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In un mondo senza giornali…

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 00:00

Immaginate di svegliarvi domani e scoprire che non esistono più giornalisti né giornali, tv, radio o siti web che fanno informazione. Insomma nessuno che si prenda la briga di verificare i fatti prima di raccontarli, di vagliare i racconti delle persone che hanno visto o sentito dire, o che abbia il coraggio di raccontare quei fatti che si vorrebbe nascondere, o che smascheri quelle bugie che si vorrebbe far bere a tutti, o più semplicemente che racconti la vita delle nostre comunità. Scomparsi giornalisti e giornali (di carta, on line o via etere che siano) anche chi oggi si informa solo attraverso i social non troverebbe più l’informazione che comunque “consuma”. Provate a immaginare. Forse chi non ha stima della categoria dei giornalisti pensa che sarebbe bello. Ma forse, dopo un po’ proverebbe anch’egli la strana sensazione di essere in un mondo che per un certo verso è “muto” e per altro verso è preda di chi urla di più perché più forte. È uno scenario da fantascienza, certo, ma la crisi che sta attraversando il settore dell’informazione è tale che anche le peggiori previsioni dovrebbero essere considerate per immaginare soluzioni che non solo difendano il ruolo dell’informazione nei sistemi democratici ma le diano un nuovo slancio. Come? Di proposte ce ne sono molte sul tavolo della politica, e non solo italiana, come molte sono le opzioni che gli editori stanno considerando. Occorre però che Governo, sindacati, imprenditori e società civile, agiscano, ciascuno per il proprio ruolo, con la comune certezza che l’informazione è una “merce” preziosa e vitale per la vita democratica di ogni democrazia. Nella nostra Regione negli ultimi due anni abbiamo perso due quotidiani locali e una televisione e il 20 per cento dei giornalisti umbri con contratti di lavoro dipendente è in disoccupazione o in cassa integrazione, senza dimenticare che in molte redazioni vige un contratto di solidarietà. E anche i giornali solo online faticano a far quadrare i conti. In questo scenario l’Umbria potrebbe ritrovarsi in pochi anni senza informazione locale. Ipotesi fantascientifica? Lo spero. Per invertire la rotta i cittadini dovrebbero tornare a pagare per il lavoro dei giornalisti acquistando i giornali o pagando l’accesso on line, e le istituzioni dovrebbero intervenire sulle regole. Per esempio con la direttiva sui diritti d’autore approvata in Europa con il voto contrario del Governo italiano, che dovrebbe applicarla in Italia.
Con la Direttiva quello che i grandi del web e dei social guadagnano attraverso l’uso dell’informazione prodotta da altri (dalle notizie riprese sui siti alla condivisione sui social) dovrà tornare a vantaggio di chi ha lavorato per produrla.
Semplice questione di giustizia.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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Donne: nuova cultura e relazioni

Agenzia SIR - Fri, 08/03/2019 - 00:00

Questo giornale esce con la data dell’8 marzo, la Giornata delle Nazioni Unite “per i diritti delle donne e per la pace mondiale”. Intorno a questa data numerose sono le iniziative promosse: dagli incontri culturali ai dibattiti, ai concerti.
Con otto femminicidi registrati in Italia in questi primi due mesi del 2019 la violenza sulle donne resta un tema di tragica attualità al quale l’Onu ha dedicato una giornata, il 25 novembre. Possiamo dire che è la manifestazione più grave ed evidente di come le donne siano la parte debole anche nella nostra società. Secondo recenti studi, le donne costituiscono il 71 per cento dei 40 milioni di persone che oggi nel mondo vivono le moderne schiavitù. C’è ancora molto da fare per far crescere una cultura e delle relazioni fondate sul rispetto e il riconoscimento della dignità delle donne.
Anche tra i cattolici occorre una presa di coscienza e di iniziativa superando l’indifferenza, se non la diffidenza, verso le iniziative delle donne sulle donne, alle quali gli uomini di solito pensano di non dover partecipare perché non li riguarda, ma così non è.
Questo Papa sta lavorando per una nuova prospettiva sulla donna nella Chiesa e in Vaticano, proprio in vista dell’8 marzo, si è tenuto un incontro dell’Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche per fare il punto sulla condizione della donna. Un segnale, anche questo, di attenzione, un invito ad un impegno che fa bene a tutta la società e alla Chiesa.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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France. Card. Barbarin convicted for failing to report: “I will hand my resignation to Pope Francis”

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 16:15

It is a blow for the whole of France. The court of Lyon sentenced Cardinal Phillipe Barbarin, 68 years old, to a six-month suspended sentence for having failed to report allegations of sexual abuse on minors committed by father Bernard Preynat during the 1970s and 1980s. The other 5 members of the diocese who were being tried for the same offence have been acquitted.

The Cardinal was not present in court during delivery of the sentence. The Archbishop chose to appear before the press summoned to the diocesan house in Avenue Adolphe Max. He gave a 37 second declaration facing cameras from all over the country.

“Regardless of my own personal  fate, I acknowledge the decision of the court. I would like to reaffirm first of all my compassion for the victims and the place that they and their families have in my prayers”, he said.

“I have decided to go to the Holy Father to hand him my resignation. He will see me in the coming days”.

Déclaration du cardinal Philippe Barbarin – 7 mars 2019 à Lyon. pic.twitter.com/5KurmXPuzC

— Diocèse de Lyon (@diocesedelyon) March 7, 2019

The Cardinal of Lyon’s court case began in 2016 with the coming to light of the case of Bernard Preynat, a priest in the Lyon diocese who was accused of having abused of dozens of youngsters belonging to a boy-scout group in the 1970s and 1980s. Cardinal Philippe Barbarin became involved in the accusations when he confided in a interview with “La Croix” that he had been informed of the essential facts since 2007. In 2016 the Public Prosecutor’s Office of Lyon began investigating the Cardinal for “failing to report” sexual abuse. At the time, the prosecutor had taken the view that the Archbishop had not “willingly obstructed the course of justice”. The “La Parole Libérée” group, which represents the victims of the priest, began a new court case in 2017, this time by means of a direct citation. Besides Cardinal Philippe Barbarin, a further six people were taken to court, among them Luis Ladaria Ferrer, Prefect of the Conregation for the Doctrine of the Faith.

Archbishop Jean-Felix Luciani’s lawyer remains sceptical of the six-month sentence handed down to the Cardinal and has decided to file for appeal. In particular, he challenges the climate of media pressure in which all the judicial proceedings took place. A case so overwhelming as to have prompted French director François Ozon to produce a film, “Grâce à Dieu”, which was presented at the last Berlin Film Festival. “It was difficult for the court to resist all the pressure what with the documentaries and a film,” the lawyer pointed out today.

“All this poses serious questions about the respect for justice”.

The sentence places a heavy strain on the Episcopate and the Church of France. The Bishops Conference released a statement acknowledging the court’s decision but declining to comment on it, while adding that “like any French citizen, Cardinal Barbarin has a right to use the available avenues of appeal. This he has done and we await the outcome of these new proceedings”. Regarding instead the Cardinal’s decision to present his resignation to Pope Francis, the bishops state that this choice concerns “his own personal conscience”, and so the Bishops Conference cannot comment on it. “It is up to the Pope to follow it up as he deems appropriate”.

The bishops conclude by reaffirming their “commitment to resolutely fight against all sexual assaults committed by the clergy on minors”.

For his part, Msgr. Georges Pontier, Archbishop of Marseilles and President of the French Bishops’ Conference, “has had the opportunity to assure to Cardinal Barbarin his prayer for him and for the Diocese of Lyon”.

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Francia. Card. Barbarin condannato per mancata denuncia: “Presenterò a Papa Francesco la mia rinuncia”

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 16:15

Un duro colpo per tutta la Francia. Il Tribunale di Lione ha condannato il cardinale Philippe Barbarin, 68 anni, a 6 mesi di prigione con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati negli anni ’70 e ’80 da padre Bernard Preynat. Le altre 5 persone della diocesi che erano state chiamate nella stessa causa, invece non sono state condannate.

Quando la sentenza è stata pronunciata, il cardinale non era presente in tribunale. L’arcivescovo ha però deciso di presentarsi alla stampa convocando i giornalisti nella casa diocesana, in avenue Adolphe Max. E davanti alle telecamere di tutto il Paese ha rilasciato una dichiarazione di 37 secondi. “Indipendentemente dalla mia sorte personale – ha detto -, prendo atto della decisione del tribunale. Ci tengo a ribadire innanzitutto la mia compassione per le vittime e il posto che loro e le loro famiglie hanno nelle mie preghiere. Ho deciso di andare dal Santo Padre per consegnargli la mia rinuncia. Mi riceverà a giorni”.

Déclaration du cardinal Philippe Barbarin – 7 mars 2019 à Lyon. pic.twitter.com/5KurmXPuzC

— Diocèse de Lyon (@diocesedelyon) March 7, 2019

La vicenda giudiziaria del cardinale di Lione ha inizio nel 2016 quando viene fuori il caso di Bernard Preynat, prete della diocesi di Lione accusato di aver abusato di decine di ragazzi appartenenti a un gruppo scout negli anni 1970 e 1980. Nelle accuse, era finito anche il cardinale Philippe Barbarin, che in un’intervista a “La Croix” confidò di essere stato messo al corrente dei fatti dal 2007. Nel 2016, la Procura della Repubblica di Lione ha aperto un’indagine nei confronti del cardinale per “omissione di denuncia” di aggressioni sessuali. Ma il pubblico ministero ritenne che non c’era stata da parte dell’arcivescovo una “volontà deliberata di ostacolare l’azione della giustizia”. Fu poi l’associazione “La Parole Libérée”, che riunisce le vittime del sacerdote, a intentare nel 2017 una nuova causa, utilizzando questa volta una procedura di citazione diretta. Oltre al cardinale Philippe Barbarin, altre sei persone sono citate in tribunale, tra cui Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede.

La condanna a 6 mesi nei confronti del cardinale, non convince però l’avvocato dell’arcivescovo Jean-Felix Luciani che ha annunciato ricorso in appello. Viene in particolare contestato il clima di pressione mediatica in cui si è svolto tutto il procedimento giudiziario. Un caso così sentito da aver spinto il regista francese François Ozon a farne un film, “Grâce à Dieu”, che è stato presentato all’ultimo Festival di Berlino. “È stato difficile per la corte resistere a tutta la pressione con documentari e un film”, sottolinea oggi l’avvocato. “Tutto questo pone delle vere questioni sul rispetto per la giustizia”.

La sentenza rappresenta una dura prova per tutto l’episcopato e la Chiesa di Francia. In un comunicato, la Conferenza episcopale afferma di prendere atto della decisione della corte ma di non volerla commentare. Ma poi ricorda: “Come ogni cittadino francese, il cardinale Barbarin ha il diritto di utilizzare le vie di ricorso a sua disposizione. Questo è ciò che ha fatto e noi attendiamo l’esito di questo nuovo procedimento”. Riguardo, invece, alla decisione del cardinale di presentare la sua rinuncia a Papa Francesco, i vescovi dicono che questa scelta “rientra nella sua coscienza personale” e pertanto la Conferenza episcopale si esime dal commentarla. “Spetterà al Papa darle seguito secondo quanto ritiene opportuno”. I vescovi concludono ribadendo il loro “impegno a combattere risolutamente contro tutte le aggressioni sessuali commesse dal clero sui minori”. Da parte sua, mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, “ha avuto l’opportunità di assicurare al cardinale Barbarin la sua preghiera per lui e per la Diocesi di Lione”.

