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Fondazione antiusura di Bari. Mons. D’Urso: “In Puglia bruciati oltre 4 miliardi con i ‘giochi’ gestiti dallo Stato”

Agenzia SIR - Tue, 12/03/2019 - 14:57

Una Puglia “malata di azzardo”. È la denuncia di mons. Alberto D’Urso, presidente della Fondazione antiusura “San Nicola e Santi Medici” di Bari, che ieri sera nel capoluogo pugliese ha presentato il bilancio delle attività svolte. “Anche nel 2018 – scrive D’Urso nella relazione socio-pastorale – l’azzardo non ha mollato la presa facendo bruciare ai pugliesi poco più di 4 miliardi, soltanto sull’altare dei ‘giochi’ gestiti dallo Stato”. Su questo fronte, “il Legislatore regionale, così come quello nazionale, finora si è dimostrato poco incisivo e persuasivo nell’approntare una disciplina organica che riduca effettivamente il consumo”. Per la prevenzione dell’usura, i fondi statali, sebbene “insufficienti”, sono “serviti a dare un po’ di respiro” alla Fondazione. Mentre il Tavolo tecnico istituito dalla Regione per prevenire l’azzardo “ad oggi, a distanza di oltre due anni, non ha prodotto il benché minimo risultato”, lamenta D’Urso. Sul fronte delle attività, nel 2018 sono state ascoltate 450 tra persone e famiglie dalla Fondazione barese e dalle 11 diocesi convenzionate. Con alcune diocesi è stato promosso un percorso “per assicurare – scrive D’Urso – le anticipazioni per il rientro in bonis delle persone ‘a rischio casa’”. L’esperienza positiva “ha permesso la ripresa del normale pagamento delle rate”; la procedura, visti i risultati, sarà usata anche in futuro.

Nel 2018, grazie ai fondi statali sono state garantite 10 pratiche di mutui ipotecari, 6 in più del 2017, per 479mila euro; mentre sono stati garantiti 38 interventi – per oltre 126mila euro – grazie ai fondi della Fondazione che, inoltre, ha affiancato otto persone, dato “in controtendenza rispetto agli altri anni”, nella denuncia degli usurai.

“Il problema dell’usura persiste ed è reso ancora più crudo e difficile da affrontare per la diffusione del gioco d’azzardo, che sta creando un problema di sovraindebitamento nelle famiglie di dimensioni inimmaginabili”, ha commentato il vice presidente della Fondazione, Paolo Vitti. “Il nostro intervento nel 2018 è stato certamente più forte rispetto a quello dell’anno precedente; però dobbiamo fare i conti con una alimentazione dei fondi a nostra disposizione che, purtroppo, procede da parte dello Stato e delle amministrazioni locali in maniera sempre più rallentata”, aggiunge. Per quanto riguarda queste ultime, per esempio, “il Comune di Bari – prosegue – è socio fondatore della Fondazione San Nicola e Santi Medici ma ciò nonostante, ormai da tre anni, non eroga alcun contributo nei confronti della Fondazione. Teniamo presente che gestiamo non solo il fondo statale di prevenzione a norma dell’art 15 della legge antiusura, ma spesso con i fondi propri della Fondazione, che ci rivengono, ad esempio, dalle contribuzioni di enti, privati, 8 per mille, andiamo incontro alle esigenze essenziali della gente che si presenta in Fondazione perché ha difficoltà a pagare bollette delle utenze o il fitto di casa o ha tante piccole necessità”, per le quali “rispetto alle amministrazioni locali, svolgiamo una funzione surrogatoria”.

L’onda lunga della crisi non si è fermata, continua Vitti, “anzi, temiamo che il grosso di questa situazione debba ancora manifestarsi, nel senso che ormai le famiglie hanno raschiato il barile, hanno dato fondo ai risparmi e alle dotazioni di emergenza e adesso, proprio adesso”,

pur sperando che “i provvedenti nazionali possano avere impatto positivo”, la Fondazione “verifica il momento più pesante di manifestazione della crisi economica”, iniziata più di 10 anni fa.

“L’usura è una piaga sempre da condannare. Ancora oggi questa Fondazione è e rimarrà un segno visibile della nostra chiesa locale”, ha detto il vicario generale della diocesi di Bari-Bitonto, Domenico Ciavarella, intervenendo alla assemblea di ieri. Nel 25° anniversario della Fondazione, che “vogliamo accompagnare col sostegno e la preghiera”, Ciavarella ha ricordato il messaggio pasquale del 1994 “Strangolati dall’usura” dell’arcivescovo Mariano Magrassi, che promosse la costituzione della Fondazione. In quel messaggio, Magrassi evidenziava che “se l’usura si organizza, si può organizzare anche la solidarietà”. La Fondazione, ha concluso, continuerà ad “accompagnare ogni vittima di usura per dare dignità ad ogni uomo e donna”.

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Giovani. Don Matteo (teologo): “Li costringiamo a vivere in una panchina infinita”

Agenzia SIR - Tue, 12/03/2019 - 08:21

“La condizione giovanile è una specie di Quaresima”. Don Armando Matteo parte da questa provocazione per analizzare il rapporto tra i giovani e il tempo liturgico che stiamo vivendo, metafora di una società che non sa fare “un passo indietro” per renderli protagonisti, ma al contrario tende ad occupare i loro spazi, costringendoli a vivere “in una panchina infinita”. L’antidoto: “Lì dove gli adulti fanno gli adulti, e i vecchi fanno i vecchi, i giovani possono fare i giovani”.

Occuparsi di tutti i giovani, nessuno escluso. Come raccogliere questo invito – lanciato sotto forma di impegno durante il Sinodo – in Quaresima?
Penso sia opportuno partire dalla considerazione che abbiamo dei giovani.

La condizione giovanile, in un certo senso, è una specie di Quaresima.

Oggi, infatti, i giovani si confrontano con una società che li fa sentire superflui: loro sono una vera risorsa, hanno tanta energia, un capitale di innovazione straordinario, e invece

li si costringe a vivere in una panchina infinita, in una sorta di stagione quaresimale, per colpe che non sono loro.

I giovani si chiedono, e ci chiedono, come sia possibile non aver occhi per la loro energia, per la loro voglia di fare e di essere. Bisogna essere più sensibili al grido dei giovani, come ci esorta a fare il Papa: i giovani sono la risposta, la risorsa, mai il problema. La comunità ecclesiale, in particolare, deve andare un po’ più in profondità nell’analisi della condizione giovanile, per aiutare così anche la società a rendersi conto che sono il suo vero capitale, e spronarla a compiere scelte economiche, sociali e politiche conseguenti.

L’ascolto e il dialogo intergenerazionale: è da lì che dobbiamo ripartire per il nostro pellegrinaggio dalla Quaresima alla Pasqua?
Il dialogo intergenerazionale, tema su cui il Papa insiste molto, a mio avviso può riassumersi in una maniera molto semplice:

lì dove gli adulti fanno gli adulti, e i vecchi fanno i vecchi, i giovani possono fare i giovani.

Noi adulti, noi vecchi, non vogliamo fare gli adulti: siamo molto innamorati della forma di vita giovane, e non ci rendiamo conto che in questo modo occupiamo spazi. C’è un proverbio giapponese che dice: “In tempo di guerra i giovani uccidono i vecchi, in tempo di pace i vecchi uccidono i giovani”. I giovani, in altre parole, sono affidati alla buona volontà, alla magnanimità delle generazioni che ci precedono. Senza contare lo scompenso generazionale pazzesco da cui sono affetti soprattutto i Paesi occidentali, dove i giovani sono un settimo della società.

Non si possono capire i giovani senza fare un passo indietro, da parte del mondo adulto, che passa dalla messa in discussione di certi privilegi, tipici degli anni Ottanta e Novanta, che oggi non si possono più replicare.

La Quaresima può essere un modo per ragionare anche su questo: serve un patto credibile di noi adulti a favore delle nuove generazioni, come chiede il Papa nel libro “Dio è giovane”.

La Quaresima è anzitutto un invito alla conversione, come ci ha ricordato Francesco nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri. Per i giovani è un appello all’inversione di rotta, rispetto alle autostrade digitali in cui ormai viaggiano?
C’è da riconoscere che, spesso,

tra i giovani il digitale diventa una specie di anestesia:

un’immersione profonda in un luogo dove poter ascoltare altre voci, un rifugio rispetto ad una società che non ha occhi per loro.

Il digitale, insomma, non solo come luogo paradisiaco, in cui potersi esprimere con creatività grazie alle innovazioni continue che mette a disposizione, ma anche come anestetico rispetto a un contesto sociale in cui ci si trova a vivere con disagio.

È l’ambivalenza tipica del digitale, che per l’universo giovanile rappresenta una occasione di fare “comunità”, rispetto al mondo “off line” in cui non c’è tanto spazio. Nel mondo digitale, i giovani trovano un rifugio in un contesto non troppo assediato dal mondo adulto: come accade con la musica, che è uno dei pochi spazi di libertà che hanno a disposizione. Ascoltando la loro musica i giovani hanno l’opportunità di esprimere la propria rabbia, per il “gap” tra la forza che loro rappresentano e gli ostacoli loro posti dalla società, ma nello stesso tempo di staccare un po’ la spina rispetto a mondi “off line” adultocentrici e inospitali fino alla nausea. La comunità ecclesiale, che nel suo “dna” ha l’impegno a farsi gli affari di tutti, non può non tener conto del fatto che c’è una diffidenza dei giovani verso il mondo degli adulti. Internet non va demonizzato, ma se i giovani ci stanno tanto non è colpa loro.

Cosa fare, in concreto?

Spetta alla capacità della comunità ecclesiale capire quanto quella del web per i giovani sia una scelta voluta, cercata perché desiderata, o invece una scelta anche un po’ imposta dalle circostanze della “vita reale”. L’obiettivo da raggiungere è un’accettazione serena, da parte degli adulti, del fatto che i giovani hanno una capacità di energia straordinaria, innovativa, unica, e che se non la mettiamo in moto subito è una perdita assoluta per l’intera società. Non credo sia esagerato dire che stiamo mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie. Stiamo tagliando l’albero dove i giovani dovrebbero stare seduti. Il Sinodo sui giovani, e l’esortazione apostolica che firmerà il Papa a Loreto, sono un’occasione importante per riportare all’attenzione del mondo adulto tutto questo.

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Madeleina, la Supergirl inglese che tifa per l’Europa. “Brexit è un grave errore”

Agenzia SIR - Tue, 12/03/2019 - 08:10

Manca un soffio al fatidico 29 marzo, giorno in cui il Regno Unito dovrebbe lasciare l’Ue: condizionale d’obbligo perché ancora manca il placet di Westminster all’accordo. Oggi il voto a Londra dove che Theresa May avrà presentato il nuovo pacchetto reso noto ieri sera che dovrebbe chiarire la questione del backstop irlandese. Ironia della sorte, proprio il 29 marzo compirà 25 anni Madeleina Kay che ha fatto dell’Ue la sua ragione di vita. Viaggia, canta, scrive, si traveste da Supergirl per dare il suo contributo e fermare il Brexit. Vive a Scheffield, con il padre e un cane, Alba White Wolf. È una sorta di John Baez dell’Europa. Il suo attivismo ha avuto una spinta con il premio del Parlamento europeo “giovane europea del 2018”. E infatti – racconta al Sir nelle ore in cui a Londra si assumono decisioni delicatissime sul Brexit – dopo la fatidica data si dedicherà a fare campagna per #stavoltavoto.eu

Che cosa vorresti come regalo per il tuo compleanno?
L’unica cosa che voglio è un’estensione del termine del Brexit così che le persone possano tornare a votare.

