Notizie

Chiese cristiane d’Europa: “All’Ue non ci sono alternative. È il nostro futuro”

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 10:20

“All’Unione europea non ci sono alternative. Tutti gli altri scenari possibili sono peggiori di quello che stiamo vivendo oggi. Quindi diciamo: non rinunciate all’Ue e andate a votare, seguendo i vostri valori”. È questo il “messaggio” che le Chiese cristiane d’Europa lanciano a pochi mesi dalle elezioni parlamentari europee che si terranno dal 23 al 26 maggio. A sintetizzarlo è Torsten Moritz, segretario generale della Commissione delle Chiese per i migranti in Europa (Ccme), che con la Conferenza delle Chiese europee (Kek) hanno deciso di scendere in campo per informare i cittadini europei sulla posta in gioco delle prossime elezioni e, soprattutto, invitare i cristiani d’Europa a non rimanere a guardare. Nasce con questo intento – “È il nostro futuro” – un dossier agile e di facile consultazione, abbinato ad una serie di video promozionali dove i leader delle Chiese europee prendono la parola per pochi secondi invitando i cittadini europei ad andare al voto.

Primo, abbattere i pregiudizi. “Stiamo vedendo come in Europa si sta facendo sempre più fatica a capire cosa sia effettivamente il Parlamento europeo e cosa è in grado di fare”, spiega Torsten Moritz. “A questo si aggiunge un crescendo di pregiudizi. Questa istituzione viene sempre più vista non come un luogo in cui vengono prese decisioni e avviati processi, ma come un triste talkshow che non ha alcuna influenza né sulla vita delle persone né su quella dei rispettivi Paesi. Quindi, da una parte, vogliamo informare la gente su cosa è il Parlamento e, dall’altra, evidenziare una serie di tematiche per noi importanti e verso le quali il Parlamento europeo sarà chiamato ad agire in futuro”.

Il Futuro dell’Ue. Il dossier spiega – in maniera sintetica e graficamente attraente – cosa è il Parlamento europeo, quale ruolo svolge, da chi è composto e invita – per saperne di più – a consultare il sito https://www.stavoltavoto.eu/ . “La nostra comprensione cristiana pone la giustizia, la pace, la solidarietà, e la dignità umana al cuore di quello che facciamo”, si legge nel testo. “Insieme vogliamo creare un’Europa più sicura, socialmente giusta e aperta. Speriamo che questo sia anche l’impegno di quanti andranno a dare forma al futuro dell’Europa”.

Diverse sono le questioni che il dossier delle Chiese affronta. Le migrazioni; il cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile; il futuro del lavoro e il modello sociale dell’Europa; la governance economica e il ruolo dell’Europa nel mondo; e infine un’“Europa più equa e inclusiva”. Non si enunciano principi, spiega il rappresentante del Ccme. Si pongono piuttosto delle domande per “mantenere il dibattito più aperto possibile”. È l’approccio con cui si affrontano le singole tematiche a fare la differenza: i punti di riferimento – si legge – sono i valori della pace, della tolleranza e della solidarietà. “Cerchiamo di costruire ponti” e “di fronte al conflitto siamo chiamati ad agire come agenti di riconciliazione”.

L’Europa alla prova del populismo e del sovranismo. Fin dalle sue origini, l’Unione europea è stata costruita come una comunità di valori condivisi ma oggi questa comunità è “sotto pressione”. “Il rischio del populismo e degli estremismi politici ha raggiunto livelli senza precedenti nella moderna storia dell’Europa”. “È vero che in questi anni, l’Europa ha commesso i suoi errori. Dalla crisi economica e dal modo con cui è stata affrontata senza uno spirito di solidarietà vera. Alla questione della migrazione dove non c’è stata una gestione condivisa. Ma noi continuiamo a dire, soprattutto a chi grida, ‘prima il mio Paese’: all’Europa non ci sono alternative”, spiega Torsten Moritz. Il dossier si conclude con una serie di proposte concrete: andare a votare; informarsi; mettersi in contatto con i candidati e condividere con loro aspettative e riflessioni; partecipare ai dibattiti locali; coinvolgere le persone; conoscere la posizione delle Chiese. Ma soprattutto esercitare il proprio diritto al voto. “È in gioco la responsabilità particolare che i cristiani sono chiamati a svolgere per la società e per il vivere insieme”, conclude Moritz. “Le elezioni si svolgeranno in pochi giorni ma saranno elezioni che avranno un impatto per molto tempo”. La Kek – Conferenza delle Chiese d’Europa – è un organismo ecumenico che riunisce 114 Chiese di tradizione ortodossa, protestante e anglicana provenienti da tutta Europa. Ha sede a Bruxelles.

 

Categories: Notizie

The Conference of European Churches: “There are no alternatives to the EU. It is our future”

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 10:20

“There are no alternatives to the European Union. All other possible scenarios are worse than the one we are living today. That’s why we say: don’t give up on the EU – go to vote, and follow your values”. That is the “message” that the Conference of European Churches are launching, with only a few months to go before the European Parliament elections which will take place on 23-26 May, as summarized by Torsten Moritz, General Secretary of the Churches’ Commission for Migrants in Europe (CCME), which alongside the Conference of European Churches (CEC) has decided to take action in order to inform European citizens about what is at stake in the upcoming elections and, above all, to ask Europe’s Christians not to remain on the sidelines. That is the inspiration for the document “Europe: It’s Our Future”  (“È il nostro futuro”)  a light and easy read, published together with a series of promotional videos where the leaders of European Churches speak briefly, inviting European citizens to go and vote.

First of all, prejudice must be demolished. We’re witnessing how people in Europe are finding it more and more difficult to understand what the European Parliament actually is and what it can do”, says Torsten Moritz. “And on top of that, there is an upsurge in prejudice. Increasingly, the institution is perceived not as a place for decision-making and setting processes in motion. Instead, it is seen as a sad talk-show that has no influence on people’s lives, or on its member States. So on the one side, we want to inform people on what the Parliament is, and on the other, we want to highlight a number of issues which we feel are important and which the European Parliament will be called to act on in the future.

The future of the EU. Attractively packaged and concisely written, the document explains what the EuroParliament is, what its role is and who its members are, and invites those who want to find out more to visit https://www.thistimeimvoting.eu//. “Our Christian self-understanding  places  justice,  peace,  solidarity,  and  human  dignity at the heart of all we do. Together we want to create a secure, socially just and open Europe. We hope for the same commitment in those who shape the future of Europe”, the document reads.

The Churches’ document tackles several issues: migration, climate change and sustainable development; the future of work and the social model of Europe; economic governance and the role of Europe in the world, and lastly, a more “equal and inclusive Europe”. We are not formulating principles, says the CCME representative. Rather, we put questions forward in order to “keep the debate as open as possible”. It is the way in which we approach each theme that makes the difference: the core values are peace, tolerance and solidarity. “We seek to build bridges”, and “in the face of conflict, we are called to act as agents of reconciliation”, recites the text.

Populism and sovereignism are testing Europe. From its foundation, the European Union was built as a community of shared values, but today this community is “under pressure”.  The dangers of populism and of extremist politics have reached their highest level in history. It’s true that Europe has made its mistakes through the years – from the economic crisis to the way it has been tackled in recent years  – lacking a true spirit of solidarity – to the migrant issue, where there has been no shared governance. But particularly to those shouting ‘my country first’ we repeat: there are no alternatives to Europe” says Torsten Moritz. The document ends with a series of concrete proposals: go to vote; get informed; interact with candidates and share your concerns and reflections with them; participate in local debates; get others involved; learn about the church’s position on issues. Most of all, exercise your right to vote. “What is at stake is the special responsibility that Christians are called upon to fulfil for society and for living together”, adds Moritz. “The elections will only last a few days but their impact will be felt for a long time”. CEC –  the Conference of European Churches – is an ecumenical fellowship bringing together 114 churches from Orthodox, Protestant and Anglican traditions from all over Europe, and is based in Brussels.

Categories: Notizie

In morte di don Vincenzo Sorce: Il futuro è un diritto di tutti

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 08:10

A 74 anni, nella notte tra il 3 e il 4 marzo scorsi, si è spento serenamente don Vincenzo Sorce, prete della diocesi di Caltanissetta, ma attivo – e quindi conosciuto e apprezzato – anche in ambito nazionale. Presbitero dal 1970, nella sua diocesi – nel corso di un alacre e fecondo ministero, durato quarantotto anni – era stato formatore nello stesso seminario dove aveva studiato, vicario parrocchiale, direttore dell’Ufficio catechistico, direttore dell’Istituto di scienze religiose e professore di psicologia, pedagogia, catechetica e teologia pastorale, anche presso la Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo.

Soprattutto, ormai quasi quarant’anni fa, aveva fondato l’Associazione Casa Famiglia Rosetta per la cura di quelle che egli chiamava le “nuove povertà” dei nostri giorni, dalle disabilità fisiche a quelle psichiche, e l’Associazione Terra Promessa, per il recupero delle persone dipendenti dall’uso di droghe, poi unificatesi in un unico ente, diramato in molte città della Sicilia, presente con più case a Roma, ma anche all’estero, in Brasile e in Tanzania. A queste strutture aveva affiancato la Comunità di Santa Maria dei Poveri, anch’essa seminata in diverse diocesi siciliane, costituita da consacrati immersi nel mondo, sia laici – anche sposati – che preti, per garantire un polmone spirituale alla sua opera.

Aveva fatto parte del Comitato preparatorio delle Settimane sociali dei cattolici italiani, era stato membro della Consulta nazionale per le tossicodipendenze, era vicepresidente nazionale dell’Aris e perito dell’Onu per il contrasto al consumo di droghe nel mondo. Pubblicista e giornalista, aveva una bibliografia personale ben nutrita di titoli accattivanti e provocatori.

Anche lui, dunque, un prete “multitasking”, come tanti suoi confratelli nella storia della Sicilia contemporanea, dal beato Giacomo Cusmano a don Luigi Sturzo, per giungere sino a mons. Cataldo Naro: di quest’ultimo fu amico intimo, “compagno di calvario e di amore per la nostra Chiesa di Caltanissetta” – come si legge nel testamento spirituale olografo, datato al 29 giugno 2015, che ho ritrovato nel cassetto della sua piccola scrivania, nella sua camera da letto –, del secondo fu grande estimatore, del primo affettuoso devoto e coraggioso imitatore.

Di tante cose, infatti, si preoccupava e ragionava don Vincenzo: di fatti ecclesiali e di fenomeni sociali, di fede e cultura, di impegno politico e pastorale, di professionalità e volontariato, di gestione manageriale e consacrazione secolare, di efficienza e gratuità, di assistenza terapeutica e direzione spirituale, di azione e contemplazione, di fare e pensare, di locale e universale, di fatiche umane e aneliti religiosi, di fedeltà all’uomo e a Dio, tutto e sempre secondo la logica polare dell’Incarnazione, in riferimento alla quale il fondatore di Casa Rosetta decifrava e viveva quello che possiamo considerare a ragione un vero e proprio carisma, tendendo all’unità delle pur diverse dimensioni, senza mantenerle distanti l’una dalle altre, ma neppure senza avallarne la confusione.

Al centro della sua testimonianza cristiana rimaneva, in ogni caso, l’essere umano. In una bella pagina di “Conversazione in Sicilia”, Elio Vittorini annotava già nel 1941 una riflessione che potremmo assumere qui come chiave di lettura, solo apparentemente laica, dell’antropologia di don Vincenzo: “Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato. E genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo: egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato: è più genere umano il genere umano dei morti di fame”. Anche per don Vincenzo, alla luce del vangelo, era così. L’uomo che stava al centro dei suoi sogni e dei suoi progetti, delle sue gioie e delle sue speranze, delle sue preoccupazioni e delle sue riflessioni, era l’uomo povero. Perché nel povero c’è davvero il barlume di somiglianza con quel Signore che si spoglia di ogni sua ricchezza per assumere la condizione dello schiavo nel crocifisso del Golgota. Anche in senso cristiano, dunque,

è più uomo il povero che non il ricco, perché Dio assomiglia più al povero:

non per niente, per dirci com’è veramente, si è rivelato nel Bimbo di Betlemme, nel Profeta senza tetto e senza guanciale, nel Servo sofferente.

