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Venezuela, i vescovi chiedono “un cambiamento politico” per “andare a elezioni chiare e trasparenti”

Agenzia SIR - Tue, 05/02/2019 - 09:52

“Siamo compañeros de camino!”. È una Chiesa che vuole camminare insieme, a fianco del suo popolo, quella venezuelana, in giorni così particolari e intensi della sua storia, come il Papa aveva chiesto qualche mese fa durante la visita ad limina dei vescovi in Vaticano. A scandire queste parole è mons. José Trinidad Fernández, vescovo ausiliare di Caracas e segretario generale della Conferenza episcopale venezuelana (Cev). Contattato dal Sir, al termine della conferenza stampa attraverso la quale la Chiesa venezuelana si è nuovamente espressa sulla situazione del Paese a 48 ore di distanza dalle oceaniche manifestazioni pubbliche di sabato scorso, il vescovo ribadisce la richiesta che coincide con quella della maggior parte della popolazione: “Serve un cambiamento politico, il popolo lo chiede, per andare a elezioni chiare e trasparenti”. Mons. Fernández aveva partecipato, pochi minuti prima, alla conferenza stampa per la presentazione di un comunicato della Conferenza episcopale venezuelana (Cev), della Conferenza dei religiosi e delle religiose (Conver) e del Consiglio nazionale dei laici del Venezuela (Cnl). Il documento è firmato dal presidente della Cev, mons. José Luis Azuaje Ayala, arcivescovo di Maracaibo (assente giustificato alla presentazione perché impegnato in Honduras con l’Assemblea delle Caritas latinoamericane), dal presidente della Conver, il salesiano Francisco Méndez, e dalla presidente del Cnl, María Elena Febres-Cordero Briceño.

Chiesa compatta con il suo popolo. Si legge nella nota: “Sperimentiamo, in tutte le comunità nelle quali prestiamo servizio, e in tutto il contesto nazionale, una situazione dolorosa di ingiustizia e sofferenza per la carenza di ciò che è necessario per una vita degna e produttiva, e per la mancanza di difesa di fronte alla giustizia.

Tutto questo ha generato, con determinazione e speranza, la ricerca di un cambiamento politico attraverso un processo di transizione pacifica e trasparente, che porti a elezioni libere e legittime, per riprendere la direzione della democrazia e giungere al ripristino dello Stato di diritto, alla ricostruzione del tessuto sociale, della produzione economica e della morale nel Paese, nel re-incontro di tutti i venezuelani”. 

Parole che vengono, naturalmente, confermate da mons. Fernández, il quale evidenzia anche l’importanza di un pronunciamento compatto di vescovi, religiosi, laici: “Un comunicato congiunto è espressione di una Chiesa sinodale, così come ci chiede Papa Francesco. In questo caso, poi, sentiamo che questa è la posizione di tutto il popolo. Dio ci chiede di interpretare i segni dei tempi ed è quello che cerchiamo di fare”. Prosegue il presule: “Ci ispira anche il recente Messaggio del Papa per la Giornata della Pace, nel quale si parla dell’esigenza di una buona politica a servizio della pace. E quello che cerchiamo di fare in questo momento, nel quale il tessuto sociale va riorganizzato. Non vogliamo più vedere persone detenute arbitrariamente, bambini cercare cibo nell’immondizia”.

No a spargimenti di sangue.La parola “pace” ricorre spesso, nella conversazione con mons. Fernández, proprio nelle ore in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a non escludere una soluzione militare:

“Siamo in costante contatto con il Vaticano, con il Papa, con il Segretario di Stato, card. Pietro Parolin e con il nunzio, mons. Aldo Giordano. Sappiamo che il Papa è molto preoccupato che ci sia spargimento di sangue.

Non vogliamo che questa cosa accada, per nessuna ragione al mondo. Sappiamo che quella venezuelana è gente pacifica, serve una soluzione negoziata e pacifica, che rispetti tutti. Vale particolarmente in questo momento il comandamento ‘non uccidere’ e questo dev’essere un processo di pace, non di guerra”. Al tempo stesso, le azioni di Maduro, compresa la lettera scritta al Papa, della quale ha parlato ieri il Segretario di Stato Vaticano, sembrano azioni “per guadagnare tempo”. Certo, “la richiesta di dialogo è la nostra e lo abbiamo ribadito tante volte nei nostri pronunciamenti. Un dialogo che deve portare a quella transizione pacifica e a quel cambiamento politico che il popolo sta chiedendo”. Oltre a questo, la Chiesa venezuelana continua a segnalare la situazione drammatica della popolazione, la mancanza di cibo e medicine, “è fondamentale aprire il Paese agli aiuti umanitari, siamo in una situazione drammatica, inaudita, i bimbi sono denutriti e mancano i farmaci di base, quelli più comuni”.

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Venezuela, bishops call for “political change” leading to “credible and transparent elections”

Agenzia SIR - Tue, 05/02/2019 - 09:52

“We are fellow travellers!”. The Venezuelan Church wants to walk together, alongside its people, during these special and intense days of its history, as the Pope had asked a few months ago during the ad limina visit of the bishops at the Vatican. These are the words of Msgr. José Trinidad Fernández, auxiliary bishop of Caracas and secretary general of the Venezuelan Bishops’ Conference (CEV). SIR contacted Mgr. Fernández at the end of the press conference where the Venezuelan Church once again spoke out on the situation of the country 48 hours after last Saturday’s massive demonstrations. The bishop has renewed the appeal shared with most of the population: “The people are asking for political change, we need to go to credible and transparent elections”. Just a few minutes before, Msgr Fernández had taken part in the press conference for the presentation of a communiqué of the Venezuelan Episcopal Conference (CEV), of the Conference of the Religious (CONVER) and of the National Council of Laity of Venezuela (CNL). The document is signed by the president of CEV, Msgr. José Luis Azuaje Ayala, archbishop of Maracaibo (currently attending the Latin American Caritas Assembly in Honduras – justified reason for his absence), by the president of CONVER, the Salesian Father Francisco Méndez, and by the president of NLL, María Elena Febres-Cordero Briceño.

The Church stands alongside its people. “In all the communities in which we serve, and throughout the Country, we have witnessed a terrible situation of injustice and suffering due to the lack of the basic necessities for a worthy and productive life, and the lack of defense in the face of injustice”, the note reads.

“All this has generated, with determination and hope, the search for political change through a peaceful and transparent transition process leading to free and legitimate elections, to the return of a democratic direction and the restoration of the rule of law, to the reconstruction of the social fabric, of economic production and of high spirits in the country, in the coming together of all Venezuelans”.

Naturally, the words are confirmed by Msgr. Fernández, who also underlines the importance of a unified pronouncement of bishops, the faithful and lay people: “A joint communiqué is the expression of a Synodal Church, as Pope Francis has asked us. In this case, we feel that it is the stance of all the people. God asks us to interpret the signs of the times and that is what we try to do”. The prelate continues: “We are also inspired by the recent Message of the Pope for the Day of Peace, which speaks of the need for good politics in the service of peace. That is what we are trying to do right now, in a time there the social fabric needs to be reorganized. We do not want to see people arbitrarily detained, children looking for food in the garbage”.

There must be no bloodshed. In the conversation with Msgr. Fernández the word “peace” is repeatedly mentioned, at a time when US President Donald Trump has yet to rule out military intervention:

“We are in constant contact with the Vatican, with the Pope, with the Secretary of State, Card. Pietro Parolin and with the nuncio, Msgr Aldo Giordano. We know that the Pope is very worried about bloodshed”.

Under no circumstance would we want this to happen. We know that the Venezuelan people are peaceful people, and we need a negotiated, peaceful solution that respects all parties. The commandment ‘thou shalt not kill’ is particularly relevant at this time, and this must be a process of peace, not war”. At the same time, Maduro’s actions, including his letter to the Pope mentioned yesterday by the Vatican Secretary of Vatican, seem like attempts to “buy time.” Of course, “the call for dialogue is ours, and we have stated it many times in our statements. This dialogue must lead to a peaceful transition and to the political change that the people are asking for”. In addition, the Venezuelan Church continues to report on the dramatic situation of the population and the lack of food and medicine: “it is essential to open the Country to humanitarian aid, the situation we are in is dramatic and unheard of; children are starving and we are lacking basic medicines”.

