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Elezioni europee: libertà e comunità sono due bussole di orientamento

Agenzia SIR - Mon, 06/05/2019 - 08:49

In vista delle imminenti elezioni del Parlamento europeo stanno uscendo interessanti documenti e prese di posizione, in particolare nel mondo cattolico, a conferma di un investimento di lunga lena, oggi rilanciato in maniera convinta. Si segnalano da ultimo la lettera pastorale dei vescovi europei riuniti nel cosiddetto gruppo “Euregio”, che comprende le nove diocesi frontaliere di Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo, diffusa il 29 aprile, festa di Santa Caterina da Siena e soprattutto il breve e denso appello dei rettori di 32 università cattoliche dell’Europa, riuniti il 3 maggio a Parigi.
Due testi che ci fanno riflettere, anche perché, com’era prevedibile, la campagna elettorale si sta orientando soprattutto sui temi interni, sulla competizione interna, non solo in Italia. Ma

avere idee chiare o comunque riferimenti di prospettiva sull’Europa è fondamentale per il futuro immediato.

Ecco allora due considerazioni, ovvero un problema, serio, e una opportunità, eventuale.
Oggi c’è un serio problema potremmo dire di sincronizzazione.
Esiste un’Europa delle idee, dei principi, dei valori, dei riferimenti ideali. Esiste però anche un’Europa di carta, quella dei trattati, delle istituzioni, delle procedure. Esiste infine un’Europa della vita quotidiana. Il problema, il grande problema oggi è che queste tre diverse Europe, tutte reali vanno ciascuna per proprio conto, confliggono Non è sempre andato così. All’inizio forze politiche forti e coerenti, garantivano una sintesi, che generava fiducia, consenso e in concreto benessere diffuso.
La divergenza di queste tre Europe è frutto di due passaggi, la svolta neo-liberista degli anni novanta e la svolta della mondializzazione dei primi anni duemila. Passaggi lasciati, per l’insufficienza del pilotaggio, a loro stessi. Il pilota automatico, ovvero mercato e profitto a breve per pochi, non ha funzionato. Se ne sono accorti i cittadini, eccome: così si rischia solo di andare a sbattere.

Di qui un secondo e connesso scollamento, tra i livelli, statale, infra-statale e sovra statale, ovvero europeo. E il senso di confusione politica, morale e culturale.

Serve allora, come i due documenti suggeriscono, guardare senza complessi alle tensioni, ai conflitti, alle inquietudini, comprenderne le ragioni. Serve poi recuperare il senso dell’identità e delle differenze che caratterizzano un quadro che non è unitario nel senso di uniforme, ma comunitario, nel senso di articolato, plurale, cooperativo e sussidiario.
Libertà e comunità sono in questo senso due parole chiave, due bussole di orientamento. Che le pronuncino nuovamente i cattolici in Europa, come hanno fatto con convinzione quasi settant’anni fa, fa bene sperare. Perché possano diventare, come lo furono allora, piattaforme aperte di larghissima convergenza.

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European elections: freedom and community, two guiding principles

Agenzia SIR - Mon, 06/05/2019 - 08:49

In view of the upcoming elections for the renewal of the European Parliament interesting documents and stances are coming to the fore, notably in the Catholic world, thereby reconfirming a long-term investment, revived with determination today.  The latest highlight is the pastoral Letter of the European Bishops of the “Euregio” group, (nine dioceses of border regions in Luxembourg, France, Belgium and Germany), released on April 29, Feast of Saint Catherine of Siena, and notably the brief but intense message of the rectors of 32 Catholic universities in Europe gathered in Paris on May 3rd.
These two texts encourage reflection, also because, as was foreseeable, election campaigns also focus on national issues, on political competition at national level, not only in Italy. However

Having  a clear idea or points of reference in Europe is of the essence in the immediate future.

Thus two reflections ensue: a serious problem and a possible opportunity.
We are facing a serious problem today that can be described as a harmonization problem. There is a Europe of ideas, principles, values, ideal benchmarks. But there is also a Europe of documents, of Treaties, of institutions, of procedures. Finally, there is a Europe of everyday life. The problem, the major problem today, is that these three different Europes, all of them real, are each going their own way, in conflicting directions. This has not always been the case. At the beginning strong and coherent political forces guaranteed a synthesis that generated trust, consensus and widespread well-being.
The divergence of these three Europes is the result of two passages, the neo-liberal drift in the 1990s and the emergence of globalization at the turn of the 20th century. Owing to insufficient guidance, these transitions were left to fend for themselves. The autopilot, that is, market and short-term profit for a selected few, failed to work. Citizens realized what was going on, exposing the circuit to the risk of an inevitable crash.
This gave rise to another, related disconnection between State-run, infra-State  and supra-State – i.e. European – dimensions, thereby sparking off political, moral and cultural confusion. Thus, as the two documents suggest, we face the need to examine the tensions, conflicts, concerns, with an open mind and to identify their underlying motivations. It is equally necessary to recover a feeling of identity and diversity characterizing a situation that is not unitary because it is homogenous but because it identifies itself in a Community : i.e. plural, articulate, cooperative and based on subsidiarity.
In this respect freedom and community are two key words: two guiding principles. The fact that they are upheld by Catholics in Europe today, as occurred with determination almost seventy years ago, augurs well for their development into open platforms of broad convergence, as they were at the time.

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Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Natidallospirito.com - Sun, 05/05/2019 - 17:07

Offriamo ai lettori di Natidallospirito.com il testo di un’omelia pasquale del tre volte beato vescovo Epiphanius, abate del Monastero di San Macario, ucciso il 29 luglio 2018. Il Monastero di San Macario sta per pubblicare la traduzione in lingua italiana della prima antologia di scritti del vescovo copto, che dovrebbe uscire in concomitanza con il primo anniversario del suo martirio.

***

Il vescovo Epiphanius (sulla destra) con Tawadros II, papa e patriarca della predicazione marciana, al monastero di san Macario il Grande.

Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo si dilunga sulla Resurrezione del Signore Gesù. Si tratta del capitolo di cui una metà viene letta nella Divina Liturgia del Sabato della Gioia[1] e l’altra metà nella Liturgia della veglia pasquale. San Paolo inaugura il capitolo dicendo:

Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1Cor 15,1-4)

Il primo sintagma verbale, “vi rendo noto”, porta in sé una sfumatura di rimprovero perché poco dopo l’autore dirà ai destinatari della lettera: “Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna” (1Cor 15,34).

“Cristo morì per ὑπέρ i nostri peccati secondo le Scritture”, nel senso che Cristo è morto per togliere i nostri peccati, come si evince dalla lettera ai Galati (1,4): “Il quale ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Tuttavia, differisce dal versetto che riscontriamo nella lettera ai Romani il cui senso è piuttosto che egli è morto a causa dei nostri peccati (Rm 4,25): “Il quale è stato messo a morte per διὰ i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.

“Morì per i nostri peccati secondo le Scritture” onora la testimonianza degli scritti ispirati più che la visione oculare. L’Apostolo Paolo, in questo versetto, fa riferimento ad alcuni passi dell’Antico Testamento come Is 12,53 (“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”) e Sal 22,15 LXX (“Si è seccata come un coccio la mia forza, la mia lingua si è incollata al palato, su polvere di morte mi hai deposto”).

Ciò ci ricorda le parole che il Signore rivolse ai discepoli nella stanza superiore: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,44-45).

Da questa breve premessa, capiamo qual è questo Vangelo che l’Apostolo ha annunziato ai corinzi, questo Vangelo dal quale dipende la loro salvezza, senza il quale essi non possono salvarsi. È evidente, da quanto scrive, che il cuore della sua predicazione è stata la morte del Signore e la sua resurrezione dai morti.

Che bisogno c’è della Resurrezione?

Successivamente, l’Apostolo Paolo affronta un problema diffuso nella chiesa di Corinto e cioè la mancanza di fede di alcuni nella resurrezione, in generale, e di conseguenza nella resurrezione del Signore Gesù. Scrive:

Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? (1Cor 15,12)

C’era gente nella Chiesa primitiva che, malgrado credesse nel Signore Gesù, dubitava della sua resurrezione. In altro senso: “Crediamo che il Signore Gesù è morto per noi sul legno della Croce, e che con la sua morte abbiamo tutti ottenuto la salvezza. Che bisogno c’è, allora, di riconoscere la sua resurrezione e a cosa ci serve la resurrezione del Signore? Non basta la morte del Signore a rimettere i nostri peccati?”. Si noti che la resurrezione dei morti era messa in dubbio dalle genti come si evince dal discorso di san Paolo sull’Areòpago:

Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero” (Atti 17,32). Lo stesso accadde quando si intrattenne con il re Agrippa: “Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti? (Atti 26,8).

Chiarendone la gravità, l’Apostolo Paolo replica così alla mancanza di fede nella resurrezione dai morti:

Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (1Cor 15,13-14).

Eccoci chiarito il motivo dell’insistenza sulla verità della resurrezione del Signore. Senza resurrezione non c’è salvezza. Domanda: la morte del Signore non bastava a ottenere la salvezza? L’Apostolo risponde che se non crediamo alla resurrezione la predicazione degli apostoli è vana e così anche la nostra fede. Per capire questo punto, per capire fino in fondo il nostro bisogno della resurrezione del Signore, dobbiamo andare indietro, fino all’inizio della creazione, al momento della caduta dei nostri progenitori e alle sue conseguenze.

Adamo e la caduta

Prima ancora che peccasse, Dio avvertì Adamo che, se gli avesse disobbedito e avesse mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male, sarebbe morto. Nell’emettere questa sentenza Dio non mentiva. Perciò Adamo ed Eva furono scacciati dal Paradiso e furono condannati a morire. Che cos’è, infatti, la morte da una prospettiva spirituale? Non è forse la separazione dell’uomo da Dio, fonte della sua vita? Estraniandosi l’uomo dal volto di Dio, a causa del peccato, la morte è entrata nella sua esistenza: morte spirituale, prima, morte fisica, poi.

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo:

Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. […] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai! (Gen 2,16-17; 3,19).

Nello spiegare le conseguenze della caduta di Adamo, l’Apostolo dice:

Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato (Rm 5,12).

È chiaro da questo discorso che il peccato di Adamo ha attirato su di lui la morte e così la morte stessa è passata a tutta la creazione. La conseguenza inevitabile di ciò è che l’uomo ha bisogno di risorgere da quella morte che era penetrata nel suo essere, schiavizzando la sua vita, se di vita si può parlare.

“Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 14,2-3). Se tutti hanno traviato e tutti sono corrotti, sono vivi? Ovviamente sono morti perché hanno traviato, si sono sviati dalla sorgente della vita e sono stati invasi dal principio della corruzione, cioè la morte. I morti hanno dunque bisogno nient’altro che il Signore Creatore realizzi in loro una nuova creazione facendo scorrere nel loro essere una nuova vita che li faccia ritornare di nuovo vivi.

O Dio grande ed eterno, tu che hai plasmato l’uomo senza corruzione (cioè per l’eternità), hai distrutto la morte che era entrata nel mondo per l’invidia del Diavolo, per mezzo della vivificante venuta del tuo unigenito Figlio, nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo (Orazione della riconcilliazione, Liturgia di san Basilio)

Icona dell’Anastasis, metà XVIII secolo, di Yuhanna al-Armani. Attualmente nella Chiesa di sant’Atanasio. Madinet Nasr (Il Cairo)

Risorti con Cristo

“Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati […] Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati” (Ef 2,1.5).

Ecco il grande beneficio della Resurrezione: siamo risorti con Cristo dopo essere stati morti a causa delle colpe e dei peccati. Non credere alla resurrezione del Signore dai morti significa che siamo ancora nel nostro peccato:

“Ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti” (1Cor 15:17-18; “morti in Cristo”, cioè morti in comunione e unione con Cristo).

Poi l’Apostolo spiega il rapporto che intercorre tra la resurrezione del Signore Gesù e la nostra: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia ἀπαρχή di coloro che sono morti” (1Cor 15,20). Il giorno successivo al sabato della settimana in cui cade la Pesach inizia la festa delle primizie e dopo cinquanta giorni cade la Pentecoste. Cristo è dunque la primizia e dopo di lui gli altri frutti. La primizia è dello stesso tipo degli altri frutti. Così, Adamo era la primizia del genere umano. Per capire il senso del termine “primizia” torniamo al Levitico dove si legge:

Queste sono le solennità del Signore, le sante convocazioni che proclamerete nei tempi stabiliti. Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la pasqua del Signore […] Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla agli Israeliti e ordina loro: Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto; il sacerdote agiterà con gesto rituale il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote l’agiterà il giorno dopo il sabato. Quando farete il rito di agitazione del covone, offrirete un agnello di un anno, senza difetto, in olocausto al Signore. L’oblazione che l’accompagna sarà di due decimi di efa di fior di farina intrisa nell’olio, come sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave in onore del Signore; la libazione sarà di un quarto di hin di vino. Non mangerete pane, né grano abbrustolito, né spighe fresche, prima di quel giorno, prima di aver portato l’offerta al vostro Dio. È una legge perenne di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione (Lv 23,4-5; 9-16).

San Cirillo il Grande commenta questo brano dicendo:

Gesù Cristo è uno, e tuttavia è descritto come un covone abbondante, e davvero lo è, perché contiene in sé tutti i fedeli mediante un’unione spirituale. Altrimenti, come potrebbe dire il beato Paolo che «con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli»? (Ef 2,6) Poiché si è fatto uno di noi, gli siamo divenuti concorporei (Ef 3,6) e abbiamo ricevuto un’unione con lui secondo il corpo. Per questo diciamo che siamo tutti una sola cosa in lui […] Dice che bisogna portare il covone all’indomani del primo giorno [degli azzimi], cioè il terzo giorno [dall’immolazione dell’agnello]. Cristo infatti è risorto il terzo giorno, e in esso è anche salito ai cieli […] Quando nostro Signore Gesù è risorto compiendo l’offerta di se stesso davanti a Dio Padre come primizia degli uomini, proprio allora gli abissi del nostro essere sono stati trasformati a nuova vita (Glaphyra in Numeros)

Poiché tutti siamo morti in Adamo e tutti abbiamo riottenuto la vita per mezzo della resurrezione di Cristo dai morti:

“Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1Cor 15,21-22).

Se l’incarnazione, dunque, avesse avuto come semplice funzione la remissione dei peccati, non avremmo avuto bisogno di una nuova creazione e, tutt’al più, avremmo recuperato l’immagine di Adamo prima della caduta. Ma il Vangelo ci dice che, attraverso la resurrezione del Signore dai morti, diventeremo a immagine di lui, perché diventeremo celesti, dopo essere stati terrestri. Così scrive l’Apostolo:

Così ancora è scritto: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste (1Cor 15,45-49).

Risorgendo insieme al Signore, dunque, non ritorneremo solamente alla prima immagine secondo la quale Adamo fu creato ma acquisteremo l’immagine del Signore risorto dai morti, il quale morì a causa dei nostri peccati e risuscitò per la nostra giustificazione.

E al nostro Signore sia gloria sempiterna. Amen.

anba Epiphanius (1954-2018)
martire, vescovo e abate
del Monastero di san Macario il Grande (Scete, Egitto)
discepolo di abba Matta El Meskin
omelia della notte di Pasqua, 12 aprile 2015
traduzione a cura di Natidallospirito.com

[1] Grande Sabato, N.d.T.

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Azione Cattolica. Truffelli: “Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale”

Agenzia SIR - Sat, 04/05/2019 - 20:24

“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque”. Ne è convinto Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica (Ac), impegnato in questi giorni a Chianciano Terme nel convegno delle presidenze diocesane. Un’occasione per riflettere “sul tema della fraternità come categoria unificante, attraverso la quale l’Ac intende declinare il tema del popolo ‘civile’ poiché ‘il primo nome di cristiani è fratelli’”. A margine dell’evento il Sir lo ha intervistato.

Presidente, cosa vuol dire oggi essere un popolo per tutti, riscoprirsi fratelli e stare nella realtà del nostro tempo?
“Essere popolo per tutti vuol dire sapere che la nostra vocazione, che è anche la nostra identità, è quella di camminare insieme a chiunque, a quella che nel Vangelo viene chiamata ‘la folla’.

Camminare insieme a persone di ogni età, condizione sociale e culturale, credenti e non credenti, prendendoci cura della vita concreta e dei bisogni più profondi della loro esistenza.

Consapevoli del fatto che tutti questi bisogni hanno alla radice una necessità fondamentale: riscoprire dentro la vita la presenza del Signore. Se essere ‘popolo per tutti’ significa quindi aiutarci reciprocamente a riscoprire la presenza del Signore, esserlo come fratelli implica invece una seconda domanda fondamentale, quella che il Signore pone a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?’. Questa domanda deve guidare ogni nostra riflessione e ogni nostro programma di vita, ovvero cosa fare per essere dove sono i nostri fratelli, per scoprire in ciascuno il volto di un nostro fratello, compreso chi è diverso da noi.

Il fratello è anche l’altro.

Questo ha una valenza ancora più particolare nella dimensione della città, perché è lo spazio in cui la fraternità va scelta, non te la ritrovi come famiglia”.

Questa è una prerogativa che spetta solo ai cattolici?
“Non è chiaramente una prerogativa esclusivamente cattolica. È un elemento che nasce dal desiderio di convivere, del vivere bene insieme. In questo senso

la dimensione della fraternità diventa fondativa della città, perché diventa lo spazio in cui essa viene messa alla prova essendo le città anche un luogo di sopraffazione, violenza, ingiustizia.

Non si devono chiudere gli occhi davanti a queste situazioni, ma bisogna accettare la sfida di prendersene carico”.

Papa Francesco, nell’ Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, in un certo modo lancia questa sfida. “La sfida – scrive il Pontefice – di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità”. Cosa ne pensa?
“Da questo punto di vista l’Evangelii Gaudium è molto provocante, perché ci spinge a interpretare la nostra identità di credenti come un qualche cosa che non può essere circoscritta a noi stessi, ma che ci chiede di cercare gli altri come necessari compagni del nostro camminare dentro al mondo.

La ‘mistica del vivere insieme’ è proprio questo sentimento di bisogno che noi abbiamo degli altri e che abbiamo di camminare insieme con gli altri e per gli altri.

È realizzazione della nostra identità più profonda”.

Questo include anche le drammaticità del nostro tempo?
“Certo! Quando parliamo di fraternità, di camminare insieme, non possiamo farlo pensando che sia tutto ‘rose e fiori’. La condizione della convivenza tra gli uomini è sempre anche una condizione di drammaticità e proprio per questo deve essere un camminare insieme che sa farsi carico delle situazioni di criticità, a partire da coloro che, dentro la città, meno sono ritenuti fratelli, come chi vive nella marginalità, chi non è considerato cittadino perché non membro della comunità e chi addirittura viene ritenuto membro di un’altra fraternità, quelli che consideriamo avversari o nemici. Lo scoprire in ciascuno di essi tratti fraterni ci aiuta a capire e ricordare che apparteniamo tutti a una sola universale famiglia, quella umana”.

Nella grande famiglia umana c’è anche la grande famiglia europea, che si sta preparando all’importante appuntamento delle elezioni di fine mese. Cosa auspica?
“Le elezioni europee sono un passaggio importante da cui dipende, più di quello che crediamo, il futuro del nostro Paese.

Noi siamo abituati a pensare alle elezioni europee come a qualche cosa di relativamente importante. Invece, sempre di più, dobbiamo acquisire la consapevolezza che stare in Europa è decisivo per il nostro futuro.

Pertanto, si deve arrivare a queste elezioni con consapevolezza, sapendo per cosa e come si vota, e sapendo anche che dal modo in cui staremo dentro l’Europa dopo l’appuntamento elettorale dipenderà gran parte di quello che l’Italia potrà essere, perché, in un contesto di fortissima globalizzazione, da soli non possiamo sopravvivere né tantomeno essere protagonisti. Possiamo essere protagonisti solo se lo facciamo assieme a tutta l’Europa”.

In questo senso quanto è importante riscoprire i valori che hanno ispirato i padri fondatori? Alcide De Gasperi, ad esempio, il 21 aprile 1954 alla Conferenza parlamentare europea di Parigi, ha parlato dell’Europa come della “nostra patria”…
“Sì! Dobbiamo riscoprire, saper ridire e saper rilanciare le ragioni del nostro stare in Europa come cittadini europei, che sono certamente legate anche ai benefici economici e di vita, ma ancora di più a un progetto di convivenza pacifica dentro al Continente e per il resto del mondo. Questi sono i fondamento entro i quali dobbiamo riscoprirci europei”.

