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Updated: 1 hour 18 min ago

Apoftegmi di coloro che hanno vegliato nell’ascesi

Mon, 05/11/2018 - 09:29

“Gli apoftegmi di coloro che hanno vegliato nell’ascesi mostrando in breve la loro eminente virtù” è una raccolta minore di detti dei padri del deserto, caratterizzati da un’estrema stringatezza. Alcuni detti si possono ritrovare facilmente presso i grandi padri nella serie alfabetica o nella raccolta anonima. Sono dei piccoli gioielli da custodire con attenzione e consultare di tanto in tanto.

1. Domandarono ad abba Isaia: “Che cos’è l’amore per il denaro?”. Rispose: “Non credere in Dio e che egli possa occuparti di te, disperare delle promesse di Dio, e amare i piaceri dannosi”.

2. Gli domandarono ancora: “Che cos’è la maldicenza?”. Rispose: “Non conoscere Dio né la gloria di Dio e la gelosia verso il prossimo”.

3. Gli domandarono ancora: “Che cos’è la collera?”. Rispose: “Il settarismo, la menzogna e l’ignoranza”.

4. Chiesero a un anziano: “Che cosa deve essere il monaco?”. Rispose: “Per quello che mi riguarda, deve essere come solo a Solo”.

5. Chiesero a un anziano: “Perché ho paura mentre cammino nel deserto?”. Rispose: “Perché vivi ancora”.

6. Chiesero a un anziano: “Che cosa bisogna fare per essere salvati?”. [L’anziano] stava intrecciando una corda. Senza togliere gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Come vedi”.

7. Chiesero a un anziano: “Perché non sei mai depresso?”. Rispose: “Perché ogni giorno mi aspetto di morire”.

8. Chiesero a un anziano: “Perché sono continuamente depresso?”. Rispose: “Perché non hai ancora visto la fine”.

9. Chiesero a un anziano: “Qual è l’opera del monaco?”. Rispose: “Il discernimento”.

10. Chiesero a un anziano: “Perché sono tentato dalla fornicazione?”. Rispose: “Perché mangi molto e dormi”.

11. Chiesero a un anziano: “Cosa deve fare il monaco?”. Rispose: “Fare tutto ciò che è bene, astenersi da tutto ciò che è male”.

12. Gli anziani dicevano che la preghiera è lo specchio del monaco.

13. Gli anziani dicevano: “Non c’è niente di peggio che giudicare”.

14. Gli anziani dicevano: “Non bisogna scendere a compromessi con i pensieri”.

15. Gli anziani dicevano: “Corona del monaco è l’umiltà”.

16. Gli anziani dicevano: “A ogni pensiero che ti giunge di’: ‘Sei dei nostri o dell’avversario?’. E certamente esso lo confesserà”.

17. Gli anziani dicevano: “L’anima è una fonte: se tu la scavi, si purifica; ma se tu vi butti della terra, essa sparisce”.

18. Disse un anziano: “Io ho fiducia che Dio non è ingiusto e che non mi tirerà fuori da una prigione per buttarmi in un’altra”.

19. Disse un anziano: “Farsi violenza in tutto: questo è il cammino di Dio”.

20. Disse un anziano: “Un monaco che non lavora è giudicato come ambizioso”.

21. Disse un anziano: “Se Dio ci perdona con longanimità il male che facciamo, quanto più ci verrà in aiuto se facciamo delle opere buone”.

22. Disse un anziano: “Non fare niente senza aver esaminato nel tuo cuore se ciò che fai è per Dio”.

23. Disse un anziano: “Se un monaco prega soltanto quando sta in piedi per la preghiera, un tal monaco non prega affatto”.

24. Disse un anziano: “Ho passato vent’anni a lottare contro un solo pensiero per vedere tutti gli uomini come uno solo”.

25. Disse un anziano: “Di tutte le virtù la più grande è il discernimento”.

26. Disse un anziano: “Come fa l’anima ad acquisire l’umiltà?”. Rispose: “Quando non si preoccupa che dei propri mali”.

27. Disse un anziano: “Colui che ascolta una maldicenza deve fuggire e [così] corregge colui che sparla”.

28. Disse un anziano: “Come la terra non può cadere più in basso, così colui che si umilia non può cadere [più in basso]”.

29. Disse un anziano: “Non ho mai tardato a ricevere tutto ciò che potevo”.

30. Disse un anziano: “È una vergogna per un monaco che ha rinunciato a tutto ciò che gli appartiene e che si è fatto straniero per Dio andare poi al castigo”.

