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Casa della storia europea, un altro modo per conoscere il passato e interrogare il futuro

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 15:05

Il “mito” Europa, le antiche civiltà del continente, le grandi fasi della storia, le scoperte scientifiche, il pensiero filosofico, le religioni, le rivoluzioni. E poi le tradizioni popolari, il lavoro, l’industria e gli altri settori economici, le famiglie, la cultura, le mode, lo sport… Fino alle guerre mondiali e all’avvio del processo di integrazione comunitaria.
A Bruxelles, nel cuore del quartiere europeo, è possibile visitare la Casa della storia europea; i visitatori sono accompagnati in un viaggio – affascinante, multimediale, divertente e interessante – che parte dal passato per interrogare gli europei sul futuro comune. Non manca, ovviamente, la parte dedicata alle istituzioni Ue, spiegate con linguaggio e immagini semplici e chiare.
L’ingresso è gratuito. La visita può durare da un’ora a un paio d’ore, ben spese. L’esposizione è disponibile in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Unione europea.

Sono disponibili anche visite su misura per le scuole, le famiglie e i gruppi.

La Casa della storia europea è situata nel Parco Léopold. L’edificio è stato restaurato rispettando lo stile originale del 1930, quando ospitava una clinica dentistica per bambini svantaggiati.
In questo video, Sir porta i lettori all’interno della Casa della storia.
Tutte le informazioni sono su http://www.europarl.europa.eu/visiting/it/bruxelles/casa-della-storia-europea.

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Sanità. Policlinico Gemelli: la persona al centro fra traguardi raggiunti e progetti per il futuro

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 14:56

Il presente e il futuro. La Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma si racconta nelle 80 pagine del Bilancio di missione 2018 presentato oggi presso l’Aula Brasca del nosocomio, riassume i traguardi messi a segno in ricerca e assistenza clinica e lancia nuovi progetti: un nuovo edificio per la cura e la ricerca, un nuovo hub ambulatoriale e il primo punto ambulatoriale esterno. Intanto ha preso il via il Comprehensive Cancer Center, nuova realtà di ricerca e cura per i malati di tumore, sede di una strutturata ricerca sul cancro coniugata con un portfolio integrato di servizi e prestazioni che abbracciano tutto il percorso clinico-assistenziale del paziente. Obiettivo, offrire un’assistenza sempre più efficace e personalizzata, finalizzata ad accompagnare e prendere per mano il malato di tumore in tutte le fasi del suo percorso diagnostico, terapeutico e riabilitativo.

Con un unico denominatore comune: la centralità della persona.

Membro di Alleanza contro il cancro, network di cui fanno parte tutti gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico nazionali dedicati al trattamento e alla ricerca contro i tumori, il Gemelli è uno dei principali centri oncologici italiani. Circa 50mila i pazienti oncologici curati ogni anno, oltre 22mila ricoveri, oltre 1 milione di prestazioni ambulatoriali, 12.600 interventi di chirurgia oncologica, più di 26mila chemioterapie, 35mila sedute di radioterapia.

Traguardi raggiunti. Nel febbraio 2018, dopo un percorso avviato nel 2015, arriva un importante riconoscimento da parte del ministero della Salute: il Gemelli diventa Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) per le discipline “Medicina personalizzata” e “Biotecnologie innovative”. Nel frattempo vede la creazione del Pronto soccorso pediatrico e del Gemelli Art (Advanced Radiation Therapy), Centro di radioterapia oncologica avanzata con tecnologie e apparecchiature uniche in Europa. “La complessità del contesto nel quale la Fondazione opera – afferma il presidente Giovanni Raimondi – rende purtroppo particolarmente gravoso garantire il pieno raggiungimento della nostra missione, che è quella di prestare buone cure a tutti. Pur soffrendo di un contingentamento di risorse dettato dalla sua formale natura di soggetto privato, l’impegno di tutti sopperisce a questa penalizzazione che ancora più ci sprona a ricercare il massimo dell’efficienza e della sostenibilità; non per perseguire mire aziendalistiche, ma proprio per garantire la continuità della nostra opera e del nostro servizio”.

Con 8 dipartimenti clinici e di ricerca, 241 unità assistenziali, 1526 posti letto, 400 trapianti effettuati in un anno, 94.919 pazienti dimessi, 82.076 accessi al pronto soccorso, 4110 nati nel 2018, 10.514.533 prestazioni ambulatoriali, il Gemelli è il secondo ospedale italiano per dimensioni. Un fiore all’occhiello è anche la ricerca: 485 i progetti – di cui 194 nuovi e finanziati da soggetti esterni per un importo pari a oltre 14 milioni di euro – e 91 le sperimentazioni cliniche attivate (con un fatturato di 6,5 milioni di euro) per un totale di oltre 20 milioni di euro. Avviati, nel corso del 2018, 10 progetti di ricerca finalizzata finanziata dal ministero della Salute per un totale di 2.102.000 euro. E tra i vincitori del finanziamento,

6 progetti hanno come principal investigator un giovane ricercatore.

Tra le principali linee di ricerca le malattie croniche complesse, l’innovazione nelle tecnologie sanitarie, la salute della donna e del bambino, le biotecnologie innovative.

In cantiere. Entro il 2019 aprirà le porte al pubblico il primo punto ambulatoriale “esterno” di I livello, dedicato ad attività sanitarie diagnostiche. Una struttura di circa 500 metri quadrati a San Basilio, zona popolare della capitale ad alta intensità abitativa. Ma il 2018 ha inoltre visto l’incubazione di due grandi progetti. Anzitutto il nuovo edificio per attività sanitarie, universitarie e di ricerca di cui nel 2020 avverrà la posa della prima pietra. Un’opera importante – quasi 30mila metri quadrati – che risponde a una logica di integrazione tra ricerca, formazione e assistenza secondo un modello organizzativo centrato sul paziente. L’edificio ospiterà spazi ambulatoriali, Day hospital e degenze per 170/200 posti letto. Prevista anche una nuova area universitaria con l’unificazione e la riorganizzazione di alcuni laboratori e nuovi spazi per i dipartimenti. Il secondo grande progetto in cantiere riguarda la realizzazione di un nuovo hub ambulatoriale presso l’attuale Residenza sanitaria di ospitalità protetta nel campus del Gemelli. L’intervento – oltre 2.500 metri quadrati – prevede un’area di accoglienza e 38 ambulatori, un’area radiologica (Rm e Tc) e una sezione radiologica con mammografo ed ecografi.

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La sfida della religiosità fai da te

Evangelici.net - Thu, 23/05/2019 - 10:17
La Stampa dedica una doppia pagina a quella che viene definita "la sfida dei guru al papa", lanciata dai «circa 200 veggenti e guaritori - o sedicenti tali - cattolici e cristiani, a cui ogni anno si rivolgono 60mila italiani, secondo le stime del Cesnur». Si tratta di personaggi carismatici - alcuni scomunicati e altri sul filo del rasoio, ma quasi tutti organizzati con tanto di struttura...
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Elezioni europee. Majamaa (European Youth Forum), “più voce e spazio ai giovani nell’Ue”

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 09:44

“I giovani sono enormemente sottorappresentati nelle istituzioni pubbliche. Meno del 2% degli eurodeputati era sotto i 30 anni, quando il Parlamento si è insediato nel 2014. Quindi c’è una discrepanza tra questo gruppo sociale e le persone che lo rappresentano; il divario emerge anche nell’agenda politica dell’Europa”. Parla Ville Majamaa, 26 anni, vicepresidente dell’European Youth Forum (Eyf) , piattaforma cui appartengono oggi 105 organizzazioni giovanili – consigli nazionali della gioventù e organizzazioni giovanili internazionali di varia ispirazione (studentesche, sociali, politiche, confessionali…) – vale a dire intorno ai 40 milioni di giovani. “Il nostro scopo è fare in modo che si senta la voce dei giovani nei processi decisionali della politica a livello europeo”, spiega Ville, che è nato in Finlandia, ha studiato in Gran Bretagna, ha vissuto a Mosca e ora fa un master a Bruxelles. Ville dai modi gentili, porta con sé anche l’esperienza di oltre dieci anni di attivismo tra Scout, Croce rossa internazionale e non solo.

Come avete seguito la campagna elettorale?
Le politiche giovanili in quanto tali non sono una competenza della politica europea, ma molte decisioni politiche hanno ricadute sui giovani: dal clima all’occupazione… qualsiasi cosa. Noi ci siamo messi in contatto con i partiti politici a livello europeo e abbiamo incontrato gli “spitzenkandidaten” per costringerli almeno per un giorno a confrontarsi con i temi che riguardano e interessano i giovani. Abbiamo poi creato sul nostro sito uno strumento che aiuta a confrontare i programmi politici dei diversi partiti su temi specifici. E poi abbiamo cercato di raggiungere i giovani a livello locale con il nostro camper tutto colorato: in dieci diverse città d’Europa abbiamo vissuto eventi con le organizzazioni locali, cercando di coinvolgere i candidati più giovani. Qui a Bruxelles poi abbiamo vissuto lo YoFest! a fine aprile, in cui almeno per un giorno i giovani hanno “occupato” lo spazio di fronte al Parlamento.

Nel confronto voi che cosa avete chiesto?
Già nel novembre scorso avevamo approvato in assemblea un documento contenente dieci richieste per il futuro dell’Europa, a partire dallo sviluppo sostenibile all’occupazione, visto che 11 anni dopo la crisi i giovani combattono per trovare lavori di qualità; impegni per la lotta all’esclusione sociale alla povertà, considerato che i giovani sono il gruppo più a rischio. Per ogni sfida abbiamo elaborato un paio di proposte concrete.

