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Intervista a Petr Mamonov protagonista del film “L’isola”

Tue, 27/08/2019 - 22:08

Il 24 agosto l’attore Petr Mamonov, protagonista del film russo Ostrov (L’Isola) che ha ottenuto così tanto successo nel mondo, è stato ricoverato d’urgenza in terapia intensiva per un infarto improvviso. Attualmente le sue condizioni sono stabili. A lui vanno le nostre preghiere e il nostro augurio di guarigione.

Qui la sua pagina ufficiale Facebook.

Offriamo ai lettori un’intervista molto bella fatta all’attore di Padre Anatoli.

L’intervista, in russo, è tratta dal sito ufficiale del film ostrov-film.ru ed è stata tradotta per Nati dallo Spirito da Tamouna Pataridze alla quale vanno tutti i miei più sinceri ringraziamenti.

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Il regista Pavel Lunguin ha invitato per le riprese del suo film l’attore Petr Mamonov, un ex musicista celebre ai tempi del gruppo rock Zvuki mu «Звуки Му». Molti anni fa questo musicista aveva interpretato il ruolo in un primo film di Lunguin: Taxi blues («Такси–блюз»).

Petr Mamonov è di origine moscovita, un uomo misterioso. E’ da più di dieci anni che vive da eremita nel villaggio di Reviakino (Ревякино). Va in città attirato unicamente dalla prospettiva di presentare uno spettacolo al teatro Staniskavskyi. Soltanto molto di rado accorda interviste.

– Ha esitato molto prima di accettare di collaborare a questo progetto?

– Sì, molto a lungo. Per me tutto è semplice. La fede mi è giunta molto tardi, all’età di 45 anni. Prima di allora vagabondavo, correvo dietro alle cose, bevevo vodka ecc. In più, sa, quando si ha un talento si è sbilanciati una volta da questa parte e una volta dall’altra. E poi la fede, come un colpo d’ascia. La fede è sempre dono di Dio. Non è che se fai uno sforzo crederai, no. Questo modo non dà risultati. Poi, sono evoluto lentamente. Sono già undici anni che sono nella fede.
Insomma, ho ricevuto questa proposta. Pavel Semoinovich mi ha chiamato e mi ha detto «Petenka [1], senza di te non girerò il film. Ho assoluto bisogno di te». E io ho risposto: «Pash [2], no, no, no, come è possibile … interpretare uno stareč [3] santo?». E allora lui mi ha detto: «Mica farai decidere al mio spirito fumoso!». Io ho un padre spirituale, il parroco del nostro paesino. Sono andato da lui e gli ho detto: «Ecco di cosa si tratta, io e uno stareč santo… visto che voi conoscete la mia vita, che sapete che sono un peccatore, che faccio?». Ed egli mi ha detto: «Non ci pensare nemmeno. E’ il tuo lavoro. Fallo!».

– Alcuni dicono che questa storia è in parte autobiografica.

– Si dice sempre così se il ruolo è ben interpretato. Si dice spesso: ecco, l’attore ha interpretato se stesso. Ma che vuol dire? Provate a interpretare voi stessi! Molto semplicemente, come si dice oggi, ero in linea con l’argomento. Io credo in Dio, cerco di cambiare la mia vita, cado, inciampo, mi rialzo e cado di nuovo, mille volte al giorno. Ma per me non c’è più altro cammino, io sono un uomo maturo, ho 55 anni. Non ho altre possibilità, basta così, lo so certamente. Non sta a me dire ora: «No, sono solo deliri, fantasie e racconti. Dio non esiste, vivo come prima». Ovviamente no, non posso fare questo sapendo, per esperienza personale, che il Signore esiste. Ho già sentito come mi aiuta, ho ricevuto il Suo soccorso e la sua potente benevolenza.

– Riesce ad essere neutro sul film e sul suo lavoro e dire ciò che è riuscito e ciò che non lo è?

– Certo che posso è per questo che sono artista. Sa, a questo proposito Antonio di Suroj (Антоний Сурожский) [4] dice una cosa molto interessante: se un artista credente si mette a cantare o a dipingere soggetti divini, generalmente produce cose false. Lavori come vuole, seguendo la sua intuizione: la sua fede e il suo Dio resteranno sempre in lui in una maniera o nell’altra. Questo è molto logico e molto importante per me e l’ho imparato quando ho esitato domandandomi se avrei peccato accettando questo progetto. Guardando tutto questo da lontano, posso dirle che per me la moderazione e l’esitazione dell’artista, del regista, dell’attore o del cantante sono segni delle loro prestazioni e competenze. Questo mi piace.

Ho sentito dire ciò a proposito di Visočkyi (Высоцкий): pur essendo un grande maestro, veniva ogni volta sul set come fosse la prima volta, con modestia. Questo è un segno di potenza. Ciò che mi piace del nostro film, che mi piaceva mentre lo giravamo e che mi piace anche nel risultato finale è che è un film molto discreto. Se ci ha fatto caso, non ci sono certezze ostinate, nessuna pretesa che questa cosa è così. Lei sa che c’è un delirio che pretende che soltanto nell’ortodossia ci sia la salvezza, e che tutte le altre denominazioni periranno: i cattolici e gli altri. E’ una cretinata! Da dove proviene ciò? Tu credi, benissimo. Dio per te è così, benissimo. Basta, non scocciare gli altri. Questa modestia è palpabile nel film…

Sono contento del regista che conosco da tanto tempo. Abbiamo lavorato insieme a Taxi Blues. Dopodiché ha fatto dei film, francamente, di tutti i tipi, lei capisce di cosa parlo. Di conseguenza mi sono avvicinato con molta prudenza a questo film. Ho iniziato a imporgli delle mie esigenze, per orgoglio. Pensavo che io capissi tutto e lui no. Uno degli appellativi del diavolo è il Separatore e quando gli uomini sono divisi su qualche cosa, ognuno pensando di possedere la verità, be’ entrambi hanno torto su ciò che li divide. E questo film, in questo lavoro non c’è questa separazione. C’è forse incertezza: ‘cosa abbiamo prodotto?’ ‘com’è il risultato?’ Ma non c’è insistenza, lo spettatore ha spazio per vagare. Mi capisce? È molto importante per un artista esprimere la sua posizione ma anche lasciare qualcosa da dire, di non chiudere, lasciare lo spazio allo spettatore, al lettore di modo che avanzi. Se dico tutto, allora sono come quelli che si ritengono degli spiriti lucidi – li ho passati tutti al setaccio – Bergman, Tarkovskyi (Тарковский), Godard perché mi impongono con rigore la loro opinione. A che mi serve? L’arte non è che interrogativi.

– Secondo lei, questo film si inscrive nel nostro tempo o appartiene a un mondo falso e cinico?

– Trovo che riguarda il nostro tempo. Perché il mondo non è simile a quanto lei ha descritto. Le do un piccolo esempio. In un autobus entra un ubriaco fradicio e ti sembra impossibile rimanere su quel bus. Ma ci sono altre 40 persone che sono sedute beatamente senza farci caso. Questo è il nostro mondo oggi. Sembra impossibile viverci ma la gente si sveglia alle 7 e va a lavoro, da da mangiare ai figli, fa tutto tranquillamente, lentamente, ed è invisibile, noi non la vediamo. È per questo che la gente si sente male a vivere. È per questo che voglio dar loro forza, offrir loro un piccolo aiuto, un minuscolo punto d’appoggio, non so neanche come dire. Io sono il loro deputato, il deputato di una ragazza che fa il controllore a 30 gradi sotto zero, tutta la giornata: «Biglietti, biglietti prego. I vostri biglietti prego». E lo fa per 5000 rubli. Io sono con loro.

– Una domanda: quando penso al suo personaggio, mi sembra che per un uomo che ha commesso un peccato così grande, la possibilità che si penta sia molto debole. La vita vorrebbe che un tale uomo ricadesse ancora. Un uomo oppresso da un peccato simile o non ci pensa più, o scende ancora più in basso, ruba, uccide ecc.

– Le rispondo con una citazione. Efrem il Siro disse nel IV secolo: «La Chiesa è un’assemblea di peccatori che si pentono». Ecco cos’è la Chiesa. Tutti i nostri peccati in un oceano di misericordia divina fanno un granello di sabbia. Il Signore accoglie tutti e perdona tutti: gli assassini, le persone più spaventose, se soltanto il nostro cuore si rivolge totalmente a lui. Nella vita ciò accade spesso e vicinissimo a noi. E’ successo a me, a colui che è di fronte a lei. Ecco la ragione della mia certezza quando ne parlo. Facevo un sacco di scemenze e poi il mio cuore si è completamente rivolto a Dio. Il Signore mi ha perdonato tutto e mi ha ricoperto del suo amore. Poi, disarmato, stupefatto, mi sono fermato.

