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Il dolore dell’amata Siria corre sulle note di Nahel. La musica per dare voce a chi non ha voce

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 10:20

“Muore solo chi viene dimenticato, nessuno è solo se la sua sofferenza viene condivisa”: Nahel Al Halabi, compositore e direttore d’orchestra di Damasco, parla così della sua “amata Siria” da dove manca dal 2012, da quando cioè la guerra lo ha costretto a partire lasciando prestigiosi incarichi, quello di professore ordinario presso il Conservatorio Superiore di Musica di Damasco (Accademia Nazionale di Musica), la direzione dei Conservatori del Paese e la guida della sua creatura, l’Orchestra Filarmonica Siriana (Syrian Philarmonic Orchestra).

il maestro Nahel Al Halabi

Da allora l’Italia è il suo Paese elettivo, qui ha perfezionato la sua arte grazie a una borsa di studio dal 2001 al 2006. “L’Italia è la patria della musica e della cultura e l’ho preferita alla Germania e al Giappone” dice sorridendo, senza nemmeno un velo di pentimento. Da oltre un anno Nahel, al quale è stata riconosciuta la ‘protezione sussidiaria’, vive a Mantova, insieme a Marta, la sua compagna, insegnante al liceo coreutico della città. Per Nahel gli inizi, in ambito lavorativo, non sono stati facili. Un giorno, durante una delle sue tante camminate per scoprire le bellezze storiche di Mantova, Nahel si ritrova a passare davanti la sede della Caritas diocesana. Entra e si offre come volontario per la mediazione culturale venendo indirizzato al direttore di allora, Giordano Cavallari, il quale, a sua volta, lo presenta al vescovo mons. Marco Busca.

“L’amore non lascia mai le cose come le trova – furono le parole del vescovo al compositore siriano -. Dio ti darà un’idea per dare voce a chi non ha voce”.

Da quel momento Nahel ritrova nuovi motivi di speranza e di impegno. Senza mai dimenticare l’“amata Siria”.

“Sulla pelle dei siriani”. Davanti alla sua workstation dove suona e compone ricorda i giorni delle prime proteste, nel 2011, a Daraa, “i manifestanti sono scesi in strada, sventolando la bandiera nazionale siriana, mica quella della rivoluzione. Chiedevano solo più diritti e migliori condizioni di vita. Chiedevano libertà, dignità e cittadinanza”. Il rifiuto totale della violenza: “il popolo siriano non la vuole, come non vuole il terrorismo. Ripulire il Paese dai terroristi non può significare distruggere intere città. Nessuno è a favore dei terroristi – dichiara il compositore con toni pacati ma fermi – In Siria oggi si sta combattendo quella Terza Guerra Mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco. Sulla pelle dei siriani, e questo a causa dell’intervento di altre nazioni che hanno interessi che non sono quelli del mio popolo.

La Siria è sempre stata una melodia armoniosa di etnie e di fedi,

con forti sentimenti di unità e spirito di convivenza. È da qui che bisogna ripartire per ricostruire la nostra patria. Ma intanto continuiamo a subire il suono cupo delle armi”. Da qualche giorno, infatti, sono ripresi gli scontri tra l’esercito siriano, sostenuto da truppe russe e islamisti e opposizione armata per riconquistare la provincia di Idlib, ultima roccaforte ribelle. E ancora una volta la tragica conta di morti, feriti e sfollati si aggiorna.

Il dolore della Siria corre sulle note di Nahel “perché l’unico modo per evitare altre sofferenze è raccontare al mondo ciò che accade nel mio Paese. Racconto in musica storie vere che pochi conoscono”. Come quella di Nayef, un “cucciolo di uomo”, 8 anni, di un villaggio nei pressi di Aleppo che in un bombardamento ha visto morire praticamente tutta la sua famiglia. “La sua dignità e il suo orgoglio di uomo, imprigionati nel corpo di un bambino, mascherano – dice Nahel – dolore e lacrime sotto il suo capo fasciato”. Le immagini di quel bambino, trovate in rete, vengono accompagnate dalle note del maestro. “Fino a quando?”: è la domanda che è anche il titolo del brano.

“Fino a quando Nayef sarà uno dei tanti, troppi, innocenti che vivono simili tragedie ogni giorno, in solitudine, con la loro sofferenza che esplode dentro al cuore?”.

Domande che si ripetono per altri siriani, bambini come Alan Kurdi, tre anni, ritrovato morto sulle rive della Turchia, dopo che il gommone su cui viaggiava con la sua famiglia è affondato, o giovani donne come Aya, che dopo tante peripezie riesce a coronare il sogno della sua vita di sposare il suo Fady e raggiungere la Svezia. Non mancano cenni autobiografici – affidati al brano ‘La speranza del ritorno’ – con il compositore costretto a lasciare Damasco anche davanti al farsi strada degli estremismi e del terrorismo,

“ancora rivedo spari, urla, persone che fuggono e tanto sangue”.

“Amata Siria”. Tante storie messe in musica che sono entrate a far parte di un progetto denominato “Amata Siria” (www.amatasiria.org) fortemente voluto da Nahel, patrocinato da Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), dalla Diocesi e dal Comune di Mantova. Nahel ha cominciato a organizzare concerti di solidarietà, con musicisti da tutta Italia e coinvolgendo anche gli studenti del liceo musicale e coreutico della città lombarda. “Il progetto – puntualizza Nahel – è indipendente da qualsiasi credo politico, etnico o religioso e vuole unirsi a tutti coloro che operano per il bene della Siria”.

Il nome del progetto “Amata Siria”, rivela il maestro, nasce dalle “toccanti espressioni che Papa Francesco indirizza spesso al popolo siriano. Il Pontefice ogni volta che cita la Siria usa l’aggettivo ‘amata’”. Lo scorso 27 febbraio Nahel era in piazza san Pietro all’udienza di Papa Francesco. Al pontefice ho detto: “milioni di siriani hanno perso la speranza. L’unica è lei Santità”.

Seminare speranza. La risposta di Papa Francesco è stata pronta e diretta: “Tu porti la speranza, tu sei la speranza”. Parole che sono suonate come un mandato per Nahel: “è come se mi avesse detto tocca a te seminare speranza e desiderio di pace per la Siria, con la tua musica”. Una vera e propria benedizione al progetto. L’abbraccio ‘musicale’ al popolo siriano, partito da Mantova, ora cerca nuovi palcoscenici e teatri, perché “è necessario riportare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica a questa guerra dimenticata”. “Muore solo chi viene dimenticato, nessuno è solo se la sua sofferenza viene condivisa” ripete Nahel.

Questa volta al pensiero per “l’amata Siria” se ne aggiunge un altro: “voglio ricordare il mio amico, il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria a luglio del 2013 e di cui non si hanno più notizie. Il suo amore per il dialogo con il mondo islamico, la riconciliazione e la fratellanza ci indica la direzione da seguire”. “Il male ha paura davanti al bene – conclude Nahel facendo sue le parole del Papa all’udienza del 27 febbraio -. Questa è la mia speranza”.

“Anche in Siria il male ha i giorni contati”.

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Scampia: avviato cantiere per abbattere Vela verde. Don Gargiulo (parroco): “Non è Gomorra. I giovani restano per costruire una realtà diversa”

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 10:19

Da simbolo di architettura all’avanguardia a immagine del degrado e della criminalità. Questo è stato il destino delle Vele di Scampia, quartiere napoletano associato dai media alla camorra e al malaffare. Qualche giorno fa, grazie al progetto Restart Scampia, che punta a riqualificare l’area, è stato avviato il cantiere per abbattere la più piccola delle quattro restate in piedi, la Vela verde: le prime tre sono state già demolite a partire dagli anni Novanta e altre, tranne una, lo saranno in futuro. A don Alessandro Gargiulo, parroco dal 2006 di Maria SS. del Buon Rimedio, la parrocchia delle Vele di Scampia, chiediamo come si vive oggi nel quartiere.

Don Alessandro, è un segno importante l’avvio del cantiere?

Le Vele sono un incubatore di male sociale, ma sono anche servite a creare consenso per le politiche e i politici.

L’abbattimento di una di esse è, certamente, un segno importante, ma a noi interessa soprattutto quello che c’è ancora da fare per un riscatto ancora più incisivo. Per ora ci sono passi tiepidi perché non hanno il segno e il valore di un cambiamento totale, quale potrebbe essere l’entrata in funzione della facoltà di Scienza della nutrizione, che stiamo aspettando da tempo. L’edificio, costruito sullo spazio di una Vela già abbattuta, è finito, ma ancora non è attiva la facoltà.

Lei è parroco a Scampia dal 2006: ha visto un miglioramento in questi anni?

Scampia negli ultimi anni ha vissuto un movimento di liberazione,

che non può essere attribuito a una stagione breve: è la fatica vissuta da alcune istituzioni e dalla Chiesa con l’attenzione straordinaria che il card. Crescenzio Sepe ha dato al territorio. Un grande sforzo hanno compiuto anche le forze dell’ordine, la polizia, ma, ribadisco, c’è ancora tanto da fare.

L’equazione Scampia-Vele uguale a camorra e “Gomorra” quanto è corretta?

È falsa l’idea che Scampia sia la camorra. Oggi abbiamo una grande difficoltà a raccontare il bene: si diventa, a volte, o retorici o patetici quando si cerca di farlo, eppure, questo è un quartiere che vive sull’onestà di tantissima gente, padri di famiglia orgogliosi dei figli, persone che lavorano, s’impegnano e si mettono insieme per fare cose che toccherebbero alle istituzioni. L’equazione con “Gomorra” è molto difficile da vivere: gli evidenti segni di sviluppo e miglioramento sono soffocati a livello mediatico da questa immagine che diventa una condanna:

su storie ed eventi accaduti è nato un filone narrativo, che io chiamo l’epica del male.

Quando facciamo i gemellaggi con altre realtà parrocchiali del nord, il primo sentimento provato dalle persone che vengono qui è lo stupore perché si accorgono di quanta umanità e bellezza c’è nella vita della nostra gente.

Quali sono i maggiori problemi?

Innanzitutto, quello della scarsa vivibilità, poi quello della gestione dei rifiuti, della sicurezza delle strade, della prepotenza di alcuni, che molto spesso mortifica la vita della gente perbene. Purtroppo, si è permesso ad alcuni sistemi economici paralleli, espressione della malavita, di crescere. Qui lo spaccio stato a cielo aperto era un drammatico segno di abbandono. Abbiamo anche il problema del reinserimento e recupero di ex detenuti di età avanzata che non hanno come riorganizzare la vita e sono più soggetti alla recidiva.

La disoccupazione nel quartiere è un problema generalizzato?

