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Updated: 37 min ago

Digiunare significa convertirsi (papa Tawadros II)

Sat, 16/03/2019 - 11:55

Tra tutti i numerosi strumenti spirituali, nella nostra vista spirituale ed ecclesiale, il digiuno occupa un posto importante. Esso è uno dei pilatri fondamentali che esprimono, di fronte a Dio, la nostra umiltà, la nostra speranza e il nostro amore. I digiuni nella nostra Chiesa si estendono per più di metà dell’anno. Digiuniamo, infatti, comunitariamente in momenti particolari dell’anno, non mangiando per un certo tempo e astenendoci dai cibi di origine animale, cercando di imitare lo stato paradisiaco vissuto da Adamo ed Eva prima della caduta e della trasgressione.

Nei libri della Sacra Scrittura, il digiuno ha una lunga storia. I digiuni più noti sono probabilmente quello praticato dal profeta Mosè per quaranta giorni (cf. Es 24,28), quello del profeta Elia (cf. 1Re 19,8), di Cristo (cf. Mt 4; Lc 4).

Malgrado il cibo sia una grazia e un dono di Dio, l’astinenza per uno o più giorni rappresenta una forma di umiliazione che ha come scopo, prima di tutto, quello di convertirci. Nelle pagine della Scrittura troviamo numerosi capitoli e passaggi dedicati al digiuno e ai suoi effetti. Ricordiamo Is 58, Gl 2,12-20, Mt 6,1-18.

Nel libro di Gioele la pratica del digiuno comunitario può essere racchiusa in sette passi[1].

1. Suonate il corno in Sion[2]: ovvero la vita di lode in Chiesa;

2. Santificate il digiuno: ovvero dedicare questi giorni prima di tutto al Signore;

3. Proclamate il ritiro: ovvero ritirarsi per potersi dedicarsi alla conversione;

4. Radunate il popolo: mediante giornate spirituali e preghiere;

5. Santificate la comunità: ovvero purificate il popolo mediante la purificazione del cuore dal peccato;

6. Astenersi dalla passione: ovvero astenersi dai rapporti coniugali, di comune accordo;

7. Piangano i sacerdoti: in quanto guide e modelli offrono preghiere con lacrime.

Questo è il “digiuno umile” che apre il cuore alla santità e fa vivere l’uomo nel pentimento e nel pianto per i propri peccati, lontano dai piaceri che possono distrarlo.

Il “digiuno umile” è capace di toccare le nostre emozioni, i nostri pensieri e le nostre coscienze, non soltanto il nostro stomaco. Così possiamo purificarli dai litigi, dalle polemiche e dai pensieri cattivi.

Ci è stato donato di essere in presenza di Cristo mentre siamo sulla terra, talvolta da vincitori, talatra da crocifissi. Ma dobbiamo essere sempre pronti e mai fuggire dal suo volto. Il digiuno umile ci aiuta molto in questo senso a essere pronti per incontrare Dio (cf. Es 24,28; Dn 9,3).

Talvolta il digiuno diventa inutile: ci attacchiamo alle formalità e cambiamo soltanto tipo di cibo, oppure digiuniamo controvoglia, o per far vedere alla gente che digiuniamo (cf. Mt 6,16). Così facendo cadiamo nei peccati dell’orgoglio, dell’ostentazione, del formalismo privo di sostanza e di profondità.

Il vero digiuno è legato all’amore del prossimo ed è inseparabile dalla preghiera, la quale alimenta il digiuno. Per questo dice il salmista, il profeta Davide: “Se solo potessi avere ali come di colomba per volare e trovare riposo” (Sal 54,6-7). La vera preghiera e il vero digiuno fanno innalzare l’anima come una colomba che, pura, vola verso Dio. Così essa può trovare riposo e gioia. “Volo e trovo riposo” significa “prego e trovo riposo, digiuno e trovo riposo”.

Una volta un uomo fece visita a un sacerdote e gli disse: “Mostrami Dio!”. Il sacerdote gli disse: “Non posso mostrarti Dio. In più, so che tu sei in uno stato tale che non ti permette di vederlo”. Meravigliato di questa risposto, l’uomo riprese: “Come lo sai?”. Rispose il sacerdote: “Te lo dimostro. C’è un testo evangelico che ti colpisce talmente tanto da penetrare nel tuo cuore?”. E l’uomo: “Sì, è la storia della donna colta in flagrante”. “Perché?”, gli chiese il sacerdote. E l’uomo rispose: “Credo che io sia l’unico che non si sarebbe ritirato dalla scena prima di averle tirato una pietra”. Al che gli disse il sacerdote: “Hai risposto tu stesso. Non puoi vedere Dio perché gli sei totalmente estraneo. Non sai ancora come digiunare dal tuo ego”.

Caro lettore, prega con me:

“Ti ringrazio, Signore, perché mi hai donato la grazia del digiuno
e mi hai portato fino a questo ora.
Ti supplico, Signore, aiutami a vedere i miei peccati, a conoscere le mie debolezze
e a non nascondere nel cuore alcuna cattiveria o alcuna specie di male.
Possano questi giorni di digiuno essere un’occasione vera
per penetrare nel profondo del mio cuore
ed entrare nell’intimo della mia camera
chiudendo la porta alle parole e al cibo.
Allora ti vedrò, mia gioia, mia forze, mio aiuto
essendo davvero convertito, con lacrime e pentimento.
Allora non ti sarò estraneo. Amen.”

[1] Cf. Yusuf As’ad, al-Sawm al-masihi (Il digiuno cristiano).

[2] Il testo citato è secondo la LXX, N.d.T.

Tawadros II
papa di Alessandria e patriarca della predicazione di San Marco

traduzione dall’arabo
tratto da: “al-Sawm, tawbatuna”, al-Kiraza, anno 47, n. 9-10, p. 3

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Sul figliol prodigo (Giovanni Crisostomo)

Fri, 15/03/2019 - 16:49

Vi erano due fratelli, ai quali il padre divise le sue sostanze. Dei due uno rimase in casa, l’altro invece divorò quanto a lui assegnato continuando a vivere in terra straniera per non subire l’onta della miseria. Vi ricordo questa parabola per farvi toccare con mano che per quelli che lo vogliono v’è remissione anche se hanno peccato dopo il battesimo. Non ve ne parlo per spingervi al disimpegno ma perché non siate vittime di una tentazione che provoca danni ancora più gravi della stessa scioperataggine, cioè della disperazione.

Che questo figlio sia come un’immagine dei caduti dopo il battesimo, lo si vede facilmente. Infatti si parla di figli, ma nessuno può dirsi figlio senza il battesimo. Se ne stava nella casa del padre e ne amministrava tutti i beni, e anche noi siamo amministratori dei beni del Padre ricevuti in eredità, ma non prima del battesimo. Tutto qui adombra la condizione dei fedeli; si parla anche del fratello e si dice che era buono e anche noi ci chiamiamo e siamo fratelli ma dopo la rigenerazione spirituale. Che cosa disse infine il fratello caduto nell’estrema malizia? Ritornerò da mio padre. Per questo il padre non aveva né proibito né impedito la sua partenza per una terra straniera, proprio perché imparando a sue spese potesse sperimentare i benefici goduti restando a casa; così spesso quando non credessimo alla parola di Dio, egli veramente permette che impariamo attraverso l’esperienza che noi facciamo.

Ecco dunque perché parlò cosi anche ai Giudei. Non avendoli infatti attirati a sé con la persuasione, con un’infinità di parole spese attraverso i profeti, permise che imparassero sperimentando i suoi castighi come sta scritto: La tua stessa ribellione ti punirà e la tua stessa malvagità ti castigherà. Avrebbero invero dovuto prestargli fede anche prima che si compissero gli avvenimenti profetati, ma poiché erano cosi chiusi alla fede in quelle esortazioni ammonitrici, li fece ammaestrare dai fatti, permettendo che si attuasse la malizia preannunziata d’incredulità allo scopo di poterli a questo modo ancora recuperare.

Lo scialacquatore infine ritornò dalla terra straniera, dove aveva imparato a proprie spese in che male incorre chi abbandona la casa paterna per una lontana; ed il padre allora lungi dal far vendetta se lo accolse a braccia aperte. Come mai? Perché era padre e non giudice. Si fecero quindi danze banchetti e feste, e tutto nella casa fu splendore e gioia. Cosa borbotti? Questa la ricompensa per il male commesso?! Non del male commesso, o uomo, ma del suo ritorno, non del peccato ma della penitenza, non della condotta perversa ma di quella mutata in meglio. Più interessante ancora il fatto che al figlio più grande il quale se ne lagnava il padre dolcemente cosi abbia replicato: Tu sei sempre con me, questi invece era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita. Vuol dire: “Quando va salvato chi era perduto, non è il caso che si giudichi promuovendo severe inchieste, ma è tempo solo di clemenza e di perdono”.

Il medico infatti non si mette ad inquisire sul malato per richiederne conto e punizione, trascurando di curarlo; e se fosse degno di giusta punizione crederebbe già sufficiente la pena subita. Il prodigo stando in terra straniera e lontano dalla comunione dei suoi per tanto tempo, pagò con la fame, l’infamia e la lotta con mali gravissimi. Perciò con l’espressione era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è risuscitato vuol dire: «Non guardare alla presente condizione, ma pensa alla gravità delle anteriori avversità; tu vedi un fratello, non un estraneo; è tornato ad un padre che non può rinfacciargli i precedenti trascorsi, ma deve ricordare solo quanto possa spingerlo a compassione misericordia amore e indulgenza, come si conviene a chi lo ha generato. Perciò questi non fece parola di ciò che il figlio aveva commesso ma di quanto aveva patito; non ricordò le sostanze che aveva divorato ma l’infinità di guai che aveva passato».

Allo stesso modo – con altrettanta anzi con maggiore cura – il buon Pastore andò in cerca della pecorella. Qui infatti era stato lo stesso figlio a ritornare, lì invece fu lo stesso pastore a cercarla e avendola ritrovata a portarla con sé; godette più per essa che per tutte le rimaste al sicuro; come vedi, la riportò senza batterla e caricandosela sulle spalle per tenerla con sé restituendola al suo gregge. Sei convinto quindi che Dio non scaccia chi a lui ritorna ma lo accoglie non meno degli altri che praticano la virtù? La parabola ti fa vedere che Dio non va a domandar conto dell’operato degli erranti, ma anzi ne va in cerca e gode poi di averli ritrovati più che se fossero rimasti in salvo; non disperiamo se malvagi e non presumiamo se buoni, ma temiamo anche nel fare il bene di cadere per presunzione e di dover fare penitenza anche di questo peccato.

Ripeto quel che ho già detto all’inizio. Sono queste due tentazioni che minacciano la nostra salvezza: la presunzione se stiamo in piedi, la disperazione se siamo caduti in basso. Quindi, per rendere cauti quelli che stanno in piedi, Paolo ebbe a dire: Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere … Temo che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato; per sollevare invece e ridare maggior coraggio a quanti dormivano o erano caduti in basso, protestò parimenti nella sua lettera ai Corinzi: Che io non abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti, dichiarando cosi degni di compianto non tanto i peccatori quanto i peccatori impenitenti. A questi ultimi si era pure rivolto il Profeta, dicendo: Forse che chi cade non si rialza e chi perde la strada non torna indietro? Ed anche Davide li richiamò dicendo: Se oggi ascolterete la sua voce, non indurite il vostro cuore come nel giorno dell’esacerbazione,

Dunque, finché potremo dire oggi non disperiamo ma poniamo ogni speranza di bene nel Signore, con la mente fissa nel mare della sua misericordia scuotendo da noi ogni cattiva coscienza e aderendo fermamente alla virtù, molto fiduciosi ma anche fermi nel proposito, dando prova cosi altissima del nostro pentimento, perché deposto quaggiù ogni peso di peccato possiamo stare con fiducia dinnanzi al tribunale di Cristo ed ottenere il regno dei cieli. Ci sia dato di conseguirlo con la grazia e per la misericordia di nostro Signore Gesù Cristo, cui assieme al Padre e allo Spirito Santo gloria potenza e onore, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

Giovanni Crisostomo
tratto da: Giovanni Crisostomo, “Omelia I sulla penitenza, di ritorno dalla campagna”, in Id., La vera conversione, Città Nuova, Roma 1980, pp. 92-95

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Un libro per la Quaresima

Wed, 06/03/2019 - 18:03

Il libro è acquistabile a questo indirizzo: https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

Il battesimo ha in sé tutto il concetto di “ascesi” dalla prospettiva di Dio. Esso, infatti, riguarda lo spogliarsi dell’uomo vecchio e il rivestirsi del nuovo, cioè di Cristo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27), “Abbandonate, con la condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, e rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità” (cf. Ef 4,22-23).

