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Primo libro di Anba Epiphanius in lingua italiana: “Una salvezza così grande”

Natidallospirito.com - Mon, 13/05/2019 - 09:00

Da oggi è disponibile a quest’indirizzo https://www.amazon.it/dp/1732985219 il nuovo libro della San Macario Edizioni, “Una salvezza così grande: Meditazioni bibliche di un padre del deserto contemporaneo” del tre volte beato vescovo Anba Epiphanius.

Si tratta del secondo libro pubblicato e stampato in Occidente dalla casa editrice del Monastero di San Macario il Grande.

“Una salvezza così grande” è un libro di grande valore, non soltanto per il contenuto, frutto di anni di studio delle Scritture, ma anche perché l’autore, anba Epiphanius, ha pubblicato l’originale arabo pochi mesi prima di essere ucciso mentre si recava a presiedere la Divina Liturgia domenicale.

Il libro è impreziosito da una prefazione di Sua Santità Papa Tawadros II, Patriarca della Chiesa copta ortodossa.

Dalla quarta di copertina:

Coloro che sono stati morsi dal peccato e nel cui corpo è scorso il suo veleno mortale guardino a colui che è morto per loro una volta e per sempre e che ora è vivo e donatore di vita. Sentiranno il brivido di una vita nuova scorrere nelle loro vene e vedranno rinnovati i loro pensieri, le loro emozioni, le loro speranze e le loro aspirazioni. Nel dialogo con Nicodemo, il Signore Gesù ha rivelato il mistero della nuova vita che egli ha donato a lui e a tutti coloro che credono in lui. Dobbiamo soltanto guardare con fede al Signore Gesù. Allora otterremo la vita eterna, allora gusteremo “una salvezza così grande” (Eb 2,3).

Per acquisti di più copie (minimo 10) è possibile contattare direttamente la casa editrice per ottenere uno sconto: info@sanmacarioedizioni.com

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Festa a Bucarest in attesa di Papa Francesco. Mons. Robu, “lo accogliamo a braccia aperte”

Agenzia SIR - Sat, 11/05/2019 - 10:39

Mancano tre settimane alla visita di Papa Francesco in Romania (31 maggio-2 giugno) e l’arcidiocesi di Bucarest dà inizio alla festa con un invito alla gioia. Giovani, anziani, famiglie, religiosi e sacerdoti sono oggi invitati al “Festival della gioia”, che si svolge per l’intera giornata presso il monastero delle suore della Congregatio Jesu, alla periferia della capitale romena.
Il festival anticipa e “lancia” l’incontro con Francesco che arriverà a Bucarest il 31 maggio: il Santo Padre, dopo gli incontri con le autorità dello Stato e della Chiesa ortodossa romena, la sera celebrerà la messa nella cattedrale romano-cattolica di San Giuseppe. L’arcidiocesi si prepara ad accogliere più di 30mila persone, nella cattedrale e nei dintorni per la celebrazione con il pontefice. “Siamo grati al Santo Padre per questo grande dono che rivolge non solo ai cattolici della Romania, ma a tutti i romeni. Lo ringraziamo e lo aspettiamo con le braccia aperte e con i cuori ricolmi di gioia”, dice l’arcivescovo di Bucarest, mons. Ioan Robu.
Per la visita del Papa a Bucarest si sono iscritti e mobilitati 300 volontari che oggi sono impegnati nell’organizzazione e nella conduzione del “Festival della gioia”: sono fedeli dai 16 ai 60 anni, provenienti da varie parrocchie dell’arcidiocesi, coordinati dal Centro diocesano per la pastorale giovanile.
Durante la giornata, oltre a varie attività per i bambini, i giovani e le famiglie, è prevista una catechesi sul magistero del Papa, con quiz e premi, un concorso di cucina tra due sacerdoti dell’arcidiocesi e due chef italiani – Andrea Di Russo e Antonio Passarelli –  che vivono e lavorano a Bucarest, e la proiezione di un film su Papa Francesco.
In occasione del festival, l’arcidiocesi presenterà anche l’inno ufficiale per la visita di Bergoglio a Bucarest, intitolato “Camminiamo tutti insieme”. L’inno è ispirato al motto della visita del pontefice in Romania ed è stato composto da un sacerdote romeno, Jerome Ambarusi.

Per la visita nella capitale, l’arcidiocesi ha scelto come logo uno skyline che rappresenta vari edifici simbolici di Bucarest, tra i quali anche le due cattedrali cattoliche, latina e bizantina, e ha dedicato all’evento un sito internet (https://www.papalabucuresti.ro/) e una pagina facebook (https://www.facebook.com/PapalaBucuresti/).
La comunità delle suore di Congregatio Jesu, dove si svolge il festival, è un simbolo della resistenza della Chiesa cattolica in Romania durante il comunismo di Ceausescu: è l’unico monastero del Paese ad essere sopravvissuto in quel difficile frangente della storia nazionale ed europea. Dopo gli anni ‘90 la congregazione religiosa ha vissuto una primavera vocazionale e oggi le suore sono impegnate nella società romena in campo educativo, sociale e sanitario.

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Vocazioni: discernere non è semplice e trovare il coraggio di rischiare ancora meno

Agenzia SIR - Sat, 11/05/2019 - 09:13

Non c’è gioia più grande che rischiare la vita per il Signore. Così Papa Francesco nel suo messaggio per la 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che si celebrerà il 12 maggio prossimo. Rischiare la vita non ha il sapore dell’azzardo o della ricerca del pericolo, no; ha il gusto dell’intuizione di una promessa che già riesce a scorgere, come se vedesse l’Invisibile. È la vicenda di molti personaggi della Scrittura, uomini e donne che per fede hanno saputo lasciare, partire senza sapere dove precisamente la strada li avrebbe condotti, compiere imprese che mai si sarebbero immaginati; non da supereroi ma da uomini e donne decisi a giocarsi il proprio futuro nella sequela di quella profezia di vita che sempre si accompagna alla promessa di Dio.

La vocazione è così. Non è facile discernere (Messaggio per la 56ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni) ma ha sempre il colore di un invito, una voce che viene da fuori, un grido che proviene dalla realtà e che può essere riconosciuta come Parola di Dio.

Domenica, noi preghiamo per questo: perché

ciascuno si metta in ascolto delle promesse che Dio racchiude nella storia di tutti i giorni e nella vita di ognuno.

Sì, perché se esiste una promessa grande, che allarga l’orizzonte su un largo spazio di futuro e permette la scelta, l’orientamento di tutta una vita, ci sono anche promesse più feriali, nascoste nelle pieghe mai banali della quotidianità e che ne permettono la trasfigurazione.

Sono piccoli gesti di bene, di gratitudine, semplici richieste di scuse o grandi domande di perdono, passi semplici ma decisi che sanno ricucire fratture, divisioni, permettono di superare rancori incancreniti da anni; il primo passo, lo spunto, l’innesco, viene dalla realtà, dalla possibilità di riconoscere in un momento, quello opportuno capace, per opera di Dio, di rivelarne la promessa.

Se discernere non è semplice, trovare il coraggio di rischiare lo è forse ancora meno. Ed è per questo che bisogna pregare. Non con una disposizione che ‘mette il cuore in pace’ perché alla fin fine se ne preoccuperà Dio, ma perché la preghiera pone a contatto con il cuore di Gesù, in ascolto dell’Amico (Francesco, “Christus Vivit”) dona la forza – perché spinti dalla sua carità (2Cor 5,14) a concretizzare. Perché l’amore – lo sappiamo – si misura più nei fatti che nelle parole.

Pregare per le vocazioni spinge a prendersi cura a sentire sorgere, dalla passione di Gesù, anche la nostra.

Appassionarsi, rischiare la vita sul suo nome (cf. At 15,26), coltivare l’audacia di intuire proposte, di percorrere sentieri, di lasciare vecchie strade per aprirne di nuove, di rimanere aperti alla fantasia dello Spirito – purché sia la sua e non la nostra soltanto – che rende capaci di profezia, anche oggi.

Preghiamo perché nell’ascolto della Parola, i giovani in particolare ne rimangano avvinti così che ardenti della sete di Dio non smettano mai di cercarlo e con gli occhi di chi crede (cf. Francesco, Lumen Fidei, 1) riescano a scorgere quella promessa nascosta ma quanto mai reale che ha la forza di lanciarli con decisione nel compimento della loro vocazione, “come se vedessero l’Invisibile” (cf. Francesco, Evangelii Gaudium, 150).

(*) direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni

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La “Santa delle Perseguitate”: in un film la storia di Santa Scorsese, assassinata da uno stalker

Agenzia SIR - Sat, 11/05/2019 - 09:05

Era la notte tra il 15 ed il 16 marzo del 1991 quando Santa Scorese, 23 anni, di Palo del Colle, paese della provincia di Bari, morì per le coltellate inferte da Giuseppe, un giovane con problemi psichici, che da anni la perseguitava, senza un motivo, se non l’ossessione di averla per sé, dopo averla vista in parrocchia.
Santa da allora è divenuta “Santa delle Perseguitate”, vittima di stalking e femminicidio, ancor prima che di questo reato si parlasse. Nessuna denuncia, nonostante un padre nelle forze dell’ordine, l’ha protetta da un destino che lei sentiva segnato. E che raccontava, in un diario segreto, diventato il suo testamento spirituale.
In quelle pagine confessava di aver deciso di consacrarsi a Dio, entrando a far parte delle Suore Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe. Una scelta maturata nel tempo, nei lunghi colloqui con il suo confessore, nelle esperienze con i focolarini e con l’Azione Cattolica.

“Una cosa ho scoperto: che Dio è veramente l’unico incrollabile punto fermo della vita di ognuno di noi. Sento come ora, nonostante il trambusto che c’è dentro, la sua presenza doni tranquillità e fiducia, fiducia che non sono sola, che Lui mi ama comunque, anche con i miei limiti, e sento anche la necessità di risceglierlo ogni giorno come la cosa più importante per me, per la quale vale la pena di lottare, soffrire e morire”, scrive sul diario pubblicato postumo.

Proprio da un incontro in parrocchia tornava, la sera in cui è stata uccisa sotto casa, davanti allo sguardo del padre affacciato al balcone, che non ha potuto far altro che sottrarre il suo corpo dalle mani del suo assassino. Santa poco prima di morire lo perdonò, come ha testimoniato un medico del Policlinico di Bari, dove tentarono disperatamente di salvarla. Giuseppe, come aveva tristemente “profetizzato” Santa, continuò a perseguitare la sua famiglia ed i suoi amici ancora dopo anni dalla sua morte, con lettere e minacce.
Santa Scorese a fine anni ‘90 è stata nominata Serva di Dio ed attualmente è in corso il processo di beatificazione, per martirio in odio alla fede. Dalla sua storia di “vergine martire”, secondo la definizione della Curia di Bari, negli scorsi anni è stato tratto un libro edito da La Meridiana ed un adattamento teatrale del regista Alfredo Traversa. Oggi invece per la prima volta se ne parla in un film. A Taranto, al teatro Orfeo, si è tenuta la prima nazionale. Tra cronaca e fiction, “L’incredibile storia di Santa Scorese” è il mediometraggio d’esordio del regista pugliese Mimmo Spataro, che porta sullo schermo anche un punto di vista femminile sulla triste vicenda, che è quello di Assunta D’Elia, la moglie di Spataro, sceneggiatrice della pellicola.

