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Santi della porta accanto. Fanno il tifo per noi e accendono la speranza

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 11:51

Sono i nostri amici. Non ci lasciano soli. I santi ci guardano dagli spalti del cielo, ci incoraggiano e fanno il tifo per noi. Ne ho avuto la certezza mentre passavano davanti ai miei occhi le immagini luminose di alcuni beati o venerabili: Chiara Luce Badano, Carlo Acutis, Enrique Shaw, Chiara Corbella Petrillo, Marta Obregón, Angelica Tiraboschi e Guadalupe Ortiz de Landázuri. In realtà erano solo foto, ma i loro volti sorridenti prendevano vita nelle parole di chi li ha conosciuti o ne sta seguendo la causa di beatificazione. Cornice delle testimonianze, la giornata di riflessione sulla santità laicale promossa lo scorso 30 aprile a Roma, presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel contesto dell’imminente beatificazione di Guadalupe Ortiz de Landázuri, il prossimo 18 maggio a Madrid.

Chiara Luce Badano. “Per me, non credente, oggi Chiara è il classico piede che si infila nella porta per impedire che si chiuda del tutto, quello spiraglio necessario perché nel mio cuore possa sopravvivere la speranza che è la fede di chi non ce l’ha”. Con queste parole Franz Coriasco, giornalista, amico e biografo della Beata, ricorda Chiara (1971-1990), “la giovane dal sorriso aperto” che disse:

“Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”.

“Mi ha insegnato – dice tra l’altro Coriasco – la responsabilità che ciascuno di noi ha verso se stesso e il mondo che lo circonda, il valore dell’umiltà, l’importanza di ascoltare più che di parlare”.

Carlo Acutis. Parlando del “nativo digitale innamorato dell’Eucaristia” (1991-2006), morto a soli 15 anni e che Papa Francesco ha dichiarato venerabile pochi mesi fa e additato come esempio per tutti i giovani nella “Christus vivit”, Federico Piana, giornalista di Radio Vaticana Italia, lo definisce “un’anima eucaristica che chiamava l’Eucarestia ‘la mia autostrada per il cielo’”. Ricevuta la Prima comunione a sette anni, “non è mai mancato alla Messa quotidiana e all’adorazione eucaristica prima e dopo”. Pur essendo solo un ragazzo “si prodigava per aiutare i più poveri, e sempre con il sorriso sulle labbra”. E diceva:

“Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”.

Enrique Shaw. “Voleva bene agli operai, parlava loro con lealtà e chiarezza, convinto che l’imprenditore avesse un dovere di servizio, di promozione umana del personale e di costruzione della pace sociale. Prese posizione contro la cultura dello scarto e degli esclusi respingendo ogni sorta di speculazione finanziaria”. Silvia Correale, postulatore della causa di beatificazione del Servo di Dio (1921-1962), imprenditore argentino che visse i valori in cui credeva ed era solito chiedersi:

“Siamo convinti di essere incaricati di migliorare il mondo e di poterci riuscire?”.

Correale ne evidenzia la generosità verso i poveri e l’impegno per la giustizia sociale. Ma anche nel suo matrimonio e nell’educazione cristiana degli otto figli.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Chiara Corbella Petrillo. Padre Romano Gambalunga, postulatore della causa di beatificazione della serva di Dio (1984-2012), ne mette in luce la luminosità e ricorda le innumerevoli richieste di preghiere e di testimonianze che stanno ricevendo i suoi familiari da tutto il mondo. Dio, osserva, “si conosce anche attraverso i santi, e la santità di Chiara è di giovamento a tutti: laici, sposi, religiosi, consacrate”. Una notte, durante la malattia, “ha vacillato nella fede. In quel momento ha chiesto la grazia di non essere tentata oltre le proprie forze”. Con il marito Enrico “ha vissuto il capovolgimento della fede”, convinta che il suo compito fosse accogliere i figli ricevuti da Dio e definiti dai medici “incompatibili con la vita” fino a riconsegnarli nelle Sue mani. “Nascere e lasciarsi amare: questa la sua regola di vita”. Nella sua grave malattia

“non chiese mai la grazia della guarigione ma di continuare a credere”.

Marta Obregón Rodríguez. Della serva di Dio, studentessa spagnola e “martire della purezza” (1969-1982), parla Antonio Riquelme, responsabile del Cammino neocatecumenale per la causa di Marta. “I suoi amici – dice – raccontano che aveva il presentimento che la sua vita sarebbe stata più breve di quanto si potesse pensare”.

“Dio è la cosa più importante della mia vita”,

amava ripetere. Una sera, mentre stava aprendo la porta di casa, venne caricata di peso in un’auto e in seguito trovata morta dopo avere resistito con tutte le sue forze a un violentatore seriale che di fronte al suo rifiuto la uccise a coltellate.

Angelica Tiraboschi. “Per me mia figlia poteva essere madre, zia, maestra. La sua fede era imponente”, sostiene Marcello, padre della studentessa “gioiosa testimone nella Croce” (1995-2015), ammalatasi di tumore a 18 anni, che incoraggiava i genitori definendo la sua malattia “la Croce di Cristo”. “Angelica mi ha insegnato a crescere, a vivere anche attraverso il dolore, a credere e ad avere il coraggio di morire sapendo accettare totalmente il disegno di Dio”, scandisce Marcello rievocando i momenti di disperazione che hanno seguito la morte della figlia, la sua lotta contro la malattia, la sua convinzione che

“il Signore fa di ognuno di noi un capolavoro”.

E conclude: “Angelica assicurava: ‘Il meglio deve ancora venire nella resurrezione’”.

Guadalupe Ortiz de Landázuri, una delle prime donne a far parte dell’ Opus Dei, verrà beatificata il prossimo 18 maggio a Madrid. Nelle sue lettere al fondatore Josemaría Escrivá, Guadalupe riconosceva i propri limiti: “Sono un disastro, ma eccomi”. A delineare i tratti della venerabile spagnola (1916 – 1975), prima fedele laica dell’Opera ad essere innalzata agli altari, è Carla Vasallo, del Comitato internazionale per la beatificazione. Insegnante di chimica, Guadalupe ha svolto un ampio apostolato in Messico e negli altri luoghi dove ha vissuto, ed è stata a Roma dal 1956 al 1957. “I santi – osserva Vasallo – si caratterizzano per la gioia che esprimono e Guadalupe non fa eccezione, il suo sorriso ne rispecchiava il cuore innamorato di Dio e la sua risata era contagiosa”. Che cosa ha fatto di speciale per essere beatificata? “Pur avendo molti talenti,

la sua vita è stata normale, ma la sua normalità è stata piena di Dio.

Per molti, l’incontro con Lui è iniziato dall’incontro con lei”.

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Maria: Virgili (biblista), “una donna trasgressiva che insegna alla Chiesa il gioco di squadra”

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 09:51

“Uno squarcio di luce nel cielo”, una donna la cui “autorità” deriva dalla capacità di fare scelte coraggiose e controcorrente, foriere di “una profezia sempre valida” che ha il suo simbolo più eloquente nel Magnificat: “il testo letterario più bello del mondo, insieme alle Beatitudini”, dove la Madre di Gesù anticipa e ricapitola il sogno di Dio. La biblista Rosanna Virgili descrive così – per il Sir – la figura di Maria, all’inizio del mese tradizionalmente a lei dedicato. E ammonisce: “La questione della donna è decisiva nella Chiesa, che ha estremamente bisogno dell’apporto femminile. Il mese mariano può essere l’occasione per una rilettura in chiave più contemporanea, e non dolciastra e melensa, della figura di Maria. Non c’è futuro nella Chiesa se alle donne non si riconoscono, semplicemente, i servizi che svolgono. In un tempo come il nostro, in cui il clericalismo sta risorgendo, la Chiesa è spacciata, se invece di progredire torna indietro sulla questione femminile”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La devozione mariana accompagna il pontificato di Francesco fin dal suo esordio. Cosa significa per il Papa, e per la Chiesa, il mese mariano che tradizionalmente celebriamo a maggio?
Fin all’inizio Papa Francesco ci ha rivelato la sua speciale devozione alla Madonna dei nodi. Credo sia stato un messaggio che si è radicato fortemente presso i cattolici. Ognuno ha un aspetto della Madonna, o un Santuario, un “particolare” a cui si affida: la devozione mariana è molto diffusa, anche in Europa, e questo è molto bello. Chi è Maria? È quella persona che, dentro il nostro pantheon religioso dove trovano posto Gesù e il Padre, interviene nei momenti dei nodi difficili che a volte ci stringono nella vita. La Madonna che scioglie i nodi, tanto cara a Bergoglio, è una metafora di tutto questo. L’altro aspetto tipico del pontificato del Papa argentino è l’accento così forte che pone sulla maternità della Chiesa: la Chiesa come madre, la cui grandissima icona è la Madre di Gesù. Si tratta di un aspetto che connota profondamente l’attuale pontificato: il rapporto con Maria come madre e il desiderio di proporre la maternità come cifra stessa della Chiesa. Già i Padri della Chiesa, quasi due millenni fa, avevano fatto questo accostamento, ma Francesco ha avuto il merito di riportarlo alla ribalta.

“La Chiesa è madre, Maria è più importante degli apostoli”, ripete il Papa, che a più riprese ha auspicato una maggiore presenza delle donne nella Chiesa, “là dove si prendono le decisioni”, come si legge nell’Evangelii gaudium.
È un nodo che spero che la Madonna possa sciogliere. Il Papa ha detto chiaramente che l’eventuale disagio delle donne cattoliche è dovuto al fatto che, nella Chiesa, l’autorità è affidata esclusivamente ai vescovi, in quanto successori degli apostoli. La donna non ha accesso a nessun tipo di autorità: si trova a non avere i “munera” che, invece, spettano al clero. Francesco ha ragione, Maria era più importante di tutti gli apostoli: nei Vangeli è così, la Madre di Gesù ha auto un’autorità che nessun altro ha avuto, umanamente parlando. Tuttavia, a mio avviso la figura di Maria va riletta da questo punto di vista.

La tradizione cattolica, infatti, tramite la figura di Maria ha veicolato un femminile remissivo, docile, di retroguardia.

Ma la figura della Madonna va ben oltre e il suo vero “ritratto” è ancora tutto da affrontare. In questo senso, le riforme auspicate dal Papa sono davvero urgenti. La questione della donna è decisiva, nella Chiesa, che ha estremamente bisogno dell’apporto femminile. Il mese mariano può essere l’occasione per una rilettura in chiave più contemporanea, e non dolciastra e melensa, della figura di Maria.

Se dovesse tracciare un ritratto “aggiornato” della Madre di Gesù, quali pennelli userebbe?
Oltre alla verginità e alla maternità – tratti costitutivi della figura di Maria che andrebbero riletti nel 2019 tenendo conto che per tante donne molte cose sono cambiate intorno a questi due temi – tra i tanti aspetti della Madre di Gesù ce ne sono alcuni estremamente eloquenti. Innanzitutto, la scelta:

Maria sceglie da sola, quando l’Angelo va da lei, e dimostra uno straordinario coraggio, in un’epoca in cui le donne non venivano neppure salutate, perché considerato soltanto mogli, madri, figlie o sorelle di un maschio.

Poi l’uscita dal privato: Maria aveva già una sua vita, era già promessa sposa, cioè come se fosse sposata. Per mettersi a servizio di un servizio più grande, ha lasciato tutto per il suo popolo e per il mondo: una lezione importante per le giovani donne di oggi, molto ripiegate su se stesse. Maria, inoltre, ha voluto vedere, “navigare” il futuro: è stata trasgressiva sulle leggi. Se a Giuseppe non fosse apparso in sogno l’Angelo, sarebbe stata rimandata al padre che l’avrebbe fatta lapidare pubblicamente perché era incinta.

