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Impariamo dai bambini

Agenzia SIR - Fri, 30/11/2018 - 00:00

Siamo una società intrisa di contraddizioni, a cominciare dal concetto di ambizione. Riuscire ad ottenere l’obiettivo che ci si è prefissati, infatti, è considerato sinonimo di pervicacia e successo, di convinzione nei propri mezzi e nelle proprie capacità messe a valore nel migliore dei modi. Diverso è, invece, l’atteggiamento nei confronti di chi percorre lo stesso itinerario con tempi diversi e viene così considerato in modo diverso, meno adatto a far parte della società dei successi, dei premi, dei riconoscimenti.
È invece, spesso, nel silenzio del lavoro quotidiano, nell’impegno, nella serietà e nel rispetto cristiano, la forma più adeguata ai nostri tempi per poter avere successo. Non è infatti la rincorsa ai “like”, o all’effimera autocelebrazione quella che conferma il valore di un’idea, di un progetto professionale e di vita. E per questa ragione che il concetto di fallimento, di ostacolo ci spaventa e a volte ci trova incapaci di reagire. Siamo, dunque, impreparati ad affrontare un percorso più accidentato del dovuto, più difficile?
Ecco il paradosso della nostra civiltà che tende a isolare coloro che non incarnano il modello del “tutto e subito”, che non si voltano mai indietro, senza pensare che invece quel limite è un’opportunità che ci viene offerta.
Fare i conti, infatti, con un imprevisto o una difficoltà da affrontare, mette alla prova capacità che nemmeno pensiamo di possedere, alza il limite della nostra resistenza e ci rende più forti. Era ed è così per i contadini che affrontano l’imprevedibilità della natura ogni giorno, senza per questo abbattersi ma individuando in quei segnali opposti la possibilità di dimostrare le proprie capacità.
Lasciarsi sopraffare dal concetto del “Saturno contro”, che lavora per impedirci di ottenere ciò che vogliamo, è solo un alibi per non impegnarci di più. È così che accanto al concetto di successo siamo chiamati ad affrontare quello del fallimento che, in casi sempre più frequenti conduce a gesti estremi. Nasce dall’idea di un amore negato, di un progetto di vita non raggiunto nel modo in cui si voleva, di un lavoro che non ci soddisfa. Siamo insomma una società impegnata ogni giorno a cercare il modo per aiutare gli altri, ma che preferisce non perdonare chi stenta a farcela.
Sin dagli anni della scuola, invece, i bambini dovrebbero comprendere che il percorso meno semplice, quello con più prove da affrontare consegnerà una soddisfazione molto più grande nel raggiungimento dell’obiettivo. Per loro sarà un modo per rendere più interessante ogni progetto, per farli diventare adulti preparati all’uso di ognuna delle proprie capacità.
Osservando i più piccoli, infatti, comprendiamo che il senso di fallimento, se non indotto da altri, non li coinvolge, non appartiene loro.
È così che ance la società degli adulti avrebbe dovuto costruire le proprie fondamenta, perché, in fondo, rimanere un po’ bambini non è un delitto.

(*) direttrice “Logos” (Matera-Irsina)

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Uno sguardo tenero sulle fragilità

Agenzia SIR - Fri, 30/11/2018 - 00:00

Recentemente sono entrati nella rassegna stampa due interessanti interventi sulla politica italo-europea: una denuncia giornalistica sulla crisi e le sue cause di Giuseppe Tognon e un documento autorevole del presidente della Cei card. Bassetti su fragilità e attese. Materia più che abbondante per imbastire un breve editoriale. Ci provo.
L’attuale fragilità politica dell’Ue suscita dubbi ed interrogativi molto seri. “La notte cade sulla nostra Europa?” ha il tono e il sapore di un allarme. Osservare quello che sta avvenendo nell’Italia di oggi aiuterà a capire meglio. L’Ue sembra diventata una nemica: la voglia d’Europa è calata rispetto a trent’anni fa e nessuno allora pensava di uscirne. Tutt’altro. Ci si chiede cosa sia successo. Ecco alcuni perché: crescita economica più scarsa, rancore sociale, immigrazione e sicurezza. Queste sono “occasioni” ma le cause, quelle vere, sono più profonde. Nel nostro continente sta rinascendo il nazionalismo con lo scopo di estirpare l’idea di una Europa unita, nata alla fine della seconda guerra mondiale. Chi governa ora in Italia sembra che abbia in mente questo progetto. Sia chiaro, non sto facendo campagna elettorale. Oggi si vuole rispondere alla crisi politica europea con modelli fuori uso, solo riciclati, che vengono da lontano: populismi, nazionalismi, sovranismi, decisamente estranei all’orizzonte democratico.
Si replica l’antico senza conoscerlo, indifferenti al ripetersi di forme totalitarie e ci si nasconde facilmente dietro alla Brexit. La crisi dell’Europa non è una “crescita” ma una ritirata morale, “una ritirata dell’anima” accettando ciò che si è diventati: un continente governato dal rancore e travolto da un materialismo incapace di ipotizzare una visione nuova di vita comune. La mancanza di coraggio e la violenza nelle relazioni politiche sono segno di stanchezza e di vuoto di idee, di valori e motivazioni che fanno pensare. “Come vescovi non intendiamo stare alla finestra”. È la dichiarazione del card. Bassetti, presidente della Cei, dedicata ai temi politici di un Paese e un continente stretti in una grave crisi. Ne tralascio la descrizione perché corrisponde a quella dell’editorialista Tognon. Ciò che la distingue è lo “sguardo preoccupato” della Chiesa italiana che vuole contribuire alla crescita della società secondo i principi della “Dottrina Sociale”, non con lo stile della denuncia ma sulla scorta delle tre parole consegnate da Papa Francesco: “Ascolto, confronto e sguardo”.

(*) direttore emerito “Il Nuovo Amico” (Pesaro-Fano-Urbino)

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 29 novembre

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 18:27

Appuntamento con la rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei: ecco le novità al cinema da giovedì 29 novembre, con una selezione di quattro titoli: le (dis)avventure di un padre single tra umorismo e malinconia in “Se son rose” di e con Leonardo Pieraccioni; il dramma di chi perde la vita sul posto di lavoro in “Ride” di Valerio Mastandrea; il difficile e discontinuo rapporto madre-figlio in “Un giorno all’improvviso” di Ciro D’Emilio; la commedia dal profumo natalizio “Il Grinch” della Illumination Entertainment.

