri ragazzi e attorno alla scuola non può mancare una rete sociale, l’impegno delle istituzioni, adeguati investimenti economici. Penso, allo stesso modo, agli educatori sportivi, e a quelli impegnati nella comunità cristiana. Più volte il cardinal Bassetti ha chiamato in causa nel suo discorso il tema della comunità: la pandemia ci dice che occorre crescere come comunità, e la cura educativa non può che essere di tutta la comunità. Una seconda sottolineatura si riferisce, a mio avviso, al fatto che l’educazione è “il” processo per definizione.

In che senso?
Intendo dire che con essa affidiamo al tempo ciò che avviamo oggi, investendo sul nostro stesso futuro. L’educazione è un investimento culturale, spirituale, sociale, dunque richiede un investimento e un lavoro diffuso, condiviso, responsabile da parte di tutti.

C’è una terza condizione?
Sì, occorre riconoscere e incoraggiare il protagonismo di chi non è solo destinatario del processo educativo, ma soggetto attivo. Ovvero occorre credere nel e sollecitare il protagonismo di ragazzi e giovani, valorizzare le loro soggettività in una costruttiva relazione intergenerazionale. Lasciare spazio a un’autentica assunzione di responsabilità da parte loro. Vorrei ricordare che se in questo anno difficile la società ha tenuto lo si deve anche al fatto che i giovani hanno mostrato grande senso di responsabilità, pazienza, senso del dovere.

Di recente il Papa ha invitato la Chiesa italiana a intraprendere un cammino sinodale. Un’esigenza “accelerata” da questi ultimi faticosi dodici mesi?
La necessità di una maggiore sinodalità ci è stata riconsegnata in maniera evidente da questo tempo. Solo una Chiesa in cui le tante componenti della comunità siano più capaci di ascoltarsi reciprocamente e ancor più sappiano ascoltare il mondo, può proporsi come promotrice di alleanze, può concorrere a ridurre le fratture presenti nel Paese. Papa Francesco ci indica la via di una sinodalità che parta dal basso, dalla comunità che è radicata nel territorio, dalle parrocchie, da associazioni e movimenti che vivono dentro la Chiesa locale, e dalle cose piccole, dalle tante piccole occasioni di sinodalità che possiamo costruire. Una “sinodalità feriale”, per edificare una comunità cristiana che sappia ascoltare e servire l’umanità, a partire dai più fragili, e in questo modo contribuire a edificare una società pacificata, più giusta e aperta.

 

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Povertà. Don Zappolini: “Fare scelte coraggiose che antepongano il bene comune agli interessi economici”

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 10:31

L’epoca in cui viviamo è contraddistinta da una serie di cortocircuiti che riproducendosi, senza soluzione di continuità, originano e accrescono le diseguaglianze tra le persone, traducendosi in sempre maggiori gravami di povertà, soprattutto per i più fragili. Cortocircuiti riconducibili a condotte di tipo speculativo e affaristico, senz’altro appannaggio di “pochi”: parte da qui il dossier promosso dal Cnca “Cortocircuito. Come la spirale del debito impoverisce il tessuto sociale”, realizzato da Filippo Torrigiani e da don Armando Zappolini, con l’intento di “di mettere in evidenza alcuni aspetti spesso sottaciuti e sconosciuti a tanti, con l’auspicio di riuscire a veicolare, tra l’opinione pubblica, un messaggio di profonda preoccupazione per ciò che sta avvenendo anche nei luoghi in cui viviamo, sulla pelle delle persone che magari conosciamo”. Nell’introduzione all’ultimo Consiglio episcopale permanente della Cei, il cardinale presidente Gualtiero Bassetti, analizzando la situazione attuale gravata dall’emergenza sanitaria, ha evidenziato che “si fa purtroppo sempre più pressante la frattura delle nuove povertà rispetto alle quali i dati sono deflagranti”, come dimostrano gli ultimi della Caritas, richiamati anche dal premier Mario Draghi, nel discorso al Senato. Con don Armando Zappolini, portavoce della Campagna “Mettiamoci in gioco” e direttore della Caritas diocesana di San Miniato, già presidente del Cnca, riflettiamo sull’indebitamento e le sue cause.

Qual è l’obiettivo del dossier?

Con “Cortocircuito” vogliamo scavare sulle cause dell’indebitamento e sulle ipocrisie che sono sotto a questo sistema.

Noi abbiamo evidenziato in particolare il rapporto tra banchi di pegni, Compro oro, usura. Ad esempio, denunciamo che se da una parte il sistema bancario e creditizio non si è rivelato prodigo nel concedere liquidità né ai giovani né tantomeno alle imprese, soprattutto a quelle di piccole e medie dimensioni, dall’altro i banchi di pegno, presenti e disseminati su tutto il territorio nazionale, risultano di proprietà proprio di una quarantina di banche. In Italia sono in media tra le 270.000 e le 300.000 le persone delle più composite estrazioni sociali che, ogni anno, ricorrono al sistema dei pegni, le cui performance muovono un volume d’affari complessivo di circa 800 milioni di euro. C’è qualcosa che non funziona! Ricordiamo anche che le banche sono ben presenti nel mercato dell’intermediazione finanziaria diretta alla commercializzazione delle armi o fanno investimenti nel settore delle industrie che estraggono e commercializzano combustibili fossili. Non c’è attenzione ad arginare le povertà né alla salvaguardia del Creato.