Ha avuto il coraggio della trasgressione per un bene più grande: una lezione, questa, che potrebbe essere utile all’Europa, che si sta richiudendo, e anche alla Chiesa.

Quand’è, infine, che Maria dice sì all’Angelo? Quando apprende che anche sua cugina Elisabetta sta per partorire. È questa notizia che la sblocca: Maria sa che da sola non può realizzare questo grande sogno, ha bisogno della compagnia di una sorella, di un’amica. Questo dice molto a un Occidente individualista e a tanti giovani spesso soli, incapaci di relazioni. La Visitazione è la realizzazione dell’inizio del Vangelo: insieme, Maria e Elisabetta si rivelano l’una all’altra. Tramite il suo rapporto con lei e con le altre donne, Maria indica che c’è una comunità: insegna alla Chiesa l’importanza di un lavoro di squadra. La Chiesa, invece, fa fatica a lavorare insieme: basti pensare alla frattura tra maschi e femmine, giovani e vecchi, laici e chierici.

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Virgili (biblical scholar): Mary, “a non-conforming woman who teaches the art of teamwork to the Church”

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 09:51

“A ray of light in the skies”, a woman whose “authority” stems from her ability to take courageous, counter-current decisions, harbingers of an “ever-valid prophecy” whose most eloquent symbol is the Magnificat: “the most beautiful literary text in the world, along with The Beatitudes”, in which the Mother of Jesus anticipates and recapitulates God’s dream.” Biblist Rosanna Virgili thus described the figure of Mary to SIR at the beginning of the month traditionally devoted to the Holy Virgin. The scholar pointed out: “the question of women’s role is decisive in the Church, in dire need of female contribution. The Marian month can provide the opportunity to reinterpret the figure of Mary from a more contemporary perspective that is neither “sugary” nor vapid. There is no future in the Church if the services carried out by women are not recognized. In our present times, marked by a resurgence of clericalism, if instead of progressing the Church backtracks on the woman question she will be doomed.”

Marian devotion accompanies Francis’ pontificate since its inception. What does the Marian month that we traditionally celebrate in May mean for the Pope and for the Church?
Pope Francis revealed to us his special devotion to Our Lady Undoer of Knots since the beginning. I believe this message has taken deep roots among the Catholic community. Each one is devoted to a “particular” aspect of the Holy Virgin, or a Shrine. Marian devotion is greatly widespread also in Europe, and this is a beautiful thing. Who is Mary? She is the person who in our religious pantheon where we find Jesus and the Father, intervenes in the critical knots that occasionally ensnare our lives. The Holy Virgin Undoer of Knots, to whom Bergoglio has a special devotion, is a metaphor of this. The other aspect typical of the Pontificate of the Argentine Pope is the strong focus on the maternity of the Church: the Church as a mother, whose great icon is the Mother of Jesus. This aspect deeply characterizes the present pontificate: the relationship with Mary as mother and the desire to propose maternity as the very style of the Church. The Church Fathers had made this connection almost two thousand years ago, but Francis has the merit of having rejuvenated it.

“The Church is mother, Mary is more important than the apostles”, the Pope said on many occasions, calling for a greater presence of women inside the Church, “where important decisions are made”, as we read in Evangelii gaudium.
This is a knot which we hope Mary will undo. The Pope has clearly said that the possible discomfort of Catholic women is due to the fact that inside the Church authority is exclusively entrusted to the bishops, for they are the successors of the apostles. Women cannot exercise any form of authority: they are in  a condition of lacking  the “munera”, which in fact is ascribed to the clergy. Francis rightly affirms that Mary was the most important of all apostles. As we read in the Gospels, humanly speaking, the authoritativeness of the Mother of Jesus is second to none. However, in my opinion the figure of Mary ought to be reinterpreted from this perspective.

In fact, through the figure of Mary the Catholic tradition has transmitted a remissive, docile and rearguard feminine figure.

But the figure of Mary extends much further and her true “profile” is yet to be addressed in full. In this respect, the reforms called for by the Pope must be carried out without further delay. The question of the role of women in the Church, that direly needs the female contribution,  is of crucial importance. The Marian month can thus provide the opportunity for a contemporary re-reading of the figure of Mary, distant from a “sugary, vapid” interpretative key.

If you were to depict an “updated” portrait of the Mother of Jesus, what brushes would you use?
In addition to virginity and maternity – constitutive traits of the figure of Mary that should be re-read in 2019, mindful of the fact that for many women the situation with respect to these two issues has changed – among the many features of the Mother of Jesus there are some that are extremely eloquent. First of all, choice:

Mary chooses alone, when the Angel visits her, and she displays an extraordinary courage, at a time when women were not even greeted because they were merely seen as the wives, mothers, daughters of sister of men. 

Beyond the private sphere: Mary already had her a life of her own, she was already betrothed, which meant that she was already married. In order to minister to a loftier service she left everything she had for the benefit of her people and for the world. This is an important lesson for young women today who are folded in on themselves. Furthermore, Mary wanted to see, to “navigate” the future and for that she went against the rules. If the Angel had not appeared in Joseph’s dream, she would have been sent back to her father who would have ordered her public stoning for being pregnant.

She had the courage of breaking the rules for a greater good. This lesson could be useful to a Europe that is closing in on itself, and also to the Church.  

Finally, when does Mary consent to the Angel’s request? When she learns that also her cousin Elisabeth is about to give birth. This news represents a breakthrough for her. Mary is aware that she cannot accomplish this great dream on her own, she needs the support of a sister, of a friend. This is a powerful message to an individualistic Western world, and to many young people who are often lonely and incapable of establishing relationships. The Visitation is the accomplishment of the beginning of the Gospel: together, Mary and Elisabeth reveal themselves to each other. Through her relationship with her and with the other women, Mary shows that there is a community: she teaches the importance of teamwork to the Church. Conversely, the Church strives to work as a team: let it suffice to reflect on the divide between male and female, young and old, laity and clerics.

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Nell’agenda economica del Governo hanno prevalso i rinvii

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 09:10

Quando tutte le economie non stanno benissimo, chi sta molto male viene notato meno. Quando tutti devono fare campagna di voto alcuni comportamenti pre-elettorali si mischiano ad altri. Quando i controllori sono in scadenza il loro intervento rischia di essere interlocutorio.

Più si avvicina la consultazione europea del 26 maggio e più è forte, in chi è sotto osservazione, la tentazione di “buttare in politica” ogni critica puntuale. Il prossimo primo giugno sarà un anno dall’entrata in scena del Governo Lega-5Stelle e sul secondo semestre si stanno caricando le attese per decisioni rinviate in dodici mesi molto pre-elettorali. Tanti gli annunci e altrettanti gli auspici. Anche nel recente vertice in Cina, il Primo ministro Giuseppe Conte ha illustrato le misure che dovrebbero favorire la crescita, l’espansione, i consumi e l’occupazione. Sempre che lo scontro sui dazi Usa-Cina si concluda rapidamente, che le banche centrali mantengano disponibilità di denaro all’economia, che Brexit e petrolio non portino altre brutte sorprese.

In questo clima sospeso, le agenzie di rating non vogliono modificare i loro giudizi sulla solvibilità (capacità di restituire capitali e interessi) della debole Italia. Lo spread (differenza di rendimento fra titoli pubblici decennali italiani e tedeschi) resta alto e per detenere Btp e simili gli investitori professionali e privati chiedono un rendimento del 2,5-2,8% (poco lontano dai titoli greci, valutati come i più rischiosi in Europa).

Nessun dramma, ma anche nessun beneficio, dalla decisione di Standard&Poor’s (una delle maggiori agenzie di rating), di non peggiorare il voto sull’Italia pur con previsioni negative per la crescita molto debole e lo sforamento prevedibile degli obiettivi di conti pubblici.

I dubbi interni e internazionali non mancano; finora non si sono trasformati in fuga drammatica dai titoli di Stato o dalle azioni quotate in Borsa (addirittura in recupero del 18% sul negativo 2018). Ma le Borse hanno loro percorsi non sempre guidati dalle sole prospettive e gli equilibri di prezzo si formano e si dissolvono quando l’azione molto deprezzata viene comprata e rivenduta a valori più alti. Non necessariamente rispecchiano le migliori prospettive aziendali. Piazzaffari pesa poi molto poco fra le Borse europee e tutte in questi mesi si sono mosse scrutando nuvole o spiragli della trattativa Usa-Cina.

Quando, il 27 maggio, l’Esecutivo potrà abbandonare la tattica del “buttare la palla avanti”, di rinvio al futuro per non scontentare elettori, l’agenda sarà impegnativa e riguarderà più l’economia che la finanza. Dall’Alitalia, che tanto più diventerà pubblica tanto più costerà ai cittadini, alla Fase due di rilancio dell’Ilva, Tav, Flat Tax, le privatizzazioni di società e beni demaniali, l’abbraccio con la Cina per la Via della Seta (visto con sospetto dagli Usa) e tanto altro per alimentare un Pil (Prodotto interno lordo) molto deludente. C’è un’agenda d’emergenza anche per i conti pubblici per scongiurare la temuta imposta patrimoniale. Una tassazione straordinaria su quanto accumulato nel tempo che, pur smentita da tutti, è presa in esame dagli analisti come ipotesi estrema per dare una sterzata. Per evitare quell’aumento dell’Iva (ora al 22%) al 24,2% nel 2020, e anche peggio l’anno successivo, che renderebbe più costosi i principali consumi.

Il Governo non ne vuole sentire parlare e preannuncia misure alternative. Quali? Non sono per ora precisate e l’unica certezza è l’utilizzo di due miliardi in cassaforte, non spesi e disponibili per far fronte all’emergenza.

A giugno la Ue potrebbe rispolverare procedure d’infrazione e aggiungere all’agenda una manovra correttiva. Ma a Bruxelles ci sarà da formare un nuovo Parlamento e una nuova Commissione. Il clima di sospensione rischia di prolungarsi fino all’estate. O anche dopo.

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Europa alle urne. Ferrarini (Confindustria), “rimettere al centro lavoro, giovani e imprese”

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 08:52

“L’Unione europea deve cambiare passo, deve cambiare procedure decisionali e regole del gioco per rispondere alle sfide poste dalla trasformazione globale, a cominciare dalla sua architettura istituzionale”. Lisa Ferrarini, classe 1963, consigliere delegato del Gruppo agroalimentare Ferrarini, è vicepresidente per l’Europa di Confindustria: intervistata dal Sir, riflette a tutto campo, anche in vista delle elezioni del 26 maggio, sul processo di integrazione economica e politica, sul Brexit (“una crisi al buio, da irresponsabili”), le fake news e la disinformazione che definisce “propaganda”.

A poche settimane dal voto per il rinnovo dell’Europarlamento a che punto si trova, a suo avviso, il processo di integrazione europea?
Il processo di integrazione, in oltre sessant’anni, è riuscito a garantire pace e prosperità e a creare un modello di sviluppo invidiato. L’Unione ha lavorato bene sul fronte della pace e meno bene sul fronte della prosperità e della protezione. Oggi si parla molto del futuro del processo di integrazione e l’insoddisfazione per l’assetto burocratico e autoreferenziale dell’attuale governance dell’Unione europea ha generato un dibattito pubblico nazionale in tutti gli Stati membri, facendo emergere un diffuso malcontento tra chi non ha un lavoro o non arriva a fine mese o chi sente su di sé il peso della precarietà e scarica la propria frustrazione anche sull’ondata migratoria. Questo ci dice che i traguardi raggiunti non sono più sufficienti. Il mondo è cambiato, le sfide sono globali e i bisogni si sono evoluti. In questi ultimi anni, si è fatta strada l’idea che l’Unione europea non sia in grado di proteggere i suoi cittadini dalle minacce esterne e che li esponga, sul piano interno, a minori garanzie e diritti, generando impoverimento e precarietà. Con questo clima politico, sociale ed economico, il rischio che il progetto di integrazione compia passi indietro è concreto, e questo ci preoccupa perché noi imprenditori siamo ontologicamente europeisti. Per noi l’Europa è imprescindibile.