Ci sono tanti giovani “naturalmente europei” oggi, per le esperienze di studio e di lavoro che vivono o hanno alle spalle, ma ci sono anche tanti giovani lontani dall’Europa: come li intercettate?
Abbiamo visto che è più facile raggiungere i gruppi “marginali” di giovani attraverso i loro coetanei. Sono gruppi che spesso non sono organizzati come noi siamo abituati a vedere, ma non significa che non siano collegati tra di loro, non abbiano una comunità di appartenenza. Raggiungerla richiede un po’ più di creatività e flessibilità da parte nostra. È molto importante cercare punti di ingresso per incontrarli, come noi abbiamo fatto attraverso alcune delle nostre organizzazioni che esistono proprio per tenere insieme questi gruppi di giovani in minoranza o svantaggiati. Però è ovvio che sono una sfida e uno sforzo che non finiscono mai…

Vi sentiti presi sul serio dalle istituzioni europee?
Con la Commissione e il Parlamento qui a Bruxelles è più semplice. Su alcuni temi, come istruzione, volontariato, occupazione, è quasi scontato che noi siamo “portatori di interessi”ed è naturale che la Commissione ci cerchi (ad esempio nel caso della ridefinizione della “strategia giovani”). In altri ambiti, è molto più recente il coinvolgimento (salvaguardia del creato); in altri ancora (come la pace, la sicurezza) generalmente non siamo coinvolti.

Il tanto parlare di giovani nel discorso politico è retorico o reale?
Se guardiamo alla vicenda della definizione del piano finanziario pluriennale, in cui c’è la tendenza a tagliare a motivo del Brexit, la Commissione e gli Stati membri hanno più volte detto di non voler far tagli sui giovani. La Commissione ha proposto di raddoppiare i fondi per l’Erasmus, il Parlamento ha addirittura chiesto di triplicarli. Ora però dobbiamo vedere che cosa dirà il Consiglio, gli Stati membri. In altri casi però continuiamo a essere inscatolati in ambiti politici molto ristretti e ogni volta che cerchiamo di uscirne veniamo un po’ rimbrottati: politiche di coesione, agricoltura, è qui che ci sono tanti soldi e le grandi partite e qui non siamo sempre accolti a braccia aperte.

Quanto vi è vicina la deriva populista?
Per noi è un tema di dibattito generale e ci confrontiamo con argomenti o decisioni populistiche come secondo noi è l’iniziativa DiscoverEu: quando si tratta di investire nei giovani bisognerebbe essere un po’ più attenti e non venir fuori qualche mese prima delle elezioni distribuendo soldi a questa generazione sperando così di portarli al voto. A noi è sembrata una mossa elettorale più che una volontà genuina di affrontare i bisogni delle giovani generazioni. Anche perché una volta ottenuto il biglietto del treno gratis, non tutti i giovani possono comunque permettersi di pagare vitto e alloggio là dove vanno. Un po’ semplicistica è anche l’idea che facendo viaggiare i giovani per l’Europa questo basti a farli sentire più europei: noi preferiremmo un investimento nella mobilità dei giovani che crei un legame là dove vanno, ad esempio partecipando a brevi progetti di volontariato locale. Questo creerebbe quei legami personali, ricordi e concretezza all’idea di essere europei. A livello giovanile non esiste un movimento paneuropeo populista, è più un fenomeno nazionale. Come giovane però mi preoccupa il futuro del progetto europeo, preso di mira dai populisti. Provengo da un piccolo Stato membro, la Finlandia: a livello globale nessuno ne avrebbe mai sentito parlare se non fosse un Paese dell’Ue. Siamo al tavolo delle discussioni globali solo a motivo dell’integrazione: su tanti temi, dal clima, al commercio, all’esplorazione nello spazio, dobbiamo lavorare come entità europea.

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European elections. Majamaa (European Youth Foundation), “give greater voice and room to young people in the EU”

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 09:44

“Young people are disproportionately under-represented in public institutions. Less than 2% of MEPs were under 30 when Parliament took office in 2014. This figure signals a discrepancy between this societal group and those who represent it: the gap is also evident in Europe’s political agenda”, declared Ville Majamaa, 26, Vice-President of the European Youth Forum (Eyf) , a platform that brings together 105 youth organizations – national youth councils and  international youth organizations of different nature   – of students, social, political, confessional etc…) – namely, approximately 40 million young people. “Our aim is to ensure that young people’s voices are heard in political decision-making at European level,” said Ville, who was born in Finland, studied in Great Britain, lived in Moscow and is now pursuing a Master’s Degree in Brussels. Ville has over a decade’s experience of activism in the Scouts and the International Red Cross, inter alia.

How did you follow the election campaign?
Youth policies per se are not a prerogative of European policies, but many political decisions have an impact on young people: from climate to employment … you name it. We contacted political parties at European level and met with the “spitzenkandidaten”, so that for at least for one day they would discuss issues and themes that affect and involve young people. We created a tool on our website that helps to compare the political programmes of different parties on specific topics.  We then tried to reach out to young people at local level with our coloured camper: we promoted events with local organizations in cities across Europe, trying to involve young candidates. We held the YoFest! in Brussels at the end of April, when for one day young people had the chance to “occupy” the area outside the European Parliament.

Which requests did you put forward during the meetings?
We adopted a document in our plenary last November with ten requests for the future of Europe, from sustainable development to employment, given that, 11 years after the crisis, young people are struggling to find quality jobs; commitments to combat social exclusion and poverty, also in the light of the fact that young people are the group most at risk. For each challenge, we drew up a couple of concrete proposals.

Many young people are “naturally European” today, owing to past or present study or working experiences, but there also many young people that are distant from Europe: how do you reach out to them?
We noted that it’s easier to reach out to “marginal” groups of youths through their peers. In many cases these groups are not as organized as we are used to see, but this does not mean that they are not connected to each other, or that they don’t identify with a given community. Reaching out requires a greater effort on our part, in terms of creativity and flexibility. It’s very important to identify ways to connect, as we have done through some of our organizations whose purpose is to keep together these minority or disadvantaged groups of young people. But obviously they constitute a challenge that entails constant efforts…

Do you feel that European institutions are taking you seriously?

With the Commission and Parliament here in Brussels it is easier. On some issues, such as education, volunteering, employment, it is assumed that we are ‘stakeholders’ and it is natural for the Commission to involve us (for example in the case of the redefinition of the ‘youth strategy’). But in other areas, (environmental protection) involvement is much more recent; while there are certain areas in which we are generally not involved (such as peace and security).

Is the frequent mention of young people in political discourse rhetorical or authentic?
If we look at the definition of the multiannual financial framework, marked by a tendency to make cuts because of Brexit, the Commission and the Member States have repeatedly declared that they would not make cuts affecting young people. Commission proposed to double Erasmus funding, and Parliament requested a three-fold increase. Now we will have to see what the Council, the Member States, will say. In other cases, however, we continue being confined to very restricted policy areas and every time we try to emerge we are somewhat reprimanded: cohesion policies, agriculture, are areas that involve large amounts of money and major challenges, and here we are not always welcomed with open arms.

How impending is the populist drift?
For us it’s an issue of general debates and we discuss populist claims or decisions. One such example is the initiative DiscoverEu: it is necessary to be more cautious when it comes to investing on young people and not decide to distribute funds to the young generation a few months ahead of the vote – hoping that in this way they will go to polls. We saw it more as an electoral move than a genuine desire to address the needs of the younger generations. Moreover, even if young people  obtain a free train ticket they still have to pay for board and lodging, which many cannot afford.

Also the idea that making young people travel around Europe is enough to make them feel more European is somewhat simplistic.  We would prefer an investment in the mobility of young people in order to foster relations on the ground, for example by participating in short-term volunteering projects at local level. This would create personal bonds along with the concrete experience of being Europeans. There is no youth pan-European populist movement, it is rather a national phenomenon. But what worries me as a young person is the future of the European project, targeted by populist groups. I come from Finland, a small member Country: nobody would have heard about it at global level had it not been an EU Member Country. We are included in global debates only as a result of EU integration: major issues – ranging from climate to trade, to space exploration – must be addressed as a European body.

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Elezioni europee. Poquillon (Comece): il cristianesimo non è una cultura, è una identità

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 09:39

Ridare “un volto” all’Europa e impegnarsi a “costruire insieme, pezzo per pezzo, il nostro destino comune con politiche che abbiano al centro la persona umana”. E’ questo l’augurio che fr. Olivier Poquillon, o.p., segretario generale della Comece (la Commissione degli episcopati dell’Unione europea) rivolge a tutti i candidati alle elezioni 2019.  Ci siamo. Da oggi fino al 26 maggio, in 28 Stati membri dell’Unione europea si andrà alle urne per ridisegnarne il volto istituzionale: anzitutto il Parlamento europeo, nei prossimi mesi Commissione, presidente del Consiglio e della Banca centrale. Un appuntamento cruciale per il futuro dell’Europa. Se le date delle elezioni sono diverse da Paese a Paese, tutti inizieranno lo spoglio dei voti alle 23 del 26 maggio, in modo da rendere lo scrutinio una procedura simultanea in tutta l’Unione. “Siamo a una svolta della nostra storia”, dice fr. Poquillon, che da Bruxelles seguirà l’andamento delle elezioni. Alla vigilia di questo importante appuntamento, lancia – parlando al Sir – un augurio: “possiamo prendere oggi decisioni coraggiose per domani. Avremo in futuro sicuramente dei periodi difficili da vivere. Ciò che speriamo è che queste elezioni possano costituire un Parlamento formato da uomini e donne scelti non per assicurare la vittoria di una parte rispetto ad un’altra ma per lavorare insieme alla ricostruzione dei legami sociali tra tutte le componenti della nostra società europea e costruire il bene comune”.

