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Seconda domenica di Quaresima: all’improvviso una schiarita e si intravede la destinazione

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 14:51

Terzo appuntamento con le riflessioni di padre Hanna Jallouf, che accompagneranno il cammino quaresimale verso la Pasqua. Padre Jallouf è il parroco latino di Knayeh, villaggio siriano non distante proprio da Idlib.

La Quaresima che abbiamo iniziato è un cammino diretto verso un avvenire di luce. Quando camminiamo per una strada, nel fondo di una valle, sotto il cielo piovoso, ci capita di non vedere più la mèta della nostra direzione. All’improvviso una cima, una schiarita: di nuovo riusciamo ad intravedere la destinazione. Abbiamo ritrovato l’orientamento. Ritorna il coraggio ed è possibile riprendere il cammino.

Impegnati nel quotidiano della vita, abbiamo riconosciuto mediante la fede, che la vita può condurci a Dio, ma a volte le difficoltà ci sovrastano, ci sentiamo disperati.

Allora ecco la trasfigurazione illumina la nostra via e la nostra vita. La trasfigurazione non è uno spettacolo a cui si è invitati ad assistere, ma un esperienza mistica che non si coglie con gli occhi della carne, dei sensi, ma con lo sguardo della fede. Mosè ed Elia sono lì a rassegnare le loro dimissioni e per di più ad accettare lo sfocio conclusivo del disegno di Dio, che si apre nel paese di Canaan, ma si chiude nel mondo della Resurrezione. Gesù si trasfigura, per dirci che in lui sono compiute tutte le profezie e le leggi, e la sua resurrezione illumina la nostra strada nel mondo.

Lo scandalo della croce diventa, trono e mèta di salvezza.

Nella mia parrocchia, durante la Quaresima, prima di iniziare la Via Crucis, con la benedizione si recitano i salmi penitenziali. Si conclude la messa della reliquia della Santa Croce, in cui si dice: “La grazia del Signore sia sempre con voi. Il ricordo della sua passione rimanga nei vostri cuori e il segno della Sua Croce vi protegga da ogni male, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.

(*) parroco latino di Knayeh

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Scritti in onore di Domenico Rosati: ha insegnato a essere persone senza presunzioni di ruolo o di primati

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 13:53

“Cristiani di frontiera. Scritti in onore di Domenico Rosati” è il titolo del volume uscito in occasione dei 90 anni di una “tra le più significative figure del cattolicesimo politico e sociale italiano nella stagione aperta dal Concilio Vaticano II”, come lo definisce nella prefazione Claudio Sardo, curatore dell’opera, edita da Diabasis. Presidente delle Acli dal 1976 al 1987, senatore indipendente nella Dc dal 1987 al 1992, giornalista e scrittore, concluso il mandato parlamentare si è impegnato in modo particolare nella Caritas italiana. Proprio a questa esperienza si riferisce il contributo che pubblichiamo – uno dei 31 raccolti nel volume – a firma del cardinale Francesco Montenegro, che della Caritas italiana è stato a lungo presidente.

 

Quando una persona sa rimettersi completamente in gioco, lasciando da parte i ruoli che ha ricoperto, senza quindi  pretese e presunzioni, lascia un segno profondo in coloro che lo incontrano. Tanto più se tutto questo è condito da una permanente ironia, piena di saggezza e mai di sarcasmo.

Così è stato Domenico Rosati in Caritas italiana. Dopo le sue esperienze in Acli e nel Parlamento, Domenico ha ricominciato per certi versi da capo, offrendo però la sua esperienza, la sua credibilità, il suo stile competente e, se necessario, scanzonato.

Caritas italiana in quegli anni cercava di rafforzare le sue competenze interne in ambito di politiche sociali e di contrasto alla povertà. Sentiva l’esigenza di strutturare maggiormente – accanto alla capacità di ascolto delle povertà espressa dai centri delle Caritas diocesane – competenze e strumenti interni alla sua struttura in grado di accompagnare gli operatori locali in termini di discernimento e advocacy.

L’ipotesi di allora – come ebbe modo di sottolineare lo stesso Rosati in occasione di un suo intervento sul pensiero di Mons. Giovanni Nervo che fece nascere e accompagnò Caritas Italiana con impegno, passione civile, amore per la città degli uomini ma soprattutto una grande fede –  era quella di una dinamica in cui l’intero processo politico non si risolvesse con la delega elettorale ma si articolasse in un raccordo continuo tra eletti ed elettori, questi ultimi variamente organizzati, per una verifica sulla coerenza delle scelte di ogni giorno. Un modo per far sentire ai rappresentanti il sostegno critico dei rappresentati, ma anche per far crescere la coscienza politica dei rappresentati attraverso la conoscenza e la presa in carico dei problemi effettivi di ogni amministrazione. Coscienza politica, cioè non settoriale, non egoistica, non corporativa, non lobbistica. Dove trova pieno riconoscimento anche la protesta, ma questa è fondata e motivata sulla cognizione dei dati reali e non generica e confusa, terreno di facile pascolo per ogni avventura demagogica.

Fino ad allora – e anche negli anni successivi – la Fondazione Zancan aveva rappresentato il supporto formativo alla azione di Caritas italiana in questo ambito; ma era tempo di fare maturare anche competenze interne che sapessero accompagnare e fare evolvere questo pensiero sulle politiche nel contempo competente e coerente con una idea evangelica di persona e comunità.

Domenico ha rappresentato, in questo senso, un maieuta, un formatore, un sollecitatore di queste attenzioni. Sempre con assoluto garbo e senso della  misura, senza soverchiare nonostante la straordinaria competenza, senza la pretesa di pronunciare parole definitive, ma con rigore e determinazione.

Erano quelli gli anni della costruzione della prima riforma del settore sociale, in particolare attraverso la legge 328/2000, ed era necessario sollecitare un cambiamento e, nel contempo, formare alle novità che quella legge avrebbe dovuto portare.

Come sappiamo fu una riforma a metà: i suoi obiettivi ambiziosi furono in buona parte vanificati dalla sua tardiva approvazione, negli ultimi mesi della legislatura.

La necessità di una numerosa serie di decreti attuativi la espose pesantemente ad una scarsa o nulla attuazione in molte regioni italiane. Ma un passo avanti culturale era stato portato avanti, anche con il contributo di Caritas italiana.

Innumerevoli in quegli anni i suoi articoli, relazioni, note prodotte, accanto a incontri di formazione e di coordinamento: Domenico è stato l’animatore di una comunità professionale di operatori che sono cresciuti culturalmente sotto la sua direzione. Una scuola in cui il realismo cristiano, privo di ideologismi e di retorica, si fondeva con la volontà del cambiamento, in spirito e lettera, della nostra Costituzione repubblicana.

Domenico ha formato una generazione di operatori nella prospettiva della promessa costituzionale, non solo declamata, ma compiuta caparbiamente nella vigilanza sui processi normativi e sui dibattiti politico-istituzionali, nella competenza e nella capacità di cogliere ogni spazio di cambiamento possibile.

Ma la promessa costituzionale – a cui Domenico ha formato –  è profondamente intrisa di quel personalismo cristiano che uomini come Dossetti, Lazzati, La Pira e Moro hanno saputo fare inscrivere non solo nelle pagine delle Costituzione repubblicana, ma anche nella loro concreta esperienza umana e cristiana. Uomini fedeli alla Parola, fedeli nella prova a cui la storia li ha chiamati.

Una formazione esigente, ma capace di trasmettere quella empatia profonda che è la cifra personale di Domenico, anch’essa profondamente pedagogica: perché ha insegnato a essere persone senza presunzioni di ruolo o di primati etici, ma capaci di relazioni franche, umane, collaborative, dentro e fuori i recinti ideali o organizzativi in cui ognuno di noi si viene a trovare.

Una pedagogia civile fatta di stile personale, cultura politica, ispirazione cristiana, capacità comunicativa, che a volte sentiamo difettare in questo tempo, soprattutto per quanto riguarda i dosaggi sapienti di queste virtù.

(*) arcivescovo di Agrigento

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Camorra: Di Gennaro (Univ. Federico II), “un welfare di prossimità l’antidoto migliore per combatterla”

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 13:48

Omicidi nell’hinterland, faide interne, intimidazioni, pizzo anche nello spaccio e nel gioco d’azzardo, stese nel centro storico di Napoli, infiltrazioni in altre regioni, come il Veneto: qual è il volto della camorra oggi? La domanda l’abbiamo rivolta al sociologo Giacomo Di Gennaro, coordinatore del Master di II livello in Criminologia e diritto penale e Analisi criminale e politiche per la sicurezza urbana del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Federico II di Napoli.

Quali sono le caratteristiche della camorra oggi?

Estensione, molteplicità e forte autonomia territoriale è l’impronta che storicamente ha connotato il radicamento dei clan di camorra sia nella città sia nell’hinterland partenopeo. Nel tempo a questi due caratteri si è andata associando la tendenza alla gerarchizzazione con inevitabile forte controllo interno al clan che come tratto, più dei gruppi della provincia metropolitana, ha prodotto una significativa distinzione rispetto a quelli cittadini. Queste peculiarità spiegano le costanti e cicliche “guerre”, faide, lotte intestine, scissioni, tradimenti, diserzioni, brevi tregue e sono la cifra della permanente fibrillazione territoriale che rende visibile un uso strategico della violenza omicidiaria.

Cosa è cambiato rispetto al passato?
Questa strutturale alta conflittualità esistente fra i clan determina mutevoli e incerti equilibri criminali, nonché la nascita di nuove famiglie, nuovi gruppi, spesso – come in questa fase – caratterizzati dall’età giovanile delle nuove leve. Queste, nutrite da identità più ciniche, spavalde e desiderose di ascendere in fretta la scala delle gerarchie criminali, nonché agevolate dai vuoti di potere lasciati dalla cattura di latitanti, dagli efficaci esiti investigativi della magistratura e delle forze dell’ordine che hanno portato in galera i vertici di molti clan, esibiscono

una violenza disordinata, irragionevole e più pericolosa,

ma da essi ritenuta idonea ad occupare le nuove piazze di spaccio.

Quali sono i settori in cui prosperano di più gli affari dei clan?

Droga, estorsioni, usura, gioco d’azzardo, traffico di rifiuti, contrabbando di sigarette, armi, mercato funerario, servizi locali di public utility, contraffazione di merci, medicinali, truffe, riciclaggio in attività finanziarie, di ristorazione, turismo, commercio, agricoltura, grande distribuzione, mercato del fotovoltaico, corruzione di funzionari pubblici, sanitari, amministratori locali, forze dell’ordine, magistrati, direttori di banche, imprenditori, interessi negli appalti pubblici. Un corollario di attività e incorporazione di ceti professionali che, in un continuum talora indifferenziato di reti criminali, ha permesso e permette – specie alle famiglie camorristiche più storiche – di essere presente oltre l’ambito regionale e anche nazionale. L’investigazione recente nel Veneto non disvela nulla di nuovo per gli addetti ai lavori. I più ricchi territori del Centro e del Nord sono da decenni interessati da infiltrazioni e anche nuove forme di radicamento delle organizzazioni criminali. Lì si spara di meno, si opera una intimidazione più latente, si agisce nell’invisibilità più pura e complessa ma con risultati più elevati.

Cosa sta cambiando nel napoletano?

