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Updated: 42 min 25 sec ago

Umiltà, via di Dio (anba Epiphanius)

Fri, 20/11/2020 - 09:24

San Giovanni Kolobós[1] è simbolo dell’obbedienza monastica nella tradizione copta. La sua obbedienza ad Amoe, suo padre spirituale, è come l’obbedienza di Giuseppe, un’obbedienza sconfinata, come quella di Cristo nei confronti del suo Padre, un’obbedienza scevra di ambizioni personali, un’obbedienza che non disdegna le fatiche e che, addirittura, poteva condurlo alla morte. Ma ha obbedito fino a quel punto, fino alla morte.

La storia di Giuseppe è nota ma vorrei trattarla oggi da una prospettiva particolare che tocca la nostra vita monastica. La Scrittura parla di Giacobbe, che andò ad abitare nella terra di Canaan, e della sua discendenza. Ma dei suoi figli parla in dettaglio solo di Giuseppe (cf. Gn 37,1-20). La domanda da porci è: perché Giacobbe “amava Giuseppe più di tutti i suoi figli” (Gn 37,3)? Pare che i suoi fratelli fossero moralmente riprovevoli. Israele, poi, amò Giuseppe più degli altri figli perché era figlio della sua vecchiaia. Ma qualcuno potrebbe obiettare: anche Beniamino era figlio della sua vecchiaia, ed era più piccolo di Giuseppe. Perché, allora, Giuseppe fu amato più di Beniamino? Le Scritture non ce lo dicono ma San Giovanni Crisostomo prova a offrire un’interpretazione dicendo che, se la grazia del Signore non fosse stata evidente su Giuseppe, suo padre non l’avrebbe amato più di Beniamino[2]. È, dunque, chiaro che suo padre lo amava perché Giuseppe portava in sé una peculiarità, e non soltanto perché era figlio della sua vecchiaia. “Fece per lui una tunica colorata[3]” (Gn 37,3), ovvero lo coprì come un abito speciale, fatto da lui. “I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente” (Gn 37,4). Fate attenzione al termine “lo odiavano” perché lo commenteremo in seguito. Prima lo odiarono, e poi non riuscivano a parlargli amichevolmente. Ciò significa che se rivolgeva loro la parola, rispondevano con freddezza estrema, senza alcun saluto. Giuseppe iniziò a fare sogni. Nel primo di questi sogni era in un campo e ognuno aveva un covone. E tutti i covoni si prostrarono a quello di Giuseppe. Giuseppe raccontò il sogno ai fratelli e i fratelli gli dissero: “‘Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?’. Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole” (Gn 37,8). Poi tornò a sognare. Stavolta sognò il sole, la luna e undici stelle che si prostravano a lui: “Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: ‘Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?’. I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui” (Gn 37,10-11). Questa è la quarta volta che la Scrittura registra parole negative sui fratelli. Suo padre, invece, “tenne per sé la cosa” (Gn 37,11). Dopodiché andarono a pascolare il gregge del loro padre sulla montagna. Fattosi tardi, suo padre si preoccupò per loro e disse a Giuseppe: “Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie” (Gn 37,14). Giuseppe rispose: “Eccomi!” (Gn 37,13). La risposta è strana e all’apparenza illogica. Innanzitutto, poteva rifiutarsi o mettersi a discutere. Quattro volte dice la Scrittura che lo odiarono e lo invidiarono e che tra Giuseppe e i fratelli non c’era pace. In secondo luogo, i fratelli si trovavano nel territorio di Sichem, terra nemica. Inoltre, la distanza da percorrere è di quasi cento chilometri e sarebbe andato senza scorta. Infine, essi meritavano forse che qualcuno portasse loro del cibo? Tutti questi punti ci fanno dire che la missione era sbagliata e rendono la risposta di Giuseppe assurda: “Gli disse: ‘Eccomi!’”. Non si oppose.

Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem. Mentre egli si aggirava per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: “Che cosa cerchi?”. Rispose: “Sono in cerca dei miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare”. Quell’uomo disse: “Hanno tolto le tende di qui; li ho sentiti dire: ‘Andiamo a Dotan!’”. Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan (Gn 37,14-17).