Quale atmosfera si respira nel Regno Unito in questi giorni?
Nessuno sa che cosa sta succedendo. È tutto un caos e i politici continuano  a litigare l’uno contro l’altro.

Tu stai continuando a fare la tua campagna contro il Brexit?
Certo! Sono stata in Galles l’altra sera, ho appena registrato una canzone e fatto un video; non è solo anti-Brexit ma anche per le elezioni del Parlamento europeo. Si intitola “I won’t go down without a fight” ed è una canzone di difesa dell’Europa. Perché poi mi impegnerò per la campagna elettorale per fare in modo che i giovani vadano a votare a maggio. Ho anche scritto “Don’t hold back” che è come un ultimo grido: ci restano meno tre settimane per fare tutto quello che possiamo per fermare Brexit.

Ma servirà a qualcosa il tuo impegno? Non dipende tutto da Westminster?
I politici non sanno che cosa vogliono. Sanno che devono fare un Brexit ma ancora non sanno di che genere. Per questo cerchiamo di fare pressione sui parlamentari laburisti e sui Tory che vogliono il “remain” in modo che sostengano il ritorno alle urne.

Purtroppo i giovani stanno pagando per la loro assenza al referendum del 2016…
Sì, è triste perché il 75% della fascia 18-25 anni, cioè i miei coetanei, hanno votato per rimanere. Ma in troppi non sono andati a votare. Poi però alle elezioni del 2017 hanno votato Geremy Corbin pensando ci avrebbe salvato dal Brexit….

Come farai a fare campagna elettorale per le europee, se, nel caso in cui il Brexit passi, il Regno Unito non voterà nemmeno?
Il mio progetto è di andare a fare campagna in giro per l’Europa. Ho chiesto un sostegno economico all’Ue per un tour nei 27 Paesi dell’Ue e collaborare alla campagna #stavoltavoto. Io potrò dire, come britannica, a prescindere da quello che succederà, quanto sia importante che si vada a votare, per non consegnare l’Europa ai populisti e rischiare di avere l’incubo Brexit in altri Paesi europei.

I giovani cosa pensano dell’Europa secondo te?
Prima del Brexit io non sapevo nemmeno che esistesse un Parlamento europeo. C’è un grande deficit di conoscenza, c’è bisogno di istruire le persone, a partire dalle scuole, in modo che i giovani sappiano che cosa è e che cosa fa l’Ue e quindi poi vadano a votare. Abbiamo bisogno dei mezzi di informazione: qui nel Regno Unito non senti mai parlare di elezioni europee, quindi la gente non sa che deve andare a votare. A me sembra che oggi la politica sia portata avanti in modo troppo “intellettuale”, specialistica, corporativa, tecnica, e così non raggiunge le persone. Bisogna renderla accessibile, coinvolgente e anche divertente. Se vuoi sensibilizzare devi usare humor, cose accattivanti perché se le cose piacciono diventano virali. C’è bisogno di un coinvolgimento sul piano umano, di storie che abbiano un’attinenza con le persone. E poi c’è totale mancanza di narrativa positiva sull’Ue, anche nella campagna per il “remain”: parlano sempre del Regno Unito e non dell’Europa, usano la Union Jack e non la bandiera dell’Ue, nessuno spiega come abbia migliorato il nostro modo di vivere. Non hanno mai fatto raccontare a nessuno la propria esperienza positiva di Europa. A me questo sembra ridicolo.

Sei stata giovane europea 2018: che cosa ti ha dato questa esperienza?
Sono stata invitata in giro per l’Europa per via del premio. Invece qui, nel mio Paese, nessuna eco, perché non diamo nessun valore all’identità europea.

Che cosa è l’identità europea?
Europa è “essere più grandi” della propria identità nazionale o regionale. È questione di guardare agli altri per condividere la diversità, celebrare le nostre differenze e la nostra capacità di lavorare insieme per superare i temi conflittuali. Questo è il modo in cui l’Ue ha contribuito alla nostra pace e prosperità. Il mio cuore è europeo, ma sono anche britannica; le due cose non si escludono.

Da dove arriva il tuo amore per l’Europa?
Arriva proprio dal Brexit. Succede sempre così: sai veramente che cosa hai quando lo perdi. Non ero coinvolta nella campagna elettorale del referendum, ho scritto solo una canzone nemmeno troppo bella un paio di giorni prima del voto. Dopo il referendum ho iniziato a leggere e a cercare di conoscere l’Ue e più scoprivo quanto ha fatto a beneficio del Regno Unito più mi rendevo conto di quale grande errore fosse il Brexit. E quindi ho cercato di comunicarlo agli altri giovani.

Se si arrivasse a un secondo referendum nel Regno Unito, come potrebbe finire secondo te?
Ci sarebbe la vittoria per il remain, ma di stretta misura. Molti ora vedono che cosa è Brexit, quanto è complicato, c’è più informazione sul danno che causerà e che non sapevamo nel primo voto. Ma non penso sia stato fatto abbastanza per cambiare la percezione dell’Ue, il che potrebbe dare un ampio margine di vittoria. E penso che se anche il Brexit si fermerà, ci sarà molto da fare per cambiare questa percezione dell’Unione tra i cittadini europei.

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European elections. Justice and Peace report: “Adjust Europe to the common good” ·

Agenzia SIR - Mon, 11/03/2019 - 16:40

 

A comprehensive European regional policy to combat territorial disparities within Europe; care for the natural environment and eliminate the unacceptable high levels of food waste; curb arms export to      areas            of        war     and     armed conflict           and respect for human rights enforced with a   legally            binding           instruments at international level for multinational companies. These are the four “priority areas” that the next European Parliament is called to take into account. The priorities were identified by Justice and Peace Europe (a network representing national Commissions), in a document titled “Adjust Europe to the common good” released with a view to the elections for the renewal of the European Parliament that will take place next May 23-26.

Regional disparities and migration within the EU is the first issue highlighted by J&P Europe. In 2017 average hourly labour costs in the EU ranged from 4,90€ in Bulgaria to 42,50€ in Denmark. Regional disparities are to a certain extent unavoidable in the single market but the current differential is of such an order of importance that many Europeans decide to leave their region or country of origin and migrate to places with better jobs and opportunities.

For example, over the past 25 years, Bulgaria lost 10% of its population and often those who leave are the most qualified and belong to the younger generation.

According to the Report we are facing a veritable “exodus from rural and underdeveloped areas.” The depopulation of vast parts of the European Union and the impoverishment of those who stay behind – states Justice and Peace – are negative side effects of the Single market, which must not be tolerated.” The next European Parliament – reads the Report – should declare this a matter of priority because the high level of distrust in European institutions, including the European Parliament, results at least partly from their perceived or real inefficiency in the face of growing social and territorial disparities within the EU.

Food waste –  a model of production and consumption that urgently needs correction. This is the second point highlighted in the Justice and Peace Report. “The enormous food waste in developed countries is a scandalous illustration of the negative side effects of the prevailing modes of production and consumption” that the next European Parliament will need to take it into account.

In the EU the amount of food waste is estimated at 88 million tons per year, which is more than one fifth of the production.

 

At such levels drastic changes must take place in the food production system, including consumer behaviour. Justice and Peace calls upon the European Parliament to ask for “the introduction of an obligatory food waste reduction target at the EU level along with a   unified            and agreed    methodology to measure food waste.”

Promoting peace in the world and curbing irregular EU arms export. In the last years weapons produced in the European single market have been used in many wars and armed conflicts.

The EU is the second largest exporter of weapons in the world.

The figures are contained in the J&P Europe Report. In 2017 the EU 28 countries had a share of 24% of total weapon exports after the USA (57%) and before Russia (9.5%) according to the Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI). Whilst the overall exports of weapons from the EU increased by 10% in the period 2013-2017 as compared to 2008-2012, the exports to the Middle East increased by as much as 103% during this period. “It is sad to acknowledge – writes Justice and Peace – that European weapons factories have been among the most important weapon providers to the region.” The Report enlists the Codes of Conduct and sanction mechanisms regulating arms export. However, these rules have been “frequently violated.” Justice and Peace thus asks the members of the next European Parliament to actively promote adequate measures along with an effective system of sanctions in case member States violate the rules.

Respect for human rights. A number of multinationals – larger ones in particular- operate in world countries in ways that may constitute human rights violations. It’s the last denunciation highlighted in the Report. Justice and Peace Europe calls upon the next European Parliament to continue to promote an active and constructive engagement of the European Union with the open-ended Intergovernmental Working Group on transnational corporations and other business enterprises with respect to human rights.

 

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Elezioni europee. Dossier Giustizia e Pace, “Adeguare l’Europa al bene comune”

Agenzia SIR - Mon, 11/03/2019 - 12:22

Una politica regionale dell’Ue per combattere le ineguaglianze territoriali dell’Europa; cura dell’ambiente e lotta agli inaccettabili livelli degli sprechi alimentari; stop alle esportazioni di armi nelle aree di guerra e conflitto armato e rispetto dei diritti umani con strumenti giuridici vincolanti a livello internazionale per le multinazionali. Sono le 4 “priorità” di intervento su cui il futuro Parlamento europeo è chiamato a lavorare. A indicarle è “Giustizia e Pace Europa” (organismo che riunisce a Bruxelles le diverse Commissioni nazionali), in un documento dal titolo “Adeguare l’Europa al bene comune” che è stato pubblicato in vista delle elezioni europee che si terranno dal 23 al 26 maggio.

Il primo punto evidenziato da J&P Europa sono le disparità regionali e la conseguente migrazione all’interno dell’Ue. Nel 2017 il costo medio del lavoro all’ora nell’Ue variava da 4,90 euro in Bulgaria a 42,50 euro in Danimarca. Le disparità regionali sono in una certa misura inevitabili nel mercato unico, ma i livelli di differenziali sono tali che hanno spinto molti europei a lasciare la loro regione o Paese di origine per migrare verso luoghi con offerte di occupazioni e opportunità migliori.

Negli ultimi 25 anni, per esempio, la Bulgaria ha perso il 10% della sua popolazione e ad andarsene è spesso la fascia di popolazione più giovane e più qualificata.

Si tratta di un vero e proprio “esodo dalle aree rurali e sottosviluppate”. Lo spopolamento di intere parti dell’Unione europea e l’impoverimento di chi viene lasciato ai margini – scrive Giustizia e Pace – sono gli aspetti negativi del mercato unico che non possono essere più tollerati”. Ciò – si legge nel dossier – dovrebbe figurare tra le priorità del nuovo Parlamento europeo anche perché gran parte della sfiducia che i cittadini europei nutrono per le istituzioni europee, compreso il Parlamento, derivano proprio dalla inefficacia con cui si agisce per far fronte alle disparità sociali e regionali all’interno dell’Ue.