Una fatica sostenuta da don Vincenzo sempre in prima persona, ma non in solitudine. Restavano coinvolti nel raggio vasto del suo impegno, a fargli compagnia e a sostenerlo, tutti quelli che strada facendo entravano a far parte della sua vita. Entravano i suoi familiari, da lui riconosciuti come suoi primissimi maestri di solidarietà. Entrava la sua diocesi d’appartenenza, “Madre” sua – com’egli la considerava spesso ad alta voce –, tante volte nei suoi confronti attenta e premurosa ma altrettanto distratta e rude, coi suoi vescovi, coi suoi preti, col suo seminario, con le sue parrocchie e con le altre varie realtà diocesane, con le sue personalità spirituali più eminenti, con i suoi giovani, con i suoi ammalati, con i suoi poveri. Entrava la Chiesa tutta quanta, col suo ultimo concilio e col rinnovamento da questo iniziato, con i suoi grandi testimoni e maestri, con i suoi pontefici, con i suoi teologi, con le sue necessità e con le sue risorse pastorali, con i suoi santi e con Colei che ne è l’icona tipica, santa Maria dei Poveri, com’egli amava invocarla. Ed entrava il mondo intero: quello che vive alla porta accanto nel disagio del giovane affetto da sclerosi multipla che sta all’inizio di Casa Rosetta, nel disagio dei tanti altri giovani e ragazzi che don Vincenzo incontrava in Sicilia, a Roma, nel resto d’Italia, in America Latina, nell’Est Europeo, in Africa. Entrava, insomma, l’universo delle nuove povertà, degli anziani relegati alla tristezza della solitudine, degli adolescenti imprigionati nel tunnel della droga, degli adulti annebbiati dai fumi dell’alcol e irretiti nell’illusione del gioco d’azzardo, dei tanti bambini costretti dall’autismo a vivere chiusi in un angolo buio come monadi senza porta e senza finestre e dei tant’altri costretti a vivere senza famiglia nelle favelas, degli ammalati terminali affetti d’Aids.

E, attraverso queste feritoie pulsanti come ferite, entrava Dio: che lo chiamava ad esser prete, cioè a convertirsi permanentemente: il Dio che lo mandava dove egli non immaginava di dovere andare, che gli faceva incontrare i suoi poveri, che gli chiedeva di diventare povero, non solo per i poveri ma anche con i poveri, per potersi così salvare dalle proprie ricchezze, per finirla una buona volta, tante volte, d’essere un giovane ricco col pallino di una perfezione autoreferenziale.

La sua morte lascia un vuoto, che potrà essere avvertito solo da chi è consapevole della qualità umana e credente della sua “presenza” ecclesiale e sociale, in ambito siciliano e nazionale. Per questo vale la pena ricordarlo qui un po’ più prolungatamente del solito. Il vuoto però deve trasfigurarsi in capacità, per ospitare in sé quel “futuro nuovo” di cui don Vincenzo ha scritto nell’ultimo editoriale da lui firmato, qualche giorno fa: “Il futuro è un diritto di tutti, dei più piccoli, dei più deboli specialmente. Diritto di vivere con dignità, di morire amati, rispettati, serviti. Diritto di futuro da costruire insieme, con stile sinodale, con la forza della condivisione. Diritto di sperare fondato sulla verità della Risurrezione del Cristo, principio di un mondo nuovo, di una società nuova, di un futuro nuovo. Il cristianesimo è futuro e perciò diritto di tutti”.

Categories: Notizie

Dodici mesi con l’economia che si sta fermando

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 08:02

Non è facile separare gli effetti delle tensioni internazionali dalle scelte del Governo nato dal voto di un anno fa. Si possono ripercorrere le principali date e cercare negli indicatori economici alcune risposte. La congiuntura economica è peggiorata ovunque rapidamente negli ultimi mesi indebolendo i forti e mettendo in ginocchio i deboli. Fra questi l’Italia che si ritrova in recessione e non trova supporto nelle esportazioni. La guerra dei dazi, fra Cina e Stati Uniti innanzitutto, la frenata europea e i maldipancia nel Regno Unito per evitare Brexit hanno gelato le attese. Quando imprese, artigiani e professionisti vendono poco e hanno meno contratti per i mesi successivi scattano i tagli alla produzione, si rinviano assunzioni e investimenti.

La debolezza italiana ha tante cause e ha preso forma in un’incertezza cronicizzata. Dove tutto si ferma, prevalgono i rinvii.

Un anno fa, dalla consultazione regolare a scadenza, emerse una maggioranza di Centrodestra con la Lega molto più votata degli altri partner. La coalizione raccolse il 37% e il Movimento 5Stelle un notevole 32 percento. Staccato il Pd, avviato all’opposizione. In quel marzo di avvio delle consultazioni, lo spread (la differenza di rendimento fra titoli decennali pubblici italiani e tedeschi) era rimasto compreso fra i 125-135 punti. Mentre la fiducia dei consumatori e delle imprese, rilevata mensilmente dall’Istat, si posizionava a fine marzo rispettivamente a quota 117,5 punti per i consumatori e a 107,2 per le imprese. Gli indicatori economici sono anche altri: occupazione, produzione, ordini, export, acquisti di case, mutui e prestiti. In qualche modo hanno come retroterra la fiducia o meno di imprenditori e delle famiglie. Se si vuole si può aggiungere la Borsa che ha una dinamica diversa e che può essere influenzata da chi vende perché ha già guadagnato molto e da chi compra dopo un periodo di schiacciamento dei prezzi. Comunque a fine marzo l’indice dei maggiori 40 titoli italiani (Ftse Mib) si muoveva intorno ai 22.400 punti. Va ricordato che fino a ottobre in Europa era attivissimo il sostegno del Quantative easing (QE), un insieme di interventi per mantenere basso il costo del denaro che, fra l’altro, ha permesso di contenere le fiammate dello spread. Emergevano preoccupazioni per l’economia mondiale, ancora niente rispetto a quello che sarebbe accaduto nella seconda parte dell’anno.
Torniamo al calendario per posizionarci all’inizio di giugno, quando la sorpresa dell’accordo Lega-5Stelle, cementato nel Contratto di Governo, prese la forma dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. Poco prima, per l’incarico all’Economia, venne scelto un tecnico come Giovanni Tria in sostituzione di Paolo Savona accusato di euroscetticismo. Se riprendiamo lo spread, aggiornandolo ai primi di giugno, lo ritroviamo a 220 punti. E i due indicatori scelti a 116,2 per la fiducia dei consumatori e a 105,4 per le imprese. L’indice Ftse cambiò rotta per scendere a 22mila punti.

Se è vero che gli operatori economici e le famiglie hanno bisogno di tranquillità e ottimismo per sviluppare al meglio i loro progetti, il Governo ha dovuto da una parte gestire eventi esterni (il dramma del cavalcavia Morandi in piena estate, poi l’indebolimento della congiuntura) e dall’altra ha puntato anche in economia a rispondere alle mille promesse elettorali, scontro con la Ue compreso.

Un mix di messaggi di privatizzazioni e contemporaneamente di ruolo pubblico nell’economia pur con un debito altissimo. Posizioni diverse in economia sono emerse fra i due partiti al Governo, con i ministri tecnici spesso smentiti. Un clima ansiogeno che non è stato favorevole alla crescita. Gran parte degli stessi indicatori nel 2019 sono deboli e fermandoci al piccolo osservatorio prescelto l’indice di fiducia dei consumatori a febbraio era a 112,4 punti e quello delle imprese a 98,3 punti (ai minimi dal 2015). Se si guarda la Borsa mantiene i 20.500 punti e lo spread rimane a 254 punti. Non ai massimi ma sempre troppo alto e costoso.

Categories: Notizie

Don Peppe Diana. Ispettore cappellani: “Sacerdote coraggioso e generoso, testimone per i nostri tempi”

Agenzia SIR - Wed, 06/03/2019 - 07:54

“Riflettere sul martirio di don Peppino Diana vuole essere un messaggio per risvegliare le coscienze e dire con forza che nessuno è padrone della vita dell’altro, nessuno può togliere e calpestare la vita di un altro essere umano. Ma, allo stesso tempo, è anche una giornata di preghiera per chiedere al Signore il dono della nostra conversione e il cambiamento della nostra vita”. Nasce con questo spirito l’iniziativa promossa dall’ispettore generale dei cappellani delle carceri, don Raffaele Grimaldi, che ha scritto una lettera a tutti i cappellani invitandoli a celebrare negli istituti penitenziari, una giornata in memoria, di riflessione e di preghiera, dedicata a don Peppe Diana. Si avvicina, infatti, il 25° anniversario della sua uccisione (19 marzo 1994) per mano della camorra, mentre si apprestava a celebrare la messa nella sua parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe. Un invito, quello di don Grimaldi, che parte dalla sua conoscenza personale di don Diana, suo amico di studi nel seminario di Aversa. L’ispettore generale dei cappellani parteciperà anche all’incontro “Per testimoniare la verità e la giustizia”, che si terrà lunedì 18 marzo, nel carcere di Secondigliano, a Napoli, a cui interverrà, tra gli altri, il vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo.

Don Raffaele, quando ha conosciuto don Diana?

Siamo stati in seminario nello stesso periodo: quando ci siamo conosciuti, io frequentavo il quarto ginnasio e Peppe il primo liceo. Era anche il mio prefetto. La nostra amicizia è nata proprio lì, in seminario. Ho di lui un bel ricordo:

era un giovane scherzoso, vivace, schietto, ma anche irrequieto.

Eravamo in seminario, ma il suo cuore era già proiettato al di là, molto attento anche a quello che accadeva fuori dal seminario, alle problematiche sociali, ma a quell’epoca i seminari erano più chiusi, quindi spesso entrava in conflitto con i superiori quando proponeva esperienze forti. Al tempo stesso, però, era un giovane di grande preghiera: lo ricordo così preso durante le adorazioni in comunità. Prima del sacerdozio, ha vissuto esperienze di forte spiritualità in comunità monastiche. Curava la sua vita spirituale anche nella contemplazione:

quante volte l’ho visto in cappella da solo a pregare!

Che sacerdote è stato don Peppe?

Coraggioso, impegnato a fasciare le molte ferite degli uomini e nel recupero dei giovani,

ai quali dedicava tutto il suo tempo e tutte le sue energie giovanili per servire la Chiesa. Ma non solo: dopo essere stati ordinati sacerdoti, nel 1992 io fondai il centro Regina Pacis a Giugliano e don Peppe nella sua parrocchia accoglieva poveri e immigrati. Sull’attenzione alle fasce più deboli era molto attivo, sensibilizzando anche la comunità e in particolare educando i giovani al servizio, all’accoglienza, all’amore per gli ultimi, sull’esempio di Gesù. In quel periodo andavamo insieme a cercare, in cascinali abbandonati, immigrati soli e disperati, che vivevano in condizioni precarie, senza corrente, per portare loro aiuti concreti e conforto.

C’è poi l’impegno contro la camorra…

Da parroco, a Casal di Principe, si è trovato a fare i conti con la drammatica pervasività della camorra nella vita del paese. Negli anni ’90 a Casal di Principe, ma anche nel resto della Campania, c’erano faide e ammazzamenti, si viveva molto male, nel terrore, era terra di nessuno. L’impegno contro la camorra, quindi, per don Peppe è sempre legato al suo essere sacerdote, al suo essere pastore in mezzo alle pecore, e alla sua sensibilità. Il famoso documento ‘Per amore del mio popolo non tacerò’ nasce proprio per mettere un argine alla violenza.

