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La Romania accoglie i leader europei. Da Sibiu la “dichiarazione” sul futuro dell’Ue

Agenzia SIR - Wed, 08/05/2019 - 18:12

Ultimi preparativi a Sibiu, antica città nel cuore della Romania con evidenti tratti germanici, che domani, 9 maggio, Festa d’Europa, ospiterà il summit dei capi di Stato e di governo Ue, ultimo appuntamento prima delle elezioni del 26 maggio. La Romania è presidente di turno dell’Ue e il Consiglio informale sarà ospitato da Klaus Iohannis, presidente della Repubblica. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk presiederà la riunione, alla quale saranno presenti, oltre ai leader dei Paesi membri, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

I leader discuteranno – come si legge nel programma del vertice – la prossima agenda strategica dell’Unione per il periodo 2019-2024 e “procederanno a uno scambio di opinioni sulle sfide e sulle priorità dell’Ue nei prossimi anni”. Una nota del presidente Tusk “costituirà il punto di partenza per le discussioni in programma a Sibiu, che saranno divise in due parti, dedicate rispettivamente alla dimensione esterna e a quella interna”. L’agenda strategica sarà utilizzata per pianificare il lavoro del Consiglio europeo e come base dei programmi di lavoro delle altre istituzioni dell’Unione. L’attuale agenda, approvata dal Consiglio europeo a giugno 2014, è incentrata su cinque settori prioritari: occupazione, crescita e competitività; responsabilizzazione e protezione dei cittadini; politiche energetiche e climatiche; libertà, sicurezza e giustizia; Ue come attore forte sulla scena mondiale.

Per il nuovo documento, la Commissione europea ha individuato – come contributo al dibattito, cinque questioni-chiave: un’Europa che protegge, competitiva, equa (“che difende i nostri principi fondamentali in materia di uguaglianza, Stato di diritto e giustizia sociale nel mondo moderno”), sostenibile (“che assume la guida dello sviluppo sostenibile e della lotta ai cambiamenti climatici”) e influente sulla scena internazionale.

Il programma di domani prevede – ora locale, ossia un’ora avanti rispetto all’Europa centrale – alle 12 gli arrivi dei leader al municipio di Sibiu e alle 12.30 lo scambio di opinioni con il presidente del Parlamento europeo Tajani; a seguire la foto di famiglia sulla piazza Piaţa Mare. Il meeting proseguirà al Brukenthal Palace per un pranzo di lavoro “dedicato – come ha spiegato Tusk – al posto dell’Europa nel mondo”. Per la sessione di lavoro pomeridiana si tornerà al municipio di Sibiu per discutere delle “sfide interne che affliggono la nostra Unione”. Il summit dovrebbe concludersi entro le 18, con una conferenza stampa. Tusk proporrà l’approvazione della “Dichiarazione di Sibiu”, ovvero la strategia per i prossimi cinque anni con priorità politiche e riforme. È possibile che il presidente Tusk suggerisca ai leader di ritrovarsi immediatamente dopo le elezioni, ovvero martedì 28 maggio, per un’analisi del voto e per discutere delle successive nomine in sede Ue: presidente del Consiglio europeo, presidente della Commissione, presidente della Banca centrale (Bce). Il presidente del Parlamento europeo verrà invece scelto dagli eurodeputati nella sessione di insediamento, a Strasburgo, nei giorni 2-4 luglio.

In queste ore in Romania stanno giungendo i partecipanti al vertice, mentre si riuniscono le principali famiglie politiche, soprattutto per una verifica della campagna elettorale in corso. Manfred Weber, capogruppo dei Popolari all’Europarlamento e candidato del Ppe alla presidenza della Commissione, ritiene che il summit di domani sia “un momento cruciale per mostrare unità e riconfermare il nostro impegno per la democratizzazione dell’Ue. A tre settimane dal voto dovrebbe essere chiaro a tutti che queste elezioni segneranno un nuovo inizio per l’Europa”. Dal canto suo Udo Bullmann, capogruppo dei Socialisti & democratici, sottolinea: “Il vertice del 9 maggio, giorno della dichiarazione Schuman, rappresenta una opportunità unica per i leader dell’Ue di inviare un segnale coraggioso di rinnovamento nei confronti dei cittadini europei. Non possiamo continuare come se nulla fosse quando il nostro pianeta è sotto una storica minaccia, i bambini vivono in povertà mentre le multinazionali pagano quasi zero tasse”. Per fermare “questa spirale negativa bisogna indirizzare l’Europa su un cammino nuovo con gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 dell’Onu come nostra bussola”.

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Casal Bruciato: il vescovo Palmieri, “abbiamo invitato la famiglia rom dal Papa. Sono molto impauriti”

Agenzia SIR - Wed, 08/05/2019 - 16:51

La famiglia rom al centro delle proteste violente di alcuni residenti e di militanti di Casa Pound a via Satta, nel quartiere di Casal Bruciato, alla periferia est di Roma, è stata invitata a partecipare domani all’incontro con Papa Francesco. Ad incontrare oggi la famiglia, padre e madre con 12 figli, insieme alla sindaca Virginia Raggi e al direttore della Caritas di Roma don Benoni Ambarus, c’era anche monsignor Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliare di Roma. La famiglia, di origine bosniaca ma cittadini italiani, viveva nel campo La Barbuta ed aveva aspettato 15 anni per l’assegnazione legale di un alloggio popolare. “Sono molto impauriti, hanno mandato dagli zii tutti i bambini e tengono con sé solo la bimba di 3 anni – racconta al Sir monsignor Palmieri -. Ma come si fa? Dopo aver sentito gridare ‘vi stupriamo’, come possono rimanere lì? Questi due genitori sono coraggiosi ma hanno sentito tutto e ricordano bene queste frasi. Hanno paura, vogliono andar via. Per loro stare in quella casa, dopo 15 anni di campo, era l’inizio di un riscatto”. Secondo il vescovo “si sta alimentando il sentimento di odio per avere qualche voto in più alle prossime elezioni”. “È una guerra tra poveri – afferma -. O si decide di uscire fuori da queste situazioni tutti insieme, prendendoci cura di tutti i poveri, oppure si sovraccarica la vita di una comunità locale e civile di un compito di integrazione a cui non è preparata”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Verranno dal Papa domani?
Li abbiamo invitati ma non sanno se verranno, ci faranno sapere presto. Abbiamo parlato con i vescovi ausiliari e con il vicario. Visto che domattina il Papa incontrerà i rom e i sinti alle 10.45, nella sala Regia del Palazzo apostolico in Vaticano e la sera alle 19 incontrerà la diocesi di Roma a San Giovanni, abbiamo proposto di portare anche questa famiglia rom, se accetterà. Sono bosniaci, musulmani, con 12 bambini, e sono legittimamente assegnatari di una casa popolare a Casal Bruciato. Sono molto impauriti, hanno mandato via tutti i bambini e tengono con sé solo la bimba di 3 anni. I bambini sono inseriti a scuola nel quartiere Spinaceto e si trovano in difficoltà perché da quattro giorni sono bloccati. Ora li hanno mandati dagli zii per cercare di garantire l’accesso a scuola.

Abbiamo visto contro questa famiglia rom minacce e insulti ripugnanti.
Esattamente. In realtà si stanno sedimentando tante situazioni difficili. Da una parte tutta la questione relativa alle case popolari, in un quartiere dove la gente fa mille fatiche per potersi pagare la casa. Gli enti mettono in vendita le case popolari e gli abitanti stanno facendo grossi sacrifici per poterli comprare. In una situazione del genere un appartamento acquistato dal Comune per le assegnazioni di edilizia popolare, che finisce ad una famiglia rom, provoca l’ostilità dei residenti perché il pregiudizio che siano tutti ladri e truffatori li spinge a non volerli nemmeno conoscere.

Cosa è successo quando li avete incontrati insieme alla sindaca di Roma Virginia Raggi?

È stato molto bello vedere un paio di vicini di casa, che prima avevano apostrofato male la sindaca Raggi, entrare con noi a conoscere la famiglia. Si sono resi conto che sono una famiglia normale.

Sono cittadini italiani, i figli vanno a scuola, il padre lavora in un mercatino con tutte le autorizzazioni.

Foto: Dire

Si tratta di vero e proprio odio razziale?
È la scelta di chi, in vista delle elezioni, alimenta l’insofferenza di persone che già vivono in mezzo a mille difficoltà quotidiane:  povertà e fatica a pagare le bollette.

Si alimenta il sentimento di odio per avere qualche voto in più alle prossime elezioni.

Siete preoccupati per l’escalation di questo clima di tensione?
Sì siamo preoccupati da questo clima di tensione crescente. Non si può pensare che la soluzione a questo tipo di problemi sia la contrapposizione totale.

Dire “via tutti i rom e prima gli italiani”  non può esistere da nessun punto di vista, soprattutto umano.

Il comune di Roma poteva fare di più per evitare queste contrapposizioni?
Sicuramente i percorsi di integrazione sono molto difficili. Devo dire che

la scelta di difendere a tutti i costi il diritto di questa famiglia a stare lì è stata molto coraggiosa. Certo, molto di più si può fare per favorire progetti di integrazione.

Ma qui si sta vivendo da una parte l’esito doloroso di una politica per le case popolari non trasparente e dall’altra parte c’è stata la scelta scellerata, soltanto italiana, di accogliere i rom nei campi. Sicuramente questo non favorisce processi di integrazione.

È una guerra tra poveri. Mi ha colpito molto sia il dialogo con la famiglia rom, sia con i residenti. Sono entrambe realtà che lottano per la vita quotidiana.

E’ proprio una guerra tra poveri. O si decide di uscire fuori da queste situazioni tutti insieme, prendendoci cura di tutti i poveri, oppure si sovraccarica la vita di una comunità locale e civile di un compito di integrazione a cui non è preparata.

Cosa ha deciso di fare la famiglia rom? Resterà in quella casa?
Ma come si fa? Una famiglia che si è sentita gridare “vi stupriamo”, come può rimanere lì? Questi due genitori sono coraggiosi ma hanno sentito e ricordano bene queste frasi. Hanno paura, vogliono andar via. Per loro stare in quella casa, dopo 15 anni di campo, era l’inizio di un riscatto. Volevano segnare una svolta.

Il padre di famiglia, con una innocenza che mi ha colpito tanto, mi ha detto: “Io volevo organizzare una festa per tutto il condominio, invece ho capito che non si può fare”. Io non so se la famiglia ce la farà a rimanere lì.