Rifiuti alimentari e modelli di produzione e consumo da correggere. È il secondo punto delineato nel Dossier di Giustizia e Pace. “L’enorme quantità di rifiuti alimentari nei Paesi sviluppati – si legge – è la dimostrazione scandalosa degli effetti negativi che stanno avendo i prevalenti modelli di produzione e consumo” e il futuro Parlamento europeo dovrà prenderne atto.

Nell’Ue la quantità di rifiuti alimentari è stimata in 88 milioni di tonnellate all’anno, ovvero oltre un quinto della produzione.

Simili livelli richiedono un cambiamento sia nel sistema di produzione alimentare sia nel comportamento del consumo. Al Parlamento europeo Giustizia e Pace chiede di introdurre “un obiettivo obbligatorio di riduzione dei rifiuti alimentari a livello Ue e una metodologia unificata per misurare gli sprechi alimentari”.

Promuovere la pace nel mondo e frenare le esportazioni irregolari di armi dell’Ue. Negli ultimi anni le armi prodotte nel mercato unico europeo sono state utilizzate in molte guerre e conflitti armati.

L’Ue è il secondo maggiore esportatore di armi al mondo.

È la denuncia contenuta nel dossier J&P Europa. Nel 2017 i 28 Paesi dell’Ue facevano registrare una percentuale del 24% delle esportazioni totali di armi dopo gli Stati Uniti (57%) e prima della Russia (9,5%) secondo l’Istituto internazionale di ricerca di pace di Stoccolma (Sipri). Mentre le esportazioni complessive di armi dall’Ue sono aumentate del 10% nel periodo 2013-2017 rispetto al 2008-2012, le esportazioni verso il Medio Oriente sono aumentate addirittura del 103% durante lo stesso periodo. “È triste riconoscere – scrive Giustizia e Pace – che le fabbriche di armi europee sono state tra i più importanti fornitori di armi per la regione”. Nel Dossier vengono elencati i codici di condotta e i meccanismi di sanzione che regolano l’esportazione delle armi. Regole che però nella pratica sono state “frequentemente violate”. Giustizia e Pace chiede pertanto ai membri del prossimo Parlamento europeo di promuovere misure adeguate di intervento e un sistema efficace di sanzioni nel caso in cui gli Stati membro violino le regole.

Rispetto dei diritti umani. Alcune società europee – e in particolare quelle molto grandi – operano in tutto il mondo con modi e pratiche che possono costituire violazioni dei diritti umani. È l’ultima denuncia contenuta nel dossier. Giustizia e Pace Europa chiede al prossimo Parlamento europeo di continuare a promuovere un impegno attivo dell’Unione europea con le Nazioni Unite per l’elaborazione di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per regolare le attività delle multinazionali in vista del rispetto dei diritti umani.

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Gioco d’azzardo: And, “per fare prevenzione con i giovani bisogna partire dalla famiglia”

Agenzia SIR - Mon, 11/03/2019 - 09:33

“Azzardo bastardo”, “Se vivi per il gioco, hai perso la scommessa”, “Quando il gioco non è più un gioco”. Sono gli slogan dei video degli studenti delle scuole della provincia di Varese che hanno vinto la sesta edizione del concorso

“Non chiamatelo gioco”,

promosso dall’Associazione And-Azzardo e Nuove Dipendenze, in collaborazione con i Comuni aderenti al Coordinamento contro l’overdose da gioco d’azzardo (ente capofila Samarate; responsabile scientifico And). In questo mese di marzo si svolgono le premiazioni dei ragazzi. And-Azzardo e Nuove Dipendenze è un’associazione di promozione sociale nata a Gallarate nel 2003, ma attiva in tutto il territorio nazionale, in particolare con azioni di formazione, ricerca e studio del fenomeno, oltre che di presa in carico clinica e legale delle famiglie, e di studio di strumenti preventivi evidence based.

Concorso per le scuole. Ogni anno le scuole del territorio della provincia di Varese sono state invitate a partecipare al contest con elaborati grafici, slogan e video originali, mettendo a fuoco un tema preciso: dal riflettere sul fatto che “il gioco d’azzardo non è un gioco” al ragionare sui “rischi del gioco d’azzardo”, quindi sui “danni da gioco d’azzardo passivo”, sino ad arrivare a trattare temi di riflessione più specifici quali ad esempio “gioco d’azzardo e menzogna” oppure “il gioco d’azzardo è ovunque”. Tutto ciò con l’obiettivo di promuovere “maggiore consapevolezza su questa attività rischiosa che spesso viene proposta invece come ludica e senza controindicazioni particolari”. Gli insegnanti hanno supportato i ragazzi nella formulazione dei prodotti da proporre, cogliendo l’occasione per affrontare con loro il tema del gioco d’azzardo e delle sue conseguenze.

In sei edizioni sono state coinvolte oltre 3000 persone, tra studenti, docenti, genitori e amministratori.

Ragazzi a rischio. Da alcuni studi, condotti dall’associazione negli ultimi mesi in collaborazione con il Chuv di Losanna su un ampio campione di studenti delle scuole superiori della provincia di Varese (più di 2500 giovani), nella fascia di età 14-19 anni “metà dei giovani consultati giocano o hanno giocato a dei giochi d’azzardo”. Anche “i minorenni risultano già molto implicati nel gioco d’azzardo (a dispetto del fatto che per loro sarebbe illegale farlo) e cominciano a giocare presto”: “Ha giocato d’azzardo per la prima volta prima dei 18 anni (cioè da minorenni) l’89,8% del campione (il 44,8% lo ha già fatto almeno una volta prima dei 14 anni e il 44,9% lo ha fatto tra i 15 e i 17 anni), spesso con coetanei minorenni (38%)”. Ma “circa il 54% di loro lo ha fatto con familiari adulti (ben il 30% con i genitori, i restanti con nonni, zii o altri parenti maggiorenni)”. Il 40% usa per giocare i soldi dati dai genitori, il 20% soldi destinati ad altro (pranzo, uscite, ricariche…), il 10% li prende in casa senza chiederli. I giochi più praticati sono decisamente quelli dell’offerta “fisica” in bar e tabaccheria e sono in molti a giocare in questi luoghi, anche sotto i 16 anni: i giochi d’azzardo più gettonati sono Gratta e vinci e Scommesse sportive (30% ciascuno). Agli apparecchi giocano il 10% dei ragazzi. Le scommesse sportive online (il gioco più praticato on-line) rappresenta solo il 10% delle preferenze (1/3 dell’offerta off-line). Il tasso di gioco problematico è alto soprattutto tra i minorenni. Manifestano gioco problematico il 9,2% del campione e sono a rischio il 17,5%.

Coinvolgere le famiglie. “L’obiettivo delle premiazioni di quest’anno è anche quello di avvicinare le famiglie coinvolgendole attivamente nella riflessione su questa tematica, perché sono proprio loro il vero motore di qualsiasi azione finalizzata alla promozione di stili di vita sani – afferma la psicologa e psicoterapeuta Daniela Capitanucci, socio fondatore di And -. La nostra ricerca ha mostrato che

gli adolescenti cominciano a giocare d’azzardo in famiglia, ancor prima che con i loro coetanei”.

Come interrompere la catena? “Incidendo sui modelli adulti – prosegue – Capitanucci -: un adulto, che gioca d’azzardo davanti a un giovane, o con un giovane, o che è tollerante verso la diffusione dell’azzardo dovunque, fornisce un modello che invita il minorenne a giocare a sua volta un domani che ne avrà l’occasione. L’azzardo passerà come un comportamento normale e accettabile, persino come un ‘valore’ culturale sostitutivo di impegno, risparmio, competenze…”.

“Azzardo ti vinco”. La prevenzione, secondo la psicologa, “oltre che con i giovani, che dalla qualità degli elaborati raccolti nel concorso mostrano di avere le idee piuttosto chiare sull’azzardo, andrebbe fatta con i loro familiari, i quali forse sottovalutano i rischi di questo comportamento che ormai ha paradossalmente raggiunto una dimensione di accettabile normalità. Parrebbe, infatti, che sono i nonni i primi ad acquistare il Gratta e vinci, per grattarlo con un nipote; i genitori, che non si pongono problemi nel fare un tiro alla slot del bar alla presenza di un figlio; oppure i padri, che guardando una partita di calcio ci scommettono sopra denaro, stabilendo una sorta di complicità con i loro figli…”. Ecco allora che “durante la premiazione è stato dato ampio merito agli straordinari lavori preparati dai giovanissimi ragazzi delle scuole medie, ma si è scelto di parlare anche ai loro genitori, per coinvolgerli e responsabilizzarli in modo che siano essi stessi il modello della prevenzione per i loro figli – afferma Capitanucci -: i ragazzi osservano i comportamenti degli adulti e poi li replicano; pertanto, puntiamo a promuovere una nuova consapevolezza negli adulti al fine di sostenere le famiglie nel loro ruolo educativo gambling-free”. “È questa la nostra sfida futura, per un solo risultato:

#azzardotivinco”,

conclude la socia fondatrice di And.

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Il cardine della fede

Evangelici.net - Mon, 11/03/2019 - 09:30
«Per me la Bibbia significa colonna vertebrale degli studi della mia vita, l’amore della cultura occidentale. Ho una forte fede e mia mamma me l’ha trasmessa. Nei momenti meno facili c’è un cardine a cui aggrapparci, nei momenti di dolore per me c’è sempre stata lei, la fede». Così si è espresso il regista Giulio Base, ospite a "Vieni...
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Un Esecutivo a due voci sulla Tav scoraggia i nuovi investimenti

Agenzia SIR - Mon, 11/03/2019 - 08:31

Decidendo di non decidere sulla Tav, cercando quella fase di sospensione che porta a non avviare subito i bandi per i nuovi lotti ma a lasciare aperta la porta alla raccolta delle candidature dei costruttori, l’Esecutivo ha seguito solo le esigenze della politica. Non è una rottura con la “nemica” Francia e con la finanziatrice Ue, perché con loro si dichiara di voler trattare sui costi e come proseguire il progetto. Non è il blocco totale, non è lo stop ai lavori. È l’ennesimo faticoso accordo fra due forze politiche e resta da capire, per una vicenda così lunga, perché la coalizione non abbia affrontato per tempo “la ridiscussione integrale dell’opera” preannunciata nel maggio scorso. La novità è soprattutto politica e farà sentire i suoi effetti sull’economia.

In questa fase – ed è la novità del caso Tav – i due partiti al Governo stanno esplicitando le loro posizioni e “giocano contro” più di quanto abbiano fatto finora. Resta la convenienza reciproca a farsi trovare in piedi all’appuntamento elettorale europeo del 26 maggio. Non è il massimo per chi deve impostare investimenti in Italia e cerca un interlocutore unico e credibile. O per chi deve definire schieramenti di politica estera.

Le posizioni sono diverse, spesso distanti, e non vengono più nascoste.

Se il Movimento 5Stelle gioca la carta identitaria dell’appoggio ai comitati della Val di Susa e, in generale, ai No Tav, la Lega si chiama fuori e fa capire al mondo dell’economia che il partito lavora “per sbloccare, non per bloccare”. Implicitamente dice anche che su sviluppo e crescita le posizioni sono più lontane da quanto sottoscritto nel Contratto di programma, quella cinquantina di pagine che fissava gli obiettivi di massima.