Innanzitutto, questo “spogliarsi” è un’azione attiva nella vita cristiana e riguarda l’uso dello sforzo personale coinvolgendo la propria volontà libera. Inoltre consiste nel mettere a disposizione tutte le energie della mente, del pensiero e dei sentimenti per combattere gli elementi della morte che hanno dominato sulla carne in precedenza e i cui effetti si fanno ancora sentire sulle membra ridotte in schiavitù in virtù dell’abitudine. Questo “spogliarsi” avviene in maniera segreta ed efficace, grazie a un’azione divina, nel mistero del battesimo e si rinnova, si rafforza e viene portato a perfezione nell’arco di tutta la vita mediante il mistero della conversione perché la conversione altro non è che un rinnovamento del battesimo.

Il “rivestire” Cristo, invece, è un’opera passiva con cui accogliamo Cristo, senza sforzo da parte nostra, come dono e grazia: luce, sguardo spirituale, pace interiore, amore che supera la mente, pazienza perfetta, consolazione del cuore, gioia che domina nel momento dello sconforto, sopportazione delle avversità, dell’ingiustizia e dello scherno e tutti gli altri doni presiosi di Dio donati dallo Spirito Santo come frutti della vita di Cristo in noi. Questo “rivestire”, sebbene si compia una volta e per sempre nel mistero del battesimo, viene rinnovato mediante il mistero dell’eucarestia.

“Svestire” l’uomo vecchio e “rivestire” la vita di Cristo è un’operazione unica, unificata, ordinata, coordinata che continua per tutto l’arco della vita. La tradizione patristica usa per quest’operazione il termine sinergia cioè “operare insieme”. La prima operazione, lo “svestire”, si regge sulla seconda, il “rivestire” e non può compiersi senza di essa. La seconda, invece, permane grazie alla prima e senza di essa si disfa e perde di efficacia.

La sinergia si realizza proprio nel mistero della conversione e dell’eucarestia. L’equilibrio, infatti, tra l’opera attiva e quella passiva, cioè tra lo “svestire” il vecchio e il “rivestire” il Cristo, è dato dalla Chiesa attraverso il mistero della conversione e dell’eucarestia: la conversione continua è lo “svestire” e la comunione continua è il “rivestire” ed entrambe formano una sinergia che deve essere armonica e costante. Secondo l’idea patristica, nella conversione, che si fonda su uno sforzo personale, si pratica l’esame di coscienza, il pentimento, il controllo di sé, il contenimento dei diversi impulsi disordinati e la confessione dei peccati. La Chiesa sigilla lo sforzo attivo donando il mistero del perdono nell’assoluzione e nell’eucarestia che è frutto e ricompensa della conversione. Con esso la conversione assume un effetto sostanziale misterioso che facilita lo svestimento dell’uomo vecchio, cioè la mortificazione delle sue passioni. L’eucarestia è, infatti, la perpetuazione della vita di Cristo in noi. Attraverso di essa facciamo nostra la vittoria di Cristo sulla morte, gli inferi e satana e disattiviamo il potere del peccato che porta alla perdizione. La Chiesa quando si riunisce attorno all’eucarestia rappresenta il popolo di Dio che ha attraversato il Mar Rosso, cioè la morte, passando all’altra riva, cioè la vita, sconfiggendo Faraone, cioè satana. Tutti cantano il cantico della vittoria e della salvezza in vista dell’ultima vittoria e della salvezza escatologica. Il corpo santo viene dato non come simbolo ma come verità: è un passaggio perpetuo dalla morte alla vita, la sconfitta di satana, la gioia, la letizia e l’esultanza del cuore per questa vittoria.

La Chiesa ritiene che la vita dell’individuo sia sempre a rischio della caduta, che il nemico sia in agguato contro i suoi figli notte e giorno e che il peccato non smetta di combattere il corpo. Per questo ha predisposto il mistero della conversione, di modo che possa essere praticato in modo continuo, stabilendo stagioni per il digiuno durante tutto l’arco dell’anno, le quali sono occasioni per esaminare il proprio cuore e interrogare la propria coscienza. Ha, inoltre, legato il dono del perdono alla confessione e al pentimento sinceri e ha reso la pratica del mistero dell’eucarestia, sia nei giorni normali che durante i digiuni, come uno stato permanente di resurrezione interiore del cuore conformemente alla resurrezione donata gratuitamente dalla grazia mediante la vita di Cristo che assumiamo con il corpo e il sangue santi. La disponibilità della Chiesa a ripetere all’infinito la pratica del mistero della conversione esprime in modo essenziale la verità del perdono perfetto che Dio ci ha assicurato mediante la passione del suo Figlio unigenito. Allo stesso modo, la reiterazione all’infinito del mistero della comunione esprime in modo essenziale la verità della vittoria perfetta che Dio ha realizzato per noi contro il nostro nemico e nel nostro corpo mediante la resurrezione dai morti.

Mediante la ripetizione della conversione e della comunione la Chiesa ha donato ai nostri cuori una forza senza fine per poter proseguire il cammino fino alla fine.

Matta el Meskin
tratto da Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi al-Natrun 2018, pp. 99-102

Il libro è acquistabile a questo indirizzo: https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

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Sii ricco soltanto di Dio (Gregorio Nazianzeno)

Tue, 19/02/2019 - 13:22

Tutto nudo devi solcare il mare della vita, e la tua nave non vada pesante sui flutti, destinata, così, a naufragare presto[1].

Pensa alla fredda morte come se fosse sempre presente, e troverai, al suo incontro, la morte meno amara.

Innalza sempre la tua mente, come un tempio, a Dio, affinché tu abbia il Signore all’interno del tuo cuore, come statua immateriale.

Conosci te stesso[2], mio caro, chi tu sia e donde tu venga: così più facilmente tu otterrai la bellezza archetipale[3].

Un giorno ti porta al successivo; chi è leggero è preso dal vortice; ma la mente dell’uomo costante ha un giorno che dura eterno.

Chi confida nelle cose che vanno e vengono confida in una corrente, che mai non si ferma.

Malanno uguale sono, per me, il vivere il parlar scellerato; se tu hai una qualunque delle due cose, tu hai anche l’altra.

È atteggiamento empio, se si è impuri, essere presente ai sacrifici; ancor più terribile è venerare tutte le reliquie dei morti[4].

Non fermarti mai sulla strada delle cose buone[5]:fermarsi significa, per te, scivolare nell’abisso del male, se tu sei uscito dal tuo vizio.

Vede, ma è cieco, colui che non vede la sciagura della sua malvagità; andar dietro alle tracce di una fiera è proprio degli occhi acuti.

Quando hai bisogno di un medico per le tue malattie, se gli tieni nascosi i tuoi mali, non potrai fuggire al doloroso marciume.

Tu hai la parola, io l’azione. Colui che non ha fatto una buona azione, abbia pure l’eloquenza come ambigua alleata.

La sazietà è violenta. Io però voglio, mio caro, che tu abbia questo impegno: la saldezza per l’anima sempre mobile.

Sii ricco soltanto di Dio, e considera tutto il mondo uguale ad una tela di ragno. Tutte le cose degli uomini sono estranee a questa vita: solo la virtù dei mortali vale la pena di essere vissuta.

“Qua venite”, grida a tutti il Logos di Dio, dalla sapienza immortale, “venite alla conoscenza della celeste Trinità”.

Volgete l’animo, o voi, quanti le pure nozze legarono a quel genere di vita[6], a procurare maggior frutto per i torchi celesti[7].

E quante siete state abbracciate dal grande Dio il Logos, vergini spose, offrite ogni cosa a Dio.

Splendore luminoso è colui che vive da solo[8], ma devi distogliere l’animo dal mondo e collocarlo lontano dalla carne.

È empia cosa avere la fede in superficie, e non nel cuore: essa potrebbe facilmente scorrer via. Io voglio una convinzione profonda.

Non avere né una giustizia inflessibile né una prudenza tortuosa. Dappertutto la misura è la cosa migliore.

Sia ben guidata anche l’audacia, ché altrimenti è soltanto audacia, e non è forza. È opera della temperanza essere anche sereni.

Ottima cosa è aprire sempre la mente agli oracoli di Dio: così tu potresti diventare esperto nelle leggi celesti.

Cerca di essere ottimo; cerca di dispiacere a coloro ai quali è bene dispiacere. Se alla malvagità tu arrechi gioia, è un’ignobile fama.

È cosa turpe che colui che è ottimo sia difensore dei malvagi: è come se tu avessi il piede all’interno della malvagità.

L’oro si doma nelle fornaci e l’uomo nobile nei dolori: il dolore è spesso più leggero della mancanza di preoccupazioni.

Facilmente rinnegherebbe il grande Iddio colui che rinnega il proprio padre: riconosci nel tuo genitore il padre della tua pietà.

I vermi consumano ogni cosa: non lasciare le cose tue nemmeno alla tomba; l’onore dell’epitaffio consiste in un nome glorioso.

Abbi rispetto degli stranieri delle nostre parti, ma soprattutto di coloro che hanno lasciato ogni cosa, perché fosse dei morti che non hanno più forze.

Orsù, dunque, abbandonando qui tutto il mondo e le sue preoccupazioni, apri la vela verso la vita celeste.

Compi sempre ottime opere in modo degno di Dio, e la Trinità ti stia a cuore in modo particolare.

Gregorio Nazianzeno
Poesie I, 2, 31 (Sentenze in distici)
in Gregorio Nazianzeno, Poesie, Città Nuova, Roma 1994, pp. 242-244.

[1] Cioè vivi senza ricchezze, le quali sono destinate a essere perdute in caso di disgrazia. Il motivo del naufragio della vita, per indicare le sciagure che la sconvolgono e che implicano la perdita delle ricchezze e degli onori, era diffuso nella predicazione dei filosofi cinici.

[2] Era la famosa massima incisa sul fronte del tempio di Apollo a Delfi: Gregorio la fa sua, in senso cristiano, anche nell’Orazione 32,21.

[3] Tale espressione si legge anche nell’Orazione 38,13 (Sul Natale).

[4] Una critica al culto delle reliquie dei morti, che si stava diffondendo allora in modo smoderato nel cristianesimo antico, presso le persone incolte e ignoranti.

[5] Una analoga concezione si legge nel prologo della Vita di Mosè di Gregorio di Nissa: il Padre osserva che la virtù, identificandosi con Dio, è infinita, e che pertanto la strada che si deve percorrere nella virtù, è parimenti infinita: fermarsi implica un peccato, perché significa volgersi al peggio.

[6] Cioè la vita verginale, alla quale Gregorio ha dedicato i carmi I, 2, 1-7.

[7] Cf. Is 63,1-6.

[8] Cioè il monaco.

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La Scrittura, maestra d’ascesi (Matta el Meskin)

Tue, 05/02/2019 - 07:28

Le Sacre Scritture danno a tutta la vita cristiana uno stampo ascetico in considerazione del fatto che, accogliendo la fede cristiana, si diventa automaticamente soldati di Gesù Cristo con tutti i diritti e i doveri che spettano ai soldati. L’annuncio della fede in Cristo è, esso stesso, un annuncio di guerra a satana perché Cristo è venuto a distruggere le opere di satana, “Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8), e per salvare i prigionieri del suo potere di tenebre: “Per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati” (At 26,18).

Il primo a entrare in guerra è stato Cristo e lo ha fatto in molte occasioni: alcune le conosciamo, altre le ignoriamo. Ma la battaglia più importante è certamente quella della Croce nella quale Cristo ha vinto e sconfitto l’avversario poiché ha fatto del suo corpo un sacrificio che porta tutti i peccati del mondo. Satana ha cercato di contraffare la questione della morte senza sapere che con la morte di Cristo il peccato è stato tolto e così gli è stato strappato di mano l’atto d’accusa che aveva contro il mondo e gli uomini e non c’è più luogo a procedere: “Annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo (sulla croce)” (Col 2,14-15).

Cristo ha vinto satana e satana è divenuto avversario di ogni cristiano. Chi crede in Cristo e ottiene il mistero della Croce e del corpo santo, diviene avversario di satana sconfitto da Cristo. Nonostante, però, siamo stati liberati dal potere di satana e abbiamo ottenuto, mediante il Corpo santo, la caparra della vittoria e del trionfo su di lui, le Scritture ci dicono che satana ha ancora la possibilità di dominare mediante il peccato e mediante la nostra carne che è morta al peccato per mezzo della Croce e che Cristo ha liberato dai peccati passati per mezzo del perdono del suo sangue. Egli può quindi di nuovo sottometterci al suo potere se noi obbediamo al suo consiglio e abbandoniamo Cristo: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri… Il peccato infatti non dominerà su di voi” (Rm 6,11-14).

