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Verso le elezioni: il “bene comune” di Pavia

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 00:00

Sanità, formazione, cultura, welfare. Sono stati questi i temi principali affrontati nell’incontro svoltosi sabato 11 maggio al Collegio Cairoli: un dialogo con i sei candidati sindaci di Pavia, organizzato dal Servizio per la Pastorale sociale e il lavoro della diocesi e dal Laboratorio di Nazareth. Era l’ultimo appuntamento del sesto ciclo della Scuola di Cittadinanza e partecipazione. Per gli argomenti trattati e il clima nel quale si è svolta la tavola rotonda, è stato senz’altro un momento costruttivo. I candidati si sono confrontati su idee e programmi dai quali potrebbe veramente dipendere il “bene comune” della nostra città. Pensiamo ad esempio al modello di “Pavia città della salute”, alla necessità di realizzare un accesso più razionale ai tre Irccs e anche al ruolo che può svolgere il Comune (insieme ad altre istituzioni) per favorire un’integrazione tra le attività svolte da San Matteo, Maugeri e Mondino, evitando inutili e costosi doppioni. Di grande importanza sono le iniziative che si possono intraprendere nel campo della formazione e in ambito culturale: Pavia ha le carte in regola (sotto il profilo storico e artistico) per ambire in futuro al titolo di “capitale italiana della cultura”, ma bisogna trovare le risorse per sostenere un compito così ambizioso ma anche molto impegnativo. Sul tema del welfare e dell’assistenza alle famiglie, si è avuta conferma del ruolo che possono svolgere il volontariato e la Chiesa di Pavia: una presenza fondamentale, valorizzando quel principio di sussidiarietà che ormai è alla base di ogni buona Amministrazione.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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Votiamo perché i Comuni tornino protagonisti

Agenzia SIR - Wed, 15/05/2019 - 00:00

Tra qualche giorno in molti Comuni della Penisola e dunque anche della nostra diocesi si voterà per scegliere il sindaco e i componenti il consiglio comunale. Il tutto contemporaneamente alle elezioni europee. Queste hanno sicuramente una grande rilevanza: c’è infatti la consapevolezza, da parte di molti, che la Ue nei prossimi cinque anni si gioca il proprio futuro. Le elezioni amministrative non sono, peraltro, meno importanti, visto che il Comune rappresenta (anche storicamente) uno degli elementi fondamentali del sistema democratico
Oltre al fatto che ogni elezione, in quanto esercizio massimo di democrazia, dovrebbe rappresentare un momento di grande significato per ogni cittadino, va evidenziato che pure i Comuni stanno vivendo un momento particolarmente delicato che va seguito con attenzione. È la conferma, se servisse, che il sistema democratico in quanto tale è in una fase di passaggio che merita grande prudenza e cura.
I sedici Comuni berici che hanno un solo candidato sindaco sono un indicatore quanto mai eloquente del momento difficile che l’ente più vicino al cittadino sta attraversando.
All’inizio degli anni ’90, sull’onda della riforma degli enti locali e dell’introduzione dell’elezione diretta del sindaco, ci fu una stagione di grande fermento attorno ai municipi. I Comuni diventarono il luogo primo dove esercitare la partecipazione politica e anche da dove partire per provare a riformare un Paese che si trovava stremato dopo la deflagrazione di Tangentopoli.
Oggi a distanza di quasi trent’anni le Amministrazioni comunali mostrano il fiato corto. Le ragioni sono diverse e chiamano in causa in parte la politica nazionale e in parte la stessa progettualità degli enti locali.
Dopo la grande attenzione dei primi anni ’90 per i Comuni, la politica nazionale si è a poco a poco concentrata su altro e anzi ha individuato in questi enti istituzionali il soggetto dove scaricare una serie di tensioni che crescevano nel Paese. L’affaticamento che oggi vivono i Comuni, deriva, infatti, anche da un’azione di svuotamento da parte dei partiti nazionali della possibilità partecipativa espressa dai Comuni. All’ordine del giorno della politica nazionale arrivò il tema del taglio dei costi della politica. Da dove sì partì? Dai Comuni ovviamente, tagliando il numero dei consiglieri comunali, degli assessori e le relative indennità e gettoni (che sono di un importo quasi imbarazzante per l’esiguità!). La promessa di metter mano anche alle istituzioni dove c’erano i veri costi della politica è rimasta una promessa (si veda il numero dei parlamentari). C’era poi da tagliare sulla spesa pubblica: la mannaia dei governi di centro, di destra, di sinistra, sovranisti o europeisti è caduta prima di tutto e sempre sui Comuni, molti dei quali si sono trovati davvero in difficoltà. Tutto questo si è combinato con una mutata situazione economico – finanziaria che si segnala per una minore disponibilità di risorse.
I nuovi eletti si troveranno, dunque, ad affrontare sfide che richiedono risposte nuove e coraggiose. In questa direzione va anche la possibilità per i Comuni, riconosciuta e incentivata dalla legge, di fondersi, dando vita a un nuovo ente locale più grande. È una possibilità che dovrebbe essere presa seriamente in considerazione e che richiede un grande sforzo di coinvolgimento della cittadinanza.
C’è inoltre da augurarsi che gli amministratori locali, proprio perché presidio della democrazia, sappiano essere fautori di una nuova stagione di riforme nel Paese che consenta anche ai Comuni di veder riconosciuto un ruolo e un’importanza eccessivamente frustrate in questi ultimi anni. È questo un contributo che può essere essenziale per un Paese che ha bisogno di ritrovare fiducia in sé stesso.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Robot, cobot, domotica e “smart home”. Il futuro dell’assistenza agli anziani e il ruolo delle colf

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 18:02

C’è Romeo, il robot in grado di aprire le porte, salire le scale e afferrare gli oggetti su un tavolo. O Pepper, un piccolo umanoide alto un metro e venti che riconosce addirittura lo stato emotivo dell’anziano che assiste, serve a fargli compagnia. Poi il giapponese Robobear, pensato per il sollevamento del paziente che ha perso l’autonomia. O addirittura il robot “coinquilino”, dotato di telecamere capaci di riconoscere i volti delle persone e monitorare i movimenti del corpo, adatto all’interazione con i pazienti affetti da Alzheimer. Ma anche prototipi in fase sperimentale come Zacharias, per l’assistenza ai malati di Parkinson e demenza, o Mario, per affrontare le sfide legate all’isolamento e al declino psicofisico degli anziani. Ancora più semplice e alla portata di tutti è ElliQ, un social robot che aiuta gli anziani a mantenersi attivi e impegnati e li istruisce all’uso corretto delle nuove tecnologie: li invita a fare esercizio fisico, a scadenzare la giornata, a dialogare via chat o social network.

Non è fantascienza ma è già il nostro domani entrato nell’oggi. Il ruolo della robotica con i “cobot” (robot collaborativi), della domotica (intelligenza artificiale applicata alla casa) nell’assistenza agli anziani e alle persone con disabilità cambierà molto lo scenario delle nostre società. Portando, come al solito, opportunità e rischi. E il grande punto interrogativo: che fine farà il lavoro umano? E la professionalità degli operatori? Se ne è parlato ieri a Roma al congresso nazionale Api-Colf e Federcolf, centrato proprio sul tema “La collaborazione familiare 4.0”.  Un tema di grande attualità che si rivolge ad una platea di persone e lavoratori vastissima, visto che

nel 2050 il 22% della popolazione mondiale avrà più di 60 anni. Nella sola Italia le colf denunciate all’Inps sono 776.000.

Considerando anche il lavoro nero sono stimati almeno 1 milione e mezzo di lavoratori e lavoratrici.  Oltre 2 milioni  e mezzo sono i datori di lavoro, ossia famiglie che si avvalgono della presenza di collaboratori familiari in casa.

L’88% sono donne. Il 73% sono stranieri.

Il contratto collettivo delle colf rientra nelle quattro più grandi categorie sindacali in Italia ed è numericamente al secondo posto subito dopo la scuola.

L’intelligenza artificiale e l’assistenza agli anziani. Le applicazioni dell’intelligenza artificiale al lavoro di assistenza sono innumerevoli. E’ in grado di “elaborare il linguaggio naturale, simulare i movimenti dell’uomo e comprenderne le esigenze”, spiega Alessandro Oddi, ingegnere informatico e ricercatore all’Università Roma 3.  Il 16 febbraio 2017 il Parlamento europeo, consapevole della sfida, ha approvato le linee guida della “Roboetica”: i “badanti o infermieri elettronici” dovranno “garantire il rispetto della persona nella sua privacy e autonomia – precisa – e l’uomo dovrà vigilare perché non si arrivi mai alle soglie della fantascienza”.

Le “smart home”. Interessante è il capitolo della “domotica” e delle “smart home”, ossia un impianto intelligente in grado di gestire le varie funzionalità domestiche. Famose e già in commercio sono le intelligenze artificiali dell’assistente Google e Amazon Echo (Alexa), che interagiscono con gli elettrodomestici: aspirapolveri, forni, lavatrici, pentole di pressione si attivano automaticamente su comando vocale del proprietario. In una “smart home” si possono prevenire effetti negativi come fughe di gas, allagamenti e incendi. Si possono adottare modalità di risparmio energetico e climatizzazione intelligente. Ci si può connettere a distanza con servizi di soccorso medico e monitoraggio a distanza degli anziani, tramite telecamere installate negli ambienti.

La “telemedicina” e le “badanti di condominio”. Su questi ultimi aspetti sono attive molte esperienze di “telemedicina”, soprattutto per raggiungere zone remote dove non è facile trovare medici o infermieri. Si parla anche di “teleassistenza” a domicilio. In tal caso, spiega Anna Bentivoglio, neurologo all’Università Cattolica del Sacro Cuore (Policlinico Gemelli),

“il badante dovrà relazionarsi con il medico. La relazione umana non potrà quindi mai essere sostituita da una macchina”.

