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Anti-Semitism: a French virus or a European crisis? The spectre of the past returns

Agenzia SIR - Fri, 01/03/2019 - 09:06

Since past November, thus for the last three months, the “yellow vest” movement has been holding protests and riots across the whole of France. Protests were initially against fuel tax increases, but since its inception far-left and especially far-right extremists had infiltrated the movement with Red-Brown alliances, a sad reminder of the pre-Nazi years.
While the yellow vests’ influence is subsiding – protesters fell to 40/50.000 nationwide – the extremist fringes are present and actively engaged against the French Republic, against democratic institutions as well as against immigrants, against “elite” groups, against intellectuals, against homosexuals, against women, against Europe.

Anger is expressed also with acts of extreme violence and devastation. It is their method.

City centres have become battlefields. The core of this violence is anti-Semitism, hatred of Jews: invectives, insults, provocations, desecration of Jewish cemeteries…
Does this make France an anti-Semitic Country? This is a serious matter. Verbal and physical attacks are escalating. The high level of anti-Semitism in France was reconfirmed in a survey conducted by the European Agency for Fundamental Rights that denounced the gravity of the situations in two EU Countries in particular: France and Hungary.
Why France? Observers ascribe it to the uncertainties brought about by globalization, to its anachronistic welfare state, to a societal crisis that breeds extremism, along with the burden of an endless Middle-Eastern conflict and the presence of a large Muslims community in France that tends to identify with the Palestinian cause and to identify the Jewish community with Israel.
Thus anti-Semitism is hidden behind the mask of anti-Zionism. In this respect social networks and the Internet play a major role with rampant anti-Semitic online activity carried out with the cloak of anonymity.
Similar phenomena occur in many European countries. Almost everywhere, words of hate are voiced against all forms of diversity. Extremist movements and political parties register growing consensus. Europe as an area of exchanges, of the free movement of people, of reception, tolerance, equality, seems to be closing in on its past. In every Country political parties call upon citizens to reject diversity, to recover a nationalistic past, to discard more than 70 years of European peace. Some governments intend to rewrite history for purposes of nationalist propaganda, to the extent of calling into question the freedom of historical research. In this moment in time, France is direly affected by the virus of anti-Semitism.
But it’s not an isolated virus. It spreads very rapidly, regardless of national borders: the whole of Europe is at risk.History never repeats itself exactly, our times are not the early 1930s. But we can’t act as if Auschwitz had never happened, as if the Shoah was not rooted in decades of anti-Semitic propaganda and hate that annihilated human conscience. We can’t act as if the peace that developed after the 1950s were an accomplished goal when the whole of history evidences the fragility of peace when demagogues seize power.
Our present times are a sad confirmation of the topical relevance of the fears expressed by Primo Levi, who said: “The idea of a new Auschwitz is not dead, nothing ever dies.”

Today both France and Europe as a whole, are affected by a new form of hatred, comparable to a disease. One hundreds years after the end of the First World War European Countries rise up against each other, undermined by the resurgence of  nationalism that makes us forget where we came from, the countless massacres of the twentieth century, oblivious to that fact that the period of peace, both at civil and international level, that Europe has known since 1945, is as exceptional as it is fragile.

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Il mistero dell’universo. Savaglio (astrofisica): “La ricerca dovrebbe essere espressione dell’anima”

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 17:35

“Impegnativo e gratificante”. Così Sandra Savaglio, astrofisica di fama mondiale e docente dell’Università della Calabria, ha definito il suo volume “Tutto l’universo per chi ha poco spazio-tempo” (Mondadori). Savaglio è stata ospite nella redazione di “Parola di Vita”, settimanale dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, per un dibattito sulla sua attività di ricerca e sulla sua esperienza di astrofisica.

Qual è lo scopo della sua pubblicazione?
Lo scopo è far comprendere alle persone che hanno interesse di conoscere l’universo di spiegare tutte le scoperte dell’ultimo secolo nel modo più accessibile possibile. Se uno si mette a scrivere formule con un linguaggio tecnico, nessuno le comprende.

Cosa c’è oltre noi, oltre la terra? Possibile che questo grande universo è solo per noi?
Questa è una delle questioni importanti per l’attuale ricerca. Tutti noi ci chiediamo se siamo soli nell’universo. Nel sistema solare sembra che la vita sia solamente qui, può darsi che su Marte ci siano state delle forme molto elementari come ad esempio quelle batteriche. Mentre da altre parti ancora non lo possiamo sapere perché le stelle sono molto lontane, quella più vicina dista 4 anni luce, ovvero 40 trilioni di chilometri.

L’uomo sente che c’è qualcosa oltre.
Cristoforo Colombo ha avuto questa potenza, la spinta della scoperta, di capire, di esplorare cose sconosciute. È una condizione dell’essere umano, che non sappiamo perché ci caratterizza. Mi chiedo: caratterizza solo noi umani? O l’hanno anche gli altri primati? E gli animali? La cosa certa è che questa spinta, per noi, è una necessità. Mi chiedo ancora:

perché vogliamo andare su Marte o sulla Luna? È una sfida. Noi vogliamo rompere le barriere.

Qual è l’essenza dell’universo?
L’essenza dell’universo è un mistero, gli scienziati possono dire solo come sono fatte le cose che si vedono. Quelle che non si vedono, gli scienziati non lo possono dire, almeno in questo momento. Noi, in astrofisica, facciamo un percorso all’indietro per capire la terra e come si è formata, e lo stesso per la luna, il sole e le stelle; andiamo indietro nel tempo per conoscere la storia dell’universo quand’era giovane. Siamo arrivati a scoprire tutto quello che la terra ha vissuto 1 miliardesimo di 1 miliardesimo di secondo dopo il Big Bang. Manca quell’istante iniziale, di 10 alla meno 43 secondi dopo il Big Bang. Pensi che al Cern di Ginevra sono arrivati a 10 alla meno 36 secondi. È sempre pochissimo, ma è decisivo.

Perché è giusto investire sulla ricerca anche solo per recuperare un frammento su Marte?
Ci piace il telefonino? Questo strumento usa tecnologie partendo da cose piccolissime. Eppure quanto ci è utile.

Succede che si faccia ricerca per commissione, ad esempio di una rivista, per la redazione di un articolo, e non per amore della ricerca?
Questo è uno dei più grossi nei della scienza, è come vendere la musica. Faccio una canzone dicendo: piacerà? Compreranno il disco? Invece

la ricerca dovrebbe essere espressione dell’anima.

Eppure siamo vittime del fatto, ad esempio, che scrivere ci dà crediti formativi e ci fa fare carriera.

Quando si passa dalla probabilità alla certezza scientifica in astrofisica?
Quasi mai, io posso solo garantire che domani sorge il sole, e anche dopodomani. A parte questo, avere certezze in astrofisica è davvero difficile. In astrofisica c’è il più o meno, ci sono probabilità, ma per il resto è una ricerca continua.

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 28 febbraio

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 17:24

Come ogni giovedì, ecco le uscite cinematografiche in sala dal 28 febbraio, con la selezione di quattro film per la rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei. In evidenza: la commedia sull’integrazione “Green Book” di Peter Farrelly, che rilancia la sua presenza nelle sale dopo la vittoria dell’Oscar come miglior film dell’anno; il dramedy italiano “Domani è un altro giorno” di Simone Spada, la commedia italo-francese “I villeggianti” di Valeria Bruni Tedeschi che riflette sulla vita dell’artista; e il cartoon “C’era una volta il principe azzurro” che scherza con simpatia sul mondo delle favole.

“Green Book”

Ci siamo già occupati del film “Green Book” di Peter Farrelly, passato in anteprima nazionale alla 13a Festa del Cinema di Roma e uscito al cinema dal 31 gennaio. Ora con la vittoria del premio Oscar come miglior film dell’anno nonché per la sceneggiatura originale e il miglior attore non protagonista Mahershala Ali, “Green Book” si prepara a raccogliere nuovi consensi al botteghino. Vediamo di approfondire maggiormente il film. La storia in breve è quella di un incontro tra due individui di estrazione sociale diversa negli Stati Uniti degli anni ’60: Tony Lip (Viggo Mortensen) è un precario, con famiglia a carico, che passa dal lavoro di buttafuori a quello di autista; Don Shirley (Ali) è un pianista jazz afroamericano molto affermato, che sconta però il clima di intolleranza razziale nell’America del tempo. Nel percorso on the road impareranno a conoscersi meglio, a trovare la via del dialogo e dell’amicizia. Un film che ha un andamento narrativo fluido e coinvolgente, una commedia raffinata con intersezioni drammatiche; la sceneggiatura è ben calibrata, dosando sapientemente momenti di distensione e pagine cariche di pathos. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Domani è un altro giorno”

Dopo “Hotel Gagarin” Simone Spada torna al cinema con “Domani è un altro giorno”, opera a metà strada tra commedia e dramma. Con protagonisti Marco Giallini e Valerio Mastandrea, il film mette al centro la malattia e la risposta solidale dell’amicizia. Roma oggi, Giuliano (Giallini) si scopre malato e accanto a lui, oltre alla sorella (Anna Ferzetti), c’è l’amico di sempre Tommaso (Mastandrea); un viaggio semiserio tra incontri con i medici, fughe dal quotidiano, conversazioni esistenziali e graffi di ironia. Prendendo le mosse dal film argentino-spagnolo “Truman” del 2015, il film di Spada si concentra sull’esigenza di tracciare un punto di bilancio sulla vita al momento della scoperta della malattia, un vero e proprio tsunami fisico-emotivo che fa saltare gli schemi. Un film che esplora stati d’animo conflittuali, usando ora toni ironici e ilari ora affondi malinconici; Spada governa la situazione in maniera valida, non riuscendo però a tenere sempre la narrazione salda fino alla fine. E proprio in chiusa si evidenziano i passaggi più problematici. Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“I villeggianti”

Con “Un castello in Italia” era stata in concorso al Festival di Cannes nel 2013; ora Valeria Bruni Teschi ritorna alla regia con “I villeggianti”, fuori concorso alla 75a Mostra del Cinema di Venezia: un film con forti richiami autobiografici che conta sulla presenza di colleghi-amici di lunga data come Valeria Golino e Riccardo Scamarcio. La storia: durante l’estate, un’autrice cinematografica si rifugia in una grande villa sulla Costa Azzurra per trovare l’ispirazione necessaria per il prossimo progetto; con lei familiari e amici in un valzer di relazioni, incontri e litigi. Con pagine di spensieratezza e altre di isterismi creativi, il film scivola lungo un binario gradevole, ma a volte stancante e un po’ autoreferenziale. Funziona bene la cornice ambientale che regala quell’atmosfera di leggerezze e disimpegno tipica della stagione estiva. Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“C’era una volta il Principe Azzurro”

Sul modello irriverente di “Shrek”, arriva nelle sale il cartoon statunitense “C’era una volta il Principe Azzurro” (“Charming”) di Ross Venokur. La storia è semplice e accessibile: un Principe affascinante in cerca del vero amore ha come pretendenti le principesse delle fiabe. Chi sarà la fortunata? Alcune soluzioni funzionano bene, indovinate e frizzanti, altre appaiono un po’ forzate. Nel complesso, un’occasione per stare in famiglia.