[1] Петенька diminutivo di Petr
[2] Паш diminutivo di Pavel
[3] старец letteralmente: « anziano », viene usato per i santi monaci
[4] Antony (Bloom), metropolita di Suroj.

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Se il chicco di grano muore (Gv 12,24) (commento di Cirillo di Alessandria)

Wed, 21/08/2019 - 08:18

«Se il chicco di frumento non cade in terra e vi muore, resta solo; se invece muore, porta molto frut­to»

Gv 12,24

Non soffre nel predire la sua passione, e che è ve­nuta l’ora, ma dice anche il motivo per cui gli è dolcis­simo soffrire; del resto, non avrebbe scelto di patire se non avesse sofferto volentieri.

Infatti, per l’amore che porta verso di noi, è giunto a tal punto di generosità da non rifiutarsi di soffrire qualsiasi genere di crudeltà.

Come il chicco di frumento, seminato, produce molte spighe, non sminuendo, per questo, se stesso, ma rimanendo con tutta la sua potenza in tutti i chic­chi di grano (giacché tutti sono usciti da esso), così an­che il Signore è morto e, aperte le viscere della terra, ha portato con sé le anime degli uomini, essendo in tutti, secondo quanto crediamo per fede, e rimanendo, nello stesso tempo, nella propria sostanza.

E non concesse soltanto ai morti di usufruire di questo vantaggio, per mezzo della sua potenza, ma lo diede anche ai vivi, sebbene la figura della parabola non lo mette in evidenza direttamente: infatti, il frutto della passione di Cristo è la vita di tutti, sia i morti che i vivi. La morte di Cristo divenne seme di vita.

Dunque, la natura divina subì la morte? E come non è empio affermare questa cosa? Il Verbo, infatti, di Dio Padre è Vita per natura. Distrugge la morte e non è soggetto alla corruzione. Anzi, egli vivifica chi è privo di vita, ed egli stesso non cerca la vita da un altro.

Come la luce non potrebbe essere tenebra, così non è possibile che la vita sia non-vita.

Come, dunque, si può dire che egli cada in terra, come il grano di frumento, e risorga poi, come Dio, trasformato? In verità, aver provato la morte è stato possibile per lui, in quanto si è fatto uomo, mentre risorgere, in maniera divina, è proprio della sua natura.

Cirillo di Alessandria
Commento a Giovanni, VII e VIII (Città Nuova, II, pp. 354-355)

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Ⲁ Ⲡ⳪︦ ⲉⲣⲟⲩⲣⲟ Psali adam della festa della gloriosa Trasfigurazione

Mon, 19/08/2019 - 14:59

Di Girgis Samir. Scritta per la Chiesa di San Giorgio, Arlengton, Texas.

Oggi, 13 mesra/19 agosto, la Chiesa copta ortodossa festeggia la Trasfigurazione. Il testo che segue è lo Psali adam della festa, cantato alla vigilia o durante la veglia notturna. Possiamo ritrovare cinque temi principali:

  1. La Teofania: la Trasfigurazione ripropone temi e modalità delle antiche teofanie dell’Antico Testamento. Sul monte Tabor, Cristo ha manifestato apertamente la sua divinità ai tre discepoli prescelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. È per questo che il testo è ricco di versi tratti dai salmi che fanno riferimento alle teofanie dell’Antico Testamento e all’onnipotenza di Dio. Nube, oscurità, fumo sono alcune delle condizioni cosmiche tipiche delle teofanie dell’Antico Testamento, durante le quali si manifestava la gloria di Dio.
  2. I discepoli: I discepoli sono stati testimoni della gloria che ha sfolgorato dal Cristo. Tuttavia, il testo specifica che non furono in grado di contemplare questa gloria, e che ne furono turbati.
  3. Mosè ed Elia: Mosè ed Elia sono presentati come “portati” da Dio stesso a contemplare la gloria di Cristo. Sappiamo dai Vangeli che Mosè ed Elia conversavano con Gesù sul suo “esodo”, ma non sappiamo che cosa si sono detti. Mosè ci viene presentato come “intercessore”, intento a intercedere presso il Cristo per il popolo di Dio. Elia, invece, lo si immagina intento a raccontargli di come fu perseguitato da Gezabele. Gesù è, infatti, un profeta perseguitato, come Elia.
  4. Luce e umiltà: Cristo è la luce, come egli stesso ha detto: “Io sono la luce del mondo”. Questa luce è apparsa in tutta la sua bellezza sul Tabor. Questa luce è legata alla compassione e all’umiltà: Cristo è luce perché è la compassione stessa. Inoltre, questa luce va anche ricercata nascosta nella carne del Dio incarnato: egli è apparso nell’umiltà, cioè nello svuotamento dell’incarnazione. È in questa carne estremamente umile del Dio onnipotente incarnato che va cercato il suo Regno.
  5. Esultanza: siamo invitati tutti a esultare e gioire con il Tabor, dicendo “Gloria a te, Signore” e invocando la compassione del Trasfigurato sulla sua Chiesa.

Ⲁ Ⲡ⳪︦ ⲉⲣⲟⲩⲣⲟ
Psali adam della festa della gloriosa Trasfigurazione

“Il Signore ha regnato, esulti la terra”[1], Colui che possiede il Regno, il Dio d’Israele.

Tutti offrono lodi e inneggiano, poiché sono stati testimoni della manifestazione della sua gloria[2].

* Tre uomini forti tra gli apostoli hanno contemplato, sul Tabor, la gloria di Cristo.

* Davide ha infatti detto con le parole della sua bocca: “Nube e oscurità lo circondano.

Verità, bontà e retto giudizio saranno a sostegno del suo trono”[3].

Davvero ha coperto la cima del monte con una nube, con fumo e con tempeste[4].

* El[5] è il nostro rifugio e il Giudice, nella gloria del suo Padre e dello Spirito Santo.

* Il Dio che soverchia le Potenze si è mostrato sul Tabor ai tre discepoli.

Ecco che anche i suoi abiti hanno sfolgorato, più del ghiaccio e del lampo.

Egli ha portato Mosè il profeta, il taumaturgo, e Elia il Tesbita.

* I discepoli li hanno riconosciuti quando li hanno visti e hanno reso testimonianza.

* Mosè ha detto a lui [al Cristo]: “[Ti prego] per la casa d’Israele”[6]. Elia gli ha parlato di Acab e di Gezabele[7].

I discepoli erano turbati: non riuscirono a contemplare il Sovrano.

Tu sovrasti i pensieri, o Voce che ha detto: “Questo è mio Figlio, ascoltatelo”[8].

* Una luce è sorta sulla cima della montagna: Gesù il compassionevole, il Dio della gloria.

* Colui che è apparso in umiltà, facendo apparire il suo Regno.

Tutti i nomi elevati degli incorporei hanno cantato: “Gloria a te, Santo o Dio”.

Consolaci, Etan, con la tua bocca: “Il Tabor e lo Hermon esulteranno per te”[9].

* “La tua destra è stata glorificata. Sia esaltata la tua mano nel giudizio e nella gloria. Il tuo trono si è elevato”[10].

* Ogni benedizione e lode spettano a te, ora e in ogni momento, e fino alla fine dei tempi.

Tu che eri, che sei venuto a noi e ancora verrai una seconda volta, per giudicarci.

“Santo, Santo, Santo Messia”, per bocca dei santi Mosè ed Elia.

* Porta a compimento nella pace il resto dei nostri giorni, o Dio della gloria, o Re della pace.

* Sii longanime, Sovrano, con il tuo servo, e annoveralo con gli agnelli che hai accolto.

[1] Sal 97,1.

[2] Lett.: “della sua gloria, apertamente”.

[3] Cf. Sal 89,15.

[4] Cf. Es 24,17; Sal 50,3; Is 29,6. Sono le condizioni cosmiche delle teofanie dell’Antico Testamento, durante le quali si manifestava la gloria di Dio.

[5] Uno dei nomi di Dio. Qui è riferito al Figlio.

[6] È messa in evidenza l’intercessione di Mosè per il popolo di Dio.

[7] Cf. 1Re 18-19. Elia è stato un profeta perseguitato come Gesù.

[8] Cf. Mc 9,7.

[9] Sal 89,13. Il testo porta erroneamente Natan. Autore del salmo è considerato Etan l’Ezraita.

[10] Cf. Sal 118,15-16.

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Siamo parenti di Dio (Cirillo di Alessandria)

Mon, 05/08/2019 - 07:55

“E conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (Gv 10,14)

Dobbiamo approfondire in che modo egli affermi che ci conoscerà, e in che modo sarà conosciuto da noi, come egli conosce il Padre, e il Padre lui […]

Penso che Cristo qui parli della conoscenza non semplicemente nell’accezione di sapere, ma piuttosto usi questo vocabolo nel senso di parentela, sia quella che deriva dalla stirpe ed è naturale, sia quella che con­siste nella partecipazione della grazia e dell’onore. I fanciulli greci sono soliti chiamare conosciuti, non solo i familiari secondo la stirpe, ma anche i fratelli consan­guinei. E che la sacra Scrittura usi la parola conoscen­za nel senso di parentela, lo sapremo da questo passo.