“Ho conosciuto la storia di Santa grazie a Tiziana Risolo, amica ed attrice – racconta Assunta D’Elia – che in quel periodo stava portando in scena a teatro questa giovane ragazza, in un lavoro dell’attore e regista Alfredo Traversa, nel nostro film nelle vesti del padre della protagonista.

La vicenda umana ed il percorso spirituale di Santa mi hanno talmente turbato, sconvolto, da sentire che dovevo raccontare.

Così ho proposto a Mimmo di farne un film ed ho passato tutta la scorsa estate a scrivere la sceneggiatura, confortata a distanza dalla sorella di Santa, Rosamaria Scorese, che insieme ai genitori ci ha aperto le porte di casa. Il mio lavoro prende spunto dai diari di questa giovane donna e mi sono sentita accompagnata da lei nella scrittura. Santa è un esempio di fede, tenacia, speranza. Aveva capito fin da principio cosa rischiava ma ha continuato a vivere pur tra mille persecuzioni, pedinamenti, lettere minatorie, minacce, senza sentirsi tutelata ed ha perso la vita perdonando il suo assassino”.
“Per noi era talmente importante far conoscere attraverso il cinema la storia di Santa che abbiamo deciso di produrre e finanziare a spese nostre questo film – spiega Mimmo Spataro – ed io ho cercato di ammortizzare i costi facendo anche da fonico, operatore ripresa e drone, fotografo ed occupandomi della post produzione, insieme ad Assunta. Ci tengo a ringraziare gli attori che sono stati a nostra completa disposizione per un piccolo guadagno e tutti coloro che hanno creduto come noi

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in questo progetto. Dopo la prima a Taranto, speriamo di portarlo in giro per festival e di essere d’aiuto per la causa di beatificazione. Da questo esperienza è nata una nuova grande famiglia. Abbiamo un gruppo WhatsApp, chiamato ‘Tutti per Santa’ ed è proprio così che ci sentiamo, uniti dal suo esempio di vita”.

La prima visione è stata non solo per gli spettatori ma anche per chi al film ci ha lavorato e per la famiglia di Santa Scorese.

Le riprese si sono divise tra le aule dell’Università di Bari, l’ospedale Moscati di Taranto, Alberobello e Polignano a Mare, per le immagini aeree, Palo del Colle, paese nativo di Santa e la parrocchia tarantina di san Pasquale. In tutto 35 giorni, spalmati in tre mesi di lavoro.
“Quando ci è stato proposto di farne un film – confessa Rosamaria Scorese, la sorella di Santa – eravamo increduli. L’abbiamo vissuta come i fidanzamenti di una volta, con l’innamorato che si presenta a casa a chiedere la mano. Era davvero una proposta d’amore. Abbiamo accolto Mimmo ed Assunta nella nostra famiglia, perché oltre la rabbia che questa vicenda porta con sé, c’è la gioia, la bellezza, che è contagiosa. Mettermi a loro disposizione è stato un altro atto di fede. Ho seguito il lavoro di scrittura mentre sul set sono stata poco. Non volevo che si sentisse una qualunque pressione, per la mia presenza. La storia di Santa ha varcato gli oceani, è arrivata fino a Papa Francesco. È un seme che sta portando frutti. Il suo è un esempio di vita controcorrente, consacrata nell’animo, donata fino in fondo. E penso che il cinema ci aiuterà a farla scoprire a chi non la conosce”.

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Motu Proprio “Vos estis lux mundi”. Padre Zollner: “Il passo più importante degli ultimi anni”

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 14:59

“Questa nuova legge è il passo più importante degli ultimi anni”. Padre Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, va diretto sulla importanza del Motu Proprio “Vos estis lux mundi”, emanato da Papa Francesco come uno dei frutti del summit vaticano di febbraio su “La protezione dei minori della Chiesa”. E spiega: “Perché mette in evidenza l’obbligo di denuncia in caso di sospetto di abuso e anche di negligenza nel trattamento dei casi da parte dei superiori, siano vescovi o religiosi. Mette in evidenza la necessità di essere coerenti anche nel trattamento delle persone, a prescindere da chi siano stati i denuncianti. C’è anche quindi una protezione dei denuncianti. Poi c’è il coinvolgimento dei laici a seconda delle possibilità e delle situazioni. Dà quindi un fortissimo segnale che la Chiesa è impegnata e il Papa vuole che la Chiesa agisca con determinazione e coerenza nella difesa dei più vulnerabili e che sia chiaro a tutti che chi commette un crimine sia punito in modo corrispondente”.

Perché un Motu proprio e perché adesso?
Il motivo è semplicemente quello di rendere legge alcune cose importanti per la vita delle Chiese locali e per la Chiesa universale che finora erano nella discrezione delle Conferenze episcopali, riguardo alla stesura delle linee guida. Adesso questo è diventato legge, in alcune parti: ad esempio la questione della accoglienza delle vittime; la questione della denuncia, la questione del coinvolgimento dei laici in questi processi e la questione della necessità di agire anche in caso di vescovi negligenti.

Cosa intende per legge
Intendo che è una legge per la Chiesa. Dal primo di giugno è obbligo di tutti eseguirla, e saranno sanzionati coloro che non la seguono.

Novità finalizzate a cosa?
Ad una Chiesa per cui conta affrontare anche le cose più difficili e criminali che purtroppo accadono al suo interno come lo è l’abuso sui minori e sulle persone adulte vulnerabili.

Si punta alla creazione di un clima di apertura, di coerenza, e di trasparenza.

Questa intenzione era già stata ribadita più volte e affermata a febbraio all’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali sulla protezione dei minori. Il fatto che queste indicazioni diventano ora legge indica la volontà di Papa Francesco di prendere in mano le redini di questo problema? Perché ci sono nel mondo Conferenze episcopali virtuose ma altre invece che continuano ad affermare di non avere questo problema.
Questo è molto evidente. È chiaro. Il punto è che noi ci rendiamo conto che la situazione nella Chiesa universale è molto diversa. Adesso è stata introdotta una cosa che non esisteva in nessuna parte della Chiesa nel mondo. Perché in nessuna parte i chierici fino ad oggi avevano l’obbligo religioso di denunciare. Adesso c’è con questa legge. Si tratta di un passo veramente molto importante.

Si sta pensando anche d’istituire magari nel tempo un ufficio unico nella Santa Sede per il prosieguo della pratica?
No. La questione è che nella Chiesa cattolica esistono molte ramificazioni. Per i vescovi latini, interverrà la Congregazione dei vescovi. Per i vescovi di rito orientale, sarà la Congregazione per le Chiese orientali. Per i vescovi di Africa e Asia, la Propaganda Fide. Per i religiosi sarà la Congregazione per la vita consacrata, e così via. A seconda dell’appartenenza, sanziona la Congregazione pertinente, dopo che un metropolita ha condotto – come si legge appunto nel Motu Proprio – una investigazione sul caso.

Se si è arrivati ad un Motu Proprio che diventa legge in tutto il mondo, significa che la situazione è grave. Quanto hanno pesato in questa decisione il coraggio e la determinazione delle vittime a bussare alla porta della Chiesa e di Papa Francesco in questi anni?
Certamente le vittime e i media hanno giocato un ruolo importante. E tutto questo è confluito nell’incontro di febbraio scorso in Vaticano con tutti i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo e lì non solo erano presenti le vittime ma c’è stata anche la volontà espressa di misure concrete. Il Papa, con questo Motu Proprio, ha chiaramente stabilito misure concrete. Sempre nell’ambito di quell’incontro, si era detto che non dobbiamo guardare solo ad un approccio pastorale, spirituale, ecc. ma anche a delle conseguenze chiare dal punto di vista giuridico e di struttura della Chiesa.

In questo Motu Proprio, siamo nel cuore della volontà del Papa di prendere in mano molto seriamente questo impegno.

Insomma da oggi in poi non può più valere il discorso di Conferenze episcopali virtuose e altre invece no. Regole uguali per tutti in tutto il mondo?
No. L’atteggiamento deve essere lo stesso ma non possono esserci le stesse misure, perché il mondo della Chiesa è molto diverso, da un Paese all’altro e da un continente all’altro. Le Conferenze episcopali e anche le diocesi adesso sono obbligate a guardare alle loro condizioni per mettere in atto il senso della legge.

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Società digitale: Soro, tutela dei “profili” antidoto a strapotere degli algoritmi

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 14:51

(da Assisi) “Le straordinarie potenzialità delle nuove tecnologie esigono uno statuto di regole capace di restituire alla persona quella centralità altrimenti negata dall’economia digitale, fondata sullo sfruttamento dei dati”. Ne è convinto Antonello Soro, presidente Garante per la protezione dei dati personali, intervenuto alla seconda giornata del Convegno Cei #Comunità digitali, in corso ad Assisi fino a domani. “Il 95% degli internauti si concentra sullo 0.03% dei contenuti potenzialmente disponibili, per effetto della gerarchizzazione delle notizie determinata dai motori di ricerca, in base a criteri tutt’altro che neutri perché desunti anche dal nostro comportamento on line”, il grido d’allarme dell’esperto. Di qui la necessità di “tutelare i profili”, per arginare lo strapotere dei “giganti” dell’economia digitale e governare gli algoritmi.

Presidente, quali sono i principali rischi a cui l’economia digitale espone gli utenti della rete?
Lo sfruttamento dei dati è la materia prima di un nuovo capitalismo estrattivo alimentato da frammenti, spesso delicatissimi, della nostra vita. La stessa rete sta subendo una trasformazione radicale, perdendo la sua capacità generativa con il rischio di ridursi a quei minimi interstizi che residuano nell’incrocio di piattaforme sempre più estese e potenti, alimentate dagli utenti, spesso ignari di cedere, in cambio di utilità piccole o grandi, frammenti della propria libertà. Ma la monetizzazione dei dati personali e, con essi, dell’identità individuale non è il solo rischio cui un utilizzo incontrollato delle nuove tecnologie può portare, in assenza di un governo lungimirante che ne orienti lo sviluppo in funzione della persona. Papa Bergoglio ha indicato il rischio di rendere gli utenti della rete degli eremiti sociali: paradossalmente, proprio la società della comunicazione globale rischia di non conoscere più la relazione.

Quanto conta, in questo processo, lo strapotere degli algoritmi?
L’algoritmo apprende dal nostro comportamento passato e rafforza e conferma le nostre opinioni, indebolendo quell’etica del dubbio che è il presupposto necessario del rispetto delle diversità e di ogni altra attitudine democratica.

La bolla di filtri autoreferenziale in cui ci muoviamo rischia, dunque, di renderci sempre più intolleranti verso le differenze, negando il pluralismo informativo e le stesse straordinarie opportunità di arricchimento cognitivo che pure la rete potrebbe offrire.

Come dimostra il caso di Cambridge Analytics, l’applicazione del microtargeting e della pubblicità occulta alla propaganda politica può avere effetti dirompenti sul funzionamento delle democrazie, eludendo con un click istituti – dalla par condicio alle norme sul finanziamento dei partiti, al silenzio elettorale – pensati proprio per consentire lo svolgimento dell’attività politica, e in particolare della competizione elettorale, in condizioni pari-ordinate. Ed è significativo che il legislatore europeo abbia recentemente introdotto una disciplina specificamente volta a sanzionare i tentativi di condizionamento, mediante uso illecito di dati personali, delle elezioni per il Parlamento europeo.

