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Jean-Claude Juncker alla Comece: “Faccio appello a voi uomini saggi: l’Europa ha bisogno di pazienza e determinazione”

Agenzia SIR - Thu, 14/03/2019 - 15:55

(da Bruxelles) – “Faccio appello a voi uomini saggi. Gli uomini saggi sono pazienti e determinati e l’Europa in questo momento ha bisogno di pazienza e determinazione”. Con queste parole Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, ha concluso il suo intervento ai vescovi delegati delle Conferenze episcopali dell’Ue, riuniti in questi giorni a Bruxelles per la loro Assemblea. Juncker è arrivato nella sede della Comece, a Square de Meeûs, puntuale alle 9.30, mentre fuori, sulla strada, i giornalisti si accalcavano per chiedergli una dichiarazione sulle ultime notizie che arrivavano da Londra. Dopo un educato “buongiorno”, è entrato nella sala riunione della Comece al primo piano e dopo i saluti tra i presenti, ha rivolto ai vescovi un articolato discorso di 50 minuti. Un intervento a 360 gradi dove sono stati elencati i nodi presenti e le sfide future dell’Europa.

Nonostante la bufera Brexit, il vento dei populismi e la voce dei nazionalismi estremi, lo sguardo di Juncker sull’Europa è positivo: l’Unione europea – esordisce – “è sicuramente migliore di quello che si dice”. È innanzitutto “un progetto inclusivo” chiamato – come amava dire Giovanni Paolo II – a “respirare con due polmoni”. Un continente impregnato dei valori cristiani, dove “la dignità della persona umana” è “rispettata indipendentemente dalla razza e dall’orientamento sessuale”. E ai populisti dice: “L’Europa non è contro le Nazioni”, non è un progetto volto a “far sparire le singole identità in un magma europeo”, ma un luogo dove le divergenze e le diversità vengono non solo rispettate ma anche amate. Oggi l’Europa si trova di fronte ad un appuntamento cruciale per il suo futuro e, cioè, le elezioni europee che si terranno a fine maggio e che andranno a ridisegnare il Parlamento e, quindi, gli organi vitali, che andranno a influire sull’intera Unione europea per i prossimi cinque anni. Juncker ha molto apprezzato l’appello al voto che i vescovi Ue hanno rivolto il 14 febbraio.

“L’Europa – ha detto – non può essere lasciata in mano solo ai politici”.

Foto: Comece

Nel suo discorso Juncker ha parlato anche delle ferite che stanno colpendo in vari modi il continente. Ha fatto riferimento al tema della dignità del lavoro e alla povertà e rivolgendosi ai vescovi ha detto:

“La dottrina sociale è forse l’insegnamento più nobile della Chiesa”

e l’Europa deve riscoprire i valori e i suoi principi guida. Sui rifugiati, il presidente Juncker è stato realista: ha ammesso che dall’Europa è arrivata spesso e solo una “risposta di tecnocratici” e anche a questo riguardo ha detto di aver apprezzato la Dichiarazione del presidente della Comece, Jean-Claude Hollerich, sulla “responsabilità condivisa di accogliere, proteggere, promuovere e integrare” – secondo l’invito di Papa Francesco – i migranti e i rifugiati nelle nostre società. A questo proposito, Juncker ha parlato della necessità di avviare un programma-Africa perché solo agendo sullo sviluppo dei Paesi di quel continente è possibile evitare che i giovani “muoiano in mare”. Solo alla fine del suo intervento, Juncker ha accennato all’affaire Brexit. “La questione è grave”, ha detto aggiungendo che è intenzione dell’Unione europea salvaguardare “una relazione amicale” con il Regno Unito, sulla base di “una storia condivisa” e dei “valori comuni” che legano da sempre l’Inghilterra all’Ue.

“Juncker ha parlato come uomo politico ma anche come cristiano e credente”. Sono i primi commenti dei vescovi europei al discorso del presidente. “È un uomo pragmatico come lo sono i politici dei nostri Paesi”, dice al Sir mons. Jean Kockerols, vescovo ausiliare di Bruxelles e delegato della Conferenza episcopale belga alla Comece. “Ha una esperienza politica unica. E questo suo bagaglio umano e professionale è importante soprattutto in queste situazioni difficili. Nella sua parola c’è sempre una speranza, una convinzione forte per l’Europa”. Ciò che preoccupa i vescovi è che spesso l’Europa è percepita dalla gente come “una realtà lontana”. Da qui l’impegno delle Chiese locali a “far capire che la nostra appartenenza al progetto europeo non è contraria alla nostra identità nazionale o regionale. Credo che Juncker ritenga che le Chiese possano aiutare a costruire e rafforzare questa unità ideale”.

“Le Chiese hanno una parola profetica da dire sull’importanza dell’Unione, sull’ideale europeo di pace, di collaborazione”.

“Noi cristiani abbiamo una grande responsabilità e questo è il momento di ritirarla fuori”, incalza mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e vicepresidente della Comece. “Questa Europa nasce su una radice che ha anche nella tradizione cristiana il suo punto di forza e la sua anima. Questo è il momento in cui farla uscire fuori perché l’Europa rischia di perdersi, lacerarsi, dividersi. Noi che siamo eredi di questa storia, abbiamo una responsabilità”. “L’esperienza della Gran Bretagna – osserva il vescovo italiano – in un certo senso dimostra che rompere con l’Europa crea problemi enormi e grandi difficoltà. È chiaro che i processi di decomposizione possono esserci e ci preoccupano ma sono processi lenti”. Insomma, lo sguardo sull’Europa deve essere positivo. “Quello che mi ha colpito oggi nell’intervento di Juncker – dice ancora Crociata – è la nota di speranza che lo ha caratterizzato, un messaggio di fiducia nella possibilità che l’Europa ce la faccia. C’è molto lavoro dietro e dentro. Ci sono molte persone che lavorano e credono nell’Europa. Se un messaggio deve essere lanciato ai nostri cittadini è un messaggio di fiducia”:

“C’è la possibilità di fare meglio e di più per superare i limiti che l’organizzazione europea finora ha mostrato. Guardarsi dai rischi va bene ma è anche importante scommettere e potenziare le possibilità e le positività che sono largamente presenti”.

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 14 marzo

Agenzia SIR - Thu, 14/03/2019 - 11:14

Nuove uscite al cinema dal 14 marzo, come ogni giovedì. A raccontarle è la rubrica del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei. In evidenza una selezione di quattro titoli: il dramma educational “Il coraggio della verità” di George Tillman Jr. dal libro di Angie Thomas; la commedia esistenziale “Momenti di Trascurabile Felicità” di Daniele Luchetti con Pif; il dramma statunitense “Boy Erased” di Joel Edgerton con Nicole Kidman e Russell Crowe; il film per famiglie “Un viaggio a quattro zampe” su l’amicizia tra uomo e animale.

“Il coraggio della verità”

Alla scorsa Festa del Cinema di Roma è stato presentato “Il coraggio della verità” di George Tillman Jr., adattamento cinematografico del romanzo di successo di taglio educational scritto da Angie Thomas, edito in Italia da Giunti. È il racconto di fratture sociali e tensioni razziali nell’America di oggi, ma soprattutto il coraggio di scegliere tra bene e male, tra giusto e sbagliato, nella prospettiva di un’adolescente in cammino verso l’età adulta. Starr (Amandla Stenberg) è una ragazza di sedici anni di origini afroamericane che vive con la sua famiglia in un quartiere disagiato; lei e i suoi fratelli, grazie ai sacrifici dei genitori, frequentano però una scuola bene della città. Starr si barcamena con efficacia tra gli amici del quartiere e i compagni di scuola. Tutto precipita quando un suo amico d’infanzia viene ucciso in una sparatoria con la polizia. Ferimento per un reato o pregiudizio razziale? Sono queste le domande che abitano l’animo di Starr, che da quell’evento uscirà cambiata e determinata a far sentire la propria voce nella comunità, a battersi per la giustizia e la verità. La regia di Tillman Jr. si dimostra dinamica e abile nell’indirizzarsi a un pubblico vasto, soprattutto familiare. Si riconosce all’opera un chiaro intento educativo e per questo è giusto valorizzarlo, nonostante qualche debolezza come l’eccessiva lunghezza del film (132 minuti) e passaggi un po’ mielosi. Il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Momenti di trascurabile felicità”

È un autore molto versatile Daniele Luchetti, apprezzato per “La scuola”, “La nostra vita” e “Chiamatemi Francesco”. Ora arriva nelle sale con la commedia “Momenti di trascurabile felicità”, da due romanzi di Francesco Piccolo. È la storia del quarantenne Paolo (Pif), che a seguito di un incidente in motorino perde la vita. Paolo si ritrova in Paradiso, dove un angelo gli concede 92 minuti per tornare sulla Terra e sistemare tutti gli irrisolti. Ispirandosi anche alle commedie classiche hollywoodiane sulla ritorno alla vita dopo la morte, il film di Luchetti prende un andamento simpatico e avvolgente, cui l’interpretazione di Pif imprime brio. Il regista guida a briglia sciolta il racconto, lasciando gli attori liberi di interagire; si muove con abilità nelle varie scansioni temporali e tuttavia non riesce a toccare il cuore della riflessione. Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Boy Erased”

Anche “Boy Erased. Vite cancellate” è passato alla 13a Festa del Cinema di Roma. Il film è diretto dall’attore australiano Joel Edgerton (“Zero Dark Thirty”, “Loving”), che nel progetto coinvolge due connazionali d’eccezione, i premi Oscar Nicole Kidman e Russell Crowe. Nell’America rurale, il diciannovenne Jared (Lucas Hedges), figlio del pastore battista Marshall e della casalinga Nancy, rivela ai genitori di essere omosessuale. La famiglia è sconvolta e propone al ragazzo di seguire il programma di recupero “Love in Action”; il giovane accetta per accontentare i genitori e capire forse meglio se stesso. È l’inizio di lunghe riflessioni, sofferenze e ricerca faticosa di un equilibrio, che implica un confronto serrato anche con i familiari. Un film senza dubbio problematico per i temi messi in campo, raccontati attraverso una prospettiva molto americana. Rilevante nell’economia del racconto è il modo in cui l’omosessualità del giovane viene elaborata in famiglia. I genitori non rinunciano alle loro convinzioni e al loro universo valoriale, ma capiscono l’importanza di non abbandonare mai un figlio e di trovare la maniera di accoglierlo sempre. Una tema complicato e di difficile svolgimento, a rischio di stereotipi e facili semplificazioni, gestito con toni non urlati. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso e problematico.

“Un viaggio a quattro zampe”

Il regista di “L’incredibile storia di Winter il delfino”, Charles Martin Smith, torna nelle sale con un nuova storia di amicizia tra uomo e animale: “Un viaggio a quattro zampe”. Protagonista è il cagnolino Bella, che viene accolta e amata da una famiglia; tutto fila liscio nella nuova casa fin quando un giorno si smarrisce. Un viaggio avventuroso, segnato da tenerezza e passaggi commoventi. Adatto per la famiglia.

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Europa. Heller (filosofa): “Quando sarà distrutta, i suoi nemici si rivolteranno l’uno contro l’altro”

Agenzia SIR - Thu, 14/03/2019 - 09:09

“Ce ne sono tante. Fanno il bene. E restano nell’ombra”. Così la filosofa Ágnes Heller descrive le persone buone. Chi è una “persona buona”? La filosofa, che fu assistente di György Lukàcs e fondatrice della scuola di Budapest, ne ha parlato martedì sera a Bressanone, dove è stata ospite dello Studio teologico accademico e dell’Accademia Cusanus. Quasi due ore di intenso dialogo, durante le quali Heller ha offerto una brillante e intensa lettura critica del momento storico che stiamo vivendo. Una full immersion nell’attualità, scandita anche da tante domande, a cui la Heller ha risposto, scendendo in mezzo alle tante persone che affollavano la sala dell’incontro. Nata il 12 maggio 1929 a Budapest, Heller è una delle più importanti pensatrici della nostra epoca. Ebrea sopravvissuta alla Shoah, è stata perseguitata dal regime comunista per l’opera di revisione dei bisogni umani in chiave marxista. Nel 1978 riuscì a fuggire dal suo Paese e nel 1986 ha assunto la cattedra di Hannah Arendt alla New School di New York.