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Safer Internet Day 2019: essere umani vuol dire anche essere digitali

Agenzia SIR - Tue, 05/02/2019 - 08:34

Non esiste paese al mondo privo di una connessione alla rete. Ci saranno certamente diverse modalità di utilizzo, apparecchiature obsolete o futuribili, censure nazionalistiche o accessi super aperti, ma è innegabile che una delle poche variabili che accomuna l’umanità, sia essa agiata o povera, colta o analfabeta, giovane o adulta, sia proprio internet. Si tratta di un processo così incarnato nella vita delle persone, che, per essere spiegato, esige una (mai scontata) presa di coscienza interpretativa: internet non è uno strumento e non riflette la neutralità tipica di un artefatto tecnologico. È qualcosa di più: struttura le nostre esistenze, offre nuove opportunità di azione, modula le nostre scelte, orienta i nostri sentimenti. In una sola espressione, internet siamo noi.

Le logiche del digitale, infatti, destrutturano il tradizionale legame tra persona e tecnologia. In un certo senso lo normalizzano, determinando un avvicinamento mai visto prima. Essere umani, infatti, vuol dire anche essere digitali. E viceversa. Questa sorta di linea continua non è però sempre compresa e percorsa.

Sovente il web è visto come il demone di turno, come un fattore di contaminazione culturale, come uno spazio oscuro da cui stare lontani. Nonostante i numerosi tentativi di concepirlo come qualcosa di positivo, questo approccio (sbilanciato sugli aspetti negativi) non è, però, del tutto condannabile. Fenomeni come cyberbullismo, pedopornografia online, fake news, hate speech, non sono (sempre) leggende metropolitane o forzature giornalistiche, ma rappresentano quella zona franca del nostro comportamento online che possiamo definire “deviato”. E che necessità di un intervento educativo integrale che oltrepassi la semplice istruzione ai tecnicismi e agisca su quelle categorie, spesso trascurate, che qualificano l’uomo come persona in relazione autentica e rispettosa dell’altro. Anche per questo oggi, 5 febbraio, si celebra il Safer Internet Day, il consueto evento internazionale organizzato con il contributo della Commissione europea e finalizzato a promuovere un uso consapevole della rete e a prevenire e gestire i rischi a essa collegati.

Si tratta di un giorno in cui scuole, istituzioni, associazioni, organismi di vigilanza, genitori e semplici cittadini riflettono “insieme” sui pericoli e sulle potenzialità di internet per contribuire a renderlo “migliore”.

Non a caso il titolo della giornata di quest’anno (Together for a better internet) esplicita al meglio il ruolo attivo e responsabile di ciascuno, nel rendere i territori digitali luoghi positivi e sicuri. Anche la Chiesa cattolica, nelle sue diverse espressioni, ormai da tempo, si interroga su questa esigenza “migliorativa”. E lo fa non cedendo a facili moralismi o a rifiuti deresposanbilizzanti, ma mettendosi in gioco e assumendo un ruolo da protagonista. Anzitutto attraverso il Magistero ecclesiale che non manca, ormai da diversi anni, di porre l’accento sulla realtà digitale.

Ne sono dimostrazione, ad esempio, l’enciclica Laudato si’, nella quale Papa Francesco ci mette in guardia da quello che definisce “un dannoso isolamento” dovuto a uno distorto delle tecnologie. O il recente Sinodo, il cui documento finale evidenzia come web e social network siano occasioni “per raggiungere e coinvolgere i giovani, anche in iniziative e attività pastorali”. Ma è l’ultimo Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali a compiere un ulteriore passo in avanti. Il Pontefice, infatti, ci aiuta a passare dalla diagnosi alla terapia, condividendo alcuni modelli di “better internet”. Tra questi, quello della “comunità ecclesiale [che] coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme”. Ed è così che l’essere digitale diventa “essere in comunione”, “dove l’unione non si fonda sui ‘like’, ma sulla verità, sull’‘amen’, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri”.

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La Scrittura, maestra d’ascesi (Matta el Meskin)

Natidallospirito.com - Tue, 05/02/2019 - 07:28

Le Sacre Scritture danno a tutta la vita cristiana uno stampo ascetico in considerazione del fatto che, accogliendo la fede cristiana, si diventa automaticamente soldati di Gesù Cristo con tutti i diritti e i doveri che spettano ai soldati. L’annuncio della fede in Cristo è, esso stesso, un annuncio di guerra a satana perché Cristo è venuto a distruggere le opere di satana, “Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8), e per salvare i prigionieri del suo potere di tenebre: “Per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati” (At 26,18).

Il primo a entrare in guerra è stato Cristo e lo ha fatto in molte occasioni: alcune le conosciamo, altre le ignoriamo. Ma la battaglia più importante è certamente quella della Croce nella quale Cristo ha vinto e sconfitto l’avversario poiché ha fatto del suo corpo un sacrificio che porta tutti i peccati del mondo. Satana ha cercato di contraffare la questione della morte senza sapere che con la morte di Cristo il peccato è stato tolto e così gli è stato strappato di mano l’atto d’accusa che aveva contro il mondo e gli uomini e non c’è più luogo a procedere: “Annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo (sulla croce)” (Col 2,14-15).

Cristo ha vinto satana e satana è divenuto avversario di ogni cristiano. Chi crede in Cristo e ottiene il mistero della Croce e del corpo santo, diviene avversario di satana sconfitto da Cristo. Nonostante, però, siamo stati liberati dal potere di satana e abbiamo ottenuto, mediante il Corpo santo, la caparra della vittoria e del trionfo su di lui, le Scritture ci dicono che satana ha ancora la possibilità di dominare mediante il peccato e mediante la nostra carne che è morta al peccato per mezzo della Croce e che Cristo ha liberato dai peccati passati per mezzo del perdono del suo sangue. Egli può quindi di nuovo sottometterci al suo potere se noi obbediamo al suo consiglio e abbandoniamo Cristo: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri… Il peccato infatti non dominerà su di voi” (Rm 6,11-14).

Matta el Meskin
tratto da Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi al-Natrun 2017, pp. 83-84

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Documento firmato dal Papa e dal Grande Imam. Yahya Pallavicini (Coreis): “D’ora in poi lo spazio per l’ambiguità è finito”

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 22:45

Un Documento “storico” di “grande ispirazione e concretezza”. Un testo di riferimento che definisce principi di libertà e diritti. Una Dichiarazione dal “peso enorme” perché toglie ogni possibilità futura di altre interpretazioni e ambiguità. Con una certa “emozione” (confida), da Abu Dhabi, l’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis italiana, commenta al Sir il “Documento sulla fratellanza umana” che Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Muhammad Ahmad al-Tayyib, hanno firmato insieme. Un impegno solenne che i due leader religiosi hanno sottoscritto al termine della “Global Conference of Human Fraternity”, che dal 3 al 5 febbraio ha riunito 700 capi religiosi di tutto il mondo. Nel ribadire l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, il Documento affronta punto per punto i nodi nevralgici della convivenza pacifica e del dialogo tra le religioni. Temi chiave, che per secoli hanno provocato sofferenze e ingiustizie, come la libertà di credo; la protezione dei luoghi di culto (templi, chiese e moschee); la condanna del terrorismo; il concetto di “piena cittadinanza” e la rinuncia all’uso discriminatorio del termine minoranze; i diritti delle donne.

Pallavicini, partiamo dal punto sulla libertà. Il Documento condanna il fatto di costringere “la gente ad aderire a una certa religione o a uno stile di civiltà che gli altri non accettano”. Un punto delicato, purtroppo disatteso in molte parti del pianeta. Cosa cambierà in futuro?
È un punto fondamentale, perché restituisce da religiosi il valore sacro della libertà e la comune adesione di musulmani e cristiani all’affermazione che in virtù della libertà non è assolutamente possibile violare la libertà altrui. La libertà è un diritto di ogni essere umano che va rispettato in quanto credenti e in quanto buoni cittadini. È uno dei punti fondamentali, per cui d’ora in poi

non c’è più alcuna possibilità di barattare o di opprimere la libertà dell’altro. La si deve rispettare.

Altro punto toccato dal Documento è la condanna al terrorismo. Quanto pesano la voce di Francesco e quella del Grande Imam di Al-Azhar, soprattutto, nel mondo arabo?
Questo punto suggella dichiarazioni costanti di Papa Francesco e dichiarazioni che anche al-Tayyib e altre autorità islamiche del mondo hanno fatto nel corso di questi anni. Però qui lo fanno insieme. Sottoscrivendo un Documento congiunto, si chiude definitivamente qualsiasi possibilità di confusione dove uno possa in nome di un Dio o in nome di una presunta religione organizzare una criminalità violenta a discapito della vita di un popolo o di una persona. Per noi credenti era scontato, però è stato necessario sancirlo con una incisività che non ho mai visto prima.