Dice, in un luogo, Cristo di quelli che non gli sono assolutamente parenti: «Molti mi diranno in quel giorno – cioè del giudizio Signore, Signore, non abbiamo fatto, nel tuo nome, molti miracoli, e non abbiamo cacciato demoni? Ma allora io dichiarerò ad essi: Non vi ho mai conosciuti» [1].

Ora, se la conoscenza consistesse soltanto nel sapere, come potrebbe ignorare alcuni colui al quale «tutto è nudo e scoperto davanti ai suoi occhi»[2], come è scritto, e «che sa tutto prima che nasca»[3]? Dunque, è cosa stolta, anzi empia pensare che Dio non conosca alcuni, ma bisogna piuttosto ritenere che egli dica di non aver nessun rapporto di parentela o di somiglianza con loro.

Non li conosco, dice, come amanti della virtù, non come seguaci fedeli della mia parola, e neppure come legati a me attraverso le buone azioni.

Allo stesso modo ha detto anche al sapientissimo Mosè: «Io ti conosco più che tutti gli altri e hai trovato grazia presso di me»[4]. Ciò voleva significare: Mi sei familiare più di tutti, e hai ottenuto grazia presso di me.

E non dico questo per negare che conoscenza possa essere presa nel significato di sapere, ma per pensare il modo più conveniente al concetto.

Dunque, «io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me. Come il Padre conosce me e io conosco il Padre», significa: Sono imparentato con le mie pecore, e le mie pecore si imparenteranno con me nel modo in cui il Padre è imparentato con me ed io, a mia volta, lo sono con il Padre.

Come infatti Dio Padre conosce il suo proprio Figlio, avendo il proprio Figlio e frutto della sua sostanza; e, di nuovo, come il Figlio conosce il Padre, avendo lui veramente Dio, come chi è generato da lui, allo stesso modo, anche noi siamo diventati suoi parenti, vantiamo la sua stirpe, e siamo chiamati figli, come è stato detto da lui: «Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato»[5]. Siamo, perciò, della stirpe del Figlio, e siamo chiamati figli[6], e, per mezzo di lui, siamo della stirpe del Padre, dal momento che l’Unigenito Dio, generato da Dio, si è fatto uomo, avendo presa la nostra stessa natura, senza però il peccato. Infatti, come siamo della stirpe di Dio e in che modo siamo partecipi della divina natura[7]?

E non abbiamo modo di gloriarci solo nel fatto che Cristo ha voluto riceverci nella parentela, ma la forza stessa della cosa afferma ciò come vero.

Infatti il Verbo di Dio è natura divina anche con la carne, e noi siamo della sua stirpe, perché ha preso la stessa nostra carne sebbene egli sia, per natura, Dio. Perciò è simile il modo della parentela. Come egli è unito al Padre e, per identità di natura, il Padre è unito a lui, così anche noi siamo uniti a lui, in quanto si è fatto uomo, ed egli a noi.

Per mezzo di lui, dunque, ci uniamo al Padre. Cristo è, infatti, come qualcosa di limitrofo (μεθόριος) fra la divinità e l’umanità, che esistono tutte e due nella stessa persona, che ha in se stesso cose tanto dissimili fra loro: è unito a Dio Padre in quanto è Dio per natura ed è unito agli uomini in quanto è veramente uomo.

Cirillo di Alessandria
tratto da: Commento al Vangelo di Giovanni, II, Città Nuova, pp. 279-281

[1] Mt. 7, 22-23.

[2] Ebr. 4, 13.

[3] Dan. 13, 42.

[4] Es. 33,12.

[5] Is. 8,18.

[6] At. 17,29.

[7] 2Pt. 1,4.

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Lunedì 29 luglio 2019: primo anniversario del martirio di anba Epiphanius

Fri, 26/07/2019 - 16:42

Immagine scattata durante la commemorazione annuale del vescovo e abate Epiphanius, venerdì 26 luglio, alla quale hanno partecipato i laici.

Lunedì 29 luglio il Monastero di San Macario il Grande celebrerà la memoria annuale del beato vescovo e abate anba Epiphanius (1954-2018) alla presenza del papa Tawadros II. Il monastero resterà chiuso agli ospiti per permettere ai monaci il raccoglimento e la preghiera. Oggi, venerdì 26 luglio, il monastero ha aperto le porte ai laici per condividere con la comunità il ricordo di questo grande martire.

Il 29 luglio 2018, mentre usciva dalla sua cella e si recava nella Chiesa di San Macario per presiedere la divina liturgia domenicale, il santo abate veniva brutalmente ucciso. La sua morte, improvvisa e violenta, ha sconvolto tutti. Anba Epiphanius era un uomo di profonda spiritualità e di rara umiltà. Il suo sorriso mite e le sue parole ricche di sapienza hanno donato pace e consolazione a tantissime persone in tutto il mondo.

Tenace riformatore del monachesimo e instancabile creatore di ponti di unità tra le Chiese cristiane, è stato uno studioso di testi biblici, liturgici e patristici, stimato a livello internazionale. Ha pubblicato numerosi volumi che hanno arricchito la biblioteca cristiana in lingua araba. Ricordiamo, in particolare, la prima edizione scientifica del Bustān al-Ruhbān (“Il Giardino dei monaci”, collezione copto-araba degli apoftegmi dei Padri del deserto), le traduzioni dal greco in arabo di alcuni libri della Bibbia dei Settanta, la traduzione dal greco in arabo dei testi delle tre anafore usate attualmente nella Chiesa copta, oltre alle edizioni di numerosi testi eucologici e teologici della tradizione arabo-cristiana.

In lingua italiana, di anba Epiphanius abbiamo per ora un’antologia di meditazioni bibliche dal titolo “Una salvezza così grande”, pubblicata dalla San Macario Edizioni e disponibile su Amazon a quest’indirizzo: https://www.amazon.it/Una-salvezza-cos%C3%AC-grande-contemporaneo/dp/1732985219/ . È da questo libro traiamo il brano che segue.

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Nella Lettera ai Filippesi (3,5-6) San Paolo elenca i suoi vanti e l’eredità che si porta alle spalle. In teoria, queste cose non possono “perdersi” come si perdono delle merci in mare, ad esempio. Ma Paolo sapeva che queste cose avevano “perduto” il loro valore: tutto ciò che egli riteneva caro, prezioso e di valore non valeva ormai più nulla di fronte alla grandezza della “conoscenza di Cristo”. L’Apostolo Paolo confermò questo nuovo atteggiamento con il suo comportamento e con il suo servizio. Come disse il Signore Gesù: “Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). Paolo, infatti, aveva trovato il suo tesoro prezioso nella “conoscenza di Cristo”. Da quel momento tutto ciò che aveva valore era “in Cristo”, e non nei vanti e nelle cose ereditate.

Pare che gli oppositori di Paolo, per affermare la loro idoneità a guidare la comunità, avessero indicato, nei curricula che avevano presentato alla Chiesa di Filippi, la loro appartenenza giudaica. È a questo punto che Paolo affermò che, se altri avevano presentato il conto delle loro credenziali, toccava anche a lui offrire le proprie, dalle quali sarebbe stato palese la sua superiorità rispetto agli altri. Tra i “crediti” che vantava, egli ricordava quanto segue:

1. Circonciso all’età di otto giorni: ovvero giudeo purosangue che preserva la promessa fatta ad Abramo, padre dei patriarchi.

2. Della stirpe d’Israele: ovvero membro della comunità che possiede le promesse, i patti e la legislazione.

3. Della tribù di Beniamino: tribù che godeva di buona reputazione, dalla quale era uscito il primo re di Israele.

4. Ebreo figlio di ebrei: ovvero le sue origini risalivano ad Abramo, il primo a essere chiamato “ebreo” (cf. Gn 14,13).

5. Quanto alla Legge, fariseo: cioè appartenente alla fazione che si era dedicata completamente allo studio e alla memorizzazione della Legge di Dio.

6. Zelota: tanto da perseguitare la Chiesa primitiva a Gerusalemme perché, seguendo l’insegnamento di Cristo, aveva deviato dall’insegnamento mosaico.

7. Legalmente giusto: agli occhi di se stesso era irreprensibile davanti alla Legge.

Eppure, quando l’Apostolo Paolo ha posto queste credenziali davanti alla grandezza della “conoscenza di Cristo”, ha percepito che esse erano come tanta spazzatura. Queste credenziali, queste realizzazioni non avevano più per lui lo stesso valore di prima. Egli non solo non lottò più per loro, ma non le sfruttò più per il proprio tornaconto. Anzi, accettò con gioia che fossero cancellate dal proprio conto personale. Paolo aveva ormai trovato la perla di grande valore, per questo andò, vendette tutti i suoi averi e la comprò (cf. Mt 13,46).