Chi è, Ágnes Heller, una persona buona? Cos’è la bontà?
Ci sono due modi di essere “buoni”. Ci sono le persone oneste, quelle pronte ad aiutare gli altri, quelle che chiamiamo “buoni amici”, di cui ci fidiamo. Le persone oneste sono persone buone. Ma ci sono anche persone che sono disposte a subire un torto piuttosto che fare un torto agli altri: questo è un uomo buono.

Un uomo veramente buono è più di un uomo onesto.

Di persone buone ce ne sono tante, anche se non sono così tante come vorremmo o sogniamo. In tutta la mia vita non ho mai incontrato qualcuno che è orgoglioso di essere un uomo cattivo. Tutti vogliono essere buoni, anche quelli che poi non fanno nulla per esserlo. Come mi ha detto, un giorno, uno studente universitario, tutti noi conosciamo delle persone buone. Generalmente i buoni stanno nell’ombra ed è proprio per questo che è necessario dedicare un monumento al “buono ignoto”, così come esistono tanti monumenti al milite ignoto.

È vero, la maggior parte delle volte le persone buone restano nell’ombra. Ma noi abbiamo le parole e con esse possiamo raccontare queste persone. Ci può raccontare una persona buona che lei ha incontrato nella sua vita?
Mio padre era una persona buona e per me è sempre stato un modello. Ci ha lasciato un testamento, che per me è da sempre un insegnamento. Egli scriveva che “il mondo è cattivo, ma questo non mi impedisce di credere che alla fine vincerà il bene. E alla fine sarà il bene a vincere. Tu intanto, nel contesto in cui vivi, fa’ il bene”. L’importante è che tutti noi facciamo il bene, per il creato e per la società.

Che cos’è l’amicizia e che posto ha l’amicizia nella vita dell’uomo?
L’amicizia è una forma di amore che solo due persone che si guardano negli occhi riescono a capire.

Gli antichi greci distinguevano tre forme di amore: l’eros, ossia l’amore fisico, l’agape, l’amore spirituale e la ‘philìa’, l’amicizia.

Amicizia è unione, fedeltà, fiducia assoluta nell’altro. Una bella vita senza questo tipo di amicizia non è possibile.

Nell’amicizia si sperimenta la condivisione…
Siamo tutti chiamati a condividere quello che abbiamo con gli altri, in particolare con i poveri. Perché non è giusto che i poveri devono essere sempre più poveri. Si deve creare una sorta di movimento dal basso verso l’altro. Al contrario, la tirannia contraddice la condivisione, in quanto tutti i beni finiscono nelle mani di uno o di poche persone. In diverse regioni del mondo la forbice tra ricchi e poveri si apre sempre di più.

Chi dice che cancellerà la povertà, mente. La povertà non si può cancellare.

Si possono cancellare le cause che provocano la povertà. La domanda che è posta a ciascuno di noi, oggi, è: come possiamo invertire questa tendenza?

Che ruolo hanno oggi, la scienza e la tecnica nella nostra società?
Nel XIX secolo c’era l’idea, che ha abbracciato il pensiero da Kant a Marx, che lo sviluppo della scienza e della tecnica avrebbero reso la nostra società migliore e più felice. Oggi possiamo affermare che questo non è possibile, non è vero.

In tutto questo, che cosa ci dice oggi la filosofia?
La filosofia, intesa come il pensare le cose del nostro tempo, è destinata a finire. Viviamo nel postmoderno e il vecchio modo di intendere la filosofia, come diceva già Hegel, è destinato a finire. La filosofia, fin dall’antica Grecia, ha una grammatica e una lingua propria, così come l’ha sempre avuta la tragedia. Così come la tragedia si è andata trasformando nel tempo – oggi non esiste più la tragedia come la intendevano gli antichi greci -, allo stesso modo accade alla filosofia. L’importante è che resti il pensiero critico. La filosofia oggi ci può aiutare a guardare con occhio critico la nostra realtà.

Proviamo allora a guardare con occhio critico al nostro presente: come guarda una filosofa come lei la realtà europea?
C’è da chiedersi oggi se l’Europa sopravviverà. È di grande attualità il dibattito sui migranti e sull’accoglienza degli stranieri che arrivano a bussare alle nostre porte. In Europa ha preso piede quello che chiamo “l’orbanismo”, che è una forma di tirannia diversa da quelle che hanno caratterizzato il Novecento (come ad esempio nazismo e fascismo). È una tirannia che non prevede più il pluralismo.

Oggi si difende “il nostro” contro l’altro e lo si fa per un’ideologia che ci porta a schierarci sempre contro qualcuno.

Oggi c’è chi guarda all’Unione europea come al nemico da distruggere. Ma una volta distrutta l’Europa, questi cercheranno un nuovo nemico da distruggere e, così facendo, si rivolteranno l’uno contro l’altro, finendo per farsi la guerra. Il rischio purtroppo oggi è quello di ricadere in una guerra. È per questo che è fondamentale avere un pensiero critico, capace di leggere i segni e i pericoli di questo tempo.

 

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La profondità che manca al lavoro che cambia

Agenzia SIR - Thu, 14/03/2019 - 08:57

È ormai un dato acquisito: globalizzazione, innovazione tecnologica ed evoluzione demografica rappresentano i principali fattori di trasformazione del mondo occidentale. Oltre ad impattare in modo rilevante sull’impresa, sul lavoro umano e sulle nostre abitudini di consumo, tali fenomeni stanno cambiando rapidamente le nostre relazioni sociali e i processi socio-economici, caratterizzandosi sempre più per complessità, incertezza e rischio.
Lo sa bene chi cerca un lavoro e non lo trova, le coppie che ritardano (e talvolta rinunciano a) l’esperienza della genitorialità per ragioni economiche o lavorative, i giovani che non hanno accesso ad un’adeguata formazione superiore in linea con le nuove esigenze del tessuto produttivo o i lavoratori che perdono il proprio posto di lavoro senza reali possibilità di trovarne un altro.

Cambiano rapidamente le competenze richieste dalle imprese, si ricorre a forme contrattuali e ad un’organizzazione del lavoro che richiede più flessibilità e spirito di adattamento, mettendo in discussione i paradigmi tradizionali su cui si è retto il mondo del lavoro nel secolo scorso.

Se quel mondo del lavoro aveva dato luogo ad una certa realtà sociale, il lavoro che cambia ne sta disegnando un’altra che presenta luci e ombre.
Eppure, nonostante gli sconvolgimenti che interessano il mondo del lavoro e la società che cambia, siamo indotti a considerare i mega trend del nostro tempo come verità autoevidenti, correndo il rischio di darli per scontati, di rinunciare ad interrogarsi su ciò che essi possono implicare per l’uomo e, così facendo, di lasciarsi sopraffare dalle loro conseguenze dirette o indirette.

Generalmente, nei loro confronti si registrano due approcci ugualmente sbagliati. Quello entusiastico a prescindere da ogni ulteriore considerazione e, come a fare da contraltare a quest’ultimo, quello pessimistico.

Entrambi scontano il vizio di fondo di una superficialità che rende imprigiona la nostra capacità di pensiero, di analisi, di riflessione e di confronto con gli altri e, con essa, la nostra naturale abilità a distinguere ciò che è buono e ciò che è male, quelli che sono i fini da quelli che rappresentano i mezzi per raggiungerli. Contribuendo ad alimentare quel senso di complessità, incertezza e rischio di cui, specialmente i lavoratori più giovani e quelli meno garantiti, si trovano a fare quotidiana esperienza.
La tecnologia, si pensi alla digitalizzazione, alla robotica e all’intelligenza artificiale, e le sue applicazioni per un lavoro sempre più produttivo, ci pone senz’altro di fronte ad opportunità inedite per l’uomo del nostro tempo. La sua spinta ad andare oltre se stesso, al di là dei propri limiti non è di per sé negativa. V’è, anzi, molto di positivo nel perseguimento della sua naturale attitudine al progresso.
Bisogna però essere consapevoli che esso non è mai unidirezionale. Perché possa tradursi in un effettivo sviluppo umano integrale, il progresso deve infatti saper fare i conti con la finitezza, la limitatezza, la relazionalità e l’esigenza di cura che contraddistinguono l’esperienza umana e che, rendendo l’uomo capace di amare, rappresentano la controspinta necessaria affinché il progresso, la scienza e la tecnologia possano rivelarsi per (e non contro) l’uomo.

Questa superficialità diffusa e pervasiva, certamente favorita da uno stile comunicativo sempre più essenziale e rapido, rappresenta una delle incognite che più pesano sulla direzione di marcia che questi mega-trend stanno imprimendo alla nostra società.

Essa, peraltro, sembra essere il riflesso incondizionato di quella radice umana dei problemi del nostro tempo evidenziata da Francesco nella “Laudato si'” laddove, con la “profondità per semplicità” che contraddistingue lo stile comunicativo di Francesco, il Pontefice ci ha indicato la via di uno sviluppo umano fondato sulla concezione cristiana della persona e sulla sua consapevolezza della crescente interdipendenza tra tutti gli abitanti della terra e tra l’uomo, la natura e la tecnologia.
Rispetto ai problemi del lavoro che cambia e alle legittime preoccupazioni in termini di nuove forme di esclusione, di disuguaglianza, di egoismo e di individualismo che caratterizzano il nostro tempo – raccogliendo l’invito del Papa – c’è forse, innanzitutto, da individuare un nuovo metodo di analisi che, cogliendo la complessità della realtà, sia però capace di metterla in rapporto e in dialogo con la profondità della visione antropologica cristiana, al fine di riportare sulla superfice del dibattito contemporaneo un pensiero più consapevole, arricchito dalla saggezza delle radici della nostra cultura occidentale, fatto non necessariamente di risposte ma, soprattutto, di interrogativi.

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Gli appuntamenti politici della seconda metà di marzo: dal nuovo Def alle elezioni in Basilicata

Agenzia SIR - Thu, 14/03/2019 - 08:52

Nella seconda metà del mese di marzo l’agenda politico-parlamentare vede concentrarsi una serie di scadenze rilevanti sotto vari profili. E non manca un nuovo appuntamento elettorale: le regionali della Basilicata che si terranno il 24 marzo. Va anche tenuto conto che entro il 10 aprile il governo dovrà presentare alle Camere il Def, il Documento di economia e finanza in cui vengono tracciate le coordinate generali della futura legge di bilancio. Passaggio particolarmente atteso perché la prossima “manovra” dovrà tener conto degli impegni già assunti (ci sono 23 miliardi di aumenti Iva da disinnescare) e della situazione economica molto peggiorata rispetto alle previsioni. Per non parlare dell’incertezza del quadro politico che si verrà a creare con elezioni europee del 26 maggio.

Proprio all’Europa è collegato il primo appuntamento da segnalare: il 19 marzo, infatti, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, renderà le sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo.

Al mattino è previsto l’intervento alla Camera, nel pomeriggio quello al Senato. A Palazzo Madama, nei giorni successivi, sarà la volta di due votazioni molto delicate dal punto di vista politico. Il 20 l’assemblea dei senatori dovrà pronunciarsi sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro degli interni, Matteo Salvini, per il caso della nave Diciotti. La Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, si ricorderà, si era espressa in senso negativo. Il 21 saranno messe ai voti le mozioni di sfiducia individuale presentate da Pd e Forza Italia contro il Ministro delle infrastrutture, Danilo Toninelli. Tra il 26 e il 28 marzo, ancora al Senato, dovrebbe concludersi l’iter della legge sulla legittima difesa che torna a Palazzo Madama (dov’era già stata approvata in prima lettura) a causa di una piccola correzione apportata dalla Camera. A Montecitorio, intanto, prosegue il cammino del decreto su reddito di cittadinanza e quota 100 che dev’essere convertito in legge entro il 29 marzo. Il Senato, che ha già varato il testo in prima lettura, ha già calendarizzato entro il 28 marzo il secondo esame per l’approvazione definitiva dopo le modifiche introdotte dalla Camera.

