Notizie

Addio a Niki Lauda: finisce un tempo contraddittorio e affascinante

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 11:38

E così se ne è andato. A settant’anni era divenuto l’icona di un tempo, quello del breve sogno glamour del passaggio tra i battaglieri Settanta e i nottambuli ed eleganti, a modo loro, Ottanta. L’incendio della sua Ferrari nel 1976, che pur lasciandolo sfigurato per sempre non gli impedì di ritornare in competizione ufficiale dopo poco più di quaranta giorni, la sua freddezza fino alla glacialità (ringraziò solo dopo molti anni i suoi soccorritori, suoi colleghi che avevano rinunciato a proseguire la gara per soccorrerlo), erano diventati proverbiali, come anche la sua proverbiale capacità di programmare la sua attività.

Interveniva con consigli tecnici sulla meccanica dei mezzi che guidava, mica due mezzi qualsiasi: erano targati Ferrari e McLaren. Con queste due scuderie fu tre volte campione del mondo, rispettivamente nel 1975, nel ’77 e nel 1984, diventando uno dei miti di quell’epoca.

Il tempo della disco music, delle discoteche fatte di luci e musica un po’ melodica e un po’ elettronica, grazie alla quale si ballavano “Through the barricades” degli Spandau ballet (che non era mica nata per far ballare, ma per ricordare la guerra civile d’Irlanda) ma si guardavano con ammirazione e invidia le mossette teatrali della “Febbre del sabato sera”. Il tempo in cui i Bee Gees, che erano ormai fuori dal circuito, smisero sfortunatamente di scrivere canzoni inquietanti e misteriose come “I started a joke” per diventare sorprendentemente le icone musicali di un tempo contraddittorio e per questo affascinante. Erano gli anni delle proteste per la partecipazione ai campionati del mondo e la coppa Davis, vinta peraltro nel Cile di Pinochet dai nostri Panatta, Bertolucci, Zugarelli e con Pietrangeli alla guida. Lo stesso Panatta sarebbe diventato a sua volta il mito di un tennis che non c’è più, tutto colpi raffinati, rotazioni beffarde e discese a rete che oggi sarebbero un suicidio sportivo, visto che in campo vanno robot muscolari che servono a 220 all’ora. Erano gli anni degli scudetti alla Roma di Liedholm, ma anche di Falcao e Conti, solo per fare altri due nomi-icona e al Verona di Bagnoli, che interruppero l’egemonia dell’asse Torino-Milano.

Erano anni in cui si fondeva il sogno di una vita migliore, anche esteticamente, e il piombo di anni come il ’78 del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, ma anche della presidenza della repubblica a quel Pertini amatissimo dalla gente.

Purtroppo però gli omicidi politici non sarebbero finiti, perché altri, come Guido Rossa, Mino Pecorelli, Vittorio Bachelet cadranno vittime della follia sedicente politica. E poi un papa che contribuirà a cambiare il mondo con la sua lotta contro la violenza politica, Giovanni Paolo II, e che attraverserà con la sua immagine un po’ burbera un po’ tenera questa età così contraddittoria. L’uccisione da parte di un “fan” di John Lennon nel 1980 sembra quasi il canto d’addio di un’epoca e l’inizio incerto di un’altra: la fine del sogno dell’amore che bastasse a guarire il mondo da solo che anche i Beatles avevano contribuito a creare e l’avvio di un mondo nuovo ma dai confini ancora nebulosi: la violenza continuò ad attraversare la storia con l’attentato di Agca a Giovanni Paolo II, la scoperta di una loggia “politica” come la P2 guidata da Gelli, gli anni di un socialismo non più ideologico, quello legato alla modernità di Craxi. Anni senza fiato, insomma, per usare le parole della canzone di un gruppo divenuto un’altra icona di quel tempo, i Pooh. Dire addio a Niki significa anche dire addio ad un tempo contraddittorio e affascinante, giocoso e luttuoso, colmo di speranze e foriero di amare riflessioni. Un tempo umano, in poche parole.

Categories: Notizie

Vincent Lambert, Tribunale di Parigi ordina la ripresa dei trattamenti. L’avvocato: “Una vittoria immensa”

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 11:19

Colpo di scena nel caso di Vincent Lambert. A poche ore dalla interruzione della nutrizione e idratazione artificiali che mantengono in vita questo uomo di 42 anni in stato vegetativo dal 2008, la Corte d’appello di Parigi, a cui si erano rivolti i genitori, ha ordinato la ripresa dei trattamenti. Il tribunale – si legge nella sentenza – “ordina allo Stato francese (…) di adottare tutte le misure necessarie per far rispettare le misure provvisorie richieste dal Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità (organismo delle Nazioni Unite, a cui si erano rivolti i genitori, n.d.r.) il 3 maggio 2019 circa il mantenimento di alimentazione e idratazione”. La notizia è stata accolta ieri sera con grida di gioia ed esultanza dai sostenitori di Vincent Lambert, riuniti in migliaia ieri sera sugli Champs-Elysees, a Parigi, per una marcia di solidarietà. Anche gli avvocati dei genitori del paziente, non nascondono la loro soddisfazione. “Abbiamo vinto”, grida l’avvocato Jean Paillot, “questo significa che le misure provvisorie saranno applicate. Il tribunale di Parigi ha ordinato provvedimenti provvisori, vale a dire la ripresa senza indugio della alimentazione e idratazione di Vincent. E’ un’immensa vittoria. Solo la prima delle vittorie”. Trattandosi di “una decisione provvisoria” di “sei mesi”, l’avvocato precisa che la sentenza consente comunque “al comitato delle Nazioni Unite di studiare il caso”.

La cour d'appel de Paris annonce sa décision : #VincentLambert vivra ! pic.twitter.com/04H8sB80Zz

— Je soutiens Vincent (@SoutienVincent) May 20, 2019

“Rendiamo grazie a Dio”, esulta mons. Bernard Ginoux, vescovo di Montauban. “L’appello è stato ascoltato. E’ stata emessa una sentenza umana che permette oggi di salvare Vincent”. Sulla vicenda era intervenuto anche Papa Francesco che in un tweet lanciato proprio nel giorno in cui i medici hanno staccato le macchine aveva scritto: “Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall’inizio alla fine naturale”.

“Non cediamo alla cultura dello scarto”.

L’uomo in stato vegetativo da 11 anni è al centro di una battaglia legale tra la moglie Rachel Lambert, che ha chiesto più volte di sospendere le terapie, e i genitori da sempre contrari. Dopo i vari ricorsi respinti, il via libera alla interruzione dei trattamenti è arrivato dal Consiglio di Stato il 24 aprile in base alle volontà espresse da Lambert, prima dell’incidente. I genitori, Pierre e Viviane Lambert, aveva lanciato un ultimo appello a Emmanuel Macron, contro quella che definiscono una forma di “eutanasia mascherata”. Ma Jean Leonetti, padre della legge del 2016 sul fine vita, ha risposto che “il Presidente della Repubblica non può sostituirsi al potere dei tribunali e alle decisioni dei medici”.

#VincentLambert, voilà l'homme qu'ils sont en train de mettre à mort au CHU de Reims.
Vincent est vivant et handicapé. Hier, devant ses parents il a pleuré.
Vidéo de @Valeurs pic.twitter.com/ZLkP41G1Q6

— Je soutiens Vincent (@SoutienVincent) May 20, 2019

Nei giorni scorsi erano scesi in campo i vescovi francesi. Molto forte la posizione presa dal gruppo di bioetica della Conferenza episcopale francese guidata dal vescovo Pierre D’Ornellas che in un comunicato subito afferma: “Vincent Lambert ha diritto ad una protezione adeguata, proprio come qualsiasi persona disabile. Ogni persona disabile, non importa quanto fragile, ha gli stessi diritti per tutti gli altri”. E ricordando il parere espresso dal Comitato Cidph dell’Onu, chiede:

“Perché tutta questa fretta nel condurlo alla morte?”

“Si può riaffermare che la decisione presa riguarda ovviamente solo il signor Vincent Lambert perché la sua situazione è unica e complessa. Ma chi garantirà che tutte le persone che condividono una disabilità simile alla sua, saranno effettivamente protette dallo Stato che, pur impegnandosi ufficialmente, ad oggi però non avrebbe rispettato il suo impegno? La credibilità dello Stato dipende dal rispetto della parola data”. Questa sera, martedì 21 maggio, alle 19.30, tutti i vescovi dell’Île-de-France hanno dato appuntamento per la XI Veglia per la vita, che si svolgerà quest’anno a Saint-Sulpice sul tema, “Nella prova: scegliere la vita”.

Categories: Notizie

Vincent Lambert, Tribunal of Paris orders the resumption of treatments. The lawyer: “A great victory”

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 11:19

Stunning twist in the case of Vincent Lambert. A few hours after medics had halted artificial nutrition and hydration that keep alive this 42-year-old man in vegetative state since 2008, the Paris Court of Appeal whom the parents had turned to, ordered the resumption of care. The Court “orders the French State (…) to take all necessary steps to respect the interim measures requested by the International Committee on the Rights of Persons with Disabilities (United Nations body which the parents had appealed to, Ed.’s note) on May 3 2019 to maintain nutrition and hydration.” The decision was welcomed with cries of joy and jubilation by the supporters of Vincent Lambert, gathered in thousands last evening for a solidarity march along the Champs-Elysees, in Paris. The lawyers of the parents of the patient expressed their contentment. “We won!” exclaimed lawyer Jean Paillot, “this means that the interim measures will be applied, namely the immediate resumption of feeding and hydration of Vincent. It’s a great victory. And many more will ensue.” The “provisional, six-month decision”, will allow “the United Nations committee to study the case”, the lawyer pointed out.

La cour d'appel de Paris annonce sa décision : #VincentLambert vivra ! pic.twitter.com/04H8sB80Zz

— Je soutiens Vincent (@SoutienVincent) May 20, 2019

“We give thanks to God”, rejoiced Msgr. Bernard Ginoux, bishop of Montauban. “They listened to the appeal. A human decision was taken that enables to save Vincent’s life”, he declared. Pope Francis also intervened on the matter and in a tweet posted on the same day on which the doctors disconnected the machines he wrote: “We pray for those who live with severe illness. Let us always safeguard life, God’s gift, from its beginning until its natural end.”