La disoccupazione è alta: gli ammortizzatori sociale hanno tamponato le difficoltà delle persone, ma non hanno innescato processi virtuosi, non abbiamo un’economia florida. Ci sono tanti padri di famiglia senza lavoro, madri che con la pensione di reversibilità sostengono i nuclei familiari dei figli e magari sono costrette anche ad andare a lavorare. Di fronte a tutte queste difficoltà, c’è un tentativo di riorganizzazione dal basso: sono le persone che cercano degli spiragli, ma le opportunità sono poche. Malgrado ciò,

sono molti i giovani che scelgono di rimanere

per costruire una comunità dal basso, con lo sviluppo di una identità comune.

Quali sono gli elementi positivi presenti a Scampia?

La prima realtà positiva a Scampia è rappresentata dalle famiglie, ammortizzatore sociale senza il quale anziani, giovani e bambini sarebbero in una situazione disperata, poi la scuola che lavora con impegno e consapevolezza, le comunità parrocchiali, che sono a Scampia dal primo momento, prima della municipalità, alcune associazioni.

Qual è il ruolo della Chiesa in un quartiere difficile come Scampia?

È quello di stare accanto alle persone nello spirito del Vangelo. Questo è quello che ci contraddistingue: non abbiamo risorse né poteri da supereroi, ma come Chiesa abbiamo scelto di vivere accanto alla gente in un posto dal quale molti sarebbero voluti andare via. Questo coraggio della Chiesa è stato sposato anche da tanti giovani che incominciano a sognare con gli occhi della fede una realtà diversa impregnata dallo stile del Vangelo. Oltre alla missione evangelizzatrice, abbiamo, poi, un ruolo di sostegno per chi, cattolico e non, è in difficoltà rispondendo a bisogni primari delle persone, come pagare le bollette. Nella nostra società, partire dalle periferie diventa un’opportunità per vedere meglio il mondo, anche se i dolori, le sofferenze, le solitudini si amplificano in un mondo un po’ marginalizzato: stare accanto è nostro compito, come pure essere presidio di legalità perché qui è una zona di confine e c’è la possibilità di evangelizzare il mondo di coloro che hanno scelto di stare fuori dalla comunità civile con le loro azioni.

Quante sono le parrocchie nel quartiere?

A Scampia ci sono quattro parrocchie. Quella di Maria SS. del Buon Rimedio a breve avrà una nuova casa: stiamo costruendo la nuova chiesa, a 50 metri dalla vecchia, con i fondi della Cei. L’8 ottobre scorso abbiamo già inaugurato l’oratorio parrocchiale. Nel prossimo anno dovrebbero finire i lavori della nuova chiesa. La vecchia è una struttura piccola, nata come “temporanea” nel 1978!

Un auspicio per Scampia…

Una presenza viva delle istituzioni, azioni costanti che garantiscano ai cittadini i diritti fondamentali,

tornare alla normalità.

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Qui comunicazione

Agenzia SIR - Fri, 17/05/2019 - 00:00

Si parte, dunque, in questo fine settimana con il “nostro” Festival nazionale della Comunicazione, organizzato dalla diocesi in collaborazione con la Pia Società S.Paolo e le Figlie di S.Paolo sul tema stimolante “Le belle notizie: dal virtuale al reale”. Significativo il momento della presentazione ufficiale nel palazzo vescovile, con la partecipazione del sindaco Alessandro Ferro che ha portato il suo saluto e quello dell’amministrazione, che ha appoggiato fin da subito l’iniziativa, auspicando che davvero possano emergere di più le belle notizie – ce ne sono tante anche in città -, spesso soffocate da quelle negative. L’incontro preliminare per la stampa, aperto dal saluto del presidente della Fondazione SS. Felice e Fortunato, mons. Francesco Zenna, che si fa carico della gestione complessiva del Festival, ha visto poi la presentazione della grande Famiglia Paolina da parte del nuovo incaricato del Festival, Giuseppe Lacerenza; quindi l’illustrazione da parte della paolina chioggiotta sr. Nadia Bonaldo delle motivazioni che da 14 anni ispirano la proposta portata avanti in varie città d’Italia (la prossima sarà Molfetta, in Puglia) e delle modalità con cui vengono declinate le varie attività: quella dei linguaggi, della conoscenza, della bellezza, dell’aggregazione, della solidarietà, applicate al contesto particolarmente suggestivo e vivace della nostra città e diocesi. Il direttore dell’Ufficio diocesano delle Comunicazioni sociali e del nostro settimanale ha illustrato in particolare la giornata dedicata a “Nuova Scintilla” (venerdì 24 maggio) con la presenza dei settimanali diocesani del Triveneto e del presidente nazionale della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), dopo aver messo in rilievo l’ottimo lavoro svolto dal Comitato – affidato all’esperienza del prof. Sergio Ravagnan, con la collaborazione del segretario Valerio Salvagno, oltre che del dr. Sergio Piva per la Fondazione -, che ha saputo coinvolgere molte rappresentanze della città e della diocesi. Il programma, già presentato nel nostro giornale e diffuso attraverso lo specifico dépliant, è stato poi illustrato nei dettagli da Ravagnan e Salvagno. Qui vogliamo richiamare l’attenzione soprattutto sui quattro convegni socio-culturali che vedono la partecipazione di personaggi di grande valore e competenza, a livello nazionale e locale, con il riconoscimento anche dell’Ordine dei Giornalisti che ha assegnato agli incontri i crediti formativi: il 17 maggio sul tema portante del festival, il 24 sul ruolo della stampa locale, il 25 sul potere della comunicazione e il 29 sul rapporto tra identità e accoglienza. Un ulteriore convegno di alto livello è quello del 31 sugli scenari futuri anche a livello socio-economico. Ma c’è poi tutta una serie di proposte nei vari ambiti della comunicazione e della vita (poiché vivere è comunicare…) che coinvolgono associazioni, scuole, giovani, artisti, volontari: gente impegnata a creare “belle notizie” nel mondo della cultura, dello sport, dello spettacolo dell’ambiente, senza dimenticare le celebrazioni, a cominciare dalla messa del vescovo Adriano questa domenica in cattedrale, trasmessa su Rai Uno.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Una salvezza così grande

Natidallospirito.com - Thu, 16/05/2019 - 16:38

Un volto radioso, un sorriso benigno, parole confortanti che mettono a proprio agio l’interlocutore. Ecco l’idea che ci viene in mente quando facciamo il nome di anba Epiphanius.

Nato il 27 giugno 1954 a Tanta, Egitto, il giovane Tadros Zaki Tadros ha portato a termine i suoi studi alla Facoltà di Medicina nel 1978. È entrato al Monastero di San Macario il 17 febbraio 1984 ed è stato ordinato monaco il giorno di Sabato della Luce (Sabato Santo), 21 aprile 1984, ricevendo il nome di Epiphanius. Ben presto, grazie alle sue numerose qualità, gli è stato chiesto di ricoprire diverse cariche importanti del monastero: la sua grande devozione, la sua disponibilità e la sua affabilità hanno fatto di lui il miglior candidato per curare e servire i malati, non solamente all’interno delle mura del monastero, ma soprattutto quando si rendeva necessario uscire. È così che è stato scelto nel 1997 per accompagnare il suo padre spirituale, padre Matta el Meskin, durante il suo viaggio negli Stati Uniti per un’operazione al cuore, poi padre Yuhanna in Germania nel 2002, e infine i padri Lukas e Panaghias, sempre in Germania, nel 2008, per delle cure antitumorali. Tornato in Egitto, ha continuato a curare questi ultimi due monaci con grandissima devozione fino al momento del loro passaggio all’altra vita.

Le sue straordinarie doti intellettuali sono state notate dal suo padre spirituale, padre Matta el Meskin, fin dalla sua entrata in monastero. Mentre era ancora novizio lo ha incoraggiato a studiare i Padri e la Tradizione della Chiesa e gli ha procurato i libri necessari. L’amore del giovane monaco per la Scrittura e la Tradizione facevano sì che si immergesse per delle ore nella lettura della patristica, della letteratura monastica antica e degli studi liturgici. Gli è stata, perciò, affidata la cura della biblioteca del monastero che gli è debitrice della maggior parte della catalogazione elettronica.

Inoltre, la sua precisione e la sua grande capacità di lavorare lo rendevano il più indicato a occuparsi della contabilità del monastero. A partire dagli inizi degli anni Novanta fino alla fine della sua vita, si è speso totalmente per questo compito piuttosto ingrato. Questa stessa meticolosità lo ha candidato al lavoro di revisione delle bozze della tipografia del monastero. Lavorando alla casa editrice ha potuto anche contribuire, come autore, alla rivista del monastero Saint Mark.

Nel 2002, quando i monaci incaricati di celebrare la liturgia cominciavano a invecchiare, padre Matta el Meskin, allo scopo di alleviare il carico dei monaci anziani, ha scelto alcuni monaci per essere ordinati presbiteri. Tra questi vi era padre Epiphanius. Sebbene avesse chiesto in lacrime di esserne esentato perché indegno, il monaco Epiphanius ha dovuto, per obbedienza, sottoporsi a questa ordinazione. Da allora, a causa della sua semplicità e della sua spiritualità, su di lui e su padre Panaghias cadeva la scelta per concelebrare con il nostro igumeno di allora, padre Kyrillos, in occasione delle grandi feste e della gran parte delle domeniche dell’anno. Alla fine di ogni celebrazione, padre Panaghias, per allontanare qualsiasi sentimento di vanagloria, scappava nella stalla per mungere le vacche. Allo stesso modo, padre Epiphanius si esercitava a offrire i suoi servizi ai più umili e a chiunque ne avesse bisogno.

In quanto bibliotecario, ha avuto l’occasione di incontrare numerose personalità di passaggio in monastero. Tutti ne hanno potuto saggiare l’affabilità, la disponibilità e l’apertura che si esprimevano con il suo accogliente inimitabile sorriso. Ha scritto di lui il coptologo padre Philippe Luisier: “L’avevo incontrato quando era bibliotecario, poi l’ho rivisto quando è diventato abate e vescovo. Era sempre uguale a se stesso, con questo sorriso che è soltanto suo”.

Coloro che hanno avuto l’occasione di parlare con lui hanno potuto misurare anche l’ampiezza della sua cultura che, tuttavia, non gli impediva di considerarsi sempre come una persona alle prime armi. Una volta, invitato a un convegno, gli fu chiesto di fare uno degli interventi inaugurali. Si mise, allora, a sedere sulla pedana insieme alle altre illustri personalità invitate per l’occasione. Il giorno dopo, però, gli organizzatori lo videro seduto in fondo alla sala, tra gli uditori. Quando gli fu chiesto di riprendere il proprio posto in pedana, rispose così: “Ieri, ero un conferenziere. Oggi, vengo per imparare”.