Quanto alle elezioni in Basilicata, sono oltre 450mila i cittadini chiamati a eleggere il nuovo presidente della Regione e il nuovo consiglio regionale.

I lucani vanno alle urne dopo le dimissioni del presidente in carica, Marcello Pittella, coinvolto l’estate scorsa nell’inchiesta su nomine e concorsi nella sanità. I candidati in lizza sono Carlo Trerotola (centro-sinistra), Vito Bardi (centro-destra), Antonio Mattia (M5S) e Valerio Tramutoli (sinistra ambientalista). Il sistema elettorale, modificato rispetto alla tornata precedente, esclude il voto disgiunto (che consentiva di votare un candidato presidente e una lista diversa da quelle a lui collegate) e prevede la doppia preferenza e le quote nelle liste per promuovere la parità di genere.

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La app che salva le adolescenti keniote

Evangelici.net - Wed, 13/03/2019 - 20:34
Ha fatto notizia Synthia, una tredicenne che con il sostegno dell'organizzazione umanitaria Compassion ha realizzato una app per aiutare le ragazze - ancora troppe, in particolare in Africa - che nelle aree rurali del Kenya rischiano di subire mutilazioni genitali rituali. «Insieme a quattro amiche - riferisce Riforma -, Synthia ha creato iCut, un’applicazione che permette alle...
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Comece: “Brexit non riuscirà a rompere la fraternità tra noi e i nostri fratelli britannici”

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 18:47

(Bruxelles) “La Brexit continua ad essere fonte di costante apprensione per il presente e il futuro. Non dobbiamo permettere che questo processo così difficoltoso possa impedire il nostro progredire in avanti. Non spetta alla Chiesa indicare soluzioni tecniche ma come abbiamo ripetuto spesso, la Brexit non riuscirà a rompere la fraternità che esiste tra noi e i nostri fratelli britannici”. Lo ha detto mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (la Commissione degli episcopati dell’Unione europea), aprendo a Bruxelles l’Assemblea della Comece che riunisce i vescovi delegati delle Conferenze episcopali di tutti i Paesi dell’Unione europea. L’incontro si è aperto mentre giunge da Londra la notizia che il Parlamento inglese ha detto no anche all’ultimo tentativo della premier Theresa May di salvare l’accordo con l’Ue dopo alcune concessioni ottenute l’11 marzo da Bruxelles. Altro tema caldo di questa stagione sono le elezioni parlamentari europee che si svolgeranno dal 23 al 26 maggio. Sono scenari che hanno fatto dire al presidente della Comece ad inizio Assemblea: “Siamo convenuti qui in un tempo che non può non essere importante per il futuro del nostro amato continente”. D’altra parte, la composizione del nuovo Parlamento europeo avrà una profonda influenza sulle decisioni-chiave dell’Ue e sulle attività legislative dei prossimi cinque anni. Ciò che preoccupa l’episcopato europeo è quanto alcuni sondaggi già fanno presagire e, cioè, “un aumento delle voci politiche più estreme. Il modo caotico in cui si sta discutendo sul Brexit – aggiunge Hollerich – sta aggiungendo enfasi e incertezza al cruciale momento che il nostro Continente e la gente stanno vivendo”. La Chiesa – ripetono tutti qui, nella sede della Comece – non ha soluzioni tecniche da suggerire né tantomeno soluzioni-miracolo. “La Chiesa – spiega Hollerich – vuole essere presente: presente a livello di Unione europea, presente a livello nazionale e accanto alle persone il più possibile”.

“In questo contesto, il messaggio principale che la Comece rivolge a tutti i cittadini è: andate a votare”.

Sulla questione Brexit si sofferma a parlare anche il segretario generale della Comece, padre Olivier Poquillon. “Assistiamo ad una grande confusione – dice al Sir -. Siamo come nel caos prima della creazione del mondo. Un momento che può essere distruttivo ma anche un’occasione per entrare in una nuova dinamica. E la Chiesa cattolica spera che si trovi una nuova dinamica tra i popoli che costituiscono l’Europa. Anche nel caso in cui si trovi un accordo che sia soft o duro, noi tutti siamo destinati a vivere e lavorare insieme rispettando le scelte e la diversità di ciascuno”. I vescovi Ue riuniti a Bruxelles guardano a Londra perché la Brexit – dice Poquillon – “non è una questione solo britannica. Quando una parte del corpo è ferito, soffre e vive un momento di difficoltà, tutto il corpo soffre. Sul piano economico, per esempio, vediamo che sono i più deboli ad essere colpiti”.

Agli uomini e alle donne che in questo momento stanno lavorando per determinare le clausole e i tempi di uscita dall’Ue, padre Poquillon chiede di essere “coraggiosi”.

“Si trovano ad affrontare una situazione inedita. Spero che l’unità prevalga, spero che la preoccupazione per il bene comune guidi le loro scelte, e in ogni caso, vorremmo dire che questa fraternità che esiste tra noi e loro, rimarrà sempre. Spero che usciremo da questa crisi senza aver causato ferite irrimediabili”.

La Comece è molto impegnata anche in una campagna di sensibilizzazione al voto europeo di maggio. “La Chiesa non è qui per dare lezioni”, spiega Poquillon: “Se avessimo avuto soluzioni miracolo, le avremmo certamente già date”. Alla Chiesa sta a cuore la costruzione di “una Europa più inclusiva, una economia di mercato sociale e un nuovo umanesimo cristiano e vuole che l’Europa continui a giocare il suo ruolo anche nel mondo”. I social ci hanno abituato aricercare “risposte semplici a situazioni complesse e questo può creare frustrazioni”.

“Non si tratta di essere per o contro l’Europa. Dio ci ha messo in Europa. L’Europa è un dono di Dio”. La domanda è: “Che cosa ne vogliamo fare?”.

“Se non adiamo a votare, altri lo faranno al posto nostro e, allora, non possiamo lamentarci se l’Europa prende una direzione che non condividiamo. Abbiamo quindi una occasione per influenzare le politiche dei prossimi cinque anni e di scegliere le persone e i volti a cui vogliamo affidare la nostra fiducia”.

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COMECE: “Brexit will not succeed in shattering the fraternal relations with our British brothers.”

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 18:47

(Bruxelles) “Brexit continues to be a source of concern for the present and the future. We must not allow this difficult process to prevent our progress from moving forward. It is not up to the Church to indicate technical solutions but as we have often repeated, Brexit will not succeed in shattering the fraternal relations with our British brothers”, said Msgr. Jean-Claude Hollerich, Archbishop of Luxembourg and President of COMECE (Commission of Bishops’ Conferences of the European Union), in his opening remarks at the COMECE plenary Assembly – that brings together the bishops delegates of Bishops’ Conferences of EU member Countries – in Brussels. The meeting began while British MPs were voting against the last attempt of PM Theresa May to save the deal with the EU after a set of concessions had been granted from Brussels past March 11. The present season will also be characterised by the elections for the renewal of the European Parliament, scheduled to take place May 23-26. In the light of the afore-mentioned scenarios the President of COMECE said in his opening speech: “We have come together here at an important moment for the future of our beloved continent.” Moreover, the composition of the new European Parliament will deeply affect key-decisions at EU level along with the legislative activity of the next five-year term. European bishops are concerned about the projection of seats in the next European Parliament, amounting to “growing support to extremist political positions. The chaos characterising the discussions on Brexit – Hollerich added – is placing growing emphasis and uncertainty on the crucial moment that our Continent and its citizens are experiencing today.” At the COMECE headquarters it is constantly repeated that the Church has no technical solutions to suggest, nor ready-made miracles. “The Church – Hollerich pointed out – wants to be present: at EU level, at national level and to be near the people as much as possible.”

“In this context the main message that COMECE addresses to all citizens is to go to the polls.”

COMECE Secretary General, Father Olivier Poquillon, also commented on the Brexit issue. “We are witnessing a great confusion – he said to SIR -. It’s comparable to the chaos that preceded the creation of the world. The present moment can be destructive, but it could also become an opportunity to trigger a new dynamics. The Catholic Church hopes that a new dynamics between European peoples will be found. Also in the case of a final deal – whether “soft” or “hard” – we are all destined to live and work together in the full respect of everyone else’s choices and diversities.” The EU bishops gathered in Brussels extend their gaze to London because Brexit – according to Poquillon – “is not only a British question. When a part of our body is wounded, suffering, going through a difficult moment, the rest of the body suffers with it. At an economic level we see that the weakest brackets are those who suffer the most.”

Father Poquillon calls upon the men and women who are working on the clauses and timeframe of the Brexit to be “courageous.”

 

“They are faced with an unprecedented situation. I hope that unity prevails, I hope that concerns for the common good will guide their actions, and in any case we wish to say that the existing fraternal relations between us and them will always remain solid. I hope we will overcome the present crisis without having caused irreparable damage.”

COMECE is also actively engaged in a public-awareness campaign for the European vote. “The Church is not here to impart a lesson”, Paquillon pointed out. “If we had miracle-solutions we would certainly have shared them already.” The Church has at heart the development of “a more inclusive Europe, a social market economy and a new Christian humanism and she wants Europe to continue playing its role also in the rest of the world.” Social media have accustomed us to seek “simple solutions to complex situations, which can cause feelings of frustration.”

“It’s not a question of being for or against Europe. God has placed us in Europe. Europe is a gift from God.” The question is: “What do we want to do with it?”

“If we don’t vote then others will vote in our place and in that case we will have no right to complain if Europe should follow a direction that we disagree with. We have the opportunity to influence the political life of the next five years and to chose the people and the faces to whom we intend to entrust our confidence.”

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Da Nigeria, Senegal e Myanmar le storie di tre donne che si battono per i diritti di tutte

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 17:43

Faith è una nigeriana immigrata in Italia: si è salvata per miracolo dalle grinfie del caporalato ma ha sperimentato soprusi e ingiustizie nel mondo del lavoro. Betty è una sindacalista senegalese, nella sua città si batte per i diritti delle donne che lavorano nel settore della trasformazione del pesce. Tichia è di etnia Naga ed venuta dal Myanmar per raccontare le sue battaglie in difesa delle donne nell’agricoltura. Sono alcune delle storie di donne impegnate nella difesa dei diritti raccontate oggi a Roma durante un convegno promosso dal sindacato Fai-Cisl sul tema “Ponti non muri. Donne tra vita e lavoro” nella sede del Cnel, con un focus sulle donne nell’agricoltura. Il sindacato ha istituito da poco un coordinamento che riunisce 60 donne per occuparsi più nello specifico della presenza nel mondo del lavoro e superare le differenze di genere. “Le donne guadagnano ancora il 17,9% meno degli uomini – ricorda Onofrio Rota, segretario generale della Fai-Cisl -. Questo significa che 66 giorni l’anno lavorano gratis. Non basta solo una buona legislazione, c’è bisogno di una giusta contrattazione e di un messaggio culturale da trasmettere”.

Faith, sfuggita alle grinfie del caporalato. E’ arrivata in Italia quando aveva solo 17 anni, passando attraverso la Spagna. Faith Imen Udoh ora vive a Foggia ed ha una figlia di 12 anni. “Ho trascorso più tempo della mia vita qui che in Nigeria”, dice. In questi anni ha sempre lavorato ma spesso in condizioni pessime. All’inizio una signora italiana le ha dato aiuto quando si è trovata sola e senza riferimenti:

“E’ bello quando le donne aiutano le altre donne”.