L’essere umano cerca di investire il proprio denaro tramite le banche o le società di investimento comprando azioni o obbligazioni. Quando il valore delle azioni crolla, crollano anche gli interessi che se ne ricavano. Se il valore delle azioni crolla, non vuol dire che l’azionista perda le azioni di per sé. Al contrario, continua a esserne il titolare. È soltanto il loro valore a mutare. Così anche per Paolo. Paolo possedeva ancora le sue credenziali giudaiche ma ormai, paragonate con la perla preziosa che aveva acquisito, le considerava come un pessimo affare.

Possiamo elencare di nuovo i precedenti “titoli azionari” di Paolo, ma con un linguaggio moderno. Paolo apparteneva a una famiglia illustre con un’ottima reputazione, aveva svariati dottorati, conosceva perfettamente numerose lingue straniere e aveva una certa credibilità nella società e negli ambienti internazionali. Inoltre, si considerava ed era considerato da tutti l’uomo della giustizia e della pietà, autore di grandi opere. Eppure, messe a paragone questa eredità e queste realizzazioni con la conoscenza di Cristo, si rese conto che tutte erano da considerarsi come spazzatura, svuotate per lui di qualsiasi valore. Quando il valore di queste credenziali era crollato, Paolo si mise a commerciare in un altro ambito che potesse portargli un profitto migliore: questo ambito era la conoscenza di Cristo. Con “conoscenza di Cristo” non si deve intendere una conoscenza razionale che si ricava dai libri e dalle conferenze ma una conoscenza esperienziale che egli deriva da anni di intimità e di colloqui con Dio. Si tratta della conoscenza che fece dire a Paolo con fermezza: “Perché io possa conoscere lui, la potenza della sua Resurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla Resurrezione dai morti” (Fil 3,10-11). Ponendo tutta la sua vita precedente su un piatto della bilancia, Paolo si rese conto che non pesava niente e per questo la considerò spazzatura. Poi pose sull’altro piatto la conoscenza di Cristo e vide che equivaleva alla vita eterna stessa: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Per questo Paolo fu estremamente sapiente quando disse: “Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso” (1Cor 2,2).

Il Signore Gesù pregò perché i suoi discepoli conoscessero Dio; conoscenza, anche qui, non razionale ma vissuta, mediante la quale il Signore Gesù abita nei nostri cuori: “E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,26).

C’è un importante strumento di misura che ci permette di sapere se abbiamo conosciuto veramente Dio e non solo con la ragione. Ce lo indica l’Apostolo Giovanni in una sola parola: l’amore, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo:

Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: “Lo conosco”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui (1Gv 2,3-5).

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,7-8).

Da buon fabbricante di tende, l’Apostolo Paolo conosceva bene il valore del suo lavoro e del denaro che doveva investire in esso per trarre profitto. Aveva capito che le sue origini, che sfruttava a proprio vantaggio, non avevano un valore stabile. Le sue antiche origini erano ormai diventate spazzatura, mentre le sue nuove radici avevano un enorme, immutabile valore. Queste nuove radici affondavano nella “sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore” (Fil 3,8).

San Gregorio Teologo sintetizza tutte queste cose parlando delle origini antiche e paragonandole alla conoscenza di Cristo e ai beni divini che quest’ultima attira in noi:

Che cos’è mai questo nuovo mistero che mi riguarda? Sono piccolo e grande, umile e nobile, mortale e immortale, terreno e divino. Condivido quelle cose con il mondo inferiore, mentre queste ultime con Dio; quelle con la carne, queste con lo spirito. Bisogna che io sia seppellito con Cristo, risorga con Cristo, erediti insieme con Cristo, diventi figlio di Dio, anzi Dio stesso […] Questo è ciò che il grande mistero vuole per noi. Questo è ciò che Dio vuole per noi, il quale per noi si fece uomo e divenne povero, per far risorgere la nostra carne, restaurare la sua immagine e rimodellare l’uomo, così che noi tutti potessimo essere resi una sola cosa in Cristo, il quale fu reso perfettamente in tutti tutto ciò che egli stesso è, così che potessimo non essere più maschio e femmina, barbaro, scita, schiavo, libero (cose che sono marchi della carne), ma potessimo portare in noi soltanto il marchio[1] di Dio, per mezzo del quale e in vista del quale siamo venuti all’esistenza. Da lui anche abbiamo ricevuto la forma e il modello, così che soltanto per mezzo di lui noi siamo riconoscibili[2].

Prima di conoscere Cristo, le nostre caratteristiche erano numerose: eravamo liberi, schiavi, maschi, femmine, giudei, pagani, ricchi, poveri, istruiti, analfabeti. Ma dopo aver conosciuto Cristo Gesù nostro Signore, tutte queste cose sono diventate di un’importanza secondaria perché ci siamo uniti con la fonte della vera ricchezza, noi che diventeremo come lui perché lo vedremo come egli è (cf. 1Gv 3,2).

[1] In greco appare il ricco termine charaktḗr ‘marchio, timbro, carattere, immagine, segno particolare’, N.d.T.

[2] Gregorio Nazianzeno, Funebris in laudem Caesarii fratris oratio, VII, 22 (PG61,785bc). Traduzione sull’originale greco, N.d.T.

Anba Epiphanius
Anba Epiphanius, Una salvezza così grande, San Macario Edizioni 2019, pp. 248-253

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Diario di un discepolo indisciplinato (9): “La piccola risurrezione di Joshua”

Sun, 07/07/2019 - 19:47

Joshua, dopo essere stato sedotto e derubato, si ritrova riverso in un mucchio di immondizia. È scioccato e non sa cosa fare. Fino a che, Qualcuno ascolta le sue preghiere…

Le puntate precedenti:
1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata
6a puntata
7a puntata

8a puntata

La chiesa di “Abu Sirga” (San Sergio) nel Cairo vecchio.

Mi alzai e mi rivestii in fretta. Per mia fortuna nessuno passava da quelle parti se non alcuni cani e gatti randagi che lottavano pertinacemente per un po’ di cibo. La puzza di immondizia attorno a me era nauseabonda. Mi guardai attorno. Dello zaino nemmeno l’ombra. Ripensai a tutte le cose che avevo comprato e al costo dello zaino stesso e tirai un respiro profondo. Ero arrabbiato, deluso, provato. Mi sentivo uno straccio, ero totalmente perso, non sapevo cosa pensare. L’unica cosa che mi dava ancora speranza era il fatto di respirare e di essere vivo. “Perlomeno però”, mi dissi “non mi hanno ucciso”. Mi incamminai senza sapere dove fossi e senza sapere dove andare. La prima cosa che mi venne in mente fu Rebecca. Pensavo che avrei voluto incontrarla e spiegarle il disastro che avevo combinato. Mi ricordai del suo avvertimento: “Sarà un viaggio in un tunnel di fuoco. Soffrirai molto perché scoprirai chi sei davvero e non sarà un bel vedere. Ma conoscerai anche la tua vocazione divina. Il Signore ti riveli tutto ciò che deve essere rivelato”. Oh che cosa avrei dato per essere irradiato dalla sua umile innocenza! Chissà dov’era in quell’istante. Questa donna era stata una profetessa per me. Era come se con uno sguardo mi avesse letto dentro. Soltanto ora capivo le parole dell’eremita, il leopardo, le macchie, l’etiope nero, la pelle ispessita per il peccato. Avevo deluso l’eremita che sicuramente non mi avrebbe più accolto, avevo deluso Rebecca, avevo deluso me stesso. Avevo deluso persone che erano diventate per me la mia famiglia, persone che amavo senza sapere esattamente perché. Forse perché mi ricordavano qualcun altro? Poteva davvero essere che in queste persone viveva un altro, viveva quel Gesù di cui loro mi parlavano? Avevo deluso tutti. E ora, che fare?