Padre Poquillon, l’Europa sta fronteggiando l’avanzata di sovranisti, populisti ed euroscettici. Come riconquistare nella gente la passione dei Padri fondatori dell’Europa?
E’ un sentimento largamente condiviso. L’Unione europea è avvertita come una istituzione lontana, sconnessa dalla vita delle persone. Si sente spesso dire: “Bruxelles decide al posto nostro”. La Chiesa ha un ruolo da svolgere, cercando di favorire un discernimento che non si fonda solamente sul sentimento ma anche sulla realtà. E noi vediamo che anche se la realtà è molto diversa, tra Nord e Sud, Est e Ovest, in questi anni sono stati raggiunti progressi importanti di cui hanno tratto beneficio tutti e ovunque. Non mi riferisco solo alla pace e alla sicurezza ottenuti grazie al progetto europeo, ma anche alla possibilità di partecipare alla presa di decisioni comuni.

Bisogna allora fare uno sforzo, perché gli europei possano riappropriarsi del loro destino.

Spesso si dice che la colpa di ciò che non va a livello nazionale è dell’Europa.
Sì, è vero. Oggi siamo globalmente poco informati sulla condivisione delle responsabilità. Tutti i governi, senza eccezione, accusano Bruxelles per ciò che non va e si felicitano per ciò che va bene. Ora, le decisioni del Consiglio sono prese fondamentalmente all’unanimità ed eccezionalmente per maggioranza qualificata. Significa che non ci sono decisioni che vengono prese senza che ciascun Paese non sia stato d’accordo e non abbia partecipato al processo decisionale. Anche quando una decisione viene presa per maggioranza qualificata, sono gli Stati membri che decidono il provvedimento che si vuole porre alla maggioranza qualificata. Con questo voglio dire che niente è imposto agli Stati e nessuna Nazione è stata obbligata a far parte dell’Unione europea. Tutti hanno partecipato alla costruzione dell’Unione di oggi. Vale la pena ricordare che l’Unione europea non è un’organizzazione internazionale, ma l’esercizio congiunto di una parte della sovranità nazionale.

Cosa chiedete ai politici?
Papa Francesco ricorda che la politica è bella e buona quando si mette al servizio delle persone, cioè quando non è potere ma impegno per il bene comune. Dopo le elezioni avremo una maggioranza e delle minoranze, ma tutti saranno chiamati a vivere e lavorare insieme per il bene comune. E’ questo che chiediamo ai politici: un lavoro collettivo per politiche che abbiano al centro la persona umana.

Lei ha parlato di bene comune, qual è il volto oggi del bene comune per l’Europa?
La risposta è nella domanda. E’ importante ritrovare un volto. Il problema di cui soffre l’Unione, è che è stata spersonalizzata. Gli emblemi delle nostre principali istituzioni sono gli edifici che le abitano: la Commissione, il Consiglio, il Parlamento. Ma l’Unione europea non è un insieme di edifici né una struttura amministrativa.

L’Unione è innanzitutto il mosaico di popoli che la compongono e che si impegnano insieme nel governo del loro destino comune.

Il nostro destino è comune, che lo si voglia o meno. La vera domanda allora è: che cosa vogliamo fare insieme? È come in un matrimonio: non è più sufficiente stare bene insieme per avere un progetto futuro. Un matrimonio costruito sulla roccia non è fine a se stesso, ma si apre all’altro e si fonda su un progetto comune. Ci possono essere delle diversità, ma come accade in una famiglia, tutti sono impegnati a costruire insieme, pezzo per pezzo, il destino comune. Invece di subirlo, lo si sceglie e lo si costruisce insieme. È questo il progetto europeo.

Per cercare i voti dei cattolici, i politici, in Italia, hanno utilizzato simboli religiosi. Cosa significa per l’Europa essere cristiana?
Nella tradizione cattolica, ciò che è cristiano non è la terra, ma il popolo. E il popolo può dirsi di Dio se si comporta come Corpo di Cristo. È attraverso i suoi comportamenti che il popolo può dirsi cristiano o no. Il Vangelo lo dice: l’albero si giudica dai suoi frutti. Il cristianesimo non è una cultura ma un’identità. Siamo quindi capaci di guardare all’Europa con lo sguardo di Cristo? Di agire come Lui per i più deboli, di andare a toccare l’intoccabile, di dialogare con il nemico?

Guardiamoci dai falsi profeti, da chi utilizza i simboli cristiani per dire il contrario di Cristo.

Giudichiamo l’albero dei suoi frutti. Non è opponendosi agli altri che si costruire l’Europa cristiana, ma convertendoci e diventando cristiani nell’azione sociale, economica, politica, in tutti gli aspetti della nostra vita, come persone e come comunità, in privato e in pubblico.

 

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European elections. Poquillon (COMECE): Christianity is not a culture. It’s an identity

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 09:39

To restore Europe’s  “face” and commit to “building together, step by step, our common destiny, with policies that focus on the human person”. It’s the message of Fr Olivier Poquillon, O.P., Secretary General of COMECE (the Commission of Bishops’ Conferences of the European Union) to all candidates running in the 2019 elections. As from today until 26 May, 28 Member States of the European Union will go to the polls to redefine its institutional face: first and foremost the European Parliament, in the coming months the Commission, President of the Council and President of the Central Bank. It’s a crucial event for the future of Europe. Although the dates of the elections differ from country to country, vote counting will begin at 11 p.m. on 26 May in all Member States, so as to make the process simultaneous throughout the Union. “We are facing a turning point in our history”, said Fr. Poquillon, who will be following the elections from Brussels. Speaking to SIR on the eve of this important event he expressed a special wish: “we can take courageous decisions today for tomorrow. We will certainly be facing difficult times in the future. What we hope is that these elections may form a Parliament of men and women chosen not to ensure the victory of one party over another but to work together in order to rebuild social ties between all the components of our European society and promote the common good.”

Father Poquillon, Europe is faced with the advance of nationalists, populists and eurosceptics. How can we spread the enthusiasm of Europe’s founding fathers to  its peoples?
It’s a widely shared feeling. The European Union is perceived as a distant institution, disconnected from people’s lives. We often hear people say: “Brussels decides for us.” The Church has a role to play, in seeking to foster a discernment based not only on feelings – but also on reality. While the situation is very different, between North and South, East and West, we see that important progress has been made in recent years, which has benefited everyone and everywhere. I am referring not only to the peace and security achieved through the European project, but also to the possibility of participating in joint decision-making initiatives.

An effort must therefore be made so that European peoples may regain control of their destiny.

It is often said that Europe is to blame for national failures.

Yes, this is what is said. Today we are globally poorly informed about the sharing of responsibilities. All governments, with no exception, accuse Brussels of what is wrong and congratulate it on what is going well. It should be said that Council decisions are generally taken unanimously and by a qualified majority in exceptional cases. This means that no decision is taken without each country’s approval and participation in the decision-making process.

And even when a decision is taken by a qualified majority, it is the Member States that decide which decision is to be taken by a qualified majority. By this I mean that nothing is imposed on the Member States and no nation has been forced to join the European Union. Everyone was involved in the construction of today’s Union. It is worth remembering that the European Union is not an international organisation but the joint practice of a portion of national sovereignty.

What are your requests to politicians?
Pope Francis reminds us that politics is positive and good when it is placed at the service of the people, that is, not when it represents power but when it is a commitment for the common good. After the elections we will have a majority and minority groups, but everyone is called to live and work together for the common good. That is what we are asking of politicians: to work together for policies that have the human person at their centre.

You spoke of common good, what is the face of the common good for today’s Europe?
The answer is contained in the question. It’s important to recover a face. Europe is afflicted by its depersonalization. The emblems of our major institutions are the buildings that inhabit them: the Commission, the Council and Parliament. But the European Union is not a group of buildings or an administrative structure.

The Union is first and foremost a mosaic of peoples who form it and work together to determine their common destiny.

Willing or not, we share the same destiny. So the question is: what do we want to do together? It’s like a marriage: enjoying each other’s company is no longer enough for a future project. A marriage built on stone is not an end in itself. In fact it opens up to the other and is based on a common project. There may be differences, but as in a family, everyone is committed to building together their common destiny step by step.

Instead of being subjected to it, it is chosen and built together. That is the European project.

In Italy, politicians have used religious symbols to attract Catholics’ votes. What does it mean for Europe to be Christian?

In the Catholic tradition, it is not the land that is Christian, but the people. And the people can be considered God’s people if they act as the Body of Christ. It is through their behaviour that the people may or may not be called Christian. The Gospel states: a tree is known by its fruits. Christianity is not a culture but an identity. Are we therefore able to see Europe with the gaze of Christ? To act like Him for the weakest, to touch the untouchable, to dialogue with the enemy?

Beware of false prophets, of those who use Christian symbols to speak the opposite of Christ.

Let us know the tree by its fruits. We build a Christian Europe not by opposing others but though conversion, being Christians in social, economic and political action, in all aspects of our lives, as individuals and as communities, in private and in public.