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Dal 6 marzo la domanda per il Reddito di cittadinanza. I moduli sul sito dell’Inps

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 16:55

Dal 6 marzo sarà possibile presentare la domanda per il Reddito (e la pensione) di cittadinanza. A pochi giorni dalla scadenza il sito dell’Inps ha pubblicato i moduli da compilare: quello per la domanda propriamente detta (denominato SR180) e quelli per le comunicazioni di attività di lavoro e altri redditi (SR181 e SR182). Per trovarli bisogna andare nell’area Prestazioni e servizi e cliccare su “Tutti i moduli”. Va detto subito che sono documenti complessi, la cui compilazione richiede una certa familiarità con la modulistica della pubblica amministrazione e non appare alla portata di una buona parte dei soggetti potenzialmente interessati. Per cui è facile prevedere un gran lavoro per i Caf (sempre che vada in porto la convenzione con l’Inps) che con gli uffici postali sono i terminali a cui presentare la domanda. Domanda che comunque è possibile compilare e inoltrare direttamente online.

Resta un paradosso di fondo: l’operazione Reddito di cittadinanza parte quando il decreto-legge che ha istituito la misura non è stato ancora convertito in legge; in quanto decreto-legge le sue norme sono già in vigore, ma la legge definitiva conterrà sicuramente delle differenze non irrilevanti rispetto al testo oggi vigente, a causa delle modifiche apportate nel corso dell’iter parlamentare di conversione.

Il Senato ha già approvato numerosi emendamenti in prima lettura e ora toccherà alla Camera esaminare il testo arrivato da Palazzo Madama. Nel caso di ulteriori modifiche sarà necessario un nuovo passaggio in Senato. Il tutto entro il 29 marzo, termine di scadenza del decreto. Il paradosso si riverbera sugli stessi moduli pubblicati dall’Inps, formulati sulla base del decreto iniziale e destinati probabilmente a essere rivisti in alcuni punti per recepire le novità della legge di conversione. Ma intanto saranno state presentate centinaia di migliaia di domande (la platea potenziale è di oltre un milione di nuclei familiari).
Il problema è che misure come il Rdc richiedono tempi adeguati – come hanno più volte ricordato le organizzazioni che da anni agiscono sul territorio – e mal si conciliano con la fretta con cui si è deciso di andare avanti con l’evidente obiettivo di attivare a tutti i costi un provvedimento di bandiera prima delle elezioni europee.

Preoccupa l’impatto che la massa di richieste avrà sugli uffici postali (chiamati poi a erogare la card per il sussidio) e sui Caf e l’allarme è elevatissimo per il ruolo dei Centri per l’impiego, autentico architrave della filosofia del Rdc, che mescola politiche per l’occupazione e politiche di contrasto alla povertà.

Le Regioni, da cui i Centri dipendono, dicono esplicitamente che si rischia il “caos”, tanto più che non è stato ancora possibile raggiungere un accordo con il governo e si profilano già i ricorsi alla Corte costituzionale perché la materia è di quelle “concorrenti”. In un quadro del genere, inoltre, è veramente difficile immaginare come si possano effettuare controlli efficaci per evitare che accedano al Rdc persone che non ne hanno realmente diritto, una scommessa fondamentale per la credibilità di tutta l’operazione.
Ci sono poi altri paradossi che riguardano il merito del provvedimento. Rischiano di restare esclusi, per esempio, i 50mila senza fissa dimora – vale a dire i più poveri tra i poveri – per l’impossibilità di soddisfare i requisiti di residenza. Requisiti innalzati oltre il ragionevole in chiave anti-immigrati, che pure secondo tutte le analisi sono i soggetti a maggior rischio di povertà. Con un’ulteriore stretta determinata da un emendamento approvato in Senato che rende ancora più difficoltoso il reperimento della documentazione necessaria. Si calcola inoltre che

circa 100mila disoccupati perderanno il cosiddetto “assegno di ricollocazione”:

sarà assorbito nell’ambito del Rdc, ma non è detto che tutti i disoccupati abbiano i requisiti per accedere alla nuova misura. Qualcosa di analogo potrebbe accadere con una parte, si spera la più piccola possibile, di quanti finora hanno percepito il Reddito d’inclusione.
“Maggiori risorse, peggiori risposte”, si intitolava l’ultimo documento dell’Alleanza contro la povertà sul Rdc. Purtroppo man mano che si procede quel giudizio trova ulteriori conferme.

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Vertice di Hanoi. Mons. Lazzaro You Heung-sik (Daejeon): “Finché il canale del dialogo non si spezza, la speranza non muore”

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 15:03

Nonostante la fumata nera, “la speranza non muore”. Mantiene uno sguardo positivo mons. Lazzaro You Heung-sik, vescovo di Daejeon (Corea). Raggiunto telefonicamente dal Sir in Corea, il vescovo commenta subito: “Mi dispiace. Mi aspettavo che i due leader potessero arrivare ad un accordo. Ma così non è stato. Seguendo, però, le notizie e, soprattutto, la conferenza stampa del presidente Trump, posso dire: c’è speranza. Sempre. Mai la speranza deve venire meno”.

foto SIR/Marco Calvarese

A dare la notizia ufficiale che “nessun accordo è stato raggiunto” al summit di Hanoi tra il presidente Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un è stata la Casa Bianca, aggiungendo però che le riunioni sulla denuclearizzazione continueranno in futuro. Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha lasciato subito il Metropole Hotel, mentre il presidente Trump in una conferenza stampa ha detto: “Abbiamo avuto un tempo molto produttivo, c’erano diverse opzioni ma questa volta abbiamo deciso che non era una buona cosa firmare una dichiarazione congiunta al summit”. Il “nodo” della questione sono state le sanzioni e sebbene le “differenze siano state ridotte” – ha spiegato Trump – il leader nord-coreano Kim “ha una certa visione che non coincide con la nostra”.

Il vescovo di Daejeon ha apprezzato il tono del presidente Usa. “Ha usato un linguaggio positivo in conferenza stampa. Non ha espresso alcuna condanna verso il suo interlocutore sottolineando piuttosto un clima d’incontro e condivisione che c’è stato. Il processo è lungo e richiede tempo, richiede sempre più dialogo. La speranza è sempre nel dialogo più che nei risultati”. Mons. Lazzaro You osserva anche che forse sull’esito del summit hanno influito le accuse lanciate a Trump dal suo ex legale Michael Cohen dinanzi al Congresso proprio nelle stesse ore del vertice di Hanoi. Insomma, i colloqui non si sono svolti in un clima sereno. “Prego – aggiunge il vescovo – perché Dio vuole che il processo di pacificazione vada avanti. Ed è questa la nostra speranza”.

(Foto: AFP/SIR)

Mons. You ricorda anche che lo stesso segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, qualche giorno fa aveva detto che il vertice di Hanoi non poteva essere risolutivo e che altri passi in avanti erano necessari per arrivare alla denuclearizzazione della Corea del Nord. “Sono parole che aprono le porte, che dicono che il canale del dialogo non si è interrotto ma continua. Fino ad oggi, attraverso il dialogo i due interlocutori si sono confrontati e capiti nelle loro rispettive posizioni e questo è un grandissimo risultato. Quando c’è dialogo, la speranza non muore. Il dialogo è sempre una esperienza positiva”. Il vescovo conclude la sua analisi ricordando un proverbio coreano: “Quando si è in groppa a una tigre, si corre veloce, non si può che andare avanti, perché se si cade o si scende, si può anche morire”.

“Kim Jong-un e Donald Trump sono entrambi saliti in groppa ad una tigre. Se cadono, si fanno molto male. Significa che il processo da loro avviato deve andare avanti in ogni caso e che indietro non possono più tornare”.

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We need citizens that feel closer to Europe

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 15:02

“Europe will not be made all at once, or according to a single plan. It will be built through concrete achievements which first create a de facto solidarity.” These words were written over 50 years ago by Robert Schuman, one of the “Founding Fathers” of the European Union. There was full awareness of the challenges, including those linked to historical developments,  that this ambitious and complex political project entailed. But far from causing a renunciation this awareness strengthened the belief that those very difficulties would set the conditions for a journey in which peoples and States could work together in the construction of a “common home”, based on the shared yearning for peace, freedom, democracy and wellbeing.

 

Europe is a journey, as Schuman writes, and every journey involves a certain amount of tiredness in seeking the best path, as well as some stumbling blocks.

Will the upcoming European elections mark a further step in the direction of the common European home or will they bring us back to an era of closure, national egoism and mutual diffidence? Will we be able to recover our common path or will we get lost in the maze of euro-scepticism and anti-Europeanism? For the first time, the election campaign risks turning into a referendum in favour or against Europe, and the dissolution of the European project is no longer a mere hypothesis. Many are those that with persuasive words try to convince us that ultimately it would not be a disaster; that if we were on our own everything could be better, that we can chose to return to be the “masters in our own house.” But the very complexity of our present times, when so-called globalization brings world challenges on the threshold of our homes, shows that no Country, today, can afford to proceed in solitude. It’s the content of an open letter released a few days ago, signed by various bodies representing Italy’s Catholic world: “Today, in order to exist and resist in a large and complex world, we need a united Europe more than ever before.”

Moreover, the decisions on the destiny of Europe will affect our common future.

Thus, three months before the elections of May 26, I shall hereby propose three key-themes. First of all, it should be remarked that the European Union will only survive if it proves capable of making a leap forward. If it ceases being “confined to a system of alliances or a coalition of interests”, in order to become a “community of destinies”, starting with the unifying themes of growth, employment, centrality of the human person, protection of the family, solidarity, fight against poverty, reduction of social inequalities. This means – the second key-theme mentioned also in the recent Manifesto drawn up by member organization of Retinopera – that it’s ever more urgent to identify the indispensable institutional changes that ought to take place in Europe, in order to secure its political renaissance. In recent years, all the limits of the EU came to the fore when faced with the economic and financial crisis, with migratory pressures, and terrorist threats. This happened also because Member States’ governments did not provide EU institutions with the necessary powers and tools enabling them to take action. This led to the need for changes for a Europe that is more united, efficient and fair.
Third point,

Europe must return to be “appealing”,

capable of involving and motivating its citizens, social partners and territories that form part of it. Europeanism must return to be manifested at grassroots level; it must stem from a shared dream. In this respect, we welcome the promotion of a European symbiology, the quest for faces, emblems and projects enabling European citizens to identify with their common homeland. But it’s equally urgent for European institutions to recover credibility in the eyes of their citizens, thus making them feel represented, acknowledging and expressing their requests, their needs, their aspirations as well as their skills. We need institutions that are closer to the people – not only to governments, bureaucracies or economic powers.
Yet we also need citizens that feel closer to Europe. Relaunching “Europe’s building site”– fourth and last point – requires increased participation, greater sense of responsibility, greater involvement – rational and emotional alike – on the part of European citizenry. It’s up to us to give renewed impetus to the European project, rediscovering the reasons of our being together: those historical reasons that were reasons of peace, affirmation of rights, of cultural enrichment – not only for economic and financial wellbeing  – as well as those linked to the many challenges we are facing today. It’s our responsibility to fully believe in the importance of proceeding together as we address the challenges that the course of history places along our way; without backtracking, without renouncing the determination to transform our continent into a space for the promotion of human rights, freedom and social justice. This should be done not only for our own good but also for the good of other continents, starting with those bordering on the Mediterranean.