Mi incamminai nel caos cairota, a testa bassa, a pezzi e senza speranze. Il marciapiedi spesso si interrompeva e mi ritrovavo, senza rendermene conto, in mezzo alla strada. Per strada sembra di assistere a un concerto stonato di clacson. Il clacson da queste parti è lo strumento sociale che l’automobilista ha per dire: “Esisto anch’io”. O forse: “Esisto soltanto io”. Esausto per il caldo e per il caos, mi fermai un istante davanti a un negozio di succhi di frutta. Dovevo decidere se andare o no dalla polizia per denunciare il furto. Se anche avessi voluto rinunciare ai miei preziosi effetti personali (il solo pensare alla mia costosa macchina fotografica mi faceva girare la testa…), sarebbe stata comunque necessaria la denuncia per poter richiedere un nuovo passaporto al consolato australiano. Che fare? Mentre ero immerso nei miei pensieri, come fossi un cucchiaio pieno di miele, d’improvviso si radunò intorno a me un numero imprecisato di uomini e donne, curiosi di vedere in quel quartiere periferico un uomo bianco. “Hello” dicevano cercando di fare amicizia. In un altro momento sarei stato disponibile a fare due chiacchiere ma ero talmente provato che urlai loro in faccia qualcosa del tipo “non è proprio il momento”. L’assembramento si dissolse in un istante. Ne fui proprio felice. Ma l’Egitto riserva sempre sorprese e dopo qualche istante il proprietario del negozio di succhi di frutta uscì con in mano un bicchiere enorme pieno fino all’orlo di succo di mango freddo. Me lo porse come fosse la cosa più preziosa che aveva. Non potei rifiutarlo. Non disse una parola, non so come si chiamasse, ma posso dire che non dimenticherò mai quel gesto gratuito e vero. Inutile dire che quando gli porsi i soldi si rifiutò categoricamente di accettarli. Che differenza tra lui e i suoi connazionali della notte precedente!

Chiesi del distretto di polizia più vicino. Mi fece accompagnare da un ragazzino ancora in età preadolescenziale al quale diedi una mancia. Mi sorrise e mi disse in un inglese simpatico: “Sankiù” (Thank you). Entrai. Mi sembrava di aver messo piede all’improvviso in una bolgia infernale. Un agente, visto lo straniero appena entrato, si fece largo tra le lunghissime e disordinatissime file ferme agli sportelli e mi fece segno di accomodarmi.

“Quanto tempo ci vuole?”, chiesi.

L’agente chiamò quello che sembrava un ufficiale dicendogli di capire che cosa stessi dicendo. L’ufficiale mi disse molto gentilmente: “Soltanto dieci minuti”.

Passarono dieci minuti. Poi mezzora. Poi un’ora. Mi alzai chiedendo spiegazioni a un altro agente ma l’unica cosa che fu capace di fare fu indicarmi il bagno. Dissi di non voler passare tutta la giornata in commissariato ma fu come se avessi parlato in lingua laragiya[1].

Tornai a sedermi e per la stanchezza, senza accorgermene, mi addormentai. Fui svegliato dal primo agente, quello che mi aveva fatto sedere. Erano passate tre ore. Mi fece segno di seguirlo. Entrammo in ufficio dall’ufficiale.

Entrato, mi ritrovati in una nube talmente fitta da poterla tagliare a fette. Iniziai a tossire, tanto era insopportabile l’odore del fumo. Nella stanza impolveratissima c’erano un quadro del presidente della repubblica e un altro con dei versetti del Corano. L’ufficiale, facendo finta di scacciare un po’ di fumo, mi fece segno di sedermi. Mi chiese il motivo per cui ero lì. Gli dissi del furto, senza entrare troppo nei dettagli. Mi disse: “Povero. Ha fatto questo viaggio così faticoso per venire in Egitto dall’Australia e poi viene rapinato. Dobbiamo spezzare le braccia a queste persone! Maledetti!”.

“Basta recuperare la refurtiva, lasci stare i ladri”.

L’ufficiale si innervosì – o perlomeno così mi sembrò – e in un impeto di giustizia, sbattendo sonoramente i pugni sul tavolo che fecero traballare il posacenere con dentro la faccia di Tutankhamon, insistette che era necessario spezzare le braccia ai criminali che infestavano il paese come tanti scarafaggi puzzolenti. Non era il momento per discussioni etiche (tanto più che il suo inglese non le permetteva…) per cui mi accontentai di sollecitare la stesura della denuncia.

“Ok, sì, va bene, ora scriviamo”. Non finì neanche di battere su una lettera che il monitor iniziò a farsi di tutti i colori. Innervositosi di nuovo, l’ufficiale gridò:

“Refaaaaaaaat”. Un agente arrivò trafelato, tutto sudato. “Quante volte ti ho detto di aggiustare questo benedetto monitor! Non riesco a lavorare! Trovami una stanza dove il computer funzioni!”. Ci spostammo nella stanza a fianco. Finalmente si respirava meglio…

“Il passaporto”, mi disse. E si accese una sigaretta.

“È stato rubato”.

“Si ricorda il numero?”, riprese.

“No. Tra l’altro non posso neanche controllare né sul telefono né sull’agenda. Hanno rubato tutto”.

“E questo è un problema”.

“Lo so che è un problema”.

“Un problema, un problema. Non può chiamare in Australia un attimo?”.

“Se mi presta un cellulare potrei chiamare la mia ex moglie”.

“Ex moglie? È divorziato?”

“Sì, sono divorziato.”

“Come la capisco. Anch’io ho divorziato tre volte. Questa è la mia quarta moglie. E neanche con lei riesco ad andare d’accordo. Meno male che il lavoro mi aiuta a distrarmi, altrimenti…”

“Altrimenti…?”

“Altrimenti lascerei tutto e verrei a vivere in Australia!” e scoppiò a ridere. “Deve essere bellissima l’Australia! Per carità l’Egitto è il paese più bello del mondo, ma l’Australia…”

“Va bene”, riprese. “Scriviamo che le è stato rubato il passaporto australiano senza specificare altro. Ha altre dichiarazioni da rilasciare?”

“Sì. Lasci stare i ladri. Prima o poi si pentiranno. E sarà la loro peggior punizione.”

Mi guardò come se avessi voluto fargli una lezione su come svolgere il suo lavoro. Fu piuttosto stizzito dal mio commento ma, da buon egiziano, volle continuare a essere gentile.

“Ahmaaaaad”, gridò.

Un fattorino si affacciò ossequioso alla porta dell’ufficio: “Comandi, pashà!”

“Ahmad, fai un tè al signore. Gradisce?”

“La ringrazio, va bene così”.

“No, mister Joshua, non può rifiutare. Menta?”

“Se lo ritiene necessario…”.

“Non solo necessario, ma improrogabile. Abbiamo aspettato fin troppo per il tè. Caro mister Joshua, ci lasci almeno chiederle scusa a nome di questo paese con un tè. Ahmad, due tè con la menta. Per me, abbonda con lo zucchero, lo sai”. Poi rivolgendosi a me: “Poi ci metto una compressa di aspartame, così mia moglie è contenta… e anche la coscienza sta zitta”.

Arrivò il tè. Stampata la denuncia, la firmò e me la diede in fretta facendomi capire che aveva da fare. 

Uscii con il foglio in mano. Non sapevo dove andare. Tornare dall’eremita? Non mi avrebbe di certo accolto. Tornare in Australia? Con un tale fallimento alle spalle, che cosa avrei raccontato? Con quale faccia avrei affrontato la schiera dei beffeggiatori che mi attendevano?

Presi la metro senza una meta. All’improvviso un bambino mi porse un’immagine di un santo. Scoprii poi che si chiamava Abu Sirga, “San Sergio”, martire del IV secolo. Mi fece segno di scendere dal treno. Scesi pensando di essere giunto in un’area turistica. Mi ritrovai, infatti, nel vecchio Cairo dove si trova un quartiere cristiano ricco di chiese e monasteri antichi.

Da lontano intravidi una croce. Misi la mano in tasca e guardai la piccola croce che mi aveva regalato l’eremita. Erano molto simili. Mi ricordai delle sue parole: “Ti sarà utile nei momenti difficili. Tienila stretta in mano e chiedi aiuto. Vedrai, non resterai deluso”. La croce indicava la presenza di una chiesa. Mi feci coraggio ed entrai. Era come se fossi stato catapultato in un altro mondo. Via via che penetravo più verso l’interno, i clacson si facevano sempre meno fastidiosi fino a scomparire del tutto dal sottofondo sonoro.

Pregai. Dissi, chiudendo gli occhi, qualcosa come: “Signore, ma che cosa ho fatto? Mi vergogno. Non vedi cosa ho fatto? Come posso tornare dall’eremita, quell’uomo così puro e buono?! L’ho tradito. Non mi riaccoglierà mai. Signore, se esisti davvero, aiutami a riscattarmi da quest’errore. Non so come ho fatto a fare quello che ho fatto ma l’ho fatto. Quanto mi sento sporco, Signore. Puoi perdonarmi? L’eremita dice che tu perdoni sempre. Signore abbi compassione di me peccatore. Fammi rialzare da questo giaciglio di disperazione. Donami una nuova speranza, o Dio. ‘Speranza di chi non ha speranza’. Non ti chiamano così i copti? Donami un segno, Gesù buono, ascolta le preghiere dell’eremita. Ascolta lui, se non vuoi ascoltare uno come me, che è caduto così in basso”.