D’ora in poi non c’è più spazio per qualsiasi mistificazione della religione o divinità che possa legittimare una violenza.

Quanto la voce di Papa Francesco e dello sceicco al-Tayyib sono ascoltate, in un contesto arabo e su temi come la libertà religiosa, la protezione dei luoghi di culto, il diritto delle donne e la condanna al terrorismo?

C’è una speranza forte e la prima ragione che ci spinge a sperare è regionale.

È rilevante che la Conferenza e questa Dichiarazione siano state fatte negli Emirati Arabi Uniti, alla presenza di rappresentanze religiose di tutto il mondo arabo e dello sceicco di al-Azhar che è la massima autorità sunnita e anche un’autorità in Egitto. È rilevante il fatto che nella regione medio-orientale araba, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno vissuto in modi differenti l’illusione e la manipolazione dell’Islam politico fondamentalista e ne hanno preso radicalmente le distanze, condannando qualsiasi strumentalizzazione dei movimenti fondamentalisti o, addirittura, del terrorismo di al-Qaeda e del sedicente Califfato.

Il Documento tocca anche la questione della cittadinanza e delle minoranze. Pallavicini, possiamo sperare per una vita migliore per i cristiani che vivono in Medio Oriente?
Questo Documento è una dichiarazione pubblica, anche mediaticamente sostenuta. Se un politico o un governatore dovesse scivolare o discriminare in maniera disonesta una minoranza cristiana, di fatto sarà evidente a tutti che tradisce questo Documento. Tra l’altro vorrei sottolineare come il Documento in realtà chieda di rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze perché – si legge – porta con sé “i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità”. Si è quindi posto un argine.

Nessuno potrà più dire che la sua è un’interpretazione dell’Islam o una necessità politica nazionale. Da oggi, è sancito un principio condiviso da tutti.

Insomma, lei sta dicendo che da oggi non ci potrà più essere alcuna legittimazione a qualsiasi forma di discriminazione e sopruso della libertà individuali?

Diciamo che da adesso in poi lo spazio per l’ambiguità è finito.

Non c’è più possibilità di essere ambigui. Come ha detto Papa Francesco, qui si parla di “alterità”. Significa che dobbiamo rispettare l’altro nella sua diversità, camminare insieme uniti e scoprire che l’altro – sebbene usi una grammatica diversa e un metro d’interpretazione diverso – mi è fratello. Chi dovesse manipolare o disattendere questi principi, significa che vuole fare il furbo e cavalcare l’ambiguità di prima.

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Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 19:29

PREFAZIONE

La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere.

Partendo da questo valore trascendente, in diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, abbiamo condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi.

Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo «Documento sulla Fratellanza Umana». Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli.

 

DOCUMENTO

In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace.

In nome dell’innocente anima umana che Dio ha proibito di uccidere, affermando che chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso tutta l’umanità e chiunque ne salva una è come se avesse salvato l’umanità intera.

In nome dei poveri, dei miseri, dei bisognosi e degli emarginati che Dio ha comandato di soccorrere come un dovere richiesto a tutti gli uomini e in particolar modo a ogni uomo facoltoso e benestante.

In nome degli orfani, delle vedove, dei rifugiati e degli esiliati dalle loro dimore e dai loro paesi; di tutte le vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie; dei deboli, di quanti vivono nella paura, dei prigionieri di guerra e dei torturati in qualsiasi parte del mondo, senza distinzione alcuna.

In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.

In nome della «fratellanza umana» che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali.

In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini.

In nome della libertà, che Dio ha donato a tutti gli esseri umani, creandoli liberi e distinguendoli con essa.

In nome della giustizia e della misericordia, fondamenti della prosperità e cardini della fede.

In nome di tutte le persone di buona volontà, presenti in ogni angolo della terra.

In nome di Dio e di tutto questo, Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –, dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio.

Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive.

Ci rivolgiamo agli intellettuali, ai filosofi, agli uomini di religione, agli artisti, agli operatori dei media e agli uomini di cultura in ogni parte del mondo, affinché riscoprano i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque.

Questa Dichiarazione, partendo da una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea, apprezzando i suoi successi e vivendo i suoi dolori, le sue sciagure e calamità, crede fermamente che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti.

Noi, pur riconoscendo i passi positivi che la nostra civiltà moderna ha compiuto nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria e del benessere, in particolare nei Paesi sviluppati, sottolineiamo che, insieme a tali progressi storici, grandi e apprezzati, si verifica un deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione, conducendo molti a cadere o nel vortice dell’estremismo ateo e agnostico, oppure nell’integralismo religioso, nell’estremismo e nel fondamentalismo cieco, portando così altre persone ad arrendersi a forme di dipendenza e di autodistruzione individuale e collettiva.

La storia afferma che l’estremismo religioso e nazionale e l’intolleranza hanno prodotto nel mondo, sia in Occidente sia in Oriente, ciò che potrebbe essere chiamato i segnali di una «terza guerra mondiale a pezzi», segnali che, in varie parti del mondo e in diverse condizioni tragiche, hanno iniziato a mostrare il loro volto crudele; situazioni di cui non si conosce con precisione quante vittime, vedove e orfani abbiano prodotto. Inoltre, ci sono altre zone che si preparano a diventare teatro di nuovi conflitti, dove nascono focolai di tensione e si accumulano armi e munizioni, in una situazione mondiale dominata dall’incertezza, dalla delusione e dalla paura del futuro e controllata dagli interessi economici miopi.

Affermiamo altresì che le forti crisi politiche, l’ingiustizia e la mancanza di una distribuzione equa delle risorse naturali – delle quali beneficia solo una minoranza di ricchi, a discapito della maggioranza dei popoli della terra – hanno generato, e continuano a farlo, enormi quantità di malati, di bisognosi e di morti, provocando crisi letali di cui sono vittime diversi paesi, nonostante le ricchezze naturali e le risorse delle giovani generazioni che li caratterizzano. Nei confronti di tali crisi che portano a morire di fame milioni di bambini, già ridotti a scheletri umani – a motivo della povertà e della fame –, regna un silenzio internazionale inaccettabile.

È evidente a questo proposito quanto sia essenziale la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e dell’umanità, per dare alla luce dei figli, allevarli, educarli, fornire loro una solida morale e la protezione familiare. Attaccare l’istituzione familiare, disprezzandola o dubitando dell’importanza del suo ruolo, rappresenta uno dei mali più pericolosi della nostra epoca.

Attestiamo anche l’importanza del risveglio del senso religioso e della necessità di rianimarlo nei cuori delle nuove generazioni, tramite l’educazione sana e l’adesione ai valori morali e ai giusti insegnamenti religiosi, per fronteggiare le tendenze individualistiche, egoistiche, conflittuali, il radicalismo e l’estremismo cieco in tutte le sue forme e manifestazioni.

Il primo e più importante obiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarLo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo. Un dono che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento, anzi, tutti devono preservare tale dono della vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale. Perciò condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo.

Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente.

Questo Documento, in accordo con i precedenti Documenti Internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, attesta quanto segue:

– La forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune; a ristabilire la saggezza, la giustizia e la carità e a risvegliare il senso della religiosità tra i giovani, per difendere le nuove generazioni dal dominio del pensiero materialistico, dal pericolo delle politiche dell’avidità del guadagno smodato e dell’indifferenza, basate sulla legge della forza e non sulla forza della legge.

– La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano.

– La giustizia basata sulla misericordia è la via da percorrere per raggiungere una vita dignitosa alla quale ha diritto ogni essere umano.

– Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano.

– Il dialogo tra i credenti significa incontrarsi nell’enorme spazio dei valori spirituali, umani e sociali comuni, e investire ciò nella diffusione delle più alte virtù morali, sollecitate dalle religioni; significa anche evitare le inutili discussioni.

– La protezione dei luoghi di culto – templi, chiese e moschee – è un dovere garantito dalle religioni, dai valori umani, dalle leggi e dalle convenzioni internazionali. Ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale.

– Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; per questo è necessario interrompere il sostegno ai movimenti terroristici attraverso il rifornimento di denaro, di armi, di piani o giustificazioni e anche la copertura mediatica, e considerare tutto ciò come crimini internazionali che minacciano la sicurezza e la pace mondiale. Occorre condannare un tale terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni.

– Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli.

– Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture. L’Occidente potrebbe trovare nella civiltà dell’Oriente rimedi per alcune sue malattie spirituali e religiose causate dal dominio del materialismo. E l’Oriente potrebbe trovare nella civiltà dell’Occidente tanti elementi che possono aiutarlo a salvarsi dalla debolezza, dalla divisione, dal conflitto e dal declino scientifico, tecnico e culturale. È importante prestare attenzione alle differenze religiose, culturali e storiche che sono una componente essenziale nella formazione della personalità, della cultura e della civiltà orientale; ed è importante consolidare i diritti umani generali e comuni, per contribuire a garantire una vita dignitosa per tutti gli uomini in Oriente e in Occidente, evitando l’uso della politica della doppia misura.

– È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. Inoltre, si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti.

– La tutela dei diritti fondamentali dei bambini a crescere in un ambiente familiare, all’alimentazione, all’educazione e all’assistenza è un dovere della famiglia e della società. Tali diritti devono essere garantiti e tutelati, affinché non manchino e non vengano negati a nessun bambino in nessuna parte del mondo. Occorre condannare qualsiasi pratica che violi la dignità dei bambini o i loro diritti. È altresì importante vigilare contro i pericoli a cui essi sono esposti – specialmente nell’ambiente digitale – e considerare come crimine il traffico della loro innocenza e qualsiasi violazione della loro infanzia.

– La protezione dei diritti degli anziani, dei deboli, dei disabili e degli oppressi è un’esigenza religiosa e sociale che dev’essere garantita e protetta attraverso rigorose legislazioni e l’applicazione delle convenzioni internazionali a riguardo.

A tal fine, la Chiesa Cattolica e al-Azhar, attraverso la comune cooperazione, annunciano e promettono di portare questo Documento alle Autorità, ai Leader influenti, agli uomini di religione di tutto il mondo, alle organizzazioni regionali e internazionali competenti, alle organizzazioni della società civile, alle istituzioni religiose e ai leader del pensiero; e di impegnarsi nel diffondere i principi di questa Dichiarazione a tutti i livelli regionali e internazionali, sollecitando a tradurli in politiche, decisioni, testi legislativi, programmi di studio e materiali di comunicazione.

Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi.

In conclusione auspichiamo che:

questa Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà;

sia un appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco; appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni;

sia una testimonianza della grandezza della fede in Dio che unisce i cuori divisi ed eleva l’animo umano;

sia un simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano.

Questo è ciò che speriamo e cerchiamo di realizzare, al fine di raggiungere una pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita.

Abu Dabhi, 4 febbraio 2019

 

Sua Santità
Papa Francesco Grande Imam di Al-Azhar
Ahmad Al-Tayyeb

 

 

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

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Intelligenza artificiale. Comece: “Urgente un quadro etico-giuridico di riferimento”

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 14:39

In una società sempre più complessa e globalizzata, la robotizzazione “trascende i limiti fisici e cognitivi umani nei processi decisionali e di regolazione”, promuove l’obiettivo di “ridurre al minimo i costi di produzione e di manodopera”, riduce i pericoli a cui sono esposti i lavoratori, in particolare “nelle industrie potenzialmente pericolose, così come nella polizia e nell’esercito”. Si apre così la riflessione Robotization of life – Ethics in view of new challenges (“Robotizzazione della vita – L’etica in vista delle nuove sfide”), frutto di un gruppo di lavoro ad hoc sulla robotizzazione istituito dalla Comece e guidato dal professor Antonio Autiero, da oggi on line. Nell’acceso dibattito a livello europeo sull’importanza dell’intelligenza artificiale, la Commissione degli episcopati della Ue scende in campo con un documento che anzitutto delinea la cornice della questione e ricorda come l’impiego di robot aiuti anche “il settore medico riconoscendo e individuando malattie attraverso mezzi rapidi, efficaci e standardizzati, compensi handicap con esoscheletri e protesi, consenta l’esecuzione a distanza di interventi chirurgici con un alto grado di accuratezza e precisione.

Vantaggi innegabili a fronte dei quali gli esperti tuttavia osservano che la robotizzazione si è sviluppata all’interno di

una cultura che non tollera più i limiti della persona umana

quali la riduzione di resistenza fisica e capacità mentali o l’invecchiamento. Si sviluppa insomma nel contesto di una “crisi antropologica” e di messa in discussione dell’identità della persona.

Quale relazione tra scienza ed etica? Si chiedono gli esperti secondo i quali il progresso tecnologico “non deve essere demonizzato o respinto, ma è necessaria un’analisi etica dell’impatto del processo di robotizzazione sull’individuo e sulla società”. Soprattutto di fronte alla tesi di alcuni scienziati e filosofi contemporanei secondo i quali i robot hanno un certo grado di autonomia e, in quanto “soggetti che agiscono” possono essere considerati entro certi limiti “agenti morali” in grado di fare scelte buone o cattive. Il documento evidenzia inoltre che la loro crescente autonomia verrebbe a limitare l’azione umana con un paradosso: più il potere umano sull’ambiente aumenta grazie alle macchine, più gli esseri umani sono privati di azione e controllo con la conseguenza di mettere in discussione la dignità e la centralità della persona umana. “È pertanto necessario – si legge – estendere il principio delle buone relazioni, che in precedenza regolavano l’interazione umana con la natura e altri esseri umani, per includevi i robot”. Ma occorre tenere conto del principio della “creaturalità”: le persone umane, nella loro libertà e nell’imprevedibilità della natura sono creature di Dio; i robot, invece, sono costruiti e programmati dagli umani. Ma soprattutto,

a governare la relazione tra umani e macchine è il primato e la dignità della persona umana, responsabile nel dare ordine e significato al creato.

Il robot non è capace di questo, può solo seguire le procedure per le quali è stato programmato.

Il Parlamento europeo ha di recente approvato una Resolution on Civil Law Rules on Robotics che propone di

attribuire status di “persone elettroniche” ai robot più sofisticati e autonomi,

responsabili di risarcire i danni che potrebbero causare, e raccomanda che la “personalità elettronica” sia applicata ai robot che assumono decisioni autonome o interagiscono con terze parti in modo indipendente, ma per il Gruppo di esperti “la costruzione di uno statuto legale per i robot non è convincente”, e collocarli allo stesso livello delle persone umane “è in contrasto con l’art. 6 della Dichiarazione universale sui diritti umani, che afferma l’uguaglianza di ogni persona davanti alla legge”.

Inoltre, chiedere l’estensione della personalità giuridica ai robot è contrario e pregiudica il vero concetto di responsabilità radicate nella personalità giuridica.

La responsabilità può essere esercitata solo dove esiste la capacità di libertà, e la libertà è ben più dell’autonomia.

Il Gruppo riconosce inoltre che i robot saranno in grado di sostituire buona parte del lavoro umano ma a fronte di innegabili vantaggi, verranno penalizzati i gruppi più vulnerabili della società, i più giovani e i meno scolarizzati. Per questo, si legge nella riflessione, occorre “un rinnovato impegno per la formazione e regolamentazione dell’uso di robot sul posto di lavoro” e un’attenzione da parte dei legislatori affinché venga assicurata la sicurezza del mercato del lavoro; venga rispettato il bene comune e vengano tutelati i diritti dei lavoratori.

Ma la robotica gioca un ruolo importante anche nell’ambito della giustizia sociale: “Il rischio è che le differenze sociali vengono esacerbate, le ingiustizie e le disuguaglianze aumentino, specialmente per i più vulnerabili, e il raggiungimento del bene comune venga frustrato”. Di qui la necessità di promuovere

un ampio e aperto dibattito al quale anche i cristiani devono poter offrire il proprio contributo.

A giudizio egli esperti le sfide dello sviluppo scientifico e tecnologico richiedono una revisione dell’attuale orizzonte di principi, un riesame e una rivalutazione di ciò che prima erano considerate norme “stabilite” di “comportamento e pratica”. Occorre insomma “riconsiderare opzioni e priorità nell’orientare le scelte individuali e sociali, l’investimento di risorse, le opportunità presenti e future”.

Ma il pilastro rimane il primato della persona umana, basato sul riconoscimento della sua dignità.