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95ª Giornata per l’Università Cattolica: garantire una formazione integrale della persona

Agenzia SIR - Sat, 04/05/2019 - 17:19

Abdoul Razak Koura, originario del Togo, è un rifugiato politico. Dopo aver conseguito la laurea triennale all’Università di Pavia, ha vinto una borsa di studio dell’Istituto Toniolo ed oggi è uno degli studenti del Master in risorse umane. Tarek Aljaber invece viene da Damasco, in Siria, e per diversi anni ha girato il mondo facendo il traduttore di libri. Poi ha deciso di “cambiare vita” e ora, come Abdoul, frequenta un Master che per lui significa “far vivere un bambino che sogna”. Federica Bove, di Lecce, è dottore di ricerca in patologia vegetale a Piacenza e dice che all’Università Cattolica si è sempre “sempre sentita a casa”. Annalisa Pellegrino è funzionaria all’International Organization for Migration delle Nazioni Unite di Ginevra ed è consapevole che il percorso in Cattolica, dove ha studiato lingue per le relazioni internazionali e scienze politiche, ha contribuito “molto” alla sua formazione.
Sono alcuni degli studenti che hanno voluto raccontare la loro esperienza all’Università Cattolica in brevi video realizzati in occasione della 95ª Giornata che si celebra domani, 5 maggio, e che quest’anno ha per tema “Passione, talento, impegno. Cercando il mio posto nel mondo”.

Promossa dall’Istituto Toniolo, da quasi un secolo la “Giornata per l’Università Cattolica” è tra i più significativi appuntamenti del calendario dei cattolici italiani e rappresenta un’occasione di approfondimento sullo spirito e gli obiettivi dell’ateneo che, con i suoi cinque campus distribuiti su tutto il territorio nazionale (Milano, Roma, Brescia, Piacenza e Cremona), offre un contributo fondamentale alla formazione delle nuove generazioni e al loro inserimento professionale, alla crescita del tessuto socio-economico del Paese e all’avanzamento della ricerca scientifica.

Fin dalla sua fondazione, l’Università Cattolica “si adopera, con sapienza e determinazione, per essere all’altezza delle sfide che in ogni epoca, e non meno in quella presente, assumono tratti peculiari e inediti”, scrivono i vescovi italiani nel Messaggio per la Giornata sottolineando che “un tale impegno appare oggi ancor più necessario e urgente per accogliere la crescente domanda che emerge dai giovani e dalle loro famiglie, alla ricerca di soggetti e luoghi in grado di garantire una formazione di alto profilo scientifico, culturale e spirituale”.
Quella attuale infatti è una “società che tende a contrapporre le generazioni più che a farle dialogare, che scarica sui giovani il fardello più pesante di incertezza e precarietà, che soffoca più che promuovere il loro entusiasmo e la loro generosità”. “Non sono pochi quei giovani che fanno fatica a fare discernimento e sono indotti a pensare che non ci sia posto per loro in questo mondo o che perlomeno non potranno mai realizzare ciò che sognano e desiderano”, denunciano i presuli per i quali “soffocare i sogni e rubare la speranza, come ricorda spesso papa Francesco, è il risvolto più inquietante della miopia con cui l’odierna società guarda ai giovani”.

Diventa dunque fondamentale un “autentico e qualificato accompagnamento che sappia garantire una formazione integrale della persona e lo sviluppo di competenze adeguate per affrontare la complessità del tempo presente”. In quest’ottica, evidenzia il Messaggio della Cei, “l’Università Cattolica del Sacro Cuore costituisce una grande risorsa sia per il suo contributo nella formazione delle nuove generazioni sia per la sua presenza culturale nello scenario nazionale e internazionale”.

L’Università Cattolica “è, e vuole continuare a essere una realtà che coniuga un riconosciuto prestigio accademico con il tratto distintivo dell’inclusività e dell’accoglienza”, assicura il rettore, Franco Anelli, ricordando che l’ateneo “è concepito e sostenuto dalla comunità dei cattolici italiani per promuovere l’incontro fra Vangelo e cultura nel rispetto della ragione umana e dell’autentico progresso della ricerca scientifica”. “Più di quarantamila ragazzi, provenienti da tutte le regioni italiane, incontrano ogni giorno l’Università Cattolica del Sacro Cuore: il loro desiderio – afferma – non è soltanto quello di apprendere saperi utili per le loro professioni future, ma più a fondo di leggere la realtà e comprenderla, per migliorare la società e renderla più vivibile per tutti”. Ecco allora che, conclude il rettore, “alle domande profonde dei giovani rispondiamo anzitutto con la fedeltà ai nostri valori, ispirati dalla nostra appartenenza alla comunità ecclesiale e radicati nel mandato dei nostri fondatori”.

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“This time I’m voting” generation. Message from youths under-30: “We breathe European air”

Agenzia SIR - Sat, 04/05/2019 - 14:53

If you know it, you become passionate about it; when you discover what Europe is all about you will inevitably feel involved in this project of the common European home. This is what emerged in the experience of young people who attended the institutional initiative of European Youth Week in Brussels that closed on May 5. Over one thousand events were held across EU countries that reached out to 111 thousand youths, while the European Parliament in Brussels welcomed 800 youths who discussed the theme of democracy in a two-day meeting in the context of the upcoming vote, debating with representatives of European institutions.

A home for everyone. “The biggest surprise was discovering a common purpose, the common feeling that unites all of us young Europeans across national borders. In the two-day meeting we took part in debates and workshops on important issues” and we find hope in the fact that “as young people, who represent the future of Europe, we are united and yearning to remain united and share more moments like this one to exchange ideas and find solutions to continue improving the European Union.” The experience of the European Youth Week was conveyed to SIR by Dina Galdi from Salerno, one of 11 members of “Re- generation (Y)outh”, a group of young women under-30 from the Italian regions of Campania and Basilicata united by a deep feeling of belonging to EU guiding principles and by a desire to “innovate”, each with their own specificity. “It’s hard to describe the atmosphere in Parliament: by experiencing it we perceived what it means to be European.” Dina described Parliament “as a place that belongs to everyone, where there are no differences but great openness that extends beyond national identity. Here we feel at home”, also because everyone “has a space to express his ideas.” The youths greatly appreciated the fact that ideas were “listened to and incorporated” in the dialogues with the Commissioners, with all those actively working in EU Directorates General. “They were all open to engage in dialogue and they were interested in learning about our views.”

“It may appear unimportant, however…” “We tried to develop new solutions, we reflected on the upcoming elections, on the role of young people and the strategies that need to be implemented to encourage people to vote”, Dina added. “Perhaps , having grown up with Europe we are not the problem”, but “the generation of our parents, who are more sceptical”: dialogue ought to be sought with them, while “to us Europe is everything. It may seem obvious, but it corresponds to the truth.”

Complex mechanisms, according to Giusy Sica, creator of “Re- generation (Y)outh”,

“Italian youths breathe much more Europe than we read about on social networks”

“Indeed, youth initiatives such as this one, where institutions – European and national alike – are open to being somewhat hacked, lived out in full, become opportunities to understand mechanisms that are hard to grasp from your home couch.”

“Projects to bring back to Naples.” Great enthusiasm was also voiced by Marco Riccio, from Naples, Vice President of “Il tappeto di Iqbal”, a social cooperative operating in Naples’ Barra district. We ran into him at the Espace Léopold in front of Parliament, while he was waiting for friends: “I have personally experienced Europe’s existence, the fact that many 18-year-olds believe in it and accept this challenge.” He said he was impressed “by the personal experiences shared by many youths.” “Many new relationships were born, projects to bring back to Naples to offer new opportunities to those who are younger than me, new ties to foster exchange programs.” He was surprised

“by the great freedom to raise one’s hand and ask important questions.”

A reflection: “I think this is a Europe of young people who will bring about a change tomorrow. We all believe in this. We represent the tomorrow of our Country and of Europe, if we are unable to send a strong signal, Europe will be going nowhere.”

Deciding your future. Looking ahead at the elections of May 23-26 “the greatest challenge is to involve first time voters whom we know little about or are still distant”, said the youths. A key to involve citizens is to create “occasions for connecting in which we talk about Europe and the benefits of  the EU.” Giusy lauded Parliament for “giving a great contribution with the ‘This time I’m voting’ campaign and the platform ‘What Europe does for me’’. “Our major responsibility”, Giusy went on, is “to create opportunities for people to connect not only online, through digital channels, but also offline, with debates, providing occasions for encounter over a coffee or an appetizer.” It is necessary “to explain things, to call things by name that can occasion a greater understanding of European systems and what needs to be expected from Europe.” This is what Giusy and Dany will do once they return to Salerno until election Day, May 26. It is necessary to go to the polls, for “people have fought to secure this right and we must protect it today” by casting our vote, “because we will be deciding the future of our children and of our grandchildren , in addition to our own future. It takes a second but it can have lasting effects.”

Meeting in Sibiu on May 8. Espace  Léopold, right opposite the entrance to Parliament, is now an empty space: the stands and the stage where a celebratory evening concluded the days of debates, have been removed. But the Europe of young people is not over. In an effort to give a voice, room and resources to youths, the Commission set an example that could be followed by national governments. In a few days, on May 8, on the eve of the European Council meeting (May 9), the EU Commission will hold a “Young Citizens’ Dialogue” in Sibiu. 300 people are expected to attend.

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Generazione “stavoltavoto”. Messaggio dagli under30: “noi respiriamo l’Europa”

Agenzia SIR - Sat, 04/05/2019 - 14:53

Se la conosci, ti appassiona; se scopri cos’è l’Europa, non puoi fare a meno di sentirti coinvolto in questo progetto di casa comune. È quanto emerge dalle esperienze dei giovani che hanno partecipato a Bruxelles all’evento istituzionale di questa Settimana europea dei giovani che sta per concludersi (5 maggio): in giro per l’Unione si sono svolti quasi mille eventi che hanno raggiunto oltre 111mila giovani, mentre a Bruxelles il Parlamento europeo ha ospitato 800 giovani che per due giorni hanno sviscerato il tema della democrazia, guardando al voto ormai imminente e confrontandosi anche con rappresentanti delle istituzioni europee.