Qui la sua missione era terminata di per sé. Suo padre gli aveva detto di andare a Sichem. Egli era andato a Sichem e non li aveva trovati. Se avesse detto a suo padre ciò, non sarebbe stato nel torto. D’altronde, da Sichem a Dotan ci sono circa 25 chilometri.

“Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire” (Gn 37,18). Ed eccolo, questo loro fratello che aveva informato il padre della loro mormorazione, a cui il padre aveva dato una tunica colorata, invidiato e odiato.

“Si dissero l’un l’altro: ‘Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: ‘Una bestia feroce l’ha divorato!’. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!’” (Gn 37,19-20). Ecco la storia assurda di Giuseppe.

Giuseppe, tipo cristologico

La storia di Giuseppe è l’immagine di qualcosa che leggiamo altrove nella Sacra Scrittura:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: ‘Gesù Cristo è Signore!’, a gloria di Dio Padre (Fil 2,5-11).

Cristo è il Figlio amato dal Padre, in mezzo ai suoi fratelli, ovvero in mezzo all’umanità intera, a cui il Padre ha dato una tunica colorata, ovvero lo ha differenziato da tutta la creazione in quanto Monogenḗs, “Unigenito”.

Non ritenne un privilegio l’essere come Dio.

Cristo non ha bisogno di essere come Dio poiché egli lo è in verità. Egli è, infatti, uguale a Dio ed è anche il Figlio amato di suo Padre.

L’umanità è stata sorpresa dal fatto che, nello spaziotempo, Dio ha voluto inviare il Figlio in cerca dei suoi fratelli – non siamo forse noi i suoi fratelli? – e la risposta del Figlio è stata: “Eccomi, manda me!”, come ha detto Isaia, con lo spirito profetico: “Poi io udii la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’. E io risposi: ‘Eccomi, manda me!’” (Is 6,8). Cristo poteva forse dire: “No, non vado”? Certo, la ragione ci dice che avrebbe potuto. Avrebbe potuto dire al Padre: “Sei tu ad aver creato gli uomini, sei tu che li hai distinti dal resto della creazione, dando loro potere su di essa. Guarda quante grazie hai dato ad Adamo in Paradiso ma ciononostante Adamo e la sua discendenza hanno peccato, passando di peccato in peccato. Abbiamo provato a correggerlo ma è stato tutto inutile”. Avrebbe potuto dire al Padre: “Non hai visto ciò che hanno fatto i fratelli a Giuseppe quando è andato a cercarli? L’hanno ucciso! La stessa cosa potrebbe accadere anche al tuo Figlio”. Il Padre lo sapeva. Ma ha inviato comunque suo Figlio perché ci ama.

Eppure Cristo non ha risposto così al Padre. La risposta è stata: obbedienza.

Ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.

Il Figlio unigenito, il Figlio amato, ha abbandonato la casa di suo Padre ed è venuto a cercare i suoi fratelli.

Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.

Non è questo ciò che ha fatto Giuseppe? Ha obbedito fino alla morte, a una morte vera. La storia di Giuseppe ci dice che i suoi fratelli l’hanno preso e gettato nel pozzo. È un simbolo di morte. Dopo fu tirato fuori dal pozzo. Il percorso di mortificazione che ha compiuto Giuseppe è durato tredici anni, un percorso fatto di tormenti, di carcere, di umiliazioni. Ma alla fine la sua tribolazione ha avuto fine. Queste parole riguardano sia Cristo che Giuseppe. Di Giuseppe si disse che in Egitto era il secondo dopo il faraone. Di Cristo la Scrittura dice che “per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua pro-clami: ‘Gesù Cristo è Signore!’, a gloria di Dio Padre”.

Giovanni Kolobós, uomo cristificato

Tutto questo si applica a San Giovanni Kolobós di cui celebriamo oggi la festa. Di lui dice il Bustān:

[Giovanni Kolobós] andò da un anziano tebano che abitava nel deserto e divenne suo discepolo. Avvenne che il suo maestro gli diede un ramo secco e gli comandò di piantarlo e di innaffiarlo ogni giorno con una giara d’acqua.
L’acqua era lontana da loro[4].