Nel 2013, in seguito a un sondaggio condotto su iniziativa di papa Tawadros II, è stato votato dalla maggioranza dei monaci per diventare superiore del monastero e, per questo scopo, è stato ordinato vescovo dal patriarca. Ma è sempre “rimasto uguale a se stesso”. Non ha mai accettato che gli si facessero le metanie[2] e a coloro che insistevano diceva: “Se ti prosterni davanti a me, farò lo stesso con te!”. Alla liturgia, chiedeva che non fossero intonati in suo onore gli inni propri del vescovo. Non si è mai seduto sul seggio episcopale (che, tra l’altro, in monastero, non era che una semplice poltrona) ma si sedeva a terra come gli altri monaci. Si rifiutava di indossare gli abiti liturgici propri del vescovo, accontentandosi di una semplice tunica bianca come gli altri celebranti. A chi gli chiedeva il perché di una tale scelta rispondeva: “Questi abiti ornati sono per i vescovi diocesani. In monastero, dobbiamo conservare la nostra semplicità monastica”. Per le liturgie nelle quali doveva ungere l’assemblea (come, ad esempio, il venerdì della fine della Quaresima e il Sabato della Luce), non aspettava che i fedeli andassero da lui, ma era lui che, prendendo l’ampolla d’olio, passava tra le fila e ungeva ognuno al proprio posto. Davvero ha incarnato per noi Colui che ha detto ai suoi discepoli: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Egli riteneva che il suo compito principale in quanto vescovo fosse presiedere alla liturgia domenicale e distribuire alla sua comunità il Corpo del Signore. Per lui, era così che poteva contribuire al meglio a realizzare lo scopo finale della creazione: “Ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose” (Ef 1,10). Perciò, non mancava mai alla liturgia domenicale, a meno che fosse obbligato per un viaggio o una malattia, e incoraggiava i suoi monaci a fare lo stesso. In questo è stato un degno successore dei vescovi dei primi secoli, di Ignazio, Cipriano, Ireneo, Pietro di Alessandria. E come loro ha concluso la sua vita con il martirio.

[2] Prostrazioni per chiedere la benedizione, N.d.T.

tratto dalla presentazione di padre Wadid el Macari al libro
“Una salvezza così grande” di anba Epiphanius

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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Ambiente, web, lavoro: 10 buone notizie dal Parlamento europeo

Agenzia SIR - Thu, 16/05/2019 - 13:12

Forse non ce ne siamo accorti, ma in questi cinque anni il Parlamento europeo ha contribuito a migliorare la vita dei 508 milioni di cittadini dell’Unione europea. Come? Votando nuove norme e partecipando alla definizione dei progetti e del budget comunitario che prevede fondi per investimenti produttivi, sviluppo territoriale, cultura, sicurezza, ricerca, istruzione… Tra le innumerevoli norme varate ce ne sono una decina che ci riguardano molto da vicino e che un video prodotto dall’Europarlamento sinteticamente illustra.

Roam like at home. Abbiamo tutti un telefono e chi viaggia sa quanto è sempre stato costoso chiamare o ricevere chiamate quando era fuori dal proprio Paese, in vacanza o per lavoro all’estero. Ebbene: è entrato in vigore il 15 maggio in Europa il

limite dei 19 centesimi al minuto per le chiamate internazionali all’interno dell’Ue,

ma già dal giugno del 2017 sono applicate le norme dell’Ue sul roaming a tariffa nazionale (roam like at home), per cui se si è all’estero si chiama, si inviano messaggi e si naviga allo stesso costo della propria tariffa domestica.

Salvare l’ambiente. Andiamo tutti a fare la spesa e sicuramente ci siamo accorti che nei supermercati per acquistare frutta e verdura i sacchetti sono cambiati (e sono a pagamento): non è speculazione o una nuova tassa, ma una decisione importante del Parlamento nel 2015 per ridurre l’uso di sacchetti di plastica leggera, che hanno effetti devastanti sull’inquinamento di mari e fiumi. Sulla stessa linea si muove la legge approvata nel marzo scorso (e che entrerà in vigore nel 2021) che vieta i prodotti di plastica monouso (piatti, posate, cannucce). Ancora nell’ambito ambiente e clima, è da ricordare l’approvazione da parte del Parlamento dell’Accordo di Parigi, nel 2016 che ha segnato l’inizio dei lavori per una serie di misure per ridurre le emissioni di carbonio e promuovere l’uso di fonti di energia rinnovabile. Sul fronte energia invece noi consumatori possiamo aspettarci un risparmio medio fino a 500 euro all’anno sulle bollette dell’energia grazie all’etichettatura energetica semplificata per gli elettrodomestici approvata dagli eurodeputati nel 2017.

Protezione dati, e-commerce. Altre importanti decisioni riguardano internet: ad esempio, per gli acquisti online e l’e-commerce, dal 2018 chi acquista on line prodotti e servizi in un altro Paese Ue non potrà più essere immotivatamente discriminato con tariffe maggiori semplicemente perché l’ordine proviene da un Paese estero. Sempre dal 2018 è in vigore il nuovo regolamento sulla protezione dei dati che ci aiuta a controllare di più l’uso dei nostri dati personali.

Mano tesa alle famiglie. A cambiare la vita di tante famiglie saranno le misure che solo ad aprile sono state votate per conciliare lavoro e vita privata: anche i neo-papà avranno diritto a un minimo di 10 giorni di congedo parentale e per i lavoratori che si occupano di parenti gravemente malati c’è la possibilità di usufruire di 5 giorni di congedo l’anno. Sul fronte lavoro, diritti minimi per i lavoratori con contratti a zero ore, voucher oppure delle piattaforme digitali, come Deliveroo o Uber sono ora in vigore nell’Ue.

Lotta al terrorismo. Forse meno verificabili nella vita quotidiana, ma non per questo meno concrete e incisive, sono le norme adottate dal Parlamento nel 2016 e che obbligano le compagnie aeree a fornire ai servizi di sicurezza le informazioni relative alle persone che viaggiano per e fuori dall’Ue; oppure le

regole comuni e più severe contro i combattenti terroristi stranieri

e i cosiddetti “lupi solitari” e per contrastare il finanziamento del terrorismo. O ancora nel dicembre 2018, il Parlamento ha approvato il partenariato commerciale e strategico Ue-Giappone, “il più grande accordo commerciale bilaterale mai negoziato dall’Unione”, anche se negli ultimi anni sono stati siglati accordi commerciali anche con Canada e Singapore. Tra gli impegni che questo Parlamento ha segnalato– e che il prossimo dovrà portare avanti – la richiesta che finanziamenti Erasmus+ siano triplicati nel prossimo quadro finanziario pluriennale 2021-2027, per permettere a sempre più giovani europei di partecipare a questo programma in materia di istruzione e formazione.

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Paradosso inglese: caos Brexit e si torna alle urne per l’Europarlamento. Farage verso il trionfo

Agenzia SIR - Thu, 16/05/2019 - 13:01

E cosi il “Withdrawal agreement”, la legislazione che porta la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea, tornerà, per la quarta volta, nel parlamento britannico la settimana che comincia con lunedì 3 giugno. È l’ennesimo, disperato, tentativo della premier Theresa May (voci insistenti parlano di possibili dimissioni) di far approvare da Westminster l’accordo che ha concluso con Bruxelles lo scorso novembre. Ma a una settimana dalle elezioni europee (nel Regno Unito si vota il 23 maggio) l’esperto di sondaggi per la Bbc, John Curtice, spiega al Sir che la strategia del primo ministro britannico non porterà a nulla e alle elezioni del prossimo 23 maggio il partito conservatore perderà ancora.

L’ordine d’arrivo: primo Farage. “Manca ancora una settimana al voto e i sondaggi non sono attendibili al 100% ma sarei molto sorpreso se il partito per il Brexit di Nigel Farage non arrivasse al primo posto, i laburisti al secondo e i liberaldemocratici terzi con i conservatori come fanalino di coda”, spiega Curtice (nella foto), docente di politica all’università di Strathclyde, analista di sondaggi per la Bbc. “Al quinto posto penso che ci saranno i verdi e, al seguito di questi, il partito “Change Uk”, formato da parlamentari indipendenti che vogliono un secondo referendum per rimanere nella Ue. Il partito nazionalista scozzese Snp trionferà in Scozia”.

Theresa May sconfitta ancora. Per Curtice il prossimo 23 maggio la perdita sarà considerevole per i Tory e anche per i laburisti. Da quando è passata la data prevista per il Brexit del 29 marzo scorso gli elettori hanno cominciato ad abbandonare i due partiti maggiori.

Vincerà l’euroscetticismo. L’esperto spiega che, alle elezioni europee, nel Regno Unito, hanno sempre vinto i piccoli partiti euroscettici perché viene applicato il sistema proporzionale, anziché quello uninominale secco, usato nelle elezioni legislative. Inoltre l’affluenza alle urne è, di solito, bassa e gli elettori usano il voto per protestare contro le mancanze del governo. Basti ricordare il successo del partito Ukip di Nigel Farage nel 2014 che era arrivato al primo posto con il 27% del voto. “Il risultato elettorale europeo non cambierà la posizione che hanno tenuto, fino ad oggi, i parlamentari”, spiega l’esperto. “I Tory, che sostengono Brexit, interpreteranno il successo di Nigel Farage come un segnale che il partito deve appoggiare un hard Brexit, un’uscita senza accordo dall’Unione europea, e voteranno contro il trattato proposto dalla premier. Oppure decideranno di inghiottire il loro orgoglio e votare a favore perché avranno paura che il partito conservatore venga danneggiato da Farage durante un’elezione generale. Anche i laburisti saranno divisi tra coloro che vogliono andarsene dall’Unione europea, che voteranno per la May, e coloro che preferiscono un secondo referendum”. La premier perderà ancora, per la quarta volta, il voto di Westminster. Curtice non ha dubbi e sostiene che tutti gli altri esperti concordano con lui.

Guadagnare tempo? Per il docente di politica il voto a Westminster dei primi di giugno è solo uno strattagemma di Theresa May, che sa che i suoi giorni politici sono contati, per guadagnare tempo. Una strategia che non funzionerà. “È inevitabile che, durante l’estate, una volta perso il voto a Westminster, il primo ministro venga costretto a dimettersi. In teoria la premier non può essere sfidata da altri aspiranti alla guida del partito fino a dicembre”, spiega il professor Curtice. “Ma dopo la sconfitta a Westminster Graham Brady, presidente del comitato 1922, dove il partito sceglie i suoi leader, chiederà alla May di dimettersi e quest’ultima non avrà scelta. A quel punto si aprirà una competizione, tra i Tory, per eleggere il nuovo leader”. Secondo Curtice la premier si dimetterà già a giugno o, comunque, entro l’estate e la competizione per scegliere un nuovo leader durerà fino ad agosto. A quel punto non vi sarà tempo sufficiente per l’approvazione della legislazione necessaria per implementare il Brexit e Theresa May o il nuovo leader dovranno chiedere un’ulteriore estensione all’Unione europea.