A Napoli ha iniziato a raccogliere verdure nelle campagne – “lavoravo 100 ore a settimana tutti i giorni” – eppure a fine mese nella busta paga risultavano solo pochi giorni pagati con regolari contributi. “Ci svegliavamo alle 3.30 del mattino e i caporali ci portavano al lavoro. Pretendevano soldi da noi e anche altre cose – racconta -. Nonostante lavorassi onestamente non avevo un reddito sufficiente per rinnovare il permesso di soggiorno. Lì mi sono trovata in difficoltà perché non avevo soldi e ho rischiato di finire nei ghetti. Ma se ci finisci poi è molto difficile uscirne”. Gli amici le dicevano che per gli immigrati non c’era possibilità di altri lavori. Però lei non si rassegnava a fare la fine degli altri. Ha stretto la cinghia – “ho mangiato solo pasta in bianco per tanto tempo” – e cercato altri impieghi: come magazziniera, nelle aziende alimentari nel foggiano. Ma appena ha partorito l’hanno licenziata. Quando è andata a lavorare in una famiglia come badante e colf ha subito però ingiustizie che ancora fatica a riferire senza commuoversi. “Non mi volevano pagare un mese di lavoro, mi hanno accusato ingiustamente di aver rubato un quadro. Invece è stato ritrovato a Milano in casa di un nipote”. Quando è andata dai carabinieri per la denuncia anziché assecondarla ha visto fare una telefonata al datore di lavoro, che però le ha detto: “Mia figlia ti ha già pagato” e non era vero. La faccenda si è risolta all’italiana. “Lì tutti si rivolgevano ad un tipo chiamato ‘zio’, l’ho fatto anch’io. E’ bastata una sua telefonata e ho avuto i miei soldi”. Ora ha un lavoro che le piace, fa l’interprete e la mediatrice culturale a Foggia, e ha intenzione di battersi per i diritti di tutte.

“Quando lavori sei sottomessa e hai paura di dire quello che pensi. La mia esperienza mi ha fatto tanto male ma spero di poter aiutare altre donne”.

In Senegal la pesca è donna. Vive a Ziguinchor, nella regione senegalese della Casamance, che per trent’anni, fino al 2010, è stata teatro di un conflitto dimenticato tra indipendentisti e governo, con 30.000 vittime e migliaia di rifugiati. Betty Ndaye è segretario generale della Ulftb/Senegal, un sindacato che riunisce le donne impiegate nel settore della trasformazione del pesce. “Ora siamo in pace ma l’economia è ancora molto debole – spiega -. Gli uomini sono emigrati verso nord ed è tutto rimasto nelle mani delle donne”. Prima lavoravano il pesce a terra, poi, grazie ad un progetto dell’Iscos finanziato dalla cooperazione italiana, sono state riparate le piroghe per la pesca, costruiti forni per l’essiccazione dei prodotti ittici, hangar, magazzini. Le donne oggi possono svolgere le loro attività con tecnologie più avanzate, nel rispetto delle condizioni igieniche e dei diritti. Anche pescatori, venditrici, grossisti e semplici cittadini, per un target complessivo di 7.800 persone, hanno potuto beneficiare di iniziative di formazione e alfabetizzazione.

Myanmar, agricoltura e diritti delle donne delle minoranze. Lei è una giovane donna di etnia Naga, una delle tante minoranze del Myanmar. Tichia Tedim è la coordinatrice nazionale dell’Affm (Agriculture farmers federation Myanmar). “Vengo da un’area remota del Paese e da una famiglia di agricoltori”, racconta.

“Le donne vengono discriminate sia nel mondo rurale, sia nei processi decisionali, ci sono molte disuguaglianze di genere a livello culturale, soprattutto nei confronti delle minoranze linguistiche”.

In Myanmar il 70% dei 47 milioni di abitanti vive di agricoltura, ma un terzo dei braccianti non è proprietario della terra, espropriata durante 50 anni di dittatura. Anche se dal 2012, con la vittoria del partito di Aung Saan Suu Kyi è iniziato un delicato processo democratico pieno di incertezze, “si sta andando verso l’agricoltura intensiva” con l’accaparramento selvaggio di terre (land grabbing) e altre risorse naturali da parte di grandi investitori da Cina, India, Vietnam, Thailandia. Tutto a discapito dei piccoli agricoltori. “C’è tanta povertà, indebitamento, mancano le tecnologie e abbiamo bisogno di sementi certificate di buona qualità”, precisa. Perciò il suo sindacato si batte per offrire alle donne la possibilità di formazione e promozione della leadership: nel 2017 hanno coinvolto nei loro corsi 261 donne, nel 2018 oltre 570.

 

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Fewer births in ageing Europe. In Italy women have their first child at 31

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 16:59

Figures released by Eurostat reconfirm widespread concerns: Europe is ageing and at an increasingly greater pace, while births are decreasing more and more. The latest Eurostat data depicts a known picture: in 2017, 5.075 million babies were born in the European Union (EU), compared with 5.148 million in 2016, the year with the lowest number of births in the decade 2006-2016.

France leads the way. According to the fertility indicator – i.e. the number of children who would be born to a woman during her lifetime – the EU stood at 1.59 births per woman in 2017, compared to 1.60 in 2016. The highest fertility indicator was recorded in France (1.90 births per woman), followed by Sweden (1.78), Ireland, (1.77), Denmark (1.75) and the United Kingdom (1.74). Malta ranks last in the list with 1.26 births per woman, preceded by Spain, (1.31), Cyprus (1.32), Greece (1.35), Portugal (1.38) and Luxembourg (1.39). Italy is well below the average alongside with Cyprus, standing at 1.32.

Extremely young and less young mothers… In addition to having less children, mothers have their first child at a more “adult” age. In fact the mean age of women who had their first child has increased. Women who gave birth to their first child in 2017 were 29.1 years old compared to 28.7 in 2013. Youngest first time mothers gave birth in Bulgaria, Romania and Latvia (26 to 27 years-old); the oldest were found in Ireland, Greece, Spain, Luxembourg (between 30 and 31 years). The highest mean age for the first childbirth was recorded in Italy (31.1 years). Almost 5% of births of first children in the EU in 2017 were to women aged less than 20, so-called “teenage mothers”. In Romania and Bulgaria, respectively 13.9 and 13.8% of first children were born to mothers less than 20 years old; many young mothers gave birth to their first child also in Hungary (9.9%), Slovakia (9.5%), Latvia (6.7%) and the United Kingdom (6.1%). Figures are relatively lower in Denmark (1.5%), Italy and Slovenia (respectively 1.6%), in The Netherlands (1.7%), Luxembourg (1.9%) and Sweden (2.0%). In contrast, 3% of first births were to women aged 40 and over. In this respect the highest proportions were registered in Spain (7.4% of total births) and Italy (7.3%), followed by Greece (5.6%), Luxembourg (4.9%), Ireland (4.8%) and Portugal (4.3%).

Higher numbers of brothers and sisters in Finland. Of over 5 million births in the EU in 2017 45% were first children, 36% were second children, while births of third children accounted for 12.5% of the total. Fourth or subsequent children accounted for 6.0%. Across the EU Member States, the highest share of mothers giving birth to their fourth or subsequent children was recorded in Finland (10.3%), followed by Ireland (9.0%), the United Kingdom (8.8%), Slovakia (8.1%), and Belgium (8.0%).

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Parlamento europeo: tempo scaduto, nessuno sconto ai britannici

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 16:43

Nessuno sembra intenzionato a fare sconti al Regno Unito. I britannici hanno liberamente scelto il Brexit, e spetta ai loro politici organizzare un “recesso” ordinato, che non pesi eccessivamente sugli stessi cittadini inglesi, che non crei problemi a quelli dell’Unione e che non spacchi in due l’isola d’Irlanda. Vanno in questa direzione le voci che si levano da Strasburgo – dove è riunito in plenaria l’Europarlamento – nei giorni critici in cui a Londra governo e parlamento cercano la quadra attorno all’ormai imminente data del 29 marzo, chiesto proprio dal governo d’oltre Manica per lasciare l’Ue. Westminster è chiamato, tra questa sera e domani, 13 e 14 marzo, a decidere ciò che ancora non ha deciso. Tre le ipotesi principali: uscire dall’Ue ratificando l’accordo sottoscritto da Theresa May con l’Unione; oppure scegliere la via del “no deal” (nessun accordo); infine, far tornare il Paese sui propri passi indicendo un secondo referendum.

“Bisogna fare meno male possibile, in un processo politico che comunque sarà dannoso”. Frans Timmermans, vicepresidente vicario della Commissione europea, da Strasburgo invia un messaggio a Londra. “Dopo la bocciatura di ieri sera, sono gli inglesi che possono dirci come andare avanti verso un recesso” del Regno Unito il “più possibile ordinato. Nel frattempo è nostro dovere pensare ai nostri cittadini, alle nostre imprese, agli interessi” dell’Ue, messi a rischio dal Brexit. A Timmermans fa eco Michel Barnier, capo negoziatore dell’Unione europea sul divorzio da Londra: “il rischio di un no deal”, di una uscita disordinata del Regno Unito, “non è mai stato così alto. Potrebbero arrivare gravi conseguenze e noi dobbiamo prepararci”. Barnier a sua volta sottolinea che, raggiunto l’accordo sul Brexit che Westminster ha di bocciato, “la responsabilità di come andare avanti spetta ai politici britannici”. Barnier ricorda: “il trattato che abbiamo sottoscritto è l’unico possibile. Poi, dopo il Brexit, avremo tempo per negoziare le buone e future relazioni con il Regno Unito, che resterà un Paese amico”.
“Essere o non essere nell’Ue?”: rispolvera Shakespeare Melania Gabriel Ciot, rappresentante del Consiglio dei ministri Ue. “Il problema è che qui non siamo a teatro. Ci sono in gioco diritti dei cittadini, lavoro, economia…”. Ciot conferma che uscire dall’impasse è compito che spetta al parlamento e al governo di Londra. “Noi dobbiamo mantenere una forte solidarietà tra i 27 Paesi membri dell’Ue, una solidarietà soprattutto verso l’Irlanda”. La rappresentante del Consiglio conferma la “disponibilità a facilitare un recesso ordinato del Regno Unito”; ma “la garanzia del backstop – sulla frontiera irlandese – non può venire meno. È un elemento assicurativo per un periodo limitato”. “Continuiamo a essere disponibili al dialogo” con le autorità inglesi. Poi aggiunge: “si va verso un rinvio” della data di uscita dall’Unione. Un rinvio che dovrebbe essere approvato dal Consiglio europeo della prossima settimana, “ma ci dev’essere un motivo reale e credibile per rinviare” la data del divorzio.

Di “disastro” a proposito di Brexit parla Manfred Weber, capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo di Strasburgo. “È il fallimento della classe politica inglese”, aggiunge. “Un rinvio del recesso? – si domanda –, ma per quale ragione? A Londra decidano cosa intendono fare”. Tutti i leader dei gruppi politici presenti all’Eurocamera esprimono preoccupazione per il recesso e anche per le relazioni future tra le due sponde della Manica. Guy Verhofstadt, capogruppo dei Liberali, attacca: “no a proroghe senza un progetto. Il parlamento e il governo inglesi trovino una via d’uscita”. Nigel Farage, britannico, leader dell’Ukip, tra i principali promotori del Brexit, afferma: “È il mio penultimo intervento in questo Parlamento, non voglio tornare qui a luglio e sono convinto che molti di voi condividono lo stesso pensiero”. “Noi vogliamo semplicemente lasciare l’Ue, non vogliamo essere governati da voi, vogliamo governarci da soli”. “La soluzione è questa – aggiunge Farage –: noi lasciamo il 29 marzo, la maggior parte degli accordi sono stati preparati, ci sono ancora alcune questioni da mettere a punto. Poi voi e noi potremo continuare a vivere le nostre vite”. Ognuno per la propria strada, dunque.

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Six years with Pope Francis in the context of the Second Vatican Council ·

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 15:29

Pope Francis’ seventh year of service at the See of Peter begins today. In the Biblical tradition the number 7 represents holiness and blessing. This symbolic coincidence thus becomes for us, sons of God in the Catholic Church, an invitation to praise the Lord and thank Him for the past six years accompanied by the authoritative and paternal guidance of Pope Francis.
One of the aspects of the Petrine ministry deserving special emphasis is found in the traditional Latin Vulgate of Luke 22.32: conversus, confirma fratres tuos.

This connection, linking the return to God-conversion and Petrine Ministry, re-emerges in a unique manner today.

 

As reaffirmed by Francis in the meditation addressed to the Roman clergy past March 7, “the Lord is purifying his spouse, he is converting us all to him”, adding: ” It will do us good to take chapter 16 of Ezekiel today. This is the history of the Church. This is my story, everyone can say. And in the end, but through your shame, you will continue to be the shepherd. Our humble repentance, which remains silent between tears in the face of the monstrosity of sin and the unfathomable greatness of God’s forgiveness, this, this humble repentance is the beginning of our holiness.”