“Se son rose”

“Se son rose…” è il tredicesimo film del regista toscano Leonardo Pieraccioni, che si è fatto conoscere con “I laureati” (1995), raggiungendo il grande pubblico con “Il ciclone” (1996), “Una moglie bellissima” (2007) e “Un fantastico via vai” (2013). Ora sembra mettersi in gioco ancora di più, raccontando attraverso il suo personaggio, il giornalista Leonardo Giustini, i suoi inciampi amorosi, con il desiderio di ritrovare il proprio passato per vivere appieno il presente. Elemento scatenante della narrazione è l’iniziativa della figlia adolescente, che spedisce un messaggio a tutte le ex fidanzate del padre, per chiedere un confronto e magari una seconda possibilità. Ne nascono gag ed equivoci, ambito che il regista governa bene. Nel cast Claudia Pandolfi, Gabriella Pession, Caterina Murino e Michela Andreozzi. Pieraccioni non cambia il suo atteggiamento disilluso e fanciullesco nei confronti della vita; prosegue sulla scia del divertimento, sempre pronto a scherzare e a essere al di qua della serietà e della riflessione. Comicità sul filo del rasoio e divertimento da raffinata sfida umoristica. Da punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile e nell’insieme brillante.

“Ride”

In oltre vent’anni di carriera Valerio Mastandrea, attore affermato e vincitore di quattro David di Donatello, si è spesso confrontato con problematiche sociali. Qui, in “Ride”, il suo primo lungometraggio come regista, mette al centro del racconto le vite spezzate sul posto di lavoro e il vuoto, impastato di ingiustizia, che si portano dentro i familiari delle vittime. Siamo in provincia di Roma, a Nettuno, e Carolina (Chiara Martegiani) ha appena perso il marito Mauro, morto sul posto di lavoro; deve affrontare il turbinio di emozioni ed eventi che precedono il funerale; Carolina è anche una mamma di un bambino di dieci anni, Bruno (Arturo Marchetti). La donna non riesce a piangere, ma trasforma la sua commozione in reazione. Nel film l’aspetto più innovativo del racconto è la commistione tra il tono da favola triste e la presenza di un realismo asciutto, pungente, soprattutto tra le fila di operai. Nella sua prima regia Mastandrea trova uno stile personale e incisivo, raccontando la piaga del lavoro incerto o precario. Scegliendo una strada non scontata, il film rimarca un disagio ancora oggi presente, senza però puntare il dito contro qualcuno. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Un giorno all’improvviso”

Presentato nella sezione Orizzonti della 75a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, “Un giorno all’improvviso” è l’esordio di Ciro D’Emilio, classe 1986. La storia di cui si è occupato è il legame tra una madre disfunzionale, Miriam (Anna Foglietta), e un adolescente responsabile e protettivo, Antonio (Giampiero De Concilio), pronto a fare il salto di qualità nel mondo del calcio. Le loro vite si snodano in una periferia grigia e senza orizzonte, dove il degrado è l’elemento dominante. Tra madre e figlio c’è un rapporto sbilanciato, capovolto, dove il ragazzo è chiamato a una adultizzazione precoce. Tra sguardi gelidi e passaggi segnati da tenerezza, il film rimane ancorato a terra, precludendo svolte di speranza. La regia è efficace, seppur punteggiata da qualche eccesso. Dal punto di vista pastorale, complesso e problematico.

“Il Grinch”

L’irriverente favola natalizia del “Grinch” (“How The Grinch Stole Christmas!”) nasce negli anni Cinquanta dalla penna di Dr. Seuss, pseudonimo dello statunitense Theodor Seuss Geisel. Al cinema è stata portata nel 2000 nel film di Ron Howard con protagonista il plastico Jim Carrey. Ora dal 29 novembre la storia tornerà in sala in versione animata con la coppia di registi Peter Candeland e Yarrow Cheney e prodotta dalla Illumination Entertainment, la casa creativa di “Cattivissimo me”, “Minions”, “Sing” e “Pets”, garanzia di una narrazione simpatica e irriverente. A dare voce al guastafeste natalizio è l’attore Alessandro Gassmann, mentre nella versione internazionale troviamo l’inglese Benedict Cumberbatch (“Doctor Strange” e il televisivo “Sherlock”).

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Zecchino d'oro, è tempo di finale

Evangelici.net - Thu, 29/11/2018 - 15:31
Si terrà sabato 1 dicembre su Rai Uno la finale del 61° Zecchino d'oro. La classifica parziale vede tra le canzoni favorite per la vittoria "Meraviglioso è", brano di Stefano Rigamonti, che ha vinto la classifica parziale della seconda serata guadagnandosi i complimenti di Amadeus («Un inno alla positività, ho trovato la canzone da dieci»). foto: instagram.com/zecchinodoro...
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I vescovi della Terra dei fuochi: “La Chiesa non sta zitta, non restare indifferenti davanti al male”

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 13:06

Nasce dalla “grande preoccupazione per il continuo degrado della nostra terra” e, in particolare, dai “gravissimi incendi che ci sono stati in questi ultimi mesi proprio nei luoghi che erano stati adibiti alla raccolta, allo stoccaggio e, in qualche modo, già al trattamento dei rifiuti” la Giornata di digiuno e preghiera, promossa oggi, 29 novembre, dai vescovi di Caserta, mons. Giovanni D’Alise, Acerra, mons. Antonio Di Donna, Aversa, mons. Angelo Spinillo, Nola, mons. Francesco Marino. Rammaricati che “la nostra terra, da sempre identificata come l’antica, splendida ‘Campania felix’, sia stata, ora, indicata come ‘terra dei fuochi’, i presuli, “di fronte a tante gravi forme di inquinamento e di maltrattamento della ‘nostra madre terra’, come diceva S. Francesco d’Assisi”, avvertono “un terribile senso di impotenza, di incapacità a fermare la mano di chi inquina o incendia rifiuti. C’è il forte rischio che davanti al male, che agisce nelle tenebre, si rimanga indifferenti, abituati, rassegnati”. Di qui la proposta di “una giornata di digiuno e di preghiera, di penitenza e di ascolto della Parola di Dio”, come “atto di conversione, di riparazione per i peccati commessi contro la bellezza e la bontà della natura che Dio ci ha donato”.