Anche il gioco d’azzardo spinge parecchi in situazioni di precarietà…

Il dossier offre un’ulteriore prova di quanto sia urgente bloccare la crescente povertà di tante persone, cominciando con il limitare tutto ciò che la provoca. Se in Italia si parla di 1 milione e 700mila famiglie povere, si devono andare a cercare i fattori di rischio. E l’azzardo, nelle sue molteplici forme, è sicuramente una delle cause più evidenti di povertà, anche per i processi di indebitamento che produce. E anche qui ci sono ipocrisie: c’è uno Stato che ogni anno mette in bilancio dieci miliardi dal gioco d’azzardo, ma non può fingere di non sapere cosa produce il fenomeno né voltarsi dall’altra parte quando viene chiesto di limitare il settore. Nel 2020 ci sono stati minori incassi sul gioco d’azzardo per il lockdown, ma anche meno persone malate, meno famiglie distrutte: questa esperienza ci insegna qualcosa o dopo il Covid si inizia di nuovo tutto come prima?

Dovremmo fermarci a riflettere sul fatto che il sistema bancario, non mostrando disponibilità verso le fragilità delle famiglie, è come se le spingesse tra le braccia di banchi di pegno, usurai, Compro oro; ugualmente lo Stato potrebbe avere più attenzione a tutelare le fragilità e non il gioco d’azzardo, mettendo dei limiti alle giocate, al tempo di gioco, riducendo l’offerta e disponendo il posizionamento delle macchinette e delle sale scommesse lontano da luoghi sensibili. Noi vorremmo che ci fosse un temporaneo cortocircuito, come quando due fili si toccano, fanno contatto e salta tutto l’impianto. Alcune situazioni, infatti, richiedono uno stop and go. Fermiamoci un attimo e tiriamo fuori qualche idea dai fatti e dai dati. Il Papa lo dice, il card. Bassetti lo dice, la Caritas lo dice, Draghi lo ricorda. Sapere di cosa si muore è consolante, ma è molto più consolante curarsi ed evitare di morire.

Lei ha citato anche i Compro oro…

Negli ultimi anni i Compro oro hanno avuto un grande exploit; in particolare, nel 2018 le licenze per il commercio di preziosi erano, in Italia, 24.877; nel 2019 le licenze in corso di validità hanno raggiunto quota 29.511. Nella campagna Mettiamoci in gioco denunciamo da anni la vicinanza fisica tra sale giochi e Compro oro, che si collocano dove c’è il mercato: chi perde soldi alle macchinette, cerca di recuperarne altri per giocare ancora. Ma quali garanzie ci sono? Dovrebbe essere applicata la quotazione dell’oro usato in corso, ma le persone, prese dalla disperazione, accettano cifre molto più basse del valore degli oggetti. Mi sembra che quando c’è da difendere gli interessi delle banche o dello Stato ci siano vincoli molto chiari, quando si tratta di difendere i diritti della gente comune le cose cambiano.

Cosa volete chiedere alla politica?

Chiediamo di fare scelte coraggiose che antepongano il bene comune agli interessi economici.

I numeri sono persone, sono storie vere di fatica e di dolore che non ci possono lasciare indifferenti. Con la Caritas stiamo facendo da garanti a persone con stipendi modesti o con lavoro precario, come una grande fetta degli italiani, perché nessuno affitta più case. I dati della Caritas non chiedono ancora attesa o temporeggiamenti. Allora, dobbiamo proporre alla politica – e come associazioni lo facciamo – la lettura della Laudato si’, perché contiene il programma politico ed economico del futuro e dello sviluppo possibile, che apre anche la strada a nuove economie e a nuove possibilità positive. C’è il discorso dell’emergenza climatica, del nuovo che avanza. Si parla di welfare in termini economici, non di bontà, non di etica: aiutare le persone meno fortunate a diventare di nuovo produttive produce ricchezza e vita, è un’esigenza anche del capitalismo. Più che piccole scelte è un cambiamento di prospettiva.

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Israele, la vaccinazione riduce i contagi

Evangelici.net - Thu, 25/02/2021 - 09:21
Sembra decisamente positivo, in Israele, l'impatto del vaccino anticovid. Il Paese è stato il primo a diffondere in maniera sistematica le dosi Pfizer alla popolazione a partire dal 20 dicembre, e i risultati sembrano soddisfacenti: al momento è stato vaccinato un terzo della popolazione e i casi di contagio sintomatico sono scesi del 94%. L'unico grattacapo per le autorità arriva...
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No all’indignazione a intermittenza

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 00:54

Non sappiamo se tra gli atti ufficiali del Presidente della Repubblica che vengono registrati e conservati, a futura memoria per le generazioni a venire, ci siano anche alcune telefonate particolarmente significative. Se così fosse, sicuramente, verrebbe catalogata quella fatta da Sergio Mattarella sabato scorso all’onorevole Giorgia Meloni, per esprimerle la personale e convinta solidarietà di fronte ai violenti attacchi verbali subiti da parte del professore toscano Giovanni Gozzini durante una trasmissione radiofonica.

Il fatto che il Capo dello Stato abbia ritenuto di dover intervenire in prima persona per esprimere vicinanza alla leader di Fratelli d’Italia indica, se c’erano dubbi, la gravità di quanto accaduto.

Al gesto del Presidente hanno fatto seguito le condanne e le espressioni di solidarietà alla Meloni da parte dei leader di tutte le altre forze politiche.