While rewardingly reviewing a set of landmark events that marked the past six years of the Roman episcopate of J.M.Bergoglio, we cannot fail to mention the meeting on the “Protection of minors in the Church”, held at the Vatican on February 21-24 2019. This event is the result of a heartfelt wish of the Pope, carried out in compliance with his directives.

Those who have personally attended the meeting cherish in their hearts its impressions, emotions and teachings. For three full days Francis has listened, transmitting with his gaze and his demeanour the spiritual serenity that unquestionably underlie his decisions.

 

He delivered the closing speech upon the termination of the Eucharistic celebration. Rereading that text enables us to grasp the apostolic passion of the Pope, his parrhesia (as he often defines it to indicate the candid feature characterising the Apostles’ proclamation of the Gospel), the breadth and the perspicacy of his gaze in acknowledging a tragedy that afflicts the Church and not only the Church since – as Francis reminded us in his opening remarks – it is a plague that extends throughout all societies and cultures which today, thanks to a change in the public opinion’s sensitivity, has become the object of systematic studies and ad hoc interventions. Also in this case it remains true that only the context enables the understanding of a given text. And this is what the Pope did. But far from being a sociologist or an expert in other fields, the Pope is a spiritual guide and in these capacities he pointed at the ultimate explanation to human situations marked by a humanly incomprehensible degree of suffering from the perspective of the faith community: “Today we find ourselves before a manifestation of brazen, aggressive and destructive evil. Behind and within, there is the spirit of evil, which in its pride and in its arrogance considers itself the Lord of the world and thinks that it has triumphed. I would like to say this to you with the authority of a brother and a father, certainly a small one and a sinner, but who is the pastor of the Church that presides in charity.” Once more, here we find the Petrine and Gospel-rooted conversus, confirma fratres tuos.

Obviously a lot more has occurred in the past year, such as the ecumenical visits to Geneva past June to mark the 70th anniversary of the founding of the World Council of Churches and in the following month of July, the meeting for peace with the Heads of the Churches and Christian Communities of the Middle East in the city of Bari. Apostolic visits were made to Dublin for the World Meeting of Families, in August 2018 and later, in January 2019, the journey to Panama for the 34th WYD: a world gathering that took place on the wake of the XV Ordinary Assembly of the Bishops’ Synod on “Young People, the Faith, and Vocational Discernment.” As announced, the presentation of the Apostolic exhortation related to the Synod will take place in the coming days: in Loreto on March 25 2019, so it may be offered to Virgin Mary.

Yet the most remarkable of this and other events, along with the meeting on “The Protection of Minors” is the Apostolic journey to the United Arab Emirates of February 3-5 that saw the signing of the document on “Human Fraternity for World Peace and Living Together” and the celebration of Holy Mass before a crowd of 180 000 people: an unprecedented event in the Arabian peninsula. In the audience of February 6 Francis highlighted its significance: “In an epoch such as our own, in which there is a strong temptation to see an ongoing conflict between the Christian and Islamic civilizations, and also to consider religions as a source of conflict, we wished to give an ulterior, clear and decisive sign, that it is indeed possible to come together; it is possible to respect one another and to dialogue; and that, even in the diversity of cultures and traditions, the Christian and Islamic worlds appreciate and uphold common values: life, family, religious sense, honour for the elderly, the education of young people, and still others.”

This event is yet another sign of the extent to which the Pope wishes to insert his ministry within the context of the Second Vatican Council.
Unquestionably, Ecumenism and interreligious Dialogue are fundamental, crucial milestones of that Council. Yet these are but examples. I suggest re-reading some passages – whose very import is in many ways linked to their confidential nature – of the conversation between Francis and the Jesuit fathers of Chile and Peru on January 16 2018, during the Apostolic journey to those Nations. In that circumstance Francis spoke of the Council, highlighting its importance also for his personal story and of the related resistances, thereby exclaiming with Christian optimism: “Historians tell us that it takes a century for a Council to put down its roots. We are halfway there.” In that meeting themes that are dear to the Pope resurfaced. These include discernment, critical remarks on spiritual wordliness and clericalism. Themes pertaining to Vatican II evidently include the emphasis on the People of Good, that Francis, in his discipleship of Saint Ignatius, always lovingly refers to as saintly and faithful, along with themes linked to synodality -as emerged in the landmark address of October 17 2015, in which he indicated synodality “as a constitutive element of the Church, [that] offers us the most appropriate interpretive framework for understanding the hierarchical ministry itself.”

Today, March 13 2019, Francis is gathered in prayer. As known, for him these are days of spiritual exercises at the “House of the Divine Master” in the town of Ariccia, in the territory of the diocese of Albano.

 

As the Holy Father is there praying I deem it important for us to join in his prayers and extend a special intercession for his person and his ministry, enriched by gratitude and propitious wishes

 

(*) bishop of Albano – Secretary of the Council of Cardinals

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Brexit, paralisi a Westminster. Keating (politologo), serve un’uscita di emergenza

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 14:49

È il giorno che segue la seconda pesante sconfitta di Theresa May, che ha visto ieri sera, 12 marzo, il suo accordo con la Ue bocciato dal parlamento britannico per 149 voti. Mancano poche ore al voto di questa sera, quando Westminster – è quasi certo – respingerà il “no deal”, l’uscita senza accordo della Gran Bretagna dall’Unione europea. Domani sera, 14 marzo, il parlamento di Londra chiederà poi, quasi sicuramente, un’estensione dell’articolo 50 che regola il divorzio dall’Unione europea. Due voti che non allontanano la data del 29 marzo, quando il Regno Unito deve lasciare l’Unione. Senza un accordo con Bruxelles il “no deal” rimane l’unica soluzione possibile. Il politologo scozzese Michael Keating, esperto di questioni europee, racconta un Paese profondamente diviso e non vede una via d’uscita.

Un paese lacerato. “In Inghilterra la situazione è molto grave perché il Brexit sta polarizzando il Paese e c’è tanta rabbia e risentimento in parlamento e tra la gente comune. In Scozia le cose vanno meglio perché esiste un’ampia maggioranza, il 66%, favorevole a rimanere nell’Unione europea e chi è per il Brexit non si esprime”. Michael Keating, docente di politica alle università di Aberdeen e Edimburgo, e autore del volume “Rescaling the European State”, ovvero “Ribilanciare lo stato europeo”, racconta “un parlamento britannico bloccato dove non esiste maggioranza per alcuna decisione. Eppure Theresa May insiste nel proporre il piano che ha firmato con la Ue”. “La premier cerca un compromesso, che non è possibile, tra gli estremisti del Brexit e chi vuole rimanere con l’Unione europea e, per questo motivo, continua a perdere. Viene sconfitta da un partito formato sia da filoeuropei che da chi rifiuta la Ue”.

Due voti inutili. L’esperto non è convinto che i voti che attendono ancora il parlamento britannico porteranno da qualche parte. “Questa sera i deputati decideranno se vogliono escludere il no deal, l’uscita senza accordo della Gran Bretagna dall’Unione. È certo che bocceranno questa forma di hard Brexit. Questo voto non ha nessun vero significato perché se il parlamento non approva una qualche forma di accordo con la Ue, il no deal è ancora possibile. È quello che succederebbe automaticamente in mancanza di un trattato”. Domani sera, poi, Westminster deciderà se vuole un’estensione all’articolo 50 che regola il recesso dall’Unione Europea ed è quasi certo che vi sarà una maggioranza per questa soluzione. Eppure la situazione rimarrà estremamente confusa.

Perché un’estensione? “Abbiamo bisogno di un’estensione anche nel caso di un no deal, perché abbiamo bisogno di tempo”, continua il professor Keating. “Rimane il problema di che cosa faremo con questo tempo in più. L’Unione europea non ci concederà un’estensione se non facciamo proposte concrete su come intendiamo usarla”. Il politologo sottolinea come ci voglia il voto di ciascuno dei ventisette Paesi europei perché il Regno Unito possa ottenere un’estensione dell’articolo 50. “Dobbiamo dire se intendiamo usarla per proporre un nuovo accordo o per nuove elezioni o per un secondo referendum. La Ue non consentirà a Theresa May di riproporre ancora quell’accordo già bocciato due volte, perché questo processo ha assorbito quasi tre anni e non siamo arrivati da nessuna parte”. “È significativo che il governo darà libertà di voto ai suoi parlamentari questa sera e domani”, dice ancora l’esperto. “Dimostra quanto debole e diviso sia questo esecutivo e anche il partito conservatore. Sanno che non possono chiedere ai propri parlamentari di votare in una certa direzione”.

Elezioni europee. Esiste anche la spada di Damocle delle elezioni europee del prossimo 23-26 maggio. “Se l’articolo 50 viene esteso oltre maggio il Regno Unito dovrà partecipare a queste elezioni, ma diventa difficile immaginare questa eventualità. Forse esiste una via d’uscita legale da questa situazione”, spiega Keating. “Bisogna capire se l’estensione verrà chiesta per gestire un no deal, un’uscita senza accordo della Gran Bretagna dalla Ue. In questo caso il processo potrebbe terminare prima di maggio. Se, invece, il tempo verrà usato per mettere a punto nuove proposte da fare alla Ue allora il Regno Unito dovrà partecipare alle elezioni europee perché occorrerà più tempo”.

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Atto vandalico al Brancaccio. Mons. Lorefice (Palermo): “La comunità cristiana deve farsi avanti”

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 14:22

“Andiamo avanti con coraggio e con lucidità, lavoriamo insieme e in rete con lo Stato, con le istituzioni, l’amministrazione, la parrocchia, il Centro Padre nostro e l’intera comunità diocesana. Avanti senza farci scoraggiare: ancora la sfida formativa è pienamente aperta”. Sono parole di esortazione quelle mons. Corrado Lorefice pronuncia commentando l’ultimo atto vandalico messo a segno contro un terreno spoglio sul quale, a Brancaccio, si costruirà il primo asilo nido del quartiere. Il rogo di vecchia mobilia che ha bruciato la scorsa notte non è il primo e non basta una mano a contare gli episodi che si sono susseguiti. “È chiaro che don Puglisi non può che restare scomodo – aggiunge il presule -, a maggior ragione se si tiene desta la sua memoria non solo nella dimensione celebrativa, ma nella dimensione sostanziale, cioè nella condivisione della sua visione di Chiesa e di comunità, di presenza di essa nel territorio. Non può che rimanere scomodo!”.
Molto è stato fatto: per il presule

“c’è maggiore consapevolezza e più coscienza, ma non significa che sia venuta meno la mentalità e la prassi mafiosa.

D’altra parte – aggiunge mons. Lorefice -, noi vescovi di Sicilia abbiamo sentito il bisogno di commemorare la presenza di Giovanni Paolo II in Sicilia, e in particolare quel grido, ‘Convertitevi!’, rivolto ai mafiosi da Agrigento. Lo abbiamo fatto, lo scorso maggio, con una lettera: abbiamo detto che bisogna continuare l’opera formativa e farlo in termini evangelici”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Anche Papa Francesco, lo scorso settembre, quando ha visitato Palermo e anche Brancaccio, ha ricordato che la prassi e la mentalità mafiosa non si possono considerare cristiane, come come chi appartiene ad una organizzazione mafiosa o malavitosa. “Questo deve essere chiaro – dice l’arcivescovo di Palermo – ed anche il Pontefice parla di mafia in dimensione ecclesiale e con un linguaggio evangelico: ha ripetuto, infatti, la parola ‘Convertitevi!’ aggiungendo che il mafioso è comunque nostro fratello e nostra sorella, ma non può assolutamente arrogarsi il titolo di cristiano”.
A firmare l’episodio di vandalismo di Brancaccio sarebbero stati dei ragazzi, “ragazzi – dice – che si possono addirittura permettere di tener testa a chi, nel quartiere, si sforza di portare avanti insieme alla parrocchia e alle istituzioni, quell’opera di presenza che può trasformare la mentalità e la cultura”. Ecco allora che, per il presule,

“la comunità cristiana ha un ruolo chiaro: non può non accettare questa sfida culturale ed educativa”.