“Let us not give in to a throwaway culture.”

The man in a vegetative state for the past 11 years is at the centre of a legal battle between his wife Rachel Lambert, who has repeatedly asked to switch off life support, and his parents, demanding to maintain treatment. After several rejected appeals, on April 24 France’s State Council ruled to stop treatment on the grounds that it complied with the will expressed by Lambert before the accident. His parents, Pierre e Viviane Lambert, had made a final appeal to Emmanuel Macron, against what they define a form of “concealed euthanasia.” But Jean Leonetti, co-author of the 2016 bill that regulates the end of life, replied that “the President of the Republic cannot substitute for court decisions, medical decisions, or change the law.”

#VincentLambert, voilà l'homme qu'ils sont en train de mettre à mort au CHU de Reims.
Vincent est vivant et handicapé. Hier, devant ses parents il a pleuré.
Vidéo de @Valeurs pic.twitter.com/ZLkP41G1Q6

— Je soutiens Vincent (@SoutienVincent) May 20, 2019

A few days ago the French bishops spoke out. A strong stand was taken by the bioethics commission of the French Bishops’ Conference chaired by bishop Pierre D’Ornellas who declared in a release: “Vincent Lambert has the right to adequate protection, just like any disabled person. Every disabled person, no matter how fragile, is entitled to the same rights as everyone else.” In recalling the opinion of the CIDPH UN Committee, he asked:

“Why such haste in leading him to death?”

“It can be reaffirmed that the decision obviously concerns only Mr Vincent Lambert because his situation is unique and complex. But who can guarantee that all people with a disability similar to his will be effectively protected by the State which, although formally committed, has failed to meet its commitment so far? The State’s credibility depends on whether it meets its obligations.” All the bishops of the Île-de-France have convened the 11th Vigil for Life for this evening, Tuesday May 21,  which this year will take place in the church of Saint Suplice on the theme: “Before an ordeal, chose life.”

Categories: Notizie

Card. Bassetti: “Partecipare al voto per portare più Italia in Europa”

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 10:45

“Chiediamo a tutti di superare riserve e sfiducia e di partecipare al voto. Siamo consapevoli che questo rimane solo il primo passo, ma è un passo che non ci è dato di disertare”. Si è conclusa con questo appello, in vista delle elezioni di domenica prossima, l’introduzione del card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, all’Assembleea generale dei vescovi italiani, in corso in Vaticano fino al 23 maggio. “Come italiani dovremmo essere il volto migliore dell’Europa per dare più fierezza ai nostri giovani, ai nostri emigrati e a quanti sbarcano sulle nostre coste, perché siamo il loro primo approdo”, l’appello finale, in un continente dove “soffiano populismi e nazionalismi”.

Papa Francesco parteciperà alla giornata conclusiva dell’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio del prossimo anno,

ha annunciato il cardinale, che ha esordito citando il tema principale dell’assise e ha rivolto un doppio appello al governo: per il terzo settore e per il dopo-terremoto del Centro Italia .

“La sinodalità non è un evento da celebrare, ma uno stile da lasciar trasparire nel linguaggio, nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni: tra noi e con il Popolo di Dio, a partire dai nostri presbiteri”. L’esordio dell’introduzione è in sintonia con le parole pronunciate ieri dal Papa, aprendo l’assemblea. E in sintonia con Francesco è anche il tema centrale dell’assise dei vescovi: “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”.

“Affrontare il tema della missione non significa mettere in fila una nuova serie di attività da realizzare, ma piuttosto fare nostro un nuovo modo di essere Chiesa, che, in quanto tale, coinvolge l’esistenza di ciascuno e l’intera pastorale”,

ha spiegato il presidente della Cei citando l’Evangelii gaudium e la necessità di “abbandonare il comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così”. Va in questa direzione lo stesso tema degli Orientamenti pastorali, anch’esso all’ordine del giorno. “Umiltà, gratuità, gioia”: questi i “sentimenti”, raccomandati dal Papa a Firenze, “dove ha tracciato il piano per la Chiesa in Italia”. “Puntare a farli nostri – fino a trasformarli in atteggiamenti permanenti – è la condizione per essere all’altezza della nostra missione”, l’impegno assunto dal presidente della Cei per la Chiesa italiana. All’attenzione dei vescovi anche l’approvazione delle Linee guida sulla tutela dei minori.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Crescente preoccupazione” per “antichi pregiudizi” anticattolici e “sconcerto” per il raddoppio della tassazione sugli enti non profit. Nell’esprimerli, il cardinale ha denunciato come “al fondo restano ancora antichi pregiudizi per le attività sociali svolte dal mondo cattolico; pregiudizi che non consentono di avere ancora una normativa adeguata a rispondere alle esigenze di centinaia di migliaia di persone, dedite al prossimo e alle persone bisognose”. “Si tratta di un mondo di valori e progetti realizzati, di assistenza sociale, di servizi socio-sanitari, di spazi educativi e formativi, di volontariato e impegno civile”, ha sottolineato il presidente della Cei, secondo il quale “in una società libera e plurale questo spazio dovrebbe essere favorito e agevolato in ogni modo”.

“Per questo non si può che rimanere sconcertati – ha proseguito Bassetti – vedendo che al Paese intero si manda un segnale di segno opposto, intervenendo senza giustificazione alcuna per raddoppiare la tassazione sugli enti che svolgono attività non commerciali”.

“Al Governo chiediamo non sconti fiscali o privilegi, ma regole idonee e certe, nel rispetto di quella società organizzata e di quei corpi intermedi che sono espressione di sussidiarietà”, l’appello.

“È decisivo che le ordinanze siano rese operative, che le procedure concordate per la ricostruzione trovino attuazione, che i fondi stanziati si traducano in interventi concreti”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

È il secondo appello di Bassetti, riferito al dopo-terremoto del Centro Italia. L’auspicio è che “la generosa laboriosità di tanti cittadini s’incontri con l’impegno di chi ha la responsabilità civile e politica”. “Lo reclamano le tante abitazioni ancora inagibili della nostra gente; lo reclamano le nostre chiese”, ha fatto notare Bassetti: “Sono 3.000 quelle danneggiate dal sisma; l’impegno, su cui ci si è confrontati per mesi, ne prevede la ricostruzione di 600, quali luoghi di culto, di riferimento e aggregazione per tutta la comunità”.

“È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale, fino al punto da far parlare di una ‘decomposizione della famiglia comunitaria’, su cui soffiano populismi e sovranismi”, ha argomentato il cardinale soffermandosi sul futuro dell’Unione europea. “Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica”, la tesi di Bassetti, che si è chiesto: “Oggi, noi italiani, cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi”. “Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori!”, il grido d’allarme: “Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato, anche per consentirci di portare più Italia in Europa.

Dobbiamo essere fino in fondo italiani – convinti, generosi, solidali, rispettosi delle norme – perché anche l’Europa sia un po’ più italiana.

Dobbiamo essere fieri – sia detto senza alcuna presunzione – di un Cristianesimo che ha disegnato il Continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto”.

Categories: Notizie

Card. Bassetti: “Participate in the vote to bring more Italy into Europe”

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 10:45

“We call upon everyone to overcome reservations and mistrust, and to participate in the vote. We are aware that this is but the first step, but it’s a step we cannot disregard.” This appeal concluded the introduction of Card. Gualtiero Bassetti, Archbishop of Perugia-Città della Pieve, President of the Italian Bishops’ Conference, at the General Assembly of Italian Bishops, underway in the Vatican until 23 May. “As Italians we should represent the best face of Europe to make our young people, our emigrants and those who land on our coasts more proud, for we are their first place of arrival,” in a continent where “the winds of populism and nationalism are blowing strong.”

Pope Francis will participate in the last day of the Reflection and Spirituality Meeting for Peace, to be held in Bari from 19 to 23 February next year,

announced His Eminence, who opened his address mentioning the main theme of the gathering with a twofold appeal to the Italian government for non-profit organizations and for support to the post-earthquake phase in Central Italy.

“Synodality is not an event to be celebrated but a style that must be allowed to shine through in language, in mutual esteem, in gratitude, in the care of relations: between us and with the People of God, starting with our priests.” The opening remarks are in keeping with the words of the Pope yesterday, when he opened the assembly. And in tune with Francis is also the central theme of the Assembly of bishops: “Modalities and instruments for a new missionary presence.”
“Addressing the theme of mission does not mean making a new list of activities to be carried out, it rather means embracing a new way of being Church, which, as such, involves the existence of each one and the entire pastoral ministry”,underlined the CEI President quoting from Evangelii gaudium on the need “to abandon the complacent attitude that says: “We have always done it this way”. The theme of the Pastoral Guidelines, also on the meeting’s agenda, follows this same direction. “Humility, gratuitousness, joy”: these are the “feelings”, recommended by the Pope in Florence, “where he outlined the plan for the Church in Italy”. “Aiming to make them our own – to the point of transforming them into permanent attitudes – is the condition for being worthy of our mission”, is the CEI President’s commitment for the Italian Church. The approval of the Guidelines on the Protection of Minors is another item on the bishops’ agenda.

“Growing concern” for “ancient, anti-Catholic”  prejudices” and “bewilderment” for the twofold increase in taxation on non-profit bodies. The Cardinal denounced that “age-old prejudices still remain regarding the social activities carried out by the Catholic world. These prejudices prevent us from having adequate legislation that responds to the needs of hundreds of thousands of people, dedicated to their neighbour and to those in need.” “It is a world of values and projects, of social assistance, of social and health services, of centres of education and learning, of volunteering and civil commitment”, underlined the CEI President, according to whom “in a free and plural society, these initiatives would be encouraged and facilitated in every way.”
“That is why we cannot but be disconcerted – continued Bassetti – in seeing that an opposite signal is being sent to the whole country, intervening with no justification to double the taxation on bodies that carry out non-commercial activities.” “We are not asking the Government for tax breaks or privileges. All we are asking are appropriate regulations, in full respect of organized social realities and intermediate bodies that represent the expression of subsidiarity”, was his appeal.

“It’s crucial that the Ordinances be enforced, that the agreed procedures for reconstruction be implemented, that the funds allocated be used for concrete interventions.”