Gli scenari più attuali della camorra sono caratterizzati innanzitutto dallo smantellamento, almeno in gran parte, della più grande piazza di spaccio europea che era Scampia. Di quella guerra resta ancora latitante Marco Di Lauro, figlio dell’ampia famiglia di Paolo Di Lauro. Gli ultimi tempi sono attraversati da dimostrazioni di forza (le stese) e fronteggiamento di gruppi storici ed emergenti che si avversano per il controllo delle nuove piazze di spaccio, sia in città (Soccavo, Rione Traiano, Pianura oppure nel quartiere Sanità), sia a Est (Ponticelli, Barra) e a Nord di Napoli (Parco Verde di Caivano e area di Afragola divenuti i nuovi supermarket della droga). È in quest’ultimo esteso territorio che la tensione è di recente più alta perché lo scontro è tra clan ben radicati e gruppi emergenti: il clan Ciccarelli a Parco Verde, gli scissionisti Amato-Pagano tra Melito, Mugnano e Arzano, i Nuvoletta e i Polverino tra Marano e Quarto, i gruppi Di Buono e Avventurato che operano ad Acerra, a Casalnuovo e Volla i clan Rea-Veneruso e Piscopo-Gallucci. Tutti si contendono il controllo delle estorsioni e del traffico di stupefacenti, il controllo del territorio e il tentativo di creare nuovi traffici.

C’è poi il fenomeno delle baby gang…

A insidiare le storiche famiglie

una “paranza” di giovanissimi dai cosiddetti “girati” ai nuovi spietati baby-camorristi

che con il crepitio delle pistole vogliono farsi spazio e acquisire soldi, sebbene sporchi di sangue. L’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura è costante e l’effervescenza della risposta dello Stato impedisce che la scia di morti sia più lunga. Ciò è necessario ma non è sufficiente. Il paradosso è che l’efficienza del contrasto dello Stato ha prodotto l’effetto inintenzionale dell’aggregazione criminale adolescenziale.

Cosa si può fare?

Occorre operare con strategie preventive e rieducative differenziate: con i giovani e giovanissimi che appartengono a famiglie camorristiche storiche bisogna avere il coraggio di allontanarli dalle famiglie e dal contesto mettendo in campo un percorso di risocializzazione alternativa; la microcriminalità richiede che sia trattata con strumenti normativi più efficaci e strategie di azione riparativa che responsabilizzino il minore integrandolo in veri percorsi di responsabilizzazione soggettiva e riparazione del danno. Infine, per i borderline, quelli che sono al confine delle due precedenti aree, l’investimento territoriale di contrasto alla deriva socio-criminale va fatta a più livelli, puntando sul recupero scolastico, sul prolungamento delle attività formative in forme alternative e in luoghi protetti, sulla riqualificazione di pezzi di territorio, sull’offerta di alternative di socializzazione nel tempo libero, su forme di aggregazione ed esperienze nuove, sul lavoro. C’è una povertà educativa che precede la povertà materiale ed espone i giovanissimi al rischio attrattivo del crimine. Per demafizzare molti contesti territoriali occorre costruire una rete di relazioni istituzionali e sociali in grado di sostenere da un lato le attività economiche innovative, dall’altro veicolare azioni sociali di prevenzione in grado di modificare il tenore culturale della cittadinanza e valorizzare pratiche di civismo solidale attraverso le relazioni di prossimità.

Ci sono esperienze positive di contrasto alla camorra?

C’è una parte consistente di società civile, di gruppi di volontariato, associazioni familiari, professionali, di religiosi e religiose, istituzioni sociali e culturali, scuole diventate presìdi di legalità, insegnanti, magistrati, docenti universitari, di comitati di quartiere che ogni giorno con impegno e dedizione, in forme diverse, mettono in atto azioni preventive e interventi di integrazione sociale, attivazione di reti di prossimità, pratiche di civismo solidale, di formazione alla legalità: insomma,

un welfare di prossimità umana

che almeno rimpiazza il welfare societario negato. Reagiscono al disfattismo e alla depressione sociale che frequentemente esprime gran parte dell’opinione pubblica. La Sanità con le Catacombe di S. Gennaro Scampia, con il centro Hurtado, Rione Traiano con l’“Orsa Maggiore” sono esempi positivi. Non c’è quartiere, fetta di territorio, area urbana o periferica che non abbia al suo interno la contrapposta presenza della mefistofelica subcultura criminale organizzata in clan e le reti associative, i comitati civici, le realtà anticamorra. Il problema è che la Napoli criminale nell’accumulare ricchezze col sangue fa audience, attrae i media, il mondo del cinema, dello spettacolo, fa rumore. La Napoli legale, ordinaria, laboriosa e civica opera in silenzio e al massimo accumula capitale sociale che spera divenga in futuro un inibitore del suo opposto.

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Digiunare significa convertirsi (papa Tawadros II)

Natidallospirito.com - Sat, 16/03/2019 - 11:55

Tra tutti i numerosi strumenti spirituali, nella nostra vista spirituale ed ecclesiale, il digiuno occupa un posto importante. Esso è uno dei pilatri fondamentali che esprimono, di fronte a Dio, la nostra umiltà, la nostra speranza e il nostro amore. I digiuni nella nostra Chiesa si estendono per più di metà dell’anno. Digiuniamo, infatti, comunitariamente in momenti particolari dell’anno, non mangiando per un certo tempo e astenendoci dai cibi di origine animale, cercando di imitare lo stato paradisiaco vissuto da Adamo ed Eva prima della caduta e della trasgressione.

Nei libri della Sacra Scrittura, il digiuno ha una lunga storia. I digiuni più noti sono probabilmente quello praticato dal profeta Mosè per quaranta giorni (cf. Es 24,28), quello del profeta Elia (cf. 1Re 19,8), di Cristo (cf. Mt 4; Lc 4).

Malgrado il cibo sia una grazia e un dono di Dio, l’astinenza per uno o più giorni rappresenta una forma di umiliazione che ha come scopo, prima di tutto, quello di convertirci. Nelle pagine della Scrittura troviamo numerosi capitoli e passaggi dedicati al digiuno e ai suoi effetti. Ricordiamo Is 58, Gl 2,12-20, Mt 6,1-18.

Nel libro di Gioele la pratica del digiuno comunitario può essere racchiusa in sette passi[1].

1. Suonate il corno in Sion[2]: ovvero la vita di lode in Chiesa;

2. Santificate il digiuno: ovvero dedicare questi giorni prima di tutto al Signore;

3. Proclamate il ritiro: ovvero ritirarsi per potersi dedicarsi alla conversione;

4. Radunate il popolo: mediante giornate spirituali e preghiere;

5. Santificate la comunità: ovvero purificate il popolo mediante la purificazione del cuore dal peccato;

6. Astenersi dalla passione: ovvero astenersi dai rapporti coniugali, di comune accordo;

7. Piangano i sacerdoti: in quanto guide e modelli offrono preghiere con lacrime.

Questo è il “digiuno umile” che apre il cuore alla santità e fa vivere l’uomo nel pentimento e nel pianto per i propri peccati, lontano dai piaceri che possono distrarlo.

Il “digiuno umile” è capace di toccare le nostre emozioni, i nostri pensieri e le nostre coscienze, non soltanto il nostro stomaco. Così possiamo purificarli dai litigi, dalle polemiche e dai pensieri cattivi.

Ci è stato donato di essere in presenza di Cristo mentre siamo sulla terra, talvolta da vincitori, talatra da crocifissi. Ma dobbiamo essere sempre pronti e mai fuggire dal suo volto. Il digiuno umile ci aiuta molto in questo senso a essere pronti per incontrare Dio (cf. Es 24,28; Dn 9,3).

Talvolta il digiuno diventa inutile: ci attacchiamo alle formalità e cambiamo soltanto tipo di cibo, oppure digiuniamo controvoglia, o per far vedere alla gente che digiuniamo (cf. Mt 6,16). Così facendo cadiamo nei peccati dell’orgoglio, dell’ostentazione, del formalismo privo di sostanza e di profondità.

Il vero digiuno è legato all’amore del prossimo ed è inseparabile dalla preghiera, la quale alimenta il digiuno. Per questo dice il salmista, il profeta Davide: “Se solo potessi avere ali come di colomba per volare e trovare riposo” (Sal 54,6-7). La vera preghiera e il vero digiuno fanno innalzare l’anima come una colomba che, pura, vola verso Dio. Così essa può trovare riposo e gioia. “Volo e trovo riposo” significa “prego e trovo riposo, digiuno e trovo riposo”.

Una volta un uomo fece visita a un sacerdote e gli disse: “Mostrami Dio!”. Il sacerdote gli disse: “Non posso mostrarti Dio. In più, so che tu sei in uno stato tale che non ti permette di vederlo”. Meravigliato di questa risposto, l’uomo riprese: “Come lo sai?”. Rispose il sacerdote: “Te lo dimostro. C’è un testo evangelico che ti colpisce talmente tanto da penetrare nel tuo cuore?”. E l’uomo: “Sì, è la storia della donna colta in flagrante”. “Perché?”, gli chiese il sacerdote. E l’uomo rispose: “Credo che io sia l’unico che non si sarebbe ritirato dalla scena prima di averle tirato una pietra”. Al che gli disse il sacerdote: “Hai risposto tu stesso. Non puoi vedere Dio perché gli sei totalmente estraneo. Non sai ancora come digiunare dal tuo ego”.

Caro lettore, prega con me:

“Ti ringrazio, Signore, perché mi hai donato la grazia del digiuno
e mi hai portato fino a questo ora.
Ti supplico, Signore, aiutami a vedere i miei peccati, a conoscere le mie debolezze
e a non nascondere nel cuore alcuna cattiveria o alcuna specie di male.
Possano questi giorni di digiuno essere un’occasione vera
per penetrare nel profondo del mio cuore
ed entrare nell’intimo della mia camera
chiudendo la porta alle parole e al cibo.
Allora ti vedrò, mia gioia, mia forze, mio aiuto
essendo davvero convertito, con lacrime e pentimento.
Allora non ti sarò estraneo. Amen.”

[1] Cf. Yusuf As’ad, al-Sawm al-masihi (Il digiuno cristiano).

[2] Il testo citato è secondo la LXX, N.d.T.

Tawadros II
papa di Alessandria e patriarca della predicazione di San Marco

traduzione dall’arabo
tratto da: “al-Sawm, tawbatuna”, al-Kiraza, anno 47, n. 9-10, p. 3

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Papa Francesco in Marocco: cristiani e musulmani lavorino insieme per la pace

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 10:25

Come già sapete, Papa Francesco visiterà il Marocco il 30 e 31 marzo prossimi.

Questo annuncio, una buona notizia per la Chiesa in Marocco, è una grande gioia per tutto il popolo e motivo di particolare gratitudine per noi, perché avremo occasione di avvicinarci al Papa – anche se forse qualcuno ha già potuto farlo -, celebrare con lui la nostra fede, ascoltarlo, fargli sentire il nostro affetto e dirgli che ci siamo impegnati a portare il Vangelo di Cristo nel cuore di coloro con cui percorriamo il sentiero della vita.

Tuttavia, niente di tutto questo, pur essendo importante e persino necessario, sarebbe una ragione sufficiente per giustificare questa tanto desiderata visita del Papa in Marocco, perché il nostro impegno nei confronti del Vangelo, il nostro affettuoso attaccamento a Papa Francesco, così come la gioiosa celebrazione dei misteri della fede, fanno parte della nostra vita, per non dire semplicemente che sono la nostra vita, anche se non ci venisse mai concessa l’opportunità di vedere il Papa.