Il preoccupante episodio da condannare senza tentennamenti (che dimostra che la stupidità umana non conosce titolo di studio) si accompagna dunque a questa unanime condanna che rappresenta, nel panorama politico attuale, un indubbio segnale positivo. Per una volta la condanna non è stata a intermittenza (la esprimo se riguarda uno della mia parte, non la esprimo se riguarda l’avversario) ma unanime, riuscendo così a dare voce a quello che dovrebbe essere un sentire comune prima e al di l€ di ogni appartenenza politica.

La violenza e l’odio non dovrebbero, infatti, essere né di destra, né di sinistra e per questo dovrebbero trovare sempre il rifiuto convinto da parte di tutte le forze politiche che credono, realmente alla democrazia e al pluralismo. Dovrebbe essere questo uno degli ingredienti fondamentali di un orizzonte valoriale condiviso da considerare come pavimento comune su cui poggiare la democrazia italiana.

Abbiamo già segnalato come l’avvento dell’esecutivo Draghi si distingua anche per un cambio di registro comunicativo, con una scelta di maggiore sobrietà nei contenuti e nelle modalità di esprimerli. Sarebbe un grande passo avanti che questa novità permeasse tutta la politica nostrana, riuscendo a mettere come primo e fondamentale criterio ispiratore il rispetto sempre e comunque. Di chiunque: amici e avversari. Si può attaccare pesantemente gli avversari politici senza per questo giungere all’insulto e senza fomentare odio e violenza.

Anche in questo i nostri rappresentanti politici (tutti) dovrebbero avere la responsabilità di dare l’esempio. Questo è tanto più importante e urgente oggi in cui si osserva nella società un preoccupante imbarbarimento dei linguaggi che facilmente scadono nella volgarità e nell’aggressione, ancora una volta e spesso contro le donne in modo particolare.

Ci sono cantanti, trasmissioni radiofoniche, personaggi pubblici che basano la propria notorietà sul dileggio, sull’attacco volgare e violento, sull’insulto razzista amplificato dai social capaci di creare una eco terribile. Anche a questo riguardo la scelta del premier Draghi di non essere presente sul web può apparire utile. Probabilmente per evitare alcuni rischi, in alcuni frangenti, è meglio proprio evitare certi ambienti.

Questo tempo in cui la dialettica politica non è sospesa, ma perlomeno rallentata, sarebbe importante scegliere una disciplina comunicativa precisa e rigorosa, respingendo sempre qualsiasi degrado si registri al riguardo. E’ anche così che si difende la democrazia.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Investire nel futuro dell’Europa

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 00:52

Un fantasma si aggira in Europa, non più quello defunto del comunismo evocato da Marx nel 1848, ma un nuovo spettro che, come allora, sembra fare paura alle cancellerie europee, timorose di avventurarsi in mare aperto, impaurite dalle molte tempeste che lo scuotono. Il fantasma è quello della Conferenza sul futuro dell’Europa, proposta dal presidente francese Emmanuel Macron, rilanciata dal Parlamento europeo e dalla Commissione e adesso arenata sui bassi fondali del Consiglio europeo dal quale si attende la convocazione.

L’apertura della Conferenza era prevista nel corso del semestre di presidenza tedesca e la conclusione nel primo semestre del 2022 sotto presidenza francese, un calendario politicamente studiato bene, ma inceppatosi nel corso del 2020, anno della pandemia e di molti altri problemi per l’Unione europea, afflitta da priorità ritenute più urgenti. Come la lotta alla pandemia, l’adozione del bilancio comunitario  pluriennale 2021-2027 e la messa in cantiere di uno straordinario Recovery Fund grazie alla creazione di un debito comune europeo.

E così tra gli affanni della lotta al Covid-19 e i contrasti per l’adozione di una linea condivisa di rilancio dell’economia europea, in recessione ovunque, la proposta di un Forum destinato a disegnare il futuro dell’Ue è stato rinviato a data da destinarsi. L’ambizione era quella di animare un vasto dibattito per individuare le politiche da rafforzare e quelle nuove da affidare alle Istituzioni europee dotate di competenze allargate, senza escludere l’avvio di un cantiere sensibile, come quello di una ormai inevitabile riforma dei Trattati, dopo quello in vigore di Lisbona, vecchio di più di dieci anni durante i quali il mondo e l’Europa sono cambiati.

È comprensibile che la presidenza tedesca avesse già abbastanza altre grane da affrontare, per l’Unione e per la Germania prioritarie, come l’economia e il futuro del commercio internazionale alla vigilia dell’arrivo al potere di Joe Biden, al punto anche da precipitare all’ultimo minuto della presidenza un discutibile accordo con la Cina poco gradito per il Parlamento europeo come anche, per ragioni in parte diverse, alla nuova Amministrazione Usa.

Adesso toccherà alla presidenza portoghese di turno, in questo primo semestre dell’anno, provare a rimettere quella potenziale locomotiva di futuro sui binari. Non che nel frattempo non sia successo niente: c’è già molto futuro nelle decisioni del Consiglio europeo del 21 luglio scorso, altro se ne annuncia nelle iniziative che la Commissione sta sviluppando nella lotta alla pandemia e altro ancora nel confermato impegno per coraggiose politiche ambientali, cui aderirà anche Joe Biden.