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BE Edizioni al Salone del libro con Valdo Spini

Evangelici.net - Wed, 08/05/2019 - 09:49
TORINO - In occasione del 32° Salone internazionale del libro di Torino (9-13 maggio 2019), la casa editrice toscana BE Edizioni organizza un incontro pubblico sul tema Democrazia, solidarietà, valori: l'esperienza di un approccio cristiano alternativo L'incontro si terrà giovedì 9 maggio alle 12 presso la sala Indaco. La riflessione prenderà le mosse...
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Sri Lanka: chiese e scuole ancora chiuse. Caritas e centinaia di preti, suore e volontari offrono supporto psico-sociale a famiglie

Agenzia SIR - Wed, 08/05/2019 - 08:40

Le chiese e le scuole cattoliche sono ancora chiuse in Sri Lanka, dopo gli attentati di Pasqua, rivendicati dall’Isis ma attribuiti a gruppi estremisti interni al Paese, che hanno fatto 257 vittime e centinaia di feriti tra Colombo, Negombo e Batticaloa. E’ probabile che la settimana prossima si potranno di nuovo celebrare messe , ma è ancora alta l’allerta da parte dell’intelligence, informata su possibili attacchi ai ponti all’ingresso di Colombo. La comunità cattolica sta cominciando a curare le ferite ma serpeggia ancora la paura, tanto che gli stessi insegnanti si rifiutano di entrare nelle scuole. Nell’arcidiocesi di Colombo è stato istituito un servizio che seguirà personalmente le famiglie delle vittime e delle persone ferite, con centinaia di sacerdoti, suore e volontari coinvolti. Mentre nelle diocesi di Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar e Jaffna sono stati convocati con urgenza meeting interreligiosi, che già si svolgevano da anni,  per cercare di mantenere la pace e l’armonia tra persone di diverse fedi. A Negombo, infatti, domenica scorsa una lite per motivi banali tra un cattolico e un musulmano ha rischiato di degenerare in scontri violenti tra le due fazioni. Sono intervenute le forze dell’ordine e il governo ha stabilito il coprifuoco notturno. Il cardinale Malcolm Ranjit, arcivescovo di Colombo, si è subito recato sul posto per calmare gli animi. Ha anche chiesto di chiudere i negozi di liquori, forse l’episodio era dovuto ad ubriachezza molesta. Con i suoi interventi sui media nazionali e internazionali l’arcivescovo di Colombo è diventato un po’ la spina nel fianco del governo, che non si stanca di denunciare e richiamare i politici alle loro responsabilità. “Camminiamo con i piedi nella benzina, basta una scintilla e salta tutto perché la situazione è delicata”, racconta al Sir Beppe Pedron, referente di Caritas italiana per l’Asia meridionale. L’effetto prodotto dagli attentati è che “la comunità cattolica è impaurita e crede a qualsiasi falso allarme o fake news che circola sui social”. Qualcosa di positivo però c’è. Pedron vive da 13 anni a Negombo con la moglie e i due figli, che studiano nelle scuole locali e sono completamente integrati nella società srilankese: “Siccome le scuole sono chiuse abbiamo sempre in casa i loro amici, spesso pranzano con noi. E’ bello ritrovare la gioia di fare comunità e sostenersi reciprocamente”.

Messe vietate e scuole chiuse a Colombo e dintorni. “Domenica scorsa il cardinale ha vietato di celebrare le messe a Colombo e dintorni ma in alcuni villaggi si sono svolte – dice -. Probabilmente la settimana prossima potrebbero riprendere ma non è certo. Perché le scuole cattoliche sono chiuse e

c’è stata una affluenza bassissima di studenti e docenti anche nelle scuole pubbliche”.

Durante un incontro organizzato dalla diocesi di Colombo al quale hanno partecipato rappresentanti dell’università, responsabili delle congregazioni religiose che si occupano di supporto psicologico e psichiatri governativi, si è deciso di aprire un programma di supporto socio-psico-pastorale, con un approccio integrato ai bisogni delle persone coinvolte negli attentati.

“Centinaia di sacerdoti o suore vanno con i volontari ad incontrare le famiglie per fare l’anamnesi dei bisogni

spiega Pedron -. Chi non chiede direttamente aiuto può decidere liberamente se usufruire di questo accompagnamento e supporto offerto. Ogni settimana o ogni 15 giorni le incontrano e cercano di capire di cosa hanno bisogno: sostegno spirituale, psicologico o materiale, sedie a rotelle, protesi artificiali o supporto economico”.

Alcune storie drammatiche. La diocesi di Colombo ha istituito un ufficio di coordinamento per questa emergenza con due responsabili che coordinano i vari attori. Vengono seguiti anche i familiari di alcune persone di altre diocesi – a Jaffna o Kandy – che per puro caso si trovavano a Colombo o Negombo. Un ragazzo di Jaffna, ad esempio, aveva appena avuto il visto per emigrare in Canada. Siccome aveva fatto un voto a Sant’Antonio, era andato nella chiesa di Colombo per sciogliere il voto e doveva partire la sera stessa per il Canada. Invece è morto nell’attentato. Una famiglia molto benestante di Colombo, invece, ha perso entrambi i genitori, lasciando orfani i due figli, un bambino e un adolescente, che ora si trovano ora soli e senza risorse, con bisogno di supporto sociale e psicologico. Per questa azione Caritas Sri Lanka ha perfino ricevuto il plauso delle agenzie delle Nazioni Unite, che si sono rese disponibili a supportare l’intervento Caritas in caso di necessità, offrendo anche specialisti in psicologia dell’emergenza. “Al momento non c’è bisogno né di sostegno economico né di altro tipo”, commenta Pedron, precisando che, se necessario, saranno seguite anche le persone che hanno assistito agli attentati, che potrebbero soffrire di disturbi da stress post traumatico.

Un servizio aperto a tutti, anche a persone di altre religioni. All’indomani degli attentati sono stati infatti organizzati incontri di dialogo interreligioso a Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar e Jaffna per prevenire la possibilità di violenze tra appartenenti a diverse religioni. “La settimana scorsa – racconta l’operatore Caritas – un leader musulmano si è dissociato dai terroristi ed ha ringraziato pubblicamente il cardinale Ranjith per essere riuscito a mantenere l’armonia ed evitare che i cattolici si ribellassero in maniera indiscriminata contro i musulmani. Hanno anche fatto una raccolta fondi per portarla ai cattolici colpiti dagli attentati. Ma non sappiamo se sia andata in porto”.

 “Siamo ancora nella fase dell’emergenza, cerchiamo di mantenere la calma all’interno della comunità”,

conclude Pedron. “Essendo un fenomeno che nasce da fuori rischia di non interrogare le comunità stesse. In realtà è una questione sociale da affrontare nel lungo periodo”. Per questo il 9 maggio Caritas Sri Lanka ha organizzato una conferenza con i rappresentanti delle principali religioni e alcuni docenti universitari, “per cercare di dare una lettura socio-politica e religiosa all’attacco e far nascere piste di lavoro”.

 

 

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Sri Lanka: churches and schools remain closed. Psychological and social support to families offered by Caritas and by hundreds of priests, nuns and volunteer workers

Agenzia SIR - Wed, 08/05/2019 - 08:40

In Sri Lanka churches and Catholic schools are still closed after the Easter attacks for which ISIS has claimed responsibility but which have been ascribed to extremist groups inside the Country. The attacks took the lives of 257 people and wounded hundreds of others in Colombo, Negombo and Batticaloa. It might be possible to return to celebrate Mass next week, but the intelligence alert level remains high, having collected information on the threat of attacks on the bridges connecting Colombo. The wounds inflicted on the Catholic community are starting to heal but their memory still stokes fear and teachers refuse to go back to school. Dedicated counselling is offered in the archdiocese of Colombo to provide support to the families of the bereaved and assist the wounded victims, involving hundreds of priests, nuns and volunteers. Interreligious meetings, that have been ongoing on a regular basis for years,  have been hastily organized in the diocese of Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar and Jaffna to preserve harmony and peace between the believers of different faiths. In fact, last week, in the city of Negombo, a trivial argument between two men, a Catholic and a Muslim, risked escalating into violent clashes between the two factions. Law enforcement authorities intervened and the government ordered a night curfew. Cardinal Malcolm Ranjit, Archbishop of Colombo, immediately went on site to calm people’s fears. He also asked to shut down wines and spirits shops, since that episode could have been caused by dangerous alcohol abuse. As a result of his statements, circulated by national and international news media, the archbishop of Colombo has somewhat become the government’s thorn in the flesh, as he tirelessly denounces and reminds politicians of their responsibilities. ” “It’s an extremely fragile situation, we walk with our feet in gasoline, just a spark and everything could blow up in flames”, Beppe Pedron, Caritas Italia representative for Southern Asia, told SIR. The impact of the attacks is such that “the members of the Catholic community are overcome by fear, they believe any false alarm or fake news circulating on social networks.” But something good has happened. Pedron has been living in Negombo with his wife and their two children for the past 13 years. They attend the local schools and are fully integrated into Sri Lankan society. “Since schools are closed we always have their friends in our homes, they often come over for lunch. It’s nice to rediscover the joy to act as a community and support each other mutually.”

No Masses, schools closed in Colombo and surrounding areas. “Past Sunday the Cardinal urged not to celebrate holy Mass in Colombo and its surrounding areas, but services were held in some villages – he said -. They are likely to resume next week but we still don’t know for sure. Catholic schools remain closed and

in public schools most classes remain empty, with very few teachers attending.”

During a meeting organized by the diocese of Colombo attended by university officials, by representatives of religious congregations offering psychological support and government psychiatrists,  participants decided to activate a social-psychological and pastoral program with an integrated approach to meet the needs of the people affected by the terror attacks.

“Hundreds of priests and nuns accompany volunteers to meet the families and take stock of their needs,

Pedron said-. Those who don’t directly ask for help can freely decide to avail themselves of this counselling and support service. Meetings take place every week or every 15 days to identify people’s needs ranging from spiritual, psychological or material support to wheel-chairs, prostheses or financial aid.”

Tragic stories. The diocese of Colombo has set up a dedicated emergency division with two people appointed to coordinate the chores. Support is also given to families in other dioceses – in Jaffna or Kadny – who happened to be in Colombo or Negombo during the attacks. For example, a young man from Jaffna had just received a visa to emigrate to Canada. Since he had made a vow to Saint Anthony, he had gone to the church of Colombo to dissolve the vow and was planning to leave for Canada that same evening but he died in the attack. A wealthy family from Colombo lost their parents, leaving two orphaned children, a small child and a teenager. They were left alone and without resources, in need of social and psychological support. Even the United Nations lauded Caritas Sri Lanka for their assistance activity, and offered to support Caritas in case of need also by providing emergency psychological aid. “There is no need for financial support at the moment”, Pedron remarked, pointing out that, if necessary, assistance will also be given to people who witnessed the attacks and could suffer from post-traumatic stress disorders.

A service open to everyone, including believers of other religions. On the aftermath of the attacks, interreligious dialogue meetings have been organized in Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar and Jaffna to prevent acts of violence between the members of different relgions. “Last week – said the Caritas worker – a Muslim leader publically condemned the terrorists and thanked Cardinal Ranjith for having managed to preserve a climate of harmony and prevent indiscriminate acts of retaliation carried out by Catholics against members of the Muslim community. They also promoted a fundraising initiative for Catholics involved in the attacks. But we don’t know whether it went through.”