Il trionfo di Farage. “La novità più importante delle elezioni europee nel Regno Unito sarà il trionfo del Brexit Party di Nigel Farage”, spiega John Curtice. “Il numero di elettori che sono a favore dell’uscita dall’Unione europea sono, più o meno, gli stessi del referendum del 2016 che ha dato il via al Brexit. La differenza è che il prossimo 23 maggio voteranno per Farage anziché per i Tory”.

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Barca nostra, tragedia da esposizione

Agenzia SIR - Thu, 16/05/2019 - 10:00

Pensavamo restassero sepolti in fondo al mare, forse di non pensarci più. Invece il barcone che li conteneva rimane esposto alla Biennale di Venezia fino al 24 novembre. Col nome di “Barca Nostra” è la memoria di quel numero imprecisato di migranti, tra settecento e mille, affondato nell’impresa di attraversare il mare il 18 aprile del 2015. Ventotto i superstiti.

Un barcone eritreo senza nome, fuori turchese come i cieli di sole, dentro nero di morte. Squarciato, inabissato e lasciato per un anno intero a 350 metri di profondità, ancora carico della merce che nessuno ha voluto: migranti. Solo nel 2016 c’è stato il non facile recupero. Cosa ne è venuto fuori lo dice un libro atroce di Cristina Cattaneo, medico legale, incaricata del riconoscimento degli annegati (“Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo”). L’autrice è chiara, dettagliata, talmente precisa da essere irripetibile. Non lo ha fatto per gusto del macabro, ma per una doppia ragione. Da una parte la sua professione, dall’altra la missione che ha sentito in cuore davanti a tanto scempio: senza nome un morto è solo un cadavere che il tempo corrode fino a lasciare ossa, a volte nemmeno tutte, altre in una disumana mescolanza tipica degli incidenti.

Dare un nome a chi non c’è più significa, invece, ridargli una storia: un figlio, una moglie, una madre, una terra.

Renderlo uomo come tutti gli uomini. Una missione rivelatasi quasi impossibile sia per le condizioni estreme in cui ha dovuto lavorare, sia per lo scarso interesse verso questa impresa lunga e dispendiosa. Di quelle pagine sono passate alla cronaca un paio di storie: il ragazzino con la pagella cucita dentro la maglietta, il suo lasciapassare per la civiltà; il giovane con in tasca un sacchettino di terra. Lo facevano anche i nostri migranti: partire è sempre un po’ morire. Ma lo abbiamo dimenticato. O forse crediamo che valga solo per noi.

Di quel barcone ha parlato più volte anche Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, che ha visitato oltre 300mila persone sbarcate. Presente un paio di mesi fa a Pordenone ha pure mostrato le foto di quel ritrovamento. Immagini che non si descrivono, ma la sua voce, pur avvezza a simili resoconti, ancora si faceva rotta e incredula davanti a tanto dolore e a tanta ingiustizia.

Dalla base siciliana di Melilli, vicino ad Augusta, dove era stato lasciato, il relitto è giunto all’Arsenale di Venezia.

Un viaggio non facile e per più ragioni: dalle tecniche (è alto 23 metri, pesa 50 tonnellate) alle burocratiche: è proprietà dello Stato, affidato alla Difesa, destinato a essere smaltito come rifiuto speciale. Ma lo svizzero Cristhoph Buchel, artista che ama provocare (nel passato ha allestito una moschea dentro una chiesa sconsacrata), ci è riuscito anche grazie al sì di alcune persone: l’assessore alla cultura della regione Sicilia Sebastiano Tusa (scomparso poi nell’incidente aereo del 10 marzo a Nairobi), il sindaco di Augusta Maria Concetta di Pietro, il premier Giuseppe Conte che ha firmato il via libera il 18 aprile 2019, a quattro anni esatti dal naufragio.

Nel passato questo stesso barcone lo si era immaginato in piazza Duomo a Milano e anche a Bruxelles: simbolo delle tragedie nel Mediterraneo. Ora sta tra le gru e il bar dell’Arsenale: per un caffè vista squarcio su una tragedia che resta d’attualità.

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Gran Bretagna: "Cristiani, è quasi genocidio"

Evangelici.net - Thu, 16/05/2019 - 09:01
Sono oltre trecento milioni le persone al mondo perseguitate per motivi religiosi, e l'80% di loro è cristiana: lo conferma una relazione commissionata dal ministro degli esteri britannico, Jeremy Hunt. Secondo il dossier la persecuzione dei cristiani in diverse parti mondo raggiunge livelli che "probabilmente si avvicinano alla definizione internazionale di genocidio", e la situazione sta...
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Un voto utile e consapevole

Agenzia SIR - Thu, 16/05/2019 - 00:00

Dobbiamo fare uno sforzo per sfuggire al livello propagandistico di queste elezioni e non cadere nella duplice trappola: “sono tutti uguali, tanto vale non votare”, oppure: “chi ho votato l’altra volta non mi ha soddisfatto, voto il suo opposto”. Prima di tutto vale riflettere al fatto che viviamo da 74 anni in pace, un periodo incredibile, se guardiamo all’Ottocento o alla prima metà del Novecento.
Poi che il secolo scorso ci ha dato le peggiori dittature: il comunismo, il fascismo e il nazismo; con esse l’appiattimento, la perdita della libertà, la follia di mettere il destino dei popoli nelle mani di fanatici sanguinari. E poi è venuta la pace, la libertà, la democrazia, la ricerca della uguaglianza nelle opportunità.
Nemici secolari hanno posato le armi e faticosamente ma tenacemente hanno iniziato a collaborare. Piccoli staterelli si sono uniti, è sorta il 25 marzo 1957 col trattato di Roma la Comunità europea. Sembra tutto naturale, muoversi senza passaporto, non dover cambiare la valuta a ogni dogana e anzi chiudere le dogane, far girare liberamente persone, idee e merci.
Ma sta diminuendo la consapevolezza che le conquiste devono essere continuamente sentite, difese, sostenute, altrimenti c’è il rischio di perderle. Nella povertà c’era la solidarietà, la cooperazione, l’altruismo; nel benessere cresce l’egoismo, il disprezzo e purtroppo l’odio. Tolte le barriere tra noi, qualcuno le vuole alzare per gli altri.
Dobbiamo votare per il bene comune, per il futuro, per la speranza. Importantissimo il voto europeo, per la pace, la libertà e lo sviluppo. Qui ci sono i grandi valori e progetti.
Concreto il voto regionale, in cui rischiamo di esser sempre più periferici per la sanità, i trasporti, le infrastrutture. Ci vuole molta buona volontà, perché gli esempi dei politici non sono stati sempre sufficientemente positivi.
A livello locale, nelle varie opzioni, dobbiamo individuare competenze, onestà e impegno democratico per il bene comune; confermare chi ha operato bene, bocciare chi non è stato all’altezza e dare sempre una parte di rinnovamento con le nuove generazioni. Abbiamo problemi gravissimi: il crollo delle nascite, la crisi del lavoro, i disagi della vecchiaia, la fragilità delle famiglie… Non accontentiamoci dei sorrisi e degli slogan. Non confondiamo le promesse con i progetti, mettiamo insieme l’esperienza e l’entusiasmo. È un grande dono poter decidere, votare: metà del mondo non lo può fare.

(*) direttore “La Vita Casalese” (Casale Monferrato)

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I giovani

Agenzia SIR - Thu, 16/05/2019 - 00:00

La tematica riguardante il mondo giovanile è, specie negli ultimi periodi, oggetto di studio e riflessione da più parti. Vero è che il futuro che attende tutti noi sarà gestito dai giovani di oggi. Sociologi ed esperti del settore pongono continuamente sotto i nostri occhi le varie sfaccettature di questo particolare universo. Da più angolature viene osservata questa complessità e ne escono fuori definizioni diverse, molto spesso con tinte grigie. La questione giovanile è di primaria importanza e questo non emerge solo oggi. Purtroppo, forse oggi più che nei tempi trascorsi, si evidenziano le diverse fragilità in un contesto fatto di dinamiche nuove, non previste ed a volte non prevedibili.
In tanti si affannano ad aprire dibattiti, fornire statistiche ed anche a dare ricette. La realtà giovanile resta in tutta la sua complessità ed a volte anche nel completo isolamento dal momento che alle parole poche volte seguono fatti. Ma al di là di ogni studio e di ogni statistica ci sono anche i giovani che vogliono mettersi in gioco come protagonisti in una società che molto spesso li strumentalizza.
L’evento delle tre giornate a San Gabriele è un chiaro esempio di come i giovani non sono tutti uguali e non c’è omologazione. Un nuovo protagonismo è possibile e lo ha ben sottolineato il cardinal Parolin nel discorso conclusivo della veglia internazionale mariana. Ai giovani il cardinale ha detto: “Cari giovani, non abbiate paura di accogliere le sfide del nostro tempo, soprattutto quelle legate alla globalizzazione e alla ricerca scientifica. Anzi, è un grande dono e una grande opportunità per sentirsi parte di una società da costruire anche con il vostro contributo”.
Ai giovani intervenuti a San Gabriele sono stati presentati due fulgidi esempi: il primo san Gabriele stesso, giovane tra i giovani alla ricerca di un’identità e capace di scelte coraggiose di vita e l’altro, San Giovanni Paolo II, il padre delle giornate mondiali della gioventù. Il cardinale Parolin nella parte conclusiva ha aggiunto: “I giovani attendono una proposta significativa e testimoni credibili per imparare a progettare la propria esistenza”. Il mondo degli adulti ha ancora molto da dare a quello dei giovani per garantire a tutti un futuro vivibile, a misura d’uomo.

