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“Un’alternativa di bene”: don Jorge Crisafulli contro la prostituzione minorile in Sierra Leone

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 10:50

“Tutto è iniziato una sera del 2016. Mi sono avvicinato ad un gruppo di sette ragazze per strada, ho chiesto loro se non avevano paura a fare quello che facevano e se non avessero sogni per il loro futuro”. Inizia così il racconto di Jorge Crisafulli, missionario salesiano, che nemmeno tre anni fa a Freetown, in Sierra Leone, ha avviato il programma Girls OS + per ragazze prostitute tra i 9 e i 17 anni. Ed è una storia d’affetto e di attenzione agli ultimi della terra quella che don Jorge insieme ai suoi confratelli sta vivendo. L’esperienza di Girls OS + è stata al centro di una serata a Torino organizzata dalle Missioni Don Bosco e che presto, dopo un incontro con alcune scuole torinesi, verrà raccontata direttamente al Santo Padre. “La Sierra Leone è al fondo di tutte le classifiche economiche, sociali, educative e sanitarie del mondo”, spiega don Crisafulli che continua: “E’ un paese che ha sopportato 11 anni di guerra civile che ha provocato 120mila morti e alla quale è seguita un’epidemia di Ebola che dal 2014 al2016 ha causato 4mila decessi. Terminata l’epidemia, ci siamo resi conto che nelle strade di Freetown erano molte le ragazze costrette a prostituirsi per cercare di racimolare l’equivalente di qualche centesimo di euro. Dovevamo fare qualcosa”.

Come avete cominciato?
La mattina dopo quelle sette ragazze erano al Don Bosco Fambul dove hanno potuto lavarsi, mangiare un piatto di riso caldo, riposare, ricevere vestiti puliti e hanno potuto essere visitate da un medico. Il giorno dopo ancora sono tornate in sei. Da lì è nato tutto. Trovata una casa, il passo successivo è stato quello di creare una squadra di persone che fosse in grado di reinserire le ragazze in una rete familiare e di assicurare loro adeguate terapie psicologiche e sanitarie. Abbiamo anche fatto riprendere loro la scuola, oppure iniziare a frequentarla, e insegnato un mestiere dignitoso.

I risultati?
Più di 125 ragazze in un anno e mezzo hanno usufruito del nostro programma. E’ la dimostrazione che

oltre alle leggi e al loro rispetto serve anche creare un ambiente protetto nel quale attenzione ed educazione sono elementi fondamentali.

Occorre insistere però: ogni giorno scopriamo problemi e difficoltà da affrontare.

Come si svolge la vostra attività?
Siamo in Sierra Leone dall’86, abbiamo iniziato a stare accanto ai bambini soldato durante la guerra civile, poi gli orfani dell’Ebola, adesso con le ragazze che si prostituiscono ma anche con i bambini di strada, quelli in carcere. Ogni settimana percorriamo chilometri a piedi lungo le strade dei quartieri più malfamati e pericolosi come Mabella e Brook Street dove molte ragazze si prostituiscono in un posto costruito sopra una fogna. A tutti proponiamo un’alternativa.

Oltre alle giovani che avete coinvolto, ci sono stato altri effetti?

Le autorità della Sierra Leone si sono spaventate della risonanza internazionale di quanto stiamo facendo e quindi hanno emanato leggi più severe; anche la polizia è diventata più severa e attenta.

Siete stati minacciati?
Sì, le minacce di morte sono arrivate a me e agli operatori che lavorano con me. Alla nostra casa si sono presentate persone che fanno parte dei gruppi mafiosi dietro alla prostituzione minorile: ci hanno detto di smettere di infastidire le ragazze. Noi ovviamente andiamo avanti.

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Poquillon: il futuro comincia andando a votare. “Dal populismo risposte sbagliate a problemi reali”

Agenzia SIR - Wed, 27/02/2019 - 09:23

“Se si osservano i dati, oggi l’Europa è più ricca, sicura e democratica di 50 anni fa, ma non è questa la percezione che abbiamo. Il populismo offre pessime risposte a domande reali”. È padre Olivier Poquillon, o.p., segretario generale della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece), che in un’intervista al Sir tratteggia i contorni del paradosso in cui stiamo vivendo, bloccati nella paura, e dà alcune indicazioni: il futuro ha bisogno di decisioni democratiche trasparenti, di includere i cittadini nei processi politici, di condividere esperienze per poter prendere decisioni comuni. Il futuro comincia andando a votare.

foto SIR/Marco Calvarese

Come guarda la Chiesa cattolica in Europa all’appuntamento elettorale di maggio?
È dal 2017 che i vescovi dell’Ue riflettono sulle elezioni del 2019. La preparazione è stata avviata con il dialogo “(Re)thinking Europe”, un grande incontro in Vaticano con Papa Francesco, la Santa Sede, i vescovi europei, parlamentari e personaggi politici di alto livello. Di pochi giorni fa invece è una dichiarazione dei nostri vescovi per invitare i cristiani e le persone di buona volontà ad andare a votare e a esercitare il proprio discernimento. Andare a votare è un diritto, anche se non è scontato. Questa possibilità, che è anche un dovere, per noi cristiani ha il significato di prendere in carico la creazione che Dio ci affida. Che ne vogliamo fare? È forse un momento difficile, con alcune tensioni e strumentalizzazioni, ma è anche un’occasione per esercitare la nostra libertà di scelta. A maggio potremo scegliere chi ci rappresenterà nei prossimi cinque anni e assumerà decisioni che avranno ricadute per la nostra vita quotidiana.

Dove sta andando l’Unione europea?
Come in ogni famiglia anche nell’Ue ci sono tensioni: abbiamo Paesi grandi e Paesi piccoli, del sud e del nord, ciascun Paese ha una propria situazione sociale, il proprio sistema economico. Siamo però nella stessa barca ed è quindi importante che abbiamo questo luogo condiviso, l’Unione, non solo per discutere, ma per prendere decisioni. Quando andremo a votare, sceglieremo dei partiti politici: ma dobbiamo chiedere ai candidati che cosa faranno con il mandato che affidiamo loro. Useranno i soldi dei contribuenti, che possono quindi affermare: “voglio un’economia sociale di mercato che permetta ai giovani di fondare famiglie, ai lavoratori di poter vivere del proprio lavoro eliminando la povertà lavorativa…”. O ancora: “voglio che i miei soldi siano utilizzati per una ricerca che vada a vantaggio del bene comune. Voglio che i miei parlamentari si investano di più della quesitone migratoria, perché ci sia più giustizia nell’accoglienza e nella distribuzione di queste persone, considerate tali e non come oggetti”. Oggi vediamo due sfide di fondo: quella demografica, cioè il fatto che la metà degli Stati membri perde popolazione per la bassa natalità, e poi la migrazione. Occorre compiere delle scelte politiche, ci sono in ballo questioni globali: tutti si mettano al lavoro.

foto SIR/Marco Calvarese

L’ombra del populismo incombe su queste elezioni. Come contrastare questo fenomeno?

Papa Giovanni Paolo II diceva sempre “non abbiate paura” e il suo successore continua a ripeterlo, citando il Vangelo. Di fronte a sviluppi prima sconosciuti, all’incertezza, all’impoverimento della classe media, al timore che la generazione futura debba far fronte a una vita degradata, abbiamo bisogno di concretezza. Ciò che può aiutarci a vincere la paura è conoscersi: posso aver paura della migrazione, ma ho molta meno paura di una persona migrante che conosco, di cui conosco i figli, la vita della sua famiglia, con la quale magari condivido un pasto. La vita cristiana è questa “condivisione del pasto”: mettere insieme le risorse che abbiamo perché, condividendo esperienze, possiamo prendere decisioni comuni. Il populismo dice che i nostri problemi saranno risolti quando avremo tolto da qui le persone ritenute cattive. La nostra fede invece dice che non ci sono buoni e cattivi, che siamo tutti peccatori, quindi tra peccatori dobbiamo cercare soluzioni condivise. Il populismo è un modo di esprimere la paura ma anche di rispondervi con la chiusura. Se si guardano i dati, oggi l’Europa è più ricca, sicura e democratica di 50 anni fa, ma non è questa la percezione che abbiamo. Il populismo offre pessime risposte a domande reali. Bisogna trovare modi per rispondere diversamente alle domande in questa tornata elettorale.

Le tensioni in Europa oggi potrebbero portare alla fine del sogno di unità europea?
Brexit, gilet gialli, i voti populisti sono espressione di disagio, del sentimento della vita che ci scappa, del non controllare più i meccanismi democratici. Sant’Agostino dice che “ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti”. C’è la necessità di una riforma democratica, perché la democrazia non sia solo proclamata, ma vissuta, permettendo ai cittadini di riappropriarsi della sfera politica. Si parla sempre di trasparenza, ma le procedure sono molto opache. Chi capisce come funziona l’Ue? Abbiamo meccanismi verticali, con approcci top-down; bisogna invece riscoprire approcci che partano dai cittadini e li coinvolgano, che permettano di partecipare alla creazione e alla messa in opera di una politica comune: se perde l’anima e non si percepisce che è al servizio dei cittadini, l’Unione può scomparire. È però un progetto di pace: senza questo meccanismo comune, che non è perfetto e va migliorato, rischiamo di ricadere negli antagonismi nazionali.

Che cosa direbbe ai giovani per convincerli a votare?

foto SIR/Marco Calvarese


Più che parlare ai giovani, penso si debba parlare con i giovani, perché hanno idee. Non solo sono l’Europa di domani, sono cittadini di oggi che domani avranno l’Europa nelle mani. Per questo direi: andate a votare, perché è il vostro voto che deciderà i prossimi anni.

