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Updated: 2 min 59 sec ago

Diario di un discepolo indisciplinato (9): “La piccola risurrezione di Joshua”

Sun, 07/07/2019 - 19:47

Joshua, dopo essere stato sedotto e derubato, si ritrova riverso in un mucchio di immondizia. È scioccato e non sa cosa fare. Fino a che, Qualcuno ascolta le sue preghiere…

Le puntate precedenti:
1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata
6a puntata
7a puntata

8a puntata

La chiesa di “Abu Sirga” (San Sergio) nel Cairo vecchio.

Mi alzai e mi rivestii in fretta. Per mia fortuna nessuno passava da quelle parti se non alcuni cani e gatti randagi che lottavano pertinacemente per un po’ di cibo. La puzza di immondizia attorno a me era nauseabonda. Mi guardai attorno. Dello zaino nemmeno l’ombra. Ripensai a tutte le cose che avevo comprato e al costo dello zaino stesso e tirai un respiro profondo. Ero arrabbiato, deluso, provato. Mi sentivo uno straccio, ero totalmente perso, non sapevo cosa pensare. L’unica cosa che mi dava ancora speranza era il fatto di respirare e di essere vivo. “Perlomeno però”, mi dissi “non mi hanno ucciso”. Mi incamminai senza sapere dove fossi e senza sapere dove andare. La prima cosa che mi venne in mente fu Rebecca. Pensavo che avrei voluto incontrarla e spiegarle il disastro che avevo combinato. Mi ricordai del suo avvertimento: “Sarà un viaggio in un tunnel di fuoco. Soffrirai molto perché scoprirai chi sei davvero e non sarà un bel vedere. Ma conoscerai anche la tua vocazione divina. Il Signore ti riveli tutto ciò che deve essere rivelato”. Oh che cosa avrei dato per essere irradiato dalla sua umile innocenza! Chissà dov’era in quell’istante. Questa donna era stata una profetessa per me. Era come se con uno sguardo mi avesse letto dentro. Soltanto ora capivo le parole dell’eremita, il leopardo, le macchie, l’etiope nero, la pelle ispessita per il peccato. Avevo deluso l’eremita che sicuramente non mi avrebbe più accolto, avevo deluso Rebecca, avevo deluso me stesso. Avevo deluso persone che erano diventate per me la mia famiglia, persone che amavo senza sapere esattamente perché. Forse perché mi ricordavano qualcun altro? Poteva davvero essere che in queste persone viveva un altro, viveva quel Gesù di cui loro mi parlavano? Avevo deluso tutti. E ora, che fare?

Mi incamminai nel caos cairota, a testa bassa, a pezzi e senza speranze. Il marciapiedi spesso si interrompeva e mi ritrovavo, senza rendermene conto, in mezzo alla strada. Per strada sembra di assistere a un concerto stonato di clacson. Il clacson da queste parti è lo strumento sociale che l’automobilista ha per dire: “Esisto anch’io”. O forse: “Esisto soltanto io”. Esausto per il caldo e per il caos, mi fermai un istante davanti a un negozio di succhi di frutta. Dovevo decidere se andare o no dalla polizia per denunciare il furto. Se anche avessi voluto rinunciare ai miei preziosi effetti personali (il solo pensare alla mia costosa macchina fotografica mi faceva girare la testa…), sarebbe stata comunque necessaria la denuncia per poter richiedere un nuovo passaporto al consolato australiano. Che fare? Mentre ero immerso nei miei pensieri, come fossi un cucchiaio pieno di miele, d’improvviso si radunò intorno a me un numero imprecisato di uomini e donne, curiosi di vedere in quel quartiere periferico un uomo bianco. “Hello” dicevano cercando di fare amicizia. In un altro momento sarei stato disponibile a fare due chiacchiere ma ero talmente provato che urlai loro in faccia qualcosa del tipo “non è proprio il momento”. L’assembramento si dissolse in un istante. Ne fui proprio felice. Ma l’Egitto riserva sempre sorprese e dopo qualche istante il proprietario del negozio di succhi di frutta uscì con in mano un bicchiere enorme pieno fino all’orlo di succo di mango freddo. Me lo porse come fosse la cosa più preziosa che aveva. Non potei rifiutarlo. Non disse una parola, non so come si chiamasse, ma posso dire che non dimenticherò mai quel gesto gratuito e vero. Inutile dire che quando gli porsi i soldi si rifiutò categoricamente di accettarli. Che differenza tra lui e i suoi connazionali della notte precedente!

Chiesi del distretto di polizia più vicino. Mi fece accompagnare da un ragazzino ancora in età preadolescenziale al quale diedi una mancia. Mi sorrise e mi disse in un inglese simpatico: “Sankiù” (Thank you). Entrai. Mi sembrava di aver messo piede all’improvviso in una bolgia infernale. Un agente, visto lo straniero appena entrato, si fece largo tra le lunghissime e disordinatissime file ferme agli sportelli e mi fece segno di accomodarmi.

“Quanto tempo ci vuole?”, chiesi.

L’agente chiamò quello che sembrava un ufficiale dicendogli di capire che cosa stessi dicendo. L’ufficiale mi disse molto gentilmente: “Soltanto dieci minuti”.

Passarono dieci minuti. Poi mezzora. Poi un’ora. Mi alzai chiedendo spiegazioni a un altro agente ma l’unica cosa che fu capace di fare fu indicarmi il bagno. Dissi di non voler passare tutta la giornata in commissariato ma fu come se avessi parlato in lingua laragiya[1].

Tornai a sedermi e per la stanchezza, senza accorgermene, mi addormentai. Fui svegliato dal primo agente, quello che mi aveva fatto sedere. Erano passate tre ore. Mi fece segno di seguirlo. Entrammo in ufficio dall’ufficiale.

Entrato, mi ritrovati in una nube talmente fitta da poterla tagliare a fette. Iniziai a tossire, tanto era insopportabile l’odore del fumo. Nella stanza impolveratissima c’erano un quadro del presidente della repubblica e un altro con dei versetti del Corano. L’ufficiale, facendo finta di scacciare un po’ di fumo, mi fece segno di sedermi. Mi chiese il motivo per cui ero lì. Gli dissi del furto, senza entrare troppo nei dettagli. Mi disse: “Povero. Ha fatto questo viaggio così faticoso per venire in Egitto dall’Australia e poi viene rapinato. Dobbiamo spezzare le braccia a queste persone! Maledetti!”.

“Basta recuperare la refurtiva, lasci stare i ladri”.

L’ufficiale si innervosì – o perlomeno così mi sembrò – e in un impeto di giustizia, sbattendo sonoramente i pugni sul tavolo che fecero traballare il posacenere con dentro la faccia di Tutankhamon, insistette che era necessario spezzare le braccia ai criminali che infestavano il paese come tanti scarafaggi puzzolenti. Non era il momento per discussioni etiche (tanto più che il suo inglese non le permetteva…) per cui mi accontentai di sollecitare la stesura della denuncia.

“Ok, sì, va bene, ora scriviamo”. Non finì neanche di battere su una lettera che il monitor iniziò a farsi di tutti i colori. Innervositosi di nuovo, l’ufficiale gridò:

“Refaaaaaaaat”. Un agente arrivò trafelato, tutto sudato. “Quante volte ti ho detto di aggiustare questo benedetto monitor! Non riesco a lavorare! Trovami una stanza dove il computer funzioni!”. Ci spostammo nella stanza a fianco. Finalmente si respirava meglio…

“Il passaporto”, mi disse. E si accese una sigaretta.

“È stato rubato”.

“Si ricorda il numero?”, riprese.

“No. Tra l’altro non posso neanche controllare né sul telefono né sull’agenda. Hanno rubato tutto”.

“E questo è un problema”.

“Lo so che è un problema”.

“Un problema, un problema. Non può chiamare in Australia un attimo?”.