Cosa succede ogni giorno ai “profili” di tutti noi, utenti della rete?
Le piattaforme digitali fondano i loro profitti sulla vendita di spazi pubblicitari ritagliati su misura degli utenti o, meglio, del profilo che di ciascuno di essi gli algoritmi hanno stilato. L’effetto che ne risulta sul piano sociale è quello di una polarizzazione estremistica perché i social concedono spazio a contenuti che sanno poter attrarre manifestazioni di gradimento o avversità, commenti, semplici click, perché divisivi o al contrario aggreganti. E generalmente capaci di ciò sono i contenuti di più alto valore emotivo, che fanno leva sugli istinti di rabbia, paura, ostilità, solidarismo giocato sull’antagonismo nei confronti del “nemico opportuno”.

Ciò che conta, insomma, nell’economia digitale è la possibilità di ricondurre un dato non tanto e non solo a una specifica identità, quanto piuttosto a un profilo, determinando effetti significativi e, spesso, anche potenzialmente discriminatori, in capo agli interessati.

Si può, e in che modo, contrastare questo meccanismo?
A fronte di tutto questo è importante il rafforzamento dei diritti dell’interessato, con anche implicazioni nuove quali la portabilità dei dati – che consente di ricomporre le tessere del mosaico del nostro io digitale, proteggendo anche la concorrenza dei fenomeni di “lock-in” – e l’oblio, tramite un equilibrio tra storia individuale e memoria collettiva.

La strada da percorrere attiene alla duplice tutela della persona.

Da realizzare a partire da una consapevolezza di ciascuno dell’importanza di proteggere i propri dati, non svendendoli in cambio di qualunque servizio offerto apparentemente gratis. E da rafforzare poi con un governo complessivo della società digitale basato sui limiti chiari alle possibilità di concentrazione di poteri basati sullo sfruttamento dei dati. Un analogo statuto di regole capaci di rimettere la persona al centro di un processo d’innovazione altrimenti anomico dovrebbe presiedere anche alla diffusione, sempre più pervasiva, dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite.

In che modo la disciplina di protezione dei dati può essere un argine alle possibili derive?
È una delle risorse più preziose che abbiamo: non soltanto perché i dati personali sono il “motore” dell’intelligenza artificiale, ma anche e soprattutto perché la disciplina di protezione dati, pure tecnologicamente neutrale, è il settore normativo più avanzato e maggiormente capace di riportare l’uomo al centro di un mutamento – non solo tecnologico, ma anche sociale, etico, culturale, persino simbolico – che altrimenti rischia di sfuggire.

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 9 maggio

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 10:58

“Avengers: Endgame” è sempre più inarrestabile al box office, pronto a sbaragliare ogni record. Pochi titoli sono previsti in sala in questi giorni che ci seperano dal Festival di Cannes, dal 14 maggio. Nella rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei ecco quattro titoli da approfondire: il documentario di denuncia sociale “Che fare quando il mondo è in fiamme?” di Roberto Minervini, il dramma a pennellate umoristiche “Il grande spirito” di Sergio Rubini, la commedia surreale “L’uomo che comprò la Luna” di Paolo Zucca e il thriller “Red Joan” di Trevor Nunn con il premio Oscar Judi Dench.

“Che fare quando il mondo è in fiamme?”

Roberto Minervini, classe 1970, è un regista italiano da anni radicato negli Stati Uniti, dove respira un cinema indipendente e di forte impegno sociale, lontano dalle dinamiche produttive tipicamente hollywoodiane. Dopo il duro e suggestivo “Stop the Pounding Heart” (2015), alla 75a Mostra del Cinema di Venezia nel 2018 ha partecipato in concorso con un altro film d’inchiesta ambientato negli USA. Si tratta di “Che fare quando il mondo è in fiamme?” (“What You Gonna Do When the World’s on Fire?”), un viaggio nelle periferie delle metropoli americane raccontando vite e difficoltà della popolazione afroamericana, stretta ancora da pregiudizi razziali e aggressioni discriminatorie. Il film girato tutto in bianco e nero, è un’alternanza di testimonianze e sguardi incisivi, di forte pregnanza e di grande intensità. Minervini è indubbiamente cresciuto, il suo sguardo cinematografico si fa più maturo, esperto e calibrato. La sua carica di denuncia, trova una via più solida e divulgativa, aprendosi maggiormente all’incontro con il pubblico. Un’opera un po’ prolissa, ma che comunque trova senso e chiaro interesse. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“Il grande spirito”

Oltre a essere un affermato e solido attore, lanciato da Federico Fellini nel film “Intervista”, Sergio Rubini a partire dagli anni Novanta si è confrontato anche con la regia. È infatti del 1990 “La stazione”, film d’esordio con la giovanissima Margherita Buy; sono seguiti poi “Il viaggio della sposa” (1997), “La terra” (2006) e “Dobbiamo parlare” (2015). Dal 9 maggio è nei cinema con “Il grande spirito” (2019), il racconto di due solitudini che si trovano sui tetti di un caseggiato di Taranto. Il primo, Tonino (lo stesso Rubini), è un ladro in fuga con il bottino, tallonato da altri malviventi; l’altro, Renato detto “Cervo nero” (Rocco Papaleo), è un visionario solitario, libero e controcorrente. Un duetto da cui nascono scintille e snodi umoristici. Ma sullo sfondo si staglia la città e sua la fabbrica, che offre futuro e morte insieme. Film interessante ma non pienamente risolto, di certo complesso e problematico per i temi affrontati.

“L’uomo che comprò la Luna”

Dopo l’esordio con “L’arbitro” (2013), il regista cagliaritano Paolo Zucca torna dietro la macchina da presa raccontando una commedia surreale sempre ambientata nella sua terra: “L’uomo che comprò la Luna”. Il film propone la storia improbabile di due agenti segreti, Dino e Pino (Stefano Fresi e Francesco Pannofino), incaricati scoprire chi è intenzionato a comprare la Luna, di fatto di “proprietà” statunitense… Se l’immaginazione resta in primo piano e getta sul racconto una patina di realismo umbratile e nascosto, a metà tra la fiaba e le cadenze del fumetto, è merito del regista quello di saper dosare i molti piani della trama e di essere in grado di trarne fuori sapori forti e coinvolgenti in una generosa mescolanza di suggestioni locali e di rimandi letterari. Malinconico e avventuroso, timido e gentile, attraversato da un sottile umorismo, il film si segnala per innovazione e indubbia originalità. Da valutare, dal punto di vista pastorale, come consigliabile, e in genere brillante.

“Red Joan”

Judi Dench è una signora del cinema e del teatro inglese. Vincitrice di una lunga serie di premi prestigiosi – Oliver Award, Tony Award, BAFTA, Golden Globe e anche un Premio Oscar nel 1999 nel film “Shakespeare in Love” per il ruolo di Elisabetta I –, che si dimostra una solida garanzia di professionalità e qualità. È nelle sale con “Red Joan” di Trevor Nunn, l’enigmatica storia vera della scienziata Joan Stanley, messa in stato d’accusa negli anni della sua vecchiaia per il sospetto di tradimento durante la Seconda guerra mondiale. Biopic a sfondo storico dalla confezione elegante, anche se non del tutto riuscito, dove comunque la Dench come di consueto fa la differenza.

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Speranza e ricompensa

Evangelici.net - Fri, 10/05/2019 - 10:44
«La parola “cristiano” può essere utilizzata in molte accezioni. C’è ad esempio il cristianesimo culturale, che osserva le abitudini della fede, ne sostiene le istituzioni e parla usando i suoi termini. Le persone che sono profondamente legate alle sue tradizioni e che l’abbracciano fortemente come identità possono sentirsi vincolate dai suoi insegnamenti,...
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Hollerich (COMECE) on a mission to Lesbos: “Europe cannot define itself Christian if it fails to open its doors to migrants and poor people”

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 09:49

A Vatican delegation is presently visiting the camps of Moria and Kara Tepe in Lesbos, marking three years since Pope Francis’ visit to the Island in April 2016, together with the Ecumenical Patriarch of Constantinople Bartholomew and the archbishop of Athens and all Greece Hieronymus II. The Vatican delegation is led by card. Konrad Krajewski, Apostolic Almoner, who gave a donation of 100 thousand Euro to the island as the Holy Father’s contribution to the service of Caritas Hellas, along with rosaries to be distributed to the local population. His Eminence is accompanied by Mons. Sevastianos Rossolatos, archbishop of Athens, and Msgr. Jean-Claude Hollerich, Archbishop of Luxembourg, President of the Commission of Bishops’ Conference of the European Union (COMECE). Contacted by phone by SIR, Msgr. Hollerich explained the purpose of the visit: “The Pope visited the island three years ago. The purpose of our mission is to reassure the people in refugee camps that the Pope is always thinking of them, that the Pope and the Church care for them. They have not forgotten them.”

Why now?
This mission intends to give a sign to Europe ahead of the European elections. I believe this is the reason why the Pope has asked me to participate in this mission together with Cardinal Krajewski, to show that refugees are real people, men, women and children in pain. If we want there to be a Christian Europe, we are called to help them.

Could you tell us what you have seen in the past days?
I am very saddened about what I have seen. Many people came up to me to talk to me and share their problems. Sick people. Clearly, the Greek government is present and its members do everything possible for them. But it’s impossible to take care of everything, for example to guarantee appropriate medical treatment. These are suffering people. They also suffer for lack of hope. A few days ago we were invited into a tent set up by seven youths. They offered us tea. A young man told us that he studies English at night in order to be prepared to live in Europe one day. I saw a child with a serious skin disease. I saw people affected by eye diseases. This is obviously a result of the fact that these people arrived by here by boat, and at sea they went through many ordeals. I must repeat: the Greek government does a lot but it’s left alone to handle everything. We must not ask the Greek government to do more. What is needed is our solidarity.

From here the impression is that Europe has forgotten these people, and it hurts.

People arrive into Lesbos by sea. What did the refugees tell you about their Mediterranean crossings on boats?
In this respect I wish to say that it would be useful to create humanitarian corridors. It would be important for the various dioceses, the Churches in Europe, Catholic associations, parishes, to organize – with the help of the Community of Sant’Egidio that already supports them- humanitarian corridors to give these people a new opportunity, to offer the happiness and wellbeing we enjoy here in Europe. And to show that the Church in Europe enters into solidarity with the poor, that we care for them, that they are important to us.

What is your message to Europe from the island of Lesbos?
We celebrated the Feast of Europe on May 9. I am glad to have been in the periphery of Europe, with poor people, on that special day.

We can no longer speak of a Christian Europe if we are not willing to welcome the migrants and the poor.

The forthcoming election will need to show whether or not we are Christian, if Europe still preserves a remnant of Christianity. There can be no talk of Christian culture, of a Christian Europe, unless we are willing to embrace people in need.

Did Pope Francis give you a message before your departure?
He told us to assure the people that the Pope is with them. The Pope is still in Lesbos. His heart is with the people.