Dal suo punto di vista il dialogo tra la Chiesa e le istituzioni europee funziona?
L’articolo 17 del Trattato di Lisbona è un buon strumento, che prevede una competenza nazionale per le relazioni Chiesa-Stato e noi pensiamo sia bene permettere a ogni Paese di vivere questi rapporti secondo le proprie consuetudini. A livello europeo c’è stato un forte investimento da parte di commissari europei che sono venuti ai nostri incontri e con cui abbiamo veramente lavorato, non solo discusso, per fare evolvere le cose. Il dialogo è però perfettibile. E inoltre l’art. 17 non prevede dialogo interreligioso, che resta responsabilità delle religioni. Auspichiamo però un rafforzamento del riconoscimento della specificità di ciascun partner. Chiesa in Europa significa 2000 anni di vita, una rete unica, una competenza incredibile, una realtà sociologica, storica, spirituale. Altri organismi confessionali hanno obiettivi diversi e ci pare importante che le istituzioni Ue, compresa la Corte, rispettino questa diversità e non siano strumenti per indebolire le relazioni Chiesa-Stato che esistono nei Paesi membri.

foto SIR/Marco Calvarese

 

 

 

 

 

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Caos a Londra: Brexit rinviato? All’orizzonte un secondo referendum

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 19:57

C’è panico a Westminster mentre l’orologio batte i minuti che mancano alla prossima sessione del parlamento, domani sera, mercoledì 27 febbraio. Alla maggioranza dei deputati verrà chiesto di dare il via a una serie di voti, il 12, 13 e 14 marzo, nei quali dovranno scegliere tra il “no deal”, l’uscita senza accordo dall’Unione europea, o un’estensione della data del recesso per prendere tempo. Clifford Longley, ex corrispondente religioso dei quotidiani “Times” e “Daily Telegraph”, ipotizza diversi scenari: “un ritardo della data di Brexit mi sembra inevitabile, anche se è difficile dire di quanto verrà posticipato il recesso del Regno Unito”, spiega al Sir.

La palla nel campo Ue. “Se il Regno Unito imboccherà questa strada si tratterà di una scelta davvero interessante perché a quel punto la palla tornerà nel campo dell’Unione europea e sarà l’Europa a riacquistare potere e rimettersi alla guida” dell’iter per il divorzio, spiega Longley. Secondo il commentatore, Bruxelles potrebbe rispondere a Londra che un ritardo non è accettabile, a meno che non si intravveda una via d’uscita, imponendo condizioni al Regno Unito. “La Ue potrebbe dire un no condizionale alla richiesta di ritardo a meno che non si tratti di un periodo più sostanzioso, un anno per esempio, anziché due mesi”, dice Longley. “È uno scenario probabile e sono sicuro che a Bruxelles stanno considerando questa ipotesi. La Ue, che fino ad oggi è stata consultata soltanto sulle condizioni del backstop, ovvero lo status del nord Irlanda, acquisterebbe potere negoziale”.

Tre opzioni. Secondo il commentatore è molto probabile che la Ue chiederà al Regno Unito un secondo referendum come condizione per concedere più tempo per Brexit. “Questa volta, però, a differenza del primo referendum del giugno 2016, la formula sarà chiedere ai cittadini di votare su uno specifico accordo anziché soltanto un sì o un no alla Ue”, dice Longley. “Sulla scheda potrebbero esserci tre possibilità: nessun accordo, l’accordo negoziato da Theresa May con Bruxelles o rimanere nell’Unione europea”.

“People’s vote”. Per Longley il trattato esistente otterrebbe la maggior parte dei consensi alle urne perché “chi vuole una rottura netta, sapendo che quasi sicuramente non la otterrà, voterà per l’accordo di Theresa May e anche chi vuole rimanere nell’Unione europea farà lo stesso, consapevole che Brexit è ormai inevitabile”. Il commentatore è convinto che esista una maggioranza a favore di un secondo referendum anche se la gente risponde diversamente a seconda di come viene formulata la domanda. Nei sondaggi i cittadini britannici dicono no all’ipotesi di un secondo referendum, ma dicono sì quando si chiede loro se sono a favore di un “People’s vote”, ovvero un “Voto del popolo”. “La decisione presa oltre due anni fa sembra ormai scaduta”, dice Longley. “Gli elettori cambiano idea e l’argomentazione che siamo obbligati a rispettare quel risultato sembra ormai molto debole. Durante quella campagna elettorale venne sventolato lo spauracchio dell’immigrazione che non sembra più verosimile”.

Circostanze eccezionali. Westminster, in questo momento, non sta funzionando in modo normale secondo il giornalista britannico. “Di solito il governo indica al parlamento cosa fare ma, in queste circostanze, sta capitando il contrario”, spiega Longley. “Il motivo è che nessun partito da solo ha una maggioranza e Theresa May dipende dai 10 voti del partito nordirlandese Dup. Non esiste consenso per nessuna opzione. È difficile negoziare con la Ue che sente di non avere un interlocutore credibile”.

Tories e Labour a pezzi. I due partiti principali si stanno fratturando per colpa dello stress provocato da Brexit e la questione dell’antisemitismo sta provocando molte divisioni dentro il partito laburista. “Il Labour si è spostato a sinistra e molti non sono contenti della leadership di Jeremy Corbyn”, dice ancora Clifford Longley. “È possibile che altri parlamentari si dimettano – oltre a quelli che hanno dato vita a un partito indipendente – ma è una scelta difficile da compiere perché irrevocabile”. C’è una convinzione che circola a Londra: che la Ue, alla fine, cambierà le condizioni del “backstop” perché “si sentirà sotto pressione, ma non credo che questo succederà. Soprattutto adesso che il Regno Unito ha deciso di ritardare la data di Brexit”.

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Abuse conference in the Vatican. Fr. Zollner: “On the right track, but it’s just the beginning”

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 17:40

“I had never seen the world episcopate so deeply moved, gathered in a spirit of reflection and prayer. I consider it an achievement. Of course it’s something that cannot be measured that is also difficult to detail, but I consider it to be a concrete outcome that will deliver concrete results in the various Countries of origin, in Bishops’ Conferences and among the men and women religious.” Father Hans Zollner, member of the Organizing Committee, gave a positive assessment of the meeting on the Protection of Minors in the Church that closed past Sunday at the Vatican. “In my opinion this was the centrepiece of what could be expected from this meeting”, he added. “It happened also thanks to the testimony of the victims. Their stories touched the hearts of the pastors of the Church. Listening to them, gathering in silence with them, praying with them and for them were moments of special importance, that cannot be underestimated.”

Father Zollner, today many people are asking what will remain of the meeting. What is your answer?

First of all it should be said that the meeting was the first of its kind. It had never happened before, not in this shape or form. For the first time world leadership of the Catholic Church came together to address a theme that involves everyone, not only for the fact that the Church is one and what happens in a Country has an impact on all others, but also for the fact that this tragic reality of abuse is found in every country and in every continent.

The meeting garnered great media attention. What was the most prominent aspect in the journalists’ questions?

As a whole I think that the journalists appreciated our transparency, communicated in our briefings, in the information posted online, along with the live broadcasts of conferences and of the main liturgies. Thus I believe they appreciated not only the fact that we emphasized the importance of transparency but also the effort we made to guarantee utmost transparency, along with our openness in answering their questions. The point is that concrete gestures are expected especially in North-America and among many faithful in the United States. However, I find it difficult to imagine what is meant exactly with concreteness when and if we talk of the outcome of a meeting that lasted three days all together (the fourth day was dedicated to the celebration of the Holy Mass). The Pope highlighted 21 reflection points collected from the suggestions of Bishops’ Conferences already in his opening remarks, so he gave us a lot of homework.

So what you are saying is that concrete gestures will be visible in time?

Some of the decisions are ready to be implemented. But for things to be done in the best way they need to be discussed and reviewed by several people. However, from what I have seen I can reconfirm that we are on the right track.

A closed-door inter-dicastery meeting focused on the protection of minors was held in the Bologna Hall of the Apostolic Palace on the day after the summit. Could you tell us more about it?

We spent the entire morning with the heads and representatives of all dicasteries of the Roman curia who in different ways are involved in this issue. We spoke about the documents that will be published soon, how to create the task forces, as well as the next actions. I have no doubt that that those who were present were fully aware of the fact that this is only the beginning, not the end.

When you mention documents that are up for publication, you are referring to the “Motu Proprio” for the Vatican. Can you explain its content and what innovations it will bring as compared to the previous Apostolic Letter issued Motu Proprio “As a Loving Mother”?

The Motu Proprio will regard the laws and guidelines inside Vatican City State and within the Vatican City Vicariate. They are ready for promulgation that will take place by means of a law called Motu Proprio. It should not be confused with the Motu Proprio “As a Loving Mother.” In this respect we are also reflecting on how it can become more effective in practice, also because several realities of the Roman curia are involved, namely, several Congregations and representatives of the various structural and juridical spheres: from the bishops to the Eastern Churches, to the religious, without overlooking the Dicastery for the Laity. This will probably require more time for in-depth revision, that is seriously carried out and that meets the need to clarify the proceedings in the event that a bishop acts negligently or a religious superior does not do what he/she is required according to Canon law.


You are a Twitter follower, so you probably read the disappointment of Marie Collins along with the one conveyed by representatives of associations of victims, such as the Abuse Network. Were you surprised by this reaction?  What is your answer?

I heard also other people who were victims of abuse. They wrote us that they realize we cannot work miracles but they encourage us to continue along this path. They acknowledge that what has happened over the past few days would have been unthinkable until a couple of years ago. Addressing this issue, bringing together all the world’s bishops’ Conferences, listening to the victims, giving the floor to women. Being so open and straightforward necessitates a high degree of freedom on the part of the speakers as well as a deep willingness to listen,  which is precisely what happened.

What is your final assessment?

Ultimately, I can say that I am pleased. The meeting accomplished everything that it could have, and most of all, we saw that it had an impact on many participants. That’s what they said and I saw it for myself. I noted it in especially in the group meetings. Many people said they will return home as different people also thanks to the testimonies of the victims and to the open, sincere dialogue that took place.

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Manila, in centomila per il nipote di Billy Graham

Evangelici.net - Tue, 26/02/2019 - 17:15
Will Graham, nipote del compianto Billy - il pastore dei Presidenti, scomparso l'anno scorso alle soglie del secolo di vita - è a sua volta attivo a sua volta come evangelista, e nei giorni scorsi ha predicato davanti a centomila persone a Manila, nelle Filippine. Segnando tra l'altro un piccolo record: Will rappresenta la terza generazione che ha predicato nello stesso...
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Robotics. Hiroshi Ishiguro: “Humans and humanoids together in future society”

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 14:42

Hiroshi Ishiguro,  leading roboticist,  is the Director of the Intelligent Robotics Laboratory at Osaka University. In 2007 the Daily Telegraph listed him as the 26th greatest living genius. The Japanese scientist is the “father” of  the Geminoid, a humanoid that is the exact copy of himself: the body is made of urethane foam fresh, silicon skin, dressed in his same clothes. In short, an android twin. He created five to date, but his laboratory has made several humanoids. Yesterday afternoon he took part in the opening session of the workshop: “Robo-Ethics. Humans, machines and health” ongoing in the Vatican – New Synod Hall – until this evening. The event is promoted by the Pontifical Academy for Life  in the framework of its General Assembly 2019 (February 25-27). We interviewed him.