“Se mi presta un cellulare potrei chiamare la mia ex moglie”.

“Ex moglie? È divorziato?”

“Sì, sono divorziato.”

“Come la capisco. Anch’io ho divorziato tre volte. Questa è la mia quarta moglie. E neanche con lei riesco ad andare d’accordo. Meno male che il lavoro mi aiuta a distrarmi, altrimenti…”

“Altrimenti…?”

“Altrimenti lascerei tutto e verrei a vivere in Australia!” e scoppiò a ridere. “Deve essere bellissima l’Australia! Per carità l’Egitto è il paese più bello del mondo, ma l’Australia…”

“Va bene”, riprese. “Scriviamo che le è stato rubato il passaporto australiano senza specificare altro. Ha altre dichiarazioni da rilasciare?”

“Sì. Lasci stare i ladri. Prima o poi si pentiranno. E sarà la loro peggior punizione.”

Mi guardò come se avessi voluto fargli una lezione su come svolgere il suo lavoro. Fu piuttosto stizzito dal mio commento ma, da buon egiziano, volle continuare a essere gentile.

“Ahmaaaaad”, gridò.

Un fattorino si affacciò ossequioso alla porta dell’ufficio: “Comandi, pashà!”

“Ahmad, fai un tè al signore. Gradisce?”

“La ringrazio, va bene così”.

“No, mister Joshua, non può rifiutare. Menta?”

“Se lo ritiene necessario…”.

“Non solo necessario, ma improrogabile. Abbiamo aspettato fin troppo per il tè. Caro mister Joshua, ci lasci almeno chiederle scusa a nome di questo paese con un tè. Ahmad, due tè con la menta. Per me, abbonda con lo zucchero, lo sai”. Poi rivolgendosi a me: “Poi ci metto una compressa di aspartame, così mia moglie è contenta… e anche la coscienza sta zitta”.

Arrivò il tè. Stampata la denuncia, la firmò e me la diede in fretta facendomi capire che aveva da fare. 

Uscii con il foglio in mano. Non sapevo dove andare. Tornare dall’eremita? Non mi avrebbe di certo accolto. Tornare in Australia? Con un tale fallimento alle spalle, che cosa avrei raccontato? Con quale faccia avrei affrontato la schiera dei beffeggiatori che mi attendevano?

Presi la metro senza una meta. All’improvviso un bambino mi porse un’immagine di un santo. Scoprii poi che si chiamava Abu Sirga, “San Sergio”, martire del IV secolo. Mi fece segno di scendere dal treno. Scesi pensando di essere giunto in un’area turistica. Mi ritrovai, infatti, nel vecchio Cairo dove si trova un quartiere cristiano ricco di chiese e monasteri antichi.

Da lontano intravidi una croce. Misi la mano in tasca e guardai la piccola croce che mi aveva regalato l’eremita. Erano molto simili. Mi ricordai delle sue parole: “Ti sarà utile nei momenti difficili. Tienila stretta in mano e chiedi aiuto. Vedrai, non resterai deluso”. La croce indicava la presenza di una chiesa. Mi feci coraggio ed entrai. Era come se fossi stato catapultato in un altro mondo. Via via che penetravo più verso l’interno, i clacson si facevano sempre meno fastidiosi fino a scomparire del tutto dal sottofondo sonoro.

Pregai. Dissi, chiudendo gli occhi, qualcosa come: “Signore, ma che cosa ho fatto? Mi vergogno. Non vedi cosa ho fatto? Come posso tornare dall’eremita, quell’uomo così puro e buono?! L’ho tradito. Non mi riaccoglierà mai. Signore, se esisti davvero, aiutami a riscattarmi da quest’errore. Non so come ho fatto a fare quello che ho fatto ma l’ho fatto. Quanto mi sento sporco, Signore. Puoi perdonarmi? L’eremita dice che tu perdoni sempre. Signore abbi compassione di me peccatore. Fammi rialzare da questo giaciglio di disperazione. Donami una nuova speranza, o Dio. ‘Speranza di chi non ha speranza’. Non ti chiamano così i copti? Donami un segno, Gesù buono, ascolta le preghiere dell’eremita. Ascolta lui, se non vuoi ascoltare uno come me, che è caduto così in basso”.

A un certo punto, mentre con gli occhi chiusi ero intento a pregare come mai mi era capitato dall’inizio del mio viaggio in Egitto, udii un gruppo di stranieri che era entrato per visitare la chiesa. Non ci feci caso. Poi, all’improvviso, una mano sulla spalla. “Joshua…!”. Era Rebecca. Era impossibile. Strabuzzai gli occhi come per svegliarmi da un sogno.

Mi disse: “Non ti avevo detto che in questo viaggio sarebbero successe cose straordinarie?”

[1] Antica lingua aborigena australiana che era parlata in Australia, vicino alla città di Darwin.

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Solo Cristo è capace di donare la vera libertà (Cirillo di Alessandria)

Fri, 05/07/2019 - 08:35

“Se, dunque, il Figlio vi farà liberi, veramente sarete liberi” (Gv 8,36)

Dice: soltanto all’unico Figlio per natura, libero secondo la verità, e al di fuori di ogni schiavitù, compete di poter liberare, e a nessun altro.

Come, poiché è sapienza per natura, e luce, e potenza, dà a chi ne è capace la sapienza, ai privi di luce la luce, ai privi di forza la forza, così, poiché è Dio da Dio, e frutto genuino e libero della sostanza che regna su tutto, dà la libertà. Del resto, nessuno potrebbe avere la libertà da chi non ce l’ha per natura. Dal momento che lo stesso Figlio vuole rendere liberi alcuni, e dare ad essi il proprio frutto, potranno dirsi veramente liberi coloro che hanno ottenuto questa dignità da Colui che ne ha il diritto e il potere, e non da un altro di quelli che lo hanno da altri, e risplendono di doti non proprie […]

Conveniva, infatti, sapere dove noi dobbiamo necessariamente cercare “la nobiltà secondo Dio”, e si doveva sapere che il Figlio può liberare.

Impariamo, dunque, che non ottengono grande nobiltà coloro i quali vanno dietro agli onori mondani, né raggiungono la gloria e la grazia dei santi, sebbene siano stati modesti e nati da genitori modesti secondo la carne. Ciò che sembra glorioso agli uomini, non basta a ottenere la nobiltà che è presso Dio, ma è, invece, la nobiltà della vita e dei costumi virtuosi che rende l’uomo veramente libero e nobile.

Giuseppe fu venduto come schiavo, come è scritto (cf. Gen 37,28), ma egli era libero, perché risplendeva di nobiltà d’animo; Esaù nacque da padre veramente libero, e lo era egli stesso, ma, per la turpitudine dei costumi, mostrò un animo servile.

Sono, dunque, nobili presso Dio, come abbiamo detto, non quelli che navigano nelle ricchezze e nel potere del denaro, o quelli che ricevono gli splendidi onori del mondo, ma coloro che si rendono famosi per la santità della vita e per l’onestà dei costumi.

Cirillo di Alessandria
Commento al Vangelo di Giovanni, Città Nuova, pp. 136-137

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Dovevo dare una mano per rialzare chi era caduto (Cirillo di Alessandria)

Mon, 01/07/2019 - 07:58

“Dove io vado, voi non potete venire” (Gv 8,21). Essendo, infatti, vero Dio, non sono assente in nessun posto, ma riempio tutto, e sono con tutti, abito soprattutto il cielo, stando molto volentieri con i santi spiriti. Ma poiché amo anche gli uomini, e sono Creatore dell’universo, non ho potuto sopportare il danno delle mie creature, mentre vedevo l’uomo precipitare nell’estrema rovina. Lo vedevo precipitato dal peccato nella morte e conveniva protendere la mano per aiutare chi era caduto, occorreva in ogni modo portare aiuto a chi era caduto. Occorreva salvare chi era perduto, occorreva che un medico soccorresse quelli che erano in pericolo, occorreva che a chi moriva fosswe presente la vita, e che la luce soccorresse chi era nelle tenebre.