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L’importanza del voto e i siparietti della politica

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 00:00

Un ministro dell’Interno che brandisce il rosario e il crocifisso come strumenti di campagna elettorale mentre chiude i porti (e i cuori) e vuole per legge tra i delinquenti quelli che soccorrono i più poveri tra i poveri, i disperati in fuga da guerre, violenze e povertà.
Sarà questa l’immagine delle elezioni europee 2019 che resterà alla storia?
O saranno i siparietti grevi dei due vicepremier e capipartito, che in un gioco delle parti ben studiato si randellano su tutto, salvo poi assicurare che andranno avanti insieme altri quattro anni. E il giorno dopo ricominciare da capo. Come Sandra e Raimondo in Casa Vianello.
Che barba che noia, che noia che barba… Verrebbe da chiosare l’insostenibile teatrino con le parole di Sandra Mondaini.
Se non fosse che la situazione dell’Italia e dell’Europa è questione davvero seria, spunti per risate e divertenti ironie sarebbero infiniti. Come innumerevoli sono le provocazioni programmate per favorire scontri tra le opposte tifoserie per far emergere la forza muscolare di nuovi improbabili capitani. Scontri che dal virtuale, sui social, in alcuni casi diventano però violenze reali.
Un irresponsabile e pericoloso gioco delle parti che disorienta molti e alza cortine di fumo per nascondere ed evitare il confronto sui problemi reali – economia, sanità, sociale – che subito dopo il voto, immancabili, si ripresenteranno in tutta la loro crudezza.
Eppure è proprio oltre questa barriera fumogena che bisogna spingere le sguardo per votare con “scienza e coscienza”, valutando la realtà e gli attori in campo, non gli slogan e meno ancora le minacce.

Per l’Europa.

La scelta non è a favore o contro l’Europa. Perché nell’Europa siamo e resteremo. Quello che può cambiare è il “come” l’Italia starà “dentro” l’Europa. Se da Paese che lavora per cambiare regole troppo rigide e superate, ma anche per costruire un futuro di maggior integrazione e di maggiore benessere. Che ci consenta di restare liberi e anche orgogliosi della nostra specificità culturale, sociale, religiosa. O si collocherà tra i paesi e le forze “sovraniste” che l’Europa la vogliono disgregare. Fuori dall’Europa, l’Italia come gli altri singoli paesi europei, non ha alcuna probabilità di reggere il confronto con le grandi potenze mondiali, Cina, Russia e Usa in particolare. Insieme con gli altri paesi europei, la sfida si può affrontare. L’Europa non è una camicia di forza, è una protezione. Probabilmente l’unica di cui può godere l’Italia.
In gioco è anche il futuro prossimo del governo gialloverde. Un marcato cambio dei rapporti di forza tra i due partiti oggi alleati nell’esito del voto, potrebbe portare alla caduta dell’esecutivo e addirittura alla fine anticipata della legislatura con elezioni politiche in autunno.

Per la Regione.

È dalla snodo regionale che transita gran parte delle risorse che arrivano dall’Unione europea. Per capire cosa significhi, si guardi alla trasformazione vissuta in questi anni dalla città di Cuneo. I progetti che hanno permesso di trasformarla hanno attinto ai fondi europei. Per la stessa via è transita il fiume di risorse di cui hanno beneficiato l’agricoltura e la montagna, ma anche la scuola e la formazione professionale.
È tutt’altro che indifferente quindi chi sarà a governare il Piemonte nei prossimi cinque anni. La corsa alla presidenza della Regione formalmente è aperta a quattro candidati, ma le possibilità di vittoria sono circoscritte a due soltanto: tra Sergio Chiamparino sostenuto da una vasta area di centrosinistra e di moderati e Alberto Cirio, sostenuto da Forza Italia (cui appartiene) e Lega Nord con il corollario di altre liste più o meno di destra. All’interno dei due schieramenti c’è una nutrita schiera di esponenti cuneesi tra i quali non sarà difficile scegliere.

Per i Comuni.

Nei 179 Comuni che vanno alle urne, la scelta è forse più facile perché chi vota conosce o può conoscere direttamente i candidati e la loro biografia personale e politica. Ma è più forte il rischio di cadere nelle diatribe personalistiche o lasciarsi tentare da interessi particolari più che dal bene della comunità. Non sono pochi quelli che hanno tirato in ballo impropriamente tematiche nazionali, quella dei migranti su tutte, per incolpare sindaci uscenti o nuovi candidati di voler aprire le porte a orde di immigrati. Quando la materia, è ben noto, è regolata per l’appunto dal livello nazionale di governo tramite le Prefetture, con appositi protocolli e intese, e lascia poco o nulla alle scelte delle amministrazioni locali.
La conoscenza diretta delle persone e un’informazione attenta sui programmi e sulle proposte, può chiarire quale tipo di comunità il candidato sindaco e la sua lista si propone di costruire con la collaborazione di tutti i cittadini disponibili a dare il proprio contributo alla gestione della cosa pubblica. Come vuole la vera democrazia diretta e partecipativa, fatta di relazioni concrete e quotidiane, costruttive, capaci di superare diversità ideologiche e contrapposizione di piccoli e grandi interessi.

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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Il momento della verità

Agenzia SIR - Thu, 23/05/2019 - 00:00

Mentre sono in corso le elezioni europee – in Olanda si vota il 23 maggio, in Italia e nella maggior parte degli altri Paesi il 26 – già si guarda al dopo elezioni. A prescindere dall’esito della competizione, i problemi dei singoli Paesi, Italia compresa, non scompariranno. I nostri li troveremo, il giorno successivo, sicuramente aggravati, anche a motivo di una campagna elettorale violenta, almeno sul piano verbale. Nell’ultimo tratto, infatti, fra Lega e Cinque Stelle sono saltate tutte le regole, gli accordi e, perfino, i rapporti personali. I duellanti principali – Di Maio e Salvini – se le sono date di santa ragione, dimenticando di essere alleati, di avere sottoscritto un contratto e, cosa più grave, di avere assunto l’impegno con tutti i cittadini di volere cambiare l’Italia. I rapporti fra i due sono stati sempre tesi ma, nelle ultime settimane, sono diventati apertamente bellicosi. Sentire Di Maio accusare Salvini di “arroganza e prepotenza” e quest’ultimo rispondere di non tollerare nessuna intromissione nei suoi affari, ha suscitato sconcerto e apprensione. “Non c’è presidente del Consiglio che tenga, ha detto, non c’è ministro dei Cinque Stelle che tenga. Se dico no, è no!”. In queste condizioni, all’indomani delle elezioni europee, quale futuro dobbiamo attenderci, visto che dovremo fare, ancora, i conti con le regole dell’Ue? Il dibattito politico, infatti, ha escluso la volontà di uscire dall’Unione europea. Specialmente dopo l’esperienza negativa della Brexit – l’uscita del Regno Unito dall’Unione – anche i Paesi “sovranisti” si sono dichiarati più inclini a cambiare l’Ue dall’interno, piuttosto che uscirne. Avventate sono apparse, quindi, talune espressioni fatte volare durante la campagna elettorale da esponenti del governo al fine di acquisire consensi. Dire, ad esempio, “ce ne infischiamo dello spread e dei vincoli sull’indebitamento”, ha rappresentato un gesto di grave irresponsabilità che ha provocato l’immediato innalzamento dello spread stesso. È grave che non si comprenda come queste incaute espressioni arrechino danno specialmente alle categorie più bisognose! Sulle somme che l’Italia prende a prestito – circa 400 miliardi – per pagare stipendi, pensioni e altre prestazioni, si corrispondono ai finanziatori italiani e esteri circa 70 miliardi l’anno. Somme queste che vengono sottratte proprio dalle risorse destinate ai servizi ai cittadini: salute, assistenza e via dicendo. Dopo un anno di governo, condizionato da una interminabile campagna elettorale – elezioni regionali, amministrative e europee – dovrebbe essere arrivato, ora, il momento della verità. Qualunque sarà il verdetto elettorale, finalmente, si scoprirà se i due capi partito litigavano per davvero o facevano finta di litigare. Nell’uno e nell’altro caso, si tratta, comunque, di atteggiamenti deprecabili che offendono la sensibilità e la buona fede dei cittadini. Ci saranno, ancora, le condizioni per continuare a stare insieme, o se, vista la mancanza di alternative, i due saranno “condannati a stare insieme”? E con quali conseguenze per il Paese? Questi sono i problemi. Anche perché Lega e M5S hanno mostrato gravi lacune sia sul piano dell’affidabilità – governano e litigano allo stesso tempo – che su quello dei risultati. Il governo gialloverde, ovviamente, non è responsabile di anni di stagnazione della nostra economia; è responsabile, questo sì, di avere illuso i cittadini, alla stessa stregua dei governi precedenti, affermando che la povertà e la corruzione erano state sconfitte e che questo sarebbe stato un anno bellissimo! E, cosa ancora più grave, è responsabile di non avere indicato per il Paese una direzione di marcia, chiara e non fumosa. Lega e Cinque Stelle propugnano due visioni di Paese alternative. Lo dimostrano le liti e le divergenze su tutto: sull’immigrazione, sulla famiglia, sull’ordine pubblico, sulle grandi opere, sul regime fiscale, sulla politica estera, sulla giustizia, sulla castrazione chimica e chi più ne ha, più ne metta. Cosa succederà in autunno – sempre che ci si arriverà indenni – quando si dovranno trovare i fondi per definire la manovra di bilancio? Anche perché non sarà facile attuare il secondo pacchetto di promesse: abbassare le tasse, fare crescere la spesa e allo stesso tempo evitare l’aumento dell’Iva!