Una casa per tutti. “La sorpresa più grande è la comunione di intenti, il sentire comune che unisce tutti noi giovani europei al di là dei confini nazionali. In questi due giorni abbiamo partecipato a discussioni e dibattiti legati a tematiche importanti” e la cosa che dà “speranza, è che noi giovani, che siamo il futuro dell’Europa, siamo uniti e desiderosi di esserlo e di avere altri momenti come questo per confrontarci tra di noi e capire come migliorare sempre più l’Ue”. A raccontare al Sir la propria esperienza della Europan Youth Week di Bruxelles è Dina Galdi da Salerno, una delle 11 componenti di “Re- generation (Y)outh”, gruppo di ragazze campane e lucane under-30 unite da un profondo senso di appartenenza ai principi dell’Ue e dalla voglia di “innovare”, ciascuna con la propria specificità. “È difficile descrivere l’atmosfera che si è respirata al Parlamento: vivendola, si è percepito il significato di essere europei”. Dina descrive il Parlamento come “luogo di tutti, in cui non ci sono differenze, ma una grande apertura che va al di là dell’identità nazionale; qui ci sentiamo a casa nostra”, anche perché ognuno “trova lo spazio per dar voce alle proprie idee”. Molto apprezzato il fatto che le idee siano state “ascoltate e recepite” nei dialoghi coi commissari, con chi lavora attivamente all’interno delle singole direzioni generali dell’Ue: “tutti erano pronti al dialogo e volevano sapere che cosa pensassimo”.

“Può essere banale, però…” “Abbiamo cercato di elaborare nuove soluzioni, ci siamo interrogati sulle prossime elezioni, sul ruolo dei giovani, le strategie da attuare per coinvolgere le persone al voto”, racconta ancora Dina. “Forse il problema non siamo noi, che siamo cresciuti con l’Europa”, ma “la generazione dei nostri genitori, che sono più scettici”: con loro va cercato il dialogo mentre “per noi l’Europa è tutto: può essere banale, però effettivamente è così”.

Meccanismi non semplici. A sentire Giusy Sica, che di “Re- generation (Y)outh” è l’ideatrice,

“i giovani italiani respirano molta più Europa di quanto siamo abituati a leggere sui social”

“ma certo momenti aggregativi come questi, in cui le istituzioni (anche quelle nazionali) si aprono in qualche modo per essere hakerate, vissute a 360° nella loro vita, diventano opportunità per comprendere meccanismi che non sono così semplici da comprendere dal divano di casa”.

“Progetti da portare a Napoli”. Entusiasta è anche Marco Riccio, napoletano, vicepresidente de “Il tappeto di Iqbal”, cooperativa sociale che lavora nel quartiere di Barra a Napoli. Lo incrociamo sull’éspace Léopold di fronte al Parlamento, mentre aspetta amici: “Ho sperimentato che l’Europa esiste, che tanti giovani di 18 anni ci credono e si buttano in questa sfida”. Lo ha colpito “sentire raccontare le esperienze che altri giovani hanno fatto”. “Tantissime nuove conoscenze, progetti da portare a Napoli per dare nuove opportunità a chi è più piccolo di me, nuovi legami per creare scambi e gemellaggi”. Lo ha sorpreso

“tanta libertà di alzare la mano e porre grandissime domande”.

E una riflessione: “Penso che questa sia un’Europa di giovani che un domani porteranno cambiamento, perché ci crediamo tutti. Noi che siamo il domani per il nostro Paese e l’Europa, se non saremo noi a dare un segnale forte, l’Europa non andrà da nessuna parte”.

Decidere il proprio futuro. Guardando all’appuntamento elettorale del 23-26 maggio “la sfida più grande è creare coinvolgimento nelle generazioni che andranno per la prima volta al voto, rispetto alle quali si conosce poco o sono ancora assenti”, raccontano questi giovani. Una chiave per conquistare le persone sono “momenti di connessione in cui si racconta che cosa è l’Europa, quali ne sono i benefici”. Giusy esprime il proprio plauso al Parlamento che “sta facendo tantissimo, con la campagna ‘stavolta voto’ e la piattaforma ‘che cosa fa l’Europa per me’”. “La nostra grande responsabilità”, continua Giusy, è “creare momenti di connessione non solo online attraverso i canali digitali, ma anche off line, con dibattiti, momenti anche semplici di aggregazione, un caffè e un aperitivo”. Occorre “spiegare, dare un nome e cognome alle cose e questo può portare a una maggiore comprensione dei sistemi europei e di quanto bisogna pretendere dall’Europa”. Questo cercheranno di fare ritornate a Salerno, Giusy e Dani, di qui al 26 maggio: si vota di certo, perché “c’è chi ha lottato pur di avere questo diritto e noi oggi dobbiamo averne cura” andando a votare, “perché decidiamo il futuro nostro, dei nostri figli e nipoti. Un gesto che dura un secondo ma che può avere conseguenze durature”.

Appuntamento l’8 maggio a Sibiu. L’éspace Léopold, di fronte all’ingresso del Parlamento, è ora di nuovo sgombro: smontati gli stand e il palco dove una serata di festa ha concluso le giornate di dibattito. L’Europa dei giovani però non si è fermata lì e la Commissione in questo sforzo di dare voce, spazio e risorse ai giovani dà un esempio che forse anche i governi nazionali potrebbero seguire. Tra pochissimi giorni, l’8 maggio a Sibiu, alla vigilia della riunione del Consiglio europeo (9 maggio), la Commissione ospiterà un “dialogo dei cittadini per i giovani”. Sono attese 300 persone.

 

 

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“Senza sbarre”: una masseria e un pastificio per l’inclusione dei detenuti

Agenzia SIR - Sat, 04/05/2019 - 09:08

Si inaugurano oggi ad Andria la Masseria “San Vittore” ed il pastificio “A mano libera”, che rientrano nel progetto della diocesi di Andria “Senza sbarre” per l’inclusione sociale e lavorativa di detenuti ed ex detenuti. Interverranno, tra gli altri, il vescovo di Andria, Luigi Mansi, che benedirà gli ambienti, il Procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, e il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bari, Giuseppina D’Addetta. Alla realizzazione del progetto hanno contribuito, oltre alla diocesi pugliese, la Conferenza episcopale italiana – con i fondi 8xmille e Caritas nazionale -, “Rotary International, l’associazione di imprenditori andriesi ‘Amici per la vita’, un imprenditore della pasta della vicina Barletta e tanti altri benefattori”, dice don Riccardo Agresti, anima del progetto insieme con un altro sacerdote della diocesi di Andria, don Vincenzo Giannelli.

“L’idea centrale di questo progetto diocesano è di occuparsi di eseguire la misura alternativa al carcere in comunità attraverso l’inclusione socio-lavorativa dei detenuti”, ai quali si aggiungono gli ex detenuti che vogliono da subito rifarsi una vita, spiega don Riccardo Agresti. Il progetto “Senza Sbarre” è partito a dicembre 2017. “A settembre 2018 – continua – è stata avviata la comunità semi residenziale, che vede oggi presenti 12 persone, alcune delle quali la sera rientrano in carcere. Gli altri hanno l’obbligo di dimora o sono agli arresti domiciliari”. Funziona così:

i magistrati del Tribunale di sorveglianza e l’area educativa del carcere, “se matura la possibilità di una misura alternativa- spiega don Agresti – ci invitano a prendere in considerazione il caso; se la persona vuole veramente cambiare vita, diamo la nostra disponibilità: questo significa quanto sia importante fare rete”.

“Quasi tutti gli ospiti arrivano al mattino in masseria, accompagnati dai volontari”, aggiunge. Dopo la preghiera, tutti al lavoro: dalla pulizia della stalla, ai lavori di giardinaggio, alla cura dei 7 ettari di terra con un uliveto e campi a seminativo intorno alla masseria. Inoltre, “alcuni imprenditori ci fanno completare lavori avviati in aziende vicine”. Il prossimo obiettivo è quello di arrivare ad una ventina di ospiti, “e, già da giugno, attraverso la misura alternativa di comunità residenziale, permettere ad almeno 5 o 6 di loro di dormire nella masseria e non in carcere”. La struttura è dotata di un laboratorio per la produzione di pasta, che “adesso è utilizzata per il fabbisogno della comunità e distribuita attraverso le parrocchie di Andria”, prosegue. L’auspicio è di commercializzarla col marchio “A mano libera” già da questo mese “nei punti vendita di prodotti del commercio equo e solidale, e successivamente, di venderla nei supermercati”. “Il pastificio sarà un canale di autonomia” per rendere la comunità indipendente “e dare lavoro a ragazzi che ieri si procuravano i soldi in modo facile”. Ora, invece, “i soldi devono sudarseli, anche questo fa parte del ‘sogno’ del Vangelo”. L’ospitalità non termina con la fine della pena: “Se un ospite che ha scontato la pena si trova bene, continua a stare nella comunità”.

“Il volontariato sarà l’anima del progetto, perché non crediamo negli uomini soli o ad uno solo uomo al comando, ma crediamo nel noi”, scandisce don Agresti.

L’equipe, che oggi è composta dal vescovo, da un manager professionista che aiuta nelle strategie di produzione, dai due sacerdoti andriesi e da due volontari, a breve sarà arricchita da assistenti sociali e psicologi. “Il Vangelo, che vogliamo applicare quotidianamente, ha portato don Vincenzo e me ad incontrare da parroci i detenuti del carcere di Trani già dal 2007″, ricorda don Agresti. Lì “abbiamo toccato lo stigma e abbiamo fatto i pellegrini mendicanti del capire e dell’agire. Abbiamo ‘sognato’ con il Vangelo, che è missione, azione, testimonianza, incisività da vivere nella ferialità, e non con gesti straordinari che durano soltanto un giorno”.

La svolta del progetto, continua don Agresti, l’ha data il vescovo Mansi che ha apprezzato l’idea. “C’è bisogno di una azione comunitaria”, ha detto monsignor Mansi, ricorda don Agresti. E così il sogno di due sacerdoti è diventato della intera diocesi. “Siamo arrivati a realizzare questo progetto perché abbiamo fatto un progetto di inclusione dei carcerati nelle nostre comunità, che ora non si fanno problemi a ricevere carcerati”. “Dio dice: ‘Io ti amo’, e questo bisogna tradurlo praticamente. Se una persona si sente amata, può cambiare”, spiega. Tante persone guardano al carcere “ma sono poche quelle che si rimboccano le maniche e svolgono un’azione incisiva su un sistema che oggi è immobilizzato”, conclude don Agresti, che evidenzia: “l’istituto educativo in carcere è insufficiente”.