Ma non era in vostro potere, essendo voi uomini, salire in cielo e convivere con il Salvatore. Per questo sono venuto io da voi; ho sentito spesso i santi gridare: “Piega i tuoi cieli e discendi” (Sal 144,5). Sono venuto, pertanto, dice, avendo piegato i cieli: infatti non si poteva sperare che voi sareste venuti qui. Per il tempo, dunque, che sono con voi scegliete la vita, purificatevi per mezzo della fede, mentre è presente chi può avere misericordia di voi.

Andrò infatti, o meglio, ritornerò dove voi non potete venire, e sebbene, spinti da un pentimento fuori tempo, cerchiate chi dà la salvezza, non lo troverete. Si può, dunque, arguire da ciò quale sia la conseguenza. Morirete cioè nel peccato e, gravati dai vostri peccati, sarete gettati, miserabili, nel carcere della morte, per pagare qui la pena della vostra lungua incredulità.

Il Salvatore, dunque, essendo buono e molto misericordioso, esorta i Giudei alla salvezza con il timore dei mali futuri, anche se essi non vogliono.

Cirillo di Alessandria
Commento a Gv 8,21
Commento al Vangelo di Giovanni, II, Città Nuova, Roma, pp. 83-84

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La via verso una mente illuminata (Tawadros II)

Fri, 21/06/2019 - 21:00

Il racconto dei due discepoli di Emmaus (Lc 24,12-35) ci parla di un viaggio dall’ignoranza verso una mente illuminata. Una mente per essere illuminata necessita di approfondire, di comprendere, di evolversi. Inoltre, essa necessita di un’anima santa, retta, che cammina su una via chiara, e di una vita santa, ovvero di una condotta pura, secondo i comandamenti di Dio.

La via verso Emmaus: il viaggio dell’ignoranza 1. La chiusura mentale

“Quando porrete fine alle vostre chiacchiere? Riflettete bene e poi parleremo” (Gb 18,2)

I due discepoli di Emmaus si misero a parlare prima di capire e questa è la cosa peggiore che si possa fare, sia su un piano piccolo, come può essere quello della famiglia, che su un piano più ampio, come quello della società. Il viaggio verso l’ignoranza ci porta a parlare prima di comprendere. Il nostro maestro Paolo Apostolo dice al suo discepolo Tito: “…ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Tt 2,12). Riflettete bene, poi parlate.

2. Mancanza di visione

Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo (Lc 24,16)

I loro occhi erano impediti a riconoscere, ovvero mancavano di visione. L’essere umano ha una mente per pensare. La gente spesso dice: “Tizio ha la mente cieca”, ovvero è privo di visione. Così, a causa della loro mancanza di visione, i due discepoli non furono in grado di riconoscere il Cristo che era insieme a loro, lui che aveva vissuto così tanto tempo con loro! Essi non avevano capito la Sacra Scrittrura.

Il versetto “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme? (Lc 24,18) indica la pericolosità del considerarsi giusti da soli. È come se i due discepoli si ritenessero unici possessori della verità sul Cristo. Colui che cammina insieme a loro, invece, viene considerato come un forestiero che non sa niente.

3. Il volto corrucciato

Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino, col volto triste? (Lc 24,17).

Una delle caratteristiche dell’ignoranza è il volto corrucciato. I due discepoli avevano perso la pace e la gioia. Il libro dei Proverbi dice: “Un cuore lieto dà serenità al volto, ma quando il cuore è triste, lo spirito è depresso” (Prov. 15,13). Questo perché, sulla via dell’ignoranza, non possedevano la gioia che è segno di salute spirituale.

4. Lo sbigottimento

Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo (Lc 24,22).

L’ignoranza ha posto un grande ostacolo che ha impedito loro di godere della benedizione di Cristo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

Il ritorno a Gerusalemme: il viaggio verso l’illuminazione e la vera conoscenza

I due si diressero verso Gerusalemme, verso la città del Re della Pace.

1. Apertura della mente

Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! (Lc 24,25).

È necessario che noi capiamo ciò che viene detto, lo viviamo e lo facciamo nostro.

2. L’illuminazione

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. (Lc 24,30).

Quando si è presentata l’occasione di stare una presenza di Cristo, un lampo è passato per la mente e il cuore. Ecco perché i periodi di silenzio, di ritiro e di quiete sono così importanti. Caratteristica del mondo moderno è il suo essere chiacchierone. Perché ritengo sempre di aver ragione? Perché non mi siedo a meditare: forse potrei aver torto!

3. La gioia

Dopo che il Signore Gesù Cristo li lasciò, i due discepoli tornarono gioiosi perché il loro cuore era stato ricolmato di letizia dalle parole che il Signore aveva scambiato con loro. Era tanta la gioia che corsero dai loro fratelli per informarli della buona notizia.

4. La certezza

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,33).

Con la mente illuminata dal Signore, ebbero la certezza della Risurrezione.

Vorrei trarre alcune conclusioni da quanto detto.

Quando diciamo “aprire la mente” non intendiamo dire che bisogna accettare qualsiasi cosa senza vagliarla. Bensì bisogna dare a noi stessi l’occasione di capire: “Non sanno né comprendono; una patina impedisce ai loro occhi di vedere e al loro cuore di capire” (Is 44,18).

Una mente, per essere aperta, ha bisogno di studiare, di approfondire, di tempo, di attendere la voce di Dio. Non dobbiamo agire soltanto in base al nostro pensiero. Abbiamo bisogno di innalzare preghiere e di piegare le ginocchia, abbiamo bisogno di aprire la Bibbia affinché la nostra visuale si apra alla volontà di Dio.

Una mente aperta e illuminata rende evidente la presenza di Cristo e rende percepibile la compagnia di Dio.

Riflettiamo poi parliamo. Apriamo le nostre menti, e capiremo le Scritture.

Tawadros II
Papa di Alessandria e Patriarca della predicazione di San Marco
tratto da: al-Kiraza, anno 47, n. 23/24, 14 giugno 2019, p. 3
tradotto dall’arabo da Natidallospirito.com

Dello stesso autore si legga anche Lo spirito di rinnovamento

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Chi possiede i doni dello Spirito Santo? (Anba Epiphanius)

Thu, 13/06/2019 - 16:54

Quanti cristiani posseggono i doni dello Spirito? Secondo quanto scritto dagli Apostoli Pietro e Paolo, tutti i cristiani posseggono i doni dello Spirito Santo. Dice San Paolo: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune […] Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole. (1Cor 12,7.11). San Pietro, invece, scrive: “Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (1Pt 4,10). Se nella Chiesa primitiva è stato dato a tutti i cristiani di ricevere i doni dello Spirito, perché pensiamo che tra di noi siano pochi coloro che li posseggono? La risposta è che i doni necessitano di essere accesi:

Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbìteri. Abbi cura di queste cose, dèdicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano (1Tm 4,14-16).

San Paolo raccomanda di nuovo il suo discepolo Timoteo dicendo:

Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di fallimento[1], ma di forza, di amore e di prudenza (2Tm 1,6-7).

Così, dalle due lettere di San Paolo a Timoteo, appare evidente la necessità dell’obbedienza e della sottomissione ai padri spirituali e del rivolgersi a loro per essere consigliati e guidati al fine di far crescere il dono e di metterlo al servizio dell’edificazione della Chiesa e della gloria di Cristo. In coloro, poi, che spengono o rattristano lo Spirito trasgredendo i comandamenti di Dio o seguendo le loro passioni, lo Spirito non può agire con i suoi doni.

Tipologie dei doni

San Paolo ci ricorda che esistono molti carismi spirituali: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito” (1Cor 12,4). Tuttavia non elenca tutti i carismi. In quattro punti diversi della sua lettera ne segnala alcuni. Prima nove:

A uno, infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue (1Cor 12,8-10).