Matta el Meskin
tratto da Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi al-Natrun 2017, pp. 83-84

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Gentili, pacifici, calmi (Molly Sabourin)

Tue, 29/01/2019 - 18:34

© Molly Sabourin

“Se i nostri pensieri sono gentili, pacifici e calmi, rivolti solo al bene, 
allora riusciamo ad influenzare noi stessi e a irradiare pace 
tutto intorno a noi, nella nostra famiglia, nell’intera nazione, 
ovunque. Questo non è vero solo qui sulla terra, ma anche nel 
cosmo. Quando ci affatichiamo nei campi del Signore, creiamo 
armonia. Armonia, pace e quiete divine che si diffondono ovunque”

– Anziano Thaddeus di Vitnovica

Alle 5,15 del mattino la mia sveglia inizia a suonare. Cerco di non domandarmi: “Forse devo premere ‘Rinvia’?”. Non bisogna pensarci, bisogna solo alzarsi. Sebbene ha richiesto andare a dormire molto più presto di quanto io sia abituata a fare, iniziano a piacermi i rasserenanti benefici di alzarsi presto al mattino. Mi piace essere la prima a svegliarsi e, avvolta in un piumino, andarmi a sedere in una comoda poltrona nel nostro salotto, sorseggiano caffè nel totale silenzio.

Parte del mio viaggio verso la semplicità e l’essere riempita di meno cose ha significato per me perdere il vizio di stare troppo tempo sui social media (ora uso solo Instagram) e di seguire le notizie (mi limito a 30/45 minuti di radio, giusto il tempo che mi serve per preparare la cena). D’altro canto, ha significato maggior consumo di letteratura, quiete, e un maggior input spirituale.

Non seguire più notizie minuto per minuto e gli status che appaiono nei social media è stato per me – non scherzo – come se qualcuno mi avesse tolto all’improvviso un peso dalle spalle, o meglio, dal mio cervello. Ero sommersa da informazioni che non riuscivo nemmeno a iniziare a elaborare e a catalogare. Nella mia testa era come se ci fosse un ingorgo intasato quando tutto ciò che desideravo era una passeggiata domenicale, metaforicamente parlando. Avevo bisogno di tempo e spazio per incamerare e per rendere grazie per ciò che mi circondava.

Ciò che mi fa coraggio è pensare a quanto io sia resiliente e quando Dio sia paziente con me permettendomi di giungere a essere a pezzi perché potessi ritornare in me e supplicare aiuto, chiedendo la Sua pace, ancora e ancora, incespicando, cadendo, rialzandomi… E ogni volta, la pace è lì, sempre disponibile, accessibile in sacche di silenzio, nelle pagine di un bel libro, nell’aria fresca che respiro passeggiando all’aperto e in quei quieti momenti di preghiera prima che la mia giornata cominci.

Piccole, semplici ed edificanti abitudini sono ciò che mi ha salvato. Un costante ritmo di lavoro, lavori casalinghi, creatività e interazioni sociali faccia a faccia mi proteggono dal rimuginare in maniera malsana, sviluppando opinioni troppo entusiaste e accecanti e facendomi paralizzare dalla procrastinazione. Meno rimuginìo, meno appuntamenti, più fare ed essere sono stati benefici non solo alla mia anima ma a quelle di coloro con i quali interagisco quotidianamente. Quando sono calma, la mia casa è calma. I miei pensieri pacifici, in ordine, si diffondono verso i miei figli e mio marito.

Sono così poche le cose che posso controllare. Eppure, allo stesso tempo, ci sono così tante cose che posso controllare. Quanto mi dà consolazione ricordare che, perfino nel bel mezzo del caos, posso scegliere di allontanarmi dal mio smartphone, restando focalizzata sull’adesso, cercando Dio al mattino presto e facendo la prossima cosa giusta per me con cuore riconoscente.

Molly Sabourin
traduzione dall’inglese. Articolo originale qui

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Il pane che io darò è la mia carne (Gv 6,52) (commento di Cirillo di Alessandria)

Tue, 15/01/2019 - 08:10

Il qurban (o prosfora) copto usato per la liturgia eucaristica.

San Cirillo affronta alcuni temi importanti del Vangelo di Giovanni legati all’Eucarestia: la morte di Cristo è il Sacrificio per eccellenza per la vita del mondo; l’Eucarestia è potenza vivificante poiché il Corpo di Cristo è unito per sempre al Logos vivificante; la Resurrezione di cui parla Cristo in Gv 6 (“E lo risusciterò nell’ultimo giorno…”) è Resurrezione di vita nella Gerusalemme celeste e non semplice Resurrezione, dal momento che tutti i morti risusciteranno in virtù dell’unione ipostatica del Logos con la natura umana.

Io  muoio, dice, per dare la mia vita a tutti, e redimere, con la mia carne, la carne di tutti. La morte, infatti, morirà nella mia morte, e la natura umana, che è corruttibile, risorgerà insieme a me. Per questo mi so­no fatto simile a voi, cioè uomo del seme di Abramo, affinché in tutto sia assimilato ai fratelli[1].

Comprendendo bene questo concetto, che prima ci ha detto Cristo, anche lo stesso beato Paolo dice: «Poi­ché, dunque, i figlioli hanno comune il sangue e la car­ne, anch’egli, alla stessa guisa, ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte aveva il potere, cioè il diavolo» [2].

Infatti, colui che aveva il potere della morte non po­teva essere annientato in altro modo, e così pure la morte stessa, se Cristo non avesse dato se stesso per noi, uno solo come redenzione per tutti: egli era al di sopra di tutti. Per questo motivo, nei Salmi, dice in qualche luogo, di essersi offerto a Dio Padre per noi come vittima immacolata: «Sacrificio e offerte non hai gradito, e mi hai preparato un corpo. Olocausto ed espiazione per il peccato non hai gradito. Allora dissi: Eccomi qui! Nel rotolo del libro è scritto di me che io faccia la tua volontà. Mio Dio, lo volli» [3].

Poiché, infatti, il sangue dei tori e dei capri, e la ce­nere delle giovenche non era sufficiente per espiare il peccato, né l’uccisione degli animali poteva distruggere il potere della morte, lo stesso Cristo offre se stesso per soffrire, in qualche modo, le pene per tutti. «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» [4], come dice il Profeta, e «portò nel suo corpo i nostri peccati sulla croce» (1Pt 2,24). Fu crocifisso per tutti e a causa di tutti, affinché, mo­rendo uno per tutti, tutti vivessimo in lui. Né era possi­bile che fosse soggetto alla morte o soccombesse alla corruzione colui che è la vita per natura.

Che poi Cristo abbia offerto la sua carne per la vita del mondo, lo conosceremo proprio dalle sue parole: «Padre santo – dice -, conservali» [5]; e ancora: «Per essi io  santifico me stesso» [6]. Dice di santificare se stesso, non con la consacrazione e la purificazione dell’anima o dello spirito, come noi diciamo di santificarci; e nep­pure con la partecipazione dello Spirito Santo (lo Spi­rito è in lui per natura, ed era ed è santo, e lo sarà sem­pre); ma dice santifico in luogo di dire: consacro e offro come ostia immacolata in odore di soavità. Era, infatti, santificato oppure era chiamato santo, secondo la Legge, ciò che era offerto sull’altare.

Cristo, dunque, diede il suo corpo per la vita di tutti e, mediante se stesso, introduce in noi la vita: in che mo­do questo avvenga, lo dirò per quanto mi è possibile.

Infatti, dopo che il Verbo vivificante di Dio abitò nella carne, la rinnovò nel suo bene, cioè nella vita e, unitosi ad essa in un modo ineffabile di unione, la rese vivificante come lui che lo è per natura.

Il corpo di Cristo vivifica quelli che ne sono parteci­pi: caccia via la morte e quando è in quelli che sono soggetti alla morte, e allontana la corruzione, partoren­do in se stesso la ragione che distrugge completamente la corruzione.

Ma, forse, qualcuno, considerando attentamente con l’occhio della mente la risurrezione dei morti, dirà: In effetti, quelli che non hanno creduto in Cristo, e non hanno partecipato di lui, quando ci sarà la risurrezio­ne, non vivranno.

Che dunque? Non è forse vero che ogni creatura che è morta, sarà richiamata alla vita? Certamente ri­sorgerà ogni carne: infatti il Profeta predice che i morti risusciteranno.

Noi crediamo che il mistero della risurrezione di Cristo si riferisce a tutti gli uomini, e crediamo che in lui per primo è stata liberata dalla corruzione la nostra natura. Tutti risorgeranno a somiglianza di colui che è risuscitato per noi e che, come uomo, abbraccia in se stesso tutti. E come nel primo Adamo siamo inclusi tutti in ordine alla morte, così, di nuovo, in colui che è primogenito, per noi, tutti risorgeranno da morte: «Ma – come è scritto – quelli che bene operarono, per una risurrezione di vita; quelli che male operarono, per una risurrezione di condanna» (Gv 3,36). Ma penso che risorgere per essere condannati, e de­starsi per andare soltanto al supplizio, sia cosa più tri­ste della stessa morte.

Perciò, deve ritenersi propriamente vita la vita in Cristo, che consiste nella santità, nella felicità e nella perenne gioia dell’anima. Infatti, quel sapiente Giovanni riconosce come vera vita solo questa, dicendo: «Chi non crede nel Figlio non vedrà la vita, ma la collera di Dio incombe su di lui» [7]. Ecco, infatti, ecco perché afferma che chi non crederà, non vedrà la vita, sebbene ogni creatura ritor­ni alla vita e attenda di risorgere.

È chiaro, dunque, che il Salvatore chiama giusta­mente vita quella preparata per i santi nella gloria e nella santità che nessuno, se è sano di mente, negherà che sarà raggiunta da quelli che vanno incontro alla partecipazione della carne vivificante.

[1] Rom. 8, 29.

[5]     Gv. 17, 11.

[6]     Gv. 17, 19.

[7]     Gv. 3, 36.

tratto da Cirillo di Alessandria, Commento a Giovanni, I, Città Nuova, Roma, pp. 492-494

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In che consiste la felicità per un cristiano? (John Behr)

Tue, 08/01/2019 - 11:37

Quella che segue è la prima parte della trascrizione dell’intervista fatta da Matt Croasmun a padre John Behr, docente di patristica ed ex preside del St. Vladimir’s Orthodox Theological Seminary di New York, che discute il tema della “gioia” facendo seguito alla consultazione del Yale Center for Faith and Culture Theology of Joy consultation, dal titolo “Religions of Joy?” allo Yale Divinity School a New Haven (USA), il 21 agosto 2014.

La “Teologia della gioia” è un progetto dello Yale Center for Faith and Culture finanziato dalla John Templeton Foundation.

Qui è possibile leggere tutti gli interventi delle sei consultazioni (in inglese).

Qui uno studio biblico sulla gioia messo a disposizione dallo Yale Center for Faith and Culture (in inglese).

Segue il video integrale dell’intervista (in inglese).

Matt Croasmun: Siamo qui con padre John Behr, preside del Seminario teologico ortodosso St. Vladimir di New York. Siamo qui in New Haven e tra poco inizieramo a discutere per la prima volta della Teologia della gioia. Padre Behr, sono molto contento di averla qui con noi stamattina.

Padre John Behr: È una gioia per me.

Matt Croasmun: Ottimo. Quando iniziamo a parlare di queste cose spesso ci troviamo a confrontarci con delle domande veramente basilari. Iniziamo da qui. Che cos’è la gioia?

Padre John Behr: Credo che bisogna dire che la gioia sia in fin dei conti la gioia di vivere, la gioia di essere vivi e la domanda che segue è come facciamo a trovare gioia in qualcosa che spesso può sembrare essere monotono, scontato, stressante, ansiogeno, costellato da momenti forse di felicità ma come fare a distinguere la felicità dalla gioia? Grande domanda. Riguardo alla gioia, credo che si tratti alla fine della gioia nella vita, essere vivo, e tutto ciò che questo dischiude.

Matt Croasmun: Si tratta di una disposizione o di un’emozione? Di che cosa parliamo esattamente quando diciamo “gioia”?

Padre John Behr: Alla fine si tratta di tutto ciò. Dovrebbe essere sia una disposizione che un’emozione. Non ha senso parlare della gioia se non essa non ha un contenuto emozionale [ride]. Potrebbe essere abbastanza brutto pensare che qualcuno possa gioire senza provare emozione. Ma, al contrario, non può essere semplicemente ridotta a un contenuto emozionale. Abbiamo la felicità di molte cose diverse. Alcuni possono provare felicità nel vedere gli altri soffrire, lo sai, accade. Si tratta davvero di felicità? Loro potrebbero descriverlo così ma personalmente non lo descriverei così ma per loro potrebbero davvero provare un’emozione che definiscono felicità. Quindi come distinguere le cose, come filtrarle? Ecco, non è possibile ridurre a un’emozione ciò che qualsiasi cosa una particolare persona descrive come loro felicità. Ma non possiamo, allo stesso tempo, escludere l’emozione di per sé. È un insieme di elementi intellettuali, fisici, psichici e spirituali. È tutto insieme.

Matt Croasmun: Quindi c’è qualcosa di oggettivo nella gioia che corrisponde a qualcosa di soggettivo, qualcosa che le esperienze soggettive direbbero: “Senza questo, non è vera gioia”.