When did you create Geminoid?
In 2007, but my first projects date back to the year 2000. My idea of the future is a symbiotic society of human robots. That is why I started to make a set of simple robots that gradually became increasingly interactive and eventually were developed into humanoids.

Why did you make it? Was it to have a sort of extended self?
For two sets of reasons. First of all, I thought that with a copy of myself I would no longer be compelled to constantly have to travel to attend conferences and meetings and thus send my android twin to replace me.

Is it a joke?
No, I was very busy and in this way the robot, remotely controlled with a microphone and a camera, could talk in my place. But there is also a more scientific reason:

 

androids enable us to understand the difference between humans and robots and to learn more about ourselves and our nature

How did people react to Geminoid?
They were interested and curious.

What do you expect from your research on human-robot interaction?
I was not the one to initiate robot interaction. Researches had been already carried out in Europe and in the United States. It’s a very interesting subject that deserves being further explored.

It’s fascinating but also somewhat disturbing to have someone/something next to me that perfectly resembles me but it’s not me…
Why? Would you be afraid of a twin sister?

A sister is a person, a robot is not.
If you spent a whole day in our Laboratory you would realize that there is nothing to be afraid of, that there is nothing disturbing about it. You would immediately accustom yourself to it.

Do you think that my discomfort is culturally-grounded?
Perhaps, but I’m not sure. I’d rather ascribe it to an educational factor. Children’s reactions are the same all over the world, but the education they receive can make a difference. I think that the kind of education imparted to European peoples is extremely different from the one received here in Japan.

Do we really need humanoid robots? What is their added value to the usefulness and the efficiency of a “traditional” robot?

The purpose of the human mind to understand and interact with other human beings, that’s why it’s important that robots’ external features resemble human beings as much as possible.

 

What are its costs and practical applications?
This is not a commercial product; it’s still a prototype. We are spending a lot of money, but if we started to produce thousands and thousands of them, then expenses would drop and be similar to those of a car.

Will these androids have feelings one day?
It depends on what we mean by feelings. In fact we don’t yet know exactly what human emotions are, we lack an exact definition. I cannot answer this question. What I can say is that an android can mimic a simple emotion like pain. But we still don’t know anything about deeper emotions. Perhaps – he says with smile – it will be happen in a hundred years.

Aren’t you afraid that in the future artificial intelligence could take over human intelligence?
Not at all! You – he points at my smartphone on the table – are using your mobile phone that is a brain. You constantly ask questions to Google, which in all respects is an AI, and you are not afraid. Thus…. there is no reason to be afraid (he smiles).

Do we need a robo-ethics?
We do, just like we need an ethical code for human beings. But in the case of robots I think it would be simpler, since they are less complex than we are.

You recently worked with a Japanese company that makes Buddhist “robot-priests.” Is a Catholic robot-priest conceivable?
For the time being it’s not a target of our studies.

What brought you to this Vatican conference?
I was invited, and I am always happy to come to Italy. When Honda started developing its Asimo project they asked the Vatican’s opinion on the opportunity of making a humanoid. The Vatican replied: ‘Why not?’

 

I’m also interested in the opinion of the Church on the future and development of robotics.

 

 

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Papa Francesco: la “cupidigia insaziabile” distrugge l’ambiente

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 12:30

“In questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte”. È la tesi del Papa, che nel messaggio per la Quaresima – sul tema: “L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19) – fa notare che “quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento”. È così, spiega Francesco, che

“l’intemperanza prende il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare,

seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro”. “Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi”, il monito del Papa: la causa di ogni male è il peccato, a causa del quale “si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere”. È quel peccato “che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto”, che ha trasformato un giardino in un deserto:

“Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato”.

“Il cammino verso la Pasqua ci chiama a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani”, citando le tre tradizionali pratiche: “Digiunare”, per fuggire “dalla tentazione di ‘divorare’ tutto per saziare la nostra ingordigia”; pregare, “per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io”; fare elemosina, “per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene.

“Entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini”,

è l’augurio del Papa per la Quaresima.

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European elections. A ten-point proposal for the Family. A Pact for natality, employment, fiscal justice

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 09:42

Encouraging candidates for the European election to promote “family mainstreaming” in all sectoral policies is the declared goal of the “Vote for the Family” campaign launched by FAFCE, the Federation of Catholic Family Associations in Europe. In view of the elections of May 23-26 FAFCE – headquartered in Brussels, chaired by Antoine Renard, that brings together some fifteen associations – produced a veritable Manifesto in ten points. Each family and association is called to “demand family-responsive policies”, with the involvement of future MEPs, in the awareness that “the decisions taken at EU level influence the daily lives of every family” throughout the continent. The Manifesto will be presented in Brussels next April 2.

Demographic winter. “As a candidate for the European elections, I commit myself to recognising the value of the work of the mother and father in the home and the value of volunteering as a contribution to social cohesion.” These are the opening lines of the declaration that the candidates to the European Assembly  are invited to sign online. When making political decisions MEPs would thereby be committing themselves to carrying out the ten points. The first regards a “European Natality Pact.” It reads: “The Demographic Winter is a silent emergency which concerns all European Countries.

Europe needs a demographic Spring.

Our children are our primary common good. I commit to raising awareness about the European demographic decline, proposing concrete measures and instruments to change the current trends.” “Family mainstreaming” is the second point: ” The family is the cornerstone of society. The European Union must take European families into account in all its decisions, while respecting the principle of subsidiarity. I am committed to promoting the concept of “family mainstreaming” in all sectoral policies.”

Fiscal justice. Support to families is the third highlighted point: “Family associations are the voice of families, authentically articulating their needs and increasing civic engagement.” There ensues the need “to recognise the contributions and role of family associations in the design and development of European programmes.” The fourth point refers to “an economy at the service of the family”, considering that “

Families are the source of resilience for societies and help relieve distressed public finances.”

In this respect there is need for “public policies that recognise the dignity of the family and its fundamental economic role in the common good, working in favour of tax justice and promoting good practices, such as a European Family Card.”

Labour, social inclusion. “Dignified work for every family” is the fifth important point, since “the family is a natural key player in the promotion of social inclusion.” Thus the request for policies “that do not consider the labour market solely in light of economy and finance but that focus primarily on the person and his or her talents, retaining this a form of active participation in the common good and an instrument to prevent poverty.” An explicit request to recognize the value of the work of the mother and father in the home and the value of volunteering “as a contribution to social cohesion.” Sixth point – one of the traditional “battles” of FAFCE and of affiliated associations is the

balance between family life and professional life:

the family, the Manifesto for the forthcoming elections points out, “should be the starting point from which working conditions are designed, so as to provide families with living conditions that facilitate time together, thus maintaining population dynamics, and to contribute to social cohesion.” Political candidates in all EU Countries are asked to “foster a better articulation of the balance between family life and professional life for the benefit of the family, including reserving Sunday as a common weekly day of rest.”

Engine of generativity. Acknowledging the complementarity of women and man is the seventh theme highlighted in the document: ” The family is the first engine of generativity for all of society.” The commitment is “to recognise the complementarity between man and woman and refute any attempt to erase sexual differences through public policies.” There ensues the following paragraph: “Respecting and Promoting the Institution of Marriage.” The Manifesto declares:  “Stronger familial bonds improve the wellbeing of individuals.

The EU and its Member States are called to respect the institution of marriage

and to promote best practices in preventing family breakdown.” Under the subsidiarity principle, candidates are asked to oppose “any interference of the European Union in the legal definition of marriage.”

Respect for life. Point nine: “Respect for Human Dignity from Beginning to Natural End of Life.” One of the key-themes of the Catholic presence in Europe’s public space is given renewed emphasis: “The family is the natural place where every new life is welcomed.” “I pledge – reads the Manifesto – to respect the dignity of every human life, at all its stages, from conception to natural death. I will encourage policies and best practices that provide special care to all children, before and after birth, and to their mothers as well as to foster care families or adoptive families.” Last but not least – tenth point – the role of the parents: “

Fathers and Mothers, First and Foremost Educators of Their Children.

“Families” have always fostered a more long-term perspective, preparing a more sustainable future.” There ensues the commitment “to ensure that the Union, in all its youth and education programmes, respects and promotes the right of parents to educate their children in conformity with their cultural, moral and religious traditions which favour the good and dignity of the child.”

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Elezioni in Sardegna: vince il centro-destra. Solinas eletto presidente della Regione

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 09:00

Netta affermazione del centro-destra, che porta Christian Solinas, segretario del Partito sardo d’azione e senatore eletto con la Lega, alla presidenza della Regione; buon risultato del centro-sinistra, che perde la guida della Regione ma dimostra potenzialità di ripresa; crollo del Movimento 5 Stelle rispetto alle politiche. Nel suo complesso il risultato delle elezioni regionali in Sardegna conferma le tendenze di quello registrato in Abruzzo il 10 febbraio, ma con alcune differenze. Il dato politico più evidente è la misura del calo dei cinquestelle, assai più consistente di quello di due settimane prima che pure aveva già fatto molto discutere: nell’Isola, alle politiche di appena un anno fa, il M5S aveva superato quota 42% mentre alle regionali i suoi consensi di lista non sono arrivati al 10% (9,7%). Un’altra differenza si riscontra nella partecipazione degli elettori al voto, che in Abruzzo era diminuita: in Sardegna, invece, l’affluenza alle urne rispetto alle precedenti regionali è cresciuta, passando dal 52,2% al 53,7%. Un terzo elemento divergente rispetto alla tornata del 10 febbraio è rappresentato dai risultati delle singole forze politiche: in Abruzzo la Lega aveva “sfondato” ed era risultata di gran lunga il primo partito, davanti al M5S; in Sardegna la lista più votata è stata quella del Pd (13,4%), seguito da Lega (11,4%), Partito sardo d’azione (9,9%, evidentemente trascinato dal candidato presidente), M5S, Forza Italia (8,0%), Riformatori sardi (5%), Fratelli d’Italia (4,7), Sardegna20venti (4,1%, si tratta di un movimento fondato da un esponente di Forza Italia) e da altri partiti con meno del 4% dei suffragi.

Christian Solinas, dunque, è il nuovo presidente della Regione Sardegna, eletto con il 47,8% dei voti. Massimo Zedda, candidato del centro-sinistra, ha ricevuto il 32,9% dei consensi (quasi 40mila voti in più della somma delle liste della coalizione) e Francesco Desogus, del M5S, l’11,2%. Seguono a distanza Paolo Giovanni Maninchedda (Partito dei sardi, 3,3%), Mauro Pili (Sardi liberi, 2,3%), Andrea Murgia (Autodeterminatzione, 1,8%), Vindice Mario Lecis (Rifondazione-Comunisti italiani, 0,6%).