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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Arresti di massa in Eritrea

Evangelici.net - Wed, 22/05/2019 - 11:25
Venerdì 10 maggio ad Asmara, in Eritrea, agenti di polizia hanno arrestato 141 cristiani; lo riferisce Porte Aperte. Il gruppo - 104 donne, 23 uomini e 14 minori - è stato trasferito in un primo momento a Mai Temenai, area a nordest della capitale; in seguito gli uomini sono stati spostati nel carcere di Adi Abeito e le donne nella stazione cittadina di polizia numero 4. A cinque giorni...
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Da giugno i Btp dovranno trovare nuovi compratori

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 10:48

Gli operatori economici si attendono, dopo le elezioni europee, un Governo concentrato sulla ripresa. Una crescita stimata allo 0,1/0,2% non è il contesto adatto per creare lavoro e complica la già difficile gestione dei conti pubblici. Se la conclusione della bagarre elettorale coincidesse con una schiarita nei rapporti fra Usa e Cina si aprirebbe una fase migliore. Sul contrasto fra le due grandi potenze si è innestato un indebolimento generale che frena i Paesi forti e gela i deboli. Immaginare una svolta rapidissima non è realistico eppure un segnale di distensione aiuterebbe i rapporti internazionali e le economie. Tornerebbe l’ottimismo che è mancato dall’inizio dell’anno.

Giugno e luglio non sono mesi facili per la gestione del debito pubblico italiano: devono essere raccolti oltre 60 miliardi di nuovi prestiti mentre ne vanno in scadenza meno di 30 miliardi. Ipotizzando che gli investitori e le famiglie confermino nuova fiducia nei BTp di Stato rimettendo il denaro appena incassato (cedole e capitale) nei titoli pubblici, resterebbero altri 30 miliardi da far sottoscrivere a soggetti italiani e stranieri. Per ingolosirli lo Stato, cioè le casse pubbliche, dovrà offrire tassi di interesse remunerativi e l’assoluta certezza che il capitale verrà restituito.

Se cresce il dubbio sulle capacità di pagamento italiane, chi presta denaro chiederà di essere remunerato meglio per affrontare un rischio percepito come crescente.

Un rendimento del 2,6-2,8% è un segnale preoccupante che si riflette nel collegato spread (che misura la differenza di rendimento fra obbligazioni decennali pubbliche di Italia e Germania) pericolosamente vicino ai 300 punti. In campagna elettorale, soprattutto nella componente Lega, sono stati disconosciuti alcuni parametri comunitari di indebitamento rispetto alla ricchezza prodotta (Pil, prodotto interno lordo).

Come un’impresa indebitata o anche una famiglia, lo Stato che chiede soldi “spreca” troppe risorse (circa 65 miliardi) per pagare alti interessi e ne ha meno per gli investimenti e per gli interventi laddove servono.

Che probabilità ci sono di vedere un ridimensionamento degli interessi pagati e quindi uno spread meno vistoso? Grande variabile Usa-Cina a parte, molto dipenderà dalla coesione della coalizione giallo-verde che si è molto indebolita. Uno scenario di elezioni anticipate in autunno allungherebbe – al di là dell’esito del voto europeo – una fase di incertezza che non ha aiutato in questi mesi e non aiuterebbe nei prossimi. La Bce, dopo la fine del Quantitative Easing (cioè l’immissione abbondante di liquidità) non può più acquistare titoli europei come prima. E vogliono comprare meno titoli di Stato italiani anche le banche e le assicurazioni, come hanno ammesso pubblicamente in queste settimane, che ne hanno già tanti.

Il debito pubblico italiano (circa 2.300 miliardi) è detenuto per un 30% circa da investitori esteri (banche, assicurazioni, grandi fondi previdenziali o sovrani), le famiglie ne hanno un 5-10% direttamente e indirettamente attraverso i fondi comuni.

Il resto è in mano a soggetti finanziari e istituzionali italiani. Se il debito da rifinanziare cresce, e più soggetti vogliono acquistarne meno, diventa indispensabile convincerne altri. Il debito pubblico che rischia di rompere gli argini concordati non piace alla Commissione Ue: a giugno Bruxelles si potrà far sentire con raccomandazioni dure fino alla procedura di infrazione. E’ più probabile però un ennesimo slittamento a settembre quando la nuova Commissione Ue inizierà il mandato mentre a Francoforte finirà quello del presidente italiano della Bce, Mario Draghi.

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Elezioni europee, alleanza tra giornalisti per tagliare la strada alle fake news

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 10:20

Un sito interessante è decollato in queste settimane grazie alla collaborazione tra 19 media europei, di 13 Paesi diversi, per “verificare la campagna elettorale in vista delle elezioni europee di maggio 2019”. Www.factcheckeu.info offre analisi delle notizie false o distorte che spesso circolano sull’Europa e dà la possibilità di porre domande sulle elezioni a cui i giornalisti delle testate partner si impegnano di rispondere dopo aver verificato i fatti. “Il nostro obiettivo”, spiega il comitato editoriale, “è creare un collegamento diretto con i nostri lettori e ripristinare una certa fiducia nei media, rendendoli trasparenti rispetto alle proprie scelte, e rispondendo direttamente alle domande del pubblico, indipendentemente dall’affiliazione politica”.
Tra le testate che vi partecipano ci sono ad esempio Le Monde, France Press, Libération e France 24; italiane sono Lavoce.info e Pagella politica; ha aderito Observador per il Portogallo, The Journal dall’Irlanda, Faktograf dalla Croazia e Patikrinta 15min, sito di fact-checking in comune tra i tre Paesi baltici. Si tratta di testate che sono entrate a far parte dell’International Fact-Checking Network (Ifcn) e si impegnano quindi al rispetto di “12 requisiti in materia di trasparenza, etica, metodologia e imparzialità”.Elezioni, immigrazione, legislazione, politica, economia, social sono le categorie in cui sono ripartiti i quesiti sollevati dagli internauti o affrontati dalle testate. Per esempio: si spiega perché sia impreciso il dato che il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato in una intervista su La Stampa (6 maggio) riguardo al crollo del 95% degli arrivi di migranti in Europa rispetto al 2015. In un altro pezzo ancora si analizza una affermazione (distorta ed esagerata) fatta dal partito di estrema destra tedesco AfD secondo cui 1,4 milioni di richiedenti asilo starebbero aspettando i loro biglietti per la Germania. O ancora si spiega perché non sia corretto quanto affermato da Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di sinistra La France Insoumise, secondo cui la Banca centrale europea deterrebbe un quarto del debito pubblico della Francia.
Il sito dichiara di essere un “progetto totalmente indipendente dalle istituzioni dell’Ue e da qualsiasi altro attore governativo” e rende noti i suoi proventi: Libération e Datagif hanno lanciato la piattaforma grazie a un finanziamento di 50mila dollari del Poynter Institute, mentre per sostenere i costi di gestione e delle traduzioni nelle 11 lingue del sito intervengono Google (44.000 euro), l’Open Society Initiative per l’Europa (40.000) e la stessa Ifcn (10.000).

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European elections, journalists’ alliance to thwart fake news

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 10:20

An interesting website was launched a few weeks ago thanks to the cooperation of 19 European media outlets representing 13 Countries “to fact-check the election campaigns ahead of the European vote of May 2019.” Www.factcheckeu.info provides an analysis of fake news or misconceptions about Europe. It offers the possibility to ask questions on the elections that  will be answered by partner media outlets after having checked the facts. “Our goal”, explained the editorial board, “is to establish a direct link with our readers and restore some trust in the media by being transparent about our choices and replying to our audience’s questions directly, regardless of their partisan preferences.”
Partner media outlets include Le Monde, France Press, Libération e France 24; Lavoce.info and Pagella politica representing Italy; Observador for Portugal, The Journal from Ireland, Faktograf from Croatia and Patikrinta 15min, first fact checking project in all three Baltic States. All partners media outlets are European signatories of the International Fact-Checking Network’s code of principles and are thus committed to “12 different criteria on transparency, ethics, methodology and impartiality.” Elections, migration, legislation, politics, economy and social media are the categories representing the questions of Internet users or addressed by the  partner media outlets. For example: the website explains why the statement made by Austrian Chancellor Sebastian Kurz in an interview in La Stampa (May 6) that migrants arrivals into Europe dropped by 95% compared to 2015 is inaccurate. Another article analyzes a – distorted, exaggerated – claim made by German far-right party AfD that “1.4 million” asylum seekers are waiting for “their tickets to Germany”, or why the statement made by Jean-Luc Mélenchon, leader of left-wing party La France Insoumise, that the European Central Bank holds a quarter of France’s public debt is incorrect.
According to its promoters, the “project is entirely independent of EU institutions and other governmental actors” providing full information on its funding: the platform was built by Libération and Datagif thanks to a grant from the Poynter Institute worth $50,000, while other costs – management and translation into the website’s 11 languages are covered by Google (€44,000), the Open Society Initiative for Europe (€40,000) and the IFCN (€10,000).

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Missione. Mons. Beschi (Bergamo): “Parla anche a chi non è nella Chiesa”

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 10:00

Riscoprire le “ragioni appassionanti” della missione, nell’ottica della “sinodalità”. Mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo e presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione missionaria tra le Chiese, sintetizza così il tema principale dell’Assemblea della Cei, sul quale ha presentato una relazione ai suoi confratelli. “Mandare in missione anche un solo missionario in una piccola diocesi – spiega al Sir – vuol dire far crescere quella diocesi”. Missione, insomma, come “via” per camminare insieme, attraverso una “conversione pastorale” di tutto il popolo di Dio, anche in vista degli Orientamenti pastorali del prossimo decennio. Partendo dalla consapevolezza che “la missione, oggi, è ancora un modo per essere Chiesa che parla anche a chi è fuori della Chiesa”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Sinodalità” è la parola-chiave sia del discorso del Papa che dell’introduzione del card. Bassetti: come si lega alla missionarietà, tema centrale dell’Assemblea generale?
C’è un rapporto inscindibile tra l’esperienza della missione e quella della comunione. La missione della Chiesa, nell’insegnamento del magistero, nasce da un’esperienza di comunità: è lì che si genera la missione. Nello stesso tempo, il magistero ci ha portato a considerare come la comunione è anche l’esito, il frutto della missione. Questa modalità della comunione prende il volto della sinodalità: comunione, infatti, significa non solo essere insieme, ma camminare insieme. Non a caso, nella mia relazione, ho parlato di “via” della missione, come qualcosa che ha a che fare con la dimensione della sinodalità, che deve caratterizzare tutte le istituzioni missionarie. Il binomio “comunione e missione” era già al centro degli Orientamenti pastorali della Cei per gli anni Ottanta, ma va ben oltre un progetto decennale:

bisogna ritornare a concepire la Chiesa nell’ottica della missione, che non è mai un fatto soltanto individuale, ma il frutto della “conversione missionaria” di una Chiesa che si concepisce come “popolo”, termine quest’ultimo molto amato da Papa Francesco.