Padre John Behr: Direi certamente questo ma, poi, ovviamente, non sarei esattamente d’accordo con te. Oggettivo e soggettivo non è mai qualcosa di inequivocabile.

Matt Croasmun: Ovviamente, ovviamente. Bene. Dunque, come coltivare la gioia? È qualcosa che tutti vogliamo nelle nostre vite. Come coltivare la gioia?

Padre John Behr: Leggevo un articolo del New York Times nel quale si affermava che l’Occidente contemporaneo ha mal compreso la nozione di felicità e di gioia considerandola in termini di acquisizione di cose. Immagino che molte persone oggi penseranno che comprare sempre più cose, sempre più cose, sempre più cose e fare sempre più cose, fare sempre più cose produrranno felicità e troveranno finalmente la felicità. Ma l’articolo, il punto nodale dell’articolo, prendendo come riferimento vari filosofi islamici e giudei, così come teologi cristiani, era che il semplice acquisire non basta. Non è l’acquisizione che produce la gioia che produce, a sua volta, la felicità sebbene possiamo essere tentati di pensare questo se teniamo conto solo dell’emozione, della gioia che si prova quando si riceve un regalo, la gioia di ricevere qualcosa. Ma non si tratta semplicemente di questo. Anzi alla fine ciò finisce per uccidere la persona. Spesso senti dire che il denaro non può comprare la felicità. Invece tendiamo a pensare che esso possa fare ciò, fino a che ne hai talmente tanto da renderti conto che il denaro non capace di fare questo. Quindi, la questione di coltivare la gioia non può iniziare senza una domanda che cerchi di definire più chiaramente che cos’è la gioia, altrimenti non sai che cosa stai coltivando. Si tratta semplicemente di acquisizione o invece di coltivare una disposizione, fisica, psichica, spirituale ecc.

Matt Croasmun: Quindi abbiamo capito che quando parliamo di gioia finiamo per parlare di “fare regali” e c’è qualcosa sul ricevere un regalo che è tipico della gioia. Tuttavia possiamo ricevere un dono e trattarlo come una questione di acquisizione. Oppure, invece, possiamo ricevere un dono e considerarlo in relazione a un rapporto con il donatore o qualcosa di più profondo di ciò.

Padre John Behr: E possiamo anche distinguere ancora e parlare della gioia del donatore. Invece di guardare dal punto di vista di chi riceve, bisognerebbe parlare della gioia del donatore nell’essere capace di dare con sacrificio. Non posso non ricordare una persona che una volta venne da me con le parole di Cristo nel Vangelo sulla necessità di diventare come bambini per poter entrare nel Regno dei cieli. Tutti conosciamo questa storia. Pensiamo che si tratti di riacquisire un’età dell’innocenza, dell’ingenuità. Ma quella persona mi disse che una delle cose che caratterizzano i bambini è che, quando gli dai un regalo, non dicono mai: “Non me lo merito”. Ci viene insegnato dire così quando diventiamo adulti: “Oh no, non posso accettarlo! È troppo!”. In altri termini, la prima cosa che tendiamo a fare non è dire: “Grazie!”.

Possiamo educare a dire “grazie” e ad essere gentili e rispettosi ma sappiamo che è tipico dei bambini il modo in cui ricevono un regalo, la gioia per il dono stesso. Glielo dai e loro si immergono immediatamente nel dono. Probabilmente si tratta dell’espressione più pura di gioia, vale a dire la gioia per il dono stesso. E questo si riallaccia un po’ con ciò di cui parlavamo prima, a proposito della gioia, quando abbiamo detto che è la gioia di vivere. Da una prospettiva cristiana Dio è in primo luogo compreso come Colui che dona la vita. È il Donatore di vita. Colui che crea la vita. Colui che soffia in Adamo il soffio di vita. Colui che, come dice Cristo: “Io sono la Vita. Sono venuto a voi affinché possiate avere la vita eterna e possiate averla in abbondanza”. In tutti i vangeli è così. In tutte le Scritture Dio dona vita. Quindi il nostro scopo non è impegnarci a essere grati per il dono della vita, ma di godere della vita stessa. Ovviamente in questo c’è anche gratitudine.

La gioia della vita, vivere quella gioia, significa una vita di gratitudine. Ma non è una gratitudine che si esprime con una specie di obbedienza obbligata quanto piuttosto come espressione della gioia di vivere. Ritornando a quello che dicevamo, ciò richiede anche coltivare la gioia. Sai, spesso pensiamo: “La vita è mia. Sono vivo. Non ho vita, forse? La vita è mia e ci faccio quello che voglio io. Forse posso essere grato a Dio per la vita che ho ma è comunque mia”. Ma che gratitudine è questa? La gratitudine sta nella gioia, nel modo di cui abbiamo parlato prima. Oppure possiamo dire: “Voglio restituire qualcosa a Dio”. Del tipo, sai, un’oretta la domenica o una cosa così, compio i miei dovere religiosi, faccio un po’ di carità, faccio questo, faccio quello, acconsento che una certa porzione della mia vita venga dato a queste cose e quando lo facciamo, spesso lo facciamo anche controvoglia, non importa quanto poco sia quello che facciamo, fosse anche il 5% o l’1%. Lo facciamo controvoglia, perché non è quello che vogliamo fare nella vita. Ma potremmo anche andare più in là e dire: “Se Dio è Donatore di vita e la nostra disposizione fondamentale è godere della vita, allora noi godiamo della vita quando imitiamo l’atto di Dio di dare via”. In quel momento, la prospettiva si trasforma. Non si tratta più della “mia vita di cui dispongo come mi pare per la mia gioia personale”, nel senso che faccio cose per la mia felicità, che alla fine si trasforma in una cosa mortifera. Al contrario, la vita che Dio mi ha dato e nella quale trovo gioia la vivo per gli altri. Ecco che allora diventi tu stesso donatore e ottieni la gioia di fare il dono. Allora capiamo che cos’è la vita.

Matt Croasmun: Quello di cui lei ha parlato sembra essere la gioia pasquale, la gioia della Pasqua, la gioia che deriva dalla vita che Dio rende possibile in Gesù nella Resurrezione. Perché la gioia pasquale è così centrale nella sua comprensione della gioia?

Padre John Behr: Be’, non c’è dubbio che dalla Chiesa antica in poi, è la Pascha – la Crocifissione, la Resurrezione, l’intero evento – a essere un momento distintivo. Inequivocabilmente, il Vangelo, la comprensione dei discepoli di chi Cristo è, fino al mondo in cui la Chiesa primitiva sviluppò la sua vita e le sue pratiche, nella tradizione ortodossa e nella cristianità occidentale: la Pascha è la festa centrale dell’anno che definisce tutte le altre feste. Ed è evidente che si tratti di una festa della vita, una festa della gioia. Ma è anche – e spesso tendiamo a dimenticarcelo – che è una festa della vita che passa per la morte.

Quindi non si tratta semplicemente di una festa della vita che dice: “Sì, hai ricevuto la vita e io farò di tutto per assicurartela, così che tu possa averla dopo in più e più al sicuro”. In realtà ci mostra un modello di vita. Un modello di vita di amore auto-sacrificale e questo mette davvero sottosopra tutto, quando ci pensi. Vendiamo nel mondo senza averlo scelto. Kirillov [ne “I demoni” di] Dostoevskij lo dice chiaramente: “Nessuno mi ha chiesto se volevo nascere. Non ho potuto scegliere. Dunque, non ho alcuna libertà”. Non ho alcuna libertà. Sì è vero sono in grado di scegliere tra questo ketchup e quel ketchup e tutte queste cose che in Occidente ci danno l’impressione di essere liberi ma bisogna dirlo, non ho scelto rispetto alla questione principale: “Eccomi, esisto”. Ma nessuno mi ha chiesto se volevo nascere. E mi ritrovo a essere gettato in una vita nella quale, qualsiasi cosa io faccia, morirò. La gente non ci pensa, bisogna dirlo. Ma qualsiasi cosa io faccia, alla fine morirò. Non importa quanto bene mi comporti, quanto religioso cerchi di rendermi ogni tanto: alla fine morirò, non c’è dubbio. Non ho scelta rispetto a questa questione. Potremmo dire che l’unica cosa certa nella vita è che moriremo. Più certo delle tasse e di qualsiasi altra cosa [ride]. È un fatto che moriremo. Nello stesso momento in cui nasciamo nel mondo, corriamo verso la morte. Siamo sotto l’ombra della morte e possiamo dire che siamo inequivocabilmente già morti. In termini scritturistici, potremmo dirlo nel mondo in cui la Genesi parla di Adamo quando gli viene dato il soffio di vita. Il soffio può essere tolto. È transitorio. Finisce. È transeunte. Finirà.

Ora possiamo fare tutto il possibile per cercare di risolvere questa situazione. Fare palestra un paio di ore al giorno, mangiare solo cibo organico, o qualsiasi altra cosa. Costruire un rifugio antiatomico, stipulare assicurazioni sulla vita o fondi pensione o qualsiasi altra cosa. Ma il soffio morirà. Cristo ci mostra un modo di vivere completamente diverso. Un modo di vivere che è proprio di Dio. Un modo di vivere che consiste in un amore autosacrificale. Un modo di vivere che capovolge la morte dall’interno. Non è perché è Dio che è stato capace di tirarsi fuori dal sepolcro. Sarebbe fantastico per lui, ma questo non aiuterebbe nessuno. Al contrario, nel mondo in cui egli muore in quanto essere umano, ci mostra che cosa significa essere Dio. Se non ci avesse mostrato che cosa significa essere Dio in nessun altro modo, in che modo potremmo prendere parte a tutto questo? L’unica cosa che abbiamo in comune, tutti, dall’inizio di questo mondo in poi è che moriremo. Cristo ci mostra il modo di usare la nostra morte per distruggere la morte. Così se noi, invece che essere vittime passive della nostra morte – veniamo al mondo passivamente, moriamo se lo vogliamo o no, qualunque cosa facciamo; se invece di essere vittime passive della nostra morte, la prendiamo su di noi e la usiamo attivamente, allora saremo più forti della morte. È questo ciò che i cristiani fanno. Prendiamo su di noi la Croce e viviamo mediante la Croce, mediante il battesimo, che è una morte volontaria. Ciò significa che l’opportunità, l’invito che abbiamo in Cristo, è usare la nostra mortalità per entrare in lui. Ci spostiamo da Adamo in Cristo, se vuoi. Ci spostiamo dal venire all’esistenza in questo mondo al nascere in Cristo, al venire alla vita in Cristo, mediante la nostra morte, mediante il nostro battesimo, mediante il nostro prendere la croce, non vivendo più per me stesso, per i miei desideri egoistici, ma vivendo per Dio, per Cristo, per il Vangelo, per il mio prossimo ecc. Se lo facciamo, entriamo in un’esistenza che è radicata nell’amore libero e volontario. Io ho scelto di fare questo. È una mia azione. Sono io ad aver scelto questo. È un atto che è amore autosacrificale che è fatto in libertà, che è l’essere stesso della vita di Dio. Quindi tutti veniamo in questo mondo totalmente sotto obbligo, necessità, in un’esistenza che porta alla morte, ma ora ci viene data l’opportunità di usare tutto questo e strasformarlo dall’interno per radicare la nostra esistenza nella libertà e nell’amare ciò che è proprio di Dio.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

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Oggi ho visto tutta la creazione risplendere di una grande luce (Vigilia di Natale)

Sat, 05/01/2019 - 04:40

Dossologia del Paramoni (Vigilia) di Natale

Oggi ho visto tutta la creazione risplendere di una grande luce per la grande visione divina (theoria) che ci è stata svelata.

Poiché il disincarnato[1] ha preso carne, partorito, come tutti, [ma] dalla Vergine, essendo Dio e uomo.

Betlemme, città di Davide, si pregia con esultanza, perché ha sorretto corporalmente colui che [siede] sui Cherubini.

L’Essente che era, l’unico Creatore, colui che ha sciolto il laccio del peccato, è stato avvolto in panni.

La Vergine Maria, Giuseppe e Salome[2], sono rimasti stupiti dalle cose che hanno visto[3].

Le schiere celesti lodano sulla terra intonando questo santo inno gridando e dicendo:

“Gloria nei luoghi eccelsi a Dio e pace sulla terra e benevolenza negli uomini, poiché egli è venuto e ci ha salvati”[4].

I pastori che erano nei campi sono venuti e lo hanno adorato. Anche noi lo adoriamo e gli rendiamo testimonianza

Che egli è venuto nel mondo, è nato dalla Vergine e ha salvato il genere umano[5] dal diavolo maligno.

Lo lodiamo e lo glorifichiamo, lo esaltiamo, in quanto Buono e Amico degli uomini[6]. Abbi compassione nella tua grande compassione.

Seconda dossologia di Natale

L’uno della Trinità, il consustanziale al Padre, quando ha visto la nostra umiliazione e la nostra amara schiavitù

Piegò i cieli dei cieli, e venne nel grembo della Vergine, divenendo uomo come noi, eccetto il solo peccato.