Questo mi porta, fratelli miei, a considerare altri aspetti di questa visita, che potrebbero non risultare così familiari come quelli che, fin dall’inizio, reclamano la nostra attenzione, ma che sono probabilmente più significativi e ai quali, in realtà, si dovrà prestare una maggiore attenzione.

Mons. Santiago Agrelo Martinez

È ovvio che il Papa viene in Marocco per noi cristiani che viviamo qui; non penso di sbagliarmi, però, affermando che viene anche – anzi soprattutto – per il popolo marocchino, che qui ci accoglie come loro fratelli.

Per cristiani e musulmani, è la chiamata a lavorare per la pace, ad agire secondo giustizia, a essere solidali gli uni con gli altri, a promuovere la libertà di tutti.

Se in passato potevano separarci due certezze, oggi deve unirci un’unica ricerca. Se abbiamo scritto una storia fratricida nel nome di due fedi, è tempo di scriverne un’altra che agli occhi di tutti risulti fraterna, unita da vincoli di clemenza e misericordia.

Ciò che viene da Dio, tanto nell’Islam quanto nel Vangelo, non ci separa gli uni dagli altri, non ci rende estranei gli uni agli altri, e ancor meno ci rende superiori gli uni agli altri.

Ciò che è di Dio unisce nell’amore, che è Dio.

Viviamo tempi difficili, in cui per cristiani e musulmani è diventato urgente scoprire la nostra comune vocazione a umanizzare il mondo, e di farlo ciascuno partendo dalla luce con cui la fede che professiamo ci illumina.

Il cuore mi dice che la visita di Papa Francesco in Marocco lascerà nei nostri occhi la gioia di guardarci come fratelli, nei nostri cuori un impegno nei confronti di questi fratelli e di questa terra, nelle nostre mani un progetto di solidarietà con i poveri, nel nostro spirito la passione di Dio per le sue creature.

Ma voi sapete bene, fratelli miei, che all’orizzonte di questa visita apostolica ci sono anche questi ultimi tra gli ultimi che sono gli emigranti.

Abbandonati al loro destino, consegnati nelle mani criminali delle mafie dalle politiche criminali dei governi, impossibilitati ad esercitare i loro diritti fondamentali, trattati come schiavi, portati avanti e indietro come una merce, spinti a negoziare con la morte ciò che dovrebbe offrire loro in giustizia, questi emigranti hanno bisogno che la parola del Papa venga rivolta a loro per confortarli, per mantenere viva la loro fede, per rafforzare la loro speranza. Hanno bisogno anche che quella parola si rivolga alla coscienza del popolo, ricordi la responsabilità che nel dramma dell’emigrazione ha la politica di ogni nazione, e l’ancora maggiore responsabilità, se possibile, che in materia di formazione della coscienza e di presa di decisioni politiche hanno le comunità cristiane nei paesi di origine, nelle Chiese lungo il cammino, nei paesi di destinazione.

Questa è una speranza accesa nel cuore della Chiesa di Tangeri: che Papa Francesco venga in questa terra, e che a questa umanità affamata di giustizia, di amore, di speranza, faccia arrivare la luce della sua parola, il calore del suo affetto, la testimonianza che la Chiesa, madre di tutti, è particolarmente vicina a questi figli che hanno bisogno di tutto.

Questi figli ultimi non potranno avvicinarsi a Papa Francesco. Dovranno però occupare un posto privilegiato nel suo cuore di padre e nel cuore della sua visita apostolica in Marocco.

A noi spetta preparare il cammino. Lo faremo con austerità di vita, nella solidarietà con i poveri, con la preghiera nella comunità e il rapporto personale con il Signore. Lo faremo come se stessimo preparando la venuta del Signore: Benedetto colui che viene nel suo nome!

(*) arcivescovo di Tangeri 

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Strage in Nuova Zelanda: l’odio per chi è diverso non prevalga

Agenzia SIR - Sat, 16/03/2019 - 10:22

Venerdì 15 marzo, mentre pregavo la Via Crucis con i fedeli, li ho invitati ad aprire il cuore, a creare un po’ di spazio e a ricordare, insieme alle persone care, le 49 vittime della Nuova Zelanda. Ci siamo messi insieme in cammino dietro a Cristo sofferente, che questo venerdì è stato crocifisso nei corpi uccisi di quei musulmani in preghiera. Abbiamo pregato in raccoglimento e silenzio, tutti insieme, quasi a continuare quella preghiera interrotta delle 49 persone la cui vita è stata troncata in modo crudele.

Un crimine, un atto terroristico, che ha una sola causa, una sola giustificazione: l’odio. Per chi è diverso, crede e pensa in modo diverso. Ma anche per chi è immigrato.

Viviamo in un mondo che pare essere sempre più una pentola a pressione. Nonostante si cerchino valvole di scarico, eventi come questo indicano che qualcosa continua a non andare. Sembra che il male abbia una missione, quasi come il bene, con la differenza che la prima usa qualsiasi mezzo, pur di averla vinta, pur di dominare la vita di individui e d’intere società. Quando l’uomo perde la ragione – e la violenza è contro la ragione, come disse Papa Benedetto a Regensburg – la sua vita diventa una giungla, la società stessa diventa tale, e così l’unico “equilibrio” da mantenere e raggiungere sembra essere quello della sopravvivenza a ogni costo, anche eleminando il proprio simile.
Eppure non ci è data un’altra terra da vivere, non un altro mondo o un pianeta sul quale trasferirci. Ci è dato solo questo pianeta: ed è questo che noi dobbiamo impegnarci a rendere migliore.

Purtroppo ciò che è accaduto in Nuova Zelanda scoraggia e mette un velo nero sui tentativi di tanta gente di buona volontà per creare un mondo migliore.

La morte di quei musulmani, mentre pregavano o uscivano dalla preghiera, è la morte degli innocenti ed è una ferita per l’umanità che vuole vivere pacificamente. Certamente possiamo rendere il mondo migliore. Ma come? Da dove partire?
In questi giorni giunge la notizia della candidatura di Greta Thunberg, un’adolescente svedese, a premio Nobel per la pace. Si è impegnata per il clima e contro il riscaldamento globale, contro il terrorismo ambientale. Un grande insegnamento… I giovani da tante parti del modo stanno indicando la strada a noi adulti. Mi sembra un’immagine biblica: il fanciullo che guida (Is 11,6). Così come tanti giovani sono andati nelle piazze a dire di no all’inquinamento. La voce dei giovani può aiutarci a rendere migliore il mondo. Perché hanno la capacità di frequentare il futuro.

Dando spazio alla loro creatività e, soprattutto, impegnandoci nella loro formazione possiamo combattere tutti i fenomeni negativi delle nostre società, tra i quali l’intolleranza verso chi è straniero, di diverso colore, pensiero e credo religioso.

Oggi più che mai siamo poi chiamati a promuovere quei modelli di convivenza che già ci sono in diverse parti del mondo. Da questo punto di vista, senza presunzione alcuna, l’Albania è un Paese che può dare molto, con il suo modello di convivenza tra religioni. È un valore per noi e cerchiamo di tenercelo stretto. Anzi preghiamo, ciascuno nella sua religione, che non sia solo la buona volontà a tenerci uniti e in armonia, ma soprattutto la forza di Dio, di quel Dio che un giorno ci chiederà conto di quanto abbiamo amato, il fratello-amico e il fratello-nemico, il fratello-simile e il fratello-diverso.
È proprio vero quanto affermava il saggio musulmano Jalaluddin Rumi: “Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù”.

(*) vescovo di Rreshen

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Buone pratiche. Contarina Spa: società totalmente pubblica che macina un record dopo l’altro nella raccolta differenziata

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 19:33

Degli strani “gilet gialli” si aggirano tra camion, cataste di rifiuti e impianti d’avanguardia. Sono i convegnisti del 4° Seminario nazionale di Pastorale sociale, intitolato “Cercare un nuovo inizio, per una pastorale sociale capace di futuro: lavoro, giovani, sostenibilità”, rivolto in particolare ai direttori degli uffici di Pastorale sociale e alle associazioni interessate, che si è aperto mercoledì e si concluderà domani a Treviso, all’hotel Maggior Consiglio.

In ascolto delle buone pratiche. Quella di oggi è stata la giornata dell’ascolto, da una parte della “piazza dei giovani” che scioperavano per il clima (solo a Treviso erano in 4mila), dall’altra della società civile e della sua creatività. La giornata dell’Italia delle buone pratiche su ambiente, sostenibilità, economia circolare, reti sociali e comunitarie, che fanno dire a Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, che “sta emergendo una nuova sensibilità ambientale nella società e nell’economia, particolarmente in Italia”. Così, al mattino, in sala, sono state portate da Giovanni Carrosio le esperienze che consentono ai piccoli paesi delle aree emarginate non solo di sentirsi vivi, ma di promuovere idee nuove e contagiose; mentre Giuseppe Savino ha illustrato il “rural hub” battezzato “VàZapp”, un singolare ambito nato a Foggia, di che vuole mettere insieme i contadini pugliesi creando non rappresentanza, ma “presentanza”, cioè rete comunitaria e di conoscenza, formazione, scambio tra generazioni.

Il “santuario del riciclo”. Ma la buona pratica vissuta “dal vivo”, con maggiore profondità, è stata quella della gestione dei rifiuti da parte di Contarina Spa, la società totalmente pubblica – i proprietari sono i 49 Comuni della Destra Piave trevigiana – che da anni macina un record dopo l’altro nella raccolta differenziata, oggi all’86%, contribuendo così in modo sostanziale al primato nazionale della provincia di Treviso.
Così, indossati per sicurezza i vistosi gilet gialli, i convegnisti hanno potuto visitare il nuovissimo impianto per il compostaggio di umido e vegetale a Trevignano e le apparecchiature d’avanguardia a livello mondiale del centro gestione rifiuti a Lovadina di Spresiano.

Una sorta di “santuario laico del riciclo”, quest’ultimo: quasi settimanalmente visitato da delegazioni di tutto il mondo e da politici di tutti i partiti.

I “gioielli” sono il primo impianto al mondo per riciclaggio di pannolini e assorbenti e il padiglione che divide, da una parte, plastica, vetro e metallo e, dall’altra, carta e cartone. Ma c’è anche l’impianto che depura e sminuzza il secco non riciclabile, riducendo al minimo la frazione da portare all’inceneritore.

La macchina che ricicla i pannolini. L’impianto per i pannolini lavora ancora a livello sperimentale e per il momento l’utenza proviene da ospedali e case di riposo. “Stiamo attendendo un cambio di normativa per poter considerare le tre parti in cui un pannolino viene riciclato – cellulosa, plastica e parte assorbente – materia prima e non rifiuto. In tal modo ci sarebbero molte possibilità in più di utilizzo”, spiegano gli operatori mentre illustrano il funzionamento di questa macchina, “un’autoclave che si può paragonare a una pentola a pressione che ruota su se stessa producendo un’altissima temperatura”. Quando le istituzioni faranno la loro parte e la normativa sarà cambiata, si andrà a regime anche per i privati. Così, la frazione secca non riciclabile, che in qualche comune si aggira già intorno al 90%, si ridurrà di un ulteriore 20 percento, quello appunto costituito da materiale assorbente.