Predisporre leggi, approvarle e farle diventare virtuosamente operative è un altro paio di maniche. Far ripartire i numeri dell’economia è ancora più complesso soprattutto quando il vento è forte e contrario. Il Contratto di programma c’è ancora ma ognuno preferisce citare le pagine più convenienti.

Il contrasto sulla Tav ha eliminato alcune ambiguità e lo stesso premier Giuseppe Conte ha faticato a ritagliarsi un ruolo di mediazione. La sua posizione sul progetto di Alta Velocità è critica (mentre invece gran parte del mondo economico e sindacale è favorevole) e da tale convinzione dialogherà con i partner europei. Per un Governo la tenuta o la crescita occupazionale diventa più difficile senza nuovi via libera alle infrastrutture e il sindacato di categoria Filca-Cisl (favorevole alla Tav) misura in 350mila i posti recuperabili con il via libera a 600 cantieri grandi e piccoli.

Il sindacato, come la Confindustria e le associazioni di categoria, intende accentuare il pressing per ottenere decisioni rapide.

La saldatura fra i protagonisti del mondo del lavoro non è una buona notizia per un Governo vincolato alle promesse estreme della campagna elettorale. In economia gli umori e le aspettative di imprese e consumatori rispondono alla credibilità degli interlocutori, contesti inattendibili frenano le iniziative. Tutto diventa più complesso quando la partita si gioca con imprese e partner internazionali.
Accenni di “indecisionismo” si erano visti a Taranto, nella faticosa maturazione di una scelta: non è stata cancellata l’Ilva ed è stata accolta la vendita al gruppo franco-indiano ArcelorMittal, con il mantenimento di gran parte dell’occupazione e con un piano di minor impatto ambientale. Ne è nato un mal di pancia in casa 5Stelle (vittorioso in zona con il 50% dei voti nelle politiche) e un altro si è aggiunto con la prosecuzione dei lavori del Gasdotto Tap (Trans-Adriatic Pipeline) fortemente osteggiato dal Movimento in Puglia.
Sulla Tav il rischio di distacco da parte dell’elettorato storico è ancora maggiore e pur di evitarlo il Movimento 5Stelle ha accentuato le distanze dal mondo dell’economia.

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Spiritherapy: l’arte di amare e la conoscenza di sé

Agenzia SIR - Mon, 11/03/2019 - 08:18

La società del benessere è di fatto diventata la società del male-essere: un mondo in cui si punta al denaro, al piacere, al successo, ad apparire per affermarsi sugli altri ma poi si sprofonda sempre più silenziosamente e vertiginosamente nel malessere dell’anima.

Un senso di inquietudine, ansia, solitudine, vuoto, angoscia che diventano una morsa sempre più schiacciante, fino a diventare insopportabile. E allora bisogna trovare qualche modo per anestetizzare questa sofferenza nel cuore… che siano le droghe, che sia l’alcool, le benzodiazepine, che siano i social, i “like” raggiunti, gli applausi, il sesso “usa e getta”, il gioco d’azzardo, la tv, la PlayStation, l’alimentazione disordinata… qualunque cosa pur di non “sentire”, pur di stordirsi.

Ciò che conta è trovare delle vie per cercare di anestetizzare quell’inquietudine dello spirito che ha le sue esigenze inascoltate e sempre scalpita, per attenuare in qualunque modo il dolore di quelle ferite del cuore che il più delle volte pur non avendo nome continuano a sanguinare.

Il malessere dello spirito! Le ferite del cuore!

Continuiamo a “nutrirci” di consumismo, edonismo, relativismo, narcisismo, individualismo, che ci portano a tentare di rispondere in tutti i modi al nostro bisogno di piacere, di apparire, di affermarci e in nome del ciò che ci va, di ciò che ci piace, abdichiamo a ciò che è bene, a ciò che è giusto.
Per soddisfare i bisogni materiali dimentichiamo le nostre aspirazioni più profonde, ciò che ci caratterizza rispetto a tutte le altre creature: lo spirito.
Quante volte ci mettiamo in profondo ascolto dei bisogni più profondi del nostro spirito? Bisogno di relazioni vere, di verità, di pace, di gioia piena, di dare un senso profondo alla nostra esistenza… bisogno di amore!
Sono profondamente convinta che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio che è Amore e che

il bisogno fondamentale del nostro cuore è amare ed essere amati.

Fin quando, troppo presi a soddisfare gli altri bisogni, non riusciremo a rispondere in pienezza a quel profondissimo bisogno di amore per cui siamo stati creati, non c’è nessuna realizzazione, pienezza, felicità.
Intense emozioni, divertimento, “sballo”, fugace ebrezza e poi… di nuovo ansia, solitudine, insoddisfazione, vuoto, malessere!

Senza amore non c’è colore, non c’è sapore, non c’è felicità, perché l’amore è il respiro del nostro spirito, ciò che ci fa vivere, essere, esistere.
Numerosi studi hanno dimostrato che i danni riportati da bambini cresciuti nei primi anni di vita senza il primo basilare nutrimento di cui abbiamo bisogno, l’amore, sono più gravi della denutrizione, sia nel fisico che nella psiche.
Per essere felici abbiamo bisogno di donare e ricevere amore, ma diamo per scontato di sapere amare e non ci rendiamo conto delle tante trappole, ferite, che di giorno in giorno ci portano a chiudere il cuore.

Una delle prime cose che impariamo da piccoli è che se ci feriamo nel fisico dobbiamo subito disinfettare, curare quella ferita altrimenti si può infettare e potrebbe avere conseguenze dolorose per tutto il corpo.

Eppure nessuno ci dice come fare a riconoscere e curare subito anche le ferite del cuore, le cui conseguenze possono essere ben più gravi e dolorose di quelle del fisico.

Diamo per scontato che prima o poi guariranno da sole. Speriamo che con il tempo tutto passi da sé. Difficilmente abbiamo consapevolezza di quanto le ferite che non abbiamo voluto guardare, “medicare con cura”, possono “fare ammalare” il nostro cuore, condizionare la nostra vita molto negativamente, fino a poterci rendere disabili, paralitici, handicappati, se non del tutto incapaci, nel donare e ricevere amore.

Troppo spesso ci rassegniamo a sopravvivere quando potremmo vivere in pienezza ogni istante che la vita ci regala, anche quelli più dolorosi.

In questi anni ho vissuto giorno e notte accanto ai tantissimi giovani che, con la disperazione e la morte nell’anima, hanno bussato alle porte del mio cuore e delle comunità di accoglienza Nuovi Orizzonti in cerca di aiuto. Ho messo tutto il mio impegno nell’individuare le tante trappole che in maniera subdola continuano a generare malessere interiore nella nostra vita e ci sono di impedimento nell’assaporare quella pienezza di gioia, di pace, di libertà, che sono il frutto più bello dell’Amore vero. Ho cercato di comprendere come tante ferite arrivano a condizionarci e come fare per “curarle”. Soprattutto ho cercato di mettermi a scuola di Colui che è l’Amore per imparare l’arte d’amare, l’unica arte davvero fondamentale per poter vivere ogni attimo della nostra vita in pienezza.

Se è vero, come noi cristiani crediamo, che il Signore della creazione è venuto ad abitare in mezzo a noi e ha detto “io sono la Via la Verità la Vita” (Gv 14, 6), chi meglio di Colui che ha creato il nostro cuore può mostrarci la via per guarirlo e per rispondere in pienezza a quelli che sono i bisogni più profondi del nostro spirito?
Cristo ci ha rivelato un segreto perché la sua Gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15, 9-12).

Se vogliamo sperimentare la gioia piena a cui tanto profondamente il nostro cuore aspira, non è sufficiente che amiamo, abbiamo bisogno di imparare ad amare da Colui che è venuto a insegnarci cosa è l’amore per cui siamo stati creati: “Amatevi come io ho amato voi”.
Ho iniziato così a proporre un percorso di conoscenza di sé e guarigione del cuore su l’arte di amare a migliaia di persone che mi hanno consegnato le loro lacrime, la loro sofferenza, le ferite profondissime del loro cuore. È un percorso che pur trovando le sue principali fondamenta nel Vangelo è rivolto a tutti. La maggior parte delle persone che arrivano nella Comunità Nuovi Orizzonti non hanno il dono della fede e il più delle volte se credono in Dio sono arrabbiate con lui a causa delle troppe sofferenze vissute.
D’altra parte Cristo, se per noi cristiani è niente di meno che il Signore della creazione, anche per chi non crede resta comunque un grandissimo uomo che ha segnato la storia.
Con mia grande gioia ho constatato che questo percorso ha permesso, a tutti coloro che lo hanno fatto con impegno e serietà, di scoprire nuovi meravigliosi orizzonti e di trovare un fondamentale cammino di guarigione di ferite che da anni continuavano a “sanguinare” dolorosamente e a condizionare negativamente la loro vita. È stato inoltre di grande aiuto per tanti nell’individuare numerose trappole che subdolamente ci imprigionano e ci impediscono di assaporare quella pienezza della gioia che scaturisce dal vivere relazioni di amore vero. (…)

Nel nostro spirito c’è un potenziale immenso che il più delle volte resta inespresso.

Si parla tanto di come fare a sviluppare il potenziale della nostra mente, ci sono corsi di ogni genere in questo senso ma non ho mai sentito nessuno parlare delle ben più grandi potenzialità presenti nel nostro spirito e di quanto sia fondamentale imparare a scoprirle e metterle a frutto per vivere al meglio la vita.

Dopo anni di esperienza accanto a persone “imprigionate” in situazioni drammatiche sono più che convinta che è proprio nel nostro spirito che possiamo trovare tante chiavi fondamentali per la guarigione del cuore e per custodire la pace anche nelle tante situazioni dolorose che siamo chiamati a vivere.
Senza nulla togliere alla psicologia, alla psicoterapia, e alle cure mediche, a cui naturalmente bisogna ricorrere nel caso di patologie mentali, devo dire che riguardo al malessere che deriva da tante ferite del cuore e all’ansia che tende sempre più a caratterizzare l’uomo contemporaneo, grazie a quella che io chiamo “SPIRITOTERAPIA”, ho visto risultati incredibili proprio in persone che dopo anni di sedute di psicanalisi o di psicoterapia continuavano ad essere in balìa del proprio malessere.

L’esperienza di questi anni vissuti costantemente a contatto con persone in situazioni di profondissimo disagio e spesso di disperazione mi hanno portato alla convinzione dell’importanza e urgenza di scoprire i benefici che un serio percorso spirituale può portare nella vita di tutti, credenti e non.

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Prima domenica di Quaresima: guardiamo al deserto di Gesù

Agenzia SIR - Sat, 09/03/2019 - 17:25

Secondo appuntamento con le riflessioni di padre Hanna Jallouf, che accompagneranno il cammino quaresimale verso la Pasqua. Padre Jallouf è il parroco latino di Knayeh, villaggio siriano non distante proprio da Idlib.

Il deserto è il luogo della prova secondo la Bibbia, in cui il popolo di Dio ha imparato a fidarsi del Signore. Il deserto è anche il luogo dei gradi prodigi di Dio, dove Egli ha unito a sé il suo popolo.
Gesù fa l’esperienza del deserto, spinto dallo Spirito Santo, perché possa il deserto porre le basi della sua missione di salvezza e mostrare che il maligno va sconfitto attraverso la piena fedeltà al Padre e la totale donazione ai fratelli. In tale modo Cristo inaugura il cammino, che ogni uomo deve compiere, per tornare al Padre.