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Grande Torino: ogni vittoria granata era la consolazione di un “popolo”

Agenzia SIR - Sat, 04/05/2019 - 08:54

“L’urlo di una folla non sorprende; si è assiepata per quello; e non sgomenta. Il silenzio di mezzo milione di persone percuote direttamente il cervelletto, uno si svuota di encefalo e visceri; è un silenzio irreale, dolorosamente impossibile; non rientra nell’esperienza di alcuno; pure quando morì la squadra del Torino, 4 maggio 1949, la città non bevve non mangiò non fumò non respirò tutto il pomeriggio del funerale; sugli alberi sui tetti salì perché in istrada tutti non ci stavano; in un silenzio come avanti la creazione; piangevano, molti; molti su mezzo milione vuol dire molti; il corteo progrediva verso il crepuscolo non producendo più rumore della luce che si ritirava”.

Valdo Fusi non era neanche torinese, era nato a Pavia. Ma alla sua vera città dedicò uno dei libri più belli e coinvolgenti che siano mai usciti, “Torino un po’”: una guida sentimentale storica artistica e romantica non come quelle di oggi che si occupano solo delle trippe (dove mangiare, dove bere, dove ballare…). Per Fusi, testimone della città, quel funerale del Grande Torino fu davvero una pagina della storia civile – un’emozione collettiva che è rimasta a segnare le generazioni.

Per molti anni e ancora adesso da ogni parte d’Italia la gente comincia la propria giornata torinese con il pellegrinaggio a Superga, là dietro la basilica dove l’aereo si schiantò. E non sono soli i tifosi del Toro, a salire.

Quella squadra rappresentava molti riscatti. L’Italia era uscita sconfitta dalla guerra (malgrado la Resistenza), e la gente lo sapeva benissimo: a Parigi nel 1946 De Gasperi stava dalla parte sbagliata del tavolo, e de Gaulle aveva pronto un piano di annessione che avrebbe dovuto portare alla Francia non solo la val d’Aosta ma tutto il Piemonte occidentale, Cuneo e Torino comprese. Sarebbe tornato il “Département du Pô” come ai tempi di Napoleone…

Sui campi di calcio, poi, il Grande Torino era subentrato nel ciclo di campionati dominati dalla Juventus negli anni ’30, portando un tasso di tecnica e una forza di squadra rimasti forse insuperati. E comunque il Torino era “popolare”, mentre la Juventus rimaneva – nel bene e nel male – la squadra del padrone: il padrone della fabbrica, delle scuole di avviamento professionale, della mutua, degli alloggi per gli operai. Tutto era targato Fiat. Anche i meridionali che arrivavano a lavorare si mettevano subito a tifare Juventus.

Ogni vittoria, ogni scudetto granata era la consolazione di un “popolo” che magari lavorava alla Fiat, abitava nelle case Fiat: ma sentiva fortissimo il bisogno di essere diverso, di conservare una propria autonomia – di pensiero, di ideali. Ovviamente bisogna rifuggire dall’equazione torinista = comunista. Ma certi sentimenti si confondevano.

In tempi più pacifici la rivalità fra le due squadra – fra le due anime di Torino – si è incanalata su binari più civili, con pochissimi spazi agli ultrà, da ambo le parti.

Oggi i tifosi del Torino Calcio non si preoccupano nemmeno più di gufare la Juve, e neanche di perdere i campionati vincendo almeno i derby. Ai torinisti basta far voti ai loro dèi perché la Coppa, quella che continua a mancare, rimanga un sogno. E fino ad ora vengono regolarmente esauditi – con quelle due sole eccezioni (1985, 1996), di cui una è la coppa insanguinata di Bruxelles – Heysel.

Il calendario ha messo il derby nel giorno del ricordo, nell’anniversario tondo: ed è difficile pensare che non sia la scadenza migliore possibile. Per ricordare i morti di Superga e di Bruxelles ma, e molto più, perché quelle due squadre sono parti della stessa anima, della stessa città. E lo sappiamo tutti benissimo.

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60° Ucsi. La presidente Vania De Luca: “Verità, giustizia, fraternità. Il nostro impegno è costruire ponti”

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 14:49

L’ Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) compie 60 anni. Era infatti il 3 maggio 1959 quando si svolse a Roma, con la partecipazione di 200 giornalisti, l’assemblea costitutiva dell’associazione. Il commento al Sir della presidente nazionale Vania De Luca, che premette: “Il fatto di essere la prima donna a ricoprire questo incarico è una responsabilità in più. Effettivamente nel nucleo fondativo vi erano solo uomini. Tuttavia negli anni successivi anche le donne sono entrate nell’unione e da diversi mandati molte sezioni regionali sono a guida femminile. Personalmente, all’interno dell’Ucsi non ho mai avvertito alcun tipo di discriminazione”.

A colpire oggi De Luca è una coincidenza: “Il 3 maggio 1959, duecento giornalisti davano luogo all’assemblea costitutiva; nel 1993 l’Assemblea generale delle Nazioni unite proclamava il 3 maggio Giornata mondiale della libertà di stampa. Una coincidenza che sembra voler sottolineare e dare forza al nostro impegno per la libertà di informazione che stiamo portando avanti insieme a giornalisti di tutto il mondo”.

Ritornando con la memoria al 3 maggio di 60 anni fa, la presidente osserva: “Nei documenti fondativi dell’unione appaiono cattolici giornalisti e giornalisti cattolici. Tutti insieme; ognuno con la propria identità personale e con la propria testimonianza cristiana nella pluralità delle testate. Una costante che prosegue. Ancora oggi le testate cattoliche svolgono certamente un importante servizio pubblico, ma la testimonianza di giornalisti cattolici all’interno di testate laiche – dove a volte è davvero difficile tenere fede ai propri ideali – è un modo significativo di essere sale, lievito, luce, attraverso il proprio lavoro”.

De Luca sottolinea inoltre la volontà, espressa dai fondatori, di “valorizzare il contributo cattolico per

accrescere nell’opinione pubblica la stima verso il giornalismo come strumento di verità, giustizia, fraternità”.

“Tre termini – dice – che mi colpiscono profondamente. In particolare ‘fraternità’, parola chiave della missione che Papa Francesco sta portando avanti nel mondo e ne esprime la volontà di dialogo con l’Islam, con tutte le fedi non cristiane ma in generale con tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.

Parole “tanto più urgenti nell’odierno contesto internazionale di violenza e sopraffazione”.

Oggi, prosegue, “con l’emergere dei populismi – in Europa e non solo – viviamo a livello mondiale una cultura di muri, scontri ed esclusione che giornalisticamente si traduce in un linguaggio aggressivo e violento. Ci hanno molto colpito per la loro ostilità e durezza alcuni recenti titoli su temi sociali sensibili o ambientali. Il nostro compito deve essere esattamente l’opposto;

dobbiamo testimoniare la volontà di costruire ponti e ricostituire fraternità”.

“Verità, giustizia e fraternità – insiste De Luca – sessant’anni dopo sono ancora più urgenti. Sono frutto del Concilio, del clima nel quale è nata la ‘Inter mirifica’, di una generazione di cattolici e anche di laici che portava avanti quel tipo di sensibilità. E’ la profezia del Concilio, la risposta ai grandi temi del mondo. Tuttavia, nonostante si fosse intuito che la via di una umanità più giusta dovesse passare attraverso la ricerca della verità, di condizioni eque e di fraternità tra gli uomini, questa profezia non è ancora stata realizzata e deve continuare ad essere testimoniata. Oggi, quando il Papa parla di fraternità ci sembra un discorso rivoluzionario che oltretutto stimola in chi non è d’accordo reazioni opposte e violente.

Con queste parole di Francesco si scontrano mentalità, progetti politici, interessi economici; eppure noi dobbiamo continuare a farle nostre”.

Attraverso il proprio sito e la rivista Desk, l’Ucsi porta avanti una riflessione su grandi temi monografici: “lavoro degno, giustizia riparativa, migrazione in chiave inclusiva, città” i temi già trattati, spiega la presidente annunciando che per il prossimo numero in uscita a giugno è stata commissionata ad un autorevole centro di ricerca un’indagine “sulle parole della coesione o della disgregazione sociale attraverso i socia media”. “Quel numero – conclude – lo offriremo al Pontefice in occasione dell’udienza che ci ha concesso a settembre per i nostri 60 anni”.

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Germania: cattolici ed evangelici, 20 milioni di fedeli in meno nei prossimi 40 anni. Fare i conti con il futuro

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 12:44

La Chiesa evangelica (Ekd) e la Chiesa cattolica in Germania perderanno 20 milioni di fedeli nei prossimi 40 anni, circa 10 milioni ciascuna. È il dato eclatante di uno studio condotto dal centro Generationenverträge dell’università Albert-Ludwig di Friburgo, Germania, sui cambiamenti prevedibili in termini di numero di fedeli e risorse economiche che le 20 Chiese luterane regionali e le 27 diocesi cattoliche vivranno da qui al 2060. Lo studio è stato presentato il 2 maggio. “Le Chiese vogliono utilizzare i risultati dello studio per adattarsi ai cambiamenti nel lungo periodo” ed è giusto “guardare alle questioni di domani vivendo una situazione positiva oggi”, hanno dichiarato il presidente del Consiglio della Ekd, Heinrich Bedford-Strohm, e il presidente della Conferenza episcopale tedesca, cardinale Reinhard Marx, accompagnando la pubblicazione dei dati.

I numeri. Dati del 2017 riferiscono che appartengono alle due Chiese 44,8 milioni di persone, di cui 23,3 cattolici e 21,5 milioni evangelici. Nel 2035 saranno 18,6 milioni i cattolici e 16,2 milioni gli evangelici. Nel 2060 ci saranno 12,2 milioni di cattolici e 10,5 milioni di evangelici (22,7 milioni in tutto). Si tratta di una perdita complessiva del 49% (per i cattolici del 48%) della popolazione di queste due Chiese, anche se i cristiani continueranno a essere nel 2060 la comunità di fede più grande in Germania. Questo quasi-dimezzamento è legato al “comportamento rispetto al battesimo, alle uscite dalla Chiesa e alle nuove adesioni, oltre che a fattori demografici”, dice lo studio che si è basato sull’andamento di questi dati negli ultimi 5 anni.