Il prossimo appuntamento con le elezioni regionali sarà in Basilicata tra meno di un mese, il 24 marzo. In Piemonte si voterà il 26 maggio insieme alle europee, in autunno sarà la volta di Calabria ed Emilia-Romagna.

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Venezuela: violenza alla frontiera per bloccare gli aiuti. Mons. González: “Pretesto per eliminare leader politici e sociali scomodi al Governo”

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 08:49

“Li abbiamo visti lanciare pietre, lacrimogeni, sparare a ragazzi completamente disarmati, a donne che manifestavano pacificamente, qui nessuno vuole la guerra, nessuno vuole spargimento di sangue, quello che è successo non ha alcuna spiegazione logica”. Ha la voce rotta dall’emozione ed è ancora scosso, per quello che è accaduto sabato, padre Esteban Galves, parroco della Madonna di Lourdes, a Ureña, al confine tra Venezuela e Colombia. E’ una delle voci dalla frontiera che il Sir ha raccolto, per testimoniare la folle violenza messa in atto sabato scorso dalle forze fedeli a Maduro.
A migliaia di chilometri di distanza, dalla parte opposta del Paese, al confine con il Brasile, la repressione cieca ha colpito soprattutto gli indigeni pemónes. A raccontare, in questo caso, è un vescovo, il vicario apostolico del Caroní, mons. Felipe González:

“È stato fatto un forte uso della forza, una cosa assurda. Tra venerdì e sabato sono morte varie persone, non ci sono cifre ufficiali, ma all’ospedale sarebbero stati contati dieci cadaveri. I membri della Guardia nazionale tiravano pietre, gas lacrimogeni, sparavano lungo le strade anche verso chi non c’entrava niente”.

Come è noto, nello scorso fine settimana, l’epicentro delle manifestazioni in Venezuela si è spostato da Caracas e dalle principali città centrali alle periferie del Paese: a ovest nel Táchira, in particolare nelle città di Ureña e San Antonio del Táchira; a sudest nel Bolívar e soprattutto nella città di Santa Elena di Guairen, a 15 chilometri dal Brasile. Dagli Stati confinanti dovevano arrivare gli attesi aiuti internazionali, centinaia di migliaia di persone erano convenute, soprattutto al confine per la Colombia. Ma il blocco delle milizie rimaste fedeli a Maduro è stato inesorabile, così come sanguinosa è stata la repressione.

“Milizie formate da carcerati, paramilitari e guerriglieri”. Torniamo alla frontiera colombiana e al racconto di padre Esteban: “Lungo il ponte Francisco de Paula Santander quattro camion procedevano lentamente, una deputata dell’Assemblea nazionale camminava davanti a essi. Poi sono intervenuti i ‘colectivos’ e la Policia Nacional. Le uniformi erano indossate da civili, da persone fatte uscire dal carcere, da guerriglieri colombiani dell’Eln e dissidenti delle Farc. Hanno sequestrato un camion e bruciato gli altri. Uno era pieno di medicine, i volontari sono riusciti a mettere al sicuro il contenuto dell’ultimo camion”.
Sempre da Ureña arriva la testimonianza di un’altra persona, che gode di autorevolezza a livello comunitario e preferisce restare anonima: “Sabato sono arrivate persone da tutto il Paese, hanno manifestato pacificamente, fino a che la situazione non si è fatta tesa”.

Anche da questa fonte arriva la conferma sulla provenienza mista delle persone in uniforme; carcerati, paramilitari, guerriglieri.

Una giornalista venezuelana, Carmen Victoria Inojosa, si trovava a Cúcuta, in Colombia, e ha visto i camion partire: “Quando hanno acceso i motori c’è stata una grande emozione. I volontari spargevano petali lungo il percorso”. Pochi attimi dopo, solo armi e fuoco: “I feriti sono 285, 37 hanno avuto bisogno di cure ospedaliere, 8 persone hanno perso la vista”, aggiunge la giornalista.

Preoccupazione viene espressa dalle fonti del Sir anche per la chiusura della frontiera tra Venezuela e Colombia, che prosegue anche dopo la giornata di sabato: “Ogni giorno il confine è attraversato da 50mila persone. 4mila vengono sfamate dalla mensa della diocesi di Cúcuta. Cibo e medicine si trovano (a un prezzo folle vista l’impressionante inflazione del Venezuela, ndr) solo in Colombia. Ci sono perfino ragazzi che frequentano la scuola in Colombia”.

Dalle parrocchie consolazione e aiuto solidale. Fondamentale, in queste circostanze, l’opera delle parrocchie frontaliere, sia per dare conforto che per aiutare i bisognosi. “La nostra attenzione è per i più anziani e bisognosi – dice padre Esteban -, attraverso una ‘olla comunitaria’, una mensa allestita in parrocchia. E poi è centrale la pastorale della consolazione, che ci può venire solo da Dio. E

gli stenti della popolazione sono i nostri, anche noi preti restiamo senza rete internet, senz’acqua, senza gas.

Preghiamo e chiediamo le preghiere di tutto il mondo, non lasciateci soli”.
Sabato scorso, poi, in un’altra chiesa parrocchiale vicina alla frontiera, si è tenuta un’adorazione eucaristica. Le porte del tempio sono rimaste aperte, fino a quando hanno dovuto essere precipitosamente chiuse per l’arrivo delle milizie armate. E domenica il parroco, racconta la nostra fonte, “ha cercando di dare coraggio alle persone, perché continuino a camminare cercando la pace e la libertà”.

Violenza contro gli indigeni. Torniamo alla frontiera con il Brasile e a mons. González, che prosegue raccontando la repressione verso gli indigeni: “Si tratta di gente pacifica, che fino all’altro giorno non conosceva l’uso dei gas lacrimogeni. Anche qui c’era attesa per gli aiuti, anche se a dire il vero in questa zona del paese sono meno necessari rispetto alle grandi città, è facile reperire in Brasile quello di cui c’è bisogno.

L’impressione è che il blocco degli aiuti, qui, sia stato un pretesto per cercare di eliminare leader politici e sociali scomodi per il Governo,

c’è da dire che solo due comunità su venti hanno appoggiato l’arrivo degli aiuti”. Anche in questo caso non sono mancati “volti strani” e “probabili infiltrati” nella guardia nazionale: “Sabato sono arrivati venti autobus e hanno scaricato tutti questi uomini in uniforme. Ho cercato di parlare con il loro capitano, l’incontro è stato rispettoso ma non c’è stata possibilità di dialogo. Ma, ripeto, non credo che gli aiuti fossero la vera causa di tutta questa mobilitazione, si è cercato di mettere a tacere le voci dissenzienti”.

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Elezioni in Sardegna: la rabbia e lo sdegno non bastano

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 08:47

Si susseguono le elezioni parziali, in attesa di quelle europee.
E la Sardegna ha offerto una indicazione coerente: recupera il centro-sinistra, in una conformazione “a geometria variabile”, vince il centro destra e si sgonfia il M5S: alle cui vicende di fatto è legato il destino dell’assetto e del futuro della legislatura, in vista delle ormai imminenti Europee e prima della legge di bilancio.
In realtà

non si può chiedere alle elezioni parziali quello che non possono dire, ovvero quali sono le linee di sviluppo del sistema politico italiano e in particolare qual è il timing del governo e della legislatura.

Al più possono confermare che esiste una porzione significativa, da un quarto a un quinto dell’elettorato, disponibile a cambiare voto o passare dal voto all’astensione e viceversa. Cambia voto seconda del tipo di elezioni, ma anche a seconda dell’offerta politica e del proprio sentimento del momento. Questo vale ora per il principale beneficiario, in questi anni, del nuovo nomadismo elettorale, ovvero il MoVimento 5 stelle, che deve urgentemente dimostrare cosa vuole fare da grande. E ha sempre meno tempo e spazio per farlo.
Questa realtà di porte girevoli e sempre in movimento, ormai consolidata, ha due conseguenze. La prima è la cosiddetta “campagna elettorale permanente”. Per rispondere ai successivi appuntamenti elettorali e all’almeno settimanale appuntamento con i sondaggi, i partiti e i loro leader si concentrano sull’immediato e sull’annuncio, sempre più assertivo e mirabolante. Salvo smentirsi dopo poco senza nessun problema e comunque sempre cercando di cavalcare l’onda di un’opinione pubblica sempre frastagliata e mutevole.
La seconda è

la precarietà del “contratto” che lega le due forze di governo, generando una sensazione di instabilità.

I traguardi sono sempre fissati a brevissimo, asserendo invece continuamente un orizzonte di legislatura: di fatto è un procedere con il pilota automatico, o e in “modalità aereo”. Sperando di non andare a sbattere o non fare incidenti, come capita alle costosissime auto che usano questa tecnologia ancora del tutto sperimentale. E forse inutile.
In questo senso restano cruciali i dati economici. Che vengono usati da governo e opposizione alternativamente in buona sostanza solo come tema polemico, senza che ne consegue, come invece è urgente e necessario fare, una riflessione e soprattutto un disegno, un investimento e dunque delle scelte di medio-lungo periodo. E qui c’è poi il vero punto, anche riguardo alla collocazione europea e internazionale dell’Italia, che deve cambiare passo.
Forse sta cambiando l’aria. Abbiamo, noi italiani, giustamente espresso tutta la nostra rabbia, il nostro sdegno, addirittura il nostro rancore. Ma ci rendiamo conto che questo non basta. Meritiamo di più di una propaganda continua. Per carità, nessuna nostalgia di nulla. Ma bisogna andare avanti. E spicciarsi.

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Robotica. Hiroshi Ishiguro: “Umani e umanoidi insieme nella società del futuro”

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 08:37

Direttore del laboratorio di intelligenza artificiale dell’università di Osaka, studia da anni la robotica. Nel 2007 il Daily Telegraph lo ha classificato al 26° posto tra i 100 maggiori geni viventi. Lo scienziato giapponese Hiroshi Ishiguro è il “papà” di Geminoid, un umanoide che è l’esatta copia di se stesso: corpo in schiuma di uretano, pelle in silicone, capelli suoi, stessi abiti. In pratica un sosia. Ad oggi ne ha creati cinque, ma sono diversi i robot umanoidi usciti dal suo laboratorio. Ieri pomeriggio ha partecipato alla prima sessione del workshop “Robo Ethics. Humans, machines and health” in corso fino a questa sera in Vaticano (Aula nuova del Sinodo) per iniziativa della Pontificia Accademia per la Vita che lo ha promosso nell’ambito della sua Assemblea generale 2019 (25 – 27 febbraio). Lo abbiamo incontrato.