Cosa ricorda del giorno della morte?

Quando quella mattina del 19 marzo 1994, si diffuse la tragica notizia della sua morte cruenta,

fu veramente uno choc.

Subito dopo l’uccisione di don Peppe con alcuni confratelli di Giugliano ci recammo subito nella parrocchia di San Nicola a Casal di Principe: il suo corpo non c’era più, ma ricordo ancora quella macchia enorme di sangue a terra in sagrestia. Per me fu terribile. Nel 1993 avevo iniziato il mio impegno come cappellano nel carcere di Secondigliano, ma per la morte del mio amico andai in crisi, non volevo andare più in carcere perché sapevo che in quella realtà c’erano persone che avevano ammazzato e non riuscivo a sopportarlo. Mi ha aiutato, allora, il mio padre spirituale.

Cosa può dire oggi una figura come quella di don Peppe ai detenuti?

Una figura come quella di don Diana può essere di sprone a chi si trova in carcere e ha compiuto delitti o violenze, distruggendo le vite degli altri, per prendere coscienza dei propri errori. Parlare di don Peppe come sacerdote, uomo di fede, generoso verso gli altri attraverso il dono di sé, come uomo di verità, che ha subito il martirio, è un modo per far riflettere sul male compiuto, mettere a nudo le proprie povertà e invitare al cambiamento interiore. Nelle carceri non dobbiamo andare a raccontare favolette, ma avere la forza e il coraggio di presentare figure forti e belle come quella di don Peppe,

un testimone per i nostri tempi,

capace, come è stato, di dare la vita per il Vangelo, un esempio di vita buona che aiuta a far crescere nelle persone, anche in quelle che si sono macchiate di gravi crimini, l’amore per Dio e per i fratelli.

Categories: Notizie

Mercoledì delle Ceneri: le quattro colonne della Quaresima

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 19:29

Il prossimo 15 marzo la guerra in Siria entrerà nel nono anno (2011-2019). Sul campo restano, secondo le stime, mezzo milione di morti – di questi più di 20mila sono bambini, e milioni di rifugiati (Turchia, Libano, Giordania e Iraq) e sfollati interni. E le cifre sono destinate a salire perchè si combatte ancora nel sud-est della Siria a Baghuz, ultima roccaforte dell’Isis alla frontiera con l’Iraq, dove centinaia di jihadisti sono asserragliati tra le case diroccate usando i civili come scudi umani. E anche al confine tra Siria e Turchia, a nord di Damasco, nell’enclave di Idlib, dove resistono altri irriducibili delle armate jihadiste del Califfo Al Baghdadi. In questo clima di violenza e di morte, la provata comunità cristiana si appresta a vivere l’ennesima Quaresima, che si aprirà Mercoledì delle Ceneri (6 marzo).

Padre Hanna Jallouf

Padre Hanna Jallouf è il parroco latino di Knayeh, villaggio siriano non distante proprio da Idlib. Francescano siriano della Custodia di Terra Santa, padre Hanna, 66 anni, è rimasto con il suo confratello Louai Bsharat a prendersi cura della sparuta comunità cristiana locale. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono fuggiti dopo che molte chiese e luoghi di culto sono stati distrutti o bruciati. Lo stesso parroco fu rapito, nell’ottobre 2014, con altri suoi parrocchiani da un gruppo islamista e poi rilasciato. “Come agnelli in mezzo ai lupi”, dice ricordando le parole del Vangelo. Con il Mercoledì delle Ceneri alle porte, padre Hanna consegna al Sir la prima delle sue riflessioni che accompagneranno il cammino quaresimale verso la Pasqua.

La Quaresima è un tempo di grazia durante il quale prepararsi alla Pasqua. Un tempo privilegiato per guardarsi dentro e rifare i conti con noi stessi davanti al Signore. Così come un bravo contadino che fa i suoi conti alla fine dell’anno per vedere come è andato il raccolto.

Questo tempo è basato su quattro colonne:

digiuno, preghiera, carità e pentimento.

Ma spesso siamo soliti ricordare solo la carità e dimenticare il digiuno, la preghiera e il pentimento. Il nostro essere ha bisogno di uscire dal quotidiano di tanto in tanto, per rinnovarsi e per riscoprire il suo valore. Ma non si può fare questo passo se non seguiamo le quattro colonne della Quaresima.

La Chiesa ha semplificato il digiuno affinché ogni cristiano scelga il modo di passare questo periodo, per arrivare alla Pasqua del Signore. Cerchiamo di scoprire questa strada grazie alla parola del Signore che ci viene offerta ogni Domenica nell’Eucarestia.

Da noi, qui in Siria, tanti cristiani ancora osservano la vecchia forma del digiuno, cioè prendere un pasto al giorno. Senza carne, senza pesce, senza grassi, senza latte e formaggi. Solo erbe e cereali conditi con olio. Essi praticano tante forme di pietà religiosa per arrivare alla festa di Pasqua rinnovati umanamente e spiritualmente.

Cerchiamo, dunque, di vivere questo tempo per riscoprire la nostra fede e la nostra dignità cristiana”.

(*) parroco latino di Knayeh

Categories: Notizie

Between Bosnia and Croatia, the desperate “game” of migrants to the EU

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 18:51

Among insiders, some call the Bira centre the worst centre for migrants in the whole of Bosnia, and among the worst on the whole Balkan Route. Try to picture it: an old, abandoned refrigerator factory, consisting of massive concrete warehouses side-by-side which make up an industrial area of over 20,000 square meters altogether. Inside, among peeling, punched-through walls and dim lighting, migrants sleep 120 to each tent, while an area of containers with six places each is set aside for families and minors.

The centre was opened by the International Organization for Migration last autumn as a temporary measure to tackle an emergency situation on the border between Bosnia and Croatia, and now hosts over 2,000 people, many more than the official maximum capacity of 1,500.

We are in Bihać, provincial capital of the Una-Sana canton, at the northern frontier of  Bosnia and Herzegovina, a hot border of Europe. The “Bosnian route” passes through here. It is the route taken by migrants attempting to bypass the stiffening of checks along the Serbian-Croat and Serbian-Hungarian borders. According to the official data of the International Organization for Migration,

24,000 migrants passed through Bosnia in 2018, most of them attempting to cross the northern border, going towards Bihać and Velika Kladuša.

Most of them are men or boys, alone, from Pakistan, Afghanistan, Iran and to a lesser extent from Morocco, Tunisia and India, but there are also Syrian and Iraqi families with small children. These last ones resist in Bira while they wait to be transferred to Borici, another camp just outside the city which has just been renovated by IOM, and assigned to families and the most vulnerable. The camp, which used to be a halls of residence for students, is currently home to 150 people, but it will be able to host over 500 when it is fully operational.

Migrants arrive in  Bihać on foot or on buses, regardless of the cold and the snow that still covers the mountains, and they wait for the right moment to cross the border: some go for it alone, at times aided by smartphone maps and the advice of those that already made it, while others rely on traffickers, whose business around here has never been better.

Migrants call it  the “game”, because for most of them, each attempt ends them up right where they started. A macabre game of chutes and ladders which often gives rise to physical and psychological injuries.

“Those who come back to Bira often return with injuries, especially on their feet: excoriations, cuts and bruises, frostbite”, says Selam Midžić, local secretary of the Red Cross. This is due to hours spent in the woods, or from crossing the river Una, but also because of the Croatian police’s collective refoulement: a practice forbidden by European legislation, but which goes on here as along other frontiers.

 

“The number of people passing through the Balkans has lessened considerably following the March 2016 agreement between Turkey and the European Union, but clearly the flow has not stopped and Bosnia is the area with the most kilometres of border to attempt a crossing”, tells to SIR Silvia Maraone, co-ordinator of the Balkan Route interventions for Caritas and IPSIA (an ACLI affiliated NGO), showing her concern for what might happen in the coming months.
“Since the closure of the Central Mediterranean route” – the worker explains – “there is the risk of mounting pressure on the Balkan Route”. It looks like the government in Sarajevo does not want to face this possibility, as it refuses to take over the management of the country’s existing centres, which are all managed by IOM.

On top of this, there is growing resentment in local communities: for example, authorities in the Una-Sana canton have threatened to close all centres in the canton if the maximum capacity is not adhered to, and have increased the transfers of migrants from the border areas towards Sarajevo. So for the past few weeks entries to Bira are blocked –

at least on paper – as confirmed by Mite Cilkovski, in charge of the camp, and this increases the number of people forced to spend the nights outside.

Alongside IOM, only local and international NGOs, Caritas, and independent volunteers who regularly come from Europe to bring aid remain to help the migrants. IPSIA has opened a “Social Café” inside Bira, open three hours a day during which it serves over 400 cups of Caj, the name given to tea in Turkey and several other countries in Asia and the Middle East. We visited the café with a delegation from Caritas Ambrosiana and Caritas Como, who are supporting projects for migrants along the Balkan Route together with other donors and with the Italian Caritas.

“We began with a few thermal flasks” – says Greta Mangiagalli, aid worker with IPSIA in Bihac – “serving the first cups of caj on Christmas Eve; then came the tables, a ping pong table, and the board games. The Social Café is the only space inside Bira where you are allowed to sit quietly, to sit down for a chat”. It is a “garrison inside the Bira where you know you will be listened to”, adds Michele Turzi, a volunteer with Caritas Mantova.

“It is vital for us to work in a camp like Bira, because of the state in which people find themselves. The social café and similar interventions are of the greatest importance for them, to maintain their dignity. It’s not about offering a cup of tea, it’s about recognising each individual as a person”, concludes Silvia Maraone.

It’s one o’clock and the kiosk must close. Some migrants help to put away the tables of the café, which they feel is partly their own. We move towards the exit feeling impotent in the face of this humanity on the move. For the last time we watch the faces of migrants sitting outside the tents, and they appear suspended between the hope of making it and the resignation of having ended up in limbo: too far from home to go back, and too tired to go forward. But it lasts only a moment: the border is so close, and they will all try again, even if it should be the last step they take.