(*) National President, Catholic Action, Italy

 

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Allarme denatalità. Rosina (Cattolica): “Le politiche familiari siano parte centrale delle politiche di sviluppo del Paese”

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 13:54

La fotografia dell’Italia scattata dall’Istat nei giorni scorsi con gli “Indicatori demografici 2018” rivela una nuova diminuzione delle nascite, un nuovo minimo dopo il già “deprimente” 2017: appena 449mila nuovi nati, 9mila in meno rispetto all’anno precedente, con una perdita complessiva di popolazione di oltre 90mila unità. La demografia italiana rimane “sdraiata sul fondo”, come un sottomarino che sembra aver perso la spinta per ritornare a emergere – oltre alle scarse nascite, anche l’immigrazione è modesta – restando appoggiato sul fondale: è la significativa immagine che hanno usato nei giorni scorsi gli esperti di “Neodemos”, una rivista online di osservazione e analisi dei fenomeni sociali, economici e politici a partire dai cambiamenti demografici. Tra i fondatori c’è Alessandro Rosina, docente di Demografia all’Università Cattolica di Milano, e autore del testo “Il futuro non invecchia” (Vita e Pensiero, 2018), al quale abbiamo chiesto di aiutarci a “leggere” la situazione italiana.

Professore, è una recessione (demografica) nella recessione (economica) quella che stiamo vivendo, visto anche il tasso di invecchiamento?
I dati ci dicono che siamo in una recessione demografica che si sta cronicizzando, con conseguenze di medio e lungo periodo peggiori di quella economica. Una delle contestazioni più comuni rivolte a chi si preoccupa della bassa natalità è che se diminuiamo, in un mondo che invece cresce, non sia così grave. Questa obiezione ha alla base elementi condivisibili ma contiene anche un errore cruciale.

La diminuzione delle nascite non fa diminuire una popolazione in modo proporzionale a tutte le età, la erode dal basso: gli anziani rimangono, mentre si riduce la consistenza delle nuove generazioni. Aumenta quindi il peso della popolazione più vecchia, producendo così squilibri generazionali che più si allargano e più costituiscono un freno alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale.

Gli squilibri della popolazione italiana sono arrivati a livello tale che siamo il primo Paese in Europa che ha visto scendere i nuovi nati sotto il numero degli attuali ottantenni.

Quali fattori incidono maggiormente a suo avviso sulla natalità? Perché non si torna a fare figli?
I nodi principali sono due. Il primo è quello dei fattori che portano a un continuo posticipo della creazione di una relazione stabile di coppia e della nascita del primo figlio. Quello che ai giovani italiani manca è la possibilità di passare dal sostegno passivo da parte dei genitori a un investimento pubblico in strumenti di attivazione e abilitazione, che consenta a essi di diventare parte attiva e qualificata nei processi di sviluppo del Paese. E’ la trasformazione dei giovani da condizione passiva ad attiva a fare la differenza, non tanto il passaggio dal carico sui genitori all’assistenza dello Stato. Il secondo nodo frena, invece, la progressione oltre il primo figlio. Se con la nascita del primogenito ci si trova in difficoltà ad armonizzare impegno esterno lavorativo e interno alla famiglia, difficilmente si rilancia con la nascita di un secondo.

Nei Paesi sviluppati con una fecondità superiore alla nostra, non troviamo un numero desiderato di figli più basso nelle donne italiane, ma una maggiore copertura e accesso dei servizi per l’infanzia e più collaborazione domestica dei padri.

Anche nel confronto tra regioni italiane si osserva che, dove più efficienti sono gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia, chi ha un lavoro sceglie maggiormente di avere un figlio e chi ha un figlio maggiormente si offre nel mercato del lavoro. Più che in altri Paesi le donne italiane si trovano, quindi, schiacciate in difesa, indotte a vedere al ribasso il numero di figli anziché allineare al rialzo l’occupazione femminile.

Quali sono i costi sociali di una questione demografica seria come la nostra, non affrontata alla radice?
Sciogliere questi nodi con politiche adeguate dovrebbe essere la priorità non solo per la denatalità ma anche per ridurre le diseguaglianze e per una più solida crescita del Paese. Promuovendo l’autonomia dei giovani e rafforzando gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia si mettono i cittadini nelle condizioni di realizzare meglio i propri obiettivi di vita, e le famiglie con figli di proteggersi dal rischio povertà. A livello collettivo si riducono gli effetti dell’invecchiamento della popolazione, si rafforza la crescita economica aumentando la platea (per la maggiore natalità, ma anche per la combinazione al rialzo, con occupazione femminile e giovanile) di chi è attivo e produce ricchezza nel Paese.

A sostenere la popolazione e a “ringiovanirla” servirebbero anche gli arrivi di persone immigrate e giovani. Ma questa è una strada sempre più problematica per l’Italia… Ci sono Paesi che hanno fatto una scelta diversa con buoni risultati?
Non ci sono ricette semplici sul fenomeno dell’immigrazione. Nessun Paese presenta un modello senza limiti e contraddizioni, ma l’Italia sembra concentrare il peggio della gestione politica del fenomeno e della capacità culturale di interpretarlo. Eppure, proprio per i nostri squilibri demografici, più di altri

avremmo bisogno di una immigrazione ben gestita e regolata,

in grado di combinare effettiva integrazione con la valorizzazione del contributo economico e sociale che ciascuno può dare, con capacità e competenza più che con vincoli di provenienza, in tutte le fasi della vita.

Dal suo osservatorio particolare all’Istituto Toniolo lei può constatare che i nostri giovani scelgono di scommettere sempre di più il loro futuro all’estero. Che cosa trovano che qui non c’è?
A ben vedere, i ragazzi delle nuove generazioni non partono per fuggire da qualcosa ma per andare incontro all’idea di sé che desiderano realizzare. Questa loro ricerca parte sempre dal luogo in cui nascono, ma spazia oggi sempre più su tutto il globo. Il tema vero è che nel mondo in cui accadono le cose che i giovani cercano, e che essi stessi vogliono contribuire a far accadere, l’Italia rischia di diventare sempre più marginale. Se l’alternativa è tra rimanere in Italia rivedendo le proprie ambizioni al ribasso e andare all’estero, saranno sempre più quelli che opteranno per la exit strategy.

Che cosa servirebbe al “sottomarino” demografico italiano “sdraiato sul fondo” per riemergere?
Quello che soprattutto serve all’Italia, più che togliere o aggiungere bonus e singole misure, è un approccio diverso, un cambio di paradigma sul modo in cui sono intese le politiche per le nuove generazioni e le scelte familiari. Con la capacità di produrre un impatto trasformativo sulla vita delle persone e sulle varie dimensioni del benessere sociale. Questo significa far diventare le politiche familiari parte centrale delle politiche di sviluppo del Paese.

(*) La Vita del popolo

 

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We need citizens that feel closer to Europe

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 09:18

“Europe will not be made all at once, or according to a single plan. It will be built through concrete achievements which first create a de facto solidarity.” These words were written over 50 years ago by Robert Schuman, one of the “Founding Fathers” of the European Union. There was full awareness of the challenges, including those linked to historical developments,  that this ambitious and complex political project entailed. But far from causing a renunciation this awareness strengthened the belief that those very difficulties would set the conditions for a journey in which peoples and States could work together in the construction of a “common home”, based on the shared yearning for peace, freedom, democracy and wellbeing.

Europe is a journey, as Schuman writes, and every journey involves a certain amount of tiredness in seeking the best path, as well as some stumbling blocks.

Will the upcoming European elections mark a further step in the direction of the common European home or will they bring us back to an era of closure, national egoism and mutual diffidence? Will we be able to recover our common path or will we get lost in the maze of euro-scepticism and anti-Europeanism? For the first time, the election campaign risks turning into a referendum in favour or against Europe, and the dissolution of the European project is no longer a mere hypothesis. Many are those that with persuasive words try to convince us that ultimately it would not be a disaster; that if we were on our own everything could be better, that we can chose to return to be the “masters in our own house.” But the very complexity of our present times, when so-called globalization brings world challenges on the threshold of our homes, shows that no Country, today, can afford to proceed in solitude. It’s the content of an open letter released a few days ago, signed by various bodies representing Italy’s Catholic world: “Today, in order to exist and resist in a large and complex world, we need a united Europe more than ever before.”

Moreover, the decisions on the destiny of Europe will affect our common future.

Thus, three months before the elections of May 26, I shall hereby propose three key-themes. First of all, it should be remarked that the European Union will only survive if it proves capable of making a leap forward. If it ceases being “confined to a system of alliances or a coalition of interests”, in order to become a “community of destinies”, starting with the unifying themes of growth, employment, centrality of the human person, protection of the family, solidarity, fight against poverty, reduction of social inequalities. This means – the second key-theme mentioned also in the recent Manifesto drawn up by member organization of Retinopera – that it’s ever more urgent to identify the indispensable institutional changes that ought to take place in Europe, in order to secure its political renaissance. In recent years, all the limits of the EU came to the fore when faced with the economic and financial crisis, with migratory pressures, and terrorist threats. This happened also because Member States’ governments did not provide EU institutions with the necessary powers and tools enabling them to take action. This led to the need for changes for a Europe that is more united, efficient and fair.
Third point,

Europe must return to be “appealing”,

capable of involving and motivating its citizens, social partners and territories that form part of it. Europeanism must return to be manifested at grassroots level; it must stem from a shared dream. In this respect, we welcome the promotion of a European symbiology, the quest for faces, emblems and projects enabling European citizens to identify with their common homeland. But it’s equally urgent for European institutions to recover credibility in the eyes of their citizens, thus making them feel represented, acknowledging and expressing their requests, their needs, their aspirations as well as their skills. We need institutions that are closer to the people – not only to governments, bureaucracies or economic powers.
Yet we also need citizens that feel closer to Europe. Relaunching “Europe’s building site”– fourth and last point – requires increased participation, greater sense of responsibility, greater involvement – rational and emotional alike – on the part of European citizenry. It’s up to us to give renewed impetus to the European project, rediscovering the reasons of our being together: those historical reasons that were reasons of peace, affirmation of rights, of cultural enrichment – not only for economic and financial wellbeing  – as well as those linked to the many challenges we are facing today. It’s our responsibility to fully believe in the importance of proceeding together as we address the challenges that the course of history places along our way; without backtracking, without renouncing the determination to transform our continent into a space for the promotion of human rights, freedom and social justice. This should be done not only for our own good but also for the good of other continents, starting with those bordering on the Mediterranean.

(*) National President, Catholic Action, Italy

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Abbiamo bisogno di cittadini più vicini all’Europa

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 09:18

“L’Europa non si farà in un giorno, né senza urti. Nulla di duraturo si realizza con facilità. Tuttavia essa è già in cammino”. Sono parole scritte oltre mezzo secolo fa da Robert Schuman, uno dei “padri fondatori” dell’Unione europea. Non si nascondeva le asperità che si paravano innanzi a un progetto politico ambizioso e complesso, chiamato ad attraversare difficili tornanti della storia. Ma questa consapevolezza non lo faceva arretrare, anzi, alimentava in lui la convinzione che proprio dentro quelle difficoltà si sarebbero date le condizioni per un percorso in cui popoli e Stati avrebbero potuto lavorare alla costruzione di una “casa comune”, fondata sul desiderio condiviso di pace, libertà, democrazia e benessere.

L’Europa è un cammino, ci ricorda Schuman, e ogni cammino è fatto anche di fatica, di ricerca della strada migliore, di qualche passo falso.