Il carisma degli istituti missionari, in questa prospettiva, arricchisce la missione, ma non è mai individuale, perché attrae intorno a sé una comunità concreta.

Il tema della missionarietà sarà parte costitutiva dei prossimi Orientamenti pastorali?
A mio avviso c’è un legame molto profondo. Credo che la dimensione di “apertura” della comunità ecclesiale, nella prospettiva della “Chiesa in uscita” delineata dal Papa nell’Evangelii gaudium, caratterizzerà il prossimo decennio, che sarà fortemente connotato sulla missionarietà. Se ne è già cominciato a discutere tra i vescovi.

Parlare di “primato” della missione significa anche, concretamente, fare i conti con la crisi delle vocazioni e il progressivo invecchiamento del clero: sono circa 400 i “fidei donum” in Italia, a fronte di 226 diocesi…
Non c’è dubbio che i numeri siano diminuiti, in termini evidenti e imponenti. Bisogna tenerne conto, ma anche cominciare a ragionare in maniera un po’ diversa rispetto al passato. Ho ricordato ai vescovi come ci sia bisogno di “ri-offrire” le ragioni appassionanti della missione, partendo da una convinzione che in questi cinque anni di presidenza della Commissione Cei ho maturato:

noi vescovi dobbiamo essere convinti che mandare in missione anche un solo missionario in una piccola diocesi vuol dire far crescere quella diocesi.

La missione fa crescere, dobbiamo tornare a condividere tra di noi questa convinzione. Basti pensare a come le parrocchie e le diocesi ”curano” i loro missionari, per far sì che si sentano a casa quando tornano e si sentano sostenuti dalla loro comunità quando ripartono.

Tra i missionari è sempre più massiccia la presenza dei laici: come qualificarla sempre meglio, anche per evitare quello che il Papa chiama il “clericalismo”?
La novità principale in questo campo è la nascita della figura del “fidei donum” laico: il laico che parte con un mandato, a volte insieme alla sua famiglia. È una strada da sostenere, da parte di noi vescovi, anche studiando convenzioni appropriate e sostenendo le partenze dei più giovani. Quest’anno, solo in diocesi di Bergamo, sono partiti, ad esempio, 150 giovani per tre settimane, facendo esperienza di missione in tutti i Paesi, adeguatamente formati e preparati tramite appositi corsi durati un anno. Non sono pochi quelli che si sono detti disponibili a partire di nuovo. Per loro, invece della convenzione per tre anni si potrebbero ipotizzare convenzioni anche di un anno o di sei mesi: l’importante è prepararli bene. Molti centri missionari diocesani e molte parrocchie sono ben attrezzate a svolgere questo compito.

Quali le altre urgenze sul versante della formazione?
È’ importante che i seminari diocesani e interdiocesani non trascurino la “teologia della missione” e il prezioso apporto che può venire dall’esperienza dei missionari. Occorre insistere, inoltre, sulla formazione permanente dei preti. La formazione dei laici è già molto accurata, e potrebbe essere rilanciata attraverso il Cum (Centro unitario missionario), che ha una storia molto ricca alle spalle, capace di accogliere e valorizzare tutte le modalità formative in questo ambito. Da offrire e proporre, oggi, anche a chi arriva nel nostro Paese, in modo che possa non solo imparare la nostra lingua, ma la nostra cultura.

La missione, oggi, è ancora un modo per essere Chiesa che parla anche a chi non è nella Chiesa:

basti pensare al recente successo del Festival della Missione a Brescia, che ha visto il protagonismo degli istituti missionari, insieme, e la loro capacità di comunicare che va molto oltre la dimensione “ad intra”. Tutta la città si è mobilitata, e per alcuni eventi si è dovuto perfino limitare gli accessi per questioni di sicurezza.

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Europa: la nostra generazione miope

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 00:00

Per fortuna che non la voleva più quasi nessuno questa Europa matrigna, che – urne in vista – torna in auge con passerelle di intenti. Invisa e usata: cara Europa, non sono i tuoi giorni migliori quelli che ti stiamo regalando.
Abbiamo studiato – e dovevamo farlo di più – la dedizione e la devozione dei padri fondatori all’impresa della tua nascita. Ne ricordiamo i nomi e poco altro: Adenauer, Churchill, Schuman e il nostro De Gasperi. Il loro sogno di unità di popoli volava alto sopra le macerie di due guerre mondiali combattute nazione contro nazione: un’Europa a baluardo di pace, democrazia e libertà. Pilastri irrinunciabili ma non infrangibili.
L’Europa oggi va stretta ma tanto vale servirsene. Tra accuse e silenzi è giusto chiedersi: quale sogno o idea di Europa ha un Paese che non sa andare oltre la lite quotidiana, che galleggia sui marosi dei commenti social? Un Paese cicala con un’economia altalena che sale per debito e spread, scende per tasso di crescita, minaccia aumenti d’Iva e tifa flax tax.
Quale sogno o idea di Europa ha un Paese che si comporta come lo scolaro che non fa i compiti e, consapevole della reprimenda made in Bruxelles, non pensa a rimettersi in carreggiata ma a cambiare professore?
Quale sogno o idea di Europa ha un Paese – anche i media hanno una responsabilità – che ha narrato più la disunione che l’Unione europea. Chi sa cosa succede nella vita economica, scolastica, culturale e politica degli altri Paesi e quale peso avremo stritolati tra i colossi di Cina e Russia e con gli Usa attenti a se stessi?
E sui temi caldi di lavoro, migranti e denatalità cosa significa per il futuro dell’Europa – quindi nostro – scegliere una strada politica piuttosto che un’altra? Quanta informazione e quante autoreferenziali cronache hanno animato le scorse settimane?
Cara Europa: noi non guardiamo a te. Siamo miopi. Ti sentiamo vecchia, senza ricordare la tua età. Hai poco più di sessant’anni, se guardiamo alla Comunità economica nata dal trattato di Roma del 1957; neanche trenta, se consideriamo il trattato di Maastricht del 1992; neppure venti, se pensiamo all’euro che condividiamo dal 2002.
Ma più grave è che non ricordiamo un aspetto fondante e straordinario: sei molto più di una istituzione. Sei in noi, noi ti formiamo e da te siamo stati formati. Ci unisce una cultura ricca di mescolanze, nata da Zeus che rapì Europa (una ragazza fenicia) e la portò in Grecia.
Da italiani abbiamo perso l’orgoglio per come ci ha narrati Goethe, per quanto Shakespeare ha innalzato Verona e Venezia, per l’amore di Joyce per la nostra Trieste.
Da europei abbiamo scordato che il nostro inno esalta la gioia di stare insieme come un’armonia: lo ha firmato Beethoven.
Così, cara Europa, invece di innalzare lo sguardo a te e alla tua bandiera di cielo e di stelle, lo abbiamo tenuto chino sul nostro ombelico. E se ti tirano in ballo, sbottiamo con fastidio: metti il naso nei nostri affari e non ti prendi i migranti.
In questa bruma, però, una luce c’è: viene dai giovani che, girovaghi dell’Erasmus e con compagni di banco che vengono da mezzo mondo, nel mondo si sentono a casa. In essi confidiamo. Sono già europei: lo sono nei viaggi di studio di tanti che non conosciamo e di alcuni che invece non dimenticheremo più: Valeria Soresin, Giulio Regeni, Antonio Megalizzi.
Speriamo che tocchi solo a questa nostra generazione di mezzo – stretta tra l’imponenza dei padri fondatori e l’apertura dei nipoti – il ruolo infruttuoso di pecora nera. Noi, così italici per sentirci europei.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Salvini costringe i cattolici a una scelta netta