A un certo punto, mentre con gli occhi chiusi ero intento a pregare come mai mi era capitato dall’inizio del mio viaggio in Egitto, udii un gruppo di stranieri che era entrato per visitare la chiesa. Non ci feci caso. Poi, all’improvviso, una mano sulla spalla. “Joshua…!”. Era Rebecca. Era impossibile. Strabuzzai gli occhi come per svegliarmi da un sogno.

Mi disse: “Non ti avevo detto che in questo viaggio sarebbero successe cose straordinarie?”

[1] Antica lingua aborigena australiana che era parlata in Australia, vicino alla città di Darwin.

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Solo Cristo è capace di donare la vera libertà (Cirillo di Alessandria)

Fri, 05/07/2019 - 08:35

“Se, dunque, il Figlio vi farà liberi, veramente sarete liberi” (Gv 8,36)

Dice: soltanto all’unico Figlio per natura, libero secondo la verità, e al di fuori di ogni schiavitù, compete di poter liberare, e a nessun altro.

Come, poiché è sapienza per natura, e luce, e potenza, dà a chi ne è capace la sapienza, ai privi di luce la luce, ai privi di forza la forza, così, poiché è Dio da Dio, e frutto genuino e libero della sostanza che regna su tutto, dà la libertà. Del resto, nessuno potrebbe avere la libertà da chi non ce l’ha per natura. Dal momento che lo stesso Figlio vuole rendere liberi alcuni, e dare ad essi il proprio frutto, potranno dirsi veramente liberi coloro che hanno ottenuto questa dignità da Colui che ne ha il diritto e il potere, e non da un altro di quelli che lo hanno da altri, e risplendono di doti non proprie […]

Conveniva, infatti, sapere dove noi dobbiamo necessariamente cercare “la nobiltà secondo Dio”, e si doveva sapere che il Figlio può liberare.

Impariamo, dunque, che non ottengono grande nobiltà coloro i quali vanno dietro agli onori mondani, né raggiungono la gloria e la grazia dei santi, sebbene siano stati modesti e nati da genitori modesti secondo la carne. Ciò che sembra glorioso agli uomini, non basta a ottenere la nobiltà che è presso Dio, ma è, invece, la nobiltà della vita e dei costumi virtuosi che rende l’uomo veramente libero e nobile.

Giuseppe fu venduto come schiavo, come è scritto (cf. Gen 37,28), ma egli era libero, perché risplendeva di nobiltà d’animo; Esaù nacque da padre veramente libero, e lo era egli stesso, ma, per la turpitudine dei costumi, mostrò un animo servile.

Sono, dunque, nobili presso Dio, come abbiamo detto, non quelli che navigano nelle ricchezze e nel potere del denaro, o quelli che ricevono gli splendidi onori del mondo, ma coloro che si rendono famosi per la santità della vita e per l’onestà dei costumi.

Cirillo di Alessandria
Commento al Vangelo di Giovanni, Città Nuova, pp. 136-137

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Dovevo dare una mano per rialzare chi era caduto (Cirillo di Alessandria)

Mon, 01/07/2019 - 07:58

“Dove io vado, voi non potete venire” (Gv 8,21). Essendo, infatti, vero Dio, non sono assente in nessun posto, ma riempio tutto, e sono con tutti, abito soprattutto il cielo, stando molto volentieri con i santi spiriti. Ma poiché amo anche gli uomini, e sono Creatore dell’universo, non ho potuto sopportare il danno delle mie creature, mentre vedevo l’uomo precipitare nell’estrema rovina. Lo vedevo precipitato dal peccato nella morte e conveniva protendere la mano per aiutare chi era caduto, occorreva in ogni modo portare aiuto a chi era caduto. Occorreva salvare chi era perduto, occorreva che un medico soccorresse quelli che erano in pericolo, occorreva che a chi moriva fosswe presente la vita, e che la luce soccorresse chi era nelle tenebre.

Ma non era in vostro potere, essendo voi uomini, salire in cielo e convivere con il Salvatore. Per questo sono venuto io da voi; ho sentito spesso i santi gridare: “Piega i tuoi cieli e discendi” (Sal 144,5). Sono venuto, pertanto, dice, avendo piegato i cieli: infatti non si poteva sperare che voi sareste venuti qui. Per il tempo, dunque, che sono con voi scegliete la vita, purificatevi per mezzo della fede, mentre è presente chi può avere misericordia di voi.

Andrò infatti, o meglio, ritornerò dove voi non potete venire, e sebbene, spinti da un pentimento fuori tempo, cerchiate chi dà la salvezza, non lo troverete. Si può, dunque, arguire da ciò quale sia la conseguenza. Morirete cioè nel peccato e, gravati dai vostri peccati, sarete gettati, miserabili, nel carcere della morte, per pagare qui la pena della vostra lungua incredulità.

Il Salvatore, dunque, essendo buono e molto misericordioso, esorta i Giudei alla salvezza con il timore dei mali futuri, anche se essi non vogliono.

Cirillo di Alessandria
Commento a Gv 8,21
Commento al Vangelo di Giovanni, II, Città Nuova, Roma, pp. 83-84

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La via verso una mente illuminata (Tawadros II)

Fri, 21/06/2019 - 21:00

Il racconto dei due discepoli di Emmaus (Lc 24,12-35) ci parla di un viaggio dall’ignoranza verso una mente illuminata. Una mente per essere illuminata necessita di approfondire, di comprendere, di evolversi. Inoltre, essa necessita di un’anima santa, retta, che cammina su una via chiara, e di una vita santa, ovvero di una condotta pura, secondo i comandamenti di Dio.

La via verso Emmaus: il viaggio dell’ignoranza 1. La chiusura mentale

“Quando porrete fine alle vostre chiacchiere? Riflettete bene e poi parleremo” (Gb 18,2)

I due discepoli di Emmaus si misero a parlare prima di capire e questa è la cosa peggiore che si possa fare, sia su un piano piccolo, come può essere quello della famiglia, che su un piano più ampio, come quello della società. Il viaggio verso l’ignoranza ci porta a parlare prima di comprendere. Il nostro maestro Paolo Apostolo dice al suo discepolo Tito: “…ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Tt 2,12). Riflettete bene, poi parlate.

2. Mancanza di visione

Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo (Lc 24,16)

I loro occhi erano impediti a riconoscere, ovvero mancavano di visione. L’essere umano ha una mente per pensare. La gente spesso dice: “Tizio ha la mente cieca”, ovvero è privo di visione. Così, a causa della loro mancanza di visione, i due discepoli non furono in grado di riconoscere il Cristo che era insieme a loro, lui che aveva vissuto così tanto tempo con loro! Essi non avevano capito la Sacra Scrittrura.

Il versetto “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme? (Lc 24,18) indica la pericolosità del considerarsi giusti da soli. È come se i due discepoli si ritenessero unici possessori della verità sul Cristo. Colui che cammina insieme a loro, invece, viene considerato come un forestiero che non sa niente.

3. Il volto corrucciato

Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino, col volto triste? (Lc 24,17).

Una delle caratteristiche dell’ignoranza è il volto corrucciato. I due discepoli avevano perso la pace e la gioia. Il libro dei Proverbi dice: “Un cuore lieto dà serenità al volto, ma quando il cuore è triste, lo spirito è depresso” (Prov. 15,13). Questo perché, sulla via dell’ignoranza, non possedevano la gioia che è segno di salute spirituale.

4. Lo sbigottimento

Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo (Lc 24,22).

L’ignoranza ha posto un grande ostacolo che ha impedito loro di godere della benedizione di Cristo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32).

Il ritorno a Gerusalemme: il viaggio verso l’illuminazione e la vera conoscenza

I due si diressero verso Gerusalemme, verso la città del Re della Pace.

1. Apertura della mente

Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! (Lc 24,25).

È necessario che noi capiamo ciò che viene detto, lo viviamo e lo facciamo nostro.

2. L’illuminazione

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. (Lc 24,30).

Quando si è presentata l’occasione di stare una presenza di Cristo, un lampo è passato per la mente e il cuore. Ecco perché i periodi di silenzio, di ritiro e di quiete sono così importanti. Caratteristica del mondo moderno è il suo essere chiacchierone. Perché ritengo sempre di aver ragione? Perché non mi siedo a meditare: forse potrei aver torto!

3. La gioia

Dopo che il Signore Gesù Cristo li lasciò, i due discepoli tornarono gioiosi perché il loro cuore era stato ricolmato di letizia dalle parole che il Signore aveva scambiato con loro. Era tanta la gioia che corsero dai loro fratelli per informarli della buona notizia.

4. La certezza

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,33).

Con la mente illuminata dal Signore, ebbero la certezza della Risurrezione.

Vorrei trarre alcune conclusioni da quanto detto.

Quando diciamo “aprire la mente” non intendiamo dire che bisogna accettare qualsiasi cosa senza vagliarla. Bensì bisogna dare a noi stessi l’occasione di capire: “Non sanno né comprendono; una patina impedisce ai loro occhi di vedere e al loro cuore di capire” (Is 44,18).