Nacque a Betlemme, secondo le voci dei profeti, ci guarì e ci salvò, poiché noi siamo il suo popolo.

Colui che non ha smesso di essere Dio venne e si fece figlio dell’uomo. Ma egli è il vero Dio: è venuto e ci ha salvati[7].

[1] Si è preferito “disincarnato” al più elegante “incorporeo” perché in copto c’è un gioco di parole con la parola greca σάρξ ‘carne’.

[2] Salome è secondo alcuni apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo, una donna presente durante la Natività e la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Viene talvolta identificata con la madre dei figli di Zebedeo (Mt 20,20; 27,56) e con una delle Marie che stettero sotto la Croce. Nella tradizione copta è considerata una cugina della Vergine Maria ed è venerata come santa. Il Sinassario (Martirologio) copto, pur non dedicandole un giorno specifico, la ricorda ben quattro volte: nella festa di Natale (29 kiahk), nella festa di sant’Anna (11 hatur), di santa Elisabetta (16 amshir) e nella commemorazione dell’entrata della Sacra Famiglia in Egitto (24 bashans).

[3] L’arabo traduce liberamente dicendo “da colui che hanno visto”. Ma il copto è chiaramente al plurale, indicando “cose”, “scene”, “eventi”.

[4] È interessante come la dossologia metta insieme la lode angelica dell’evangelista Luca (Lc 2,13-14) con un’antifona liturgica copta.

[5] Lett.: “la nostra razza”, “la nostra stirpe”

[6] “Amico degli uomini” (in copto Pimairomi, in greco Philánthropos, in arabo Muḥibb al-bašar) è uno degli epiteti di Cristo più ricorrenti nella liturgia, nell’innologia e nella salmodia copte.

[7] Questa dossologia è identica all’ottavo brano della Theotokia del giovedì.

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Che cos’è la felicità? (Iustin Pârvu)

Mon, 31/12/2018 - 12:03

Quella che segue è un estratto di una serie di interviste rilasciate allo scrittore rumeno Adrian Alui Gheorghe dall’archimandrita Iustin Pârvu di beata memoria, negli anni 2005-2007.

L’archimandrita Iustin Pârvu (1919-2013) fu monaco e abate del monastero di Petru Vodă, in Romania. Fu un noto duhovnic o padre spirituale. Insieme a Cleopa Ilie, Arsenie Boca, Ioanichie Balan, Dumitru Staniloae e Arsenie Papacioc, è considerato come uno dei più importanti rappresentanti dell’ortodossia rumena contemporanea. Visse per sedici anni nel tristemente noto penitenziario di Aiud, condannato dal regime comunista rumeno ai lavori forzati. 

***

Padre Justin, in base alla sua esperienza di vita, di abate di un monastero, cosa ne pensa: l’uomo deve essere capito o amato?

L’uomo deve essere amato. Ma per amarlo devi capirlo. Se lo vedi a terra, devi pensare che devi dargli una mano. L’amore per il prossimo ci insegna ad amare Dio. Se non ami chi ti è accanto, se non lo aiuti, non sarai capace di amare Dio. L’amore per il tuo prossimo è il primo passo verso la salvezza. Questo è il passo che devi ripetere per poter giungere a un grande amore per Dio.

Nell’era comunista, siamo stati intossicati dal falso concetto dell’ “uomo nuovo”. Crede che abbiamo realizzato davvero l’ “uomo nuovo”?

Come lo intende il materialismo? Per i materialisti l’ “uomo nuovo” era un uomo fuori dall’influenza della Chiesa, dello Spirito Santo! Ma l’uomo nuovo, nel senso di valore morale rinnovato, è ben altra cosa. A me interessa parlare dell’uomo rinato in Cristo, l’uomo che manca, sfortunatamente, alla nostra Romania. Il rinnovamento dell’uomo e del mondo avviene attraverso la risurrezione, attraverso la comprensione di questa profonda risurrezione in Cristo. Questo è l’uomo nuovo, quello di cui ogni madre che si prepara a mettere al mondo un bambino ha bisogno di sognare.

Einstein diceva che “se paragoniamo il progresso tecnologico compiuto dall’uomo allo sviluppo del suo carattere dobbiamo essere spaventati” .

Sì, sì… Mi raccontava un monaco che era stato in pellegrinaggio a Gerusalemme che cosa lo impressionò di più: i giovani, i bambini lì, quando vedevano l’abito da monaco gli tiravano le pietre. C’era un tale risentimento che si erano dovuti allontanare da dove erano. Vedi, tu che porti la parola del Salvatore, di colui che abbandonò Gerusalemme, ritorni proprio lì, alla fonte, in qualche modo a casa, e sei preso a sassate. Se guardiamo alle parabole di Gesù e pensiamo a ciò che è stato preservato e a come il mondo si è evoluto, penso che un tale comportamento appaia come piuttosto bizzarro.

Mi disse anche lo stesso monaco che in un’altra visita finì per entrare nella Chiesa di San Giovanni. Ebbene, è rimasto lì, ha pregato, e dopo essere stato in quel luogo non sapeva più se esistesse veramente o se il fatto di essere sulla terra fosse solo un’immaginazione. Provò una tale gioia e un tale amore perfetto che non riusciva a guardare a questo mondo se non con un amore pieno con cui l’abbracciava tanto che persino coloro che lo avevano preso a sassate il giorno precedente, li avrebbe abbracciati. Tutti furono avvolti dalla sua gioia. Aveva conquistato tutti con la gioia. Solo con un’anima pacificata possiamo sentirci davvero a nostro agio. In un’anima spezzata, inacidida e tormentata niente riesce a trovare pace.

Come definirebbe l’uomo? Come lo immagina?

L’uomo è (o dovrebbe essere!) per metà amore e per metà lotta, sacrificio per mantenere intatto l’amore, intatto dal male.

Un grande pensatore del secolo scorso, Carl Gustav Jung, diceva: “Per un giovane è quasi un peccato – e certamente pericoloso . essere troppo occupato con se stesso. Ma per l’uomo anziano è un dovere e una necessità dedicarsi una seria attenzione”. Che gliene pare?

Alla fine di questa ricerca, l’uomo deve trovare Dio. Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ecco perché Dio abita in ogni uomo. Il giovane o l’anziano deve purificarsi dentro, l’uomo non sa mai quando arriva la fine.

Qualcuno ha detto che “la mente vuota è rifugio per il diavolo”.

Qui sta la sapienza dell’uomo che si fa trovare sempre con il cesto pieno, che si prende cura del grano che deve essere macinato. E il grano da macinare è la preghiera costante: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, liberaci!”. Se il nemico ti trova a vagare con la tua mente in cose futili, in cose poco sagge, allora il diavolo dimora nella tua mente e ti manipola.

C’è qualche domanda a cui l’uomo è condannato a non trovare mai risposta?

Dipende da ciò che si vuole sapere. L’uomo ha tutte le risposte in se stesso. Sulla nascita, sulla vita, sul significato della sua salvezza. Se vuole trovare risposte a domande senza senso, sarà infelice. Se vuole trovare risposte alle domande sulla sua fede troverà la felicità.

Avere dubbi è peccato per il cristiano?

Sì. Ma c’è anche un dubbio ammissibile, che non è un peccato. Il dubbio, dopo una fervente preghiera, di esistere. Allora ti trasformi tu stesso in preghiera. Questo dubbio è permesso a chiunque.

Dice, ad un certo punto, Petre Ţuţea [1902-1991, scrittore rumeno]: “La porta di Dio è la fede, e la forma attraverso cui Dio entra è la preghiera. La preghiera è l’unica manifestazione umana attraverso la quale può entrare in contatto con Dio. Nel pensiero cristiano, la preghiera ci mostra che l’umiltà si eleva e non scende sull’uomo “. Cos’è l’umiltà?

L’umiltà è una corretta autovalutazione della dimensione dell’uomo in questo universo. L’umiltà accompagnata dalla pazienza può abbattere le montagne, tanto forte essa diventa per ogni cristiano.

Che cos’è il Golgota oggi?

L’incredulità rende ogni giorno un Golgota.

L’uomo di oggi è più scettico di cinquanta anni fa? Come può incoraggiarlo ad andare oltre, a resistere alle vicissitudini della vita?

L’uomo di oggi dà importanza a troppe cose inutili e a dettagli insignificanti. È assediato da un sacco di cose false e non sa come scegliere. Se sai come scegliere bene, le cose diventano luce, la vita è bella. Se scegli male, soffri. Se hai qualche dubbio sul fatto di aver scelto bene, ti sentirai di nuovo torturato. L’uomo è diventato troppo materialista, obbedisce troppo alla tirannia del denaro. Ovunque senti che il denaro è tutto, il denaro è il padrone del mondo. Chi ritiene i soldi come padrone del mondo, si mette al servizio del diavolo.

Il denaro è importante se lo si usa come strumento. Il denaro in sé non ha valore.

Sì, sì. Il dramma del mondo è suscitato non da una lotta di idee, ma da una lotta per il denaro, per tutto ciò che è materiale. L’uomo comprato con il denaro non ha valore, perde il suo valore e la sua fede diventa una moneta.

Come vede la felicità oggi? È felice? Che consiglio vuole dare ai cristiani che vengono da lei e che dicono di essere infelici?

La felicità è quando Cristo risponde con l’amore alla tua preghiera. Le persone percepiscono la felicità in modo diverso. Alcuni ricevono molto eppure si sentono infelici. Altri che ricevono meno si sentono felici.

Qualcuno ha detto: la felicità non è altro che l’uomo, non inferiore a lui. Essa è a misura d’uomo.

Sì, la felicità sta in un uomo che ha la fede. Non vedi quante persone hanno tutto nella società ma si sentono infelici perché sono private della fede?

Penso che valga la pena citare qui un esempio del Paterikon egiziano, degno di nota. Si racconta che c’era un grande anziano chiaroveggente. Accadde che si sedette con molti fratelli a tavola e, mentre mangiavano, il vecchio, mediante lo spirito, facendo attenzione, vide che alcuni stavano mangiando miele, altri pane e altri letame. Si meravigliò e pregò Dio, dicendo: “Signore, rivelami questo mistero: sulla tavola vengono messi gli stessi piatti ma quando mangiano appaiono cambiati”. E giunse una voce dall’alto che disse: “Coloro che mangiano miele sono coloro che, con timore, tremore e gioia spirituale, siedono a tavola e pregano incessantemente e la loro preghiera sale come incenso davanti a Dio. Coloro che mangiano il pane sono coloro che ringraziano per aver condiviso i doni di Dio. Coloro che mangiano letame sono coloro che sono occupati a dire: “Questo è buono, quest’altro è marcio” (21-281)

Il rendimento di grazie per ciò che si ha è davvero la misura della fede di ognuno.

tratto da: Alui Gheorghe Adrian, Părintele Iustin Pârvu.
O misiune creștină și românească, cap. V, Doxologia, 2013.
tradotto dal rumeno da Natidallospirito.com

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La ninnananna al Dio-bambino (Efrem il Siro)

Mon, 24/12/2018 - 07:50

La Vierge aux Anges William-Adolphe Bouguereau (1825 – 1905) Museum of Forest-Lawn Memorial-Park, Glendale, California.

Ho guardato stupito Maria che allatta colui che nutre tutti i popoli, ma s’è fatto bimbo. Dimorò nel seno d’una fanciulla, colui che di sé riempie il mondo. Una figlia di poveri è diventata madre del Ricchissimo, che si fece portare dall’amore. C’è un fuoco nel seno della vergine, ma la vergine non vien bruciata da quella fiamma. Un carbone acceso ha abbracciato Maria; essa lo porta in braccio e non ne è lesa. La fiamma riveste il corpo ed è portata sulle mani da Maria. Un gran sole si è raccolto e nascosto in una nube splendida. Una fanciulla è diventata madre di colui che ha creato l’uomo e il mondo.

Essa portava un bambino, lo carezzava, lo abbracciava, lo vezzeggiava con le più belle parole e lo adorava dicendogli: «Dimmi, maestro mio, di abbracciarti». Poiché sei mio figlio, ti cullerò con le mie cantilene; sono tua madre, ma ti onorerò. Figlio mio, ti ho generato, ma sei più antico di me; mio Signore, ti ho portato in seno, ma tu mi reggi in piedi. La mia mente è sconvolta da timore, dammi la forza di lodarti. Non so dire come tu stia zitto, quando so che in te rintronano i tuoni. Sei nato da me come un bimbo, ma sei forte come un gigante; sei l’Ammirabile come ti chiamò Isaia, quando profetizzò di te. Ecco sei tutto con me, eppure stai tutto nascosto nel Padre tuo. Tutte le altezze del cielo son piene della tua maestà, eppure il mio seno non è stato troppo piccolo per te. La tua casa è in me e nei cieli. Ti loderò coi cieli. I celesti mi guardano con ammirazione e mi chiamano benedetta. Mi sostenga il cielo col suo abbraccio, perché più di esso io sono stata onorata. Il cielo, infatti, non ti è stato madre; ma tu lo facesti tuo trono. La madre del re quant’è più venerabile del suo trono! Ti benedirò, Signore, perché hai voluto che fossi tua madre, ti celebrerò con belle cantilene. O gigante che sorreggi la terra e volesti ch’essa ti sorreggesse, sii benedetto.