 

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India, situazione critica per i cristiani

Evangelici.net - Thu, 07/03/2019 - 15:05
In India continua lo stillicidio di violenze nei confronti dei cristiani: «su 29 episodi segnalati nel gennaio 2019 - spiega Vatican News pubblicando dati forniti dall'Agenzia Fides -, nove provengono dall'Uttar Pradesh. Il modus operandi seguito in tutti e nove i casi è lo stesso: una folla accompagnata dalla polizia arriva al luogo dove si tiene un incontro di preghiera,...
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Papa al clero romano. Mons. Ruzza (segretario Vicariato): “Ci ha chiesto di metterci la faccia”

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 14:29

“Ci ha chiesto di metterci la faccia, per intercedere con forza a favore del nostro popolo, a partire dai più miserabili e dai più deboli”. Mons. Gianrico Ruzza, segretario generale del Vicariato di Roma, riassume così a caldo per il Sir le parole pronunciate dal Papa al termine del tradizionale incontro di inizio Quaresima con i preti che svolgono il loro ministero nella sua diocesi. Lo schema della mattinata, nella basilica di San Giovanni in Laterano, è stato – come succede da tre anni a questa parte – quello della liturgia penitenziale, con l’ascolto di alcuni brani dell’Esodo e la meditazione del cardinale vicario, Angelo De Donatis. Poi il momento delle confessioni individuali, che ha coinciso con l’arrivo del Santo Padre, che ha confessato personalmente alcuni sacerdoti prima di prendere la parola di fronte ai suoi parroci.

Mons. Ruzza, come ha esordito il Papa nel suo discorso?
È partito dall’invito a vivere il tempo dell’Esodo come occasione per ripensare la nostra vita e dare un tono spirituale alla nostra esperienza pastorale in cammino con il popolo.

Il Papa ha chiesto che ci mettiamo la faccia: vuole che intercediamo con forza, come a fatto Mosè, in favore del nostro popolo, a partire dai più miserabili e dai più deboli.

Ci ha spronato ad un’assunzione di responsabilità, con un tono di forte umiltà: essere umili per essere al servizio del popolo di Dio, che non è nostro. Nell’atteggiamento del prete, in altre parole, per il Santo Padre non deve esserci mai autoreferenzialità, autocompiacimento: il servizio sacerdotale deve essere vissuto come offerta totale di sé per permettere alla porzione di popolo che ci è affidata di incontrare il Signore.

Tutto ciò ha delle conseguenze ben precise nel “modello” di sacerdote da incarnare nella pastorale quotidiana…
Certamente. L’invito del Papa, come quello del card. De Donatis nella sua meditazione, è a ripensare il ministero sacerdotale dando la centralità alla vita spirituale e mettendo in secondo piano gli aspetti organizzativi.

Preti meno “manager” e più uomini di Dio, insomma, perché il prete è un servo e non un leader.

Nessun sacerdote deve pensare di avere un diritto sul suo popolo, sul quale non può e non deve esercitare nessuna forma di proprietà: noi siamo solo un tramite per favorire l’incontro con il Signore, perché il vero potere è il servizio, come ripete spesso Francesco. Quando ci mettiamo a parlare con Dio difendiamo il nostro popolo dai pericoli del male, ci ha detto il Papa nel suo discorso di oggi, riferendosi esplicitamente agli scandali recenti che hanno coinvolto il clero. E’ questo l’antidoto più efficace.

Il tema del cammino da fare insieme, “vescovo-popolo” – oggi declinato dal Santo Padre come cammino “prete-popolo” – è una costante del magistero di papa Francesco, fin dalle sue prime parole pronunciate dalla Loggia delle Benedizioni subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. Anche la sua diocesi, secondo lei, sta andando in questa direzione?
Direi che nella diocesi di Roma c’è in atto un cambiamento progressivo. C’è una bella risposta sul tentativo di cambiamento auspicato dal Papa, all’interno della cornice di una “Chiesa in uscita”: ci si accorge che i cambiamenti, nel modo di fare pastorale, sono necessari e si stanno operando. È il popolo stesso che ce lo chiede, e stiamo imparando ad ascoltarlo sempre di più.

La risposta della diocesi e della città è incoraggiante, nonostante le sacche di povertà e di disagio che si riscontrano in alcune fasce della popolazione.

Del resto, a Roma, ci sono 336 parrocchie, collocate in contesti sociali, economici e culturali molto diversi tra di loro. Quest’anno, ad esempio, stiamo facendo un cammino in tre tappe: la prima è stata la memoria, dal dopo Concilio ad oggi; adesso stiamo vivendo la tappa della riconciliazione, con esercizi spirituali e liturgie nelle Prefetture e nelle zone pastorali; la terza tappa sarà l’ascolto del grido della città, sulla scorta del terzo capitolo dell’Esodo, che continuerà anche il prossimo anno. Si tratta di un cammino diocesano che si articola in sette anni e che ci condurrà al Giubileo: ora siamo al secondo anno. Il tema è quello della “conversione missionaria” della pastorale, che ci chiama a metterci in relazione con la nostra gente per un’azione che si indirizzi a tutti gli ambienti di vita, particolarmente quelli caratterizzati dalla marginalità e dalla lontananza. Insomma, nella diocesi di Roma è partito un movimento dinamico:

il popolo non ci chiede un luogo, ma una comunità, ha bisogno di sentirsi di nuovo “comunità” in un tempo in cui l’individualismo e il relativismo rischiano di cancellare questa dimensione.

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Mercoledì delle Ceneri in Albania: da solo sull’altare, ma pieno di futuro

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 12:10

Non penso ci sia stato un altro vescovo, o se c’è stato, io non lo conosco, che abbia celebrato nella sua Cattedrale da solo, senza un concelebrante prete, il Mercoledì delle Ceneri. Questo non perché i nostri sacerdoti non amino il loro vescovo, ma perché sono pochi (6 in tutto) e tutti erano nelle loro parrocchie e villaggi.
Stamattina mi sono svegliato alle 6.00. Mi sono fatto la doccia e profumato per bene, secondo il dettato evangelico. Dopo la preghiera del mattino, in cui ho apprezzato specialmente la lettura dal profeta Isaia sul vero digiuno, mi sono messo in auto e sono andato a prendere le suore che vengono con me nei villaggi. Questa volta erano con me, oltre le suore vincenziane, anche due suore di Madre Teresa di Calcutta che hanno intenzione di aprire una casa in diocesi. Per strada preghiamo il Rosario. Lo faccio sempre, con le persone che sono in macchina con me.
Il primo villaggio si chiama Simon. Dista un’ora quasi da Rreshen dove io risiedo. La strada è per metà asfalto e per metà terribile. Trovo la chiesa chiusa: non avevamo avvisato l’uomo che apre e chiude la chiesa ogni volta che io vado per la messa (ogni due settimane). È stata una mia svista, pensando che lo avessero avvertito le suore. Riesco a rintracciarlo, lui arriva e ci apre la chiesa: il pavimento è pieno di mosche morte. Capita spesso in alcune chiese. Suono la campana per avvisare la gente, nel frattempo puliamo la chiesa e prepariamo tutto per la celebrazione. Iniziamo il Rosario, il secondo. Niente messa, solo liturgia della parola e imposizione delle ceneri.

Oggi, di messe, ne devo celebrare altre quattro. Penso che non verrà nessuno, invece mi sbaglio.

Arrivano 5 donne e una bambina, l’unica bambina di quel villaggio che ormai conta solo più 15 famiglie, dalle 150 che aveva 15 o 20 anni fa. La bambina viene insieme alla maestra, l’unica maestra del villaggio che il ministero ha assunto per quell’unica bambina.

Tra suore, il sacrestano, le donne e la bambina siamo quasi 10 persone. Ma io faccio come se fossero 100, anzi 1000 presenti. In alcune piccole buste di plastica ho messo un po’ cenere, in modo che chi vuole possa portarsela via. Qui da noi si portano le ceneri benedette a casa per poterle imporre a chi non è stato a messa. Abbiamo letto le Letture ed il Vangelo. Poi le ceneri. Quelle ceneri fino a ieri sera erano un legno, un tronco, che ho bruciato nella stufa a legna e che, a sua volta, era stato un albero di quercia alto e bello. E quest’albero è stato anche un alberello e l’alberello un seme nato dalla terra, dalla polvere, dalle ceneri. Sembra un po’ il tragitto della vita, spiego nella mia omelia e tutti annuiscono pensierosi, forse pensando alla propria, di vita. Mi sono fatto imporre le ceneri da una suora e poi io ho imposto le ceneri a tutti, secondo il rito.
Il secondo villaggio è Kaçinar. Dista circa mezz’ora dal primo villaggio. La chiesa lì è una delle più grandi ed antiche della diocesi. Non è stata distrutta durante il comunismo, ma usata come deposito. Quando apriamo la porta troviamo una brutta sorpresa. A causa del vento forte di qualche settimana fa, una tromba d’aria ha scoperchiato una parte del tetto. La chiesa è piena di polvere, fango, foglie e rami secchi entrati da fuori. Insieme alle suore e a qualche donna del paese puliamo e prepariamo per la messa. La gente arriva: circa 50 persone, la maggior parte donne.

L’usanza del paese è quella di far celebrare messe per tutti gli abitanti del villaggio, vivi e morti. Donano offerte per quanto possono e vogliono che, in quella messa, si ricordino insieme i nomi di tutti. Desiderano sentire i loro nomi. Non vogliono una messa esclusiva, solo per il loro defunto, ma è importante che si preghi per tutti e si menzioni il nome di ciascuno.

È questo uno dei villaggi più poveri e più abbandonati della zona, ma la gente è generosa: in mezzo a loro un sacerdote vivrebbe la povertà evangelica, ma non soffrirebbe mai la fame. Anche qui ripropongo l’omelia sul ciclo della vita e impongo le ceneri, ma celebro la messa. Due ragazze leggono le letture e qualcun’altra la preghiera dei fedeli. Bambini non ce ne sono, sono a scuola.
Ritorniamo. Per strada abbiamo ancora un altro villaggio che si chiama Bukmira. Forse vuol dire Buon Pane. È stato un crocevia di passaggio di montagna che collegava vari villaggi e zone. La gente stanca si fermava nelle famiglie del paese, che li accoglievano secondo la tradizione.
Qui ci aspettano e siamo leggermente in ritardo. La chiesa è ben pulita, se ne prende cura Davida. È malata di tumore e combatte ogni giorno; è poverissima, ma si occupa comunque della chiesa. Non vuole mai denaro per il servizio che svolge, non chiede nulla, solo un po’ di cibo per i figli una volta al mese.
Anche qui sono generosissimi. Bukmira ha delle belle vigne e l’uva di Bukmira è famosa in tutta l’Albania, così dopo la messa spesso mi portano delle bottiglie di vino o grappa fatta da loro. Celebro messa e imposizione delle ceneri. Gente raccolta e silenziosa. C’è fede.
Dopo questi tre villaggi devo andare dalla parte quasi opposta della diocesi, ma prima torno a casa e lascio le suore. Una piccola pausa e parto per Malaj. Lì devo celebrare alle 15.30. Mi servono quasi 30 minuti per arrivarci e poi alle 17.00 devo essere in Cattedrale per la messa solenne. Continuo a guidare sempre io. Non solo perché mi piace, ma anche perché un autista non potrei proprio permettermelo.
Un’altra comunità di suore mi accompagna. Sono Collegine della Sacra Famiglia, una fondazione palermitana: due dalla Tanzania e una italiana. Bravissime, un dono per la diocesi, soprattutto per la loro semplicità e vita povera che fanno. All’arrivo troviamo la chiesa aperta e alcune donne hanno già iniziato il Rosario. Arrivano molte altre persone. Celebro la messa. La terza per oggi. Mi dispenso da solo per il numero delle messe celebrate. In fondo sono il vescovo.
In chiesa c’è anche Bardhok. Durante il comunismo due fratelli di Bardhok sono morti in prigione. Uno era sacerdote, dom Anton Doçi. La sua tomba è all’entrata della chiesa di Malaj.