Essenziali – la tesi degli esperti – “un rispetto equilibrato per gli sviluppi tecnologici” ma anche l’impegno per

coltivare un’etica pubblica e promuovere il bene comune

accompagnando in modo critico, riflessivo e costruttivo questo settore della ricerca e dell’innovazione e i suoi attori e processi. Indispensabile anche

“incoraggiare lo sviluppo di una cultura umanistica che discerna le connessioni tra scienza, tecnologia e aspetti antropologici, culturali ed etici”.

Solo questo approccio multidisciplinare può “aiutare a sfruttare il potenziale di queste innovazioni scientifiche e tecnologiche con modalità che rispettino la dignità umana e promuovano il bene comune”.

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Artificial Intelligence. COMECE: “An ethical and legal framework is urgently needed”

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 14:39

In an ever-more complex and globalised society, robotisation “transcends human physical and cognitive limits in decision-making and regulation processes, with the aim of minimising production and labour costs, reducing the dangers to which workers are exposed, especially in “potentially dangerous industries, as well as policing and the military”. These are the opening words of the reflection entitled Robotisation of life – Ethics in view of new challenges, produced by an ad-hoc working group on robotisation established by COMECE led by Prof. Antonio Autiero, and now available online. The Commission of the Bishops’ Conferences of the European Union chose to join the ongoing lively debate at the European level on the importance of artificial intelligence by publishing a document that first of all puts the question within its proper framing, and reminds us how the use of robots also aids “the medicine sector by recognising and detecting diseases through fast, efficient and standardised means. It also makes possible to offset handicaps (for example, exoskeletons, prostheses etc.), to administer treatments automatically and to carry out surgery with a high degree of accuracy and precision.”

Vis-a-vis these undeniable advantages however, experts note that robotisation has developed within

a culture that no longer tolerates limits of the human person

such as the reduction of physical endurance and mental abilities, or ageing. These developments occur in the context of an “anthropological crisis” and the questioning of personal identity.
The experts ask themselves what is the relationship between science and ethics, and in their view, technological progress “must not be demonised or rejected. What is necessary is a focused ethical analysis of the impact of accelerated and advanced process of robotisation on the individual and society”, all the more so when some contemporary scientists and philosophers have argued that robots have a certain degree of autonomy and, as “acting subjects” can be considered within certain limits “moral agents” able to make good or bad choices. The document also highlights that their growing autonomy would limit human action with a paradox: the more the human power on the environment increases thanks to machines, the more human beings are deprived of action and control, with the consequence of questioning the dignity and centrality of the human person. “It is therefore necessary to extend the principle of good relations, which previously regulated human interaction with nature and other human beings, to include robots”, the document reads. But we must take into account the principle of “creaturality”: human beings, in their freedom and in the unpredictability of nature, are creatures of God; robots, on the other hand, are built and programmed by humans. But above all,

what governs the relationship between humans and machines is the primacy and dignity of the human person, which is responsible for giving order and meaning to creation.

Robots are incapable of this: they can only follow the procedures for which they have been programmed.
The European Parliament has recently passed a Resolution on Civil Law Rules on Robotics

which proposes to give the status of “electronic person” to the most sophisticated and autonomous robots,

making them responsible for the compensation of damages they might cause, recommending that the “electronic personality” be applied to robots that take autonomous decisions or interact with third parties independently. However, according to the expert Group, “the construct of legal status for robots is unconvincing”, and placing them on the same level as human persons is “at odds with Article 6 of the Universal Declaration on Human Rights, which states that «everyone has the right to recognition everywhere as a person before the law».
Furthermore, asking for the extension of the legal personality to robots is contrary and undermines the true concept of responsibility rooted in the legal personality.

Responsibility can only be exercised where the capacity for freedom exists, and freedom means much more than autonomy.

The Group also recognizes that robots will be able to replace a large portion of human work, but as well as these undeniable advantages, the most vulnerable groups in society – the youngest and the least educated – will be penalized. This is why, the reflection states, we need “a renewed commitment to the shaping and regulation of the use of robots in the work place”, that legislators be attentive to assuring the safety of the labour market and that the common good is respected and the rights of workers protected.

Robotics plays an important role within the realm of social justice: the danger is that “existing social differences are being exacerbated, injustices and inequalities are increasing (especially for the most vulnerable) and the attainment of the common good is being frustrated. Hence the need to promote

a broad and open debate to which Christians must also be able to offer their own contribution.

The experts opine that the challenges of scientific and technological development require a revision of the current horizon of principles, a review and a re-evaluation of what were previously considered “established” rules of “behavior and practice”. At the end of the day “humanity needs to reconsider its options and priorities in directing individual and social choices, the investment of resources, as well as present and future opportunities”.

What is of fundamental importance is the primacy of the human person, based on the recognition of their dignity.

According to the experts, “a balanced respect for technological developments” is essential, but also the commitment to cultivate a public ethic and promote the common good accompanying this developing field of research and innovation and its actors and processes in a critically reflective and constructive way. It is also essential to

“encourage the development of a humanistic culture which discerns the connections between science and technology and the anthropological, cultural and ethical aspects”.

Only this multidisciplinary approach can help “harness the potential of such scientific and technological innovations in ways which respect human dignity and promote the common good.”

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Bibbia: ebrei e cristiani leggono insieme i passi più significativi

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 09:54

Il nostro secolo se lascerà una traccia di dolore e di tanti eventi difficili da comprendere e da decifrare dal punto di vista del sentire umano, sarà ricordato anche per “fatti” che si sarebbero detti, fino a qualche decennio fa, almeno utopici se non irrealmente sognanti.

“La Bibbia dell’Amicizia” è proprio un “fatto”, perché in ebraico davar significa fatto e parola. L’Altissimo si rivelò al popolo prescelto Israele che accettò l’invito e si lasciò caratterizzare dalla Torah, quindi come diverso, distinto dagli altri popoli. Toccò poi ad un ebreo, Jehoshua ben Joseph, rivelarsi come il Messia, Gesù, il Figlio dell’Altissimo, per i cristiani la Torah incarnata.

Le tragiche vicende che si susseguirono inflissero a Israele sventure inenarrabili e quella comunità che, investita dallo Spirito Santo, si riconobbe Chiesa, venne creando un fossato divisorio. Proprio poggiando sulla Torah.

Ora, se il fossato non è ancora colmato, offre le sue sponde per un incontro pensato che si china sulla Torah, in ascolto e in riflessione a più mani: ebrei e cristiani, nella voce di 35 esegeti commentano i passi scelti tra i più significativi della Torah/Pentateuco.

Due curatori, Marco Cassuto Morselli e Giulio Michelini, hanno saputo creare l’alveo in cui sono confluite le diverse tendenze interpretative, così diventa realtà poter leggere la Bibbia insieme.

È stata evitata una trappola molto infida: giungere ad una lettura unificata in cui si ritrovino stemperate le difficoltà e così vengano annullate.

Ammoniscono i curatori: “L’armonia non consiste nell’essere d’accordo su tutto, ma nell’accettare di essere in disaccordo, non essere messi in crisi dalla diversità di vedute e di visioni”.

In apertura due firme d’eccezione: Papa Francesco e il rabbino Abraham Skorka.

“Esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia Ebraica aiutandoci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio.- afferma il vescovo di Roma- Obiettivo comune sarà quello di essere testimoni dell’amore del Padre in tutto il mondo. Per l’ebreo come per il cristiano non v’è dubbio che l’amore verso Dio e verso il prossimo riassume tutti i comandamenti.

Ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune, sul quale fondarsi e continuare a costruire il futuro”.

Il rabbino coglie il segno ancora vivo del passato per slanciarsi in un presente fruttuoso: “Deve essere stato un dialogo fortemente empatico quello che ha spianato la strada per raggiungere questo tempo, nel quale si stampa una Bibbia dell’amicizia.Un dialogo che ha permesso a ognuna delle parti di condividere un riflesso di se stesso nell’altro. Le incomprensioni generalmente emergono a causa delle barriere che gli uni erigono per non vedere la condizione umana dell’altro”.

Alla Presentazione dei curatori, seguono quattro Introduzioni generali rispettivamente firmate da Ambrogio Spreafico, André Chouraqui, Amos Luzzatto, Piero Stefani, Anna Foa.

Si passa poi alle Introduzioni ai Cinque libri: Jack Bemporad e Federico Giuntoli su Bereshit/Genesi; Amedeo Spagnoletto e Jean-Louis Ska su Shemot/Esodo; Joseph Levi/Simone Paganini su Wayyiqra/Levitico; David Meyer/Francesco Cocco su Bamidbar/Numeri; Alexander Rofé/Grazia Papola su Devarim/Deutronomio.