(*) direttore “L’Araldo Abruzzese” (Teramo-Atri)

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Sgombero forzato per 450 rom alla periferia di Giugliano, in condizioni inumane e senza alternative. La metà sono bambini

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 16:55

Da venerdì scorso 450 rom di cui la metà bambini, vagano senza meta tra le campagne di Giugliano, cittadina campana di 140.000 abitanti a due passi dalla famigerata Terra dei fuochi.  Intere famiglie di sei o sette persone, c’è anche una bimba di un mese e donne incinte, vivono in condizioni inumane. Dormono in vecchie automobili e furgoni, non hanno acqua, bagni chimici a disposizione né tende sotto cui ripararsi in queste giornate di pioggia e insolito freddo gelido.  Non hanno un posto dove andare, nessuno li vuole. Il 10 maggio sono stati sgomberati, per l’ennesima volta, dall’amministrazione comunale, senza una soluzione abitativa alternativa. Solo una promessa a voce, quindi di fatto senza valore: se avessero presentato un contratto d’affitto avrebbero avuto 5.000 euro una tantum. Soldi che non sono state dati, anche perché per una famiglia rom è quasi impossibile trovare qualcuno che affitti loro casa. I bambini, ben inseriti negli istituti scolastici di Scampia, da giorni non possono più andare a scuola. Le associazioni locali, tra cui Libera e la Caritas di Aversa, stanno raccogliendo beni di prima necessità per aiutarli. C’è una mobilitazione delle parrocchie e il vescovo di Aversa mons. Angelo Spinillo è andato sabato in visita, per accertarsi della situazione.

A destra padre Alex Zanotelli

“Non ho mai visto una via crucis del genere in tutta la mia vita”. “E’ un atto criminale. Stiamo trattando questa gente peggio degli animali, è molto peggio delle baraccopoli africane. Non possiamo assolutamente accettarlo”, ha denunciato oggi il comboniano padre Alex Zanotelli, durante una conferenza stampa convocata a Montecitorio dall’Associazione 21 luglio. Il missionario, che vive e opera a Napoli, segue il gruppo di rom di Giugliano da una decina di anni, e ieri è andato personalmente al Comune di Giugliano per chiedere spiegazioni:

“Sono bosniaci, i ragazzini vanno tutti a scuola, molti sono nati lì, hanno la cittadinanza italiana”.

E’ inconcepibile vedere questi bambini buttati a dormire nelle macchine. Dovrebbero almeno mettere a disposizione bagni e tende”. Padre Zanotelli ha anche detto che il Comune di Giugliano “ha ricevuto 900.000 euro di fondi vincolati per fare un ecovillaggio. I soldi c’erano ma evidentemente sono stati utilizzati per altro. Forse vogliono i rom fuori da Giugliano perché hanno paura di perdere voti?”. Padre Zanotelli lancia anche un appello al presidente della Camera Roberto Fico, “che è di Napoli, perché intervenga”.

Al centro Carlo Stasolla

Uno sciopero della fame e un appello alle istituzioni. L’Associazione 21 luglio chiede al governo nazionale e locale “un intervento urgente volto a garantire servizi minimi e a salvaguardare il diritto alla salute e alla scolarizzazione”.  Il presidente Carlo Stasolla è oggi al terzo giorno di sciopero della fame per protestare contro l’abbandono istituzionale delle famiglie rom di Giugliano. Hanno anche lanciato un mail bombing contro le istituzioni coinvolte che ha già raccolto in poche ore migliaia di adesioni.  “C’è un filo rosso di odio verso i rom che collega Casal Bruciato a Giugliano – ha affermato -. La vita di 450 persone, tra cui numerosi neonati e bambini, è messa a serio repentaglio da politiche irresponsabili e noncuranti della dignità umana”.

“Temiamo uno sgombero ulteriore e l’aggravarsi di una situazione già critica”.

La polizia ha anche sequestrato le automobili dove dormono perché prive dei contrassegni assicurativi. Sono state anche fatte minacce di tipo razziale di carattere discriminatorio e di sottrazione dei minori, facendo leva sulla debolezza di queste persone”.  Stasolla ha anche mostrato un post sui social del vicino Comune di Casapesenna: avverte i cittadini che in seguito allo sgombero del campo di Giugliano “vi è la probabilità che gli stessi possano raggiungere il nostro paese e quelli limitrofi – testuali parole -. Si chiede alla cittadinanza di essere compatta e prendere le dovute informazioni e precauzioni qualora si trovassero nelle condizioni di locare abitazioni a persone che infrangono la legge, al fine di contrastare il fenomeno della delinquenza”. L’associazione 21 luglio teme che il virus dell’intolleranza possa estendersi ancora.

Da sinistra: Enrico Muller

“45 famiglie cancellate dall’anagrafe comunale”. “E’ un gruppo numeroso e qualche papà è in carcere per furto – ha detto Enrico Muller, dei Fratelli delle scuole cristiane e responsabile di CasArcobaleno di Scampia – ma non sono mai state commesse violenze su terzi né vere e proprie azioni criminali. Le mamme non elemosinano. Eppure quarantacinque famiglie di residenti italiani sono state cancellate dall’anagrafe comunale. Hanno lasciato il campo senza resistenza e si sono sistemati sotto lo svincolo autostradale nella zona di Villa Literno, poi il questore li ha mandati via. Sono andati a passare la notte in una ex fabbrica abbandonata e anche lì la polizia ha detto che non potevano stare. Si sono spostati nei campi e con fiducia e remissività si sono attrezzati per andare a prendere il cibo per i bambini ma le forze dell’ordine hanno chiesto di evitare il via vai. Noi abbiamo fatto la spola nei supermercati per aiutarli ma è insufficiente. I servizi sociali del comune dicono solo ‘Devono andarsene’”. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il parlamentare Riccardo Magi e il consigliere comunale di Giugliano Nicola Palma.

Una foto delle condizioni abitative in cui vivono i rom

 

 

 

 

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Migranti della Piana di Gioia Tauro. Medu: “Oltre due mila persone in condizioni di grave sfruttamento”

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 15:13

La situazione personale e lavorativa dei migranti della tendopoli di San Ferdinando, nonostante gli sgomberi e il tentativo di dare vita a moduli abitativi più dignitosi, continua a essere precaria. A tenere alta l’attenzione è Medici per i Diritti umani (Medu), che, per il sesto anno consecutivo, ha monitorato le condizioni sanitarie e legali dei migranti della Piana di Gioia Tauro e ha affidato al V Rapporto “Terra Ingiusta” i risultati del lavoro di monitoraggio realizzato da febbraio ad aprile scorsi. Il dossier è stato presentato nella sala consiliare del Comune di San Ferdinando.

“Dopo sei anni dal nostro primo intervento il dato più preoccupante è quello dell’immobilismo. Allora ci trovavamo davanti a un migliaio di persone in condizioni di sfruttamento gravi; ora ci sono oltre due mila persone e la situazione è rimasta la stessa”, spiega Mariarita Peca, coordinatrice nazionale dei progetti Medu. Tanti i fattori in gioco, a partire dalle vicende degli ultimi mesi, che hanno consegnato alla cronaca la morte drammatica di quattro migranti, passando per gli effetti della legge Salvini fino alle possibili soluzioni abitative e lavorative. Due medici, due mediatori culturali, un’operatrice socio – legale, guidati da una coordinatrice. Questa l’equipe Medu impegnata tra le tende di San Ferdinando. Ancora forte l’eco dello sgombero avvenuto il 6 marzo scorso, soprattutto perché, secondo Peca, “questo non ha garantito soluzioni definitive”.

Numeri. Sono stati 438 i migranti ai quali Medu e A Buon Diritto hanno prestato la propria assistenza. Di questi, il 93% era titolare di un permesso di soggiorno, ma solo la metà delle persone intervistate aveva lavorato negli ultimi tre mesi e di queste solo il 60% aveva un contratto di lavoro, nella maggior parte dei casi di breve durata, anche se è stato riscontrato un aumento rispetto alla precedente rilevazione. Così,

rimane alta la fetta di lavoro grigio, cioè di irregolarità nelle buste paga, di mancato versamento dei contributi e violazione del diritto all’indennità di disoccupazione.

“Del problema dei lavoratori non si può fare carico solo il Comune di San Ferdinando o la Prefettura di Reggio Calabria”, precisa Celeste Logiacco, segretaria Cgil della Piana di Gioia Tauro. “L’aumento dei contratti registrati, che è certamente un fattore positivo, è da ascrivere anche alla legge regionale del 2016 contro lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura – prosegue la segretaria -. Oggi assistiamo a condizioni di salario inferiore a oltre il 50% dei contratti nazionali, i migranti vengono pagati a cottimo, una cassetta di mandarini vale 1 euro, una cassetta di arance una retribuzione di 50 centesimi”. Logiacco evidenzia che “qualche piccolo passo in avanti, rispetto al passato, è stato fatto, ma non è ancora sufficiente”. Per questo – ha proseguito facendo eco anche a Vincenzo Alampi, direttore della Caritas diocesana, impegnata nel servizio nella tendopoli, “è importante lavorare in rete, insieme, perché tutte le persone che noi non riusciamo a intercettare vengano intercettate da altri attori sociali”. “Occorre un lavoro etico, in cui ognuno venga pagato a giusto prezzo”, ha aggiunto Vittorio Quaranta, responsabile del Comitato per l’utilizzo delle case sfitte della Piana di Gioia Tauro.

Tra gli altri dati rilevanti, citati nel Rapporto, anche quello per cui meno della metà dei pazienti con regolare permesso di soggiorno risultava iscritto al Servizio Sanitario nazionale, in un contesto in cui le pessime condizioni di vita hanno contribuito a rendere ancor più precarie le condizioni di benessere psico – fisico della popolazione.

Una logica nuova. “Il carattere emergenziale delle situazioni non ha portato nessuna soluzione”, ha precisato Peca: “Lo sgombero rischia di tradursi in una nuova tendopoli e continuano a essere molto carenti gli interventi istituzionali volti a cambiare pagina”. A tale rischio la coordinatrice associa anche le criticità recate dalla normativa attuale. “Se ad oggi il 93% delle persone che abbiamo visitato era regolarmente soggiornante in Italia, questo dato rischia di cambiare drasticamente nel futuro a causa del pacchetto Sicurezza, per cui la probabilità che molti perdano la regolarità è alta, con la conseguenza che ci riversa in ghetti dando vita a ulteriori situazioni di precarietà”. “Va combattuta la battaglia per garantire situazioni di dignità ai migranti”, ha aggiunto Logiacco: “L’idea è quella di fornire un supporto che non sia solo sanitario ma che miri a superare le condizioni che determinano il deteriorarsi delle condizioni psico-fisiche”, ha osservato Peca, la quale, analizzando le patologie riscontrate da Medu, ha evidenziato che queste “sono legate alle condizioni di vita, alla stagione fredda, alla mancanza diriscaldamento”.

Qualche passo, nel senso dell’integrazione, è stato fatto. “Accanto al monitoraggio abbiamo realizzato anche un’azione pilota per capire se si può trovare una soluzione alle condizioni di precarietà dei migranti”, così che “alcuni beneficiari del progetto hanno effettuato un percorso formativo nell’apicoltura, seguito da un tirocinio volto a un inserimento lavorativo”. L’obiettivo, in sostanza, “è favorire lavoro etico e agricoltura di qualità” ha spiegato la coordinatrice.