Alla fine della messa mi dice: se vieni più spesso siamo più contenti, perché ci celebri la messa.

Ed io scherzando gli dico: Bardhok, ti ordino prete, così puoi celebrare la messa tu per il villaggio. Sorride, ma non dice no. Chissà un giorno. Non forse Bardhok, che è un po’ troppo anziano, ma altri…
Ora sento un po’ di stanchezza, ma devo ancora celebrare un’altra messa, questa volta nella Cattedrale di Rreshen. E devo essere entusiasta, energico, fresco: è la Cattedrale. Arrivo giusto in tempo. Mi aspetta suor Virginia, che da un anno quasi sta facendo “il parroco” del duomo. Un dono, lei e la sua comunità. La chiesa è piena, la gente sta anche in piedi. I ministranti hanno preparato tutto, incenso incluso. Devo fare da celebrante e da cerimoniere. Qualcuno dei ministranti più grandi sa cosa fare e mi aiuta. Forse lo posso preparare ad essere un cerimoniere. Alla fine della messa presento le suore di Madre Teresa, per la prima volta nella nostra Cattedrale, e la gente le accoglie con grande calore.
La chiesa è piena di giovani. Al termine della messa faccio un appello: “Ecco, vedete ragazzi, oggi ho fatto 5 celebrazioni per il Mercoledì delle Ceneri. Sono contento e felice anche se un po’ stanco. Quando vado nei villaggi mi riempio di vita, perché incontro tante persone. Eppure, come vedete, sono da solo sull’altare anche oggi. Non ci sono preti. La nostra gente ha bisogno di noi, il Vangelo ha bisogno di essere annunciato. Se oggi ascoltate la sua voce non indurite il vostro cuore. Accettate di servire il Signore e i nostri poveri fratelli e sorelle qui nella nostra diocesi.”
Sicuramente hanno capito quello che ho detto. Per il resto, ci pensa il Signore. Guardaci Signore!

(*) vescovo di Rrëshen (Albania)

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Ash Wednesday in Albania: alone on the altar, but filled with future

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 12:10

I don’t think there was another bishop; if there was, I don’t know him, I don’t know whether he celebrated Ash Wednesday alone in his Cathedral, without a concelebrating priest. Not because our priests do not love their bishop, but because there are so few of them (6 in all) and they all work in their own parishes and villages.

I woke up at 6.00 AM this morning. I had a shower and perfumed myself nicely, in accordance with the Gospel dictum. After morning prayers, in which I particularly treasured reading the prophet Isaiah on true fasting, I got into my car and went to pick up the nuns who accompany me to the villages. This time, as well as the Vincentian nuns, there were two sisters of Mother Theresa of Calcutta who plan on opening a home in the diocese. We pray the rosary during our journey. I always do, with those who are in the car with me.

The first village we get to is Simon. It’s almost an hour away from Rreshen, where I live. Half of the road is tarmac, the other half is terrible. When I get there, the church is closed: we hadn’t notified the man who opens and closes the church every time I go there for Mass (which is every two weeks). The fault is mine, I had thought the nuns had informed him. I manage to find him, and he comes and opens the church for us: the floor is covered with dead flies. It happens often in some of the churches. I sound the bells to alert the people, we clean up the church and we prepare for the celebration. We begin the Rosary, the second one of the day.

I will be celebrating another four Masses today. I thought nobody would show up, but I was wrong.

Five women and a girl arrive. She is the only girl in that village ,which now has only 15 families left, down from 150 only 15 or 20 years ago. The girl is accompanied by her teacher, the only one in the village, whom the Ministry has hired for that one child.

There are almost ten of us with the nuns, the sexton, the women and the girl. But to me it’s like there are one hundred or one thousand of us. I have put some ash in several small plastic bags, for whoever wishes to take them away. Here, we take home the blessed ashes to place them on those who did not attend Mass. We read the Readings and the Gospel, followed by the ashes. Until yesterday evening, those ashes were a piece of wood, a log which I burned in the wood stove and which, in turn, had been a tall and beautiful oak tree. And this tree had been a sapling and the sapling was a seed born of the earth, of dust, of ashes. It’s a little like the journey of life, I explain in my homily, and everyone nods thoughtfully, perhaps thinking of their own life. A nun places the ashes on me and I place them on everyone else, in accordance with ritual.

The second village is Kaçinar. It’s about half an hour away from the first one. The church there is one of the largest and oldest in the diocese. It wasn’t torn down under communism, as it was used as storage instead. A nasty surprise awaits us as we open the door. There were strong winds a few weeks ago, and a tornado has sheared part of the roof off. The church is covered in dust, mud, dead leaves and branches. The nuns, some women from the village and I clean up and prepare for Mass. People come: there are about fifty in all, most of them women.

It is customary in this village to celebrate Mass for all the villagers, the dead and the living. People offer what they can, and they would like everyone’s name honoured at Mass. They want to hear their names. They do not want an Mass exclusively for those who have passed away, but it is important that we pray for everyone, and mention everyone’s name.

This is one of the poorest and most forsaken villages in the area, but the people are generous: among them, a priest would live in evangelical poverty, but would never go hungry. Here too I repeat the homily on the cycle of life and I place the ashes, but this time I also celebrate Mass. Two girls read the Readings and another one reads the Prayer of the faithful. There are no children, they’re all at school.

Returning home, we will have to stop at Bukmira, another village on the way back. The name possibly means Good Bread. It used to be a mountain crossroads which connected several areas and villages. Tired travellers would stop by the families of the village, who would welcome them in accordance with tradition.

Here, there are people already waiting for us, as we are running a little late. The church is clean, Davida takes good care of it. She has is a cancer patient and fights through every day; she is extremely poor, but still she takes care of the church. She never wants any money for her services. She asks for nothing, only a little food for her children, once a month.

Her too, everyone is so generous. Bukmira has beautiful vineyards and Bukmira grapes are known all over Albania, so after Mass people often bring me bottles of home-made wine or grappa. I celebrate Mass and place the ashes. They are silent and discreet people. They have faith.

After these three villages I must get to the other side of the diocese, but first I drive home and drop off the nuns on the way there. I take a short break, and then I leave for Malaj. I have Mass scheduled there for 3.30 PM, and it will take me almost 30 minutes to get there; I must then be at the Cathedral at 5 PM for High Mass. It’s always me who is driving, non just because I like to, but also because I could never afford a driver.

Another group of nuns is with me. They belong to a foundation from Palermo, the “Collegine della Sacra Famiglia”; two are from Tanzania, the other is Italian. They are very good, a gift for the diocese, especially because of their simplicity and the life of poverty they conduct. The church is already open when we get there, and some women have begun reciting the Rosary. Many more arrive. I celebrate Mass, the third one today. I stand by myself for the number of Masses celebrated. I am the bishop after all.

Bardhok came to church as well. During communism, two of his brothers died in prison. One of them was a priest, Dom Anton Doçi. His grave lies at the entrance of the church in Malaj.

At the end of Mass he says: we would be happier if you came more often, because you celebrate Mass for us.

Jokingly, I tell him: Bardhok, I will ordain you, so you can celebrate Mass for the village. He smiles, but he doesn’t say no. Maybe one day. Maybe not Bardhok, he’s a little too old, maybe someone else… I feel tired now, but I have another Mass to celebrate, at Rreshen Cathedral. And I must be enthusiastic, fresh, energetic: it is the Cathedral after all. I get there just in time. Sister Virginia is waiting for me there, she has been acting as the “parson” of the Cathedral for the past year. She and her community are a gift. The church is full to the brim, people are standing. The altar boys have prepared everything, including incense. I must act both as celebrant and Master of Ceremonies. One of the older boys knows what to do and assists me. Maybe I can train him as a Master of Ceremonies. At the end of the Mass I introduce the nuns of Mother Theresa, who are in our Cathedral for the first time, and everyone welcomes them with great warmth.

The church is full of young people. At the end of Mass I appeal to them: “Now – you see boys, I celebrated Mass five times today for this Ash Wednesday. I am glad and I’m happy, although I’m a little bit tired. When I go to the villages I fill up with life, because I meet many people. But as you can see, even today I’m alone on the altar. There are no priests. Our people need us, the Gospel must be announced. If you listen to its voice today, do not harden your hearts. Accept serving the Lord and our poor brothers and sisters here, in our diocese”.

I am sure that they understood my words. The Lord will take care of the rest. Look at us, Lord!

(*) bishop of Rrëshen (Albania)

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Cosa vedere in sala? Le novità del 7 marzo

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 09:37

Da giovedì 7 marzo tutti al cinema, con le nuove uscite in sala. E come ogni settimana ecco la selezione di quattro film per la rubrica del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei. In evidenza: la commedia “C’è tempo” di Walter Veltroni, una favola sociale sui legami di famiglia ritrovati con Stefano Fresi; il colossal al femminile “Captain Marvel” del duo Boden-Fleck con il premio Oscar Brie Larson; la fiaba educational “La fuga” di Sandra Vannucchi; e infine dalla Francia il cartoon evergreen “Asterix e il segreto della pozione magica”.

“C’è tempo”

Non solo documentari di impegno civile. Walter Veltroni, politico, scrittore e negli ultimi anni regista cinematografico, si confronta con il primo lungometraggio di finzione, con la commedia. Si chiama “C’è tempo” ed è un viaggio brillante e scanzonato alla scoperta di se stessi e dei legami familiari perduti. È la storia di due fratelli che si ritrovano, figli dello stesso padre ma ignari l’uno dell’altro. Il più grande è Stefano, ormai sulla quarantina, con un lavoro precario da ricercatore e in perenne fuga dalle proprie responsabilità; il più piccolo è Giovanni, di 13 anni, vissuto in una famigli benestante, con ogni tipo di comfort ma con poche tracce di affetto. L’improvvisa scomparsa dei genitori di quest’ultimo “forza” l’incontro tra i due fratelli: Stefano è l’unico familiare rimasto. Un incontro che ha subito la dinamica dello scontro: troppo diversi, troppo lontani, troppo infelici. Un contrapporsi che apre poi all’incontro, alla comprensione dell’altro e al bisogno di essere accolti. Un’opera che affronta temi importanti, declinandoli come favola spensierata. Il rapporto tra i due fratelli si consolida in un viaggio-esperienza lungo il Paese, durante il quale il regista rende omaggio ai riferimenti culturali della propria infanzia, da Federico Fellini a Rimi a Jean Pierre Leaud a Parigi (indimenticabile protagonista dei film di François Truffaut, su tutti “I quattrocento colpi”). Un film godibile e adatto al grande pubblico.