Sentinelle del territorio. “L’idea di una giornata di digiuno e preghiera è nata perché è importante che la Chiesa non stia zitta sulle calamità che accadono alla nostra gente. Le persone devono riflettere sulla bontà della Creazione che però può rivoltarsi contro di noi”, osserva mons. Giovanni D’Alise, vescovo di Caserta. “Questi ultimi incendi ci hanno fatto preoccupare, molto – ammette -. Sono andati a bruciare i rifiuti non di nascosto, ma nei luoghi, protetti, dove sono accumulati per il riciclo o la distruzione. Le quattro diocesi che sono il cuore di questo problema e che hanno assistito anche, nel passato, alla scoperta di cumuli di rifiuti tossici nascosti sotto terra si sono, dunque, poste il problema di come affrontare la questione, come informare i nostri fedeli”. “Noi vescovi di queste quattro diocesi – prosegue – siamo e dobbiamo essere in qualche modo anche delle

sentinelle del territorio

che ci è stato assegnato dal Signore e lo facciamo con i nostri mezzi: la preghiera, il digiuno, l’impegno a invocare l’intervento del Signore. Il Signore può darci questo spiraglio per aiutare anche le nostre Istituzioni”. Mons. D’Alise evidenzia: “Ci fanno soffrire il moltiplicarsi dei tumori, le difficoltà delle persone. Un vescovo non può solo pregare ma deve anche far venire fuori le situazioni e sollecitare perché vengano affrontate, dando anche una mano se possibile”. Nei mesi scorsi, ricorda, “in un incontro regionale ad Acerra con le Istituzioni abbiamo già offerto il nostro aiuto, suggerito interventi, ma non abbiamo avuto risposte. L’incontro del Governo tenutosi a Caserta è stato un incontro positivo, pieno di buone intenzioni, ma aspettiamo che ci siano le risposte concrete per le persone.

Non vorremmo che sia stato solo per propaganda”.

No alla rassegnazione. “La Giornata di preghiera e digiuno è in continuità con l’impegno delle Chiese campane intorno alla questione della custodia del Creato, che adesso riceve una maggiore recrudescenza in questi ultimi mesi per la nuova tendenza di bruciare i siti di stoccaggio ufficiali, non discariche abusive – sottolinea mons. Antonio Di Donna, vescovo di Acerra -. Di fronte a questi roghi tossici ci chiediamo come mai non c’è mai stato un sistema di sorveglianza, trattandosi per l’appunto di siti ufficiali, tenuti da aziende in regola, e ci è sembrato opportuno alzare la nostra voce anche per non far calare i riflettori sulla nostra situazione perché

il rischio forte è la rassegnazione.

Il nostro invito è a non lasciarsi mai andare”. “Spero che la Giornata – l’auspicio del vescovo – sia solo l’inizio di un cammino comune delle quattro diocesi. Noi quattro vescovi abbiamo già in programma incontri periodici per monitorare la situazione”. Per la Giornata di oggi, chiarisce mons. Di Donna, “abbiamo usato le armi che la Chiesa ha: la preghiera e il digiuno come fatto penitenziale. Sembrano armi deboli, ma sappiamo quanto possono la preghiera e il digiuno per convertire i cuori di questi sciagurati che insistono nell’inquinare la nostra terra. Da luglio scorso sono già cinque o sei i siti di stoccaggio incendiati con roghi che producono diossina”. La Giornata, aggiunge, “vuol essere anche un appello alle istituzioni perché facciano più in fretta. Speriamo che si riprendano anche le vecchie battaglie e si facciano le bonifiche, che rimangono ancora un miraggio. Poi bisogna riprendere in mano il registro dei tumori: qui si continua a morire. La Chiesa non agisce come un agente sociale in questo campo, ma perché ha compassione di chi soffre. Solo la settimana scorsa ho celebrato il funerale di Alessia, di 11 anni. Nella mia diocesi sto pensando a un libro bianco per conservare la memoria di tutto ciò e di istituire una Giornata diocesana per le vittime innocenti dell’inquinamento ambientale. Non dimentichiamoci che

non esiste una Terra dei fuochi, esistono le Terre dei fuochi”.

Mobilitazione delle coscienze. “Speriamo di ottenere una sorta di

mobilitazione delle coscienze,

per accrescere la sensibilità della nostra gente che digiunerà come segno di una maggiore attenzione rispetto a ciò che il Signore ci chiede nei confronti della natura. Ci auguriamo anche che la nostra iniziativa possa rappresentare una voce che ripropone la questione ambientale all’intera società”, afferma mons. Angelo Spinillo, vescovo di Aversa. “L’iniziativa comune – continua – nasce dalla collaborazione e dal dialogo tra le diocesi che più soffrono per il problema dei roghi, che è stato vissuto intensamente dalle nostre quattro comunità”. Grande è l’impegno della Chiesa: “Un impegno vissuto sempre stando a fianco della gente, a contatto con la sofferenza delle persone: da ciò nasce l’attenzione che cerchiamo di dare al tema”.

Custodi e difensori. “La Terra ci è stata donata perché la custodissimo. La tentazione quotidiana che viviamo e che purtroppo assecondiamo è quella di comportarci da sfruttatori”, denuncia mons. Francesco Marino, vescovo di Nola. “Fermarci, rinunciare a ciò che la terra ci dona e pregare non vuole essere un gesto di arrendevolezza davanti ai danni fatti, al degrado prodotto – precisa il presule -. Vuole invece essere l’affermazione di una possibilità di inversione di rotta, di cambiamento di cuore: nella preghiera incontriamo il volto del Signore, ci riconosciamo fatti a sua immagine, troviamo la forza per riprendere il cammino da custodi e difensori del territorio”. “La preghiera solo può restituirci

uno sguardo libero dall’abitudine alla bruttura e desideroso di vedere rimarginate le ferite provocate al creato.

Nella preghiera – conclude – facciamo parlare la Parola e troviamo le parole per annunciare e fare il bene”.

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Brexit, Barnier looks ahead: “We have written the only and the best deal possible for this divorce”

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 12:07

The European Union will make no concessions to the United Kingdom in view of the “divorce” that will fall next March 29. At the same time, EU27 member Countries will try to establish future partnership based on “mutual interest” and “long-lasting friendship.” Michel Barnier, European Chief Negotiator for Brexit, appears more relaxed today. On Sunday November 25 the heads of Government and State signed the draft agreement for an “orderly withdrawal” along with a political declaration on future relations between the opposite shores of the Channel. EU27 countries  were “united and concordant”, and voiced appreciation for the work carried out by Barnier, who declared: “It is now time for ratification by the British Parliament, and by the European Parliament”, and thus “respect mutual commitments.”

Limiting damages. “This deal is the only and the best deal possible”, Barnier pointed out. He equally stressed that “we are at an important and serious moment”, and delved into the main points of the withdrawal Agreement: citizens’ rights and freedom of movement, peace and stability in Ireland, the integrity of the single market and economic relations with the UK, the financial settlement (the UK will pay the European Union €40 billion). “The European Union did not want Brexit to happen, but we respect the democratic and sovereign vote of the British citizens and now we limit the negative consequences of Brexit for both sides setting out the framework of future relations that benefit both sides”, namely, EU member Countries and a third Country. The British isle will be assimilated – some took pleasure in drawing examples – to Madagascar, the Philippines or Uruguay.