Si sgranano poi i commenti delle pericopi prescelte.

Si introducono così delle nuove posture, già assunte dagli studiosi e da chi è sensibile e attento al dialogo ebraico-cristiano, che devono però affondarsi nel terreno di ogni credente: “Le due letture, ebraica e cristiana, sono irriducibili, e tuttavia, per la Chiesa cattolica ambedue possibili”.

Bisogna essere capaci di accogliere con spirito sgombro da pregiudizi la novità che viene proposta ed allora la riflessione comune sulla Bibbia “potrà avere un impatto non solo sugli aspetti del dialogo ebraico-cristiano, ma anche sulle nostre rispettive comunità, arricchendo la nostra reciproca comprensione”.

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Crisi in Venezuela. P. Infante (Centro Gumilla): “Governo di transizione e nuove elezioni sono l’unica strada”

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 09:40

Sono ore decisive per il futuro del Venezuela. Il potere di Nicolás Maduro è sempre più fragile, ogni ipotesi è aperta, dopo l’oceanica manifestazione di sabato, che in tutto il Paese ha abbondantemente superato la già enorme partecipazione del 23 gennaio. Ma proprio ora, nel momento in cui Maduro non era mai stato così debole, l’unica via d’uscita per il Paese appare quella pacifica, come hanno chiesto Papa Francesco e la Conferenza episcopale. Lo afferma, con forza, una voce molto ascoltata, padre Alfredo Infante, gesuita e direttore della rivista “Sic” del Centro Gumilla, che fin dal 1968 rappresenta la realtà di studio e azione sociale della Compagnia di Gesù in Venezuela: “Una soluzione pacifica e negoziata, che porti a un Governo di transizione e a nuove elezioni, è l’unica strada”.

“Superato” il 23 gennaio. Padre Infante è molto colpito da due elementi della manifestazione di sabato: “Una cosa sorprendente, si è detto che la mobilitazione del 23 gennaio era stata la più grande nella storia del Paese, ma quella di sabato ha avuto una partecipazione di gran lunga maggiore, sia per il numero di partecipanti che per le città coinvolte. E tutto questo nonostante il clima di terrore propagato il 23 gennaio dalle forze di Polizia speciale, con la loro repressione. Al contrario, la manifestazione pro Maduro è stata un fallimento, nella avenida Bolívar di Caracas, con gente fatta arrivare in autobus da tutto il Paese”. Tutto questo significa, secondo il direttore della rivista, che

“la gente ha preso coraggio e che la società – a me non piace chiamare opposizione questo movimento – con la sua mobilitazione sta pienamente legittimando, con la sua forza, la via d’uscita pacifica ed elettorale, aggiungendo questa forza alla legittimità che deriva dalla Costituzione”.

Il secondo elemento che ha sorpreso padre Infante è la “totale mancanza di repressione nella manifestazione di sabato scorso”. Nel web sono apparsi video di poliziotti che fraternizzano con i manifestanti, e questo significa che “sta cambiando l’atteggiamento della Polizia e della Guardia Nazionale”.

Intervento militare sarebbe catastrofico. Cosa succederà ora? Resta in campo l’ipotesi di un intervento militare guidato dagli Stati Uniti, per dare la spallata finale a Maduro. Prospettiva, questa, molto preoccupante: “Ogni intervento armato è un’incognita. In questo caso, il rischio concreto sarebbe quello di passare da un’emergenza umanitaria a una catastrofe umanitaria. Inoltre, il Venezuela è un Paese nel quale la popolazione vive in prevalenza nelle città.

Si rischierebbe una guerra civile prolungata che avrebbe il suo epicentro non nella selva, come è accaduto in Colombia, ma in un contesto urbano.

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Ancora, aumenterebbe l’emigrazione. L’unica soluzione è pacifica, negoziata, per andare a nuove elezioni e garantire quella governabilità di cui il Paese ha urgente bisogno”. Sono pienamente legittime, dunque, “le preoccupazioni espresse da Papa Francesco che ci possa essere un drammatico spargimento di sangue”. Resta chiaro, tuttavia, che “questa soluzione non può che prevedere un Governo di transizione e l’uscita di scena di Maduro”.

Negli aiuti centrale il ruolo della Chiesa. La governabilità è centrale anche per riattivare gli aiuti umanitari. Trump ha già annunciato l’invio di aiuti da parte degli Usa e l’apertura di un centro di distribuzione a Cúcuta. Un intervento che, in realtà, si aggiungerebbe al grandissimo lavoro fatto dalla Chiesa, sia in Venezuela che in Colombia e soprattutto nella città di frontiera. “Sia chiaro – prosegue Infante – in questa situazione ogni aiuto, soprattutto cibo e medicinali, è ben accetto”. Tuttavia. “gli aiuti devono essere pianificati, organizzati da realtà e persone esperte, serve una struttura ben ramificata, in un Paese dove le istituzioni pubbliche sono assenti. Ed è la Chiesa che, fin dall’inizio, ha dato una risposta all’emergenza in ogni angolo del Paese. Al tempo stesso, per un’efficace azione di aiuti, nella situazione in cui siamo, serve anche la collaborazione dello Stato, che oggi non c’è”. Non a caso venerdì scorso il presidente autoproclamato ad interim, Juan Guaidó, ha voluto incontrare la Conferenza episcopale venezuelana, proprio per affrontare questa problematica, Prosegue il direttore della rivista Sic: “Bisogna, insomma, distinguere tra aiuti umanitari, attenzione umanitaria e azione umanitaria. I secondi due punti chiedono organicità nelle risposte e un’azione integrale”.

Speranza, incertezza e terrore. Padre Infante prosegue esprimendo una forte critica sia alle forze di sinistra che, anche in Europa e in Italia, difendono Maduro, sia a settori della “teologia della liberazione” che fanno altrettanto: “Io mi considero un uomo di sinistra, non sto parlando da un ufficio lussuoso, ma da una canonica della zona popolare, nel sudest di Caracas. Sono una persona di strada e vedo la fame e la sofferenza del popolo.

Qui non è questione di destra o di sinistra, ma di un Governo che ha voltato le spalle al popolo, che è aggrappato al suo potere con ogni stratagemma, che viola i diritti umani.

Gli uomini di sinistra che difendono Maduro sono dei sognatori che non conoscono questa realtà e mi fa tanta tristezza quando sento qualche teologo parlare senza conoscere le cose”. Difficile, dunque fare delle previsioni a breve termine: “Percepisco tre sentimenti, che pure sono contrastanti: speranza, incertezza e terrore. La gente percepisce per la prima volta la concreta possibilità di cambiamento, però sappiamo anche che la resistenza di questo Governo non ha limiti. Ma, ne sono convinto, una soluzione c’è se continua questa pressione pacifica”.

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Ending nuclear arms control, USA and Russia withdraw from treaty. Silvestri (IAI): “Europe is now more exposed to a Russian threat”

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 09:06

“Everyone is aware of what the use of nuclear weapons would entail, but mistakes can be made, especially should a war scenario spiral out of control while power is in the hands of a reckless leadership. Stefano Silvestri, scientific advisor of the IAI think-tank (International Business Institute) and editorial director of AffarInternazionali, warns that, following the withdrawal of the United States and Russia from INF, the historic treaty  (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) on nuclear weapons signed on December 8, 1987 by Ronald Reagan and Michail Gorbačëv, “the risk of the military use of nuclear weapons is real and is on the rise”
Why did the USA withdraw from the treaty?
The treaty prohibits land-based missiles with a range between 500 and 5,500 kilometers. Russia tested a cruise missile that exceeds these limits, and the US had raised objections to which Russia did not respond within the 60 days timeframe that had been granted. Thus, ending the treaty became inevitable. Moreover, Russia accuses the US of wanting to turn the anti-missile shield in Poland and Romania – which is also a medium range installation and therefore in violation of the treaty – into a hostile installation.

Trump’s decision follows a well-defined diplomatic line…
The US administration was not keen on the treaty, nor is it fond of arms control treaties or multilateral treaties in general. After leaving the Iranian nuclear agreement  and now ending the treaty with Russia, it remains signatory to the strategic weapons treaty which should be renegotiated in the coming years.