Un nuovo protocollo e le proposte. Maria Grazia Surace, dirigente della Prefettura di Reggio Calabria, ha richiamato un protocollo sottoscritto il 10 maggio scorso,“attraverso il quale siamo riusciti a ottenere impegni dalla regione Calabria, dagli enti locali e dalle associazioni sindacali”. La Regione “si è impegnata a supportare gli enti locali che realizzeranno progetti di accoglienza diffusa e mediazione legale”, promovendo, tra le altre cose, anche “il contrasto al caporalato e il recupero dei beni confiscati alla mafia”. Anche da MEDU sono arrivate diverse proposte. Come ha rilevato Peca, “la proposta è di andare nella direzione di contrastare l’irregolarità del lavoro e mettere in atto delle condizioni per una situazione abitativa dignitosa, attraverso l’abitazione diffusa. Questo è un territorio ad alto tasso di spopolamento con centri abitati semideserti e moltissime abitazioni sfitte, con un patrimonio immobiliare vuoto assai vasto. L’auspicio è che gli enti locali collaborino per permettere il ripopolamento di questi luoghi e queste abitazioni verrebbero messe a disposizione dei lavoratori stagionali con affitti calmierati”.

Fra le altre proposte – si legge nel Rapporto – “la riaffermazione del ruolo dei centri per l’impiego e l’istituzione delle liste di prenotazione per il lavoro agricolo, per consentire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro”.

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"Numeri da stadio" per il Salone del libro 2019

Evangelici.net - Wed, 15/05/2019 - 12:33
Al Lingotto di Torino si è conclusa lunedì la 32ma edizione del Salone del libro: in un Lingotto che si è allargato agli spazi dell'Oval (dove hanno trovato casa alcuni tra gli editori più significativi, offrendo alla struttura un prestigio che compensa la distanza dai tre padiglioni storici) è stata più corposa del solito la presenza di editori evangelici,...
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Striscia di Gaza: giovani israeliani e palestinesi costruiscono la pace a colpi di pedale e di video-chiamate Skype

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 11:02

Una pedalata in bici per la libertà e la pace e rompere il silenzio che ruota intorno a ciò che sta accadendo al confine della Striscia di Gaza: ad organizzarla, il 17 maggio, è il Comitato giovanile di Gaza (Youth Committee), fondato nel 2010 da Rami Aman, ingegnere oggi 38enne, con lo scopo di collegare, attraverso la rete e i social media, i giovani di Gaza con i loro coetanei israeliani e spezzare così l’isolamento in cui vivono. Centocinquanta giovani, provenienti dai 5 governatorati della Striscia, pedaleranno dal centro di Gaza City, fino al confine con Israele, mostrando striscioni inneggianti alla pace e alla libertà. All’evento, che porta significativamente il titolo di “Freedom Marathon” (maratona della libertà) stanno lavorando anche altre organizzazioni e gruppi attivi all’interno della Striscia. Tutti con l’obiettivo dichiarato di far conoscere a quanta più gente possibile le azioni promosse dalla società civile gazawa per favorire la pace e la libertà per Gaza e per i “vicini israeliani”. Analoga pedalata avrà luogo, nello stesso giorno e nella stessa ora, sul lato israeliano del confine con Gaza. Ad organizzarla saranno giovani attivisti israeliani.

La maratona della libertà non è l’unica attività promossa dal Comitato giovanile di Gaza. Solo nell’ultimo anno si contano almeno 24 eventi di pace e di incontro. Tra questi, segnalano dallo Youth Committee, l’operazione “Claeaning the hate” (spazzare via l’odio) che ha visto giovani palestinesi e israeliani impegnati con varie attività nel campo del mutuo rispetto e della conoscenza. Lo scorso settembre è stata lanciata “Peace carpet” (tappeto di pace). I giovani gazawi, con il sostegno di donne israeliane, hanno distribuito nella Striscia e in Israele indumenti con messaggi e disegni di pace così da favorire relazioni durature e sostenibili. Altri progetti hanno coinvolto musicisti israeliani e giovani di Gaza. In un caso è stato preparato un video sulle note del famoso brano di Bob Marley, “One love”, intitolato “One Love… One heart”. Una delle azioni più eclatanti e significative del 2018 è stato il lancio, a ridosso del muro che segna il confine con Israele, da parte di 300 tra donne, uomini, famiglie, giovani e bambini, di 150 colombe dalla Striscia di Gaza verso Israele. Ogni colomba recava un messaggio di pace e di fratellanza diretto ai vicini israeliani. Tutto questo mentre si registravano scontri tra manifestanti palestinesi e Esercito israeliano per la Marcia del Ritorno. Le iniziative di pace del Comitato giovanile di Gaza non sono passate inosservate al Governo di Hamas, che controlla la Striscia. Rami Aman è stato interrogato più volte dalla polizia del movimento islamico che in alcuni casi ha bloccato anche delle manifestazioni pubbliche organizzate dal giovane per chiedere la fine della divisione tra le due fazioni palestinesi, Hamas e Fatah.

Ma c’è una iniziativa di cui allo Youth Committee vanno fieri: si chiama “Skype with your enemy” (Chiama il tuo nemico). Manar Sharif, siriana di Damasco, è arrivata nella Striscia di Gaza agli inizi del 2017 come volontaria per aiutare i bambini locali. Ben presto è entrata a far parte del Comitato e oggi collabora con Rami Aman in questa missione. “Il progetto – spiega la volontaria che cura anche la comunicazione del Comitato – è partito a gennaio del 2015 e continua ancora oggi. Ogni giorno dalla nostra sede di Gaza, grazie a Skype, palestinesi e israeliani si video-chiamano per parlare e conoscersi, andando oltre le ideologie, le incomprensioni e gli stereotipi. Si tratta di un’iniziativa che offre importanti opportunità a giovani e a organizzazioni di promuovere una cultura di pace e di incontro nelle rispettive società. Sono decine i gazawi e gli israeliani che da anni, ormai, riescono a parlarsi, scambiare opinioni e lavorare insieme.

Invece di maledire il proprio nemico, magari tramite Facebook, riescono a guardarsi in faccia e a dialogare scambiandosi le loro opinioni.

Così facendo non hanno più la sensazione di parlare con un nemico ma con una persona che conoscono e che hanno imparato ad apprezzare.

La gente di Gaza – conclude – è semplice e pacifica. Ciò di cui ha bisogno è che le venga data una chance di pace”.

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Visentini (Etuc): “meno austerità, più diritti, l’Ue sta cambiando. Ora un nuovo patto sociale”

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 10:05

La Confederazione europea dei sindacati (meglio nota con l’acronimo inglese Etuc, European Trade Union Confederation), con sede a Bruxelles, rappresenta circa 45 milioni di lavoratori di 90 sindacati in 38 Paesi dell’Europa, una forza sociale consistente che tiene il fiato sul collo all’Unione perché si arrivi a “un’Europa più giusta per i lavoratori”, come recita il titolo del manifesto che la Confederazione ha prodotto in vista delle elezioni europee e attorno al quale sta portando avanti una grande campagna. Bisogna andare a votare: “un tasso di astensionismo elevato alle elezioni non fa bene ai lavoratori perché chi prevale sono sempre coloro che sono più anti-Europa, anti-uguaglianza e giustizia sociale”, spiega al Sir il segretario generale Etuc, l’italiano Luca Visentini. E il nuovo assetto istituzionale europeo dovrà lavorare per un “nuovo contratto sociale”, che dia un futuro migliore ai cittadini europei.

Quale valutazione date di questa legislatura europea ormai conclusa?
C’è stato un grande miglioramento dal punto di vista sociale. La Commissione Juncker si è resa conto quasi subito che gli effetti della crisi sui lavoratori e i cittadini erano stati pesanti ed era necessaria un’inversione di rotta delle politiche economiche e sociali dell’Ue. L’annuncio della necessità di rifondare il modello sociale europeo e di costruire questa Europa sociale a “tripla A” e il sostanziare quest’impegno in una serie di provvedimenti concreti è stato molto positivo. La proclamazione del “Pilastro europeo dei diritti sociali” nel 2017 ha portato alla promulgazione di 13 nuove legislazioni in ambito sociale.

Quali ad esempio?
La revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori che ha finalmente introdotto la parità di trattamento salariale per i lavori mobili in Europa; oppure la costituzione di una autorità europea per il lavoro che dovrebbe combattere gli abusi e lo sfruttamento del lavoro nei Paesi europei; la creazione di una sorta di statuto dei lavoratori (la direttiva sulle Condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili) che introduce lo standard minimo di diritti e protezioni dei lavoratori europei compresi i lavoratori atipici, i lavoratori delle piattaforme; l’estensione del sistema di protezioni sociali anche ai lavoratori autonomi. Tutto ciò ha decisamente cambiato il profilo dell’Ue nel rapporto con i cittadini. La difficoltà sta nel trasferire a livello nazionale queste normative perché c’è una forte resistenza dei governi a implementarle e perché adattare la legislazione nazionale a quella europea richiederà del tempo. Restano molti problemi ovviamente, ma rispetto alla fase precedente, gli ultimi anni sono decisamente in miglioramento.

Ma i tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, in diversi Paesi non sono ancora così bassi…
Ci sono però stati cambiamenti abbastanza significativi. Certo ci sono sacche preoccupanti di disoccupazione giovanile e soprattutto di disoccupazione di lunga durata. Però è un fenomeno che si limita ad alcune regioni dell’Ue, non a tutti Paesi. C’è stata una ripresa economica dopo la crisi (non tanto in Italia) e una serie di misure sociali sono state messe in campo: la qualificazione professionale, l’attivazione di politiche per il lavoro, servizi pubblici per l’impiego. È vero che sono precari molti dei posti di lavoro creati: per questo è necessario adeguare la legislazione, stabilizzando ed estendendo i diritti anche a questi lavoratori. È inoltre vero che c’è una carenza di investimenti soprattutto pubblici e il livello degli investimenti rimane molto modesto, così come lenta è la crescita del livello dei salari. In questi ambiti, a differenza delle prestazioni sociali, non ci sono stati provvedimenti significativi da parte dell’Ue: il piano Juncker per gli investimenti ha mobilitato prevalentemente risorse private, pochi fondi pubblici e ora serve uno sforzo aggiuntivo per il quale stiamo pressando la Commissione già da tempo.

E il fronte dei salari?
Sulla questione dei salari purtroppo l’Ue non ha una competenza diretta, ma noi stiamo cercando di far sì che si arrivi a una direttiva quadro per il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale e la creazione di tali sistemi anche nei Paesi dove non esistono. È l’unico modo per dare maggiore visibilità al lavoro e avere salari e condizioni di lavoro migliori in tutti i Paesi, riavviando un processo di convergenza che si è fermato da tempo.