Notate qui che il discorso sembra illogico. Giacobbe inviò suo figlio Giuseppe, il Padre inviò il suo Figlio unigenito. Lo stesso fece in maniera irrazionale l’anziano con san Giovanni.

Partiva di sera e tornava il giorno dopo[5].

Immaginate la distanza! Viaggiava tutta la notte per andare a innaffiare un ramo secco!

Dopo tre anni il ramo inverdì[6].

Chi sopporterebbe una cosa del genere per tre anni? Per questo Giovanni ha meritato che si dicesse di lui che era capace di tenere tutta Scete su un dito, come fosse una goccia d’acqua[7]. Perché? Che cosa fece Giovanni più di Antonio o di Macario tanto che teneva appesa al dito tutta Scete? Fece ciò che fece il Signore Gesù Cristo quando obbedì perfettamente al Padre. Anche se si trattava di discorsi apparentemente irrazionali, egli obbedì alla perfezione.

Dopo tre anni il ramo inverdì e diede frutto. Lo portò all’anziano che, presolo, lo portò in chiesa e disse ai fratelli: “Prendete mangiate il frutto dell’obbedienza”[8].

Abbiamo un altro detto che è esattamente il rovescio di questo. Si trova nella collezione dei detti anonimi. La storia racconta di un anziano molto importante che si ammalò. Chiese all’abate del monastero di potersi curare fuori dal monastero. L’abate gli disse: “Aspetta un po’ e ti porteremo un medico in monastero perché ti curi”. L’anziano rispose: “Ma smettila! Sono un anziano io!”. L’abate non rispose nulla. L’anziano andò allora in Egitto per farsi curare. Satana lo fece cadere in peccato e tornò in monastero soltanto dopo che la donna con cui si era intrattenuto partorì un figlio. Venuto in monastero, suonò la campana e disse ai fratelli: “Prendete: ecco il frutto della disobbedienza”[9].

Non è un caso che San Giovanni Kolobós fosse molto colpito dalla storia di Giuseppe. Leggiamo:

Una volta [Giovanni Kolobós] chiese ai fratelli: “Chi ha venduto Giuseppe?”. Gli risposero: “I suoi fratelli”. Disse: “Non furono i suoi fratelli a venderlo ma la sua umiltà. Poteva infatti dire a colui che l’aveva comprato che era loro fratello ma tacque e fu venduto per la sua umiltà. E con quella stessa umiltà divenne amministratore del re d’Egitto”[10].

San Giovanni era toccato dalla storia di Giuseppe perché la vedeva riflessa nella sua vita e per questo ne parlava ai suoi figli spirituali nel deserto.

C’è un detto nel Bustān che conosciamo tutti a memoria. È di abba Iperechio. Dice:

L’obbedienza è il vanto del monaco. Colui che l’acquisisce, Dio ascolta la sua voce, e sta davanti alla Croce del Signore della gloria con confidenza perché egli, per l’obbedienza a suo Padre, è stato crocifisso per noi[11].

L’obbedienza non serve all’abate o al confessore. Se l’abate ti chiede di fare un certo lavoro e tu rifiuti, il monastero non ci perde. Ipotizziamo che il padre confessore dia una certa indicazione al monaco. Il povero monaco pensa di essere più esperto del suo confessore e che la sua indicazione sia inutile. Inizia allora a discutere e a polemizzare. In questo, il monastero non ha perso. Ad aver veramente perso è il monaco. Ha perso l’occasione di obbedire. Il monachesimo si basa su tre cose: obbedienza, povertà volontaria e castità. Ma prima di tutte viene l’obbedienza. Ci sono numerose storie nel Bustān sulla disobbedienza che seguono uno stesso schema: il monaco non accetta il consiglio spirituale, vive secondo la sua volontà, poi si inorgoglisce e, infine, gli appare satana che lo conduce alla perdizione[12]. L’obbedienza benefica il monaco, non il monastero. Disse un monaco:

Colui che siede in obbedienza a un padre spirituale riceve un premio maggiore ed è in minor pericolo di colui che siede da eremita nella solitudine e nel silenzio[13].