Calo demografico. Da qui al 2060, il numero di defunti cattolici ed evangelici supererà quello dei bimbi nati da genitori cattolici o evangelici e degli immigrati cattolici ed evangelici che arriveranno in Germania al punto da generare un calo meramente demografico del 21%. A ciò va a sommarsi il fatto che non tutti i figli di genitori cattolici o evangelici vengono battezzati (avviene nel 77% dei casi) e che lasciano formalmente la Chiesa molte più persone di quante formalmente vi entrino (un dato esemplificativo: nel 2017 la Chiesa cattolica ha perso 167.504 fedeli e ne ha acquisiti meno di 10mila). Questi tre fattori “interni” (comportamenti rispetto ai battesimi, abbandoni e nuovi ingressi) genereranno un altro 28% del calo totale.

Est e Ovest. Nei länder del sud della Germania il declino numerico sarà lievemente più mite rispetto ai länder occidentali, del nord e orientali (alcuni länder ex-Ddr passano dall’attuale popolazione di 3,2% all’1,5% di popolazione cattolica o evangelica nel 2060). Quanto alle risorse economiche delle Chiese, lo studio mostra che le entrate diminuiranno solo leggermente in termini nominali, passando da 12,8 a 12 miliardi di euro, ma dato il calo del potere d’acquisto del denaro (stimato al 51%), per permettere alle Chiese di portare avanti tutto ciò che fanno oggi, le entrate dovrebbero salire a circa 25 miliardi di euro.

“Forza irradiante”. “La proiezione 2060 descrive gli effetti di una tendenza identificata già anni fa dalla ricerca sociale. Non potremo cambiare alcune cose del declino nell’appartenenza alla Chiesa, ma altre sì”, secondo il presidente del Consiglio dell’Ekd Heinrich Bedford-Strohm. C’è nelle Chiese “un cammino già avviato” affinché cresca la “forza irradiante” della Chiesa, forza che non è legata ai numeri: “i molti milioni di persone che lavorano nelle nostre comunità e istituzioni diaconali non per convenzione sociale, ma nella loro libertà, sono già i migliori ambasciatori per la Chiesa di domani”.

Trasmettere il Vangelo. “Non andiamo nel panico a motivo delle proiezioni”, la reazione del card. Reinhard Marx; “orienteremo il nostro lavoro di conseguenza”. Lo studio è nato proprio dal “senso di responsabilità” e dalla volontà di Ekd e Dbk di adattarsi e orientarsi ai cambiamenti. Per il card. Marx la domanda si pone in relazione alle esigenze pastorali: “nella Chiesa il punto è sempre la trasmissione del Vangelo, anche in circostanze mutate. Per me, lo studio è anche un richiamo alla missione”. Quanto al dato economico invece, per il direttore dello studio, Bernd Raffelhüschen, “la nostra analisi evidenzia che nei prossimi due decenni le Chiese avranno ancora risorse adeguate” che richiederanno di essere “trasformate” e “usate con saggezza” in vista di tempi peggiori.

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Inizio del Ramadan. Mons. Spreafico (Cei): “La preghiera possa liberare energie di amore e di pace nel mondo”

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 12:44

“Mi auguro che la preghiera di questo mese possa liberare energie di amore e di pace nel mondo”. È “l’augurio” che monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, formula quest’anno ai fratelli e alle sorelle musulmani che vivono in Italia e che da domenica 5 maggio entrano nel mese sacro del Ramadan. Un periodo di preghiera e digiuno che terminerà il 3 giugno con la Festa della Rottura, chiamata Aid Al Fitr. I musulmani in Italia sono circa 2,5 milioni, pari al 4% della popolazione. Secondo una ricerca del Centro Studi “Confronti”, il Ramadan sarà vissuto nei luoghi di culto islamici che in Italia oscillano attorno agli 800 e i 1.250. Considerando che ogni imam spesso guida più di una sala di preghiera, si può affermare che siano circa 1.000 gli imam presenti nel nostro Paese.

Mons. Spreafico, cosa vuole dire ai musulmani che vivono nel nostro Paese?
Direi un popolo di cui la maggior parte sono italiani. Alcuni per residenza e alcuni per cittadinanza. Penso, per esempio, ai musulmani di Frosinone, provenienti per lo più dal Marocco, in Italia da tanti anni e pienamente integrati. Mi sembra quindi di poter dire che il processo di integrazione per tanti è avvenuto, a differenza anche di altri Paesi europei a conferma forse anche del fatto che

le nostre città non sono così ostili a questa presenza come invece tante volte si paventa e si dice.

In quale contesto cade quest’anno il Ramadan?
In questi ultimi mesi, abbiamo avuto, secondo me, due eventi importanti che hanno riguardato la nostra Chiesa e Papa Francesco. Il primo è sicuramente l’evento di Abu Dhabi con la firma del Papa e del Grande Imam di al-Azhar Al Tayyeb del documento sulla fratellanza umana per la pace e la convivenza comune. È stato un passo molto significativo, forse poco evidenziato, che deve accompagnare questo mese di preghiera e di digiuno da parte dei musulmani e deve anche caratterizzare la nostra vicinanza e solidarietà di cristiani alla comunità musulmana perché

questo documento diventi un vero messaggio per la convivenza, per la pace, per l’incontro.

E l’altro evento?
È il viaggio del Papa in Marocco e l’incontro con il Re Mohamed VI e il popolo marocchino. Papa Francesco ci aiuta a capire che se vogliamo vivere in pace nel mondo bisogna incontrarci e dialogare. Il dialogo non è rinuncia all’identità. Anzi… Coloro che dialogano sono capaci di farlo solo se sono identitari. Come ho già detto tante volte, l’identità forte accetta e sa misurarsi con la differenza.

L’identità debole è di chi invece rifiuta di confrontarsi con gli altri.

In questo senso Papa Francesco ma anche la nostra Chiesa mostrano una grande identità e lanciano in questo mondo complesso, difficile e pieno di tante paure, un messaggio che sa andare al di là dei muri, aiutando a gettare nelle società semi di convivenza e pacificazione universale.

Prima la strage nelle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda. Poi gli attacchi alle chiese e agli alberghi in Sri Lanka nel giorno di Pasqua. E infine la sparatoria in una sinagoga di San Diego, negli Stati Uniti. Non c’è poi una grande differenza tra “suprematisti” e “terroristi”. Perché attaccare uomini e donne in preghiera?
Credo che siamo di fronte a identità malate, identità che vogliono lo scontro, che pensano di vivere, di crescere in maniera identitaria scontrandosi con gli altri. Ma una identità che si scontra, che uccide, che elimina, che crea muri non sarà mai una identità vincente. Da cristiani, Gesù ce lo mostra e ordina a quel suo caro amico e discepolo di rimettere la spada nel fodero. La violenza provoca solo violenza. È drammatico ogni volta assistere a questi attacchi contro uomini e donne in preghiera.

Quale il suo augurio per questo mese di Ramadan?
Spero che questo mese di Ramadan sia anche una occasione perché davanti a Dio si riscoprano le ragioni della pace per tutti, indistintamente. Siamo diversi ed è molto facile oggi vivere nella paura. Ma la preghiera, il digiuno, l’avvicinarsi a Dio ci liberano dall’assolutizzazione di noi stessi e da quei muri che ci rendono ostili per aprirci all’altro.

Una preghiera vera e sincera non può che liberare energie di pace e di amore nel mondo.

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Siria. Parla il pianista di Yarmouk: “I sibili delle bombe sono lontani eppure risuonano nel cuore”

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 12:23

“Ho accanto la famiglia, ecco perché adesso sono felice. Mi basta un attimo, però, per sprofondare nello sconforto: succede ogni volta che penso al mio Paese”. Aeham Ahmad non riesce a nascondere l’angoscia, che traspare subito dallo sguardo, prima che dalla voce, mentre parla della Siria. Il “pianista di Yarmouk”, ormai è celebre in tutto il mondo sotto questa denominazione, non smette di gridare attraverso la sua musica il dolore che lacera lui e la terra da cui proviene. Rifugiato in Germania da quasi 4 anni, ora che ne ha 31 abita a Wiesbaden insieme alla moglie, ai due figli piccoli e ai genitori, che lo hanno raggiunto dopo un’attesa sfibrante. Del fratello, rinchiuso in un carcere senza nome e senza ragione, non sa nulla da troppo tempo. “La mia vita è una rivoluzione, ma non mi lamento; anche se giorno dopo giorno non si semplifica, anzi. I sibili delle bombe sono lontani, eppure risuonano nel cuore” aggiunge al termine del concerto al teatro San Domenico di Crema, uno degli eventi organizzati per festeggiare il centenario dell’Istituto musicale Folcioni.

Dalla Siria riceve notizie?
Sì, catastrofiche. Gli aggiornamenti degli amici e dei parenti non lasciano speranza. Nessuno sa che le acque del mare Mediterraneo non sono le uniche a mietere vittime: a ridosso del fiume Afrin ci sono veri e propri accampamenti e la piena spesso trascina e uccide chi è costretto ad abitare sulle sponde.

Yarmouk, il campo profughi alle porte di Damasco da cui provengo, è distrutto al 100 per cento: parlo di cose e, ancora di più, persone.

https://youtu.be/PJQR1Ton9tA

Tutto è immobile e il futuro si prospetta drammatico. Non credo che la guerra finirà a breve.

Perché?
Perché non dipende dalla popolazione, che non l’avrebbe nemmeno cominciata: ha sempre vissuto in serenità e armonia, nelle sue realtà multiformi. Il problema è che

il conflitto è una questione esterna, fondata su interessi internazionali.

Peccato che a pagarne le conseguenze sia il Paese, al collasso totale. Per portare un esempio pratico: la benzina scarseggia e bisogna mettersi in fila cinque ore per recuperarne appena 3 litri. L’unica soluzione di pace? Smettere di costruire armi, semplice. Altrimenti a breve sentiremo parlare di un’altra Siria.

Foto di Stefanino Benni

Come vede il suo futuro?
Da un lato desidero che prosegua così: mi rendo conto di essere molto fortunato a dormire sotto lo stesso tetto con i miei cari. Dall’altro, mi auguro un cambiamento netto: palestinese rifugiato in Siria e poi in Germania, sogno di avere finalmente quell’identità che spetta a ogni individuo e mi è stata negata dalla nascita. Rivendico il rispetto nei confronti della mia persona e il diritto di possedere il passaporto. Per me e chi porta il mio nome; non importa quale Stato ce lo concederà, noi saremo grati a quel Paese in eterno.

Cosa significa la musica per lei?
Tutto. Una fonte inesauribile di emozioni, come la gioia di provare libertà; mi dà la forza di non arrendermi, mi apre l’immaginazione e risana lo spirito. Però, mi provoca anche una sofferenza estrema.