Un modello che punta sulla responsabilità del cittadino. Ma gli impianti d’avanguardia, possibili grazie agli utili fatti da Contarina e puntualmente reinvestiti, sono solo la punta d’iceberg di un sistema ormai collaudato ed esportato anche in altre regioni (di recente, per esempio, a Forlì). A illustrarlo è Paolo Contò, direttore del Consorzio Priula, che raggruppa 49 Comuni, 554mila abitanti, 260mila utenze:

“Il primo criterio è quello della gestione omogenea; ogni cittadino, a prescindere dal comune di appartenenza, ha lo stesso trattamento e paga con i medesimi criteri. Questo significa che siamo noi a diversificare il servizio e ad adattarci, a seconda delle zone urbane, rurali o montane. In secondo luogo puntiamo sulla responsabilità del cittadino”.

Sono stati tolti i cassonetti lungo le strade e si è passati, ormai dal 2002, al “porta a porta”. L’utente paga solo gli svuotamenti di secco non riciclabile e di vegetale, “è portato a differenziare e i risultati sono immediati, l’abbiamo visto quando abbiamo avviato il porta a porta nella città di Treviso. In pochi mesi siamo passati da 300 Kg annui di secco per abitante a soli 60”. Il resto lo fa un sistema efficiente, grazie a 500 mezzi di trasporto e a una rete territoriale di ecocentri. Il sistema, conclude Contò. “crea economia circolare e posti di lavoro. Quando siamo partiti a Treviso sono stati quaranta in più, ma abbiamo calcolato che che il sistema venisse esportato in tutto il territorio nazionale, i posti in più sarebbero 90mila”.

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Sul figliol prodigo (Giovanni Crisostomo)

Natidallospirito.com - Fri, 15/03/2019 - 16:49

Vi erano due fratelli, ai quali il padre divise le sue sostanze. Dei due uno rimase in casa, l’altro invece divorò quanto a lui assegnato continuando a vivere in terra straniera per non subire l’onta della miseria. Vi ricordo questa parabola per farvi toccare con mano che per quelli che lo vogliono v’è remissione anche se hanno peccato dopo il battesimo. Non ve ne parlo per spingervi al disimpegno ma perché non siate vittime di una tentazione che provoca danni ancora più gravi della stessa scioperataggine, cioè della disperazione.

Che questo figlio sia come un’immagine dei caduti dopo il battesimo, lo si vede facilmente. Infatti si parla di figli, ma nessuno può dirsi figlio senza il battesimo. Se ne stava nella casa del padre e ne amministrava tutti i beni, e anche noi siamo amministratori dei beni del Padre ricevuti in eredità, ma non prima del battesimo. Tutto qui adombra la condizione dei fedeli; si parla anche del fratello e si dice che era buono e anche noi ci chiamiamo e siamo fratelli ma dopo la rigenerazione spirituale. Che cosa disse infine il fratello caduto nell’estrema malizia? Ritornerò da mio padre. Per questo il padre non aveva né proibito né impedito la sua partenza per una terra straniera, proprio perché imparando a sue spese potesse sperimentare i benefici goduti restando a casa; così spesso quando non credessimo alla parola di Dio, egli veramente permette che impariamo attraverso l’esperienza che noi facciamo.

Ecco dunque perché parlò cosi anche ai Giudei. Non avendoli infatti attirati a sé con la persuasione, con un’infinità di parole spese attraverso i profeti, permise che imparassero sperimentando i suoi castighi come sta scritto: La tua stessa ribellione ti punirà e la tua stessa malvagità ti castigherà. Avrebbero invero dovuto prestargli fede anche prima che si compissero gli avvenimenti profetati, ma poiché erano cosi chiusi alla fede in quelle esortazioni ammonitrici, li fece ammaestrare dai fatti, permettendo che si attuasse la malizia preannunziata d’incredulità allo scopo di poterli a questo modo ancora recuperare.

Lo scialacquatore infine ritornò dalla terra straniera, dove aveva imparato a proprie spese in che male incorre chi abbandona la casa paterna per una lontana; ed il padre allora lungi dal far vendetta se lo accolse a braccia aperte. Come mai? Perché era padre e non giudice. Si fecero quindi danze banchetti e feste, e tutto nella casa fu splendore e gioia. Cosa borbotti? Questa la ricompensa per il male commesso?! Non del male commesso, o uomo, ma del suo ritorno, non del peccato ma della penitenza, non della condotta perversa ma di quella mutata in meglio. Più interessante ancora il fatto che al figlio più grande il quale se ne lagnava il padre dolcemente cosi abbia replicato: Tu sei sempre con me, questi invece era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita. Vuol dire: “Quando va salvato chi era perduto, non è il caso che si giudichi promuovendo severe inchieste, ma è tempo solo di clemenza e di perdono”.

Il medico infatti non si mette ad inquisire sul malato per richiederne conto e punizione, trascurando di curarlo; e se fosse degno di giusta punizione crederebbe già sufficiente la pena subita. Il prodigo stando in terra straniera e lontano dalla comunione dei suoi per tanto tempo, pagò con la fame, l’infamia e la lotta con mali gravissimi. Perciò con l’espressione era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è risuscitato vuol dire: «Non guardare alla presente condizione, ma pensa alla gravità delle anteriori avversità; tu vedi un fratello, non un estraneo; è tornato ad un padre che non può rinfacciargli i precedenti trascorsi, ma deve ricordare solo quanto possa spingerlo a compassione misericordia amore e indulgenza, come si conviene a chi lo ha generato. Perciò questi non fece parola di ciò che il figlio aveva commesso ma di quanto aveva patito; non ricordò le sostanze che aveva divorato ma l’infinità di guai che aveva passato».

Allo stesso modo – con altrettanta anzi con maggiore cura – il buon Pastore andò in cerca della pecorella. Qui infatti era stato lo stesso figlio a ritornare, lì invece fu lo stesso pastore a cercarla e avendola ritrovata a portarla con sé; godette più per essa che per tutte le rimaste al sicuro; come vedi, la riportò senza batterla e caricandosela sulle spalle per tenerla con sé restituendola al suo gregge. Sei convinto quindi che Dio non scaccia chi a lui ritorna ma lo accoglie non meno degli altri che praticano la virtù? La parabola ti fa vedere che Dio non va a domandar conto dell’operato degli erranti, ma anzi ne va in cerca e gode poi di averli ritrovati più che se fossero rimasti in salvo; non disperiamo se malvagi e non presumiamo se buoni, ma temiamo anche nel fare il bene di cadere per presunzione e di dover fare penitenza anche di questo peccato.

Ripeto quel che ho già detto all’inizio. Sono queste due tentazioni che minacciano la nostra salvezza: la presunzione se stiamo in piedi, la disperazione se siamo caduti in basso. Quindi, per rendere cauti quelli che stanno in piedi, Paolo ebbe a dire: Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere … Temo che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato; per sollevare invece e ridare maggior coraggio a quanti dormivano o erano caduti in basso, protestò parimenti nella sua lettera ai Corinzi: Che io non abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti, dichiarando cosi degni di compianto non tanto i peccatori quanto i peccatori impenitenti. A questi ultimi si era pure rivolto il Profeta, dicendo: Forse che chi cade non si rialza e chi perde la strada non torna indietro? Ed anche Davide li richiamò dicendo: Se oggi ascolterete la sua voce, non indurite il vostro cuore come nel giorno dell’esacerbazione,

Dunque, finché potremo dire oggi non disperiamo ma poniamo ogni speranza di bene nel Signore, con la mente fissa nel mare della sua misericordia scuotendo da noi ogni cattiva coscienza e aderendo fermamente alla virtù, molto fiduciosi ma anche fermi nel proposito, dando prova cosi altissima del nostro pentimento, perché deposto quaggiù ogni peso di peccato possiamo stare con fiducia dinnanzi al tribunale di Cristo ed ottenere il regno dei cieli. Ci sia dato di conseguirlo con la grazia e per la misericordia di nostro Signore Gesù Cristo, cui assieme al Padre e allo Spirito Santo gloria potenza e onore, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

Giovanni Crisostomo
tratto da: Giovanni Crisostomo, “Omelia I sulla penitenza, di ritorno dalla campagna”, in Id., La vera conversione, Città Nuova, Roma 1980, pp. 92-95

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Azione Cattolica: creare valore sociale sul territorio è possibile. Ecco sei storie

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 16:30

Piccole e grandi storie che raccontano il valore sociale creato dalla vita associativa sul territorio dando vita a vere e proprie reti generatrici di buone prassi. Sono i progetti e le esperienze raccolte nel primo “Bilancio di sostenibilità” dell’ Azione cattolica italiana (anno 2018) presentato il 15 marzo a Roma. Un impegno a servizio di tutta la comunità che si esprime in 13 iniziative partite da esigenze concrete: dall’impegno in carcere alla promozione del lavoro, dall’integrazione dei migranti alla cura del verde pubblico, fino ai gemellaggi con realtà estere. Ne abbiamo scelto sei.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Al vedere la stella. “Passare un’ora dentro l’Hogar significa fare i conti con il proprio cuore che è incapace di resistere agli occhi, alle mani e agli abbracci dei bambini”, dice don Tony Drazza, assistente del settore Giovani di Ac, descrivendo l’Hogar Nino Dios, la casa dei Gesù Bambini di Betlemme che accoglie bambini e ragazzi con disabilità gravi, molto spesso rifiutati o abbandonati per necessità dalle loro famiglie. Un luogo che l’associazione ha deciso di “adottare” proprio nel suo 150° anno di vita. Il progetto, “Al vedere la Stella…”, prevede che a turno quattro persone, in particolare quattro giovani, restino per una decina di giorni a vivere nell’Hogar occupandosi dei “più deboli tra i deboli”, spiega il sacerdote. Chi c’è stato vuole ritornarci: “Le richieste superano la domanda e da molte diocesi, da oltre un anno e mezzo, si susseguono i viaggi”.

Abbiamo solo 5 pani e 2 pesci è l’esperienza di prossimità proposta dal Settore Giovani di Ac dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto che vede vari gruppi parrocchiali recarsi nella comunità terapeutica Lorusso Cipparoli di Giovinazzo per passare una giornata insieme agli ospiti, giovani a loro volta, che affrontano problemi di dipendenza da sostanze (alcol o droghe) o da comportamenti (gioco d’azzardo, internet). “Incredibile quanto una risata, un gesto che per noi può essere banale e scontato, possa rallegrare una domenica pomeriggio”, dicono i ragazzi del gruppo parrocchiale di santa Maria del Campo e della Pietà di Ceglie. “L’essenziale è farsi prossimo – aggiungono i giovani di Ac dell’Annunziata di Cellamare -. Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di supportare l’infermità dei deboli”.

La luce del Vangelo dietro le sbarre. “Puntare la nostra attenzione in una delle periferie più importanti: il carcere di alta sicurezza”: Achiropita Calarota, presidente dell’Ac della diocesi di Rossano-Cariati, descrive l’esperienza avviata nella casa circondariale di Rossano con la consegna a tutti i detenuti del testo per la meditazione personale dell’Ac, di domenica in domenica, e poi mirata a creare una relazione con i detenuti proponendo loro un cammino da fare insieme. “Non è stato semplice ma ci siamo riusciti”, racconta. L’animazione delle celebrazioni eucaristiche prosegue con l’accompagnamento di alcuni studenti universitari (con la presenza settimanale di tutor di Ac) e col laboratorio “Prima Luce”. Poi è nato un gruppo di Ac “Sezione Carcere” con incontri settimanali “e all’interno del gruppo – conclude Achiropita – è maturato il desiderio di esprimere il senso di appartenenza all’associazione attraverso l’adesione”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Officina Immaginata è nata a Imola. “Abbiamo vinto un bando di progettazione sociale Mlac nel 2013 che ci ha permesso di realizzare la prima esperienza estiva dell’associazione, rivolta a ragazzi 14-18 anni della diocesi di Imola”, racconta il presidente Daniele Fabbri. L’iniziativa ha avuto successo: dall’oratorio cittadino per adolescenti a campi di educazione a cittadinanza, lavoro, rispetto delle diversità. “Ora – prosegue Fabbri – ‘Officina’ è una cooperativa sociale di tipo A + B, con 16 soci e 13 dipendenti”. Nella parte A (servizi educativi e culturali) vengono portati avanti progetti di contrasto alla dispersione scolastica, cinque doposcuola, servizi di animazione e progetti individuali con ragazzi con disagio sociale/psicologico o disabilità cognitive. Per il tipo B, inserimento di persone svantaggiate al lavoro, “abbiamo aperto un negozio di abiti femminili realizzati da produttori di moda etica, nel quale abbiamo inserito una donna con passato di dipendenza”.