Poi ne indica otto, di cui quattro non considerati in precedenza:

Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue (1Cor 12,28).

Nella Lettera ai Romani ne vengono considerati sette, di cui quattro appaiono solo qui:

Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rm 12,6-8).

Infine, nella Lettera agli Efesini, San Paolo menziona cinque doni, di cui due non presenti negli altri elenchi: “Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri” (Ef 4,11). Ovviamente lo Spirito è libero di aggiungere altri doni che non sono stati elencati. In ogni caso, questi doni si possono suddividere in due gruppi: il primo è composto dai carismi dell’azione o del ministero, il secondo da quelli del linguaggio.

San Pietro pone una condizione all’uso di tutti questi carismi:

Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo (1Pt 4,11).

I carismi oggi

Questi carismi vengono ancora donati ai credenti di oggi? Lo Spirito Santo che operava nella Chiesa primitiva è lo stesso Spirito che è all’opera ora nella Chiesa. Ma nella Chiesa primitiva c’era bisogno di carismi speciali che apparissero con particolare forza ed evidenza, come il parlare in lingue. Ciò serviva agli apostoli e agli evangelisti per predicare la Parola in nazioni diverse e per confermare la predicazione mediante segni e miracoli.

Sappiamo che nella Chiesa questi carismi non si sono mai arrestati. Molti dei primi padri monaci, come abba Macario e abba Pacomio, hanno ottenuto il dono di parlare in altre lingue per il bene di coloro che si rivolgevano a loro in cerca della salvezza delle loro anime. Questo carisma continua ad apparire occasionalmente nella Chiesa.

Tuttavia, non c’è dubbio che lo Spirito Santo sia in grado di conferire oggi carismi nuovi che sono più adatti alle esigenze della Chiesa di questo tempo. Ma necessita innanzitutto di persone fedeli e di vasi pronti ad accoglierlo. Noi non preghiamo per ottenere i carismi, perché è lo Spirito Santo a donarli a ognuno come egli vuole. Ma preghiamo affinché Dio ci doni lo Spirito Santo secondo la sua promessa benedetta: “Il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). Dio ci conceda di colmarci dei doni dello Spirito affinché il Signore protegga dallo smarrimento il carismatico e quest’ultimo possa impiegare il carisma per l’edificazione della Chiesa, così che Dio sia glorificato per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Nel libro Contro le eresie, Sant’Ireneo scrive a proposito del carisma come dono dello Spirito Santo che necessita della Chiesa per potersi sviluppare:

Questo dono di Dio è stato affidato alla Chiesa, come il soffio dato alla creatura, e questo al fine di vivificare le membra di coloro che lo ricevono; nel dono è stata posta la comunione col Cristo, cioè lo Spirito Santo, pegno dell’incorruttibilità, confermazione della nostra fede, scala per salire fino a Dio […] Dove c’è la Chiesa, lì c’è lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, lì c’è la Chiesa e ogni abbondanza di grazia. “Lo Spirito è Verità” (1Gv 5,6). Perciò coloro che non prendono parte a esso, non sono nutriti nella vita dalle mammelle della madre, non hanno parte alla fonte limpidissima che fuoriesce dal corpo di Cristo[2].

[1] Seguiamo l’arabo che traduce con fašal (‘fallimento, delusione, insuccesso’) la parola greca deilía (‘timidezza, codardia’), N.d.T.

[2] Ireneo di Lione, Contra haereses, III, 24,1 (cf. Id., Contro le eresie, II, a cura di Augusto Cosentino, Città Nuova, Roma 2009, pp. 139-140).

Anba Epiphanius
tratto da: Anba Epiphanius, Una salvezza così grande, San Macario Edizioni, 2019, pp. 197-202

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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Cristo non sfama chi è sazio! (Matta el Meskin)

Sat, 08/06/2019 - 10:50

Oggi ricorre il tredicesimo anniversario della nascita al cielo di padre Matta el Meskin, padre spirituale del Monastero di San Macario in Egitto (20.9.1919 – 8.6.2006). Quest’anno ricorrono anche i cinquant’anni del trasferimento di padre Matta e dei suoi discepoli dal Wadi al-Rayyan al Monastero di San Macario su richiesta di papa Cirillo VI.

Per l’occasione vi proponiamo un brano di padre Matta citato dal monaco Yuhanna el Makari durante la commemorazione annuale tenutasi ieri al Monastero di San Macario in un’atmosfera di grande gioia e fratellanza.

Cristo non arricchisce chi è ricco, né sfama chi è sazio, né giustifica chi è giusto, né redime chi confida in se stesso, né insegna a un erudito! La sua ricchezza è solo per il povero e il bisognoso, per chi è scartato, per chi è disprezzabile e sciagurato anche ai propri occhi; il cibo abbondante di Cristo è per l’affamato, la sua giustizia per i peccatori, il suo braccio forte per chi è caduto, la sua sapienza per i bambini e per quanti si considerano piccoli. Chiunque è povero, affamato, peccatore, caduto o ignorante è l’ospite di Cristo.

Cristo è disceso dalla gloria del suo regno alla ricerca di coloro che sono nell’abisso profondo, di coloro che hanno raggiunto il massimo grado di miseria, di perdizione e di oscurità abominevole, di coloro che non hanno più speranza in se stessi. In loro si manifesta il suo potere d’azione e la potenza del suo essere Dio, quando il suo amore immolato si precipita a tirar fuori il peccatore dal pantano e dal letamaio e si affretta ad aspergere e lavare con il santo sangue ogni membro contaminato.

In persone di questo tipo è glorificata la giustizia di Dio; in esse egli trova un terreno per la compassione, la misericordia e la tenerezza, e nelle anime di coloro che sono disprezzati e scartati la sua umiltà trovo conforto, poiché nell’essere condiscendente verso di loro egli trova un’opera degna della sua mitezza.

Oh, se soltanto i peccatori sapessero di essere l’opera di Dio e la gioia del suo cuore! “Siamo opera delle sue mani” (Ef 2,10). Se il peccatore fosse sicuro che la sua condizione agli occhi di Dio è sempre stata tra le preoccupazioni dell’Onnipotente ed è stata presa in considerazione fin dall’eternità, e che la mente di Dio di è data pensiero nel corso dei secoli del uso ritorno, e che i cieli e quanto contengono restano in attesa della sua conversione, allora non si vergognerebbe mai di se stesso, non disprezzerebbe la propria possibilità di conversione, non rimanderebbe il suo ritorno.

Se solo il peccatore sapesse che tutte le sue trasgressioni, le sue colpe e le sue infermità non sono altro che il motivo della compassione, della remissione e del perdono di Dio, e che per quanto grandi e atroci possano essere, non potranno mai disgustare il cuore di Dio, né estinguerne la misericordia, né ostacolare – neanche per un solo istante – il suo amore! Se solo il peccatore sapesse questo, allora non si aggrapperebbe mai al suo peccato né cercherebbe nell’isolamento da Dio un velo per impedire alla sua vergogna di vedere il volto di Cristo, quel volto che sta cercando di dimostrargli l’amore che nutre per lui e che lo sta chiamando!

padre Matta El Meskin (1909-2006)
padre spirituale del monastero di San Macario il Grande (1969-2006)
tratto da Matta El Meskin, Comunione nell’amore, Qiqajon, pp. 127-146

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Cristo, luce del mondo (Anba Epiphanius)

Thu, 30/05/2019 - 09:05

Di nuovo Gesù parlò loro e disse:
“Io sono la luce del mondo; chi segue me,

non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Il dominio della tenebra

Prima della venuta di Cristo e della sua rivelazione come luce del mondo, la tenebra spirituale ricopriva la terra. A causa del velamento della luce divina, la sofferenza causata dal potere che la tenebra aveva sulla natura umana era diventata un gemito di dolore soffocato dai santi nel profondo del loro cuore, come ci dice la Sacra Scrittura parlando del giusto Lot: “Quel giusto infatti, per quello che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, giorno dopo giorno si tormentava a motivo delle opere malvagie” (2Pt 2,8).