“Captain Marvel”

Prima c’è stata “Wonder Woman” nel 2017, colossal firmato dalla regista Patty Jenkins, che ha messo in evidenza la prima eroina dal mondo dei fumetti, quello della DC Comics. Dal 7 marzo nei cinema arriva anche la risposta della Marvel Studios – ovvero Walt Disney – con “Captain Marvel” diretto da Anna Boden e Ryan Fleck. Protagonista del film è il personaggio di Carol Danvers, ex maggiore e pilota militare statunitense, che rimasta vittima di un attentato subisce un trattamento che la porta ad acquisire dei superpoteri. La Danvers sarà chiamata a far parte delle forze di difesa della Terra contro gli Skrull. Dopo 20 titoli di successo, tra cui “Iron Man”, “Thor”, “Doctor Strange”, “The Avengers”, “Spider-Man: Homecoming” e il fenomeno “Black Panther” (primo eroe afroamericano), la Marvel va in cerca di innovazione mettendo una supereroina come capofila di un blockbuster. A impersonare la Danvers è il Premio Oscar Brie Larson, lanciata dal film “Room”: l’attrice dimostra ottime capacità, intrigante ma poco aggressiva, forse poco centrata nel progetto e più adatta a una cifra drammatica. Nel complesso, si registrano un alto tasso di effetti speciali e scene action. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile e semplice.

“La fuga”

È un’opera prima “La fuga”, esordio alla regia di Sandra Vannucchi, con protagonisti Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro. È la storia di una bambina di provincia, Silvia, che lascia la famiglia (segnata da apprensione e affanno) per fare un viaggio in treno verso Roma. Lungo il cammino fa la conoscenza della coetanea Emina, di origine rom, con la quale nasce una bella amicizia. Con uno stile narrativo tra l’onirico e il favolistico, il film “La fuga” affronta problemi non di poco conto: la depressione di una madre e le difficoltà di un padre nel gestire l’unità della famiglia. Un’opera semplice ma incisiva, incentrata su una filigrana di temi attuali. Un esordio da tenere presente. Dal punto di vista pastorale, film complesso, problematico e per dibattiti.

“Asterix e il segreto della pozione magica”

Dalla Francia c’è il film di animazione “Asterix e il Segreto della Pozione Magica” (“Astérix: Le Secret de la Potion Magique”) del duo Alexandre Astier e Louis Clichy, che riporta in auge il mitico personaggio dei fumetti Asterix nato all’inizio degli anni ’60 dalla penna di René Goscinny e Albert Uderzo. Film ironico e scanzonato, adatto a tutti.

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Terra dei fuochi. Rete di cittadinanza e comunità: “Restituire verità e dignità alle persone che la abitano”

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 09:05

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha accolto, in via preliminare, i ricorsi di cittadini e associazioni delle province di Napoli e Caserta, dell’area nota come Terra dei fuochi, contro lo Stato italiano per aver violato il diritto alla vita, sancito dall’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti umani. Secondo i ricorrenti lo Stato non avrebbe preso misure per ridurre il pericolo, nonostante fosse consapevole del rischio reale e immediato per la salute dei cittadini. Dopo aver esaminato i ricorsi arrivati a Strasburgo tra l’aprile del 2014 e lo stesso mese dell’anno seguente, la Corte ha deciso di dare il via al contraddittorio tra le parti, ritenendo per ora ammissibile quanto in essi sostenuto, e ha comunicato al Governo le violazioni della Convenzione riscontrate nei 34 ricorsi pilota, chiedendo una serie di informazioni per poter poi decidere se i ricorsi siano effettivamente fondati e, in caso affermativo, quali violazioni siano state commesse.

Grandissimo riconoscimento. “La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo fa un doppio vaglio: un primo sulla legittimità del ricorso e della sua compiutezza, un secondo sulla verosimiglianza del diritto rappresentato dal ricorrente: in caso affermativo, la Corte emana un decreto con le motivazioni sulla base delle quali ritiene che si debba approfondire l’accertamento e con i termini della costituzione in giudizio del convenuto. Per i ricorsi della Terra dei fuochi ci troviamo in questa fase”, ci spiega Valentina Centonz, avvocato del foro di Nola, che si è occupata dei ricorsi di alcuni ricorrenti. “Il convenuto, che in questo caso è lo Stato italiano, ha tempo fino al 30 giugno per costituirsi in giudizio o può chiedere un breve rinvio se ritiene che sia necessario per produrre la documentazione – precisa -. A questo punto, dopo aver visionato tutte le carte, la Corte potrà decidere per un’audizione o emanerà direttamente la sentenza, che verrà a disciplinare tutti i ricorsi proposti ritenuti ammissibili, quindi non solo i 34 casi che sono stati selezionati come casi pilota: si tratta di quelli più rappresentativi della vicenda, in cui sono illustrate le varie tipologie dei casi”.

“La decisione della Corte europea per noi è un grandissimo riconoscimento

– ammette Centonz -, finalmente non finiscono ingabbiate le nostre istanze, abbiamo lottato contro il silenzio delle istituzioni. Solo con il decreto sulla Terra dei fuochi è stata certificata l’esistenza delle discariche abusive. Io sono al servizio della causa in forma gratuita, con me hanno seguito 80 ricorrenti altri avvocati: Antonella Massa del foro di Roma, Ambrogio Vallo e Armando Corsini del foro di Napoli”.

Il ruolo dei comitati cittadini. “Siamo contenti che la Corte europea dei diritti abbia avviato un procedimento contro l’Italia perché significa che in quei ricorsi ha riconosciuto elementi tali da voler approfondire. Per noi è stata una giornata straordinaria perché significa

legittimare il ruolo dei cittadini nei comitati,

quindi l’impegno dal basso nel mondo dell’associazionismo”, ci dice Enzo Tosti, portavoce della Rete di cittadinanza e comunità, che riunisce una trentina di comitati sorti nella Terra dei fuochi tra Napoli e Caserta ed è collegata anche alla rete Stop biocidio. “Per noi – aggiunge – è assolutamente positivo quanto deciso a Strasburgo e ci auguriamo che questo percorso dia i risultati che rendano giustizia ai cittadini della Terra dei fuochi che soffrono da anni nell’indifferenza totale dei governi”. Infatti, “Indipendentemente da chi governa oggi e da chi governava ieri, nell’agenda politica di tutti i governi che si sono succeduti non ci sono mai stati un vero interesse per l’ambiente né l’attenzione alla salute dei cittadini. Per la Terra dei fuochi siamo dovuti scendere in piazza in 130mila nel 2013, abbiamo fatto tantissime marce tra il 2012 e il 2014 affinché il Governo facesse una legge che ammettesse l’esistenza della Terra dei fuochi. Quando dal basso i cittadini si organizzano possono essere da esempio a chi ci governa. A noi piace tanto ricordare quello che dice Papa Francesco: al centro bisogna mettere la persona; i nostri governanti, però, spesso lo dimenticano”.

Fare chiarezza. Adesso, evidenzia Tosti, “aspiriamo che sia fatta chiarezza. Lo spirito con cui sono stati fatti i ricorsi è la ricerca della giustizia e l’avvio finalmente delle opere di bonifiche e di messa in sicurezza. Di intere aree non sappiamo qual è la situazione. Ora vorremmo che il Governo italiano mettesse in moto la macchina della verità. Noi auspichiamo che le zone inquinate vengano messe in sicurezza perché non è più possibile vivere in luoghi dove l’inquinamento è accertato”. Non solo: “Il nostro auspicio è che si possano iniziare dei percorsi virtuosi anche in altre Regioni, dopo quello che è avvenuto da noi, e che il Governo italiano metta al centro dell’agenda politica la tutela dell’ambiente e la tutela della salute delle persone. I nostri ospedali sono pieni di bambini ammalati, non è più ammissibile il negazionismo dell’inquinamento ambientale e di malattie e morti precoci, ma ora occorre dire la verità su questa correlazione per il bene dei nostri cittadini e delle nostre comunità”. Tosti conclude: “L’attivismo dei cittadini è la dimostrazione che in queste terre è nata una grandissima attenzione alla custodia del creato e alla salute. Non c’è più l’indifferenza di qualche anno fa, ora, però, sono necessarie le bonifiche per

restituire verità e dignità a questa terra e alle persone che la abitano”.

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Il Messale Romano: la novità delle orazioni quaresimali “super populum”

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 08:42

La pubblicazione della terza edizione tipica del Messale Romano segna un punto fondamentale sia nella storia dell’attuazione pratica dei principi teologico-liturgici del Concilio Ecumenico Vaticano II sia nell’evoluzione redazionale di un libro liturgico che, in continuità con l’antica ed ininterrotta tradizione della Chiesa, ha offerto e continua ad offrire una rinnovata comprensione del mistero eucaristico, tanto sotto il profilo dei contenuti teologico-ecclesiali quanto nei suoi peculiari ordinamenti liturgico-rituali.
Nella prospettiva di una maggiore intelligenza della celebrazione eucaristica, la terza edizione tipica del Messale offre, rispetto alle edizioni precedenti, non poche novità, tra le quali

spicca la cosiddetta “orazione sul popolo”, presente in ognuno dei formulari del tempo quaresimale.

Si tratta del recupero di un elemento eucologico e rituale antico che, presente nelle edizioni del Messale anteriori al 1970, si rivela come un fattore positivo in vista di una maggiore comprensione del tempo liturgico della quaresima.
Contrariamente a Milano, dove l’oratio super populum indica la preghiera equivalente alla colletta romana, Roma ha conosciuto e conosce ancora una orazione sul popolo, ma alla fine della Messa come elemento dei riti di conclusione.
Questa orazione ha conosciuto diversi mutamenti riguardo al suo specifico uso, così come attestato dagli antichi Sacramentari.
Nel Sacramentario Veronese, dove si trova la collezione più antica e più ricca di orazioni romane super populum, questa orazione, che è presentata senza alcun titolo, sembra essere parte essenziale della struttura ordinaria della Messa, tanto nel santorale quanto nel temporale.
Nel Gelasiano, denominata generalmente ad populum, si trova a Natale e nell’ottava, Epifania, Settuagesima, Sessagesima, Quinquagesima, domeniche e ferie di quaresima, giovedì santo, tempo pasquale, Ascensione, Pentecoste, Quattro tempora, Messe rituali, Messe quotidiane. Tale orazione non è rinvenibile nelle feste dei Santi, eccetto nelle tre feste che seguono il Natale.
Il Gregoriano, classificandola come super populum, la conserva solo nei formulari delle ferie di quaresima, contribuendo così ad attribuirle un carattere prevalentemente penitenziale.
Tale particolare presenza ristretta della super populum nel periodo quaresimale è attestata anche nel Missale Romanum tridentino.

Da questo rapido excursus si evince che l’orazione sul popolo, da elemento costante della Messa, così come appare nel Veronese, si andò via via riducendo nel Gelasiano, per essere relegata, nel Gregoriano, alle sole ferie del periodo quaresimale.

Quali sono le caratteristiche strutturali di questa orazione?
Le tre orazioni sacerdotali della Messa, ovvero la Colletta, Sulle offerte e Dopo la comunione, presentano una caratteristica strutturale comune: la domanda è formulata a nome della comunità intera, compreso il celebrante che recita la preghiera. L’orazione è formulata nella prima persona plurale, per cui il celebrante non si separa da coloro per i quali chiede il soccorso divino, ma vi è implicato come presidente dell’assemblea.
La super populum si presenta, invece, come una preghiera che il sacerdote rivolge a Dio per l’assemblea, della quale egli non si considera esplicitamente come membro. Collocato al di sopra della comunità sulla quale implora l’aiuto di Dio, egli appare come l’intermediario, il mediatore tra Dio e i fedeli, formulando la preghiera nella seconda persona plurale. Questa legge stilistica costituisce un criterio con il quale si può riconoscere l’oratio super populum primitiva o antica e distinguerla dalle altre orazioni della Messa.
Oltre alla struttura è necessario cogliere anche quelle che sono le particolarità del contenuto di questa orazione.
Anzitutto va rilevato che i beneficiari della preghiera sono spesso denominati con il termine populus, con il quale si intende in senso lato tutta la comunità cristiana o in specifico l’assemblea che partecipa alla celebrazione eucaristica.