Altre priorità per la prossima legislatura?
Oltre agli investimenti, i salari, non solo in termini generali ma anche per problemi specifici, come il cosiddetto gender gap, cioè la differenza salariale tra uomo e donna, o gli obblighi di salari d’ingresso imposti per i lavoratori giovani. C’è una terza priorità molto importante: alcuni dei venti principi del Pilastro dei diritti sociali devono essere ancora implementati per ricostruire il modello sociale che era alla base dell’economia sociale di mercato descritta nei Trattati dell’Ue e che è stato pesantemente smantellato dai provvedimenti di austerità durante la crisi. Per esempio la questione delle garanzie per i lavoratori precari, la necessità di introdurre ulteriori protezioni per la sicurezza e la salute sul posto di lavoro. Noi sosteniamo che serva un nuovo contratto sociale. Molti partiti hanno raccolto questa proposta, quindi c’è speranza che con il nuovo Parlamento e la nuova Commissione si possa lavorare in questa direzione.

Quali sono i vostri nemici peggiori in Europa?
Da un lato le grandi multinazionali, soprattutto quelle che non vogliono pagare le tasse né redistribuire i profitti; i cattivi imprenditori, cioè quelli che non rispettano le leggi, non pagando contributi e tasse e fanno concorrenza sleale agli imprenditori virtuosi; ma anche i partiti populisti di destra che stanno insidiando l’interesse dei lavoratori, promettendo cose che poi non mantengono.

Il dialogo con le istituzioni europee funziona?
C’è stato un notevole rafforzamento e miglioramento del dialogo sociale europeo sia nel rapporto con la Commissione, sia nel rapporto con il Parlamento. Non sempre gli accordi che le parti sociali riescono a realizzare poi vengono automaticamente trasposti nella legislazione e su questo dobbiamo continuare a lottare perché le previsioni dei Trattati vengano applicate correttamente. Ancora stagnante è il rapporto con i governi: dicono tutto e il contrario di tutto nel Consiglio, spesso smantellano accordi importanti che riusciamo a realizzare con la Commissione o il Parlamento e a livello nazionale si rifiutano di avere un dialogo sociale. Sono pochissimi i Paesi in cui i governi sono effettivamente aperti a un dialogo costruttivo con le parti sociali. Si accusa l’Europa di tutti i mali, ma in realtà i mali principali vengono dai governi.

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Vos estis lux mundi: la Chiesa fa un passo enorme

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 09:17

È significativo che titolo e contesto interpretativo del Motu Proprio vengano dall’invito di Gesù ai suoi discepoli a esser “luce del mondo” (Mt 5,14). È una citazione impegnativa, che induce a un severo esame di coscienza, ma indica pure una prospettiva che ispira tutto il testo: si tratta, sembra dire Francesco, d’aver il coraggio non solo di annunciare il Vangelo “con le nostre buone opere”, ma di “far luce” sulle nostre opere non buone di fronte al mondo, per non compierle più, specie se si tratta d’un peccato orribile, causa di enorme sofferenza per tante persone. Con questo testo la Chiesa fa un passo enorme, “il più importante degli ultimi anni” (Zollner), in quel processo di verità (pur sofferto e contrastato) al suo interno che va ben oltre il problema degli abusi verso una riforma della Chiesa.

Quando un sistema funziona bene.

La Chiesa, infatti, è anche un sistema, fatto di obiettivi da raggiungere, di norme e relazioni, stili di vita e sensibilità generale; e un sistema funziona bene non quando tutto in esso è perfetto, ma quando è in grado di riconoscere il male che lo abita, senza esser costretto dall’esterno (dalla stampa) ad ammetterlo, anzi chiedendo a tutti i propri membri d’intervenire per denunciarlo.

Ma non basta la denuncia, il sistema funziona se cerca di capire le radici di quel male, le responsabilità a vari livelli, ma che in ogni caso coinvolgono tutti (la trasgressione di pochi è di solito conseguenza della mediocrità di molti).
Ancora, in un sistema che agisce correttamente le vittime di quello stesso male vengono ascoltate con profondo rispetto e com-passione, e chi ascolta si lascia ferire e metter in crisi dal loro dolore, comprendendo così, grazie anche al loro “magistero”, la gravità del male fatto e del danno prodotto (fisico, psicologico, spirituale). Per questo in tale sistema si prova anche vergogna e umiliazione, senza fare gli offesi e i risentiti, e soprattutto si chiede perdono, in privato e in pubblico, e ci si fa tutti carico del male e del danno, per lenirlo e curarlo.

Funzione della norma. E infine, un buon sistema si dà delle norme perché quel male non si ripeta e altri non debbano soffrire, e il bene che è obiettivo di quel sistema sia coerentemente da tutti cercato. Ecco, nel Motu Proprio,

l’obbligo della denuncia per i chierici e l’invito ai laici di segnalare l’abuso; l’obbligo ancora per ogni diocesi di fornirsi d’uno sportello per ricevere segnalazioni;

la specificazione che van denunciati non solo abusi di chierici, ma pure possesso di materiale pedopornografico e copertura degli stessi abusi e omissioni varie da parte dell’autorità, così come molestie conseguenti all’abuso di potere, e violenze su consacrate o su seminaristi da parte di chierici; altre norme sono le indicazioni per la protezione dei denuncianti e tanto più delle vittime da ogni ritorsione; la tutela delle persone vulnerabili, che sono coloro che anche solo in casi occasionali sono incapaci d’intendere e volere; il nuovo ruolo del metropolita nell’investigazione qualora la persona denunciata sia un vescovo; il coinvolgimento di professionisti laici; l’invito ad abbandonare ogni forma di finzione farisaica (di chi è rigoroso con gli altri e per niente con se stesso) e di presunzione clericale (di chi si crede al di sopra delle regole); la promozione d’una nuova cultura che invita tutti alla responsabilità e alla condivisione, e crea tra i credenti un clima di apertura, coerenza e trasparenza, al di là dei ruoli.
La norma è segno serio e concreto che si vuol perseguire un certo progetto, e mezzo efficace e vincolante per realizzarlo. Se non siamo stati luce dinanzi al mondo, queste norme potranno aiutarci a ritrovarne la fonte in Cristo, lux mundi. Perché tutti ne siano illuminati.

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“Barca Nostra” tragedia da esposizione

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 00:00

Pensavamo restassero sepolti in fondo al mare, forse di non pensarci più. Invece il barcone che li conteneva rimane esposto alla Biennale di Venezia fino al 24 novembre. Col nome di “Barca Nostra” è la memoria di quel numero imprecisato di migranti, tra settecento e mille, affondato nell’impresa di attraversare il mare il 18 aprile del 2015. Ventotto i superstiti.
Un barcone eritreo senza nome, fuori turchese come i cieli di sole, dentro nero di morte. Squarciato, inabissato e lasciato per un anno intero a 350 metri di profondità, ancora carico della merce che nessuno ha voluto: migranti. Solo nel 2016 c’è stato il non facile recupero. Cosa ne è venuto fuori lo dice un libro atroce di Cristina Cattaneo, medico legale, incaricata del riconoscimento degli annegati (“Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo”). L’autrice è chiara, dettagliata, talmente precisa da essere irripetibile. Non lo ha fatto per gusto del macabro, ma per una doppia ragione. Da una parte la sua professione, dall’altra la missione che ha sentito in cuore davanti a tanto scempio: senza nome un morto è solo un cadavere che il tempo corrode fino a lasciare ossa, a volte nemmeno tutte, altre in una disumana mescolanza tipica degli incidenti. Dare un nome a chi non c’è più significa, invece, ridargli una storia: un figlio, una moglie, una madre, una terra. Renderlo uomo come tutti gli uomini. Una missione rivelatasi quasi impossibile sia per le condizioni estreme in cui ha dovuto lavorare, sia per lo scarso interesse verso questa impresa lunga e dispendiosa. Di quelle pagine sono passate alla cronaca un paio di storie: il ragazzino con la pagella cucita dentro la maglietta, il suo lasciapassare per la civiltà; il giovane con in tasca un sacchettino di terra. Lo facevano anche i nostri migranti: partire è sempre un po’ morire. Ma lo abbiamo dimenticato. O forse crediamo che valga solo per noi.
Di quel barcone ha parlato più volte anche Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, che ha visitato oltre 300mila persone sbarcate. Presente un paio di mesi fa a Pordenone ha pure mostrato le foto di quel ritrovamento. Immagini che non si descrivono, ma la sua voce, pur avvezza a simili resoconti, ancora si faceva rotta e incredula davanti a tanto dolore e a tanta ingiustizia.
Dalla base siciliana di Melilli, vicino ad Augusta, dove era stato lasciato, il relitto è giunto all’Arsenale di Venezia. Un viaggio non facile e per più ragioni: dalle tecniche (è alto 23 metri, pesa 50 tonnellate) alle burocratiche: è proprietà dello Stato, affidato alla Difesa, destinato a essere smaltito come rifiuto speciale. Ma lo svizzero Cristhoph Buchel, artista che ama provocare (nel passato ha allestito una moschea dentro una chiesa sconsacrata), ci è riuscito anche grazie al sì di alcune persone: l’assessore alla cultura della regione Sicilia Sebastiano Tusa (scomparso poi nell’incidente aereo del 10 marzo a Nairobi), il sindaco di Augusta Maria Concetta di Pietro, il premier Giuseppe Conte che ha firmato il via libera il 18 aprile 2019, a quattro anni esatti dal naufragio.
Nel passato questo stesso barcone lo si era immaginato in piazza Duomo a Milano e anche a Bruxelles: simbolo delle tragedie nel Mediterraneo. Ora sta tra le gru e il bar dell’Arsenale: per un caffè vista squarcio su una tragedia che resta d’attualità.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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I cattolici e le urne