This was the Cardinal’s second appeal, regarding the post-earthquake in Central Italy. The hope is that “the generous commitment of so many citizens be met with the engagement of those with political and civil responsibilities.” “This is what the many still uninhabitable dwellings of our people are asking for; this is what our churches are asking for”, Bassetti remarked: “3000 homes were damaged by the earthquake. The commitment, that we discussed for months, envisages the reconstruction of 600 edifices, as of places of worship, meeting and reference centres for the whole community.”

“Indeed, today’s Europe is perceived as being distant and self-referential, to the extent that it is spoken of as the ‘decomposition of the Community family’, swept by nationalistic and populist winds”, argued the Cardinal, focusing on the future of the European Union. “However, may I be allowed to say – perhaps somewhat provocatively – that the main problem is not Europe but Italy, in our struggle to live our nation as a political community”, His Eminence said. He then asked: “What do we Italians still have to offer today? I am thinking of our virtues, notably the spirit of welcome; I am thinking of an extraordinary tradition of education, an unprecedented spirit of humaneness; I am thinking of its historical, cultural and religious heritage, that was passed down to us.” “But we must be careful not to live on what was, on the reference to religious traditions and symbols or on external behaviour!”, his cry of alarm: “Our heritage needs to be revitalized, also to allow us to bring more Italy into Europe.

We must be thoroughly Italian – convinced, generous, supportive, respectful of the rules – so that Europe, too, may become a little more Italian.

We must be proud – this being said without presumptuousness – of a Christianity that shaped the Continent with its contribution of spirituality and culture, of art and social doctrine. Of concrete humanism.”

Categories: Notizie

Unità europea per pace e sviluppo

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 00:00

Il 9 maggio scorso si è celebrata la Giornata dell’Europa che, seppur prossima alle elezioni, non era finalizzata alla propaganda ma al ricordo della ricorrenza della prima esposizione da parte di Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese, dell’idea di una forma nuova di cooperazione politica per l’Europa, che avrebbe reso non più ipotizzabile una guerra tra gli Stati europei. Si andò così verso un patto che superava i motivi dei conflitti franco tedeschi per le regioni ricche di carbone ai loro confini.
Tra i padri fondatori dell’Unione europea, che cominciò con la Ceca (comunità del carbone e dell’acciaio), ci furono, oltre a Schuman, in particolare Alcide De Gasperi e Conrad Adenauer. Tutti e tre erano ferventi cattolici; De Gasperi e Schuman sono stati dichiarati servi di Dio. Il primo passo verso la beatificazione.
Il progetto era maturato nelle menti di diversi pensatori oltre a Schuman, Monnet e Spinelli fra gli altri. Si pensava al superamento dei nazionalismi per ottenere pace e rispetto dei diritti di tutti i cittadini in una forma politica democratica. L’appartenenza al cattolicesimo di quei tre politici ha all’origine un’idea, non esclusiva ovviamente, di fraternità, di bene comune, di giustizia e di pace, con criteri di solidarietà e sussidiarietà e con il metodo dell’accoglienza, del dialogo e dell’ascolto che la Dottrina sociale della Chiesa ha sviluppato. Chi si proclama cattolico e non riconosce questi princìpi è quanto meno incoerente.
Papa Francesco nei suoi viaggi si pone in ascolto, in dialogo e rispetto delle differenze, senza condanne. Questo, tra l’altro, gli attira gli strali dei “cattolici conservatori”. Significativi i viaggi in Marocco e, prima, ad Abu Dhabi, dove ha firmato una carta della fraternità insieme ad autorità islamiche. Più recentemente è andato in Bulgaria e in Macedonia. Ha visto sia i reticolati contro i profughi da una parte, sia l’accoglienza dall’altra. In Macedonia ha detto: “Hanno tanti migranti, ma li accolgono e i problemi li risolvono. Un applauso a questo popolo”; e ancora, presso il Memoriale di Madre Teresa: “Ho voluto incoraggiare la tradizionale capacità di ospitare diverse appartenenze etniche e religiose”. La sua testimonianza può dare un contributo per un’Unione Europea non cristallizzata in forme burocratiche di reciproco controllo, fondato su reciproci sospetti; un impulso verso la redistribuzione delle ricchezze e del lavoro, anche nell’era della rivoluzione 4.0.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

Categories: Notizie

Salvini, la Madonna e il rosario. Uno sfregio inaccettabile

Agenzia SIR - Tue, 21/05/2019 - 00:00

Ci sono commenti che non vorremmo scrivere, specie alla vigilia di un voto importante. Ma ci sono gesti e ci sono parole che non avremmo voluto vedere né sentire. E rimanere in silenzio, in alcuni casi, potrà anche essere rispettoso della par condicio ma non lo è della decenza.
Prima i gesti e le parole, però, casomai a qualcuno fossero sfuggiti: “Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: a san Benedetto da Norcia, a santa Brigida di Svezia, a santa Caterina da Siena, ai santi Cirillo e Metodio, a santa Teresa Benedetta della Croce. […] Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria”. Così Matteo Salvini sabato 18 maggio, stringendo in mano e mostrando alla folla il rosario, a conclusione del comizio che ha visto riuniti tutti i leader che ci siamo ormai abituati a definire “sovranisti”, da Geert Wilders a Marine Le Pen.
“Sono l’ultimo dei buoni cristiani: sono divorziato, sono peccatore, dico le parolacce, vado a messa tre volte l’anno. Ma difendo la nostra storia, l’esistenza delle scuole cattoliche. Non so se sono un buon cattolico ma sono un uomo felice e chiedo rispetto. Se credo in Dio e chiedo la protezione di Maria, dà fastidio a qualcuno?”.
La sera, in televisione, il “capitano” – così ama farsi definire dai suoi strateghi della comunicazione – risponde al fiume di critiche con parole che all’apparenza suonano di umano buon senso e muovono all’empatia.
Facile per l’ascoltatore riconoscersi nel ritratto del Matteo che cerca faticosamente di essere un buon cristiano… proprio come ciascuno di noi. Facile immedesimarsi nei suoi “tormenti”, fino al punto di non cogliere più il senso profondo dello sfregio che si è consumato in piazza a Milano.
Perché una cosa deve essere chiara: l’immagine proiettata da piazza Duomo in tutte le case e su tutti gli schermi è uno sfregio, che ci ferisce innanzitutto come credenti ma dovrebbe farci male anche come cittadini.
Che Salvini sia un buono o un cattivo cristiano, che vada o meno a messa con regolarità, che pecchi o non pecchi a noi non interessa. Ne parli semmai col suo confessore, se ce l’ha. Ma la politica – a maggior ragione quando si è vicepresidenti del governo – è cosa ben diversa dai personali cammini di fede. Così come peccato non è sinonimo di reato.
Sabato Maria è diventata uno slogan da campagna elettorale, una divina testimonial, un vessillo da far sventolare in piazza.
La dolce madre di Gesù si è trasformata nella condottiera di un novello esercito di crociati pronti a muovere alla ri-conquista dell’Europa, nemmeno fossimo ancora ai tempi della Giovanna d’Arco che tanto infiamma il cuore di Marine Le Pen.
Il rosario è parso un’arma da brandire contro i nemici. E la religione si è fatta strumento politico, buono a eccitare le piazze e occupare i palcoscenici mediatici. Tutto questo, diciamolo a voce alta, è la peggiore offesa che si possa rivolgere ai credenti.
“Se prima si dava a Dio quel che invece sarebbe stato bene restasse nelle mani di Cesare, adesso è Cesare a impugnare e brandire quello che è di Dio”, ha scritto a caldo padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà cattolica.
Al netto degli errori del passato, vale la pena ricordare che cent’anni fa è stato un prete, don Luigi Sturzo, a insegnarci col suo appello ai liberi e forti (e non ai cattolici, guarda un po’…) che la politica è il campo della laicità, in cui siamo chiamati a impegnarci come cittadini e non come membri di una chiesa, ricercando l’incontro ed esercitando l’arte nobile del compromesso.
Dal mondo cattolico sono germogliati don Sturzo e De Gasperi, e insieme e dopo di loro schiere di ministri, parlamentari, sindaci. I nostri lettori provino a riandare con la memoria al passato: chi di loro si è mai permesso di invocare la Vergine o agitare rosari ai comizi? Quando mai la lotta politica, anche nei momenti più aspri, si è trasformata in lotta nel nome di Dio e non in nome della democrazia, della giustizia sociale, della libertà, della pace?
“Dio è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso”, ha ammonito il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin. Questo è il punto.
E nessuno dovrebbe stupirsi dell’ondata di sdegno che hanno suscitato in tutta Italia le parole di chi, mentre costruisce lucidamente il suo consenso con politiche di egoistica chiusura, invoca poi la protezione della Vergine e si presenta come difensore della “civiltà cristiana”.
“La fede è ben altra cosa – ha ricordato il presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini – serve a creare ponti e a superare le barriere del pregiudizio”.
La fede è ben altra cosa: ce lo dimostrano quotidianamente le mille esperienze che germogliano in ogni angolo d’Italia. Ce lo ricorda l’impegno e la testimonianza di tutta la nostra Chiesa diocesana, a partire dal vescovo Claudio che fin dal suo arrivo tra noi non ha mai smesso di sottolineare con segni e richiami evangelici cosa significhi adoperarsi davvero per restituire un’anima cristiana alla società: investendo sui poveri, coltivando le relazioni e la dimensione comunitaria anche nei territori più lontani, dando impulso alla preghiera, scegliendo il servizio e non l’ostentazione del potere come stile distintivo del suo magistero.
C’è però un secondo tema che scorre sotto traccia e che l’intemerata di Salvini ha avuto quantomeno il merito di riproporre all’attenzione del mondo politico.
Che l’Europa non abbia saputo riconoscere nelle sue carte fondative quelle “radici cristiane” che ne segnano la storia e l’identità, ha finito per ritorcersi come un boomerang contro i sostenitori di un’idea di laicità che si è fatta, strada facendo e forse suo malgrado, culto del laicismo.
Martedì il card. Bassetti, nella sua introduzione all’assemblea generale dei vescovi italiani, ha chiesto a tutti noi uno sforzo, un rinnovato impegno a far sì che le virtù, la tradizione educativa, lo spirito di umanità che contraddistinguono l’Italia, la densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi non rimangano lettera morta. “Non si vive – ha ammonito – di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori! Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato. Dobbiamo essere fieri di un cristianesimo che ha disegnato il Continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto”.
Affermare la laicità della politica e della società non significa dimenticare che la dimensione religiosa è costitutiva dell’uomo. Promuovere il pluralismo non significa cancellare il sacro dalla sfera pubblica per ridurlo a dimensione intimistica, specie quando siamo di fronte a grandi questioni etiche che tanto bisogno avrebbero della millenaria sapienza delle religioni. E coltivare i valori dell’integrazione non significa negare la propria storia, che trasuda di cristianesimo dalle sue città, dal suo pensiero filosofico, dalla sua arte. Altrimenti, come si è visto a Milano, quella storia si finisce per consegnarla in ostaggio ad altri. Pensiamoci tutti, e ci pensi l’Europa chiamata oggi a un passaggio delicatissimo.
Non rassegniamoci a dover scegliere tra l’eclissi del sacro e i rosari da comizio.