Lo scopo dell’orazione è quello di implorare la benedizione divina sull’assemblea, tanto da attribuire comunemente all’orazione il valore e il nome anche di “benedizione” nel senso proprio.

Al riguardo, sono utilizzati termini che sottolineano la durata o la continuità della benedizione richiesta, per cui, come preghiera finale, essa si proietta al di là della concreta celebrazione, raggiungendo il vissuto concreto del cristiano, il corso quotidiano della sua vita, le concrete necessità sulle quali è necessaria la benedizione e il soccorso di Dio.
L’oggetto della petizione, poi, si estende a tutta la gamma di beni di ordine sia temporale sia spirituale, necessari per condurre una vita autenticamente cristiana: purificazione dell’anima, remissione delle colpe, rinuncia al peccato, esercizio delle buone opere, pratica delle virtù, progresso nella vita spirituale, perseveranza finale.
Infine, l’orazione sul popolo, mentre attesta frequentemente le disposizioni interiori e le attitudini esteriori di coloro che ricevono la benedizione di Dio, chiede l’intervento divino sul popolo che si prepara alle feste pasquali e che la sua efficacia raggiunga il vissuto quotidiano del credente.

Le orazioni sul popolo costituiscono una buona opportunità di catechesi per il popolo di Dio, specialmente nel periodo della quaresima, tempo di lotta spirituale più intensa, che ha bisogno di maggiori benedizioni da parte di Dio.

In attesa, dunque, di poter utilizzare la nuova edizione italiana e poter usufruire del suo ricco patrimonio eucologico, cresce sempre di più la consapevolezza che il Messale rimane il primo ed essenziale strumento per la degna celebrazione dei santi misteri oltre che il punto di riferimento solido per una efficace catechesi liturgica. I vescovi italiani auspicano il rilancio di una pastorale che valorizzi la conoscenza e il saggio utilizzo del Messale sia nell’ambito della celebrazione sia in quello dell’approfondimento nella mistagogia, per evitare “la stonatura di ogni protagonismo individuale, di una creatività che sconfina nell’improvvisazione, come pure di un freddo ritualismo, improntato a un estetismo fine a se stesso”.
Nel momento in cui la Chiesa italiana si interroga su come ripensare la trasmissione della fede in un contesto sociale e culturale sempre più secolarizzato, i vescovi indicano come itinerario quello mistagogico seguito dai Padri del IV-V secolo, il cui contesto ricalca quello della nostra società post-moderna, capace di ricomporre l’unità tra fede, celebrazione e vita.

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Robot e intelligenza artificiale. Cosa ne pensano i cittadini del mondo? Parla la sociologa Marita Carballo

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 08:26

New technologies, intelligenza artificiale (AI), robotica: opportunità o rischi? Potenzialità o minaccia? L’opinione pubblica mondiale è divisa tra aspettative e timori. La paura più diffusa è quella di una massiccia perdita di posti di lavoro. Marita Carballo è la presidente della Academia Nacional de Ciencias Morales y Políticas de l’Argentina e della World Association of Public Opinion and Research (Wapor), associazione professionale internazionale che conduce ricerche scientifiche sull’opinione pubblica in tutto il mondo. La abbiamo incontrata in Vaticano, durante il workshop “Robo ethics. Human, machines and health”, promosso nei giorni scorsi dalla Pontificia Accademia per la vita.

Dal suo osservatorio di analisi globale, qual è l’atteggiamento dell’opinione pubblica mondiale nei confronti della robotica e dell’intelligenza artificiale?
In questi anni abbiamo condotto survey a livello regionale, nazionale, continentale e mondiale. Dando una lettura semplificata, ma globale, posso affermare che circa il 70% dei “cittadini del mondo” ritiene che la rivoluzione tecnologica 4.0 abbia apportato e possa apportare benefici nella vita delle persone. Le maggiori attese sono in materia di salute (48%) e contrasto ai cambiamenti climatici (45%). Opinione pubblica divisa invece su occupazione e lavoro. In particolare in Europa, i vantaggi legati alle nuove tecnologie e all’AI vengono percepiti nella sfera privata del “life at home” e in termini di maggiore efficienza e velocità delle comunicazioni e dei trasporti. Un’indagine condotta in 18 Paesi latino-americani rivela invece che il 36% dei cittadini oppone perplessità o addirittura resistenza all’impiego di robot, droni, auto a guida autonoma, sensori corporei. In Argentina solo il 25% dei millennials si dice favorevole alle nuove tecnologie, ma esprime cautela sull’ipotesi di salire a bordo di un’auto a guida autonoma, di farsi operare a distanza o da un robot, di mangiare carne prodotta artificialmente in laboratorio.

In generale, i più “aperti” sono gli uomini di età inferiore ai 35 anni e in buone condizioni economiche.

Intelligenza artificiale, piattaforme digitali e nuova arena socio-politica. Che relazione c’è?
Oggi le piattaforme e i social media sono una fonte chiave di informazione politica e sociale. Nelle Americhe sei utenti di Internet su dieci affermano di seguire le questioni politiche e sociali soprattutto sui network, ma solo il 13% percepisce la reale qualità e attendibilità delle news ricevute rispetto a quelle fornite dai media tradizionali, mostrando così scarsa capacità di critica e un alto livello di accettazione. Tuttavia, secondo la Gallup International Association, quasi 8 persone su 10 – e questo in tutto il mondo – ricevono fake news almeno una volta al mese (76%), mentre in media il 35% ne riceve tutti i giorni. Con punte molto alte in Ungheria (65% dei cittadini), Ucraina (61%), Spagna (60%) e Albania (56%). L’Edelman Trust Barometer rivela che la fiducia in queste fonti sta diminuendo. Da uno studio del Pew Research Center (Usa) emerge che due terzi (66%) dei link twittati sui siti di notizie più popolari vengono postati da account automatizzati, mentre solo un terzo (34%) è pubblicato da persone. Insomma, su queste piattaforme digitali

a gestire buona parte delle news è un esercito relativamente piccolo di robot altamente attivi.

Sui social, disinformazione e manipolazione sono dunque in agguato, soprattutto quando troll e hate speaker “si alleano”.

Quali impatti sul futuro dell’occupazione e dell’inclusione sociale?
Secondo un’autorevole ricerca, circa 1,8 milioni di posti di lavoro saranno spazzati via entro il 2020, ma ne verranno creati oltre 2,3 milioni. Spariranno i lavori ripetitivi e quelli a rischio, fisicamente dannosi o pericolosi per l’uomo, in particolare quelli che lo espongono a sostanze chimiche tossiche. Tuttavia, l’impatto della robotica e dell’automazione sul mercato del lavoro è oggetto di dibattito nell’opinione pubblica. Da un lato, i pessimisti vedono la rivoluzione tecnologica come una minaccia e anticipano che la rivoluzione digitale porterà inesorabilmente alla distruzione di posti di lavoro. In America latina lo pensano quattro persone su cinque, percentuale alta anche in Malesia e nelle Filippine. All’estremo opposto, gli entusiasti – soprattutto in Scandinavia e Germania – sostengono che verranno creati più posti di lavoro, mentre le mansioni ripetitive e rischiose e dannose per la salute dell’uomo verranno svolte da robot. Le persone si dedicheranno quindi a lavori creativi e qualificati, attività che le macchine non saranno mai in grado di svolgere, ma certamente

le classi più vulnerabili, più povere e con un basso livello di istruzione sono esposte al rischio perdere il lavoro.

L’accettazione dell’intelligenza artificiale e della robotica aumenta invece quando esse costituiscono un “supporto” all’azione umana, ma senza sostituirla. Ad esempio vengono definite “utili per assistere i medici, ma non per sostituirli”.

In questo scenario, quali sono le sue conclusioni?
Innanzitutto penso sia necessario implementare codici etici per progettisti e produttori di robot, ma tutta la rivoluzione tecnologica legata alla AI richiederebbe una riflessione e un’analisi interdisciplinare delle conseguenze psicologiche, culturali, sociali e politiche della robotica sulla società. Dobbiamo inoltre evitare l’inasprimento delle disuguaglianze, l’approfondimento del gap tra “inclusi” ed “esclusi”. Per questo è urgente un investimento globale in educazione e formazione per qualificare e professionalizzare i soggetti “tecnologicamente vulnerabili”, privi degli skill indispensabili. Un’operazione culturale a vasto raggio che non sarà un processo breve e i cui risultati si vedranno nel medio periodo. Robotica e AI non sono né buone né cattive in sé. Certamente hanno trasformato e continueranno a trasformare velocemente l’ambiente i cui viviamo mentre noi siamo molto lenti nel decidere come regolarle e orientarle. Ma la domanda cruciale rimane sempre la stessa:

su quali valori vogliamo costruire le nostre società?

E la risposta deve nascere da un serio confronto tra voci, sguardi, sensibilità e culture diverse per arrivare a generare un consenso che porti ad un’azione condivisa tra governi, mondo accademico, imprese e società civile.

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Robots and artificial intelligence. How do the world’s citizens view them? We speak with sociologist Marita Carballo

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 08:26

New technologies, artificial intelligence (AI), robotics: an opportunity or a danger? A potential or a threat? World public opinion is divided between expectations and worries. The most widespread fear is of massive job losses. Marita Carballo is President of the Academia Nacional de Ciencias Morales y Políticas de l’Argentina and of the World Association of Public Opinion and Research (WAPOR), an international professional fellowship conducting scientific research on public opinion across the world. We met with her in the Vatican, during the workshop on “Robo ethics. Human, machines and health”, organized recently by the Pontifical Academy for Life.

What is the attitude of world public opinion regarding robotics and artificial intelligence, as seen from the vantage point of your global analysis?

We have conducted research on the regional, national, continental and world levels in the past few years. If I may give a simplified but global report, I’d say that around 70% of “global citizens” believes that the technological revolution 4.0 has brought and can bring benefits to people’s lives. The greatest expectations are in the field of medicine (48%) and fighting climate change (45%). On the other hand, public opinion is divided on the subject of employment and jobs. In Europe especially, the benefits associated with new technologies and AI are perceived within the private sphere of “life at home” and in terms of greater efficiency and speed of communication and transport. In a survey of 18 Latin-American countries we found instead that 36% of people are doubtful or even opposed to the use of robots, drones, self-driving cars, and body sensors. In Argentina, only 25% of millennials is favourable to new technologies, but they are wary about the idea of boarding a self-driving car, undergoing remote or robotic surgery, or consuming laboratory-produced meat.

More generally, the most “open-minded” are males under the age of 35 and in good financial standing.

What is the relationship between artificial intelligence, digital platforms and the new socio-political arena?

 

Today, social media platforms are a key source of social and political information. Across North and South America, six out of every ten internet users say that they follow political and social topics mostly on social networks, but only 13% is able to discern the quality and trustworthiness of the news items there as opposed to those in traditional media, demonstrating scant critical skills and a high degree of acceptance. Nonetheless, according to Gallup International Association, almost 8 out of 10 people around the world receive fake news at least once a month (76%), while on average 35% receives it every day, with much higher rates in Hungary (65% of citizens), Ukraine (61%), Spain (60%) and Albania (56%). The Edelman Trust Barometer shows that trust in these sources is diminishing. A Pew Research Center (USA) study reveals that two thirds (66%) of all links tweeted on the most popular news sites are posted by automatic accounts, while only one third (34%) is published by people. In short, a relatively small army of very active robots is managing a large chunk of the news.

So disinformation and manipulation lurk on social networks, particularly when trolls and hate speakers “band together”.

What are the impacts on the future of employment and social inclusion?