Sono tutte iniziative che hanno però bisogno di essere inserite in una prospettiva di più lungo periodo, valutando le potenzialità di crescita di una sovranità europea a rafforzamento di quelle nazionali, chiaramente in difficoltà, cogliendo anche la svolta, malinconica ma liberatoria, di Brexit, le cui conseguenze potrebbero incitare a una ripresa di “federalizzazione” dell’Unione.

Per fare questo non basta l’indispensabile ripartenza economica e sociale affidata al Recovery Fund, è necessaria anche una rifondazione dell’Unione che non può più essere solo quella coraggiosa dei primi Anni ‘50, ma deve adesso cambiare paradigma dopo le lezioni impartite dalle recenti crisi interne all’Ue e dalle sfide che le provengono dall’esterno da attori globali, o pretesi tali, come Cina, Usa, Russia e perfino Turchia.

In questo quadro l’attesa conferenza non sarà certo la pozione magica, ma un buon ricostituente necessario per dare speranza in questi tempi difficili.

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La via crucis della rotta balcanica

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 00:49

E’ iniziata in sordina, a partire dal 2015, e via via è andata prendendo vigore. Oggi migliaia di migranti la percorrono, con incerta – sempre più incerta – fortuna, finendo per lo più bloccati in un campo nelle isole greche o in qualche altro paese dalla Macedonia alla Bulgaria, passando per Serbia e Croazia fino a bussare all’Italia. Sono malvisti, cacciati e scacciati: nessuno li vuole, tutti li respingono, talvolta vengono letteralmente braccati.

L’argomento della rotta Balcanica è spinosissimo e sempre legato alla prospettiva da cui lo si guarda. Per i paesi che vengono attraversati questi migranti sono un peso da scrollarsi di dosso. Visti da fuori sono persone a cui si chiede di vivere sotto, profondamente sotto, la soglia della dignità che all’umano pertiene.

Nella politica – comune e condivisa – dello scaricabarile le contraddizioni si sommano senza escludere nessuno dei coinvolti a partire dall’Europa stessa, che con una mano paga alla Turchia sei miliardi di euro purché trattenga i migranti e non li lasci risalire fin nel suo cuore e con l’altra le rifiuta l’ingresso nell’Unione a causa del mancato rispetto dei diritti umani. Un cortocircuito logico dai disastrosi esiti umanitari.

Poi ci sono gli stati citati, che i migranti devono attraversare per raggiungere le loro mete, di solito orientate al nord. Nello Scavo, giornalista di Avvenire che da tempo segue la questione migranti nelle rotte di terra e di mare (Lampedusa), ha scritto più volte – e ribadito di recente in un webinar aperto alle Caritas italiane – che neanche a pagamento gli stati attraversati dalla rotta sono disposti a gestire il problema, né a dare ospitalità, accoglienza, campi migliori e integrazione alle persone in fuga. Rifiutano pure l’apertura di corridoi umanitari. Il perché sta nella logica umana di chi sta meglio: se si diffonde la voce, di migranti ne arriveranno ancora di più, invece l’obiettivo è fermarli. Nel frattempo, la realtà di quel che accade è scritta su braccia e gambe di chi è stato fermato, nelle cronache dei campi incendiati, negli scioperi della fame di questi invisibili.

Emblema della situazione è diventato il campo profughi di Lipa, andato a fuoco il 23 dicembre e ancora senza soluzione. Quasi mille uomini cercano ora di sopravvivere nella neve della Bosnia sotto tende precarie: li abbiamo visti tutti nei tg.

La strategia di dividere gli uomini dalle donne e bambini (assonanze da brivido ad un mese dal Giorno della memoria) è funzionale ai guardiani: meno problemi, meno tensioni, ma non meno violenze che si abbattono su donne e bambini. Questa divisione distorce pure la verità per chi guarda da fuori: non sono solo giovani maschi a spostarsi, a sognare un’Europa che ora scoprono così lontana.

Fuori dai campi, in zone abbandonate dalla guerra della ex Jugoslavia e in ruderi fatiscenti, intere famiglie – con bambini senza scuola – cercano di vivere, senza porte e finestre nell’inverno balcanico, provando il game. Così viene chiamato ogni tentativo di ingresso nello stato successivo: una roulette affidata alla buona sorte e aiutata da laute mance ai passeur – gli scafisti di terra – nuova veste di mafie e malavita. Sono tante le frontiere da passare dalla Turchia a Trieste: ogni filo spinato esige soldi, ripetuti tentativi, mesi di attesa e rischio perenne di essere ricacciati indietro.

Si tratta perlopiù di afghani e pakistani, ma come ha spiegato Scavo, sono così giovani che spesso l’Afghanistan non lo hanno quasi visto: vissuti a loro volta nei campi per rifugiati, dove hanno coltivato il sogno – e il bisogno – di un futuro altrove. A volte si nascondono nei boschi, sperando in un varco dal quale entrare nella civiltà sognata.

Anche Laurence Hart dell’Agenzia internazionale per le migrazioni ha confermato: “Non sono capricci che li guidano, ma situazioni tragiche di pericolo di vita” (Radio Rai3, Fahrenheit, 4 febbraio). Si tratta di richiedenti asilo, tra i quali ci sono donne e tanti minori anche non accompagnati di cui spesso si perdono le tracce: “E perderli significa alimentare la tratta e la prostituzione” (sempre Hart).

Un quarto dei migranti presenti in Italia è arrivato dalla rotta balcanica; nel 2020 circa 4mila persone sono entrate via terra da Nordest. Hart ha confermato concentrarsi nei confini tra Stati le zone più insidiose, quelle in cui si verificano le riammissioni, eufemismo per respingimenti: con cani, fucili, bande armate che la polizia dei confini – specie della Bosnia – dice costituite da privati armatisi spontaneamente per difendere il territorio.