(*) direttore “La Difesa del Popolo” (Padova)

Categories: Notizie

Papa Francesco: “La sinodalità è la cartella clinica della Chiesa italiana”

Agenzia SIR - Mon, 20/05/2019 - 21:24

“Sinodalità e collegialità; riforma del processo matrimoniale; rapporto tra vescovi e sacerdoti”. Si è articolato intorno a questi tre temi il discorso a braccio rivolto da Papa Francesco ai vescovi italiani, in apertura della loro Assemblea generale, in corso in Vaticano fino al 23 maggio. “Vi ringrazio per questo incontro – ha esordito Francesco – che desidererei fosse un momento di aiuto al discernimento pastorale sulla vita e la missione della Chiesa italiana”. “Grazie di essere venuto!”, il saluto del card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, al Santo Padre: “Lei ci accoglie con gioia in questa sua casa che sentiamo anche nostra”. Parlando a braccio per una ventina di minuti, come già aveva fatto lo scorso anno, prima dell’incontro “a porte chiuse” con i vescovi, Bergoglio ha annunciato di voler riprendere affrontare alcune questioni già sottoposte all’attenzione dei presuli, “per approfondirle e integrarle con questioni nuove per vedere insieme a che punto siamo”.

Sinodalità e collegialità. Sono le prime parole d’ordine del discorso del Papa, che ha citato le parole pronunciate in occasione della commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, per ribadire che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio: è dimensione costitutiva della Chiesa”. La sinodalità, ha spiegato  citando la plenaria 2017 della Commissione Teologica Internazionale su questo tema,

“è la cartella clinica dello stato di salute della Chiesa italiana e del vostro operato pastorale ed ecclesiastico”.

Non è mancato un riferimento ad un possibile Sinodo della Chiesa italiana, il cui “rumore” – ha rivelato Francesco – è arrivato fino a Santa Marta.

“Se qualcuno pensa di fare un Sinodo sulla Chiesa italiana, si deve incominciare dal basso verso l’alto, e dall’alto verso il basso con il documento di Firenze”, la direzione di marcia indicata dal Papa esortando a cominciare dalle diocesi e ad adottare come “Magna Charta”, “ancora vigente”, il discorso da lui rivolto alla Chiesa italiana nel quinto convegno decennale nazionale: “E questo prenderà del tempo, ma si camminerà sul sicuro, non sulle idee”.“Mi rammarica constatare che la riforma, dopo più di 4 anni, rimane ben lontana dall’essere applicata nella gran parte delle diocesi italiane”, nonostante la Chiesa italiana abbia “previsto un aggiornamento circa la riforma del regime amministrativo dei tribunali ecclesiastici”. È il bilancio dell’applicazione della riforma del processo matrimoniale canonico, varata con i due Motu proprio del 2015, che devono  trovare “piena e immediata applicazione in tutte le diocesi dove ancora non si è provveduto”. “Non dobbiamo mai dimenticare che la spinta riformatrice del processo matrimoniale canonico – caratterizzata dalla prossimità,  celerità e gratuità delle procedure – è volta a mostrare che la Chiesa è madre e ha a cuore il bene dei propri figli, che in questo caso sono quelli segnati dalla ferita di un amore spezzato”, il monito di Bergoglio: “E pertanto tutti gli animatori del tribunale devono agire perché questo si realizzi e non anteporre null’altro che possa impedire o rallentare l’applicazione della riforma, di qualsiasi natura o interesse possa trattarsi”.

“Il buon esito della riforma passa attraverso la conversione delle strutture e delle persone”, ha ribadito il Papa: “Non permettiamo che gli interessi economici di alcuni avvocati oppure la paura di perdere potere di alcuni vicari giudiziari frenino o ritardino la riforma”.“Il rapporto tra i sacerdoti e noi vescovi rappresenta una delle questioni più vitali nella vita della Chiesa, è la spina dorsale su cui si regge la comunità diocesana”. Ne è convinto il Papa, che a questo proposito ha citato le “parole sagge” del card. Bassetti: “Se si dovesse incrinare questo rapporto tutto il corpo ne risulterebbe indebolito. E lo stesso messaggio finirebbe per affievolirsi”. “Il vescovo è il pastore, il segno di unità per l’intera Chiesa diocesana, il padre e la guida per i propri sacerdoti e per tutta la comunità dei credenti”, l’identikit di Francesco, secondo il quale

“alcuni vescovi, purtroppo, fanno fatica a stabilire relazioni accettabili con i propri sacerdoti, rischiando così di rovinare la loro missione e addirittura indebolire la stessa missione della Chiesa”.

“I sacerdoti sono i nostri più prossimi collaboratori e fratelli. Sono il prossimo più prossimo!”, ha esclamato: “La comunione gerarchica crolla quando viene infettata da qualsiasi forma di potere o di autogratificazione personale”, mentre “si fortifica e cresce quando viene abbracciata dallo spirito di totale abbandono e di servizio al popolo di Dio”. Un pastore vero vive “in mezzo al suo gregge e ai suoi presbiteri, senza discriminazione e senza preferenze, e sa come ascoltare e accogliere tutti senza pregiudizi”. Di qui la necessità di “non cadere nella tentazione di avvicinare solo i sacerdoti simpatici o adulatori e di evitare coloro che secondo il vescovo sono antipatici e schietti; di consegnare tutte le responsabilità ai sacerdoti disponibili o ‘arrampicatori’ e di scoraggiare i sacerdoti introversi o miti o timidi, oppure problematici”.

“I nostri sacerdoti si sentono continuamente sotto attacco mediatico

e spesso ridicolizzati oppure condannati a causa di alcuni errori o reati di alcuni loro colleghi – il grido d’allarme del Papa – e hanno vivo bisogno di trovare nel loro vescovo la figura del fratello maggiore e del padre che li incoraggia nei periodi difficili”.

Categories: Notizie

Pope Francis: “Synodality is the medical record of the Italian Church”

Agenzia SIR - Mon, 20/05/2019 - 21:24

“Synodality and collegiality; reform of the marriage process; relationship between bishops and priests.” These three themes were at the centre of Pope Francis’ unwritten speech to the Italian bishops, at the opening of their General Assembly, taking place in the Vatican until 23 May. “I thank you for this meeting – Francis said – which I would like to be a moment of help in the pastoral discernment on the life and mission of the Italian Church.” “Thank you for coming!”, said Card. Gualtiero Bassetti, Archbishop of Perugia-Città della Pieve and President of the Italian Episcopal Conference, to the Holy Father: “You welcome us with joy into this house of yours that we feel is also ours.” In a twenty-minute unwritten remarks, as he did last year, ahead of the “closed-door” meeting with the bishops, the Holy Father announced that he would resume the discussion on some of the issues already brought to the attention of the bishops, “to deepen them and integrate them with new matters to see where we stand.”

Synodality and collegiality. These were the first key-words of the Pope’s speech, who quoted from his address for the Ceremony commemorating the 50th anniversary of the institution of the Synod of Bishops, reiterating that “it is precisely this path of synodality which God expects from the Church of the Third millennium: a constitutive element of the Church.” Synodality, the Pope said with reference to the 2017 plenary of the International Theological Commission centred on this theme,
“is the medical record that describes the state of health of the Italian Church and of your pastoral and ecclesial service.”

The Pope mentioned “rumours” regarding the possibility of a Synod of bishops for Italy that have even reached Santa Marta, he revealed.

“If someone thinks of organising a Synod of the Italian episcopate, then we must start from the bottom up and the top down, with the Florence document.” It’s the direction indicated by the Pope, urging to start from the diocesan level  and adopt his address to the Italian Church on the occasion of its fifth convention, as the “Magna Charta”,  that “remains valid” still today. “This will  takes some time, but we will walk on the safe side, not on ideas.”The Pope said: “It is with regret that I note that the reform, after four years, remains far from being applied in the great majority of Italian dioceses”, despite the fact that the Italian Church “planned an update on the reform of the administrative system of ecclesiastical courts.” It’s the balance of the application of the reform of the matrimonial process in Canon Law codes enshrined in two Motu Proprio Apostolic letters  in 2015. The Pope called for their “full and immediate application in all the dioceses of the Country.” “We must never forget that the reforming thrust of canonical marriage – that makes the process quicker, more pastoral and less expensive- is aimed at showing that the Church is a mother that has at heart the good of her children, who in this case have been inflicted the wound of a broken love”, Bergoglio declared. “And therefore all ecclesiastical court officials must act for this to happen and not prioritise anything else that could prevent or slow down the application of the reform, regardless of its nature or interest.”
“The positive outcome of the reform depends on the conversion of structures and people”, the Pope pointed out: “Let us not allow the economic interests of some lawyers or the fear of the loss of power of some judicial vicars to stifle or delay the reform.” .“The relationship between us bishops and our priests is one of the most vital issues in the life of the Church, it is the backbone that sustains the diocesan community”, underlined the Pope, who went on to mention “the wise words” of Cardinal Bassetti: “In the event of a flaw in this relationship, the entire body would be weakened. And the same message would end up being weakened.” “The bishop is the shepherd, the sign of unity for the whole diocesan Church, the father and the guide of his own priests and of the whole community of believers”, said Francis, adding that
“unfortunately some bishops are struggling to establish acceptable relationships with their priests, thus risking the ruin of their mission and even weakening the mission of the Church itself.”“Priests are our closest collaborators and brothers. They are the nearest neighbour!”, he exclaimed. “Hierarchal communion in the Church collapses when it is infected by any form of personal power or self-gratification”, while “it is strengthened and grows when it is embraced by the spirit of total abandonment and service to the people of God.” A true shepherd lives “amidst his flock and his priests, without discrimination and without preferences, and knows how to listen to and welcome all without prejudices.” Francis cautioned “to not to fall into the temptation of welcoming only priests who are nice or are flatterers and avoid those who, according to the bishop, are unpleasant and forthright; not to give responsibilities and assignments only to the eager and to the “climbers,” ignoring those who are “shy, meek or problematic.”