La domotica assistenziale sarà molto utile “per far invecchiare le persone a casa loro” e rendere la vita quotidiana più semplice. In futuro – ci sono già esperienze in atto in Italia – avremo le “badanti di condominio”: tanti alloggi privati per gli anziani che vivranno vicini e manterranno la socialità e persone che li seguiranno a distanza tramite la domotica e le cosiddette “control room”. “I cobot in casa potranno assumere mansioni ripetitive e pericolose – chiosa Armando Montemarano, presidente della Consulta Federcolf – ma i collaboratori familiari dovranno assumere posizioni di valore mansionistico elevato. Una battaglia non ancora vinta, perché oggi il welfare italiano si fonda sullo sfruttamento delle donne immigrate: lavorano tante ore, con retribuzioni basse o in nero e guadagnano meno degli italiani che non lavorano e prendono il reddito di cittadinanza. Compito del sindacato è fugare la prospettiva di una nuova servitù”.

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Card. Koch: We are asking Europe “to show greater solidarity”

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 17:23

The migration phenomenon, growing anti-Semitism especially in Europe, the persecution of Christians today. These challenges are at the heart of this year’s 24th Meeting of the International Liaison Committee (ILC), which includes the Vatican Commission for Religious Relations with Judaism and IJCIC (International Jewish Committee for Interreligious Consultations). The meeting that takes place in Rome, ongoing until Thursday, May 16, promotes the exchange of ideas between experts, representatives of Movements and associations, journalists, on the theme “People, ideas and boundaries on the move”, including a meeting with refugees (Syrians, Eritreans and Afghans) at the language and culture school of the Sant’Egidio Community. Tomorrow morning at 11.00 the delegates will be received in private audience by Pope Francis. Cardinal Kurt Koch, President of the Pontifical Council for Promoting Christian Unity and of the Pontifical Commission for Religious Relations with the Jews highlighted the “profound, long-established dialogue.”

(Foto: AFP/SIR)

Your Eminence, why have you chosen the theme of “people on the move” for this year’s meeting?
Common themes are chosen in the light of global challenges, and this year it was decided that the theme had to encompass the major challenge of immigration, anti-Semitism – a growing phenomenon in Europe – along with the persecution of Christians and religious freedom. These issues call into question Catholics and Jews and it’s extremely important to share our approaches to these challenges and jointly identify common answers. The meeting also provides the opportunity to deepen our friendly relations – between the Catholic Church and the Jews – which are equally important.

Europe is closing its borders, we see a global rise in anti-Semitism; Christians in the world are suffering and are persecuted. What is the message of the faith community?
We are facing a major problem in our societies that involves religious adherence. We see a fear of religion. There are many distinctive signs in society: they are borne by the army, the police, even by students. Each one has its own sign and it is public. Only religious signs create problems. This means that our societies do by no means have a sound view of religion and this is a major challenge, especially in today’s societies that are increasingly multi-religious.

If religion is stripped of its public space and is confined to the private sphere society will have lost it ability to engage in dialogue with otherness.

In this respect I consider it extremely important to speak about the public space of religion.

Also migrants spark off fears. How should the migration phenomenon be addressed?
Today’s meeting opened with a beautiful presentation on the reality of migrations and we saw that we are facing a high degree of ignorance.

Many people are afraid of non-existing realities.

For many people in today’s Europe the perception is that we are being invaded by migrants, but this is not true. Migration is first of all a global phenomenon. It is therefore necessary to make reality known for what it is and trust in reality. It is equally necessary to take people’s fears seriously and give serious answers, starting from reality: thus, it is necessary to confront reality and fears.

What is the message of Catholics and Jews to Europe?
Europe is experiencing a deep crisis today, especially because of migration. There is a need for solidarity, even between the different Countries. This major migration crisis can be resolved only by showing greater solidarity between the different Countries. No State can be left to manage migration alone. It is necessary to foster the dialogue between the different States in order to solve this problem.

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Bambini maltrattati. Cesvi: quasi 100mila ed è allarme al sud. Servono politiche di lungo termine, sistema informativo efficace e servizi sul territorio

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 17:04

In Italia sono quasi 100mila i bambini vittime di maltrattamenti – più della metà (52,5%) bambine – ma quasi 460mila minori sono in carico ai servizi sociali. La maggior parte di questi abusi, violenze e forme di trascuratezza avviene in famiglia, ma si tratta di un fenomeno sottostimato sul quale è difficile avere dati certi perché per ogni caso denunciato si ritiene che almeno altri nove non vengano alla luce. Un milione e 208mila minori vivono in una situazione di povertà assoluta, pur con rilevanti differenze territoriali, tanto che al Sud è a rischio povertà ed esclusione sociale il 44% della popolazione. Lo rivela il Cesvi che ha presentato oggi a Roma, presso la Camera dei deputati, la seconda edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, intitolato “L’ombra della povertà”, risultato dell’aggregazione di 64 indicatori relativi ai fattori di rischio e all’offerta di servizi sul territorio e i cui dati sono validati da un comitato scientifico di cui fanno parte, tra gli altri, il Cnr, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e l’Istituto degli Innocenti di Firenze.

Un titolo non casuale, ha spiegato l’amministratore delegato del Cesvi, Daniele Barbone “Anche se il maltrattamento avviene trasversalmente in tutte le classi sociali e la povertà nelle sue diverse forme – economica, educativa, di relazioni – non ne è di per sé motivo scatenante, una grave deprivazione può aumentare il livello di stress dei genitori al punto da mettere a rischio i figli che avranno molte probabilità di diventare a loro volta adulti maltrattanti”. Non solo povertà:

il divario tra Nord e Sud del Paese rimane forte anche per quanto riguarda il rischio di maltrattamento.

È ancora allarme nel Mezzogiorno, dove la Campania rimane in ultima posizione, sia per contesto sia per servizi sociali, preceduta da Sicilia, Calabria e Puglia, mentre si riconferma al primo posto come regione più virtuosa – bassi fattori di rischio e un buon livello di servizi sul territorio – l’Emilia Romagna, seguita da Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Toscana.

Per Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia),

la parola chiave è “fiducia”.

“Per quanto studi e ricerche abbiano dimostrato ampiamente il potere delle politiche preventive, come il sostegno alla genitorialità fragile, nel tutelare bambini e ragazzi dall’esperienza traumatica della violenza e nel promuoverne la crescita serena – avverte – non ci si crede abbastanza, altrimenti gli investimenti e le risorse destinate a questo tipo di intervento verrebbero considerati prioritari”. Invece, annota, alla base del report presentato oggi, c’è “una fiducia reale, un invito e investire nella fiducia di cambiare situazioni che sembrano compromesse in partenza”. All’inizio di maggio, l’Autorità garante ha sensibilizzato con una nota di segnalazione tutti gli attori coinvolti sul piano istituzionale sull’importanza di mettere in campo “una strategia comune in materia di maltrattamenti e violenze, misure di prevenzione prima che di cura”. A partire da un efficiente sistema di rilevazione – oggi inesistente – dell’abuso “classificabile in maltrattamento fisico, psicologico, violenza assistita, sessuale”.

“Grazie a questo Indice le regioni possono migliorare il loro lavoro”, afferma Michela Di Biase, consigliere segretario della Regione Lazio, che per la propria regione parla di “dati allarmanti” e ricorda le azioni intraprese per contrastare una duplice violenza: contro i bambini e contro le donne”. “Far girare i dati colma in parte una forma di sottovalutazione del fenomeno. Non solo le istituzioni o la politica; anche l’italiano medio è distratto sul tema”, osserva da parte sua Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini impresa sociale. E l’indignazione non basta: “Deve scattare una battaglia di convenienza perché disinvestire sull’infanzia, e quindi sul capitale umano, significa disinvestire sul proprio futuro”. Sulla stessa linea Gianmario Gazzi, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali:

“L’investimento sui bambini è un investimento per tutto il Paese”.

“Non sono più tollerabili differenze territoriali”, prosegue ricordando che in Trentino Alto Adige, la sua regione, il rapporto tra cittadini e assistenti sociali è di uno a tremila, mentre in altre è addirittura di uno a quarantamila. Ed è qui che occorre investire perché un miglioramento dei servizi territoriali può contribuire a migliorare le condizioni dei contesti e incidere positivamente sui fattori di rischio.

E’ Giovanna Badalassi, ricercatrice del Cesvi, a presentare i dati più significativi del report e a sintetizzarne le raccomandazioni: “E’ anzitutto necessario disporre di un sistema informativo puntuale e mirato; occorre affrontare in maniera più determinata e con nuovi sistemi di governance le rilevanti differenze territoriali; è opportuno sviluppare politiche dirette e indirette di prevenzione e di contrasto in un approccio multimediale”. Infine, conclude, “nonostante la volatilità della nostra politica,

per affrontare il fenomeno in maniera efficace è indispensabile costruire politiche di medio e lungo termine”.

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Card. Koch: all’Europa chiediamo “una più grande solidarietà”

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 15:45

Il fenomeno migratorio, l’antisemitismo crescente soprattutto in Europa, la persecuzione dei cristiani oggi. Queste le sfide al centro, quest’anno, del 24° Incontro dell’International Liaison Committee (Ilc), del quale fanno parte la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo e l’Ijcic (International Jewish Committee for Interreligious Consultations). L’incontro che si svolge a Roma, fino a giovedì 16 maggio, prevede oltre ad uno scambio di riflessioni tra esperti, rappresentanti di Movimenti e associazioni, giornalisti, sul tema “Popoli, idee e confini in movimento”, anche un incontro sul campo con rifugiati siriani, eritrei e afghani alla scuola di lingua e cultura della Comunità di Sant’Egidio a Trastevere. Domani mattina, i partecipanti saranno ricevuti, alle 11, in udienza privata da papa Francesco. Di “dialogo profondo” e “avviato da lungo tempo”, parla il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e della Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo.