I fenomeni dei quali si parla, infatti, non sono a suo avviso solo “rivelativi di una mentalità che è ancora in auge”: infatti, “se dei bambini a tutt’oggi si permettono tali linguaggi e si prestano a tali atti, è chiaro che noi dobbiamo potare avanti con chiarezza questo discorso”. Il pastore della Chiesa palermitana racconta che, quando è stato consegnato il progetto dell’asilo nido, lo ha considerato “un segno che ci chiede di ripartire dai bambini e di farlo con la nostra logica evangelica. I bambini come ogni uomo e ogni donna, sono figli di Dio, sono suoi e non sono nostri, tantomeno di Cosa nostra”.
Intanto, nello stesso giorno del rogo nel quartiere dove don Pino Puglisi svolgeva il suo ministero sacerdotale e dove ha trovato la morte, da Palermo arriva anche la notizia di un tentato assalto a un minimarket del centro storico durante il quale un rapinatore trentenne magrebino, che ha fatto irruzione nel locale, è stato ucciso a bastonate dal gestore, originario del Bangladesh. I due fatti non si discostano troppo.

“È una guerra tra poveri, segno di come alcuni problemi sociali sono affrontati: più si insinua la paura dell’altro, del diverso, più si insinua questo linguaggio aggressivo, più si innalzano muri, più si fomenta la paura – dice mons. Lorefice – e più dobbiamo aspettarci la crescita della violenza.

Anche su questo versante, ci dobbiamo assumerne le nostre responsabilità: soprattutto chi ha compiti istituzionali – aggiunge – deve aiutarci a guardare in profondità i problemi reali senza fomentare paure”.
Per l’arcivescovo “c’è bisogno di Vangelo per riconoscere nel volto di ogni uomo un altro da riconoscere e non un nemico e percorrere le vie del confronto, del dialogo, della reciprocità”.

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Salute mentale. Lo psichiatra Alberto Siracusano: “Si costruisce dal concepimento. E attenzione alla povertà vitale”

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 11:57

La psicopatologia moderna ha spostato il suo campo di studio dalla malattia mentale alla salute mentale. Pertanto, una psichiatria al passo con i tempi non può limitarsi a curare la follia, ma deve curare la mente nel suo insieme. E la salute mentale è un concetto complesso, un armonioso equilibrio dell’individuo con se stesso e con la società. Nei giorni scorsi si è riunito a Roma il Tavolo nazionale sulla salute mentale, istituito dall’ Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei e attivo presso lo stesso Ufficio come gruppo di lavoro in grado di fornire un contributo di alto livello scientifico a sostegno della prassi pastorale, ma anche con funzione di stimolo alla Chiesa stessa. Ne fanno parte alcuni tra i più autorevoli psichiatri italiani. Alberto Siracusano, direttore della Cattedra di psichiatria e della Scuola di specializzazione in psichiatria dell’ Università degli studi di Roma Tor Vergata, è uno di loro.

Professore, che cosa è emerso dal confronto?
La salute mentale costituisce la più importante sfida dal punto di vista medico – sanitario dei prossimi anni. La depressione, la più comune forma di disagio psichico, riguarda circa 4 milioni di persone in Italia, sebbene i numeri siano in continuo aumento.

Nel 2030 la depressione sarà la prima causa di disabilità al mondo.

Il Tavolo nazionale sulla salute mentale vede la partecipazione di una componente tecnico – psichiatrica altamente qualificata e di esponenti dell’area cattolica impegnati nel campo della salute mentale. Il loro compito è quello di discutere i dati più aggiornati sulla salute mentale e le diverse richieste della società per promuovere il benessere della mente.

Quali le priorità e le piste di lavoro?
Le priorità sono tante e riguardano in primis la prevenzione. Ad oggi sappiamo con molta chiarezza che il disagio mentale non nasce all’improvviso ma è preceduto da una notevole quantità di segni premonitori, indici di un certo tipo di “funzionamento” emotivo e sociale della persona. La vera sfida non è solo trattare il disagio quando è conclamato, ma rintracciarlo già nelle sue forme più precoci.

Il prossimo convegno del Tavolo si occuperà di come costruire la salute mentale nell’arco della vita, salute mentale che secondo l’Oms sarà la vera emergenza del futuro. Che cosa si intende per salute mentale, ora che la psichiatria moderna ha spostato il suo campo di azione dalla malattia alla salute mentale includendo anche gli aspetti del benessere e della felicità, tema del precedente convegno?
La salute mentale riguarda il benessere dell’individuo, dal punto di vista psicologico, emotivo, interpersonale, in relazione al contesto di appartenenza. È un ambito complesso, perché non si limita alla mera individuazione della “malattia” o della “disabilità”, ma riguarda l’intero modo di una persona di vivere nel mondo. Il prossimo convegno nazionale del Tavolo si terrà a dicembre 2019 e riguarderà proprio il modo in cui promuovere e tutelare la salute mentale, nell’intero arco della vita, dal concepimento alla morte.

E’ dunque possibile costruirla. Come?
Attraverso la promozione di una cultura del benessere mentale. In concreto si tratta non solo di curare in modo adeguato la “patologia vera e propria”, ma soprattutto di intervenire sui cosiddetti fattori di rischio, i determinanti psicosociali in grado in incidere sul benessere delle persone: famiglia, status socio-economico, scuola, stile di vita, educazione.

Salute mentale lungo tutto l’arco della vita: dunque dalla gravidanza all’età anziana?
Assolutamente sì.

La salute mentale inizia con il concepimento e dura per tutta la vita.

Dati di ricerca clinica e neurobiologica convergono sempre più sul fatto che la gravidanza rappresenti un momento delicatissimo per la futura crescita neuro-evolutiva, e quindi psicologica, del nascituro. In questo senso, il Tavolo presterà particolare attenzione al periodo della gravidanza e alla salute delle donne in età perinatale.

Si tende a ritenere che i bambini non soffrano di patologie mentali, ma che queste esordiscano dall’adolescenza in poi. Vengono forse sottovalutate o non riconosciute?
Molti dei disturbi psichici che si manifestano in età adulta hanno dei segni precursori, magari sfumati, in età evolutiva. A volte capita invece che disturbi conclamati si manifestino già in una fase precocissima della vita. Basti pensare che

il suicido rappresenta la seconda causa di morte in adolescenza

e che ormai le pratiche di autolesionismo sono estremamente diffuse tra i nostri ragazzi.

Si sta registrando un aumento delle malattie psichiatriche. Tra i fattori, quanto pesa la pressione di una società che chiede a tutti di essere performanti, efficienti, veloci, ad alto rendimento?
La nostra società è diventata sempre più competitiva e soprattutto non tutela abbastanza le fasce più deboli della popolazione. Ci sono dati sempre più robusti sul collegamento tra povertà, disuguaglianza sociale e salute mentale. I tassi di suicidio sono nettamente maggiori tra le fasce più svantaggiate della società.

E quanto contano la “povertà vitale”, l’impoverimento sociale e la perdita delle relazioni?
La povertà vitale rappresenta un concetto nuovo, che va al di là della mera ristrettezza economica e sociale. Si tratta di un impoverimento più globale, culturale, relazionale, affettivo, valoriale, sempre più diffuso nella nostra società e che rappresenta un substrato favorevole all’interno del quale si sviluppa disagio, senso di smarrimento, difficoltà ad investire nel futuro e a fare progetti.

Secondo lei, il modello aziendale in ambito sanitario che conseguenze può avere su questi pazienti che sono tra i più fragili e a rischio “scarto”? Come garantirne la presa in carico globale?
L’aziendalizzazione sanitaria, se da un lato è necessaria per migliorare l’efficienza del sistema, rischia di perdere di vista il valore della vita e dell’uomo. Non è possibile curare un sintomo, una patologia, senza considerare i risvolti psicologici o familiari che vengono innescati. In questo senso, la collaborazione tra la Cei e il Tavolo è indispensabile per individuare percorsi comuni che tengano conto delle esigenze globali di ogni paziente.

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Pochi passeggini, l’Europa invecchia. In Italia primo figlio a 31 anni

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 11:54

I numeri di Eurostat confermano una diffusa preoccupazione: l’Europa invecchia sempre di più e sempre più velocemente, mentre cala ancora il numero delle nascite. Una nuova raccolta di dati Eurostat replica una fotografia conosciuta: nel 2017, nell’Ue sono nati 5 milioni e 75mila bambini contro i 5 milioni e 148mila del 2016, l’anno con meno nascite se si considera il decennio 2006-2016.

La Francia è in testa. L’indicatore congiunturale di fecondità, cioè il numero medio di bambini nati da una donna durante la sua vita, dice che l’Europa ha registrato la media di 1,59 parti per donna nel 2017, dato in calo rispetto al 1,60 del 2016. L’indicatore di fecondità più elevato lo ha registrato la Francia (con 1,90 parti per donna). Seguono Svezia (1,78), Irlanda (1,77), Danimarca (1,75) e Regno Unito (1,74). Al fondo della graduatoria Malta (1,26 nascite per donna), Spagna (1,31), Cipro (1,32), Grecia (1,35), Portogallo (1,38) e Lussemburgo (1,39). L’Italia è tra i Paesi ben sotto la media, associata all’1,32 di Cipro.
Mamme giovanissime… e un po’ meno. Oltre a fare meno figli, i bebè arrivano quando le mamme sono più “mature”. Sale infatti l’età media delle donne che mettono al mondo il primo figlio: le mamme al primo parto nel 2017 avevano 29,1 anni contro i 28,7 nel 2013. Le più giovani al primo parto sono le mamme di Bulgaria, Romania e Lettonia (tra i 26 e i 27 anni); le più avanti d’età le mamme di Irlanda, Grecia, Spagna, Lussemburgo (tra i 30 e i 31 anni). L’Italia batte tutti con una media superiore a 31,1 anni al primo figlio. Nel 2017 il 5% di mamme al primo parto aveva meno di 20 anni; sono le cosiddette “mamme adolescenti”. In Romania e Bulgaria rispettivamente il 13,9 e 13,8% delle mamme al primo figlio aveva meno di vent’anni; tante mamme giovani sono anche in Ungheria (9,9%), Slovacchia (9,5%), Lettonia (6,7%) e Regno Unito (6,1%). Sono invece relativamente poche in Danimarca (1,5%), Italia e Slovenia (1,6% ciascuna), nei Paesi Bassi (1,7%), in Lussemburgo (1,9%) e in Svezia (2,0%). Per contro il 3% delle mamme ha avuto il primo figlio quando aveva già superato i 40 anni. Hanno il primato in questa classifica la Spagna, con il 7,4% di mamme che hanno più di 40 anni quando iniziano a spingere la carrozzina, e l’Italia (7,3%), seguite da Grecia (5,6%), Lussemburgo (4,9%), Irlanda (4,8%) e Portogallo (4,3%).

In Finlandia più fratellini e sorelline. Nell’Unione europea, degli oltre 5 milioni di bambini e bambine nati nel 2017, il 45% erano primogeniti, il 36% secondi figli, mentre le nascite di terzi figli hanno rappresentato il 12,5% del totale. Solo il 6% dei neonati aveva già tre fratelli o sorelle. Negli Stati membri dell’Ue, la percentuale più alta di madri che hanno dato alla luce il loro quarto figlio o figlia (o magari anche il quinto) abita in Finlandia (10,3%), tante anche in Irlanda (9,0%), Regno Unito (8,8%), Slovacchia (8,1%) e Belgio (8,0%).

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Sei anni con Papa Francesco nel contesto del Vaticano II

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 09:52

Comincia, oggi, per Francesco il settimo anno di servizio sulla Cattedra di Pietro. Il numero sette nella tradizione biblica è numero di santità e di benedizione. Questa simbolica coincidenza diventa per noi, figli di Dio nella Chiesa cattolica, invito a lodare il Signore e a ringraziarLo per i sei anni vissuti sino ad oggi con la compagnia e la guida, autorevoli e paterne, di Francesco.
Uno degli aspetti del ministero petrino che si potrebbe sottolineare è quello tradizionalmente suggerito dalla versione latina di Lc 22,32: conversus, confirma fratres tuos.