“Our priests feel they are constantly targeted by the media,

ridiculed or condemned as a result of some mistakes or for the crimes committed by some of their colleagues – was the Pope’s cry of alarm – they have a deep need to find in the bishop the figure of an elder brother and father, who supports them in difficult moments.”

Categories: Notizie

Il premio Nobel Denis Mukwege a Milano

Evangelici.net - Mon, 20/05/2019 - 20:37
Il medico evangelico congolese Denis Mukwege, insignito del premio Nobel per la pace 2018 per il suo impegno a favore delle donne vittime della guerra, sarà a Milano per una serie di incontri pubblici: mercoledì 22 maggio alle 12 visiterà il Giardino dei Giusti presso il Monte Stella e dialogherà con le scolaresche; alle 18.15 sarà all'auditorium Alberione per una...
Categories: Notizie

Settimanali diocesani. Bianchi (Fisc), “presenza fondamentale per la vita del Paese”

Agenzia SIR - Mon, 20/05/2019 - 09:51

“La comunicazione è a servizio della comunità, perché senza una comunicazione buona la comunità non cresce”. Parte da qui don Adriano Bianchi, presidente nazionale della Fisc (Federazione italiana settimana cattolici), per analizzare l’impegno dei settimanali diocesani italiani. A conclusione del convegno nazionale, svoltosi nel fine settimana scorso tra Faenza e Forlì sul tema “Colori d’Europa”, don Bianchi afferma che “per esprimere giudizi compiuti sull’Europa occorre una maggiore informazione. Quando sui nostri giornali diamo spazio ai temi europei intendiamo portare l’Ue dentro le nostre realtà”.

Presidente, partiamo con l’analizzare il momento che stanno vivendo i settimanali diocesani e la Federazione. Qual è il loro stato di salute?
Fisc e settimanali diocesani hanno ancora tante risorse di persone e sono una realtà sul territorio. In una situazione di trasformazione,

ci sono persone che con passione e dedizione continuano a presidiare questo spazio e a servire le loro Chiese e comunità compiendo un lavoro quotidiano. Questo è un patrimonio,

diffuso in tutta Italia, fatto di dipendenti, volontari e collaboratori che svolgono un servizio cercando di raccontare al meglio ciò che accade nei propri territori.

L’impressione è che si faccia più fatica rispetto al passato. È così?
Viviamo un momento di passaggio sul versante ecclesiale. Le diocesi continuano il percorso di ripensamento della loro comunicazione. Non sempre gli esiti sono positivi per i settimanali diocesani, ma a volte portano anche a dei rilanci e ad un’integrazione maggiore nella comunicazione diocesana. Perché come settimanali cartacei non siamo più da soli, ci sono le radio, c’è il mondo digitale con i nostri siti web.

Una sfida che i settimanali Fisc sono pronti ad accogliere?
Bisogna accettare la sfida del cambiamento e mettersi continuamente in gioco. Forse siamo ancora un po’ resistenti a questo. Ma è comprensibile che chi da decenni svolge questo servizio a volte è fermo ad alcuni modelli e fatica a vedere qualcosa di nuovo. D’altra parte, pensare che passare all’online sia la soluzione di tutti i problemi, dimenticando un certo tipo di tradizione, è un atteggiamento sbagliato. Perché

il cartaceo ha ancora una sua importanza, smantellarlo d’improvviso significa far mancare il radicamento e il contatto con le persone.

Anche per questo bisogna provare a giocare una partita sapendosi cogliere dentro un percorso comune che è quello della comunicazione diocesana per rimodulare una presenza – magari aprendosi a passaggi generazionali – che rimane comunque vitale.

Altro tema che sembra essere un nodo scoperto è quello della sostenibilità economica mentre si è nel pieno degli Stati generali dell’editoria…
Ci sentiamo un pochino traditi da uno Stato che attraverso una riforma chiede delle cose per poterti mettere a disposizione delle risorse. Un approccio che avrebbe permesso di fare pulizia in diversi ambiti perché

la legge premia sulle copie vendute, sul fatturato, sui ricavi. Criteri su cui come settimanali diocesani abbiamo camminato, facendo anche un investimento. Però adesso si ricomincia da capo.

Assicuriamo comunque di svolgere la nostra parte agli Stati generali in maniera costruttiva, con proposte mirate a salvaguardare il valore del pluralismo.

Crediamo che quella dei settimanali diocesani sia e resti una presenza fondamentale per la vita del Paese.

In questa fase di cambiamento, mutano anche i potenziali lettori/fruitori e il loro senso di radicamento. Come la Fisc affronta questo orizzonte?
Non c’è dubbio che facciamo fatica ad uscire un po’ dai modelli classici. Quella della fruizione è una sfida per tutto il mondo dell’editoria. È chiaro che

se sta cambiando la fruizione dobbiamo cambiare anche noi. Però non può venire meno il racconto di qualcosa che ci è prossimo. Questo rimane uno spazio di impegno per i settimanali diocesani.

Perché siccome il luogo in cui sei nato e cresciuto ti segna, anche per un giovane italiano che un domani andrà a vivere in un’altra città o anche all’estero, sarà importante poter avere chi racconta quel contesto che ha conosciuto anni prima. Lo farà attraverso una pagina web o con un’App, ma lo potrà fare solo se ci sarà ancora qualcuno a raccontare quella comunità, a dare dignità di notizia alle storie di quel territorio.

Avete messo al centro del convegno nazionale il tema dell’Europa. I settimanali diocesani che posizione hanno assunto in vista delle elezioni del 26 maggio?
L’Europa, così come il mondo, entra nelle nostre case, nelle nostre vite, nei nostri territori. Per questo

i settimanali diocesani sono attenti al processo di integrazione europea.

Del resto registriamo l’utilità, proprio sul versante europeo, di una maggiore informazione sulle istituzioni e le politiche comunitarie, e le opportunità offerte dalla stessa Ue. Osservo peraltro che se fino a qualche anno fa in Italia eravamo quasi tutti europeisti, adesso siamo passati a un euroscetticismo diffuso: tutto questo, paradossalmente, senza aver accresciuto le nostre conoscenze di base sull’integrazione comunitaria, su ciò che fa, o non fa, l’Europa per noi… Insomma, è cambiata l’aria, ma

per esprimere giudizi compiuti sull’Europa occorre una maggiore informazione. Quando sui nostri giornali diamo spazio ai temi europei, anche grazie al servizio offerto dal Sir, intendiamo portare l’Ue dentro le nostre realtà.

In che modo?
Nelle scorse settimane i nostri giornali hanno dedicato articoli, approfondimenti, interviste, editoriali all’Unione europea, spiegandone obiettivi, competenze, risultati. E questa settimana moltissime testate pubblicheranno altri contributi sulle elezioni del 26 maggio, invitando a
votare per rilanciare il “sogno” europeo e per sostenere quella stessa prospettiva europeista che è indicata da Papa Francesco e dalla Chiesa italiana.Mi pare importante, fra l’altro, che i settimanali cattolici tendano spesso a parlare di Europa dando voce ad esperienze e storie europee, magari di giovani che stanno vivendo l’Erasmus in qualche Paese Ue. Storie concrete, dalle quali passa, diretto ed efficace, il messaggio europeo.

Categories: Notizie

Rabbi David Fox Sandmel: “The challenge is to defeat ‘haters’ and ensure that good deeds hit the news”

Agenzia SIR - Mon, 20/05/2019 - 09:00

“I think the Catholic Church is the closest friend of the Jewish Community”, What Rabbi David Fox Sandmel says is important. He is one of the directors of the Anti-Defamation League, perhaps the most authoritative organization for monitoring and combating anti-Semitism in the world, headquartered in New York. In this interview with SIR the Rabbi explains the reasons for his statement, listing all the times that Catholic Church representatives have taken action to defend the Jewish community from acts of violence and attacks, which are sadly on the rise. We met him in Rome on the sidelines of the meeting of the International Liaison Committee (ILC), that includes the Vatican Commission for Religious Relations with the Jews and the International Jewish Committee for Interreligious Consultations (IJCIC). The meeting focused on the challenge of migration, anti-Semitism and the persecution of Christians.

Rabbi Sandmel, from your vantage point, how serious is the scourge of anti-Semitism in Europe?

Surveys on incidents and on basic underlying Anti-Semitic attitudes have shown that there is a steady increase in acts of violence against Jews at global level, in the United States and in Europe alike. As a result many Jews, faced with feelings of fear and unease, are considering leaving their home Countries. These are serious issues. Anti-Semitism is often connected with the migration issue because far-right anti-immigration movements often target Jews as the scapegoats! So as you see these themes are interconnected.

What worries you the most?
The rise in nationalisms and anti-Semitic speech. I don’t want to generalize, but these phenomena are common to all extremist groups, to the far right and to the far left. Criticism –albeit legitimate- has crossed the line, both in terms of rhetoric and extremist language. As a result, the increasingly invasive penetration of the Internet in people’s lives and across society has led to a stark deterioration of public discourse. In this respect anti-Semitism is a growing trend. People say things that would have been unimaginable five or ten years ago. It’s a very disturbing situation. But there are also positive aspects.

Could you name a few?
For example, governments’ reactions, with government representatives publically rejecting all forms of anti-Semitic bias. We saw it with President  Macron in France and before him, a few years ago, with Manuel Valls; with Theresa May in the UK and Angela Merkel in Germany. My answer to those who claim that  our present times are a reminder of the 1930s is that in those years anti-Semitism was theorized by the same Governments. But that historical past should make political leaders aware of their responsibility. When people start saying that they will no longer “attend Jewish events because I’m afraid”, or that they will stop “wearing a kippah in public”, it means we’re facing a serious problem.