An “orderly withdrawal.” The issues that the EU intends to regulate – while preserving close relations with the UK – are particularly complex, ranging from trade to mobility, to the fight on terrorism, research, universities, public bidding, digital technology and even foreign affairs. ” We put things in order, starting by negotiating an orderly withdrawal – added the French politician – before discussing the framework of the future relationship. Concerns involve 4.5 million EU citizens living in the United Kingdom, businesses and the financial sector, farmers.”
Rewriting the rules after 45 years of presence in the European common home is not an easy task.But Barnier is “optimistic” also with regard to Westminister’s endorsement. “There never has been an aggressive attitude during the negotiations. There will never be any feeling of revenge, and there never has been. We will continue to work with the respect that is due to a great country, our friend, partner and ally”, Barnier said.

“Everyone’s failure.” But MEPs in Brussels don’t speak with a single voice. Guy Verhofstadt, Belgian Liberal MEP, the European Parliament’s Brexit Coordinator, echoed Barnier’s words: “this deal has three positive aspects. It reduces to a minimum possible disturbances for both parties, it ensures that there will be no hardening of the Northern Irish/Irish border safeguarding the Good Friday Agreement, and it protects citizens on both sides.”
Verhofstadt pointed out that in the future an Association Agreement could be established with London, as happens with other neighbouring Balkan Countries.Then, he sadly remarked: “the fact remains that Brexit is a failure for everyone.” German MEP Elmar Brok (EPP) was not very subtle about it: “Britain is now a split Country. Politics are divided, society is divided. Everyone will be affected, that’s why we need to define a new partnership that safeguards free trade and the single market.”

The will of the people. MEP Geoffrey Van Orden, (European Conservatives), has a different view: “the EU has heavily entered everyday life, invading every field, and that’s why in the referendum the British people chose Brexit. The European project has been repudiated by the citizens themselves.” With hard words, Nigel Farage, a true blue pro-Independence Englishman, declared:
“The deal signed by EU27 is a good deal. But it’s a good deal for the European Union not for us. In fact the withdrawal arrangements add up to the worst deal in history for my Country, which would thus become hostage to the EU.” “PM Theresa May has surrendered. She signed everything. But rest assured: London’s Parliament will not ratify this Agreement.” During a debate at the European Parliament in Brussels French MEP Gilles Lebreton, member of Marine Le Pen’s political group, admonished: “the EU must learn to respect the will of the people. Long live the British people! Long live Brexit!”

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Brexit: Barnier guarda avanti. “Abbiamo scritto l’unico e miglior accordo possibile per questo divorzio”

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 12:07

L’Unione europea non farà sconti al Regno Unito in vista del “divorzio”, fissato al prossimo 29 marzo. Ma al contempo i 27 cercheranno di stabilire un partenariato futuro “per un reciproco vantaggio” e “un’amicizia duratura”. Michel Barnier, capo negoziatore Ue per il Brexit, appare più rilassato rispetto ai mesi scorsi. Domenica 25 novembre i capi di Stato e di governo di tutti i Paesi membri dell’Unione hanno apposto la loro firma alla bozza di accordo per un “recesso ordinato” e alla dichiarazione politica per le future relazioni tra le due sponde della Manica. I Ventisette sono stati “uniti e concordi” e hanno apprezzato il lavoro svolto dallo stesso Barnier. Che dice: “ora si tratta di passare alle ratifiche da parte del parlamento britannico e di quello europeo”, per poi “rispettare gli impegni reciprocamente assunti”.

Limitare i danni. “Questo è l’unico, solo e miglior accordo possibile”. Barnier scandisce le parole. Non tralascia di ricordare che si tratta “di un momento triste, importante e grave”. Poi si sofferma sui principali contenuti dell’accordo di recesso: diritti dei cittadini e libera circolazione, rapporti fra le due Irlande, salvaguardia del mercato unico e rapporti economici con il Regno Unito, impegni finanziari di Londra verso l’Ue (40 miliardi da saldare). “L’Ue non ha voluto il Brexit. Rispettiamo il voto democratico e sovrano dei cittadini inglesi e ora cerchiamo di limitare i danni per entrambe le parti e prepariamo una futura partnership vantaggiosa per le due parti” che riguarderà gli Stati Ue e un Paese terzo. L’isola britannica sarà assimilata – c’è chi si diletta a fare esempi – al Madagascar, alle Filippine o all’Uruguay.

Una “uscita ordinata”. Particolarmente complesse le questioni – che l’Ue vuole normare, mantenendo strette collaborazioni con il Regno Unito – riguardanti scambi commerciali, mobilità, difesa, lotta al terrorismo, ricerca, università, appalti pubblici, digitale e, persino, politica estera. “Abbiamo fatto ordine e posto le basi per una uscita ordinata – aggiunge il politico francese – per poi passare a stabilire le relazioni future. Non mancano le preoccupazioni per la salvaguardia dei 4,5 milioni di cittadini europei che vivono in Inghilterra, gli interessi delle imprese e del mondo finanziario, gli agricoltori”.

Ripensare le regole dopo 45 anni di presenza del Regno nella casa comune europea non sarà semplice.

Ma Barnier è “ottimista”, anche rispetto alla ratifica di Westminster. “Non siamo mai stati aggressivi nel corso dei negoziati né abbiamo mai avuto sentimenti di rivalsa – dice Barnier – per rispetto a un grande Paese, nostro amico e alleato in futuro”.

“Un fallimento per tutti”. Ma a Bruxelles le voci non sono tutte concordi. Guy Verhofstadt, liberale belga, che ha tenuto i rapporti per conto dell’Euroassemblea durante i negoziati, sottoscrive le parole di Barnier: “questo accordo ha tre elementi positivi. Riduce al minimo le possibili turbative per entrambe le parti, evita di far tornare frontiere e muri tra le due Irlande nel rispetto degli ‘accordi del venerdì santo’ e tutela i cittadini di ambo le parti”.

Verhofstadt sottolinea che in futuro potrà definirsi un Accordo di associazione con Londra, come avviene con altri Paesi del vicinato balcanico.

Poi conclude con amarezza: “resta il fatto che il Brexit è un fallimento per tutti”. Il popolare tedesco Elmar Brok, esperto di politica internazionale, non va per il sottile: “la Gran Bretagna è ora divisa al suo interno. Divisa la politica, divisa la società. Ci saranno danni per tutti, per questo ora occorre definire un partenariato nuovo che salvaguardi il libero scambio e il mercato unico”.