Inthegriamoci. Integrare nella comunità parrocchiale persone provenienti da altre nazioni e che per motivi di lavoro e/o politici e che difficilmente riescono a trovare canali di contatto o comunicazione nel territorio in cui vivono e rimangono isolate. Questo l’obiettivo di Inthegriamoci, iniziativa, nata nel 2013 nell’associazione parrocchiale di Ac di S. Maria a Scò (Piandiscò) nella diocesi di Fiesole. Diversi adulti del gruppo sono andati a bussare alle loro porte per invitare questi immigrati a condividere un thè: ogni quindici giorni il sabato pomeriggio donne straniere e italiane con i loro figli, si ritrovano nei locali parrocchiali, abbelliti e accoglienti, per parlare, raccontarsi, ridere intorno ad una bella tazza di thè caldo, ogni volta preparato secondo una tradizione culturale diversa. Da lì il tradizionale pranzo interculturale ogni anno, in occasione della giornata internazionale del Migrante, e le cene etniche promosse con regolarità e aperte a tutti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Quando i ragazzi (e non solo) fanno rinascere il parchetto. C’era una volta un giardinetto pubblico dietro la stazione ferroviaria di Grottammare (Ascoli Piceno). Un parchetto in stato di abbandono che però, anni addietro, aveva addirittura vinto un premio delle Ferrovie dello Stato come giardinetto di pertinenza della stazione. Alcuni educatori di Acr lo ricordano e, insieme al gruppo 12-14 della parrocchia, chiedono al Comune e alle Ferrovie di potersene occupare. Di qui un progetto che mette insieme famiglia, ambiente e partecipazione. Ragazzi, bambini, adulti e anziani protagonisti, perché tutta l’associazione parrocchiale si impegna ed ora il parchetto della stazione è diventato il “giardinetto delle storie” dei ragazzi, dei giovani e degli adulti di Ac che lo tengono curato e aperto a tutti.

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Global Strike For Future: “Salvare il pianeta, ora!”

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 15:58

– “Che cosa vogliamo?”

– “Salvare il pianeta, ora!”

La risposta, univoca e corale, l’hanno gridata, oggi a Roma, le migliaia di studenti che hanno aderito al Global Strike For Future, lo sciopero mondiale degli studenti per la salvaguardia del pianeta, promosso dal movimento #FridaysForFuture e lanciato dalla 16enne Greta Thunberg, candidata recentemente al premio Nobel per la pace e diventata simbolo della lotta ai cambiamenti climatici, sui quali, tra l’altro, l’Onu nei giorni scorsi ha lanciato un allarme.

Il corteo romano è partito dal Colosseo per arrivare a fianco dell’Altare della Patria.

Colorati, confusionari e disordinati, come la loro giovane età prevede, ragazzi di ogni età hanno raggiunto piazza Venezia, ritrovo dell’evento.

Un piacevole “chiasso con saggezza” – come direbbe Papa Francesco – ha invaso e paralizzato il centro della città.

“È necessario – spiegano gli studenti -. Non c’è più tempo e ci sono delle urgenze non più rimandabili. Salvare il pianeta è una di queste. Il futuro è nostro. Saremo noi ad abitare il mondo di domani e non vogliamo quello che i nostri governanti ci stanno lasciando. C’è un problema e non lo si sta risolvendo. Il tempo stringe”.

“Siamo qui per cambiare il sistema, non il clima – continuano i ragazzi -. Dobbiamo prendere coscienza che questo è l’unico mondo che abbiamo”.

Non esiste un “pianeta b” e nemmeno un “piano b” (there’s no plan(et) b), come recita uno dei cartelli esposti dalla piazza:

“Se non quello d’invertire la rotta e capire che siamo arrivati agli sgoccioli. La politica lo deve capire, la situazione non è più rimandabile”. “E se non lo capirà – è il monito lanciato dagli studenti – cambieremo la politica prima che il clima. Per questo oggi abbiamo chiuso le scuole e siamo scesi in piazza. Ci hanno accusato di non voler studiare. Vogliamo studiare, invece, ma per farlo abbiamo bisogno di garantirci un futuro vivibile”.

Numerosi gli slogan che hanno accompagnato la protesta dei ragazzi. Maschere, musica e momenti di svago hanno fatto da cornice a una protesta necessaria e irriverente. “Ci siamo rotti i polmoni”, è la provocazione di un cartello che campeggia sulla piazza.

“Aò, ma volemo salvà ‘sta terra?”,

è invece l’appello di una ragazza romana che sottolinea: “Stanno tagliando le ali al nostro futuro”.

A dare man forte agli studenti sono arrivati anche i più grandi e i più piccoli.

“Noi salviamo il nostro pianeta”, si legge in un cartello tenuto da un bambino.

“Sono qui per i miei nipoti e per tutti questi ragazzi che oggi sento come miei nipoti”, racconta entusiasta una nonna che non ha voluto far mancare il suo appoggio ai giovani.

E ancora, spiegano i più grandi colpiti dalla protesta spontanea di una generazione che troppo spesso è stata considerata passiva e noncurante dei problemi globali:

“Se loro sono il nostro presente, il futuro sarà bellissimo!”

#FridaysForFuture

“Noi siamo l’eco del mondo”#15marzo #FFF #FridaysForFuture #GretaThunberg #schoolstrike4climate #climatestrike pic.twitter.com/TJHiO2KMja

— AgenSIR (@agensir) March 15, 2019

 

 

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La nave di Mediterranea di nuovo in mare. Salperà sabato dal porto di Palermo per testimoniare le violazioni dei diritti

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 15:35

Partirà sabato mattina dal porto di Palermo, con una bandiera tutta nuova donata dal sindaco Leoluca Orlando, la nuova missione di Mediterranea, la nave finanziata da un imponente crowdfunding della società civile per testimoniare le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo. Fino ad oggi sono stati raccolti oltre 580.000 euro, con donazioni di singoli cittadini, associazioni, scuole, dal Nord al Sud Italia e in altri Paesi europei. La donazione più cospicua è stata di 10.000 euro ma in maggioranza si tratta di piccoli donatori che offrono in media 70 euro. E quando sono offerte più consistenti spesso la causale è “la parrocchia”, “l’incontro culturale”, eccetera. “Andrebbe scritto un libro sulle casuali delle donazioni perché ricostruiscono una mappa della bellezza dell’Italia. Mediterranea è una nave ma è anche una metafora”, confida al Sir Alessandra Sciurba, palermitana, del board di Mediterranea. Così sabato mattina, e per 18 giorni (15 giorni più 3 di sosta, salvo imprevisti) saliranno sulla nave Mare Jonio e sulla nave di appoggio un equipaggio di professionisti, il team rescue per eventuali soccorsi, alcuni legali e giornalisti. Intanto chi è rimasto a terra sta preparando per il 6 e 7 aprile prossimo una grande assemblea al Macro di Roma per ringraziare tutte le persone che hanno sostenuto il progetto e programmare insieme il futuro di Mediterranea: “Siamo contenti di tornare nel Mediterraneo perché il mare non può essere, oltre che un cimitero, anche un deserto. Le navi della società civile sono le uniche a rispettare la legalità”.

Pronti a partire? Come vi sentite?
Abbiamo superato le ispezioni e siamo molto contenti. Dovevamo partire mercoledì ma per condizioni meteo avverse partiamo sabato mattina verso il Mediterraneo centrale, la nostra prima tappa sarà verso Zarzis, in Tunisia. Ora in mare non c’è nessuno. La nave di Open Arms è ancora ferma a Barcellona e sta negoziando disperatamente con il governo spagnolo. Sea Watch dovrebbe riuscire a ripartire a metà marzo, le altre Ong sono in difficoltà da molto tempo.

Qual è l’obiettivo di questa missione?
Il nostro obiettivo è sempre il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani, senza mai sottrarci all’obbligo di salvataggio.

Noi soccorreremo se si presentasse la necessità e ovviamente rivolgeremo la nostra prua all’Europa e mai alla Libia.

Chiaramente il livello di tensione si è alzato perché la guardia costiera libica oramai cattura la maggior parte delle persone che riescono a fuggire dai centri di detenzione, quindi il ruolo delle navi della società civile è anche quello di denunciare questa prassi in violazione delle norme internazionali e dei principi di umanità e diritti umani. E quando una nave della società civile riesce ad intervenire prima della guardia costiera libica significa che si sta compiendo

una azione di sottrazione ai trafficanti di esseri umani.

Perché sappiamo che la cattura – perché di questo si tratta e non di soccorso – significa rimettere nelle mani dei trafficanti persone che erano appena fuggite da quelle mani. Si è creato un sistema finanziato dall’Italia e appoggiato dall’Europa per cui la stessa donna, bambino o ragazzo possono essere vittime di tratta infinite volte cercando di scappare dalla Libia. Il paradosso è che gli attori criminalizzati dai governi sono le navi della società civile, le uniche che si stanno veramente ponendo il problema di come combattere questo traffico di esseri umani.

Dopo la dura azione di criminalizzazione delle Ong con che spirito tornate in mare? Cosa vi aspettate?
Noi faremo quello che abbiamo sempre fatto perché agiamo nella totale legalità. Ripetiamo che

le navi della società civile sono le uniche a rispettare la legalità.

Sarebbe bello che il governo italiano, invece di criminalizzarle le prendesse a modello. Perché nessuna inchiesta è rimasta in piedi. Ogni volta che una nave della società civile si trova a soccorrere persone sta soltanto obbedendo al diritto. Non abbiamo incognite rispetto al nostro comportamento perché è normato, è dentro una cornice di legge: il diritto del mare, le Convenzioni internazionali dei diritti umani e la nostra Costituzione. Per noi non ci sono incognite. Le nostre linee guida non sono strategie ma il rispetto del diritto. Purtroppo sono i comportamenti dei governi ad essere differenti ma noi non possiamo porci questo problema.

Abbiamo l’urgenza di testimoniare se ci sono violazioni e andare a portare un po’ di rispetto della dignità umana nel Mediterraneo.

E vorremmo farlo insieme alle altri navi delle Ong nostre sorelle che in questo momento non possono farlo. Ma ci auguriamo che a breve questo mare si riempia di navi per chi fugge dalla Libia e che un giorno non ce ne sia più bisogno perché vorrà dire che le persone saranno evacuate dai centri libici e portate in salvo.