Le elezioni europee verso cui siamo avviati segneranno un passo in avanti per il rafforzamento della casa comune, o ci faranno tornare indietro, verso una nuova epoca di chiusure, di egoismi nazionali, di diffidenze reciproche? Sapremo trovare la strada per continuare a camminare insieme o ci perderemo nel labirinto dell’euroscetticismo e dell’antieuropeismo? Per la prima volta, la campagna elettorale che si sta aprendo rischia di trasformarsi in un referendum pro o contro l’Europa, e la dissoluzione del progetto europeo appare come una prospettiva non più solamente teorica. In tanti, anche con toni calibrati e suadenti, vorrebbero convincerci che in fondo non sarebbe un disastro. Che da soli potremmo stare meglio, tornare a essere “padroni a casa nostra”. Ma è proprio la complessità del tempo presente, in cui la cosiddetta globalizzazione ci porta fin sulla soglia di casa sfide mondiali, a dimostrarci ogni giorno che nessun Paese, oggi, può permettersi di procedere in solitudine. È quello che abbiamo scritto nella recente lettera aperta firmata da diverse realtà del mondo cattolico italiano: “Per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita”.

Attorno al destino dell’Europa, insomma, si deciderà buona parte del nostro futuro.

Provo allora, a tre mesi dal voto del 26 maggio, a proporre quattro sottolineature. Per prima cosa, occorre ribadire che l’Unione europea potrà sopravvivere solo se sarà capace di fare un balzo in avanti. Se cesserà di essere “soltanto un sistema di alleanze o una coalizione di interessi”, per diventare “una comunità di destini”, a partire dai temi unificanti della crescita, del lavoro, della centralità della persona, della tutela della famiglia, della solidarietà, della lotta alla povertà, della riduzione delle diseguaglianze sociali.
Questo significa anche – ed è una seconda sottolineatura, presente anche nel recente manifesto redatto dalle associazioni che aderiscono a Retinopera – che è sempre più urgente identificare gli indispensabili cambiamenti istituzionali di cui l’Europa ha bisogno per potersi rilanciare politicamente. Negli anni recenti l’Ue ha mostrato tutti i suoi limiti di fronte alla crisi economica, alle pressioni migratorie, alle minacce del terrorismo. E ciò è avvenuto anche perché i governi degli Stati membri non hanno assegnato alle istituzioni comunitarie poteri e competenze adeguate per agire. Da qui il bisogno di cambiamenti, che vadano nella direzione di un’Europa più coesa, più efficace, più giusta.
In terzo luogo,

abbiamo bisogno che l’Europa torni ad essere “attrattiva”,

capace di coinvolgere e appassionare i cittadini, le parti sociali, i territori che la compongono. Si avverte la necessità che l’europeismo torni a sgorgare dal basso, dalla condivisione di un sogno. Ben venga allora la promozione di una simbologia europea, la ricerca di volti, emblemi, progetti che consentano ai cittadini europei di identificarsi con la loro patria comune. Ma è ancora più necessario che le istituzioni europee riguadagnino credibilità agli occhi dei propri in cittadini facendoli sentire rappresentati, raccogliendone ed esprimendone le istanze, i bisogni, le aspirazioni e le capacità. Abbiamo bisogno di istituzioni che siano più vicine alla gente e non solo ai governi, alle burocrazie o ai poteri economici.
Abbiamo anche bisogno, però, di cittadini più vicini all’Europa. Per rilanciare il “cantiere Europa” occorre – quarto ma non ultimo elemento – più partecipazione, più senso di responsabilità, più coinvolgimento, razionale ed emotivo, da parte dei cittadini europei. Tocca innanzitutto a noi, ai cittadini, rilanciare il progetto europeo, riscoprendo le ragioni del nostro stare insieme: quelle storiche, che sono ragioni di pace, di affermazione dei diritti, di arricchimento culturale, e non solo di benessere economico, e quelle che derivano dalle tante nuove sfide che abbiamo davanti. Tocca a noi credere fino in fondo all’importanza di continuare a camminare insieme per affrontare i nuovi tornanti che la storia ci pone davanti. Senza arretrare, senza rinunciare a fare del nostro continente uno spazio di promozione dei diritti, della libertà, della giustizia sociale. Non solo per noi, ma anche per gli altri continenti, a partire da quelli che si affacciano sul Mediterraneo.

(*) presidente nazionale Azione cattolica italiana

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Entro il 10 aprile i nuovi impegni del Governo per l’economia

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 09:12

Def (Documento di Economia e Finanza) non è una sigla popolare, non lo era la precedente dizione Dpef che forse chiariva maggiormente l’obbligo di “programmazione” che deve guidare gli impegni di un Governo. Se il Paese fosse una famiglia, è come se il responsabile della gestione economica (il Governo) decidesse quanto si può spendere, quanto prevedibilmente si incasserà, dove investire e dove tagliare per ridurre i debiti del passato senza aggiungerne altri. Un accorto capofamiglia che cercasse di migliorare l’equilibrio del nucleo (tutti i cittadini) non stilerebbe mai un progetto di spese abbondanti in assenza di realistiche entrate o anche un piano di investimenti i cui ritorni fossero incerti nel tempo. Tanto più se chi ha prestato denaro alla stessa famiglia fosse già in allarme (i movimenti dello spread sono un termometro) per il rischio di mancata restituzione. E se nel condominio (l’Europa dei partner) qualcuno sospettasse il mancato rispetto degli impegni comuni.

Entro il 10 aprile il Governo dovrà approvare un documento suddiviso in tre capitoli che fa perno, direttamente e indirettamente, sul rientro del debito pubblico. Sembrano lontanissime dalla vita di tutti i giorni, eppure le decisioni possono produrre effetti, positivi o negativi, sulla collettività. Niente di immediato: al momento dell’approvazione da parte dell’Esecutivo, mancheranno circa 50 giorni alle consultazioni europee (26 maggio).

Si può immaginare che in Italia come all’estero possa prevalere la tendenza a non anticipare scelte impopolari. Non sarà però possibile sorvolare su uno scenario molto peggiorato, l’1% di crescita del Pil (Prodotto interno lordo) stimato dal Governo italiano non è più credibile. I numeri che vengono diffusi tutti i giorni mostrano economie deboli in molte parti del mondo e anche momenti di recessione come in Italia.

“Nel prossimo Def si aggiorneranno le previsioni economiche alla luce dei dati finali di contabilità nazionale e il consuntivo di finanza pubblica e ciò – assicura il ministro dell’Economia, Giovanni Tria – porterà a una valutazione e alla verifica dei saldi che saranno oggetto di consueto confronto con la Commissione europea”. Bruxelles dovrà valutare, per i vari Paesi, la credibilità degli impegni. In caso di risultati e impegni molto lontani dall’obiettivo di contenimento del debito pubblico potrebbe rendersi necessaria una manovra correttiva per adeguare le uscite alle entrate. La maggioranza gialloverde non ne vuole sentire parlare, alcuni esponenti di Governo non la escludono alla luce della congiuntura anche se parlarne è “prematuro”.

Nelle trattative per evitare la procedura di infrazione, il Governo aveva già previsto un “cuscinetto” di due miliardi che torneranno disponibili se i conti dovessero migliorare ma intanto sono prudenzialmente congelati per arginare il peggioramento.

Per Tria “questi margini di riserva al momento appaiono più che sufficienti”. La manovra “contiene delle disposizioni in materia di monitoraggio dei conti pubblici che rappresentano un’ulteriore garanzia del rispetto degli obiettivi di finanza pubblica”. Era stato più facile lo scorso anno. Il 7 aprile il Governo uscente approvò il Def senza orientarlo in alcun modo in attesa che i vincitori delle consultazioni politiche del 4 marzo prendessero la guida. Era ancora un contesto internazionale abbastanza favorevole e in Italia la crescita del Pil era indicata nell’1,5% nel 2018, per un 1,4% quest’anno e 1,3% nel 2020. Le stime dei principali centri di previsioni internazionali assegnano all’Italia un +0,6% massimo in una congiuntura in peggioramento. Il Def di aprile dovrà tenerne conto.

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Lotta alle povertà: le Caritas promuovono l’economia sociale in 8 Paesi dei Balcani. Al via 80 start up

Agenzia SIR - Thu, 28/02/2019 - 08:58

A Subotica, una cittadina molto povera nel nord della Serbia, gli abitanti non hanno abbastanza soldi per acquistare un’automobile. Tutti si muovono su due ruote. C’è un’unica pista ciclabile che utilizzano tutti, perciò tra i bisogni primari c’era quello di una officina che riparasse le biciclette. Ora questo negozio esiste e ci lavora un ex campione di mountain bike, diventato disoccupato nonostante le vittorie. Le entrate di questa piccola attività sono destinate anche alla piccola Caritas locale, che così potrà aiutare le persone più in difficoltà ad acquistare cibo, medicine, eccetera. E’ una delle 80 imprese sociali realizzate nei quattro anni in cui si sono svolte le prime due fasi del progetto “E.L.Ba. – Emergenza Lavoro nei Balcani”, una risposta alla crisi economica che ha colpito i Paesi del Sud Est Europa, provocando gravi problemi economici e sociali, soprattutto tra le fasce più vulnerabili. Sono coinvolti 8 Paesi – Albania, Bosnia Erzegovina, Grecia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Serbia, Bulgaria -, le Caritas di Francia, Spagna, Austria e Stati Uniti.  Promotrice dell’iniziativa è Caritas italiana, che ha finanziato inizialmente il progetto con 480.000 euro dai fondi dell’otto per mille Cei. In questi giorni sono riuniti a Roma per un bilancio dei risultati tutti i partner del progetto, che ha coinvolto anche le istituzioni europee, allo scopo di creare innovazione e promuovere l’economia sociale. A breve prenderà il via la terza fase. Il quadro di riferimento, come ha spiegato Laura Stopponi, dell’ufficio Europa di Caritas italiana, è la Strategia Europa 2020, “che mira a ridurre del 25% i poveri nel continente e incoraggia a proporre iniziative innovative. Anche perché la crisi ha aggravato le disuguaglianze e c’è un problema serio di coesione sociale”. Nel blog “Learning from Elba” sono raccolte lw testimonianze di chi ha partecipato al progetto nei vari Paesi. Caritas Europa ha anche diffuso un manuale “Putting people before profits” che spiega l’importanza dell’economia sociale, proprio perché “le persone vengono prima dei profitti”.

80 imprese sociali, 25 persone formate. Tra le tante imprese sociali nate grazie all’impulso del progetto El.Ba c’è anche un centro per persone con disabilità a Mostar, in Bosnia. Non avevano nemmeno i soldi per comprare il cibo per le persone che accudivano. Sono riusciti ad acquistare un terreno dove oggi lavorano i ragazzi con disabilità. Nella serra viene prodotta frutta e verdura che oltre ad alimentare il centro viene destinato alle mense della Caritas locale. Un buon esempio di economia circolare. In Grecia 90 persone senza fissa dimora prima dormivano in strada, ora vivono in appartamenti.

“Il progetto El.Ba. è un’esperienza straordinaria che rappresenta la Chiesa in uscita”.

Lo spiega al Sir Tiziana Ciampolini, di Caritas Torino, che ha seguito tutto il processo per conto di Caritas italiana: “Abbiamo fatto rete tra Italia e Paesi balcanici ed Europa e Paesi balcanici. E’ stata costruita una cultura regionale dell’economia ed

abbiamo formato 25 coordinatori, due per Paese.