Quando propongo dal vivo il mio primo cd, Music for Hope, il dispendio di energie è enorme e scendo dal palco esausto. Fisicamente e psicologicamente: i brani scritti tra le macerie mi riportano alla tragedia e mi squarciano l’anima.

Certo, il pianoforte mi permette di mantenere la mia famiglia numerosa, ma questa responsabilità mi spinge a lavorare senza sosta. Non ho alternative: se non garantisco la sicurezza economica, crolla il nostro piccolo mondo, Sto attraversando un periodo affollato di domande.

Di che genere?
Sul senso di ciò che sto facendo. I ritmi che sostengo mi stanno consumando, tolgono attimi preziosi agli affetti e tutti a casa accusiamo il peso delle mie assenze: fatico a trascorrere un paio d’ore con i piccoli. Forse è il momento di chiudere un capitolo e riconnettermi con me stesso e le mie amatissime note, riprendere in mano la vita e rinascere.

Foto di Stefanino Benni

Come?
Portando avanti progetti diversi. Senza fretta, ho realizzato tre album: Keys to Friendship insieme all’Edgar Knecht Trio ha un’impronta jazz con incursioni folk, e ho prodotto e registrato in Spagna Aeham Ahmad & Friends, in cui suono con artisti di tutto il mondo, dal Giappone al Venezuela. Il violoncellista Cornelius Hummel, invece, mi ha accompagnato nel disco di modern music Connecting Culture e nei prossimi mesi dovrei registrare Music for Peace, che mischierà pezzi scritti in Siria e nuove canzoni.

Ha pubblicato anche l’autobiografia “Il pianista di Yarmouk”…
Nel cassetto c’è una bozza per un altro libro, ma preferisco lasciarla chiusa lì. Temo che la mia corsa sfrenata nasconda il rischio di perdere il controllo e buttare all’aria ogni sforzo.

A volte mi salta persino in mente di prendere una lunga pausa.

Se non ho ancora preso questa decisione, è colpa o merito di chi incontro ai concerti e ai reading.

Sarebbe a dire?
Le persone che si fermano per salutarmi sono sempre tantissime: è proprio dalle comunità, nei piccoli centri come nelle grandi città, che ricevo il sostegno più potente e sincero. E trovo il coraggio di andare avanti.

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Cento anni fa la prima Bibbia in cinese

Evangelici.net - Fri, 03/05/2019 - 09:23
Gerolamo Fazzini su Avvenire ripercorre le esperienze cristiane nella Cina del Novecento, tra cui l'esperienza del Movimento 4 maggio, che trovò nella Bibbia «una risorsa alternativa di fronte all’impasse in cui la cultura cinese si è rinchiusa». A margine Avvenire ricorda che «il 1919 è l’anno della prima traduzione della Bibbia in cinese moderno,...
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Consiglio d’Europa, paladino dei diritti umani. “Nazionalismo e populismo nuove minacce”

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 09:05

Il Consiglio d’Europa, a settant’anni dalla sua fondazione, è la più importante organizzazione del nostro continente per la difesa dei diritti umani. 47 Stati membri si sono riuniti per concordare norme comuni in materia di diritti umani, democrazia e Stato di diritto. Tutte le persone che vivono in questo spazio giuridico comune, 830 milioni, hanno il diritto fondamentale di presentare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questo rappresenta un fatto senza precedenti nella storia europea, un traguardo che dovremmo festeggiare.

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta sociale europea sono le radici vitali che permettono alla nostra Organizzazione di crescere.

Nel corso degli anni il Consiglio d’Europa si è avvalso di questi diritti, applicandoli a casi specifici e offrendo un’ulteriore protezione alle persone. Ciò ha comportato l’elaborazione di nuovi strumenti giuridici sulla base delle norme concordate in comune. Abbiamo così agito per proteggere le minoranze nazionali e le lingue regionali e minoritarie, nonché per combattere lo sfruttamento sessuale, gli abusi sui minori, la violenza contro le donne e la violenza domestica. Abbiamo adottato misure per prevenire atti di tortura e pene o trattamenti disumani e degradanti, per combattere la tratta di esseri umani e il traffico di organi e per porre fine alle violazioni di dati personali e alla cibercriminalità. Abbiamo anche svolto un ruolo attivo nel garantire la sicurezza e l’integrità dello sport, l’accessibilità della cultura europea e un’educazione che promuova la parità, l’integrazione e la cittadinanza democratica.

Il mondo moderno si trova ad affrontare sfide sempre nuove. Oggi queste includono la gestione della rivoluzione avviata dall’intelligenza artificiale, il flagello della schiavitù moderna e una crescente disuguaglianza in molte delle nostre società. Nei prossimi anni, inoltre, emergeranno problemi ora inimmaginabili. Un Consiglio d’Europa forte, con il suo Comitato dei ministri e l’Assemblea parlamentare, saprà sfruttare il sistema delle Convenzioni – e la volontà degli Stati membri – per fornire soluzioni multilaterali a vantaggio dei cittadini di tutto il continente.
Naturalmente vi sono anche sfide maggiori.

Rigurgiti di nazionalismo estremo e populismo costituiscono una minaccia diretta ai valori della nostra Organizzazione e alla cooperazione internazionale da cui la nostra sicurezza democratica dipende.

Il Consiglio d’Europa è stato fondato al termine di due devastanti guerre mondiali proprio in risposta a tali sfide. Le istituzioni della nostra Organizzazione e i nostri 47 Stati membri porteranno avanti questo impegno insieme ai nostri partner europei e internazionali: l’Ue, l’Osce, l’Onu e molti altri. Offriremo il nostro contributo per garantire un futuro migliore.

Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa.
Liliane Maury Pasquier, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa
Timo Soini, ministro degli Affari esteri della Finlandia e presidente del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa

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Council of Europe, champion of human rights. “Nationalism and populism, direct challenges”

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 09:05

70 years after its foundation, the Council of Europe is our continent’s leading human rights organisation.  47 member states have come together to agree common standards on human rights, democracy and the rule of law. All 830 million people living in this common legal space have an ultimate right of appeal to the European Court of Human Rights.  This is unprecedented in European history, and an achievement that we should celebrate.
The European Convention on Human Rights and the European Social Charter are the living roots from which our Organisation grows.Over the years the Council of Europe has drawn on these rights, applying them to specific issues and providing additional protection for individuals.  This has involved the provision of new legal instruments, based on commonly agreed standards. In this way we have acted to protect national minorities and regional and minority languages and to combat the sexual exploitation and abuse of children and violence against women and domestic violence.  We have taken measures to prevent torture and inhuman or degrading treatment or punishment, to tackle trafficking in human beings and human organs and to stop the abuse of personal data and acts of cybercrime.  We have also been active in ensuring the safety and integrity of sports, the accessibility of European culture, and education that promotes equality, inclusion and democratic citizenship.

In the modern world, challenges keep coming. Today, these include the management of the Artificial Intelligence revolution, the scourge of modern slavery, and growing inequality in many of our societies.  In the years ahead, as yet unimagined problems will emerge too.  A strong Council of Europe, with its Committee of Ministers and Parliamentary Assembly, will draw on the capacity of our Convention system – and the will of our member states – to provide the multilateral solutions from which citizens across the continent will benefit. There are of course broader challenges too.
Pockets of extreme nationalism and populism pose a direct challenge to the values of our Organisation and the international cooperation on which our democratic security depends. The Council of Europe was founded in the wake of two devastating world wars as an answer to such challenges.  Together, the institutions of our Organisation and our 47 member states will stand strong alongside our European and world partners – the EU, the OSCE, the UN and more.  We will play our part in ensuring a better future.

Thorbjørn Jagland, Secretary General of the Council of Europe
Liliane Maury Pasquier, President of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe
Timo Soini, Minister for Foreign Affairs of Finland, Chair of the Committee of Ministers of the Council of Europe

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Elezioni 2019. L’appello dei rettori cattolici europei sull’Europa

Agenzia SIR - Fri, 03/05/2019 - 08:14

Noi rettori di università cattoliche dell’Europa, riuniti a Parigi il 3 maggio 2019, consapevoli dell’identità di questa grande e antica realtà che è l’Europa e di ciò che rappresenta per il mondo intero, anche nella sua radice cristiana, intendiamo richiamare le ragioni di un orizzonte europeo condiviso, anche in vista delle ormai imminenti elezioni del Parlamento europeo.

  1. L’Europa, per la sua storia e la sua vocazione, è prima di tutto una comunità. Far vivere una comunità implica il riconoscimento reciproco, la franchezza nelle relazioni, la riaffermazione costante dei fondamenti e degli obiettivi comuni, senza temere il confronto né la competizione, ma lavorando per una sempre maggiore collaborazione intorno a progetti chiaramente definiti secondo una coerente sussidiarietà.
  2. La democrazia in Europa e la democrazia europea sono un bene originale, prezioso, ma fragile e mai completamente acquisito. Questa democrazia è vigile sui principi, radicata nel pluralismo, nello stato di diritto e nella dimensione solidale. Ha prodotto e deve continuare ad assicurare benessere per tutti, combattendo ogni forma di esclusione sociale. Comporta impegnarci, con uno sforzo comune, per un “umanesimo contemporaneo”, come cornice ed orizzonte di sviluppo di tutti e di ciascuno.
  3. L’Europa ha un posto e una responsabilità specifica nel mondo proprio perché è espressione di tante soggettività nazionali e statali, sociali ed istituzionali, di cui tutti ci dobbiamo sentire corresponsabili. Per servire il bene comune europeo e internazionale è necessario reinterpretare i beni fondamentali che vogliamo cercare di raggiungere insieme per rispondere alle grandi sfide di oggi e di domani.
  4. Le università e le università cattoliche in particolare sono presidii essenziali per insegnare a vivere il pluralismo comunitario, il benessere sociale, la coscienza morale, la solidarietà come dimensione strutturata. Costitutivo del sapere il senso critico permette di resistere ad ogni forma di globalizzazione uni formatrice ed imperialista. Per questo prendiamo l’impegno di continuare a formare donne e uomini liberi e forti, consapevoli ed eccellenti, che possano sviluppare la ricerca, la tecnologia e le scienze verso nuove frontiere, mettendosi sempre a servizio delle persone e delle comunità concrete, per uno sviluppo equo e durevole.