Quaranta anni, quaranta giorni, sono un tempo di purificazione e di rinnovo per riscoprire la nostra dignità umana. Un tempo per rigettare tutta la polvere che è stata accumulata durante il nostro cammino verso il Signore.

Gesù esce vittorioso da questa prova, è perciò è modello e speranza anche per le molte tentazioni che la vita di ogni uomo incontra.
In questo tempo particolare orientiamo il nostro cuore alla sobrietà, all’essenziale, al primato di Dio e alla sua parola, alla ricerca di ciò che realmente è necessario, guardando al nostro modello Gesù che nel deserto ha orientato il suo cuore.

(*) parroco latino di Knayeh

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La voce di don Peppe

Agenzia SIR - Sat, 09/03/2019 - 10:00

L’hanno ammazzato subito prima della messa, don Peppe Diana, non per caso. Hanno voluto spegnere la sua voce prima che potesse alzarsi di nuovo, quel mattino, a denunciare la distanza incolmabile tra il Vangelo e i dettami dei signori di Casal di Principe, tra la volontà del Padre e quella di chi si pretendeva padrone della città, tanto da usurparne il nome: il clan dei Casalesi. L’hanno ammazzato prima della messa, quasi a voler dire: “Basta, non una parola in più!”. Era ormai chiaro che ogni singola parola di quel sacerdote era una parola profetica, capace di toccare le coscienze, schiarire le menti, infondere coraggio, innescare cambiamenti.

Gli hanno negato quell’ultima omelia, senza capire che, così facendo, il suo messaggio sarebbe risuonato ancora più forte, amplificato dal martirio.

Era stato un altro profeta della Chiesa di oggi, Tonino Bello, a usare questa definizione infuocata: martirio. L’aveva fatto parlando del cambiamento che stava investendo le diocesi, dopo un periodo troppo lungo di disattenzione, quando non di aperta tolleranza, verso il fenomeno mafioso. “È una Chiesa che, pentita dei troppo prudenti silenzi, passa il guado. Si schiera. Si colloca dall’altra parte del potere. Rischia la pelle. E, forse, non è lontano il tempo in cui sperimenterà il martirio”. Quello di don Giuseppe Diana si è compiuto una mattina di 25 anni fa, il 19 marzo, giorno del suo onomastico, dentro la chiesa di cui era parroco.

Dopo 25 anni il suo ricordo vive nei cuori e, soprattutto, nell’agire quotidiano di tante persone. Recita la scritta sulla sua tomba, nel cimitero di Casale: “Dal seme che muore nasce una messe nuova di giustizia e di pace”. Nel suo caso è più che mai vero. Dalla sua morte è germogliato un ricchissimo raccolto spirituale simboleggiato da un altro, reale: i prodotti coltivati da una cooperativa che non a caso porta il suo nome, “Le Terre di Don Peppe Diana”.

È stato un percorso lungo e non semplice, segnato anche da vicende squallide, come il tentativo di infangare la sua memoria. Insieme ad altri, io stesso ho vissuto sulla mia pelle quei tentativi. All’indomani dell’inizio del processo per l’omicidio, un quotidiano locale provò a insinuare che dietro ci fosse non la camorra, ma una storia di donne. Con i genitori e altri amici denunciammo quelle falsità, col risultato di venire denunciati a nostra volta. Per fortuna la giustizia, oltre ad avere prosciolto noi da quelle ridicole accuse, ha messo in luce la contiguità di alcuni responsabili di quel giornale con interessi criminali. C’è stato anche chi si è inventato un ruolo di don Diana nel custodire l’arsenale dei clan. Altre bugie subito smentite dagli inquirenti.

Tutto questo, paradossalmente, ha dimostrato che la voce scomoda di quel giovane sacerdote non era stata spenta dai proiettili, ma continuava a dare fastidio ai boss.

La forza delle parole, e della Parola, era stata del resto la chiave di tutta la sua vita.

“Per amore del mio popolo non tacerò”, recitava la “lettera” elaborata insieme ad altri parroci della Forania di Casal di Principe nel Natale del 1991, riprendendo una frase del Profeta Isaia e, soprattutto, un documento della Chiesa campana (1982), che per la prima volta prendeva nettamente le distanze dal potere informale della camorra. È compito di un sacerdote “parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa”, scriveva in un’altra circostanza. E ancora quell’invito a “risalire sui tetti”.

Quest’ultima frase l’ho vista accendere di passione e speranza i volti delle migliaia di giovani giunti a Casale da tutta Italia, il 19 marzo di 10 anni fa, per onorare la memoria di don Peppe e sfidare apertamente i camorristi ancora asserragliati nei loro bunker a pochi chilometri di distanza. Fu in quell’occasione che, insieme ai suoi genitori e a tante associazioni, firmammo il protocollo di intesa per la gestione dei terreni confiscati ai clan. Ci sono state intimidazioni e sabotaggi. Ma oggi nelle “Terre di Don Peppe Diana” si produce un’ottima mozzarella di bufala, simbolo di un territorio che non vuole più essere inquinato dai rifiuti tossici né dal malaffare.

Un altro momento importante è stato nel marzo 2014, a vent’anni dall’omicidio. Durante la veglia che papa Francesco volle condividere a Roma coi familiari delle vittime innocenti delle mafie, gli proposi di dare la benedizione ponendogli sulle spalle la stola di don Peppe Diana. Il Papa ne fu molto emozionato. E il suo gesto ha dato un segnale forte alla Chiesa, non sempre fino allora unanime e incisiva nell’accompagnare la battaglia della famiglia Diana per la giustizia, al di là dell’immediato sostegno espresso da figure come i vescovi Nogaro e Riboldi. Ricca di significato è stata, poi, la scelta di monsignor Spinillo che, come primo atto da vescovo della diocesi di Aversa, s’è recato a pregare sulla tomba di don Peppe.

Un ulteriore passaggio di questa storia è l’elezione a sindaco di Casal di Principe di Renato Natale, medico, vicinissimo a don Peppe prima e alla sua famiglia poi, sempre in prima linea nella difesa dei diritti degli ultimi, della salute dei suoi concittadini e dell’integrità delle istituzioni democratiche. A lui e ai tanti che in 25 anni hanno profuso un impegno coraggioso e caparbio, ma anche a noi tutti, don Peppe chiede oggi in prestito la voce. Quell’ultima omelia negata, sta a noi pronunciarla e farla vivere ogni giorno.

(*) fondatore di Gruppo Abele e Libera

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Lent 2019: The road to Easter in the Holy land, a flavour of the origins

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 16:30

Living Lent in the Holy Land has particular flavours and meanings under many aspects.

First, there is the aspect of the Geography of Salvation, in the words of Saints Pope Paul VI and Pope John Paul II. Here, liturgical and evangelical texts characterising the Sundays of Lent and the Holy Week immediately bring to mind physical places. The desert and the Mount of Temptation are a half-hour away from Jerusalem; the site of the transfiguration is identified as Mount Tabor, in Galilee.

Even the chronicles told by Jesus as calls to conversion are here, somewhere among the archaeological remains of the Old City, and the same can be said for the court of the Temple where Jesus uttered the famous sentence that saved the adulteress’ life: “He that is without sin among you, let him cast the first stone at her”. In the Holy Week, our walk alongside Jesus takes us from Bethphage to Jerusalem and back to Bethany, and we rest in the sites of Jerusalem: the Dominus Flevit where Jesus cried upon the Holy City, the Upper Room, Gethsemane, the Church of Condemnation and Flagellation, the sorrowful path (prototype of every Via Crucis), the Golgotha, and the Holy Sepulchre.

The physicality of these places and the steps required to move from one to the other remind us that Christian life is a journey, a concrete journey, a journey in the footsteps of Jesus, a journey of conversion that forces us to progressively shed the burdens we carry, so that we can follow the Master on the path of self-giving.

Here, Lent makes us experience an ecumenical dimension that helps us to rediscover some of its aspects which have been forgotten in the West. I would like to mention two of these traits: prayer vigil and fasting. In Jerusalem, and in a very special way at the Holy Sepulchre (but not only), Lent is also characterized by prayer vigils. Saturday night becomes a continuous celebration of the Easter vigil, prayer is prolonged, and the meaning of Lent (which is precisely a journey towards Easter) is concentrated and condensed in each vigil, where one experiences the discipline of staying awake in prayer, awaiting the encounter with Jesus Christ Reborn, the encounter with the one who defeated death.

Night is no longer merely the time when darkness prevails, it is no longer about getting high, it becomes the time when candlelight defeats the gloom of darkness, when chants and prayers shatter the silence of death, when the scent of incense reminds us that love is even stronger than death.

Here, one can powerfully rediscover the sense and the value of fasting. In this respect, our Oriental brothers are very uncompromising, compared to us Westerners. For the whole duration of Lent their manner of fasting includes avoidance of all animal products (meat, eggs, milk, cheese, animal fats…). Clearly the Lenten fast is modelled on the forty-day fast which – the Gospels tell us – was practised by Jesus in the desert, and thus becomes a way to go back to basics, to go back to the desert where one can be purified by God, learn to be hungry and find nourishment in the Word of God. The oriental insistence on fasting (which is also practised by Muslims during the month of Ramadan and by Jews on several religious and national holidays) reminds us of the need to teach ourselves to be free of the our many needs (physical and social, natural and artificial), particularly so in a society based on a culture of consumption and waste. Naturally, like every evangelical proposal, this one too must be updated and personalized because each one of us needs to overcome their own addiction and free themselves from their bondage.

Sharing the experience is also important, because it makes us support each other in the journey of liberation and purification that Jesus puts forward; it makes us grow in the capacity of loving up to the gift of self-giving, it brings us to a death that contains the seed of resurrection within, which is the heart of Easter.

In the Holy land, the Lenten journey has always the flavour of the origins. The community that walked alongside Jesus on his journey to Jerusalem was a small and fragile one, so small and so fragile that the only ones who remained with Him under the Cross were his Mother, the Beloved Disciple, Mary of Magdala and Mary of Clephoas. Our Christian presence in the Holy Land continues to be a small and fragile one; many leave here because they don’t understand the value, the vocation and the mission of being Christian in the Holy Land today. Many others depart because they struggle to see a future here for their families and for their children, not realizing that the spiritual aridity of the West which they often dream of is, in a way, even harder to confront. Here, the Via Crucis through the streets of the Old City becomes a powerful reminder of the first Via Crucis which Jesus walked among the yelling and the indifference, and turns into a symbol of Christian existence in the contemporary world, which means walking in the footsteps of Jesus, who gave his life for humanity and for a world in which permanent distraction and the globalization of indifference seems to prevail. Yet a community of disciples, a delicate few, who follow Jesus on the path of self-giving, in the company of Mary and the beloved disciple, is itself a seed and a prophecy of resurrection: of a new world, of a new civilization, of a new humanity.

 

(*) Custos of the Holy Land

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Quaresima 2019: in Terra Santa il cammino verso la Pasqua ha il sapore delle origini

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 16:30

Vivere la quaresima in Terra Santa ha un significato e un sapore particolare da tanti punti di vista.