“Cambiare l’Europa”: questo, dunque, il mantra ricorrente. Ma di quali riforme avrebbe effettivamente bisogno l’Ue? Come riavvicinare i cittadini al progetto europeo?
Non possiamo più permetterci di mettere in campo le stesse politiche e di seguire le stesse procedure, come se nulla, nello spazio pubblico, si fosse prodotto, in particolare in questi ultimi anni. L’Unione europea deve cambiare passo, deve cambiare procedure decisionali e regole del gioco per rispondere alle sfide poste dalla trasformazione globale, a cominciare dalla sua architettura istituzionale, che la rende troppo lenta e spesso inefficace, passando per le regole della concorrenza, che penalizzano le nostre imprese nel confronto con giganti economici come Cina e Stati Uniti. Il metodo intergovernativo, basato sul coordinamento e la volontà dei governi nazionali, specie quelli più forti, ha accresciuto la sfiducia tra i Paesi, allontanando i cittadini dall’Ue e aumentato la percezione di un’Europa tecnocratica e poco democratica. Per garantire che l’Unione europea non sia percepita come mera burocrazia, sarà necessario promuovere non solo una integrazione economica, ma soprattutto politica e sociale. Il centro decisionale andrebbe spostato verso le istituzioni europee, attraverso l’uso del metodo comunitario, e andrebbe sostenuto da un’adeguata legittimazione democratica, avendo come primo obiettivo i reali bisogni dei cittadini.

Disinformazione, fake news: un rischio evidenziato in vista delle elezioni europee. È possibile che i populismi crescano anche grazie a questo “terreno di coltura”? Benché la crisi economica e quella migratoria abbiano lasciato segni pesanti…
L’Unione europea è in piena crisi di identità. E questa crisi di identità si lega a doppio filo al clima di sfiducia, malcontento e preoccupazione che attraversa innanzitutto il cosiddetto ceto medio. Del “Patto di stabilità e crescita” i cittadini in questi ultimi anni hanno visto solo la ricerca quasi ossessiva della stabilità. A causa della crisi e delle misure adottate per tentare di limitarne gli effetti, si è fatta strada la sensazione che fossero esclusi da decisioni cruciali per il loro avvenire, così alimentando la propaganda sull’Europa dei burocrati, delle banche, della Germania che comanda, e così via. Le fake news esistono e possiamo più semplicemente definirle “propaganda”. In questi anni, abbiamo lasciato che si raccontasse la parte “ostile, punitiva e burocratica” dell’Unione europea, trascurando una narrazione sugli aspetti positivi e sulla descrizione della filiera delle responsabilità politiche di decisioni o inazioni. La sfida oggi non è contrapporre propaganda a propaganda ma tentare di affermare un racconto quanto più vicino alla realtà: e la realtà ci dice, al netto dei molteplici errori compiuti, che stare insieme per oltre sessant’anni ci ha fatto bene, portando pace e prosperità a famiglie e imprese. Pensare di mettere in discussione il processo di integrazione aprendo una crisi al buio come quella voluta dal popolo britannico è da irresponsabili!

Il Brexit è comunque un segnale politico all’Ue. Ma esso può comportare anche un problema economico e commerciale. Quale il punto di vista di Confindustria?
Per noi l’accordo di recesso raggiunto dai negoziatori rappresenta il miglior compromesso possibile, che consentirebbe di dare una certezza giuridica che mitighi l’impatto della Brexit, permettendo alle nostre imprese di continuare a investire e fare commercio con un partner importante come il Regno Unito in un contesto chiaro. Staremo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane. Certo, per noi rimane fondamentale evitare lo scenario “no-deal” e garantire un periodo di transizione che ci potrà dare almeno un orizzonte temporale entro il quale prepararci in modo ordinato al cambio di paradigma futuro. La soluzione è ora nelle mani della politica, la quale non sempre ragiona con gli stessi criteri delle imprese. Per questo un’uscita del Regno Unito senza un accordo non si può ancora escludere, ed è quindi fondamentale tenersi pronti ad ogni evenienza, facendo valutazioni di impatto e prendendo le contromisure necessarie per attutire gli effetti di un eventuale non accordo.

Quali richieste rivolge, più precisamente, il mondo dell’impresa all’Unione europea? Quali le attese per il futuro?
Da quando è scoppiata la crisi economica, il mondo delle imprese europee si è fatto carico di tenere insieme il tessuto sociale. Confindustria, anche insieme ai suoi maggiori partner europei come la tedesca Bdi o la francese Medef, e nel contesto di BusinessEurope (la Confindustria europea), da anni suggerisce ai Governi di adottare politiche che mettano al centro il lavoro, i giovani e le imprese. Politiche che, attraverso lo sviluppo della politica industriale, consentano di creare posti di lavoro per le nuove generazioni e che rispondano in maniera efficace al clima di sfiducia, malcontento e preoccupazione che pervade i cittadini europei. Poi chiediamo riforme dell’architettura istituzionale e delle procedure affinché l’Unione europea diventi più trasparente, partecipata e democratica. Occorre comprendere che la sfida non è tra Paesi europei ma tra l’Europa e il mondo esterno. Solo sotto il cappello dell’Europa i singoli Paesi potranno avere voce in capitolo in futuro nella definizione delle regole globali. Se non si agirà presto, entro il 2050 nessun Paese dell’Unione, nemmeno la Germania, farà più parte del G7.

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25 Aprile: una festa per tutti

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 00:00

Ad attendere Sergio Mattarella, al teatro Da Ponte di Vittorio Veneto, lo scorso 25 aprile c’era una sala gremita. Il pubblico, in un’attesa silente quasi religiosa, è esploso in uno spontaneo applauso quando il Presidente della Repubblica ha fatto il suo ingresso. I discorsi, che hanno preceduto quello di Mattarella, hanno manifestato una sorprendente sintonia: anche quelli che provenivano da schieramenti politici diversi. Si è resa giustizia alla storia e si è dato voce alla molteplicità delle anime che hanno vissuto da protagoniste la liberazione. “In realtà – ho pensato – non dovrebbe essere proprio così? Il 25 Aprile non dovrebbe essere la festa di tutti gli Italiani – di destra e di sinistra, se queste categorie hanno ancora senso – che festeggiano insieme la fine della guerra e l’arrivo della liberazione?”. Tra l’altro, tale festa è stata istituita nel 1946 su proposta dell’allora presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, esponente – com’è ben noto – della Democrazia Cristiana: successivamente nel 1949 è stata istituzionalizzata quale festa nazionale. L’impressione è che oggi quelli che sono i simboli di una nazione – e, come tali, dovrebbero essere motivo di unità – rischiano di essere interpretati come motivo di divisione. Festeggiare il 25 Aprile viene inteso da alcuni come “partigianeria” ed espressione di un legame con un preciso schieramento politico.
Mettere la bandiera italiana al balcone della propria casa rischia di essere letto non come segno di affetto nei confronti del proprio Paese – e dunque nei confronti di tutti gli Italiani –, ma come disinteresse per il proprio territorio o per la propria Regione di appartenenza. Da qui i crescenti segnali di disaffezione da parte di singoli cittadini: si veda il recente scempio delle bandiere italiane, che erano state affisse lungo le strade di Tarzo. Disaffezione talora anche di figure istituzionali: vi è chi snobba le celebrazioni del 25 Aprile e chi evita di porre – insieme alla bandiera della Regione Veneto – quella dell’Italia (e quindi, men che meno, quella dell’Europa). La Resistenza, che affiancò le forze alleate, assolutamente indispensabili per la liberazione dell’Italia, non ebbe soltanto luci ma anche qualche ombra. Solo per citare un episodio ancora vivo nella memoria di molti opitergini, è impossibile dimenticare la sorte di oltre un centinaio di prigionieri – delle brigate fasciste ma anche giovanissimi allievi ufficiali – radunati presso il collegio Brandolini, che furono passati per le armi nonostante i tentativi di mediazione delle autorità locali (anche di mons. Visintin, abate di Oderzo). Furono giorni drammatici, quelli tra la fine del ’43 e il maggio del ‘45, in cui avvennero anche rese di conti e prove di forza tra le diverse fazioni politiche, assumendo i toni – come ha ricordato la docente di storia moderna Giulia Albanese – di una vera e propria “guerra civile”. Questo tuttavia non giustifica affatto alcun revisionismo del Ventennio, né un giudizio negativo in toto su ciò che è stata la Resistenza, che ha saputo esprimere quei valori grazie ai quali l’Italia si è rialzata e da cui sono nate la Costituzione e la democrazia repubblicana. La festa del 25 Aprile è la festa della liberazione di un intero popolo, ma è anche un invito a riflettere sul nostro passato, non così lontano, segnato da ferite – come appare evidente anche oggi – non ancora del tutto rimarginate. Se è vero che è tempo di deporre una certa retorica e di smetterla di leggere la storia da un unico punto di prospettiva, è decisamente pericoloso ignorare il significato della festa della Liberazione e degli eventi che l’hanno resa possibile. Ha fatto bene Francesca Meneghin, nella conclusione del suo discorso, a chiedere ai docenti delle scuole medie e superiori di non trascurare di insegnare questa parte della storia italiana, perché i rischi di tale ignoranza sono sotto gli occhi di tutti. Se questo appello è quanto mai urgente per i nostri giovani, a nostro avviso lo è ancora di più per gli adulti e per chi ricopre una carica istituzionale.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Promuoviamo il bene contro il disprezzo del povero

