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È davvero la fine dell’ordine liberale? Colombo (Ispi): “La democrazia vive una crisi di legittimità e non ci sono alternative pronte”

Agenzia SIR - Mon, 04/03/2019 - 08:53

“L’ordine liberale era costituito da una dimensione internazionale gestita prevalentemente dagli Stati Uniti e dai loro principali alleati, che era deputata alla prevenzione e alla gestione delle principali crisi. Dall’altro lato, una serie di Stati erano inseriti all’interno di un contesto in cui sembrava che la transizione al mercato e alla democrazia fosse un processo inarrestabile. Oggi tutte e due le cose si sono arenate. L’ordine internazionale funziona sempre meno, prova ne è la difficoltà di gestire le crisi con l’esempio catastrofico della Siria. E le democrazie liberali stanno vivendo una crescente crisi di legittimità”. È l’analisi di Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano e direttore del Programma “Relazioni transatlantiche” all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a commento del Rapporto 2019 dell’Istituto sul tema “La fine di un mondo. La deriva dell’ordine liberale”.

Anche la centralità occidentale è in discussione?
È una crisi della capacità dell’Occidente di ergersi a modello. Mentre fino a qualche anno fa la sintesi di democrazia e mercato che veniva dai Paesi occidentali sembrava dovesse costituire un riferimento normativo per tutti gli altri, oggi molti Paesi non guardano più a questo modello come sicurezza di successo.

Quali soggetti politici saranno protagonisti dei prossimi anni?
I due Paesi che possono spostare gli equilibri sono gli Usa e la Cina. La continua crescita della tentazione americana verso il disimpegno può cambiare gli equilibri. Così come la Cina nel caso in cui la crescita dovesse continuare a questi ritmi, ma anche nel caso in cui dovesse andare in crisi. Questo sarebbe davvero un colpo mortale all’ordine liberale internazionale.

Come si è generato il “divorzio” tra gli Stati Uniti e l’ordine internazionale?
La crisi della politica estera americana e della capacità di dettare ordine a livello internazionale viene da molto prima di Trump. Se volessimo trovare una data simbolo è il 2003, con la decisione sciagurata di George W. Bush di invadere l’Iraq che ha avuto non solo il risultato di frantumare la regione mediorientale ma anche di mettere a rischio la credibilità e il prestigio degli Usa.

Trump non è il responsabile della crisi di politica estera, ma ha una peculiarità nuova. Mette apertamente in discussione, infatti, tutto quel tessuto di istituzioni e regole che gli Stati Uniti avevano creato e sui quali avevano costruito la propria egemonia.

Trump è convinto che per salvare l’egemonia americana gli Usa si debbano disimpegnare da queste istituzioni.

Nel rapporto si parla della progressiva divaricazione tra democrazia e liberalismo come di un “rischio concreto”. Perché?
Il rapporto tra democrazia e liberalismo è stato tradizionalmente problematico. Abbiamo vissuto tutto il Novecento con una grande guerra civile all’interno dell’Occidente su cosa significasse democrazia. È solo da pochi anni che utilizziamo la parola democrazia al singolare, come se non potesse essere che quella liberale. Ma ancora negli anni ’70 in Italia non si parlava di democrazia al singolare. Da qualche anno, riemerge l’ambiguità che ha sempre avvolto la democrazia nel lessico politico occidentale.

Anche l’Unione europea è in crisi?
L’Ue è in crisi per conto suo, periodicamente cerca fuori di sé le ragioni della propria crisi imputandola di volta in volta a Putin, a Trump, ai populismi… No,

l’Ue è in crisi perché ha mancato una serie di occasioni ed è caduta vittima della peggiore trappola per la politica: l’autoindulgenza.

Non ha affrontato una serie di problemi che erano evidenti e che era ovvio sarebbero cresciuti. Si sta vivendo ora una grave crisi di coesione e l’Ue deve cercare dentro la soluzione. Non può aspettarsela da un nuovo presidente americano o russo.

Perché bisogna temere che l’ordine liberale si dissolva?
Non ci sono alternative già pronte, in termini di linguaggi e istituzioni. A differenza di quanto avveniva nel corso del Novecento, quando c’erano ordini politici in crisi ma erano presenti potenziali alternative, oggi quello che rende disperante il dibattito politico è che non si vedono proposte coerenti alternative.

In questo scenario, c’è un ruolo anche per la Chiesa?
Anche la Chiesa è attraversata al proprio interno da forti tensioni, che ruotano anche attorno all’attuale papato. Tutto ciò non credo faccia della Chiesa un soggetto forte. Ed è ancora più preoccupante perché

tutti i soggetti potenzialmente forti sono in crisi:

gli Stati Uniti, la Russia che è assai più debole di quanto si racconti, la Cina che cresce in modo squilibrato, l’Ue che vive una crisi identitaria dalla quale non sappiamo se uscirà mai. È una realtà che mostra una serie di soggetti incapaci di svolgere il ruolo che dovrebbero.

 

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A un anno dalle elezioni italiane. Pombeni (politologo): “È sempre più difficile governare con tribù di fedeli”

Agenzia SIR - Mon, 04/03/2019 - 08:51

A un anno dalle elezioni che, come si è scritto all’indomani di quel 4 marzo 2018, hanno cambiato la geografia politica italiana, facciamo il punto con Paolo Pombeni, storico e politologo tra i più autorevoli del nostro Paese. Un’analisi che tiene conto dell’esito delle recenti elezioni regionali e guarda inevitabilmente al voto europeo del prossimo maggio.

Nel giro di un anno i rapporti di forza tra i due partiti che avevano parzialmente vinto le elezioni politiche si sono praticamente ribaltati. Eppure questi due partiti hanno governato e stanno governando insieme: com’è stato possibile questo rovesciamento di posizioni?

I risultati del 4 marzo 2018 sono derivati da due dinamiche di fatto convergenti: la richiesta di un ricambio radicale di classe dirigente e un moto di protesta collegato a un sentimento di insoddisfazione generale. La prima spinta ha portato verso la Lega, a cui gli elettori hanno attribuito – a torto o a ragione, ma le storie comunque contano – la capacità di esprimere una classe dirigente alternativa, in virtù delle esperienze di governo nazionale e locale. La seconda ha invece premiato il Movimento 5 Stelle. Con il passare del tempo, però,

la protesta generica esige delle risposte e il M5S non è stato in grado di diventare una forza di governo, anche perché non ha gli uomini.

Quindi, dei due fattori decisivi nel voto di un anno fa, è rimasto soltanto quello che alimenta il vantaggio della Lega.

Dopo le elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna, qualche analista ha abbozzato l’ipotesi di un ritorno al bipolarismo di tipo tradizionale, tra centro-destra e centro-sinistra, dopo che in questi mesi l’unico bipolarismo possibile – paradossalmente giocato all’interno della coalizione di governo – è apparso quello tra M5S e Lega. Le sembra un’ipotesi realistica?

Nelle due tornate regionali a me pare che emerga piuttosto una frammentazione dell’offerta politica. Parliamo per semplificare di un centro-destra e di un centro-sinistra ma in realtà da un parte e dall’altra quel che si vede è un’Armata Brancaleone. Basti pensare, per esempio, che in Sardegna il centro-destra era costituito da undici liste. Molto spesso, poi, quelle che si definiscono liste civiche sono in concreto dei gruppi di interesse. Il consenso viene costruito intorno a interessi microsettoriali e lo hanno capito anche i grillini che per la prima volta hanno preso in considerazione la possibilità di apparentarsi con altre liste. E’ il fallimento del ‘partito a vocazione maggioritaria’, per usare un’espressione nota, in cui le microcorporazioni accettavano di essere assorbite in un progetto più ampio. Ma è nell’essenza stessa dei partiti di massa, che segnarono proprio il superamento delle fazioni della fine dell’Ottocento, la capacità di raccogliere le istanze sociali e farne una sintesi politica. Oggi, invece,

ci troviamo davanti a federazioni di tribù di fedeli a questo o a quello e diventa sempre più difficile governare.

Bisognerà attendere i prossimi appuntamenti elettorali per verificare queste tendenze. Le europee da quanto punto di vista sono meno significative, anche per il diverso meccanismo elettorale, ma avremo il voto in Piemonte e un’importante tornata amministrativa. Ci saranno persino due elezioni suppletive in altrettanti collegi del Trentino-Alto Adige per eleggere i sostituti di due deputati (diventati presidente e assessore nella provincia autonoma di Trento, ndr) e in questi casi si voterà con l’uninominale.

Che cosa si aspetta riguardo alla partecipazione al voto? Le ultime regionali hanno fornito dati contrastanti, pur nella comune bassa affluenza che caratterizza il voto locale: ulteriore diminuzione in Abruzzo, lieve crescita in Sardegna.

Non darei molta importanza a questi segnali. Quando si tratta di spostamenti così modesti è verosimile ricondurli alla presenza o meno di interessi corporativi in grado di mobilitare gli elettori.

Per le europee c’è un grande punto di domanda. E’ un appuntamento giocato molto sul voto di opinione.

Non mi pare che al momento ci sia in giro molta consapevolezza sul significato di queste elezioni, né un grande trasporto per il confronto tra europeisti e anti-europeisti. Anche per quanto riguarda l’affluenza alle urne, comunque, sarà interessante verificare quel che accadrà laddove il voto europeo coincide con quello locale.

Il raffronto con il voto di un anno fa suggerisce anche a un altro tema di fondo: l’estrema volatilità dei consensi elettorali.

E’ un altro aspetto su cui i partiti si ostinano a non ragionare. Siamo dentro una grande transizione e gli elettori, non sapendo dove si andrà a finire, si buttano un po’ di qua e un po’ di là, alla ricerca di quel che sembra più convincente e tranquillizzante.

E’ come se si fosse persa la capacità di convergere su un progetto condiviso in grado di stabilizzare il sistema.

Le propongo due esempi tipici. Primo, il fallimento dell’ipotesi di riforma costituzionale. Si è parlato per anni della necessità di aggiornare il funzionamento di alcune istituzioni e poi, quando è arrivato il momento di cambiare, tutto si è bloccato. Secondo, l’autonomia differenziata. Anche in questo caso si è parlato per anni della necessità di superare il centralismo e poi, arrivati al dunque, è emersa la paura di spaccare il Paese, come se il Paese oggi fosse realmente unito…Ovviamente bisogna fare i passi giusti, con senso di responsabilità. Quel che voglio dire, però, è che non si può tenere tutto fermo. Il rischio è di incrementare la palude in cui già ci troviamo.

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L’anno dell’azzardo politico: la fragilità di Salvini e dell’Italia

Agenzia SIR - Mon, 04/03/2019 - 08:47

Esattamente un anno fa si sono tenute le elezioni politiche che hanno sconvolto il panorama politico italiano. Si pensava che la legislatura non sarebbe riuscita a partire e invece dalla lunga crisi è uscito il governo Di Maio-Salvini. Merito certamente della spregiudicatezza dei due giovani leader, ma soprattutto della paziente difesa da parte del Presidente Mattarella del dettato costituzionale di una Repubblica parlamentare, dove cioè i governi nascono in parlamento e non nelle piazze. Ogni maggioranza è titolata a governare, salvo poi vedere se ci riesce. A un anno da quel voto, però,

la legislatura sembra stanca: molte cose sono cambiate nel Paese dal punto di vista elettorale e poche cose sono invece cambiate dal punto di vista economico e sociale, e semmai in peggio.