La tenebra del peccato era un torrione inespugnabile in una città mortifera, la terra della nostra miseria. Da questo torrione il Nemico del genere umano era riuscito a colpire con le sue frecce gli uomini ed era riuscito, per il lungo periodo del suo governo a partire da questo torrione tenebroso, a far strada nell’anima umana alla sua tenebra, tanto che era penetrata fin nei meandri più reconditi.

Mediante l’azione della tenebra in noi, il peccato era riuscito a vivificare l’uomo vecchio in noi, dopo che l’immagine divina dentro di noi si era offuscata. In quest’atmosfera oscura lo spazio è stato occupato dagli arconti della morte che hanno disperso e fatto perire il gregge dell’umanità dominando sulle inclinazioni umane. Queste inclinazioni sono diventate lo spazio preferito attraverso il quale il Nemico del bene ha insufflato, nel nostro cuore, il suo male pervertendo la nostra via: “Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra” (Gn 6,12). Il Nemico ha sottomesso al suo arbitrio persino i pensieri, l’immaginazione e gli istinti naturali creati buoni in noi imbrigliandoli nel suo giogo. Essi sono diventati il carburante con il quale egli accende la passione peccaminosa nel nostro essere: “Ogni intimo intento del loro cuore non è altro che male, sempre” (Gn 6,5).

L’umanità dal volto madido del sudore della fatica degli anni, viveva di miseria e privazione, sazia di tedio e di noia, sofferente per l’impotenza di un’anima svuotata. La tenebra aveva scavato profondi solchi nell’anima e il Nemico vi aveva seminato la sua zizzania tanto che essa aveva prodotto frutti marci.

Il dominio della tenebra, la supremazia del peccato sulle membra del corpo e l’egemonia della passione sugli istinti hanno avvolto nell’oscurità l’uomo scacciato dalla presenza di Dio. Egli è caduto dall’alto della viva comunione con Dio nel Paradiso al fondo delle cose terrene, secondo le parole che Dio rivolse ad Adamo: “Polvere tu sei e in polvere ritornerai” (Gn 3,19). Ad accrescere l’amarezza dell’animo umano, la sensazione insieme di povertà e di fallimento spirituale, di mancanza di ogni eredità spirituale. L’umanità intera era, infatti, divenuta “un popolo saccheggiato e spogliato; sono tutti presi con il laccio nelle caverne, sono rinchiusi in prigioni” (Is 42,22). La tenebra aleggiava sulla faccia della terra come una nebbia fitta che ricopriva tutti i suoi abitanti: “Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (Is 60,2).

La speranza si rinnova

Percependo il proprio fallimento spirituale e la morte serpeggiare nel suo intimo, l’umanità sollevò il volto verso l’alto supplicando la salvezza. Giacobbe, padre delle tribù, sospirò profondamente in attesa della salvezza con queste parole: “Io spero nella tua salvezza, Signore!” (Gn 49,18).

L’umanità continuò a insistere, per mezzo dei profeti, nel chiedere il sorgere della luce e della salvezza. Il profeta Davide gridò: “O Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 80,1). E ancora: “Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto, salvami per la tua misericordia. Signore, che io non debba vergognarmi per averti invocato” (Sal 31,17-18).

La risposta di Dio al grido dell’uomo

Dio ha guardato la tenebra e la miseria dell’uomo, compiangendo lo stato di umiliazione al quale era giunto, e ha risposto al grido dei poveri. Questa risposta è sopraggiunta per bocca dei profeti che parlavano mediante lo Spirito di Dio: la luce giungerà presto e compenserà gli anni di fatica, trasformando la sofferenza, la miseria e l’amarezza della schiavitù dell’uomo nella dolcezza che nasce dall’affrancamento dalle catene delle tenebre.

Questa luce avrebbe liberato l’uomo dalle grinfie della morte e l’avrebbe riportato, lui che era sprofondato nelle tenebre della tristezza, a Dio, sorgente della sua consolazione.

Giobbe il giusto gioisce della luce sorta nella sua vita e per essersi salvato dalla fossa della perdizione dicendo: “Egli mi ha redento[1] dal passare per la fossa e la mia vita contempla la luce” (Gb 33,28).

Il profeta Isaia consola l’anima umana dicendole: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). E annuncia a coloro che sono nella tenebra una buona notizia dicendo: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1).

Il profeta Naum predica il calore che avrebbe riscaldato i cuori congelati dalla lontananza da Dio: “In un giorno freddo spunterà il sole” (Na 3,17)[2].

Il profeta Zaccaria annuncia una buona notizia all’umanità stanca, avvolta dalla tenebra come in una notte oscura: “Verso sera risplenderà la luce” (Zc 14,7).

Malachia esulta di gioia perché l’umanità sarebbe finalmente stata guarita dalle patologie della tenebra del peccato e dal deficit di ogni giustizia mediante i raggi del sole di giustizia che sarebbe sorto su di lei: “Sorgerà per voi il sole di giustizia. Nelle sue ali la guarigione[3]” (Ml 3,20).

La rivelazione della luce

Infine, nella pienezza del tempo, Cristo è venuto e si è rivelato come luce vera che sgorga dal Padre: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Gv 16,28). Egli è spronato e mosso dalla potenza d’amore celata in lui e dal suo desiderio di salvare l’uomo dal dominio della tenebra e di distruggere tutti gli ostacoli sorti a causa della disobbedienza dell’uomo.

Cristo è venuto come splendore della gloria del Padre per dissipare la fitta nebbia che avvolgeva i cuori degli uomini e per liberarli dalle catene oscure che li avevano resi prigionieri: “Perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio” (At 26,18).

È venuto per sciogliere l’assedio dell’oscurità che accerchiava le anime, per illuminare ogni anima incatenata dietro le sbarre dell’asservimento alle passioni: “Perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42,7).

È venuto per dare conforto a coloro che erano affaticati e angosciati, a coloro che erano talmente disperati da ritenere che la vita fosse una notte senza mattino, per portare i pesi di tutti i cuori schiacciati da preoccupazioni e sofferenze insopportabili, dicendo loro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

La vera luce è venuta come energia di vita nuova per arrestare lo scorrere del peccato nell’intimo dell’uomo, per salvare tutti coloro che erano annegati negli oceani del male, per rivivificare tutti coloro che erano stati trascinati dalle correnti della morte: “Abbi pietà di me, Signore, vedi la mia miseria, opera dei miei nemici, tu che mi fai risalire dalle porte della morte” (Sal 9,1), “Io sono venuto perché abbiano la vita” (Gv 10,10).

[1] L’arabo (fadā) è fedele all’ebraico (pādāh). Entrambi i verbi significano “riscattare, redimere”, N.d.T.

[2] Seguiamo l’arabo, N.d.T.

[3] Questa la traduzione letterale del versetto secondo l’ebraico, che l’arabo ricalca: wezārḥâ lakem… šemeš ṣedāqâ ûmareppēʾ biknāfêhā, N.d.T.

Anba Epiphanius
tratto da Una salvezza così grande, San Macario Edizioni 2019, pp. 89-94

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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Esce in italiano “Una sera nel deserto del Monte Athos. Dialoghi con un eremita sulla preghiera del cuore”

Fri, 24/05/2019 - 16:43

È appena uscito un altro libro di spiritualità ortodossa: “Una sera nel deserto del Monte Athos. Dialoghi con un eremita sulla preghiera del cuore”.

L’AUTORE è il vescovo ortodosso di Nafpaktos (l’antica Lepanto), Hierotheos Vlachos.
Il LIBRO – che ha avuto in Grecia più di 20 edizioni e che è stato tradotto in parecchie lingue – è il racconto di una sera-notte passata dall’allora archimandrita Hierotheos sul Monte Athos, a dialogare con un eremita sulla “preghiera del cuore” o “preghiera di Gesù”: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. In forma dialogica, il volume si rivela un piccolo trattato sulla preghiera esicasta.