Agenzia SIR - Thu, 02/05/2019 - 00:00

Certe volte viene il dubbio che per capire le scelte dei leader politici (soprattutto quelli con una personalità forte) potrebbe essere utile una seduta di psicanalisi per vedere se certe ossessioni che manifestano, si spiegano, magari, con traumi subiti da piccoli.
È il caso, questa volta, del vicepremier nonché ministro dell’Interno Matteo Salvini che non sembra reggere chi fa il bene indistintamente, a tutti, senza chiedere documenti e origini. È quello che si ricava dal suo recente attacco violento alle realtà impegnate in attività solidali, Caritas comprese. Di fronte all’annuncio, infatti, delle Caritas di Treviso e Vittorio Veneto che non avrebbero partecipato ai nuovi ridotti bandi per l’accoglienza, il vicepremier ha twittato (come gli si addice) “La mangiatoia è finita. Chi speculava per fare ‘integrazione’ dovrà cambiare mestiere”.
Di fronte a simili reazioni c’è da chiedersi se da piccolo il prode capitano leghista abbia sofferto particolari affronti o soverchierie. Questo potrebbe spiegare questa sua specie di fobia verso l’attenzione e la solidarietà nei confronti dei più deboli, dei più poveri che sempre più spesso si palesa. Salvini sembra non tollerare che si faccia del bene agli altri. Sembra quasi esserne geloso. È più forte di lui.
Ma i fatti di questi giorni sono seri e preoccupanti; la spiegazione psicanalitica non regge neanche come giustificazione benevola. Quello che emerge è un’idea chiara di comunità, dove la dignità della persona sembra un requisito attribuito in modo selettivo e non proprio di ogni essere umano.
Su Avvenire di qualche giorno fa l’economista Stefano Zamagni è andato all’origine di questo atteggiamento classificandolo, in modo molto significativo, con il termine greco “aporofobia” che vuol dire “disprezzo del povero”. Si tratta di un atteggiamento che si concretizza nell’odio verso gli ultimi e l’insofferenza verso chi cerca di dare risposte concrete alla povertà, al bisogno di speranza da parte dei più fragili.
Qualcuno al riguardo nota che stiamo assistendo a una guerra sociale scatenata dai penultimi nei confronti degli ultimi con la classe media che negli anni recenti si è trovata a perdere progressivamente posizioni. Tra i leader politici c’è chi ha scoperto che può lucrare consenso alimentando questa guerra tra ultimi e penultimi, arrivando a indicare la povertà come una colpa.
In tutto questo l’azione in atto da mesi da parte del Governo appare chiarissima: indebolire il Terzo settore e tutte quelle realtà (molte delle quali cattoliche, espressione del tessuto ecclesiale, quali sono le Caritas, che sopperiscono spesso alle negligenze e inefficienze dello Stato) che si fanno carico di chi non ha nulla, di chi è ai margini, di chi non porta voti né tanto meno vantaggi economici. Si è cominciato con la minaccia sull’Ires per il non profit di inizio anno. Ad oggi la riforma (cruciale) del Terzo settore ancora attende una dozzina di decreti attuativi. Il Consiglio nazionale del Terzo Settore, poi, che dovrebbe essere convocato ogni tre mesi, è stato convocato per la prima volta a meta aprile dal giugno 2018. Ancora: i fondi pubblici per il sociale vengono sottratti al terzo settore per essere poi reindirizzati allo Stato.
E così l’allarme di Zamagni non lascia spazio a dubbi: “Ora – dichiara – non possiamo commettere l’errore storico di stare alla finestra e non denunciare quanto sta succedendo. Sarebbe come commettere un peccato di omissione”.
La solidarietà sembra diventata una colpa da perseguire, il bene non un valore, ma un virus pericoloso. Al massimo lo si può perseguire a livello personale. Senza disturbare però. Noi siamo convinti che il Bene, prima o poi vince. E conta molto di più di un risultato elettorale.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Arizona, in cenere la più antica chiesa presbiteriana

Evangelici.net - Wed, 01/05/2019 - 11:49
Un incendio doloso ha distrutto la più antica chiesa presbiteriana dell'Arizona, punto di riferimento per i nativi americani di fede evangelica. L'edificio, di cui dopo il rogo rimangono in piedi solo i muri perimetrali, risaliva al 1887; la vicenda si pone nella scia di tre episodi simili, avvenuti in Louisiana nelle scorse settimane, tutti di origine dolosa. foto: riforma.it
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Pro-Vocati dal Vangelo. Dove cerchiamo i segni del Risorto?

Agenzia SIR - Wed, 01/05/2019 - 10:23

Ormai la tomba è vuota, tutto rimanda all’assenza di una persona: la pietra è stata rimossa, le bende sono per terra e il sudario è piegato in un luogo a parte.  Ogni elemento fa presagire che il corpo di Gesù sia stato trafugato. Coloro che hanno vissuto con Gesù hanno perso ogni speranza: Maria Maddalena piange e cerca, perché non sa dove hanno portato il suo Signore; gli apostoli, impauriti, sono rintanati insieme, in preda allo smarrimento; i discepoli di Emmaus delusi si allontano da Gerusalemme carichi dell’esperienza del fallimento e discorrono. Sembra tutto finito: del profeta, del Cristo che camminava per le strade, incontrando le persone, sanandole, consolandole, restituendo loro la dignità e la vita, non è rimasto nulla.

Gli amici di Gesù non riescono a leggere i segni della presenza del Risorto a partire dalla Scrittura.

A Maria Gesù chiede: Perché piangi? Chi cerchi? È una domanda che risuona ancora nel cuore dell’uomo e della donna del nostro tempo: dove stai andando, che cosa stai cercando? Qual è il senso della tua vita? Senti che Gesù ti chiama per nome come ha fatto con Maria di Magdala e scopri l’intensità della relazione profonda con lui? L’incontro con la Parola del Risorto ti aiuta a calibrare i passi da compiere, a orientarli verso la meta che porta alla pienezza, a farti sentire aderente alla terra da custodire, a favorire il passaggio dall’io al tu al noi, a trasformarti da individuo a persona, ad andare verso gli altri per accoglierli sempre e senza preferenza, a lavare e asciugare i piedi anche di coloro che ti fanno del male, ad offrire la vita per l’altro? Quando ciò avviene, il Risorto continua a rendere visibile l’opera sua attraverso di noi.

Ai discepoli, rinchiusi, in attesa di eventi, Gesù risorto augura la pace e dona lo Spirito. Affida loro la sua missione, per essere segno della prossimità di Dio nel quotidiano e in ogni luogo.  Ancora oggi chiede agli uomini e alle donne del nostro tempo di identificarsi con lui, di accogliere la Parola da incarnare, per cogliere il profumo della sua presenza, anche nei diversi modi con cui si presenta, senza rimanere legati ad un’attesa individuale che non sempre coincide con la sorpresa di Dio.

Abbiamo forse bisogno di allenarci, per vedere e chiamare con il proprio nome i segni della sua presenza, nonostante il tempo complesso in cui viviamo. Spesso riduciamo la vita su un piano orizzontale limitato. Chiudendoci nel nostro piccolo mondo, nella difesa delle sicurezze, non cerchiamo più in profondità, soprattutto perché manca o non si cerca il senso dell’esistere, né si vive nella consapevolezza della dimensione mistica della vita. Come accorgerci dei segni della presenza del Risorto se gran parte del tempo lo usiamo per soddisfare i bisogni individuali, per possedere tutto e subito, per moltiplicare i contatti che ci sradicano dalla vita vera, frustrando talvolta la capacità di pensiero, di riflessione, di dialogo, di confronto, di ascolto, di attenzione, di silenzio, di condivisione, di solidarietà?

Il bombardamento delle immagini e delle connessioni non ci aiuta ad aprici con meraviglia, con stupore, alla contemplazione della presenza del Risorto presente nella storia. Quando il cuore, la mente, la volontà e tutta la corporeità sono orientati verso altro, connessi con un’altra parte del mondo, all’individuo sfugge il presente, né vede lo spazio sacro in sé, attorno a sé e negli altri.

Sentiamo risuonare ancora oggi la parola di Gesù rivolta ai discepoli di Emmaus: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!”.

L’immediatezza di una lettura evangelica della vita permette di vedere l’esistente che viene da Dio, di avere una visione globale della realtà nella quale cogliere i segni della vita nuova già presenti nella storia. Uno sguardo di insieme e sul frammento ci consente di vedere l’opera dello Spirito nel quotidiano, i segni del Risorto che non riusciamo a chiamare per nome a causa di approccio superficiale o disattento con la realtà. Scegliendo di essere sempre con il cuore fisso in Dio, la persona impara ad ascoltare ciò che lo Spirito realmente fa accadere, senza rifugiarsi in un mondo irreale, ma nella compagnia degli uomini e delle donne della porta accanto, delle stanze dei bottoni, di chi non conta, di chi cerca, di chi non spera più…

Chi vive nella profondità esistenziale, riscopre il tempo non come un susseguirsi di eventi, ma come dispiegamento dell’amore di Dio che, nell’oggi, si affida costantemente ad ogni persona. Vivendo la dimensione mistica a livello personale e fraterno, ognuno può scoprire di muoversi in Dio: contempla la bellezza della vita autentica, non costruita a tavolino, e decide di condividere l’esperienza soprattutto con chi sperimenta la periferia non solo materiale, ma anche esistenziale. Si muove costantemente guidato dallo Spirito, incarnando nell’attimo presente il Vangelo di Gesù.

Quando si assumono i sentimenti di Cristo, si fa vedere il Risorto nel tempo: l’amore trinitario prende forma nell’esserci evangelicamente nella relazione con ogni persona che ha un volto, anche dissacrato, nella tenerezza dell’amore di coppia, nell’abbraccio di un bimbo, nella fedeltà nell’amicizia, nel sì per sempre del consacrato, nel dono di sé nel volontariato, nella custodia della pace, della giustizia, nella cura del creato, nella contemplazione della bellezza di un prato, della maestosità delle montagne, dell’infinito del mare… ogni esperienza umana autentica parla sempre di Dio!

E noi riconosciamo i segni della presenza del Risorto già presenti nella nostra vita?

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L’Europa del futuro secondo Juncker. “Sicura, competitiva, giusta, sostenibile e influente”

Agenzia SIR - Wed, 01/05/2019 - 09:58

“È il momento di abbandonare la tendenza a nazionalizzare i successi ed europeizzare i fallimenti e di provare invece a spiegare meglio, insieme, le nostre decisioni e politiche comuni”. Jean-Claude Juncker, quasi al termine del suo mandato di presidente della Commissione europea, vuole lasciare ancora una traccia del suo lavoro di questi cinque anni al Palazzo Berlaymont. E proprio dalla sede dell’esecutivo comunitario, diffonde, in vista del Consiglio europeo straordinario del 9 maggio a Sibiu, alcune idee-chiave per la prossima agenda strategica Ue 2019-2024. Juncker, insomma, guarda avanti. Richiama i capi di Stato e di governo che convergeranno in Romania ad assumere le loro responsabilità: basta addossare all’Europa ogni colpa, l’Ue non è un capro espiatorio; fate invece la vostra parte – manda a dire – per il bene dei cittadini.

Progetti e comunicazione efficace. “Con le elezioni del Parlamento europeo del 23-26 maggio e con il cambio di leadership nelle istituzioni dell’Ue, è il momento di stabilire orientamenti politici nuovi e nuove priorità”, si legge nel documento stilato il 30 aprile e composto di ben 82 pagine. “Poiché per il rafforzamento dell’Unione saranno determinanti le priorità che fissiamo e il modo in cui le spieghiamo e ci rivolgiamo agli europei, la Commissione propone anche il modo in cui comunicare meglio le decisioni assunte collettivamente”. Jean-Claude Juncker sottolinea:

“Ogni generazione ha il dovere di cambiare in meglio il destino degli europei, di oggi così come di domani”

e “di tener fede alla promessa permanente di pace, sviluppo e benessere”. Quindi aggiunge: “Le sfide che si pongono agli europei nel loro insieme si moltiplicano ogni giorno che passa: la prosperità dell’Europa implica necessariamente un’azione collegiale degli Stati membri dell’Ue. È mia ferma convinzione che soltanto uniti troveremo la forza necessaria per preservare lo stile di vita europeo, mantenere il pianeta su un percorso sostenibile e rafforzare l’influenza dell’Europa nel mondo”.

Bilancio autoassolutorio. Prima di passare alle proposte per il futuro, il documento definisce una sorta di bilancio (piuttosto autoassolutorio) di quanto realizzato “in un decennio di cambiamenti e sfide incessanti”, nel quale, sempre secondo la Commissione, l’Europa avrebbe “dimostrato di essere in grado di tenere fede alla promessa di pace, prosperità e progresso per i cittadini. Il collegio dei commissari non tralasciare di fare l’elenco dei “compiti svolti”, assegnandosi ben più della sufficienza: “In totale la Commissione ha presentato 471 proposte legislative nuove e ne ha portato avanti 44 risalenti alle Commissioni precedenti. Di queste proposte 348 sono state adottate da Parlamento europeo e Consiglio o ne hanno ottenuto l’accordo nel corso del mandato attuale. È significativo che nel 90% circa dei casi il compromesso finale sia stato approvato per consenso dal Consiglio, e quindi sostenuto da tutti i 28 Stati membri”. I temi affrontati? Energia, sicurezza, sviluppo dei territori, sostegno all’agricoltura, istruzione, innovazione e ricerca, infrastrutture, migrazioni, politica estera, commercio… L’elenco è lungo.