Categories: Notizie

Papa in Marocco. Mons. López Romero (Rabat): “Siamo la Chiesa del Buon Samaritano”

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 12:59

“Un momento storico” per il Marocco e la piccola comunità cattolica del Paese. Un viaggio all’insegna del dialogo, in particolare con l’islam, della fede cristiana vissuta in armonia ecumenica in terra a maggioranza musulmana e del servizio ai più vulnerabili, i migranti. Questi i tre tratti che caratterizzeranno il viaggio di papa Francesco a Rabat, il 30 e il 31 marzo. A sottolinearli al Sir è mons. Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat, che oggi a Casablanca ha presentato alla stampa locale la visita del Papa che ha scelto come motto “Servitore di Speranza”, con la croce cristiana e la mezzaluna islamici rappresentati nei colori del Marocco e della Santa Sede. Nel Dossier stampa che è stato dato ai giornalisti, si sottolinea che il papa sarà accolto dal Re Mohammed VI e il suo viaggio in terra marocchina comincerà pertanto all’insegna “del dialogo interreligioso, della comprensione reciproca tra fedeli delle due religioni e della promozione della pace e della tolleranza”. La visita inoltre si svolge nell’anno in cui si celebrano gli 800 anni dell’incontro tra san Francesco di Assisi e il sultano al-Malik al Kâmil e gli 800 anni della presenza francescana in Marocco (1219-2019). 34 anni dopo il viaggio di Giovanni Paolo II (il 19 agosto 1985), questa nuova visita rappresenta quindi un “momento che permetterà di continuare a far vivere questo messaggio di pace tra cristiani e musulmani”. Altro segno distintivo del viaggio di papa Francesco è la solidarietà verso i migranti “in un Paese – si legge ancora nel Dossier – che ha da subito optato verso una politica di accoglienza degna e coraggiosa. Un’occasione per riaffermare il sostegno di papa Francesco al Global Compact sui migranti delle Nazioni Unite che è stato adottato a Marrakech nel dicembre scorso e per richiamare di nuovo la comunità internazionale a operare con responsabilità, solidarietà e compassione verso i migranti”. Nel Dossier, oltre a ripercorrere tappa per tappa la visita del papa a Rabat, si danno alcune informazioni pratiche. La Messa che domenica 31 marzo il Papa celebrerà allo stadio Prince Moulay Abdellah, sono attese dalle 7 alle 10mila persone. Ci saranno i membri della comunità cattolica del Paese ma anche “tutti gli amici della Chiesa cattolica”. Il Vangelo sarà quello della Parabola del Figliol Prodigo, nel segno – si legge nel Dossier – della “Misericordia di Dio” in sintonia con il “Dio clemente e Misericordioso” invocato all’inizio di ogni sura del Corano. Il Marocco ha accolto negli ultimi 15 anni numerosi studenti provenienti dai paesi sub-sahariani di cui una gran parte sono cristiani e questa loro presenza ha dato nuovo vigore anche alla Chiesa cattolica locale. Sono 30mila i cristiani che vivono in Marocco, di cui 20mila cattolici e 10mila protestanti. Una Chiesa giovane la cui età media è intorno ai 35 anni. Il Sir ha raggiunto telefonicamente l’arcivescovo di Rabat, mons. Lopez Romero, prima della conferenza stampa di Casablanca.

Che cosa avete detto ai giornalisti per presentare il viaggio di papa Francesco?

E’ un momento storico. Si svolge in un contesto di dialogo interreligioso. Per il popolo marocchino questo viaggio è molto importante perchè è in qualche modo un riconoscimento di tutti gli sforzi che il Marocco sta compiendo per progredire verso un islam moderato, di dialogo, tollerante.

Con quale stato d’animo il popolo marocchino sta aspettando papa Francesco?

I media ancora non hanno dato rilievo alla notizia del suo arrivo. In questi giorni il Marocco ha ricevuto prima il Re di Spagna e solo qualche giorno fa il principe Harry con la sua consorte . I giornali hanno dato pubblicazione del programma della visita del Papa ma le aspettative non sono ancora cominciate. Ci aspettiamo con questa conferenza stampa di Casablanca che nei prossimi giorni la notizia dell’arrivo di papa Francesco comincerà a fare presa sulla opinione pubblica.

Siete una piccola comunità cattolica. Che cosa significa per la Chiesa in Marocco accogliere Papa Francesco?

E’ il nostro Padre che arriva e arriva per confermarci nelle tre virtù teologali. Viene per confermarci nella fede, viene per donarci speranza (tra l’altro il motto della visita è “Servitori della speranza”) e viene per abbracciarci nell’amore perché possiamo essere amore in questo Paese.

Il Marocco è un paese di passaggio per i tanti migranti che dall’Africa tentano di raggiungere l’Europa. Quale sforzo fa la Chiesa per soccorrere queste persone?

E’ uno sforzo molto forte. Noi ci definiamo come una Chiesa del Buon Samaritano. E come il Buon Samaritano indicato nel Vangelo vogliamo guarire, curare colui che è ferito e malato. Il Marocco non è solamente, come lei diceva, un paese di passaggio. E’ anche un Paese di emigrazione, in quanto sono molti i marocchini che migrano verso l’Europa ed è un Paese di destinazione. Qui ci sono persone provenienti dall’area sub-sahariana che decidono di rimanere qui in Marocco. Quello che cerchiamo di fare è dare delle risposte soprattutto ai più vulnerabili. Non possiamo fare tutto ma ci sono più di 120 persone che nelle due diocesi del Paese, Tangeri e Rabat, lavorano a livello professionale in Caritas per aiutare i migranti. Caritas è l’organizzazione più importante in Marocco che lavora con i migranti. E questo lavoro lo facciamo seguendo le 4 indicazioni date da papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Lavoriamo su questi 4 livelli ma soprattutto per accogliere e proteggere i migranti più vulnerabili. Ogni anno più di 11 mila migranti vengono accolti e protetti da Caritas e la Chiesa destina a questo scopo un budget considerevole.

Categories: Notizie

Apertura degli Archivi vaticani su Pio XII. Riccardi (storico): “La completezza renderà giustizia all’azione della Santa Sede”

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 12:59

“Pio XII è una figura importante che esprime l’antico ma proietta la Chiesa verso il nuovo, un riferimento nodale per capire il ‘900. Ma non tutti i Papi devono necessariamente diventare santi, altrimenti si rischia di creare una identificazione che va a discapito di quei pochi che non saranno canonizzati”. Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, parla all’indomani dell’annuncio di Papa Francesco di aprire gli Archivi Vaticani per il pontificato di Pio XII il 2 marzo 2020.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Come ha accolto la decisione del Santo Padre?
Me l’aspettavo da anni. La circospezione con cui si aprono certi archivi vaticani non è produttiva per la storia e per la Santa Sede. La chiusura, infatti, ha favorito il senso di segretezza e rifiuto della storia che si è diffuso nell’opinione pubblica e in certi studiosi. Sappiamo che questo ritardo è dovuto alla faticosa e complessa preparazione di un materiale ingente, ma la storia contemporanea ha i suoi ritmi.

Abbiamo lavorato su Pio XII senza avere accesso agli archivi vaticani, operando su quelli personali, degli Stati e dei prelati. Tutto ciò ha portato a considerazioni storiche ormai consolidate che ora andrebbero ridiscusse.

Ma quando si sono aperti gli archivi di Pio XI, ad esempio, non c’è stata questa volontà di ridiscutere le questioni. Di fronte alla mole degli archivi, gli studiosi non sono andati a fondo. Con Pio XII forse è diverso, perché la materia è ancora calda.

Pio XII è considerato una figura controversa. Dipende forse dal fatto che non lo si conosce davvero bene?
Ogni grande figura è controversa. Pio XII è vissuto in tempi impossibili per una internazionale come la Chiesa cattolica, che era lacerata dal conflitto mondiale. Era un periodo terribile: il nazismo era arrivato a dominare Roma per nove mesi, fin sotto le finestre del Papa; il comunismo aveva distrutto come un nuovo conquistatore la Chiesa cattolica in tutto l’oriente europeo.

Ci furono alternative impossibili per la chiesa di Pio XII: con il comunismo, negoziare o condannare? Con il nazismo, denunciare o salvare quante più vite possibili?

Papa Pacelli, però, non gioca solo sulla difensiva.
Partecipa a grandi iniziative: il processo di creazione europeo a cui aderisce in maniera convinta, la fondazione della Democrazia cristiana in Italia, l’avvio di una Chiesa decolonizzata. C’è poi la questione riguardante la Cina, e sarà interessante vedere dagli archivi vaticani cosa successe con l’avvento di Mao e l’inizio della crisi dei rapporti tra il Vaticano e il governo comunista di Pechino.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Nulla da temere dalle carte contenute negli archivi?
Quello che doveva venire fuori è già venuto dagli archivi diocesani e privati. Non c’è niente da temere. Bisogna considerare, invece, che la completezza delle informazioni rende giustizia alla complessità dell’azione del Vaticano. Ne sono convinto.

Quando non si ha tutta la documentazione, siamo prigionieri della logica degli scoop.

Un documento, invece, va inquadrato in un contesto. La completezza renderà giustizia all’azione della Santa Sede e dei Papi. E alle figure di importantissimi collaboratori dei pontefici, che hanno fatto la storia della Chiesa. Penso a Montini, Roncalli, Cardini: hanno lavorato all’ombra dell’istituzione ma hanno lasciato tracce importanti. L’apertura sarà estremamente positiva e il mio auspicio è che si vada in fretta per il pontificato successivo.

Questa decisione avrà conseguenze anche per il processo di canonizzazione?
Non conosco bene lo stato del processo di Pio XII, ma ho presente la sensibilità ebraica nei confronti della sua figura. Per tanti ebrei l’atteggiamento di Pio XII risulta incomprensibile di fronte alla Shoah. Non ritengo che tutti i Papi debbano diventare santi. Come storico, mi sento di dire che Pio XII è una figura importante e inevitabile per chi vuole studiare la storia politica e religiosa tra guerra e dopoguerra. È una figura che esprime l’antico, ma che cerca di proiettare la Chiesa verso il nuovo.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Con l’apertura degli archivi potrà cambiare l’approccio del mondo ebraico?
Dagli ebrei è venuta spesso la richiesta di conoscere meglio i documenti, e quindi credo che questo porterà a una considerazione più positiva o quantomeno più storica della figura di Pio XII. Del resto, voglio ricordare il grande contributo che abbiamo avuto con la coraggiosa pubblicazione degli “Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale” su decisione di Paolo VI. Quelle carte fanno vedere un atteggiamento sfaccettato della Santa Sede. Ci sono anche delle cose che non erano proprio a favore. Penso ad alcune battute di monsignor Dell’Acqua su un padre cappuccino che si dava da fare per gli ebrei a Roma. Dopo il coraggio di Paolo VI del 1965, abbiamo aspettato tanto. E spero che questo tempo non lenisca la passione storiografica di chi vuole conoscere quel periodo e quelle figure.

Categories: Notizie

The Pope’s visit to Morocco. Msgr. López Romero (Rabat): “We are the Church of the Good Samaritan”

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 12:59

“A historic moment” for Morocco and the country’s small catholic community. A journey under the banner of dialogue with Islam in particular, of a Christian faith which lives in ecumenical harmony in a majority Muslim land, at at the service of the most vulnerable: the migrants. These are the three traits characterising Pope Francis’ trip to Rabat on March 30-31, which Msgr. Cristóbal López Romero, archbishop of Barat, who introduced today the Pope’s visit to the local press, illustrates to SIR. The motto of the visit is “Servant of Hope”, with the Christian cross and the crescent in the colours of Morocco and the Holy See. Journalists were handed a dossier desribing how the Pope will be met by King Mohammed VI and that his trip to Morocco will be under the banner “of interreligious dialogue, mutual understanding between the followers of the two faiths and the promotion of peace and tolerance”. The visit takes place in the year of the 800th anniversary of the meeting between Saint Francis of Assisi and the sultan al-Malik al Kâmil, as well as the anniversary of the Franciscan presence in Morocco (1219-2019). Thirty-four years after the visit of John Paul II (on August 19, 1985), this new journey represents therefore a “moment that will keep alive this message of peace between Christians and Muslims”. Another noteworty feature of Pope Francis’ trip is the solidarity with migrants “in a country – the dossier states – that chose a policy of worthy and courageous reception from the very beginning.

It is a chance to reaffirm Pope Francis’ support for the Global Compact on Migration of the UN, adopted in Marrakesh last December, and appeal once more to the international community to work with responsibility, solidarity and compassion towards migrants”. The dossier highlights some practical information as well as laying out the Pope’s visit to Rabat step-by-step. Between 7,000 and 10,000 people are expected to attend the Pope’s mass, which will be celebrated on Sunday March 31 at the Prince Moulay Abdellah stadium. Members of the country’s catholic community will be there as well as “all the friends of the Catholic Church”. The Gospel will be that of the Parable of the Prodigal Son, in the sign of the “Mercy of God”, which resonates with the “compassionate and merciful God” invoked at the beginning of every sura of the Koran.