La volontà dei popoli. Di parere differente l’inglese Geoffrey Van Orden, conservatore: “l’Ue è pesantemente entrata nella vita di ogni giorno, invadendo ogni campo, per questo i britannici hanno scelto il Brexit con il referendum. Il progetto europeo è ripudiato dagli stessi cittadini”. Oltremodo duro Nigel Farage, inglese doc, leader indipendentista:

“Quello che è stato firmato dai 27 è un buon accordo. Ma lo è per l’Unione europea, non per noi. Si tratta del peggior accordo possibile per il mio Paese, che diventerebbe così un ostaggio dell’Ue”.

“La premier May si è arresa, ha firmato tutto. Ma state certi: il Parlamento” di Londra “non ratificherà tale accordo”. E, nel corso di un dibattito nell’emiciclo del Parlamento europeo a Bruxelles, l’eurodeputato Gilles Lebreton, francese del partito di Marine Le Pen, sentenzia: “l’Ue deve imparare a rispettare la volontà dei popoli. Viva il popolo britannico, viva il Brexit”.

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Immigrati e accoglienza: non è questione di sicurezza o di ordine pubblico

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 10:32

Sull’accoglienza dei migranti le parole più profonde e vere le ha pronunciate papa Francesco. Lo scorso 14 gennaio, in occasione della Giornata del migrante e del rifugiato, ha parlato delle paure che suscita l’immigrazione. Paure “legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano”, perché “non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze”. Paure, dunque, che non costituiscono un peccato, perché: “Peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità. […] Peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, con il diverso, con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata d’incontro con il Signore”.

Non si potrebbe dire di più e di meglio. Le parole del Papa sottolineano l’importanza dell’incontro con l’altro come fondamento del nostro essere umani. E c’invitano a impedire che la paura dello straniero diventi il criterio delle nostre scelte e dei nostri giudizi. Parole sulle quali tutti dovrebbero riflettere, ma in particolare chi sta cercando di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di sicurezza e ordine pubblico.

Certe misure hanno l’evidente scopo di ostacolare l’accoglienza e rendere plausibili, anche sulla base di un’informazione tendenziosa o apertamente manipolata, azioni che trascendono ogni limite etico, ogni senso minimo di umanità.

L’obbiettivo è rappresentare il migrante come un pericolo e un potenziale criminale, comunque sia una persona da respingere, arrestare o scaricare di nascosto oltre frontiera alla stregua di uno scarto ingombrante e inquinante(accade lungo il confine ovest tra Francia e Italia).

Azioni favorite dal vuoto o dalla debolezza legislativa (un trattato come quello di Dublino va contro ogni principio di condivisione e corresponsabilità) e da accordi internazionali che appaltano la “gestione” dei migranti a dittature repressive come la Turchia o Stati in mano a bande armate e gruppi criminali come la Libia. Azioni infamanti di cui l’Europa – culla dei diritti umani e della democrazia – dovrà un giorno rendere conto.

È fondamentale allora, a fronte di tale emorragia di umanità, denunciare le violenze, le ipocrisie, le manipolazioni. Non si tratta – come dicono gli impresari della propaganda – di essere “buonisti”, ma di esercitare la ragione e l’analisi onesta delle cose, quindi proporre misure che tengano conto della realtà e non la occultino sotto la grancassa degli slogan.

L’immigrato non è il “nemico”, semmai la vittima. Le migrazioni ci sono sempre state, fanno parte della storia dell’umanità. Ma se hanno toccato negli ultimi trent’anni i picchi che conosciamo è a causa di un sistema politico ed economico che ha prodotto laceranti disuguaglianze, sfruttato e depredato intere regioni del pianeta, concentrato enormi patrimoni in poche mani, dichiarato guerre per l’appropriazione esclusiva delle materie prime. E, di conseguenza, costretto milioni di persone a lasciare gli affetti, i legami, le case. Ma se le cose stanno così, chi è il “nemico”: gli immigrati o un sistema economico che il Papa ha definito “ingiusto alla radice”, e una politica che l’ha favorito, spalleggiato, se non addirittura rappresentato?

Il corso della storia non si può fermare

I muri, i fili spinati, le frontiere fortificate non sono solo disumani, sono anche inutili. Il corso della storia non lo si può fermare, ma lo si può certo governare. E governare significa cominciare a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie, gli squilibri sociali e climatici, facendo in modo che ogni persona, a ogni latitudine, possa vivere una vita libera e dignitosa: lavorare, abitare, aver garantite istruzione e assistenza sanitaria. Solo così la migrazione può essere contenuta in limiti fisiologici, smettere di essere un disperato esodo di massa che nessun muro o legge potrà mai fermare.

Per governare fenomeni globali occorrono risposte globali, con buona pace della retorica “sovranista” e delle sue allarmanti derive nazionaliste, fasciste e razziste. C’è chi afferma che questa risposta globale sia un’utopia dettata appunto dal “buonismo”. Ma allora era buonismo anche quello che ha ispirato la Dichiarazione universale dei diritti umani e la nostra Costituzione nel1948 o la Convenzione di Ginevra sui rifugiati nel 1951. Documenti che hanno archiviato una stagione di barbarie, inaugurandone una di libertà e democrazia. Se questa è utopia, l’alternativa è la guerra, esito inevitabile degli egoismi degli Stati-nazione.

Se governata, l’immigrazione diventa per chi accoglie non solo un’opportunità ma una necessità. L’Europa – e il nostro Paese in particolare – è un continente di diffusa denatalità con conseguente innalzamento dell’età media della popolazione. A livello mondiale le tendenze demografiche sono destinate a spostare assetti consolidati.

Se la tendenza attuale troverà conferma, fra quindici anni, nel 2033, avremo una popolazione di 8,4 miliardi di abitanti (1,56 miliardi di più) di cui il 58% (4,9 miliardi) in Asia e il 19% in Africa (attualmente è il 9%). I Paesi sviluppati conosceranno nel loro insieme un forte calo: dal 17,6% al 7%! Non è allarmistico dire che, senza una decisa inversione di marcia, il rischio sui tempi lunghi è l’estinzione e su quelli brevi una sempre più marcata irrilevanza politica ed economica.

Diventa allora imprescindibile una “iniezione” di umanità giovane e anche “diversa”, e una politica che sappia guardare lontano, che voglia realizzare speranza e non speculare sulle paure. Per tornare a noi, il fallimento dello ius soli, una legge per costruire futuro e dare a 600mila bambini figli di genitori stranieri ma nati in Italia il diritto, la responsabilità e anche l’orgoglio di sentirsi italiani, è un esempio di come quella politica sia in Italia merce sempre più rara.

C’è, infine, l’aspetto etico che si lega alla citazione del Papa. Nessuno di noi, nel momento in cui è venuto al mondo, sarebbe sopravvissuto se non fosse stato accolto.

L’accoglienza è vita che sorregge la vita.