(Foto: AFP/SIR)

Eminenza, perché quest’anno avere scelto il tema dei “popoli in movimento”?
Si scelgono tematiche comuni alla luce delle sfide del nostro mondo e, quest’anno, la scelta è caduta sul grande tema dell’immigrazione, dell’antisemitismo che è un fenomeno crescente in Europa, ma anche della persecuzione dei cristiani e della libertà religiosa. Sono tematiche che interpellano ebrei e cattolici ed è molto importante condividere i nostri approcci a queste sfide e trovare insieme risposte comuni. Sono anche occasioni per approfondire l’amicizia tra noi, la Chiese cattolica e gli ebrei e anche questo è molto importante.

L’Europa chiude le sue frontiere. L’antisemitismo un po’ ovunque sta purtroppo crescendo. I cristiani nel mondo soffrono e sono perseguitati. Quale messaggio viene da uomini di fede?
Abbiamo un grande problema nelle nostre società, riguardo all’appartenenza alle religioni. La religione fa paura. Nelle società esistono tanti segni distintivi: li hanno l’esercito, la polizia, anche gli studenti. Ciascuno ha il suo segno ed è pubblico. Solo i segni religiosi creano problemi. Questo vuol dire che le nostre società non hanno una visione sana della religione e questa è una sfida molto importante soprattutto nelle società di oggi che sono sempre più multi-religiose.

Se la religione perde il suo posto pubblico e viene relegata nella sfera privata, perdiamo come società la capacità di entrare in dialogo con l’altro.

In questo senso credo sia molto importante parlare dello spazio pubblico della religione.

Anche il migrante fa paura. Come affrontare il fenomeno migratorio?
Questo incontro si è aperto con una bellissima conferenza sulla realtà dei migranti e abbiamo visto che c’è una grande ignoranza.

Molti hanno paura di realtà che non esistono.

Molta gente in Europa oggi ha l’impressione di una invasione di migranti ma questo non è vero. La migrazione innanzitutto è un fenomeno che si registra in tutto il mondo. Occorre quindi far conoscere la realtà concreta così come si presenta veramente e avere fiducia della realtà. Occorre anche prendere sul serio la paura della gente e dare delle risposte serie a partire dalla realtà: mettere, quindi, a confronto realtà e paure.

E all’Europa, cosa hanno da dire ebrei e cattolici?
L’Europa vive oggi una grande crisi, soprattutto a causa della migrazione. Manca la solidarietà, anche tra i differenti Paesi. Possiamo risolvere questa grande sfida della migrazione soltanto con una più grande solidarietà tra i differenti Paesi. Non possiamo lasciare alcuni Paesi da soli a gestire l’accoglienza dei migranti. Occorre quindi un migliore dialogo tra i differenti Paesi per risolvere questo problema.

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European elections: more than a political challenge

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 15:32

Now that faces, programmes and alliances are known, the electoral engine for the European elections of May 26 is at full throttle.

Preparations are under way without the enthusiasm and the felling of trust characterising the elections of 1979, the first election with universal suffrage of the European Parliament, whose president was Simone Veil, a survivor of Nazi concentration camps, a staunch defender of freedom and democracy who firmly believed that European unity could restore hope to the young generations.

Forty years have gone by since those elections: too many to be remembered by a society that is increasingly overwhelmed and absorbed by the present times, increasingly depleted of memory, more and more incapable of guiding young people towards the future.
The political scenario of May 26 elections appears to be more ailing than the ailing ones it promises to cure. Thus it fails to fill the void caused by years of weaknesses in the common European journey, nor does it stand as an encouragement to extend our gaze beyond the narrow horizon of national interests.

In turn, cultural contributions strive to overcome the wall of slogans that secludes the bridge of reason, reaping consensus

Against this backdrop it is necessary to avoid giving into feelings of resignation and entrust our utopian dream into the hands of those who mock it with loud and reassuring pragmatism.

“But – states philosopher Paul Ricoeur in ‘Europe and its memory’ – peoples cannot live without utopia, just like individuals cannot live without dreams. In this respect Europe without rigid borders is a utopia, because it is above all an Idea. The very expression describing a horizon of expectations to a certain extent evokes a utopian ideal; by definition, the horizon is what is never achieved.”
Is a losing game to support the meaning and the value of utopia in the face of a politics and a public opinion imprisoned in a present without vision nor future?

“The important thing – is the answer of the French philosopher – is that our utopias be responsible utopias: they should take into account the feasible and the hoped-for, they should come to terms not only with the unpleasant resistance of reality but also with the viable avenues kept open by historical consciousness.”

Thus the reflection is challenging and fascinating at the same time, for it brings thought and action on the doorsteps of the future, towards which the new generations are headed – as evidenced by the demonstrations of the past few days.

Young people are telling us that utopia is not an escape from reality and that the ethics of conviction must be combined with the ethics of responsibility.

Integrating one ethics with another , states Ricoeur, “is a major challenge, it is probably the greatest utopia.”

A great challenge in the hands of young people.

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Mirandola, due docenti ostili affrontano i Gedeoni

Evangelici.net - Tue, 14/05/2019 - 15:06
Ad alcuni insegnanti dell'istituto Galilei di Mirandola (MO) non è andata giù l'iniziativa dei Gedeoni, gruppo di uomini d'affari cristiani che da più di cent'anni distribuisce in tutto il mondo copie della Bibbia negli ospedali, negli alberghi e, appunto, davanti alle scuole. Due docenti si sono rivolte al gruppetto impegnato nella distribuzione di copie del Nuovo Testamento...
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Elezioni europee: oltre una sfida politica

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 10:22

Resi noti i volti, i programmi e le alleanze, la macchina elettorale per le elezioni europee del 26 maggio si muove sferragliando.

All’appuntamento ci si prepara senza l’entusiasmo e la fiducia che si ebbero nel 1979 per la prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo la cui presidente fu Simone Veil, una donna scampata dai lager nazisti, una indomita combattente per la libertà e la democrazia, una convinta sostenitrice che l’unità europea potesse restituire speranza alle nuove generazioni.

Sono trascorsi 40 anni da quelle elezioni: troppi perché le ricordi una società sempre più schiacciata sul presente, sempre più impoverita di memoria, sempre più incapace di accompagnare i giovani verso il domani.

La politica che si presenta all’appuntamento del 26 maggio appare più malata del malato che vorrebbe curare. Non colma, quindi, il vuoto provocato da anni di fragilità del percorso comune europeo e neppure incoraggia a guardare oltre gli orizzonti ristretti dell’interesse nazionale.

La cultura, a sua volta, fatica a superare il muro dello slogan che si contrappone mietendo consensi al ponte del ragionamento.

In questo contesto l’errore da evitare è rassegnarsi, consegnare l’utopia nelle mani di quanti la deridono con un rumoroso e rassicurante pragmatismo.

“Ma – scrive il filosofo Paul Ricoeur in ‘L’Europa e la sua memoria’ – i popoli non possono vivere senza utopia, al pari degli individui senza il sogno. A tal riguardo, l’Europa senza frontiere rigide è un’utopia, perché essa è innanzitutto un’Idea. L’espressione stessa di orizzonte d’attesa evoca in qualche modo l’utopia; l’orizzonte è ciò che non è mai raggiunto”.

Ma non è perdente sostenere il senso e il valore dell’utopia di fronte a una politica e a una opinione pubblica imprigionate in un presente senza respiro e senza futuro?

“L’importante – risponde il filosofo francese – è che le nostre utopie siano utopie responsabili: tengano conto del fattibile e dell’auspicabile, vengano a patti non solo con le resistenze spiacevoli della realtà ma anche con le vie praticabili tenute aperte dalla coscienza storica”.

La riflessione diventa, nello stesso tempo, impegnativa e affascinante perché porta il pensare e l’agire alle soglie del futuro, verso le quali sono incamminate le nuove generazioni come dimostrano le manifestazioni di questi giorni.

Sono i giovani a dire che l’utopia non è una fuga dalla realtà e che l’etica della convinzione deve essere declinata con l’etica della responsabilità.

Integrare un’etica con l’altra, afferma Ricoeur,“resta un grande compito, forse la più grande utopia”.

Un grande compito nelle mani dei giovani.

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Elezioni amministrative: 17 milioni di cittadini chiamati al voto in mezza Italia

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 09:17

Il 26 maggio non si voterà soltanto per il Parlamento europeo. Circa 17 milioni di elettori, infatti, saranno coinvolti in una tornata amministrativa che interessa quasi la metà dei Comuni italiani. In Piemonte, inoltre, i cittadini saranno chiamati alle urne per eleggere il presidente e il consiglio della Regione e in Trentino-Alto Adige si tornerà al voto per la Camera in due collegi uninominali: dovranno infatti essere eletti due deputati in sostituzione di altrettanti parlamentari che nel frattempo sono diventanti rispettivamente presidente e assessore della Provincia autonoma di Trento.

I Comuni in cui si voterà per i sindaci e i consigli (con eventuale ballottaggio il 9 giugno) sono 3.812, di cui 232 con più di 15mila abitanti e 3.580 al di sotto di questa soglia. Sei sono capoluogo di Regione: Firenze, Bari, Perugia, Cagliari, Potenza e Campobasso.