In questa prospettiva, restiamo fiduciosi nell’orizzonte comune che ci offre il progetto europeo.

 

Università Paese Firmatario Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio Albania Bruno Giardina Université Saint-Louis Belgio Pierre Jadoul Université de Namur Belgio Naji Habra KU Leuven (University of Leuven) Belgio Luc Sels Université Catholique de Toulouse Francia Christian Delarbre Institut Catholique de Paris Francia Philippe Bordeyne Université Catholique de l’Ouest Francia Dominique Vermersch Université Catholique de Lyon Francia Thierry Magnin Catholic University of Applied Sciences of North Rhine-Westphalia Germania Hans Hobelsberger Katholische Universität Eichstätt-Ingolstadt Germania Gabriele Gien Mary Immaculate College Irlanda Eugene Wall St Patrick’s College Irlanda Michael Mullaney Università Pontificia Salesiana Italia Mauro Mantovani Università Cattolica del Sacro Cuore Italia Franco Anelli Pontificio Ateneo Sant’Anselmo Italia Stefano Visintin Pontificia Università Lateranense Italia Vincenzo Buonomo Pontificia Università Antonianum Italia Mary Melone Libera Università “Maria SS. Assunta” Italia Francesco Bonini Pontificio Istituto Biblico Italia Michael Kolarcik Universidade Catolica Portuguesa Portogallo Isabel Capeloa Gil St. Mary’s University College Regno Unito Peter Finn Catholic University in Ruzomberok Slovacchia Jaroslav Demko Universidad de Deusto Spagna José Maria Guibert Universidad San Jorge Spagna Carlos Pérez Caseiras Universidad Cardenal Herrera CEU Spagna Rosa María Visiedo Claverol Universidad Católica Santa Teresa de Avila Spagna María Rosario Saez Yuguero Universitat Ramón Llull Spagna Josep M. Garrell i Guiu Universidad San Pablo CEU Spagna Antonio Calvo Bernardino Universidad Francisco de Vitoria Spagna Daniel Sada Castaño Ateneu Universitari Sant Pacià Spagna Armand Puig i Tàrrech Ukrainian Catholic University Ucraina Boguslav Prach Pázmány Péter Catholic University Ungheria Szabolcs Szuromi
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Gilet gialli. Mons. Ginoux: “A fianco del popolo invisibile della strada per dire: la Chiesa non si dimentica di voi”

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 17:50

“Sono persone senza violenza che vogliono dare voce al loro malessere. Non vedono futuro nella loro vita professionale, familiare. Sono disoccupati, persone che hanno molti pochi soldi per vivere, 600 Euro al mese. Persone anziane, vicine alla pensione che non hanno però maturato il diritto per andarci”. C’è tutto questo “mondo” che soffre e che grida dietro al “fenomeno” dei gilet gialli e a parlarne è monsignor Bernard Ginoux, vescovo di Montauban, cittadina vicino a Tolosa. Il vescovo è famoso in Francia per essere stato a fianco dei gilet gialli della sua Regione. È andato a incontrarli per strada, a parlare con loro, a capire le loro motivazioni. “Sono poveri ma non abbastanza per accedere agli aiuti dello Stato”, dice. “Hanno l’impressione di essere invisibili, dimenticati da un governo forse più interessato ai problemi della finanza e dell’economia e che sviluppa tesi e programmi in cui i poveri non hanno il loro posto”. All’indomani della manifestazione di Parigi e degli ennesimi tafferugli per la festa del 1° maggio, il Sir ha raggiunto telefonicamente il vescovo per capire dall’interno questo fenomeno che è arrivato alla 23ª settimana di manifestazioni e purtroppo anche di scontri.

Eccellenza, che idea si è fatto vivendo con i gilet gialli?
Ho sostenuto questo movimento. Sono andato ad incontrarli. Ho parlato con loro. Ho ascoltato le loro attese e le loro preoccupazioni e ho detto che la Chiesa non è insensibile ai loro problemi. I gilet gialli oggi sono stati attraversati purtroppo da gruppi violenti che non fanno parte del movimento e che si approfittano di ogni manifestazione per scatenare violenza. Il governo francese non riesce a controllare questo fenomeno e d’altra parte ha lasciato che la situazione degenerasse. Pertanto rimane questo malcontento generalizzato che si registra nella gran parte della popolazione e che i gilet gialli esprimono a causa della mancanza soprattutto di lavoro e di futuro.

Ci racconti qualche storia, per capire meglio.
Le faccio un esempio: una mamma con due figli a carico, piccoli, obbligata a lavorare alla cassa di un supermercato, anche di domenica, per mille euro al mese.

Una somma insufficiente per crescere e portare avanti la famiglia.

Si trova pertanto in una situazione di precarietà, che la obbliga ad avere sempre paura del suo domani.

Come uscirne?
Occorrerebbe innanzitutto garantire un lavoro a tutti. È ciò che la Chiesa afferma nella sua dottrina sociale. Che tutti possano avere un lavoro onesto e correttamente rinumerato. Occorrerebbero poi aiuti alle madri, soprattutto alle mamme che crescono sole e con grande difficoltà i loro figli e che non hanno la possibilità di farlo e al contempo di accedere all’aiuto dallo Stato. Ci sono poi le persone anziane che arrivano all’età della pensione ma non possono permettersi di andare in case di cure perché costano troppo. In Francia esistono case che chiedono somme minime di 2.500 euro al mese a persona. Sono persone di 65 anni che ricevono una pensione di 700/800 euro al mese e sono giustamente preoccupate del loro avvenire.

Ma è il lavoro la priorità. Se in Germania ci sono riusciti, perché in Francia non è possibile fare una seria politica del lavoro?

La situazione è dura e difficile. Occorre che la politica si assuma questa difficoltà. Purtroppo invece si parla molto poco in questo momento di occupazione in Francia. Ed è un grande problema.

Cosa l’ha spinta a scendere per strada e andare a incontrare i gilet gialli?
La preoccupazione per gli altri, soprattutto per coloro che soffrono. Il Papa ci chiede di andare in periferia. Loro sono le nostre periferie. Vivono nelle nostre città. Gesù è stato in mezzo alla gente. Ricordo che lo scorso 7 dicembre stavo scrivendo un testo per pubblicarlo. La sera, alla fine giornata, mi sono detto che non potevo scrivere sui gilet gialli senza non averli prima conosciuti e incontrati. L’indomani, era l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, dopo aver celebrato la Messa a fine mattinata, ho avuto la certezza che dovevo andare. E sono andato. All’inizio i gilet gialli erano sopresi nel vedermi. Poi mi hanno sempre accolto. Mi hanno chiesto anche di benedire un presepe di cartone che avevano fatto.

A loro ho sempre detto: la Chiesa non vi ha mai dimenticato.

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Yellow vests. Mons. Ginoux: “close to the invisible homeless to say: the Church does not forget you”

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 17:50

“These are harmless people who need to voice their unhappiness. They see no future in their professional life. They are unemployed, they have little to live on, with monthly wages of 600 Euros. Elderly people, close to retirement age, who have not earned the right to retire.” These are all aspects present in this “world” that suffers and that voices its cry in the framework of the “phenomenon” of the Yellow Vestsin the words of Msgr. Bernard Ginoux, bishop of Montauban, a town near Toulouse. The bishop is renowned in France for having marched with the Yellow Vestsin his Region. He met them in the streets to speak with them and understand their motivations. “They are poor, but not poor enough to access government subsidies”, he said. “They feel invisible, forgotten by a government that perhaps is more interested in financial and economic problems, which adopts proposals and programmes that leave no room for the poor.” On the wake of the demonstration in Paris and after the umpteenth clashes on May Day, SIR contacted the bishop by phone for a firsthand understanding of this phenomenon that is now in the 23rd week of street protests that unfortunately included clashes.

Your Excellency, what are your impressions after your experience with the Yellow Vests?
I supported this movement. I went  to meet them. I spoke with them. I listened to their expectations and their concerns  and I told them that the Church is not insensitive to their problems. Unfortunately the Yellow Vests have been infiltrated by violent groups  that are not part of the movement and take advantage of every demonstration to spark off acts of violence. The French government is unable to control this phenomenon and allowed the situation to degenerate. Thus there remains widespread discontent perceived by a large part of the population. The Yellow Vests express their malaise that is primarily due to lack of employment and of future prospects.
Could you help us understand with a few examples?
For example: a mother with two dependent children has no other option than to work as a supermarket checkout assistant, even on Sundays, with a monthly salary of a thousand Euros.

This sum is not enough to raise and take care of a family.

She is thus living a precarious situation in which she is constantly worried about the future.

What’s the solution?
First of all work should be guaranteed to everyone. This is what the Church affirms in her social doctrine: everyone must have an honest, properly remunerated job. Aids should be granted to mothers, especially those mothers who raise their children alone, who strive to make ends meet and face major hardships. They should be able to access government benefits. Many senior citizens reaching retirement age cannot afford the high costs of care homes. Some old-age homes in France charge no less than 2,500 Euros per month per person. Many 65-year-olds receive a monthly pension of 700/800 Euros a month and are rightly worried about their future.

But work is a priority. Germany succeeded. Why should France fail to carry out serious labour policies?

It’s a difficult, burdensome situation. Political leaders must address these difficulties. Yet unfortunately employment is not a topical subject in France today. And it’s a major problem.
What motivated your decision to take to the streets to meet the yellow vests?
Concern for others, especially for those who suffer. The Pope calls on us to go to the peripheries. They are our peripheries. They live in our cities. Jesus walked among the people. I remember that last December 7th I was writing a text for publication. In the evening, at the end of the day, I told myself I could not write about the Yellow Vests without having met them first. The next day, December 8th, feast of the Immaculate Conception, after having celebrated midday Mass, I knew that I had to go. And I went. The Yellow Vests were surprised when they first saw me. After then they always welcomed me. They also asked me to bless a cardboard manger they had made.

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Porte Aperte, un convegno tra India e Siria

Evangelici.net - Thu, 02/05/2019 - 14:50
Si apre venerdì il 35° convegno nazionale di Porte Aperte: sono oltre 350 gli iscritti alle sessioni che dal 3 al 5 maggio al palacongressi di Bellaria (RN) tenteranno di fare il punto sulla situazione dei cristiani perseguitati nel mondo concentrandosi in particolare, quest'anno, su India e Siria attraverso le testimonianze di prima mano di testimoni attivi nei due Paesi. I dettagli per...
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