Progetto El.Ba in Grecia – foto: Caritas

Durante il primo anno abbiamo fatto lo start up di 25 imprese sociali che lavorano a fianco delle Caritas, che in quelle aree sono piccole perché Chiese minoritarie. Dopo i primi due anni abbiamo coinvolto anche Caritas Austria, Caritas Francia, Caritas Spagna e Caritas Usa (Catholic relief service) aumentando il fondo. In quattro anni sono state consolidate 80 imprese sociali, implementando con fondi europei e una operazione di partnership pubblico-privato e tra i diversi Paesi”.

I campi di azione delle imprese sociali rientrano nei temi oggetto dell’enciclica “Laudato si'”: ambiente, sostenibilità, agricoltura sociale, manifattura, tessile, servizi alla persona.

Il convegno in corso a Roma

La scommessa della sostenibilità. “Ora c’è la grande scommessa della sostenibilità futura di queste imprese – precisa Ciampolini – che si gioca nella possibilità del mercato balcanico di dialogare con l’Europa. Sono Paesi con una grandissima crisi economica, speriamo di riuscire a creare la possibilità di un import/export di questi piccoli prodotti all’interno delle reti solidali, compresa la Caritas”. Ovviamente la situazione tra Paesi non è omogenea: in alcuni l’economia sociale è favorita dalle normative, come in Grecia, Bosnia Erzegovina e Serbia, che sta per varare una legge sulle imprese sociali. Dove non ci sono questo tipo di infrastrutture è più difficile, ad esempio in Macedonia, Bulgaria, Kosovo. Ora che sta per iniziare la terza fase del progetto, con gli stessi partners, bisogna lavorare “sulla profondità e stabilità dell’impatto – conclude -. Anche se si tratta di piccole realtà è stata creata una cultura nuova. Prima erano Paesi completamente sussidiati dai Paesi donatori, abituati alla carità e alla donazione. Ora le persone coinvolte sono in grado di prendere le redini della propria vita per uscire dalla povertà”.

“E’ stata un’azione culturale e pedagogica con risultati concreti”.

 

 

 

 

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Commissione Ue: “i conti non tornano”. Richiamo all’Italia su reddito di cittadinanza e Quota 100

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 18:19

Ancora una volta sotto esame. In compagnia di Grecia e Cipro che, come l’Italia, “presentano squilibri eccessivi”. È il verdetto emesso oggi dalla Commissione europea che ha pubblicato i Country Report nell’ambito della procedura del “Semestre europeo”. Lo scorso novembre l’esecutivo aveva avviato esami su 13 Stati membri “per accertare l’eventuale presenza di squilibri macroeconomici e valutarne l’entità”. La Commissione conclude che i 13 Stati “presentano tutti squilibri o squilibri eccessivi, ma che in alcuni casi l’entità degli squilibri è diminuita”. I risultati degli esami sono così riassunti: Bulgaria, Germania, Spagna, Francia, Croazia, Irlanda, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Svezia presentano “squilibri economici”; per Italia, Grecia e Cipro, appunto, si parla di “squilibri eccessivi”. Dunque la situazione a Roma, Atene e Nicosia è particolarmente preoccupante.

In fondo alla classifica. Impietosa l’analisi della situazione italiana tratteggiata dai commissari Dombrovskis, Moscovici e Thyssen: il debito elevato, la scarsa capacità di crescita del sistema produttivo, il Pil a livello vicino allo zero (0,2%), la scarsa produttività e alcune riforme ritenute controproducenti mettono l’Italia in fondo alla classifica europea e ne fanno una minaccia per l’Eurozona (“rischi di rilevanza transnazionale”). L’Italia, ha dichiarato Pierre Moscovici, “deve migliorare le sue finanze pubbliche, l’efficienza della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario, rafforzare il sistema finanziario”. Le obiezioni sollevate dalla Commissione Ue toccano i conti pubblici, nonché le politiche economiche del governo Lega-M5S.

La replica del governo. Sul reddito di cittadinanza l’esecutivo Ue afferma che “il costo sembra molto elevato, lo 0,45% del Pil, per l’Italia è molto e occorre verificarne la sostenibilità”. Sulla riforma delle pensioni: “la manovra 2019 include misure che rovesciano elementi di importanti riforme realizzate in precedenza, in particolare sulle pensioni”. Meglio, forse, la riforma Fornero? Bruxelles richiama l’Italia sui due provvedimenti-simbolo del governo giallo-verde. Il Country Report dedicato all’Italia sostiene che la recente legge di bilancio del governo Conte non favorisce lo sviluppo economico nazionale, mentre continuerà a crescere il debito pubblico. Inoltre le “politiche del lavoro italiane rimangono deboli” a fronte di una elevata disoccupazione, tra le più alte in Europa. Una nuova revisione dei conti dell’Italia è già annunciata per la prossima primavera. Da Roma giunge fino a Bruxelles la voce, piuttosto contrariata, del premier italiano, Giuseppe Conte: “Il rapporto dell’Ue contiene stime di crescita che sottovalutano l’impatto delle misure economiche che abbiamo varato e che avranno effetti nei prossimi mesi”.

Scenari incerti. Gli scenari internazionali “incerti”, le “tensioni” nel commercio internazionale (compreso il neo protezionismo statunitense), il Brexit, l’entità del debito italiano sono, ad oggi, tra i pericoli che la Commissione sottolinea per quanto riguarda il futuro economico. Nella sua valutazione annuale della situazione economica e sociale negli Stati membri, la Commissione insiste sulla “necessità di promuovere gli investimenti, portare avanti politiche di bilancio responsabili e attuare riforme ben congegnate”. La valutazione della situazione dei singoli Paesi Ue è effettuata “sullo sfondo di un’economia europea che nel 2019 dovrebbe crescere per il settimo anno consecutivo, ma a un ritmo più moderato”. L’occupazione, spiegano gli esperti della Commissione, “ha raggiunto livelli record e la disoccupazione registra un tasso storicamente basso”. Anche le finanze pubbliche sono ritenute “globalmente migliorate, sebbene il debito di alcuni Paesi sia ancora elevato”.

Sostenere le famiglie. Tra i problemi posti in evidenza vi sono, su scala europea, e “con notevoli differenze tra Paese e Paese”, “livelli di produttività modesti, l’invecchiamento della popolazione che si accentua, i rapidi mutamenti tecnologici che hanno un’incidenza considerevole sui mercati del lavoro”. In alcuni Stati membri “il reddito reale delle famiglie è ancora inferiore ai livelli pre-crisi”. Inoltre, “pur essendo stata notevolmente ridotta, la disoccupazione giovanile, resta a livelli inaccettabilmente elevati in certi Stati membri”, in particolare Grecia, Spagna e Italia. Vista la maggiore incertezza che caratterizza il contesto mondiale, gli Stati membri dell’Ue “devono – è il messaggio finale – assolutamente intensificare l’azione per aumentare la produttività, migliorare la resilienza delle economie nazionali e garantire che la crescita economica produca effetti positivi per tutti i cittadini”.

“Cambiare marcia”. Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha commentato: “L’economia europea vive attualmente il settimo anno consecutivo di espansione economica, ma la crescita sta rallentando. Per mantenere lo slancio anche in futuro saranno necessari un livello elevato di competitività e una convergenza costante verso l’alto. Per realizzare pienamente il potenziale di crescita delle nostre economie abbiamo bisogno di riforme strutturali. Servono inoltre investimenti mirati per sostenere l’aumento della produttività in tutta Europa”. Marianne Thyssen, commissaria responsabile per l’occupazione e gli affari sociali, ha aggiunto: “I mutamenti demografici e le nuove tecnologie stanno modificando il mercato del lavoro, mentre la carenza di competenze si accentua in molti Stati membri. È ora di cambiare marcia. Per mantenere il nostro tenore di vita dobbiamo assolutamente investire con la massima priorità nelle competenze, puntando in particolare a migliorarne il livello per le persone poco qualificate”.

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Poquillon: the future begins by voting. “Populism gives the wrong answers to real problems”

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 16:42

“If we look at the data, today Europe is richer, safer and more democratic than 50 years ago, but this does not reflect the general perception. Populism offers bad answers to real demands.” In this interview with SIR Father Olivier Poquillon, o.p., General Secretary of the Commission of the Bishops Conferences of the European Union (COMECE), outlines the contours of the paradox situation in which we are living, locked in fear, offering points for guidance. We need transparent, democratic decisions for the future, to include citizens in political processes and share experiences in order to take joint decisions. The future begins by voting.

How does the Catholic Church in Europe view the upcoming May election? The EU bishops opened a reflection on the 2019 elections already two years ago, in 2017. The “(Re) thinking Europe Dialogue”, a major Conference in the Vatican with Pope Francis, the Holy See, the European bishops, parliamentarians and high-level political figures, initiated this reflection. In a statement released a few days ago, our bishops invited Christians and people of good will to vote and to exercise their discernment. Casting your vote is a right, although it is not to be taken for granted.

As Christians, this opportunity – which is also a duty – means taking on the responsibility of the creation that God has given us. Shall we fulfil this commitment?

These are probably difficult times, marked by tensions and manipulation. At the same time we are given the opportunity to exert our freedom of choice. In May we will have the possibility to decide by whom we want to be represented for the next five years; we will be able to chose the person who will take decisions that affect our daily lives.

In which direction is the EU heading?
As occurs in every family there are tensions also inside the European Union. There are large and small Countries, in the southern and northern regions, every Country has its specific social situation and economic system. But we are in this together and it’s important for us to have this shared space, the EU, not only for debates but also for decision-making processes. By casting our votes we will be choosing political parties, but we need to ask candidates what they intend to do once we entrust them to represent the Constituency. They will be using taxpayers’ money. And thus the latter are entitled to ask: “I want a social market economy that gives young people the possibility to have a family, that gives workers the opportunity to live on their jobs, thus averting the scourge of unemployment …”. Or: “I want my money to be used for researches that benefit the common good. I want my parliamentarians to step up investments in immigration policies, to ensure the reception and inclusion of migrant people  who are not to be treated like commodities.” We are faced with two basic challenges today. The first challenge is demography, namely the fact that the population of half of all member Countries is decreasing as a result of low birth-rates. The second challenge is immigration. There is need for political decisions that entail global issues: everyone must do their share.

The shadow of populism hovers upon these elections. How can this phenomenon be countered?

Pope John II used to say “do not be afraid”, and his successor reiterates it on every occasion, referring to the words of the Gospel. Before unprecedented developments and uncertainties, the pauperization of the middle and working classes, the fear that the next generation will face a degraded life, we need concreteness. Fear can be overcome by learning to know one another. A person can be afraid of migration inflows, but that fear is lessened when we know the migrant person, when we know their children, the life of that person’s family, with whom we can share our meal.

Christian life is reflected in “sharing our meal”, pooling our resources. The experience of sharing s enables us to take common decisions.

Populists claim that our problems will be resolved once we eliminate whoever is considered to be a bad person. But our faith teaches us that nobody is “good” or “bad”, that we are all sinners, thus among the sinners we need to seek shared solutions. Populism is a way to express fear and to respond with closure. If we look at the data, today Europe is richer, safer and more democratic than 50 years ago, but this does not reflect the general perception. Populism offers bad answers to real demands. In the upcoming elections it is necessary to find ways to provide different answers.

Could the current tensions across Europe put an end of the dream of European unity?