“We are still in an emergency situation. We are trying to keep a calm atmosphere inside the community”,

Pedron pointed out. “Since it is an external phenomenon it risks failing to promote reflection inside the communities. Yet it represents a social issue that must be addressed with a long-term vision.” In this respect Caritas Sri Lanka has organized a conference with the leaders of major religions and with the participation of university officials “to seek to interpret the attack from a socio-political and religious angle and occasion new paths of engagement.”

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Ottomila mamme per Giorgio

Agenzia SIR - Wed, 08/05/2019 - 00:00

Ha rischiato di essere la tragica storia di un bambino abbandonato. Non è un guaio di oggi, capitava anche nel passato, di più e in maniera più organizzata, grazie a qualche convento che si attrezzava con la ruota per accogliere gli esposti. Venuta meno quella, pur avendo fatto il mondo passi da gigante, noi non siamo migliorati. Ieri i bambini si lasciavano, affidati a qualche realtà caritativa (cosa che oggi si potrebbe fare in ospedale e nell’anonimato), invece si finisce per abbandonarli per strada.
Anche a Giorgio è andata così. Scaricato appena nato, neppure lavato e con tanto di placenta e cordone ombelicale, tra i cassonetti davanti al cimitero di Rosolina. Una giovane vita in un luogo di morte. Invece…
Invece un’anziana mamma, Vanda, cominciava la sua giornata andando a trovare il figlio Luca al cimitero, accompagnata dalla sua amica col cagnolino. Sono loro che si sono accorte di qualcosa: una borsa rossa tra i rifiuti. È là, tra una coperta bianca, una testina. Hanno chiamato l’ospedale: “C’è un bambino abbandonato davanti al cimitero, non si muove, sembra morto”.
L’ambulanza è partita a razzo dalla casa di cura Madonna della Salute di Porto Viro, guidata da Marco Marangon. “Marco pareva un pilota di Formula 1” ha scritto in una lettera struggente rivolta al bambino l’infermiera che gli ha tagliato il cordone e gli ha regalato il primo abbraccio, dopo gli accertamenti del medico Anna Tarabini.
Il piccolo era in ipotermia: lo hanno avvolto nel telo sterile, hanno alzato al massimo il riscaldamento dell’ambulanza e sono ripartiti a sirene spiegate. A quel suono il bimbo ha cercato di piangere (“Come il miagolio di un gattino”). E, meraviglia, ha aperto gli occhi.
L’infermiera racconta che quello sguardo le è entrato dentro. Ha desiderato immediatamente di esserne la mamma. Lo ha accarezzato lieve sul viso. E lui le ha preso il dito cercando di succhiarlo: infreddolito e affamato.
Lo hanno chiamato Giorgio. Non perché è stato ritrovato il 24 aprile, giorno dopo la festa del santo di cui porta nome e grinta, ma in onore all’infermiera: Giorgia Cavallaro.
Per lui si è scatenata una gara di solidarietà che scalda il cuore in questi nostri tempi aspri: cascate di telefonate di aspiranti genitori e scatoloni di vestiti e giocattoli. In più, e ben oltre le fantasie, tutta Rosolina si è ricoperta di fiocchi azzurri: su case e negozi tantissimi hanno esposto il loro “Ben arrivato Giorgio”.
Una storia che commuove e che, alla vigilia della festa della mamma, fa pensare a tante cose: la felicità per una vita salvata, l’incanto di un paese che lo ha simbolicamente adottato, la consolazione per la lunga liste di coppie che hanno chiesto di averlo (8.600). E la circostanza del ritrovamento: un’anziana mamma che, andando in cimitero per la quotidiana visita al figlio perduto, ha salvato quella vita abbandonata. E la lettera che Giorgia ha scritto al piccolo, perché sappia come è stato trovato e che si chiude con: “Ti auguro di diventare un uomo… disposto a qualunque sacrificio per proteggere il proprio bambino”.
Ma non è possibile lasciar fuori da questa storia la vera mamma di Giorgio: la sua disperazione, la sua solitudine, forse la sua non libertà di fronte a questa piccola vita che, non va scordato, grazie a lei è nata. Anche al suo dolore, di oggi e dei giorni che verranno, va il nostro pensiero.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Elezioni europee: la posta in gioco

Agenzia SIR - Wed, 08/05/2019 - 00:00

Tra due domeniche – il prossimo 26 maggio – ci recheremo, per la nona volta, alle urne per eleggere il Parlamento europeo. Fu, infatti, nel 1979 che per la prima volta i cittadini europei elessero, a suffragio universale, i 751 parlamentari. Prima del 1979 il Parlamento europeo funzionava come un’assemblea consultiva – priva di poteri legislativi – composta da 78 parlamentari nominati dai parlamenti nazionali dei sei Stati fondatori (Belgio,Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi). Le elezioni europee non hanno mai suscitato un particolare interesse, a parte la prima elezione del 1979 alla quale si recò a votare il 62% degli elettori. In seguito si è registrata una sempre minore affluenza che, dal 50% del 1999, è scesa fino al 42,54% del 2014. Scarsa attenzione all’Europa o poca voglia di partecipazione, o tutt’e e due le cose insieme? Un comportamento, comunque, che contrasta con l’importanza che ha avuto in questi settant’anni l’Unione europea (Ue) e con quella che potrà avere per gli anni a venire. Pensata dai padri fondatori come uno Stato federale in grado di sostituirsi ai singoli Stati nazionali, l’Ue è stata realizzata sul principio della collaborazione fra i vari Stati, con il fine di arrivare ad una loro completa integrazione. Ognuno, però, mantenendo, la propria sovranità. Un’unione di Stati, quindi, uniti da molti obiettivi comuni, vincolati dal rispetto di talune regole volte a favorire il processo d’integrazione, ma con le “mani libere” su molte altre materie. Quando si dice, allora, che le nostre sorti dipendono in tutto dalla Comunità europea e che da essa derivano tutti i nostri mali, si consuma un’inesattezza. Anche perché, prima di tutto, dovremmo preoccuparci di funzionare in casa nostra. Magari gli affari dei singoli Stati potessero essere gestiti tutti in comune! Ci troveremmo di fronte ad un’Unione che fa della solidarietà e della condivisione il suo punto di forza. Invece, come stabiliscono i trattati europei, gli Stati sono vincolati tra loro soltanto su talune materie sulle quali l’Unione ha una competenza “esclusiva”: la libera circolazione delle merci, la politica monetaria, le regole della concorrenza. Norme tutte, poste a tutela e garanzia dei cittadini consumatori – secondo il “principio di precauzione” – e delle quali abbiamo, nel tempo, tutti fruito. Su altre materie – quali mercato interno, politiche sociali, sanità, trasporti, energia, sicurezza ed altre – l’Ue esercita una competenza“concorrente”, nel senso che i Paesi decidono laddove l’Unione non interviene. Ci sono, infine, materie – industria, cultura turismo e altre – sulle quali l’Unione esercita un’azione di sostegno alle politiche esercitate dai singoli Stati. Innegabili i vantaggi per gli Stati aderenti che, nel frattempo, dai sei iniziali, sono passati agli attuali ventotto, con l’inclusione – dopo il crollo del muro di Berlino – dei Paesi dell’est Europa. Spesso abbiamo sottovalutato tali benefici per sottolineare più gli svantaggi, o presunti tali, derivanti dalla nostra appartenenza all’Unione. Il riferimento è, in particolare, ai vincoli – ritenuti troppo onerosi – in materia di debito pubblico, deficit e inflazione, introdotti dal trattato di Maastricht del 1992. Ciò nonostante, alla vigilia di queste elezioni,si registra, sorprendentemente, un’inversione di tendenza. Nei cittadini, ma anche nei partiti antieuropeisti – fra i quali Lega e Cinque stelle, da sempre critici nei confronti dell’Unione – si avverte una maggiore attenzione nei confronti dell’Ue. Non si parla più né di uscire dall’Europa, né di referendum contro l’Euro, né di eliminazione dei vincoli. Frutto, anche, di una maggiore informazione e riflessione portata avanti specialmente da qualificati ambienti culturali, fra cui il mondo cattolico. Oggi, anche le forze populiste e sovraniste chiedono voti, non più per disgregare l’Unione europea, ma per cambiarla. La posta in gioco, infatti, oggi è in che direzione si vuole cambiare l’Europa e a chi sarà affidato il compito di modificarla. La risposta, mai come in questa circostanza, è nelle nostre mani. Perché non si tratta solo di una tornata elettorale, ma di un appuntamento per difendere e preservare un patrimonio senza il quale tutti saremmo più poveri.

(*) direttore de “La Vita diocesana” (Noto)

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Papa Francesco: dai Balcani una lezione per l’Europa sulle orme di due grandi santi

Agenzia SIR - Tue, 07/05/2019 - 23:11

“Un viaggio breve ma molto fitto”. Così il Papa ha definito il suo 29° viaggio apostolico, compiuto dal 5 al 7 maggio. Dalla Bulgaria, “ponte” tra l’Europa dell’est e del sud, e dalla Macedonia del Nord, “mosaico” di culture, etnie e religioni diverse abituate per tradizione ad una convivenza pacifica – in una terra che per la prima volta nella storia vede la presenza di un Pontefice – Francesco ha proposto questo angolo dei Balcani come modello di accoglienza, integrazione e fratellanza, in un continente sempre più diviso che sembra aver smarrito le sue radici cristiane. I cattolici, qui, sono un piccolo gregge, pari all’1% della popolazione: ma possono contare su due grandi santi, Giovanni XXIII e Madre Teresa, per continuare a “sognare” un futuro di pace.

Europa. Bulgaria, “ponte tra l’Europa dell’Est e quella del sud”. Terra di radici cristiane e patria di Cirillo e Metodio, gli evangelizzatori a cui si devono le radici cristiane del nostro continente. Fin dalla prima tappa del suo viaggio, e dal suo primo discorso, indirizzato alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, Francesco mette il tema dell’Europa al primo posto. Nella storica piazza Atanas Burov, vittima di un regime che non poteva accettare la libertà di pensiero, lancia un appello a far sorgere in Europa “nuovi percorsi di pace e di concordia”. Nel corrispettivo discorso, il primo dei cinque interventi pubblici a Skopje, Francesco definisce la Macedonia “ponte tra oriente e occidente e punto di confluenza di numerose correnti culturali”. Un mosaico, un “crogiuolo di culture e di appartenenze etniche e religiose” che “ha dato luogo a una pacifica e duratura convivenza, nella quale “le singole identità hanno saputo e potuto esprimersi e svilupparsi senza negare, opprimere o discriminare le altre”. Il popolo macedone e quello bulgaro sono per l’Europa

“un esempio a cui fare riferimento per una convivenza serena e fraterna, nella distinzione e nel rispetto reciproco”, dice il Papa, auspicando che “tale integrazione si sviluppi positivamente per l’intera regione dei Balcani occidentali”.