According to an authoritative research, around 1.8 million jobs will be wiped out by 2020, but over 2.3 million will be created. Repetitive and high-risk jobs, jobs that are physically harmful or  dangerous, especially jobs which expose workers to toxic chemicals, will disappear. However, the impact of robotics and automation on the job market is still a subject of debate among the public. On the one side, pessimists see the technological revolution as a menace, and predict that the digital revolution will inevitably bring job losses. Four out of five people in Latin America hold this opinion, with high numbers in Malaysia and the Philippines as well. On the other extreme, the enthusiasts – especially in Scandinavia and Germany – say that more jobs will be created, while repetitive, dangerous and harmful tasks will be carried out by robots. People will therefore turn to qualified and creative work, which machines will never be able to carry out, but certainly the most vulnerable and poorer groups, those with lower levels of education, are at risk of losing their jobs.

Acceptance of artificial intelligence and robotics is greater when they are in a “supporting role” to human action, rather than entirely replacing it. For example, they are said to be “useful in assisting doctors, not in replacing them”.

In this scenario, what is your takeaway?

First of all, it is necessary to implement ethical codes for robot designers and producers; but the entire technological revolution linked to AI would require an interdisciplinary reflection and analysis of the psychological, cultural, social and political consequences of robotics on society. We must also avoid increasing inequality, the widening of the gap between the “included” and the “excluded”. This is why global investment in education and training in order to turn the “technologically vulnerable” – those who lack vital skills – into qualified professionals is urgently needed. It is a wide-reaching cultural action which is not going to be a quick one, as we will start seeing results only in the medium term. Robotics and AI are neither good nor evil in and of themselves. They certainly have transformed our environment and will continue to do so, while we ourselves are very slow in deciding how to regulate and direct them. The crucial question remains:

what values do we wish to build our society upon?

Here, the answer must arise from the sober encounter of different voices, points of view, sensibilities and cultures, in order to generate a consensus that can lead to shared action among government, academia, business and civil society.

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Cyberbullismo: Di Lello, “la rete dà la sensazione di avere una sorta di impunità”

Agenzia SIR - Thu, 07/03/2019 - 08:21

In Italia un minore su due è vittima di episodi di bullismo e cyberbullismo, spesso ripetuti nel tempo. L’età più a rischio è quella compresa fra 11 e i 17 anni, anche se il periodo più critico è fra 11 e 13. Se fino a pochi anni fa le aggressioni erano fisiche e verbali, negli ultimi tempi gli atti di bullismo sono migrati sulla rete. Un vero e proprio fenomeno che spesso sfugge al controllo di genitori e istituzioni. In tal senso, anche la Legge 71 del 2017 che legifera in materia di cyberbullismo intende contrastare il fenomeno “in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti, assicurando l’attuazione degli interventi senza distinzione di età nell’ambito delle istituzioni scolastiche”. La legge e le sue attuazioni, nei giorni scorsi, sono state tema del convegno “Cyberbullismo: dal fenomeno alle strategie di contrasto”, promosso dall’Unione dei giuristi cattolici italiani a Roma. Tra i relatori, Carla di Lello, giurista già presidente di consiglio d’istituto. Il Sir l’ha intervistata a margine dell’incontro.

In che modo la rete ha amplificato il fenomeno del bullismo?
“Il bullismo è un fenomeno che c’è sempre stato, adesso è acuito da questa piazza virtuale ed è caratterizzato da questi soggetti che da una parte si sentono protetti dalla rete e in qualche modo possono fare quello che vogliono con la convinzione di essere impuniti. La rete dà la sensazione di avere una sorta di impunità. Altro aspetto del cyberbullismo è che mentre prima il bullo era quello che era più prestante fisicamente e in qualche modo si imponeva con la violenza, oggi anche il soggetto non prestante fisicamente può imporsi nel cyberspazio”.

Quali sono i pericoli che oggi un minore può incontrare? E in che modo in genitori possono tutelarlo?
Mentre in passato i pericoli erano legati alle relazioni che uno intrecciava per strada, le famose ‘cattive compagnie’ che preoccupavano i genitori, oggi il rischio reale è dato dalla relazione di questi ragazzi con un mondo che è quello virtuale, dove vengono in contatto con altri soggetti che alcune volte sono definiti come i compagni di classe con cui si interfacciano su una chat, ma molto spesso sono

soggetti di cui loro non sanno neanche l’identità reale,

e questo è abbastanza usuale per i ragazzi. Questa cosa diventa molto pericolosa sia per i ragazzi che si rapportano con un’identità non riconosciuta e quindi la relazione non è più il guardarsi in faccia, l’incontrarsi per strada e sapere chi è quel soggetto, e sia per i genitori che non hanno più il potere di controllo.

In qualche modo prima potevi capire chi frequentava tuo figlio. Adesso lo vedi chiuso in stanza e non sai con chi sta interloquendo e con chi si sta relazionando. Il potere di controllo è diverso perché nella piazza virtuale non riesci ad affacciarti, quindi ben venga l’incontrarsi in piazza di anni fa.

Quali sono quindi le caratteristiche principali del cyberbullismo?
Dietro un’identità fittizia potresti avere un mondo. A differenza del bullismo il cyberbullismo ha la peculiarità che spesso i soggetti non sono identificati.

La percezione è che se sto dietro un computer nella mia stanza non posso essere punito.

E la percezione dell’antigiuridicità del fatto che vado a compiere nel minore non è così evidente, nel senso che mentre io so che se prendo e maltratto qualcuno per strada è un comportamento antigiuridico, se sto dietro un computer ho la sensazione di giocare. Per questo secondo me è fondamentale fare anche un’educazione alla legalità molto più ampia rispetto al passato. Fare un’educazione civica che comprende anche il cyberspazio e le varie fattispecie di reato che posso compiere in rete.

Scuola e famiglia come possono contribuire al contrasto del fenomeno?
La Legge 71 del 2017 dice di nominare un referente scolastico per il cyberbullismo, quindi la scuola svolge un ruolo primario nel contrasto del fenomeno. Oggi però è più che mai essenziale anche il compito dei genitori e una corresponsabilità tra scuola e famiglia che spesso viene dimenticata. Collaborazione tra scuola e famiglia che viene richiamata da quest’ultima legge spero rinsaldi questa alleanza per fronteggiare aspetti del cyberbullismo, perché se non c’è l’alleanza scuola-famiglia l’educazione del minore non può essere completa.

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Un libro per la Quaresima

Natidallospirito.com - Wed, 06/03/2019 - 18:03

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Il battesimo ha in sé tutto il concetto di “ascesi” dalla prospettiva di Dio. Esso, infatti, riguarda lo spogliarsi dell’uomo vecchio e il rivestirsi del nuovo, cioè di Cristo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27), “Abbandonate, con la condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, e rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità” (cf. Ef 4,22-23).

Innanzitutto, questo “spogliarsi” è un’azione attiva nella vita cristiana e riguarda l’uso dello sforzo personale coinvolgendo la propria volontà libera. Inoltre consiste nel mettere a disposizione tutte le energie della mente, del pensiero e dei sentimenti per combattere gli elementi della morte che hanno dominato sulla carne in precedenza e i cui effetti si fanno ancora sentire sulle membra ridotte in schiavitù in virtù dell’abitudine. Questo “spogliarsi” avviene in maniera segreta ed efficace, grazie a un’azione divina, nel mistero del battesimo e si rinnova, si rafforza e viene portato a perfezione nell’arco di tutta la vita mediante il mistero della conversione perché la conversione altro non è che un rinnovamento del battesimo.

Il “rivestire” Cristo, invece, è un’opera passiva con cui accogliamo Cristo, senza sforzo da parte nostra, come dono e grazia: luce, sguardo spirituale, pace interiore, amore che supera la mente, pazienza perfetta, consolazione del cuore, gioia che domina nel momento dello sconforto, sopportazione delle avversità, dell’ingiustizia e dello scherno e tutti gli altri doni presiosi di Dio donati dallo Spirito Santo come frutti della vita di Cristo in noi. Questo “rivestire”, sebbene si compia una volta e per sempre nel mistero del battesimo, viene rinnovato mediante il mistero dell’eucarestia.

“Svestire” l’uomo vecchio e “rivestire” la vita di Cristo è un’operazione unica, unificata, ordinata, coordinata che continua per tutto l’arco della vita. La tradizione patristica usa per quest’operazione il termine sinergia cioè “operare insieme”. La prima operazione, lo “svestire”, si regge sulla seconda, il “rivestire” e non può compiersi senza di essa. La seconda, invece, permane grazie alla prima e senza di essa si disfa e perde di efficacia.

La sinergia si realizza proprio nel mistero della conversione e dell’eucarestia. L’equilibrio, infatti, tra l’opera attiva e quella passiva, cioè tra lo “svestire” il vecchio e il “rivestire” il Cristo, è dato dalla Chiesa attraverso il mistero della conversione e dell’eucarestia: la conversione continua è lo “svestire” e la comunione continua è il “rivestire” ed entrambe formano una sinergia che deve essere armonica e costante. Secondo l’idea patristica, nella conversione, che si fonda su uno sforzo personale, si pratica l’esame di coscienza, il pentimento, il controllo di sé, il contenimento dei diversi impulsi disordinati e la confessione dei peccati. La Chiesa sigilla lo sforzo attivo donando il mistero del perdono nell’assoluzione e nell’eucarestia che è frutto e ricompensa della conversione. Con esso la conversione assume un effetto sostanziale misterioso che facilita lo svestimento dell’uomo vecchio, cioè la mortificazione delle sue passioni. L’eucarestia è, infatti, la perpetuazione della vita di Cristo in noi. Attraverso di essa facciamo nostra la vittoria di Cristo sulla morte, gli inferi e satana e disattiviamo il potere del peccato che porta alla perdizione. La Chiesa quando si riunisce attorno all’eucarestia rappresenta il popolo di Dio che ha attraversato il Mar Rosso, cioè la morte, passando all’altra riva, cioè la vita, sconfiggendo Faraone, cioè satana. Tutti cantano il cantico della vittoria e della salvezza in vista dell’ultima vittoria e della salvezza escatologica. Il corpo santo viene dato non come simbolo ma come verità: è un passaggio perpetuo dalla morte alla vita, la sconfitta di satana, la gioia, la letizia e l’esultanza del cuore per questa vittoria.

La Chiesa ritiene che la vita dell’individuo sia sempre a rischio della caduta, che il nemico sia in agguato contro i suoi figli notte e giorno e che il peccato non smetta di combattere il corpo. Per questo ha predisposto il mistero della conversione, di modo che possa essere praticato in modo continuo, stabilendo stagioni per il digiuno durante tutto l’arco dell’anno, le quali sono occasioni per esaminare il proprio cuore e interrogare la propria coscienza. Ha, inoltre, legato il dono del perdono alla confessione e al pentimento sinceri e ha reso la pratica del mistero dell’eucarestia, sia nei giorni normali che durante i digiuni, come uno stato permanente di resurrezione interiore del cuore conformemente alla resurrezione donata gratuitamente dalla grazia mediante la vita di Cristo che assumiamo con il corpo e il sangue santi. La disponibilità della Chiesa a ripetere all’infinito la pratica del mistero della conversione esprime in modo essenziale la verità del perdono perfetto che Dio ci ha assicurato mediante la passione del suo Figlio unigenito. Allo stesso modo, la reiterazione all’infinito del mistero della comunione esprime in modo essenziale la verità della vittoria perfetta che Dio ha realizzato per noi contro il nostro nemico e nel nostro corpo mediante la resurrezione dai morti.