Altri 22 sono capoluogo di Provincia: Ascoli Piceno, Avellino, Bergamo, Biella, Cesena, Cremona, Ferrara, Foggia, Forlì, Lecce, Livorno, Modena, Pavia, Pesaro, Pescara, Prato, Reggio Emilia, Rovigo, Sassari, Verbania, Vercelli, Vibo Valentia. Tra questi due gruppi di Comuni più grandi, ben 14 sono quelli con oltre 100mila abitanti. Il Comune più piccolo, viceversa, risulta essere quello di Moncenisio, in Piemonte: solo 29 abitanti in base all’ultimo bilancio demografico annuale dell’Istat.
Sul totale, 3.658 sono i Comuni in Regioni a statuto ordinario, 154 quelli inseriti in Regioni a statuto speciale: 7 in Trentino-Alto Adige, 118 in Friuli-Venezia Giulia, 29 in Sardegna (dove però si voterà il 16 giugno).

Il sistema elettorale in vigore nei Comuni con più di 15mila abitanti è il doppio turno con ballottaggio nel caso in cui nessuno dei candidati a sindaco arrivi alla maggioranza assoluta. Nei Comuni più piccoli, invece, si vota in un’unica tornata.

Turno unico anche nelle Regioni. Così in Piemonte il nuovo “governatore” sarà il candidato che il 26 maggio avrà preso anche un solo voto in più degli altri. La legge elettorale regionale piemontese, inoltre, ammette la possibilità di scegliere sulla scheda un candidato presidente e una lista diversa da quella o quelle che lo sostengono (il cosiddetto “voto disgiunto”) e per l’ingresso delle liste in consiglio prevede una soglia di sbarramento del 3%. In lizza per la guida della Regione ci sono il presidente uscente Sergio Chiamparino, sostenuto da una coalizione di centro-sinistra allargata, Alberto Cirio, portato dal centro-destra al completo, Giorgio Bertola per il Movimento 5 Stelle e Valter Boero per il Popolo della famiglia.
Anche in occasione delle precedenti elezioni europee, il 25 maggio del 2014, si svolsero contestualmente due elezioni regionali (Piemonte e Abruzzo) e le amministrative in quasi 4 mila Comuni.

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La dignità dei fragili

Agenzia SIR - Tue, 14/05/2019 - 00:00

La dignità delle persone è intrinseca e non dipende dalla loro situazione. Per le religioni che fanno riferimento alla Sacra Scrittura, c’è il valore di immagine di Dio. Per i cristiani, in particolare, vale quanto disse Giovanni XXIII nella Pacem in terris, cioè che la grandezza e la dignità delle persone è ancora più chiara se consideriamo che il Figlio di Dio si è fatto uomo. In particolare, nell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, il diritto dei poveri è ancora più difeso da Dio proprio perché deboli e in balia delle eventuali angherie dei ricchi e dei potenti.
Dio davvero non fa misure uguali tra disuguali. Il suo agire avviene nell’equilibrio dell’uguale amore per tutti: al ricco Gesù chiede di distribuire la ricchezza ai poveri, mentre a questi porta “il lieto annuncio” della liberazione.
Il canto del Magnificat è una significativa sintesi nei versi in cui la Vergine dice dell’Onnipotente: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”.
A partire da questa premessa, dobbiamo chiederci come mai una gang di ragazzini può infierire fino alla morte contro un anziano, in un centro non molto grande, senza che una comunità intera se ne accorga e intervenga. Da una parte è venuta meno la sensibilità verso la dignità dei deboli, che un tempo Chiesa e istituzioni educative trasmettevano. Dall’altra, emerge un’indifferenza diffusa verso queste persone. Le famiglie sono tentate di difendere i ragazzini e affermano “Mio figlio non è un mostro”, quasi ammettendo che quella è la normalità. Lo stesso dicasi per il padre di un autore di stupro che interviene suggerendo al figlio di nascondere le prove, invece di indurlo a pentirsi e a consegnarsi alla giustizia, chiedendo perdono della grave offesa fatta a una donna. L’amore dei genitori che giustifica senza educare e difendere la dignità dell’oppresso e del debole è un amore che fa il male dei figli, della famiglia e della società. Cosa è venuto meno alla generazione degli adulti così falliti nel compito educativo? Non è solo l’individualismo. C’è anche l’idea della trasgressione. Questa può essere positiva contro regole ingiuste: per definirle giuste o meno, però, occorre che insieme siano trasmessi valori etici oggettivi. Una famiglia e una società che giustificano la violenza, da cui scaturiscono atti contro i fragili, si riducono ad una spelonca di furfanti senza futuro.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

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L’elemosiniere apostolico riattacca la corrente a uno stabile occupato. Spin Time Labs: “Di fronte alla sofferenza non si può restare inermi”

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 21:24

Allo Spin Time Labs è tornata la luce.

Da giorni lo stabile, all’interno del quale vivono oltre 400 persone, compreso un centinaio di bambini, era senza corrente elettrica e acqua calda. Tali servizi erano stati sospesi dalla società che fornisce l’energia per un problema di morosità. L’elemosiniere apostolico, il cardinale Konrad Krajewski, di ritorno da Lesbo dove ha portato la solidarietà di Papa Francesco ai migranti dei campi profughi dell’isola greca, è stato informato della situazione e ieri ha provveduto personalmente a riattivare la corrente elettrica all’edificio. Il cardinale ha compiuto questo gesto consapevole delle possibili conseguenze a cui può andare incontro, nella convinzione che fosse necessario farlo per il bene di queste famiglie.

“Sono intervenuto personalmente – ha detto più tardi in un’intervista – per riattaccare i contatori. È stato un gesto disperato. C’erano oltre 400 persone senza corrente, con famiglie, bambini, senza neanche la possibilità di far funzionare i frigoriferi”.

A leggere i titoli dei giornali di oggi si sente parlare di “intervento divino”, di “provvidenza”.

Allora alla mente salta la provvidenza, nel senso biblico e letterario del termine.

Quella stessa provvidenza che Alessandro Manzoni richiama più volte ne “I promessi sposi”.

La provvidenza sempre e solo associata alla figura degli umili: Renzo, Lucia, fra Cristoforo.

La provvidenza che nel sesto capitolo del romanzo mette proprio nelle mani di fra Cristoforo un filo:

“gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della sua protezione – si legge nell’opera -. Ecco un filo, – pensava, – un filo che la provvidenza mi mette nelle mani”.

Ora, forzando un po’ il parallelismo letterario, il filo parrebbe essere quello necessario a riallacciare la corrente e fra Cristoforo don Corrado, come lo chiamano amichevolmente allo Spin Time Labs, dove da anni è impegnato a sostenere le famiglie in difficoltà.

Allo Spin Time Labs forse del paragone manzoniano non sanno nulla, però di una cosa sono certi:

“Qui la Chiesa c’è sempre stata!”.

Ma non una Chiesa qualunque.

“Una Chiesa vicina agli ultimi, che aiuta ad uscire dalla paura e dalla solitudine”.

Nel corso della conferenza stampa di questa sera, in cui si è cercato di rispondere alle diverse polemiche che hanno animato la giornata, l’imperativo è stato solo uno:

“Di fronte alla sofferenza non si può restare inermi”.

E, in questo senso, il gesto del card. Krajewski ne “è la testimonianza”.

“Non sappiamo e non ci interessa se don Corrado abbia agito seguendo o meno le leggi – hanno spiegato i responsabili di Spin Time Labs -, ma sicuramente ha obbedito alla legge del Vangelo”.

Pertanto, “abbiamo deciso di dare due tessere onorarie speciali a Papa Francesco e al card. card. Krajewski”.

Nel frattempo nel palazzo torna la sera.

 

La luce questa volta c’è ed illumina i colori sui muri che sono tanti quanti quelli della pelle degli abitanti: “Qui siamo tutti migranti, abusivi, ospiti e ospitali”, raccontano i volontari.

Lo Spin Time Labs lentamente si svuota di giornalisti e curiosi e, al di là delle polemiche e di quel che sarà “resta la gratitudine per un gesto inaspettato e il riscoprirsi fratelli”. E due soci d’eccezione in più.

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Al via il 72° Festival di Cannes tra memoria del cinema, grandi autori e mercato. In concorso Loach, i fratelli Dardenne e Bellocchio

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 21:20

Un cielo infiammato tra l’arancione e il rosso fa da sfondo al manifesto ufficiale del 72° Festival di Cannes, un orizzonte dove svetta minuta e coraggiosa una cineasta poco più che ventenne, Agnès Varda, alle prese con la regia del suo primo lungometraggio “La Pointe Courte” (1955). Una pioniera del cinema francese che ci ha da poco lasciato all’età di 90 anni. E il Festival di Cannes – in programma da martedì 14 a sabato 25 maggio – le rende omaggio; sarà assegnata anche una Palma d’oro d’onore ad Alain Delon, icona del cinema francese. Un appuntamento, quello di Cannes, tra i più significativi dell’anno, dove trova armoniosa coniugazione arte, cultura e mercato. Sì, Cannes è tutto questo: uno dei festival più antichi e prestigiosi – primo rimane quello di Venezia alla 76a edizione –, dove i grandi autori come Loach, Malick e Tarantino presentano le proprie opere e dove il mercato dell’audiovisivo è tra più influenti a livello mondiale.