I’m not saying it’s a problem of the Jews but that it’s all interconnected.

While in Rome you have met with Pope Francis. With regard to this problem why does the Catholic Church play an important role?
Already in 1965, with the publication of Nostra aetate, and before then, with John XXIII, the Catholic Church faced with utmost seriousness the theme of her Jewish roots and her relations with the Jews. The purpose was to uproot anti-Jewish sentiments present inside the Church. This commitment is evident in all Popes from John XXIII to Pope Francis, and not only at the level of leadership.

What do you mean by ‘not only at leadership level’?
As you probably heard, a few days ago a Catholic priest in Chicago invited Louis Farrakhan, African-American leader at the head of the religious organization The Nation of Islam, known for its positions against Jews, to visit his parish. Over the past years Farrakhan made terrible anti-Semitic statements  and the Jewish community obviously protested against that invitation. The archbishop of Chicago, Cardinal Cupich, immediately intervened with very powerful declarations and public apologies to his Jewish brothers and sisters for that gesture that he was unaware of. The same occurred in Poland. The Catholic Church in Poland has condemned an episode of anti-Semitism occurred during Easter in the town of Pruchnik where an effigy made to look like a haredi Jew was beaten and burnt. There too the local Catholic bishop released a statement in which he declared that the Catholic Church would no longer tolerate such heinous episodes of contempt. Thus I believe the Jewish community has its best friend in the Catholic Church. I also believe it is important for Christians and Jews to jointly discuss the challenge of migration and anti-Semitism not only for the purpose of dialogue but also to identify actions to be undertaken together for the benefit of others.

So what is your message to such a complex world, where accepting otherness is increasingly difficult?

I disagree with those who claim that accepting others is increasingly difficult. What I see is that haters are receiving a tremendous amount of attention, both in the press and on the Internet. The recent attacks in ChristChurch, or in Pittsburgh, or in Sri Lanka, show that few people have the power to annihilate human lives and gain huge attention. But the truth is that the majority of people consider these actions an abomination. The challenge therefore is how to bring ‘good people’ together and ensure that good deeds hit the news and reach out to those who have been poisoned by bad news. I live in an apartment building, and when the shooting in Pittsburgh occurred my neighbour came over to hug me and offer me condolences. These are the kind of things that should be given attention.

Categories: Notizie

Rabbino David Fox Sandmel: “La sfida è vincere gli haters e fare in modo che il bene faccia notizia”

Agenzia SIR - Mon, 20/05/2019 - 09:00

“Penso che non ci sia un amico della comunità ebraica migliore della Chiesa cattolica”. È importante quello che il rabbino David Fox Sandmel dice. È uno dei direttori dell’Anti-Defamation League, forse la più autorevole organizzazione di monitoraggio e contrasto all’antisemitismo nel mondo con sede a New York. In questa intervista al Sir, il Rabbino spiega le ragioni della sua affermazione elencando tutte le volte che rappresentanti della Chiesa cattolica sono scesi in campo con determinazione per difendere la comunità ebraica da attacchi e violenze purtroppo in crescita. Lo abbiamo incontrato a Roma, in una delle pause dell’incontro dell’International Liaison Committee (Ilc), al quale prendono parte la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo e l’Ijcic (International Jewish Committee for Interreligious Consultations). Al centro dei lavori, le grandi questioni delle migrazioni, dell’antisemitismo e della persecuzione dei cristiani.

Rabbino, dal suo osservatorio, quanto è pesante il problema dell’antisemitismo qui in Europa?
Sono state fatte molte ricerche, sia sugli eventi occasionali che sugli atteggiamenti di fondo e si è riscontrato un aumento generalizzato nel mondo, negli Stati Uniti come in Europa, della violenza contro gli ebrei e anche un accresciuto senso di disagio da parte degli ebrei, molti dei quali parlano di andarsene via dalle città in cui vivono e in cui non si sentono più sicuri. E queste sono questioni serie. L’antisemitismo è spesso collegato al problema delle migrazioni perché se si guarda ai gruppi anti-immigrazione di estrema destra, ci si accorge che in questi contesti spesso a fare da capro espiatorio sono gli ebrei! Quindi è tutto collegato.

Cosa la preoccupa di più?
La crescita dei nazionalismi e del linguaggio antisemitico. Voglio essere attento a non generalizzare ma sono fenomeni comuni a tutti i gruppi estremisti, di destra e di sinistra. Le critiche – pur legittime – oltrepassano il limite, sia dal punto di vista della retorica che del linguaggio eccessivo utilizzato. La situazione che si sta creando, con la penetrazione sempre più capillare nella vita degli individui e nella società, di Internet ha determinato un deciso deterioramento del discorso pubblico e in questo contesto anche l’antisemitismo sta diventando sempre di più la tendenza principale. La gente dice cose che non avrebbe mai detto cinque o dieci anni fa. Una situazione molto fastidiosa. Poi ci sono gli aspetti positivi.

Quali?
Ad esempio, la reazione dei governi i cui rappresentanti fanno forti dichiarazioni pubbliche sull’inaccettabilità di queste posizioni antisemite. Lo vediamo in Francia con il presidente Macron, e già con Emmanuel Vals alcuni anni fa, ma anche nel Regno Unito con Theresa May o in Germania con Angela Merkel. A chi dice che stiamo vivendo in tempi simili agli anni ‘30, io rispondo che in quel periodo storico a teorizzare le tesi dell’antisemitismo erano i governi stessi. Ma la storia passata deve responsabilizzare chi oggi ha potere politico. Perché è un problema quando la gente dice: “Non vado più agli eventi ebraici perché ho paura” oppure “non esco più di casa con il kippah perché ho paura”.

Questo è un problema e non voglio dire che questo è un problema degli ebrei ma che è tutto collegato.

Lei qui a Roma ha incontrato Papa Francesco. Qual è l’importanza del ruolo della Chiesa cattolica rispetto a questo tema?
Già a partire dal 1965 con Nostra aetate ma anche prima con Giovanni XXIII, la Chiesa cattolica è stata quella che ha affrontato più seriamente il tema delle proprie radici giudaiche, e anche del suo rapporto con gli ebrei. E lo ha fatto per estirpare l’antiebraismo che era presente nella Chiesa. Questo impegno risulta molto chiaro in tutti i Papi, da Giovanni XXIII a Papa Francesco, e non solo al vertice.

Quando dice non solo al vertice, cosa intende?
Non so se avete saputo che alcuni giorni fa, a Chicago un prete cattolico ha invitato nella sua chiesa Louis Farrakhan, leader afroamericano a capo dell’organizzazione religiosa The Nation of Islam, noto per le sue posizioni contro gli ebrei. In questi anni ha detto delle cose antisemite terribili e la comunità ebraica, ovviamente, ha protestato per questo invito. L’arcivescovo di Chicago, il cardinale Cupich, è subito intervenuto rilasciando dichiarazioni molto forti e scusandosi pubblicamente con i suoi fratelli e le sue sorelle ebrei per questo gesto di cui non era conoscenza. Lo stesso è accaduto in Polonia. La Chiesa cattolica in Polonia ha condannato il rituale antisemitico fatto a Pruchnik nel periodo di Pasqua durante il quale hanno impiccato e bruciato un pupazzo con le effigie di un ebreo. Anche lì, il vescovo cattolico locale è intervenuto e in un comunicato ha detto che la Chiesa cattolica non tollererà mai più manifestazioni di disprezzo simile. Penso quindi che non ci sia un amico della comunità ebraica migliore della Chiesa cattolica. E credo che sia importante che ebrei e cattolici si confrontino sulle grandi questioni delle migrazioni e dell’antisemitismo non solo per dialogare fra loro, ma per capire cosa possono fare insieme di utile per gli altri.

Allora qual è il messaggio che volete trasmettere ad un mondo così difficile, dove è sempre più difficile accettare l’altro?
Non sono d’accordo che oggi sia sempre più difficile accettare l’altro. Quello che vedo è che gli “haters”, gli “odiatori” ottengono molta attenzione, sia da parte della stampa che su Internet. Prendiamo gli attentati di ChristChurch, o di Pittsburgh, o dello Sri Lanka, vediamo che poche persone possono distruggere delle vite e ottenere molta attenzione. Ma la verità è che la maggior parte della gente considera questi gesti un abominio. La sfida allora è come mettere insieme “i buoni” e fare in modo che il bene “faccia notizia” e riesca a raggiungere quelli che sono stati avvelenati dalle cattive notizie. Io vivo in un appartamento di un condominio, e quando c’è stata la sparatoria di Pittsburgh la mia vicina di casa è venuta ad abbracciarmi e a farmi le condoglianze. Questo è il tipo di cose che meritano di ottenere l’attenzione.

Categories: Notizie

Nek: "interrompiamo la catena di odio"

Evangelici.net - Sun, 19/05/2019 - 14:37
«Spesso sono stato messo alla prova, indotto a non amare se non addirittura a odiare. Ma non posso permettermi di farlo, sporcherei la mia giornata e la mia vita... Dobbiamo spaccare questa catena di odio. A una mano che impugna qualcosa o si chiude per diventare un pugno bisogna rispondere con una mano tesa. Solo così vinci e rompi la catena. Ma questo non solo sui social, s’intende»....
Categories: Notizie

Giornata nazionale di sensibilizzazione 2019. A cosa sono destinati i fondi dell’8xmille?

Agenzia SIR - Sat, 18/05/2019 - 10:18

Trasparenza e informazione al centro Giornata nazionale di sensibilizzazione sull’8xmille, domenica 19 maggio. Nelle 25mila parrocchie italiane sacerdoti, volontari, incaricati diocesani per il sovvenire e componenti del Consiglio affari economici inviteranno le comunità a scoprire da dove vengono i fondi che hanno dato man forte nell’ultimo anno alla missione della Chiesa, a documentarsi sulla stampa diocesana e sui media nazionali, oltre che a riconfermare la firma anche nel 2019. Nelle chiese, dove sono già affisse le locandine della Giornata e della campagna nazionale di comunicazione “C’è un Paese”, verranno distribuiti pieghevoli informativi, che danno conto di dove trovare bilanci diocesani e rendiconti nazionali. Dal sito 8xmille.it dove la documentazione è disponibile tutto l’anno, alla pubblicazione sui principali quotidiani nazionali, fino alla “Mappax8mille”, consultabile sullo stesso sito istituzionale, che ‘geolocalizza’ il bene realizzato per regione, provincia e comune, spesso anche con foto e video.