China has stated that this decision “could trigger a series of adverse consequences”.
Russia was the country most affected by the lack of development of medium-range nuclear weapons because, unlike the USA, it is surrounded by a large continental landmass. As for China, it means that now Russia can develop weapons that potentially threaten all of its territory.

The treaty does not concern weapons on airplanes nor ships, so the US had no particular interest in keeping it in place.

The US had signed the treaty at the request of the Europeans; the weapons were not an issue for the US because geographically it never faced a continental threat. Should they want to use this type of missile to threaten China, the US would need to launch them from the territory of allied countries such as Japan or Korea or from the island of Guam, but these scenarios are highly unlikely. China fuels the US arms control controversy but, in reality, it does not fear these kinds of weapons.
What will Europe do?
There are US strategic weapons in place in Europe, but these should also need to cover a regional threat and it is a complicated situation. There are also French nuclear weapons, but they are limited to the defense of the national territory. Other European countries are now more exposed to a Russian threat, which the US should respond to with greater commitment; but this is troublesome, in view Trump’s opinion of NATO.

European countries are those most threatened by the end of the treaty.

Is there a real risk of a new arms race?
A new medium range arms race is unlikely, because it should be a US or European initiative; but the former is not interested in land-based nuclear weapons, while the latter is politically divided. There will also be separate reactions to possible Russian threats:

there is no European solidarity.

Pope Francis has sounded the alarm<https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/december/documents/papa-francesco_20171202_viaggioapostolico-bangladesh-voloritorno.html>: “We are at the limit of what’s licit in regard to having and using nuclear weapons. Why? Because today, with so sophisticated a nuclear arsenal, we risk the destruction of humanity, or at least of a large part of humanity.”
In a situation in which treaties are wrecked or judged to be non-credible, the risk of using nuclear weapons at regional level increases. In the Middle East for example, this is a dangerous possibility. I hope that we do not reach a breaking point, as we have managed to avoid until now. But the risk is real.

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Stop al controllo nucleare, Usa e Russia rompono il trattato. Silvestri (Iai): “L’Europa è ora più esposta alla minaccia russa”

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 09:06

“Tutti sono consapevoli di quello che comporterebbe l’uso di armi nucleari, ma si possono commettere errori. Soprattutto se una situazione di guerra scappa di mano. E ci possono essere al potere dirigenze avventuristiche. Il rischio di un impiego militare di armi nucleari cresce ed è concreto”. È l’avvertimento di Stefano Silvestri, consigliere scientifico dello Iai (Istituto affari internazionali), direttore editoriale di AffarInternazionali, all’indomani del ritiro di Stati Uniti d’America e Russia dallo storico trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) sulle armi nucleari siglato l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbačëv.

Perché gli Usa si sono ritirati?
Il trattato proibisce di avere missili a terra il cui raggio di azione sia compreso tra i 500 e i 5.500 chilometri. La Russia ha sperimentato un missile di crociera che eccede i limiti, dunque gli Usa hanno sollevato obiezioni alle quali la Russia non ha risposto nei 60 giorni che gli erano stati concessi. Diventava inevitabile chiudere il trattato. D’altra parte, la Russia accusa gli Usa di voler trasformare lo scudo anti-missile piazzato in Polonia e Romania – anch’esso a medio raggio e dunque in violazione del trattato – in una installazione ostile.

La decisione di Trump segue una linea diplomatica ormai ben definita…
L’amministrazione Usa non amava il trattato, così come in genere i trattati di controllo degli armamenti o quelli multilaterali. Dopo essere uscita dall’Accordo sul nucleare iraniano e ora da quello con la Russia, resta il trattato sulle armi strategiche che dovrebbe essere rinegoziato nei prossimi anni.

La Cina ha parlato di una decisione che “può scatenare una serie di conseguenze avverse”.
Il Paese che era più danneggiato dal mancato sviluppo di armi nucleari di terra a medio raggio era la Russia, perché circondata da un’ampia fascia continentale a differenza degli Usa. Per quel che riguarda la Cina, significa che adesso la Russia può sviluppare armi che minacciano potenzialmente tutto il suo territorio.

Il trattato non riguarda né le armi sugli aerei né quelle sulle navi, dunque gli Usa non avevano particolari interessi a mantenerlo in essere.

Quando gli Usa lo firmarono fu su richiesta degli europei, per loro infatti non era un problema perché geograficamente non hanno mai avuto una minaccia di tipo continentale. Se volessero usare questo tipo di missili per minacciare la Cina, gli Usa dovrebbero lanciarli dal territorio di Paesi alleati come Giappone o Corea. O dall’isola di Guam, ma sono scenari altamente improbabili. La Cina alimenta la polemica sul controllo degli armamenti da parte degli Usa ma, in realtà, non teme questo tipo di armi.

Cosa farà l’Europa?
In Europa ci sono le armi strategiche statunitensi, ma queste dovrebbero coprire anche una minaccia regionale ed è complicato. Ci sono anche le armi nucleari francesi, ma sono limitate alla difesa del territorio nazionale. Gli altri Paesi europei si trovano  adesso più esposti a una minaccia russa rispetto alla quale gli Usa dovrebbero rispondere con un maggiore impegno. E questo è difficile, se si considera quel che Trump pensa della Nato.

I Paesi europei sono quelli più minacciati dalla rottura del trattato.

La prospettiva di una corsa al riarmo è concreta?
La corsa al riarmo a medio raggio è improbabile perché dovrebbero farla gli Usa o l’Europa. Ma i primi non sono interessati le armi nucleari terrestri, la seconda è divisa politicamente. Ci saranno reazioni diverse anche nei confronti di eventuali minacce russe.

Non c’è solidarietà europea.

Papa Francesco ha lanciato l’allarme: “Siamo al limite della liceità di avere e usare le armi nucleari. Perché? Perché oggi, con l’arsenale nucleare così sofisticato, si rischia la distruzione dell’umanità, o almeno di gran parte dell’umanità”.
In una situazione in cui i trattati vengono distrutti o giudicati non credibili, il rischio che si vada verso un uso delle armi nucleari a livello regionale cresce. Pensiamo al Medio Oriente, dove una simile deriva è molto pericolosa. Mi auguro che non si arrivi al punto di rottura, come finora è accaduto. Ma il rischio è concreto.

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Migrazioni, Costituzione e cristiani. L’altro non è una minaccia

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 08:58

Alcuni recenti provvedimenti normativi, a cominciare dal cosiddetto “Decreto sicurezza”, poi convertito in legge dal Parlamento, sono stati ampiamente criticati da chi si schiera dalla parte dell’accoglienza, della solidarietà e del rispetto dei diritti e della dignità di ogni essere umano. Dichiaro subito la mia appartenenza a questo fronte. Tutte le volte che sono stato interpellato ho sempre detto “Prima le persone”. Non per coniare uno slogan da contrapporre ad altri, né come forma di galateo o di buonismo.

“Prima le persone” è un principio che, nella sua semplicità, traduce i princìpi della nostra Costituzione. Per fronteggiare esclusione, egoismi e respingimenti più che parlare di “disobbedienza civile”, occorrerebbe affermare “obbedienza” ai valori della Carta costituzionale.

Per me, come cristiano, quegli stessi valori hanno sorgente nel Vangelo. Si tratta, dunque, di fare una scelta. Io, e molti anche qui in Casa della carità, sentiamo questa scelta profondamente radicata nel Vangelo; un Vangelo che ci consegna una spiritualità che è profezia di umanità. Le persone non sono numeri, ma volti, storie, sguardi.

L’orizzonte è quello della fraternità.

La vita di una persona va al di là del luogo di nascita, ma ha dentro di sé una dimensione universalistica che ci fa essere tutti figli di Dio. E, per questo, fratelli. È questa spiritualità incarnata, che si fa storia, a renderci intransigenti difensori di diritti e dignità.

Non siamo ossessionati dal problema migratorio. Chiediamo quello che Papa Francesco chiama “cambiamento di mentalità”: “Occorre passare dal considerare l’altro come una minaccia alla nostra comodità allo stimarlo come qualcuno che, con la sua esperienza di vita e i suoi valori, può apportare molto e contribuire alla ricchezza della nostra società”. E di porre attenzione a coloro, per dirla ancora con le parole di Francesco: “Sono sfollati a causa di conflitti, disastri naturali e persecuzioni. Tutti costoro sperano che abbiamo il coraggio di abbattere il muro di quella complicità comoda e muta che aggrava la loro situazione di abbandono e che poniamo su di loro la nostra attenzione, la nostra compassione e la nostra dedizione”.