Migrazioni. “Non chiudere gli occhi, il cuore la mano a chi bussa alle vostre porte”. È l’appello del primo discorso in terra bulgara, la cui storia e tradizione ha sempre puntato a “favorire l’incontro tra culture, etnie, civiltà e religioni differenti, che da secoli hanno qui convissuto in pace”, l’omaggio del Papa. Lo sviluppo della Bulgaria, “integrata nell’Unione europea e dai solidi legami con Russia e Turchia”, passa anche dalla capacità di offrire ai suoi figli un futuro di speranza, creando le condizioni affinché, soprattutto i più giovani, non siano costretti ad emigrare. Anche da Skopje, nel discorso alle autorità, Francesco cita “il generoso sforzo compiuto nell’accogliere e prestare soccorso al gran numero di migranti e profughi provenienti da diversi Paesi mediorientali”, come i profughi che giungono dalla Libia, dalla Siria e dall’Iraq. “Oggi il mondo dei migranti e rifugiati è un po’ una croce dell’umanità, e la croce è tanta gente che soffre”, le parole pronunciate a braccio e rivolte alle famiglie ospitate dal Centro profughi “Vrazhdebna” nella periferia di Sofia, dove il Papa ha incontrato in privato circa 50 persone provenienti da Siria ed Iraq.

Dialogo. Il Papa che, incontrando il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa bulgara, abbraccia il patriarca Neofit e ne bacia il medaglione che ha appeso al collo. Che sosta in preghiera silenziosa davanti all’effige dei santi Cirillo e Metodio, nella cattedrale Sofia. Che incontra le diverse comunità religiose, dopo aver celebrato a Rakovsky la Messa con 245 Prime Comunioni. Sono le tre instantanee che descrivono l’urgenza del dialogo, da tradursi in “ecumenismo del povero” e in “ecumenismo della missione”, raccomanda Francesco. “Le ferite che lungo la storia si sono aperte tra noi cristiani sono lacerazioni dolorose inferte al corpo di Cristo che è la Chiesa”, e “ancora oggi ne tocchiamo con mano le conseguenze”, dice il Papa al patriarca. L’unico modo per spezzare questa spirale è quello di “non rimanere chiusi, ma di aprici, perché solo così i semi portano frutto”. “Adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio”, la ricetta suggerita durante la recita del Regina Coeli.

Due santi. Il “santo bulgaro” e “una grande donna”. Sono le due figure che, come aveva già spiegato Bergoglio nei videomessaggi alla vigilia della partenza, hanno ispirato il suo 29° viaggio apostolico. San Giovanni XXIII e Madre Teresa di Calcutta sono il vero “leit motiv” delle parole di Francesco, e vengono citati fin dal suo mettere piede, rispettivamente, nella terra bulgara e in quella macedone. Il “papa buono”, ricorda il Papa,  “portò sempre nel cuore sentimenti di gratitudine e di profonda stima per la vostra nazione”. Visitando il Memoriale di Madre Teresa, Francesco esorta i suoi concittadini e l’intera nazione macedone a farsi, come lei, “voce dei poveri e di tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia” e ad imparare ad essere “vigili e attenti al grido dei poveri, di coloro che sono privati dei loro diritti, degli ammalati, degli emarginati, degli ultimi”. Nella Messa a Skopje, davanti a 10mila persone – in un Paese dove i cattolici sono 15mila – il Papa indica nei due pilastri su cui Madre Teresa ha voluto fondare la sua vita – Gesù incarnato nell’Eucaristia e Gesù incarnato nei poveri – l’antidoto ad una società in cui “ci siamo abituati a mangiare il pane duro della disinformazione, ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità”. Incontrando i giovani, nell’ultimo appuntamento a Skopje prima del rientro a Roma, Francesco esorta a “prendere la vita sul serio” come ha fatto Madre Teresa: “Lei ha sognato in grande e per questo ha anche amato in grande”. “Sognate insieme, non da soli; con gli altri, mai contro gli altri”, il monito.

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Economia: l’Europa rallenta. Italia fanalino di coda: lievitano disoccupazione e debito pubblico

Agenzia SIR - Tue, 07/05/2019 - 17:33

Notizie non proprio rassicuranti per l’Europa; pessime, invece, per l’Italia. La Commissione Ue presenta, nella sede di Bruxelles, le Previsioni economiche di primavera, confermando alcune preoccupazioni della vigilia. L’esecutivo segnala una fase di rallentamento del Pil, la diminuzione del numero dei disoccupati, ma anche tanta incertezza per il prossimo futuro in relazione agli scenari internazionali. Oltre al fatto che persistono squilibri su scala Ue.

“Persistenti incertezze”. “L’economia europea continuerà a crescere nel 2019 e nel 2020. La crescita rimane positiva in tutti i nostri Stati membri e continuano ad arrivare buone notizie sul fronte dell’occupazione e della crescita dei salari. Ciò indica una tenuta dell’economia europea di fronte a una situazione globale meno favorevole e a una persistente incertezza”. Pierre Moscovici, commissario per gli affari economici e finanziari, nel presentare le Previsioni di primavera al Palazzo Berlaymont, parte dai dati positivi.

Ma dietro il sorriso di circostanza emerge un volto carico di dubbi.

Tenta di essere rassicurante, senza peraltro negare due tipi di preoccupazione: un quadro internazionale per nulla favorevole; un eccessivo squilibrio tra i vari Paesi Ue, con alcune economie in espansione altre sostanzialmente ferme. Infatti aggiunge: “Dobbiamo essere pronti a sostenere maggiormente l’economia, se necessario, e ad adottare ulteriori riforme per stimolare la crescita. Soprattutto dobbiamo evitare di scivolare nel protezionismo, che non farebbe altro che esacerbare le tensioni sociali ed economiche esistenti nelle nostre società”.

Elementi positivi e molta incertezza. Nell’ampio documento previsionale si legge: “Poiché il commercio mondiale e la crescita dovrebbero rimanere più deboli quest’anno e il prossimo rispetto al ritmo sostenuto che ha caratterizzato il 2017, la crescita economica in Europa si baserà interamente sull’attività interna. Oggi il numero dei cittadini europei che hanno un lavoro è il più alto di sempre e, stando alle previsioni, l’occupazione dovrebbe continuare a crescere, anche se a un ritmo più lento. Questo, accompagnato da un aumento dei salari, un’inflazione contenuta, condizioni di finanziamento favorevoli e misure di stimolo fiscale in alcuni Stati membri, dovrebbe stimolare la domanda interna”. Nel complesso, quest’anno il Pil dovrebbe crescere dell’1,4% nell’Ue e dell’1,2% nella zona euro. Nel 2020 i fattori interni negativi “dovrebbero attenuarsi” e l’attività economica al di fuori dell’Ue “dovrebbe conoscere una ripresa, anche grazie a condizioni finanziarie globali più favorevoli e a politiche di stimolo in alcune economie emergenti”. Tanti verbi declinati al condizionale… “Per il prossimo anno si prevede un leggero rafforzamento della crescita del Pil, che dovrebbe raggiungere l’1,6% nell’Ue e l’1,5% nella zona euro”.

Rischio-Brexit. Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’euro, a sua commenta le previsioni: “Sul fronte esterno vi è il rischio di un’ulteriore intensificazione dei conflitti commerciali e delle debolezze dei mercati emergenti, in particolare la Cina”. “In Europa è importante prestare attenzione all’eventualità di un Brexit senza accordo, e all’incertezza sul piano politico”. Comunque la Commissione prevede che nel 2019 l’economia europea “continui a crescere per il settimo anno consecutivo”. Ribadisce. “Dato il persistere di incertezze a livello globale, saranno le dinamiche interne a sostenere l’economia europea”.

Disoccupazione in calo. “Le condizioni del mercato del lavoro hanno continuato a migliorare, nonostante il rallentamento della crescita verso la fine del 2018”, spiega la Commissione. “La disoccupazione, ancora troppo elevata in alcuni Stati membri” (Grecia, Spagna, Italia…), a livello dell’Ue “è scesa al tasso più basso registrato dal gennaio 2000 (6,4 % nel marzo 2019)”. Mentre la disoccupazione nella zona euro è “attualmente al livello più basso dal 2008”. Ma nel corso dei prossimi due anni “si prevede un rallentamento del tasso di crescita dell’occupazione in conseguenza di una crescita più moderata”. Fra gli altri elementi da sottolineare: l’inflazione resterà stabile sotto il 2%; il rapporto debito/Pil dovrebbe diminuire nella maggior parte degli Stati membri nel 2019 e nel 2020 (collocandosi in media poco sopra l’80%).

In fondo alla classifica. Purtroppo l’Italia si presenta un’altra volta come fanalino di coda nel quadro dell’economia europea. Le previsioni della Commissione indicano un nuovo taglio alle stime di crescita: nel 2019 il Prodotto interno lordo dovrebbe crescere dello 0,1%, per risalire di poco l’anno prossimo, con un modesto 0,7%. Gli economisti Ue parlano di “tenue ripresa” futura, sempre che il quadro internazionale non volga al peggio. Manca invece un miglioramento nel campo del mercato del lavoro, con la disoccupazione in risalita: lo scorso anno era al 10,6, quest’anno raggiungerebbe il 10,9% per toccare, nel 2020, la cifra dell’11%. Non c’è alcun dato positivo fra i conti italiani. Il deficit passerebbe dal 2,1 del 2018 al 2,5 di quest’anno, per sfondare il tetto del tre per cento nel 2020 (3,5%) senza interventi correttivi da parte del governo. Infine il debito pubblico: era al 132,2% lo scorso anno, crescerebbe al 133,7% nel 2019 e addirittura si porterebbe al 135,2% nel prossimo anno. I consumi restano pressoché stabili, gli investimenti portano il segno meno.

Nei principali Paesi. I dati degli altri Paesi sono certamente migliori di quelli italiani, fatto salvo uno scivolone del Pil tedesco, che nel 2019 si fermerebbe allo 0,5% per risalire all’1,5 nel 2020. Restando al Prodotto interno lordo, la Spagna segna un 2,1% quest’anno e 1,9 nei succesivi dodici mesi; per la Francia si passa dall’1,3 all’1,5; bene la Polonia con 4,2% quest’anno e 3,6 nel prossimo. Disoccupazione quasi azzerata in Germania (3,1%), in costante calo in Spagna (13,5 nel 2019, 12,2 nel 2020), sotto il 9% in Francia e ridotta a meno del 4% in Polonia.