31. Disse un anziano: “La generazione attuale non cerca l’oggi ma il domani”.

32. Disse un anziano: “La nostra opera è bruciare legna”.

33. Disse un anziano: “Non voler essere considerato”.

34. Disse un anziano: “L’umiltà non si adira e non adira”.

35. Disse ancora: “Dimorare bene nella cella riempie di beni”.

36. Disse un anziano: “Guai all’uomo quando il suo nome è al di sopra della sua opera” [cioè che ha una fama immeritata].

37. Disse un anziano: “La libertà di parola e il riso assomigliano a un fuoco che divora della paglia”.

38. Disse un anziano: “Colui che si fa violenza in tutte le cose per il Signore è simile al confessore [della fede]”.

39. Lo stesso disse: “Se qualcuno si fa folle per il Signore, il Signore lo renderà saggio”.

40. Disse un anziano: “Un uomo che ha davanti agli occhi la morte in ogni momento è vincitore della ristrettezza dell’anima”.

41. Disse un anziano: “Ciò che Dio cerca dall’uomo è lo spirito e la parola e l’azione”.

42. Lo stesso disse: “Ecco ciò di cui ha bisogno l’uomo: temere il giudizio di Dio, odiare il peccato, amare la virtù e supplicare senza posa”.

43. Disse un anziano: “Come portiamo ovunque con noi il soffio che esce dalle nostre narici, così dobbiamo avere sempre con noi, ovunque noi siamo, il timore della morte e dell’anima”.

tradotto dal francese da Jean-Claude Guy, Les apophtegmes des pères du desert, Etiolles (Essonne) les Dominos, 1968, pp. 405-408

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I detti dei dodici anacoreti

Sun, 04/11/2018 - 11:22

La Collazione dei dodici anacoreti Περί των δώδεκα αναχωρητών è una ben nota antica collezione minore di apoftegmi dei padri del deserto tramandataci in greco. Abbiamo usato il testo greco messo a punto da Guy[1].

***

Alcuni anacoreti, saggi e spirituali, si riunirono insieme un giorno. Erano dodici. Si interrogarono l’un l’altro sulle azioni rette che essi avevano compiuto nella loro cella e sull’ascesi spirituale che essi praticavano.

Il primo tra loro, che era anche il più anziano, disse: “Io, fratelli, da quando ho iniziato a vivere nell’esichia[2], mi sono completamente crocifisso alle cose esteriori, pensando a ciò che è scritto: ‘Rompiamo le loro catene, gettiamo via il loro giogo’ (Sal 2,3). E, innalzando come un muro tra la mia anima e le cose del corpo, mi sono detto nel pensiero: ‘Così come chi all’interno di un muro non vede colui che si trova all’esterno, così tu non vorrai più vedere le cose esteriori, ma farai attenzione a te stesso, attendendo ogni giorno la speranza di Dio’. Considero, dunque, i cattivi pensieri e i cattivi desideri come una progenie di serpenti e di scorpioni. Se mi capita di sentirli nascere nel mio cuore, mi rivolgo a loro, minacciandoli e facendoli secchi. Senza concedermi riposo, sono adirato con il mio corpo e la mia anima affinché non facciano niente di cattivo”.

Il secondo disse: “Io, da quando ho rinunciato alla terra, mi sono detto: ‘Oggi sei nato, oggi hai incominciato a servire Dio, oggi hai iniziato a vivere da ospite in questo luogo. Vivi così ogni giorno come uno straniero che deve partire l’indomani’. Questo è il consiglio che do a me stesso ogni giorno”.

Il terzo disse: “Io mi rivolgo a mio Dio sin dall’aurora, l’adoro prostrandomi faccia a terra e confessando i miei errori. Poi scendo per venerare gli angeli di Dio, chiedendo loro di pregare Dio per me e per tutta la creazione. Fatto ciò, mi tuffo nell’inferno e imito i giudei che vanno a Gerusalemme e che si strappano le vesti, piangendo e lamentandosi per la malasorte dei loro pari: contemplo i luoghi, sottopongo in anticipo le membra ai supplizi e piango tra quelli che piangono”.

Il quarto disse: “Sono come se stessi sul Monte degli Ulivi con il Signore e i suoi discepoli. E mi sono detto: ‘Ormai non conoscere più nessuno secondo la carne, ma sii sempre con costoro, imitando il loro zelo e la loro condotta di vita [πολιτεία] come la buona Maria Maddalena che stava seduta ai piedi di Gesù e che lo sentì dire: ‘Diventate santi e perfetti come il Padre vostro che è nei cieli’ (Mt 5,48) e ‘Imparate da me che sono mite e umile di cuore’ (Mt 11,29).”