È un’esigenza di carità e di giustizia a muovere la nostra richiesta di governare un fenomeno complesso e sfaccettato, con misure che non calpestino il nostro senso di umanità (salvando, ad esempio, la vita di chi rischia di naufragare), né sviliscano le tante esperienze positive di accoglienza e integrazione che, in questi anni un po’ ovunque, abbiamo visto realizzarsi concretamente. Nella grande maggioranza dei casi chi opera nell’accoglienza, lavora bene e produce effetti positivi per tutta la comunità. E lo fa coltivando quel sentimento di mitezza che, a partire dal linguaggio, segna una differenza con chi s’esprime con brutalità e aggressività.

Parlare di “Fine della pacchia”, “Basta mangiatoia”, “Business delle cooperative”, offende chi si impegna a irrorare di fraternità, pace e coesione la nostra società. C’è una moltitudine di persone che si adopera per il prossimo, al di là del ritorno economico comunque indispensabile, laddove sono in campo professionalità e competenze. È un patrimonio che sta dentro anche la nostra Chiesa, perché le profonde motivazioni evangeliche che ci animano ci rendono impossibile lasciare una persona fuori dalla porta. I provvedimenti di legge approvati, invece, ci riconsegnano un compito ancora più difficile. Perché, ad esempio, sono stati creati grossi ostacoli ai percorsi di regolarizzazione. Non per questo, tuttavia, smetteremo di darci da fare. È un’esigenza che interpella la nostra fede.

 

La religiosità la si esprime con la fedeltà al Vangelo, non è addomesticata a un utilitarismo che rende la fede al servizio del proprio tornaconto. Il Vangelo inquieta, interroga. Ed è questo che ci spinge a fare.

La questione è anche, se non soprattutto, culturale. Questo clima di degrado dei valori di umanità e fraternità riguarda l’educazione delle nuove generazioni e il nostro essere cristiani. Una politica che si autoalimenta ricercando facile consenso, sfruttando paure e offrendo capri espiatori, si propaga anche nelle viscere della società, attraverso vecchi e nuovi mezzi di comunicazione.

Quando parliamo del fenomeno migratorio stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi un’idea di società e degli ideali di convivenza civile. Non possiamo permetterci di rinnegare i valori della Costituzione, altrimenti avremo la certezza di seminare odio, conflitti e sopraffazioni nelle società di domani.

Ma anche come cristiani non possiamo non interrogarci. Il Vangelo non è un simbolo da agitare per segnare l’appartenenza a una fazione, ma va semplicemente letto. Il cristiano legge le Beatitudini e si lascia interpellare dal loro significato. Pertanto, “Prima le persone” è guardare il mondo dalla prospettiva, che Gesù ci ha insegnato, quella dei più poveri, degli umili e degli indifesi. È adoperarsi per affermare i loro diritti, la loro dignità e fraternità. Un impegno per la giustizia che Gesù ci ha consegnato.

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Cambiamenti climatici: nasce l’Osservatorio Siccità

Agenzia SIR - Mon, 04/02/2019 - 07:25

Un Osservatorio per il monitoraggio della siccità. È un progetto realizzato da un team di ricercatori dell’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibimet) in collaborazione con il Consorzio Lamma, nel quadro dell’iniziativa Climate Services di Ibimet. L’Osservatorio Siccità è stato presentato a Roma, il 25 gennaio, nell’Aula Marconi del Cnr in piazzale Aldo Moro. L’Osservatorio è un sistema web based che fornisce un servizio operativo semi-automatico, dettagliato e tempestivo per il monitoraggio della siccità. Dopo le alluvioni, la siccità è il secondo disastro a colpire la popolazione e, rispetto agli altri eventi estremi di origine naturale, è un fenomeno complesso e strisciante, le cui intensità ed estensione spaziale sono estremamente variabili. Ne parliamo con Ramona Magno, ricercatrice del Cnr-Ibimet.

La siccità è un fenomeno sempre più diffuso e grave: quali gli effetti sulla vita della popolazione?

Gli impatti della siccità sulle attività antropiche cambiano a seconda dell’intensità, durata ed estensione del fenomeno. Siccità prolungate, che interessano anche il periodo autunno-invernale, intaccano le riserve idriche superficiali e sotterranee che sono fondamentali nel successivo periodo caldo primaverile-estivo, che è naturalmente il più secco. In generale, il primo settore ad essere colpito è quello agricolo. Basti pensare alle ultime due lunghe siccità che hanno investito l’Italia nel 2011-2012 e nel 2016-2017 e che sono costate decine di milioni di euro fra il comparto agricolo, zootecnico e boschivo. La mancanza di acqua, poi, può intaccare le attività industriali, l’erogazione di energia elettrica (molte le centrali idroelettriche del Paese), il turismo (pensiamo alle città che d’estate aumentano enormemente il numero di presenze sul territorio) o semplicemente l’erogazione in casa: spesso nei paesi non serviti dai grossi invasi in periodi siccitosi prolungati l’acqua viene fornita con autobotti.

Quali sono le aree del nostro Paese maggiormente soggette al fenomeno?

In un contesto di cambiamenti climatici, dove il Mediterraneo è un punto caldo in termini di riduzione delle piogge e aumento di temperatura, ormai

la siccità è diventata un fenomeno che può colpire indistintamente sia il Sud, generalmente più secco, sia il Nord Italia.

Sempre più spesso si sente parlare del livello basso del Po o dell’Arno o dell’Adige durante una lunga siccità, come quelle citate, o degli inverni con scarsa neve sulle Alpi.

Quali sono gli obiettivi dell’Osservatorio?

L’Osservatorio Siccità sviluppato dall’Ibimet-Cnr nasce con l’intento di

ridurre il gap temporale fra l’insorgere ed evolversi di un evento siccitoso e la gestione delle emergenze.

Tale ritardo è dovuto sia all’intrinseca caratteristica della siccità di essere un fenomeno che, rispetto ad altri eventi estremi come ad esempio le alluvioni, si sviluppa progressivamente, sia al fatto che le informazioni necessarie alla gestione degli impatti sono spesso sparse, in formati diversi, non sempre liberamente accessibili o non facili da interpretare. L’Osservatorio, quindi, vuole fornire un supporto alle decisioni attraverso un monitoraggio e una previsione della siccità continuo e tempestivo, semplice, integrabile ed espandibile.

Come funzionerà il sistema? Cos’è l’approccio Open Innovation che ha guidato il progetto di ricerca?

I servizi forniscono informazioni adatte al diverso tipo di utenti. Gli indici di siccità elaborati possono essere visualizzati tramite un semplice webGIS (sistemi informativi geografici – GIS – pubblicati su web, ndr), dando una prima informazione sullo stato attuale della vegetazione, delle precipitazioni e della loro possibile evoluzione nei mesi successivi; tali indici possono anche essere scaricati e integrati in altri servizi permettendo ulteriori elaborazioni da parte degli utenti. L’approccio Open Innovation racchiude in sé i concetti di Open Data, Open Source e Open Access. E l’Open Innovation è alla base dello sviluppo dell’Osservatorio Siccità in quanto crediamo fermamente che l’accesso alle informazioni, ai dati e agli strumenti debba essere libero per tutti e a costo zero. Solo condividendo i risultati la ricerca diventa veramente utile.

Chi ne usufruirà?

I servizi messi a punto possono essere utilizzati da una vasta gamma di utenti con diversi bisogni e competenze:

decisori, agricoltori, gestori della risorsa idrica, ricercatori e altri portatori d’interesse.

Quanto è importante la ricerca nello studio della siccità?

La ricerca e lo sviluppo tecnologico possono dare un supporto concreto alla lotta ai cambiamenti climatici sia studiando il fenomeno siccità sia cercando soluzioni e strumenti a supporto di chi deve pianificare ed adottare misure di riduzione degli impatti.

Quanto pesano sugli effetti negativi della siccità i tempi di risposta all’emergenza?

Vista la particolarità del fenomeno siccità ci sono sempre dei tempi di risposta ritardati, ma più tali interventi sono tardivi maggiori sono i danni. Per poter ridurre gli impatti è necessario cambiare approccio.

Siamo abituati ad agire in maniera reattiva, quando invece dovremmo adottare soluzioni proattive.

E il monitoraggio e la previsione della siccità che fornisce l’Osservatorio Siccità va in questa direzione.

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