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Hollerich (Comece) in missione a Lesbo: “Mai l’Europa si dica cristiana se non si apre ai poveri e ai migranti”

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 09:49

Una delegazione vaticana sta visitando in questi giorni i campi di Moria e Kara Tepe a Lesbo a tre anni dalla visita di Papa Francesco nell’isola, nell’aprile 2016, insieme al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e all’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymus II. La delegazione vaticana è guidata dall’elemosiniere apostolico card. Konrad Krajewski che sull’isola ha portato una donazione di 100mila euro come contributo del Santo Padre all’opera della Caritas Hellas e rosari da distribuire alla gente. Con lui ci sono anche mons. Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene e mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece). Raggiunto telefonicamente dal Sir, mons. Hollerich spiega subito il motivo di questa visita: “Il Papa è venuto qui tre anni fa. È una missione per mostrare alla gente dei campi profughi, che il Papa pensa sempre a loro, che il Papa e la Chiesa si prendono cura di loro. Non se ne sono dimenticati”.

Perché ora?
Prima delle elezioni europee, questa missione vuole dare un segno all’Europa. Per questo motivo – credo – che il Papa mi ha chiesto di partecipare a questa missione insieme al card. Krajewski per mostrare che i profughi, i rifugiati sono gente vera, uomini, donne e bambini che soffrono. E se noi vogliamo che ci sia una Europa cristiana, allora siamo invitati ad aiutarli.

Ci racconti cosa ha visto in questi giorni?
Sono molto triste per quello che ho visto. Tanta gente si è avvicinata per parlarmi, per raccontarmi i loro problemi. Gente ammalata. È chiaro che il governo greco è presente e fa tutto il possibile per loro. Ma è impossibile arrivare a tutto, garantire per esempio un trattamento medico all’altezza dei problemi. E la gente soffre. Soffre anche di mancanza di speranza. L’altro giorno siamo stati invitati ad entrare in una tenda costruita da 7 giovani. Ci hanno offerto un tè. Un giovane ci ha raccontato che di notte studia l’inglese per prepararsi un giorno a venire in Europa. Ho visto un bambino con una malattia della pelle molto grave. Ho visto malattie degli occhi. È chiaro che queste persone arrivano qui in barca e in mare hanno subito tante cose. Ripeto: il governo greco fa molto ma è lasciato da solo. Non bisogna dire che il governo greco deve fare di più. È la nostra solidarietà che viene richiesta.

L’impressione che si ha qui, è che questa gente sia stata dimenticata dall’Europa e questo fa male.

A Lesbo, si arriva via mare. Che cosa vi hanno raccontato le persone dei campi di questi viaggi sui barconi?
A questo proposito vorrei dire che sarebbe utile fare corridoi umanitari. Sarebbe importante che le diverse diocesi, le Chiese in Europa, le associazioni cattoliche, le parrocchie possano organizzare – con l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio che già li promuove – corridoi umanitari per dare a questa gente una nuova possibilità, una parte della felicità e del benessere che abbiamo tutti noi qui in Europa. E dimostrare che la Chiesa in Europa è solidale con i più poveri, che ci prendiamo cura di loro, che sono importanti per noi.

Cosa vuole dire da Lesbo all’Europa?
Abbiamo celebrato il 9 maggio la Festa dell’Europa. Sono contento di essere stato in questo giorno così particolare nella periferia dell’Europa. Con la gente povera.

Non parliamo mai più di Europa cristiana se non siamo pronti ad accogliere i poveri e i migranti.

Le prossime elezioni dovranno dimostrare se siamo cristiani o no. Se abbiamo ancora un resto di cristianesimo in Europa. Non è possibile parlare di cultura cristiana, di una Europa cristiana se non siamo pronti ad accogliere chi è nel bisogno.

Vi ha lasciato detto qualcosa Papa Francesco prima di partire?
Di assicurare la gente che il Papa è con loro. Il Papa è ancora a Lesbo. Il suo cuore è con la gente.

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75° Csi. Il presidente Vittorio Bosio: “Sport per imparare ad essere campioni nella vita”

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 08:55

Oltre un milione e duecentomila tesserati, di cui 542.222 giovani sotto i 20 anni e 5.836 atleti con disabilità; 12.579 società sportive affiliate; 122 discipline sportive praticate; oltre 132 mila tra allenatori, animatori, arbitri, giudici e dirigenti; 19 sedi regionali e 139 sedi territoriali. Fondato il 5 gennaio 1944, a pochi mesi dalla liberazione di Roma dai tedeschi, il Csi (Centro sportivo italiano) compie 75 anni e festeggia la ricorrenza con tre giorni di eventi a Roma (10 – 12 maggio) che culmineranno, sabato 11, con l’udienza con Papa Francesco in Vaticano. Slogan dell’anniversario “Una lunga storia d’amore per lo sport”. “Siamo nati nel 1944 per volere di Pio XII e attraverso l’Azione cattolica ancora prima che finisse la guerra”, racconta al Sir il presidente nazionale Vittorio Bosio che abbiamo incontrato alla vigilia della ricorrenza. “Alla fine della seconda guerra mondiale – prosegue – c’era bisogno di molte cose, ma il Papa pensò di creare un ente come il Csi intuendo che anche lo sport fosse una componente importante per l’educazione e la crescita dei giovani. Anche se con caratteristiche diverse, l’emergenza educativa è sempre esistita e il nostro percorso si è continuamente adattato alle esigenze di una società in evoluzione. Il Csi ha segnato la storia dell’Italia”.

 

Un anniversario importante come questo è occasione di bilanci ma anche di uno sguardo sul futuro…
E’ un momento per guardare certamente al passato – nelle radici si innesta il nostro futuro – ma soprattutto per prendere atto che la missione di educare attraverso lo sport rimane viva e attuale tenendo saldi i principi fondativi e la nostra ispirazione profondamente cristiana. Ho riletto il discorso rivolto nel decennale di fondazione dall’allora presidente Luigi Gedda a Pio XII e – dice sorridendo – mi sono reso conto che potrei dire le stesse cose a Papa Francesco. Pur nella diversità delle situazioni, la nostra missione era e rimane quella di servizio alle parrocchie, agli oratori e, da qualche tempo, anche alla società civile. Il nostro obiettivo è sempre lo stesso: fare

attività sportiva per la crescita dei ragazzi mettendo al centro non il campione ma la persona.

Da noi, tutti trovano casa: abbiamo avuto l’onore di avere molti campioni tra i ragazzini che hanno iniziato con noi, ma siamo onorati soprattutto di quei milioni di persone che hanno vissuto con noi momenti belli ed esperienze sane, gioiose e educative diventando “campioni nella vita”.

La stessa espressione usata da Papa Francesco nel giugno 2014, in occasione del 70° del Csi, quando ha invitato i vostri ragazzi a mettersi in gioco nella vita come nello sport e a non accontentarsi di un pareggio mediocre. Ed ha auspicato anche la presenza di un gruppo sportivo in ogni parrocchia, ma a determinate condizioni…
Con la franchezza che lo contraddistingue, si è soffermato sull’importanza di essere campioni nella vita e di dare vita ad un gruppo sportivo in ogni parrocchia, a patto però che sia “impostato bene, in modo coerente con la comunità cristiana, se no – le sue parole – è meglio che non ci sia”. Quest’ultimo passaggio a volte si è tenuto un po’ sotto traccia, ma non basta essere un gruppo sportivo per educare. Il nostro valore aggiunto consiste nel fatto che noi facciamo sport al servizio della persona: bravi, meno bravi, normali dei quali magari non si occupa nessuno perché non hanno particolari doti. centralità che nei suoi. Al centro di ogni progetto sportivo-educativo deve sempre esserci la persona. Noi continueremo a promuovere lo sport per tutti, con particolare attenzione alle situazioni “difficili”: disagio sociale, disabilità, immigrazione, carceri. La settimana scorsa sono stato in Campania dove, tramite una convenzione con il ministero di Grazia e giustizia, è stato avviato un progetto in tutte le carceri minorili regionali affinché i ragazzi, finito di scontare la pena, possano essere accolti nelle società sportive. Con i ragazzi disabili, siamo stati dei “precursori” in un’epoca in cui si ritenevano non idonei all’attività sportiva. Abbiamo sempre sostenuto il valore dello sport “unificato” in squadre di disabili e normodotati. Accoglienza è attenzione ai più deboli per valorizzarli e aiutarli a scoprire e a tirar fuori da sé il meglio.

Bisogna metterci cuore e passione, far capire che vogliamo loro bene. Lo sport in questo può fare molto.

 

 

Se dovesse delineare un breve identikit del Csi oggi, come lo traccerebbe?
Come un’associazione in cammino al servizio degli altri mettendo al centro delle proprie azioni l’accoglienza e la voglia di fare del bene.

Di fronte ad uno sport spesso ferito da corruzione, violenza, doping, razzismo, quale testimonianza può offrire il Csi?
Ai miei dirigenti, allenatori, animatori, arbitri dico sempre che dobbiamo fare poche prediche e testimoniare con l’esempio quello che siamo. Solo con la testimonianza possiamo mostrare ai giovani la bellezza di uno sport pulito e proporre modelli buoni contro i messaggi legati ad agonismo esasperato, guadagno o successo.

Che cosa chiedete alla Chiesa?
Accompagnamento attraverso gli assistenti nominati nei comitati provinciali e i sacerdoti che si occupano dei ragazzi nelle parrocchie, e indicazione della strada da percorrere insieme per educare attraverso lo sport e mettere lo strumento dello sport a servizio della pastorale. Un’alleanza, quella tra sport e Chiesa, ineludibile.

Mettersi in gioco e fare educazione oggi non è facile, la sconfitta è sempre dietro l’angolo ma dobbiamo fare rete.

Da solo, nessuno è in grado di elaborare un vero progetto educativo per i ragazzi. Insieme potremo ottenere anche oggi grandi risultati.

Che cosa dirà l’11 maggio al Papa?
Ci ho pensato molto (sorride), ma penso dirò poco perché non sono importanti le mie parole ma quello che lui ci dirà. Gli dirò chi siamo, che cosa stiamo facendo, e gli chiederò se la strada intrapresa e percorsa in questi 75 anni è ancora valida per i prossimi 75 anni. Ci aspettiamo molto dalle sue indicazioni.

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Europa. Paterniti, Tognon e Pombeni, “andare a votare” anche per “dare un segnale al governo”

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 07:47

(da Assisi) L’Europa sta attraversando un momento molto delicato della sua storia, e il voto del 26 maggio è un tornante decisivo. A segnalarlo, cercando di delineare il volto dell’Europa come “comunità”, sono stati Giuseppina Paterniti, direttrice del Tg3Rai, Giuseppe Tognon, professore ordinario alla Lumsa, e Paolo Pombeni, professore emerito all’Università di Bologna, protagonisti della prima serata del Convegno Cei #ComunitàConvergenti, in corso ad Assisi fino a domani.