Over the last 15 years, Morocco has welcomed many students from sub-Saharan countries, many of whom are Christians, and their presence has re-invigorated the local Catholic Church. There are 30,000 Christians in Morocco, of whom 20,000 are Catholics and 10,000 are Protestants. It is a young Church, whose members’ average age is about 35 years old. SIR spoke on the phone with the archbishop of Rabat, Msgr. Lopez Romero, before the Casablanca press conference.

With what words did you introduce Pope Francis’ trip to the journalists?
It is a historic moment. It takes place in a context of interreligious dialogue. This trip is very important for the people of Morocco because it is in some way a recognition of Morocco’s efforts to progress towards a moderate, tolerant, dialoguing Islam.In what state of mind are the Moroccan people awaiting Pope Francis?

The media has yet to draw attention to the news of his arrival. In these days Morocco received first the King of Spain and only a few days ago Prince Harry with his wife. The newspapers have published the program of the Pope’s visit but expectations have yet to start. We expect that with this press conference in Casablanca, news of Pope Francis’ arrival will begin to take hold on public opinion in the coming days.

Yours is a small Catholic community. What does it mean for the Church in Morocco to welcome Pope Francis?

It is our Father who arrives, and he comes to confirm us in the three theological virtues.

He comes to confirm us in faith, he comes to give us hope (a propos, the motto of the visit is “Servants of Hope”) and he comes to embrace us in love so that we may be love in this country.

Morocco is a country of transit for the many migrants who attempt to reach Europe from Africa. What is the Church’s effort to aid these people?

It is a very big effort. We call ourselves the Church of the Good Samaritan, and just like the Good Samaritan of the Gospels, we want to heal and cure the injured and the sick.Morocco is not only a country of transit, as you said. It is also a country of emigration, given that many Moroccans migrate to Europe, and it is also a country of destination. There are people from Sub-Saharan Africa who choose to stay here in Morocco. What we try to do is provide answers, especially to the most vulnerable ones. We can’t do everything, but there are over 120 people in the country’s two dioceses, Tangier and Rabat, who are professionally employed by Caritas to help migrants. Caritas is the most important organization in Morocco working with migrants. We carry out our task following the 4 verbs of Pope Francis: Welcome, Protect, Promote, Integrate. We work on these four levels but especially to welcome and protect the most vulnerable migrants. Every year over 11,000 migrants are welcomed and protected by Caritas, and the Church sets aside a sizeable budget for this purpose.

Categories: Notizie

The Vatican opens its Archives on Pius XII. Riccardi, historian: “Completeness will do justice to the action of the Holy See”

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 12:59

“Pius XII is an important figure which expresses the ancient, while guiding the Church towards the new; he is a crucial point of reference to understand the 20th Century. But not all Popes must necessarily become saints, or else we risk creating an identification which goes to the detriment of the few who will not be canonized”. Andrea Riccardi, historian and founder of the Community of Sant’Egidio, speaks on the day after Pope Francis’ announcement of the opening of the Vatican Archives on the papacy of Pius XII, on March 2 2020.

How did you react to the Holy Father’s decision?
I had been expecting it for years. The caution with which some Vatican archives are opened is not productive for history and for the Holy see. Indeed, closure has favoured a sense of secrecy and rejection of history that has spread throughout public opinion and among some scholars. We understand that this delay is caused by the laborious and complex preparation of considerable material, but contemporary history does have its own pace.
We went to work on Pius XII without access to the Vatican archives, so we relied on personal, states and prelates archives. All this led to well-established historical considerations that must now be called into question.

But when the archives on Pius XI were opened, for example, there was no desire to re-discuss the issues. Faced with the huge size of the archives, scholars did not get to the bottom of them. Perhaps it is different with Pius XII because the subject is still fresh.
Pius XII is considered a controversial figure. Could this be because we don’t know him well enough?
Every great figure is controversial. Pius XII lived in impossible times for an international institution such as the Catholic Church, which was being torn apart by the worldwide conflict. Those were dreadful times: Nazism had managed to rule over Rome for nine months, reaching right up to the Pope’s window; Communism had destroyed the Catholic Church in Eastern Europe, just like a new conqueror.

The Church of Pius XII faced impossible choices: condemn Communism, or negotiate with it? Denounce Nazism, or save as many lives as possible?But Pope Pacelli did not only play in defence.

He took part in important initiatives: the process of European integration which he joined with great conviction; the founding of the Christian Democrat Party in Italy; the beginning of a decolonized Church. There is also the question of China, and it will be interesting to see from the archives what went on with the arrival of Mao and the beginning of the crisis in relations between the Vatican and the Communist government of Peking.

Is there anything to fear from the documents in the archives?
Whatever had to come to light has already come out of diocesan and private archives. There is nothing to fear. We must consider instead that completeness will do justice to the action of the Holy See, I am sure of that.

When we do not have all available documentation, we succumb to sensationalism.

Instead, documents must be put into context. Completeness will do justice to the actions of the Holy See, of the Popes, and of the extremely important assistants of the Popes who made the history of the Church, such as Montini, Roncalli, Cardini: they worked in the backstage of the institutions but left important marks. The opening will be very positive and my wish is that we move quickly regarding the papacy that followed.

Will there be any consequences on the canonization process?

I am not familiar with the status of the process of Pius XII, but I know about Jewish sensitivity to his figure. For many Jews, the attitude of Pius XII in the face of the Shoah is incomprehensible. I do not think that all Popes must become saints. As a historian, I would like to say that Pius XII is an important and unavoidable figure for those who want to study political and religious history during the war and post-war periods. His figure expresses the ancient, while guiding the Church towards the new.

Will the approach of the Jewish world change with the opening of the archives?

Jewish people have often mentioned their interest in a better knowledge of the documents, so I believe that this will bring a more positive consideration – or at least a more historical one – of Pius XII. In fact, I would like to mention the important contribution that came with the courageous publication of the “Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale<http://www.vatican.va/archive/actes/index_it.htm>”, by initiative of Paul VI. Those papers show a multifaceted attitude of the Holy See. Some of the items are not quite exemplary. I am thinking of some utterances by Monsignor Dell’Acqua about a Capuchin father who was helping the Jews in Rome, for example. We waited a long time after the courageous act of Paul VI in 1965. And I hope that the time elapsed does not lessen the historiographic passion of those who want to learn about the period and its figures.

Categories: Notizie

Tra i braccianti Sikh sfruttati nelle campagne dell’Agro Pontino: turni di lavoro di 16/18 ore, tutti i giorni

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 11:06

Il tempio Sikh di Borgo Hermada, nelle campagne dell’Agro Pontino, in provincia di Latina, non è facile da trovare. Superato il piccolo borgo dal nome spagnoleggiante, simile a tanti altri costruiti durante il periodo fascista per la bonifica di quelle terre malsane – facendo arrivare anche molti migranti dal Veneto, sic! – bisogna inoltrarsi tra prati e alberi di mimosa in fiore. Invece degli sfarzosi templi che caratterizzano la ricca e varia religiosità indiana, c’è una grande ed anonima tensostruttura bianca. Ironia della sorte, è molto simile alle serre di ortaggi dove migliaia di braccianti Sikh, giunti in queste zone da decenni, sono impiegati in condizioni di sfruttamento. Non solo nell’agricoltura, anche nelle stalle con il bestiame. Lavorano tutti i giorni, festivi compresi, da un minimo di 12/14 ore fino a 16/18 ore al giorno. Guadagnano nemmeno 4 euro l’euro. A fine mese, se va bene, riescono a mettere insieme uno stipendio di 800 euro. A volte in nero, a volte con contratti che regolarizzano solo la metà delle giornate lavorate, a volte con affiancata lettera di licenziamento da firmare in bianco appena assunti. Alcuni sono inseriti nel territorio e sono riusciti a far arrivare dal Punjab indiano anche le famiglie. Altri vivono in 6/8 persone in baracche o container senza acqua ed energia elettrica, pagando affitti irragionevoli. Il caporalato e le mafie della zona fanno affari d’oro in queste zone, interfacciandosi anche con il vicino mercato agricolo di Fondi, notoriamente oggetto di interessi criminali. Negli ultimi anni sindacalisti e attivisti che hanno preso a cuore la vita di questi uomini miti e laboriosi hanno portato allo scoperto il malaffare e tante sono state le denunce e gli arresti.

Il sociologo Marco Omizzolo

“Braccia utili all’agricoltura, erano pagati 50 centesimi l’ora”. “Quando abbiamo iniziato i braccianti erano pagati 50 centesimi l’ora ed erano costretti a chiamare ‘padrone’ i datori di lavoro”, racconta Marco Omizzolo, il sociologo che studia il fenomeno e li affianca da anni, tra i fondatori della cooperativa In Migrazione . “Erano obbligati a radersi i capelli e la barba: un tentativo di cancellare l’essere umano e la loro identità per farne solo braccia utili all’agricoltura”. Dopo un grande sciopero in piazza a Latina il 18 aprile del 2016, con oltre 4.000 braccianti Sikh, qualcosa ha iniziato a muoversi:

“Molti hanno avuto il coraggio di denunciare lo sfruttamento e al Tribunale di Latina sono arrivate 150 denunce”.

“Ma se vengono trovati a parlare con sindacalisti e giornalisti rischiano la vita, ci sono frequenti minacce e ritorsioni”. Tanti sono ancora gli episodi di umiliazioni e sfruttamento, per questo, secondo Omizzolo, sono necessarie nuove lotte: “Dobbiamo scendere di nuovo in piazza. O ci ribelliamo o siamo complici”.

Nel tempio Sikh di Borgo Hermada si entra senza scarpe. Anche gli ospiti devono mettere sulla testa, per rispetto, copricapi colorati. La scorsa settimana una folta delegazione di magistrati della storica associazione Magistratura democratica, ha scelto di aprire il congresso annuale in un luogo simbolico delle ingiustizie di questi tempi. Seduti in terra ad aspettare c’erano già centinaia di braccianti indiani con i loro affascinanti turbanti azzurri, bianchi, gialli, rossi, neri, arancioni. In un angolo buio, alcune donne. Perfino un bambino di 4/5 anni, dagli occhi vivaci e il sorriso raggiante. Nell’aria profumo di curry, cumino, cardamomo e altre spezie del sub-continente indiano. Nel luogo in cui si prega è compresa una cucina. Qualcuno serve il cibo, i braccianti stanchi del lavoro mangiano le samosa – triangolini piccanti riempiti di carne o verdure -, agli ospiti viene offerta aranciata, al termine dell’incontro anche rasgollah, gli zuccherosi dessert indiani intinti nell’acqua di rose.

Al servizio dei diritti e della giustizia. “Ringrazio Dio perché ci state vicino – dice Gurmuk Singh, presidente della Comunità indiana del Lazio -. I nostri problemi sono tanti: i ragazzi vengono pagati poco, ci sono difficoltà con i permessi di soggiorno, brutte condizioni degli alloggi. Ringraziamo i carabinieri di Terracina perché quando succede qualcosa intervengono, ma

lo sfruttamento ancora esiste e dobbiamo combattere tanto”.

Riccardo De Vito, presidente di Magistratura democratica, ribadisce quanto sia fondamentale, per i magistrati, la conoscenza diretta delle realtà con cui devono confrontarsi. “Noi siamo qui per far sì che i diritti e la Costituzione vengano presi sul serio”, sottolinea.

Magistrati, avvocati, sindacalisti e lavoratori si alternano al microfono. Si sente che i problemi sono seri e pressanti e che qui, in prima linea, si sta facendo la storia. A fianco agli uomini sfruttati c’è anche un prete diocesano impegnato nell’associazione Libera. Indossa il copricapo come gli altri, le sue parole sono sincere e appassionate. “Il vero problema in Italia non sono i migranti ma i mafiosi – scandisce don Francesco Fiorillo, del presidio di Libera Sud Pontino -. E il vero corto circuito è la solitudine.  Invece contro le mafie vince il ‘noi’, la corresponsabilità”. Don Fiorillo lancia un forte  appello “ad essere un po’ più coraggiosi”: “Oggi non si può più essere neutri, bisogna decidere da che parte stare ed alzare la voce, perché di prudente silenzio ce n’è già troppo”. Il sacerdote ci tiene a sconfessare “chi pensa che ci sia un conflitto tra religioni: l’autentica religiosità è mettersi insieme al servizio della giustizia”.