La Lega di Salvini sta cannibalizzando i voti confluiti nel Movimento 5 stelle adottando una politica di “legge e ordine” che è l’altra parte della medaglia del populismo; il Partito democratico pare aver consolidato uno zoccolo intorno al 18% e nelle elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna ha arrestato il deflusso dei suoi elettori; le primarie del Pd hanno indicato con chiarezza un nuovo segretario politico nella persona di Zingaretti che ha tutti i numeri anche per tentare di riconquistare la Capitale, da dove è partita la travolgente ascesa dei 5stelle. Solo Forza Italia sembra non essere ancora riuscita a riprendersi: Berlusconi resta aggrappato ad una prospettiva politica – il ricompattarsi di tutte le destre con il centro moderato – che ormai il capo della Lega non potrà mai perseguire sapendo che sarebbe un suicidio. Ma la presenza di Forza Italia è per l’attuale maggioranza una spina nel fianco.
La domanda politica vera è: come è stato possibile che da un vistoso cambiamento uscito dalle urne il 4 marzo 2018 si sia tirato fuori così poco, e nel merito fatto così male, dal punto di vista delle politiche di governo? La risposta è che tutto l’anno è stato dominato dall’azzardo politico e ogni iniziativa è stata vissuta come in una partita a dadi.

Azzardato è stato depotenziare il ruolo e la figura del Presidente del Consiglio; azzardato è stato sfidare l’Unione europea in materia di finanza pubblica;

azzardate sono state le mosse di netta chiusura in materia di immigrazione e di ricollocamento degli immigrati; azzardate le polemiche prima contro la Germania e il capitalismo del Nord Europa e poi contro la Francia che è giunta, per la verità esageratamente, a ritirare il proprio ambasciatore. Pare un azzardo anche il tentativo di Salvini di creare in Europa un fronte sovranista che determini lo smantellamento del governo di Bruxelles. Soprattutto, sono un azzardo i circa dieci miliardi di euro che il governo ha voluto impegnare per favorire di fatto il prepensionamento di molti statali e per il reddito di cittadinanza che non si sa bene che effetti positivi potrà avere. C’è materia per chiedersi dunque se e come potrà finire l’azzardo politico dell’attuale maggioranza. In astratto solo in due modi: se il Paese ritrova una spinta straordinaria per crescere e per semplificare contemporaneamente il quadro politico oppure con un duro ritorno alla realtà che lascerà macerie. La seconda possibilità è la più ovvia e nel Paese cresce la eco di una rassegnazione a fare di Salvini il salvatore della Patria. Ma anche qui si nasconde l’azzardo perché la forza di Salvini è anche la sua debolezza: per l’attuale maggioranza la trappola può scattare quando il famoso “contratto” dietro al quale due giovani capi hanno nascosto l’azzardo di governare insieme sarà stracciato dal contraente più debole, per rimanere al governo con un’altra maggioranza contando sulla forza degli attuali gruppi parlamentari. Certo, occorrerebbe che i 5stelle non rinunciassero a fare politica e trovassero una sponda nel Pd (molto dipenderà ancora una volta da Renzi, il quale per una volta potrebbe stupirci…) ma la cosa è meno impossibile che andare insieme con Salvini alle urne.

E se sarà Salvini a far durare l’attuale maggioranza, allora alla fine ne porterà da solo tutto il peso. Che cosa auspicarsi? Prima di tutto che non si sostituisca l’azzardo, che è sempre rischioso, con la rassegnazione, che è una medicina mortale.

La maggioranza pensante del Paese non deve cadere nel tranello di credere che solo il dominio personale di Salvini potrà rimettere le cose a posto: non è solo azzardato ma anche politicamente sbagliato. La fragilità di Salvini sta nella difficoltà di spendere il consenso che pare intercettare. Egli ha poche carte in mano, visto che la realtà gli presenterà presto il conto della stagnazione e della irresponsabilità in politica estera. Si gioca tutto in una finestra politica molto piccola: superare il 35% alle elezioni europee del 26 giugno e riuscire ad andare presto a nuove elezioni politiche e vincerle di forza. Per rientrare in uno schema europeo di gioco politico bisognerebbe invece che nelle prossime elezioni europee il rafforzamento della Lega fosse controbilanciato da una crescita delle opposizioni con al centro il Pd. Fantapolitica? Nemmeno per idea perché

lo schema bipolare che ha retto la politica italiana negli ultimi venti anni non è scomparso. È lo schema di lungo periodo che unisce le democrazie europee che si sono modellate intorno alla integrazione politica e finanziaria dell’Unione.

E’ lo schema che permette di gestire la globalizzazione e che, in momenti di transizione, consente di sperimentare ampie coalizioni intorno a programmi strategici di interesse nazionale, come avviene da anni in Germania. Anche il caso francese rientra in questa linea di tendenza: tenuto conto delle specificità di quella repubblica presidenziale, Macron sarà inevitabilmente condotto a giocare la partita delle europee con lo schema tradizionale transalpino del “rassemblement” moderato contro il neofascismo di Marine Le Pen. E i “Jilets jaunes” non aggiungeranno i loro voti alla destra estrema. Se possiamo trarre una conclusione dal ragionamento è che il problema di Salvini è il problema degli italiani: o il capo della Lega riesce a raggiungere una maggioranza tale da cambiare la storia della democrazia italiana, però con tutti i rischi del caso in un paese così fragile ed agitato, oppure perderà clamorosamente la sua partita a dadi. Gli elettori, soprattutto i giovani, hanno materia su cui informarsi e per comprendere che in politica l’unico fallo da espulsione è far durare troppo a lungo l’azzardo. Le elezioni europee ci diranno se gli italiani hanno deciso di ritornare nella realtà. Non si può giocare l’Italia ai dadi, come fecero i soldati che si contesero le vesti di Cristo ai piedi della Croce (Giovanni. 19, 23-24).

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Papa a San Crispino. Don Cacciamani (parroco): “L’avrei invitato, ma mi ha preceduto”

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 10:28

foto SIR/Marco Calvarese

“L’avrei sicuramente invitato, era mio desiderio invitarlo, ma essendo qui da due anni e mezzo avrei aspettato un po’ per prepararmi meglio…Invece il Papa mi ha preceduto”. Don Luciano Cacciamani, parroco di San Crispino da Viterbo, descrive così al Sir l’emozione per l’arrivo – domani – di Francesco nella comunità parrocchiale che si trova al Labaro, quartiere della periferia Nord di Roma, 7mila abitanti, tra cui molte famiglie giovani e una ricca presenza di immigrati. “Quando la visita del Santo Padre è stata annunciata a fine messa, c’è stato un applauso fragoroso dei fedeli, presi alla sprovvista ma subito pronti ad accoglierlo”, prosegue don Luciano: “Molti lo aspettavano”. Nella chiesa parrocchiale, dove si sta lavorando per riuscire ad ospitare 500 persone, domina la luce che penetra dal soffitto fatto di raggi di cemento: nonostante il fermento per gli ultimi preparativi, l’atmosfera è semplice e serena.

“Non vogliamo fare delle parate – spiega il parroco – ma mostrare ciò che siamo in questo modo genuino, far vedere la nostra vivacità”.

Una vivacità che sa di allegria, come quella per cui è celebre il santo di cui la parrocchia porta il nome. “San Crispino – rivela don Luciano – è un santo che mi piace molto: quando ho letto di lui mi ha molto ricordato san Filippo Neri”. “In parrocchia non ci dovrebbero essere musi lunghi: quando ho sentito il Papa pronunciare questa frase, l’ho sottoscritta in pieno. Certo, i problemi ci sono, ma c’è anche la gioia, la serenità, la vivacità che va vissuta con semplicità, come si fa nelle famiglie, in cui si ride, si scherza… Credo che sia il volto più forte della comunità cristiana: avere quello sguardo particolare di chi non si ferma solo alla difficoltà, ma sa anche ridimensionare i problemi, che ci sono ma sono superabili”.

La prima parola che il parroco sceglie per fotografare la parrocchia che domani presenterà al Papa è prossimità: “C’è grande desiderio di portare a tutti una parola buona, di arrivare a far sentire a tutto il quartiere la voce dei grandi valori: l’aiuto al prossimo, il sostegno alle persone in difficoltà, ai malati”. La seconda parola è famiglia: “La prima cosa che ho detto ai miei parrocchiani, appena arrivato, è stata: ‘Mi avete accolto come in famiglia, vi ringrazio’”.

A San Crispino, prima di celebrare la Messa che concluderà la sua visita, il Papa incontrerà i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, alcune giovani famiglie con figli piccoli. Poi sarà la volta di una trentina di senza fissa dimora, assistiti dalla Caritas e dalla Comunità di Sant’Egidio, con una famiglia rom e italiana che si trovano in difficoltà. Nella stanza a fianco, il Papa si fermerà con alcuni malati e disabili.

“Sono persone che si rivolgono a noi con grande dignità”, spiega don Luciano a proposito dei senza fissa dimora, molti dei quali dormono sotto i ponti tra il Labaro e Prima Porta: “È giusto avere uno sguardo molto attento, collaborare con le istituzioni per fornire le risposte insieme”. Il pranzo con i senza fissa dimora e con i disabili e gli ammalati è una vera e propria consuetudine a San Crispino, non solo in occasione dell’omonima festa parrocchiale, che cade a maggio. Tanto che Rita Cutini, della Comunità di Sant’Egidio, sceglie proprio questa immagine, anch’essa dal sapore squisitamente familiare, per descrivere la realtà della comunità. Non a caso, appena si è saputo che sarebbe arrivato il Papa, il primo gesto dei parrocchiani, insieme al parroco, è stato quello di festeggiare condividendo con loro un momento conviviale.

“Questa zona, Galline Bianche, è quella dove sono morti tanti giovani per overdose. Tante persone che vengono a messa hanno perso figli a causa della droga”.

Raffaele D’Angelo, diacono dal 2013, comincia da qui a narrare la sua esperienza a San Crispino. All’inizio degli anni Novanta è stata costruita la chiesa, e tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, grazie all’afflusso di famiglie giovani, la situazione è iniziata a migliorare: “Hanno costruito tante palazzine, molte anche abitate dai militari e dalle forze dell’ordine, e oggi il quartiere è sicuramente più sano e sicuro, anche se rimangono problematiche sociali di povertà. Assistiamo 60 famiglie italiane 50 straniere, attraverso la distribuzione, una volta al mese, di pacchi viveri, vestiario, giocattoli per bambini”. Raffaele, insieme a sua moglie, segue la preparazione delle giovani famiglie al battesimo, e grazie a questo servizio e agli incontri nelle case riesce a raggiungere “famiglie che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere, perché non frequentano più la parrocchia”. Il loro problema più grande, racconta, è la solitudine: “Questo somiglia ad un quartiere dormitorio, le persone escono la mattina presto e tornano la sera. Si chiudono in casa con i bambini piccoli e finisce tutto”.

E di “solitudine” e “isolamento” come prime emergenze per il quartiere, in cui opera dal 1979, parla anche Rita: “In alcuni angoli sono tornate le baracche”.