Quando ha creato Geminoid?
Nel 2007 ma i miei primi progetti risalgono al 2000. La mia idea di futuro è una società simbiotica umani-robot. Per questo ho cominciato con una serie di robot semplici, poi più interattivi, infine umanoidi.

Perché lo ha realizzato? Per avere un’estensione di sé?
Per due ragioni. Anzitutto ho pensato che con una copia di me stesso non sarei più stato costretto ad andare continuamente in giro a conferenze e riunioni perché avrei potuto mandare la mia copia.

E’una battuta?
No, ero molto occupato e in questo modo il robot, controllato da remoto con un microfono e una telecamera, poteva parlare al posto mio. Ma c’è anche una ragione più scientifica:

attraverso gli androidi possiamo capire la differenza tra umani e robot e comprendere meglio noi stessi e la nostra natura

Come ha reagito la gente di fronte a Geminoid?
Con curiosità e interesse.

Che cosa si aspetta dalla sua ricerca sull’interazione umano-robot?
La robot-interaction non l’ho iniziata io, ci sono stati studi in America e in Europa. E’ un tema molto interessante che va approfondito.

Affascinante ma anche un po’ inquietante avere qualcuno/qualcosa accanto a me che mi assomiglia perfettamente ma non è me…
Perché? Lei avrebbe paura di una sorella gemella?

Ma questa sarebbe una persona, il robot no.
Se lei passasse un giorno nel nostro laboratorio si renderebbe conto di non avere nulla da temere, che non c’è nulla di inquietante, si abituerebbe subito.

Pensa che questo mio disagio dipenda da una questione culturale?
Forse, ma non ne sono certo. Penso piuttosto a un fattore educativo. Le reazioni dei bambini sono uguali in tutto il mondo; la differenza la fa poi l’educazione che ricevono e penso che l’educazione impartita alla popolazione europea sia molto diversa da quella di noi giapponesi.

Abbiamo bisogno di robot umanoidi? Che cosa aggiungono all’utilità e all’efficienza di un robot “classico”?

Il cervello umano è fatto per conoscere e interagire con altri umani, per questo è importante che l’aspetto dei robot sia il più possibile simile all’uomo.

Quali sono costi e applicazioni pratiche?
Non si tratta di un prodotto commerciale, ma ancora di un prototipo. Stiamo spendendo molto ma se iniziassimo a produrne migliaia e migliaia allora il costo si abbatterebbe e si avvicinerebbe a quello di un’automobile.

Questi androidi saranno un giorno capaci di provare emozioni?
Dipende da ciò che intendiamo per emozioni. In realtà non sappiamo ancora esattamente che cosa sono le emozioni umane, ci manca una definizione esatta. Non so rispondere a questa domanda. Quello che posso dire è che è un androide può mimare un’emozione semplice come il dolore ma non sappiamo ancora nulla per quello che riguarda emozioni più profonde. Forse – sorride – sarà possibile tra un centinaio d’anni.

Non teme che in futuro l’intelligenza artificiale possa avere il sopravvento su quella umana?
Nooo! Lei – indica il mio smartphone posato sul tavolo – sta usando il suo telefono mobile che è un cervello. Lei pone continuamente domande a Google che è a tutti gli effetti una AI, ma non ha paura, dunque… Non c’è motivo di averne (sorride).

Abbiamo bisogno di una robo-etica?
Sì, come abbiamo bisogno di un’etica per gli umani, ma quella dei robot secondo me è più semplice perché loro sono meno complessi di noi.

Lei ha recentemente collaborato con una società giapponese per la realizzazione di “preti robot” buddisti. È immaginabile un prete robot cattolico?
Al momento non è un obiettivo della nostra ricerca.

Come mai partecipa a questo incontro in Vaticano?
Sono stato invitato e poi in Italia vengo sempre volentieri. Quando la Honda ha iniziato a sviluppare il suo progetto di Asimo, ha chiesto l’opinione del Vaticano sull’opportunità di realizzare un robot umanoide. E il Vaticano ha risposto: ‘Perché no?’.

Anche a me interessa il parere della Chiesa sullo sviluppo e sul futuro della robotica.

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Incontro abusi in Vaticano. P. Zollner: “Sulla buona strada, ma è solo l’inizio”

Agenzia SIR - Tue, 26/02/2019 - 08:36

“E’ la prima volta che ho visto così commossi e in spirito di preghiera e riflessione l’episcopato del mondo. Penso che questo sia un risultato. Certo, non è misurabile e non è facilmente presentabile ma ritengo che sia invece un effetto molto concreto che avrà frutti concreti nei vari paesi di provenienza, nelle Conferenze episcopali e tra i religiosi”. E’ un bilancio sicuramente positivo quello che padre Hans Zollner, membro del Comitato organizzativo, traccia all’indomani dell’incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa che si è concluso domenica in Vaticano. “Questo secondo me era il fulcro di ciò che potevamo aspettarci da questo incontro”, aggiunge. “Ed è ciò che è avvenuto grazie anche alla testimonianza delle vittime. La loro storia ha toccato il cuore dei pastori della Chiesa. Ascoltarli, stare in silenzio con loro, pregare con loro e per loro sono stati momenti  di una importanza che non possiamo sottovalutare”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Padre Zollner, oggi molti si chiedono cosa resterà di questo incontro. Lei come risponde?

Intanto è stata la prima volta che si è realizzato un incontro di questo tipo. Non era mai accaduto, almeno in questa forma. Per la prima volta tutta la leadership della Chiesa cattolica del mondo si è radunata per parlare di un tema che concerne tutti, non solo per il fatto che la Chiesa è una e ciò che capita in un paese ha un effetto su tutti gli altri ma anche per il fatto che questa triste realtà degli abusi si trova in ogni paese e in ogni continenti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

L’incontro ha attirato un’attenzione particolare da parte dei media. Cosa l’ha colpita di più nelle domande dei giornalisti?

In genere penso che i giornalisti presenti hanno gradito il nostro modo di essere trasparenti tramite i briefing, le informazioni messe sul sito e la trasmissione in diretta delle conferenze e delle principali liturgie. Hanno quindi apprezzato non solo il nostro parlare di trasparenza ma lo sforzo che abbiamo fatto per garantire questa massima trasparenza e disponibilità alle domande. Il punto è che soprattutto nel mondo americano e tra i molti fedeli negli Stati Uniti si attende ora una concretezza. Trovo però difficile immaginarmi cosa esattamente si intende per concretezza quando e se si parla di risultati di un incontro che è durato 3 giorni effettivi (al quarto giorno c’è stata praticamente solo la messa). Il Papa ha evidenziato già all’inizio 21 punti che aveva raccolto dai suggerimenti delle Conferenze episcopali e quindi ci ha dato già molti compiti da fare a casa.

Insomma, lei sta dicendo che i gesti concreti si vedranno nel tempo?

Alcune delle decisioni prese sono già pronte, solo che per fare bene le cose, devono essere discusse e anche riviste da varie persone. Vedo però e posso confermare che siamo sulla buona strada.

All’indomani del summit, si è svolta nella Sala Bologna del Palazzo Apostolico vaticano, una riunione inter-dicasteriale ristretta, incentrata sul tema della protezione dei minori. Come è andata?

Abbiamo avuto tutta una mattinata con i capi e i rappresentanti di tutti i dicasteri della curia romana in qualche maniera coinvolti con questa vicenda. Abbiamo parlato di ciò che può essere pubblicato presto, come istituire queste task forces, di ciò che adesso dovrà seguire. Non ho alcun dubbio che le persone che erano presenti, erano molto consapevoli che questo è solo un inizio e non è la fine.

Quando lei parla di documenti che verranno presto pubblicati, si riferisce al “Motu Proprio” per il Vaticano. Ci può dire di che cosa si tratta e quali novità porterà rispetto all’altro Motu Proprio “Come una Madre amorevole”?

Il Motu Proprio riguarderà la legislazione e le linee guida all’interno della Città dello Stato del Vaticano e all’interno del Vicariato della Città del Vaticano. Sono praticamente pronte per la promulgazione che avverrà tramite una legge che si chiama Motu Proprio. Non è da confondere con il Motu Proprio “Come una Madre Amorevole”. Anche su questo, stiamo riflettendo di come può essere resa ancora più effettivamente “in prassi”, anche perché sono coinvolte varie unità all’interno della curia romana, cioè varie Congregazioni e rappresentanti dei vari mondi strutturali e giuridici: dai vescovi, alle Chiese Orientali, ai religiosi per non dimenticare il Dicastero dei laici. Probabilmente ciò prenderà ancora tempo per una revisione che abbia senso, che sia seria e che corrisponda alla esigenza di fare chiarezza sul procedere nel caso in cui un vescovo agisca in modo negligente o un superiore religioso non faccia ciò che il diritto canonico esige.

Vaticano, 24 febbraio 2019.
Si conclude il Summit sugli Abusi nella Chiesa Cattolica.

Lei è un frequentatore di twitter. Avrà quindi sicuramente letto della delusione di Marie Collins. Così come di altri rappresentanti di associazioni di vittime, come Rete l’Abuso. L’ha sorpresa questa reazione e come risponde?

Io ho sentito anche altre persone che sono state vittime di abuso. Ci hanno scritto che non siamo persone che possono fare miracoli ma ci incoraggiano ad andare avanti, riconoscendo che in questi giorni sono successe cose che fino solo a uno o due anni fa non erano neanche pensabili. Parlare di questa tematica, riunire tutti presidenti di tutti gli episcopati del mondo, mettersi in ascolto delle vittime, dare la parola alle donne. Per potersi esprimere  in questi termini e con questa franchezza ci vuole molta libertà da parte delle persone che hanno preso la parola ma anche molta volontà di ascoltare e questa c’è stata al cento per cento.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Un bilancio finale?

Tutto sommato sono contento: l’incontro ha realizzato tutto ciò poteva realizzare ma soprattutto abbiamo visto che molti sono tornati a casa cambiati. L’hanno detto e l’ho visto con i miei occhi e da quello che ho sentito soprattutto nei gruppi di lavoro, molti hanno detto di tornare a casa trasformati anche grazie alla testimonianza delle vittime e dal dialogo franco e molto sincero che c’è stato.