Brexit, the yellow vests, voters’ support to populists, are the expression of a malaise, a widespread feeling that our life is beyond our control, that we no longer govern the mechanism of democracy. Saint Augustine says, “decisions that involve everyone must be decided by everyone.” There is need for a reform of democracy. Democracy must not only proclaimed but also lived out, enabling citizens to recover the political domain. There is much talk of transparency, yet the procedures are unclear. Who knows the functioning of the European Union? We have bottom-up mechanisms with top-down approaches. We need to recover approaches that are occasioned by and at the level of citizenry, that enable citizens to take part in the creation and implementation of a common policy project. If it looses its soul, and if its service to citizens fails to be perceived, the EU risks disappearing all together. Yet the European Union is a project of peace: without this common mechanism, that is not perfect and is open to improvement, we risk falling pray to national antagonisms.

What is your message to young people to invite them to go to the polls?

Rather than speaking to young people I think we should speak with young people, because they have ideas. Not only do they represent the Europe of tomorrow, they are citizens of our present times who will have Europe’s future in their own hands. Thus my message is: cast your vote because your vote will determine the developments in the coming years.

From your perspective, is the dialogue between the Church and European institutions productive?
Article  17 of the Lisbon Treaty is an effective tool that envisages national competences re Church-State relations, and we support the idea of enabling every Country to entertain these relations according to the respective practices. At European level considerable investment has been made by European Commissioners who attended our meetings and with whom we didn’t only talk, we actually worked together for productive purposes. However, the dialogue is perfectible. Moreover, Art. 17

does not provide for interreligious dialogue, which remains the responsibility of the religious faiths.

We do hope nonetheless that the specific nature of every involved partner will be further acknowledged. The Church in Europe means 2000 years of life, a unique network, formidable expertise, a sociological, historical and spiritual reality. Other confessional bodies have different purposes and we deem it important that EU institutions, including the Court of Justice, respect this diversity and don’t use it in an instrumental way to weaken Church-State relations across EU Member Countries.

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Diocesi: Pozzuoli, entro l’estate nasce la “Cittadella dell’inclusione” per curare i feriti dei nostri tempi

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 15:04

Curare i feriti dei nostri tempi.

Questo è l’obiettivo della “Cittadella dell’inclusione”, che la diocesi di Pozzuoli aprirà la prossima l’estate nella sede centrale del Centro educativo diocesano “Regina Pacis”, a Quarto. “L’idea della Cittadella dell’inclusione – ci spiega mons. Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli – nasce tenendo presente gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio che si sta concludendo, dedicati all’educazione. Abbiamo soprattutto puntato ad aiutare tutti i tipi di povertà, non solo attraverso un aiuto materiale”.

Un progetto che nasce dalla vita. Il Centro, eretto, per decreto del vescovo, come Fondazione di religione con personalità giuridica il 19 marzo 2013, già ha avviato “delle realtà molto positive che funzionano come il progetto Integra, l’accoglienza e l’inclusione di ragazzi dell’Istituto penitenziario di Nisida e di alcuni extracomunitari, che sono venuti da noi piccoli, si sono integrati e ora stanno anche avviandosi al lavoro. Noi puntiamo non all’aiuto di un momento ma alla crescita delle persone”. L’obiettivo, evidenzia il presule, “è far sì che il nostro non sia solo un educare teorico ma concreto, attraverso una formazione spendibile nella vita, avviando, quindi, i giovani anche ad attività concrete. Sarà una Cittadella dell’inclusione che avrà sullo sfondo l’educare in questa accezione più ampia”. La scelta, prosegue il vescovo, è “di operare, con continuità, attraverso un intervento globale: oltre all’elemento fisico del dare da mangiare, c’è l’elemento educativo e anche una risposta alle necessità psicologiche. L’équipe di psicologi aiuta a prendersi carico della persona nella sua totalità. Il progetto parte perché sono venute a nostra conoscenza delle necessità”. Mons. Pascarella chiarisce: “Adesso ci apriamo ad altre ferite grosse che ci sono, come gli abusi a danno dei minori. Attraverso il progetto Integra veniamo a conoscenza di tanti minori che hanno questo tipo di difficoltà e quindi la Cittadella dell’inclusione nasce anche come una risposta della nostra Chiesa a queste sofferenze”. È un progetto, dunque, sottolinea il presule, che “non è nato a tavolino, ma che viene fuori dalla vita: abbiamo già individuato persone concrete che inseriremo nei nostri percorsi.

L’ispirazione di fondo è lo sguardo evangelico di toccare la carne di Cristo nei più poveri, i feriti dei nostri tempi”.

Esperienze positive. “Il nostro Centro – precisa don Gennaro Pagano, direttore del Centro educativo Regina Pacis – si occupa di educazione e di inclusione a vari livelli. La sede centrale è a Quarto, ma ci sono anche altre sedi su tutto il territorio diocesano. I centri diurni per minori a rischio con il metodo Integra, progetto nato da una pedagogista del nostro Centro, Fausta Sabatano, si trovano in tre zone difficili del territorio diocesano: Quarto, Licola Mare (Pozzuoli) e Rione Traiano (Napoli). Casa Papa Francesco, che accoglie ragazzi che provengono dall’area penale, dal carcere di Nisida, ragazzi immigrati e ragazzi portatori di disagio, è una comunità residenziale attiva h24, che si trova a Quarto, nella sede centrale. Poi abbiamo degli sportelli di ascolto e accompagnamento psicologico, gratuiti per gli indigenti, sia a Quarto sia a Pozzuoli”.

Nuove sfide. Nella sede centrale di Quarto c’è una struttura di oltre 700 metri quadri, che ospiterà la Cittadella dell’inclusione. “Al piano superiore ci sarà l’ala dedicata ai ragazzi disabili sia come centro diurno per circa 30 persone sia per la comunità alloggio per il ‘Dopo di noi’ per 6/8 ragazzi. La sfida educativa che proporremo è far sì che i ragazzi che provengono dall’area penale possano sperimentare percorsi comuni con i ragazzi disabili, trovando reciproco frutto: si tratta di un cammino di integrazione tra due disagi, che insieme possono diventare risorsa. Ad accompagnare i ragazzi in questo percorso ci sarà il personale educativo della comunità e, dal punto di vista psicopedagogico, Fausta Sabatano ed io, che sono anche psicologo”. Al piano di sotto, una parte della struttura, prosegue don Pagano, “sarà destinata alla creazione di una scuola di ristorazione che vuole essere un luogo di avviamento al lavoro professionale dei ragazzi disabili e di quelli che provengono dall’area penale. Questa scuola ha l’ambizione non solo di insegnare un mestiere, ma di diventare un luogo di incontro con il mondo del lavoro. Un paio di volte all’anno organizzeremo una kermesse con imprenditori nell’ambito della ristorazione che operano non solo a Napoli, ma anche in tutta Italia e all’estero”.

Il centro Ararat. Tra le novità della Cittadella dell’inclusione, il centro di psicologia clinica “Ararat”: “Sarà dedicato prevalentemente a percorsi di accompagnamento di persone vittime di abusi, violenza e maltrattamenti, bambini, adolescenti, adulti che lo sono stati, con una particolare attenzione a coloro che hanno subito abusi soprattutto all’interno dei contesti educativi e religiosi, per essere in sintonia con quella riparazione che Papa Francesco sta chiedendo alla Chiesa. Questo progetto – conclude don Gennaro – lo guiderò io personalmente come psicologo e psicoterapeuta e insieme con me lavorerà un’équipe di psicoterapeuti e counselor”.

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Equità nella salute: Atlante delle disuguaglianze, “la poca istruzione e le condizioni socio-economiche incidono su speranza di vita e mortalità”

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 14:08

“In Italia le disuguaglianze sociali nella mortalità sono presenti tra tutte le Regioni, ma anche al loro interno”. È il primo dato che emerge dall’“Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello d’istruzione”, realizzato dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), in collaborazione con l’Istat. Il volume è stato presentato oggi a Roma, alla presenza del ministro della Salute, Giulia Grillo. L’Inmp è un ente pubblico oggi centro di riferimento della rete nazionale per le problematiche di assistenza in campo socio-sanitario legate alle popolazioni migranti e alla povertà, nonché centro nazionale per la mediazione transculturale in campo sanitario.

Studio su tutta la popolazione. “L’Atlante è il primo lavoro che si fa calcolando la mortalità per 60 milioni di abitanti, a fronte del censimento Istat del 2011, per 35 raggruppamenti di patologie diverse. Quindi, nell’Atlante è rappresentato il 90% delle cause di mortalità in Italia”. Lo sottolinea al Sir Concetta Mirisola, direttore generale dell’Inmp. “Lo studio – prosegue – permette di studiare la mortalità anche a livello provinciale. Dallo studio un aspetto su cui si può agire: la mortalità evitabile in relazione alle condizioni socio-economiche, rispetto a diversi determinanti, come l’istruzione, il lavoro, l’abitazione”. Secondo il direttore dell’Inmp, “le differenze riguardo alla mortalità che emergono nelle diverse Regioni grazie a un dato medio nazionale e un dato per Regione offrono a livello politico nazionale e regionale importanti spunti”: “Se c’è una maggiore causa di mortalità, ad esempio, per tumore polmonare in una determinata area, si possono scoprire le cause e fare prevenzione per quella specifica patologia”. Non solo: “Sono dati importantissimi – evidenzia Mirisola – perché, per la prima volta, viene presentato un Atlante con la mortalità valutata su tutta la popolazione; non è una stima statistica riportata poi su tutta la popolazione. Ciò permette di indirizzare delle scelte politiche a tutela della salute delle persone. Fare una campagna di prevenzione significa evitare delle cronicità, che hanno dei costi maggiori. Il problema è che la salute incide in tutte le politiche: lavorative, abitative, sociali, riguardo all’istruzione.

Partendo dalle disuguaglianze nella salute sul territorio, fotografate dall’Atlante, si possono adottare politiche intersettoriali, sanitarie e non”.

Spunto per nuove ricerche. I dati certi dell’Atlante, che offrono una fotografia reale del Paese, a giudizio del direttore dell’Inmp, diventano, quindi, lo spunto “per andare a studiare perché alcune patologie sono più presenti in determinati territori verificando quanto conta l’incidenza ambientale, gli stili di vita, l’obesità, il diabete, la risposta ospedaliera tempestiva rispetto a determinate patologie”. Considerando, poi, che i dati sono offerti nell’Atlante per singola Provincia, “possiamo indagare perché nell’ambito di una stessa Regione c’è una mortalità diversa.

L’Atlante diventa quindi il punto di partenza per fare ulteriori ricerche.

Non solo: questi dati scientifici certi permettono di fare politiche differenziate, prevenzione ad hoc, studi sull’ambiente. Sulla salute, infatti, agiscono diversi fattori: ambiente, lavoro, abitazione, vita sociale, fragilità, diagnosi precoci delle malattie per evitare cronicità che hanno costi elevati per il Servizio sanitario nazionale”.

Istruzione e mortalità. “Le persone meno istruite di sesso maschile rispetto alle più istruite mostrano in tutte le Regioni una speranza di vita inferiore di tre anni (tra le donne un anno e mezzo), gap che si somma allo svantaggio delle regioni del Mezzogiorno dove i residenti perdono un ulteriore anno di speranza di vita, indipendentemente dal livello d’istruzione”, si legge nell’Atlante. Tuttavia, “per alcune cause di morte, come quelle tumorali, il rischio è più elevato nelle regioni settentrionali”. In generale, “in Campania si è osservata una speranza di vita alla nascita inferiore di due anni rispetto ai residenti nella maggior parte delle Regioni del centro-nord, sia tra gli uomini sia tra le donne”. In particolare, “le persone con basso titolo di studio hanno una probabilità di morte superiore del 35% tra gli uomini e del 24% tra le donne.