Anche quest’anno gli animatori della Giornata nazionale 8xmille ricorderanno a tutti i titolari dei modelli fiscali che la firma è un diritto importante da esercitare.

L’invito è soprattutto rivolto ai titolari di modelli fiscali Cu, per lo più pensionati, che oggi non sono più obbligati a consegnare la dichiarazione e spesso rinunciano a firmare.

Molte parrocchie hanno da anni attivato un servizio ‘consegna-Cu’ che dà una mano riducendo gli oneri burocratici e recapitando per conto dei contribuenti agli uffici postali, in busta chiusa e con una ricevuta, le schede con la scelta 8xmille.

Un invito a conoscere il bene realizzato per riconfermare la firma anche nel 2019. La Giornata nazionale per la sensibilizzazione alla firma 8xmille punta anche a diffondere nelle comunità gli strumenti per orientarsi nella rendicontazione. A partire dalla ripartizione delle risorse nazionali da parte della Conferenza episcopale italiana. Lo scorso anno, in base alle indicazioni dei cittadini che le hanno destinato quest’importante quota Irpef, la Chiesa cattolica ha potuto ripartire i fondi ricevuti secondo le tre grandi direttrici ‘culto e pastorale’ (356 milioni di euro), sostentamento dei 34mila sacerdoti diocesani compresi circa 500 missionari nel Terzo mondo (367 milioni di euro) e progetti caritativi in Italia e all’estero (275 milioni di euro).
Nella prima voce sono comprese risorse destinate alla formazione dei catechisti, ai seminari e alle facoltà teologiche, ai restauri che tramandano fede e cultura, alla manutenzione delle strutture diocesane, all’accessibilità dei tribunali ecclesiastici con tariffe contenute, alla costruzione di nuovi spazi parrocchiali.

La seconda voce è invece ispirata al modello di Chiesa-comunione ribadito dal Concilio Vaticano II e ispirato al modello delle prime comunità cristiane, dove i presbiteri erano affidati ai fedeli. In questa quota sono compresi anche i preti ormai anziani o malati (circa 3mila) che dopo una vita di servizio vengono accolti e curati nelle case religiose diocesane. Infine la terza direttrice –l’azione caritativa- oggi assicura progetti nelle diocesi che vanno dalle mense alle case-famiglia, dal Progetto Policoro (il piano anti-disoccupazione della Chiesa italiana che forma i giovani all’autoimprenditorialità, dotato di 1,7 milioni di euro annui dall’8xmille, finora ha dato vita ad oltre 700 cooperative) alla Consulta nazionale anti-usura. Nei Paesi in via di sviluppo, i fondi Cei hanno significato interventi di promozione umana (dalle scuole agli ospedali), di formazione di medici e insegnanti, la promozione dei corridoi umanitari, oltre al soccorso nelle emergenze umanitari e ambientali.

Categories: Notizie

Cattolici e Resistenza: il ricordo di sacerdoti e laici che hanno partecipato alla Liberazione

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 22:07

Giuseppe Dossetti, Pasquale Marconi, Pietro Del Giudice, Ermanno Gorrieri, don Pietro Morosini, don Secondo Pollo, don Pasquino Borghi, don Eugenio Leoni, don Domenico Orlandini, don Concezio Chiaretti, don Aldo Mei, don Carlo Manziana. E ancora Odoardo Focherini e Teresio Olivelli. Solo per citare alcuni dei nomi di cattolici – sacerdoti e laici – che hanno partecipato alla guerra di liberazione e le cui gesta sono state ricordate durante la giornata di studio dal titolo “Cattolici nella Resistenza” promossa – a Palazzo Dossetti di Reggio Emilia – dall’Università di Modena e Reggio insieme a Istituto Alcide Cervi, Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Fondazione Fossoli.
Dire con esattezze quanti furono i cattolici che fecero parte di formazioni armate non è possibile “perché le situazioni locali – ha spiegato Giorgio Vecchio (Università di Parma) – sono molto complesse e la scelta della formazione in cui militare non avveniva per posizioni politico-ideologiche, ma invece per casualità”. Così come è impossibile dire quanti cattolici persero la vita negli anni della Resistenza:

gli elenchi dei preti morti “sono aggregati, tra gli uccisi dai nazisti, dai fascisti, dai partigiani, dai bombardamenti e al fronte”,

ha continuato Vecchio, ricordando che l’Azione cattolica ebbe 1279 soci e 202 assistenti caduti e che Mimmo Franzinelli indica in 425 i preti uccisi (191 dai fascisti, 125 dai tedeschi, 109 dai partigiani). Dati parziali e solo in parte verificati. Uno dei motivi di questo approssimazione è il fatto che la ricostruzione storiografica “a lungo è ondeggiata tra la geografia e l’apologetica da una parte e la rimozione dall’altra. Spesso la rimozione è stata sia da parte della sinistra per lo più comunista, sia della stessa Chiesa e dello stesso mondo cattolico per ragioni inerenti anche ai vari contesti politici e culturali”, ha commentato Vecchio. Interessante su questo tema l’intervento di Alessandro Santagata (Università di Padova) che ha parlato di una “storiografia che è cambiata con l’evolversi del quadro politico italiano e che dopo aver chiuso una fase di ‘pavimentazione’, ora è pronta ad aprire un nuovo cantiere”.
La giornata di studi, ricca di otto relazioni e cinque interventi di saluto, si è dipanata poi tra il racconto su cosa abbia portato Dossetti “da un lato ad accettare l’idea della lotta clandestina, ma dall’altro, sul piano personale, a rifiutare di imbracciare armi, volendo essere un resistente disarmato”, come ha ricordato Enrico Galavotti (Università di Chieti-Pescara). E ancora il caso – analizzato da Gianluca Fulvetti (Università di Pisa) – della comunità monastica della Certosa di Farneta dove tra il 1° e il 2 settembre 1944 fecero irruzioni le SS – lo stesso reparto colpevole dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema e di Monte Sole – uccidendo e deportando monaci e laici che lì avevano trovato rifugio.

In particolare Fulvetti ha ricordato il sacrificio del padre priore, Martino Binz, e del padre procuratore, Antonio Gabriele Costa, che nel dare rifugio ad ebrei, renitenti alla leva, ex fascisti, partigiani feriti, antifascisti, portavano avanti una rete di solidarietà che passava anche dall’arcivescovo di Lucca, mons. Antonio Torrini, e dal suo stretto collaboratore, don Arturo Paoli.

Perché i sacerdoti nella Resistenza hanno svolto tanti ruoli: da fonte d’ispirazione per i giovani saliti in montagna, fino a diventare essi stessi comandanti di formazioni partigiane. “Penso – ha detto Vecchio – a don Antonio Milesi nel bergamasco, don Vittorio Bonomelli nel bresciano, Arndt Paul Richard Lauritzen, frate di origine nordica – nome di battaglia ‘Paolo il Danese’ – nel parmense e don Orlandini, fondatore delle Fiamme Verdi reggiane, che ricordava ai suoi di essere ‘uomini che non tolgono la vita, ma che la salvano’”.
Un problema rispetto alle storie dei cattolici nella Resistenza – ha concluso Vecchio – “è, che a parte alcuni casi simbolo, la memoria di questi combattenti è rimasta confinata a livello locale”.

Categories: Notizie

Fake news cannot transform what is plausible into truth

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 18:56

Let’s return to basics. Let us avoid, for example, extremist positions, which are only true in theory and which, in practice, do not work at all. According to one of these arguments, the communicative milieu in which we are immersed is devoid of facts. There are only “factoids”, and thus everything is plausible thanks to the power of global communication. It’s no wonder that we live in the age of fake news. As a result, it would be impossible to distinguish true from false information, right from wrong, the lack of interest in things, since their truth would be unattainable. All this, however, is not true. It is, in fact, a fake news.

 

Yet I’m not saying that such processes don’t occur. I am not denying the fact that as we are overwhelmed by an overdose of news, it is extremely difficult to understand what is true and what is not, and that verifying the facts is even more complex today. That’s a case in point, which however does not imply the inability to retrieve the truth.

What I mean to say is that

our common sense remains efficient.

 

In spite of everything, in spite of the revolutionary developments of the digital environment, our common sense enables us to distinguish truth from falsehood and to investigate further. And if we have made a mistake, if we have been victims of disinformation campaigns, we will realize it. Sooner or later, the harshness of reality compels us to do so.

Let’s consider for example the election campaign for the forthcoming European elections. This appears to be the perfect arena to show that exaggeration, including manipulation of reality, is what is needed to influence the vote. Not that the communication strategists of this or that political force are not trying to follow this path. But we live in the real world. We need to be oriented, to understand. And yet we possess the ability to see things for what they really are, regardless of the opinions that are imposed on us.

If anything, when considering any of these political proposals, we see that the problem does not lie in its communication – whether true or false. In fact the problem lies in the content that this communication is meant to convey, which in many cases is negligible and inadequate to the emergencies of the present times. It is in fact still believed that effective, convincing communication can compensate the absence of a significant project. But this, in fact, is false. The medium cannot replace the message: all the more so in the political sphere, and in terms of the values it should express.

It so happens that the contents, values, and projects that could help us tackle concrete problems are being conveyed by other players, who end up virtually replacing the political void. I am referring to the Pope, to his determined enhancement of the weak, the excluded, those forced to migrate, those living on the peripheries of the world. I am referring to the young people who take to the streets asking for a change in climate policies that will ensure a future for mankind. I am referring to all those in different parts of the world who are demanding bread and dignity.
These are fundamental issues. These are the true needs, that are gnawing at us. Acknowledging

them enables us to distinguish truth from falsehood, and to verify the accuracy of information.