Il concorso ufficiale aperto da Jarmusch. “The Dead Don’t Die” è film scelto per aprire la sezione principale di Cannes 72. Firmato dal regista statunitense Jim Jarmusch, il film è uno zombie movie giocato come una commedia grottesca. Protagonisti sono Bill Murray e Adam Driver. Apertura originale e di certo dallo stile ricercato, perché Jarmusch non è un autore banale. È molto atteso sulla Croisette anche il ritorno del britannico Ken Loach, vincitore per due volte della Palma d’oro con “Il vento che accarezza l’erba” (2006) e “Io, Daniel Blake” (2016). Dopo il suo ultimo trionfo sembrava vicino al ritiro il veterano Loach, superati gli ottant’anni, ma alla fine le storie sociali di umanità sola e disgraziata lo appassionano sempre e così arriva in competizione con “Sorry We Missed You”. Fortemente ancorati a temi sociali, tra periferie urbane ed esistenziali degradate, sono i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, già trionfatori sulla Croisette con “Rosetta” (1999) e “L’enfant” (2005); al festival ora portano “Le jeune Ahmed” che affonda lo sguardo su estremismi e terrorismo nel cuore dell’Europa.
Grande ritorno poi per Quentin Tarantino con “Once Upon a Time in… Hollywood” che propone l’inedita coppia Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. Sono inoltre di casa a Cannes lo statunitense Terrence Malick, il filosofo del cinema già vincitore della Palma d’oro con “The Tree of Life” (2011), che svela “A Hidden Life”, e lo spagnolo Pedro Almodóvar, che consegna al pubblico un film personalissimo, “Dolor y gloria”, con la coppia consolidata Antonio Banderas e Penélope Cruz. Sono infine in concorso: Xavier Dolan, Jessica Hausner, Abdellatif Kechiche, Elia Suleiman, Ladj Ly, Céline Sciamma, Arnaud Desplechin, Justine Triet, Mati Diop, Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, Ira Sachs, Bong Joon-ho, Corneliu Porumboiu e Diao Yinan.

L’Italia in prima fila con Bellocchio e Rohrwacher. Tra i 21 titoli in gara c’è anche l’Italia con Marco Bellocchio e il suo film “Il traditore”, che presenta il suo originale sguardo sulla figura controversa di Tommaso Buscetta, esponente della mafia siciliana divenuto poi collaboratore di giustizia. A dare volto a Buscetta in maniera incisiva è Pierfrancesco Favino, che può seriamente aspirare a un riconoscimento come miglior attore. Altri segnali dall’Italia vengono dalla sezione Un Certain regard dove figura Lorenzo Mattotti con “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”. C’è poi la regista Alice Rohrwacher, premiata più volte a Cannes (“Le meraviglie” e “Lazzaro felice”), che è stata chiamata nella giuria principale presieduta dal regista messicano Alejandro González Iñárritu. Gli altri membri sono: Paweł Pawlikowski (Polonia), Yorgos Lanthimos (Grecia), Enki Bilal (Francia), Robin Campillo (Francia), Elle Fanning (Usa), Maimouna N’Diaye (Burkina Faso) e Kelly Reichardt (Usa). Infine, da non dimenticare gli omaggi al cinema restaurato, Cannes Classics, dove il nostro Paese è ricordato con “Miracolo a Milano” di Vittorio De Sica e “Pasqualino settebellezze” di Lina Wertmüller, quest’ultima presente sulla Croisette.

Il punto Sir-Cnvf. “La selezione di Cannes è sempre di forte richiamo – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Commissione film Cei – attenta a unire tradizione e nuovi sguardi. Possiamo così veder contendersi la Palma d’oro giovani graffianti come Dolan e autori maiuscoli quali Loach, i Dardenne o Malik. Proposte in generale forti, problematiche e sperimentali per quanto riguarda il linguaggio, ma di certo non troppo sul fronte della produzione e del mercato. In questo si conferma più lungimirante la Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, che ha permesso già dal 2018 l’ingresso in concorso di opere targate Netflix o Amazon, fotografando di fatto l’evoluzione del cinema oggi”. Conclude Giraldi: “Bene la scelta di Bellocchio, un autore solido e con una grande e lunga storia alle spalle; lascia semmai perplessi la mancanza di altri esponenti del nostro cinema nella sezione principale. Cannes lascerà comunque il segno anche con questa 72a edizione, con i suoi film e premi; e accanto ai riconoscimenti ufficiali è da ricordare come di consueto quello della giuria ecumenica, frutto del lavoro dei delegati cattolici Signis e protestanti Interfilm”.

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Campania, vescovi metropolia Benevento: “O diventiamo il polmone verde della Regione o la pattumiera di tutti”. A giugno il I Forum amministratori locali

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 16:35

Un Forum per amministratori locali per dare futuro alle aree interne della Campania.

Dal 24 al 26 giugno, nel Centro “La Pace” del capoluogo sannita, invitano a “condividere questo momento di crescita comunitaria” i vescovi della metropolia di Benevento, che comprende i comuni delle province di Benevento e Avellino. I presuli, Felice Accrocca (Benevento), Arturo Aiello (Avellino), Domenico Battaglia (Cerreto Sannita-Sant’Agata de’ Goti-Telese), Pasquale Cascio (Sant’Angelo de’ Lombardi-Nusco-Bisaccia), Sergio Melillo (Ariano Irpino-Lacedonia), Riccardo Luca Guariglia (abate di Montevergine), hanno sottoscritto una lettera-documento intitolata “Mezzanotte del Mezzogiorno?”, nella quale, sottolineando i gravi ritardi e gli squilibri nelle politiche economiche e sociali che si sono succedute in Campania, chiedono una svolta decisa e una più mirata politica di sviluppo integrato. La lettera-documento e il I Forum degli amministratori campani – sul tema “Consapevolezza, start up di comunità e dialogo tra territori” – sono stati presentati oggi, lunedì 13 maggio, in una conferenza stampa, nel palazzo arcivescovile di Benevento, alla quale hanno partecipato mons. Accrocca, mons. Aiello, mons. Battaglia, mons. Melillo e dom Guariglia, il sindaco di Benevento Clemente Mastella, il presidente della provincia di Benevento Antonio Di Maria, il direttore del Dipartimento di diritto, economia, management e metodi quantitativi Giuseppe Marotta. A presentare la conferenza stampa don Maurizio Sperandeo, direttore dell’Ufficio diocesano delle comunicazioni sociali di Benevento.

Sud del Sud. “Partiamo dalla constatazione che la situazione della Campania interna è diversa da quella del Mezzogiorno e dal resto della stessa Regione: in quanto area interna noi siamo Sud del Sud – ha osservato mons. Felice Accrocca -. Nella lettera evidenziamo che

c’è il divario Nord-Sud e l’altro che differenzia la Campania interna da quella costiera e dall’hinterland napoletano”.

L’arcivescovo ha ricordato un apparente paradosso: “I nostri laureati raggiungono standard migliori rispetto ad altri, eppure sono proprio i giovani che lasciano le nostre terre; le nostre province di Avellino e Benevento perdono in media un paese l’anno, ma anche di più: molti conservano la residenza, ma già si trasferiscono per studi e non tornano più”.

Indicare un metodo. Nel documento si citano anche le altre criticità: infatti, le aree interne, “nonostante le enormi risorse paesaggistiche, artistiche, culturali ed enogastronomiche di cui dispongono”, “faticano infatti a intercettare i flussi turistici”; a ciò si aggiungono la disoccupazione, la contrazione della spesa pubblica, la carenza delle infrastrutture stradali e “una visione politica di corto raggio”. “Essendo numericamente pochi – ha proseguito mons. Accrocca –, politicamente contiamo poco. Possiamo salvarci solo in una strategia d’insieme unendo le forze e soprattutto assumendo un progetto che abbia uno sguardo lungo e che sia teso al perseguimento di un bene comune, non di interessi particolari”. Il presule ha precisato: “Noi come vescovi non vogliamo sostituirci a nessuno, ma indichiamo una via di metodo. I programmi, le scelte, le priorità non spettano a noi. Come pastori e come sentinelle, ci chiediamo con il profeta Isaia, ‘quanto resta della notte?’, tanto che il documento è intitolato in modo allusivo ‘Mezzanotte del Mezzogiorno’”.

Progetto strategico. Leggendo alcuni stralci della lettera-documento, mons. Accrocca ha rilevato:

“È necessario un progetto strategico di lunga gittata che miri a privilegiare l’interesse comune,

che solo può consentire il benessere di tutti, singole persone come enti locali. È necessaria, infatti, una solida coesione istituzionale per dare forza alle istanze delle aree più deboli. Fare rete, quindi, gioco di squadra, programmando insieme una politica di sviluppo”. Di qui la scelta di promuovere il primo Forum degli amministratori a Benevento, che “non sarà certo la soluzione di tutti i mali, non useremo la bacchetta magica né vogliamo creare attese superiori a quelle reali, ma non potrà far altro che bene. Iniziamo a cercare un metodo di lavoro. Su questo noi vescovi vogliamo dare il nostro piccolo contributo”. La relazione di apertura – “La forza dei territori, la debolezza delle solitudini” – sarà a carico dell’economista Luigino Bruni.

Problema trasversale. Il sindaco Clemente Mastella ha ringraziato i vescovi per “la chiamata a raccolta, ognuno secondo la propria responsabilità, accanto agli ultimi, in questo caso le aree interne. Nel Mezzogiorno non siamo in stagnazione, ma nel profondo della recessione, perché non ci sono investimenti, speriamo che venga un impulso da voi”. Mons. Accrocca ha evidenziato come “il problema delle aree interne tocchi, trasversalmente, tutta l’Italia, dal ‘profondo Nord’ all’‘estremo Sud’. Il Forum beneventano può fare da laboratorio anche per altre zone”. Il Forum prevede anche quattro laboratori: “I flussi delle persone e dei capitali”, “Il futuro nella storia: tradizioni, arti e beni culturali”, “L’ambiente, il paesaggio, la cura del creato”, “Welfare, servizi e accoglienza”.