La quota di mortalità attribuibile alle condizioni socio-economiche e di vita associate al basso titolo di studio è pari al 18% tra gli uomini e al 13% tra le donne.

Nel Paese ci sono aree in cui la mortalità è più elevata rispetto alla media nazionale fino al 26% tra gli uomini e al 30% tra le donne, a parità di distribuzione per età e per titolo di studio”. “La mortalità cardiovascolare è più elevata nel Mezzogiorno, indipendentemente dal livello d’istruzione – illustra l’Atlante -. Al contrario, il gradiente di mortalità è crescente da Sud a Nord per i tumori nel loro insieme e per la maggior parte delle singole sedi tumorali. Di particolare interesse l’inedita osservazione di un gradiente Est-Ovest con maggiore mortalità nel Nord-Ovest e sulla costa tirrenica per molte cause, soprattutto per malattie cerebrovascolari e tumori nel loro insieme”.

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Ucraina, alla prova del voto. Sviatoslav Shevchuk: “No ai populisti, ai corrotti e a chi promuove l’uso della violenza”

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 14:06

Un Paese visto sempre come un “problema dal punto di vista sociale, politico, ecumenico, diplomatico, militare”. L’Ucraina non ci sta più: vuole uscire da questo cliché e presentarsi invece all’Europa “come una soluzione ai tanti problemi che attraversano il continente”. Ma per esserlo, le prossime elezioni presidenziali e parlamentari di quest’anno saranno di cruciale importanza. Il primo appuntamento elettorale sarà domenica 31 marzo per eleggere il nuovo presidente. Poi di nuovo ad ottobre per la formazione del nuovo Parlamento.  Consapevole che sulla scelta del nuovo leader e della compagine parlamentare, si giocherà il futuro del Paese, la Chiesa greco-cattolica ucraina è scesa in campo nella speranza che le due tornate elettorali possano finalmente condurre il Paese verso una democrazia “autentica e moderna”.

E’ Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk a fare il punto sulla situazione del Paese con un gruppo di giornalisti che ha incontrato a Roma, all’indomani del summit vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa dove ha partecipato come capo della Chiesa greco-cattolica di Ucraina. “Il mio popolo è ferito. E’ un popolo sofferente”, esordisce nel suo racconto. E tre sono “le ferite inferte nella carne”: la pesante eredità del periodo sovietico che impedisce ancora oggi all’Ucraina di spiccare il volo verso una democrazia matura; la corruzione, un “cancro che ha contaminato il Paese” provocando un profondo disorientamento; il conflitto dimenticato del Donbass, “non una guerra fratricida” ma “un gioco politico tra i potenti del mondo”,

una guerra voluta a tavolino “da chi ha deciso di investire nella morte”.

E’ un anno che in tutte le parrocchie greco-cattoliche del Paese si prega per le elezioni presidenziali. Anche qui il rischio è quello del populismo. A più riprese, Sua Beatitudine ha messo in guardia i suoi fedeli dal non cedere alla “illusione” di chi “promette soluzioni facili a situazioni complesse” e, amareggiato, aggiunge: “dei 44 candidati alle elezioni, gran parte possono essere individuati come populisti”. Altra indicazione è quella di non scegliere “rappresentanti di partiti politici che promuovono la violenza e incitano i conflitti” canalizzando verso strade oscure e pericolose “il dolore della gente”. “Mai la violenza può essere un mezzo per arrivare al bene comune”. E poi la “vendita dei voti”: una consuetudine che fa presa soprattutto tra le fasce più povere del paese ma nei confronti della quale Sua Beatitudine usa parole durissime: “vendere la propria coscienza è un peccato grave.

“Io dico sempre: non votate per chi vende i propri voti perché se così fate,  distruggerete il vostro Paese”.

E’ di pochi giorni fa la pubblicazione del “decalogo del cittadino responsabile e del politico cristiano” che in vista delle elezioni presidenziali sarà letto in tutte le parrocchie greco-cattoliche. E’ innanzitutto un invito ad andare a votare perché non farlo è un segno di “indifferenza nei confronti di tutta la società”. E poi è una  indicazione delle principali caratteristiche che deve avere un candidato per essere votato: “osservare i valori cristiani nelle proprie attività politiche”, “partecipare alla stesura di leggi giuste”, “condannare senza compromessi la corruzione”, “non abusare del potere guidati da motivi egoistici”, non cercare di “soddisfare interessi privati o aziendali di qualcuno a scapito del bene comune”.

Nonostante gli sforzi diplomatici e negoziali in corso, la guerra nella parte orientale dell’Ucraina continua e ha finora causato più di 12mila vittime ed oltre 1,5 milioni di sfollati. Una piaga, anzi “la” piaga che nella indifferenza più totale pulsa nel cuore dell’Europa. Sua Beatitudine parla di ferite inferte “nelle anime e nel corpo delle persone”. Sono stati avviati programmi di informazione per tutto il clero perché sappia individuare nelle persone i tratti tipici della “sindrome post-traumatica” e quindi convincerle a farsi aiutare da medici e specialisti. “Davvero possiamo dire – racconta Shevchuk – che la Chiesa in Ucraina è come ha indicato papa Francesco, un vero ospedale da campo”. Ma le ferite sono anche esistenziali.

“Le madri vengono da noi con le foto dei loro ragazzi morti e ci chiedono, piangendo: dov’era Dio quando mio figlio moriva?”.

“Nessun politico, nessun diplomatico, nessuno scienziato può dare una risposta a queste domande”. Solo l’amore, la vicinanza possono scaldare i cuori. “Quando gli ucraini vedono che Papa Francesco prega per loro, quando ricevono un gesto di solidarietà, quando vedono una Chiesa in servizio, solo allora capiscono di non essere soli, di non essere stati abbandonati da Dio”.  E’ questo “il ruolo” che la Chiesa vuole svolgere nella società. “Noi siamo sempre stati una Chiesa del popolo”, dice Shevchuk. “E mai siamo e saremo una Chiesa dello Stato”.

 

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Incontro abusi in Vaticano: il magistero delle vittime

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 11:00

Era successo anche al Sinodo nell’ottobre scorso: il Sinodo dei vescovi sui giovani è sembrato diventare un po’ alla volta il Sinodo dei giovani sulla chiesa, così l’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali con il Papa in Vaticano sulla protezione dei minori ha dato sempre più voce e autorità alle persone abusate. Forse è frutto della sinodalità quando diventa davvero modo di discernere nella Chiesa, ma in ogni caso questo simposio ha messo sempre più al centro dell’attenzione generale proprio coloro che gli abusi li hanno subiti e la loro sofferenza, come grido o denuncia, come supplica perché tutto ciò non succeda più o liberazione d’un peso tenuto per troppo tempo nascosto, come racconto fin troppo brutale di ripugnanti violenze e provocazione coraggiosa perché chi deve capire capisca, senza più scuse. E la chiesa ha ascoltato. Non solo, ma s’è lasciata ferire da tali ferite e convertire da quest’ascolto.
Perché è giusto che sia così, è un passaggio necessario, e forse mai come nei giorni del summit romano la Chiesa lo ha capito e sperimentato.

Le vittime ti cambiano il cuore, ti fanno capire la gravità della violenza loro fatta, ti spalancano davanti l’abisso di sofferenza in cui l’abusatore le ha scaraventate, t’impediscono di pensare che basti esser comprensivi ed empatici, ma occorre sentire come propria la loro sofferenza.

E ancor prima riconoscere nelle loro cicatrici quelle di Cristo che in ciascun abusato continua la sua passione.
Ma c’è ancora un altro passo che l’ascolto delle vittime ti spinge o costringe a fare: è impossibile entrare in queste storie, nella squallida spirale progressiva dell’abuso, coi suoi passaggi, seduzioni, inganni, ipocrisie, violenze…, senza sentire che quella storia t’appartiene. Non tanto perché ci potremmo tutti cadere, ma perché non nasce nel vuoto, né è affare esclusivo del singolo violentatore, ma avviene in una comunità e in una cultura dell’abuso e della sua copertura che tutti abbiamo contribuito e contribuiamo a creare. In quella storia siamo dentro tutti. Nessuno come la vittima (e in particolare la vittima donna) te lo fa capire, e ti fa comprendere lo spettro così ampio e articolato degli abusi: di potere, di coscienza, dei sentimenti…, ma anche del tuo ministero, del tuo ruolo, persino di Dio puoi abusare… E ti fa sentire tutta la vergogna per una Chiesa (che speriamo non esista più) per la quale era più importante proteggere la buona fama di sé e dei suoi membri, che non accogliere il dolore e cercare di sanare la ferita della vittima; e ti fa accettare l’umiliazione di fronte all’opinione pubblica, per aver tradito la fiducia di tanti, piccoli e grandi; e ti fa chieder perdono alla vittima, per il danno non solo psicologico, ma pure spirituale, perché l’abuso perpetrato dall’uomo-di-Dio distrugge l’immagine divina nella vittima, la deforma, come se Dio fosse stato in qualche modo complice di quel gesto (e di chi lo copre).

Terribile, in tal senso, pensare che la grande maggioranza dei preti abusatori non abbia mai chiesto perdono a nessuno, non abbia mai pianto una lacrima per la disperazione generata!

Abbiamo atteso questo incontro con una certa paura: della stampa, dell’opinione pubblica, della brutta figura dinanzi al mondo, delle stesse vittime. E ora stiamo scoprendo che proprio grazie al coraggio del loro grido di dolore, se diviene anche il nostro dolore, può iniziare qualcosa di nuovo e impensato: una generale conversione di vita, nella comprensione che la mediocrità (che è all’inizio d’ogni scandalo) è già scandalo, e va combattuta come perversione della nostra identità. Per questo tale dramma può diventare grazia, è grazia per tutta la chiesa, momento provvidenziale per avere sempre più un cuore di pastori. È l’ora di Dio!
Grazie alle vittime e al loro magistero!
Per questo le dobbiamo continuare ad ascoltare, anche quando insistono a contestarci e a chiedere misure concrete di cambiamento: la loro rabbia è l’ira di Dio (Papa Francesco). Non accoglierle sarebbe come un nuovo abuso.

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Meeting on abuse in the Vatican: the magisterium of the victims

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 10:55

It happened also at the Synod of past October: the Bishops’ Synod on young people gradually developed into the Synod of young people on the Church, in the same way the meeting on the protection of minors of the Presidents of Bishops’ Conferences with the Pope in the Vatican gave a strong voice and highly acknowledged the authoritativeness of the survivors. Perhaps this is the fruit of synodality when it becomes a path of discernment inside the Church, but in all respects this symposium has increasingly placed the focus of attention on the victims of abuse and on their suffering, as a cry of protestation, a plea that it may never happen again, the release of a burden that was concealed for far too long, a horrific story of repugnant violence and a courageous provocation to all those who need to understand once and for all, leaving no more room for excuses. And the Church listened. Not only, she let herself be hurt by those same wounds; she let herself be converted by listening and embracing.
Because this is the way it should be, it’s a necessary passage. And perhaps the Church understood this and experienced it in the days of the Summit in Rome as had never happened before.