Eppure le migrazioni sono, per definizione, un fenomeno naturale per i popoli. Diventano un problema quando manca la volontà di un coordinamento sul da farsi, di una sinergia nelle accoglienze. A nulla o poco vale ricordare che gli immigrati producono il 9,5 del Pil italiano; inascoltato l’invito a vederli come portatori di ricchezza economica oltre che umana e culturale. La realtà è un’altra: se la rotta balcanica si è trasformata in una Via Crucis, anche molti tra noi gridano Crucifige.

(*) direttore “Il Popolo” (Pordenone)

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Rispetto delle norme anti-Covid per tornare alla normalità

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 00:47

Tra i tanti servizi, articoli e interviste proposti nel primo anniversario dell’inizio della pandemia in Italia, ci hanno colpito due dichiarazioni. Mattia Maestri, il “paziente 1” di Codogno (guarito al San Matteo), ha affermato al “Corriere della Sera”: “Voglio solo vivere e dimenticare”. Il prof. Raffaele Bruno, direttore di Malattie Infettive al Policlinico di Pavia, ha spiegato a “Il Giorno”: “Prima eravamo felici e non lo sapevamo. Potevamo uscire, abbracciare le persone. La vita normale è un privilegio”. Da queste riflessioni emerge il desiderio di tornare a una normalità smarrita. Da un anno a questa parte le nostre vite sono state stravolte. Un senso diffuso di stanchezza prevale in tanti di noi. Una sensazione di smarrimento che colpisce in particolare i giovani, tra i più penalizzati da un periodo così prolungato di rinunce e sacrifici. Ma oggi, se vogliamo tornare al più presto a riprendere le abitudini abbandonate, è necessario rispettare le norme anti-Covid. Alcune situazioni verificatesi anche di recente sul nostro territorio non aiutano certamente a uscire dal tunnel. Ci riferiamo in particolare alla festa allestita abusivamente in un locale alla periferia di Pavia, con la presenza di 120 ragazzi. Ma anche certe scene di assembramento registrate negli ultimi fine settimana non sono indicative di quel senso di responsabilità auspicato più volte. In attesa che la campagna vaccinale inizi finalmente a procedere a ritmi più veloci, ognuno di noi deve fare in fondo la sua parte. Anche perché il virus (con le sue varianti) continua a circolare.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

 

 

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Dopo un anno

Agenzia SIR - Thu, 25/02/2021 - 00:45

Cosa è cambiato dopo un anno di Covid, come siamo cambiati? Cosa resta e cosa abbiamo perduto, di noi, dei nostri progetti, del nostro modo di guardare alla vita e al futuro? Dopo dodici mesi lo stesso concetto di tempo sembra aver cambiato i connotati, se pensiamo a noi un anno fa, quando i primi casi in Italia ci facevano capire che quella paura prima lontana diventava vicina, tangibile. Dietro l’angolo. E allora le prime distanze, le mascherine, il gel e i disinfettanti diventati merce rara. La paura, ma anche il rifiuto di alcuni che hanno continuato ostinatamente e irresponsabilmente a far finta di nulla. Rischiando di fare male a se stessi e agli altri. L’informazione tacciata spesso di allarmismo, che in realtà ha cercato di veicolare il messaggio più importante: non abbassare la guardia, mai! È passato un anno, siamo passati attraverso fasi diverse. Fasi diverse anche della nostra percezione della realtà, del nostro modo di vivere, o cercare di convivere con la nuova “normalità”. Che ovviamente ci sta stretta, ancor più dopo dodici mesi di sacrifici, a più livelli. Il sacrificio di stare lontano dalle persone care, pensando che ogni giorno che passiamo lontano da loro è un giorno in meno con loro. La difficoltà di poter andare avanti nelle attività che abbiamo sempre dato per scontate e che sono parte fondamentale della nostra vita: lavorare, andare a scuola, uscire a cena, fare sport, abbracciare un proprio caro. Cosa ci portiamo dentro di questo anno? Resteranno alcune immagini simbolo: i carri dei militari carichi di bare, Papa Francesco che prega in una piazza deserta, il personale medico stremato per aver lavorato incessantemente. Resterà l’immagine degli striscioni con scritto “Andrà tutto bene” che abbiamo guardato con speranza e poi anche con rabbia quando la realtà ci diceva il contrario. E poi ci sono i ricordi personali. Le persone che abbiamo perduto. Ognuno di noi ha perso qualcuno, un famigliare, un amico, un conoscente. E abbiamo sperimentato il dolore dentro al dolore, quello del non poter dire addio con una carezza, un ultimo bacio. Poi l’arrivo del vaccino, dei vaccini. Anche questo è un fotogramma che resterà nei nostri ricordi. Che deve restare. Certo non ha la potenza liberante di un “la guerra è finita”, ma ha la forza della speranza. Una speranza concreta e reale. Certo, non è ancora finita. Non lo è affatto. C’è da sperare che le vaccinazioni aumentino, e si deve fare presto. C’è lo spettro delle varianti. E poi ci sarà da ricostruire, forse da convivere con nuove regole. Papa Francesco lo ha ripetuto spesso “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Più pericoloso della pandemia c’è soltanto il non fare tesoro di ciò che ci ha insegnato, dolorosamente. Ne dobbiamo uscire cambiati. Non soltanto provati. Cambiati. E dovranno cambiare altre cose, il sistema sanitario, l’assistenza alle persone più fragili. Il nostro stesso rapporto con ciò che ci sta attorno. Senza negarci mai la speranza. Un vaccino che dobbiamo cercare di diffondere e rendere, questo sì, virale. Non è andato tutto bene in questo anno, non possiamo far finta di nulla. Ma possiamo lavorare, tutti, perché il futuro sia migliore.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