“Non basta indignarsi, bisogna impegnarsi”.

https://www.youtube.com/watch?v=wvx4ZQXQDpk

Categories: Notizie

USA, i metodisti confermano la linea tradizionale

Evangelici.net - Tue, 05/03/2019 - 10:49
La Chiesa metodista unita - la seconda realtà evangelica USA, con 12 milioni di fedeli - ha fatto notizia dopo che il suo congresso generale, svoltosi nei giorni scorsi a St. Louis, ha confermato la linea conservatrice adottata finora dalla denominazione in termini di etica sessuale, ribadendo la contrarietà ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e all'ordinazione...
Categories: Notizie

Ore contate per l’Isis. Bertolotti (Ispi): “Sconfitto sul campo ma l’ideologia continua a vivere”

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 09:32

“Sconfitto sul campo di battaglia ma non sul piano della mentalità e dell’ ideologia. Da questo versante la risposta non può essere solo militare ma anche e soprattutto politica”: così Claudio Bertolotti, analista strategico dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, commenta al Sir la battaglia di Baghuz, l’ultima roccaforte dell’Isis in territorio siriano, poco distante dal confine iracheno.

Claudio Bertolotti

Le forze arabo-curde, con l’appoggio dell’aviazione americana, fronteggiano gli ultimi jihadisti asserragliati in un fazzoletto di terra, ben poca cosa rispetto a un terzo della Siria e un terzo dell’Iraq che avevano conquistato nel 2014. Ad alzare la posta di una eventuale resa il destino di 24 ostaggi, compresi alcuni occidentali. Tra loro potrebbe esserci anche il gesuita padre Paolo Dall’Oglio, come alcuni media libanesi hanno rilanciato. “Siamo davanti ad un risultato importante sul campo di battaglia” – dice l’analista che è anche direttore di Start InSight” (www.startinsight.eu)- possiamo parlare di

“sconfitta militare. Ma non è la fine della guerra. Lo Stato islamico va sconfitto anche come ideologia”.

L’Isis, infatti, aveva già messo in conto una sconfitta militare, e sin dal 2015, spiega Bertolotti, “ha adottato delle strategie di contrasto tornando ad essere una forza insurrezionale. Questo perché la comunità internazionale, con Siria e Iraq, non sono riusciti ad eliminare quelle cause sociali che lo hanno fatto emergere”. Chiaro il riferimento alle “divisioni interne, alla corruzione, all’instabilità politica, alla povertà, alla carenza di infrastrutture, servizi e di lavoro in questi due Paesi. L’esportazione della democrazia non ha prodotto risultati positivi da nessuna parte”.

L’Isis è stato sconfitto militarmente in Siria e in Iraq ma è ancora presente in Afghanistan, Mali, Filippine, Yemen, Sinai, Libia, Nigeria, Somalia. Una sorta di franchising del terrore, è così?
Lo Stato Islamico, con un approccio strategico di lungo respiro, ha capito che il suo futuro non avrebbe potuto essere territoriale o avere una forma statuale, ma avrebbe dovuto adattarsi alle dinamiche geopolitiche e ai tentativi di contrasto dell’Occidente e degli stessi Paesi arabi. A partire dal 2015 la strategia è stata quella di spingere i suoi potenziali miliziani a combattere nel territorio di residenza, in Europa o altrove, piuttosto che recarsi in Siria o Iraq. Al tempo stesso, avvalendosi di gruppi storicamente già consolidati come Boko Haram in Nigeria, si è passati ad una sorta di franchising in cui lo Stato islamico ha concesso il suo brand di successo in cambio della fedeltà al Califfo. Conflitti locali innestati dentro un contesto di guerra e di jihad globale. Ma Isis ha altri canali di diffusione ideologica come il web, il rientro dei reduci e combattenti dal fronte siro-iracheno nei loro Paesi di origine o il trasferimento degli stessi in Paesi terzi per continuare a combattere.

La guerra contro l’Isis che si combatte sul fronte dell’ideologia è decisamente più difficile da sradicare. Più che militare, servirebbe una risposta politica…
Il rischio che si corre è quello di commettere lo stesso errore fatto in Iraq, o in qualche modo che si sta commettendo anche in Afghanistan: quello di dare alla componente militare il peso maggiore in una strategia che deve essere anche politica. Un paese non può essere abbandonato dopo l’abbattimento di un regime terribile come quello dello Stato Islamico.

Occorre pensare ad una strategia di lungo respiro che lavori sul piano politico, che preveda il coinvolgimento di tutte le componenti nazionali e che risponda concretamente alle esigenze della popolazione locale in ambito di sicurezza, stabilità, infrastrutture, istruzione, lavoro, necessarie non a sopravvivere ma a vivere con dignità.

Chi potrebbe dare questa risposta politica? Anche quei Paesi dell’area che in un passato recente hanno mostrato di avere rapporti non troppo limpidi con lo Stato Islamico?
Se ci riferiamo a Paesi come l’Arabia o il Qatar, io credo che, da un lato, ci sia la presa di coscienza di un esperimento sfuggito di mano con risultati noti a tutti. Il supporto all’Isis non è mai avvenuto per canali ufficiali ma attraverso fondi, associazioni e fondazioni caritatevoli che in qualche modo hanno fatto giungere fondi allo Stato Islamico che poi ha attivato una serie di commerci di petrolio, beni archeologici, di sfruttamento dei flussi migratori arrivando a interagire con gruppi criminali collegati a terroristi. Si tratta di Paesi che hanno giocato non ufficialmente la carta di gruppo destabilizzante per potersi, una volta limitato l’Isis, avvantaggiare su eventuali tavoli negoziali con l’Occidente o con altri Paesi dell’area. Basti pensare alla conflittualità esistente tra Arabia saudita e Iran, alla presenza diretta di attori iraniani in Siria che hanno combattuto contro l’Isis o all’approccio da guerra di prossimità (proxy war) adottato dall’Arabia Saudita sostenendo gruppi islamisti tra cui l’Isis.

Il passaggio dello Stato islamico ha lasciato sul terreno non solo morti e distruzioni ma anche popolazioni divise, frammentate al loro interno. Da una parte chi ha sostenuto l’Isis e dall’altra chi lo ha combattuto o peggio subito, come le minoranze yazide, cristiane, mandee. Sarà possibile ricostruire i legami antichi di un tempo?
Il tessuto sociale in Siria e in Iraq è devastato. La contrapposizione tra sciiti e sunniti ha portato in Siria alla sostanziale sparizione di intere popolazioni che hanno abbandonato il Paese. Nel frattempo attraverso anche piani di investimento immobiliare l’Iran sta acquisendo ampie aree siriane precedentemente abitate da sunniti per ripopolarle con popolazioni sciite. Così facendo si modificano equilibri che hanno retto per almeno 100 anni, dagli accordi di Sykes-Picot (1906) che hanno regolato i confini degli Stati mediorientali dividendo intere tribù e famiglie. L’equilibrio di Sykes-Picot oggi è venuto meno. Il successo dello Stato islamico è quello di aver abbattuto anche fisicamente quei confini e il sistema sociale che ne derivava. Ripristinare un tale equilibrio è impossibile. I vuoti si riempiono velocemente ma

i trasferimenti di popolazioni portano a nuovi conflitti.

Il rischio è vedere altre contrapposizioni tra sciiti e sunniti impegnati a portare avanti i propri progetti di natura politica nascondendoli sotto il mantello della religione.

Il tutto a danno delle minoranze etnico-religiose o di quel che resta di queste che non possono vantare particolari aiuti, se non quello dell’Occidente…
Se l’Occidente vuole avere un ruolo nel futuro del Medio Oriente deve sostenere le popolazioni locali anche senza presenza diretta. Il ruolo dell’Occidente è proteggere – si tratta di un principio delle Nazioni Unite – le minoranze, quelle che hanno patito in questi anni di guerra le violenze peggiori. Pensiamo a yazidi e cristiani che hanno in gran parte abbandonato le loro terre in Siria e Iraq.

Altro problema posto dalla sconfitta militare dell’Isis è quello dei foreign fighters catturati e che dovrebbero essere rimpatriati. Molti governi occidentali sono riluttanti a riprenderli poiché sarebbe legalmente difficile formulare accuse e istruire processi, con il rischio di doverli rilasciare. Come gestire questo dossier?
I foreign fighters sono oggi la minaccia principale che va aggiunta a quella dei radicalizzati già presenti all’interno degli Stati. I foreign fighters di ritorno europei sono circa 4 mila. Si stima possano esserne rimasti in vita circa 2400, 800 quelli in mani siriane, irachene e curde e in attesa di processo. Il rientro dei foreign fighters è stato confermato anche dalla nostra intelligence pochi giorni fa in Parlamento.

Si parla di soggetti che stanno facendo ritorno, alcuni di questi – pochi in verità – anche attraverso i flussi migratori irregolari. Questo rappresenta un fattore di criticità. I soggetti che sono ancora in Siria, Iraq e in Nord Africa potrebbero rientrare o recarsi in Paesi terzi a combattere. Lo abbiamo già visto in Libia, in Afghanistan e nel Sud Est asiatico.Come affrontare nello specifico il caso degli 800 foreign fighters detenuti di nazionalità europea o occidentale?
Si tratta di un aspetto molto preoccupante al punto da spingere i governi europei a non prendere una decisione. Farlo potrebbe significare, da un lato, esporsi alle critiche dell’opinione pubblica, e dall’altro, trovarsi a gestire un problema difficile sul piano del diritto. La situazione più comoda – come dimostra la Gran Bretagna – è togliere la nazionalità ai propri cittadini e lasciare che vengano processati nel paese dove sono stati arrestati. Vale anche per l’Italia che ha tra i suoi 138 foreign fighters diversi detenuti nelle carceri curde. Non prendere una decisione può in parte risolvere o spostare in avanti il problema.

Tutti si chiedono che fine abbia fatto il Califfo al Baghdadi…
Negli ultimi due anni si sono registrate diverse notizie che, a vario titolo, davano al Baghdadi catturato o braccato. L’ultima risale a poche settimane fa. C’è chi vocifera che possa essere dentro una delle ultime sacche di resistenza. Detto questo credo si possa dire che se non si troverà vivo o almeno il corpo, in caso fosse deceduto, si verrà a realizzare il suo disegno strategico: scomparire fisicamente per essere sempre presente così come è stato per il Mullah Omar in Afghanistan, prima che si confermasse la sua morte. Indipendentemente dalla morte fisica, ciò che conta, per i suoi adepti, è la sua sopravvivenza ideale e ideologica.

Categories: Notizie

Tra Bosnia e Croazia il “gioco” disperato dei migranti verso l’Ue

Agenzia SIR - Tue, 05/03/2019 - 09:04

C’è chi tra gli addetti ai lavori definisce il Bira come il peggior centro per migranti di tutta la Bosnia, tra i peggiori dell’intera Rotta Balcanica. Provate ad immaginarlo: una vecchia ditta abbandonata di frigoriferi, fatta di grandi capannoni di cemento affiancati l’uno all’altro a creare un’area industriale di oltre 20mila metri quadrati. All’interno, tra muri scrostati o forati, e scarsa illuminazione, i migranti dormono a gruppi di 120 per tenda, mentre a famiglie e minori è riservata un’ala con dei container da sei posti ciascuno. Complessivamente nel centro – aperto dalla Organizzazione mondiale delle migrazioni nell’autunno scorso per cercare di tamponare una situazione di emergenza al confine tra Bosnia e Croazia – sono ospitati oltre 2mila persone, molti di più rispetto ai 1.500 della capienza massima prevista.