Due opzioni. “Nelle nostre province di area interna la popolazione decresce, a poca distanza abbiamo la più alta densità abitativa europea – ha ricordato l’arcivescovo di Benevento -. È naturale che i milioni di abitanti a poca distanza tendono in qualche modo a dilatare la loro presenza. Le aree interne hanno due possibilità: o diventano il polmone verde, la zona di eccellenza dove ricaricarsi, trascorrendo giorni a contatto con la natura e l’arte, oppure la pattumiera di questi milioni di abitanti che sono a poca distanza. Il futuro non dipende solo da noi, ma per quello che è in nostro potere dobbiamo unire le forze con intelligenza e una strategia seria per far sì che delle due opzioni prevalga la prima”. Il presidente della provincia Antonio Di Maria ha sottolineato che “per invertire il calo demografico dobbiamo avere uno strumento di pianificazione che va da qui a dieci anni, per dare una prospettiva ai giovani che vogliono restare qui”. Citando i vari strumenti pensati per lo sviluppo del territorio, Di Maria ha chiesto una regia unica per far crescere una strategia comune. Mons. Accrocca ha auspicato una maggiore collaborazione tra le province di Avellino e Benevento.

Formare gli amministratori del futuro. Mons. Arturo Aiello ha voluto rispondere a una possibile obiezione: “Come mai i vescovi si fanno promotori di questa iniziativa? C’è il senso di responsabilità civico, ma anche di fede, che ci collega a nostri antichi predecessori: mi riferisco al Medioevo, dove i vescovi non erano solo riconosciuti per la loro valenza spirituale, ma nei momenti di difficoltà diventavano difensor civitatis, difensori di una identità. Attingendo a queste radici e, in una maniera più alta, al senso dell’Incarnazione, riteniamo che tutto quello che riguardi l’uomo riguardi pure il cristiano e, dunque, anche il vescovo. Non abbiamo presunzione di soluzioni, il nostro è un tentativo di gettare un sasso in piccionaia. Un tentativo umile, ma deciso rispetto alla frammentazione: credo che andare in maniera sparsa per il raggio di problemi non sia più risolutivo. Non vale per noi, da un punto di vista civico e tanto più cristiano, ‘si salvi chi può’. Auspichiamo un’alleanza da parte degli amministratori di oggi, ma non solo.

Il Forum vorrebbe avere uno sguardo verso il futuro: abbiamo bisogno di una classe futura di amministratori che abbiamo anche delle competenze.

Quello che lamentiamo in tante liste in lizza nei nostri comuni è che ci sono persone di buona volontà ma mai l’elaborazione di un pensiero, orizzonte anche di un agire. Il Forum vuole essere un tentativo di sollecitare i futuri amministratori ad assumere competenze e a mettersi insieme”.

Tessere di un puzzle. Nel suo intervento Giuseppe Marotta ha parlato dei problemi che affliggono non solo le aree interne: “Il tema del lavoro è scomparso dal dibattito. Oggi c’è molta progettualità su Benevento e sulle aree interne. Il rischio è che abbiamo tante tessere sul territorio ma che non riusciamo a metterle nel puzzle, ora dobbiamo ricostruire un unico disegno in cui ognuno dà il suo apporto, per creare posti di lavoro idonei alla formazione degli studenti all’Università, in modo da non disperdere il capitale umano”. Il Forum si concluderà il 26 giugno con la presentazione della Carta dei giovani e la firma del Patto dei cammini.

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Siria, battaglia di Idlib: i cristiani perseguitati in prima fila negli aiuti agli sfollati. La testimonianza di padre Jallouf

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 13:26

“Stiamo aspettando la nostra liberazione. Si combatte a 50 km da noi e la tensione è altissima. Speriamo che i combattimenti finiscano presto e che si possa tornare a vivere liberamente e con dignità”. Così padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Knaye, uno dei tre villaggi cristiani della Valle dell’Oronte, nella provincia di Idlib – gli altri due sono Yacoubieh e Gidaideh –racconta al Sir quella che potrebbe essere la resa dei conti tra esercito siriano, ribelli armati e terroristi del fronte jihadista Hayat Tahrir al-Sham, affiliato ad Al-Qaeda ed erede del più conosciuto Jabhat Al Nusra.

Siria, Knayeh convento di san Giuseppe

Nel mirino dell’avanzata dell’esercito di Assad – mai così vicino alla riconquista totale del territorio – oltre a Idlib anche zone delle province di Hama e Latakia. Si tratta, in sostanza, dell’intera area protetta dall’accordo di de-escalation siglato al vertice di Sochi, sul Mar Nero, lo scorso anno da Russia e Turchia. L’accordo doveva, tra le altre cose, portare alla “ritirata di tutti i combattenti radicali” da Idlib. Ritiro mai avvenuto. Da qui l’accusa di Mosca alla Turchia di mancato controllo sui gruppi jihadisti, e il via libera ad Assad per la riconquista dell’area. Gli effetti della ripresa del conflitto sui civili sono, ancora una volta, devastanti. Dopo pochi giorni di combattimenti i morti sarebbero decine e, secondo le Nazioni Unite, oltre 150mila gli sfollati interni.

Emergenza umanitaria. Una situazione confermata da padre Jallouf che parla di “zone degli scontri spopolate da diverso tempo. Si stima che in tutta la provincia di Idlib possano essere rimasti 600 mila civili”.

“La valle dell’Oronte è quasi deserta e ci sono migliaia di persone in fuga dai bombardamenti. In questi giorni in tanti si presentano nei nostri conventi dei villaggi Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh a chiederci da mangiare e da bere. Non hanno dove dormire e per questo riposano sotto gli alberi nei campi della zona. Non hanno più nulla”.

Padre Hanna è rimasto solo a prestare la sua missione nei tre villaggi cristiani della Valle dell’Oronte. Il suo confratello, padre Luai Bsharat, con cui porta avanti la sua missione in questa piccola enclave cristiana del Governatorato di Idlib, ancora non riesce a rientrare da Damasco a causa della situazione pericolosa. “Facciamo quel che possiamo con i nostri pochi mezzi per cercare di dare a tutti aiuto e sollievo ma la situazione peggiora giorno dopo giorno” afferma il francescano che lancia ancora una volta il suo appello: “pregate per noi, abbiamo bisogno delle vostre preghiere”.

“Chiediamo al Signore che ci liberi presto dalla guerra, dalla violenza dei terroristi che ci perseguitano e ci impediscono di vivere in pace”.

Cristiani perseguitati. Da tempo le comunità cristiane della valle dell’Oronte subiscono la persecuzione dei jihadisti del fronte Hayat Tahrir al-Sham. In precedenti occasioni padre Hanna, sempre al Sir, aveva denunciato rapimenti ed esecuzioni sommarie e anche l’espropriazione di case e terre dei cristiani poi passate ai profughi e ai combattenti del fronte islamista. La violenza ora ha ripreso vigore.

“Stiamo subendo abusi e furti – rimarca padre Hanna -. La povertà cresce e con essa la criminalità. Ma a fianco di criminali comuni ci sono ancora i membri di Hayat Tahrir al-Sham. I miliziani, molti sono anche stranieri, da mesi non ricevono più la loro paga mensile e per questo motivo si lasciano andare a razzie e furti nelle abitazioni soprattutto dei cristiani.

Hanno rubato il raccolto delle olive e adesso quello delle prugne.

Rubano ai cristiani perché noi non possiamo difenderci, non abbiamo diritto

ad appellarci ad un tribunale, né a chiedere i danni e giustizia. L’altra notte alcuni terroristi sono penetrati nella casa di un nostro fedele. Hanno legato tutta la famiglia e hanno trafugato ogni cosa possibile. Qui è in vigore la Sharia e noi cristiani non abbiamo voce. Vi preghiamo di non abbandonarci – conclude il parroco – pregate per noi”.

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“The Economy of Francesco”. Bruni (Comitato organizzatore): “C’è un pensiero dei giovani sul mondo che va preso molto sul serio”

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 11:51

“Abbiamo invitato premi Nobel, esperti e personalità mondiali per fare da testimonial all’evento ma il target sono i giovani”. Punta dritto ai veri protagonisti di “The Economy of Francesco”, il professore Luigino Bruni. Dal 26 al 28 marzo 2020 la città di Assisi sarà luogo di una tre giorni interamente dedicata ai giovani economisti e imprenditori provenienti da tutto il mondo. Laboratori, manifestazioni artistiche, seminari e plenarie. L’invito a partecipare – ed è questa una grande novità – arriva direttamente da Papa Francesco che nei giorni scorsi ha diffuso una Lettera di convocazione. La proposta è stringere con i giovani un “patto per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani”. Perché sia “più giusta, inclusiva e sostenibile, senza lasciare nessuno indietro”. L’evento è organizzato da un Comitato composto dalla diocesi di Assisi, dal Comune di Assisi, dall’Istituto Serafico di Assisi e da Economia di Comunione. L’economista Luigino Bruni, ordinario di economia politica alla Lumsa, è il direttore scientifico del Comitato. “Questa iniziativa mette insieme due priorità del Pontificato di Francesco: i giovani e l’economia”, spiega.

“Invece di puntare soltanto ai capi di Stato e ai capi di imprese che sono inconvertibili, il Papa propone ai giovani un patto comune e dice: ci state a impegnarvi con me per cambiare l’economia?”.

All’incontro, parteciperanno almeno 500 giovani di tutto il mondo. Sono studenti in dottorato in economia e giovani imprenditori. “L’idea è che periodicamente si incontrano e crescono insieme e che parta un movimento di giovani economisti nel mondo nello Spirito di Francesco, che vuol dire Bergoglio ma anche Francesco di Assisi”.