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Jean Vanier. Marco Veronesi (Il Chicco): “Capì che le persone con disabilità mentale possono piegare i nostri cuori”

Agenzia SIR - Tue, 07/05/2019 - 17:00

“Non è tanto le grandi cose che faceva o i grandi discorsi che pronunciava. Lui riusciva a stare nella relazione, al di là delle parole, al di là dei gesti, al di là di tutto. Lui riusciva a stare in relazione con te”. È questo il ricordo più bello che Marco Veronesi, responsabile della Comunità il Chicco di Ciampino (Roma), ha di Jean Vanier. Siamo andati da lui, in questa comunità che fa parte e trae ispirazioni tutti i giorni dal carisma di Jean Vanier, per chiedergli più che un’intervista, una testimonianza sul fondatore dell’Arca. “Come responsabile di comunità, appena nominato nel 1992 – racconta subito – è venuto a trovarci Jean Vanier di passaggio qui a Roma ed è rimasto in comunità da noi per qualche giorno. Era un uomo che ti dava serenità e con il quale stavi a tuo agio. Riusciva a creare subito un rapporto. Con i ragazzi poi della nostra comunità, era eccezionale. Come lo vedevano, subito scattavano verso di lui”.

Papa Francesco visita a sorpresa la Comunità il Chicco (Ciampino, 13 maggio 2016)

Qual era il suo segreto?
Intanto, lui era una persona molto pia. Pregava molto, meditava molto. Trascorreva molto tempo in silenzio con sé stesso. Probabilmente uno dei suoi segreti era quello di aver trovato una pace interiore e se uno sta bene con sé stesso riesce a far star bene sé stesso con gli altri. Traspirava questa profonda serenità. Credeva molto nel valore degli ultimi, per cui li amava.

Amava le persone semplici. Le pietre di scarto erano il centro del suo cuore.

Perché gli ultimi?
Credo che al di là del percorso che gli ha fatto fare il Signore, la risposta a questa domanda sta nella sua biografia. Ad un certo punto, dopo aver lasciato la carriera militare, ebbe un incarico in un grande centro per disabili. E come ha messo piede lì dentro, ha capito che le cose non potevano andare in quel modo. Che quella non era vita. Non era umanità. È stato per lui l’incontro con gli ultimi degli ultimi, perché se ci si pensa bene, i disabili mentali sono le persone più inutili agli occhi di questa società: hanno bisogno di tutto e apparentemente non danno niente. Lui invece capì che queste persone potevano piegare i nostri cuori. Visse sulla sua pelle quanto il filosofo francese Emmanuel Lévinas disse:

“Siamo ostaggio dell’occhio indifeso dell’altro”.

È la debolezza dell’altro a prendere il nostro cuore. Inoltre Jean Vanier prendeva come riferimento il Vangelo di Giovanni, da cui è scaturita l’intuizione dell’Arca. È il Vangelo del Signore che lava i piedi, che si mette a servizio dell’uomo, dell’ultimo.

Che rapporto avevano le persone con disabilità mentale con Jean Vanier?
Me lo ricordo attraverso tanti piccoli episodi. Noi abbiamo in comunità un ragazzo molto grave, che viene anche artificialmente alimentato. Si chiama Armando. Di solito sente e riconosce le voci. Quando veniva Jean Vanier a trovarlo, anche se stava in silenzio, lui si girava. Anche se Jean Vanier entrava nella stanza senza farsi sentire, Armando si girava verso di lui. Sentiva probabilmente la sua presenza. Ed è un po’ questo l’elemento che caratterizzava Jean Vanier:

riusciva con tutti ma con loro in particolare a trovare la corda per vibrare insieme. Riusciva ad essere il diapason che trovava nell’altro la nota per farla vibrare ed era una nota sempre differente.

Papa Francesco vi è venuto a trovare il 13 maggio del 2016, durante uno dei Venerdì della Misericordia. Quali punti in comune hanno Papa Francesco e Jean Vanier?
Sicuramente questa attenzione agli ultimi. Quando veniva da noi Jean Vanier, anche se lui era al centro di tutto, non era mai protagonista perché faceva essere protagonisti gli altri. Papa Francesco con noi ha fatto la stessa cosa. Prima sono venuti gli altri.

Sono due persone che pur stando un passo avanti agli altri, si mettono un passo indietro.

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Jean Vanier, l’addio ad un gigante dell’amore per i più piccoli

Agenzia SIR - Tue, 07/05/2019 - 15:39

Un gigante dell’amore per i più piccoli. Questo era, per quanti lo hanno conosciuto, Jean Vanier, il fondatore delle comunità de “L’Arche”. Si è spento martedì 7 maggio, alle 2.10, all’età di novant’anni. Indebolito dal cancro, era ricoverato presso il Centro medico Jeanne Garnier a Parigi dove nelle ultime settimane era tenuto in cure palliative. L’annuncio della morte è stato fatto da Stephan Posner e Stacy Cates-Carney, i due responsabili de “L’Arche International”: “Jean ci ha lasciati alla fine di una lunga vita di eccezionale fertilità. La sua comunità di Trosly, L’Arche, Fede e Luce, molti altri movimenti e migliaia di persone sono stati nutriti dalla sua parola e dal suo messaggio”. La notizia della sua morte ha fatto in poco tempo il giro del mondo ed ha raggiunto anche Papa Francesco in Macedonia del Nord, dove sta concludendo il suo viaggio apostolico di tre giorni. In un tweet scritto in francese Alessandro Gisotti, direttore ad interim della sala stampa vaticana, ha assicurato che il Papa “prega per lui e per tutta la comunità de L’Arche”. Il 13 maggio 2016, Papa Francesco fece visita a sorpresa alla comunità “Il Chicco” di Ciampino della grande famiglia de “L’Arche” scegliendola come sua quinta tappa per l’iniziativa giubilare dei “Venerdì della misericordia”.

Fondatore de “L’Arche” nel 1964, Jean Vanier ha anche co-fondato il movimento Fede e Luce nel 1971 e ha ispirato la creazione di molte altre associazioni. “L’Arche” oggi è una Federazione internazionale che conta 154 comunità in 38 Paesi, con circa 10mila membri con disabilità mentali o senza. “Artigiano della pace – si legge sul sito dell’Arche che ne traccia un profilo – non ha mai smesso di testimoniare la ricchezza della vita condivisa e la fraternità con i più fragili, contribuendo a restituire alle persone con disabilità intellettive la loro dignità e il loro posto nella società”. Le sue comunità sparse oggi nel mondo sono luogo di vita e di relazione: la loro caratteristica è quella di riunire persone, con e senza disabilità, che condividono l’intera vita o una parte di essa. In questo modo la comunità diventa luogo di ospitalità e accoglienza comunitaria in cui tutti si sentono a casa e sono valorizzati per quello che sono.

“La cosa più importante – scriveva Vanier – non è fare delle cose per persone povere o in sofferenza, ma entrare in relazione con loro, di stare tra loro e aiutarli a trovare fiducia in se stessi e scoprire i loro doni”.

Questo era il “progetto di vita” che Vanier ha lasciato alla sue comunità.

“Si dice spesso che io sono il fondatore, ma sono semplicemente il primo arrivato!”. Con questa frase che rivela tutta la sua straordinaria umiltà, i vescovi francesi aprono un lungo profilo a lui dedicato. In Francia si contano oggi 33 comunità dove vivono circa 1.200 persone tra portatori di handicap e volontari che li accompagnano. In un tweet, mons. Olivier Ribadeau Dumas, portavoce e segretario generale della Conferenza episcopale francese, scrive: “Rendiamo grazie per la testimonianza di prossimità che ha lasciato con i più fragile tra noi. Compassione e tenerezza sono stati il motore della sua vita. Ci ricorda che siamo tutti amati per quelli che siamo”. Il vescovo ausiliare di Lione, mons. Emmanuel Gobilliard definisce Vanier “volto di una Chiesa povera per i poveri” e “sguardo di compassione nel quale si possono leggere tutti i nomi di coloro che sono stati accolti”.

In questi lunghi anni, Jean Vanier ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui la Legione d’Onore nel 2017, il titolo di “Compagnon de l’Ordre du Canada” nel 1989, il premio “Pacem in Terris” nel 2013 e il Premio Templeton nel 2015. In Italia, oltre al Chicco di Ciampino (Roma), esiste un’altra Comunità dell’Arca, la Comunità l’Arcobaleno, nata nel 2001 a Quarto Inferiore, vicino Bologna e la Comunità La Casa nell’Albero a Cagliari. Grande uomo di fede, il suo desiderio più profondo era seguire Gesù. Aveva rinunciato a tutto per mettersi in relazione con le persone portatrici di handicap. Così scriveva: “Credo profondamente che Dio si si nasconda nel cuore dei più piccoli tra noi, nei più fragili di tutti e se noi ci impegniamo per loro, ci apriamo ad un mondo nuovo”.

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Attentato a una chiesa in Burkina Faso

Evangelici.net - Tue, 07/05/2019 - 15:18
Grave fatto di sangue in Burkina Faso, dove alcuni uomini armati hanno fatto fuoco sui credenti di una chiesa evangelica di Silgadji, nel nord del Paese. L'attacco è avvenuto domenica 28 aprile davanti al locale di culto, al termine della riunione domenicale, e ha causato la morte del pastore e di altre quattro persone (salite poi a cinque), tra cui due suoi figli. foto: bbc.com
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Schuman’s “concrete dream”. Memory and topical relevance of May 9, Feast of Europe

Agenzia SIR - Tue, 07/05/2019 - 09:48

“A united Europe was not achieved and we had war!”. Only five years had gone by since the end of World War II when, in the late afternoon of May 9, 1950, the French Minister for Foreign Affairs Robert Schuman delivered these words before over 200 journalists hastily summoned in the press room of the Quai d’Orsay.
The understanding of nationalism of the Romantic era, that in some cases drew inspiration from a lofty concept of solidarity between peoples, had degenerated into a form of nationalism that exalts the power and  the self-determination of nation-States at war with other States.

From nationalism to war it was but a short step:

war was not considered an act of insanity but a necessary and logical consequence of power. War was the product of hatred against diversity, and Jews were the first targets followed by the Roma, the disabled, homosexuals, and eventually the neighbours, deemed dangerous and potential invaders. Only a few wise men, un-listened to and persecuted, requested to refrain from waging a war, to shut down weapons factories, not to bring sons, husbands, brothers to the battlefield, they demanded that women should no longer be objects of violence, they asked to put an end to the culture of the enemy.
In that Europe that was still covered by rubble and dead corpses, Robert Schuman had the audacity to transform coal and steel, instruments of war and of contention between Germany and France for over eighty years, in tools of peaceful reconciliation. If today peace is a fait accompli, and is – sadly! – largely taken for granted, we owe it to this Christian man anguished by past ordeals, considered to be a born utopian, a foolish dreamer.
The man who is speaking, standing upright with his friend and faithful collaborator Jean Monnet to his right, is a competent politician who viewed political life as an ideal of service since he was a young man, nourished by profound Christian convictions, by Eucharistic and Marian piety, and by values mastered in his humanistic studies.
In his Declaration to the press, Schuman announces the reconciliation between France and Germany: he, the winner, extends his hands to those who were defeated in order to remove all the causes that had sparked off three wars.