Mediante la ripetizione della conversione e della comunione la Chiesa ha donato ai nostri cuori una forza senza fine per poter proseguire il cammino fino alla fine.

Matta el Meskin
tratto da Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi al-Natrun 2018, pp. 99-102

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TWR, 65 anni di vangelo alla radio

Evangelici.net - Wed, 06/03/2019 - 17:45
Trans World Radio, la principale organizzazione internazionale impegnata nella diffusione del messaggio cristiano attraverso le onde radio, compie 65 anni: tutto cominciò nel febbraio 1954 con le prime trasmissioni da Tangeri, per proseguire poi riempiendo il palinsesto notturno di Radio Monte Carlo. Gli ampi consensi riscossi in tutto il continente fecero da rampa di lancio verso un impegno...
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Terzo settore. Uneba lancia l’allarme: “La riforma rischia di penalizzare i nostri assistiti”

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 16:34

Come cambierà nei prossimi mesi la vita quotidiana di realtà che, grazie al lavoro di decine di migliaia di dipendenti, sono un pilastro del sistema sociosanitario italiano? Il 3 agosto 2017 è entrato in vigore il Codice del Terzo settore (Cts), che con il decreto correttivo con modifiche e integrazioni entrato in vigore l’11 settembre 2018 riordina tutta la normativa in materia e istituisce, tra l’altro, il Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts) presso il ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Entro il 3 agosto di quest’anno gli enti non profit dovranno adeguare i propri statuti al Cts. Ma Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale), la più rappresentativa e radicata organizzazione di categoria del settore sociosanitario, assistenziale e educativo, che raccoglie sul territorio nazionale circa 900 enti prevalentemente non profit di ispirazione cristiana, lancia un allarme:

la riforma del Terzo settore rischia di penalizzare chi riceve assistenza domiciliare.

Il timore è un aumento dei costi per i cittadini, perché le nuove norme in materia di Iva penalizzano le ex Ipab (Istituti pubblici di assistenza e beneficenza, ndr) che svolgono questi servizi e che, oggi fondazioni o enti privati, con la riforma potranno diventare enti del Terzo settore o imprese sociali.

“Guardiamo con favore a questa riforma e alla sua attuazione, che abbiamo seguito fin dai suoi primi passi – afferma il presidente di Uneba Franco Massi, in occasione della presentazione, oggi nella sede dell’Acri a Roma, di un Vademecum sulla riforma del Terzo settore realizzato dall’associazione -. Abbiamo rilevato nel tempo alcune criticità che abbiamo risolto attraverso l’interlocuzione con le forze politiche e con i governi, attuali e precedenti. Ad esempio un primo impegno è stato quello per la revisione dell’aumento dell’Ires, per il quale si è mobilitato un ampio fronte del Terzo settore e che è momentaneamente risolto, o per l’estensione alle ex Ipab privatizzate della possibilità di trasformarsi in impresa sociale”. “Chiediamo e chiederemo ancora al governo semplificazione, chiarezza e certezze delle norme”, conclude Massi esprimendo preoccupazione per la questione Ires, non ancora risolta in maniera definitiva, e annunciando due nodi ancora da sciogliere.

Il primo, dice Marco Petrillo, vicepresidente Uneba Lombardia e curatore del vademecum, “è l’aumento dell’Iva al 22% per le fondazioni che svolgono attività come l’assistenza domiciliare, che penalizza le persone che beneficiano del servizio e gli enti rispetto alle cooperative. Di qui la richiesta di

esenzione Iva per tutti gli enti che saranno iscritti nel Registro unico nazionale del Terzo settore.

Una fondazione ex onlus che svolge anche assistenza domiciliare o di trasporto di persone con disabilità, spiega il curatore del vademecum, oggi beneficia dell’esenzione Iva per queste attività. Con l’entrata in vigore della riforma dovrà trasformarsi in Ets e applicare a queste attività l’Iva del 22%, come prevede il Cts, ma questo aggravio di costi si tradurrà inevitabilmente in aumento di costi per gli utenti. E a subire lo stesso aumento Iva dallo 0% al 22% saranno, aggiunge, prestazioni sanitarie di ricovero e cura erogate da case di cura, ospedali, cliniche e società di muto soccorso; prestazioni educative e didattiche all’infanzia e ai giovani; attività di formazione, aggiornamento e riqualificazione professionale”, mentre le cooperative conservano “il regime Iva agevolato al 5% per le stesse attività”. Insomma,

con l’Iva al 22% le fondazioni rischiano di finire fuori mercato.

Il secondo nodo riguarda invece la richiesta alle Onlus di adeguare i propri statuti alla riforma entro il 3 agosto 2019, quando però non sarà ancora entrato in vigore il Registro unico nazionale. Da Massi e Petrillo la richiesta di

ancorare l’obbligo di adeguamento degli statuti all’entrata in funzione del Registro unico.

“Anche se deve essere completata mediante la pubblicazione dei decreti attuativi ancora mancanti, la riforma ha finalmente razionalizzato le diverse leggi che avevano normato il settore dagli anni ’90 sovrapponendosi in modo non efficace” e “aiuterà ad incamminarsi su un indispensabile percorso di trasparenza e auto rendicontazione”, osserva Giuseppe Guzzetti, presidente Acri, facendo gli onori di casa. La riforma, aggiunge, “è

un riconoscimento del ruolo strategico che il Terzo settore svolge nel Paese.

Siete voi – dice rivolgendosi ai rappresentanti delle realtà presenti in sala – che concretamente presidiate la situazione sociale dando risposte laddove lo Stato non arriva”.

“La riforma ci mette in gioco rispetto alle grandi sfide sociali del Paese di fronte alle quali il Terzo settore ha sempre svolto ruoli di compensazione” ma “ci pone anche di fronte alla sfida di un welfare e di un modello di sviluppo economico e sociale differente” dandoci “strumenti definitori – chi sta dentro il Terzo settore e chi sta fuori – e strumenti di agevolazione fiscale e accesso alle risorse”, sostiene Claudia Fiaschi, portavoce Forum Terzo settore, che domani parteciperà per la prima volta alla cabina di regia istituita presso la Presidenza del Consiglio. Importante, chiosa, l’impegno per trasparenza a rendicontazione. In discussione domani a Palazzo Chigi, tra l’altro, “il decreto che disciplina le attività secondarie e le linee guida per il bilancio sociale”. Rimane la preoccupazione sulla questione Ires, “risolta solo temporaneamente”.

Per Alessandro Lombardi, direttore generale dell’Ufficio Terzo settore del ministero del Lavoro e politiche social, la riforma riconosce il ruolo degli enti degli Ets “non più in posizione subordinata al pubblico, bensì paritetica”, si basa su “un approccio di tipo partecipativo, prevede una forte salvaguardia della libertà dei corpi intermedi e punta sulla responsabilizzazione degli enti. Stiamo creando relazioni di fiducia”.

Le 130 pagine del vademecum spiegano agli enti – anzitutto a quelli che offrono servizi ad anziani, persone con disabilità, minori fragili – a quali condizioni e con quali modalità trasformarsi in Ets o impresa sociale come richiesto dalla riforma. Ulteriori approfondimenti riguardano enti religiosi, sistema di controlli, fiscalità, aspetti contabili e di bilancio, novità per il mondo del lavoro.

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Reddito di cittadinanza. Cei: “Rischio di attenuare la spinta a cercare lavoro”

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 16:17

“La vera leva sulla quale puntare per conquistarsi ‘la cittadinanza’ è il lavoro, il lavoro degno”. È la posizione della Conferenza episcopale italiana espressa oggi alla Camera dei deputati, durante l’audizione davanti alle Commissioni riunite Lavoro e Affari sociali nell’ambito dell’esame del disegno di legge recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni: “La Chiesa italiana dedica una specialissima attenzione, anche in sintonia con il Pontificato di Papa Francesco, al tema del lavoro. E la misura del RdC merita dunque una valutazione – seppure sintetica e focalizzata su alcuni aspetti – che tenga conto anche della necessità di prevedere stimoli alle imprese (incentivi) esistenti, a quelle che potranno essere create e alle agenzie di formazione. Viceversa,

sarà importante che l’apparato dei controlli e delle sanzioni siano efficaci ed efficienti nell’azione di deterrenza nei confronti di chi vorrà approfittare del denaro dei contribuenti per condotte ingannevoli e illecite e per chi rifiuterà, senza ragione, occasioni di lavoro”.

Nel primo giorno in cui è possibile presentare domanda per il sussidio ai Caf, alle Poste o direttamente online per chi è in possesso dello Spid, la Cei ricorda che “ricerche internazionali confermano che misure di sostegno al reddito non hanno successo se l’ammontare è vicino al reddito che sarebbe percepito lavorando. La misura quindi scoraggia il reinserimento delle persone disoccupate nel mercato del lavoro”. A parlare a Palazzo Montecitorio sono stati don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro
 della Cei, e Sergio Gatti, vicepresidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani: “Tra i rischi che il provvedimento all’esame delle Commissioni della Camera comporta vi è quello (che a livello locale fa già emergere alcuni preoccupanti sintomi) di attenuare la spinta a cercare lavoro o a convincere che a rinunciare a offerte di lavoro che prevedano una retribuzione che non risulta distante da quanto previsto dal RdC”.

“Occorre evitare il rischio di aumentare queste forme di cittadinanza non solo passiva ma anche ‘parassitaria’ nei confronti dello Stato”,

hanno spiegato i relatori, chiedendo che “la soglia unica di povertà deve tenere conto delle differenze regionali rilevate dall’Istat” evitando “di sovrastimare la povertà (e i beneficiari del RdC) in alcune aree del Paese rispetto ad altre”.

Di fronte a una platea potenziale di beneficiari che oscilla dai 5 milioni di italiani (secondo il Governo) ai 2,4 milioni (dati Inps), la Cei ribadisce che “un’idea di ‘cittadinanza attiva’ non si rassegna alla mera assistenza che può anzi diventare assistenzialismo e generare atteggiamenti deleteri di ‘cittadinanza passiva’”. “Pur essendo rilevante che il decreto oggetto di conversione agganci la lotta alla povertà e alla marginalità alla lotta alla disoccupazione e alla mancanza di lavoro degno, il ventaglio delle politiche attive del lavoro deve essere ulteriormente ampliato e quindi oggetto di ulteriori provvedimenti organici e sistematici”, hanno osservato don Bignami e Gatti.

Per favorire l’occupazione “uno strumento prezioso, diremmo indispensabile, è la formazione di qualità” e “la buona formazione professionale è in grado di fornire le competenze più richieste dalle imprese”. Per questo, “nel provvedimento in esame andrebbe inserito un investimento diretto e esplicito per la formazione”.

“Sappiamo bene che il lavoro lo crea l’impresa, nella misura in cui risponde in modo adeguato al suo dovere di solidarietà. L’efficienza, pienamente rispettosa dei principi e delle regole di sostenibilità sociale e ambientale, oltre a costituire il motore di una azienda ben organizzata e a fruttare dunque profitto, diventa allo stesso tempo un contributo concreto alla giustizia sociale”.

Un richiamo, infine, ai “fattori di conversione usati nel RdC sono molto più bassi di quelli standard e dunque la povertà delle famiglie rischia di essere sottostimata”. “La ripresa di politiche di sostegno alla crescita (incentivi agli investimenti delle imprese, riforme sistema Paese, infrastrutture) sarà indirettamente decisiva per il successo stesso del Rdc. Il successo della misura si gioca anche su livelli più profondi”, conclude la Cei: “L’economia civile si fonda su un presupposto fondamentale che sembra sfuggire al dibattito.