Anche Gesù è stato un profugo, un esiliato. Sta a noi, in un tempo avaro di accoglienza, riconoscere nel volto dei migranti quello di milioni di “poveri cristi” bisognosi come noi di accoglienza e di umanità.

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Locked-down Buenos Aires for the G20 summit. Tensions over the economic crisis and widespread poverty

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 08:31

The city’s centre is set to be on lockdown and practically inaccessible.  In suburban districts, the so-called “villas miserias”, long lines of people are seen outside parishes to receive aids and foodstuffs. These are the two snapshots of Buenos Aires that will soon host the G20 – November 30th and December 1st. The leaders of the greatest world Countries and their numerous delegations (totalling 10 thousand people) will soon be landing at Jorge Newbery airport, located next to the Palermo neighbourhood, to be transferred to the nearby Costa Salguero Convention centre. It’s a historic moment for Argentina: A G20 summit will take place in a South American city for the first time. Argentina has never hosted such a large-scale event before. But this will happen at the worst possible time: the Country has plunged into a serious economic and monetary crisis, amid growing poverty. The summit’s preparations took place in a climate of tension.

In the past few days the city – still shocked by the incidents that took place ahead of the Copa Libertadores finals, involving the city’s major football teams, the River Plate and Boca Juniors – has been practically locked-down. The stakes are high and national authorities, notably President Mauricio Macri, can’t afford to face violent clashes and unrest. Thus, in the city, contrasting feelings – anger, indifference and resignation- are simmering beneath the surface, along with some glimpse of hope.

Growing poverty and a locked-down city.  In the past days the Argentinean Catholic Church held a position of discretion and caution, given the huge risk of manipulations and of being instrumentally used. But her daily activity of support to the poor and marginalized people continues, carried out especially through the so-called “curas villeros”, the priests of the villas, whose pastoral care was given renewed impetus when Cardinal Jorge Mario Bergoglio served as Archbishop of Buenos Aires.
One of them, Father Carlos “Charly” Olivero, who serves in the largest villa of Buenos Aires, 21-24-Navaleta, is presently in Rome to attend a seminar on drugs and addictions at the Vatican. “I don’t have the necessary competence to discuss the G20 agenda – he told SIR – but I doubt the Summit will answer the needs of the poorest social brackets.” The life of families living in high-poverty suburbs is deteriorating day after day: “Throughout the country the situation is extremely difficult – the priest went on – faced with high inflation and wages that don’t keep pace. People line up every day outside our parishes. They are desperate.” Moreover, although the problems of the “villa miseria”- slums often found near landfills, with a high migrant population and social outcasts – are unquestionably linked to the agenda of major global issues (inequality, social injustice, environment, drug trafficking, crime),

the G20 appears as a distant, blurred and inaccessible reality.

“The city deployed heavy security forces – added Father Charlie -. The centre is on lockdown and inaccessible, the subway has been shut down and many streets are closed, public transport has been cancelled. It should be said that in the past weeks social tensions have been growing, but I doubt they will be given room to express their claims, the Government is scared that something might happen.”
An opportunity for Argentina. But hope continues to thrive. It is the belief of Eduardo Donza, economist, Professor at the Universidad Católica Argentina (UCA), a researcher for the annual yearly Barometer on social unease. “It’s a critical period; and the fact that a G20 summit will take place in the present circumstances may seem paradoxical. However,

I firmly believe that this event can become an opportunity and a chance to showcase the Country.

I am thinking of exports of Argentinean products and tourism. In my opinion, highlighting these positive aspects instead of focusing on the limits is a sensible choice.”  With regard to the Country’s economic situation Donza observed that after the agreement with the International Monetary Fund the “peso-dollar exchange rate remained stable, but it brought further restrictions. Let’s hope that in 2019 we will see some concrete improvements.”

The proposal of faith communities. With no doubt the G20 has been taken seriously by religious and ecumenical organizations that two months ago promoted the “G20 Interfaith Forum” in Buenos Aires, under the banner of inter-religious dialogue. Participants released a final declaration that includes an appeal to G20 Countries, which “have the opportunity to take on an active role through actions aimed at stemming inequalities that pose a threat to the future of humanity. As religious leaders and believers we are committed to jointly promoting good practices to reduce scandalous inequalities and to collaborate in the creation of greater opportunities, thereby ensuring that the whole of humanity can access a full and prosperous life.”

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Buenos Aires blindata per il G20. Tensione per la crisi economica e la povertà dilagante

Agenzia SIR - Thu, 29/11/2018 - 08:31

In centro, una città blindata e praticamente inaccessibile. In periferia, nelle cosiddette villas miserias, la coda che si ingrossa ogni giorno davanti alle parrocchie, per avere aiuti e alimenti. Sono le due istantanee della Buenos Aires che si appresta a ospitare il vertice del G20, che si tiene il 30 novembre e il 1° dicembre. I leader dei maggiori Paesi del mondo e le loro numerosissime delegazioni (in tutto 10mila persone) stanno per sbarcare all’aeroporto Jorge Newbery, nella zona portuale del quartiere Palermo, per trasferirsi nel vicino centro congressi Costa Salguero.
Per l’Argentina e per la sua capitale è un momento storico:

per la prima volta un vertice del G20 si tiene in una città dell’America Latina, il Paese non ha mai ospitato un evento politico di tale portata. Ma tutto ciò avviene nel momento peggiore possibile: il Paese è ripiombato in una gravissima crisi monetaria ed economica, la povertà è in grande aumento e i momenti della preparazione del vertice sono stati vissuti in un clima di tensione.

Da giorni la città, scossa anche dagli incidenti accaduti prima della finale della Copa Libertadores tra le due maggiori squadre della città, il River Plate e il Boca Juniors, è praticamente paralizzata. La posta in gioco è alta e le autorità, a partire dal presidente Mauricio Macri, non possono permettersi violenti scontri e incidenti. Così, la metropoli è un ribollire di sentimenti contrastanti: rabbia, indifferenza e rassegnazione, qualche flebile speranza.

Povertà crescente e una città blindata. La stessa Chiesa argentina ha tenuto in questi giorni un profilo di discrezione e prudenza, grande è il rischio di strumentalizzazioni e manipolazioni. Ma continua nella sua attività quotidiana accanto ai poveri e agli esclusi, in particolare attraverso i “curas villeros”, i sacerdoti delle villas, la cui pastorale ha ricevuto un grande impulso quando era arcivescovo di Buenos Aires il cardinale Jorge Mario Bergoglio.