“Molta gente in Italia non ha intenzione di andare a votare, perché sente lontana l’Europa”,

il grido d’allarme di Paterniti, che ha fatto notare come “l’aver fatto passare quella dell’Europa come una questione di burocrati che decidono al posto nostro ha fatto comodo a tutti: portano a casa un risultato, senza interessarsi a quello che avviene”. Dei quattro players mondiali – gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e l’Europa – “che fanno in modo di eliminarsi per far sì che resti una sola voce”, l’Europa “è il player più grande del mondo, ha la moneta più forte del mondo, eppure non riesce a parlare con una sola voce, perché non abbiamo completato il cammino di unificazione politica”. “L’Unione europea ha fragilità e parcellizzazioni che rendono molto delicato il prossimo voto, perché manca la consapevolezza che siamo davanti davvero a un bivio”, la tesi della relatrice. L’immigrazione, inoltre, “è diventato il problema centrale dell’Europa, che però fa i conti con problemi più grandi, prima di tutto il lavoro. Si tratta, come dice il Papa, non di un’epoca di cambiamento ma di un cambiamento d’epoca: avremo a che fare ancora con molta povertà,  perché i vecchi lavori si stanno esaurendo e i nuovi non si sono ancora affermati”. Il nostro, infine, è un continente vecchio, “e gli anziani non scommettono sul futuro. Davanti a noi rischiamo di non avere orizzonte: i valori fondamentali rischiano di essere intaccati, se non abbiamo chiaro i valori di fondo a cui ispirarci”.

“Serve il coraggio di un progetto, il coraggio di muoversi, di mettere in fila i valori, e a livello ecclesiale si può fare moltissimo”,

l’appello di Paterniti, anche grazie alla capacità di “fare memoria del passato di un continente che ci ha regalato un orizzonte di pace perché veniva da secoli di guerra”. “L’84% dei giovani italiani è europeista”, ha concluso la direttrice del Tg3Rai: “Gli anticorpi per guardare avanti con fiducia ci sono, bisogna avere il coraggio di coltivarli e di farli crescere. Prendendoci cura uno dell’altro, perché da soli non possiamo fare niente”.

“La mentalità dell’azzardo si è impadronita di tutte le nostre vite”.

Ne è convinto Tognon. “Alla base di ogni convivenza c’è un tasso profondo di violenza, e noi abbiamo perso ogni intelligenza sulla violenza, cioè ogni capacità di regolarla, mitigarla, viverla in un certo modo”, la tesi del relatore, che ha citato il mito di Europa, alla base del quale c’è appunto il ricordo di una violenza. La soluzione, si è chiesto Tognon, è quella proposta da Rod Dreher in “The Benedikt option”, e cioè che l’unica strategia per i cristiani, in una nazione post-cristiana, è quella di “tornare all’opzione Benedetto, via da Roma, per costruire comunità lontane e ripartire per un nuovo umanesimo?”. “Non ce la possiamo permettere”, la risposta: “Siamo tanti, ricchi, angosciati, non si raddrizza l’Europa con questa opzione”. Come scrive Dietrich Bonhoeffer ne “La vita comune”, “solo nella comunità che è profondamente delusa per cose spiacevoli la vita comune incomincia ad essere ciò che deve essere davanti a Dio”. “Questo, allora, è un buon momento”, ha commentato Tognon: “È quando ci si trova delusi che si può cominciare a superare la violenza di cui siamo noi stessi portatori. La vita comune è per i cristiani una cosa altamente spirituale, non semplicemente conveniente”.

“Raramente abbiamo avuto una scadenza elettorale così importane come quella del 26 maggio, di  cui la gente non si rende assolutamente conto”.

A sottolinearlo è stato Pombeni, ricordando che “il contesto in cui siamo inseriti è quello dell’Unione europea, se fallisce saremo travolti da questo fallimento”. “L’Europa sta cambiando”, ha fatto notare il relatore a proposito dello “scenario completamente cambiato” dopo “il sogno degli Stati Uniti d’Europa”, realizzatosi negli Anni Cinquanta: “una scommessa vinta, il meraviglioso sviluppo è arrivato, l’Europa è stata un’esplosione del benessere, e il suo mito attrattivo ha attratto i Paesi dell’Est nella speranza di sedersi a questa tavola imbandita”. “Questo tipo di Europa non c’è più e non potrà più esserci, perché è finita l’età dell’abbondanza ed è arrivata una grande transizione storica”, la tesi di Pombeni, che ha paragonato la rivoluzione digitale alla rivoluzione della stampa: “Quello che c’è prima sembra non valere più. Stanno cambiando i centri di potere e di sviluppo nell’Europa: negli Anni Cinquanta nessuno pensava che Cina e India sarebbero stati quello che sono adesso. Questo cambiamento generale presuppone che l’Europa si attrezzi”. E l’Italia cosa farà? “Dobbiamo lavorare per contare nel Consiglio europeo, dei Capi di Stato, perché è lì che si decidono le cose”, ha proposto l’esperto:

“Il 26 maggio votiamo non soltanto per il Parlamento europeo, ma anche per mandare un segnale preciso al governo italiano, quale che sia.

Dobbiamo avere molta credibilità, e punire tutti quelli che la credibilità non sanno dove sta di casa: per questo occorre motivare le persone ad andare a votare”.

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Europe. Paterniti, Tognon and Pombeni, “cast your vote” also to “send a signal to the government”

Agenzia SIR - Fri, 10/05/2019 - 07:47

(from Assisi) Europe is going through a delicate historical moment and the vote of May 26 is a pivotal watershed, highlighted by Giuseppina Paterniti, Director of Tg3Rai TV broadcast news, Giuseppe Tognon, Professor at Lumsa University, and Paolo Pombeni, Professor Emeritus at the University of Bologna in their survey of Europe, keynote speakers on the first day of the CEI #ConvergentCommunities meeting, ongoing until tomorrow in Assisi.

“Many Italian citizens have no intention to vote because they feel that Europe is too distant from them”,

was Paterniti’s cry of alarm, who noted that “having passed the European question off as bureaucratic apparatus that decides in our place was convenient to everyone: they bring home a good result without taking an interest in what is happening.” Of the four global players – United States, Russia, China and Europe – who “attempt to eliminate each other so that only one voice may be heard”, Europe is the greatestof them all, the one with the strongest currency.  Yet Europe is unable to speak with a single voice because it failed to complete the political unification process.” “Europe is marked by weaknesses and divisions that dampen the upcoming elections since people are unaware that we are at a crossroads”, the speaker said. Moreover, immigration “has a become a leading issue in Europe, while even greater challenges lie ahead, such as employment. As the Pope says, we are not facing an era of transformations but the transformation of an era: poverty is bound to increase because traditional jobs are disappearing and new occupations have not yet taken hold.” Finally, Europe is an ageing continent, “and old people don’t invest in the future. We risk being left without a horizon: fundamental values risk being undermined if we don’t have a clear idea of the fundamental values we should draw inspiration from.”

We need the courage to engage in a project; to move forward, to reaffirm a set of values: a lot can be done at ecclesial level”,

said Paterniti, “also by cherishing the memory of a continent that gave us a horizon of peace because it had experienced centuries of wars.” “84% of Italian youths are pro-European”, concluded the Tg3RAI news broadcast director: “We have the antibodies to look ahead with confidence but we need the courage to cultivate them and make them blossom by caring for each other. Nothing can be achieved if we are alone.”

“A gambling mentality has taken over every aspect of our life.”

It is the belief of Tognon. “There is a high degree of violence underlying every form of cohabitation, and we have lost the intelligence of coping with violence, namely, we have lost the ability to control it, mitigate it, regulate and manage it in a given form”, is the speaker’s view, who mentioned the myth of Europe based on the memory of violence. Tognon asked if the solution is the one suggested by Rod Dreher in “The Benedict option”, namely, that the only strategy for Christians in a post-Christian nation is to “recover the Benedict option, to found a new way to live out the faith in communities distant from Rome and start anew for a new humanism.” “But we cannot afford it” he remarked. “We are many, rich, anguished people.” As Dietrich Bonhoeffer writes in “Life together”, “only in a community that is deeply disappointed by unpleasant things does life together start to be what it should before God.” “Thus this is a good moment”, Tognon remarked. “When we are disappointed we can start overcoming the violence we were harbingers of. Coexistence for Christians has a highly spiritual connotation, it isn’t just a matter of convenience.”

There has rarely been such an important election such as that of May 26, and people are totally unaware of this”,

underlined Pombeni, who recalled that “the context in which we live is the European Union, and if it should fail we would all succumb.” “Europe is changing”, noted the speaker with regard to a “a scenario that was completely transformed” after the dream “of the United States of Europe” fulfilled in the 1950s: “that challenge was met, the dream-of development came true, Europe was an explosion of wellbeing, and its attractive paradigm attracted East European countries that hoped to sit around this set table.” “This kind of Europe no longer exists, nor will it exist in the future because the era of abundance is over and we are now experiencing the onset of a major historical transition period”, remarked Pombeni, who compared the digital revolution to the press revolution: “What existed before appears to have lost all importance. Europe’s power and development centres have changed: in the 1950s nobody would have imagined that China and India would become what they are today. This general transformation means that Europe should be prepared.” What will Italy do? “We must work to have a say in the European Council, amidst the Heads of State, It’s the decision-making centre” . The expert said:

On May 26 we will vote not only for the European Parliament but also to send a specific signal to the Italian Government, whatever that signal may be.

We need to enjoy strong credibility and penalize all those who have no idea what credibility is all about. For this reason we need to motivate people to vote.”

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Bankitalia-Istat: cresce la ricchezza delle famiglie italiane ma i redditi sono fermi

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 20:03

Tra il 2016 e il 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane è cresciuta di 98 miliardi di euro, dopo tre anni di riduzioni, ed è arrivata a sfiorare i 10 mila miliardi (9.743 per la precisione). In rapporto alla popolazione, considerando quindi la ricchezza pro-capite, le famiglie italiane superano anche se di poco quelle tedesche. La principale forma d’investimento resta l’abitazione: 5.246 miliardi, in pratica la metà della ricchezza totale. Non solo.

Con 926 miliardi di passività, le famiglie italiane risultano meno indebitate di quelle di altri Paesi.

Anche le imprese italiane sono nel gruppo delle meno indebitate a livello internazionale: i loro debiti finanziari in rapporto alle attività “reali” sono al 45%, un dato stabile dal 2005. Il quadro fornito da Banca d’Italia e Istat, nella loro prima pubblicazione congiunta sulla ricchezza delle famiglie e della società non finanziarie italiane, dice molto della strutturale solidità economica di un Paese che proprio per questo riesce ancora a sostenere un debito pubblico fuori misura e a sopportare le convulsioni parossistiche della politica.
Ma questa considerazione rassicurante non deve autorizzare ottimismi a buon mercato e non soltanto perché l’analisi delle due prestigiose istituzioni si ferma al 2017, lasciando quindi fuori l’ultimo periodo con le sue dinamiche nettamente peggiorative. Già all’interno della stessa analisi – che dovrebbe diventare un appuntamento annuale – emergono gli elementi problematici da valutare con estrema attenzione. L’andamento della ricchezza netta pro-capite delle famiglie, per esempio, rivela un rallentamento rispetto a quella di altri Paesi sviluppati.

Nel 2008 e nel 2009 le famiglie italiane erano avanti in modo generalizzato, poi – mentre da noi i valori rimanevano stabili – negli altri Paesi si è registrato un aumento. Così che se restiamo ancora sopra la Germania, siamo stati superati da Usa, Canada, Regno Unito, Giappone e Francia.