Cosa chiedete all’Italia e all’Europa?
Stiamo tornando per l’ennesima volta dove non vorremmo essere: quello che noi chiediamo di nuovo all’Italia e all’Europa è l’apertura di canali d’ingresso legali, unico modo per sottrarre le persone all’attraversamento del Mediterraneo e ai trafficanti. In questo momento bisogna

aprire canali d’urgenza dalla Libia, le immagini che ci arrivano sono orribili.

Dal 2012 non ci sono più canali d’ingresso legali verso l’Europa: è una follia! Questo obbliga le persone a pagare i trafficanti e rischiare la vita. È inutile continuare a dire che i trafficanti sono gli unici colpevoli quando i migliori alleati sono i governi che chiudono le frontiere e fanno gli accordi con Paesi come la Turchia e la Libia.

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"Dove va la fede?", se ne parlerà alle Giornate teologiche

Evangelici.net - Fri, 15/03/2019 - 10:26
"Dove va la fede?" è il titolo che caratterizzerà la 32ma edizione delle Giornate teologiche, iniziativa promossa dall'Ifed di Padova. Nel corso delle varie sessioni di venerdì 8 e sabato 9 settembre si confronteranno sul tema Dan Strange ("Da dove viene la fede: itinerari dietro di noi" e "Fede formata: strumenti per crescere"), Pawel Gajewski e Giuseppe Rizza ("La fede...
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Comece: mons. Hollerich, “l’Europa è un progetto di pace per il mondo”

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 10:03

(da Bruxelles) “Quello che notiamo nelle persone è una certa delusione. Non si è contro l’Europa. Ma contro le élite. Le persone non si sentono più ascoltate, prese sul serio, tantomeno capite nelle loro preoccupazioni quotidiane”. Parte da qui l’analisi sull’Europa di monsignor Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (la Commissione degli episcopali dell’Unione europea). E poi aggiunge subito: “Come vescovi, cerchiamo di mantenere una certa distanza rispetto alla politica ed è forse questa distanza a essere parte della saggezza della Chiesa perché ci permette di amare l’Europa ma anche di porci nei suoi confronti in maniera critica”.

Papa Francesco ha addirittura rivolto all’Europa ben 5 discorsi. Cosa spinge la Chiesa a interessarsi con così tanta passione dell’Europa?
Molti dei valori europei sono parte integrante della dottrina sociale della Chiesa. La solidarietà, il bene comune, la pace, la giustizia. Ciò che è pericoloso è quando limitiamo il bene comune all’Europa. L’Europa è un progetto di pace per il mondo. E ciò che è vero per la pace, lo è anche per la giustizia, la solidarietà.

Vi siete impegnati molto per le elezioni europee di fine maggio. Perché lo avete fatto. Cosa vi preoccupa di più?
Preoccupano i nazionalismi. Conosciamo la storia. Sappiamo che in epoche di trasformazioni culturali profonde – e noi siamo in un periodo come questo – le persone hanno paura e quando le persone hanno paura cercano identità semplici. Avere una identità è importante. Riconoscersi italiano o lussemburghese è una cosa buona così come lo è riconoscersi cristiano o cattolico. È essere identitari che è sbagliato perché le nostre identità devono sempre essere in dialogo con il mondo e avere un rispetto profondo per gli altri.

Mai dovrò vedere gli altri come nemici ma sempre come partner nella costruzione di un futuro migliore.

Perché andare a votare alle elezioni europee di fine maggio?
Perché è esercitare una responsabilità civile. Il popolo sovrano deve esercitare il suo diritto e dovere di andare a votare.

Nella storia, ci sono state persone che hanno dato la vita per questo diritto. Per noi oggi è diventato un atto banale.

Alle persone che percepiscono che l’Europa inutile e a quelli che addirittura credono che l’Europa rende peggiore la loro vita, lei cosa direbbe?
Bisogna dire che non è vero.

È facile dire che tutto ciò che va bene, è merito degli Stati nazionali e tutto ciò invece che va male è causa dell’Europa. Non è vero. È una bugia.

Perché è sicuramente più semplice dare la responsabilità di ciò che non va agli altri e in questo caso all’Unione europea piuttosto che prendersi la propria responsabilità. Quante volte lo abbiamo sentito dire. Ma non è vero. Dobbiamo allora far vedere quanto l’Europa ha fatto per il bene comune. Pensiamo, per esempio, alla moneta unica. Se non avessimo l’Euro, il mercato comune non funzionerebbe. O pensiamo alle frontiere: se si chiudono, non si può più viaggiare liberamente, sarebbe impossibile alle persone migrare da un Paese all’altro dell’Europa alla ricerca di un lavoro e agli studenti non sarà più concesso di andare a studiare in un altro Paese. Sono tutte chance che l’Europa ci ha dato. Pensiamo poi alla globalizzazione. L’Europa unita ci permette di dare regole ad una globalizzazione che ha già sparso dietro di sé molte vittime.

È la mancanza di regole il vero pericolo, la causa che ha portato l’economia verso un capitalismo selvaggio, verso un sistema che guarda solo al profitto e tutela le piccole élite a danno della maggioranza…

Questo non va bene. Strutture come l’Unione europea permettono di tenere almeno sotto controllo questi fenomeni.

L’ultima domanda è sulla Brexit. Come sta vivendo personalmente questa pagina così difficile della storia europea e quali sono le vostre speranze?

Sono rattristato. Penso che non era necessario, che abbiamo tutti commesso degli errori. Sia sul continente europeo, sia nel Regno Unito.

Penso che avremmo dovuto tutti ascoltarci meglio e dialogare di più per comprenderci gli uni gli altri. Ma rispetto – anche se mi fa male – la decisione del popolo del Regno Unito. Fa parte del gioco democratico e rispetto la democrazia. Ma facciamo attenzione affinché l’uscita dall’Unione europea non provochi nuove rivalità e inimicizie. Non dimentichiamoci che i cittadini del Regno Unito e i cittadini dell’Unione europea sono fratelli e sorelle. Come Chiesa, poi, siamo chiamati a dare un esempio. Per questo voglio proporre di accettare come osservatori i vescovi inglesi e scozzesi all’interno della Comece. Restiamo fratelli.

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COMECE: Mons. Hollerich, “Europe is a project of peace for the world”

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 10:03

(from Brussels) “We see widespread disappointment. It is not a struggle against Europe but against elite groups. People feel they are not being listened to, that their opinion or their daily worries are not understood or taken seriously”, declared Msgr. Jean-Claude Hollerich, archbishop of Luxembourg, President of COMECE (Commission of Episcopal conferences of the European Union) in the opening lines of his analysis of Europe. He pointed out: “As bishops, we try to keep a distance from the political realm, and this very distance is to be viewed as an integral part of the Church’s widsdom, for it enables us to love Europe while adopting a critical understanding of it.”

Pope Francis has centred as many as five of his speeches on Europe. What motivates the Church’s passionate interest in Europe? 
Many European values are an integrating part of Church social doctrine. Solidarity, the common good, peace, justice. However, limiting the common good to Europe is risky. Europe is a project of peace for the whole world. And what is true for peace is also true for justice and solidarity.

You have put great effort into next May’s elections. Why? What is your greatest concern?
Nationalisms are reason for concern. We all know what happened in the past. We know that in epochs of deep cultural transformation –such as the period we are living today – people are afraid, and when people are afraid they seek simple forms of identity. Having an identity is important. Identifying oneself as Italian or Luxembourgian is a positive thing, just as it is to identify oneself as Christian or Catholic. However identitarianism is wrong because our identities must engage in constant dialogue with the rest of the world with deep respect for otherness. We must never view others as enemies but as partners in the development of a better future.

Why should citizens vote in next May’s European elections?
Because it is an exercise of civic responsibility. The sovereign people must exercise their right and duty to cast their vote.

In the course of history people have given their lives for this right. Today it is viewed as a matter of no account.

What is your message to those who consider Europe useless and to those who believe that Europe makes their life worse?
We must tell these people that it’s not true.

It’s easy to say that whatever is good is due to the efforts of nation States and whatever is bad is caused by Europe. This is not true. It’s a lie.

It’s simpler to shift the responsibility of what goes wrong onto others, in this case to the European Union, rather than taking the burden of responsibility. We have seen this happen countless times, but it does not reflect the truth. So we need to point out everything that Europe has done for the common good. Take the example of the common currency. Without the Euro the common market would not function. Or take the borders: if they were closed there would be no free movement and it would be impossible for citizens to migrate from one European Country to the next  in search of a job, it would be impossible for students to continue their studies abroad. All these opportunities are given by Europe. Let us consider globalization. United Europe enables us to regulate a globalization that has already left many victims on the ground.

The lack of rules is the real danger. It’s the root cause of unbridled capitalism, of a profit-oriented economic system that benefits small elite groups to the detriment of the majority population…

This is not a good thing. Structures such as the European Union provide the tools to keep these phenomena under control.

A last question on Brexit. What are your personal thoughts on this challenging page of European history and what are your hopes?

I am saddened; I think that it was not necessary, that we have all made mistakes – in the European continent and in the United Kingdom alike.

I think we should have all listened to one another more carefully, advancing our dialogue in order to understand one another. But – although it hurts – I respect the decision of the people of the United Kingdom. It’s part of the democratic rules of the game and I respect democracy. But we should keep guard to prevent the exit from the EU from causing enmities and antagonism. We should never forget that the citizens of the United Kingdom and the citizens of the European Union are brothers and sisters. As a Church we are called to set the example. That’s why I will  propose to accept English and Scottish bishops as observers in COMECE. May we remain brothers.

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Introduzione del salario orario minimo. Le posizioni di sindacati e associazioni

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 09:41

Il 22% dei lavoratori del settore privato ha una retribuzione oraria lorda inferiore ai 9 euro. Fanno eccezione il settore agricolo, in cui la quota arriva al 38%, e quello domestico, in cui quasi tutti i livelli di inquadramento prevedono un salario orario inferiore. E’ stato l’Inps a fornire questi dati nell’audizione presso la Commissione lavoro del Senato, dove sono in discussione i disegni di legge che riguardano l’introduzione del salario orario minimo. La soglia dei 9 euro lordi è quella indicata nella proposta del M5S, i 9 euro (ma netti) tornano anche nelle proposte presentate dal Pd, sia al Senato che alla Camera, mentre Liberi e uguali e Fratelli d’Italia individuano il minimo nel 50% del salario medio, corretto da un fattore di proporzionalità regionale.
Il tema del giusto salario è in tutta evidenza una questione di enorme rilevanza sociale e il ventaglio di proposte presentate dai partiti, pur con le reciproche differenze, rivela che in Parlamento ci sarebbe almeno sulla carta una maggioranza disposta a farsene carico. Ma quella del salario minimo fissato per legge è davvero la via giusta per arrivare a una retribuzione dignitosa per tutti i lavoratori? Il punto tecnicamente cruciale è che, oggi,

il minimo tabellare è soltanto uno degli elementi delle retribuzioni, che hanno incorporato molte altre voci e garanzie.