È un nesso questo, tra ritorno a Dio-conversione e ministero petrino, che oggi emerge in modo tutto particolare.

Lo ha sottolineato lo stesso Francesco nella meditazione rivolta al clero romano durante l’incontro del 7 marzo scorso. “Il Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé”, ha detto, aggiungendo: “Ci farà bene prendere oggi il capitolo 16 di Ezechiele. Questa la storia della Chiesa. Questa è la mia storia, può dire ognuno di noi. E alla fine, ma attraverso la tua vergogna, tu continuerai a essere il pastore. Il nostro umile pentimento, che rimane silenzioso tra le lacrime di fronte alla mostruosità del peccato e all’insondabile grandezza del perdono di Dio, questo, questo umile pentimento è l’inizio della nostra santità”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Se può essere utile ripercorrere, oggi, alcuni eventi che hanno segnato il trascorso sesto anno di episcopato romano di J.M.Bergoglio, non si può affatto trascurare l’Incontro su “la protezione di minori nella Chiesa”, svoltosi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio 2019. Un evento sinceramente voluto dal Papa e realizzato seguendo le sue direttive.

Chi vi ha personalmente partecipato conserva nel cuore le impressioni, le emozioni e gli ammaestramenti di quell’incontro. Per tre giorni interi Francesco ha ascoltato, mostrando sempre nel volto e negli atteggiamenti quella serenità spirituale da cui indubbiamente derivano le sue scelte.

Egli ha parlato nel discorso conclusivo, terminata la celebrazione Eucaristica. La rilettura di quel testo permette di intuire la passione apostolica del Papa, la sua parresia (come spesso egli la chiama, per indicare con un termine neotestamentario la franchezza degli apostoli nell’annunciare il Vangelo), l’ampiezza e la perspicacia del suo sguardo nel considerare un dramma che affligge la Chiesa e non soltanto essa giacché – come lo stesso Francesco ha ricordato all’inizio del suo intervento – si tratta di una piaga storicamente diffusa in tutte le culture e società e che oggi, grazie al cambiamento di sensibilità dell’opinione pubblica, è divenuto oggetto di studi sistematici e interventi adeguati. Anche in questo caso rimane vero che solo il contesto rende comprensibile un testo. Questo il Papa lo ha fatto. Egli, però, non è un sociologo, o altro. È una guida spirituale e, per questo, ha puntato il dito su quella che, nella prospettiva di un credente, è l’ultima spiegazione per situazioni umane talmente dolorose, da diventare umanamente incomprensibili: “Siamo davanti a una manifestazione del male, sfacciata, aggressiva distruttiva. Dietro e dentro questo c’è lo spirito del male il quale nel suo orgoglio e nella sua superbia si sente il padrone del mondo e pensa di aver vinto. E questo vorrei dirvelo con l’autorità di fratello e di padre, certo piccolo e peccatore, ma che è il pastore della Chiesa che presiede nella carità”. Riappare qui l’evangelico e petrino conversus, confirma fratres tuos.

Nell’anno trascorso, ovviamente, non c’è stato solo questo. Ci sono stati i viaggi ecumenici a Ginevra, lo scorso mese di giugno per il 70° di fondazione del Consiglio ecumenico delle Chiese, e a Bari, il luglio successivo, per l’incontro con i Capi delle Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente in favore della pace. Ci sono stati i viaggi a Dublino per l’Incontro mondiale delle famiglie, nell’agosto 2018 e poi, nel gennaio 2019, a Panama per la 34ª Gmg: un raduno mondiale compiuto sulla scia della XV Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. La presentazione dell’esortazione apostolica relativa a questo Sinodo è stata annunciata per i prossimi giorni: a Loreto il 25 marzo 2019, perché sia offerta alla Vergine Maria.

Pur con questi e altri eventi, quello che fra tutti emerge, insieme con l’incontro per “la protezione dei minori”, è il viaggio negli Emirati Arabi Uniti del 3-5 febbraio 2019, con la firma del documento sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” e la celebrazione della Santa Messa davanti a 180.000 persone: evento unico in assoluto nella penisola araba. Lo stesso Francesco, nell’udienza del 6 febbraio ne ha spiegato il significato: “In un’epoca come la nostra, in cui è forte la tentazione di vedere in atto uno scontro tra le civiltà cristiana e quella islamica, e anche di considerare le religioni come fonti di conflitto, abbiamo voluto dare un ulteriore segno, chiaro e deciso, che invece è possibile incontrarsi, è possibile rispettarsi e dialogare, e che, pur nella diversità delle culture e delle tradizioni, il mondo cristiano e quello islamico apprezzano e tutelano valori comuni: la vita, la famiglia, il senso religioso, l’onore per gli anziani, l’educazione dei giovani, e altri ancora”.

Questo evento è un ulteriore segno di come il Papa voglia inserire il suo ministero del contesto del Vaticano II.

Ecumenismo e Dialogo interreligioso sono, indubbiamente, punti fondamentali e cruciali di quel Concilio. Sono solo esempi, tuttavia. Suggerirei di rileggere alcuni passaggi – importanti proprio perché, per molti aspetti, confidenziali – della conversazione avuta da Francesco con i gesuiti del Cile e del Perù il 16 gennaio 2018, durante il viaggio apostolico in quelle Nazioni. In quella circostanza egli parlò del Concilio, della sua importanza anche nella sua storia personale e pure delle resistenze al riguardo esclamando con ottimismo cristiano: “Gli storici dicono che ci vuole un secolo prima che un Concilio metta radici. Siamo a metà strada”. In quell’incontro tornano altre tematiche a lui care, come il discernimento, e rilievi fortemente critici sulla mondanità spirituale e il clericalismo. Istanze del Vaticano II sono evidentemente pure le sottolineature del Popolo di Dio, che Francesco da buon discepolo di sant’Ignazio ama sempre indicare come santo e fedele, e le istanze collegate al tema della sinodalità, emerso nell’importante discorso del 17 ottobre 2015, dove indicò la sinodalità “come dimensione costitutiva della Chiesa [che] offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Oggi, 13 marzo 2019, Francesco è in preghiera. È noto che egli sta vivendo giorni di esercizi spirituali nella “Casa Divin Maestro” presso Ariccia, nel territorio della diocesi di Albano.

Se in questo giorno il Papa prega, penso sia importante anche per noi unirci alla sua preghiera e avere per la sua persona e il suo ministero una intercessione tutta speciale, arricchita dalla gratitudine e dall’augurio.

(*) vescovo di Albano – segretario del Consiglio dei cardinali

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Servizio civile: a Firenze 800 giovani per parlare di “una vera e propria esperienza di vita”

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 08:41

“La buona politica è al servizio della pace”. Questo, il tema scelto da Papa Francesco per il Messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2019, in cui il Pontefice sottolinea come la politica sia “un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione”. Ed è proprio partendo dal Messaggio del Papa che ieri, 12 marzo, si è tenuto a Firenze l’annuale incontro dei giovani in servizio civile degli enti aderenti al Tesc (Tavolo ecclesiale sul servizio civile), che riunisce 18 organismi, associazioni ed enti cattolici impegnati in questo ambito. Sono circa 50mila i ragazzi, tra i 18 e i 28 anni, che ogni anno intraprendono questa esperienza nel “rispetto dei principi della solidarietà, della partecipazione, dell’inclusione e dell’utilità sociale nei servizi resi, anche a vantaggio di un potenziamento dell’occupazione giovanile”. L’incontro di quest’anno, che ha coinvolto 800 ragazzi provenienti da ogni regione, si è svolto nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di San Massimiliano di Tebessa che, nel 295 d.C., fu ucciso a 21 anni perché rifiutò, come cristiano, di prestare servizio militare nell’esercito romano. Un appuntamento intenso, fatto di momenti di riflessione, confronto, ma anche di svago e condivisione. Numerose le testimonianze e le “buone pratiche”, incentrate tutte sul servizio, declinato nelle sue più diverse forme, ma tutte orientate “al dono, all’incontro con l’altro e alla crescita come persone e cittadini”, come hanno raccontato alcuni dei ragazzi presenti.

Il lungo cammino della Chiesa. La giornata si è aperta con un momento di riflessione guidato da mons. Roberto Filippini, vescovo di Pescia e delegato della Conferenza episcopale toscana per la Pastorale della carità. “Vi esprimo riconoscenza e ammirazione da parte della Chiesa – ha detto ai ragazzi -.

Una Chiesa che ha compiuto un lungo cammino per tornare a quell’amore altro

che San Massimiliano ha incontrato e che lo ha portato al martirio. La sua testimonianza ci sia da esempio per rafforzare il nostro impegno per la pace”. Richiamando le parole di Papa Francesco, mons. Filippini ha poi evidenziato come la guerra “sia una follia” che l’umanità deve necessariamente “lasciarsi alle spalle come qualcosa che dovrebbe essere persa”. “Quindi grazie – ha concluso rivolgendosi ai giovani volontari – per la vostra scelta controcorrente. Una scelta che va contro una realtà così cinica”.

Una rinnovata “voglia di vivere”. Tra le diverse esperienze di servizio civile presentate, sia in Italia che all’estero, tutti i ragazzi hanno convenuto nell’affermare che al termine o nel corso di questa “avventura” hanno raggiunto la

“consapevolezza che nell’aiutare le persone si riceve molto di più di quel che si sta dando”.

“Anche se i mesi in cui si presta servizio non sono tanti – hanno spiegato i volontari -, aiutano a capire che direzioni si vogliono prendere nella propri vita. Molti di noi spesso si avvicinano al servizio civile perché delusi dal percorso universitario o lavorativo; quasi tutti ne escono con una rinnovata ‘voglia di vivere’ e con l’entusiasmo di intraprendere strade nuove in direzione dell’aiuto al prossimo”. Pertanto, “il servizio civile

non è solo un’esperienza di volontariato, ma una vera e propria esperienza di vita

che ci accompagnerà e influenzerà le nostre scelte negli anni”.

Nel segno di Antonio Megalizzi. Non sono mancate anche le testimonianze di “una vita orientata al servizio”, non filtrata necessariamente dal Servizio civile. Tra queste, quella di Giuliana Ricozzi, redattrice di “Europhonica” e collega di Antonio Megalizzi e Bartosz Orent-Niedzielski, soprannominato “Bartek”, i giovani reporter appassionati d’Europa morti nell’attentato terroristico di Strasburgo lo scorso dicembre. “Abbiamo messo tutte le nostre energie per non disperdere quanto di buono avevano fatto i nostri colleghi”, ha raccontato Ricozzi, spiegando l’impegno dei redattori di “Europhonica”, oggi ancor più deciso, nell’offrire “un servizio di informazione più chiaro possibile sull’Unione europea”. “È un lavoro molto difficile quello di rendere ‘attraente’ un qualcosa che ai giovani sembra lontano come l’Unione europea – ha detto -. La nostra sfida è quella di raccontare quello che l’Europa fa per loro. Raccontarne i meriti e i punti negativi con un linguaggio semplice perché comunque fa parte della vita di tutti noi”. Interpellata dai ragazzi sulle imminenti elezioni europee, la giornalista li ha invitati a

“essere parte attiva della cittadinanza”, anche e soprattutto partecipando al voto: “Il consiglio è quello di non dare nulla per scontato, farsi delle domande e cercare di capire anche quelle istituzioni che risultano difficili da comprendere”.

Non un servizio qualsiasi. Con i giovani impegnati nel servizio civile era presente, tra gli altri, anche don Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana. “Questo incontro – ha spiegato al Sir -, giunto ormai alla sua quattordicesima edizione, è un’occasione di verifica, di scambio di buone pratiche e un momento di condivisione. Un incontro non è mai banale, non è mai ripetitivo, è un momento per entrare in relazione”. Per don Soddu, il Messaggio di Papa Francesco consegna una tematica molto importante: “Una politica al servizio della pace richiama il senso profondo di quello che questi ragazzi stanno facendo, cioè il servizio”. Un servizio, ha precisato il direttore della Caritas,

“che non è un servizio qualsiasi che nasce da un’idea banale, ma che nasce dal proposito profondo di voler costruire qualcosa, iniziando dalla propria persona e dalla progettazione non solo del futuro, ma anche di ciò che si vuole essere già da adesso”.