 

 

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Mustapha Milambo, il “decano” degli autisti del Nord Kivu

Agenzia SIR - Wed, 24/02/2021 - 17:01

Era conosciuto come “il decano” degli autisti perché considerato una guida e un riferimento per il team di dieci persone con cui lavorava nel Nord Kivu per il World food programme, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni (Wfp o Pam). Mustapha Milambo è l’autista congolese che ha perso la vita durante l’attacco di lunedì 22 febbraio alle due auto del Wfp sulla strada da Goma a Rutshuru, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, durante il quale hanno perso la vita l’ambasciatore italiano Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Si stavano recando in visita ad un programma di alimentazione scolastica del Wfp. L’autista Mustapha Milambo è stato ucciso all’istante, gli altri sei passeggeri sono stati poi costretti con le armi ad entrare nella foresta circostante dove si è verificato uno scontro a fuoco, nel quale hanno perso la vita i due italiani. Gli altri quattro componenti del gruppo, tutti del Wfp, sono salvi e al sicuro.

In memoria di Milambo il Wfp ha proclamato oggi un giorno di lutto e le bandiere di tutte le sue sedi nel mondo sono esposte a mezz’asta.

“Piangiamo la tragica morte di Mustapha durante il servizio – dicono al Wfp – e non dimenticheremo mai il suo sacrificio”.

Lascia una famiglia numerosa. Mustapha Milambo, nato a Goma, sposato nel ’90, con figli e una famiglia numerosa, lavorava per il Wfp dal 2005. All’inizio come autista nell’ufficio di Beni. Dopo la chiusura è stato trasferito nell’ufficio di Goma, sempre nel Nord Kivu, che conta uno staff di almeno 150 operatori, sui 600 presenti in tutta la Repubblica democratica del Congo. Dal suo profilo social si capisce che era musulmano, una laurea a Kinshasa, quindi il lavoro al Wfp. Nei suoi post prendeva apertamente le distanze dal fondamentalismo islamico e condannava con decisione la violenza dei gruppi armati.

Il ricordo dei colleghi: “Sempre pronto ad aiutare gli altri”. “Mustapha era parte di questa famiglia – così lo ricordano al Wfp, che ha sede a Roma -. I suoi amici e colleghi sono profondamente scioccati dalla notizia della sua morte. Era una persona gentile e disponibile, sempre pronta ad aiutare gli altri”. Mustapha, proseguono,

“amava il suo lavoro ed era completamente dedito alla missione di salvare vite umane”

nel suo Paese, che continua a soffrire per le conseguenze del conflitto interno, la povertà, la fame e la malnutrizione.

Il Paese con più persone al mondo che soffrono la fame. Nella R.D. Congo almeno

19,6 milioni di persone vivono in uno stato di forte insicurezza alimentare.

Oltre 5,8 milioni di bambini e donne soffrono di malnutrizione acuta. Questi dati attribuiscono al Paese africano il triste primato della più estesa emergenza alimentare nel mondo in termini di numeri assoluti.

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Brescia zona arancione rafforzata. Mons. Tremolada: “Siamo stanchi ma fieri, la difesa della salute è il primo dovere”

Agenzia SIR - Wed, 24/02/2021 - 15:06

“È stato un tempo di grande sofferenza, in cui sono emerse le qualità di una città che si è dimostrata capace di affrontare l’emergenza. Ma in questo momento siamo stanchi e logorati. Ed è difficile resistere per il tempo che sarà necessario”. Mons. Pierantonio Tremolada risponde provato all’indomani dell’ordinanza della Regione Lombardia che inserisce la provincia di Brescia e alcuni comuni delle province di Bergamo e Cremona in una “zona arancione rafforzata” che prevede, oltre alle normali misure della zona arancione, anche la chiusura delle scuole d’infanzia, elementari e medie, il divieto di recarsi nelle seconde case, l’utilizzo dello smart working e la chiusura della attività in presenze.

Come ha accolto queste nuove restrizioni?

La difesa della salute è il primo dovere di coscienza. Prendere queste decisioni non è semplice, perché bisogna tenere conto delle conseguenze. Ma quando la situazione diventa critica, non vedo altre strade. Anche se ciò provoca ulteriori fatiche e sacrifici per tutti. Nella prima ondata abbiamo sofferto e abbiamo ancora vivo il ricordo dei nostri morti. Ora il rapporto tra contagi e decessi fortunatamente è inferiore, forse a causa della variante inglese, ma non possiamo farci trovare impreparati.

La macchina organizzativa non si è fatta trovare pronta di fronte a questa nuova ondata?

La guardia non è mai stata abbassata, né ci sono stati limiti nell’organizzazione.

Le istituzioni sono state attente. Credo piuttosto che il bisogno di normalità delle persone, benché ridotto ai minimi termini, abbia contribuito alla ripresa dei contagi.

Si è voluta anticipare la normale forma di vita, e per certi versi è comprensibile.