Il Papa incontrerà anche un gruppo di famiglie che hanno battezzato i loro piccoli nell’ultimo anno: una coppia li ha sposati lui, il 14 settembre 2014, insieme con altre coppie in Vaticano. “Ci ha sposato il Papa, ma questo non ci ha preservato dalla solitudine”, hanno rivelato a Raffaele. “La cosa bella è che sono famiglie che non si adeguano, non si rassegnano a una vita piatta, vogliono essere felici”, commenta il diacono: “Spero che la visita di Francesco sia una carica di gioia, di speranza, di consolazione per tutte le coppie giovani che ne hanno bisogno. C’è la povertà, ci sono gli ammalati, ma anche molte coppie giovani vivono la povertà, relazionale e spirituale. Bisogna pensare anche a loro”. “Mi auguro che questa visita del Papa, che per noi è un grande segno, sia anche un incoraggiamento a continuare ancora di più e ancora meglio”, conclude don Luciano: “Non qualcosa che si esaurisce in un pomeriggio, ma una forza, l’inizio di un rinnovamento che mi auguro durerà nel tempo”.

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Padre Silvano Ruaro: “La mia vita con i Pigmei”

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 10:07

Vicino ai pigmei nel piccolo villaggio di Nduye, nel cuore della foresta dell’Ituri nella Repubblica democratica del Congo (Ex Zaire), sulle orme di padre Bernardo Longo, martire nel Paese africano.
È il modo di vivere il Vangelo di padre Silvano Ruaro, 80 anni, missionario Dehoniano, nato a Monte Magrè di Schio, in provincia di Vicenza, che scese per la prima volta in Congo 49 anni fa, il 6 febbraio 1970. “Essere sacerdote in Italia mi sembrava troppo facile – racconta –. Scelsi il Congo per completare l’opera di padre Longo nella formazione dei giovani congolesi”.
Negli anni padre Silvano a Mambasa ha aperto l’istituto superiore “Bernardo Longo” che oggi ospita 800 ragazzi: un’offerta formativa completa, dal liceo scientifico alla muratura, passando per meccanica e informatica, più il taglio e cucito per le ragazze. Il missionario nel 2013 ha passato il testimone ad un confratello congolese e si è ritirato nel villaggio di Nduye. Per dedicarsi, appunto, ai pigmei.
“Sono una popolazione di cacciatori-raccoglitori cresciuta sentendosi diversa, inferiore, non all’altezza degli altri uomini” spiega il missionario che si prende cura, soprattutto dei bambini.
“Oggi il nostro convitto (inaugurato a novembre 2017) ospita 105 piccoli pigmei, tutti maschi, raddoppiati rispetto allo scorso anno scolastico – racconta –. La mattina frequentano le due scuole elementari cattoliche della missione. Alcuni sono arrivati al convitto percorrendo a piedi oltre 70 chilometri”. Il padre, con l’aiuto di amici e benefattori, ha sistemato dei vecchi edifici e messo in piedi una struttura confortevole con dormitorio, refettorio, lavandini, docce e sala giochi. “Pensiamo a tutto noi- dice –. Il mio scopo è la loro formazione umana e sociale, che si ispira ai valori cristiani. Alle 7.15 del mattino vanno a scuola in fila, cantando. Nel pomeriggio a giorni alterni si dedicano al lavoro manuale agricolo, allo sport, sotto la guida di alcuni insegnanti volontari. Hanno anche qualche momento di contatto con il Vangelo e l’insegnamento di Gesù, occupandosi di alcuni poveri del villaggio, portando loro il cibo, pulendo le capanne e procurando legna e acqua. La domenica sono invitati a messa senza forzature , rispettando la loro libertà”.
I padri dehoniani sono sostenuti e guidati da una buona équipe di animatori, cuoche e signore che si occupano delle pulizie, tutti africani, affiancati da una comunità di Suore comboniane, le Serve di Gesù, che li aiutano a conoscere l’indole dei piccoli ospiti e a seguirli nel migliore dei modi.
“I bambini danno molte soddisfazioni – continua padre Ruaro –. Partecipano alla pesca, alla caccia, sono veramente sereni e aperti, è una gioia guardarli. E soprattutto sono un esempio per la popolazione che ha sempre trattato i pigmei con disprezzo, guardandoli dall’alto in basso”.
È una lezione molto forte anche per i genitori. Padre Silvano ha pensato anche a loro, coinvolgendoli nel progetto “Lavorare è gioia”: “Cerchiamo di far capire agli adulti che il lavoro può dare senso alla vita togliendoli dalla mendicità, dal furto e dalla precarietà. Non basta andare nella foresta e raccogliere cose, alla rinfusa, e riprodursi. Li abbiamo avviati al lavoro agricolo e molti pigmei oggi hanno un campo da coltivare”.
Di recente il missionario ha messo in piedi un piccolo mercato coperto dove i pigmei possono vendere i propri prodotti. “In questo modo le patate dolci, la manioca, le banane, non vengono appoggiate per terra, con maggior igiene e al riparo da pioggia e polvere. Prima ero costretto a comprare gli alimenti all’esterno, ora anch’io mi rifornisco al mercato e siamo quasi autosufficienti”.
Sfamare 105 bambini non è sempre facile: “Solo di riso consumiamo 10 quintali ogni mese. Non abbiamo alcun aiuto dallo Stato, anzi. Campiamo grazie alla generosità di privati, amici, conoscenti” specifica. Nei pensieri di padre Silvano c’è anche la formazione delle bambine pigmee: “Voglio aprire un convitto gestito dalle suore. I maschi sono precoci e per una crescita serena ed equilibrata devono essere separati dalle femmine. Le sorelle vivono a circa 600 metri da noi, su un’altra collina. Distanza perfetta per collaborare”.
L’ultimo pensiero va alla sua terra natale: “Senza il sostegno degli amici di Schio e dintorni non avrei potuto fare nulla” conclude il sacerdote.

(*) “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Freccia Rossa e Regionale

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

Recentemente tornavo da un viaggio in treno. Dopo aver fatto un lungo tratto su un Freccia Rossa, a Padova dovevo salire su un Regionale verso Vicenza.
Arriva il treno. Siamo in tantissimi. Mi devo rassegnare. Resterò in piedi pigiato con altri improvvisati compagni di viaggio. Intanto giunge sul binario di fronte un Freccia Rossa. Si vede chiaramente che ha numerosi posti vuoti.
“Dovrebbero fare più treni Regionali, altro che Frecce Rosse” brontola una signora sulla cinquantina. “Spendono soldi per quei treni – aggiunge seccata – che poi noi non possiamo prendere, perché costano troppo”.
Plasticamente, in due frasi lapidarie, ho colto che la diseguaglianza, oggi, corre anche sui binari.
Eppure, si osserverà, le diseguaglianze ci sono sempre state. Anche con riferimento al viaggiare. 50 anni fa sui treni c’era addirittura la Terza Classe. La differenza rispetto ad oggi è che, 50 anni fa, chi era in Terza Classe poteva sperare un giorno di riuscire a salire su un treno migliore. La signora che si lamentava per le condizioni di viaggio sul Regionale esprimeva, invece, rassegnazione. Anche i treni possono testimoniare che uno dei problemi del nostro Paese oggi, è che il cosiddetto ascensore sociale si è bloccato, anzi in non pochi casi è andato all’indietro.
La diseguaglianza, oggi più di ieri, viene percepita spesso, da chi è in una condizione svantaggiata, come un’ingiustizia, il frutto di un privilegio di cui qualcuno si è avvantaggiato senza merito. È uno dei risultati del progresso economico degli ultimi 20 anni: la crescita non si è distribuita equamente tra le varie classi sociali, anzi abbiamo assistito a una crescita senza uguaglianza. La conseguenza è stato un progressivo crescere della distanza tra chi ha tantissimo e chi non ha abbastanza. E sopratutto chi si trovava in mezzo, la cosiddetta classe media, ha cominciato ad arrancare e a veder crescere il fossato delle diseguaglianze. Qui sta la ragione di una parte del risentimento che caratterizza il tempo presente soprattutto in Occidente, in Italia ma non solo. In questa deriva siamo, purtroppo, in buona compagnia dalla Francia, all’Inghilterra. La crisi economica poi ha fatto esplodere queste differenze, ha approfondito il solco delle disparità e ha inasprito ulteriormente gli animi. Il non aver colto la portata di questo problema e il malessere che ne derivava è stata, come si sa, una delle cause della sconfitta del Centrosinistra il 4 marzo scorso. Si tratterà di capire se il governo Gialloverde sarà in grado di porre in campo soluzioni capaci di ridare spazio di crescita innanzitutto alla classe media. Le misure fino ad ora messe in campo (da Quota 100 al Reddito di Cittadinanza) sembrano più preoccupate delle prossime elezioni europee che di programmi a lungo termine, in grado di invertire la preoccupante tendenza. Ma ridurre le diseguaglianze è, per eccellenza, uno dei compiti della politica. Le iniquità, le disparità non scompaiono da sole richiedono un intervento regolativo, cosa certo complicata ma decisiva per la qualità della convivenza civile. Ad oggi, peraltro, non ci sembra di vedere all’orizzonte la volontà (e dubitiamo anche la capacità) di superare la crescente diseguaglianza. È molto più facile e nell’immediato redittizio sventolare la bandiera della sicurezza o dare tutte le colpe ai governi passati.
Un’ultima annotazione. Le diseguaglianze diventano drammatiche se si considerare la realtà sotto il profilo delle giovani generazioni. Le vittime principali sono infatti i giovani. Basterebbe considerare il problema ambientale o quello demografico per intuire come, chi verrà dopo di noi, rischia davvero di stare peggio degli adulti di oggi. C’è da augurarsi che i giovani non accettino il destino di accontentarsi di prendere il Regionale per il resto della vita , scordandosi che esiste anche il Freccia Rossa.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Un carnevale biodegradabile