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Unione europea. Card. Bagnasco (Ccee): “L’Europa divisa sarebbe un dramma, forse la fine del Continente”

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 20:28

“I vescovi credono fermamente che l’Europa divisa sarebbe un dramma, forse la fine del Continente”. Ad affermarlo è il card. Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee), nella relazione al convegno che si è svolto nella cornice di Palazzo Sant’Andrea, sede dell’Archivio storico del Quirinale, alla presenza del Capo dello Stato. L’arcivescovo di Genova e il costituzionalista Massimo Luciani hanno accolto l’invito del presidente della Corte dei Conti, Angelo Buscema, per un incontro sul tema “Unione europea: un percorso comune valorizzato dall’armonia tra identità diverse”. “Il percorso comune dell’Unione – è lo stesso Buscema a sottolinearlo nell’intervento di saluto – va indirizzato verso l’obiettivo di creare uno spazio economico e sociale che dia uguali opportunità a tutti i cittadini e garantisca, attraverso l’integrazione, il superamento degli squilibri e dei disallineamenti territoriali e sociali”. Allo stesso tempo “forte è l’esigenza di riscoprire quei valori che, pur appartenendo alle diverse identità, vanno armonizzati nella comune cultura europea”.
Dunque, ribadisce il card. Bagnasco, “la Chiesa crede nell’Europa, nella sua cultura cristiana, nella sua spinta umanistica nonostante ombre e ritardi”. L’Europa di cui parla il presidente del Ccee è quella dei padri fondatori: De Gasperi, Schuman, Adenauer.

“Il personalismo cristiano stava alla radice di quel loro sogno che poteva apparire utopia, ma che aveva il sapore profetico”, osserva l’arcivescovo di Genova e aggiunge: “L’economia e la finanza sono indispensabili, ma insufficienti per reggere l’edificio, per realizzare la Casa dei Popoli e l’Europa delle Nazioni. Molto più che a un’Unione, i Padri pensavano a una Comunità”.

Una Comunità “lieve” e quindi “efficace”. Comunità come “espressione visibile della comunione che è di ordine spirituale e morale”. Certo, anche sul piano economico le motivazioni sono forti. “Di fronte alla globlizzazione – rileva il card. Bagnasco – è evidente che solo insieme è possibile vivere” e di fronte agli interessi di “potenze antiche e nuove” tocca all’Europa “far fronte in modo unitario per non essere dilaniata”. Ma “i soli interessi materiali non possono creare uno spirito comunitario che richiede – tanto più a chi ha responsabilità specifiche – speranza, spirito di sacrificio, umiltà, respiro”.
Per il presidente del Ccee “il nucleo incandescente dell’Europa”, “il cuore della sua missione”, non è “l’eurocentrismo antistorico”, ma “l’umanesimo integrale che riconosce e promuove la persona nelle sue dimensioni essenziali; che genera una società intessuta di relazioni solidali nel segno della sussidiarietà; che riconosce e sostiene il microcosmo fondante della famiglia”. Non solo. “All’Europa spetta anche un’altra missione”.

Dopo la tragedia delle guerre del secolo scorso, infatti, “essa ha il compito di ricordare al mondo la grande sfida che l’attende: governare il potere. Il crescente potere tecnologico risponde all’intelligenza umana che indaga le forze della natura, ma deve essere governato perché esso non si rivolti contro; affinché l’uomo – preso dal delirio – non ne resti dominato. Il potere deve servire la vita, non essere strumento di manipolazione e di morte”.

Con un’avvertenza: “Quanto più il suo potere è grande, tanto più l’uomo dovrà risolversi ad essere forte come uomo, altrimenti soccomberà”. Questo è il “monito” che l’Europa “può e deve portare al cammino della civiltà”.
Ecco allora che, secondo il card. Bagnasco, “le verità dello spirito, la ricerca dei valori oggettivi, l’inviolabile dignità umana, la bellezza della ragione, il senso religioso, possono fondare e guidare un sentire comune che sia rispettoso del volto di ogni popolo che ha lottato per la libertà e la pace”. Perché “identità non significa esclusione, ma condizione di dialogo fecondo e di incontro collaborativo”.

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La solidarietà attraversa il confine. Le diocesi di frontiera si incontrano a Como

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 18:13

Due diocesi separate da un confine, ma unite dalla solidarietà: un ponte le cui pietre sono tante quante i volti e storie dei volontari che, nel corso degli anni, hanno attraversato la frontiera. È stata proprio la metafora del ponte il filo conduttore della giornata di domenica 24 febbraio durante l’incontro tra il vescovo di Como mons. Oscar Cantoni, e quello di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, che si sono dati appuntamento in riva al Lario nella basilica di san Fedele per partecipare all’approfondimento “La solidarietà attraversa i confini”, organizzato dalla Caritas Como insieme a Caritas Ticino.

“Voglio prima di tutto dire grazie ai volontari ticinesi che, negli ultimi anni, ci hanno aiutato a rendere meno pesante la situazione di tanti fratelli arrivati a Como”, ha esordito mons. Cantoni. La memoria è andata subito all’estate del 2016, quando la città di Como fu al centro di un flusso senza precedenti di migranti in transito verso la Svizzera e, da lì, al nord Europa. Uomini e donne, molti dei quali giovanissimi che, trovando il confine chiuso, finirono per accamparsi nei giardini della stazione in una situazione di vera emergenza. Proprio in quei giorni delicati, cittadini svizzeri e associazioni iniziarono a varcare il confine per portare il loro aiuto. Un gemellaggio “spontaneo” a cui si è accompagnato un progressivo legame tra le stesse Caritas in un percorso di sostegno materiale e vicinanza umana che continua ancora oggi. “Un ruscello di bene che ha cominciato a scorrere e che è nostro compito alimentare”, il commento di mons. Lazzeri.

I due vescovi si sono messi in ascolto di queste esperienze “ponte”. A prendere la parola sono state anzitutto due volontarie. Per prima Katia Colombo, volontaria della parrocchia di Chiasso, in Svizzera, che ha raccontato l’impegno di accoglienza dell’oratorio sia dal punto di vista materiale che da quello culturale. Rossana Bernasconi, volontaria del servizio Porta Aperta di Como, ha invece parlato del senso del mettersi accanto ai più deboli in quello che è il servizio cittadino dedicato alla grave marginalità. Un servizio nato nel 1999, vent’anni fa, sulla scia dell’uccisione di don Renzo Beretta, parroco di Ponte Chiasso, uomo e prete di frontiera. Tra le testimonianza ascoltate, significativa è stata quella di Georgia Borderi, operatrice della parrocchia di Rebbio, quartiere di Como, che accoglie stabilmente 50 persone, e che è diventata, negli anni, meta di tanti volontari svizzeri. “La collaborazione con la Svizzera è quotidiana – racconta la giovane -: c’è chi viene semplicemente a portare cibo e aiuti materiali e chi, invece, decide di passare del tempo con noi, per creare una relazione con le persone accolte in parrocchia, semplicemente per incontrarle”. Georgia ricorda, in particolare, due associazioni svizzere con cui si è instaurata negli anni una relazione privilegiata: l’associazione Firdaus, molto attiva nei mesi dell’emergenza alla stazione S. Giovanni, e l’associazione Posti Liberi che si occupa di mediazione legale. “Negli anni scorsi, in particolare nel 2016, grazie alla collaborazione con gli avvocati di Posti Liberi – continua Borderi – siamo riusciti a far ricongiungere alcuni minori stranieri non accompagnati che erano accolti in parrocchia con i loro genitori o parenti che si trovavano in Svizzera. Vedere un ragazzo poter riabbracciare la propria madre è stata davvero una grande emozione”. Una collaborazione, quella tra Italia e Svizzera, che secondo l’operatrice “dovrebbe essere d’esempio per altre frontiere all’interno dell’Europa”.

Un confine che, purtroppo, per alcuni migranti ha però rappresentato la morte. Sono due le vittime registrate tra il 2017 e il 2018 nel tentativo di attraversare la frontiera. Per ricordarli, al termine dell’incontro, i due vescovi e tutti i presenti si sono fermati nella piazza antistante la basilica per un minuto di silenzio in ricordo di tutti i morti della frontiera. A seguire mons. Cantoni e mons. Lazzeri si sono incamminati verso la cattedrale di Como dove il pomeriggio si è concluso con la celebrazione della messa e un momento di festa insieme.
“Quella di oggi è stata un’occasione importante per ribadire le radici comuni del nostro impegno, consapevoli di come la solidarietà sia un pezzo importante di quel ponte che stiamo costruendo”, è la conclusione di Roberto Bernasconi, direttore della Caritas di Como, molto soddisfatto per la riuscita dell’iniziativa.
Perché, in fondo, gli fa eco Marco Fantoni, direttore di Caritas Ticino, il “confine è un’opportunità e non qualcosa che divide”. Giornate come queste sono qui a ricordarlo.

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Albania: focusing on everyone’s future and preventing the emigration of so many youths

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 15:41

Dialogue and the common good. These are two key-terms used by the Archbishop of Tirana-Durres, President of the Albanian Bishops’ Conference, in his remarks on the ongoing political crisis in Albania, two fundamental concepts to understand the political and social situation inside the Country. In fact, dialogue and the common good are two themes that are lacking in Albania’s political debate. There emerges a specific trait characterising a culture that excludes – or caricatures – the concepts of dialogue and common good. This attitude has deep roots, signalling a legacy of the Turkish empire and, in particular, of the Communist regime.

A poor culture of the common good has led to utilize natural resources and public works, patrimony of the Albanian people, for corrupt purposes and to conduct nepotistic business. The common good is thus viewed not as deserving protection and enhancement for social coexistence but as an easy prey for the appetites of individuals or clans. This explains why, for example, many public projects have been assigned through corruptive practices. Many natural resources like mines, rivers, thermal waters, highways, are assigned via dubious concessions. It is common practice to entrust the common good in return for political and economic favours.

It is hoped that the so-called justice reform will equally address the issue of bribery, as Albania was ranked the most corrupt Country in the Balkans and in Europe as a whole.

This requires a special effort – that we pledge to make also in our capacities as ecclesial community – to enhance the common good and step up related education programs,  while always putting the human person at the centre. Unfortunately this dimension is neglected by the political realm.

Strictly linked to this aspect is the lack of dialogue between political factions. A society such as the Albanian one, accustomed to the only Communist party’s monologue for 50 years, strives to identify the path of dialogue. Long before being a political virtue, dialogue is an anthropological virtue that is part and parcel of the social fabric. Its absence from the social fabric for various reasons entails its  absence also in the actions of those who were elected to represent the people.