Uno di loro, padre Carlos “Charly” Olivero, che opera nella più vasta villa di Buenos Aires, la 21-24-Navaleta, è in questi giorni a Roma, per partecipare a un seminario sulle tossicodipendenze in Vaticano. “Non ho la competenza per discutere dell’agenda del G20 – spiega al Sir – ma dubito che dal vertice possano arrivare risposte alle domande della gente più semplice e povera”. La quotidianità delle famiglie delle periferie si fa ogni giorno più dura: “La situazione in tutto il Paese è molto delicata – continua il sacerdote – l’inflazione cresce, i salari contano sempre meno. La gente fa la fila ogni giorno nelle nostre parrocchie ed è disperata”. Insomma, anche se i problemi delle villas, baraccopoli costruite spesso vicino alle discariche e popolate da molti migranti e scarti della società, sono indubbiamente legati all’agenda dei grandi temi globali (diseguaglianza, ingiustizie sociali, ambiente, narcotraffico, criminalità),

il G20 appare lontano, sfuocato e inaccessibile.

“C’è un grande spiegamento di mezzi per garantire la sicurezza – aggiunge padre Charlie -. Il centro è blindato e inaccessibile, la metropolitana e molte strade sono chiuse, i mezzi pubblici non circolano. Non nego che nelle scorse settimane c’è stata una forte tensione sociale, ma dubito che avrà lo spazio di esprimersi, il Governo è terrorizzato che possa succedere qualcosa”.

Un’occasione per l’Argentina. Non manca, però, qualche speranza. Ne è convinto l’economista dell’Università Cattolica argentina (Uca) Eduardo Donza, tra i curatori dell’annuale Barometro sul disagio sociale. “Viviamo una situazione delicata e che un vertice del G20 si svolga in tale contesto può apparire paradossale. Tuttavia,

sono convinto che questo evento possa rappresentare una possibilità e una vetrina per il Paese.

Penso alle esportazioni dei prodotti argentini, o al turismo. Ritengo che sia sensato guardare a questi aspetti positivi più che ai limiti”. Sulla situazione economica del Paese, Donza fa notare che, almeno, dopo l’accordo con il Fondo monetario internazionale, “il cambio tra il peso e il dollaro si è stabilizzato, però questo ha portato a ulteriori restrizioni. Speriamo che nel 2019 si possa assistere a qualche miglioramento concreto”.

Le proposte delle religioni. Certamente, il G20 è stato preso sul serio dalle organizzazioni religiose ed ecumeniche che due mesi fa hanno promosso nella capitale argentina il “G20 Interfaith”, all’insegna del dialogo tra le religioni. I lavori hanno prodotto una dichiarazione finale, nella quale appare anche un appello ai governi del G20, che “hanno la possibilità di assumere un ruolo attivo attraverso azioni che riducano la molteplicità di diseguaglianze che mettono anche in pericolo il futuro dell’umanità. Come leader religiosi e persone credenti ci impegniamo a promuovere congiuntamente buone pratiche per ridurre le scandalose diseguaglianze e per collaborare nel la generazione di maggiori opportunità, affinché tutta l’umanità abbia l’accesso a una vita piena e abbondante”.

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Pena di morte: anche la Malesia la abolisce. Impagliazzo: “Togliere legittimità a tutte le violenze”

Agenzia SIR - Wed, 28/11/2018 - 16:46

Sono 143 i Paesi che hanno abolito la pena di morte, ma sono 56 quelli che ancora la mantengono in vigore e 23 quelli in cui le condanne sono eseguite. In Europa, è la Bielorussia l’ultima nazione nel cui ordinamento è contemplata la pena capitale e le esecuzioni avvengono senza nemmeno informare i familiari dei condannati. La Malesia invece ha annunciato l’abolizione della pena di morte e la moratoria delle esecuzioni. Su questo fronte, dunque, si sono raggiunti importanti traguardi, ma resta ancora molto fare. Specialmente a livello culturale, in un tempo “in cui dominano le emozioni”, come spiega Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che ha promosso l’XI Incontro internazionale dei Ministri della Giustizia sul tema “Un mondo senza la pena di morte”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Presidente, quale è la situazione della pena di morte nel mondo?
Ci sono importanti novità positive, a partire dall’abolizione della pena di morte in Malesia che sottrarrà a questa pena ingiusta centinaia e centinaia di persone: sono 1.281 i condannati nel braccio della morte delle carceri malesiane. Questa è una grande notizia che ci ha fatto rallegrare. Inoltre

c’è stato il voto in sede Onu per una moratoria delle esecuzioni capitali che ha coinvolto nuovi Paesi: 123 si sono dichiarati a favore 36 gli astenuti e 30 contrari.

C’è dunque un movimento che cresce a livello internazionale e multilaterale.

La Comunità di Sant’Egidio è in prima linea da anni nella battaglia contro la pena di morte…
Sant’Egidio si sta impegnando perché abolire la pena di morte significa togliere legittimità a tutte le violenze, che purtroppo sono in aumento nel nostro mondo. Tra l’altro, è stato dimostrato come la pena di morte non sia un deterrente: dagli Stati Uniti ci è stato detto che gli Stati che lo hanno abolito hanno visto diminuire i reati di omicidio. Il problema quindi è quello di coinvolgere l’opinione pubblica in un tempo di emozioni, in cui sembra che il ricorso alla pena di morte sia la soluzione più semplice anche se in realtà non è vero.

La modifica del Catechismo della Chiesa cattolica riguardo alla pena di morte, dichiarata “inammissibile”, rappresenta uno stimolo per i cristiani per continuare ad impegnarsi a difesa della vita?
Sì, si tratta di un importante cambiamento impresso da Papa Francesco che ha dato molta forza non solo a noi, ma a tutte le associazioni cattoliche e laiche che lavorano a questo livello. Impegna le Chiese e sostiene le Conferenze episcopali – come quelle americana, ugandese, filippina – che stanno lavorando su questo tema. È un grande sostegno per tutti.

Perché la lotta per l’abolizione della pena di morte è una battaglia culturale?
Lo è perché nell’emotività c’è una santa ignoranza, come la definisce Olivier Roy. E noi

dobbiamo superare tutte queste forme di ignoranza sia su base religiosa che su base laica

che danno soluzioni semplificate a problemi complessi e non servono o sono letali quando toccano il diritto alla vita.

Il 30 novembre torna l’appuntamento di “Cities for Life”, la mobilitazione mondiale contro la pena capitale…
Quest’anno sono più di 2.000 le città per la vita che aderiscono all’iniziativa, giunta alla sua 17° edizione, che si celebra nella data in cui si ricorda la prima abolizione della pena di morte nel 1786 da parte del Gran Ducato di Toscana. È bello diffondere l’idea delle città per la vita, di città che si mobilitano insieme all’opinione pubblica. Noi avremo il centro dell’iniziativa al Colosseo, che sarà nuovamente illuminato per l’occasione.