Anzitutto il punto di vista di quella che i santi papi Paolo VI e Giovanni Paolo II chiamavano la geografia della salvezza. Qui i testi liturgici ed evangelici che caratterizzano le domeniche di quaresima e poi della Settimana Santa richiamano immediatamente luoghi concreti. Il deserto e il monte delle tentazioni sono a mezz’ora da Gerusalemme. Il luogo della trasfigurazione è identificato con il monte Tabor, in Galilea. Così pure gli eventi di cronaca nera richiamati da Gesù per invitare a conversione sono qui da qualche parte nei resti archeologici della Città Vecchia e lo stesso si può dire del cortile del Tempio in cui Gesù emise la famosa sentenza che salva la vita all’adultera: “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. La Settimana Santa poi ci fa camminare da Betfage a Gerusalemme insieme a Gesù, ci riporta poi a Betania, ci fa sostare nei vari luoghi di Gerusalemme: il Dominus Flevit dove Gesù piange sulla Città Santa, il Cenacolo, il Getsemani, il santuario della Condanna e della Flagellazione, la Via Dolorosa (prototipo di ogni Via Crucis), il Golgota e il Santo Sepolcro.

La fisicità di questi luoghi e gli spostamenti richiesti per passare dall’uno all’altro ci ricordano che la vita cristiana è cammino, cammino concreto, cammino sulle orme di Gesù, cammino di conversione che ci costringe ad alleggerire sempre più il peso che ci portiamo dietro per poter seguire il Maestro sulla via del dono di sé.

Qui poi la quaresima ci fa respirare anche una dimensione ecumenica che ci aiuta a recuperare certi aspetti che in Occidente sono venuti meno. Ne evidenzio due: la dimensione del vegliare in preghiera e la dimensione del digiuno. A Gerusalemme, e in modo tutto speciale al Santo Sepolcro (ma non solo) la quaresima è caratterizzata anche dal vegliare in preghiera. La notte tra il sabato e la domenica diventa una costante celebrazione della veglia pasquale, la preghiera si prolunga, e il senso della quaresima (che è appunto un cammino verso la Pasqua) si concentra e si condensa in ogni vigilia, sperimentando la fatica del rimanere svegli a pregare in attesa dell’incontro con Gesù Risorto, con colui che ha vinto la morte.

La notte non è più semplicemente il tempo in cui le tenebre vincono, non è più la celebrazione dello sballo, ma diventa il tempo in cui la luce delle candele vince l’oscurità delle tenebre, i canti e le preghiere infrangono il silenzio della morte e il profumo dell’incenso ci ricorda che l’amore è più forte anche della morte.

Qui si recupera in modo molto forte anche il senso e il valore del digiuno. I nostri fratelli Orientali, in questo, sono molto più radicali di noi Occidentali. Per tutto il tempo della quaresima essi praticano una forma di digiuno che li porta ad astenersi ogni giorno da tutto ciò che è derivato animale (carne e suoi derivati, uova, latte e suoi derivati, grassi animali…). Ovviamente il digiuno quaresimale è modellato sul digiuno di quaranta giorni praticato dallo stesso Gesù nel deserto, secondo i racconti evangelici, e diventa un modo per ritornare all’essenziale, per ritornare appunto nel deserto dove lasciarsi purificare da Dio e dove imparare ad aver fame e nutrirsi della Parola di Dio. Questa insistenza orientale sul digiuno (che pure i Musulmani praticano durante il mese di Ramadan e gli Ebrei in occasione di alcune festività religiose e nazionali) ricorda comunque a ciascuno di noi la necessità di educare noi stessi ad essere liberi di fronte ai tanti bisogni che abbiamo (fisici e sociali, naturali e artificiali) e a maggior ragione nel contesto di una società improntata alla cultura del consumo e dello scarto. Come ogni proposta evangelica, anche questa va naturalmente attualizzata e personalizzata perché ciascuno di noi ha delle dipendenze da superare e delle schiavitù dalle quali essere liberato. Ma

anche il condividere una stessa pratica è importante, perché diventa un sostenersi a vicenda in questo cammino di liberazione e di purificazione che Gesù ci propone, per farci crescere nella capacità di amare fino al dono di sé, per condurci a un morire che contiene già il germe della risurrezione, che è il cuore della Pasqua.

Basilica del Santo Sepolcro (Gerusalemme)

In Terra Santa poi il cammino quaresimale verso la Pasqua ha sempre il sapore delle origini. Era una comunità piccola, ed anche molto fragile, quella che accompagnava Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme, talmente piccola e fragile che sotto la croce rimarranno a fargli compagnia solo sua Madre, il discepolo amato, Maria di Magdala e Maria di Cleofa. Piccola e fragile continua ad essere la nostra presenza cristiana in questa Terra Santa dalla quale ancora molti continuano a partire perché non comprendono il valore, la vocazione e la missione di essere oggi cristiani in Terra Santa; ma dalla quale molti ancora partono perché fanno fatica ad intravedere qui un futuro per le proprie famiglie e per i propri figli, senza sapere che l’aridità spirituale dell’Occidente spesso sognato, è per certi aspetti ancora più difficile da affrontare. Qui la stessa Via Crucis tra le strade della Città Vecchia diventa insieme un potente richiamo alla prima Via Crucis, quella percorsa da Gesù tra il chiasso e l’indifferenza, e un simbolo dell’esistenza cristiana nel mondo contemporaneo, che è un camminare sulle orme di Gesù, che va a dare la vita per un mondo e per una umanità in cui sembra prevalere la distrazione continua e la globalizzazione dell’indifferenza. Eppure una comunità di discepoli, anche se pochi e fragili, che seguono Gesù sulla via del dono di sé, in compagnia di Maria e del discepolo amato, è già seme e profezia di risurrezione: di un mondo nuovo, di una civiltà nuova, di una umanità nuova.

(*) custode di Terra Santa

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Torna a Milano "Fa' la cosa giusta"

Evangelici.net - Fri, 08/03/2019 - 12:48
Da venerdì 8 a domenica 10 marzo la Fiera di Milano ospita la sedicesima edizione di Fa' la cosa giusta, fiera del consumo etico e consapevole: settecento espositori, distribuiti in dieci sezioni tematiche e sei spazi speciali, propongono soluzioni alternative per un rapporto più rispettoso con il Creato suggerendo consumi e abitudini sostenibili. A completare il quadro, come di consueto,...
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Migranti, nell’isola greca di Samos “situazione esplosiva”. L’allarme di Caritas Hellas

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 10:39

In Grecia, nell’isola di Samos, si rischia una grave crisi umanitaria: oltre 4.000 migranti e rifugiati sono intrappolati in condizioni terribili, mentre le tensioni con la popolazione locale vanno via via inasprendosi. Oltre alla più nota situazione nell’isola di Lesbo, l’hotspot di Samos, che può accogliere solo 1.500 persone, è sovraffollato all’inverosimile. Perciò, all’esterno del campo, le rigogliose colline coperte di pini della bella isola dell’Egeo sono tappezzate di tende e baracche precarie, senza elettricità, con pochi punti per la distribuzione dell’acqua e una ventina di toilette. Rarissimi i medici e gli psicologi. I volontari di qualche Ong locale cercano almeno di lavare le lenzuola per impedire il degrado totale. Ma d’inverno fa freddo, il cibo è scarso e accanto agli accampamenti spontanei si ammassano montagne di rifiuti e topi. L’assenza di servizi e la presenza, a ridosso della città, di migliaia di donne, uomini e bambini disperati stanno mettendo in difficoltà la convivenza con i 33 mila abitanti di Samos, che normalmente vivono di turismo e cominciano a manifestare insofferenza.  Lo racconta al Sir  Stamatis Vlachos, project manager di Caritas Hellas (Caritas Grecia). In Europa c’è stato lo scorso anno un calo complessivo degli arrivi (139.300 nel 2018) e un cambiamento delle rotte migratorie: la Grecia risulta al secondo posto dopo la Spagna, con circa 32.500 persone rispetto alle 30.000 del 2017.  Dopo la crisi del 2015 con un 1 milione di arrivi attraverso la rotta balcanica e gli accordi con la Turchia nel 2016 per il blocco delle frontiere, “le persone stanno ricominciando a sbarcare sulle isole – spiega Vlachos -. Attualmente l’emergenza è nell’isola di Samos, vicino Lesbo”.

“Ci sono troppe persone nei campi e poche infrastrutture di base. Questo ha creato molti problemi, anche in ambito sanitario. La popolazione locale protesta, organizza scioperi. La situazione è esplosiva”.

Stamatis Vlachos, Caritas Hellas. Foto: “Learning from Europe”

C’è chi ha provato a partire anche 17 volte. Quelli che riescono a sbarcare a Samos partendo dalla Turchia affidandosi ai trafficanti vengono in maggioranza da Afghanistan, Siria, Iraq ma anche dai Paesi africani (Camerun e Repubblica democratica del Congo). Il 53% sono uomini, il 22% donne e il 25% bambini, tra cui 229 minori non accompagnati e moltissime famiglie. Tanti hanno subito violenza durante il viaggio, sono passati attraverso la Libia e hanno tentato la traversata verso la Grecia.  “Di solito le persone provano una volta ad attraversare il Mediterraneo, se non riescono provano di nuovo e poi cambiano rotta – precisa -. Dalla Grecia ci sono persone che hanno tentato anche 10/15 o addirittura 17 volte, finché non riescono a raggiungere la loro destinazione, magari ricongiungendosi con familiari o amici”.

Tutti vorrebbero lasciare la Grecia. La maggioranza non vuole fare richiesta di asilo nei 26 centri in Grecia “perché questo non permetterebbe loro di spostarsi altrove in Europa”. L’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che prende in carico le richieste di asilo, ha tempi di attesa per la prima audizione fino al 2021.

“Le persone sono senza documenti, in fase di attesa, e cercano di rimediare passaporti falsi per muoversi”.

L’organizzazione umanitaria ha anche denunciato di recente la gravità della situazione generale a Samos.  Molti migranti riescono a prendere un aereo da Atene verso altri Paesi europei. Oppure passano attraverso altre isole greche, sempre usando documenti falsi. “I trafficanti hanno organizzato un sistema molto raffinato – racconta il project manager di Caritas Hellas -. I migranti si presentano come turisti che hanno intenzione di fare un viaggio e tornare a casa propria in Paesi nord europei. In alcuni casi in si tingono i capelli o mettono lenti a contatto di un altro colore. La Grecia  non è una terra ricca di opportunità, c’è tanta crisi e disoccupazione, perciò tutti vogliono partire”.

L’accordo con la Turchia e le responsabilità greche. Caritas Hellas non ha strutture in loco ma cerca di lavorare in collaborazione con le autorità locali, focalizzandosi su qualche aspetto specifico. “L’emergenza a Samos prima era simile a quella a Lesbo ma ora è peggiorata. So che la Commissione europea ha dato un feedback molto negativo sulle condizioni del sistema di accoglienza”, ricorda Vlachos, attribuendo le responsabilità sia all’accordo con la Turchia (che ha ricevuto 3 miliardi di euro dall’Ue, più altri 3 miliardi se gli impegni saranno rispettati),  sia alle autorità greche che non hanno saputo gestire bene la situazione. Secondo la media internazionali nel periodo 2014-2020 l’Unione europea ha destinato 1,4 miliardi di euro alla Grecia per l’accoglienza dei migranti e i controlli alle frontiere, di cui 579 milioni già versati. Ma nel 2017 l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) ha aperto una inchiesta su eventuali abusi.