E questo è il risultato di un sistema in cui la presenza di sindacati forti ha consentito una contrattazione collettiva che copre la stragrande maggioranza dei lavoratori e ha una portata ben superiore a quella della maggior parte degli altri Paesi europei, in cui la presenza di un salario minimo finisce anche per supplire alla debolezza contrattuale.
Non è un caso che, per questo specifico aspetto, nelle audizioni in Senato la Confindustria e i sindacati confederali abbiano messo in campo argomentazioni in buona sostanza sovrapponibili. E’ necessario “definire correttamente il rapporto tra il salario minimo legale e il sistema della contrattazione collettiva esistente”, dato che “il perimetro delle garanzie” previste dai contratti “è ben più esteso del mero trattamento economico minimo”, ha detto il rappresentante dell’organizzazione degli imprenditori, Pierangelo Albini. Bisogna quindi evitare – ha aggiunto – che l’introduzione del minimo legale determini “il fenomeno della cosiddetta ‘fuga’ dal contratto collettivo”. “Le attuali retribuzioni dei lavoratori italiani – si legge nella nota congiunta di Cgil, Cisl e Uil – non sono costituite meramente dai minimi orari ma sono composte da più voci retributive (13ma e in alcuni casi 14ma mensilità, dinamiche retributive dei livelli di inquadramento, maggiorazione per prestazioni orarie o di altro tipo, ferie, indennità, EDR e altri voci e premi retributivi di carattere nazionale) e da ulteriori tutele che risultano essere sostanziali e fondamentali per un dignitoso rapporto di lavoro (riduzioni di orario contrattuali, tutele per malattia, maternità, infortuni superiori a quelle di legge, erogazione di un welfare previdenziale e sanitario diffuso e significativo)”. A fronte di questo,

secondo i sindacati confederali, con l’introduzione di un salario minimo legale si rischia che “un numero non marginale di aziende possano disapplicare il contratto collettivo nazionale di riferimento (semplicemente non aderendo a nessuna associazione di categoria), per adottare il solo salario minimo e mantenere ad personam o con contrattazione individuale, i differenziali a livello retributivo, senza erogare né il salario accessorio né rispettare le tutele normative” garantite dal contratto collettivo.

Per Cgil, Cisl e Uil il “vero problema” che “affligge la regolazione salariale” nel nostro Paese, oltre al sommerso e all’evasione, è la “proliferazione contrattuale”. “In Italia difficilmente esistono lavoratori dipendenti non coperti da un contratto collettivo nazionale, ma esistono troppi lavoratori a cui viene applicato un cattivo contratto stipulato da sindacati e associazioni ‘pirata’”, ha osservato il segretario generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra.
Per imprenditori e sindacati la via da percorrere è piuttosto quella di rafforzare la contrattazione nazionale, valorizzando – ha sottolineato Sbarra – “il ruolo responsabile dei corpi sociali sulle questioni del lavoro”. In questa chiave, “definire che i minimi salariali contrattuali possano avere valore legale è la via che proponiamo a Governo e Parlamento per assicurare un buon salario ai lavoratori italiani”.
Non dissimile la prospettiva tratteggiata in Commissione dal presidente delle Acli, Roberto Rossini: “L’orientamento dovrebbe essere quello di pensare ad un salario minimo legale non come misura unica ma in riferimento ai diversi Ccnl, ancorando la retribuzione oraria alle dinamiche del comparto di riferimento e all’evoluzione della contrattazione collettiva”. “Il tema del salario minimo legale è molto importante – ha detto ancora Rossini – e crediamo vada affrontato in modo più articolato, non si può rischiare di mettere in discussione un sistema di contrattazione e di relazioni aziendali che coprono più dell’85% dei lavoratori italiani”.
“Sebbene l’intenzione di contrastare il lavoro ‘povero’ e mal retribuito attraverso l’introduzione di un salario minimo sia apprezzabile – ha dichiarato a sua volta Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori – mi pare tuttavia che il Paese abbia necessità di ben altre ricette per superare lo sfruttamento, la disoccupazione, il lavoro nero”. Secondo Costalli, “servirebbero, anziché provvedimenti che hanno il sapore di spot elettorali, politiche complessive in grado di incidere sul reddito e sulla qualità della vita delle famiglie, in primis una politica fiscale non iniqua e investimenti coraggiosi per rilanciare l’occupazione, specie quella giovanile”.

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In emiciclo a Strasburgo il grido degli studenti: salviamo il pianeta

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 09:04

(da Strasburgo) Brexit, democrazia e pericolo-disinformazione, Corpo europeo di solidarietà, cambiamenti climatici, crediti deteriorati, pratiche sleali nei rapporti tra imprese nella filiera alimentare, rapporti commerciali con gli Stati Uniti, situazione in Venezuela e Nicaragua: sono solo alcuni degli innumerevoli temi affrontati durante la sessione plenaria del Parlamento europeo, svoltasi dall’11 al 14 marzo a Strasburgo. Un concentrato di discussioni e votazioni su nuove normative comunitarie, dibattiti politici sui massimi sistemi, preoccupazione latente per l’avvicinarsi del Brexit con un governo e un parlamento britannici incapaci di arrivare a proposte credibili per gestire un delicato – e rischioso – passaggio di portata storica. E infine chiusura “col botto”: le polemiche attorno ad alcune frasi del presidente Tajani sul fascismo e una risoluzione che chiede l’estradizione in Italia dell’ex brigatista Casimirri, implicato nel delitto Moro.

“Pagina buia della storia”. “Da convinto anti-fascista mi scuso con tutti coloro che possano essersi sentiti offesi dalle mie parole, che non intendevano in alcun modo giustificare o banalizzare un regime anti-democratico e totalitario”. Sono arrivate in chiusura di sessione le scuse ufficiali del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, dopo le parole pronunciate in una trasmissione radio sul ventennio fascista. Criticate in Italia e in Europa, le affermazioni di Tajani sono subito rimbalzate a Strasburgo durante la sessione plenaria dell’Europarlamento, dove se ne è discusso a lungo giovedì 14 marzo. Socialisti e democratici, Verdi, Liberali hanno intimato a Tajani una rettifica, la Sinistra unitaria ha invocato le dimissioni. Tajani ha specificato: “Sono profondamente dispiaciuto che, malgrado la mia storia personale e politica, qualcuno possa pensare che io sia indulgente col fascismo. Sono sempre stato convintamente anti-fascista. Ho sempre ribadito che Mussolini e il fascismo sono stati la pagina più buia della storia del secolo passato, senza alcun distinguo. Mi sono sempre battuto contro ogni forma di dittatura o totalitarismo”. Il presidente dell’Europarlamento ha concluso: “Come ho detto con grande fermezza lo scorso ottobre in plenaria, l’Europa nasce dalla sconfitta del fascismo ed è l’argine più solido contro ogni totalitarismo”.

Cresce la distanza da Londra. Ma il primo colpo di scena c’era stato lunedì 11 marzo, quando a Strasburgo era arrivata la premier inglese Theresa May, per incontrare i vertici comunitari (Juncker, Tajani, il negoziatore Barnier) in vista delle votazioni in corso questa stessa settimana a Westminster per tentare di regolare l’uscita del Regno Unito dall’Ue, con l’ormai imminente data fissata al 29 marzo. L’attenzione sul Brexit è tornata poi in emiciclo, dove i deputati hanno dato il via libera ad alcune misure urgenti in caso di “no deal”, ossia di divorzio Londra-Ventisette senza adeguato accordo. Dal dibattito sviluppatosi in aula è apparso chiaro che nell’Ue il clima politico verso il Regno Unito è ormai di diffidenza e stanchezza e ora ci si augura solo una uscita rapida e indolore dell’isola dalla “casa comune” europea.

Pericolo fake news. A Strasburgo è giunto il premier slovacco Peter Pellegrini per un dibattito sul futuro d’Europa. L’Assemblea ha segnalato il rischio della propaganda e della disinformazione in vista delle elezioni di maggio proveniente soprattutto da Russia, Cina, Corea del Nord. La plenaria ha quindi chiesto al Consiglio Ue e alla Commissione di sospendere i negoziati di adesione della Turchia, dove mancano il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, mentre è messa sotto attacco la libertà di espressione e cresce la corruzione. Gli eurodeputati hanno approvato una proposta che chiede maggiori risorse per le politiche per asilo e immigrazione e per proteggere le frontiere esterne.

“Youth for Climate”. I deputati hanno presentato le loro proposte sulla strategia di riduzione delle emissioni a lungo termine dell’Ue mediate una risoluzione non vincolante passata con 369 voti favorevoli, 116 voti contrari e 40 astensioni: al centro dell’attenzione l’azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra, obiettivo compatibile con gli impegni dell’Unione nel quadro dell’accordo di Parigi sul clima. Il Parlamento ha espresso sostegno per le manifestazioni, in particolare alle marce sul clima e agli scioperi degli studenti “che sensibilizzano sui rischi climatici” e sulla necessità di salvare l’ambiente e, in definitiva, il pianeta. I deputati chiedono in sostanza ai governi nazionali, regionali e locali, così come all’Ue nel suo insieme, di “intraprendere azioni concrete e rapide per non superare il limite climatico di 1,5 gradi”. Alla plenaria ha assistito un folto gruppo di giovani del movimento “Youth for Climate” che ha come punto di riferimento l’attivista svedese Greta Thunberg, proposta per il Premio Nobel per la pace.

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The cry of students in the hemicycle in Strasbourg: let’s save the planet

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 09:04

(from Strasbourg) Brexit, democracy and dangers of disinformation, European Solidarity Corps, climate change, unfair trading practices in business-to-business relationships in the food supply chain, non-performing loans, trade with the United States, situation in Venezuela and Nicaragua. These were but some of the countless issues addressed during the plenary sitting of the European Parliament in Strasbourg from March 11 to March 14. A cluster of discussions and voting sessions on new community regulations, political debates on macro-issues, latent concerns over the upcoming Brexit-day with a British government and parliament unable to deliver credible proposals for a delicate – and risky – transition with a historical bearing. It ended with “startling” controversies triggered by President Tajani’s statements on fascism and a resolution demanding the extradition to Italy of former Red Brigades terrorist Alessio Casimirri, convicted in the assassination of former statesman Also Moro.

“A dark page in history.” “As a convinced anti-fascist, I apologize to all those who may have been offended by what I said, which in no way intends to justify or play down an anti-democratic and totalitarian regime.” Upon the conclusion of the sitting the President of the European Parliament Antonio Tajani conveyed his official apologies for his comments in a radio interview on Fascist Italy. Tajani’s comments had sparked an outcry in Italy and across all of Europe, reverberating also in the European Parliament, where they were debated at length in the plenary of Thursday March 14. Socialists and Democrats, Greens, Liberals, asked Tajani to rectify his statement, while the United Left called for his resignation. Tajani clarified: “I am deeply saddened that, despite my personal and political history, some may feel that I would choose to be lenient with regards to Fascism. have always been whole-heartedly anti-fascist. I have always stressed that Mussolini and Fascism were the darkest chapters in the history of the past century, without any distinction. I have always fought against any form of dictatorship or totalitarianism.” The President of the European Parliament concluded: “As I said with great resolve last October in the plenary chamber, Europe was built upon the defeat of fascism and it is the strongest bulwark against any form of totalitarianism.”

A growing divide from London. Yet the first coup de theatre occurred on Monday March 11, when British PM Theresa May arrived in Strasbourg for meetings with senior EU officials (Juncker, Tajani,  chief negotiator Barnier) ahead of the vote scheduled this week in Westminster with a view to regulating the exit of the United Kingdom from the EU within the impending deadline of March 29. After Brexit, the spotlight was on the hemicycle, where MEPs gave the green light to a set of urgent provisions in case of a “no deal”, namely, London’s divorce from EU-27 without a negotiated agreement. The debate in the EP Assembly clearly showed that the political climate in the EU with regard to the United Kingdom is marked by diffidence and tiredness and now everyone hopes in a rapid and painless exit of the island from the European “common home.”