Per ulteriori notizie:
a) L’AUTORE: http://www.asterios.it/autori/hierotheos-vlachos

b) LE PRIME 80 PAGINE DEL LIBRO (leggere prima di un eventuale acquisto…): http://www.asterios.it/sites/default/files/UNASERANELDESERTODELLATHOSpag.3-80.pdf

L’EDITORE assicura a chi acquista dal suo sito (http://www.asterios.it/catalogo/una-sera-nel-deserto-del-monte-athos):
– Lo sconto del 15% sul prezzo di copertina
– Un libro (sempre inerente alla spiritualità ortodossa) in OMAGGIO
(“Sconto del 15% e un regalo” si legge nella Home Page di Asterios: http://www.asterios.it/)

Il Libro sarà invece disponibile nelle librerie a partire dal 30 maggio.

Natidallospirito.com aveva in passato tradotto dall’inglese alcuni brani disponibili qui.

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Una salvezza così grande

Thu, 16/05/2019 - 16:38

Un volto radioso, un sorriso benigno, parole confortanti che mettono a proprio agio l’interlocutore. Ecco l’idea che ci viene in mente quando facciamo il nome di anba Epiphanius.

Nato il 27 giugno 1954 a Tanta, Egitto, il giovane Tadros Zaki Tadros ha portato a termine i suoi studi alla Facoltà di Medicina nel 1978. È entrato al Monastero di San Macario il 17 febbraio 1984 ed è stato ordinato monaco il giorno di Sabato della Luce (Sabato Santo), 21 aprile 1984, ricevendo il nome di Epiphanius. Ben presto, grazie alle sue numerose qualità, gli è stato chiesto di ricoprire diverse cariche importanti del monastero: la sua grande devozione, la sua disponibilità e la sua affabilità hanno fatto di lui il miglior candidato per curare e servire i malati, non solamente all’interno delle mura del monastero, ma soprattutto quando si rendeva necessario uscire. È così che è stato scelto nel 1997 per accompagnare il suo padre spirituale, padre Matta el Meskin, durante il suo viaggio negli Stati Uniti per un’operazione al cuore, poi padre Yuhanna in Germania nel 2002, e infine i padri Lukas e Panaghias, sempre in Germania, nel 2008, per delle cure antitumorali. Tornato in Egitto, ha continuato a curare questi ultimi due monaci con grandissima devozione fino al momento del loro passaggio all’altra vita.

Le sue straordinarie doti intellettuali sono state notate dal suo padre spirituale, padre Matta el Meskin, fin dalla sua entrata in monastero. Mentre era ancora novizio lo ha incoraggiato a studiare i Padri e la Tradizione della Chiesa e gli ha procurato i libri necessari. L’amore del giovane monaco per la Scrittura e la Tradizione facevano sì che si immergesse per delle ore nella lettura della patristica, della letteratura monastica antica e degli studi liturgici. Gli è stata, perciò, affidata la cura della biblioteca del monastero che gli è debitrice della maggior parte della catalogazione elettronica.

Inoltre, la sua precisione e la sua grande capacità di lavorare lo rendevano il più indicato a occuparsi della contabilità del monastero. A partire dagli inizi degli anni Novanta fino alla fine della sua vita, si è speso totalmente per questo compito piuttosto ingrato. Questa stessa meticolosità lo ha candidato al lavoro di revisione delle bozze della tipografia del monastero. Lavorando alla casa editrice ha potuto anche contribuire, come autore, alla rivista del monastero Saint Mark.

Nel 2002, quando i monaci incaricati di celebrare la liturgia cominciavano a invecchiare, padre Matta el Meskin, allo scopo di alleviare il carico dei monaci anziani, ha scelto alcuni monaci per essere ordinati presbiteri. Tra questi vi era padre Epiphanius. Sebbene avesse chiesto in lacrime di esserne esentato perché indegno, il monaco Epiphanius ha dovuto, per obbedienza, sottoporsi a questa ordinazione. Da allora, a causa della sua semplicità e della sua spiritualità, su di lui e su padre Panaghias cadeva la scelta per concelebrare con il nostro igumeno di allora, padre Kyrillos, in occasione delle grandi feste e della gran parte delle domeniche dell’anno. Alla fine di ogni celebrazione, padre Panaghias, per allontanare qualsiasi sentimento di vanagloria, scappava nella stalla per mungere le vacche. Allo stesso modo, padre Epiphanius si esercitava a offrire i suoi servizi ai più umili e a chiunque ne avesse bisogno.

In quanto bibliotecario, ha avuto l’occasione di incontrare numerose personalità di passaggio in monastero. Tutti ne hanno potuto saggiare l’affabilità, la disponibilità e l’apertura che si esprimevano con il suo accogliente inimitabile sorriso. Ha scritto di lui il coptologo padre Philippe Luisier: “L’avevo incontrato quando era bibliotecario, poi l’ho rivisto quando è diventato abate e vescovo. Era sempre uguale a se stesso, con questo sorriso che è soltanto suo”.

Coloro che hanno avuto l’occasione di parlare con lui hanno potuto misurare anche l’ampiezza della sua cultura che, tuttavia, non gli impediva di considerarsi sempre come una persona alle prime armi. Una volta, invitato a un convegno, gli fu chiesto di fare uno degli interventi inaugurali. Si mise, allora, a sedere sulla pedana insieme alle altre illustri personalità invitate per l’occasione. Il giorno dopo, però, gli organizzatori lo videro seduto in fondo alla sala, tra gli uditori. Quando gli fu chiesto di riprendere il proprio posto in pedana, rispose così: “Ieri, ero un conferenziere. Oggi, vengo per imparare”.

Nel 2013, in seguito a un sondaggio condotto su iniziativa di papa Tawadros II, è stato votato dalla maggioranza dei monaci per diventare superiore del monastero e, per questo scopo, è stato ordinato vescovo dal patriarca. Ma è sempre “rimasto uguale a se stesso”. Non ha mai accettato che gli si facessero le metanie[2] e a coloro che insistevano diceva: “Se ti prosterni davanti a me, farò lo stesso con te!”. Alla liturgia, chiedeva che non fossero intonati in suo onore gli inni propri del vescovo. Non si è mai seduto sul seggio episcopale (che, tra l’altro, in monastero, non era che una semplice poltrona) ma si sedeva a terra come gli altri monaci. Si rifiutava di indossare gli abiti liturgici propri del vescovo, accontentandosi di una semplice tunica bianca come gli altri celebranti. A chi gli chiedeva il perché di una tale scelta rispondeva: “Questi abiti ornati sono per i vescovi diocesani. In monastero, dobbiamo conservare la nostra semplicità monastica”. Per le liturgie nelle quali doveva ungere l’assemblea (come, ad esempio, il venerdì della fine della Quaresima e il Sabato della Luce), non aspettava che i fedeli andassero da lui, ma era lui che, prendendo l’ampolla d’olio, passava tra le fila e ungeva ognuno al proprio posto. Davvero ha incarnato per noi Colui che ha detto ai suoi discepoli: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Egli riteneva che il suo compito principale in quanto vescovo fosse presiedere alla liturgia domenicale e distribuire alla sua comunità il Corpo del Signore. Per lui, era così che poteva contribuire al meglio a realizzare lo scopo finale della creazione: “Ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose” (Ef 1,10). Perciò, non mancava mai alla liturgia domenicale, a meno che fosse obbligato per un viaggio o una malattia, e incoraggiava i suoi monaci a fare lo stesso. In questo è stato un degno successore dei vescovi dei primi secoli, di Ignazio, Cipriano, Ireneo, Pietro di Alessandria. E come loro ha concluso la sua vita con il martirio.