Gloria a te, o ricco, che ti sei fatto figlio d’una poverella. Il mio magnificat per te, che sei più antico di tutti, eppure, fatto bambino, scendesti in me. Siedi sulle mie ginocchia; eppure su di te sta sospeso il mondo, le più alte vette e gli abissi più profondi. Stringi il mio seno e sorreggi la terra, i mari e tutto ciò ch’è in essi. Ecco il tuo cocchio è nei cieli, ed io ti porto sulle mie braccia. Tu stai con me, e tutti i cori degli angeli ti adorano. Mentre te ne stai stretto tra le mie braccia, sei portato dai Cherubini. I cieli son pieni della tua gloria, eppure il seno d’una figlia della terra ti tiene tutto. Tra i celesti abiti nel fuoco, e non bruci i terrestri. I Serafini ti proclamano tre volte santo: cosa potrei, Signore, dirti di più? I Cherubini ti benedicono tremando e puoi essere onorato dai miei canti?

Mi senta adesso e venga da me l’antica Eva, l’antica nostra madre; si sollevi il suo capo, il capo che fu abbassato sotto la vergogna dell’orto. Scopra il suo viso e si rallegri con te, perché hai portato via la sua vergogna; senta la parola di pace piena, perché una sua figlia ha pagato il suo debito. Il serpente, che la sedusse, è stato stritolato da te, germoglio che sei nato dal mio seno. Il Cherubino e la sua spada per te sono stati rimossi, perché Adamo possa tornare nel paradiso, dal quale era stato espulso. Eva e Adamo ricorrano a te e prendano da me il frutto della vita; per te si farà dolce quella loro bocca, che il frutto vietato aveva fatto amara. I servi espulsi tornino per te, perché possano ottenere quei beni dei quali erano stati spogliati. Sarai tu per loro una veste di gloria, per ricoprire la loro nudità

Apparirai negli inferi dove giacciono. Allontanerai da loro le tenebre. O bambino anziano, nato da me, in te saranno benedetti tutti i bambini.

Coloro che sono detenuti negli inferi, per mezzo di te siano liberati. Le tenebre stesse per mezzo di te siano illuminate. I poveri, Signore, per mezzo di te si arricchiscano, e i bisognosi per mezzo di te siano nell’abbondanza. Gli affamati per mezzo di te siano saziati e alla tua voce risorgano i morti. I cieli e la terra, per mezzo di te, risuonino di voci di lode. Benedetto sia il Signore di tutti che ti inviò».

Efrem il Siro
tratto da Inni sulla Vergine Maria 19, 1-26
fonte

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Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo (Lc 1,39)

Thu, 20/12/2018 - 07:08

Giovanni sussultò di gioia per annunciare la sua futura predicazione. Il figlio della sterile esultò davanti al figlio della vergine. Egli cercò la lingua di sua madre e volle pronunciare una profezia riguardo al Signore. Per di più a Maria era stato tenuto nascosto per sei mesi che Elisabetta aveva concepito, finché le membra del bambino fossero state sufficientemente formate per esultare di fronte al Signore con il suo sussulto e divenire un testimone per Maria con la sua esultanza.

Inoltre, l’esultare nel grembo di sua madre non era una sua iniziativa, e non a causa dei suoi cinque mesi, ma era perché i doni divini potessero mostrarsi nel grembo sterile che ora lo stava portando. Fu anche perché l’altro grembo, quello della Vergine, conoscesse il grande dono fatto a Elisabetta e perché le due terre credessero nei semi che avevano ricevuto tramite la parola di Gabriele, coltivatore di entrambi i campi. Poiché Giovanni non poteva gridare nella sua esultanza e rendere testimonianza al suo Signore, sua madre cominciò a dire: Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo grembo.

Il nostro Signore preparò il suo araldo in un grembo morto, per mostrare che egli veniva dopo un Adamo morto. Egli vivificò prima il grembo di Elisabetta e poi vivificò la terra di Adamo tramite il suo corpo.

Efrem il Siro,
Commento al Diatessaron 1,30

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L’efficacia del sangue di Cristo nella conversione (Matta el Meskin)

Sun, 16/12/2018 - 13:01

La conversione è uno dei misteri della Chiesa. In realtà, si tratta della porta per tutti gli altri misteri dal momento che nessun mistero può avere efficacia in noi se non siamo in uno stato di pentimento: “Se non vi convertite, perirete tutti” (Lc 13,3).

Se guardiamo alla vita cristiana a partire dall’esperienza spirituale e dalla vita secondo il vangelo, ci renderemo conto che è una conversione continua, cioè un continuo ritorno a Dio. Il peccato, infatti, penetrando nell’essere umano lo ha reso tendente ad allontanarsi da Dio. “Adamo si nascose” (Gen 3,8) spaventato da Dio, una paura che non faceva parte della sua natura: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gen 3,10). Adamo provò paura a causa della trasgressione. La trasgressione continua ad esistere e il peccatore continua a essere impaurito e ad allontanarsi da Dio.

Cristo è venuto a togliere questo stato di paura e a riportare l’uomo a Dio annullando il peccato in noi. Il togliere il peccato e le sue tracce velenose è un atto divino che trae la sua potenza dal sangue versato da Cristo: “Il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Questo è in sintesi il mistero della redenzione e dell’amore.

Convertirsi, dunque, come stato di ritorno fiducioso a Dio, significa immergersi nel mistero della redenzione e accogliere l’efficacia dell’amore che dimora stabilmente nel sangue di Cristo. Per questo la conversione è, in breve, un mistero divino.

Tratto da: Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi el Natrun 2018, pp. 35-36
Il libro è acquistabile a questo indirizzo
https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

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Più ci umiliamo più ci trasformiamo (Matta el Meskin)

Fri, 14/12/2018 - 13:45

La conversione è la concretizzazione del detto evangelico: “Chi si abbassa sarà innalzato” (Lc 18,14). Più ci umiliamo più ci innalziamo e ci trasformiamo. La conversione è quindi un’operazione di trasformazione continua che va in basso con la volontà ma che risale con la grazia. È questo il senso vitale del termine metánoia. Pertanto la conversione è il contrario di una giustizia autodichiarata che si traduce nell’autosufficienza e in una sensazione di essere “a posto”. È proprio quando ci sentiamo così che l’operazione di trasformazione interiore verso l’alto si arresta perché non ne sentiamo più bisogno. L’uomo che si vede santo ritiene di essere in uno stato di grazia e dunque non sente più la necessità dell’umiltà. Qui l’equazione evangelica si ribalta: “Chi si innalza sarà abbassato” (Lc 18,14). Avviene, cioè, una dinamica di trasformazione contraria, una caduta e una dispersione spirituale continua.

Siamo davanti a un metodo concreto che gli scritti dei Padri ci raccontano come è stato praticato. Ad esempio scrive mar Isacco il Siro:

La conversione è consona a ogni tempo e a ogni persona, ai peccatori come ai giusti che aspirano alla salvezza. Non vi sono infatti limiti alla perfezione. Al contrario, se qualcuno si sente perfetto ciò che sente è proprio l’imperfezione. Le opere e il tempo della conversione hanno bisogno sempre di essere portate a perfezione, fino al momento della morte.

Traduzione dall’arabo. Cf. Isacco il Siro, Discorsi ascetici, I,32 in The Ascetical Homilies of Saint Isaac the Syrian, a cura di D. Miller, The Holy Transfiguration Monastery, Boston 1984, p. 153.

Questo metodo concreto, evangelico e paterno, è conforme al concetto teologico nel senso dell’avvicinamento e dell’unione con Dio. È noto, infatti, che teologicamente più noi ci uniamo a Dio più percepiamola nostra piccolezza e la nostra impotenza.

L’anima che non pratica la trasformazione interiore mediante la metanoia, cioè la conversione mediante la contrizione verso Dio,non accoglie la grazia. Questo può essere il segno di una sclerocardia e può essere sintomo di morte. Da qui deriva l’estrema importanza della conversione come azione di vita o di morte simile al battesimo. Anzi, alcuni Padri ritengono la conversione ancora più importante del battesimo stesso. Ad esempio, scrive Giovanni Climaco:

Più grande del battesimo è la fonte delle lacrime che sgorga dopo il battesimo, per quanto l’affermazione possa essere un po’ ardita.

Giovanni Climaco, La scala, Qiqajon, Magnano 2005, p. 194.

In realtà san Giovanni Climaco non esagera a nostro avviso perché la conversione è il frutto della grazia del battesimo e da esso trae la sua forza misteriosa.Colui che non pratica la conversione è come se non avesse mai ricevuto il battesimo nel senso che o la conversione dà efficacia al battesimo oppure la non conversione è come se l’annullasse. Da qui l’estrema importanza della conversione.

Il lettore faccia attenzione al fatto che la parola“fonte delle lacrime”, che indica la penitenza e la conversione e che san Giovanni Climaco usa continuamente, e, in generale, tutto ciò che i Padri chiamano “piangere per i peccati”, è, in realtà, un’azione della grazia e non uno sforzo personale, è un dono e non un’ascesi. Mar Isacco il Siro lo definisce “il dono delle lacrime” (cf. Isacco il Siro, Discorsi ascetici, I,64 in The Ascetical Homilies of Saint Isaac the Syrian, p. 307). Esso è anche il segno di una conversione fruttuosa. Pertanto, le lacrime indicano in maniera misteriosa la vera gioia e la prova di ciò ce la danno le parole del Signore: “Beati voi che ora piangete, perché riderete” (Lc 6,21). Le lacrime piene di speranza rientrano nel mistero della conversione perché sono la prova che il penitente è entrato nella grazia e sono simbolo e indice nascosto che ha raggiunto lo stato della gioia vera.

Da qui capiamo come le lacrime hanno il potere dilavare i peccati non in quanto azione umana volontaria, dal momento che la più grande opera dell’uomo è incapace di espiare il più piccolo peccato, ma perché le lacrime sono un dono dello Spirito Santo e una delle opere evidenti della grazia che svelano che la potenza di Dio ha iniziato a penetrare nel nostro essere. Le lacrime, in fondo, sono l’annuncio che è avvenuto un cambiamento interiore. Esse, quindi, sono anche la prova del mistero e della potenza della conversione.

Tratto da: Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni,
Wadi el Natrun 2018, pp. 44-47
Il libro è acquistabile a questo indirizzo
https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

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Nuovo libro di Matta el Meskin “L’ascesi cristiana”

Thu, 13/12/2018 - 10:20

È disponibile da oggi su Amazon (https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200) il nuovo libro di Matta el Meskin “L’ascesi cristiana” pubblicato da “San Macario Edizioni”. È il primo libro che la casa editrice del Monastero di San Macario pubblica all’estero. 

Il libro, oltre al valore del suo contenuto, è prezioso perché contiene l’ultima prefazione di anba Epiphanius (1954-2018), il tre volte beato vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande, discepolo di padre Matta el Meskin. Pochi giorni dopo aver scritto la prefazione veniva, infatti, brutalmente ucciso mentre, uscendo dalla proprio cella, si recava a presiedere la liturgia eucaristica domenicale.

Dalla quarta di copertina:

Il cristianesimo è trasformazione interiore. Questa trasformazione è chiamata “ascesi”. L’ascesi è di solito descritta come una dura lotta spirituale con il proprio ego. Tuttavia anche se conosciamo alcune pratiche tipiche dell’ascesi (pentimento, digiuno ecc.), tendiamo a ignorarne le vere motivazioni e gli obiettivi evangelici, tanto che a volte o mettiamo in dubbio il fondamento biblico dell’ascesi o finiamo per praticarla come fine a se stessa. Padre Matta el Meskin, monaco copto ortodosso e grande padre del deserto contemporaneo che ha vissuto con intensità l’ascesi per più di sessant’anni, cerca di chiarire il senso cristiano profondo della lotta ascetica affinché essa sia davvero capace di trasformare e di rinnovare. Ciò che emerge da questo libro è che ogni cristiano è chiamato a essere asceta, che non c’è ascesi cristiana senza Gesù Cristo e la potenza dello Spirito Santo vivificante e che l’ascesi, restando solo uno strumento, ha come fine ultimo sempre l’unione con Dio, mediante Gesù Cristo, per comunicare alla sua Vita.

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Testi per prepararsi al Natale

Tue, 11/12/2018 - 07:09

In questo periodo di Avvento, per prepararci ad accogliere l’evento salvifico dell’Incarnazione del Logos, riproponiamo alcuni testi pubblicati sul tema della Natività scritti da Padri della Chiesa come Atanasio, Cirillo, Giovanni Crisostomo, Efrem il Siro, Leone Magno e autori contemporanei come Pavel Evodimov e Matta El Meskin, oltre che alcune omelie e alcuni messaggi natalizi.