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

Venezia ha bandito coriandoli e stelle filanti di plastica. Chi li userà incapperà in una multa fino a 500 euro. È cosa ben fatta per tante ragioni.
Innanzitutto per Venezia: i coriandoli, di plastica o di carta che siano, si infilano dappertutto. Volano sui canali e finiscono in mare. Se sono di plastica ci resteranno a lungo. In più, quando piove, i rivoli li trasportano nei tombini e intasano una città dall’equilibrio delicatissimo.
Ma il bando di coriandoli e stelle filanti non di carta è un bene che vale per tutti e in ogni luogo: terra e mare non hanno bisogno di plastica ulteriore.
Noi umani, infatti, abbiamo aggiunto ai continenti nuove isole galleggianti composte soprattutto da plastica. La più vasta è la “Great Pacific Garbage Patch”, che si estende tra i 700mila e i 10 milioni di km quadrati. Raccoglie 79.000 tonnellate di rifiuti secondo la stima più bassa, fino a un milione di tonnellate secondo altre. Se dovessimo pesare la plastica finita complessivamente in mare raggiungeremmo dai 5 ai 19 milioni di tonnellate. Per questo fare qualcosa è urgente.
Problema nel problema è la dimensione della plastica dispersa negli oceani. Non sono solo bottiglie (una ci mette secoli per degradarsi), ma si tratta per la maggior parte di frammenti di dimensioni microscopiche e, escluse le concentrazioni di macro rifiuti, i detriti non sono visibili ad occhio nudo.
Non è un sollievo, anzi. La nanoplastica è due volte preoccupante: prima di tutto perché diventa cibo per pesci e molluschi, causandone spesso la morte. Secondo perché i pesci che non ne muoiono subito, potrebbero venire pescati e diventare cibo per gli uomini. Con quali conseguenze è tutto da vedere.
Per questo anche un provvedimento come quello del sindaco di Venezia, Brugnaro, è una buona cosa e sarebbe bene diventasse il provvedimento di tutti: coriandoli sì ma di carta. Magari di carta riciclata.
Certo, non è che una goccia. Ma è anche uno degli impegni che potrebbero segnare il cammino in vista di due tappe importanti. Infatti, a fine ottobre 2018, il Parlamento europeo ha approvato un piano che mira a bandire entro il 2021 la plastica usa e getta (quella di piatti, bicchieri, stoviglie e cannucce). Ed ha stabilito che, entro il 2030, tutta la plastica usata dovrà essere riciclabile.
L’Italia non sta a guardare: dal 2019 ha abolito i cotton fioc non biodegradabili e dal 2020 le microplastiche contenute nei prodotti cosmetici esfolianti e detergenti.
Non solo: gli italiani sul fronte del riciclo si muovono con fantasia. Infatti, i prossimi 7 e 8 marzo a Londra saranno svelati i vincitori dei due bandi Epro (European Association of Plastic Recycling&Recovery Organisations): uno per l’innovazione, l’altro per la sostenibilità nei prodotti in plastica riciclata. Ebbene, tra le 47 candidature giunte da 11 Paesi diversi, sono già stati scelti i nove finalisti: ci sono anche alcuni italiani.
Insomma, un coriandolo non è così poca cosa come sembra. Anche perché, come ha ricordato Stefano Aliani, studioso del Cnr e specializzato negli ecosistemi: “Per svuotare una vasca da bagno, in cui il livello dell’acqua è in continuo aumento, la prima cosa da fare non è cercare un secchio più grande ma chiudere il rubinetto”.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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L’albero nel deserto

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

C’è un proverbio che dice: “Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, per giustificare che le tragedie, i danni, le corruzioni fanno più notizia di quanto non ne facciano le cose buone. Quando è una foresta a cadere, però, forse un nuovo germoglio di quercia nel deserto può fare notizia. Siamo spettatori di una crescita di risentimento e rabbia.
In Italia è stato più volte rilevato dalle ricerche del Censis, e vediamo questi fenomeni crescere anche in Spagna, Francia, Inghilterra. Sono soluzioni peggiori del male. Non c’è la serenità per affrontare le situazioni, studiarle nelle sue origini, vederne le cause e cercarne i rimedi veri. La rabbia ci spinge fra le braccia di chi sa sfruttare sentimenti negativi e propone di chiudere i confini. Così speriamo di risolvere tutto, isolandoci e proclamando la nostra identità.
Nel deserto un albero che cresce fa notizia. Si comincia a notare che ci sono imprese non profit le quali, lungi dall’andare in crisi, hanno saputo fare resilienza meglio di imprese profit. Così, per esempio, tra il 2011 e 2015 in Italia le non profit sono cresciute dell’11,6% e contano oggi più di 5 milioni di addetti. È un settore in espansione in un contesto recessivo. Sono imprese con modelli organizzativi comunitari e collettivi in cui, oltre che il giusto profitto, si generano anche legami sociali. Il primo che introdusse l’idea di questa economia civile, come lui la chiamò, fu un prete, Antonio Genovesi, docente di filosofia a Napoli nella seconda metà del ’700. L’idea fondamentale è che l’homo oeconomicus si nutre anche di relazioni, motivazioni, fiducia. L’attività economica ha bisogno di virtù civili, deve essere finalizzata al bene comune, non esclusivamente all’egoismo individuale. Questo concetto, rilanciato dalla scuola di Friburgo alla fine degli anni ’30, si contrapponeva al dirigismo della politica, per un’economia in equilibrio fra libertà e giustizia. La dottrina sociale della Chiesa si è intrecciata con queste idee. Ora c’è una nuova attenzione attorno a questo tema dovuta all’attività di Papa Francesco, il quale ripetutamente ha indicato l’avidità e la tirannia del denaro come origine della lunga crisi finanziaria ed economica. Su questa realtà ha fatto un’indagine anche il Corriere della Sera, che il 18 e 19 febbraio ha dato notizia dei buoni risultati delle imprese di economia sociale in Sicilia. Farà iniziative simili a Bologna, Napoli, Bari, Milano. Sono “esperienze di rinascita e di rivoluzione silenziosa”, questa è la buona notizia, l’albero nel deserto.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

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Abusi: non coprire, ma “rendere conto”

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

Continuare a parlare degli abusi compiuti dagli ecclesiastici sui minori e sulle religiose ha solo l’effetto di togliere fiducia nella Chiesa e nella maggioranza di preti buoni e santi. Quindi, “meglio non parlarne apertamente”.
Chi la pensa ancora così non ha capito per nulla il valore dell’inedito summit che il Papa ha voluto in Vaticano nei giorni scorsi: non era un’emergenza da “addetti ai lavori” – tanto più che tanti interventi, compresi quelli delle vittime, sono stati resi pubblici – ma un’urgenza sottovalutata e “coperta” in passato che invece ci riguarda tutti e tutti ci chiama a qualche responsabilità.
“Non possiamo non parlare di quello che c’è nella Chiesa per assumercelo tutti quanti come popolo di Dio e per far sì che delitti così gravi non abbiamo mai più a compiersi a danno dei minori. Ciascuno di noi può pensare ai nostri figli”. A esprimersi così è stata una delle tre relatrici donne, l’italiana Linda Ghisoni, ringraziata a caldo dal Papa che ha sentito in lei la voce della Chiesa “che è donna, è sposa, è madre”. Cremonese, 53 anni, sottosegretaria del Dicastero vaticano per famiglia e vita, mamma Linda ha saputo collocare il capitolo abusi dentro il libro bianco della testimonianza che la Chiesa – dopo il Concilio Vaticano II – deve dare al mondo in modo trasparente. Pena la sua credibilità, anche pro futuro.
A proposito, una delle parole chiave lanciate in questi giorni da Roma al mondo è accountability, termine inglese che indica “il dovere di rendere conto” di quanto si è fatto o detto. Un dovere che nella Chiesa non va delegato ai vertici, ma deve essere assunto, partecipato, condiviso. “Non è una fissazione, un’azione inquisitoria di carattere sociale – ha spiegato la prof. Ghisoni – è proprio un’esigenza che si situa là nel modo di intendere la Chiesa, come mistero di comunione, come popolo di Dio in cammino. Se noi lo comprendiamo in questi termini, l’accountability, il render conto, non è uno sforzo volontaristico, non è un controllo che si pone da fuori, ma è un corrispondere alla natura della Chiesa”.
Per questo vale ben oltre il caso abusi. Vale per la sterilità di tante altre scelte pastorali, quando purtroppo non vengono sufficientemente spiegate o non vengono riportate ad una genuina sorgente biblica. O quando non vengono assunte con l’ascolto di laici competenti in quell’ambito o ancora quando si ritiene che sia meglio “lasciar passare del tempo” invece che usare parresia, franchezza evangelica.
“L’onesto riferimento alla Chiesa come comunione, quale Popolo di Dio in cammino – ha aggiunto Ghisoni rivolgendosi a vescovi e laici di cinque continenti – esige ed urge che tutte le componenti di questo Popolo, ciascuna nel modo che le è proprio, vivano conseguentemente i diritti-doveri di cui sono state rese partecipi nel battesimo. Non si tratta di accaparrarsi posti o funzioni o di spartirsi un potere: la chiamata ad essere il Popolo di Dio ci consegna una missione che ciascuno è inviato a vivere secondo i doni ricevuti, non da solo, ma per l’appunto come Popolo”.
Passa da quest’assunzione comunitaria di responsabilità l’esito del summit vaticano.
Perché non rimanga un “bel programma, ma atteggiamento pastorale ordinario” (ancora Ghisoni) tutti sono chiamati a dare concretezza alle misure ribadite dal summit di Roma. Vale anche per la nostra diocesi che – sull’esempio di Bolzano-Bressanone e Bergamo – si doterà ben presto di uno specifico riferimento per la prevenzione degli abusi.
Ma quest’ambito è soltanto un concreto banco di prova, anzi di esercizio, per una Chiesa-popolo di Dio in cui tutti indistintamente, preti, religiosi e laici, siamo richiamati al dovere di “rendere conto” in modo corresponsabile di quanto stiamo facendo, nel male come nel bene. Così come insieme ci impegniamo a essere pronti a “rendere ragione” della Speranza che è in noi.

(*) direttore “Vita Trentina” (Trento)

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La Chiesa e il dovere di tutelare i minori

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

Si è concluso da poco il vertice, convocato da Papa Francesco in Vaticano, sulla pedofilia e sulla tutela dei minori nella Chiesa. Come era prevedibile, la risonanza mediatica è stata grandissima, con pagine intere di giornali dedicate al problema, nelle quali, non senza dovizia di particolari, venivano riportate interviste a persone abusate, da piccole, da religiosi. Da parte di tutti noi cattolici è subentrato, in questi giorni, un grande turbamento, misto a sentimenti di stupore, incredulità e irritazione. La domanda che ci assale è sempre la stessa e ci lascia ammutoliti: come può succedere che un prete o un religioso, educatore nei seminari o insegnante o parroco che sia, abbia potuto macchiarsi di simili azioni, approfittando del ruolo pubblico che ricopriva e dell’autorità morale di cui era rivestito?

La pentola e il coperchio
Del problema si parlava da tempo, essendo state messe sotto accusa Chiese intere, come quelle dell’Irlanda, del Cile e, soprattutto, degli Stati Uniti. In quest’ultima, più di qualche diocesi ha dovuto dichiarare fallimento non potendo essere in grado di risarcire le tante vittime di abusi. Bisogna convenire che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Questi, purtroppo, sembra abbiano cercato di metterli, inutilmente, qualche vescovo o superiore religioso, con l’intento di coprire gli abusi commessi da alcuni preti e cercando di rabberciare una qualche soluzione spostandoli da una parrocchia all’altra, da un ufficio ecclesiastico ad un altro o, magari, mandandoli in missione.
Coscienti, però, che il problema non si sarebbe risolto ma, semplicemente, spostato altrove. Fino a un recente passato era questo il modo di procedere, al fine di evitare scandali, suffragato da un contesto culturale ed ecclesiale che riusciva ad “assorbire” simili nefandezze, consentendo di “passarci sopra”. Naturalmente, non potevano passarci sopra e dimenticare tutto, le vittime degli abusi perché la loro vita e la loro innocenza sono rimaste ferite e forse anche rovinate per sempre, con in più il peso di sentirsi oppressi da sensi di colpa per cose commesse da altri. E così, cambiati dopo molti anni cultura e contesto, anche il coperchio è saltato, ed è venuto fuori di tutto.
E’ noto che abusi e violenze sui minori sono per la maggior parte consumati tra le mura domestiche (oltre il 70%), nelle scuole e negli ambienti sportivi e ricreativi, mentre quelli nella Chiesa sono una piccolissima parte. Questo però non sminuisce minimamente la gravità di quanto è avvenuto nelle nostre parrocchie o nei collegi religiosi perché, come ha detto papa Francesco, anche un solo caso di abuso è per noi Chiesa qualcosa di scandaloso e di insopportabile; una mostruosità.