Alle visioni ideologiche si contrappone la parola di Dio. La giornata si è conclusa con una Messa presieduta dal card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che ha esortato i ragazzi alla “reciprocità dell’amore e del servizio tra fratelli” e al “rifiuto della connivenza con il male”.

“Alle parole umane – ha rimarcato – , che si perdono nelle loro verbosità e che soprattutto rischiano di illudere proponendo visioni ideologiche, che nelle loro volontà di potenza diventano distruttive del vero volto dell’umano, come mostrano le ingiustizie diffuse e le guerre devastatrici, si contrappone la parola di Dio, che, rivelando il disegno d’amore che egli ha sul mondo, offre all’umanità un traccia di vita da cui trarre il frutto di un’esistenza piena”.

“La corrispondenza della propria vita a un disegno alto della storia è ciò che ispira anche l’impegno della persona nella costruzione di una società più giusta e pacifica – ha detto ai volontari il card. Betori -, impegno che trova una forma alta di attuazione nella vita politica, come ricorda il tema del vostro incontro”. “Un tema – ha precisato l’arcivescovo di Firenze – che fa eco a quello proposto da Papa Francesco alla Giornata mondiale della pace di quest’anno. Il Papa prospetta che possa esserci una ‘buona politica’, un’affermazione che si pone sulla scia di un costante insegnamento della Chiesa, che trova la sua sintesi nell’espressione spesso ripetuta e attribuita al santo Papa Paolo VI: ‘La politica è la forma più alta ed esigente della carità’”. Richiamando sempre il Messaggio del Papa, il card. Betori ha sottolineato nuovamente l’importanza della pace come “una conversione del cuore e dell’anima”. Ed è “facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria – ha fatto notare -: la pace con se stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza, esercitando ‘un po’ di dolcezza verso se stessi’, per offrire ‘un po’ di dolcezza agli altri’; la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé; la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire”. “Tradurre questo progetto nella ordinarietà della vita – ha concluso – è il compito che ci viene affidato, il servizio che la gente attende da noi”.

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Venezuela: dove è buio anche di giorno

Agenzia SIR - Wed, 13/03/2019 - 07:00

Alejandra tiene in braccio sua figlia Aurora di 2 anni, l’altra, Estella, di 4 anni si appoggia alle grandi valigie in attesa che torni nonna Isabel con un po’ di acqua. L’aeroporto di Caracas, “Simón Bolívar International – Maiquetia”, è pieno di gente in partenza, ma sarebbe meglio dire in fuga. Gli effetti dei black out – in alcune zone durati anche 100 ore – che da giovedì scorso hanno messo in ginocchio il Venezuela di Nicolás Maduro si sentono ancora adesso: voli cancellati, luci al minimo, aria condizionata inesistente.

Aeroporto di Caracas

Ai desk gli addetti ai voli completano le carte di imbarco a mano e i facchini portano a mano le valigie destinate alla stiva. I nastri trasportatori, infatti, funzionano poco. Tutto è rallentato e le file si allungano a dismisura. Chi parte porta via con sé anche gli animali domestici come cani e gatti.

La notizia che gli Usa hanno deciso di ritirare tutto il personale diplomatico dal Paese – o viceversa che Caracas ha ordinato lo sgombero dell’ambasciata statunitense – ha spinto molte persone a lasciare il Paese. La paura per lo scoppio di violenze tra Governo e Opposizione è infatti altissima e si percepisce ascoltando i discorsi tra la gente in fila. Non bastano la crisi economica e finanziaria, la povertà e la fame, ora anche il timore di una guerra civile spinge chi può ad emigrare. Secondo il card. Baltazar Porras Cardozo, amministratore apostolico di Caracas e arcivescovo di Mérida “negli ultimi anni circa 4 milioni di venezuelani sono emigrati all’estero per sfuggire alla fame. Di questi 1 milione solo nel 2018”. Alla povertà si aggiunge anche il rischio di violenza con l’esercito pronto a reprimere le manifestazioni dell’Opposizione dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò. Un muro contro muro che non promette nulla di buono.

Troppo per Alejandra che ha deciso di raggiungere, insieme alle figlie, suo marito Josep a Montevideo, in Uruguay, dove lavora come vigilantes in una banca. Caracas, Panama e da lì a Montevideo. Nelle valigie tutto il necessario per ripartire da capo. “Non si può restare più in Venezuela qui non c’è futuro” dice con le lacrime agli occhi. Lo sguardo è rivolto alle bambine. “È per loro che vado via. Che futuro potranno avere qui se tutto resta come è? Ho lottato molto per avere i documenti necessari ad espatriare. Non ci lasciano partire facilmente ma ora eccomi qui”. I più istruiti e preparati sono già andati via da un po’ lasciando il Paese privo di insegnanti, medici, ingegneri e lavoratori specializzati.

Alejandra stringe nelle mani le carte di imbarco. Sono il suo lasciapassare per una vita migliore, di certo più serena. E racconta la storia di tanti venezuelani come lei che “da anni, ogni giorno, hanno a che a fare con la mancanza di energia elettrica, di cibo, di acqua e di medicine”.

Caracas, in fila per prendere acqua

Nascere e morire in Venezuela è difficile.

“I bambini appena nati vengono accuditi in culle di cartone mentre i defunti deposti in bare ricavate da alberi di banano”

racconta al Sir padre José Daniel Dallos, parroco di Nostra Signora di Coromoto a Guaracarumbo, nella diocesi la Gueira. A poca distanza un uomo rovista nella spazzatura per trovare qualcosa da mangiare. Anche questo è il volto della povertà in Venezuela. Scelte politiche scellerate hanno messo in ginocchio un Paese ricco di petrolio, di risorse minerarie, di vegetazione. I dati lo confermano: oggi in Venezuela uno stipendio medio mensile si aggira sui 5 dollari, più o meno 18 mila bolívar. Praticamente 16 centesimi al giorno. Secondo Caritas Venezuela

“il 18% dei bambini sotto i cinque anni soffre di denutrizione acuta”.

Per nutrire una famiglia di 4 persone occorrono non meno di 120 dollari al mese”. La metà della paga se ne va per i mezzi pubblici necessari per recarsi a lavoro. Col restante si fa poco o nulla: un filone di pane costa all’incirca 2000 bolívar, un kg di riso 5000, un dentifricio circa 6000, più o meno come un sapone. Introvabili i rotoli di carta igienica. Comprare latte, carne e pesce, quando si trovano, è roba per pochi e ricchi.

Una volta al mese, “da diverso tempo anche ogni due”, le famiglie, ma solo quelle iscritte nelle liste del municipio, ricevono il “Clap” (Comité locale de abastecimiento y production) il pacco viveri governativo, che contiene 2 kg di riso, 1 kg di pasta proveniente dalla Turchia, 1 kg di zucchero, 1 kg di latte in polvere, 2 kg d lenticchie, 4 scatole di tonno, 1 di salsa di pomodoro e 250 gr. di maionese.

Nelle zone più periferiche delle città e in quelle interne reperire cibo e beni di prima necessità è difficile. Gli scaffali dei supermercati sono mezzi vuoti. La benzina, invece, per quanto razionata, viene praticamente regalata. Con un solo bolivar si riescono a fare più pieni. Serve solo tanta pazienza ai distributori controllati dal Governo. Le file sono lunghissime e per evitare problemi di ordine pubblico sono stati messi soldati e poliziotti a vigilare. Nel Venezuela di Maduro se la gran parte della popolazione riesce ancora ad andare avanti è solo grazie alle rimesse dei connazionali all’estero, circa 4 milioni, che ammonterebbero ad oltre 3,5 miliardi di dollari, la seconda voce nell’economia venezuelana dopo gli introiti petroliferi.

“Siamo un paese ricco fatto diventare povero” dice Alejandra che non vuole commentare la politica del Governo e dell’Opposizione. In fondo la scelta di emigrare è già a suo modo un atto di accusa contro un sistema corrotto.

In Uruguay l’aspettano il marito e una nuova vita. “La stessa che vorrei per il mio Paese, dove spero un giorno possa regnare il benessere, la democrazia, la pace e l’unità”.

L’imbarco è cominciato, resta il tempo di un ultimo sguardo e di un saluto ai familiari rimasti. Bisogna fare presto. Si deve preparare il gate per il prossimo volo. Fuori c’è ancora tanta gente che aspetta di uscire dal Venezuela, dove è buio anche di giorno.

 

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I 30 anni del Web. Fabris (Univ. Pisa): “Stiamo sempre in Rete, ma non dobbiamo perderci”

Agenzia SIR - Tue, 12/03/2019 - 16:27

“L’idea moderna dell’individuo solo, che decide se vuole mettersi in rapporto con gli altri, è sbagliata. Perché siamo sempre in rete. Ma in questa Rete possiamo anche perderci. Stare sempre in relazione può farci perdere di vista chi siamo e l’orientamento che è che è necessario per ciascuna nostra azione”. È la riflessione di Adriano Fabris, docente di filosofia morale all’Università di Pisa, nel giorno in cui si celebrano i 30 anni del web.

Il 12 marzo 1989 Tim Berners-Lee presenta una ricerca al Cern di Ginevra che rappresenta la base teorica del World wide web.
È stato un un percorso significativo, fatto di luci e ombre. Nel 1984, l’anno in cui Orwell aveva ambientato il suo romanzo, è stato lanciato uno spot pubblicitario della Apple per presentare il personal computer Macintosh che si concludeva così: “Il 1984 non sarà come ‘1984’”. E la rivoluzione c’è stata, si chiama internet. La possibilità di portersi collegare e mettersi in rete. Sperimentare che non si è mai individui soli, in ogni istante e in ogni luogo.

Il Web è un’innovazione tecnologica ancora molto giovane o la maturità è stata raggiunta?
Non so quale potrà essere il futuro, ma 30 anni sono pochi. Ci sono potenzialità che la Rete deve ancora dimostrare e che possono realizzarsi in una specifica direzione: le macchine che si collegano tra di loro, con un certo grado di autonomia. È l’Internet delle cose, la frontiera che stiamo sperimentando. È una Rete che ci bypassa. In autostrada, ad esempio, vengo multato in automatico dai tutor se supero la velocità consentita.

La tecnologia passa sopra le nostre teste.

Il futuro di internet è collegato all’essere umano nella misura in cui sapremo interagire con l’autonomia delle macchine. Se non ci faremo sfuggire di mano il controllo, internet avrà un futuro umano.

Apocalittico o integrato?
Sono prudenzialmente ottimista, a condizione che si faccia una vera educazione all’ambiente digitale. Viviamo non solo nell’ambiente naturale o in quello artificiale delle città, ma in un ambiente digitale creato dai flussi comunicativi. È la cosiddetta infosfera. Se lo capiamo e ci comportiamo di conseguenza, possiamo pensare di essere ottimisti riguardo al futuro. Ma dobbiamo capire il senso del mondo in cui viviamo.

Non esiste più un confine tra reale e virtuale?
Reale e virtuale tendono a confondersi. L’espressione “realtà virtuale” è un ossimoro, ma nessuno la percepisce come tale. Viviamo in ambienti online.

Abbiamo l’enorme opportunità di poter abitare altri ambienti oltre a quelli quotidiani: possiamo vivere in molteplici luoghi, spazi e tempi.

Ma non dobbiamo confonderli. È fondamentale comprendere che sono cose diverse.

La Chiesa ha davvero capito le potenzialità di internet?
A inizi degli anni Duemila, la Chiesa cattolica ha elaborato due documenti importanti su questi temi: “Etica in internet” e “La Chiesa e internet“. Circa 20 anni fa la Chiesa aveva già capito che si trattava di una tecnologia che doveva essere al servizio dell’umanità. È l’ottica giusta da assumere per interagire con internet. Oggi queste potenzialità sono utilizzate in maniera integrata dalla Chiesa italiana. Pensiamo, ad esempio, alla possibilità di mettere insieme diversi media. Ma ricordiamo sempre i confini:

il sacramento si prende nella realtà, non su internet.

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