 

Moreover, fake news cannot transform what is plausible into truth. Perhaps a certain narrative of events could lead us to make the wrong choices. But ultimately, confronting reality helps us understand our mistakes. Provided it’s not too late.

Categories: Notizie

The suffering of beloved Syria follows the notes of Nahel. Music gives voice to those with no voice

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 13:00

“Only those who are forgotten die, no one is alone if their suffering is shared”: Nahel Al Halabi, composer and orchestra director from Damscus, thus describes his “beloved Syria” that he left in 2012, since the war forced him to leave his country and prestigious positions: as full professor at the Conservatoire Supérieur de Musique de Damascus (National Academy of Music), as chair of the Conservatoires of the country and as mentor of his creation, the Syrian Philharmonic Orchestra.

Since then, Italy has been his chosen country, here he perfected his art thanks to a scholarship from 2001 to 2006. “Italy is the homeland of music and culture and I preferred it to Germany and Japan”, he said with a smile, without even a glimmer of repentance. For over a year now, Nahel, who has been granted ‘subsidiary protection’, has been living in Mantua, together with his partner Marta, a teacher at the city’s high school. For Nahel, the first steps in the working environment were not easy. One day, during one of his many walks to discover the historical beauties of Mantua, Nahel happened to pass by the offices of the diocesan Caritas. He entered and volunteered for cultural mediation. He was referred to the then director, Giordano Cavallari, who in turn introduced him to the bishop, Msgr. Marco Busca.

“Love never leaves things as it finds them – were the bishop’s words to the Syrian composer – . God will give you guidance to give voice to those without a voice.”

Since then Nahel found new reasons for hope and commitment. Without ever forgetting his “beloved Syria.”

“Syrians are paying the price.”  In his studio, where he plays and composes music, he remembers  the days of the first protests, in 2011, in Daraa, “protesters took to the streets, waving the Syrian national flag, not the revolution flag. All they were asking for was more rights and better living conditions. They demanded freedom, dignity and citizenship. The total rejection of violence: “the Syrian people reject violence, just as they don’t want terrorism. Clearing the country of terrorists should not result in the destruction of entire cities. No one is in favour of terrorists – the composer declared in calm but firm tones -. The piecemeal Third World War, as defined by Pope Francis, is being fought in Syria today. Syrian people are paying the price, owing to the intervention of other nations that have interests that don’t correspond to those of my people.

 

Syria has always been a harmonious melody of ethnicities and faiths,

 

with strong feelings of unity and spirit of coexistence. We must make a new start from here to rebuild our homeland. In the meantime we continue being the victims of the sombre sound of weapons.” In fact, a few days ago, clashes resumed between the Syrian army, supported by Russian and Islamist troops and armed opposition to regain the province of Idlib, the last rebel stronghold. And once again, the tragic toll of deaths, injuries and displaced persons was sadly updated.

Syria’s suffering is expressed by Nahel’s music: “the only way to avoid further suffering is to communicate to the world what is happening in my country. I narrate in music real stories that few people know.” One of them is the story of  eight-year-old Nayef, “an adult child” from a village on the outskirts of Aleppo, who saw almost his whole family die under the bombs. “His dignity and his pride are those of man imprisoned in a child’s body whose bandaged head conceals the pain and the tears”, Nahel said. – The pictures of the child, found online, are accompanied by the Director’s notes. “Until when?”: is the question that is also the title of the book.

“For how long will Nayef be one of many, too many, innocent people who experience such tragedies every day, in solitude, with their suffering exploding inside their hearts?”

The same question is raised for other Syrians, children like Alan Kurdi, three years old, found dead on the shores of Turkey, after the dinghy on which he was travelling with his family sank, or young women like Aya, who after many vicissitudes managed to fulfil her dream of marrying Fady and reach Sweden. There is no shortage of autobiographical references – entrusted to the song ‘The hope of return’ – in which the composer is forced to leave Damascus while facing rising extremism and terrorism,

“I still hear the gunshots, screams, I see people fleeing and the bloodshed.”

Composer Al Halabi with Giordano Cavallari, former director of Caritas Mantua

“Beloved Syria.” Many stories set to music that have become part of a project called ” “Amata Siria” (Beloved Syria) (www.amatasiria.org) strongly desired by Nahel, under the auspices of UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees), the Diocese, and the Municipality of Mantua. Nahel began to stage solidarity concerts, with musicians from all over Italy and also involving students from the Music and Performing Arts School in Mantua. “The project – points out Nahel – is independent of any political, ethnic or religious beliefs and aims to join all those who work for the good of Syria.”

The name of the project, “Beloved Syria”,  said the composer, is drawn from the “heart-warming expression that Pope Francis often addresses to the Syrian people. The Pontiff uses the adjective ‘beloved’ every time he mentions Syria”. On 27 February last, Nahel was received in audience by Pope Francis in Saint Peter’s Square. I told the Pope: “Millions of Syrians have lost hope. You are the only hope, Your Holiness.”

 

Sowing hope. Pope Francis’ answer was immediate and direct: “You bring hope, you are hope.” Words that sounded like a mandate for Nahel: “It’s as if he had told me it’s upon you to sow hope and a desire for peace for Syria, with your music”. A veritable blessing to the project. The ‘musical’ embrace to the Syrian people, which left Mantua, is now looking for new theatres, for “it is necessary to refocus the attention of the media and public opinion on this forgotten war”. “Only those who are forgotten die, no one is alone if their suffering is shared,” repeated Nahel.

This time the thought for his beloved Syria is coupled by another thought: “I want to remember my friend, the Jesuit Father Paolo Dall’Oglio, kidnapped in Syria in July 2013 and of whom we no longer have news. His love for dialogue with the Islamic world, reconciliation and brotherhood shows us the way forward.” “Evil is afraid in the face of what is good – concluded Nahel, making the words spoken by the Pope at the audience on 27 February his own -. This is my hope.”

“Even in Syria, the days of evil are numbered.”

 

Categories: Notizie

Bibbia e archeologia, un convegno a Frascati

Evangelici.net - Fri, 17/05/2019 - 11:07
Una settimana di studio per approfondire "Il mondo del Nuovo Testamento alla luce della storia e dell’archeologia": lo propone l'accademia Vivarium novum, a Frascati, dal 13 al 18 maggio. In cattedra si avvicenderanno tredici studiosi per un'ampia panoramica su testi copti, epigrafi, correnti filosofiche, conservazione dei testi, lessico neotestamentario, letteratura pre-neotestamentaria, radici...
Categories: Notizie

Le fake news non possono trasformare il verosimile in vero

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 10:24

Ritorniamo un po’ alle cose fondamentali. Evitiamo per esempio le tesi estreme, che sono vere solo in teoria e che invece, nella pratica, non funzionano affatto. Una di queste tesi dice che, negli ambienti comunicativi in cui siamo immersi, non ci sono più fatti, ma solo “fattoidi”, e che tutto si presenta come verosimile, grazie alla potenza dell’informazione globale. Non per nulla viviamo nell’epoca delle fake news. Ne seguirebbero l’impossibilità di distinguere il vero dal falso, la mescolanza di giusto e sbagliato, il disinteresse nei confronti delle cose, dal momento che la loro verità sarebbe inattingibile. Tutto questo, però, non è vero. È, appunto, una fake news.

Attenzione. Non sto dicendo che questi processi non si verificano. Non sto dicendo che oggi, travolti da un’overdose di notizie, non è estremamente difficile capire che cosa è vero e che cosa non lo è, e che ancor più complesso è effettuare la dovuta verifica. Questo è un altro dato di fatto. Che tuttavia non implica l’incapacità di attingere alla verità.

Ecco ciò che voglio dire: che

il nostro buon senso ancora funziona.

Nonostante tutto, nonostante i rivoluzionari mutamenti della società digitale, esso ci spinge a distinguere il vero dal falso e a cercare una verifica. E se anche abbiamo sbagliato, se anche siamo stati preda di campagne di disinformazione, possiamo appunto accorgerci dell’errore. Lo impone, prima o poi, la dura esperienza della realtà.

Consideriamo ad esempio la campagna elettorale per le prossime elezioni europee. Sembrerebbe, questo, l’agone perfetto in cui dimostrare che l’esagerazione, addirittura la manipolazione della realtà, è quanto serve per orientare il voto. E non è che gli strateghi della comunicazione di questa o quella forza politica non provino a seguire questa strada. Ma noi non viviamo nel mondo delle favole. Abbiamo bisogno bensì di essere orientati, di capire. E tuttavia siamo in grado di guardare in faccia le cose, al di là delle opinioni che ci vengono imposte.

Se si considera questa o quella proposta politica, semmai, il problema non sta nella comunicazione, vera o falsa, che la dovrebbe supportare. Il problema sta nei contenuti che questa comunicazione dovrebbe veicolare, e che in molti casi sono davvero poveri e inadeguati alle emergenze del presente. Si continua a ritenere, infatti, che una comunicazione efficace, convincente, possa supplire alla mancanza di un progetto significativo. Ma questo, appunto, è falso. Il mezzo non può sostituire il messaggio: tanto più sul piano della politica, e dei valori che essa dovrebbe esprimere.

E allora accade che i contenuti, i valori, i progetti che possono consentirci di affrontare i problemi concreti vengono oggi espressi da altri soggetti, che finiscono per svolgere quasi una funzione di supplenza politica. Mi riferisco al Papa, e alla sua insistita valorizzazione dei deboli, degli esclusi, di chi è costretto a migrare, di chi abita le periferie del mondo. Mi riferisco ai ragazzi che scendono in piazza per chiedere un cambiamento nelle politiche sul clima, tale da garantire un futuro al genere umano. Mi riferisco a tutti coloro che, nelle varie parti del mondo, chiedono pane e dignità.

Questi sono i temi fondamentali. Queste sono le esigenze vere, che mordono sulla nostra pelle. Averne consapevolezza ci permette di tenere distinti vero e falso, e di verificare nei fatti la correttezza delle informazioni.

Insomma: la diffusione di fake news non può trasformare il verosimile in vero. Magari una certa narrazione di come vanno le cose può farci fare scelte sbagliate. Ma alla fine lo scontro con la realtà ci fa capire il nostro errore. Basta solo che non sia troppo tardi.

Categories: Notizie

Pages

Subscribe to ww1.1b1s.org aggregator - Notizie