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 00:00

Un leader navigato e smaliziato come Matteo Salvini che spende somme molto ingenti di denaro (pubblico, quindi anche nostro) per farsi curare la comunicazione da uno staff denominato “La bestia”, non può certo aver lasciato al caso, o peggio, a un improvviso rapimento mistico la chiusura di sabato scorso del comizio di Milano a una settimana dalle elezioni europee.
Non occorre essere un fine analista politico o un esperto di comunicazione per indovinare che i proclami pseudoreligiosi (peraltro conditi da vergognosi attacchi a Papa Francesco) distribuiti a piene mani ai convenuti nel capoluogo lombardo, sono frutto di un preciso calcolo politico e di una altrettanto calibrata campagna mediatica. In questi mesi abbiamo avuto molti esempi in cui l’azione del leader leghista è stata dettata dal preciso calcolo di quale gesto avrebbe reso di più in termini di consensi. Si potrebbe quindi dire, parafrasando un famoso adagio: “Un voto val bene un rosario”. Evidentemente anche tra i cattolici certi messaggi e invocazioni hanno una presa elettorale e non solo spirituale. E Salvini ha deciso di fare quello che ha fatto perché sa che c’è un parte di mondo cattolico ultraconservatore pronto a seguirlo perché si riconosce in un cattolicesimo xenofobo, anti islamico, aggressivo, impastato di un’identità declinata in chiave nazionalistica.
Il leader leghista avrà anche messo in conto la reazione di una parte significativa di cattolici giustamente indignati per un gesto che dimostra disprezzo per simboli che per molte donne e uomini rimandano al mistero profondo di Dio. Basterebbe al riguardo il commento lapidario del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin per liquidare la faccenda: “Credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”. Giusto per rimettere al loro posto i fondamentali ed evitare pericolose confusioni.
Ma molti sentono il bisogno di prendere parola, di dire che il limite è colmo. E così in rete si susseguono i messaggio anticipati dal “Non possiamo tacere”, una sorta di mantra che evidenzia questa necessità.
Intanto la frattura all’interno del mondo cattolico appare più netta che mai. Le diverse sensibilità sono sempre esistite, ma oggi la differenza è rappresentata dal fatto che sono in gioco alcuni punti nevralgici della convivenza civile: i diritti umani, la dignità della persona, l’idea di democrazia, con una possibile deriva che si annuncia molto preoccupante. Davvero tutto questo può essere indifferente per un credente? È possibile ritrovare un minimo comun denominatore che ci permetta di lavorare assieme almeno per “le fondamenta” della città dell’uomo? È un interrogativo pesante, dall’esito non scontato.
Sulla fede di ciascuno, leader politici compresi, ricordiamo, peraltro, che non basta proclamarsi cattolico per esserlo. La storia ricorda più di qualche dittatore che si definiva appartenente a Santa Romana Chiesa. Le scelte concrete però andavano in ben altra direzione.
Quello che abbiamo imparato è che la fede non può essere un orpello da esibire, ma è una relazione da vivere (con il Signore) e che per essere credibile deve avere delle ricadute sulla vita personale e comunitaria. In questo senso la Parola di Dio non dà (mai) indicazioni di voto, ma indica in modo chiaro alcune scelte concrete. “Ero forestiero e mi avete accolto”, tanto per fare un esempio, non è uno slogan di un nostalgico cubano.
Nel fine settimana dedicato al Festival Biblico forse da lì ci viene un’indicazione di metodo preziosa: ripartire, seriamente, umilmente e con grande rispetto dalla Parola. Per un credente, da qualsiasi parte voti, quello è il criterio ispiratore e di discernimento per valutare le azioni proprie e altrui, al di là di cosa dice il proprio leader politico di riferimento. Il resto appartiene alla propaganda e se questa manca di rispetto a ciò che per un credente è essenziale, è giusto non tacere.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Cattolici scomodi

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 00:00

Siamo arrivati al voto. Finalmente, aggiunge qualcuno. Noi, per parte nostra, vogliamo ricordare che ogni elezione è l’espressione massima della democrazia. Un’occasione forte per manifestare la propria opinione. Un momento nel quale tutti, nessuno escluso, valiamo uno, alla stessa maniera: il facoltoso come l’indigente, l’operaio e l’imprenditore, la casalinga, il sacerdote, il medico, il capotreno.
A nessuno è assegnato un voto doppio. Quindi, potremmo aggiungere, votare è prima di tutto un diritto da esercitare, senza dimenticare che non sono neppure troppo lontani i tempi in cui il suffragio universale ancora non era applicato in Italia.
In molti Comuni del nostro territorio, a cominciare da Cesena, avremo in mano due schede: una per il rinnovo dell’amministrazione locale e l’altra per il Parlamento europeo. Due scelte molto diverse per le quali anche l’attenzione, in questa campagna elettorale, è stata alquanto variegata. Gli animi si sono accesi in particolare per la carica a sindaco, forse anche sospinti dai venti della politica nazionale che vede nelle votazioni per i rinnovi Ue una sorta di vaglio per il governo giallo-verde in carica da un anno.
Il traino nazionale potrebbe influenzare i risultati locali, anche se i cittadini da tempo hanno dimostrato di saper distinguere i due piani. Comunque sia, il test sarà di assoluto rilievo e le possibili conseguenze potrebbero anche essere sorprendenti.
Qualcuno immagina già nuove consultazioni politiche, se la Lega di Salvini dovesse ottenere una forte affermazione, come i sondaggi delle ultime settimane sembrano indicare. Nel territorio, a motivo del numero degli abitanti, l’eventuale ballottaggio è possibile solo a Cesena e a Savignano. Per tutti gli altri il sindaco nuovo ci sarà già da lunedì.
Un’ultima parola sui cattolici, le urne e la politica, visti anche i tanti interventi arrivati in redazione e i diversi commenti raccolti dopo gli editoriali delle ultime settimane. Questa volta aggiungerei, dal Vangelo di domenica scorsa (Gv 13,34-35), la misura dell’amore grazie a cui i cristiani (tutti, anche chi si impegna in politica e si candida alle elezioni) devono essere riconoscibili. Ecco i due versetti: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
Infine, e per non ripetermi, vado a prestito dal vescovo di Forlì, mons. Livio Corazza, che ha pubblicato sul settimanale cattolico “Il Momento” un intervento in tema. Dopo una sorta di decalogo proposto a chi è in lista, si riserva un’annotazione che qui ripropongo a chi ha deciso da cattolico, anche con coraggio, di impegnarsi in prima persona. “Una parola al candidato cristiano presente nei diversi schieramenti: gli auguro di essere scomodo. E non potrà non essere che scomodo. Se è a sinistra dovrà, se vuole essere coerente, lottare per la vita, battersi per favorire la nascita di chi è concepito e per la cura di chi è anziano o infermo. Non è possibile neppure per un istante dimenticare che non siamo noi i padroni della vita, né della nostra né di quella degli altri. Se è a destra, non lascerà passare discorsi o scelte contrarie all’accoglienza delle persone: tutti siamo figli di Dio. Il cristiano crede nel valore della fraternità universale, altrimenti smentisce la sua fede in Dio Padre di tutti”.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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C’è un’Europa che amo

Agenzia SIR - Wed, 22/05/2019 - 00:00

“I miei nonni erano uno italiano, l’altro ceco; le mie nonne tedesca e francese. Io sono francese, ma anche tedesca, come pure italiana. Io sono europea”. Suor Audrey Pascale, della Fraternità monastica di Gerusalemme, è lei stessa un messaggio per noi che partecipiamo al convegno sull’Europa, organizzato per celebrare i 120 anni de il Piccolo, settimanale cattolico di Faenza, e i 100 anni del “cugino” forlivese Il Momento. Ed è solo la prima di una batteria di giovani che seguono e che provengono dagli Erasmus e dalle forme di volontariato previste per favorire gli scambi nell’Unione europea e che quasi ci gridano in faccia: cosa volete fare della nostra Europa?
Fa impressione notare la differenza fra la logica individualista ed utilitarista con cui gran parte del mondo degli adulti guarda all’Europa e la coscienza che questi giovani hanno di essa come Casa comune. Il popolo dell’Erasmus è figlio di una cultura che vede come il fumo negli occhi derive nazionalistiche, populistiche e liberistiche che contrappongono al bene comune nuove ideologie, interesse economici privatistici, l’idolatria della tecnica, del denaro e del potere.
Certo criticare l’Unione europea è non solo legittimo, ma anche salutare; le critiche però non devono essere aprioristiche e pretestuose. L’Europa è un’opera incompiuta, ma è la nostra Casa comune. L’alternativa è un coacervo di staterelli nazionali impotenti e ininfluenti (eccettuata la Germania) di fronte ai problemi di un mondo globalizzato.
Se il legame fra gli stati si indebolisce ed il progetto di una vera democrazia politica si allontana (e questo è quel che vogliono i sovranisti) l’Europa non ha futuro. Dunque occorre lavorare per una democrazia politica europea che presupponga un’ unione morale di popolo. Aiutati dalla concretezza dei mercati occorre costruire un’unione di popoli. Questa era l’idea di chi l’ha voluta. Occorre tornare al concetto di persona e di bene comune, che stava alla base dell’intento dei padri fondatori, concetti che ci riportano di nuovo al primato della politica rispetto a quello dei mercati e della finanza. La costruzione dell’Europa non sarà certamente un dono che piove dal cielo, ma il frutto di una volontà tenace e positiva, e con il pensiero rivolto alle future generazioni.

(*) direttore “Il Ponte” (Rimini)

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Droga. De Facci (presidente Cnca): “Oggi il rischio è la ‘normalizzazione'”

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 21:21

Luigi Visconti, 39 anni, operatore sociosanitario, e Fausto Dal Moro, 36 anni, parrucchiere. Sono i protagonisti dello schianto mortale della notte di sabato scorso sulla A1 dopo la diretta Facebook in cui, visibilmente alterati, annunciavano “Andiamo a 220 all’ora” per raggiungere una discoteca a Rovigo dove avrebbero trovato “droga e altro”. Insospettabili. Ma per Riccardo De Facci, presidente del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza), sono lo specchio di una società in cui certi comportamenti, più diffusi di quanto non si creda, rischiano di essere considerati quasi “normali”. I numeri legati al consumo – talvolta all’abuso – di sostanze ci dicono che

siamo in una società a forte rischio di normalizzazione”

spiega al Sir che lo ha incontrato a margine del seminario “La strada diventa servizio. La riduzione del danno come diritto”, organizzato il 21 maggio a Roma per fare il punto sullo stato dei servizi di riduzione del danno (Rdd) in Italia nell’ambito del progetto “Pas – Principi attivi di salute”, promosso da Cnca (capofila), Coordinamento italiano case alloggio Hiv/Aids (Cica) e Arcigay. “Il rischio, soprattutto per quelli che hanno una certa età e da anni fanno surf tra le diverse tipologie di consumo, è che questa condotta sia considerata una delle componenti quasi normali di una serata un po’ alternativa. Oggi, soprattutto per quanto riguarda le nuove sostanze psicoattive (Nps) il consumo è trasversale in termini di età, ceto sociale, disponibilità economica, e la percezione del rischio è bassa sia a livello individuale sia a livello collettivo. Vi è un’enorme sottovalutazione del fenomeno”.