Non fare di ogni erba un fascio
A Benedetto XVI va il merito di aver voluto far luce su un problema che si agitava da tempo, e di aver preso i primi provvedimenti. A Francesco quello, invece, di aver dato delle regole chiare e comminato sanzioni severe (come quella della dismissione dallo stato clericale di qualche vescovo e cardinale), procedendo con determinazione e senza ambiguità. Di sicuro qualche ecclesiastico, ma anche dei fedeli laici, non si ritrovano nella linea di fermezza di Francesco, quella della “tolleranza zero”, propendendo per una certa prudenza e tolleranza. Sappiamo che non può essere così: certi abusi o certe licenze del personale ecclesiastico non possono essere tollerati mai, ancor più in una Chiesa che per secoli ha forgiato la sua morale prevalentemente sul sesto comandamento e ha formato generazioni e generazioni di giovani sul dovere della purezza e del buon uso della sessualità.
Di fronte, però, a determinati fatti, non è lecito, come spesso accade nei media, fare di ogni erba un fascio, istillando il sospetto che nella Chiesa tutti i preti e i religiosi, sul sesso, razzolano male. Non possiamo accettare questa menzogna diabolica, perché la quasi totalità del personale religioso si spende quotidianamente con coerenza e sacrificio per il bene della gente, dei poveri e per il Vangelo. La gente questo lo sa.

Un impegno da parte di tutti
Penso sia necessario che le nostre comunità cristiane ci sostengano e vigilino su noi preti. La nostra vita non è mai “privata” ma pubblica, e per questo dobbiamo sempre cercare di essere trasparenti e cercare l’aiuto e il sostegno dei fedeli. Accettando anche qualche loro osservazione sui nostri comportamenti, qualora suscitino turbamento, se non proprio scandalo tra la gente. Purtroppo, spesso, è più facile che con il parroco ci si scontri e lo si rimproveri per alcune sue scelte pratiche (come ad esempio sulla sagra o sull’uso degli ambienti parrocchiali), e non si abbia il coraggio di avvicinarlo per dirgli, con carità e delicatezza, che certi suoi discorsi o comportamenti sono inappropriati e forse sono oggetto di chiacchiere.
Ma ancor prima è necessario curare bene la formazione dei futuri preti e attuare un discernimento non solo sulla vocazione di un giovane, ma anche sulle sue virtù umane, sulle sue pulsioni e su certe gravi fragilità e inconsistenze. Da parte nostra non ci può che essere rispetto e silenzio di fronte a certe scelte, sempre ponderate e sofferte, che gli educatori nei seminari sentono in coscienza di dover fare nei confronti di qualche giovane, magari tanto generoso e disponibile, che non ritengono però idoneo per il sacerdozio. Un’attenzione che si spera sia presente ovunque.

Alla fine però…
Detto questo, ritengo che come preti dobbiamo comunque impegnarci seriamente nella vita spirituale e nel darci una regola di vita, chiedendo anche al Signore e alla Madonna di metterci una mano sulla testa, affinché possiamo giungere alla fine della vita avendo conservato non solo un po’ di fede, ma anche i buoni costumi. Certe fragilità umane sono, infatti, così radicate in noi e la cultura in cui viviamo è così permissiva e manipolatoria, che anche qualcuno, ritenuto magari più integerrimo di altri, può sempre riservare qualche “sorpresa”.

(*) direttore de “La Vita del Popolo” (Treviso)

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Il dolore diventi opportunità di purificazione

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

Ormai da quasi due decenni la Chiesa cattolica è sulla graticola, inchiodata da una serie di episodi che vedono alcuni ministri accusati di abusi nei confronti di minori. Tali accuse sono ricadute anche sui vertici della Chiesa, soprattutto sui vescovi, che – secondo alcuni – “sapevano, ma non hanno fatto abbastanza” oppure hanno minimizzato e si sono limitati a spostare di sede i presunti responsabili, senza accertare i fatti, senza coinvolgere la giustizia ecclesiastica e quella civile. La situazione ha assunto toni sempre più drammatici, in una sorta di crescendo. Emblematico è stato il caso della diocesi di Boston, dei primi anni del 2000, reso celebre dal film “Spotlight” che ha ottenuto vari riconoscimenti (anche due Oscar nel 2016). Un momento di particolare recrudescenza è stato il 2010, l’anno dedicato al ministero sacerdotale, quando lo stesso Papa Benedetto, in concomitanza con l’emersione di numerosi casi in Irlanda, scrisse una dolorosissima lettera ai cattolici di quel Paese. In tutti questi anni nelle varie Chiese nazionali (dagli Stati Uniti, all’Australia, al Cile, passando per l’Irlanda e poi anche in altri Paesi, come l’Italia e la Francia) sono venute a galla altre vicende che hanno visto i minori nella parte delle vittime e quanti avrebbero dovuto custodirli in quella dei colpevoli. Per affrontare l’orribile scandalo che aveva scosso – e continua a scuotere – le coscienze dei credenti, già san Giovanni Paolo II e il card. Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avevano avviato una riforma per rendere più adeguati gli strumenti giuridici della Chiesa e improntarli ad una maggiore efficacia e trasparenza. In seguito, Papa Benedetto XVI e Papa Francesco sono intervenuti più volte, in modo molto fermo e con prese di posizione molto nette, per combattere gli abusi all’interno della Chiesa. E non si è trattato semplicemente di esortazioni di carattere morale, ma di indicazioni precise sul merito della questione. Una testimonianza di questo percorso è il recente incontro sulla “Protezione dei minori nella Chiesa”, svoltosi in Vaticano dal 21 al 24 febbraio: l’ultima di una serie di tappe che la Chiesa cattolica ha messo in atto per fare chiarezza e smascherare le responsabilità, ma anche per dare ascolto e accompagnare le vittime.

L’incontro in Vaticano, una cosa “unica” nella storia della Chiesa, si è concluso con un importante discorso di Papa Francesco, che va riascoltato con molta attenzione da tutti, pastori e fedeli laici. Il punto di partenza è la consapevolezza che quello degli abusi sui minori è un fenomeno purtroppo diffuso e pervasivo: lo ribadiscono le statistiche mondiali, che vedono il contesto familiare come quello in cui più spesso accade questo genere di episodi. Ma – afferma il Papa – “teatro di violenze non è solo l’ambiente domestico, ma anche quello del quartiere, della scuola, dello sport e purtroppo anche quello ecclesiale”. Il Papa fa riferimento anche al web e al turismo sessuale e giunge a concludere: “Siamo dinanzi a un problema universale e trasversale che purtroppo si riscontra quasi ovunque. Dobbiamo essere chiari: l’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce la sua mostruosità all’interno della Chiesa”. Usa parole durissime per condannare gli abusi compiuti dai ministri della Chiesa: “Il consacrato scelto da Dio per guidare le anime alla salvezza, si lascia soggiogare dalla propria fragilità umana o dalla propria malattia, diventando così uno strumento di satana”. L’abuso nei confronti dei minori trova una sua prima spiegazione nella ricerca del potere, ma la motivazione più profonda è quella che viene da una lettura credente, che in ogni forma di peccato vede la libertà dell’uomo colpevolmente inchinarsi al male: “Oggi siamo di fronte ad una manifestazione del male, sfacciata, aggressiva, distruttiva. Dietro a questo, c’è lo spirito del male… c’è satana”. La reazione indignata della gente, secondo il Pontefice, è espressione dell’indignazione di Dio: “Nella rabbia giustificata della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati… L’eco del grido silenzioso dei piccoli… farà tremare i cuori anestetizzati dall’ipocrisia e dal potere”. Questo grido di dolore – ed è quanto si è fatto all’incontro in Vaticano e in numerosi altri incontri sempre preceduti da un momento di ascolto – va accolto, dando la parola per prime alle vittime: “Noi abbiamo il dovere di ascoltare attentamente questo soffocato grido silenzioso”. Nella seconda parte del discorso, Papa Francesco chiede alla Chiesa di evitare sia il giustizialismo (mettere alla gogna i presunti colpevoli prima che sia dimostrata la loro colpevolezza) sia l’autodifesa (difendere l’istituzione ecclesiastica e i suoi ministri a tutti i costi). E individua delle misure pratiche per contrastare gli abusi e proteggere i minori. Si tratta di otto punti su cui la Chiesa sarà chiamata a concentrarsi prossimamente “nel suo itinerario legislativo”: la tutela dei bambini, la serietà impeccabile, una vera purificazione, la formazione, rafforzare e verificare le linee guida delle Conferenze episcopali, accompagnare le vittime, il mondo digitale, il turismo sessuale. In chiusura il Papa afferma che è necessario “trasformare questo male in un’opportunità di purificazione”. Purificazione nella Chiesa, certo, assolutamente necessaria. Ci auguriamo che tutto questo dolore possa diventare un’opportunità di purificazione anche per l’intera società, a livello mondiale, ove la piaga della pedofilia è purtroppo ampiamente diffusa. L’altro ieri, mi ha telefonato una persona: ha voluto esprimere solidarietà nei confronti di tutti i preti che si sono comportati e continuano a comportarsi in modo onesto e coerente. In questi giorni credo sia bene ricordarsi anche di loro. Ed è quello che ribadisce anche il Papa in un importante passaggio: “Permettetemi adesso un sentito ringraziamento a tutti i sacerdoti e ai consacrati che servono il Signore fedelmente e totalmente e che si sentono disonorati e screditati dai comportamenti vergognosi di alcuni”. Tra gli arrabbiati – e tra le vittime – ci sono anche loro.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Nuove prospettive?

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

“Un Paese con più lavoro, che guarda al futuro, un futuro fatto di cittadini che hanno pari dignità. Che riscopre il senso di comunità e torna a crescere … Una cosa è certa: nessuno resterà più indietro”. Queste alcune affascinanti espressioni contenute nella nota dei senatori del Movimento 5 Stelle, mercoledì 27 febbraio, a commento dell’approvazione da parte di Palazzo Madama del decretone con le misure applicative sul Reddito di cittadinanza e su Quota 100 per le pensioni. E, mentre Di Maio esulta affermando di essere “molto, molto soddisfatto”, i suoi senatori ci spiegano che si tratta di una vittoria del Movimento che per anni si è battuto dentro e fuori dai Palazzi per queste due misure, ma “soprattutto una vittoria di tutte quelle persone dimenticate dalle politiche dei vecchi governi che hanno aumentato le disuguaglianze e l’esclusione sociale”.

“Da adesso – profetizzano – non sarà più così: con il reddito di cittadinanza permettiamo a 5 milioni di persone che vivono in povertà assoluta di rialzare la testa, iniziando un percorso di formazione e riqualificazione per ottenere un nuovo lavoro”. La prospettiva, stando alle parole, è senz’altro condivisibile ed entusiasmante. Viene anzi precisato che ora il decretone passerà alla Camera dove – con un cammino ancora più semplice per il governo – sarà ulteriormente migliorato. Si sottolinea pure che con l’altro provvedimento – Quota 100 – viene superata la “nefasta legge Fornero”.