This element of discord, that dates back to a historical period that precedes the past years of transition, can be compared to a wall or a virus that prevents dialogue from growing. Dialogue is not offered or accepted. Dialogue takes place on the basis of pre-existing convictions or decisions or for the purpose of “negotiating”, not to identify solutions aimed at ensuring a future of stability.
For the above-mentioned reasons Albania is often caught into these vicious cycles with no way out, entangled in unsolvable knots.

I believe that the contribution of the Church and of religions in general could consist in offering a model, alongside with an educational commitment in the communities with individuals or small groups directed at the common good and at dialogue.

Huge challenges lie ahead of us. Twenty years have passed since the fall of Communism.  Although it is a relatively recent past it’s time enough to strengthen the irreversible path towards Europe along with the creation of a democratic society where rule of law, respect for the common good and dialogue between political and social leaders and groups, are developed and sought by us all.

We shall overcome this critical moment only through a willingness to dialogue extended to the future of the people, especially by preventing the emigration of so many young people seeking a better life beyond Albanian borders.

(*) bishop of Rrëshen, Secretary General of the Albanian Bishops’ Conference

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Incontro abusi in Vaticano: quei passi che anticipano l’aurora

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 15:32

“Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi”. Con parole di Edith Stein – trucidata ad Auschwitz e, vent’anni fa, proclamata santa e patrona d’Europa – Papa Francesco tocca gli estremi della parabola relativa agli abusi sessuali su minori.

Innanzitutto, con l’autorità del primo fra gli Apostoli, chiama per nome l’oscurità, che genera e imbriglia la notte: nelle sue tenebre riconosce all’opera il mistero stesso del male.

Alza, così, il velo su un problema ancora sottostimato e di cui fino a un recente passato ci si proibiva perfino di parlare. Ne passa in rassegna la galleria di orrori, Barbablù nascosti sotto la maschera di genitori, parenti, allenatori, educatori e, purtroppo, sacerdoti: chiarisce che l’universalità del crimine non ne ridimensiona la mostruosità, ma giustifica la rabbia della gente, riflesso dell’ira di un Dio tradito. Si lascia trafiggere dal dolore delle vittime, dai loro stessi sentimenti di vergogna, confusione, paura, senso di colpa, sfiducia, disperazione.

Dalla saccoccia della Tradizione estrae il tesoro antico e sempre nuovo con cui reagire allo spirito del male: umiliazione, accusa di sé, preghiera e penitenza, misure spirituali che forgiano profeti e santi, capaci di attraversare la valle oscura senza smarrire la direzione.

In loro – nei profeti e nei santi – prende voce la Chiesa, che per porre fine alle violenze assume impegni precisi: la priorità della tutela del bambino sulla difesa dell’Istituzione dallo scandalo; la serietà che – mentre impedisce di insabbiare alcun delitto – ne assicura alla giustizia i responsabili; una selezione più rigorosa dei candidati al ministero, che escluda chi non ha maturità umana e spirituale, sapendo che “la grazia non supplisce la natura”; la configurazione dei ministri a Cristo e al suo Vangelo, quale esigenza e diritto del popolo di Dio; il rafforzamento delle Linee guida delle Conferenze episcopali (a maggio saranno approvate quelle italiane), perché non restino orientamenti, ma abbiano valore normativo, anche nello sviluppo della prevenzione nei diversi ambienti delle attività ecclesiali; la disponibilità a “perdere tempo” in quell’ascolto che guarisce nelle vittime le ferite e nei pastori l’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del levita, così distante dalla concretezza del buon samaritano; una maggiore consapevolezza di quanto la dipendenza dalla pornografia – a portata di mano nel mondo digitale – incida negativamente nella mente e nell’anima; infine, la cura pastorale delle persone sfruttate dal turismo sessuale e la collaborazione per arrivare a un quadro giuridico internazionale che consenta di perseguire delinquenti che nemmeno si riconoscono tali.

Sono gli impegni con cui domenica scorsa il Santo Padre ha concluso l’incontro in Vaticano. Sono altrettanti passi che, nella notte del mondo, anticipano l’aurora. Sui bastioni della storia, il popolo di Dio ne è sentinella vigile e operosa.

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Torino-Lione, quale futuro? Due visioni del mondo attorno a una linea ferroviaria 

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 10:12

Due diverse e inconciliabili visioni del mondo e, soprattutto, del futuro. Accade questo attorno al tema della realizzazione della nuova linea ferroviaria che dovrebbe unire Torino a Lione. Che ormai non è più quello che in realtà è – un semplice seppur tecnologicamente avanzato collegamento ferroviario -, ma è diventato motivo di profonde divisioni, moloch per alcuni, simbolo di progresso per altri. Non due binari che uniscono, ma che dividono due opposti approcci al progresso, distanti anni luce fra di loro e popolati da persone che non si capiscono le une con le altre.

Storia complessa, quella della strada ferrata che dovrebbe unire Italia e Francia attraverso le Alpi. Vicenda complicatissima dal punto di vista tecnico e politico, economico e sociale. Ma resa tale dal sovrapporsi di errori e superficialità d’approccio, così come da demagogie e strumentalizzazioni (da entrambe le parti) che ne hanno fatto uno degli esempi più noti al mondo dei mali italiani.

Torino-Lione: non una linea di treno che passa sotto le Alpi, ma una sorta di voragine che ingoia tutto. Ad iniziare dal buon senso. Addirittura il nome crea confusione. Non una ferrovia in grado di trasportare merci e persone, ma Tav al maschile se si intende un Treno ad alta velocità, Tav al femminile se si pensa ad una linea ferroviaria sempre ad alta velocità. Entrambe dizioni sbagliate. Lungo quella direttrice un treno ad alta velocità non ci passerà mai, visto che, tecnicamente, il collegamento dovrebbe essere quello di un Tac cioè di un Treno ad alta capacità di trasporto.

Ma al di là del nome, ciò che più conta è, adesso forse più di ieri, il confronto fra due orizzonti diversi di fronte all’opera. Un confronto paradossale perché, fra l’altro, ha la stessa base di partenza: l’ambiente e la sua conservazione.

Chi è contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lione, dice di esserlo perché la sua realizzazione rovinerà definitivamente una valle (quella di Susa), già tartassata dal punto di vista ambientale con due strade di grande percorrenza e un’autostrada; senza dire dei rischi determinati da cantieri lunghissimi e dalla presenza di rocce amiantifere nella montagna. Chi si oppone afferma anche che le risorse finanziarie da spendere nell’opera (comunque tante e troppe), potrebbero essere utilmente spese per altre opere più necessarie proprio alla conservazione dell’ambiente. E senza tenere conto del fatto che – visti i grandi progressi dell’economia e dei trasporti – presto le merci non viaggeranno più su strada e su ferro ma con droni e che comunque i grandi flussi di scambio hanno da tempo preso altre strade.

Chi, invece, vorrebbe la Torino-Lione realizzata presto e bene, muove dall’idea che le merci su strada siano ormai eccessive e che occorra trasferire il loro trasporto su ferrovia: questo farebbe bene proprio all’ambiente oltre che ai bilanci delle imprese e quindi all’occupazione e al progresso. Gli stessi, poi, guardano ai flussi di traffico, pensando che le merci e le persone viaggiano lungo i collegamenti più facili ed efficienti, ma che questi devono esistere per creare una domanda di traffico che altrimenti rimane nascosta e invisibile. Sempre chi è favorevole guarda poi alle nuove tecnologie come a strumenti per rendere i cantieri, la realizzazione delle grandi opere, gli investimenti infrastrutturali, la crescita dell’economia, più compatibili e attenti all’ambiente e al territorio. Circa l’ammontare delle spese da fare, queste sarebbero il minimo per consentire all’Italia di rimanere collegata all’Europa e al mondo.

Tutte e due le parti si dicono a favore di un ambiente migliore nel quale far crescere i propri figli, un ambiente dove le persone possano vivere meglio di oggi, con un livello di benessere più alto. Un’Italia più bella.

Ed è per un Paese più bello e vivibile che entrambe le parti in causa sono riuscite a riempiere le piazze.

Due visioni del mondo dunque, oppure una sola? Oppure ancora un gioco di ombre cinesi? Due miraggi diversi che sembrano fondersi e che invece di volta in volta cambiano a seconda della posizione di chi li osserva, della luce, dell’ora del giorno? Ciò che diverge sembra poi essere il percorso attraverso il quale raggiungere questo futuro agognato da tutti. Un futuro uguale eppure così diverso.

In mezzo c’è l’Italia. Che è fatta da quelle stesse persone che si ritrovano su barricate opposte e che non riescono a parlarsi. Vicini di casa che si guardano in cagnesco. Forse occorre ripartire proprio da questa condizione: da un Paese in affanno e da una capacità di dialogo che appare perduta e che deve essere ritrovata.

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Venezuela: repressione violenta e camion incendiati al confine. Vescovi: “Quello che è accaduto è un crimine che grida al cielo”

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 09:57

Doveva essere la giornata della liberazione o, quanto meno, la giornata della speranza, quella dell’arrivo in Venezuela dei sospirati aiuti internazionali. Un gesto caricato, da tutti gli attori in campo, da un grande valore simbolico. E’ finita con i camion degli aiuti incendiati sul ponte internazionale Simon Bolívar, che separa Colombia e Venezuela, da uomini con l’uniforme della Guardia nazionale boliviariana, fedele a Maduro, e con una repressione violentissima, sia alla frontiera con il Brasile, in particolare contro il popolo indigeno Pemón (con un bilancio ufficiale di 4 morti e ufficioso di circa 20), sia alla frontiera tra Colombia e Venezuela, con 285 feriti (37 in modo più grave). Maduro ha rotto le relazioni diplomatiche con la vicina Colombia. Durante la giornata di sabato 60 militari hanno disertato e giurato fedeltà a Juan Guaidó. Ma non è bastato, di fronte alla ferocia dell’Esercito e Guardia nazionale, secondo molti infarciti di mercenari cubani e paramilitari (ma nel caos attuale è ben difficile confermare la veridicità di molte affermazioni).
Così,

ora tutto il mondo si interroga e sono tanti i timori che la situazione possa precipitare.

Oggi a Bogotá si terrà un incontro del Gruppo di Lima, l’alleanza tra gli Stati americani che non hanno riconosciuto la presidenza di Maduro. La tensione è altissima e nessuna opzione è esclusa. “Che il regime sappia – ha detto Guaidó – che non rimarrò a braccia conserte di fronte al massacro che stanno realizzando nei nostri quartieri e villaggi. Oggi avete visto il peggior volto del regime. Il mondo lo ha visto per alcuni minuti, ma noi lo stiamo vivendo da anni”.