The gesture of a true prophet:

his heritage ushered in a radiant future for the whole of Europe, a place where peoples would understand each other and respect one another in order to bring to completion a common project of unity based not only on economic interests but also on Europe’s spiritual and cultural values, directed in particular to people in need.
The first European Community was thus created (ECSC, 1951), the seed that germinated into the European Union in 1992. Throughout two-thousand years of European history some had attempted to unite the Continent by force. Many had aspired to European unity, but nobody had thought to create Europe’s political unity by transferring portions of national sovereignty, to be shared with other friendly nations under the umbrella of supranational institutions.
Solidarity – which means “everyone together” – was to become the binding element holding together peoples and States. It requires States to be rigorous and responsible in the management of the national resources of every member State, but it also demands fairness towards the weak and the poor. “I come first! My Country comes first!” is the opposite of solidarity, which leads us to say “my fellow other comes first.”
If optimally implemented, solidarity leads to prosperity. The “sharing” of coal and steel production, followed by the creation of an economic Community (EEC, 1957), of a single market, the free circulation of capital and goods, with the adoption of a single currency, was to be placed at the service of man. If not, people would end up being pushed away from what really matters and would ultimately be allured by discord and corruption.
The harmonization of national economies became the privileged path for Europe’s unity. Step by step, “small achievements” led to political unity. This is the Europe proclaimed by Robert Schuman on May 9 1950. Today, while geo-political balances are changing under our very eyes, the institutional and economic model of the European Union needs to be reinvented along with a new social pact and a common migration policy. There are evident gaps separating the founding values of the first Community and memory. This discrepancy signals difficulties, disadvantages, disorientation and the confused quest for something different.
Robert Schuman, a humble artisan of peace, irrupted on the historical stage as a prophet who shows the path of peace to his people, with his voice, which, as a Jewish saying goes, “triggers Holy sparks from stones”: from hatred, discord, fratricidal enmity. Schuman sowed the seeds of peace and transformed the hopes of millions of men and women in a concrete act of brotherly love.
That act is taken for granted today, but it could become vulnerable if Europeans should fail to acknowledge the lesson of May 9 of sixty nine years ago.

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Il “sogno concreto” di Schuman. Memoria e attualità del 9 maggio, Festa d’Europa

Agenzia SIR - Tue, 07/05/2019 - 09:48

“L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra!”. Quando, nel tardo pomeriggio del 9 maggio 1950, il ministro francese degli affari esteri Robert Schuman pronuncia queste parole davanti a più di duecento giornalisti convocati improvvisamente nella sala stampa del Quai d’Orsay, sono trascorsi appena cinque anni dal termine della seconda guerra mondiale.
Il concetto di nazione del periodo romantico, che pur si ispirava in certi casi a un alto concetto di solidarietà tra i popoli, era degenerato nel nazionalismo che idolatra la potenza e la capacità di affermazione di uno Stato in lotta con gli altri.

E dal nazionalismo alla guerra il passo fu breve:

la guerra non era ritenuta una follia, ma una conseguenza necessaria e logica del potere. La guerra era prodotta dall’odio verso i diversi, primi fra tutti gli ebrei, e poi gli zingari, e poi gli invalidi, e poi gli omosessuali, e poi i vicini di casa, pericolosi e possibili invasori. Solo la saggezza di alcuni uomini, inascoltati e per giunta perseguitati, chiedeva che non si facesse la guerra, che si chiudessero le fabbriche di armi, che non si portassero nei campi di battaglia figli, mariti, fratelli, che le donne non dovessero essere più oggetto di violenza, che si ponesse fine alla cultura del nemico.
Nell’Europa ancora coperta di macerie e di morti, Robert Schuman ha l’audacia di trasformare il carbone e l’acciaio, strumenti di guerra e di contesa da più di ottant’anni fra Francia e Germania, in pacifici strumenti di riconciliazione. Se oggi la pace è un fatto compiuto, che molti ritengono – purtroppo! – una banalità, lo dobbiamo a questo cristiano angosciato per le prove sofferte, ritenuto un utopista inguaribile, un folle visionario.
L’uomo che parla, diritto in piedi con alla sua destra l’amico e fedele collaboratore Jean Monnet, è un politico competente che fin dalla sua giovinezza ha fatto della politica un ideale di servizio, è nutrito da profonde convinzioni cristiane, da una pietà eucaristica e mariana e dai valori appresi nello studio dell’umanesimo.
Nella dichiarazione che rivolge alla stampa, Schuman annuncia che Francia e Germania si sono riconciliate: lui, vincitore, tende la mano al vinto per togliere di mezzo tutte le cause che avevano portato a tre guerre.

Gesto di un autentico profeta:

la sua eredità apre un avvenire radioso all’Europa intera in cui i popoli si possano comprendere, rispettarsi per portare a termine una comune opera d’unità fondata non solo sull’economia, ma sui valori spirituali e culturali dell’Europa e soprattutto a favore degli uomini che più hanno bisogno.
Nasce la prima Comunità europea (1951, Ceca), germe da cui sarebbe nata l’attuale Unione europea (1992). Lungo la bimillenaria storia dell’Europa, alcuni avevano tentato d’unire il continente con la forza. Molti avevano aspirato all’unità europea, ma nessuno aveva pensato all’unione politica dell’Europa attraverso la cessione di porzioni di sovranità nazionale per condividerla con altri Paesi amici all’interno di istituzioni sovranazionali.
La solidarietà – che significa “tutti assieme” – sarà il cemento che lega popoli e Stati. Essa esige sì che gli Stati siano rigorosi e responsabili nella gestione delle risorse di ogni Paese membro, ma altresì pretende equità nei confronti dei più deboli e dei più poveri. “Io per primo! Il mio Paese per primo!” è il contrario della solidarietà che ci porta a dire “l’altro in primo luogo”.
La solidarietà, se ben attuata, porta alla prosperità. La “messa in comune” della produzione di ferro e acciaio e, successivamente, la realizzazione di una comunità economica (Cee, 1957), di un unico mercato, la libera circolazione delle merci e dei capitali, un’unica moneta sarebbero state messe al servizio dell’uomo: se non lo fossero, lo allontanerebbero da ciò che più conta e lo avvicinerebbero alla discordia se non alla corruzione.
Per unire l’Europa si scelse la strada dell’armonizzazione delle economie. Attraverso “piccole realizzazioni”, passo dopo passo, si sarebbe arrivato all’unità politica.Questa è l’Europa proclamata da Robert Schuman il 9 maggio 1950. Oggi, mentre gli equilibri geo-politici stanno cambiando sotto i nostri occhi, l’Unione europea ha bisogno di una reinvenzione del suo modello istituzionale ed economico, di un nuovo patto sociale, di una comune politica migratoria. Si notano distacchi prevalenti tra i valori fondanti la prima Comunità e la memoria. Creandosi questo divario, si profilano difficoltà, disagi, disorientamenti, ricerca confusa di qualcosa di diverso.
Robert Schuman, questo umile artigiano di pace, fece irruzione nella storia come un profeta che indica a un popolo la strada della pace con la sua voce che, come recita un aforismo ebraico, “fa sprizzare scintille divine dalle pietre”: dall’odio, dalla discordia, dalla lotta fratricida, Schuman ha fatto spuntare germogli di pace e ha tradotto la speranza di milioni di donne e uomini in un concreto atto di fratellanza.
Questo atto appare oggi scontato, ma potrebbe diventare incerto se gli europei non raccogliessero la lezione del 9 maggio di sessantanove anni fa.

 

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La lumaca e la gloria

Natidallospirito.com - Tue, 07/05/2019 - 06:17

La notte di Pasqua di quest’anno, poco dopo aver cantato insieme “Cristo è risorto!” e aver fatto la processione della chiesa, ho notato di fronte a me un’enorme lumaca che stava salendo lentamente sulle spalle di mio padre.

Mia madre, con aria calma e raccolta, senza scomporsi, si è avvicinata a mio padre, ha preso la lumaca con le mani e l’ha portata fuori dalla chiesa.

Da quel momento in poi non sono più riuscito a togliermi di mente quella lumaca.

La maggior parte dell’esistenza di questa lumaca era tranquilla, rilegata in qualche anfratto nascosto e buio della chiesa. E per un breve momento, è stata circondata, anzi immersa, nello splendore della Resurrezione! Candele scintillanti, incenso che si diffondeva nell’aria, inni che raccontano della gloria… e poi, all’improvviso, senza volerlo, è ritornata di nuovo a quell’ordinaria oscurità.

Mi sono immaginato quella lumaca che, dopo essere stata cacciata fuori, è corsa (molto lentamente) dai suoi amici e dai suoi familiari e ha raccontato loro quello che aveva visto. “Non ci crederete, ma ho visto qualcosa di meraviglioso! Non mi era mai capitato di vedere tanta gloria! Era tutto così talmente bello e armonioso che quasi mi veniva da piangere”. Al che i suoi amici le avranno risposto: “Sì, come no! Fatti curare e torna a dormire, amico!”. E forse, per un attimo, quella lumaca si sarà chiesa se quello che aveva vissuto fosse veramente accaduto.

Ma poi, mangiucchiando una foglia di insalata, i suoi pensieri sono tornati a quegli attimi di luce e di gloria e il suo cuore sapeva.

Io sono quella lumaca, molto più di quanto mi piaccia ammettere. Quando intravedo qualcosa che va al di là del mio ordinario, c’è sempre una parte di me che cerca di razionalizzare e di sminuire. Ma il mio cuore sa: c’è molto di più, c’è molto di più, c’è molto di più…

tratto da una storia vera

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"Il gioco del mondo" al Salone del libro

Evangelici.net - Mon, 06/05/2019 - 20:30
Si apre giovedì 9 maggio al Lingotto di Torino il 32° Salone internazionale del libro, ispirato quest'anno al tema "Il gioco del mondo" per raccontare, spiega l'organizzazione, «ibridazioni e identità, felicità e crisi, logiche e irrazionalità, evoluzioni e battute d’arresto: il contemporaneo con le sue tensioni, controversie e speranze attraverso la pluralità...
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Notre-Dame è Parigi, è la Francia, l’Europa, il mondo. Simbolo che richiama il senso di “comunità”

Agenzia SIR - Mon, 06/05/2019 - 14:34

La cattedrale di Parigi è stata in parte distrutta dalle fiamme. Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo. L’emozione, sostenuta dalla visione di un fuoco enorme che non sembrava fermarsi, ha colpito tutti, ovunque, perché Notre-Dame è Parigi, ma non soltanto: è la Francia e, al di là dei confini nazionali, è tutta l’Europa, è il mondo. È il monumento religioso più visitato in Europa, da turisti venuti da numerosi Paesi. Nell’arco di vita di una generazione, sono milioni le persone passate a Notre-Dame, colpite dalla bellezza della sua architettura, dai suoi tesori straordinari, dalla sua lunga storia.