[2] Prostrazioni per chiedere la benedizione, N.d.T.

tratto dalla presentazione di padre Wadid el Macari al libro
“Una salvezza così grande” di anba Epiphanius

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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Primo libro di Anba Epiphanius in lingua italiana: “Una salvezza così grande”

Mon, 13/05/2019 - 09:00

Da oggi è disponibile a quest’indirizzo https://www.amazon.it/dp/1732985219 il nuovo libro della San Macario Edizioni, “Una salvezza così grande: Meditazioni bibliche di un padre del deserto contemporaneo” del tre volte beato vescovo Anba Epiphanius.

Si tratta del secondo libro pubblicato e stampato in Occidente dalla casa editrice del Monastero di San Macario il Grande.

“Una salvezza così grande” è un libro di grande valore, non soltanto per il contenuto, frutto di anni di studio delle Scritture, ma anche perché l’autore, anba Epiphanius, ha pubblicato l’originale arabo pochi mesi prima di essere ucciso mentre si recava a presiedere la Divina Liturgia domenicale.

Il libro è impreziosito da una prefazione di Sua Santità Papa Tawadros II, Patriarca della Chiesa copta ortodossa.

Dalla quarta di copertina:

Coloro che sono stati morsi dal peccato e nel cui corpo è scorso il suo veleno mortale guardino a colui che è morto per loro una volta e per sempre e che ora è vivo e donatore di vita. Sentiranno il brivido di una vita nuova scorrere nelle loro vene e vedranno rinnovati i loro pensieri, le loro emozioni, le loro speranze e le loro aspirazioni. Nel dialogo con Nicodemo, il Signore Gesù ha rivelato il mistero della nuova vita che egli ha donato a lui e a tutti coloro che credono in lui. Dobbiamo soltanto guardare con fede al Signore Gesù. Allora otterremo la vita eterna, allora gusteremo “una salvezza così grande” (Eb 2,3).

Per acquisti di più copie (minimo 10) è possibile contattare direttamente la casa editrice per ottenere uno sconto: info@sanmacarioedizioni.com

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La lumaca e la gloria

Tue, 07/05/2019 - 06:17

La notte di Pasqua di quest’anno, poco dopo aver cantato insieme “Cristo è risorto!” e aver fatto la processione della chiesa, ho notato di fronte a me un’enorme lumaca che stava salendo lentamente sulle spalle di mio padre.

Mia madre, con aria calma e raccolta, senza scomporsi, si è avvicinata a mio padre, ha preso la lumaca con le mani e l’ha portata fuori dalla chiesa.

Da quel momento in poi non sono più riuscito a togliermi di mente quella lumaca.

La maggior parte dell’esistenza di questa lumaca era tranquilla, rilegata in qualche anfratto nascosto e buio della chiesa. E per un breve momento, è stata circondata, anzi immersa, nello splendore della Resurrezione! Candele scintillanti, incenso che si diffondeva nell’aria, inni che raccontano della gloria… e poi, all’improvviso, senza volerlo, è ritornata di nuovo a quell’ordinaria oscurità.

Mi sono immaginato quella lumaca che, dopo essere stata cacciata fuori, è corsa (molto lentamente) dai suoi amici e dai suoi familiari e ha raccontato loro quello che aveva visto. “Non ci crederete, ma ho visto qualcosa di meraviglioso! Non mi era mai capitato di vedere tanta gloria! Era tutto così talmente bello e armonioso che quasi mi veniva da piangere”. Al che i suoi amici le avranno risposto: “Sì, come no! Fatti curare e torna a dormire, amico!”. E forse, per un attimo, quella lumaca si sarà chiesa se quello che aveva vissuto fosse veramente accaduto.

Ma poi, mangiucchiando una foglia di insalata, i suoi pensieri sono tornati a quegli attimi di luce e di gloria e il suo cuore sapeva.

Io sono quella lumaca, molto più di quanto mi piaccia ammettere. Quando intravedo qualcosa che va al di là del mio ordinario, c’è sempre una parte di me che cerca di razionalizzare e di sminuire. Ma il mio cuore sa: c’è molto di più, c’è molto di più, c’è molto di più…

tratto da una storia vera

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Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Sun, 05/05/2019 - 17:07

Offriamo ai lettori di Natidallospirito.com il testo di un’omelia pasquale del tre volte beato vescovo Epiphanius, abate del Monastero di San Macario, ucciso il 29 luglio 2018. Il Monastero di San Macario sta per pubblicare la traduzione in lingua italiana della prima antologia di scritti del vescovo copto, che dovrebbe uscire in concomitanza con il primo anniversario del suo martirio.

***

Il vescovo Epiphanius (sulla destra) con Tawadros II, papa e patriarca della predicazione marciana, al monastero di san Macario il Grande.

Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo si dilunga sulla Resurrezione del Signore Gesù. Si tratta del capitolo di cui una metà viene letta nella Divina Liturgia del Sabato della Gioia[1] e l’altra metà nella Liturgia della veglia pasquale. San Paolo inaugura il capitolo dicendo:

Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1Cor 15,1-4)

Il primo sintagma verbale, “vi rendo noto”, porta in sé una sfumatura di rimprovero perché poco dopo l’autore dirà ai destinatari della lettera: “Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna” (1Cor 15,34).

“Cristo morì per ὑπέρ i nostri peccati secondo le Scritture”, nel senso che Cristo è morto per togliere i nostri peccati, come si evince dalla lettera ai Galati (1,4): “Il quale ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Tuttavia, differisce dal versetto che riscontriamo nella lettera ai Romani il cui senso è piuttosto che egli è morto a causa dei nostri peccati (Rm 4,25): “Il quale è stato messo a morte per διὰ i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.

“Morì per i nostri peccati secondo le Scritture” onora la testimonianza degli scritti ispirati più che la visione oculare. L’Apostolo Paolo, in questo versetto, fa riferimento ad alcuni passi dell’Antico Testamento come Is 12,53 (“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”) e Sal 22,15 LXX (“Si è seccata come un coccio la mia forza, la mia lingua si è incollata al palato, su polvere di morte mi hai deposto”).

Ciò ci ricorda le parole che il Signore rivolse ai discepoli nella stanza superiore: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,44-45).

Da questa breve premessa, capiamo qual è questo Vangelo che l’Apostolo ha annunziato ai corinzi, questo Vangelo dal quale dipende la loro salvezza, senza il quale essi non possono salvarsi. È evidente, da quanto scrive, che il cuore della sua predicazione è stata la morte del Signore e la sua resurrezione dai morti.

Che bisogno c’è della Resurrezione?

Successivamente, l’Apostolo Paolo affronta un problema diffuso nella chiesa di Corinto e cioè la mancanza di fede di alcuni nella resurrezione, in generale, e di conseguenza nella resurrezione del Signore Gesù. Scrive:

Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? (1Cor 15,12)

C’era gente nella Chiesa primitiva che, malgrado credesse nel Signore Gesù, dubitava della sua resurrezione. In altro senso: “Crediamo che il Signore Gesù è morto per noi sul legno della Croce, e che con la sua morte abbiamo tutti ottenuto la salvezza. Che bisogno c’è, allora, di riconoscere la sua resurrezione e a cosa ci serve la resurrezione del Signore? Non basta la morte del Signore a rimettere i nostri peccati?”. Si noti che la resurrezione dei morti era messa in dubbio dalle genti come si evince dal discorso di san Paolo sull’Areòpago:

Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero” (Atti 17,32). Lo stesso accadde quando si intrattenne con il re Agrippa: “Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti? (Atti 26,8).

Chiarendone la gravità, l’Apostolo Paolo replica così alla mancanza di fede nella resurrezione dai morti:

Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (1Cor 15,13-14).