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 00:00

Tutto è connesso, tutto è collegato. Lo ripete spesso Papa Francesco che lo ha anche scritto infinite volte. Non si può stiracchiare il Vangelo. Non si possono prendere pezzi di discorsi. Non si possono scorporare a piacimento brani dalla Dottrina sociale della Chiesa. Questo ci ricorda Bergoglio che ha uno sguardo sul mondo intero, sull’umanità e sui problemi che la affliggono.
Davanti alla questione delle urne e di come i cattolici sono chiamati a comportarsi, dopo la caduta della Dc e il dissolvimento di un partito a cui si guardava con simpatia e anche di più, rimane in tanti il dilemma da che parte schierarsi. E se mai una parte sia meglio dell’altra o riassuma, rappresenti e difenda le istanze dei cattolici.
La questione posta non è per nulla semplice. Da tempo in Italia la Chiesa ha scelto di non schierarsi e di non attribuire attestati di alcun tipo. A nessuno. Nonostante questo, in maniera abbastanza spinta in questa tornata amministrativa si sta assistendo da parte di più di uno a una pretesa di esclusività che invece, fatti alla mano, non appartiene agli schieramenti in campo. Non tanto a livello personale dei singoli candidati, nel quale non entriamo e ci mancherebbe altro, ma per le coalizioni, per i compagni di viaggio cui si è costretti dai numeri. E anche e soprattutto, per la politica in sé che richiede la fatica della mediazione, per nulla semplice da praticare e da realizzare.
Da una parte si invocano i temi della vita, l’inizio e la fine, della libertà di educazione, della sussidiarietà. Dall’altra la solidarietà e le questioni sociali, gli immigrati, il lavoro, la tutela dell’ambiente. Chi ha più ragione? Mi affido al n. 91 dell’enciclica Laudato si’. Mi pare che il brano sia fin troppo esplicativo.
“Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. Ciò mette a rischio il senso della lotta per l’ambiente”.
“Non è un caso che, nel cantico in cui loda Dio per le creature, san Francesco aggiunga: ‘Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore’. Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo ai problemi della società”.
Allora torniamo all’inizio: tutto è connesso, tutto è collegato. Chi può dire diversamente? Quindi, ciascuno si assuma le proprie responsabilità, senza bisogno che altri assegnino patenti di un’ortodossia impossibile da ritrovare da una parte sola.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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È iniziata la sfida

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 00:00

È partita la grande sfida. E non è quella per le elezioni del 26 maggio. Quella gara in effetti è già partita da tempo, o forse non finisce mai, in un perenne clima da campagna elettorale. È partito il Giro, che ogni anno ci fa riscoprire un po’ tutti amanti del ciclismo. Forse perché ci ricorda la vita. Con le sue fatiche, la capacità di stare in gruppo, ma anche di fare delle volate, di utilizzare al meglio le proprie forze, soffrire, cadere anche, e poi rialzarsi. Di essere corridori di montagna che attaccano la salita, ma che sanno anche gestire le discese, quando tutto va bene e la strada sembra venirti incontro, ma che tuttavia non è priva di insidie e va gestita, rispettata. E poi ci fa capire che la fatica e l’impegno pagano. Sempre. O quasi. Ci fa capire che, come nella vita, ci sono pure i furbetti che cercano scorciatoie, pensano di imbrogliare. Ma alla lunga il modo migliore per pedalare è quello di essere sinceri con se stessi e con gli altri. Il Giro è anche una palestra di vita, anche se siamo ciclisti della domenica, appassionati a fasi alterne o se non siamo affatto interessati.
È iniziata la grande sfida, che su altri fronti è anche quella elettorale. Che dovrebbe appassionarci, farci sentire un po’ tutti “in sella”. Anche nella sfida elettorale cerchiamo un “Fausto Coppi” in cui credere e del quale fidarci. Che sappia faticare, guardare alla meta che non è soltanto quella della tappa di oggi, ma è un arrivo di più lunga scadenza con obiettivi da raggiungere con fatica e determinazione, senza scorciatoie. Che sappia anche correre in gruppo. E che possibilmente sia rispettoso degli avversari.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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Il 26 maggio si vota per l’Europa, guardando all’Italia e al suo futuro prossimo

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 00:00

Domenica 26 maggio, saremo chiamati alle urne per eleggere il nuovo Parlamento europeo, il governatore del Piemonte e il consiglio regionale, sindaci e consiglieri comunali di 179 Comuni.

Il voto europeo

Si vota per l’Europa guardando all’Italia, perché l’esito del voto europeo inevitabilmente cambia i rapporti di forza tra i partiti in Italia. Cinque anni fa il voto europeo premiò il Pd di Matteo Renzi, da poche settimane diventato Presidente del Consiglio, con poco meno del 42% dei consensi.
Questa volta a fare la parte del leone, secondo i sondaggi, dovrebbe essere la Lega di Matteo Salvini. Con il Movimento 5Stelle che da primo partito alle politiche del marzo 2018, viene dato in forte discesa al secondo o addirittura al terzo posto. Dovrà giocarsela con il “nuovo” Pd a guida Zingaretti dato invece in rimonta.
Ma i sondaggi sono indicatori non sempre affidabili. Solo il risultato dell’urna dirà dove si indirizza la fiducia degli Italiani che – dice la storia recente – cambia anche molto rapidamente. Non cambia invece la posta in gioco. L’Europa del prossimo futuro e, soprattutto, la collocazione dell’Italia in questa Europa. Vorrà e sarà in grado di superare l’isolamento a cui si è autocondannata negli ultimi tempi, oppure proseguirà lo scontro con le istituzioni europee e paesi cofondatori dell’Unione come la Francia di Macron? Molto dipenderà anche dall’esito del voto negli altri Paesi dell’Unione. Per chi governa l’Italia oggi, l’esigenza di trovare il senso dello stare insieme tra stati e popoli che, fino all’avvento dell’Unione europea, non avevano trovato di meglio che massacrarsi in guerre feroci e distruttive, diventerà in ogni caso ineludibile. Credere che ci siano problemi – crisi economica, disoccupazione, povertà, immigrazione – che l’Italia può affrontare e risolvere da sola, è pura utopia. Nemmeno il Regno Unito – insegna Brexit – ci è riuscito. Persino il colossale debito pubblico dell’Italia (questo sì che lo dovremo pagare da soli, perché nessuno lo farà per noi), per essere ridotto (e non accresciuto ulteriormente come negli ultimi mesi) ha bisogno di impegni precisi, rispetto di regole e intese che rendano credibile e affidabile il Paese ai suoi stessi cittadini e agli investitori di tutto il mondo. Sono sufficienti poche battute irresponsabili come quelle di Salvini sullo sforamento del 3% del rapporto debito/Pil per far crollare la fiducia. L’Italia – come qualsiasi altro stato – da sola, magari con una moneta propria, in un mondo dominato da potenze come Usa, Russia, Cina, non può che uscirne schiacciata su tutti i fronti.
Ma il voto deciderà anche di quali valori, di democrazia e di civiltà, vogliamo che si colori il nostro futuro. La dilagante xenofobia, l’indifferenza e in certi casi il crudele accanimento di gruppi politici e di cittadini sdoganati nell’odio, da governanti quanto meno irresponsabili, non può non interrogarci e provocarci anche nelle nostre scelte di voto. È questa Italia avvelenata e rancorosa che vogliamo?
I sondaggi condotti a livello europeo dicono che due cittadini europei su tre hanno fiducia nell’Unione europea e vogliono proseguire nel cammino di integrazione. I due partiti oggi al governo in Italia, vengono da posizioni non solo “sovraniste”, ma decisamente antieuropee. Tanto Salvini quanto Di Maio, all’indomani del referendum inglese sulla Brexit esultavano trionfanti, annunciando che l’Italia avrebbe seguito la stessa strada. Oggi le posizioni dei due partiti sono più sfumate. Salvini non parla più di uscita dall’Unione, Di Maio e i 5Stelle hanno “dimenticato” qualsiasi referendum sull’Euro che pur era un loro cavallo di battaglia. È un cambio sostanziale di posizione o soltanto tattica per non allarmare gli elettori europeisti che sono una parte consistente se non maggioritaria tra gli stessi elettori di Lega e 5Stelle?

Il voto regionale

Dopo una lunga stagione di tagli pesanti in tutti i settori, e soprattutto nel sociale, nella sanità e nei servizi, negli anni più duri della crisi, che avevano “castigato” oltre misura proprio Cuneo, il governo regionale di centrosinistra guidato da Sergio Chiamparino, a partire dal 2014 ha rilanciato alcune politiche di investimento sul territorio (sanità, montagna in particolare) grazie anche ad una significativa presenza di assessori cuneesi.
Restano, per la nostra provincia, questioni pesanti irrisolte, dalle infrastrutture incomplete o bloccate (Tenda bis, Asti-Cuneo, le ferrovie Cuneo-Nizza e Cuneo-Fossano), ai trasporti pubblici nel capoluogo, alle carenze di sostegno alle scuole e alle infrastrutture scolastiche, alla scelta del nuovo ospedale di Cuneo, alla infrastrutturazione digitale.
Impegni che chiameranno in causa il nuovo governo regionale. In quella squadra, auspichiamo, dovrà ancora essere forte e autorevole la presenza cuneese, della provincia ma soprattutto del capoluogo.
Politicamente, sarà una corsa a due. Da un lato il governatore uscente Chiamparino sostenuto da una vasta area di centrosinistra; dall’altra l’albese Alberto Cirio, europarlamentare uscente di Forza Italia che ha il sostegno della Lega di Salvini.

Il voto comunale

Si eleggono i sindaci e i consiglieri di 179 Comuni. Il Comune è il livello di governo più prossimo al cittadino, per questo più di tutti risente dell’umore, delle esigenze dei cittadini ed è il primo chiamato a dare risposte concrete e servizi. Il sindaco è il politico a cui ci si rivolge senza preamboli e da cui si aspetta sempre la risoluzione del problema. Lo spessore della vita sociale, culturale ma anche economica, l’efficienza dei servizi – rifiuti, acqua, assistenza, anziani, scuole, asili -, la si misura prima di tutto a livello di ente locale, singolo o consorziato nelle nuove “unioni”, nei consorzi, negli ambiti, nelle Ato. Se una caratteristica si è evidenziata in questi anni è stata la capacità dei molti piccoli e medi Comuni (dei loro sindaci) di far fronte comune su questioni importanti, a cominciare dalla battaglia vinta sull’acqua pubblica. Ma il campanilismo esasperato è ancora in molti casi fattore di scontro quotidiano e di arretratezza che impedisce ai cittadini di godere di risorse, possibilità e vantaggi che possono venire soltanto dalla volontà e capacità di condividere progetti e iniziative con i propri vicini. Per questo, nei singoli Comuni, la scelta “decisiva” va riservata agli uomini, in particolare al candidato sindaco e alla sua reale capacità e volontà di cercare il bene comune della comunità che rappresenta e della sua gente.
Anche per questo di tutti i candidati a sindaco, dei candidati alla Regione e al Parlamento europeo, in queste pagine abbiamo voluto riportare non solo i nomi, ma anche i volti. Con qualche indicazione tecnica sulle modalità di voto, la messa in evidenza dei “cuneesi”, e qualche riflessione sulla posta in gioco. Perché i nostri lettori possano avere sotto mano, in un unico dorso, tutto ciò che può essere utile per operare al meglio le proprie scelte.

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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