Ci troviamo a Bihać, capoluogo del cantone dell’Una-Sana, alla frontiera nord della Bosnia ed Erzegovina, confine caldo d’Europa. È da qui che passa la “rotta bosniaca”, la via percorsa dai migranti che tentato di aggirare l’irrigidimento dei controlli lungo il confine serbo-croato e serbo-ungherese. Stando ai dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni

sono stati 24mila i migranti in transito in Bosnia nel corso del 2018 e la maggior parte di loro ha cercato di passare il confine a nord puntando verso Bihać e Velika Kladuša.

Sono per lo più uomini e ragazzi soli, provenienti da Pakistan, Afghanistan e Iran e, in misura minore, da Marocco, Tunisia e India, ma ci sono anche famiglie siriane e irachene con bambini piccoli. Quest’ultime resistono al Bira nell’attesa di essere trasferite al Borici, un altro campo appena fuori dal centro della città che è stato appena ristrutturato dall’Iom e destinato alle famiglie e ai soggetti vulnerabili. Attualmente nel campo, un ex studentato, sono accolte 150 persone ma, una volta a regime, la capienza sarà di oltre cinquecento persone.

I migranti a Bihac arrivano in bus o a piedi, nonostante il freddo e la neve che ancora ricopre le montagne e aspettano il momento buono attraversare il confine: c’è chi ci prova da solo, magari facendosi aiutare dalle mappe sullo smartphone e dai consigli di chi è già passato di lì, e chi invece si affida ai trafficanti, il cui mercato non è mai stato così florido da queste parti.

I migranti lo chiamano “game” (gioco) perché, per la maggior parte di loro, il tentativo si conclude nel punto esatto da cui sono partiti. Un macabro gioco dell’oca che spesso porta con sé danni fisici e psicologici.

“Chi torna al Bira è spesso ferito, sopratutto ai piedi, con escoriazioni, tagli, principi di congelamento”, confida Selam Midžić, segretario locale della Croce Rossa. Colpa delle ore passate nei boschi, dell’attraversamento del fiume Una, ma anche dei respingimenti collettivi da parte della polizia croata: una prassi vietata dalla legislazione europea, ma praticata qui come in altre frontiere.

“Dall’accordo tra Turchia e Unione europea del marzo 2016 i numeri di persone in transito nei Balcani si sono notevolmente ridotti, ma il flusso non si è certamente arrestato e la Bosnia resta il punto con più chilometri di confine dove poter attraversare”, spiega al Sir, Silvia Maraone, coordinatrice degli interventi lungo la Balkan Route per Caritas e Ipsia (Ong legata alle Acli), che non nasconde la preoccupazione per quanto potrà accadere nei prossimi mesi.

“Tenendo conto della chiusura della rotta del Mediterraneo Centrale – ci spiega l’operatrice -, c’è il rischio che la pressione sulla Rotta Balcanica torni ad aumentare”. Un’eventualità a cui il governo di Sarajevo non sembra volersi preparare rifiutando di farsi carico della gestione dei centri già esistenti nel Paese, tutti affidati dall’Iom. A questo si aggiunge il risentimento crescente delle comunità locali: le autorità del cantone dell’Una-Sana, ad esempio, hanno minacciato di chiudere tutti i centri presenti nel cantone se la capienza massima non verrà rispettata e hanno moltiplicato i trasferimenti dei migranti dalle zone di confine verso Sarajevo. Così,

da alcune settimane, gli ingressi al Bira sono, almeno sulla carta, bloccati, come conferma il responsabile del campo Mite Cilkovski, moltiplicando il numero di quanti sono costretti a passare la notte all’aperto.

Al fianco dei migranti, oltre all’Iom, restano così solo le Ong locali e internazionali, la rete Caritas, e i volontari “indipendenti” che dall’Europa arrivano periodicamente portando aiuti. Proprio Ipsia BIH è riuscita ad aprire all’interno del Bira un “Social Café” che serve ogni giorno – nelle tre ore di apertura – oltre quattrocento tazze di Caj, il té come viene chiamato in Turchia e in diversi Paesi di Asia e Medio Oriente. Lo abbiamo visitato accompagnati da una delegazione di Caritas Ambrosiana e Caritas Como che stanno sostenendo, insieme ad altri donatori e a Caritas italiana, i progetti per i migranti lungo la Balkan Route.

“Abbiamo iniziato con alcuni termos – ci racconta Greta Mangiagalli, operatrice di Ipsia a Bihac – servendo le prime tazze di caj alla vigilia di Natale, poi sono arrivati i tavoli, un ping pong, i giochi in scatola. Il Social Café è l’unico spazio dentro al Bira dove ti ho concesso di stare tranquillamente, di sederti e chiacchierare”. Si tratta di un “presidio all’interno del Bira” gli fa eco Michele Turzi, volontario della Caritas di Mantova, “dove sai di poter essere ascoltato”.

“Per noi – conclude Silvia Maraone – è fondamentale lavorare all’interno di un campo come il Bira proprio per le condizioni in cui si trovano le persone. Un intervento come il social café è assolutamente importante per mantenere la loro dignità. Non si tratta di dare una tazza di té, ma di riconoscere gli individui come persone”.

Si sono fatte le 13, il chiosco deve chiudere. Alcuni migranti aiutando a sistemare i tavoli di quello che sentono un po’ come il loro café. Andiamo verso l’uscita camminando tra le tende e portiamo con noi un senso di impotenza di fronte a questa umanità in viaggio. Guardiamo per l’ultima volta i volti dei migranti seduti all’esterno delle tende e ci appaiono come sospesi tra la speranza di potercela fare e la rassegnazione di essere finiti in un limbo: troppo lontani da casa per tornare indietro e troppo stanchi per andare avanti. Ma è solo questione di attimi: il confine è troppo vicino, tutti loro ci riproveranno. Fosse anche l’ultimo passo dalla loro vita.

Categories: Notizie

Confcooperative: a different way of doing business. Pofferi: “We strongly support the EU”

Agenzia SIR - Mon, 04/03/2019 - 11:47

(Brussels) – “The presence of Confcooperative in Brussels dates back to the 1970s, with the awareness that European-level decision-making was of central importance. The progressive transfer of powers through the various treaties has only served to reinforce the trend”, says Leonardo Pofferi, Head of the Brussels Office of Confcooperative, explaining to Sir the meaning and the characteristics of this presence, which aims to “accompany and make its contribution to European integration”, representing 20,000 Italian companies in the most disparate sectors, and which “seeks to convey a message: economic pluralism, and an emphasis on business models that differ from traditional ventures”. Therefore, Confcooperative’s Brussels presence is also “a necessity” shared with other Italian co-op organizations (AGCI and Legacoop, incorporated in the Italian Co-operative Alliance), and with co-operative movements from other countries.

In your view, what steps forward has Italy taken in the current European legislature which is about to end?

The first one is in the area of taxation: one of Italy’s assets is a tax legislation that is applied horizontally to co-operatives, with certain differentiations among the various sectors. In the past, the European Commission had opened semi-infringement procedures on this legislation, which ended up – also through a Court of Justice ruling – legitimizing these specific regulations. Alas, these important rulings notwithstanding, we routinely find ourselves having to defend our achievements in the Commission’s proposals. In the agri-food industry, where cooperation is leads the market in several supply-chains (fruit and veg, wine, milk, and cheeses with designation of origin), as well as protecting important budget items for agricultural policy, we note with satisfaction the understanding of the need to reward aggregated forms. Recently, we seem to have managed to convey the message that associated enterprises (cooperatives in Italy) are worthy of attention. Regarding banking, after the 2008 crisis and the great number of regulations that have befallen on the European banking system, our action has been to request proportionality of measures: the systemic risk of a multinational corporation is much greater than that of a cooperative credit bank. We have had to battle it out, and we obtained considerable consideration from the European Parliament, which helped us to correct some regulations. We now want this proportionality to become part of all of the Commission’s legislative proposals in the necessary completion of the banking union project. Lastly, I would like to mention cooperative ventures in the field of renewables: it is of great importance in the alpine areas. A package of momentous reforms in the energy market is being finalized in this legislature, and the result which is important in our view is that the European Commission has identified “energetic communities” as one of the most valid instruments, although they must be deployed at national application stage.

Agriculture has always received much from the EU, yet there is a strong sovereign push in that sector. How do you explain this?

These aspects are emerging particularly with regard to international trade agreements that Europe is drawing-up and negotiating with other areas of the world, while the broader context of common agricultural policy or PAC, although it is in a gradual “savings-mode”, is still one of the most important entries in the EU budget. What is making headlines are the consequences of potential international trade agreements, in which the agricultural chapter is often of primary importance. We have always tried to be pragmatic: our companies need to be able to place their products in emerging markets, because the numbers show that consumption in Italy is stagnating or in decline. Therefore, we agree with an open approach to these markets, while we remain aware that in any negotiation a compromise must be reached, and there are circumstances in which agriculture risks becoming a bargaining chip. Accordingly, fighting fairly to prevent the indiscriminate arrival of products at more competitive prices that go to the detriment of compliance with working conditions or food safety is the right thing to do. Regarding the customs issue we believe that due to their high quality, Italian agricultural products have great potential in European markets. There are risks to this, but it is a challenge that the Italian agri-food industry is in a good position to accept. The case of the agreement with Canada is a striking example: we believe it is a good deal – although not a perfect one – because it has defended the vast majority of products with designation of origin, which are the ones with the greatest chances in the market, although not all of them possess the commercial strength to compete in some markets.

What is the outlook in Europe for the model of social economy represented by cooperatives?

Cooperation is the most important section of social economy and it is experiencing massive growth in Europe with very respectable numbers, so it cannot be neglected. We have tried to claim a need for rebalancing relative to the EU’s great regard for the chapter of finance to the detriment of the social economy. We are seeing a small change of direction that needs to be strengthened. With the “pillar of social rights” the Commission has finally chosen to begin giving proper attention to this area, that is connected to the theme of social economy. Hence we are more optimistic about the future, recognizing that the European Parliament has stood alongside us on this matter.

What are the priorities for the next legislature?

The first one is to never forget the need to work together to defend the needs of the Country-system; we expect the next Parliament to be more fragmented, so the necessity of a policy of alliances and cohesion will be greater than ever. Secondly, the composition of new Parliament will define the financial guidelines for 2021-2027. We hope that the Council will turn out to be a little more receptive towards the European Parliament’s position which has asked to increase the Commission’s budgetary proposals, so that the budget can be as ambitious as possible in economic terms, in an attempt to safeguard those items where Italy can benefit mostly, (agriculture and the policy of cohesion), while at the same time recognising the need to support other fields such as R&D and innovation. Another challenge will be to put in place regulations that can be more easily applied at the national level: we sometimes find it difficult to apply or take full advantage of the financial opportunities that exist.

Will the members of Confcooperative vote in the next European elections?

Our message is not only a European message but one of sensitivity and awareness. By now,  growing disaffection with politics and Europe is a problem. Italy has always recorded a higher rate of Europeanism than other countries, and the fact that it is now clearly decreasing worries us. Europe is far from perfect, but it is only by working from the inside with strength, dedication, patience, and finding compromises that we can attempt to improve it.