The victims change our hearts, they make us understand the gravity of the violence they were subjected to, they show us the abyss of suffering that the abuser has plunged them into, they disprove the false belief that it’s not enough to show understanding and sympathy but it’s necessary to feel and share their suffering.

And before, to recognize in their scars those of Christ, Whose Passion continues in every abuse survivor. There is also another step that we are drawn towards after embracing the victims: it’s impossible to relate to those stories –  the degrading spiral of sexual abuse, its progression, deceit, hypocrisy, violence – without feeling that those stories belong to us. Not because we are all exposed to the fall, but because it did not happen in a vacuum, nor is it the exclusive business of the predator. In fact it occurred inside a community with a culture of abuse, whose act of concealment occurred with everyone’s contribution. We are all part of that story. Nobody more than a victim (especially in the case of a woman victim) can make this understood and make us aware of the extent of an articulated spectrum of abuse: abuse of power, of conscience, of feelings… as well as of our ministry, of our role. It’s even possible to abuse of God … making us feel the burden of shame for a church (that hopefully no longer exists!) that deemed it more important to protect her reputation and that of her members than to embrace the suffering and try to heal the wounds of the victims; this leads us to accept being humiliated before the public opinion for having betrayed the trust of so many people, the young and the old; and it leads to us ask for the victim’s forgiveness  for having inflicted psychological as well as spiritual pain. The abuse perpetrated by the man-of-God destroys the Divine image in the victims, it distorts it, as if God had somehow been an accomplice to that act (and to those who covered it up).

In that respect it’s terrible to think that a large majority of abusive priests never asked forgiveness, never shed a tear for the desperation they produced!

We awaited this meeting with some fear: fear of the press coverage, of the public opinion, we feared the bad impression in front of the whole world and before the victims. We are now discovering that precisely because of the courage of their cries of pain, as their pain became also our pain, something new and previously unimaginable was occasioned: a general conversion of life, in the understanding that mediocrity, (the root cause of every scandal) is a scandal per se, and that it must be combated inasmuch as it represents a distortion of our identity. For that reason this tragedy can be transformed into grace, a grace for the whole Church, a providential time for an ever greater heart as pastors. It’s the time of God!

We are grateful to the victims and their magisterium!
That’s why we must continue to open our hearts to the act of listening, even when they continue contesting us and demand concrete measures for transformation: their anger is the wrath of God (Pope Francis). Not embracing them would amount to a new abuse.

 

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Democrazia in crisi. Palano (Cattolica): “Notevolmente indebolite le sue difese immunitarie, ma non è seriamente malata”

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 10:52

“Rispetto a vent’anni fa, è cambiato lo scenario globale in cui le democrazie si trovano a vivere”. Parte da qui Damiano Palano, direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica, per analizzare lo stato della democrazia nel mondo e le sue prospettive.

Professore, per decenni si è ritenuto che la democrazia, almeno nell’Occidente, fosse un fatto acquisito ma da almeno 15 anni ci stiamo accorgendo che non è così. Quali le ragioni di questa crisi o messa in discussione?
I motivi di quella che alcuni politologi chiamano “recessione democratica” sono diversi. In primo luogo,

si è esaurita la spinta propulsiva della “terza ondata” di democratizzazione,

iniziata alla metà degli anni Settanta ed esplosa soprattutto negli anni Novanta del secolo scorso. Allora sembrava che l’estensione globale della democrazia dovesse procedere gradualmente ma senza sosta.

Invece, cos’è successo?
Poco meno di una quindicina di anni fa la marcia si è arrestata. Il numero delle democrazie (intese anche in un senso piuttosto blando) non è più cresciuto. Anzi, secondo Freedom House, un’organizzazione che si occupa di “mappare” lo stato della libertà nel mondo, gli ultimi tredici anni sono stati contrassegnati da un costante arretramento. Alcuni Stati che avevano imboccato la via della “democratizzazione” (come per esempio la Russia e molte delle repubbliche ex-sovietiche) sono tornati a essere regimi autoritari, “autoritarismi competitivi”, o comunque regimi “ibridi” non pienamente democratici. Inoltre, alcune delle nuove democrazie nate negli anni Novanta (soprattutto Ungheria e Polonia) hanno imboccato una deriva “illiberale”, di cui ancora non riusciamo a prevedere gli esiti.

E nelle democrazie “consolidate” qual è la situazione?
Anche qui ci sono segnali di instabilità che destano allarme, come per esempio l’ascesa di forze “anti-sistema”, il ricorso alla delegittimazione degli avversari politici, la crescente polarizzazione o le tensioni che mettono in discussione la divisione dei poteri. In questo caso i motivi hanno a che vedere con le conseguenze della crisi economica globale, che in un decennio ha fatto emergere l’aumento delle diseguaglianze. Ma, oltre che in termini economici, le tensioni di oggi sono state spiegate anche come reazioni “culturali” alla globalizzazione. Secondo questa tesi,

i ceti popolari delle democrazie occidentali ritengono che i loro valori, il loro status, la loro stessa sicurezza sia minacciata dalla globalizzazione. E manifestano anche un’avversione nei confronti di quelle che impropriamente si usano chiamare le “élite”, considerate irrimediabilmente distanti dal “popolo”, più che per la ricchezza, per i loro valori “cosmopoliti”.

Valutata a livello mondiale, la democrazia gode di buona salute, è febbricitante o è seriamente malata?
Non dobbiamo essere eccessivamente pessimisti, pur a fronte di una serie di tendenze critiche. Non siamo in una situazione davvero analoga a quella che precedette il crollo dei regimi democratici tra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Per quanto ci possano essere somiglianze tra la condizione di oggi e quella di allora, la violenza politica è in larga parte assente dalle nostre democrazie. Ma ci sono processi strutturali che incidono sulla buona salute dei nostri sistemi politici: la “crisi fiscale”, il declino relativo delle economie occidentali, il mutamento dello scenario comunicativo, la caduta della fiducia nella classe politica, lo sgretolamento dei partiti. Tutti questi processi non devono indurci a dire che oggi la democrazia è “seriamente malata”. Ma la sua salute appare oggi più problematica che in passato, principalmente perché

le sue “barriere immunitarie” si sono notevolmente indebolite.

E poi c’è da considerare che il “momento unipolare” è finito e sono emersi (o tornati) nuovi protagonisti della politica globale, come Cina e Russia, i cui modelli politici sono molto lontani dalla liberal-democrazia occidentale. E non possiamo illuderci che non cerchino di “esportare” i loro valori, o comunque di esercitare forme di influenza sui paesi democratici.

Sono sufficienti i meccanismi previsti dalle Costituzioni e gli anticorpi nel corpo sociale per evitare una deriva della democrazia?
Le garanzie congegnate dopo la guerra per “razionalizzare” l’architettura politica potrebbero rivelarsi insufficienti.

La vita di ogni democrazia dipende infatti dalle “regole del gioco”. Ma ancora più importanti sono probabilmente quelle regole non scritte, condivise dalle forze politiche, che sostengono un assetto democratico e lo rendono possibile. Gli attori politici e sociali devono ritenere legittima la democrazia, o, meglio, devono considerare come legittimi i rispettivi avversari.

Ma alcuni politologi sostengono che sia già in atto oggi un processo di “deconsolidamento”, ossia di indebolimento della legittimazione di cui gode la democrazia. Secondo alcuni studiosi, una quota crescente dei cittadini occidentali (in particolare le giovani generazioni) nutrirebbe ostilità o indifferenza nei confronti della democrazia. Si tratta di una tesi discutibile, che interpreta in modo un po’ semplicistico i dati di alcuni sondaggi. Ma nonostante la tesi del “deconsolidamento” sia piuttosto debole, possiamo ugualmente riconoscere nell’aumento della conflittualità (anche solo verbale) registrata negli ultimi anni, nel ricorso a stili comunicativi particolarmente aggressivi, nella sistematica delegittimazione dell’avversario, nell’attacco ai media indipendenti, nella giustificazione delle forzature istituzionali, il segnale che effettivamente

qualcosa sta cambiando nel sostrato che regge la vita democratica.

Secondo Lei, quali possono essere gli snodi che metteranno alla prova l’istituto democratico per come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni?
Per quanto riguarda il Vecchio continente, uno snodo cruciale è rappresentato dalle sorti dell’Unione europea. La strada di una riforma in senso “federale” sembra ormai difficilmente praticabile, ma pare anche molto difficile che si possa tornare indietro, “restituendo” agli Stati le porzioni di sovranità che hanno trasferito al livello sovranazionale. Un altro snodo è rappresentato dalla presidenza di Donald Trump. Naturalmente Trump non è la causa della polarizzazione che oggi si registra negli Usa, ma è semmai un suo frutto, perché il processo ha radici più profonde. Non sappiamo ancora chi saranno i candidati alle prossime presidenziali, ma sicuramente la prossima corsa alla Casa Bianca dirà una parola importante su quali saranno gli scenari futuri. Accanto a questi due fattori (e al netto dell’andamento dell’economia), i mutamenti nello scenario comunicativo giocheranno un ruolo davvero importante.

In che senso?
Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare molto di “disintermediazione”, ma non è forse questo l’aspetto più rilevante. Il punto è che l’ascesa dei social media (insieme al declino dei media generalisti) potrebbe favorire ulteriormente la polarizzazione. Già oggi – e sempre più nei prossimi anni – la nostra “dieta informativa” sarà personalizzata, sia per gli algoritmi di Google che ci proporranno informazioni in linea con le nostre convinzioni sia perché saremo noi stessi a chiuderci in una “bolla” personale, all’interno della quale penetrano solo le informazioni che rafforzano le nostre idee. Se davvero si dovesse realizzare una “bubble-democracy”, una “democrazia di bolle”, probabilmente la polarizzazione aumenterebbe ancora di intensità.

Attorno a che cosa ci si può riscoprire “comunità di destini” che promuovendo il progresso ricerca il bene comune?
Dato che i problemi sono complessi, le soluzioni non possono essere semplici. Per molto tempo in Italia si è pensato che, per rispondere alle sfide del mutamento, fosse sufficiente mettere mano alla “macchina” dello Stato, con riforme più o meno generali. O si è ritenuto che il modo per superare le tante “anomalie” italiane fosse ancorarsi al “vincolo esterno” europeo. Per molti motivi,

negli ultimi trent’anni si sono invece indebolite le basi “culturali” della democrazia.

Le culture politiche novecentesche si sono quasi completamente dissolte.

Per quanto possa apparire una strada scarsamente praticabile, il solo modo per rispondere al logoramento delle nostre democrazie, e per rafforzare il loro “sistema immunitario”, è invece ripartire da ciò che il Novecento ci ha lasciato in eredità.

“Reinventando” i partiti, coltivando con pazienza una nuova classe politica, e ricostruendo un orizzonte culturale che sappia “aggiornare” le vecchie tradizioni politiche, senza pensare di poterle sostituire con effimere soluzioni comunicative.

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Calvario giudiziario per duecento cristiani pakistani

Evangelici.net - Wed, 27/02/2019 - 10:50
Il Pakistan continua a essere un Paese difficile per i cristiani: oltre ad Asia Bibi ci sono circa duecento persone che «vivono un quotidiano calvario tra il carcere e le lungaggini giudiziarie». Lo riferisce l'Osservatore romano citando Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Ncjp (Commissione nazionale giustizia e pace). foto: osservatoreromano.va
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