Protezione, sicurezza, migrazioni. Guardando al futuro, la Commissione sostiene dunque che occorre concentrarsi soprattutto su cinque “dimensioni”, peraltro non nuove eppure interessanti. La prima è un’Europa che protegge: “dovremmo perseverare – si legge nel documento dell’esecutivo guidato da Juncker – negli sforzi per costruire un’effettiva e autentica Unione della sicurezza e progredire verso un’autentica Unione della difesa.

Dobbiamo inoltre essere più proattivi nella gestione della migrazione.

Questo implica un’azione globale a tutti i livelli e un autentico approccio dell’Ue basato sulla condivisione della responsabilità e sulla solidarietà tra Stati membri”. Posizione chiarissima, purtroppo indigesta per troppi governi Ue. La seconda dimensione: Europa competitiva, nel senso di “potenziare, ammodernare e attuare completamente il mercato unico in tutti i suoi aspetti. Dobbiamo orientare la ricerca e l’innovazione verso la transizione ecologica, sociale ed economica e le sfide per la società che ne derivano”. Occorre inoltre investire nelle capacità digitali e sostenere “la trasformazione del mercato del lavoro europeo salvaguardandone l’equità”.

Pilastro dei diritti sociali. Terza dimensione: un’Europa giusta. La Commissione chiarisce: “dobbiamo continuare a realizzare il pilastro europeo dei diritti sociali, collaborare con gli Stati membri per l’inclusione sociale e l’uguaglianza, anche colmando le disparità regionali, rispondendo ai bisogni delle minoranze, risolvendo le questioni di genere e superando la sfida dall’invecchiamento demografico”. La politica fiscale “dev’essere equa e moderna e tutti in Europa devono poter contare su un’assistenza sanitaria di qualità, accessibile e a costi contenuti e su alloggi di qualità, efficienti sotto il profilo energetico e a prezzi abbordabili”. Quarto punto: Europa sostenibile, nel senso di “modernizzare l’economia per passare a modelli sostenibili di consumo e di produzione”. Per la Commissione è necessario “intensificare l’impegno di lotta contro i cambiamenti climatici e invertire il movimento che porta al degrado ambientale. Dobbiamo passare a un’economia circolare più efficiente sotto il profilo delle risorse promuovendo la crescita verde, la bioeconomia”.

Ordine mondiale multilaterale. Non ultimo: un’Europa “influente”, nel senso che l’Ue deve assumere “un ruolo guida nel mondo dando prova di coerenza e forza nel sostegno a un ordine mondiale multilaterale basato sulle regole e incentrato sulle Nazioni Unite”. Sono altresì necessari: relazioni solide con i vicini immediati, un ruolo più forte dell’euro sulla scena internazionale così da rafforzare la sovranità economica e monetaria dell’Europa. Tali priorità “che fissiamo e il modo in cui le spieghiamo e ci rivolgiamo ai cittadini europei saranno determinanti per rendere l’Unione più unita, più forte e più democratica”.

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Le infrastrutture del lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale

Agenzia SIR - Wed, 01/05/2019 - 09:15

Negli ultimi dodici mesi sono state spese molte parole sul lavoro. Sia su quello non c’è, e che per questo richiede un sistema di welfare adeguato ai bisogni di coloro che non riescono a trovare un impiego o che sono usciti dalle dinamiche del mercato del lavoro; sia su quello che c’è, ma che si scontra con le problematiche di un’economia globale e con l’incalzare dell’evoluzione tecnologica, che genera opportunità ma anche minacce.

I problemi del mondo del lavoro sono certamente tanti e possono essere messi a fuoco partendo da diversi punti di vista. La prospettiva suggerita da Papa Francesco e rilanciata dai Vescovi italiani nel messaggio per la festa del 1° maggio, è quella del lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale che vede nel lavoro un’opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacità di collaborare con l’opera creativa di Dio. Questo orizzonte esprime, a sua volta, una cultura del lavoro che affonda le sue radici nella visione antropologica espressa dalla dottrina sociale della Chiesa e che vede l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, continuatore proprio attraverso il lavoro della creazione.

L’altissimo valore del lavoro umano che ritroviamo nel pensiero sociale cristiano, capace di proiettarlo sul piano soprannaturale e relazionale della santificazione del lavoro, di se stessi e degli altri attraverso il lavoro, si contrappone alla superficialità con cui solitamente si dibatte dei problemi del mondo del lavoro, dei lavoratori e di coloro che non riescono più a stare al passo con le nuove sfide della globalizzazione e della tecnologia. Essa rappresenta una ferita profonda che sta lacerando la società italiana, condannandola ad una stagione di sfiducia e di conflitto sociale che il Paese non solo non merita, ma che potrebbe evitare se solo recuperasse una cultura del lavoro realmente al servizio dell’uomo, esprimendo una visione coerente in grado di guardare al cuore dei problemi piuttosto che alla protezione di qualche rendita di posizione, coinvolgendo settore pubblico, imprese e terzo settore in un grande piano di sblocco della società che veda protagonista il ceto medio.

Gli strumenti sin qui messi in campo dagli ultimi esecutivi – dal reddito di inclusione al reddito di cittadinanza, passando per quota cento e per i famosi 80 euro – non sono di per sé sbagliati (ed in alcuni casi hanno innegabilmente alleviato le difficoltà di molte famiglie) ma certo si sono mostrati deboli sul fronte della crescita. Essi scontano obiettivi discutibili, ispirati da un malsano spirito di autoconservazione della classe dirigente che si alimenta di strabismo politico, di un’elevata conflittualità e invidia sociale e della ricerca del consenso attraverso ricette facili e strumentalizzazioni. In un contesto sociale così frammentato, caratterizzato dalla presenza di interessi configgenti, ciò determina una palude che alimenta paura, conflitto e sfiducia, dalla quale non sembra esserci via d’uscita se non per pochi.

L’ascensore sociale è fermo e con esso l’intera società italiana, sempre più rancorosa e chiusa in se stessa. Il futuro del lavoro si gioca invece, come ci ricordano i Vescovi italiani, sulla capacità “di superare la carestia di speranza, puntando su fiducia, accoglienza ed innovazione, […] comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una “torta” più grande”.

Le principali infrastrutture per liberare il ceto medio dalla palude di una società immobile, favorendo nello stesso tempo un rinascimento di quelle virtù borghesi senza le quali né il mercato, né lo Stato possono adeguatamente funzionare, sono le imprese, il terzo settore e le famiglie.

Le imprese, oltre che capaci di competere sui mercati, attirando capitali e investimenti, promuovendo innovazione e ricerca, devono tornare ad essere comunità, luogo di incontro, conflitto e sintesi di interessi diversi, capaci di convergere verso un obiettivo comune, generando coesione e inclusione. Il terzo settore ha, invece, il duplice compito di essere la scuola di umanità e di servizio alla persona del Paese, il pilastro – come l’ha definito Papa Francesco – del saper donare, del voler costruire e dell’educare; e, dall’altro, una fondamentale infrastruttura della solidarietà, capace di essere il terreno sul quale lo sviluppo economico e sociale può realmente essere per l’uomo. Le famiglie, infine, rappresentano l’insostituibile e fondamentale cellula della società: prima scuola di amore e di gratuità. Ad esse occorre guardare sia come attore essenziale del welfare, in un contesto sempre più complesso, caratterizzato da distanze sempre maggiori, difficoltà economiche e legami sempre più incerti e instabili; sia come alleato per un grande piano di investimento sul capitale umano del Paese che punti sul riallineamento competitivo delle competenze dei nostri giovani, sulla formazione terziaria professionalizzante e sul rilancio di una cultura umanistica capace di sviluppare senso critico e capacità di adattamento alle sfide dell’economia globale e tecnologica.

Sulla politica incombe, invece, la responsabilità di liberare le energie del Paese per farle correre lungo queste tre infrastrutture del lavoro:

(i) non disperdendo risorse ma concentrando tutte quelle disponibili verso un grande piano di drastica riduzione delle tasse sul lavoro, capace di innescare uno shock positivo per l’economia; (ii) liberando gli attori della formazione (sia essa universitaria, professionale o artistica) e del mondo del lavoro dai vincoli giuridico-amministrativi, economici e didattici che impediscono l’affermazione nel nostro Paese di vere e proprie Accademie Politecniche per l’Impresa, dedicate alla formazione professionale e umana dei tecnici richiesti dall’industria 4.0 (si parla nei prossimi cinque anni di un gap di 280 mila addetti in settori cardine dell’industria italiana come la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict), attraverso la creazione di un hub di accelerazione segmento della formazione terziaria professionalizzante che sia realmente al servizio delle imprese e delle famiglie; (iii) creando le condizioni giuridico-istituzionali per permettere collaborazione e gioco di squadra tra imprese, famiglie e terzo settore, liberando spazi oggi occupati dal settore pubblico a favore della libera iniziativa economica e della solidarietà.

È un salto di qualità quello che serve al Paese per il futuro del lavoro. Una rinnovata cultura del lavoro, dell’impresa e della democrazia che affondi le sue radici in quei valori di fondo della nostra società e in quella sapienza cristiana e civile che è viva in molte anime del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Essa rappresenta, anche per il lavoro 4.0, un fondamento solido, generativo e capace di ripristinare quegli anticorpi sociali che sembrano essere sin qui venuti meno nella politica come nell’economia del profitto e dello scarto.

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25 Aprile, non si fischia chi parla di libertà e pace

Agenzia SIR - Wed, 01/05/2019 - 00:00

È opportuno tornare su quanto è successo a Pavia in occasione della cerimonia ufficiale del 25 Aprile. Lo diciamo con franchezza: non è stato un bello spettacolo. Non entriamo nel merito delle polemiche che hanno preceduto il 74° anniversario della Liberazione. È legittimo che singoli cittadini, associazioni o partiti non abbiano gradito il percorso seguito per la scelta dell’oratore: in democrazia c’è sempre spazio per il confronto. Ma il tutto deve restare, appunto, in un contorno democratico. Partendo da questa premessa, ci ha profondamente ferito quanto è successo in piazza Italia. Le urla e i fischi con i quali un gruppo di partecipanti alla manifestazione ha cercato in ogni modo di coprire le parole del rettore Fabio Rugge, non avevano nulla a che vedere con lo spirito del 25 Aprile. Per esprimere il dissenso potevano esserci altri metodi: oltre a voltare le spalle all’oratore, si poteva non applaudire, oppure abbandonare la piazza. Ma perché impedirgli di parlare e non consentire a tanti altri di ascoltare il suo discorso? Se chi ha urlato e fischiato fosse rimasto qualche minuto in silenzio, forse avrebbe ascoltato il prof. Rugge mentre esaltava i valori di libertà e pace come principale eredità della Resistenza: valori che il rettore ha invitato a mettere in campo anche oggi, in particolare da parte dei giovani, per contrastare egoismi e chiusure che stanno diffondendosi in tante parti del mondo. Non è forse questo un discorso da antifascista? Prima di comportarci come se fossimo allo stadio, non guasterebbe mai una piccola riflessione.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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Elezioni di maggio