 

 

 

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Migrants, “explosive situation” in the Greek island of Samos. Caritas Hellas sounds the alarm

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 10:39

There is a serious humanitarian crisis on the island of Samos in Greece, where over 4,000 migrants and refugees are trapped in abysmal conditions, while tensions with the local population are worsening each day. Just like the better-known situation on Lesbo island, the Samos hotspot, with its maximum capacity of 1,500 people, is unbelievably overcrowded. That’s why outside the camp, the lush pine-covered hills of the beautiful Aegean island are lined with tents and precarious shacks, with no electricity, few water distribution points and only twenty toilets. There are very few doctors or psychologists here. If nothing else, volunteers from local NGOs are trying to wash the bedding in order to prevent total degradation. But the winter is cold, the food is scarce and right next to the impromptu camps there are heaps of rat-infested garbage. The non-existent services and the presence of thousands of desperate men, women and children right outside the city are making cohabitation with the 33,000 residents of Samos, who normally live on tourism and are beginning to manifest their frustration, increasingly difficult. Stamatis Vlachos, project manager for Caritas Hellas explains the situation to SIR. There has been an overall decline in arrivals to Europe last year (139,300 in 2018) and a shift in migration routes: Greece is now in second place after Spain, with around 32,500 arrivals compared to 30,000 in 2017. After the crisis in 2015, which saw 1 million arrivals on the Balkan Route, and after the 2016 agreement with Turkey to close off the border, “people are once again landing on the islands”, says Vlachos. “Right now the emergency is on the island of Samos, near Lesbo”.

“There are too many people in the camps and few basic infrastructures. This is creating many problems, including health and hygiene issues. The local population is demonstrating and organizing strikes. It is an explosive situation”.

Some people have tried leaving up to 17 times. Those who manage to land on Samos departing from Turkey with traffickers hail mostly from Afghanistan, Syria, and Iraq, but also from some African countries (Cameroon and DR Congo). Of these, 53% are men, 22% are women and 25% are children, and there are 229 unaccompanied minors and many families among them. Many have suffered violence during the journey, which brought them through Libya and attempted crossings to Greece. “People usually try crossing the Mediterranean once. If they don’t make it, they change route and try again. There are people here who have attempted crossing 10, 15, even 17 times until they managed to reach their destination, to be reunited with family or friends”, he explains.

They would all like to leave Greece. Most of them would rather not seek asylum in the one of the 26 centres across Greece, because that would “stop them from going to other places in Europe”. The waiting list for a first hearing with UNHCR, the United States High Commission for Refugees which examines asylum applications, extends to 2021.

“People are without papers, they are in a waiting stage and are looking for forged passports in order to move on”.

The humanitarian organization has also recently denounced the severity of the general situation in Samos. Many migrants manage to catch a plane from Athens to other European countries, or go through other Greek islands, in each case using forged documents. “Traffickers have organized a very sophisticated system”, says the Project Manager of Caritas Hellas. “Migrants show up as tourists who happen to be here on holiday and would like to return home, in Northern European countries. They sometimes dye their hair or put on tinted contact lenses. Greece is not a land of great opportunities, there is a crisis and unemployment is high, so everyone wants to leave”.

The agreement with Turkey and the responsibilities of Greece. Caritas Hellas has no structure here but tries to work in cooperation with local authorities, concentrating on specific areas. “Previously, the emergency in Samos was similar to the one in Lesbo, but it has gotten worse. I know that the European Commission has given very negative feedback to the conditions of the reception system here”, adds Vlachos, placing the blame on the agreement with Turkey (which received 3 billion euros from the EU, and which is set to receive 3 billion more if the agreement is kept), as well as on Greek authorities, which have been unable to deal with the situation. According to international media, the European Union has allocated 1.4 billion euros to Greece for the reception of migrants and for border controls for the period 2014-2020, of which 579 million have already been given. But in 2017 the European Anti-Fraud Office (OLAF) opened an investigation into possible abuses.

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Storia di Hazar. La forza dei leoni, la dolcezza di una madre e il coraggio di non piegarsi all’Isis

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 09:46

Con il consenso degli autori (Valentina Alazraki e Luigi Ginami) e della casa editrice (San Paolo), pubblichiamo un estratto dal libro “Grecia e le altre. Donne di speranza contro la violenza”. Il volume, in uscita il mese prossimo, riunisce storie di donne raccolte dalla “Fondazione Santina” nella sua opera di solidarietà in diversi Paesi del mondo.
Messico, Perù, Kenya, Vietnam, Kurdistan, sono solo alcuni dei luoghi da cui giungono storie terribili e durissime di giovani e anziane che portano sulla pelle e nel cuore le cicatrici di violenze fisiche, verbali, culturali. Hanno attraversato la disperazione, spesso la guerra e vivono nella povertà più assoluta, eppure non si sono mai arrese all’indicibile da subire e da raccontare, sognando una vita più degna per sé e per i propri figli. Nel giorno in cui si festeggia la Festa della donna, è doveroso ricordare che per ancora troppe donne nel mondo la parità e il rispetto sono traguardi ancora ben lontani dall’essere realizzati. Dare voce alla speranza significa anche essere pronti ad ascoltare ciò che non riusciamo a vedere.

 

[…] A voce bassa, Hazar inizia a raccontare: “Sono sposata con un uomo curdo di nome Hakmad Kamal, che amo molto, e da lui ho avuto tre bambini: il primo, che ha quattro anni, si chiama Alan, poi due bambine, Jasmin e Naslim, di due e un anno. Con la mia famiglia vivo felice vicino al monte Sinjar, a pochi chilometri dal confine siriano, non lontano da Mosul, fino a quando, una calda mattina di agosto, arrivano gli uomini dell’Isis. Ci portano via da casa fino a un posto di polizia e in un solo attimo perdo la casa e la libertà. Ma ho lui, il mio Hakmad! Ci ritroviamo insieme in carcere, senza nient’altro, noi e i nostri bambini. Siamo tutto l’uno per l’altra. Ci abbracciamo e ci sentiamo al sicuro, convinti ancora di poter proteggere i nostri piccoli. Poi, due uomini dell’Isis, molto giovani e imponenti, prendono mio marito per le braccia e a forza lo conducono fuori. Lui grida, scalcia, si difende con tutte le forze, ma i due uomini lo riempiono di botte spingendolo fuori”.
La ragazza si commuove, ma non versa una lacrima. Marua, invece, non riesce a nascondere il pianto e la sua traduzione si carica di risentimento e rabbia. Hazar mi fissa negli occhi e scandisce queste parole infuocate: “È da quel giorno che non rivedo più mio marito. Le prime ore di prigionia sono diventate così le più dolci della mia vita. Poi, quattro duri mesi schiava dell’Isis: un pellegrinaggio all’inferno. Solo i miei figli mi tengono in vita”.

[…] La ragazza si raggomitola su se stessa, quasi a proteggersi dallo strazio che sentirà nel raccontare la sua storia, poi fa un profondo respiro profondo e comincia: “Gli uomini dell’Isis ci portano in una casa in cui tengono quaranta donne con i propri bambini. È come essere prigioniere di un incubo. Con me è incarcerata anche la mamma di mio marito. Lei non è ancora anziana e ha un carattere particolarmente forte. Ogni volta che non obbedisce subito oppure controbatte agli ordini, dei ragazzi giovanissimi vestiti di nero la frustano a sangue, lasciandola tramortita. Un giorno non si rialza più: morta sotto i loro colpi. Così perdo anche l’unica compagnia e il solo sostegno, quando insieme a me coccola i bambini nei lunghi pianti in cui gridano il nome del padre. Poco dopo, ci portano tutte a Rakka, nella capitale dello Stato islamico in Siria, dove rimaniamo quarantacinque giorni.

In quella prigione, ridotte a schiave, mi danno un pane al giorno per me e i miei tre figli, un po’ di riso e acqua puzzolente. Per berla devo turarmi il naso con le dita.

Dalla prigione di Rakka, non possiamo mai uscire all’aria aperta. I soldati del califfato ogni giorno entrano e ci gridano di convertirci all’Islam o ci ammazzano. Sono terrorizzata che possano fare del male ai miei piccoli e addirittura togliermeli. Per fortuna, sono troppo piccoli per essere picchiati. Le frustate le prendono solo i bambini dai dieci anni in su, mentre ai più piccoli fanno imparare a memoria brani del Corano, una sorta di madrasa nel carcere. Una tortura continua. Per renderci meno aggressive, drogano il cibo e le lunghe giornate di Rakka trascorrono in una sorta di intontimento. Così ridotte, alcune di noi vengono portate via e violentate ripetutamente. Le più sfortunate stanno via intere settimane, ritornando solo alcune ore per incontrare i loro piccoli. Arrivo a ritenermi fortunata guardando queste disperate.

La loro esistenza è terrificante, alcune sono addirittura vendute con prezzo al mercato.

Non so come mai, mi lasciano stare. Ogni giorno ci dicono che ci metteranno presto il velo islamico, ma riesco a fuggire prima”.

Mentre la donna parla, dentro di me cresce il risentimento. Come un fulmine mi tornano alla mente le parole lette poco prima della partenza in un numero della rivista degli jihadisti “Dabiq”. Un articolo farneticante inneggia al ritorno della schiavitù e spiega come, dopo la conquista della regione di Sinjar, le ragazze yazide possono essere schiavizzate e divise tra i combattenti dello Stato islamico perché eretiche. Anche questa volta, come in molti altri incontri, essermi preparato non riesce a proteggermi. Il racconto di Hazar è un pugno allo stomaco.

[…] all’improvviso, Hazar mi guarda e dice: “Tu, perché sei venuto qui da me? Cosa vuoi dalla mia vita bruciata? Ricavare un articolo commovente, provocare compassione? Perché da due ore mi interroghi con tutte queste difficoltà?”. Con aria di sfida, attende una risposta e riconosco in lei quel carattere indomito che le ha permesso di sopravvivere all’inferno. Rimango in silenzio, ma lei incalza.

Allora alzo la testa, mi avvicino a lei e le sfioro la fronte con un bacio: “No, Hazar, non sono un giornalista. Sono un cristiano che cerca di riscoprire profondamente la propria identità religiosa. L’Isis non è una sfida solo per te, ma anche per me e per il mondo intero. Per di più, io sono un sacerdote e sono rimasto colpito da quanto accaduto in Europa a un mio confratello alcune settimane fa: padre Jacques, un buon prete anziano, è stato sgozzato dall’Isis durante la messa al grido di Allah akbar. Lo hanno ucciso bestemmiando il nome di Dio, perché nel nome di Dio non si può uccidere. Padre Jacques è morto gridando: “Vattene, satana! Vattene, satana!” Chissà quante volte anche tu in carcere, durante le frustate che ricevevi, hai gridato: “Vattene, satana”. Lo hai gridato quando ti hanno portato via da casa con la tua famiglia, quando ti hanno strappato dal cuore tuo marito, quando è morta tua suocera: “Vattene, satana!” Tu e padre Jacques siete stati visitati e provati da satana, ma avete vinto, non avete ceduto a lui.

La figura di quel buon prete di ottantasei anni mi ha spinto fin qui, in questa terra di inferno, dove si rischia la vita per il nome di Gesù.