(Foto ANSA/SIR)

Di fronte alle tante scene di assembramenti cui si assiste quotidianamente in tutta Italia, c’è una responsabilità dei cittadini nei comportamenti per ridurre il rischio di contagio?

Dobbiamo incrementare il senso di responsabilità. Il primo controllo non è a livello delle forze dell’ordine, ma di ciascuno di noi. Va esercitato nel vissuto quotidiano: siamo noi cittadini che dobbiamo reciprocamente esercitare un controllo a partire dal senso di responsabilità. Se nella piazza vedo che ci sono persone che non osservano le regole, è opportuno che intervenga senza attendere un rappresentante della legge.

Rispettiamo le regole, perché ci salvano tutti.

Il mio comportamento ha conseguenze sugli altri. Non è questione di sensibilità, ma di coscienza.

Vuole fare un appello ai giovani?

Capiamo bene il bisogno di incontrarsi dei giovani, che sono quelli che fanno più fatica insieme agli anziani. Ma occorre avere pazienza, nel senso nobile del termine che richiama la capacità di resistere. Arriviamo stanchi, come gli ultimi chilometri della maratona. Le forze sono poche per tutti, le energie sono state spese e il desiderio di tornare alla normalità è tanto. Ma la responsabilità dei giovani deve essere più forte: devono rendersi conto che il sacrificio che gli è richiesto è di fondamentale importanza per difendere la salute di tutti.

(Foto ANSA/SIR)

È passato un anno dall’inizio dell’epidemia. Come è cambiata la città?

Brescia è la leonessa d’Italia. E lo ha dimostrato anche in questa circostanza: la nostra è gente fiera che sa affrontare le situazioni, non si lamenta facilmente, si spende senza dover ricevere applausi. La nostra gente ha un forte senso del dovere e lo vediamo ogni giorno. La raccolta fondi #aiutiaAMObrescia ha raccolto 18 milioni di euro in poco tempo. È un segno della solidarietà della città. Tante persone sono generose non soltanto dal punto di visto economico, ma anche di tempo e di energie. La città e la provincia hanno dato un bell’esempio di cooperazione, anche istituzionale.

La Chiesa bresciana è stata da subito in prima fila per affrontare l’emergenza sanitaria. E oggi?

Vogliamo essere vicini alle persone. Lo abbiamo fatto fin dall’inizio. Ho visitato tutti i nostri ospedali durante la prima ondata, ho incontrato il personale. Volevo manifestare la vicinanza della Chiesa, per dare sostegno ma anche per ringraziare. Ci siamo sentiti profondamente uniti.

Non abbiamo fatto mancare il necessario a chi da sempre è in difficoltà, garantendo i servizi ai più poveri. Siamo stati vicini alle famiglie e ai ragazzi. Abbiamo sperimentato i nuovi mezzi di comunicazione e, in particolare, i social media per sentirci comunità anche quando non potevamo riunirci in presenza.

Recentemente sono stato a fare visita alle realtà lavorative in grande sofferenza. Mi interrogo ogni giorno per trovare la strada migliore per alleviare la fatica del popolo che mi è affidato nel tempo che viviamo.

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Svezia, cresce l'intolleranza verso i cristiani

Evangelici.net - Wed, 24/02/2021 - 14:18
Negli ultimi anni in Svezia si è evidenziato un serio problema di intolleranza verso i cristiani: in sei anni si sono contati 829 atti criminosi contro persone e, soprattutto, luoghi di culto. Gli ultimi due episodi, a metà febbraio, hanno riguardato la chiesa di Spånga, a nord di Stoccolma: il tempio, che risale al XIII secolo, è stato preso di mira con tre bottiglie molotov;...
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Attacco in R. D. Congo. Don Galloni: “Luca Attanasio era una persona speciale, dal grande cuore”

Agenzia SIR - Wed, 24/02/2021 - 13:46

“Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato non lo è in Congo dove purtroppo ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il ruolo dell’ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani ma anche contribuire per il raggiungimento della pace”. Per Luca Attanasio il ruolo di ambasciatore non era un semplice lavoro, ma quasi una vocazione, una dedizione alle persone più povere della Terra, in uno dei territori più pericolosi del mondo.
Una vocazione che ne ha incontrata un’altra, quella di don Matteo Galloni, fondatore della onlus Amore e Libertà, con sede a Impruneta, vicino a Firenze, ma con il cuore in Congo.
La Missione congolese dell’associazione è nata nel 1997, a Masina III, nell’estrema periferia di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. L’anno successivo, per fronteggiare il problema dell’analfabetismo, la comunità ha fondato l’Ecolé de la Liberté: una scuola che oggi conta 900 studenti e che segue i giovani dalla materna fino alla maturità. Nel 2009 Amore e Libertà ha inaugurato a Kimpoko la sua seconda sede, che offre accoglienza e formazione per ragazzi e giovani adulti.

“Luca Attanasio era una persona speciale”, ricorda don Galloni.