Assisi ed economia: sembra un binomio paradossale visto che San Francesco ha fatto la scelta di una povertà estrema che oggi, di fronte agli attuali paradigmi, si presenta come l’anti-economia per eccellenza. Perché questa scelta?
Perché San Francesco di Assisi è stato al centro di un’altra economia. I francescani sono stati i primi economisti d’Europa. Hanno scritto i primi trattati di economia nel ‘200 e nel ‘300. Dai francescani poi sono nate le prime banche moderne, i Monti di Pietà, a metà del ‘400. Loro dalla povertà scelta hanno immaginato una economia del dono e della condivisione. Pertanto non si può dire che i francescani sono la non-economia. Sono piuttosto un altro modo di intendere l’economia che è quello dove i poveri sono protagonisti, dove la ricchezza è condivisa e soprattutto dove c’è un’economia in rapporto con l’ambiente perché Assisi è anche il Cantico delle Creature.

Perché i giovani?
Oggi abbiamo il movimento di Greta che ha raccolto, sulle grandi questioni ambientali, teenager di tutto il mondo e abbiamo la politica dei grandi che hanno in mano le redini dell’economia mondiale. Ma manca l’anello intermedio e cioè i giovani che hanno tra i 25 e i 35 anni, che si stanno affacciando al mondo dell’economia con la prospettiva di diventarne presto i protagonisti ma che sono completamente tagliati fuori dai grandi dibattiti. E invece sono il ponte tra Greta e i leader politici e il Papa si rivolge a loro con una proposta interessante: voi che state studiando, che già state lavorando in questo settore, vogliamo cambiarla o no questa economia? L’idea di Francesco è che i giovani non sono il futuro ma sono il presente.

Ma davvero da studioso lei ritiene che ci sia un margine di cambiamento nel sistema economico attuale?
Ma sicuramente, molto margine. E i giovani sono già dentro il cambiamento. Se avessimo pensato a un incontro ad Assisi con i più grandi leader dell’economia, avremmo fatto una bella foto ma il mondo non sarebbe cambiato. Questa gente è inconvertibile.

La novità qui è che il Papa fa una Assisi con i giovani economisti. Ed ha un valore simbolico enorme, perché dice: “Voi potete cambiare il mondo”.

L’alternativa quale sarebbe? Se l’economia non cambia, verso quale futuro stiamo andando?
Il futuro è già quello che stiamo vedendo. Un futuro di crescenti disuguaglianze che producono varie forme di insoddisfazioni dai gilet gialli al terrorismo e un pianete insostenibile. Questo è il quadro ed è già presente. Il messaggio in fondo che sta diffondendo Greta, che noi inviteremo, è molto semplice:

non stiamo parlando di futuro, questi problemi sono già cominciati, non dobbiamo più aspettare che avvengano.

E i giovani sono già il cambiamento in atto. Devono cominciare oggi e non aspettare domani. Se ci mettiamo insieme e facciamo nascere un movimento, capace di raccogliere persone, entrare nelle università e nelle aziende, questi giovani diventano una potenza.

Se l’economia punta ai giovani, vuol dire che ha intravisto in loro una potenzialità. Qual è il loro punto di forza?
Questi ragazzi fanno vedere di avere un pensiero. C’è un pensiero dei giovani soprattutto sulle questioni ambientali che è molto più avanti del pensiero degli adulti. Quello che è mancato nel ‘900, non è l’amore per i ragazzi ma il rispetto e l’ascolto del pensiero dei ragazzi. I ragazzi hanno un punto di vista sulle cose diverso dal nostro soprattutto in tematiche come l’economia e l’ambiente, povertà e dignità umana, rispetto per la natura e sviluppo sostenibile. E questo pensiero va preso molto sul serio E’ quindi iniziata un’era nuova perché è entrata nella sfera pubblica il pensiero dei ragazzi. Come una cosa nuova che non c’era finora.

Come il ‘900 è stato il secolo delle donne, il XXI dovrà essere il secolo dei ragazzi che entrano con il loro punto di vista nel mondo e si fanno sentire.

https://www.youtube.com/watch?v=rI2l3w6iJGU

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“Questa sera, si cena in carcere” al complesso penitenziario di Perugia

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 09:55

“Questa sera, si cena in carcere”. Sta tutta in un gioco di parole e in una provocazione, la nuova sfida del complesso penitenziario di Perugia che ha ospitato all’interno delle mura un vero e proprio ristorante in occasione della quinta edizione delle “Golose Evasioni”, cena evento promossa nell’ambito del corso di “Addetto alla cucina”, organizzato nel laboratorio del carcere di Capanne e previsto nell’ambito dell’avviso “Umbriattiva Giovani”, finanziato dalla Regione Umbria e gestito dalla cooperativa sociale Frontiera Lavoro. L’occasione è stata giovedì 9 maggio, quando i dieci detenuti under 30 del reparto penale dell’istituto perugino hanno allestito un vero e proprio ristorante per 240 commensali. Una “serata all’insegna del gusto e della convivialità – ha spiegato al Sir Luca Verdolini, responsabile dell’area giustizia di “Frontiera Lavoro” e coordinatore del progetto -, ma anche un modo per questi ragazzi di dimostrare le loro capacità”.

La cena. Il corso ha previsto 255 ore di lezione e ha dato ai detenuti la possibilità di apprendere un mestiere sotto la guida di esperti chef che hanno trasmesso loro tutti i trucchi per diventare professionisti a 360 gradi, capaci di soddisfare le richieste dei clienti più esigenti. Sono stati affiancati nella preparazione della cena dai “moschiettieri del Gusto” vale a dire gli chef Catia Ciofo, Antonella Pagoni, Cristiano Venturi ed Andrea Mastriforti, tutti nomi tra i più importanti del panorama ristorativo italiano.

La cena, accompagnata dai musicisti di “UmbriaEnsemble”, ha avuto un “menu e una carta dei vini che non hanno nulla da invidiare ai locali più celebri di Perugia, passatelli con punte d’asparagi, datterino appassito, fusione di menta e guanciola di vitello brasato sono solo alcune delle specialità del menu che è stato attentamente valutato dallo chef stellato Giancarlo Polito e dal critico enogastronomico Leonardo Romanelli, ospiti d’onore della serata”.

I camerieri in sala sono stati istruiti e guidati da un maître professionisti, Emilio Sabbatini, dalla lunga carriera nella ristorazione di alto livello, che ha affrontato questa nuova sfida con entusiasmo. “

Qui si lavora con persone che hanno commesso degli errori e che stanno portando avanti un percorso di reinserimento, a cui bisogna insegnare tutto. Ma hanno molta umiltà e grande voglia di imparare”,

ha detto a nome di tutti una delle docenti, la chef Catia Ciofo. Tutti i dettagli della serata sono stati curati con la massima attenzione. Tavoli eleganti, tovaglie raffinate, candele accese, piatti di porcellana, sottopiatti, bicchieri di vetro e posateria di alta qualità. E la cura per il dettaglio arriva fino al piatto.

Non è la magistratura a dare il fine pena ai detenuti, è la società. Per Aldo, 28 anni, uno degli allievi, una delle soddisfazioni più grandi è “sapere che il cliente gradisce non solo il cibo, ma anche la preparazione”. Sotto la guida attenta degli chef, Aldo mette molta cura nell’impiattare il cibo, guarnirlo per bene con salse e intingoli: “Si mangia con tutti i cinque sensi, quindi anche con gli occhi”, spiega.  Per Aldo, Nour Eddine, Gianluca  e gli altri detenuti, il corso per “addetto alla cucina” rappresenta una straordinaria opportunità per imparare un mestiere.

 

“Per non sprecare il tempo che dobbiamo passare qui”,

riflette Aldo. Perché il lavoro rappresenta l’arma migliore per combattere la recidiva ed evitare che l’ex detenuto, una volta tornato in libertà, commetta nuovi reati. Ma imparare un mestiere spesso non basta.

“Non è la magistratura a dare il fine pena ai detenuti, è la società – ha sottolineato Verdolini -. Perciò desideriamo che l’attività formativa di Frontiera Lavoro in carcere diventi un marchio forte e credibile. E che possa costituire un elemento importante nel curriculum di ogni detenuto che vi transiterà”. L’evento “Golose Evasioni” rappresenta anche

“un modo per superare le invisibili barriere che separano il mondo esterno dal carcere”.

“La sfida più importante è quella culturale – ha aggiunto il direttore dell’istituto perugino, Bernardina Di Mario – con la sua costante apertura al pubblico tale evento vuole essere un’opportunità di interfacciarsi con l’universo carcerario e riflettere sul senso della pena”.

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La Romania aspetta Bergoglio. Don Danca: “Tre giorni con il Papa, sarà una grande festa”

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 09:47

(da Bucarest) Sono giorni intensi, di grande fermento, negli uffici del centro diocesano di Bucarest. I preparativi per la visita di Papa Francesco in Romania, dal 31 maggio al 2 giugno, richiedono grande impegno da parte di tutti. Bergoglio, accogliendo l’invito del Presidente della Repubblica e della Chiesa cattolica del Paese centro-orientale, effettuerà un viaggio dai molteplici “volti”: visita di Stato, pastorale ed ecumenico al contempo (nel Paese sono presenti, oltre ai romano-cattolici e ai greco-cattolici, la maggioranza ortodossa e i protestanti). Farà tappa in quattro città: anzitutto a Bucarest – dove celebrerà una messa nella cattedrale dedicata a San Giuseppe –, poi Iaşi, Blaj e al Santuario mariano di Sumuleu Ciuc. È prevista la beatificazione di sette vescovi martiri del periodo comunista. Il motto ufficiale della visita, che avrà una forte impronta mariana, è “Sā mergem împreunā – Camminiamo insieme”. Francesco arriverà a 20 anni esatti dal viaggio di Giovanni Paolo II. Sir ne parla con don Wilhelm Danca, decano della Facoltà teologica cattolica di Bucarest e coordinatore nazionale dei media per la visita pontificia.