Anche un altro indicatore rilevante, il rapporto tra la ricchezza netta (abitazioni, terreni, depositi, titoli, azioni ecc., tolte le passività finanziarie come i prestiti) e il reddito disponibile, presenta un andamento in chiaroscuro. Con un valore di 8,4 alla fine del 2017, le famiglie italiane si collocano sopra Francia, Regno Unito e Canada, ma nell’arco temporale analizzato il vantaggio italiano si è ridotto. Dopo il picco del 2013, infatti, in Italia l’indicatore è gradualmente diminuito, mentre altrove è cresciuto. E soprattutto, afferma esplicitamente la pubblicazione Bankitalia-Istat, il livello elevato che questo indicatore comunque conserva nel nostro Paese in confronto agli altri “è amplificato dal ristagno ventennale dei redditi delle famiglie italiane”.
Per quanto riguarda le imprese “non finanziarie” (escludendo quindi le società che svolgono specificamente attività finanziarie), la ricchezza netta a fine 2017 risulta pari a 1.053 miliardi. Il totale delle attività del settore (4.943 miliardi) è costituito per il 63% da attività non finanziarie, anche se la componente finanziaria è cresciuta dell’11,9% rispetto alla fine del 2016, a fronte di un calo dello 0,6% delle attività “reali”. Calo dovuto soprattutto alla contrazione del valore degli immobili, in parte compensato dall’aumento di altri beni a capitale fisso (impianti, macchinari ecc.). Nel complesso, tra 2016 e 2017, la ricchezza lorda delle imprese è cresciuta di 177 miliardi (+3,7%).

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Musei ecclesiastici: competenza e passione. Così vivono sul territorio in dialogo con la gente

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 18:27

“Risorsa, presidio culturale sul territorio, strumento di identità e di narrazione delle persone e delle comunità”. Don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei, traccia l’identikit degli oltre 800 musei ecclesiastici disseminati sul territorio nazionale, e sottolinea l’importanza di “fare tesoro dell’esperienza propria e altrui”. Perché solo dall’analisi e dalla condivisione di buone pratiche si possono trarre elementi di riferimento per “crescere insieme”. Ed è proprio questo “raccontarsi e ascoltarsi” l’obiettivo della giornata di studio “La Chiesa e i suoi musei. Identità, governance e politiche culturali”, che lo stesso Ufficio Cei ha promosso oggi 9 maggio presso i Musei vaticani che hanno collaborato alla realizzazione dell’evento.

Facendo gli onori di casa, Barbara Jatta, direttrice dei Musei del Papa, sottolinea la “comune missione” di “tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico e soprattutto di fede che ci è stato tramandato e dobbiamo consegnare alle generazioni future”. Cinque le esperienze sul territorio illustrate nella giornata. “Casi studio – spiega Andrea Nante dell’Ufficio Cei – selezionati tenendo conto di dimensione, posizione geografica, metodo di lavoro, attività svolta”.

In Calabria i musei diocesani si stanno muovendo verso “un sistema museale regionale efficiente e sostenibile”. Paolo Martino, ingegnere, spiega che la rete dei musei diocesani calabresi è “capace di relazionarsi in maniera propositiva con Regione, Polo museale regionale e rete dei Musei civici, privati e d’impresa presenti nel territorio”. Lucia Lojacono, direttrice del museo diocesano di Reggio Calabria, osserva: “Per la prima volta ci si sta muovendo dal basso in una condivisione di intenti tra associazioni e competenze professionali diverse per un sistema museale regionale efficiente e sostenibile che raggiunga i livelli di qualità minimi richiesti dal Sistema museale nazionale”.

È stato inaugurato a luglio 2018 e visitato ad oggi da più di mille persone. Si tratta del percorso espositivo “Tramandare il bello. Il recupero dell’identità culturale per una nuova sintonia con il creato” sviluppato ad Amatrice (diocesi di Rieti) dopo due anni dal terremoto. Ad illustrarlo è Pierluigi Pietrolucci, convinto che il patrimonio artistico e culturale sia “la testimonianza della memoria materiale e spirituale del territorio, che attiene all’identità della comunità locale”. Risorse cui attingere per “realizzare un processo di ricostruzione anzitutto delle relazioni umane, quindi del contesto materiale”. Di qui, con la collaborazione e il supporto del Mibac, l’esposizione che attraverso le più innovative applicazioni della comunicazione multimediale: realtà aumentata, virtuale e videomapping, permette nuovi modi di fruizione dei beni culturali e garantisce una visita dal carattere esperienziale e interattivo molto coinvolgente”. L’iniziativa nasce come anteprima della futura sede di Amatrice del museo diocesano che il vescovo Domenico Pompili ha promosso come progetto di rivitalizzazione del territorio.

La diocesi di Piacenza-Bobbio (418 parrocchie e oltre 650 edifici di culto con oltre 90mila oggetti censiti) ha avviato un progetto di valorizzazione, promozione e messa in rete del suo patrimonio culturale favorendo una gestione dal basso e sostenendo l’operato di giovani specializzati nel settore. Manuel Ferrari, architetto e direttore del museo diocesano, spiega che nel 2015 è stato realizzato il primo nucleo espositivo del museo della cattedrale di Piacenza, “ampliato a seguito di due importanti mostre nel 2017 e nel 2018, oggi integrato con un percorso di salita alla cupola affrescata dal Guercino”. Nel 2015 è stato allestito un nuovo museo di arte del ‘900 all’interno degli spazi dell’ex monastero di San Colombano a Bobbio. Parallelamente si è pensato a modalità di gestione efficaci e sostenibili: “Dal 2015 abbiamo avviato un comitato di scopo con soggetti ecclesiali e civili e sono state attivate collaborazioni stabili con altri enti sul territorio”.

Dalla fine del ‘400, ebrei e cattolici formano a Pitigliano un’unica comunità civile e Pitigliano diventa una “Città rifugio” tanto da essere denominata la Piccola Gerusalemme. A descriverla è Marco Monari, ricordando che dopo le leggi razziali i cattolici di Pitigliano protessero e nascosero, a rischio della propria vita, i concittadini ebrei. Quattro anni fa il vescovo ha voluto valorizzare queste radici. Di qui la nascita, ad opera di Elena Servi, fondatrice e presidente dell’associazione Piccola Gerusalemme, del progetto culturale Pitigliano-Gerusalemme per “progettare e realizzare occasioni di incontro, crescita culturale, religiosa e umana”. Tra le iniziative, il gemellaggio con il Patriarcato latino di Gerusalemme. Su invito della Farnesina, la diocesi ha aderito al progetto di dialogo tra i paesi del Mediterraneo

Al termine dei lavori di ristrutturazione del museo diocesano, nel 2010 la diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi ha scelto di scommettere su un gruppo di giovani che ne potessero garantire una gestione sostenibile e coerente con le sue finalità proprie, racconta Onofrio Grieco. Una cooperativa di laureati e professionisti della cultura da allora promuove, in sinergia con un direttore incaricato dal vescovo, la tutela e la conoscenza del patrimonio ecclesiastico. “Museo diocesano. Un luogo unico, un luogo di tutti” lo slogan che sintetizza l’ esperienza di

un museo che “interagisce con il mondo esterno, dialoga, vive”.

Alle esperienze si aggiunge, tra le altre testimonianze, una “avventura di chiesa” raccontata da mons. Giuseppe Satriano, arcivescovo di Rossano – Cariati, che parla di “opera segno che ha trasformato il museo diocesano in una Ferrari affidandolo a dei giovani competenti”. “Un “investimento per noi e per questi giovani” da cui “è nato il desiderio di aprire un cammino di vita”. Ristrutturando il museo, cura particolare è stata riservata alla stanza che doveva accogliere il Codex Purpureus Rossanensis. Oltre allo spazio espositivo (con attività per le scuole), un café e tre appartamentini bed & breakfast, “tutto gestito dai giovani per innestare un percorso inclusivo a partire dalle piaghe del territorio”.

“La nostra operazione – conclude – è lasciare attraverso il bello una traccia di spiritualità e umanità”.

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Da Sibiu messaggio all’Europa: “uniti siamo più forti”. I Ventisette si riscoprono fratelli

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 14:37

Dieci impegni assunti all’unanimità guardando al futuro dell’Europa unita. La “Dichiarazione di Sibiu” porta la data del 9 maggio 2019, festa d’Europa: i 27 capi di Stato e di governo (con l’“assenza giustificata” della premier britannica), convenuti nella cittadina della Romania, l’hanno approvata durante il vertice straordinario convocato in prossimità delle elezioni dell’Europarlamento. Dieci punti, e un preambolo, che “parlano ai cittadini”, cercando di ricucire le divisioni latenti fra gli Stati Ue. E che tornano – finalmente – a mettere al centro dell’integrazione comunitaria gli stessi cittadini Ue, con le loro attese e le non poche preoccupazioni, le quali alimentano nazionalismi e chiusure.

“Mondo sempre più instabile e complesso”. “Tra qualche settimana gli europei eleggeranno i loro rappresentanti al Parlamento europeo, a quarant’anni da quando hanno esercitato per la prima volta questo diritto fondamentale. Un’Europa riunificata nella pace e nella democrazia è soltanto uno dei tanti risultati conseguiti”, si legge nella Dichiarazione. “Fin dalla sua istituzione,

l’Unione europea, guidata dai suoi valori e dalle sue libertà, ha garantito stabilità e prosperità

in tutta Europa, all’interno e all’esterno dei suoi confini. Nel corso degli anni è diventata uno dei principali attori sulla scena internazionale. Con circa mezzo miliardo di cittadini e un mercato unico competitivo, è un leader nel commercio mondiale e determina la politica globale”. Nel documento si legge quindi: “Riaffermiamo la nostra convinzione che, uniti, siamo più forti, in questo mondo sempre più instabile e complesso. Riconosciamo che è nostra responsabilità, in quanto leader, rendere questa nostra Unione più forte e il nostro futuro più promettente, riconoscendo al contempo la prospettiva europea di altri Stati europei”.

Soluzioni congiunte. Segue l’elenco dei dieci “impegni”. Primo: “Difenderemo un’Europa unita, da est a ovest, da nord a sud. Trent’anni fa milioni di persone hanno combattuto per la libertà e l’unità e hanno abbattuto la cortina di ferro che aveva diviso l’Europa per decenni. Non c’è posto per divisioni che nuocciono al nostro interesse collettivo”. Secondo: “Resteremo uniti, nel bene e nel male. Daremo prova di reciproca solidarietà nei momenti di bisogno e resteremo sempre compatti. Possiamo parlare con un’unica voce, e lo faremo”. Terzo:

“Cercheremo sempre soluzioni congiunte, ascoltandoci a vicenda in uno spirito di comprensione e rispetto”.

Quarto impegno: “Continueremo a proteggere il nostro stile di vita, la democrazia e lo Stato di diritto. I diritti inalienabili e le libertà fondamentali di tutti gli europei sono stati conquistati a caro prezzo e non li daremo mai per scontati. Difenderemo i nostri comuni valori e i principi sanciti dai trattati”.