:: Oggi ho visto tutta la creazione avvolta in una grande luce (dossologie copte del Natale)
:: Dio si svuota perché io possa partecipare alla sua pienezza (Gregorio di Nazianzo)
:: Il mistero del Dio-uomo (Gregorio Nazianzeno)
:: Bianco Natale, auguri malaugurati e recitine stellate
:: Natale come “pienezza del tempo”: che cosa significa per noi?
:: Ti ringrazio perché hai inviato tuo Figlio per salvarci! (inno copto di Avvento)
:: Santa Trinità abbi compassione di noi! (inno copto di Avvento)
:: Come festeggiare il Natale? (Gregorio di Nazianzo)
:: Matta El Meskin, “L’umanità di Dio”: antologia sul Natale
::  Preso da compassione per noi si incarnò (Atanasio)
::  E il Verbo si fece carne (Cirillo alessandrino)::  Riposa in una mangiatoia Colui che siede sul trono celeste (Giovanni Crisostomo)
::  L’uomo non era più capace di guardare in alto (Atanasio)::  L’umanità è giunta alla culla di Cristo (Giovanni Crisostomo)
::  Dio mandò suo Figlio, nato da donna (Proclo di Costantinopoli)
:: «E il Verbo si fece carne» (John Henry Newman)
::  Cristo è nato! (Justin Popović)
::  Benedetto il bimbo (inno natalizio di Efrem il Siro)
::  Benedetto lui che la nostra libertà ha crocifisso (inno natalizio di Efrem il Siro)
::  Cristo ci ha resi nuove creature (Pietro Crisologo)
::  Emmanuele (Elredo di Rievaulx)
::  «L’anima mia magnifica il Signore» (Beda il Venerabile)
::  Il Re divino è giunto solo (Giovanni Crisostomo)
:: La partecipazione di Cristo alla nostra natura (Leone Magno)
:: “Se uno è in Cristo, egli è una creatura nuova” (Pavel Evdokimov)
:: Cristo è merce d’amore a un prezzo stracciato (Matta El Meskin)
:: Il Natale nella Chiesa copta ortodossa
:: Cristo è la nostra pace (Omelia del Natale 2012 di S.S. Benedetto XVI)
:: Messaggio di Natale di S.S. Kirill (2010)
:: Messaggio di Natale di S.S. Bartolomeo I (2012)
:: Omelia di Natale di S.S. Bartolomeo I (2007)
:: Messaggio di Natale di S.S. Teodoro II (2007)

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E non ci indurre in tentazione?

Mon, 10/12/2018 - 09:08

Nelle scorse settimane c’è stata un’enorme polemica in ambito cattolico sulla nuova traduzione adottata dalla CEI “e non abbandonarci alla tentazione” del versetto greco di questo versetto greco καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (Mt 6,13).

Giusta? Sbagliata? Quello che si può certamente dire è che non si tratta di una traduzione letterale, ma ad sensum. L’unica cosa che veramente non capiamo è perché qui tradurre “abbandonare” e al versetto 26,41, nonostante la stessa area semantica (eis + verbo di moto) e la stessa struttura sintattica (eis + verbo + eis), tradurre “[pregate,] per non entrare in tentazione”. Per coerenza bisognava tradurre: “pregate per non essere abbandonati alla tentazione”. Ma lasciamo questa discussione ai filologi.

In ogni caso un grande problema ha suscitato la parola ambivalente πειρασμός che la CEI interpreta come la Vulgata con il significato di “tentazione” (di origine diabolica) e non di “prova” (di origine divina). Il problema non nasce oggi ma è certamente antico.

Vogliamo contribuire a questo dibattito offrendo semplicemente l’interpretazione – che ci sembra cristallina – che hanno fatto alcuni Padri della Chiesa, anche latini: Cirillo di Alessandria, Tertulliano, Cipriano, Giovanni Crisostomo, Origene.

Quando siamo intenti alla preghiera, egli ci comanda di dire: Non ci indurre in tentazione. Luca conclude la preghiera con queste parole, ma Matteo aggiunge: Ma liberaci dal maligno (Mt 6,13). C’è una certa stretta connessione nelle frasi, perché quando le persone non sono indotte in tentazione sono anche liberate dal maligno. Se qualcuno forse volesse dire che non esservi indotto è la stessa cosa che essere liberato da esso, questi non errerebbe lontano dalla verità.

Cirillo di Alessandria
Commento a Luca, omelia 77

Alla completezza della preghiera, che era così adeguata, Cristo ha aggiunto che dobbiamo pregare non solo che i nostri peccati siano perdonati, ma anche che possiamo evitarli: non ci indurre in tentazione, cioè: non lasciare che siamo indotti, certo da colui che tenta; del resto lungi da noi che il Signore sembri tentare, come se non fosse consapevole della fede di ciascuno o cercasse di sviarlo! Questa debolezza e questo dispetto appartengono al diavolo. Anche nel caso di Abramo, Dio ha ordinato il sacrificio di suo figlio non per tentare la sua fede, ma per provarla, per dare per suo tramite un esempio del suo comandamento che presto avrebbe stabilito, cioè che nessuno deve amare i suoi cari più di Dio. Cristo stesso fu tentato dal diavolo e mostrò il capo e l’artefice della tentazione. Conferma questo passo con quello che segue: Pregate di non entrare in tentazione (Lc 22,46); essi furono tentati di abbandonare il Signore perché si erano abbandonati al sonno invece di pregare. Corrisponde a questo la sentenza finale che spiega cosa significhi: non ci indurre in tentazione, cioè: liberaci dal male.

Tertulliano
La preghiera 8,1-6

Il Signore insiste su un’altra intenzione : Non sopportare che noi siamo indotti in tentazione. Da queste parole risulta che l’avversario non può nulla contro di noi senza il permesso preventivo di Dio.

Per questo dobbiamo volgere a Dio tutto il timore, la pietà e l’attenzione, perché nelle tentazioni il potere del maligno dipende dal potere di Dio. Il che prova la Scrittura, quando dice : Nabucodonosor, re di Babilonia, venne a Gerusalemme e l’assediò, e il Signore la consegnò nelle sue mani (IV Re 24,11). Al Maligno è concesso il potere contro di noi, in ragione dei nostri peccati, secondo la Scrittura:

E a proposito di Salomone che peccava e si allontanava dalle vie del Signore è detto: E il Signore suscitò Satana contro di lui.

Chi ha abbandonato Giobbe al saccheggio
e Israele ai saccheggiatori?
Non è forse il Signore?
Essi hanno peccato contro di lui,
non hanno voluto camminare nelle sue viee non hanno ascoltato la sua legge.
Per questo ha riversato su Israele l’ardore della sua collera.
(Isaia 42,24)

Dio può dare il potere al demonio in due modi: per nostro castigo, se abbiamo peccato; per nostra glorificazione, se accettiamo la prova. Vediamo che questo fu il caso di Giobbe. Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui (Giobbe 12, 1).

Nel Vangelo il Signore dice, al momento della Passione: Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice: Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole (Marco XIV, 38).

Se anzitutto facciamo professione d’umiltà, se attribuiamo a Dio tutto quello che chiediamo con timore e riverenza, possiamo essere sicuri che la sua bontà ce lo concederà.

Cipriano
Il Padre nostro 25-26

Qui Gesù ci fa comprendere chiaramente la nostra bassezza e reprime la nostra presunzione, insegnandoci che se non dobbiamo fuggire i combattimenti, non dobbiamo tuttavia gettarci da noi stessi in preda alle tentazioni. Sarà così per noi più splendida la vittoria e per il diavolo più vergognosa la sconfitta. Quando siamo trascinati alla lotta, dobbiamo resistere con tutta la nostra fermezza e con tutto il nostro vigore; ma quando non siamo chiamati alla battaglia, dobbiamo tenerci in riposo, attendere il momento dello scontro, mostrando insieme umiltà e coraggio. 

Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Giovanni 19,6

Se la vita è tentazione, non è possibile non essere tentati, ma non ci si deve far vincere dalla tentazione. Infatti colui che è consegnato, secondo quanto ha meritato, all’ignominia e alla vergogna, cade in tentazione, mentre colui che vince nella lotta non può essere tentato e, al di là delle proprie forze, non abbandonato, non cade in tentazione.

Origene
Frammento 123

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Il vescovo e la nonnina

Wed, 05/12/2018 - 07:39

Il vescovo Vasilij (Rodzjanko) di Washington.

Nel 1978 morì la moglie [di padre Vladimir], Marija Vasil’evna […] [Quando] sua nuova guida spirituale divenne il metropolita di Londra Antonij di Surož [Anthony Bloom] questi riferì a padre Vladimir che la gerarchia della Chiesa ortodossa americana si stava adoperando con prudente insistenza per convincere il vedovo arciprete Vladimir Rodzjanko a prendere i voti monastici per poi farlo vescovo e inviarlo a servire negli Stati Uniti come vescovo della capitale Washington […]

Padre Vladimir accolse la proposta di divenire monaco e vescovo come volontà di Dio e come risposta alle sue preghiere. Accettò. Allora le gerarchie in America e Inghilterra si strinsero la mano e la sorte di padre Vladimir fu decisa.

Ma appena prima della tonsura il futuro monaco pose d’un tratto al proprio confessore, metropolita Antonij Surožskij, una domanda insolita e candida:

– Ecco, ora accolgo da te, Eccellenza, la tonsura. Rendo al Signore Dio e alla Sua Santa Chiesa i solenni voti monastici. Per quel che riguarda il voto di castità ho capito tutto. Anche il voto di povertà mi è chiaro. Il voto di preghiera, pure. Però il voto di obbedienza non riesco proprio a capirlo!

– In che senso? – si meraviglio il metropolita Antonij.

– Ecco… – spiego con saggezza padre Vladimir, – diventerò subito vescovo, non semplice monaco. Vuol dire che, per questa mia caricà, dovrò amministrare e guidare. E allora chi dovrò ascoltare? A chi mi ordini di obbedire?

Il metropolita ci pensò su. Poi disse:

– Farai servizio di obbedienza a ogni persona che incontrerai nel cammino della tua vita. Se solo la sua richiesta sarà nelle tue forze e non in contraddizione con il Vangelo.

Questo comandamento andò a genio a padre Vladimir [ora divenuto il vescovo Vasilij]. Anche se come conseguenza coloro che gli erano vicini non ebbero vita facile a causa della sua costante disponibilità alla risoluta e irrevocabile attuazione di tale voto monastico. In parte parlo di me stesso. La santa obbedienza del vescovo si trasformò spesso per me in autentici lavori forzati!

Per esempio, un giorno siamo in giro per Mosca. Una pessima giornata, piovosa. Siamo di fretta. E d’un tratto Sua Eccellenza viene fermato da una vecchietta con una borsa per la spesa.

– Batjuška! – Fa con la sua vocetta tremolante per la vecchiaia, senza certo sapere che davanti a lei non c’è un prete qualsiasi, ma un vescovo fatto e finito, e per di più dall’America. – Batjuška, aiutami almeno tu, benedici la mia stanzetta! Sono già tre anni che lo chiedo al nostro padre Ivan, ma lui non viene. Abbi pietà, ti prego vieni a benedire.

Non faccio in tempo ad aprir bocca che già Sua Eccellenza manifesta la più ardente volontà di adempiere alla richiesta, come se tutta la vita non avesse aspettato che l’occasione di benedire proprio quella stanza.

– Eccellenza! – faccio io con l’aria di un condannato a morte. – Non sapete neppure dove si trovi. Nonnina, come ci si arriva?

– Non è lontano, a Orechovo-Borisovo! Dalla metro quaranta minuti in autobus… Non è lontano! – riferisce con gioia l’anziana.

E il vescovo, abbandonate tutte le nostre importanti commissioni (contraddirlo in tali situazioni era del tutto inutile), si butta tanto per cominciare dalla parte opposta di Mosca, verso la chiesa di un sacerdote sconosciuto per prendere quanto necessario al rito della benedizione. (Naturalmente io mi trascino dietro di lui). E la vecchietta (e dove poi trova le forze!) incredula per la grande gioia trotterella dietro di noi e racconta senza sosta al vescovo dei figli e nipoti che già da molto tempo non la vanno a trovare.

Dopo la sosta in chiesa entriamo in metropolitana giusto all’ora di punta e con alcuni cambi di linea raggiungiamo la periferia. Da là (come promesso dalla nonnina) sobbalziamo per quaranta minuti schiacciati in un autobus strapieno. E infine Sua Eccellenza benedice una stanzuccia di otto metri quadri in un casermone prefabbricato di nove piani, e lo fa comunque immerso nella preghiera, grandioso e solenne come sempre quando celebrava. Poi siede a tavola accanto all’anziana raggiante (entrambi soddisfatti l’uno dell’altro) lodando il tè, le ciambelline secche e una vecchia e cristallizzata confettura di amarene con i noccioli che la nonnina ci offre. E infine accoglie con riconoscenza, non lo rifiuta, il rublettino per il “batjuška” che lei gli mette in mano furtivamente al momento dei saluti.