“In qualità di ambasciatore, venne a visitare la nostra missione a Kinshasa, la cui parrocchia conta 74mila persone. In seguito siamo diventati amici e Attanasio si dimostrò da subito molto interessato al lavoro che facevamo con bambini e ragazzi. Rimase molto colpito dalla nostra accoglienza riservata ai bambini orfani, che vivevano con noi e venivano educati come figli. Bambini che, grazie alla nostra guida e al loro impegno, hanno studiato e sono diventati professionisti affermati: dottori, avvocati, economisti. Il suo legame era talmente forte – continua – che tornò spesso da noi a Kinshasa, insieme alla moglie e alle figlie; non solo in occasioni particolari come le premiazioni di eventi culturali o di giochi sportivi, ma anche semplicemente per svolgere volontariato durante la domenica. Non era semplicemente una persona molto in gamba, era un uomo dal grande cuore. Quando è stato assalito, era impegnato in una missione umanitaria: infatti, il mezzo era carico di cibo e medicinali. Non era uno che si limitava a seguire l’orario di lavoro”.

Con la moglie Zakia Seddiki, inoltre, aveva fondato un’associazione, Mama Sofia, che aiuta mamme e bambini in Congo, e ha combattuto numerose battaglie in aiuto ai più vulnerabili, ricevendo lo scorso ottobre il Premio internazionale Nassiriya per la pace.
Per Amore e Libertà non era soltanto “l’ambasciatore italiano”, ma un amico, uno di famiglia: “Le sue figlie giocavano con i nostri bambini – conclude don Galloni – e, quando è venuto da me, ha preso in adozione a distanza uno dei bimbi”.

“Padre Matteo e la comunità – aveva affermato Attanasio, in uno dei suoi incontri con la Missione Amore e Libertà a Kinshasa – stanno facendo qualcosa di prezioso e importante: in una zona poverissima della società, offrono ai giovani percorsi di formazione e quindi la possibilità di un futuro migliore”.

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Msgr. Crociata (COMECE): “The European Union must not lose sight of its global responsibility”

Agenzia SIR - Wed, 24/02/2021 - 10:07

Transparency in the procurement and distribution of vaccines in all EU countries, in the higher interest of the population as a whole, without class distinctions or exclusions; showing consideration for the weakest members of society and the poorest world countries, Africa in particular. “There is a global responsibility that cannot be ignored”, write the EU bishops and Caritas Europe in a joint statement to the European Union in the current challenging vaccination stage. Msgr. Mariano Crociata, bishop of Latina and Vice-President of the Commission of the Bishops’ Conferences of the European Community ( COMECE), commented to SIR: “COVID-19 vaccines are a dramatically topical issue of our present time, in light of the need to overcome the pandemic. This awareness calls for the adoption of an open approach, marked by cooperation between all those willing to share their knowledge and ideals.” COMECE and Caritas Europe call on the European Union to promote large-scale vaccinations not only for the safety and protection of Europe, but also for global public health understood as a common public good, for the benefit also and especially of people living in the world’s poorest nations. “Ensuring vaccine access for all”, reads the statement, “is a global moral urgency.” Bishop Crociata explained: “In an effort to fulfil its institutional role, COMECE has long felt the importance of expanding the horizons of its collaboration initiatives.

Caritas Europe’s mission is to devote special care to the weakest members of the European population, with the goal of creating a fairer society, which is something we value deeply.”

Citizens often feel excluded from major deals, even more so when they are negotiated by EU institutions and large pharmaceutical companies. As representatives of the Catholic Church in Europe, what are your requests?

As highlighted in the joint statement, the EU bishops and Caritas Europe call for utmost vigilance to ensure that in this delicate phase of vaccine distribution no disruptive elements may arise in the relationship between pharmaceutical companies and health institutions, and between health agencies and the population at large. Besides having confidence in the European authorities concerned, the huge amount of news, sometimes distorted, disseminated to the public opinion, can understandably fuel unjustified or overblown suspicions.

Vaccine procurement and distribution must be transparent in all EU countries. In this process, careful consideration must be paid to the interests of all, avoiding class distinctions and exclusions, with due concern for the weakest members of society.

 To what extent could the world be even more divided into rich and poor countries after the pandemic? Do you refer to “vaccine nationalism” in your statement? What is it? Is it still conceivable to save oneself alone?

There is a strong tendency to let oneself be influenced by misconceived national interests in the procurement and distribution of vaccines, and there were some early indications of concern. The present stage is the most sensitive one, as the vaccination campaigns have not yet been completed. This means that different forms of interference could leave some people behind. The vaccine issue extends beyond technical and medical aspects, since it has become a purely political question. Once again, in the face of this challenge, the European Union is being called to show that it can live up to its historic mission, which sees countries united and in agreement in confronting a common enemy.

This mission involves not forgetting poor or developing countries, especially in Africa, which the EU cannot ignore or isolate itself from. There is a global obligation that cannot be disregarded.

2021 is the year of the vaccine, yet there are many uncertainties. There are various types of vaccines. Variants are increasing. The efficacy of the current vaccines is unknown. Leaving aside scientific explanations, what attitude should we adopt in the face of uncertainties and challenges?

Underlying vigilant confidence in EU institutions and the scientific community is necessary. It is important to be vigilant given manifold potential pitfalls. However, this trust must not be broken, combined with sound judgement and a positive, constructive attitude. Anything will do, except causing or fuelling panic. Rather, in order to live up to its historical and geopolitical role, the European Union should not lose sight of its global mandate. Through direct intervention with the distribution of the vaccine, and acting as a mediator through diplomatic action, the European Union is responsible for the destiny of the weakest populations affected by the pandemic.  The richest and most developed countries have the opportunity to engage in a successful battle against the virus across the globe.

Indeed, in a globalised world, if the pandemic is not eradicated throughout, everyone will somehow continue being exposed to this threat. A European conscience worthy of its historical responsibility is at stake.

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