Ridurre le diseguaglianze. Quinto elemento: “Otterremo risultati sulle questioni di maggiore importanza. Sulle questioni che contano, l’Europa continuerà a pensare in grande. Continueremo a prestare orecchio alle preoccupazioni e alle speranze di tutti gli europei, avvicinando l’Unione ai cittadini, e agiremo di conseguenza, con ambizione e determinazione”. Sesto punto: “Rispetteremo sempre il principio di equità, che si tratti di mercato del lavoro, assistenza sociale, economia o trasformazione digitale. Ridurremo ulteriormente le disparità esistenti tra di noi e aiuteremo sempre i più vulnerabili in Europa, anteponendo le persone alla politica”. Settimo: “Ci daremo i mezzi per essere all’altezza delle nostre ambizioni. Doteremo l’Unione degli strumenti necessari per realizzare i suoi obiettivi e portare avanti le sue politiche”.

Ue, leader mondiale. L’ottavo impegno guarda ai giovani: “Salvaguarderemo il futuro delle prossime generazioni di europei. Investiremo nei giovani e costruiremo un’Unione pronta ad affrontare il futuro e in grado di rispondere alle sfide più pressanti del XXI secolo”. Nono: “Proteggeremo i nostri cittadini e ne garantiremo la sicurezza rafforzando il nostro potere di persuasione e di coercizione e collaborando con i nostri partner internazionali”. Infine, decimo impegno: “L’Europa sarà un leader mondiale responsabile.

Le sfide che siamo chiamati a fronteggiare oggi riguardano tutti noi.

Continueremo a lavorare con i nostri partner mondiali per difendere e sviluppare l’ordine internazionale basato su regole, per sfruttare al meglio le nuove opportunità commerciali e per affrontare congiuntamente sfide globali come la tutela dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici”. La conclusione: “L’Unione di oggi è più forte di quella di ieri e vogliamo che quella di domani lo sia ancora di più. È questo il nostro impegno per le generazioni future. È questo lo spirito di Sibiu e di una nuova Unione a 27 pronta ad affrontare il futuro unita”.

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“Insieme per l’Europa”. Cristiani in preghiera a Roma: “Tenere vivo il sogno di un’Europa dei popoli”

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 14:36

Una veglia ecumenica perché in Europa torni a soffiare un vento nuovo capace di spezzare i fili spinati e diventare luogo di accoglienza e fraternità. Cattolici, ortodossi, protestanti si sono dati ieri sera appuntamento a Roma nella Basilica dei Santi XII Apostoli per un momento di riflessione e preghiera alla vigilia della Festa dell’Europa che si celebra ogni anno il 9 maggio in ricordo della “Dichiarazione di Robert Schuman” che dette il via al processo di integrazione europea. A promuovere l’iniziativa una Rete ecumenica di movimenti e associazioni “Insieme per l’Europa” che in questi giorni si è fatta promotrice di una serie capillare di iniziative in tutta Europa – dalla Francia alla Slovenia – con l’obiettivo di dare testimonianza che in Europa non ci sono solo le voci degli euroscettici e dei sovranisti ma anche un popolo che lavora silenziosamente e operosamente per costruire nelle società vincoli di fraternità con tutti.

Nella Basilica romana, risuonano forte le grida di protesta che giungono da un altro quartiere della città, Casal Bruciato. Segno evidente di una Europa che è attraversata da ideologie che inneggiano alla chiusura e al sovranismo e che alla vigilia delle elezioni europee del 26 maggio, sta facendo i conti con una campagna elettorale dai toni sempre più duri e violenti. “Proprio oggi Roma ha vissuto episodi gravi di respingimento di una famiglia solo perché Rom”, ha detto subito il vescovo mons. Gianrico Ruzza, nel dare il benvenuto ai partecipanti. E questo

“è un motivo di tristezza per tutti, ma Roma non è così”.

Il vescovo ha infatti ricordato che la città di Roma è stato il luogo dove sono stati firmati nel ’57 i Trattati che hanno portato alla costituzione della Comunità economica europea. E ha aggiunto: “Dobbiamo lavorare perché il sogno della libertà e dell’unità, della accoglienza e della fraternità non si spenga mai. Può essere diventato un sogno appesantito. Per alcuni addirittura un incubo. Dobbiamo pregare perché questo sogno torni a vivere. Diventi realtà  e possa  portare alla costruzione di una società in cui c’è spazio per tutti. In cui tutti siano accolti, amati e serviti”. Di sogno spezzato ha parlato anche il giornalista della Rai Enzo Romeo, ricordando la figura del giovane Antonio Megalizzi ucciso a Strasburgo da una pallottola sparata da un suo coetaneo “europeo ma fuorviato dall’Isis”. “Un sogno spezzato diventa per noi oggi un motivo in più per salvare l’Europa, per preservare un patrimonio spirituale e politico senza il quale il mondo sarebbe più povero”, ha detto Romeo.

Rappresentanti delle Chiese cristiane, ortodossi, protestanti, cattolici, hanno preso la parola alternandosi nelle diverse letture e riflessioni. La consapevolezza è quella di vivere in un tempo in cui le Chiese cristiane non possono più tirarsi indietro. “Il Vangelo – dice l’archimandrita Simeon Katsinas del Patriarcato di Costantinopoli – non riguarda più solo la comunità storica di Gesù, i dodici, ma riguarda soprattutto noi, la nostra Europa. Se vuole essere veramente grande deve di nuovo rispettare i valori che la caratterizzano: la pace, il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto… perché l’Europa non è una espressione geografica. L’Europa è storie, culture, popoli, appartenenze. Al plurale e plurali. E il cristianesimo l’ha fatta fiorire”. È il pastore Luca Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, a ricordare la lunga storia dell’impegno dei cristiani per l’Europa a partire dall’Assemblea ecumenica di Basilea nel 1989 fino alla firma della Charta Oecumenica  a Strasburgo nel 2001. “Noi oggi qui siamo riuniti come quei pellegrini di cui parlavano gli Atti a Gerusalemme, che vengono da tante parti e da tante esperienze” per domandare “una rinnovata potente effusione del suo Spirito, da condividere con tutti i popoli dell’Europa”, ha detto padre Federico Lombardi. “Un nuovo soffio di fede, che spezzi la chiusura di un orizzonte esclusivamente terreno, che si fa più confuso e oscuro, bloccato da tante paure, e lo riapra verso Dio, verso la sua misericordia e il suo amore”.

Il mondo ha bisogno di una Europa unita e fraterna. È Rola di Homs, città della Siria, a dirlo raccontando la sua esperienza. 20 anni, è giunta a Roma grazie ai corridoi umanitari attivati dal Libano dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Fcei che hanno impedito a lei e alla sua famiglia di imbattersi in viaggi terribili a bordo di barconi. A Homs Rola ha perso tutto: la casa, gli amici, una vita. “La guerra ha rovinato tutto”, dice e ringrazia l’Italia e l’Europa per averle dato la possibilità oggi di ricominciare a vivere.

“Ho paura – confida – quando sento parlare di chiudere le frontiere”.

E conclude: “Spero che l’Europa sia sempre una terra dove si possa sognare e costruire un futuro  Grazie per avermi dato questa seconda possibilità”.

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The Vatican Publishing House at the Turin Book Fair. Fr Cesareo (coordinator): “Transmit all the potentiality of the Gospel message”

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 09:27

“We must reach a stage whereby reading a book is no longer perceived as it was n the 16th century, when truth was in the book and the reader merely assimilated its content. Readers should be given the opportunity to gradually engage in dialogue with the book as they continue reading…”, said Father Giulio Cesareo, head of the Vatican Publishing House since October 2017, who launched a “provocation” on the future of religious publications in the light of today’s numerous challenges, marked by technological, social and cultural transformations. SIR met him on the occasion of the International Book Fair in Turin, May 9-13, where the publishing house of the Holy See will be present with significant new proposals, such as the new catalogue and the presentation of the International Days for Catholic Literature.

The new catalogue of the Vatican Publishing House (L.E.V.) “As L.E.V. – said Fr Cesareo – we are increasingly integrated within the activity and the mission of the Dicastery for Communication, for the fulfilment of the Vatican media reform process promoted by Pope Francis. Over the past years we always presented a token of the renewal underway: in the 2018 edition, for example, it was the logo, while this year we will present the catalogue.” It’s a different edition of the catalogue compared to the past, Cesareo said, “in line also with the editorial plan of Vaticannews.va, with the four subsections: Pope, Vatican, Church, World.

L.E.V. is increasingly specializing as a theological-religious publishing house:

The “World” section for example, rather than non-specific in-depth reporting, will feature a focus on literature, history, Christian ethics in dialogue with contemporary culture.”

An unpublished text by Pope Wojtyla among the novelties in Turin. Three new books published by L.E.V will be presented in Turin. The first is an unpublished text of Saint John Paul II, “Cristo, la Chiesa e il Mondo. Catechesi dell’Areopago.” This 39-page manuscript dates back to the time when Pope Wojtyla was archbishop of Krakow. A catechesis on St. Paul’s speech at the Areopagus in Athens. The book will be released in-between two important anniversaries: 2018 marked 40 years since the election of the Polish Pontiff to the See of Peter, while in 2020 recurs the centenary of his birth.” The book authored by philosopher Dario Antiseri, “L’Europa di papa Francesco” addresses the Pope’s vision of Europe, said the head of the Vatican Publishing House. “Clearly, this is not a political text in view of the May elections. In fact it’s a reflection on our Continent with an emphasis on its Christian roots. The volume highlights the Pope’s thought when it states that our adherence to values can be seen in our relations with other people. The human person is the supreme value that precedes other values. Defending abstract values without incarnating them into human relations is not Christianity but an ideology.”

Finally, since Turin is the city of the Shroud, L.E.V: will also present the volume “Testimoni del Mistero’ by journalist Grzegorz Górny – and by photographer Januz Rosikon, already released in Poland- which addresses the theme of the relics of Jesus from a scientific and historical perspective starting from the Holy Shroud.

Religious literature 2.0: seeking greater participation. “I am under the impression that  in the past years the market of religious literature has been going through a phase that prevents the expression and transmission of the full potentiality of the Gospel message”, said Fr Cesareo answering a question on the situation of sectorial publications. He clarified: “I dream a gaze that is the product of the times in which we live, of the spirit of 2.0. Put simply, I hope to see more participatory communication of faith and in faith, namely, not only unidirectional communication of content to the recipient community, but veritable interaction.”
Father Cesareo shared an example: “As L.E.V we just published a book on the Mother of God, titled, ‘Maria donna normale’ (Mary, a normal woman), reiterating a phrase by Pope Francis, with a thought of the Holy Father for every day of the month of May. At the end of the volume we inserted a white page, where readers can write a prayer to Mary.

When we speak of the digital era, we must not limit ourselves to view transformations from a technological perspective, since the anthropological angle is of prime importance. We must increase participation, for a more interactive community.”  

International Days for Catholic Literature in Rome. “International book fairs are precious opportunities for us, as editorial directors. They promote the encounter between professionals and especially with the public at large”, remarked Fr Cesareo, illustrating a new project in the pipeline: “It’s precisely because of the need to collect and share experiences that, in our capacity as Dicastery for Communication, in cooperation with the Italian Bishops’ national Office for Social Communications, we launched the first International Day of Catholic Literature that will take place in Rome June 26-29. It’s an opportunity to experience significant initiatives, and to reconsider new editorial proposals and identify our ability to undergo a transformation that is nourished by the ability to tune in.” Father Cesareo concluded: “We invited renowned scholars in different areas, ‘giants of our times’,  such as Jesuit theologian Marko Ivan Rupnik, the President of the Federation of Catholic media in France Jean-Marie Montel from the Bayard Group, the director of Amazon Italia Giorgio Busnelli and the visionary founder of Canvas8 Nick Morris. We want to be able to provide a new, deeper vision of cultural transformations and of our response to these changes as a Church, as pastoral workers. This can be done only together, by listening to the scholars and circulating experiences.”