Tu non sei cristiana, ma sei stata ingiustamente perseguitata e dunque tu sei come lui, come padre Jacques. Il tuo calvario è finito, il diavolo ti ha lasciato e oggi tu hai fatto un’opera buona con un sacerdote povero come me, al quale hai insegnato la forza dei leoni, la dolcezza di una madre e il coraggio di non piegarti all’Isis. Tu, donna yazida, sei stata coerente e hai pagato. Io saprei essere coerente come te?”.

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I 20 anni di Banca Etica. Biggeri (presidente): “Attenti alle conseguenze sociali e ambientali di crediti e investimenti”

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 08:12

Dall’apertura del primo sportello a Padova sono passati vent’anni e oggi Banca Etica ha 42.500 soci, 17 filiali in Italia, da Trieste a Palermo, una raccolta di risparmio pari a un miliardo e mezzo di euro e impieghi per oltre 900 milioni. I numeri contano, nel bilancio del ventennale, ma non sono tutto e forse neanche l’aspetto più importante per una realtà che rappresenta l’unico istituto di credito italiano interamente connotato in senso etico. E che, paradossalmente, si è ritrovato a essere più genuinamente banca di tanti altri istituti sempre più impegnati sul terreno della finanza. Ne parliamo con il presidente di Banca Etica, Ugo Biggeri.

Dopo vent’anni possiamo dire che quella di Banca Etica è una scommessa vinta?
Direi proprio di sì. I numeri sono buoni, la banca è solida e, forse anche al di là di quanto ci aspettavamo, è molto buona anche la qualità del credito. Insomma è una scommessa vinta sia sul piano dell’impresa che su quello del progetto ideale.

In che senso una banca può essere “etica”? Nel linguaggio corrente l’accostamento di questo aggettivo al termine “banca” suscita ancora un certo scetticismo…
Una banca è etica quando pone attenzione alle conseguenze sociali e ambientali rispetto alle voci principali del suo bilancio, cioè su crediti e investimenti. Mi spiego: una banca è etica non tanto perché – per fare un esempio – è attenta al risparmio energetico nelle sue strutture, anche se è bene che lo sia e che lo siano tutte le banche. Ma è etica soprattutto per i criteri che segue nella sua ‘politica’ del credito, perché alla valutazione d’impresa unisce la valutazione sociale e ambientale. Ci stiamo anche attrezzando per poter offrire una misurazione degli effetti delle scelte di credito effettuate.

E’ anche una questione di trasparenza?
Certo. Pensi che tutte le persone giuridiche che hanno ricevuto un finanziamento sono indicate sul web.

L’esperienza di Banca Etica è riuscita a essere in qualche modo contagiosa?
Ha avuto il pregio di far emergere la presenza di un segmento di mercato legato a una sensibilità per i temi sociali e ambientali. Se anche la prima banca italiana ha compiuto delle scelte in questa direzione, vuol dire che l’attenzione è cresciuta. C’è poi un secondo aspetto che anche la crisi economica ha contribuito a far venire fuori.

Banca Etica è stata capace di essere banca nel senso autentico di questa parola: raccoglie i soldi delle persone e li impiega per sostenere l’economia reale, non per investire tutto nel mare dei mercati finanziari.

Tenga conto che, mediamente, nelle altre banche i ricavi derivati dal credito sono pari soltanto al 40%, il resto proviene dagli investimenti finanziari. Per Banca Etica e anche per molte banche locali tale quota arriva al 70%. Prima ancora della scelta ‘etica’, c’è questa dimensione tradizionale dell’essere banca a sostegno dell’economia reale. Il riferimento è a quella funzione sociale del risparmio di cui parla anche la Costituzione.

Lei ha accennato alla grande crisi economico-finanziaria. Come l’avete affrontata e quale impatto ha avuto sulla vostra esperienza?
L’abbiamo affrontata proprio riscoprendo il valore di fare banca al servizio dell’economia reale. Comunque il nostro modello ha funzionato alla grande:

siamo cresciuti del 10% all’anno e così pure il credito erogato è cresciuto in misura analoga,

mentre altrove si riduceva anche in termini rilevanti.

Economia reale vuol dire un legame forte con il territorio. In che maniera, invece, Banca Etica vive la dimensione internazionale?
Siamo presenti anche in Spagna. Abbiamo una filiale a Bilbao, il 29 marzo ne inaugureremo una a Madrid e presto anche a Barcellona. Tengo però a sottolineare che questa presenza non è il risultato di una logica commerciale, ma è il frutto di uno sviluppo cooperativo, di una condivisione ideale nata con alcune realtà spagnole, tra cui la Caritas locale. Più in generale, siamo tra i fondatori delle reti che a livello europeo e internazionale riuniscono le realtà impegnate nella finanza etica e sostenibile. Sono strumenti di confronto molto importanti e contribuiscono a mettere in evidenza che Banca Etica non è una mosca bianca…

Banca Etica ha un ‘padrone’?
Siamo una realtà cooperativa con oltre 42mila soci e non c’è un gruppo che detiene il potere, se capisco il senso della sua domanda. Piuttosto crediamo molto nei meccanismi di partecipazione e ci siamo organizzati per favorirla.

Abbiamo un’interazione continua con i ‘soci di riferimento’ che sono soggetti giuridici di varia natura e orientamento, tra cui molte realtà dell’associazionismo cattolico e la Caritas italiana.

Uno strumento di partecipazione unico nel panorama bancario è costituito dai Gruppi di iniziativa territoriale, che assicurano anche un legame vitale con le comunità locali. Un terzo fattore di partecipazione è quello dei soci lavoratori.

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Tav: soluzione politica

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 00:00

Mentre entrano nel vivo i due provvedimenti simbolo di questo governo pentaleghista, con gli uffici postali presi d’assalto per la presentazione delle domande sul reddito di cittadinanza e gli uffici dell’Inps intasati per il calcolo sulla Quota 100 degli aventi diritto alla pensione “anticipata”, vengono ora al pettine due degli altri nodi che tengono sulle spine la strana maggioranza. Sulla questione della legittima difesa le cose apparivano fatte già mercoledì con il voto annunciato da Di Maio alla Camera a favore della proposta leghista, del resto sostenuta dal ricompattato centro-destra, anche se insidiata da un drappello di contestatori tra gli sconcertati deputati del M5S e definita dallo stesso vicepremier grillino un “messaggio sbagliato”. Ad emergere è invece ormai, con tempi strettissimi, la questione Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare Lione a Torino e di conseguenza anche a Milano e al Nordest, linea invisa per principio ai Cinque Stelle e sostenuta a spada tratta dal Carroccio che non può smentire le sue radici e il suo maggiore serbatoio di voti. Se ne discute dal 1994 e gli accordi parlano chiaro; ma l’analisi “costi-benefici”, pur apparsa ai più alquanto manovrata, ha offerto il destro per porre in dubbio il piano, ritenuto dall’Europa tra i 14 progetti prioritari a livello continentale nel settore dei trasporti. Sembra, però, che entro questo venerdì ci sarà la soluzione del rebus: mentre scriviamo non possiamo saperlo, ma le premesse verso un certo orientamento (almeno parzialmente positivo) erano già state delineate dalle più mitigate affermazioni dei due vicepremier e soprattutto dall’acuta distinzione proposta dal premier quando ha precisato che, nel prendere la fatidica decisione, al percorso di “razionalità tecnica” sarebbe stato affiancato anche un percorso di “razionalità politica”. E meno male! Anche se non si capisce bene a cosa si riferisca esattamente l’aggettivo “politica”: se cioè riguardi il salvataggio del traballante “contratto di governo”, o meglio ancora del vicepremier grillino, o se riguardi davvero la vita e le esigenze “politiche” della nazione. Preferiamo contare su questa seconda ipotesi: infatti sembra assodato che – attenuato giustamente il più possibile l’impatto ambientale – uno sviluppo “europeo” dei collegamenti viari dell’Italia sia indispensabile per un futuro che non voglia rassegnarsi ad un rischioso isolamento. La soluzione del dilemma, per quanto arzigogolata, viene in un certo modo accelerata anche dall’intervento a gamba tesa del neosegretario Pd, Zingaretti, che, come prima mossa, si è recato a Torino per sostenere la causa della Tav, definendo “gesto criminale” la eventuale perdita dei finanziamenti europei e addirittura annunciando la richiesta di dimissioni del ministro delle infrastrutture Toninelli, che, a dire il vero, continua a raggranellare brutte figure. Chissà se il M5S sarà disposto a lasciarlo andare al proprio destino. Certo non è disposto Di Maio a chiudere troppo presto questa allettante esperienza di governo!

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Solo “Nummeri”

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 00:00

Troppo belle. Troppo attuali. Non posso non usarle. Così questa settimana vado a prestito da due autori. Il primo è il poeta romano Trilussa. Il secondo è don Claudio Stercal di Milano che ogni lunedì diffonde via email un pensiero per l’inizio della settimana. Meritano un minuto del nostro tempo.
Iniziamo con la poesia “Nummeri”.
“Conterò poco, è vero: / – diceva l’Uno ar Zero – / ma tu che vali? Gnente: proprio gnente. / Sia ne l’azzione come ner pensiero / rimani un coso vôto e inconcrudente. / Io, invece, se me metto a capofila / de cinque zeri tale e quale a te, / lo sai quanto divento? Centomila. / È questione de nummeri. A un dipresso / è quello che succede ar dittatore / che cresce de potenza e de valore / più so’ li zeri che je vanno appresso” (Trilussa, Poesie scelte, vol. II, Milano 1971, p. 277).
Ecco il commento di don Stercal.
“Intitolata ‘Nummeri’, questa breve poesia fu scritta nel 1944 dal poeta romano Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri (Roma 1871-1950), più noto come Trilussa, anagramma del suo cognome. Si intuisce facilmente la pungente e amara ironia contro ogni forma di dittatura – in particolare quelle del suo tempo – e le irrazionali dinamiche che spesso il potere è in grado di suscitare.
A distanza di qualche decennio e in situazioni auspicabilmente diverse, la poesia conserva, però, tutta la sua attualità. Suona come un sapiente monito rivolto a coloro che si mettono alla guida di altri solo per ambizione o interesse personale e contiene anche un dovuto rimprovero per coloro che, con non minore leggerezza e superficialità, si mostrano incapaci di riconoscere le persone che meritano davvero di essere seguite”.
Mi limito a una brevissima riflessione. Si tratta sempre di numeri, ma la loro posizione conta, anche parecchio. Incredibili le pennellate di Trilussa nel breve spazio di qualche verso romanesco. Sorprendente anche come fa comprendere in maniera davvero efficace che succede quando ci si accoda senza comprendere quel che si fa. Quando non ci si rende conto delle conseguenze delle proprie azioni.
Si rischia spesso di assegnare peso a chi varrebbe quasi nulla, di moltiplicare il vuoto. Sarebbero solo numeri. E invece basta poco, molto poco. È sufficiente accodarsi, proprio come succede spesso attorno a noi. Anzi, capita anche a noi. Allora occorre vigilare, come ha ricordato qualche settimana fa a Cesena l’ex presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli. Davanti a ciò che non possiamo arginare con le nostre sole mani, almeno vigiliamo. Anche di notte, magari. Ma almeno vigiliamo.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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