Qual è il clima che si respira alla vigilia dell’arrivo del Papa?
Un sentimento di gioia, di grande attesa, di accoglienza. La nostra è gente ospitale. E molte sono le persone coinvolte nei preparativi. La festa popolare che abbiamo vissuto sabato 11 maggio a Bucarest, organizzata in vista del viaggio papale, lo ha confermato… Anche le istituzioni pubbliche ci stanno dando aiuto e sostegno nei preparativi.
Tappa in quattro città, con la beatificazione di 7 vescovi; cattolici con due riti e con due lingue, romeno e ungherese; e poi l’incontro con le autorità civili, in un momento politico particolare per il Paese. Dunque un viaggio complesso e delicato?
Sì, per questo stiamo lavorando con determinazione affinché tutto proceda al meglio. Il fatto stesso che il Papa si fermerà con noi per tre giorni è una conferma della delicatezza di questa visita, oltre che un segnale di attenzione e di vicinanza alla nostra comunità e una volontà di rinvigorire il dialogo ecumenico.

Concretamente, avete sentore che la gente si stia interessando alla visita?
Certo! Per ragioni organizzative abbiamo chiesto a tutti di iscriversi on line ai diversi eventi, segnalando le proprie generalità. Ebbene per la tappa di Sumuleu Ciuc abbiamo già 110mila iscrizioni, oltre 50mila a Iaşi e Blaj; numeri elevatissimi anche a Bucarest, decine di migliaia, dove contiamo di riempire le strade di persone che vorranno vedere il Papa, salutarlo, fargli sentire il loro affetto. Le stesse autorità civili hanno confermato la loro presenza, a partire dal Presidente Iohannis, che è luterano, accompagnato dalla moglie, di fede cattolica. I media stanno a loro volta assegnando ampio spazio a questo evento.

Bergoglio arriva – dopo il recente viaggio in Bulgaria e Macedonia – in un Paese a maggioranza ortodossa…
Riscontriamo interesse e rispetto dalla Chiesa ortodossa per questa visita che il Santo Padre dedica ai romano-cattolici e greco-cattolici di Romania. Alcuni loro rappresentanti hanno espresso la volontà di essere presenti. La Chiesa cattolica ha un patrimonio di amicizia che non sarà certo compromesso da qualche voce fondamentalista.

La Romania è, in questo primo semestre del 2019, presidente di turno Ue e il 9 maggio, festa d’Europa, la città di Sibiu ha ospitato i capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione per un summit straordinario in vista delle elezioni del Parlamento di Strasburgo. A 15 anni dall’ingresso nella “casa comune”, come è vista dai suoi connazionali la presenza nell’Unione?
Mi pare che sia avvertita come una cosa buona per il nostro Paese, viste le opportunità di crescita economica e sociale offerte, di rafforzamento della democrazia e della giustizia. Da noi i problemi non mancano, ad esempio sul fronte del lavoro; bisogna poi considerare che quattro milioni di romeni sono emigrati dopo la caduta del regime, e fra loro molti giovani. Ma il criterio di solidarietà, che identifica l’Unione europea, è un sinonimo di speranza. Fra l’altro da noi le tendenze nazionaliste che si avvertono in altri Paesi, fomentate magari dai flussi migratori, qui non si avvertono con la stessa intensità. Dobbiamo semmai maturare una maggior coscienza di appartenere all’Ue: per questo occorrerà ancora del tempo.

Tra pochi giorni saremo chiamati ai seggi per le elezioni dell’Europarlamento. Se potesse inviare un messaggio ai giovani romeni, cosa direbbe loro?
Li inviterei a votare, a impegnarsi per una presenza sempre più qualificata della Romania in Europa, anche con una testimonianza cristiana capace di innervare la politica europea. E li inviterei al senso di responsabilità e ad alimentare sempre la speranza.

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Allarme migranti al confine del Messico. Mons. Calderón Calderón (Tapachula): “È crisi umanitaria, siano rispettati i diritti fondamentali”

Agenzia SIR - Mon, 13/05/2019 - 09:42

Da ottobre l’emergenza non si è più fermata. Anzi, aumenta di giorno in giorno. Prima le carovane dei centroamericani. Poi i cubani. Ora anche tantissimi africani. Si trova oggi a Tapachula, la città del Chiapas quasi al confine con il Guatemala, il fronte migratorio più caldo in Messico. Forse ancora di più (anche se fare classifiche è arduo!) rispetto alle pure congestionatissime Tijuana e Ciudad Juárez, alla frontiera nord, quella con gli Usa. È il vescovo di Tapachula, mons. Jaime Calderón Calderón, a lanciare l’allarme attraverso il Sir, dopo averlo già fatto la scorsa settimana con un documento-appello sottoscritto insieme alla Conferenza episcopale messicana. Un allarme che non è certo, però, sinonimo di disimpegno: “Nella nostra azione ci facciamo guidare dal capitolo 25 del Vangelo di Matteo… ‘Ero straniero e mi avete accolto’. Dico sempre che questa situazione permette a noi cristiani di tirare fuori il meglio di noi”. Al tempo stesso, “dico che stiamo facendo tutto il possibile, ma che siamo sopraffatti da numeri troppo grandi per le nostre possibilità di accoglienza”.
Come abbiamo accennato, gli arrivi non si fermano mai. Erano un’abitudine da anni, ma a partire dallo scorso autunno la situazione è cambiata con l’organizzazione in carovane dei migranti centroamericani, soprattutto honduregni e salvadoregni. Poi, dall’inizio dell’anno, è ripresa una massiccia emigrazione di haitiani. Sono seguiti i cubani e gli africani.
Ma come arrivano in Messico questi “nuovi” migranti? “Vengono tutti dal Nicaragua, direttamente in autobus, per quaranta dollari”, spiega padre Sergio López Méndez, coordinatore della Pastorale della Comunicazione della diocesi di Tapachula. Il Paese centroamericano, infatti, dall’inizio dell’anno ha cambiato i criteri per la concessione dei visti. In particolare, Cuba è stata inclusa nella categoria migratoria B, che permette di ottenere un visto turistico senza attendere l’approvazione della Direzione generale della Migrazione di Managua. Così,

il Nicaragua è diventato il nuovo trampolino di lancio per i cubani che sognano di mettere piede negli Usa.

Ma anche molti migranti africani sono riusciti a utilizzare la nuova rotta.
L’altro problema che sta facendo scoppiare Tapachula è che qui molti migranti si bloccano. Gli africani stanno aspettando un salvacondotto dall’Istituto nazionale per le migrazioni. I cubani sono in attesa di poter proseguire nel loro cammino da sei mesi, molti centroamericani e cubani vengono rinchiusi nei centri di detenzione sorti in seguito al mutamento repentino delle politiche migratorie del Governo. Da cui spesso evadono. Con relativi problemi di ordine pubblico. Ma è lo stesso vescovo a spiegare cosa sta accadendo.

Mons. Calderón, Tapachula sta dunque scoppiando?
Va detto chiaramente. Stiamo vivendo una situazione di crisi umanitaria. Da ottobre il flusso è in continuo aumento e si aggiungono migranti di nuove nazioni e perfino di altri continenti. Per noi è una grande sfida. Stiamo cercando di fare tutto il possibile per alleviare le fatiche del cammino dei nostri fratelli migranti, per soccorrerli, ma realmente in questo momento siamo sopraffatti dalla situazione.

Come si articola concretamente l’azione della Chiesa, nella vostra diocesi?
Cerchiamo di fornire loro alimenti, bevande, per quanto possibile li ospitiamo nelle nostre case del migrante. Ora quella di Tapachula è gestita direttamente dalla diocesi, attraverso un gruppo di sacerdoti. Poi abbiamo una serie di centri d’accoglienza nelle parrocchie costiere, lungo la rotta che seguono i migranti, fino alla città di Arriaga, a 250 chilometri da qui. Il nostro è un territorio in prevalenza costiero, che si estende da sud a nord. Nelle parrocchie devo sottolineare il lavoro di tantissimi laici. Certo,

le nostre strutture erano sufficienti fino a ottobre, ora non più.

Proprio in questi giorni abbiamo fissato un incontro su questo tema con tutti i sacerdoti della diocesi.

Cosa chiedete alle autorità?
Come abbiamo scritto anche nel comunicato assieme alla Chiesa messicana, una maggiore attenzione. E una politica più chiara, che affronti il fenomeno nella sua complessità. La politica non era preparata a quanto è accaduto, ora mi pare che inizi a esserci più consapevolezza. E poi chiediamo che, almeno, siano rispettati i diritti fondamentali delle persone. Serve una politica aperta, di accoglienza, anche se non siamo ingenui e sappiamo che tra questa grande massa di persone ci può essere chi viene qui per delinquere.

Nel comunicato scritto insieme alla Cem sono stati denunciati casi di xenofobia. Si tratta di un fenomeno rilevante?
Preferisco mettere in risalto l’opera generosa di accoglienza di tantissime persone. Però sì, il fenomeno esiste, soprattutto nei social network. Sarebbe auspicabile che coloro che scrivono queste cose potessero incontrarsi realmente con questi stranieri, potessero ascoltare, come è capitato a me, le loro storie, le ragioni che li muovono. Scoprirebbero, come dice Papa Francesco, la carne di Cristo sofferente.

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Asia Bibi in Canada

Evangelici.net - Mon, 13/05/2019 - 09:26
La notizia attesa da mesi è arrivata: Asia Bibi ha finalmente potuto lasciare il Pakistan ed è arrivata in Canada, dove si è ricongiunta con la sua famiglia; lo hanno confermato il ministro degli esteri pachistano e l'avvocato della donna. Si conclude così la drammatica vicenda giudiziaria di Asia, accusata ingiustamente di blasfemia, condannata a morte e detenuta per nove...
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