Nella Francia divisa, la Francia dei “gilets jaunes”, la Francia laica, secolarizzata, ma sconvolta di fronte al dramma della sua cattedrale, la vita politica si è subito fermata (almeno per qualche giorno), si è eclissata dietro una memoria comune millenaria, dietro uno dei simboli più potenti della cristianità. Le più alte autorità del Paese, con il Presidente Emmanuel Macron, i responsabili politici, i leader delle diverse religioni, confessioni cristiane, ebrei, musulmani, hanno espresso la loro solidarietà ai cattolici.

L’emozione ha sommerso tutta l’Europa, da Roma a Berlino, da Londra a Madrid, da Amsterdam a Varsavia, da Lisbona a Mosca.

L’Europa del mercato comune non riconosce più le sue radici, ma gli europei si sono ritrovati attorno a una cattedrale, si sono riconosciuti eredi di una civiltà comune, quella dei costruttori di cattedrali.

“L’Europa è ferita”, ha detto Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea; Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha parlato di “Notre-Dame de toute l’Europe”.

Attraverso il dramma parigino, si ritrova il senso della Comunità europea, nome che i “padri fondatori” del processo di unificazione dell’Europa – Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman – avevano scelto nel 1950 per tradurre la loro volontà politica di tessere tra le nazioni europee i fili di un destino veramente comune. L’idea di comunità aveva un valore spirituale forte, nel senso di creare uno spirito comune capace di unire popoli e Stati e di lasciare alle spalle le differenze e i conflitti.

Più tardi, la parola “Unione” ha preso il posto di “Comunità”. Non si è trattato soltanto di un cambiamento di vocabolario. L’Unione ha privilegiato le intese tecniche, le norme, i regolamenti a scapito di un progetto. Ai parlamentari europei, Donald Tusk ha detto precisamente: “L’incendio della cattedrale ci richiama che siamo legati da qualche cosa di più importante e più profondo dei trattati. Oggi, ne capiamo meglio l’essenza”.

Notre-Dame di Parigi viene a ricordarci che tutti, indipendentemente dalle nostre convinzioni religiose o meno, dalle nostre storie, origini e vissuti, siamo legati da una civiltà comune che viene dalle nostre eredità giudeo-cristiane e greco-romane.

L’emozione suscitata dalle fiamme sulla cattedrale parigina, condivisa in tutti i Paesi europei, potrebbe significare una nuova presa di coscienza di una profonda civiltà comune che trascende le regole monetarie ed economiche. Il tragico incendio ha fatto vedere che l’Europa non è una realtà astratta, limitata alle istituzioni di Bruxelles, ma è una realtà carnale. Abbiamo visto le immagini di tanti cittadini in lacrime, in preghiera o semplicemente increduli di fronte al crollo di un grande monumento. “Il mondo sconvolto” è stato il titolo del quotidiano italiano “La Repubblica” sotto una foto di Notre-Dame in fiamme. Il “Guardian” britannico ha parlato dello “Spirito dell’Europa”.
L’emozione rimane altissima, perché un monumento antico non è soltanto un aggregato di vecchie pietre. Assieme all’Europa, il mondo si è mobilitato non per un edificio di culto cattolico, ma per un luogo sacro, un luogo di comunione che appartiene a tutti, cattolici e non cattolici, credenti e non credenti, francesi, europei e cittadini del mondo. Un’emozione simile ha attraversato il mondo quando il ponte di Mostar, l’antica Palmira in Siria, i Budda dell’Afghanistan, i mausolei di Timbuctu sono stati distrutti; una mobilitazione simile ha unito le istituzioni culturali private, statali e internazionali, e i cittadini.

Il patrimonio artistico, architettonico e culturale unisce perché porta in sé la storia, un passato più o meno lontano ma sempre presente; porta spesso la bellezza; porta – che si tratti di monumenti religiosi e profani – qualche cosa di sacro.

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Notre-Dame is Paris. It’s France, Europe, the world. It’s a symbol that recalls the feeling of belonging to a “Community”

Agenzia SIR - Mon, 06/05/2019 - 14:34

The Cathedral in Paris was partly destroyed by flames. Those images were broadcast around the globe. Everyone was emotionally moved at the sight of a huge blaze that seemed to be unending,  because Notre Dame is Paris and much more. It’s France, and it extends beyond national borders. It’s the whole of Europe, it’s the whole world. It’s the most visited religious site in Europe, by tourists arriving from world Countries. In the span of a lifetime, millions of people have visited Notre Dame, struck by the beauty of its architecture, by extraordinary treasures, by its long history.

In a divided France, the France of the “Yellow vests”, the lay, secularised France, upset by the tragedy of its Cathedral, where political life stopped all of a sudden (albeit just for a few days), eclipsed in its common millenary memory, within one of the most powerful symbols of Christianity. The highest authorities in the Country, with President Emmanuel Macron, political and religious leaders – Christians, Muslims, Jews – expressed their solidarity to Catholics.

A wave of emotion swept over Europe, from Rome to Berlin, from London to Madrid, from Amsterdam to Warsaw, from Lisbon to Moscow.

The Europe of the common market no longer recognizes its roots, but Europeans gathered around a cathedral, they recognised each other as the heirs of a common civilization, the civilization of those who erected cathedrals.

“Europe has been wounded”, said Jean-Claude Juncker, President of the European Commission; Donald Tusk, President of the European Council, spoke of a “Notre-Dame de toute l’Europe”.

Through the Paris tragedy was recovered a feeling of belonging to the European Community, the expression that the “founding Fathers” of Europe’s integration process – Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman – had chosen in 1950 to translate their political will to weave the threads of a truly common destiny across the nations. The Community project had a strong spiritual value, meant to create a common spirit that would unite peoples and States, leaving the cause of divisions and conflicts behind.

With time, the term “Community” was replaced by “Union.” It wasn’t only a change in vocabulary. The EU privileged technical agreements, norms and regulations to the detriment of a project. Donald Tusk said to MEPs: ” The fire of the cathedral reminds us that we are bound by something more important and deeper than treaties. Today, we understand its essence better.”

Notre-Dame in Paris is a reminder that regardless of our religious beliefs, stories, origins and experiences, we are all connected to each other by a common civilization that stems from our Judeo-Christian and Greek-Roman heritage.

The emotion stirred by the Paris Cathedral gone up in flames, that circulated across all European countries, could prompt a renewed awareness of a profound common civilization that transcends monetary and economic rules. The tragic fire has shown that Europe is not an abstract reality, limited to the institutions in Brussels. It’s a carnal reality. We saw the images of citizens in tears, in prayer or simply incredulous before the devastation of a great monument. “The world is in shock” wrote Italian daily “La Repubblica” in the caption of a photo of Notre Dame on fire. “The Guardian” spoke of the “Spirit of Europe.”
The emotional involvement remains high, for an ancient monument is not only a heap of old stones. The world mobilized with Europe not for a place of Catholic worship but for a holy site, a place of communion that belongs to everyone, Catholics and non-Catholics, believers and non-believers, French, Europeans and world citizens. The same emotion swept across the world when the bridge of Mostar, the ancient city of Palmyra in Syria, the Buddha statues in Afghanistan, the mausoleums of Timbuktu were destroyed; a similar mobilization has united private, State-run and international cultural institutions, and citizens.

The artistic, architectural and cultural heritage has a unifying power because it enshrines history, a more or less distant past that is always present; it often incorporates beauty; it cherishes – in both religious and profane monuments – something sacred.

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Azione cattolica: “Apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”

Agenzia SIR - Mon, 06/05/2019 - 11:22

“Un popolo per tutti. Riscoprirsi fratelli nella città”. Questo il titolo del convegno delle presidenze diocesane dell’Azione cattolica italiana (Ac), che si è svolto dal 3 al 5 maggio a Chianciano Terme (Si). Tre giorni per riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile’” poiché, come hanno sottolineato mons. Gualtierlo Sigismondi, vescovo di Foligno e assistente generale dell’Ac e mons. Stefano Manetti, vescovo di Montepulciano-Chiusi-Chianciano, nelle rispettive omelie delle due Messe celebrate, ‘il primo nome di cristiani è fratelli’”. La “fraternità”, quindi, come filo conduttore e come campo di confronto per gli oltre 600 partecipanti provenienti da tutta Italia, chiamati una volta tornati a casa, a “stare dentro la realtà del nostro tempo, nelle nostre città e nella nostra terra generando valore aggiunto”.

Il vero coraggio di un cristiano è l’amore. Le giornate si sono alternate tra momenti di confronto e dibattito, accompagnati da testimonianze e riflessioni provenienti dalle realtà dell’associazionismo, del volontariato, della politica e della Chiesa. Tra loro, mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, che ha invitato ad avere “uno sguardo contemplativo e non solo sociologico. Contemplare è anche un po’ perdersi. La compassione e la misericordia ci fanno vedere ciò che è nascosto, sono il reagente che rivela la complessità e la bellezza del mondo attorno a noi”. Una “bellezza che è in tutti e che deve essere di tutti”. Da qui, l’esortazione di mons. Zuppi: “Spesso abbiamo paura che essere per tutti significhi non essere più niente. Ma,

quando si ha paura del mondo, si vedono solo nemici, si perde la lezione della storia e non si guarda più la realtà con gli occhi della compassione, che è l’unico modo possibile. Il clima da rissa, da campagna elettorale costante, toni sempre belligeranti alimentati da fake news non aiutano.

È necessario avere visioni per risolvere e non dividere e saper scegliere degli itinerari. Itinerari non conosciuti e sicuri, ma sempre nuovi, che offrono una visione altra”. Itinerari che consentano a tutti i “cristiani e agli uomini di buona volontà di ritrovarsi nella missione, che poi è quell’agire altro cui tutti siamo chiamati”. “Una missione di Chiesa e di popolo – ha spiegato l’arcivescovo di Bologna -, non intesa come un’incursione di qualche audace che esce nel mondo, o come una stagione sacrificale per poi tornare al sicuro a casa.

Una missione non di coraggio, ma di amore”.

I cristiani infatti, ha concluso, “non sono coraggiosi ma sono gente che ama. Il vero coraggio di un cristiano è l’amore”.

Un invito a non avere paura dell’altro è arrivato anche da Claudia Fiaschi, portavoce del Forum del Terzo Settore: “Non si deve cedere alla paura – ha affermato -. Una paura che nasce dalla diffidenza e dalla mancanza di connessione tra generazioni. Le differenze stanno diventando progressivamente diseguaglianze e non un dono da esercitare per arricchirsi”. Affinché ciò non accada, ha spiegato Fiaschi, è necessario “pensarsi come un mondo dentro a un territorio con radici”.