La ‘fioritura’ di una vita non la decide in toto lo Stato, ma dipende dalle nostre scelte e dai nostri atteggiamenti,

che ovviamente sono aiutati dal contesto più o meno favorevole determinato dalle politiche pubbliche”. Un pacchetto di proposte concrete offerto dalla Chiesa italiana è quello emerso dalla Settimana Sociale 2017 di Cagliari, disponibile sul sito www.settimanesociali.it e nel volume “Il lavoro che vogliamo: ‘libero, creativo, partecipativo e solidale’ (EG 192)”.

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Ancora lontana l’Europa al femminile. Poche donne nelle istituzioni politiche

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 15:31

È ancora sottorappresentato l’universo femminile nelle istituzioni politiche. Ciò vale sia a livello locale (solo il 15% dei sindaci di tutti i Paesi Ue è donna) sia sulle scene nazionali (nei parlamenti e nei governi degli Stati membri le donne sono il 30%, secondo le cifre Eurostat diffuse il 6 marzo, con fortissime differenze nazionali). E le istituzioni europee non fanno eccezione: il 36,1% dei deputati al Parlamento europeo è donna; in Commissione, su 28 posti solo 9 sono occupati da donne. In vista dell’8 marzo sono previste numerose iniziative, negli Stati membri e a Bruxelles, attorno al tema: “Il potere delle donne in politica”. Un segnale verso le elezioni del 23-26 maggio?

La situazione all’Eurocamera. Al Parlamento europeo, dunque, le donne sono poco più di un terzo. Il gruppo politico più “rosa” è la Sinistra unitaria europea (Gue/Ngl) con il 51,9% di donne; tra i Liberali e democratici per l’Europa (Alde) ce ne sono il 45,6%, i Socialdemocratici hanno il 44,0% di deputate, i Verdi 40,4%, il Gruppo Europa della libertà e democrazia diretta (Efdd) 39,0%, Europa delle nazioni e delle libertà (Enf) 29,7%; sono donne il 28,6% dei deputati del Partito popolare, il 22,7% dei Conservatori e riformisti europei (Ecr) e tra i “Non iscritti” (Ni) 18,2% sono donne. Sono dati che emergono da uno studio interno realizzato dal Parlamento europeo in vista della Giornata internazionale della donna. Se si guarda invece alla rappresentanza per Paese, batte tutti la Finlandia, che nella sua delegazione ha il 76,9% di donne. Sono attorno alla parità Irlanda e Croazia (entrambe con il 54,5% di donne), ma anche Malta e Svezia (50%), la Spagna è quasi arrivata al “fifty fifty” (48,1%). Tra gli eurodeputati francesi il 43,2% è donna; Austria, Regno Unito, Paesi Bassi e Italia sono intorno al 38%. Sopra la media del 36,1% sono ancora la Lettonia, la Slovenia e la Germania. Nelle delegazioni di Belgio, Lussemburgo Danimarca, Slovacchia la rappresentanza femminile è tra il 30 e il 34%. Nella fascia tra il 20 e il 30 per cento si collocano le delegazioni di Portogallo Romania, Polonia, Repubblica ceca, Grecia. Chiudono la classifica l’Ungheria, che ha portato in emiciclo una delegazione che ha solo il 19% di donne, la Lituania (18,2%) la Bulgaria (17,6%) Cipro e l’Estonia (entrambe al 16,7%).

Elezioni e “quote di genere”. Saranno 11 gli Stati europei che per le elezioni di maggio avranno “quote di genere”, vale a dire imporranno che le liste elettorali siano bilanciate tra rappresentanza maschile e femminile. Per la tornata del 2014 le quote vigevano già in 8 Paesi: Belgio e Francia, che avevano imposto la parità di rappresentanza; Slovenia e Spagna con la soglia del 40%; il Portogallo con la proporzione del 33%, Polonia il 35% e Romania, con la regola “le liste non possono essere tutte di persone dello stesso sesso”. A questi si aggiungeranno per il voto del 2019 Grecia (che ha imposto il 33%), Lussemburgo con il 50% e sanzioni pecuniarie per chi non la rispetta. Anche l’Italia imporrà liste di parità (candidati dello stesso sesso non possono superare la metà dei candidati della lista) e i primi due candidati non dovranno essere dello stesso sesso. Sempre in Italia già nel 2014 valeva la regola per cui i voti di seconda e terza preferenza non vengono conteggiati se gli elettori hanno scelto solo candidati di un genere. Secondo informazioni raccolte dal Parlamento europeo, negli Stati membri che non impongono una quota di genere, i partiti “a volte introducono volontariamente quote per la scelta dei candidati”: l’aumentare “progressivamente la rappresentanza delle donne è talvolta considerato più efficace della corsia preferenziale delle quote legislative di genere”. Lo dimostrerebbero i casi della Svezia, Danimarca e Paesi Bassi che hanno molte donne in parlamento nonostante non applichino quote.


Eventi in calendario.
In vista delle elezioni europee, eurodeputati e parlamentari nazionali discuteranno del “potere delle donne in politica” durante una riunione della commissione interparlamentare fissata giovedì 7 marzo, alla vigilia della Giornata internazionale della donna. Saranno presenti nella sede dell’Euroassemblea a Bruxelles (ore 9-12.30), oltre agli eurodeputati, una ventina di deputati provenienti da 15 parlamenti nazionali dell’Ue. Il programma prevede un discorso di apertura del presidente del gruppo ad alto livello sull’uguaglianza di genere e la diversità Dimitrios Papadimoulis, un intervento del Presidente della Croazia, Kolinda Grabar-Kitarović, e un discorso di benvenuto del commissario per la parità di genere Vera Jourová. La conferenza si dividerà quindi in due dibattiti: “Il vero potere delle donne in politica e come potenziarlo”; “Giovani donne in politica”. Le conclusioni saranno affidate a Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue per la politica estera, e al vicepresidente della commissione per i diritti della donna, João Pimenta Lopes.

Commissione Ue: solo 9 dei 28 commissari sono donne

“Prime cittadine” a Bruxelles. Sempre giovedì 7 marzo il commissario per la politica regionale Corina Cretu ospiterà una tavola rotonda sull’uguaglianza di genere nelle città. “Le donne rappresentano solo il 15% di tutti i sindaci dell’Unione”, spiega una nota dell’esecutivo. “Consentire alle donne di ricoprire cariche pubbliche può mettere in discussione le dinamiche di potere che perpetuano la disuguaglianza di genere e può infine migliorare la vita quotidiana dei cittadini”. La tavola rotonda, che si svolgerà nell’edificio Berlaymont sede della Commissione a Bruxelles, si concentrerà “sui modi per garantire l’uguaglianza di genere a livello locale”. Fra gli interlocutori figurano Yordanka Asenova Fandakova, sindaco di Sofia (Bulgaria), Marie-Louise Rönnmark, sindaco di Umea (Svezia), Marta Mazurek, consigliere comunale di Poznań (Polonia), Maria Stratigaki, vicesindaco di Atene (Grecia), Geneviève Letourneux, vicepresidente della metropoli di Rennes (Francia), Barbara Hackenschmidt, membro del parlamento regionale del Brandeburgo (Germania), Ibon Uribe, sindaco di Galdakao (Spagna), Sirpa Hertell, consigliere comunale di Espoo (Finlandia). Le discussioni si concentreranno in particolare sulle “pratiche innovative di equità urbana e governance e su come le città possono prendere l’iniziativa per sostenere l’uguaglianza di genere”.

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Sgombero della tendopoli di San Ferdinando: le ruspe abbattono le baracche. Migranti trasferiti

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 15:31

Quelle baracche, di cui ora rimane il fragile solco sulla nuda terra, non potevano essere il sogno di nessuno. Troppa precarietà, troppa poca dignità per i migranti che le abitavano. “Ogni tendopoli è una soluzione temporanea” dice don Cecè Alampi, il diacono della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi che da sempre è a fianco dei giovani che abitano nel ghetto di San Ferdinando.

Le ruspe, all’ultima alba della vecchia tendopoli, nel cuore della zona industriale del paese reggino, fanno rumore. Soprattutto, distruggono, e ogni distruzione, anche quella di un ghetto, porta un pizzico di tristezza. Come quella che si legge sul volto di chi ogni giorno – da volontario – vive con i migranti. “Dove andranno ora?”, ci si chiede.

Per il giorno dello sgombero, su San Ferdinando si sono accese le luci dei riflettori. Oltre 900 gli uomini delle Forze dell’ordine impegnati nelle operazioni, che proseguiranno anche nei prossimi giorni. I migranti sono lì, in attesa di conoscere la loro sorte. Anche i numeri sulle presenze sono ballerine. C’è chi dice ce ne fossero oltre 1.500, chi, invece, come il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, fissa la quota dei presenti in 600-700.

Quando arriviamo, la fila degli aventi diritto alla protezione umanitaria – secondo il recente cosiddetto Pacchetto Sicurezza – sono in fila per fare il proprio ingresso alla nuova tendopoli, quella edificata come risposta temporanea alle diverse emergenze della baraccopoli, e che probabilmente ora sarà ampliata con nuove tende. La precarietà, negli ultimi 18 mesi, ha portato alla morte di tre giovani. Nel loro piccolo “trasloco”, “alcuni volevano portare con sé anche il mobilio usato nelle vecchie baracche, ma non è stato possibile”, racconta Alampi.

Qui, a San Ferdinando, a due passi dal mare e dal discusso Porto di Gioia Tauro, il sole picchia forte.

I migranti arrivano in Calabria e nel reggino per lavorare. È quello che desiderano, anche se non alle condizioni a cui attualmente sono sottoposti. Per pochi spiccioli al giorno, a servizio di padroni delle campagne circostanti. “Molti stanno andando via anche perché la campagna agrumicola si è conclusa e tanti migranti stavano qui soltanto per un alloggio di fortuna, ma andavano a lavorare altrove”, assicura il prefetto Michele Di Bari. Al di là di chi ha lasciato l’area spontaneamente negli ultimi giorni, coloro i quali non hanno titolo per rimanere nella nuova tendopoli sono in via di trasferimento nei centri di accoglienza nella Regione. Al gazebo della “Polizia Immigrazione” si fa la conta dei posti nei Cas e negli Spraar. Dodici i pullman sull’area esterna della tendopoli, pronti a trasferire i migranti. Valigia e bustoni in mano, sono pronti a lasciare San Ferdinando, ma con tanti dubbi. Non conoscono la loro sorte, né come potranno fare per sbarcare il lunario, in una terra, quella di Calabria, che soffre troppo la mancanza di lavoro.

Mamma e figlio, nigeriani, sono sul ciglio della stradina, che di solito percorrono in bicicletta, e ora è occupata da decine di pattuglie. Due ore dopo piangono, all’ombra di una di esse.

Altri quasi “contrattano” con i responsabili dello sgombero perché vengano rispettati i loro diritti. C’è chi chiede disperatamente un “passaggio alla stazione dei treni”. Parla di “umanizzazione e legalità” come effetto dello sgombero, il prefetto, gli fa eco il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, che auspica “soluzioni che diano dignità ai migranti sul territorio”. Le autorità per ora assicurano che non sono già sorte nuove tende a poche centinaia di metri, anche se a molti il rischio appare alto. Intanto, le ruspe sradicano letteralmente canne di bambù, teloni, lamiere. Le baracche consegnano alla luce del sole – che ha ormai prosciugato tutte le pozzanghere – vesti stracciate, scarponi invernali, utensili da cucina. Tutto diventa un cumulo di macerie. Ma quel ghetto non aveva proprio nulla di dignitoso.

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