Tutto davvero positivo, foriero di grandi progressi sociali per tutti! Chi potrebbe non sottoscrivere un tale programma di “crescita” complessiva del Paese? Sennonché, contemporaneamente, dalla Commissione europea giunge il monito sul fatto che il nostro governo con la manovra economica in corso “rovescia le riforme importanti fatte in precedenza” e proprio gli squilibri eccessivi che si vengono a creare costituiscono un “ostacolo alla crescita”. Sarebbe certo preferibile sposare l’entusiasmo dei senatori 5 Stelle e certamente una maggiore attenzione per quanti sono “rimasti indietro” è necessaria e urgente; ma, purtroppo, le previsioni sembrano andare in altra direzione, poiché è chiaro che se non si mobilitano forze e meccanismi virtuosi che procurino il fieno necessario ad incrementare la disponibilità economico-finanziaria a favore del ragionevole e giusto sostegno per i meno fortunati, non ce ne sarà neanche per loro.

È da apprezzare lo sforzo di un mutamento di prospettiva; ma gli interrogativi sugli effetti realmente positivi di tali provvedimenti sembrano restare tutti. L’auspicio del M5S (e della Lega) è che non si scoprano troppo le falle prima delle elezioni europee. Ma la sensazione dei cittadini – a giudicare anche dalle recenti prove elettorali – sembra altra.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Rispettare la democrazia. Il cittadino e le proteste

Agenzia SIR - Sat, 02/03/2019 - 00:00

Viviamo in un Paese dalla protesta facile? Alcuni commentatori rispondono immediatamente sì, altri appaiono più prudenti, altri ancora ‘giocano’ sulla incertezza fra il sì e il ni.
Di fatto le proteste – e qui non mi rifaccio a quelle di ordine sindacale, piuttosto a quelle della ordinarietà quotidiana – sono diffusissime e forse non sempre ‘facili’ come sembra. Alcuni esempi: la presenza (provata) di formiche su barelle o letti d’ospedale, come è capitato recentemente di constatare, i tempi biblici per certe visite in alcuni ospedali, i ritardi spesso incomprensibili di treni, non solo pendolari, le attese (interminabili) di pagamenti-restituzioni da parte dello Stato, le molte strutture abbandonate, pur costate carissime per la loro realizzazione, i rimpalli di responsabilità su impegni e relativi tempi di intervento e su competenze.
Si accumulano le proteste ma sovente non si vedono risultati positivi. Talvolta accade che taluni problemi, piccoli o grandi, minori o importanti, si avviino a soluzione dopo anni di (colpevole) stagnazione burocratica, soltanto grazie a segnalazioni pressanti e inchieste della stampa o interventi della trasmissione tv ‘Striscia la Notizia’. Se fa bene sentire dell’esito positivo di un problema irrisolto per anni e improvvisamente… recuperato alla memoria degli uffici competenti, tuttavia resta l’amarezza di azioni tardive ed eseguite solo dietro sollecitazione. Da giornalista trovo significativo il valore premiante di un testo pubblicato, e legato al ruolo e alla funzione della stampa, ma non posso esimermi da cittadino dal restare basito rispetto a negligenze che si storicizzano o sono sottovalutate o dimenticate.
Se accade che in taluni casi l’autorità pubblica riconosca la propria responsabilità e chieda scusa per mancati adempimenti, talvolta, pur se in rari casi fortunatamente, si ascoltano dichiarazioni di insofferenza, come se il cittadino fosse un… rompiscatole e non un utente da servire con disponibilità.
Nella nostra cultura democratica qualche volta sembra venir meno la doverosa attenzione alla protesta, se questa è seria, fondata e responsabile: non prenderla per il verso dovuto, e magari contestarla pregiudizialmente in via politica senza conoscerne a fondo la motivazione, apre uno squarcio (doloroso) nella democrazia di fatto. Che è tale – lo ricordo – se rispetta tutte le posizioni, minime o negative, nelle quali il cittadino sperimenta la qualità del contatto pubblico al fine di positive risoluzioni.

(*) già direttore “Il Popolo cattolico” (Treviglio)

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Economia circolare. Italia prima in Europa ma stiamo rallentando. Dieci punti per un uso efficiente delle risorse

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 19:16

Con un indice complessivo di circolarità – uso efficiente delle risorse; utilizzo di materie prime e seconde; innovazione in produzione, consumo, gestione rifiuti – di 103 punti,

l’Italia è al primo posto in Europa per l’economia circolare.

Al secondo posto nella classifica delle cinque principali economie europee si piazza con notevole distacco il Regno unito (90 punti), seguito da Germania (88), Francia (87), Spagna (81). In Italia la percentuale di riciclo dei rifiuti è pari al 67% ma la nostra corsa rischia di arrestarsi, mentre quella degli altri grandi Paesi del continente sta prendendo slancio anche grazie al nuovo pacchetto di direttive approvato lo scorso luglio. E’ quanto emerge dal primo Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2019, realizzato dal Circular Economy Network – rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e 13 aziende e associazioni di impresa – e da Enea (Agenzia Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), e presentato oggi a Roma in occasione della Conferenza nazionale sull’economia circolare organizzata dal Circular Economy Network.

L’Italia, in confronto alle valutazioni 2018, ha infatti conquistato solo 1 punto in più mentre la Francia, che aveva totalizzato 80 punti ne ha aggiunti 7 e la Spagna ha scalato la classifica guadagnandone ben 13. “Se non si recepiscono pienamente le politiche europee, facendo tra l’altro partire i decreti che tecnicamente regolano il trattamento e la destinazione di quelli che finora sono considerati rifiuti e che invece possono diventare una risorsa per la manifattura italiana – si legge nel Rapporto -, rischiamo di perdere non solo un primato ma un’occasione di rilancio economico fondamentale”.

“Servono un piano e una strategia nazionale, una regolazione sull’End of Waste che permetta ai numerosi progetti industriali in attesa di autorizzazione di partire”, il monito di Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e del Circular Economy Network, secondo il quale serve anche “

una visione politica e amministrativa che manovri le leve della fiscalità e degli incentivi all’innovazione in favore dell’economia circolare,

che va pensata non come un comparto, ma come un vero e proprio cambiamento profondo di modello economico”.

Per Roberto Morabito, direttore del Dipartimento sostenibilità dell’Enea, il nostro Paese ha oggi “tutte le qualifiche per una transizione di successo dall’economia lineare all’economia circolare, ma occorre superare ancora ostacoli e barriere”. Di qui l’importanza di dar vita a un’Agenzia nazionale per l’uso e la gestione efficiente delle risorse “che possa

supportare la transizione verso l’economia circolare in termini di tecnologie, metodologie e strumenti di pianificazione, gestione e misurazione”.

“Nei settori del riciclo, del riuso e della riparazione l’Italia registra un ottimo livello di occupazione, il 2,1% del totale, al di sopra della media Ue28 che si ferma a quota 1,7%”, osserva da parte sua il vicepresidente del Circular Economy Network Luca Dal Fabbro, auspicando maggiore sinergia tra istituzioni e aziende.

Va in questa direzione il “decalogo” presentato a Roma per rilanciare l’economia circolare, promuovere la sostenibilità ambientale, ridurre le emissioni di gas serra, sostenere la competitività dell’Italia. E’ necessario, si legge al primo punto, “diffondere e arricchire la visione, le conoscenze, la ricerca e le buone pratiche dell’economia circolare” come risparmio e uso più efficiente di materie prime ed energia; utilizzo di materiali e di energia rinnovabile; prodotti di più lunga durata, riparabili e riutilizzabili, basati su utilizzi condivisi; riduzione di produzione e smaltimento rifiuti e sviluppo del loro riciclo. Si deve inoltre “implementare una strategia nazionale e un piano d’azione per l’economia circolare per affrontare carenze e ritardi” coinvolgendo tutti gli stakeholders interessati”. Il documento invita poi a migliorare l’utilizzo degli strumenti economici, valutare gli incentivi pubblici esistenti e riequilibrare il prelievo fiscale; promuovere la bioeconomia; estendere l’economia circolare negli acquisti pubblici con l’utilizzo dei Green public procurement (Gpp); promuovere l’iniziativa delle città per l’economia circolare puntando sul rilancio della qualità delle città con programmi integrati di rigenerazione urbana, secondo il modello europeo delle green city. Occorre infine recepire le direttive Ue; attivare pratiche “End of Waste”, i cui decreti coinvolgono circa 7 mila imprese italiane; assicurare le infrastrutture necessarie; estendere l’economia circolare al commercio on line.

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Produzione e commercio di armi, le Chiese cristiane a confronto. Card. Bassetti: “Proposte contro la crescita e per la loro riduzione”

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 17:14

Le Chiese cristiane ribadiscono il loro impegno per il disarmo, a favore di una cultura della pace. Lo fanno in occasione del convegno “Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità. Le Chiese e la società civile per un’economia di pace”, organizzato al Palazzo dei Gruppi Parlamentari per promuovere il confronto tra rappresentanti del governo e delle istituzioni, parlamentari, associazioni di categoria, delle Chiese e della società civile sul tema della produzione e del commercio italiano di armamenti. Un incontro nato per “portare dai margini al centro delle istituzioni le due periferie del Sulcis, in Sardegna, e dello Yemen, connesse dalla morte e dalle armi”, ha spiegato Elizabeth Green della Chiesa battista di Carbonia e Sulcis Iglesiente.

“In clima di dialogo ecumenico tra le Chiese e di dialogo costruttivo tra tutti gli uomini di buona volontà, auspico che possiate contribuire a creare una cultura della pace, davvero alternativa a quella che affida alle armi il tema della sicurezza sociale”, ha scritto il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, in un messaggio inviato ai partecipanti. È necessario cioè lavorare perché

si possa aprire “una nuova stagione di coraggiose proposte contro la crescita degli armamenti e per la loro riduzione”.

“Servono armi di giustizia”, ha sottolineato in un altro messaggio Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) , per il quale “le chiese e la società possono costruire un’economia di pace e cooperazione, dove le armi della giustizia portino i loro buoni frutti: riconversione dell’industria bellica; ripudio della guerra come indicato nella nostra Carta costituzionale; istituzione di organismi civili internazionali non armati di mediazione diplomatica”. “Come protestanti – ha assicurato – siamo da sempre impegnati, in Italia e all’estero, per l’educazione alla pace e alla non-violenza”.
“Noi non possiamo essere neutrali, non possiamo rimanere in silenzio, perché diventiamo complici dell’oppressione e quindi colpevoli di sostenere un sistema legato all’economia e ai soldi”, ha aggiunto da parte sua il pastore Herbert Anders (Fcei). “La teologia ha come obbligo e scopo quello di disegnare scenari diversi: come teologi – ha osservato – dobbiamo dire che si può ragionare in modo diverso”.

La Chiesa, infatti, “deve continuare a formare, educare ed informare, perché la disformazione su questi temi non fa bene, non crea dialogo, confronto, dà una verità di chi ha interessi da salvare”, ha confermato mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi, per il quale il dialogo tra le religioni e tra le Chiese cristiane gioca un ruolo fondamentale:

“Abbattere le forme di contrapposizione e di conflitto è il nostro compito, che è quello di seminare nei solchi difficili della storia il germe di un mondo nuovo che è possibile solo nella pace”.

Pace che, ha precisato, “ha bisogno di scelte precise a livello politico, che non perseguano finalità che salvaguardino solo alcuni interessi, ma guardino all’interesse vitale dell’umanità”. “La razionalità della pace deve vincere l’irrazionalità della guerra”, è stato l’auspicio espresso da mons. Ricchiuti che ha ricordato che “la guerra giusta non esiste”. “Tutto deve essere orientato a persuadere e dissuadere: questa follia della guerra e della corsa alle armi non può che portare alla distruzione”, ha detto il presidente di Pax Christi.