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Itinerari culturali: il viaggio e la conoscenza nella cartà d’identità europea

Agenzia SIR - Wed, 28/11/2018 - 14:13

Il cammino di Compostela, la via francigena, l’itinerario del patrimonio ebraico, quello di san Martino di Tours, i siti cluniacensi, le abbazie cistercensi, le strade degli ugonotti e dei valdesi, i luoghi di sant’Olav. Luoghi della storia e delle fedi religiose. Accanto ai quali troviamo le rotte dei vichinghi, l’itinerario del patrimonio del romanico, le ambientazioni napoleoniche, la rete dell’art nouveau, le città fortificate… I 33 Itinerari culturali del Consiglio d’Europa sono un progetto ultratrentennale che, per il suo valore, dovrebbe diventare materia scolastica in tutta Europa.

Forza generatrice. Tali itinerari percorrono infatti le radici, remote e recenti, dell’identità europea e “possono essere la base di una cittadinanza condivisa”. Quella cittadinanza comune che sembra eclissarsi nell’Europa di oggi, fra memoria trascurata e muri che tornano a dividere popoli e Stati. Se ne è parlato il 17 novembre a Strasburgo, grazie a una iniziativa della Missione permanente della Santa Sede presso il CdE nell’Anno europeo del patrimonio culturale proclamato dall’Ue dal tema – azzeccatissimo – “Dove il passato incontra il futuro”. È stato il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee), che ha svolto la relazione introduttiva, a dare il “la” alle riflessioni della giornata. Per il porporato, il patrimonio culturale europeo “è certamente espressione del passato, tuttavia di un passato che chiede di interloquire con il presente e che, soprattutto, è capace di generare il futuro”.

Lo spazio, il tempo. Nell’introdurre i lavori mons. Paolo Rudelli, Osservatore permanente della Santa Sede presso il CdE, ha affermato: “il processo di integrazione europea può trovare un luogo essenziale di realizzazione nel dialogo, nella sinfonia direi, tra le diverse culture che costituiscono l’identità dei nostri popoli”. Culture, dunque al plurale, per un’Europa plurale. Che fa della “unità nella diversità” il suo stesso motto. Stefano Dominioni, direttore dell’Istituto europeo degli Itinerari culturali, ha dal canto suo osservato: “Gli itinerari culturali non devono essere intesi esclusivamente come percorsi fisici, ma anche come viaggi attraverso lo spazio e il tempo, dimostrando che le culture di diverse regioni e popoli in Europa costituiscono un patrimonio condiviso”.

Le tracce e lo spirito. I numerosi interventi della giornata hanno portato, ciascuno a suo modo, un tassello al mosaico. Perché la cultura – si è detto -, che comprende vari significati, forme ed espressioni dell’umano (a partire dalla storia, passando per arte, architettura, letteratura, religione, pensiero filosofico, scienza…) è “il linguaggio, l’identità” stessa dell’Europa, una “coscienza di sé” che oggi latita e della quale si avverte la mancanza. Gli itinerari culturali rimandano al turismo, al viaggio, al pellegrinaggio, divenendo espressione dell’uscire dalla dimensione locale e da se stessi per andare incontro ad altro, agli altri. Uscire per conoscere, gustare, stimare, incontrare. Il contrario delle chiusure timorose – e dei nazionalismi – che attraversano il vecchio continente. Si ritrova qui anche la metafora del viaggio: l’Europa stessa è un percorso, un cammino entro la storia, che, senza mai rinnegare le proprie radici, si apre al domani. Un’Europa delle “cose”, dei luoghi, delle tracce, dei simboli, e ugualmente, l’Europa dello spirito, della trascendenza, delle fedi.

La tela dell’unità. Nel suo intervento al Consiglio d’Europa, il card. Bagnasco ha ribadito: “il turismo di massa rischia spesso di accostare opere d’arte come oggetti muti”, mentre “il patrimonio culturale è una realtà dinamica, che vuole parlare e possiede una vera capacità generativa. Ma per lasciarsi interpellare da ciò che si incontra, si deve essere disposti ad uscire da se stessi. In altre parole, si deve essere disposti a viaggiare autenticamente. Un percorso interiore, di cui il viaggio esteriore è segno e strumento”. Da questo punto di vista gli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa “sono particolarmente preziosi. Essi attraversano tutto il continente come dei fili, mettendo in comunicazione luoghi apparentemente lontani tra di loro e assai diversi, uniti da cammini fisici o da percorsi ideali che hanno contribuito a plasmare la nostra identità e che per questo interpellano il nostro futuro. La tela composta dall’intreccio di tutti questi fili non è altro che la tela dell’unità europea, nella ricchezza della sua diversità”.

Costruire ponti. Mons. Julián Barrio Barrio, arcivescovo di Santiago de Compostela, ha spiegato: “Santiago è compresa in una tradizione millenaria attorno alla tomba dell’apostolo Giacomo. Questa città, come custode di uno dei tesori più preziosi del cristianesimo, è meta di pellegrini, luogo d’incontro di correnti spirituali, di tendenze culturali, economiche e sociali”. Il pellegrinaggio a Santiago (il primo itinerario riconosciuto dal CdE e forse ancora il più noto) secondo Moreno Báez “fu uno degli elementi forti che favorirono la comprensione reciproca di popoli europei tanto diversi, come i latini, i germani, i celti, gli anglosassoni e gli slavi. Il pellegrinaggio avvicinava, metteva in contatto e univa tra loro quelle genti che di secolo in secolo abbracciavano il Vangelo”. Mettere in contatto, dunque, costruire ponti, dialogare: è il messaggio che Compostela e gli altri Itinerari CdE consegnano all’oggi.

Il rischio di chiudersi. Il cardinal Bagnasco ha inoltre osservato: “Gli itinerari culturali rappresentano un’opportunità anche per la Chiesa cattolica. Per sua natura universale, la Chiesa conosce bene la vocazione a coniugare unità e diversità. Conosciamo bene il valore del locale, l’attaccamento alle nostre terre, della cui identità le comunità cristiane sono spesso le custodi”. Talora, tuttavia, “questo radicamento – ha sottolineato Bagnasco – può comportare il rischio di chiuderci in noi stessi. E allora uscire, mettersi in viaggio è salutare. Non è forse un caso che l’esperienza del pellegrinaggio abbia caratterizzato la vita di numerosi santi – basti pensare a Francesco d’Assisi e a Ignazio di Loyola – e sia stata intrapresa in molte epoche storiche in particolare da giovani, come un richiamo ad uscire dall’ordinario, dalla piatta banalità, per puntare in alto e mettere in gioco se stessi fino in fondo per il Vangelo”.

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