Agenzia SIR - Wed, 01/05/2019 - 00:00

Nella campagna elettorale permanente che caratterizza la vita socio-politica del nostro Paese, specie in quest’ultima fase, stiamo avvicinandoci ad una data determinante. Dopo le regionali di Abruzzo, Sardegna, Basilicata, dopo il mini-test elettorale di domenica scorsa in 34 Comuni siciliani – in attesa di altre elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria (tra novembre e dicembre) -, abbiamo alla fine di questo mese un appuntamento-picco con le elezioni regionali in Piemonte, le elezioni in quasi 4.000 comuni (il 50% del totale), compresi 26 capoluoghi di provincia (tra cui 5 anche capoluoghi di regione) e – soprattutto – le elezioni europee che quest’anno si annunciano molto più significative e combattute rispetto alle scadenze precedenti. Un’occasione davvero ghiotta per le formazioni di governo (in perenne competizione fra loro) e di opposizione (in cerca di qualche riscatto), e al tempo stesso un compito impegnativo per la vasta platea di elettori italiani che si salda con quella amplissima degli elettori europei in una fase cruciale per il futuro dell’Unione. L’appuntamento del 26 maggio è da tempo preparato e atteso in Italia come uno spartiacque tra il prima e il dopo di questo governo e di questa legislatura, con la Lega pluripremiata nelle svariate votazioni di questo 2019 (in schizofrenica compagnia del suo vecchio centrodestra…) e il M5S severamente ridimensionato dai cittadini rispetto al suo consistente peso parlamentare. Lo sguardo si allarga appunto al continente europeo, o meglio ai 27 (28?) Stati dell’Ue che rinnoveranno il parlamento di Strasburgo-Bruxelles determinando i futuri sviluppi (o regressi…) dell’Unione. La battaglia che sembra delinearsi è quella tra convinti “europeisti” e aspiranti populisti-sovranisti (diversamente coalizzati, in parte anche gli uni contro gli altri…). Mentre l’obiettivo di tutti dovrebbe essere una sintesi – difficile, ma necessaria – tra esigenze nazionali e urgenze comunitarie di fronte alle impellenti sfide internazionali. Eventi recenti (ad es., l’incendio della cattedrale di Parigi dedicata alla “Notre Dame” Maria) hanno fatto evocare – come ha osservato qualcuno – le radici cristiane che caratterizzano la storia del continente. In realtà, la stessa bandiera dell’Ue con il suo azzurro intenso scandito da 12 stelle è un richiamo (esplicito per l’autore del bozzetto, implicito per quanti – forse inconsapevoli – l’approvarono nella festa dell’Immacolata del 1955!) alla “donna dell’Apocalisse” che trionfa sul male. Coincidenza vuole che andiamo a votare proprio nel mese dedicato a Maria: ci viene spontaneo l’augurio (e la preghiera…) che ella continui a proteggere la nostra Europa e quanti, esplicitamente o implicitamente o inconsapevolmente, senza distinzioni, hanno bisogno della sua luce e del suo aiuto.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Navracsics (Commissione Ue), “cultura, giovani e sport forza dell’Italia”

Agenzia SIR - Tue, 30/04/2019 - 16:07

Il commissario europeo per la cultura, l’istruzione i giovani e lo sport, Tibor Navracsics, passa da un incontro all’altro in questa Settimana europea per i giovani in corso a Bruxelles. Lo abbiamo sentito raccontare che cosa fa l’Europa per i giovani attraverso i programmi attivi: lui è particolarmente orgoglioso del Corpo europeo di solidarietà, iniziativa rilanciata due anni or sono e che mira a permettere entro il 2020 a 100mila giovani di partire per esperienze di solidarietà che “mostrino il volto umano dell’integrazione europea”. Lo abbiamo visto sostenere e premiare le iniziative che nascono dalle associazioni giovanili o da singoli giovani virtuosi che si dedicano a far conoscere l’Unione europea, come le 22 che Navracsics ha insignito il 29 aprile con i riconoscimenti del Premio Altiero Spinelli. Abbiamo ritrovato il Commissario in dialogo con i giovani, in emiciclo dove, senza cravatta e senza “pulpito”, ha risposto alle loro domande e provocazioni sul tema “io e la democrazia”. Tra un evento e l’altro si è reso disponibile per una intervista con il Sir.

È soddisfatto di quanto sta avvenendo qui in questi giorni, commissario?
La Settimana è una iniziativa di grande successo e la sua idea di base è mettere insieme tutti gli elementi delle politiche europee, tutti i temi che riguardano i giovani, radunare i giovani stessi per discutere quei temi e trovare buone soluzioni. È una settimana molto intensa con tanti eventi ma è un dialogo molto fruttuoso con i giovani a livello europeo.

L’Europa sta effettivamente invecchiando o c’è spazio per un’Europa giovane?
Penso purtroppo che stia invecchiando, ma il fatto è che tutti i dati mostrano che se consideriamo il comportamento di voto, i giovani sono più coinvolti nel progetto europeo dei gruppi di cittadini più avanti negli anni. Tuttavia diamo loro ancora troppo poco; voglio dire che l’Ue al momento non riesce a produrre risultati per i giovani. Finanziamo alcuni schemi per la creazione di posti di lavoro, diamo loro alcuni progetti belli per trovare il loro posto nella società, ma è ancora poco.

Allora che indicazioni dare per il futuro delle politiche per i giovani?
È difficile dare consigli perché la situazione è così vulnerabile adesso! Tutte le forze politiche sono frammentate e c’è una discussione enorme a livello europeo sul futuro dell’Europa, per cui è difficile dare indicazioni. Anche perché penso che il cuore della discussione sia che tutti stanno cercando una buona soluzione. Ma dobbiamo essere creativi e innovativi, dobbiamo impegnarci per l’idea europea. Viviamo in un tempo difficile, ma sono ottimista che l’Ue avrà un futuro luminoso.

Brexit ci ha mostrato che se i giovani non vanno a votare l’Europa si spezza: che messaggio lanciare allora ai giovani?
Dipende da loro chi guiderà l’Europa nel prossimo futuro: sono elettori, hanno il diritto di votare e di scegliere i loro leader e loro devono vivere con quel diritto e devono essere attivi, perché senza di loro l’Europa morirà.

Ci sono giovani europei molto impegnati, come la svedese Greta o quelli che hanno ricevuto il premio Altiero Spinelli qui a Bruxelles in questi giorni. Le istituzioni sono disposte a sostenerli?
Il premio Spinelli vuole mostrare che noi siamo pronti a sostenerli. Ci sono tante persone giovani, in gamba e impegnate in Italia. Incontro sempre i giovani quando vado in Italia e ci vado spesso perché sono responsabile per l’istruzione la cultura i giovani e lo sport, tutti ambiti in cui l’Italia ha tanta forza. Quindi incontro i giovani e cerchiamo di aiutarli, sostenerli, di mantenere viva anche in Italia l’anima dell’integrazione europea.

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Pope in Bulgaria. Mons. Proykov (President of the bishops) : “Here different faiths live together in peace”

Agenzia SIR - Tue, 30/04/2019 - 15:59

In Bulgaria the countdown for the visit of Pope Francis has begun. The Holy Father is scheduled to arrive in Sofia on May 5th. He will depart for Skopje (North Macedonia) on May 7. The motto chosen for the journey is “Pacem in terris”, from the homonymous encyclical of Pope John XXIII, who served as Apostolic Nuncio in Sofia for 10 years. “The motto and the connection with the then Msgr. Roncalli are no coincidence – Msgr. Christo Proykov, President of Bulgarian bishops, told SIR -. The centre of Sofia features a unique quadrilateral of religious temples. A few meters away are located “Sv. Nedelya”  Orthodox Metropolitan Cathedral, “St. Joseph” Catholic Cathedral, the synagogue and the “Banya Bashi” mosque. “The temples testify to century-long peaceful interreligious coexistence. In fact no religiously motivated attack has been recorded so far in the country”, the prelate pointed out. The bishop said that the values of tolerance and peace are enshrined in the DNA of Bulgarians. This Balkan people stood aloof from the many episodes of bloodshed that afflicted the neighbouring countries. From this symbolic place, on the evening of May 6 Pope Francis will extend a prayer for peace in the whole world in the presence of representatives of various religious faith groups. “It will be an extremely symbolical gesture: society, political leaders, all peoples need peace today. Peace is also a fruit of our extended hands”, said Msgr. Proykov.

The highlight of the visit. The meeting for peace will be the highlight of the visit of Francis in Bulgaria and the last event on Bulgarian soil. Six children, representing the different faiths, will carry lit candles symbolizing the light and the hope that peace can bring to the world and among religions, messenger of dialogue and of the values of goodness, overcoming hate and hostility.

The dialogue with the Orthodox Church. The official meeting between Pope Francis and Patriarch Neofit, religious leader of the Bulgarian Orthodox Church, will take place on May 5 in the Holy Synod Hall. The event will be attended by all Metropolitan bishops, members of the Holy Synod. The Orthodox dignitaries have already prepared a gift for the Holy Father consisting in a large painting depicting Alexander Nevski Patriarchal cathedral. A recent statement released by the Holy Synod affirming that the leaders of the Bulgarian Orthodox Church will not participate in other events of the program of Pope Francis’s visit to Bulgaria has caused a great stir. “This does not concern us,” said Msgr. Proykov. “We believe that the important event is the face-to-face meeting with the Patriarch.” “I am sure that there will be an exchange of views characterised by sincere cordiality expressed by religious leaders and men of faith who believe in the same God.” In his opinion “ecumenism is ultimately the fruit of the Holy Spirit and every Church needs its own time to proceed along the path of unity.”

 

Catholic faithful eagerly looking forward to the visit. In Bulgaria there is great anticipation over the visit of Pope Francis, not only on behalf of the small Catholic community. “As many as 1500 people have registered for the event in  the  Roman Catholic Cathedral of Saint Joseph in Sofia -– Father Jaroslaw Babik, parish priest, told SIR – and not all of them are Catholic. People have invited their neighbours, their friends, everyone wants to see the Pope.” On the afternoon of May 5 the Holy Father will celebrate Sunday Mass in the central square dedicated to “Alexander I”, the first Bulgarian prince after the liberation. “We expect this to be the event with the highest degree of public participation. Catholics will arrive from throughout Bulgaria to join in the prayer with the Pope”, Fr Babik said. The square will be full of people, as many as 7600 faithful are expected to attend, and registration was closed at the end of February as all available tickets had been already booked.

The gesture with migrants. The Pope’s second day on Bulgarian land will begin with a private visit to one of the refugee camps in Sofia. “A strong gesture for the Bulgarian reality marked by low rates of migrants, and sometimes people are afraid of them”, pointed out the Secretary General of Caritas Bulgaria who will welcome Francis at the entrance of the camp where a group of migrant families will be awaiting him. The visit will continue with a stopover in Rakovski, the Bulgarian town with the highest proportion of the country’s Roman Catholics, approximately 15 thousand on a total of 70 thousand in the whole country. A large poster was affixed at the entrance of the city located 150 km from Sofia depicting the image of the Pope with the caption “Welcome” , in the background an image of the Church of the Sacred Heart where Francis will celebrate a Holy Mass for the First Communion of Bulgarian children. “It will be a memorable moment for all these children, they will cherish this memory all their life. Children are eagerly looking forward to this feast with the Pope “, said Fr Rumen Stanev, parish priest of the Church of the Sacred Heart of Rakovski . “For our city – he added – the arrival of the Pope is a unique event that happens once in a lifetime.” Fr Stanev said he hopes that “in addition to expressions of enthusiasm, the Pope’s presence will deliver many spiritual fruits.” “Indeed – he explained – secularization has taken roots also in our Country. There have been no vocations to the priesthood for many years”, he added. The churches of Rakovski – the largest in Bulgaria – turned out to be too small for the Papal visit. They can seat up to 720 people, other attendees will follow the event outside, in the square and along the streets.