Il sogno europeo. Al convegno si è parlato anche di Europa, con attenzione alle imminenti elezioni di fine mese. In particolare, un’intera serata serata dedicata all’Europa del passato e a quella del futuro, dal titolo “So(g)no l’Europa”. Presenti i ragazzi del progetto radio europeo “Europhonica”, colleghi di Antonio Megalizzi, il giovane reporter morto in seguito all’attentato terroristico dell’11 dicembre scorso a Strasburgo. Con loro Piero Pisarra, giornalista e sociologo, che ha ricordato l’importanza del “sogno europeo.

Un sogno popolato di volti

e quindi concreto. Un sogno alla cui origine vi è un’idea di apertura e fraternità e, proprio per questo, l’idea di un’Europa dei muri e del filo spinato è uno schiaffo alla storia del Continente”.

Stare in Europa è decisivo per il nostro futuro. Un’idea di un’Europa aperta e fraterna, soprattutto in vista delle elezioni, è stata rilanciata anche dal presidente dell’Azione cattolica, Matteo Truffelli, che intervistato dal Sir ha affermato: “L’appuntamento elettorale è un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese. Noi siamo abituati a pensare alle elezioni europee come a qualche cosa di relativamente significativo. Invece, sempre di più, dobbiamo acquisire la consapevolezza che

stare in Europa è decisivo per il nostro futuro”.

Pertanto, per Truffelli, per si deve arrivare alle urne “con consapevolezza, sapendo per cosa e come si vota, e sapendo anche che dal modo in cui staremo dentro l’Europa dopo le elezioni dipenderà gran parte di quello che l’Italia potrà essere, perché, in un contesto di fortissima globalizzazione,

da soli non possiamo sopravvivere né tantomeno essere protagonisti. Possiamo essere protagonisti solo se lo facciamo assieme a tutta l’Europa”.

La mistica del vivere insieme. Il presidente dell’Ac ha poi sottolineato l’importanza di “essere popolo per tutti e di camminare insieme a chiunque”. “Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti – ha detto -, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza. Consapevoli del fatto che tutti questi bisogni hanno alla radice una necessità fondamentale: riscoprire dentro la vita la presenza del Signore”. Citando poi “la mistica del vivere insieme”, evocata da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Truffelli ha esortato a “interpretare la nostra identità di credenti come un qualche cosa che non può essere circoscritta a noi stessi, ma che ci chiede di cercare gli altri come necessari compagni del nostro camminare dentro al mondo.

La ‘mistica del vivere insieme’ è proprio questo sentimento di bisogno che noi abbiamo degli altri e che abbiamo di camminare insieme con gli altri e per gli altri. È realizzazione della nostra identità più profonda”.

In questo senso, ha rimarcato, “quando si parla di fraternità, di camminare insieme, non lo si può fare pensando che sia tutto ‘rose e fiori’. La condizione della convivenza tra gli uomini è sempre anche una condizione di drammaticità e proprio per questo deve essere un camminare insieme che sa farsi carico delle situazioni di criticità, a partire da coloro che, dentro la città, meno sono ritenuti fratelli, come chi vive nella marginalità, chi non è considerato cittadino perché non membro della comunità e chi addirittura viene ritenuto membro di un’altra fraternità, quelli che consideriamo avversari o nemici”. Lo scoprire in ciascuno di essi tratti fraterni, ha concluso il presidente dell’Azione cattolica, “ci aiuta a capire e ricordare che apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”.

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Sparatoria a Napoli: una bimba ferita. Società civile: “Basta proclami e promesse. Ripartiamo da scuola, lavoro, sicurezza”

Agenzia SIR - Mon, 06/05/2019 - 11:08

Ancora una vittima innocente della camorra: Noemi, quattro anni, lotta, in gravi condizioni, per la vita, all’ospedale Santobono di Napoli, dopo essere stata colpita da un proiettile vagante, venerdì 3 aprile, in piazza Nazionale a Napoli, in una sparatoria, mentre stava giocando con la nonna. Domenica 5 maggio una manifestazione, “DisarmiAmo Napoli”, ha riunito diverse sigle di organizzazioni impegnate a favore della legalità.

“Speriamo che la piccola Noemi ce la faccia. Al Santobono è in ottime mani: faranno il possibile e l’impossibile per salvarla”. È l’auspicio che esprime al Sir Fabio Giuliani, referente di Libera Campania, tra i promotori di “DisarmiAmo Napoli”. “Ci siamo organizzati in poche ore per la manifestazione di domenica, anche attraverso un appello sui social network, perché

non potevamo restare inermi dopo l’ennesimo agguato in città,

particolarmente odioso essendo stata colpita una bambina – prosegue Giuliani -. Hanno partecipato circa cinquecento persone, un bel risultato se si considera il poco tempo per l’organizzazione. L’aspetto positivo è stata la grande partecipazione degli abitanti del quartiere, veramente indignati”. Per contrastare la camorra “non bastano i sistemi repressivi, c’è bisogno di più educazione, lavoro e politiche di welfare. Poi non è concepibile che ci siano persone armate per strada: questo è un grande dramma”. Giuliani precisa: “A noi non interessa vedere cadere teste e saltare poltrone, ma, davanti a una bambina che viene colpita,

diciamo basta a proclami, promesse e scaricabarili.

Vogliamo atti concreti a partire da un incremento delle forze dell’ordine e dei vari sistemi di sicurezza, come le telecamere, politiche concrete del lavoro, per lo sviluppo e per l’arredo urbano perché anche la bellezza fa la differenza. Anche noi cittadini proveremo a fare la nostra parte, a essere elemento educante, a promuovere con responsabilità più scuola, più famiglia”. La manifestazione è stata intitolata “DisarmiAmo Napoli” con la seconda A maiuscola: “Noi siamo profondamente innamorati di questa città e riteniamo di essere i veri cittadini di Napoli e non la minoranza che va in giro armata a seminare morte. Noi amiamo Napoli e la vogliamo libera da questi personaggi”. Giuliani lancia un appello a chi ha sparato: “Non sarai condannato dalla giustizia, ma dalla storia. Costituisciti. Fallo per te stesso, per i tuoi figli, se li hai”.

“Mi meraviglio quando dicono che Napoli è cambiata. Io continuo a dire che nelle periferie lo Stato non c’è”.

È il commento di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, da anni a Napoli nel quartiere Sanità, un quartiere che risulta essere periferia pur essendo al centro della città. “Qui – denuncia – non c’è nessun asilo comunale, c’è una sola scuola elementare, non c’è un plesso di scuole medie ed è altissima la dispersione scolastica. Qui non c’è lo Stato, non ci sono investimenti”. Eppure, per ripartire, “c’è bisogno di scuole aperte fino alle 20, con una serie di attività e professori preparati”. E poi, secondo Zanotelli,

“lo Stato manca anche rispetto alla sicurezza:

da anni cerco di avere due vigili urbani in piazza Sanità, mentre in altre parti della città ci sono polizia di Stato e municipale, carabinieri”. Altra piaga la mancanza di lavoro: “I ragazzini non hanno futuro – dice -, crescono con i miti della televisione che sta distruggendo tutto: l’unico ideale è fare soldi al più presto per fare la vita bella che si vede in tv. Quello che avviene per le strade di Napoli rivela lo stato più profondo del problema che c’è e che non viene affrontato dai governi”. Importante il ruolo della Chiesa nella trasformazione della società, “come chiede Papa Francesco di legare fede e vita: e qui a Napoli è proprio questione di vita, con una bimba che combatte contro la morte: è grave quello che è successo, siamo veramente alla follia”.

La Comunità di Sant’Egidio insieme alla parrocchia di Santa Maria del Cammino, vicina a piazza Nazionale, ha organizzato sabato sera, 4 maggio, una preghiera per la piccola Noemi. “L’ennesimo fatto tragico che colpisce i bambini. A Napoli l’infanzia è violata”, denuncia Antonio Mattone, portavoce della Comunità di Sant’Egidio di Napoli. “Concordo con quello che dice il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho:

la camorra non è un’emergenza, bisognerebbe rivoltare la città per stanare i malavitosi”,

sostiene Mattone, per il quale il ferimento di Noemi “è la punta di un iceberg che emerge da un sottobosco in cui la camorra ha contatto con tanti ambienti della città. Quando avvengono episodi come quello di cui è stata vittima la bimba tutti si indignano, ma accettano tante situazioni che possono sembrare normali ma che denunciano illegalità, come affidare l’auto a un parcheggiatore abusivo. In questo modo la camorra cresce sul territorio”. “Preoccupa questa commistione tra legale e illegale, che nessuno vuole vedere, persino le istituzioni – continua il portavoce di Sant’Egidio -. Pensiamo al fenomeno delle case occupate abusivamente dai camorristi. Un mese fa il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, ha denunciato che la camorra fa affari anche con imprenditori: c’è una serie di intrecci che la città non vuole vedere, solo quando ci sono questi episodi tragici, allora si scende in piazza, ma bisognerebbe ribellarsi giorno per giorno”.

Il cardinale arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, ha pregato per Noemi durante l’omelia della Messa per la processione di San Gennaro, la sera del 4 maggio. “Quanta crudeltà e malvagità! Sono criminali, sono barbari. Non sono uomini degni di tale nome e di vivere in una società civile, tra la gente onesta, seria e perbene, per questo si nascondono nelle tane e si mimetizzano con il casco e la calzamaglia – ha affermato il porporato -. È una realtà che rattrista, addolora, indigna e non può lasciare impassibili.

Non possiamo, non dobbiamo assuefarci agli atti criminali, ai delitti, all’imperversare di questa gentaglia”.

Il card. Sepe ha invitato a “liberare il corpo sociale da questo cancro assassino” e a “cacciare il pericoloso nemico di oggi che è la criminalità e che è in mezzo a noi, nei condomini, nelle case vicina alla nostra” perché “sono in gioco la dignità e il futuro di Napoli e preoccupa non poco la presenza, tra le bande criminali, di giovani boss, che non solo possono diventare un modello da imitare, ma riescono ad avere facile presa su giovani da arruolare nella malavita”. “Non basta indignarsi, non basta condannare – ha ammonito l’arcivescovo -. C’è bisogno di ben altro; c’è bisogno che Chiesa, scuola, famiglie e istituzioni facciano rete sul piano educativo e formativo, al di là della repressione che spetta allo Stato”. Per il cardinale, “occorre riservare particolare attenzione e cura ai giovani, alcuni dei quali finiscono nelle maglie della malavita, per disperazione, per mancanza di reddito e di lavoro, che comunque non giustificano scelte sbagliate, ma debbono certamente costituire un campanello d’allarme, un richiamo alle varie espressioni della società perché, nell’ambito delle rispettive competenze e responsabilità, si attivino meccanismi virtuosi, che offrano opportunità di impegno lavorativo”. Infine, l’“appello alla responsabilità e all’impegno di tutti, perché

soltanto la collaborazione e la sinergia possono portare a soluzioni concrete e utili per realizzare il bene comune”.

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