“La produzione e il commercio di armi scatenano un circuito vizioso che alimenta i conflitti nel mondo e crea le premesse per l’insicurezza e l’instabilità democratica”, ha spiegato don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei, per il quale “non c’è ragione né etica né umana né spirituale che possa giustificare questa folle corsa”. “Non ci sono alternative: disarmare i cuori e gli arsenali – ha scandito – è una conditio sine qua non per la costruzione della pace”. Per la Chiesa la corsa agli armamenti è “una struttura di peccato, cioè una scelta che ha molteplici conseguenze negative e distruttive sull’uomo e sulla società”, ha concluso il direttore Cei che ha citato il “modello positivo avanzato da Rondine Cittadella della Pace grazie alla campagna ‘Leaders for Peace’” con la quale “si chiede ai governi di sottrarre una cifra simbolica dal proprio bilancio della difesa e indirizzarla alla formazione di altrettanti leader globali in grado di intervenire nei principali contesti di conflitto del mondo, per promuovere lo sviluppo di relazioni sociali e politiche pacificate”.

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European Parliament: changes projected in Strasbourg’s new hemicycle. Unexpected data in Poland, Germany and France

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 11:34

Poland’s Civic Platform, the Greens in Germany, Fidesz in Hungary, En Marche in France, the League in Italy, and the Socialists in Spain are projected to perform well. Poland’s PiS ruling party is likely to lose votes, and so is Italy’s Five Star Movement. These are the highlights of the second projections of seats in the new European Parliament after the vote of May 23-26 contained in a report released today by the European Parliament in Brussels. It’s not a new survey, as specified by the study service and by the press office of the EP, but a recalculation based on a cross section of national polls. The latest projections are being released ten days after the first ones of February 18. The latest data differs slights from the previous one and it should be considered as of today, three months ahead of the European elections, the election campaign meant to orient citizens’ vote, has not yet been launched while – apart from few anticipations and indiscretions – candidates running for a seat in the European Parliament are still unknown by the general public.

Projected changes in the hemicycle. In the new seat projections for the next European Parliament the EPP is set to gain 181 seats, 3 less compared to two weeks ago. Socialists & Democrats are set to gain 135 seats (signalling a downward trend as compared to the outgoing Parliament). The Liberal group (ALDE), with 75 seats, is predicted to be the third largest force, followed by the Euro-sceptic Europe of Nations and Freedom (ENF) group that includes Italy’s League, with 59 seats.

Gains are predicted for the Greens (enjoying a thrust from the Greens in Germany), from 44 to 49 seats; the GUE/NGL left (united left), is set to increase by one seat, (from 46 to 47). ECR Conservatives (European Conservatives and Reformists, left without British MEPs) is set to drop from 51 to 46 seats; the other anti-EU group EFDD (which includes Italy’s Five Star Movement), is also forecast to decrease from 43 to 39 MEPs. MEPs classified as “NA”, namely, not affiliated members, drop from  10 to 8, while all new political parties and movements, which have not yet declared their intentions, categorised as “other” (including Emmanuel Macron’s En Marche) fall from 58 to 66 seats. In general terms, the European Parliament would maintain a pro-European majority, although alliances would be required including at least the EPP, Socialists & Democrats, ALDE or the Greens.

CDU set to gain a third of all votes in Germany. The 167-page document on polling survey data released by the press office of the European Parliament shows that the En Marche movement in France is projected to grow (23.5%, 24 seats), signalling a leap forward from Marine Le Pen’s Rassemblement National (19.4%, 19 MEPs). In Germany, Angela Merkel’s CDU/CSU is projected to win one third of the vote (33.0%); the Green Party is set to rank second with 19.0%, signalling a sharp rise, followed by the Social Democratic Party (18.0%), while conservative and Euro-sceptic AfD is set to gain no more than 10% of the vote. Significant figures are projected for Poland where the pro-European, centre-right Civic Platform is set to obtain 37.5% of the vote, overtaking PiS ruling party (36.3%). The Socialist Party in Spain is projected to remain the largest political group with 26.8%, followed by the People’s Party (20.0%) and Ciudadanos (17.3%).
Euro-sceptic Italy. Italy’s League is set to gain a third of the vote (33.3%, with 28 seats), while a low is projected for the Five Star Movement (24.3%, 21 seats),  and for the Democratic Party (PD) (14 seats, 16.9% of the vote). A slight increase is predicted for Forza Italia (9.1%, 8 seats), with Fratelli d’Italia being the last party to cross the 4% minimum threshold with 4.4% of the vote (4 seats). As compared with earlier polls, Italy is reconfirmed as the most Euro-sceptic Country in Europe alongside with Hungary. Past projections for Italian political parties saw the League ranking first with 27 seats in Strasbourg (on a total of 76 MEPs), and 32.4% of the vote. The Five Start Movement was projected to win the second-largest share of the vote (25.7%, 22 seats); followed by the Democratic Party with 15 seats (17.3%). Forza Italia was set to obtain 8,7% of the vote and 7 seats. Fratelli D’Italia was projected to obtain 4 seats (4.4%).

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Europarlamento: ecco come cambia l’emiciclo di Strasburgo. Sorprese in Polonia, Germania e Francia

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 11:34

Bene Piattaforma civica in Polonia, Verdi in Germania, Fidesz in Ungheria, En Marche in Francia, Lega in Italia e Socialisti in Spagna. Calano il PiS (partito di governo) a Varsavia e i Cinquestelle a Roma. Spiccano queste novità nelle seconde proiezioni dei risultati elettorali del 23-26 maggio rese note oggi al Parlamento europeo a Bruxelles. Non si tratta di un nuovo sondaggio, come specificato dal servizio studi e dall’ufficio stampa dell’Euroassemblea, ma della rielaborazione di sondaggi nazionali in tutti i 27 Stati membri; proiezioni, queste, rese note solo dieci giorni dopo le precedenti (18 febbraio). Gli scostamenti sono in genere modesti e occorre sempre tener conto che, a tre mesi dal voto, la campagna elettorale, che dovrebbe orientare le scelte dei cittadini, non è ancora realmente partita e non si conoscono – salvo qualche anticipazione e indiscrezione – i candidati alla carica di eurodeputati.
Come cambia l’emiciclo. Nelle nuove proiezioni sul voto del 23-26 maggio per il rinnovo dell’Europarlamento il Partito popolare europeo è oggi accreditato di 181 seggi, 3 in meno rispetto a due settimane fa. I Socialisti & democratici restano stabili a 135 (con un significativo calo rispetto all’attuale rappresentanza a Strasburgo). Terzo gruppo sarebbe (il condizionale è d’obbligo trattandosi di proiezioni) quello dei Liberali, fermi a 75 seggi. Poi gli euroscettici dell’Enf (Europa delle nazioni e della libertà, gruppo cui aderisce la Lega), anch’essi fermi a quota 59.
Crescono i Verdi (sulla spinta dei Verdi in Germania) da 44 a 49 seggi; sale la Gue (sinistra unitaria), da 46 a 47 seggi. Calano ancora i conservatori dell’Ecr (Conservatori e riformisti europei, orfani dei britannici), da 51 a 46; scende anche l’altro gruppo eurodubbioso Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta, con gli eurodeputati 5Stelle), da 43 a 39 eurodeputati. Da 10 a 8 seggi calano i “non iscritti”, mentre gli “altri” (formazioni politiche che non hanno ancora scelto a quale gruppo parlamentare aderire, fra cui il francese En Marche di Emmanuel Macron) passano da 58 a 66 seggi. In generale si considera confermata una maggioranza europeista al Parlamento europeo, pur richiedendo alleanze che comprendano almeno Popolari, Socialdemocratici e Liberali oppure Verdi.

Le proiezioni del voto polacco

In Germania un terzo di voti alla Cdu. Le 167 pagine diffuse a Bruxelles dall’ufficio stampa dell’Europarlamento sostengono che in Francia il movimento En Marche cresce (23,5% dei voti, con 24 seggi), supera e distacca il Rassemblement National di Marine Le Pen (19,4%, 19 deputati). In Germania la Cdu/Csu di Angela Merkel raccoglie un terzo dei voti (33,0%); bene i Verdi, secondo partito (19,0%), con un vero e proprio exploit; seguono i Socialdemocratici (18,0%), mentre la destra conservatrice ed euroscettica di Afd si ferma al 10%. Significative le novità in Polonia dove la Piattaforma civica (centrodestra europeista) arriva al 37,5% e supera di slancio il partito di governo euroscettico PiS (36,3%). In Spagna il Partito socialista è saldamente al primo posto (26,8%), seguito da Popolari (20,0%) e Ciudadanos (17,3%).

L’Italia euroscettica. In Italia cresce ancora la Lega (33,3% di voti, 28 seggi), calano i Cinquestelle (24,3%, 21 seggi), ritocco al ribasso per il Pd (16,9% con 14 seggi), lieve aumento per Forza Italia (9,1%, ottiene 8 seggi), stabile Fratelli d’Italia (4,4%, per 4 seggi). Tutte le altre forze politiche restano sotto allo sbarramento del 4%. Dal confronto con i dati precedenti, l’Italia si conferma, assieme all’Ungheria, il Paese più euroscettico d’Europa. Le scorse proiezioni – per un confronto – assegnavano i seguenti risultati alle forze politiche italiane: Lega primo partito con 27 seggi a Strasburgo (su 76 eurodeputati italiani) e una percentuale di voti pari al 32,4%. Al secondo posto si collocava il Movimento 5 Stelle con 22 seggi (25,7% di voti); poi il Partito democratico, con 15 seggi (17,3%). Forza Italia raggiungeva l’8,7% di consensi, con 7 seggi. Fratelli d’Italia era accreditato di 4 seggi (4,4%).

 

 

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Crisi in Nicaragua. Mons. Pérez (Grenada): “Dal dialogo una piccola speranza ma abbiamo bisogno dell’appoggio internazionale”

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 11:10

Una rinnovata, ma piccola speranza. E tantissima prudenza. Questo l’atteggiamento della Chiesa, mentre in Nicaragua si torna a parlare di dialogo, a oltre dieci mesi dall’inizio delle grandi manifestazioni popolari che sono state represse attraverso la violenza di gruppi paramilitari (che hanno provocato almeno trecento vittime), centinaia di arresti arbitrari tra i manifestanti, intere città messe a ferro e fuoco (è il caso di Masaya, la scorsa estate), il divieto di promuovere manifestazioni pubbliche. La scorsa settimana, nella giornata delle celebrazioni per l’anniversario della morte del generale Sandino, il presidente Daniel Ortega ha annunciato la riapertura del Tavolo del dialogo, dopo che aveva trovato una prima intesa con le organizzazioni imprenditoriali (storicamente alleate con il presidente sandinista, ma critiche nei suoi confronti dopo i fatti dell’aprile 2018). La precedente esperienza del Dialogo, avviata a inizio maggio, con una forte e convinta presenza della Conferenza episcopale in qualità di mediatrice e testimone, si era chiusa lo scorso giugno in modo traumatico (con durissime accuse alla Chiesa da parte di Ortega), e da allora la repressione del Governo è aumentata d’intensità.
Il rinnovato Dialogo nazionale è ripartito mercoledì 27 febbraio. La liberazione di circa 100 persone arrestate dal regime, in seguito alle repressioni degli ultimi mesi, è stata interpretata come un segnale di buona volontà, ma in carcere restano oltre 600 prigionieri politici. Il Dialogo vede la partecipazione del Governo, del cartello di opposizione Alianza Civica, degli imprenditori (storici alleati di Ortega, dal quale si erano staccati lo scorso aprile) e, della Chiesa cattolica, come testimone. Hanno partecipato al primo incontro l’arcivescovo di Managua e presidente della Conferenza episcopale nicaraguense, card. Leopoldo José Brenes, e il nunzio apostolico in Nicaragua, mons. Waldermar Stanislav Sommertag. Sull’andamento del dialogo e sulle speranze della Chiesa nicaraguense, il Sir ha intervistato mons. Jorge Solórzano Pérez, vescovo di Grenada.