Una mente, per essere aperta, ha bisogno di studiare, di approfondire, di tempo, di attendere la voce di Dio. Non dobbiamo agire soltanto in base al nostro pensiero. Abbiamo bisogno di innalzare preghiere e di piegare le ginocchia, abbiamo bisogno di aprire la Bibbia affinché la nostra visuale si apra alla volontà di Dio.

Una mente aperta e illuminata rende evidente la presenza di Cristo e rende percepibile la compagnia di Dio.

Riflettiamo poi parliamo. Apriamo le nostre menti, e capiremo le Scritture.

Tawadros II
Papa di Alessandria e Patriarca della predicazione di San Marco
tratto da: al-Kiraza, anno 47, n. 23/24, 14 giugno 2019, p. 3
tradotto dall’arabo da Natidallospirito.com

Dello stesso autore si legga anche Lo spirito di rinnovamento

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Chi possiede i doni dello Spirito Santo? (Anba Epiphanius)

Thu, 13/06/2019 - 16:54

Quanti cristiani posseggono i doni dello Spirito? Secondo quanto scritto dagli Apostoli Pietro e Paolo, tutti i cristiani posseggono i doni dello Spirito Santo. Dice San Paolo: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune […] Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole. (1Cor 12,7.11). San Pietro, invece, scrive: “Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio” (1Pt 4,10). Se nella Chiesa primitiva è stato dato a tutti i cristiani di ricevere i doni dello Spirito, perché pensiamo che tra di noi siano pochi coloro che li posseggono? La risposta è che i doni necessitano di essere accesi:

Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbìteri. Abbi cura di queste cose, dèdicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano (1Tm 4,14-16).

San Paolo raccomanda di nuovo il suo discepolo Timoteo dicendo:

Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di fallimento[1], ma di forza, di amore e di prudenza (2Tm 1,6-7).

Così, dalle due lettere di San Paolo a Timoteo, appare evidente la necessità dell’obbedienza e della sottomissione ai padri spirituali e del rivolgersi a loro per essere consigliati e guidati al fine di far crescere il dono e di metterlo al servizio dell’edificazione della Chiesa e della gloria di Cristo. In coloro, poi, che spengono o rattristano lo Spirito trasgredendo i comandamenti di Dio o seguendo le loro passioni, lo Spirito non può agire con i suoi doni.

Tipologie dei doni

San Paolo ci ricorda che esistono molti carismi spirituali: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito” (1Cor 12,4). Tuttavia non elenca tutti i carismi. In quattro punti diversi della sua lettera ne segnala alcuni. Prima nove:

A uno, infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue (1Cor 12,8-10).

Poi ne indica otto, di cui quattro non considerati in precedenza:

Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue (1Cor 12,28).

Nella Lettera ai Romani ne vengono considerati sette, di cui quattro appaiono solo qui:

Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rm 12,6-8).

Infine, nella Lettera agli Efesini, San Paolo menziona cinque doni, di cui due non presenti negli altri elenchi: “Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri” (Ef 4,11). Ovviamente lo Spirito è libero di aggiungere altri doni che non sono stati elencati. In ogni caso, questi doni si possono suddividere in due gruppi: il primo è composto dai carismi dell’azione o del ministero, il secondo da quelli del linguaggio.

San Pietro pone una condizione all’uso di tutti questi carismi:

Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo (1Pt 4,11).

I carismi oggi

Questi carismi vengono ancora donati ai credenti di oggi? Lo Spirito Santo che operava nella Chiesa primitiva è lo stesso Spirito che è all’opera ora nella Chiesa. Ma nella Chiesa primitiva c’era bisogno di carismi speciali che apparissero con particolare forza ed evidenza, come il parlare in lingue. Ciò serviva agli apostoli e agli evangelisti per predicare la Parola in nazioni diverse e per confermare la predicazione mediante segni e miracoli.

Sappiamo che nella Chiesa questi carismi non si sono mai arrestati. Molti dei primi padri monaci, come abba Macario e abba Pacomio, hanno ottenuto il dono di parlare in altre lingue per il bene di coloro che si rivolgevano a loro in cerca della salvezza delle loro anime. Questo carisma continua ad apparire occasionalmente nella Chiesa.

Tuttavia, non c’è dubbio che lo Spirito Santo sia in grado di conferire oggi carismi nuovi che sono più adatti alle esigenze della Chiesa di questo tempo. Ma necessita innanzitutto di persone fedeli e di vasi pronti ad accoglierlo. Noi non preghiamo per ottenere i carismi, perché è lo Spirito Santo a donarli a ognuno come egli vuole. Ma preghiamo affinché Dio ci doni lo Spirito Santo secondo la sua promessa benedetta: “Il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). Dio ci conceda di colmarci dei doni dello Spirito affinché il Signore protegga dallo smarrimento il carismatico e quest’ultimo possa impiegare il carisma per l’edificazione della Chiesa, così che Dio sia glorificato per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Nel libro Contro le eresie, Sant’Ireneo scrive a proposito del carisma come dono dello Spirito Santo che necessita della Chiesa per potersi sviluppare:

Questo dono di Dio è stato affidato alla Chiesa, come il soffio dato alla creatura, e questo al fine di vivificare le membra di coloro che lo ricevono; nel dono è stata posta la comunione col Cristo, cioè lo Spirito Santo, pegno dell’incorruttibilità, confermazione della nostra fede, scala per salire fino a Dio […] Dove c’è la Chiesa, lì c’è lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, lì c’è la Chiesa e ogni abbondanza di grazia. “Lo Spirito è Verità” (1Gv 5,6). Perciò coloro che non prendono parte a esso, non sono nutriti nella vita dalle mammelle della madre, non hanno parte alla fonte limpidissima che fuoriesce dal corpo di Cristo[2].

[1] Seguiamo l’arabo che traduce con fašal (‘fallimento, delusione, insuccesso’) la parola greca deilía (‘timidezza, codardia’), N.d.T.

[2] Ireneo di Lione, Contra haereses, III, 24,1 (cf. Id., Contro le eresie, II, a cura di Augusto Cosentino, Città Nuova, Roma 2009, pp. 139-140).

Anba Epiphanius
tratto da: Anba Epiphanius, Una salvezza così grande, San Macario Edizioni, 2019, pp. 197-202

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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Cristo non sfama chi è sazio! (Matta el Meskin)

Sat, 08/06/2019 - 10:50

Oggi ricorre il tredicesimo anniversario della nascita al cielo di padre Matta el Meskin, padre spirituale del Monastero di San Macario in Egitto (20.9.1919 – 8.6.2006). Quest’anno ricorrono anche i cinquant’anni del trasferimento di padre Matta e dei suoi discepoli dal Wadi al-Rayyan al Monastero di San Macario su richiesta di papa Cirillo VI.

Per l’occasione vi proponiamo un brano di padre Matta citato dal monaco Yuhanna el Makari durante la commemorazione annuale tenutasi ieri al Monastero di San Macario in un’atmosfera di grande gioia e fratellanza.

Cristo non arricchisce chi è ricco, né sfama chi è sazio, né giustifica chi è giusto, né redime chi confida in se stesso, né insegna a un erudito! La sua ricchezza è solo per il povero e il bisognoso, per chi è scartato, per chi è disprezzabile e sciagurato anche ai propri occhi; il cibo abbondante di Cristo è per l’affamato, la sua giustizia per i peccatori, il suo braccio forte per chi è caduto, la sua sapienza per i bambini e per quanti si considerano piccoli. Chiunque è povero, affamato, peccatore, caduto o ignorante è l’ospite di Cristo.

Cristo è disceso dalla gloria del suo regno alla ricerca di coloro che sono nell’abisso profondo, di coloro che hanno raggiunto il massimo grado di miseria, di perdizione e di oscurità abominevole, di coloro che non hanno più speranza in se stessi. In loro si manifesta il suo potere d’azione e la potenza del suo essere Dio, quando il suo amore immolato si precipita a tirar fuori il peccatore dal pantano e dal letamaio e si affretta ad aspergere e lavare con il santo sangue ogni membro contaminato.

In persone di questo tipo è glorificata la giustizia di Dio; in esse egli trova un terreno per la compassione, la misericordia e la tenerezza, e nelle anime di coloro che sono disprezzati e scartati la sua umiltà trovo conforto, poiché nell’essere condiscendente verso di loro egli trova un’opera degna della sua mitezza.

Oh, se soltanto i peccatori sapessero di essere l’opera di Dio e la gioia del suo cuore! “Siamo opera delle sue mani” (Ef 2,10). Se il peccatore fosse sicuro che la sua condizione agli occhi di Dio è sempre stata tra le preoccupazioni dell’Onnipotente ed è stata presa in considerazione fin dall’eternità, e che la mente di Dio di è data pensiero nel corso dei secoli del uso ritorno, e che i cieli e quanto contengono restano in attesa della sua conversione, allora non si vergognerebbe mai di se stesso, non disprezzerebbe la propria possibilità di conversione, non rimanderebbe il suo ritorno.