Quali i rischi di questo scenario in continua evoluzione?
I numeri sono forti: nelle scuole si parla di un quarto della popolazione giovanile che fa o ha fatto uso di cannabis. Significa che a 15-16 anni quel consumo è considerato quasi normale. Così come quello di alcol, in aumento esponenziale soprattutto fra i più piccoli, mixato ad energy drink che fanno sentire i giovanissimi più ‘prestazionali’. Una sorta di equilibrio tra interno – dove l’alcol è piacevole e fa sentire meglio – ed esterno – dove gli energy drink aiutano ad aumentare il livello di prestazione. Consumi legati al nostro modello di società “ad alta prestazione”.

I dati del Cnr parlano di un paese dei balocchi che cattura il 5% dei ragazzi, quelli più fragili…
Il nodo è che noi ormai rischiamo di pensare che il kit del divertimento tutto compreso includa anche la droga. Per questo noi operatori dobbiamo entrare in un ruolo di vicinanza diverso con quello che rischia di diventare una “normalità” difficilissima.

Come intervenire?
Già nelle sue linee guida del 2008 l’Ue definiva prevenzione, cura, riduzione del danno, repressione i quattro pilastri della lotta alla droga precisando tuttavia che non è possibile fare una scelta esclusiva di uno rispetto agli altri. In certi contesti e in certe fasce d’età occorre lavorare molto di più sugli aspetti della prevenzione.

E’ ora di riscrivere un grande piano nazionale di prevenzione nelle scuole

da parte dei soggetti istituzionali – ministero della Salute, ministero dell’Istruzione, Dipartimento politiche antidroga – insieme a tutti gli addetti ai lavori mettendo insieme le diverse competenze.

In concreto su che cosa dovrebbe fondarsi la prevenzione?
Deve essere finalizzata a costruire strumenti individuali di autotutela attraverso la consapevolezza dei rischi. Non sono d’accordo con chi ritiene utile parlare di droga fin dalle elementari con il rischio di creare curiosità e attrazione. Occorre piuttosto che il sistema scolastico inizi a ragionare sui cosiddetti life skills necessari alla crescita integrale della persona e al rafforzamento della sua identità: capacità relazionali, senso critico, creatività, flessibilità, aspetti del carattere e apertura alla realtà.

Dobbiamo offrire ai ragazzi strumenti adeguati a gestire il grande sì o il grande no di fronte alla sfida delle sostanze, di Internet o della guida pericolosa.

Nella consapevolezza che la trasgressione non possiamo escluderla: per molti adolescenti fa parte del processo di crescita. Se non ci facciamo carico di questo modello di società rischiamo di essere evocatori di principi e di valori, ma lontani dalla realtà.

Il tema della trasgressione adolescenziale interpella ogni educatore. Come affrontarlo?
Chiedendosi come accompagnare questi giovani inconsapevoli. Non certo con la logica dell’allarme o della rigidezza di giudizio. Ne discutiamo spesso con molti sacerdoti, ad esempio dell’oratorio: il dodicenne-tredicenne che inizia essere un po’ trasgressivo va allontanato per evitare che ‘contagi’ i più piccoli o va seguito, coinvolto, responsabilizzato sapendo che la trasgressione sarà per lui un inevitabile momento di crescita? Ci confrontiamo anche sulla necessità di una riscrittura di valori: del valore del sé, delle relazioni con l’altro, del divertimento sano e pulito, di una vita bella. I giovani guardano all’avvenire come ad un orizzonte preoccupante. Non dobbiamo lasciarli soli ma dare loro un orientamento e una prospettiva, aiutarli nella fatica di crescere facendo lor capire che diventare grandi è un rischio ma è anche bello.

Ritornando al tema del seminario, la riduzione del danno, con quale spirito vive questo impegno?
Per me si inserisce nella cultura della prossimità. Da “laico spirituale” in confronto con il mondo cattolico, penso che dovremmo avere la capacità di stare lì dove il bisogno chiama. In questa società ci saranno sempre più persone non più in grado di chiedere aiuto: chi vive in situazione di grande marginalità, l’immigrato illegale, il tossicodipendente di Rogoredo (la piazza di spaccio più grande d’Europa nell’area sud est di Milano, ndr).

Vogliamo continuare a stare in quegli angoli della città dove nessuno arriva.

Non si può non vedere, non esserci. Lo sguardo e il bisogno della persona vanno ben oltre il mio giudizio morale.

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Gli italiani e l’Europa: protagonisti o ruote di scorta?

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 14:35

Cosa ci aspettiamo dall’Europa? Cosa abbiamo da dare all’Europa? Si può sviluppare su questa duplice linea una riflessione in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, che fra il 23 e il 26 maggio si svolgono nei 28 Paesi membri dell’Ue.
È fuori discussione il fatto che questo appuntamento con le urne europee sia più sentito del passato. Si va infatti diffondendo, progressivamente, la (giusta) convinzione che fra Strasburgo e Bruxelles si gioca una parte significativa della nostra vita quotidiana. L’Unione europea infatti è fonte di direttive e regolamenti che diventano leggi per tutti i 500 milioni di cittadini europei; nelle sedi delle istituzioni comunitarie si sviluppano e finanziano programmi e investimenti nei più diversi ambiti dell’economia, della sicurezza, della cultura, della solidarietà, della tutela dei diritti, della salute pubblica, della protezione dei consumatori, dell’ambiente…
Ma mentre ci rendiamo conto che questa Ue, concreta, è parte della nostra esistenza, comprendiamo che occorrono delle riforme per rendere la stessa Unione più efficace, maggiormente capace di produrre risultati a favore dei cittadini, “vicina” agli stessi cittadini.Eppure le riforme latitano, e s’impongono altri fattori che giocano a svantaggio dell’integrazione. Anzitutto la “narrazione” dell’Europa non è, da parte dei media e dei social, affatto puntuale e veritiera; anzi in molti casi assistiamo a una moltiplicazione di fake news o mezze verità che creano solo disinformazione. In secondo luogo non si può tacere che ampia parte degli attuali leader politici presenti sulla scena continentale anziché discutere, formulare e realizzare le invocate riforme dell’Ue, preferiscono addossare a un’“Europa” indistinta, lontana e matrigna il peso di tutte le colpe, trovandovi il capro espiatorio delle proprie mancanze, incapacità e irresponsabilità (“ce lo chiede l’Europa…”). Così

media e politici alimentano un diffuso senso di euroscetticismo

che, nella peggior deriva, prende la strada del nazionalismo, delle chiusure, dei muri.
L’Europa comunitaria, quella ideata e avviata dai “padri fondatori” sulle ceneri della guerra mondiale, che aveva – e mantiene – per obiettivi pace, democrazia, diritti e sviluppo, ha dunque un futuro? E, più immediatamente, vale la pena votare per l’Europarlamento? La risposta sta nella storia, che ci consegna 70 anni di oggettivi risultati ottenuti anche grazie alla Comunità; ma soprattutto sta nel futuro, se ci si rende conto che in un mondo globalizzato e abitato da attori protagonisti del calibro di Usa, Cina, Giappone, Russia, Corea, Brasile o Sudafrica, gli Stati europei presi singolarmente sostanzialmente non conterebbero nulla. Diritti umani, cambiamento climatico, migrazioni, digitalizzazione, economia sostenibile, energia, finanza, lotta al terrorismo: sono tutti settori nei quali si rendono necessarie regole su scala internazionale e politiche proiettate in avanti, dove l’Unione europea, “potenza civile”, può essere un soggetto innovativo e propulsivo.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Per far questo, occorre tornare alle domande iniziali: a cosa serve l’Ue? Cosa abbiamo da dare, come singoli, come popoli, a questa Europa? Le parole espresse martedì 21 maggio dal card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, introducendo l’Assemblea generale dei vescovi, sono illuminanti. “È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale”, afferma il porporato, “su cui soffiano populismi e sovranismi. Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica”. Nel passaggio successivo Bassetti specifica: “Oggi, noi italiani, cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi. Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori”.
In Europa, dice il presidente Cei, si può essere protagonisti o ruote di scorta: gli italiani dove si collocano? Bassetti aggiunge: “Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato, anche per consentirci di portare più Italia in Europa. Dobbiamo essere fino in fondo italiani – convinti, generosi, solidali, rispettosi delle norme – perché anche l’Europa sia un po’ più italiana. Dobbiamo essere fieri – sia detto senza alcuna presunzione – di un cristianesimo che ha disegnato il continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto”.

“Come italiani dovremmo essere il volto migliore dell’Europa”.

Bassetti di fatto sposta la questione-Europa a una questione nazionale, interrogando gli italiani – e, per estensione, anche tedeschi, francesi, portoghesi, ciprioti o lituani – sul senso della democrazia e sulla capacità di contribuire, insieme, a costruire una comunità (cittadina, regionale, nazionale, europea, mondiale) libera, equa, moderna, utile, accogliente, attenta agli ultimi.
Il messaggio di Bassetti, in piena linea con quello di Papa Francesco, si chiude con un invito caloroso: “Con questa prospettiva, va valorizzata l’opportunità che ci è offerta dalle elezioni di domenica prossima: chiediamo a tutti di superare riserve e sfiducia e di partecipare al voto. Siamo consapevoli che questo rimane solo il primo passo, ma è un passo che non ci è dato di disertare”.

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