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La Lev al Salone del libro di Torino. Fra Cesareo (responsabile): “Trasmettere tutte le potenzialità del messaggio evangelico”

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 09:27

“Dobbiamo arrivare a far sì che la lettura non sia percepita più come quella del ‘500, dove la verità è nel libro e un lettore semplicemente la assimila. Un lettore deve avere la possibilità di entrare piano piano in dialogo con il libro, un libro che si fa leggendo…”. Sono le parole di fra Giulio Cesareo, responsabile della Libreria editrice vaticana dall’ottobre 2017, che lancia una “provocazione” sul futuro dell’editoria religiosa alla luce delle tante sfide odierne, tra cambiamenti tecnologici, sociali e culturali. Il Sir lo ha incontrato in occasione del Salone internazionale del libro di Torino, dal 9 al 13 maggio, dove la casa editrice della Santa Sede interviene con delle importanti novità, tra cui il nuovo catalogo e la presentazione delle Giornate internazionali dell’editoria cattolica.

Il nuovo catalogo della Lev. “Come Lev – dichiara fra Cesareo – siamo sempre più integrati nell’attività e nella missione del Dicastero per la Comunicazione, nel compimento del processo di riforma dei media voluta da papa Francesco. Negli ultimi anni abbiamo presentato sempre un segno del rinnovamento in corso: nell’edizione 2018, ad esempio, i loghi e ora nel 2019 presentiamo il catalogo”. Un catalogo, ha spiegato Cesareo, diverso dal passato, “in linea anche con il piano editoriale di Vaticannews.va, con le quattro aree di approfondimento: Papa, Vaticano, Chiesa, Mondo.

La Lev si sta specializzando sempre di più come casa editrice teologico-religiosa:

nella sezione ‘Mondo’, ad esempio, non ci saranno approfondimenti generici, bensì temi di letteratura, storia, etica cristiana in dialogo con la cultura contemporanea”.

Tra le novità a Torino un testo inedito di Papa Wojtyła. Tre nuovi libri editi dalla Lev sono attesi a Torino. Il primo è un inedito di san Giovanni Paolo II, “Cristo, la Chiesa e il Mondo. Catechesi dell’Areopago”. Si tratta, ha spiegato fra Cesareo, “di un manoscritto di 39 fogli risalenti al tempo in cui papa Wojtyła era arcivescovo di Cracovia. Una catechesi sul discorso di san Paolo all’Areopago di Atene. Il libro di fatto viene pubblicato tra due ricorrenze importanti: nel 2018 abbiamo ricordato i 40 anni dell’elezione al soglio di Pietro del pontefice polacco e nel 2020 ricorderemo il centenario della sua nascita”. Ancora, un testo del filosofo Dario Antiseri, “L’Europa di papa Francesco”. Un volume, ha indicato il Responsabile della Lev, riguardante la visione del Papa sull’Europa: “Chiaramente non è un testo politico in vista delle elezioni di fine maggio, ma una riflessione sul nostro Continente richiamando radici cristiane. Il volume rimarca il pensiero del Papa quando afferma che la nostra adesione ai valori si vede dalle relazioni con le persone: la persona in quanto tale è il valore supremo, prima dei valori; difendere dei valori astratti, senza incarnarli in relazioni con le persone, è ideologia e non cristianesimo”.

Infine, visto che Torino è la città della Sindone, la Lev presenta anche il volume “Testimoni del Mistero’ del giornalista Grzegorz Górny – E del fotografo Januz Rosikon già uscito in Polonia – che affronta il tema delle reliquie di Gesù da un punto di vista scientifico e storico, a partire anzitutto dalla Sindone.

Editoria religiosa 2.0: in cerca di maggiore partecipazione. “Ho l’impressione che il mercato dell’editoria religiosa negli ultimi anni viva una fase in cui non riesce a esprimere e trasmettere tutte le potenzialità del messaggio evangelico”. Così fra Cesareo alla domanda sullo stato dell’editoria di settore. Il responsabile della Lev chiarisce poi la sua affermazione: “Sogno uno sguardo figlio del tempo in cui viviamo, dallo spirito del ‘2.0’. In parole più semplici, spero una comunicazione della fede e nella fede più partecipativa: non solo la comunicazione unidirezionale di un contenuto verso la comunità che recepisce, che assorbe, ma una vera interazione”.
Fra Cesareo fa un esempio: “Come Lev abbiamo da poco pubblicato un libro sulla Madre di Dio, dal titolo ‘Maria donna normale’, riprendendo una frase di papa Francesco, con un pensiero del Santo Padre per ogni giorno del mese di maggio. Alla fine del volume abbiamo voluto inserire una pagina bianca, affinché le persone possano scrivere anche la propria preghiera a Maria.

Quando parliamo dell’era digitale, non bisogna limitarci solamente a inquadrare il cambiamento da un punto di vista tecnologico, ma conta in primis la prospettiva antropologica: dobbiamo arrivare a essere più partecipativi, ad avere una comunità più interattiva”.

Giornate internazionali dell’editoria cattolica a Roma. “Le fiere internazionali del libro sono occasioni preziose per noi editori, perché permettono l’incontro tra addetti ai lavori ma soprattutto con il pubblico”. Commenta fra Ceareo, illustrando un nuovo importante progetto in cantiere: “È proprio per questo bisogno di raccogliere le esperienze e metterle in condivisione che abbiamo ideato, come Dicastero per la Comunicazione, in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali Cei, la prima edizione delle Giornate internazionali dell’editoria cattolica, che si svolgeranno a Roma dal 26 al 29 giugno. Un’occasione per fare esperienza di iniziative significative, così come per ripensare formule editoriali e individuare la capacità di sapersi trasformare. Una trasformazione che si nutre necessariamente dell’ascolto”. Conclude fra Cesareo: “Abbiamo invitato studiosi di diversa provenienza, dei ‘giganti del nostro tempo’ come il teologo gesuita Marko Ivan Rupnik, il presidente della Federazione dei media cattolici di Francia Jean-Marie Montel del Gruppo Bayard, il direttore di Amazon Italia Giorgio Busnelli e il visionario Nick Morris fondatore di Canvas8. Vogliamo arrivare a fornire una visione nuova, più profonda, dei cambiamenti culturali; quindi del nostro rispondere come Chiesa, come operatori pastorali, a questi cambiamenti. E questo si può fare solamente insieme, ascoltando maestri e mettendo in circolo esperienze”.

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L’insegnamento del Papa in Bulgaria: “Per amare qualcuno non c’è bisogno di chiedergli il curriculum”

Agenzia SIR - Thu, 09/05/2019 - 08:55

Grida di gioia, bambini e malati accarezzati, migranti consolati, migliaia di persone commosse e con le lacrime negli occhi, felici di aver incrociato in questi due giorni papa Francesco, messaggero della pace del Signore in Bulgaria dal 5 al 7 maggio.

È un breve resoconto dell’intenso programma del Santo Padre nel Paese delle rose, pieno di appuntamenti istituzionali ma anche di incontri con la gente.

La visita era attesa con grande entusiasmo, ma ha superato tutte le aspettative sia del Papa sia del popolo bulgaro, che lo ha accolto con grande affetto.

La conferma è nei 14 mila bulgari affluiti da tutto il Paese nella piazza “Alexander I” dove il Papa ha celebrato la messa domenicale: la piazza è risultata piccola e la gente, nonostante le misure di sicurezza ferree, aveva occupato il parco vicino, le strade e ogni angolo pur di vedere il Papa. Metà di loro erano cattolici, provenienti da tutto il Paese, ma gli altri erano ortodossi o semplici curiosi. Molti di loro non conoscevano il Santo Padre, le sue parole, forse sapevano che era un Papa vicino alla gente, attento ai poveri, ma hanno voluto incontrarlo ugualmente e sentire le sue parole. E grande era la loro emozione.

La gioia del popolo è continuata nella Messa per le prime comunioni, uno spettacolo per gli occhi con questi 245 bambini vestiti di bianco ed emozionatissimi perché, in quel momento, era il Papa il loro catechista. Mentre usciva dalla chiesa del Sacro Cuore di Rakovski sotto la pioggia di petali di rose, Francesco diceva ai vescovi bulgari che per lui era questo il momento più memorabile della visita.

La festa è continuata anche nell’incontro con la comunità cattolica nel pomeriggio del 6 maggio, quando il Papa ha incoraggiato il piccolo gregge della Bulgaria ad amare gli altri, sottolineando che “per amare qualcuno non c’è bisogno di chiedergli il curriculum vitae; l’amore precede, si anticipa. Perché è gratuito”. Alla piccola (sono appena 70 mila) ma molto attiva comunità cattolica bulgara, il Papa ha raccomandato di aiutare i giovani, “di raggiungere il loro cuore, conoscere le loro attese e incoraggiare i loro sogni, come comunità-famiglia che sostiene, accompagna e invita a guardare il futuro con speranza”.

Ma il culmine dei due giorni in terra bulgara per Francesco è stato l’incontro per la pace, celebrato sullo sfondo delle rovine dell’antica Serdica, dove, a pochi metri di distanza, si trovano la cattedrale ortodossa, la cattedrale cattolica, la moschea e la sinagoga. Un incontro stile Assisi mai visto prima nei Balcani.

E né la pioggia battente, né l’ondata di freddo che ha improvvisamente invaso Sofia, né l’assenza della gerarchia ortodossa è riuscita a spegnere le sei fiaccole dei sei bambini rappresentanti gli ortodossi, i cattolici, gli armeni, gli ebrei, i musulmani e i protestanti.

L’incontro con il Patriarca bulgaro Neofit e tutto il Santo Sinodo si era svolto il giorno prima, 5 maggio, in un clima di grande cordialità. Durante la conferenza stampa in volo Papa Francesco ha definito Neofit “uomo di Dio”, mentre nel suo saluto il capo della Chiesa ortodossa bulgara, ha assicurato che “il rispetto tra le due Chiese è reciproco” e ha ricordato le parole di San Giovanni Paolo II, pronunciate nell’incontro con il suo predecessore il patriarca Maxim nel 2002:

“solo uniti, i cristiani saranno più forti”.

E anche se qualche metropolita ha espresso perplessità sulla visita di Francesco, molti altri ne sono stati felici, come il metropolita dell’Europa occidentale Antonij che su Facebook ha chiamato “il Papa fratello in Cristo” e “un esempio per noi ortodossi di pastore che va dalle pecore”.

Quasi un secolo prima, nel Natale del 1934, mons. Angelo Roncalli si congedava dalla Bulgaria animato da un amore profondo per questa terra e convinto che il dialogo tra le diverse confessioni religiose sia possibile grazie all’ecumenismo di base, all’amore tra i vicini di casa appartenenti ad un’altra religione. In questi due giorni in terra bulgara Papa Francesco ha ricevuto e dato tantissimo amore alle persone, un segno tangibile che essere fratelli nell’unico Dio è possibile.

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