Eccoci chiarito il motivo dell’insistenza sulla verità della resurrezione del Signore. Senza resurrezione non c’è salvezza. Domanda: la morte del Signore non bastava a ottenere la salvezza? L’Apostolo risponde che se non crediamo alla resurrezione la predicazione degli apostoli è vana e così anche la nostra fede. Per capire questo punto, per capire fino in fondo il nostro bisogno della resurrezione del Signore, dobbiamo andare indietro, fino all’inizio della creazione, al momento della caduta dei nostri progenitori e alle sue conseguenze.

Adamo e la caduta

Prima ancora che peccasse, Dio avvertì Adamo che, se gli avesse disobbedito e avesse mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male, sarebbe morto. Nell’emettere questa sentenza Dio non mentiva. Perciò Adamo ed Eva furono scacciati dal Paradiso e furono condannati a morire. Che cos’è, infatti, la morte da una prospettiva spirituale? Non è forse la separazione dell’uomo da Dio, fonte della sua vita? Estraniandosi l’uomo dal volto di Dio, a causa del peccato, la morte è entrata nella sua esistenza: morte spirituale, prima, morte fisica, poi.

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo:

Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. […] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai! (Gen 2,16-17; 3,19).

Nello spiegare le conseguenze della caduta di Adamo, l’Apostolo dice:

Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato (Rm 5,12).

È chiaro da questo discorso che il peccato di Adamo ha attirato su di lui la morte e così la morte stessa è passata a tutta la creazione. La conseguenza inevitabile di ciò è che l’uomo ha bisogno di risorgere da quella morte che era penetrata nel suo essere, schiavizzando la sua vita, se di vita si può parlare.

“Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 14,2-3). Se tutti hanno traviato e tutti sono corrotti, sono vivi? Ovviamente sono morti perché hanno traviato, si sono sviati dalla sorgente della vita e sono stati invasi dal principio della corruzione, cioè la morte. I morti hanno dunque bisogno nient’altro che il Signore Creatore realizzi in loro una nuova creazione facendo scorrere nel loro essere una nuova vita che li faccia ritornare di nuovo vivi.

O Dio grande ed eterno, tu che hai plasmato l’uomo senza corruzione (cioè per l’eternità), hai distrutto la morte che era entrata nel mondo per l’invidia del Diavolo, per mezzo della vivificante venuta del tuo unigenito Figlio, nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo (Orazione della riconcilliazione, Liturgia di san Basilio)

Icona dell’Anastasis, metà XVIII secolo, di Yuhanna al-Armani. Attualmente nella Chiesa di sant’Atanasio. Madinet Nasr (Il Cairo)

Risorti con Cristo

“Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati […] Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati” (Ef 2,1.5).

Ecco il grande beneficio della Resurrezione: siamo risorti con Cristo dopo essere stati morti a causa delle colpe e dei peccati. Non credere alla resurrezione del Signore dai morti significa che siamo ancora nel nostro peccato:

“Ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti” (1Cor 15:17-18; “morti in Cristo”, cioè morti in comunione e unione con Cristo).

Poi l’Apostolo spiega il rapporto che intercorre tra la resurrezione del Signore Gesù e la nostra: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia ἀπαρχή di coloro che sono morti” (1Cor 15,20). Il giorno successivo al sabato della settimana in cui cade la Pesach inizia la festa delle primizie e dopo cinquanta giorni cade la Pentecoste. Cristo è dunque la primizia e dopo di lui gli altri frutti. La primizia è dello stesso tipo degli altri frutti. Così, Adamo era la primizia del genere umano. Per capire il senso del termine “primizia” torniamo al Levitico dove si legge:

Queste sono le solennità del Signore, le sante convocazioni che proclamerete nei tempi stabiliti. Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la pasqua del Signore […] Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla agli Israeliti e ordina loro: Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto; il sacerdote agiterà con gesto rituale il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote l’agiterà il giorno dopo il sabato. Quando farete il rito di agitazione del covone, offrirete un agnello di un anno, senza difetto, in olocausto al Signore. L’oblazione che l’accompagna sarà di due decimi di efa di fior di farina intrisa nell’olio, come sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave in onore del Signore; la libazione sarà di un quarto di hin di vino. Non mangerete pane, né grano abbrustolito, né spighe fresche, prima di quel giorno, prima di aver portato l’offerta al vostro Dio. È una legge perenne di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione (Lv 23,4-5; 9-16).

San Cirillo il Grande commenta questo brano dicendo:

Gesù Cristo è uno, e tuttavia è descritto come un covone abbondante, e davvero lo è, perché contiene in sé tutti i fedeli mediante un’unione spirituale. Altrimenti, come potrebbe dire il beato Paolo che «con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli»? (Ef 2,6) Poiché si è fatto uno di noi, gli siamo divenuti concorporei (Ef 3,6) e abbiamo ricevuto un’unione con lui secondo il corpo. Per questo diciamo che siamo tutti una sola cosa in lui […] Dice che bisogna portare il covone all’indomani del primo giorno [degli azzimi], cioè il terzo giorno [dall’immolazione dell’agnello]. Cristo infatti è risorto il terzo giorno, e in esso è anche salito ai cieli […] Quando nostro Signore Gesù è risorto compiendo l’offerta di se stesso davanti a Dio Padre come primizia degli uomini, proprio allora gli abissi del nostro essere sono stati trasformati a nuova vita (Glaphyra in Numeros)

Poiché tutti siamo morti in Adamo e tutti abbiamo riottenuto la vita per mezzo della resurrezione di Cristo dai morti:

“Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1Cor 15,21-22).

Se l’incarnazione, dunque, avesse avuto come semplice funzione la remissione dei peccati, non avremmo avuto bisogno di una nuova creazione e, tutt’al più, avremmo recuperato l’immagine di Adamo prima della caduta. Ma il Vangelo ci dice che, attraverso la resurrezione del Signore dai morti, diventeremo a immagine di lui, perché diventeremo celesti, dopo essere stati terrestri. Così scrive l’Apostolo:

Così ancora è scritto: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste (1Cor 15,45-49).

Risorgendo insieme al Signore, dunque, non ritorneremo solamente alla prima immagine secondo la quale Adamo fu creato ma acquisteremo l’immagine del Signore risorto dai morti, il quale morì a causa dei nostri peccati e risuscitò per la nostra giustificazione.

E al nostro Signore sia gloria sempiterna. Amen.

anba Epiphanius (1954-2018)
martire, vescovo e abate
del Monastero di san Macario il Grande (Scete, Egitto)
discepolo di abba Matta El Meskin
omelia della notte di Pasqua, 12 aprile 2015
traduzione a cura di Natidallospirito.com

[1] Grande Sabato, N.d.T.

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Preghiera copta per la sera

Fri, 05/04/2019 - 17:17

Ti ringraziamo, o Sovrano compassionevole, perché ci hai donato di trascorrere questo giorno in pace, ci hai portati a sera con gratitudine e hai donato a tutti ugualmente[1] di vedere la luce fino a vespro. Accogli la nostra dossologia che è stata offerta ora. Liberaci dalle tortuosità dell’avversario e distruggi tutte le sue trappole con cui ci combatte. In questa notte che viene, concedici pace senza dolore, né turbamento, né sofferenza, né illusioni [diaboliche] così che possiamo attraversarla in pace e santità, e alzarci per la lode e le preghiere, e in ogni momento e in ogni luogo possiamo dar gloria al tuo Nome santo in ogni cosa insieme al Padre incomprensibile e senza inizio, e lo Spirito Santo vivificante e consustanziale a te, ora e in ogni momento e in tutti i secoli dei secoli. Amen.

[1] Lett.: ⲁⲕⲁⲓⲧⲉⲛ ⲛϩⲩⲥⲟⲥ ⲉⲛⲁⲩ ⲉⲡⲓⲟⲩⲱⲓⲛⲓ “hai reso noi uguali di vedere la luce”. “Ci hai resi degni”, come viene normalmente tradotto, è una traduzione che non ha riscontro nel copto.

traduzione dal copto di Natidallospirito.com

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