Se solo il peccatore sapesse che tutte le sue trasgressioni, le sue colpe e le sue infermità non sono altro che il motivo della compassione, della remissione e del perdono di Dio, e che per quanto grandi e atroci possano essere, non potranno mai disgustare il cuore di Dio, né estinguerne la misericordia, né ostacolare – neanche per un solo istante – il suo amore! Se solo il peccatore sapesse questo, allora non si aggrapperebbe mai al suo peccato né cercherebbe nell’isolamento da Dio un velo per impedire alla sua vergogna di vedere il volto di Cristo, quel volto che sta cercando di dimostrargli l’amore che nutre per lui e che lo sta chiamando!

padre Matta El Meskin (1909-2006)
padre spirituale del monastero di San Macario il Grande (1969-2006)
tratto da Matta El Meskin, Comunione nell’amore, Qiqajon, pp. 127-146

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Cristo, luce del mondo (Anba Epiphanius)

Thu, 30/05/2019 - 09:05

Di nuovo Gesù parlò loro e disse:
“Io sono la luce del mondo; chi segue me,

non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Il dominio della tenebra

Prima della venuta di Cristo e della sua rivelazione come luce del mondo, la tenebra spirituale ricopriva la terra. A causa del velamento della luce divina, la sofferenza causata dal potere che la tenebra aveva sulla natura umana era diventata un gemito di dolore soffocato dai santi nel profondo del loro cuore, come ci dice la Sacra Scrittura parlando del giusto Lot: “Quel giusto infatti, per quello che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, giorno dopo giorno si tormentava a motivo delle opere malvagie” (2Pt 2,8).

La tenebra del peccato era un torrione inespugnabile in una città mortifera, la terra della nostra miseria. Da questo torrione il Nemico del genere umano era riuscito a colpire con le sue frecce gli uomini ed era riuscito, per il lungo periodo del suo governo a partire da questo torrione tenebroso, a far strada nell’anima umana alla sua tenebra, tanto che era penetrata fin nei meandri più reconditi.

Mediante l’azione della tenebra in noi, il peccato era riuscito a vivificare l’uomo vecchio in noi, dopo che l’immagine divina dentro di noi si era offuscata. In quest’atmosfera oscura lo spazio è stato occupato dagli arconti della morte che hanno disperso e fatto perire il gregge dell’umanità dominando sulle inclinazioni umane. Queste inclinazioni sono diventate lo spazio preferito attraverso il quale il Nemico del bene ha insufflato, nel nostro cuore, il suo male pervertendo la nostra via: “Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra” (Gn 6,12). Il Nemico ha sottomesso al suo arbitrio persino i pensieri, l’immaginazione e gli istinti naturali creati buoni in noi imbrigliandoli nel suo giogo. Essi sono diventati il carburante con il quale egli accende la passione peccaminosa nel nostro essere: “Ogni intimo intento del loro cuore non è altro che male, sempre” (Gn 6,5).

L’umanità dal volto madido del sudore della fatica degli anni, viveva di miseria e privazione, sazia di tedio e di noia, sofferente per l’impotenza di un’anima svuotata. La tenebra aveva scavato profondi solchi nell’anima e il Nemico vi aveva seminato la sua zizzania tanto che essa aveva prodotto frutti marci.

Il dominio della tenebra, la supremazia del peccato sulle membra del corpo e l’egemonia della passione sugli istinti hanno avvolto nell’oscurità l’uomo scacciato dalla presenza di Dio. Egli è caduto dall’alto della viva comunione con Dio nel Paradiso al fondo delle cose terrene, secondo le parole che Dio rivolse ad Adamo: “Polvere tu sei e in polvere ritornerai” (Gn 3,19). Ad accrescere l’amarezza dell’animo umano, la sensazione insieme di povertà e di fallimento spirituale, di mancanza di ogni eredità spirituale. L’umanità intera era, infatti, divenuta “un popolo saccheggiato e spogliato; sono tutti presi con il laccio nelle caverne, sono rinchiusi in prigioni” (Is 42,22). La tenebra aleggiava sulla faccia della terra come una nebbia fitta che ricopriva tutti i suoi abitanti: “Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (Is 60,2).

La speranza si rinnova

Percependo il proprio fallimento spirituale e la morte serpeggiare nel suo intimo, l’umanità sollevò il volto verso l’alto supplicando la salvezza. Giacobbe, padre delle tribù, sospirò profondamente in attesa della salvezza con queste parole: “Io spero nella tua salvezza, Signore!” (Gn 49,18).

L’umanità continuò a insistere, per mezzo dei profeti, nel chiedere il sorgere della luce e della salvezza. Il profeta Davide gridò: “O Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 80,1). E ancora: “Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto, salvami per la tua misericordia. Signore, che io non debba vergognarmi per averti invocato” (Sal 31,17-18).

La risposta di Dio al grido dell’uomo

Dio ha guardato la tenebra e la miseria dell’uomo, compiangendo lo stato di umiliazione al quale era giunto, e ha risposto al grido dei poveri. Questa risposta è sopraggiunta per bocca dei profeti che parlavano mediante lo Spirito di Dio: la luce giungerà presto e compenserà gli anni di fatica, trasformando la sofferenza, la miseria e l’amarezza della schiavitù dell’uomo nella dolcezza che nasce dall’affrancamento dalle catene delle tenebre.

Questa luce avrebbe liberato l’uomo dalle grinfie della morte e l’avrebbe riportato, lui che era sprofondato nelle tenebre della tristezza, a Dio, sorgente della sua consolazione.

Giobbe il giusto gioisce della luce sorta nella sua vita e per essersi salvato dalla fossa della perdizione dicendo: “Egli mi ha redento[1] dal passare per la fossa e la mia vita contempla la luce” (Gb 33,28).

Il profeta Isaia consola l’anima umana dicendole: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). E annuncia a coloro che sono nella tenebra una buona notizia dicendo: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1).

Il profeta Naum predica il calore che avrebbe riscaldato i cuori congelati dalla lontananza da Dio: “In un giorno freddo spunterà il sole” (Na 3,17)[2].

Il profeta Zaccaria annuncia una buona notizia all’umanità stanca, avvolta dalla tenebra come in una notte oscura: “Verso sera risplenderà la luce” (Zc 14,7).

Malachia esulta di gioia perché l’umanità sarebbe finalmente stata guarita dalle patologie della tenebra del peccato e dal deficit di ogni giustizia mediante i raggi del sole di giustizia che sarebbe sorto su di lei: “Sorgerà per voi il sole di giustizia. Nelle sue ali la guarigione[3]” (Ml 3,20).

La rivelazione della luce

Infine, nella pienezza del tempo, Cristo è venuto e si è rivelato come luce vera che sgorga dal Padre: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Gv 16,28). Egli è spronato e mosso dalla potenza d’amore celata in lui e dal suo desiderio di salvare l’uomo dal dominio della tenebra e di distruggere tutti gli ostacoli sorti a causa della disobbedienza dell’uomo.

Cristo è venuto come splendore della gloria del Padre per dissipare la fitta nebbia che avvolgeva i cuori degli uomini e per liberarli dalle catene oscure che li avevano resi prigionieri: “Perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio” (At 26,18).

È venuto per sciogliere l’assedio dell’oscurità che accerchiava le anime, per illuminare ogni anima incatenata dietro le sbarre dell’asservimento alle passioni: “Perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42,7).

È venuto per dare conforto a coloro che erano affaticati e angosciati, a coloro che erano talmente disperati da ritenere che la vita fosse una notte senza mattino, per portare i pesi di tutti i cuori schiacciati da preoccupazioni e sofferenze insopportabili, dicendo loro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

La vera luce è venuta come energia di vita nuova per arrestare lo scorrere del peccato nell’intimo dell’uomo, per salvare tutti coloro che erano annegati negli oceani del male, per rivivificare tutti coloro che erano stati trascinati dalle correnti della morte: “Abbi pietà di me, Signore, vedi la mia miseria, opera dei miei nemici, tu che mi fai risalire dalle porte della morte” (Sal 9,1), “Io sono venuto perché abbiano la vita” (Gv 10,10).

[1] L’arabo (fadā) è fedele all’ebraico (pādāh). Entrambi i verbi significano “riscattare, redimere”, N.d.T.

[2] Seguiamo l’arabo, N.d.T.

[3] Questa la traduzione letterale del versetto secondo l’ebraico, che l’arabo ricalca: wezārḥâ lakem… šemeš ṣedāqâ ûmareppēʾ biknāfêhā, N.d.T.

Anba Epiphanius
tratto da Una salvezza così grande, San Macario Edizioni 2019, pp. 89-94

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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