Scenario di grave incertezza. Padre Alfredo Infante, gesuita e direttore della rivista “Sic” del Centro Gumilla gestito dalla Compagnia di Gesù, commenta al Sir: “Sabato la reazione del regime è stata del tutto sproporzionata nell’uso della forza. Quanto accaduto mostra chiaramente il volto del Governo, che continua a rifiutarsi di vedere cosa pensa la maggioranza e le condizioni di povertà e difficoltà del popolo. Questo è un Governo capace di qualsiasi cosa per giustificare e mantenere le sue bugie. Noi, che viviamo nelle zone popolari sappiamo di vivere tra la vita e la morte. Sopravviviamo, non viviamo. E il Governo non vuole riconoscere questa realtà, negando il diritto all’alimentazione, alla salute, ai medicinali, usando la forza contro cittadini indifesi”.
Padre Infante prosegue: “Purtroppo

questo Governo, illegale, perché eletto al di fuori di quanto prevede la Costituzione, e illegittimo, perché non riconosciuto dalla grandissima parte della popolazione, ha rigettato tutte le proposte pacifiche e questa ci getta in uno scenario di grande e grave incertezza, perché prepara il terreno a un possibile intervento internazionale.

Non vedo positivamente questo scenario, perché purtroppo implicherebbe una situazione di guerra, che è sempre catastrofica, provoca la perdita di vite umane e porta con sé instabilità e una difficile governabilità. La via pacifica sarebbe quella di convincere Maduro a non portare il paese alla catastrofe. Io spero che in questi giorni cessi l’usurpazione, anche se non sono ottimista, hanno mostrato di essere disposti a qualsiasi cosa per restare aggrappati al potere, rinunciare al Governo per il bene comune presuppone una grandezza umana che chi sta al potere oggi non sta mostrando. Certo, la comunità internazionale continuerà a fare pressione”.

Il massacro dei pemónes. Se gli occhi del mondo erano puntati sulla frontiera colombiana, forse ancora più grave è la situazione ai confini con il Brasile. Una fonte Sir, da Santa Elena di Guairen, rivela il massacro dei pemónes, un popolo pacifico che fino a ieri non sapeva neppure cosa fosse una bomba lacrimogena: “E’ stato terribile! Ci sono molti morti, venti confermati, sono tanti per un popolo così piccolo, un centinaio di feriti, i carri armati cercavano di colpire la gente come si gioca alla playstation”.

La Chiesa resta vicina al suo popolo. Intanto la Chiesa venezuelana continua a restare accanto al suo popolo, come dimostrano alcuni gesti e alcune prese di posizione da parte di vescovi.
Mons. Felipe González, vescovo del vicariato apostolico del Caroní, ha accompagnato ieri gli indigeni del popolo Pemón, nella loro protesta per chiedere la fine della violenza e l’arrivo degli aiuti umanitari.

Mons. Felipe González, Obispo del Vicariato Apostolico del Caroní acompañó al pueblo Pemón, en el Escamoto, para pedir el cese de la violencia y la entrada de la ayuda humanitaria. La respuesta es de indiferencia y de NO escucha a la petición realizada pic.twitter.com/QzWXyEgxH9

— CEV (@CEVmedios) 24 febbraio 2019

Ancora sabato, mons. Mario Moronta, vescovo di San Cristóbal (la diocesi frontaliera con la Colombia) e vicepresidente della Conferenza episcopale venezuelana, aveva rivolto un accorato appello audio alle forze armate e di polizia: “Il nostro messaggio non solo non è stato ascoltato, ma è stato messo da parte. Vogliamo essere solidali con coloro che si trovano alla frontiera. Facciamolo con spirito di convivenza pacifica. Desidero rivolgere nuovamente

un appello ai nostri fratelli della Forza armata nazionale, nelle sue varie componenti, perché agiscano in conformità alla Costituzione e alla legge.

È da condannare la quantità di feriti e vittime. Il sangue dei nostri fratelli chiede giustizia di fronte a Dio”.
Ieri l’altro vicepresidente della Cev, mons. Raul Biord, vescovo di La Guaira, ha scritto: “Quello che è accaduto alla frontiera è un crimine che grida al cielo. L’attacco e l’assassinio di civili disarmati da parte di bande armate e la distruzione di medicine e alimenti implica una grave responsabilità secondo il diritto internazionale, che prevede forti sanzioni”.

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Elezioni europee: un decalogo per la famiglia. Patto per la natalità, lavoro, giustizia fiscale

Agenzia SIR - Mon, 25/02/2019 - 09:39

“Incoraggiare i candidati alle elezioni al Parlamento europeo a impegnarsi per promuovere politiche favorevoli alle famiglie (family mainstreaming)”: è l’obiettivo dichiarato della campagna “Vote for the Family” lanciato dalla Fafce, la Federazione delle associazioni familiari cattoliche presenti nei Paesi dell’Unione europea (Federation of Catholic Family Associations in Europe). In vista delle elezioni del 23-26 maggio la Fafce – sede a Bruxelles, presieduta da Antoine Renard, raccoglie una quindicina di associazioni – ha prodotto un vero e proprio “decalogo”: ogni famiglia e associazione è invitata “ad alzare la voce per chiedere politiche favorevoli alla famiglia”, sulle quali impegnare i futuri eurodeputati, nella consapevolezza che “le decisioni assunte dall’Ue influenzano la vita quotidiana di ogni famiglia” in tutto il continente. Il manifesto sarà presentato a Bruxelles il prossimo 2 aprile.
Inverno demografico. “In qualità di candidato alle elezioni europee, mi impegno a riconoscere il valore del volontariato e del lavoro domestico svolto dai padri e dalle madri di famiglia, come fondamentali contributi di coesione sociale”: inizia così la dichiarazione che i candidati all’Euroassemblea sono invitati a sottoscrivere on line. All’atto di prendere decisioni politiche, il deputato si impegnerebbe su 10 punti. Il primo riguarda un “patto europeo per la natalità”: “L’inverno demografico – si legge – è una silenziosa emergenza che riguarda tutti gli Stati europei. All’Europa occorre una primavera demografica. I figli sono il nostro principale bene comune. Mi impegno ad aumentare la consapevolezza in merito al declino demografico dell’Europa, proponendo provvedimenti e strumenti concreti volti a mutare gli attuali orientamenti”. Il “family mainstreaming” è il secondo punto: “La famiglia è la pietra angolare della società. L’Ue deve tener conto delle famiglie europee in tutte le sue decisioni, rispettando il principio di sussidiarietà”. Da qui l’impegno a promuovere il concetto di valutazione d’impatto familiare per ogni politica settoriale.

Giustizia fiscale. Sostenere le voci delle famiglie è il terzo elemento sottolineato: “Le associazioni familiari sono la voce delle famiglie articolandone autenticamente i fabbisogni e aumentando il loro impegno nella società civile”. Ne consegue la necessità di far riconoscere “il contributo e il ruolo dell’associazionismo familiare nella definizione e nello sviluppo dei programmi europei”. Quarto aspetto: l’“economia al servizio della famiglia”, considerando che essa è “fonte di resilienza per la società e un aiuto nell’alleviare le difficoltà delle finanze pubbliche”. In questo senso servono “politiche pubbliche che riconoscano la dignità della famiglia e il suo ruolo economico fondamentale per il bene comune, lavorando a favore della giustizia fiscale e promuovendo buone pratiche come la ‘Carta europea della famiglia’”.

Lavoro, inclusione sociale. Il “lavoro dignitoso per ogni famiglia” è il quinto nodo da dipanare, perché la famiglia “è il naturale attore-chiave per promuovere l’inclusione sociale”. Ed ecco la richiesta di politiche che “considerino il mercato del lavoro non solo in termini di economia e di finanza, ma che si focalizzino innanzitutto sui talenti personali, come attiva modalità di partecipazione al bene comune e strumento di prevenzione della povertà”. Esplicita poi la richiesta di riconoscere il valore del lavoro casalingo e del volontariato “come fondamentali contributi di coesione sociale”. Sesto punto – una delle tradizionali “battaglie” della Fafce e delle associazioni ad essa affiliate – è l’equilibrio tra vita familiare e impegno professionale: la famiglia, spiega il manifesto steso per le prossime elezioni, “dovrebbe essere un punto da cui partire per la definizione delle condizioni lavorative, per offrire modi di vita e di condivisione del tempo tali da garantire il mantenimento di dinamiche demografiche positive e contribuire così alla coesione sociale”. Ai politici di tutti i Paesi dell’Unione si chiede di “favorire una migliore articolazione dell’equilibrio tra vita familiare e vita professionale per il bene della famiglia, includendo la domenica come giorno di riposo settimanale per tutti”.

Motore di generatività. Riconoscere la complementarietà donna-uomo è il settimo argomento sollevato: “La famiglia è motore primario di generatività di tutta la società”. L’impegno è a “riconoscere la complementarietà tra uomo e donna, rifiutando ogni tentativo di cancellare le differenze sessuali attraverso politiche pubbliche”. Ne consegue il paragrafo successivo: “rispettare e promuovere l’istituto matrimoniale”. Il documento afferma: “Vincoli familiari più forti contribuiscono a migliorare il benessere individuale. L’Unione europea e gli Stati membri sono tenuti a rispettare l’istituto del matrimonio e a promuovere le migliori pratiche per prevenire fallimenti matrimoniali”. Alla luce del principio di sussidiarietà, i candidati sono chiamati a contrastare “qualsivoglia interferenza dell’Unione europea nella definizione legale del matrimonio”.

Rispetto della vita. Punto numero nove: “rispettare la dignità umana della vita dal suo inizio al suo naturale compimento”. Torna uno dei temi-cardine della presenza cattolica nello spazio pubblico europeo: “La famiglia è il luogo naturale dove ogni singola vita è benvenuta. Mi impegno a rispettare – si legge – la dignità della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale. Sosterrò tutte le buone pratiche e le politiche volte al prendersi cura di tutti i bambini, prima e dopo la nascita, e delle loro madri, nonché delle loro famiglie adottive o di affido”. Non da ultimo – decima sottolineatura – il ruolo dei genitori: “padre e madre primi e principali educatori dei figli”. Le famiglie “hanno sempre favorito una prospettiva di più lungo termine, preparando un futuro più sostenibile”. Ne deriva l’impegno affinché l’Unione europea in tutti i programmi educativi rivolti ai giovani “rispetti e promuova i diritti dei genitori a educare i propri figli secondo le proprie tradizioni culturali, morali e religiose, tese a favorire il bene e la dignità di ciascun figlio”.

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