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Libia. Sant’Egidio e Fcei al premier Conte: “L’Europa apra un corridoio umanitario per 50mila profughi”

Agenzia SIR - Tue, 30/04/2019 - 12:54

Una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per avanzare la proposta di un “corridoio umanitario europeo” dalla Libia. A scriverla sono stati i presidenti della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, e della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Luca Maria Negro. La proposta ha come obiettivo l’arrivo in Europa di 50mila profughi in due anni ripartiti su base volontaria tra i paesi. L’Italia dovrebbe fare da capofila, dando disponibilità ad accogliere almeno 2.500 persone all’anno. “Sono mesi che martelliamo su questa idea di lanciare un corridoio umanitario europeo”, dice al Sir Luca Negro. “La prima volta è stato in autunno, perché già allora vedevamo l’urgenza di questa situazione drammatica in Libia che adesso con il conflitto in corso si è aggravata ancora di più. In questi mesi abbiamo avuto contatti con esponenti dell’area di governo e la proposta ha suscitato un certo interesse. Vedremo adesso se ci sarà una risposta ufficiale. Il fatto però che lo stesso papa Francesco ne abbia parlato domenica scorsa, probabilmente aiuterà a smuovere le cose”.

Dopo la preghiera mariana, il pensiero del Papa è infatti andato ai profughi in Libia. “Faccio appello – ha detto – perché specialmente le donne, i bambini e i malati possano essere al più presto evacuati attraverso corridoi umanitari”. Sono state le parole di Papa Francesco a spingere Sant’Egidio e Chiese evangeliche a scrivere al presidente Conte una lettera per sollecitare una risposta del governo italiano su questa proposta. “Ci aspettiamo una risposta quanto prima”, dice Negro: “La situazione è talmente urgente che non può aspettare”. La Libia in questi giorni è diventata “una urgenza, una priorità”, incalza Marco Impagliazzo. “Noi registriamo una grande confusione e in una situazione di guerra tutto peggiora e tutto diventa possibile, anche le cose peggiori. La guerra è veramente la madre di ogni povertà e i più deboli ne diventano sempre le prime vittime”.

Il meccanismo proposto è analogo a quello adottato per i “corridoi umanitari” che si stanno realizzando sulla base di un protocollo tra la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Comunità di Sant’Egidio, la Tavola valdese e i ministeri dell’Interno e degli Esteri. L’accordo prevede il rilascio di “visti umanitari” ed ha permesso ad oggi l’arrivo in tutta sicurezza in Italia di oltre 1.600 richiedenti asilo, in massima parte siriani, provenienti dal Libano. I ministeri competenti hanno sottoscritto un accordo analogo anche con la Comunità di Sant’Egidio e la Conferenza episcopale italiana per un altro contingente di 500 profughi provenienti dall’Etiopia. La proposta per la Libia prevede un coinvolgimento dell’Europa. “La proponiamo a livello europeo – spiega Impagliazzo – perché è una situazione drammatica che interroga tutta l’Europa. Perché si parla di campi di prigionia e dal punto di vista dei diritti umani, è una situazione fortemente allarmante.

“L’Italia non può essere lasciata”.

A differenza degli altri corridoi umanitari aperti in questi anni da Libano e Etiopia, nel caso della Libia l’operazione richiede – visto anche il numero importante previsto di 50mila arrivi –  oltre al coinvolgimento di associazioni e parrocchie, anche un aiuto più globale degli Stati nel percorso di accoglienza e integrazione attraverso le strutture già messe in atto per questo scopo. La speranza è che la risposta del governo arrivi quanto prima. “Sappiamo quanto il presidente Conte sia sensibile. Lo ha dimostrato in altre occasioni. Conosce bene la questione libica, essendosene occupato personalmente. Speriamo che vista la drammaticità  della situazione, la risposta arrivi al più presto”.

Perché le Chiese si fanno carico dei migranti? “Noi come Chiese in questi anni abbiamo dato prova di fare fatti, agendo senza oneri per lo Stato e mettendo in campo risorse, volontari, strutture”, risponde Luca Negro. “D’altra parte abbiamo preso coscienza che le migrazioni sono un fenomeno globale ed è una delle più grandi emergenze di questo tempo insieme alla questione climatica. Due fenomeni strettamente collegati tra loro: quanti dei rifugiati che bussano alle nostre frontiere sono persone che anche a causa dei cambiamenti climatici sono costrette a fuggire da una vita impossibile. E sarà sempre di più così, purtroppo. C’è quindi la consapevolezza che nessuna Chiesa può oggi vivere in uno splendido isolamento e che solo insieme possiamo rispondere alle grandi emergenze di questo mondo”. “Perché noi crediamo al Vangelo”, risponde invece Impagliazzo, “e da credenti

rispondiamo a ciò che ci dice la Parola di Dio e uno dei punti fondamentali è il capitolo 25 di Matteo, ‘Ero straniero e mi avete accolto’.

Il verbo accogliere, con i corridoi umanitari, lo decliniamo non solo con l’accoglienza ma anche con l’integrazione perché questa proposta permette ai profughi non soltanto di salvarsi ma anche di avere un futuro”.

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“L’Europa ci appartiene”. I giovani colorano Bruxelles con gli occhi puntati alle elezioni di maggio

Agenzia SIR - Tue, 30/04/2019 - 11:21

“Libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber nel 1972 e Jessy non era ancora nato, ma lo ha imparato. Per questo è arrivato a Bruxelles da Milano per partecipare all’evento europeo della Settimana della gioventù (29-30 aprile, la settimana prosegue poi fino al 5 maggio), come centinaia di giovani che da tutta Europa si sono radunati per due giorni a discutere di “io e la democrazia” nella manifestazione organizzata dalla direzione generale Istruzione, gioventù, sport e cultura della Commissione europea, in collaborazione con il Parlamento europeo. Due giorni per spiegare che cosa fa l’Ue per i giovani, per raccogliere le loro opinioni, per confrontarsi. Si guarda ovviamente alle elezioni del 23-26 maggio prossimi.

I giovani sono arrivati alla spicciolata nel corso della mattinata del 29 aprile, in piccoli gruppetti, a coppie, con le facce di chi cerca da dove cominciare, ma non è confuso o spaesato. Non sono giovani qualunque, non sono da convincere che l’Europa serve: sono giovani che ci credono già, che si impegnano, che costruiscono, che contagiano, cercando di dare il proprio contributo e in vari modi “partecipano”. Il momento artistico sulla piazza antistante l’Europarlamento ha lanciato l’incontro nel primo pomeriggio:

evoluzioni e salti acrobatici di artisti che sanno cadere sempre in piedi, come si vorrebbe l’Europa riuscisse a fare.

Poi un free styler che ha saputo creare rime incredibili, anche sul “demos”: “Da Roma Amsterdam e Lisbona ci siamo integrati, abbiamo festeggiato, una voce, un suono, una unità. Benvenute uguaglianza e libertà, la possibilità di viaggiare oltre le frontiere, vivere e amare in questo nuovo ordine continentale”. E ancora: “Stiamo cercando una nuova identità o abbiamo paura di perdere la nostra sovranità? Siamo europei solo quando ci serve o anche quando l’Europa ha bisogno di noi?”. Infine: “La domanda di fronte a noi è: credi nel demos europeo? la scelta è nostra”. Nella traduzione la rima si perde, ma il senso resta.

Poi la piazza si svuota e i giovani di dividono nell’edificio del Parlamento per discutere di otto temi diversi: si parla di clima, partecipazione delle donne, integrazione e migrazione, istruzione e formazione, ma anche di programmi Ue per i giovani, come Erasmus+ e il programma spaziale Galileo e le sue ricadute nel quotidiano. Alla Casa della storia europea, a pochi passi dal Parlamento, Tibor Navracsics, commissario Ue per giovani, istruzione e cultura, consegna il Premio Altiero Spinelli edizione 2018 a iniziative capaci di “raggiungere i giovani, promuovere l’Europa e veicolarne i contenuti”, attività che “hanno creato senso di appartenenza all’Europa”. Anche i volti dei vincitori sono giovani: “Promemoria Auschwitz”, dell’associazione italiana Deina, che organizzando viaggi per i giovani nei loghi della memoria “educa alla cittadinanza”; “Borderline”, progetto editoriale dell’associazione Cafébabel che vuole raccontare la giovane generazione della Polonia di oggi, in varie città di confine; il podcast “The europeans” di Katy Lee che ogni settimana racconta un tema d’attualità o un aspetto dell’Unione; “Europe das sind wir”, iniziativa austriaca di informazione sull’impatto che le politiche europee hanno sui giovani, e la slovena “I feel Europe: Nika and Luka get familiar with the European Parliament”, mirante a far conoscere ai più piccoli il funzionamento del Parlamento.  Altre 17 iniziative hanno ricevuto una “menzione d’onore”, tra di loro Madeleina Kay, che porta avanti una battaglia contro il Brexit a suon di canzoni e un look molto europeista: “Tra poco ci sono le elezioni europee, e storicamente il voto per il Parlamento europeo ha sempre avuto una bassa affluenza”, dice al Sir. “Stiamo vedendo una crescita dei partiti dell’estrema destra che cercano di entrare, solo perché le persone non si sono preoccupate di andare a votare per altri partiti”. E pensando a maggio dice: “È importante mobilitare il pubblico, innanzitutto perché si preoccupino dell’Europa, delle leggi che il Parlamento fa a beneficio delle loro vite, e perché votino per partiti pro-Ue perché i partiti euroscettici e di estrema destra se entrano in parlamento cercano letteralmente di distruggerlo dall’interno, non fanno nulla di costruttivo”.

La preoccupazione di coinvolgere le persone perché vadano a votare è di tanti attivisti della campagna “Stavoltavoto” che sono qui a Bruxelles, come Allam: “Sono qui per cercare di coinvolgere altri giovani perché vadano a votare, dato che nelle scorse elezioni solo il 28% dei giovani ha votato”. È belga, porta il velo e l’Europa le piace, ma pensa “si debbano fare molti miglioramenti e cambiamenti. Questo è il motivo per cui secondo me noi giovani dovremmo votare e cercare di fare l’Europa in cui vogliamo vivere. Vorrei vedere più empowerment delle donne, vorrei vederle più coinvolte e in posti di rilievo”.

Sono finiti i lavori nei gruppi, la piazza si è riempita: alle 19 sul maxischermo in collegamento con Maastricht si assiste al confronto tra gli Spitzenkandidaten in corsa per la presidenza alla Commissione. È lì che abbiamo incontrato Jessy che conosce Gaber, ed è insieme a Manuela, che studia e lavora a Bruxelles. Non ha il badge e la borsetta di tutti i partecipanti ma è lì perché, ci dice, “mi sembrava importante per capire un po’ di più le idee degli spitzenkandidaten per le elezioni europee”. Andrai comunque a votare, chiediamo? “Ovvio!”, anche se ci sono delle cose da cambiare in Europa. Thibaud indossa la maglietta gialla del servizio d’ordine: “Studio scienze politiche”. Questo “è un evento interessante perché tra un mese ci sono le elezioni ed è importante sensibilizzare i giovani sulle strutture e gli ambiti d’azione dell’Unione europea”. “Voterò perché è un atto di cittadinanza”.

Attorno al palco si sono tanti stand di organizzazioni giovanili che lavorano per l’Europa; ci sono anche gli scout. Marguerite spiega che la presenza è legata alla voglia di “incontrare nuove persone, fare amicizie e trovare nuovi partner, perché abbiamo molti partners tra le organizzazioni giovanili in Europa”. Che significa democrazia per gli scout? “Democrazia significa dare voce ed empowerment ai giovani, perché viviamo in un tempo in cui è molto difficile per i giovani far sentire la propria voce: una soluzione è agire e reagire a ciò che succede nel mondo collettivamente”.

Comincia la diretta da Maastricht. C’è chi la segue, chi chiacchiera con persone incontrate per caso, sorseggiando una birra e condividendo sogni, pensieri e progetti per l’Europa di domani, che è già cominciata nelle vite e nell’impegno di questi giovani.