Risk of fake news. Slovakian premier Peter Pellegrini attended a debate on the future of Europe in Strasbourg. The Assembly highlighted the risk of propaganda and disinformation ahead of the May election, especially coming from Russia, China, North Korea. During the plenary MEPs asked Council and Commission to suspend EU accession talks with Turkey, where human rights and rule of law are disrespected, while freedom of expression is under attack and corruption is spreading. MEPs adopted a proposal requesting increased resources for asylum and immigration policies and for external border protection.

“Youth for Climate”. MEPs presented their proposals on the strategy for long-term greenhouse gas emissions reduction by the EU with a resolution adopted with 369 votes in favour, 116 against and 40 abstentions. The resolution focuses on the transformation towards a net-zero greenhouse gas economy, in accordance with the Paris Agreement. The European Parliament welcomed the demonstrations for climate justice and student strikes “that raise awareness on climate-risk”,  to save the natural environment, and ultimately our planet. MEPs thus called upon national, regional and local government, as well as the EU as a whole, “to put in place concrete measures to keep the temperature rise below 1.5°C”. The plenary sitting was attended by a large group of young people representing the “Youth for Climate” movement whose point of reference is Swedish activist Greta Thunberg, nominated for Nobel Peace Prize.

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Comunichiamo e assomigliamo sempre più ai pappagalli

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 00:00

Gli strumenti che ognuno di noi utilizza per far sapere agli altri cosa pensa e per conoscere, al tempo stesso, il loro pensiero sono sempre più ampi. Prima ancora che la tecnologia entrasse nelle nostre vite, la comunicazione passava attraverso il passaparola e, in comunità come quella materana, entrava nel vicinato e lo invadeva di informazioni. Condividere le vicende di una famiglia, celebrandone i successi e consolandola per i lutti, era un modo per sentirsi insieme, per sviluppare la partecipazione.
Quel metodo, simbolo della partecipazione, anticipava girotondi e manifestazioni, coinvolgendo non solo i singoli ma le intere famiglie in un itinerario sociale che nulla aveva a che vedere con l’invadenza pettegola ma, al contrario, con lo spirito di solidarietà che ha caratterizzato per decenni la città di Matera.
Il destino comune e le peripezìe dettate dalla proverà accomunavano le persone che partivano tutte dalla stessa realtà senza divisioni sociali né economiche; tutto questo le rendeva unite nel perseguimento dello stesso obiettivo: la sopravvivenza dignitosa.
Oggi, al contrario, la corsa si è trasformata in una gara fra fasce sociali che comunicano spesso attraverso gli status symbol che diventano i primi strumenti di comunicazione: auto, telefoni cellulari, viaggi sono diventati così il metodo per incasellare persone e nuclei familiari. Ciò che emerge è una società poco legata alla realtà, che preferisce i social network come facebook e twitter al confronto diretto, al dialogo. È più facile, infatti, ottenere “like” ad una foto, a un selfie o a una opinione piuttosto che parlare con altre persone guardandole negli occhi.
Il forte potere attrattivo svolto dalla tv, in particolare su adulti e bambini, è ancora molto forte. In quanto ai giovani, si smarcano da questo mezzo di comunicazione per rivolgersi alle piattaforme digitali nelle quali, ancora una volta, l’immaginazione sostituisce la realtà che a quell’età diventa un ostacolo difficile da superare. Solo qualche giorno fa, mentre in piazza la folla accoglieva un big della politica, sono stata sconcertata da un bambino che insieme al padre osservava la scena e che all’improvviso ha esordito con la frase “Papà, Salvini versus Di Maio”, che solo in apparenza non aveva alcun significato né risultava contestualizzata ma, come accade ai piccoli, era la ripetizione pedissequa di qualcosa ascoltato in altre occasioni e diventato, per lui, un suono piacevole da ripetere.
Troppo facile, a questo punto, ricordare che i bambini ci guardano. Oggi ci ascoltano e ripetono. È proprio così che vogliamo che imparino a comunicare fra loro.

(*) direttrice “Logos” (Matera-Irsina)

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Ambiente: la battaglia di Greta coinvolga i giovani

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 00:00

Sempre più spesso capita di vedere, sul ciglio delle nostre strade, rifiuti gettati da viaggiatori maleducati. Non si tratta – ahimè – soltanto di pacchetti di sigarette o di bottigliette d’acqua, ma di interi sacchi o sacchetti di immondizie, che durante l’estate vengono poi triturati e sparpagliati sul terreno circostante dai tagliaerba degli addetti alla cura dei bordi stradali. Sempre più numerosi sono anche quelli che scaricano interi sacconi di rifiuti in luoghi nascosti, scelti con cura, lontano da telecamere e da occhi indiscreti: di questi tristi ritrovamenti si ha sempre più frequente notizia (basta dare uno sguardo anche solo superficiale su Facebook).
Non si tratta solo di una percezione soggettiva, ma di un dato di fatto, che viene segnalato anche dai nostri lettori: il fenomeno, con questa estensione e ampiezza, appare nuovo per le nostre zone. Va detto che non è puramente una questione di estetica o di galateo: gettare i rifiuti lungo le strade non solo abbrutisce il nostro territorio, già abbastanza devastato da cemento e capannoni, ma anche danneggia l’ambiente e, alla fine, l’uomo. Il materiale gettato lungo le strade, e poi finemente sminuzzato, finisce prima nei fossi, quindi nei fiumi e poi nel mare: entra nella catena alimentare, grazie ai pesci o ad altri animali che involontariamente se ne cibano, e in conclusione termina sulle nostre tavole. Insomma, ci facciamo male da soli. Come mai si sta diffondendo questo tipo di comportamento?
Credo sia presto detto: ci si sbarazza così dei propri rifiuti per pigrizia, per maleducazione, per mancanza di estetica e di gusto del bello, certo, ma soprattutto per evitare di pagare il costo del “porta a porta” o di qualsiasi altro genere di raccolta differenziata. Evitare di pagare, farla franca, fare i furbetti: ecco il movente! Insomma, siamo alle solite: “Faccio i miei interessi e chi se ne importa della collettività!”. Ora, si potranno fare delle considerazioni, anche legittime, sulla raccolta dei rifiuti: potrà essere migliorata per renderla più agevole ed efficace, si potranno abbassare i costi… Resta il fatto che questo comportamento è pessimo e svela i difetti di un passaggio d’epoca – quello attuale – che è caratterizzato in modo sempre più preoccupante dal disinteresse per la comunità civile e per l’ambiente. Tutto questo è espressione di una proterva miopia, di chi pensa solo a sé o – al massimo – pensa all’ordine e alla pulizia della propria casa, del proprio giardino o del proprio campo… ma a nulla di più.
Non mancano, però, le voci di chi richiama tutti ad un maggiore senso di responsabilità. Nel discorso tenuto a Belluno lo scorso 12 marzo, in occasione della cerimonia commemorativa dell’alluvione dell’ottobre 2018, il Presidente Mattarella senza mezzi termini ha detto: “Limitarsi a evocare la straordinarietà di fatti, che si affacciano prepotentemente [come la tempesta Vaia, ndr], per giustificare una visione e progetti di più lungo periodo, è un incauto esercizio da sprovveduti… Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale, per scongiurare la quale occorrono misure concordate a livello planetario”. E non si può che guardare con una certa simpatia – e anche con tenerezza – Greta Thunberg, la giovanissima svedese che da mesi sta portando avanti ogni venerdì “lo sciopero scolastico”, per sensibilizzare il governo del suo Paese (ma anche i governi degli altri Stati) sui temi del rispetto dell’ambiente e degli effetti del cambiamento climatico. Forse si potrà eccepire sul metodo: perché fare sciopero e perché farlo proprio a scuola? Sappiamo quanto alcuni studenti – quelli svogliati e pigri – sarebbero pronti a cavalcare questa protesta più per bighellonare che per cambiare il mondo! Tuttavia la battaglia di Greta, che sta incontrando una crescente accoglienza proprio in molti coetanei (anche delle nostre scuole), ha senso ed è quanto mai urgente.
Nel dicembre scorso, ai potenti della terra riuniti a Katowice, in Polonia, per la Conferenza sul Clima (Cop 24), Greta aveva detto: “Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa, invece rubate il loro futuro proprio davanti ai loro occhi…”. Che sia una ragazzina, in modo assolutamente pacifico e senza secondi fini, a porre drammaticamente la questione è una provocazione per tutti – soprattutto per gli adulti –, un appello a dare risposte serie e responsabili: a cominciare dai gesti molto semplici e quotidiani, come quello di trattare in modo corretto i rifiuti di casa.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Mettersi in sintonia

Agenzia SIR - Fri, 15/03/2019 - 00:00

Le ceneri e la Quaresima. Due simboli importanti nel cammino del cristiano. Uno, segno di povertà e di piccolezza, “basta poco per disperderla”, ha ricordato il nostro vescovo nell’omelia del 6 marzo scorso, in Cattedrale a Cesena. Ma “essa ci rappresenta: siamo piccoli. Le cose piccole spesso sono nascoste”. E il Vangelo avverte “di non cercare l’apparenza – ha aggiunto monsignor Regattieri – ciò che si vede, ciò che si impone, ciò che è eclatante e quindi grande… ma di cercare il piccolo, il nascondimento, l’oscuramento, il non farsi vedere. È anche questa una logica che non va molto d’accordo con il mondo dove si fa a gara nello spingere per apparire, per imporsi, per dettare legge…”.
Le ceneri non vanno di moda. Anzi. Va di moda l’esatto contrario, come ha messo in evidenza il vescovo. Allora parlare di Quaresima rischia di fare sorridere. Parlare di Dio, ricordava un altro presule sempre in questi giorni, non accade ormai più nei luoghi pubblici. “Tutt’al più a Lui è concesso di essere una presenza privata”, da custodire nel segreto del proprio cuore. Guai a renderla pubblica e a manifestarla.
“Ho scoperto perché Dio sta zitto” era il titolo molto azzeccato di un fortunato libro del santo sacerdote riminese don Oreste Benzi. Dio sta zitto non perché non parli a noi, ma perché siamo noi che non siamo capaci di ascoltarlo. Siamo sempre nel chiasso, diceva senza mezzi termini, immersi nei nostri pensieri, nel nostro daffare quotidiano, nelle nostre piccole preoccupazioni. Non c’è spazio per Dio. Lui parla e noi non siamo capaci di captare la sua voce.
La Quaresima, dicevo all’inizio. Un periodo propizio. Settimane in cui fare un po’ di sano silenzio. Sarebbe bello potersi prendere del tempo per osservare la rinascita della natura. La primavera è in anticipo. La siccità crea già disagi, ma ugualmente potremmo scorgere la mano di Dio in quel che accade attorno a noi. Dovremmo essere capaci di stupirci e dovremmo avere il coraggio di farlo, ogni giorno, al primo risveglio, mai scontato.
Ecco i motivi della nostra campagna “Natura spettacolo” che va avanti ormai da due anni. Il nostro non è buonismo di bassa lega, ma è uno sguardo grato rivolto oltre le stelle che ammiriamo in queste notti ventose. È la commozione di chi si scopre piccolo, come la cenere ci ha ricordato, davanti all’immensità del firmamento, allo sbocciare di un fiore, al mistero di una vita che nasce e di un’altra che muore.
La Quaresima è un tratto di strada da percorrere per riaccorgerci di Dio e della sua presenza. Recuperiamo spazi di silenzio e impariamo ad ascoltare. Tutto parla attorno a noi. È solo questione di lunghezze d’onda.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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