Categories: Notizie

Confcooperative: un altro modo di fare impresa. Pofferi: “Da noi forte sostegno all’Ue”

Agenzia SIR - Mon, 04/03/2019 - 11:47

(Bruxelles) – “La presenza di Confcooperative a Bruxelles risale agli anni ’70, per la  consapevolezza che fosse centrale il livello decisionale europeo. Il progressivo spostamento di competenze con i vari trattati non ha fatto che rafforzare il trend”. È Leonardo Pofferi, responsabile dell’Ufficio di Bruxelles di Confcooperative, a spiegare al Sir il senso e i tratti di questa presenza che vuole “accompagnare e portare un contributo alla costruzione europea” esprimendo la voce di 20mila imprese italiane, dei più diversi settori, e che “intende veicolare un messaggio: pluralismo economico, attenzione a modelli d’impresa diversi da quelli d’impresa tout-court”. Quindi essere a Bruxelles per Confcooperative è anche “una necessità”, condivisa con altre associazioni di cooperative italiane (Agci e Legacoop, riunite nell’Alleanza delle cooperative italiane) e con movimenti cooperativi di altri Paesi.

Leonardo Pofferi

Quali passi avanti dal vostro punto di vista ha fatto l’Italia nella legislatura dell’europarlamento che si sta chiudendo?
Il primo è il tema della fiscalità: patrimonio dell’Italia è una normativa fiscale che si applica orizzontalmente alle imprese cooperative, con alcuni distinguo tra i diversi settori. In passato la Commissione aveva aperto procedure di semi-infrazione su questa legislazione che però hanno portato, anche con una sentenza della Corte di giustizia, a una legittimazione di tale ordinamento specifico. Nonostante questi significativi pronunciamenti, ci troviamo purtroppo sistematicamente costretti a dovere difendere nelle proposte della Commissione i risultati ottenuti. Nell’agroalimentare, settore in cui abbiamo filiere dove cooperazione è leader (ortofrutta, vino, latte e formaggi a denominazione d’origine), oltre alla difesa di voci di bilancio importanti per la politica agricola, registriamo con soddisfazione la comprensione dell’esigenza di andare a premiare forme aggregate. Recentemente ci sembra anche di essere riusciti a far passare il messaggio che un’impresa in forma associata (in Italia la cooperativa) è un soggetto al quale attribuire importanza. Sul fronte bancario, in relazione alla crisi del 2008 e al profluvio di norme piovuto sul sistema bancario europeo, la nostra azione è stata quella di chiedere una proporzionalità delle misure: il rischio sistemico di una multinazionale è decisamente maggiore di quello di una banca di credito cooperativo. Abbiamo dovuto combattere, ricevendo grande attenzione dal Parlamento europeo che ci ha aiutato a correggere alcune norme. Ora vorremo che questa proporzionalità diventasse patrimonio di tutte le proposte legislative della Commissione nel completamento indispensabile del disegno dell’unione bancaria. Cito da ultimo il settore delle cooperative che fanno energia rinnovabile: è di grande importanza nelle aree geografiche dell’arco alpino. In questa legislatura si sta completando un pacchetto di riforme epocali del mercato dell’energia e il risultato che noi riteniamo importante è che la Commissione stessa abbia individuato nella figura delle “comunità energetiche” uno degli strumenti più idonei, anche se da costruire in fase applicativa nazionale.

L’agricoltura è un mondo che dall’Ue ha ricevuto sempre tanto, ma proprio in quel mondo si stanno manifestando forti spinte sovraniste. Come lo spiega?
Questi aspetti stanno emergendo soprattutto in relazione agli accordi del commercio internazionale che l’Europa sta stipulando e negoziando con altre aree del mondo, mentre l’ampio ambito della politica agricola comune, la Pac, pur essendo in graduale “risparmio”, continua a essere una delle voci più importanti del budget europeo. Quello che è diventato più mediatico sono le conseguenze di eventuali accordi commerciali internazionali, all’intero dei quali il capitolo agricolo spesso riveste una importanza prioritaria. Noi abbiamo sempre cercato di avere una posizione pragmatica: le nostre imprese hanno l’esigenza di andare a collocare i loro prodotti su mercati emergenti, perché i numeri mostrano che i consumi in Italia sono in stagnazione o in regressione. Quindi sposiamo l’approccio di apertura a questi mercati, consapevoli che in ogni negoziato si deve arrivare a un compromesso e ci sono circostanze in cui l’agricoltura rischia di giocare la carta di merce di scambio. Quindi è bene fare una giusta battaglia per non consentire l’indiscriminato arrivo di prodotti a prezzi più competitivi che vanno a discapito del rispetto delle condizioni di lavoro o della sicurezza alimentare. Rispetto al problema doganale riteniamo che i prodotti agricoli italiani, per la loro qualità, abbiano potenzialità sui mercati europei. Ciò comporta dei rischi, ma è una sfida che l’agroalimentare italiano è in larga misura pronta ad affrontare. Il caso dell’accordo con il Canada è un esempio eclatante: riteniamo sia buono, anche se non perfetto, perché ha tutelato la stragrande maggioranza delle produzioni a denominazione di origine, quelle che hanno vere opportunità sui mercati. Non tutte hanno però la forza commerciale per competere su certi mercati.

Quali prospettive ha in Europa il modello di economia sociale che le cooperative incarnano?
La cooperazione è la fetta più importante dell’economia sociale ed è un settore in grandissima crescita in Europa e con numeri di tutto rispetto, quindi non può essere trascurato. Abbiamo cercato di rivendicare questa esigenza di riequilibrio, rispetto alla grande attenzione che l’Ue ha dedicato al capitolo della finanza a discapito dell’economia sociale. Intravediamo una piccola inversione di tendenza, che necessita di essere rafforzata. Con il “pilastro dei diritti sociali” la Commissione ha finalmente voluto avviare un percorso di attenzione a tutto questo ambito che si collega al tema dell’economia sociale. Quindi guardiamo con più ottimismo al futuro, riconoscendo che il Parlamento ci ha molto accompagnati in questo percorso.

Quali priorità invece per la prossima legislatura?
La prima è di non dimenticare mai l’esigenza di fare squadra nel difendere le esigenze del sistema Paese; immaginiamo che il prossimo Parlamento sarà più frammentato quindi più che in passato una politica di alleanza e di coesione sarà indispensabile. La seconda è legata all’attualità che si porterà dietro la nuova composizione del Parlamento con la definizione delle linee finanziarie 2021-2027. Speriamo che il Consiglio si dimostri un po’ più disponibile alla posizione del Parlamento europeo che ha chiesto di rivedere al rialzo la proposta della Commissione, per un bilancio il più possibile ambizioso in termini economici, cercando di salvaguardare le voci delle politiche da cui l’Italia può beneficiare particolarmente (l’agricoltura e la politica di coesione), pur riconoscendo l’esigenza di fare spazio ad altre realtà, come la ricerca e l’innovazione. Altra sfida sarà costruire regolamenti che si rivelino di più facile applicazione a livello nazionale: a volte scontiamo la difficoltà ad andare ad applicare o approfittare appieno di opportunità finanziarie che ci sono.

I soci di Confcooperative andranno a votare alle europee?
Il nostro messaggio è non solo un messaggio europeista ma di sensibilità e consapevolezza. Ormai è un problema la disaffezione sempre crescente alla politica e all’Europa. L’Italia ha sempre fatto registrare un tasso di europeismo maggiore di altri Paesi, e ci preoccupa che ora sia in netta flessione. L’Europa è lungi dall’essere perfetta, ma è solo lavorandoci dall’interno con forza, dedizione, pazienza, alla ricerca di compromessi che si può cercare di migliorarla.

Categories: Notizie

Aretha Franklin, arriva Amazing grace

Evangelici.net - Mon, 04/03/2019 - 09:06
Dopo anni di attesa è stato presentato alla Berlinale Amazing Grace, il film-documentario su Aretha Franklin che racconta lo storico concerto tenuto nel gennaio del 1972 in una chiesa battista di Los Angeles, durante il quale venne registrato l'omonimo doppio album dal vivo della cantante. foto: ansa.it
Categories: Notizie

Questo mondo vuoto

Evangelici.net - Mon, 04/03/2019 - 09:04
«Ho sempre avuto una componente spirituale marcata, nascosta dalla vita che scorre, dal rumore di fondo. Oggi so che è rumore di fondo. Prima non ne ero pienamente consapevole. Vengo da una famiglia di liberali, sensibile alle esperienze religiose ma non ho avuto, nel quotidiano, un impianto religioso di base. Ora questa consapevolezza c’è... Io, per altro, devo...
Categories: Notizie

The end of the line for the liberal order? Colombo (ISPI): “Democracy is undergoing a crisis of legitimacy and there are no alternatives at hand”

Agenzia SIR - Mon, 04/03/2019 - 08:53

“The liberal order was composed of an international dimension managed mostly by the US and its closest allies, tasked with the prevention and management of the main crises. On the other side, several countries existed within a context in which the transition towards a free market economy and democracy seemed like an unstoppable process. Now both processes have ground to a halt. The international order is not working as it used to, as exemplified by the catastrophic example of Syria; and liberal democracies are going through a growing crisis of legitimacy” is the analysis of Alessandro Colombo, Professor of International Relations at the University of Milan and Director of the “Transatlantic Relations” Program at the Institute for International Political Studies (ISPI), commenting on the 2019 ISPI report “The end of an era. The drifting of the liberal order”.

Is the centrality of the West also in doubt?

The West’s ability to stand as a modelis in crisis. While until a few years ago the synthesis of democracy and the market that originated from Western countries seemed to be a framework of reference for everyone else, today many countries no longer look at this model as a guarantee of success.

Who will be the main political actors in the coming years?

The two countries which can tilt the balance are the US and China. The growing temptation of the US towards disengagement could shift equilibriums. The same can be said of China, if it continues growing at the current rate, but also should it enter a crisis. That would really deal a death blow to the international liberal order.

How did the “divorce” between the US and the international order come about?

The crisis in American foreign policy and its ability to dictate the international agenda came about long before Trump. If we had to find a symbolic date it  would be the year 2003, with George W. Bush’s unfortunate decision to invade Iraq which not only resulted in the shattering of the Middle East but also jeopardized the credibility and prestige of the US.

Trump is not responsible for the foreign policy crisis, but he adds a new element to it. Indeed, he has publicly questioned the whole framework of institutions and rules which the US had created and on which they have built their hegemony.

Trump is convinced that the US must disengage itself from these institutions in order to save the American hegemony.

The report talks about the “concrete risk” of the increasing divergence between democracy and liberalism. Why?

The relationship between democracy and liberalism has traditionally been problematic. The West has lived the whole 20th Century in a tremendous civil war concerning the meaning of democracy. Only in recent years have we begun using the word democracy on its own, in the sense that it can only be of the liberal kind. Up to the 1970s in Italy one did not speak of democracy on its own. The ambiguity that had always surrounded democracy in western political discourse has resurfaced in the past few years.

Is the European Union also in crisis?

The EU is in a crisis of its own; it regularly seeks external reasons for its troubles, blaming Putin one day, Trump or populism the next… but

the EU is undergoing a crisis because it missed a number of opportunities and became victim of the worst of political traps: self-indulgence.

It did not deal with a number of glaring problems which were obviously going to get worse. Now it is going through a severe crisis of cohesion and it must find a solution within: it cannot expect a new US or Russian President to deliver it.

Why should we worry about the falling apart of the liberal order?

Because in terms of discourse and institutions, there are no alternatives at hand. Unlike in the 20th Century, when political orders were indeed in crisis but there were potential alternatives, what makes the current political debate so despairing is that there are no coherent alternative suggestions in sight.

Is there also a role for the Church in this scenario?

The Church too is experiencing strong tensions from within, which revolve also around the current papacy. I don’t think that makes for a strong Church, and that is even more worrying because

all potentially strong actors are in crisis:

the US, Russia – which is much weaker than we are told -, China which is growing in an unbalanced way, and the EU which is going through a crisis of identity which we do not know if it will ever come out of. It is a context in which a number of players are incapable to properly fulfil their roles.

Categories: Notizie

Pages

Subscribe to ww1.1b1s.org aggregator - Notizie