– Dio ti benedica! – dice la vecchietta al vescovo. – Ora mi sarà lieve anche il morire in questa stanzetta.

tratto da: Archimandrita Tichon Ševkunov, Santi di tutti i giorni, Rubbettino, pp. 390-393

 

 

 

 

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“Autocefali ma divisi o fratelli uniti?” (Metropolita Nicholas di Masogaia)

Mon, 03/12/2018 - 10:20

Non siamo soliti pubblicare articoli riguardanti l’attualità scottante. Ma crediamo che davanti all’enorme, indicibile scandalo della rottura della comunione ecclesiale tra la Chiesa ortodossa Russa e la Chiesa ortodossa di Costantinopoli è necessario dire qualcosa e dirlo con il Vangelo in mano. Abbiamo scelto un articolo che esprime molto bene l’opinione di tanti ortodossi sconvolti per quello che succede e anche l’opinione di questo blog. A scanso di equivoci, quest’articolo non è stato scritto da un russo ma da un vescovo greco, il metropolita Nicholas, metropolita di Mesogaia e Lavreotiki in Grecia che ringraziamo per la sua “messa a punto” spirituale di cui tutti sentivamo un enorme bisogno. Vi chiediamo la cortesia di leggerlo e di diffonderlo il più possibile. 

In questi mesi scorsi siamo stati testimoni di una crisi molto pericolosa, e apparentemente ingiustificata, sorta nella nostra Chiesa a causa dell’imminente offerta di autocefalia alla Chiesa ucraina o, meglio, a causa della creazione di una Chiesa autocefala in Ucraina.

Pare che le relazione intraortodosse siano in pericolo: mentre cerchiamo l’unione con gli eterodossi, gli ortodossi, pur confessando l’amore che li unisce tutti, lo contraddicono nelle loro relazioni quotidiane. Proclamano il vincolo della comunione che li unisce mostrando l’esatto opposto.

I fedeli assistono a discussioni legalistiche tra i loro leader. Invece di unire i fedeli, essi creano campi di adepti e gruppi di partigiani. Che peccato!

In tutta questa disputa, c’è un pretesto e una causa. Il pretesto è costituito dal bisogno dell’autocefalia della Chiesa ucraina. E la causa è il diritto di conferirle questa autocefalia. Ma chi ha il diritto di farlo?

Le Chiese coinvolte fanno riferimento a privilegi storici, a diritti e a canoni. Sfortunatamente, non fanno mai riferimento al Vangelo. La prima questione che viene in mente è: l’autocefalia è davvero così necessaria? E se sì, non potrebbe attendere un po’?

C’è una seconda questione: i nostri diritti sono davvero così importanti tanto da difenderli ignorando o combattendo contro i nostri fratelli o, ancor peggio, rompendo la nostra comunione millenaria con loro?

In terzo luogo: fare riferimento ai diritti storici e ai canoni è davvero più importante di fondarci sulle parole del Vangelo?

Da adesso in poi, Costantinopoli chiamerà “amici” coloro che fino ad ora erano i “fratelli di Russia” e questi ultimi si rifiutano di riconoscere il carattere ecumenico del Patriarcato di Costantinopoli.

Le basi essenziali dell’unità della Chiesa sono, dunque, distrutte: la fraternità, di cui la comunione panortodossa è l’espressione, e l’ecumenismo, di cui Costantinopoli è garante, secondo i canoni e la tradizione storica.
1. In realtà l’autocefalia dell’Ucraina è più un diritto e una richiesta politica ostinata che una necessità così urgente. D’altra parte, invece, l’unità delle Chiese è una necessità indiscutibile e un comandamento evangelico. Che cos’è più importante: l’autocefalia di una Chiesa locale o l’alienabile unità di tutti nella “Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”?

Chi sono coloro che chiedono l’autocefalia? È possibile che un presidente dalla dubbiosa spiritualità e un autoproclamatosi “patriarca”[1] dalla problematica sensibilità ecclesiologica – che fino ad ora era da escludere in quanto scismatico – sarebbero le persone adatte ad esprimere questa necessità dello Spirito Santo, la volontà di Dio e l’aspirazione della Chiesa in Ucraina?

Se non vogliamo sentire le voci di coloro che si oppongono all’autocefalia, come possiamo sostenere le speranze di unità di fronte a coloro che hanno già causato uno scisma molti anni fa e che, per molto tempo, hanno accolto tra le loro file i partigiani del vecchio calendario in Grecia e altrove?

Se Filaret fosse stato eletto come Patriarca di Mosca nel 1990 – cosa che egli desiderava ardentemente ma che gli è fuggita di mano – chiederebbe oggi di diventare metropolita della Chiesa autocefala di Ucraina? E se sì, a chi lo chiederebbe? Al Sinodo di Mosca che lui stesso presiederebbe o a Costantinopoli che oggi fa finta di rispettare e davanti al quale apparentemente si china?

2. Secondo la logica cristiana, chiunque tiene in considerazione solo i propri diritti non sta nel giusto. Sta nel giusto chiunque protegge i propri diritti preservando l’equilibrio tra amore, pace, pazienza, perdono e riconciliazione. È solo allora, infatti, che i “diritti” di Dio sono salvaguardati. Inoltre, la nostra salvezza non si basa forse sulla più grande ingiustizia? “La maledizione della giusta condanna è abolita da una ingiusta condanna del Giusto”[2]. Fortunatamente, il Signore non faceva riferimento alla Legge e ai suoi diritti![3]

Nella fase attuale, l’approccio alla questione dell’autocefalia dell’Ucraina si concentra sui diritti di coloro che la possono garantire, cioè il Fanar [Costantinopoli] e Mosca, in base a un potere storico [Costantinopoli] o politico-economico [Mosca], ma non si fa riferimento al Vangelo, o perlomeno alle esigenze ecclesiali in Ucraina. Inoltre, all’orizzonte appaiono piani, ingiunzioni e pressioni politiche potenti. Ma al santo Vangelo non resta che la facciata.

3. Veramente, che legame può avere tutto questo con la logica del Dio crocifisso, con l’etica delle Beatitudini e del Sermone della Montagna, con l’asciugamano della Cena mistica[4], con i comandamenti di Cristo riguardo al servizio, con la preminenza dell’eschaton, con la preghiera sacerdotale del Signore “affinché tutti siano uno”, con l’insegnamento e il pensiero del divino Apostolo Paolo, con le omelie che ascoltiamo ogni domenica e con le lettere pastorali inviate per le principali feste liturgiche? L’applicazione dei canoni può abrogare il Vangelo?

Chi è in grado di capire come Chiese sorelle in Cristo per così tanti secoli ora possano rallegrarsi nello scoprire le cadute e gli errori l’una dell’altra? La tensione che sperimentiamo oggi significa forse che non ci siamo amati abbastanza nel passato? Come possiamo giustificare che i leader delle nostre Chiese sostengano così a gran voce il dialogo interreligioso e intercristiano e poi si rifiutano di comunicare tra loro? È possibile che noi possediamo tutta l’illuminazione e che nessun raggio illumini coloro che fino ad oggi sono stati nostri fratelli? Qual è in ultima analisi il significato del termine “comunione” se non include la comprensione reciproca?

O è possibile che non si rendano conto delle conseguenze catastrofiche di un minacciato scisma? Quale sarebbe, allora, la colpa del semplice fedele escluso dalla grazia dei luoghi di pellegrinaggio dell’altra ortodossia? Perché i fedeli russi dovrebbero essere privati della Santa Montagna[5] e i fedeli ellenofoni essere privati di San Serafino di Sarov, delle Grotte di Kiev, del [monastero di] Valaam, della grazia dei neomartiri russi? La grazia di Dio non è universale e da condividere con tutti? Se siamo uniti dalla fede e dal dogma comune, come possiamo giustificare una divisione basata su un disaccordo amministrativo?

Infine, per chi e per quale ragione è stato scritto il Vangelo d’amore, di perdono e di unità? Non si applica forse a noi e alle sfide del nostro tempo?

4. Inoltre, che cosa ne sarà della nostra confessione ortodossa nella diaspora o nei paesi di missione? Quale Cristo predicheremo e confesseremo? Quel Cristo che “ha chiamato tutti all’unità”, ma le cui parole stiamo negando con il nostro atteggiamento? O quel Cristo che non è riuscito a unire nemmeno coloro che per duemila anni hanno creduto in lui? La soddisfazione di aver ottenuto l’autocefalia è breve e tocca solo poche persone. Ma lo scandalo causato ai fedeli e al mondo è incommensurabile e generalizzato. Il peccato dello scisma è incurabile e imperdonabile.

È perfino possibile che Mosca punisca il suo clero e i suoi fedeli che ricevono la comunione sulla Santa Montagna o sull’isola di Patmos o forse più tardi anche a Gerusalemme e in Grecia? La comunione divina può diventare una leva per pressioni e ricatto politici? Dopo aver fatto esperienza del mistero per mille anni, questo è quello che abbiamo capito? Possiamo accettare l’interruzione momentanea della commemorazione dei patriarchi come segno di veemente protesta ma in alcun modo possiamo accettare la rottura della comunione tra i fedeli. La Chiesa stessa, invece di guidare il popolo di Dio a luoghi di santificazione, lo porta all’estraniamento dalla grazia. Invece di indebolire la fede della gente, non sarebbe meglio rafforzarla nella speranza che porterà i suoi leader a ragionare?

Speriamo che il nostro patriarca [Bartolomeo] allarghi ulteriormente il suo abbraccio ecumenico così che i russi possano trovarvi un posto. Quanto agli ucraini, essi non si uniranno a livello ecclesiale se non impareranno a perdonare i russi all’interno della Chiesa e a unirsi con loro. La Chiesa è Chiesa quando sconfigge i suoi nemici. Le parole di Sant’Anfilochio il giovane di Patmos, recentemente canonizzato dal Patriarcato ecumenico, sono più che mai attuali: “Vuoi vendicarti di quelli che ti mettono alla prova? La migliore vendetta è amarli: l’amore trasforma, infatti, perfino le bestie feroci”.

Ci aspettiamo anche dai nostri santi padri della Russia, la cui preghiera il popolo chiede alla fine di ogni liturgia, di unire la Chiesa lavorando con umiltà e non con uno spirito di conquista. Essi allora, con la grazia di Dio, vinceranno i cuori di tutti gli ortodossi. Non c’è ragione per loro di divenire la “terza Roma” secondo lo spirito di questo mondo, ma la “prima e santa Mosca” su un piano spirituale e allora avranno il primato nei nostri cuori.

Con l’aroma della loro esperienza della recente e crudele persecuzione e con la grazia dei loro neomartiri, ci aspettiamo da loro anche che offrano alla nostra Chiesa una fragrante testimonianza di unità. Così come è cattivo l’orgoglio del piccolo e del debole, così è buono l’umile sapienza del potente e del forte. Di ciò abbiamo tutti bisogno poiché ciò che conta alla fine non è chi ha la forza o il diritto dalla sua parte ma chi agisce nello Spirito Santo e trasmette la sua grazia.

Forse il comando divinamente ispirato dell’Apostolo Paolo “Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri” (Gal 5,15) mostra a tutti noi la via da seguire. Nei conflitti ecclesiali tra fratelli non c’è vincitore. Ma quando ci riconciliamo, nessuno va perduto. Tutti sono benedetti.

La Corea del Nord è giunta a un accordo con la Corea del Sud. E noi che preghiamo ogni giorno con il “Padre nostro” nel nostro cuore e sulle nostre labbra non riusciamo a metterci d’accordo?!

Preghiamo ardentemente che il Signore ci conceda “con la tentazione la via d’uscita” (1Cor 10,13) e ci guidi rapidamente alla conversione e alla “consolazione” (cf. Sal 66,12). Amen.

[1] Il riferimento è a Filaret, ex metropolita di Kiev, scomunicato nel 1997 dal Patriarcato di Mosca e reintegrato nella comunione ortodossa nel 2018 dal Patriarcato di Costantinopoli, N.d.T.

[2] Stichera per la festa dell’Esaltazione della Croce, N.d.T.

[3] Nel senso che se il Signore avesse voluto fare appello alla Legge, a quest’ora saremmo tutti condannati e non ci sarebbe salvezza, N.d.T.

[4] Il riferimento è alla lavanda dei piedi compiuta da Cristo agli Apostoli, narrata dall’evangelista Giovanni: “Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto” (Gv 13,3-5), N.d.T.

[5] L’Athos, N.d.T.

Metropolita Nicholas di Mesogaia e Lavreotiki
Μεσογαίας Νικόλαος: ”Διχασμένοι Αυτοκέφαλοι η Ενωμένοι Αδελφοί;
fonte originale in greco
traduzione dall’inglese con alcune correzioni fatte sul greco

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