È ripreso mercoledì il Dialogo nazionale. Con quali speranze guarda a queste trattative?
Il dialogo è il cammino per arrivare a una soluzione politica e pacifica rispetto ai problemi che stiamo vivendo, per evitare maggiori violenze e scongiurare il rischio di una guerra civile. Ora è il momento del dialogo, si tratta di una piccola speranza.

Speriamo che le parti abbiano buone intenzioni, che ci sia la volontà politica da parte del Governo di ristabilire la democrazia.

Staremo a vedere come il dialogo si svilupperà. Parte del popolo è ottimista e piena di speranza, un’altra parte invece è sfiduciata.

In ogni caso da molte parti si chiede la liberazione dei prigionieri politici e un ritorno alle libertà democratiche, a cominciare da quelle di esprimere e manifestare liberamente il proprio pensiero…
Sì, il popolo anela la libertà, la chiede con forza. E chiede anche libere elezioni, lavoro… Queste sono le aspirazioni del popolo. Vediamo se il Governo procederà salvaguardando i propri interessi o quelli del popolo.

Oltre alla libertà, ci sono anche gli aspetti della vita quotidiana. La crisi economica di avverte?
Sì, stiamo vivendo una fortissima crisi economica, la situazione è durissima, moltissime imprese hanno chiuso, in tanti hanno perso il lavoro.

Tante persone in età lavorativa migrano verso il Costarica o Panama.

Proprio in questi giorni è stata approvata una riforma tributaria che avrà come effetto quello di rendere più cara la vita quotidiana delle persone, di far aumentare il prezzo dei cibi e dei generi più necessari.

Si sa qualcosa dei motivi che hanno partecipato alla mancata partecipazione al Dialogo nazionale di mons. Álvarez, vescovo di Matagalpa, sul quale ci sarebbe stato un veto del Governo?
Oltre al cardinale Brenes e al nunzio Sommertag, noi vescovi avevamo designato due confratelli, mons. Bosco Rivas Robelo, vescovo di León y Chinandega, e mons. Rolando José Álvarez, vescovo di Matagalpa. Mercoledì, però, al tavolo sono stati accettati solo il cardinale e il nunzio, ma non conosco le motivazioni, non siamo ancora riusciti a comunicare tra noi vescovi.

Lei recentemente è stato in Messico, ospite di Aiuto alla Chiesa che soffre. Quanto sono importanti il sostegno delle Chiese degli altri Paesi e la pressione della comunità internazionale?
Si tratta di una cosa importantissima. Sappiamo dell’attenzione dell’Italia e dell’Europa, qui è stata anche una delegazione di eurodeputati. Faccio un appello, non dimenticatevi del Nicaragua, un Paese oggi in crisi profonda, dal punto di vista economico, sociale e politico. Abbiamo bisogno dell’appoggio internazionale.

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Gruppi di volontariato vincenziano: un piano per aumentare i pasti per i poveri da 290mila a 400mila annui

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 09:09

Più pasti per i poveri nelle mense gestite dai Gruppi di volontariato vincenziano. Da oltre 290mila pasti annui, offerti oggi, a quasi 400mila. Una missione possibile grazie a un finanziamento erogato dal Fondo beneficenza Intesa San Paolo. L’intervento riguarda tutto il territorio nazionale. Si tratta di

un piano concreto di aiuto per “aumentare il numero di persone accolte e servite”,

spiegano dal Gruppo. Ma l’obiettivo non è solo quantitativo. È anche qualitativo. All’origine vi è l’intenzione di migliorare l’offerta di alimenti, con pasti che comprendano carne e frutta in base all’orario di distribuzione, “mantenendo comunque l’offerta tradizionale di pasto caldo con un primo piatto”. Tra gli altri traguardi del progetto, quello di allestire “pranzi speciali”, con tutte le portate di un pranzo di festa, per la Giornata con il povero e per le festività.

L’impegno dei Gruppi vincenziani per i poveri in Italia. I Gruppi di volontariato vincenziano distribuiscono attualmente oltre 290mila pasti in un anno sul territorio nazionale, in mense di piccole e di medie dimensioni, da soli o in rete con altri soggetti. L’attenzione, in particolare, si è focalizzata in alcune aree in cui “le necessità aumentano e le risorse a disposizione diminuiscono”.

Il riferimento è alle mense di Verona, dove sono in continua crescita le richieste di anziani e immigrati, della Campania, della Sicilia, dell’Abruzzo, anche per le criticità del post terremoto, a L’Aquila e a Chieti. Numerose le richieste che provengono anche da Milano, Como e Pavia, in Lombardia, e dalla Toscana, “per gli effetti incrociati di crisi e immigrazione”, spiegano i volontari. La disoccupazione è la principale ragione per la quale ci si rivolge alle mense in Sardegna. Nella Capitale, viene indicato in crescita il numero dei senza fissa dimora, dei disoccupati e degli anziani, che chiedono aiuto al centro sociale.

È per questo motivo che a Roma “siamo costretti a fare più turni”. La giornata dei volontari inizia alle 5 del mattino con le lodi per coloro che sono di servizio, poi continua con la preparazione e la distribuzione delle colazioni, col servizio docce e lavanderia, con la distribuzione biancheria e con la custodia bagagli.

I beneficiari del progetto della mensa. Il progetto “mensa” è indirizzato alle persone in stato di bisogno. Tutti vengono accolti nelle mense vincenziane, senza alcuna distinzione, e vengono soddisfatte, finché possibile, anche specifiche esigenze alimentari, perché, in tutte le mense, “si tiene conto dei precetti delle diverse religioni presenti nel Paese”. Con il contributo di Banca Intesta si punta a migliorare l’offerta delle mense dei Gruppi di volontariato vincenziano con alimenti come la carne, i cibi per la prima infanzia e per le esigenze dell’età scolare, la frutta. La tipologia degli utenti varia in base alle località e al servizio.

Mense “a misura del creato”. Le mense che beneficiano del finanziamento sono 19. E spaziano da Trapani a Como, da Lecce a Olbia, passando per Roma e Milano.Il gruppo più giovane dei volontari vincenziani è quello di La Spezia: sia perché nato nel 2016 sia perché formato da persone di età media intorno ai 40 anni. Una mensa piccola per dimensioni è attiva a Santa Margherita Belice, in provincia di Agrigento. Ma è tra le più longeve per attività e impegno in favore dei poveri. A Verona, invece, la mensa è grande e in servizio ogni giorno: fra le persone aiutate, molti i cittadini provenienti da altri Paesi. Nel suo dna anche iniziative che guardano alla cura dell’ambiente. Il Gruppo che la anima ha avviato la “liberazione dalla plastica usa e getta”, con uno sforzo per realizzare la raccolta differenziata.

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Antisemitismo: virus francese o crisi europea? Tornano i fantasmi del passato

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 09:06

Dal novembre scorso, dunque ormai da tre mesi, la Francia è turbata ogni settimana dalle manifestazioni dei cosiddetti gilets gialli. Tale movimento è nato come protesta fiscale contro l’aumento delle tasse. Però dall’inizio, il movimento ha subito infiltrazioni da militanti estremisti, di sinistra e soprattutto di destra. Con improbabili alleanze rosso-bruno, come all’inizio del nazismo.

Mentre i gilets gialli perdono d’influenza (ormai i manifestanti sono ridotti a 40/50.000 persone per tutta la Francia), gli estremisti rimangono presenti e attivi: contro la Repubblica, contro le istituzioni democratiche, ma anche contro gli immigrati, contro le “élite”, contro gli intellettuali, contro gli omosessuali, contro le donne, contro l’Europa. La violenza, a volte assoluta e devastante, è il loro metodo. I centri delle città sono trasformati in campi di battaglia. Nel cuore di questa violenza, c’è l’antisemitismo, l’odio verso gli ebrei: grida, insulti, provocazioni, profanazione di cimiteri…
Tutto ciò fa della Francia una nazione antisemita? La questione è seria. Il numero delle aggressioni verbali e fisiche cresce. Il peso dell’antisemitismo in Francia è stato confermato dall’inchiesta dell’European Agency for Fundamental Rights che denuncia – in tal senso – in particolare due Paesi dell’Unione europea, la Francia e l’Ungheria.

Ma perché la Francia? Gli osservatori evocano le incertezze create dalla globalizzazione, uno stato sociale sclerotizzato, una crisi sociale che nutre gli estremisti, ma anche il peso del conflitto mediorientale senza fine, e la presenza in Francia di un’importante comunità musulmana, che tende a identificarsi alla causa palestinese e a identificare la comunità ebrea con Israele. L’antisemitismo, allora, si nasconde dietro l’antisionismo. Bisogna anche evocare il ruolo dei social network e l’uso di internet, dove i siti violentemente antisemiti sono attivissimi, sotto la protezione dell’anonimato.

Ma fenomeni simili sono presenti in tanti altri Paesi europei. Quasi dappertutto, si levano voci contro ogni alterità. I movimenti e partiti estremisti raccolgono sempre più voti. L’Europa come spazio di scambi, di libera circolazione delle persone, di accoglienza, di tolleranza, anche di uguaglianza, sembra ripiegarsi sul passato. In ogni Paese Ue ci sono partiti che chiamano i cittadini a rifiutare le diversità, a tornare al passato nazionalistico, a rifiutare più di settant’anni di “pax europea”. Ci sono governi che vogliono riscrivere la storia a fini di propaganda nazionale, al punto di mettere in causa la libertà della ricerca storica. La Francia è colpita fortemente in questo momento dal virus antisemita. Ma si tratta di un virus non isolato che si diffonde molto velocemente, senza incontrare confini: tutta l’Europa è a rischio.La storia non si ripete mai esattamente, il nostro tempo non è quello degli anni Trenta del Novecento, ma non si può fare come se Auschwitz non fosse esistito, e come se la Shoah non fosse stata preparata da decenni di odio e di ingiurie antisemite che disarmano le coscienze. Non si può fare come se la pace costruita dagli anni ‘50 fosse definitiva, quando tutta la storia insegna la fragilità della pace nel momento in cui i demagoghi giungono al potere.

Il tempo presente conferma l’attualità e l’esattezza del timore espresso da Primo Levi quando affermava: “L’idea di una nuova Auschwitz non è certamente morta, niente muore mai”.
Oggi la Francia e l’Europa sono attraversate da un nuovo odio, come una malattia. Cent’anni dopo la fine della prima guerra mondiale, degli Stati europei insorgono gli uni contro gli altri, minati da un ritorno in forza del nazionalismo, che porta a dimenticare da dove veniamo, cioè dalle grandi stragi del Novecento, dimenticando che il periodo di pace, civile e internazionale, che l’Europa conosce dal 1945 è tanto eccezionale quanto fragile.

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