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Papa in Bulgaria. Mons. Proykov (presidente vescovi): “Qui da secoli convivono in pace diverse religioni”

Agenzia SIR - Tue, 30/04/2019 - 10:00

In Bulgaria il conto alla rovescia per la visita di Papa Francesco è iniziato. Il pontefice arriverà a Sofia il 5 maggio e ripartirà per Skopje (Macedonia del Nord), il 7 maggio. Per il suo viaggio il motto scelto è “Pacem in terris”, dall’omonima enciclica di Papa Giovanni XXIII, rimasto come nunzio apostolico a Sofia per 10 anni. “Sia il motto che il legame con l’allora mons. Roncalli non è casuale – spiega al SIR mons. Christo Proykov, presidente dei vescovi bulgari -. Il centro di Sofia nasconde un quadrilatero unico dei templi religiosi. A pochi metri di distanza si trovano la cattedrale ortodossa metropolitana “Sv. Nedelya”, la cattedrale cattolica “San Giuseppe”, la sinagoga e la moschea “Banya Bashi”. “I templi testimoniano che qui da secoli convivono in pace fedeli di diverse religioni, infatti finora in Bulgaria non è stato registrato nessun crimine a sfondo religioso”, aggiunge il presule. Il vescovo indica nella pace e nella tolleranza valori presenti nel Dna dei bulgari, popolo balcanico che non ha condiviso le pagine spesso intrise di sangue dei Paesi vicini. E da questo luogo simbolico, il 6 maggio sera, Papa Francesco accompagnato dai rappresentanti delle altre confessioni religiose eleverà una preghiera di pace per il mondo intero. “Sarà un gesto molto simbolico perché oggi la società, i governanti, tutti abbiamo bisogno di pace che è anche frutto delle nostre mani”, spiega mons. Proykov.

La piazza dove verrà celebrata la messa

Il culmine della visita. L’incontro per la pace sarà il culmine della visita di Francesco in Bulgaria ma anche il suo ultimo evento sul suolo bulgaro. Sei bambini, rappresentanti delle diverse confessioni, porteranno dei ceri accesi, simboleggianti la luce e la speranza che la pace potrà essere realizzata nel mondo e tra le religioni, messaggere di dialogo e dei valori del bene, lontane dall’odio e dall’aggressione.

La cattedrale “A.Nevski”

Il dialogo con gli ortodossi. L’incontro ufficiale tra Papa Francesco è il patriarca Neofit, capo della Chiesa ortodossa bulgara, invece si svolgerà il 5 maggio, nell’Aula del Santo Sinodo. Inoltre saranno presenti tutti i metropoliti, membri del Santo Sinodo, ed è anche pronto già il loro regalo per il Santo Padre: un grande quadro raffigurante la cattedrale patriarcale “Alexander Nevski”. Ultimamente grande scalpore ha suscitato un comunicato del Santo Sinodo nel quale si affermava che i vertici della Chiesa ortodossa bulgara non parteciperanno negli altri punti del programma della visita. “Questo non ci preoccupa”, commenta mons. Proykov, convinto che “l’incontro importante si svolgerà nel faccia a faccia con il patriarca”. “Sono sicuro che sarà uno scambio di vedute caratterizzato da grande cordialità, da leader religiosi e uomini di fede che credono nello stesso Dio”. A suo avviso “alla fine l’ecumenismo è frutto dello Spirito Santo e ogni Chiesa ha bisogno dei suoi tempi per andare avanti sul cammino dell’unità”.

Grande attesa tra i cattolici. Per il resto, Papa Francesco è molto atteso in Bulgaria, non solo dalla piccola comunità cattolica. “Solo dalla parrocchia di rito latino di Sofia dedicata a San Giuseppe -spiega al Sir il parroco fra Jaroslaw Babik -, si sono iscritte 1500 persone ma non sono solo cattolici, la gente ha invitato i vicini, gli amici, tutti vogliono vedere il Papa”. Nel pomeriggio del 5 maggio, nella piazza centrale dedicata al primo principe bulgaro dopo la liberazione “Alexander I”, il Santo Padre celebrerà la messa della domenica. “Sara l’evento di maggior partecipazione quando tutti i cattolici venuti da ogni angolo della Bulgaria si uniranno in preghiera con il Papa”, afferma fra Babik. La piazza sarà gremita, si aspettano 7600 fedeli e il numero delle iscrizioni è stato chiuso a fine febbraio a causa dell’esaurimento dei pass.

Rakovski

Il gesto con i migranti. La seconda giornata in terra bulgara del Papa inizierà con una visita privata a uno dei campi profughi di Sofia. “Un gesto forte per la realtà bulgara dove ci sono pochi migranti e la gente ne ha tanta paura a volte”, chiarisce Emanouil Patascev, segretario generale della Caritas Bulgaria che accoglierà Francesco all’entrata del campo dove lo aspetterà un gruppo di famiglie di migranti. La visita proseguirà con la tappa a Rakovski, la città con maggior presenza dei cattolici, circa 15 mila su un totale di 70 mila in tutto il Paese. All’entrata della città, situata a 150 km da Sofia, si erge un grande manifesto con la figura del Papa e la scritta “Benvenuto”, mentre sullo sfondo è rappresentata la chiesa del Sacro Cuore dove Francesco celebrerà la messa delle prime comunioni per i bambini di tutta la Bulgaria. “È un momento memorabile per tutti questi ragazzi, un ricordo che conserveranno per tutta la vita, i bambini aspettano con impazienza questa festa con il Papa”, racconta don Rumen Stanev, parroco della chiesa del Sacro Cuore di Rakovski. “Per la nostra città – aggiunge – l’arrivo del pontefice è un evento unico che capita una volta nella vita”. La sua speranza però è che, “oltre l’entusiasmo e l’attesa, la presenza del Papa porterà anche molti frutti spirituali”. “Perché – spiega – la secolarizzazione arriva anche dalle nostre parti. Da molti anni non abbiamo vocazioni al sacerdozio”. Per l’arrivo del Papa però le chiese di Rakovski – le maggiori di tutta la Bulgaria –  sono risultate piccole. Vi entreranno solo circa 720 persone mentre gli altri rimarranno nelle piazze e per le strade.

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Gli ex alunni dell’Università Cattolica si ritrovano a New York. Anelli: “Investiamo sulle persone, non solo sulle competenze”

Agenzia SIR - Tue, 30/04/2019 - 09:43

(da New York) Ilaria è avvocato e si occupa di copyright per un’azienda di software. Saverio invece è uno dei manager della Ferrero ed è entusiasta all’idea di espandere la sua agenda di contatti. La laurea in filologia ha traghettato Giulia nel mondo del giornalismo; mentre Salvatore si prepara per il 18º anno consecutivo a ritrovare il suo nome sul New York Times magazine come uno dei cardiochirurghi infantili con più alto numero di pazienti curati.

Mestieri diversi, età diverse, provenienze varie ma tutti sono stati studenti all’Università Cattolica e la laurea conseguita è stato uno dei biglietti da visita della loro nuova vita nella Grande Mela. Il rettore li ha chiamati all’appello per riallacciare i legami con l’università ma anche per ricostruire quel senso di comunità sperimentato nelle sedi di Milano, Piacenza, Roma, Brescia, durante gli anni universitari, e che ora può essere trasferito fuori dall’Italia, proprio adesso che tutti sono affermati professionisti. L’appuntamento con gli alumni, gli ex laureati, è stato fissato venerdì 26 aprile al Beeckam hotel a pochi passi da Wall Street, e in 95 hanno risposto alle mail della segreteria o ai messaggi ricevuti su Linkedin, entusiasti di ritrovarsi e curiosi delle novità che sarebbero state annunciate.

“Per noi la relazione con i laureati non è accessoria – spiega Franco Anelli, rettore della Cattolica – anzi è essenziale all’attività dell’università. Se vogliamo costruire una comunità con tutti gli studenti dell’ateneo non possiamo limitarci ai 4-5 anni in cui si vive dentro il campus:

abbiamo investito sulle persone non solo in termini di competenze, ma anche nel costruire la loro identità.

E sono le persone il nostro migliore biglietto da visita in termini di qualità, sono loro i nostri migliori ambasciatori”. Ed è proprio a questi ambasciatori che il rettore chiede di offire suggerimenti per innovare l’attività dell’università, la didattica, le materie e le nuove competenze da acquisire. Chiede a loro, in qualche modo, di reimpostare la vita dell’ateneo creando un legame ancora più diretto con il mondo del lavoro. “Vogliamo essere ancora più presenti nelle istituzioni e nel business”, continua Anelli invitando ciascuno dei presenti a mantenere viva la comunità della Cattolica a New York e a mantenere saldo il legame con l’ateneo che li ha formati.

Espandere questo percorso di reciprocità è l’obiettivo del tour statunitense del rettore e del suo staff che a New York visiteranno anche il campus della Fordham University, una delle più antiche università gesuite del Paese e quella della St. John University a Queens. In programma però ci sono incontri con gli ex alunni ora a Washington, Boston, Filadelfia dove con i rappresentanti della  Thomas Jefferson University si è siglato un accordo per riconoscere la laurea in Medicina sia nei Paesi Ue che negli Usa.

Audacia e innovazione è il binomio che sta indirizzando non solo la visita americana ma sono le linee guida su cui l’università insiste. “Essere audaci significa svolgere la propria missione con impegno senza badare a sacrifici – continua il rettore -. L’audacia in tempi difficili significa convincere i giovani che investire sulle proprie capacità non è uno spreco, ma un atto di coraggio”.

Sull’innovazione la Cattolica ha appena presentato un report dove solo nell’ultimo anno sono stati brevettati 27 prodotti e altri 11 spin off sono nati da una ricerca interna ai cinque campus. Una di queste innovazioni è Osta, un insieme di sensori e sofware che a seconda delle condizioni climatiche e del terreno decido di intervenire sul trattamento delle piante dosando al minimo l’uso di pestici e garantendo allo stesso tempo una elevata produttività.

“Gli spinoff nascono da un gruppo di giovani ricercatori guidato da un docente – spiega Pier Sandro Cocconcelli, docente di Microbiologia degli alimenti, anche lui nella delegazione americana -. L’università detiene una quota di partecipazione e per tre anni accompagna lo sviluppo interno, ma dopo ciascuna innovazione deve crescere autonomamente e questo percorso favorisce la capacità imprenditoriale dei giovani e l’interesse di capitali stranieri”.

“Quando pensiamo all’innovazione – ribadisce il rettore Anelli – non pensiamo solo ad un nuovo aggeggio ma piuttosto ad un modo di pensare, produrre e creare servizi che richiedono indipendenza di pensiero e una solida formazione: sono queste capacità ad innescare scintille e ad accendere luci di novità”. Infine ci soffermiamo sull’identità cattolica dell’università e Anelli ricorda che per tradizione “l’educazione cattolica si rivolge a tutti: a chi vuole una formazione seria e accurata e a chi condivide i nostri valori al di là della fede. Per chi invece aderisce alla fede, si sperimenta uno stile di azione sul quotidiano che è decisivo”. Ed è quello che anche la tappa americana ha mostrato attraverso il successo dei 95 ex studenti.

 

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Pasqua di sangue nello Sri Lanka

Evangelici.net - Tue, 30/04/2019 - 09:31
Non si spegne l'eco sulla Pasqua di sangue nello Sri Lanka, dove otto esplosioni hanno colpito chiese e alberghi a Colombo, Negombo e Batticaloa, provocando almeno 290 morti e 500 feriti, tra cui oltre trenta stranieri. Si è trattato di una delle stragi di cristiani più sanguinose degli ultimi anni, ed è probabile la matrice islamica delle azioni, compiute da attentatori suicidi....
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