 

Tornando al detto di abba Iperechio vediamo come egli indichi Cristo che “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. L’obbedienza non gli fece ottenere qualcosa di terreno ma lo portò alla Croce.

Ecco, dunque, che l’obbedienza, in tutti i casi, è resa perfetta mediante la croce. Questo lo vediamo sia nel caso del Signore Gesù, sia di Giuseppe il giusto, sia di San Giovanni Kolobós. In tutti i casi, l’obbedienza passa attraverso il mistero della Croce. Ma alla fine ci aspettano gloria e vita eterna.

Un padre raccontò di aver visto quattro posizioni elevate in cielo. La prima: un malato che rende grazie a Dio. La seconda: un sano che ospita gli estranei e dà riposo ai deboli. La terza: un solitario nel deserto che lotta. La quarta: un discepolo che obbedisce fedelmente a suo padre a motivo di Dio. Egli ha trovato che la posizione del[l’ultimo] discepolo è più elevata rispetto alle altre tre e ha affermato di aver interrogato colui che gli aveva mostrato ciò dicendo: “Come è possibile che colui che è il più piccolo degli altri sia diventato colui che ha la posizione più grande?”. Gli rispose: “Ognuno di loro fa il bene secondo la propria volontà. Costui, invece, ha reciso la propria volontà per Dio e ha obbedito al suo maestro. L’obbedienza a motivo di Dio è la virtù più nobile”[14].

Dunque ora capiamo perché l’obbedienza è la virtù più nobile: perché con essa noi ci rendiamo simili al Signore Gesù. Il frutto dell’obbedienza del Signore Gesù al Padre è stato riunire tutta l’umanità per Dio Padre. Il guadagno è stato enorme e – ora possiamo dirlo – non è stato a vantaggio di Cristo ma solo e soltanto dell’umanità. Dio Padre ha riguadagnato l’umanità che si era estraniata da lui finendo nelle mani di satana, il principe di questo mondo. Il mondo era sotto il dominio di satana ma, con l’obbedienza del Figlio, l’umanità è ritornata ad appartenere a Dio Padre. Il Figlio, infatti, ci ha acquistati con il suo sangue. Ci ha acquistati vuol dire che siamo passati dal non appartenere più all’appartenere di nuovo.

Ecco, dunque, che l’0bbedienza di San Giovanni
Kolobós è un ottimo modello per il monaco poiché rappresenta la riproposizione di ciò che il Signore Gesù ha compiuto con la sua perfetta obbedienza al Padre.

Tratto da
Anba Epiphanius, L’arte dell’essere monaco,
Wadi al-Natrun, San Macario Edizioni 2020, pp. 137-147

[1] Cf. nota 33, p. 38.

[2] “Fu una grazia particolare che proveniva dall’alto che rese il giovane amabile e lo rese preferibile a tutti gli altri a motivo della virtù della sua anima” (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi, 61.3).

[3] La traduzione araba della Bibbia Smith e Van Dyck, usata dall’autore, rende l’ebraico passîm con mulawwana “colorata”, similmente alla traduzione copta bohairica che dice aouiaouan cioè “policroma”, riprendendo il termine greco della Settanta poikílos. La Vulgata dice tunica polymita ovvero “tunica damascata”. Anche la traduzione inglese King James traduce of many colours. La CEI, con una scelta piuttosto insolita, traduce invece “con maniche lunghe”.

[4] Apoftegma n. 223 del Bustān (p. 122).

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Cf. Alfabetica, Giovanni Nano 36. La metafora della goccia d’acqua è tratta dalla dossologia dedicata a Giovanni Kolobós che dice: “…tanto che per mezzo della tua umiltà e della tua vita angelica hai tenuto sospesa tutta Scete sul tuo dito, come una goccia d’acqua”.

[8] Ibid.

[9] Cf. N 187.

[10] Apoftegma n. 240 del Bustān (p. 126).

[11] Apoftegma n. 859 del Bustān (p. 338).

[12] Cf. ad esempio gli apoftegmi n. 489, 742, 744, 745, 746 del Bustān.

[13] Apoftegma n. 570 del Bustān (p. 242).

[14] Apoftegma n. 666 del Bustān (pp. 271-272).

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