Il quinto disse: ‘Io vedo gli angeli che salgono e scendono per chiamare le anime e, aspettando ininterrottamente la mia fine, dico: ‘Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto’ (Sal 107,2)’.

Il sesto dice: “Io ogni giorno mi immagino di sentire queste parole dalla bocca del Signore: ‘Affaticatevi per me e io vi darò riposo. Lottate ancora un poco e vedrete la mia salvezza e la mia gloria. Se voi mi amate, se voi siete miei figli, provate pudore [3] verso un padre che vi chiama; se siete miei fratelli, abbiate riguardo per me, perché ho sofferto molto per voi; se siete le mie pecore, ascoltate la voce del pastore; se siete miei servitori, imitate la passione del vostro Signore’”.

Il settimo disse: “Io medito senza sosta su tre cose e penso a esse continuamente – la fede, la speranza e l’amore – per gioire con la speranza, di essere saldo grazie alla fede e di non rattristare nessuno grazie all’amore”.

L’ottavo disse: “Io guardo il diavolo che va in giro cercando chi divorare. Ovunque egli vada, lo vedo con i miei occhi interiori. E prego contro di lui il Sovrano, il Cristo, affinché diventi impotente e non possa niente contro nessuno, soprattutto contro quelli che temono Dio”.

Il nono disse: “Io vedo ogni giorno l’assemblea [ἐκκλησία] dei santi e in mezzo a loro il Signore della Gloria che risplende più di tutti. Ogni volta che l’acedia mi assale, mi elevo verso i cieli e vedo la meravigliosa bellezza degli angeli, gli inni e le melodie che essi inviano a Dio. Sentendo i loro canti, le loro voci e le loro melodie mi rifaccio coraggio, e penso alle parole della Scrittura: ‘I cieli raccontano la gloria di Dio’ (Sal 18,2) e ‘Tutto ciò che è sulla terra lo considero come cenere e rifiuti’ (cf. Fil 3,8).

Il decimo disse: “Io vedo continuamente l’angelo che mi affianca e che si trova vicino a me e veglio su di me pensando a ciò che è scritto: ‘Io pongo senza posa il Signore davanti ai miei occhi, poiché egli è alla mia destra affinché io non sia sbranato’ (Sal 15,8). Io lo temo, dunque, come colui che fa la guardia alla mia via e ogni giorno mi elevo verso Dio e gli espongo le mie opere e le mie parole”.

L’undicesimo disse: “Io mi personifico le virtù – il dominio di sé, la sobrietà, la pazienza, l’amore – e me le metto attorno. E ovunque io vada, mi dico: ‘Dove sono i tuoi maestri? Non essere pigro, non cedere all’accidia. Qualsiasi cosa tu voglia, parla attorniato dalle virtù [περί][4] affinché, dopo la tua morte, esse testimonino in tuo favore presso Dio che esse hanno trovato riposo in te’”.

Il dodicesimo disse: “Voi, padri, avendo condotte di vita celesti, avete anche un modo di pensare celeste. Non c’è nulla di cui meravigliarsi per questo. Vi vedo, infatti, elevati mediante le vostre opere e aggrappati alle cose dell’alto. Che cosa dire? I vostri pensieri sono dotati di ali. Infatti, una virtù vi eleva al di sopra della terra, rendendovi totalmente stranieri a essa. Se dunque dico che voi siete degli angeli terreni e degli uomini celesti, non commetterei alcun errore. Ma io, ritenendomi indegno di un tale coro, osservo i miei peccati: ovunque io vada, li vedo che mi precedono e mi condanno da solo all’inferno, dicendo: ‘Sii tra quelli di cui tu sei degno: tra poco tempo, infatti, sarai condannato a essere tra di loro’. Lì, padri, vedo gemiti e lacrime che nessuno è capace di descrivere, vedo uomini stridere i denti, fremere in tutto il corpo, tremare dalla testa ai piedi. Mi butto a terra, mi copro di cenere e supplico Dio per non provare l’esperienza di simili mali. Vedo anche un mare di fuoco, che, sconfinato, ribolliva, si gonfiava violentemente e muggiva, tanto che si penserebbe che i muggiti del fuoco si elevino fino al cielo. In questo mare terribile, vedo uomini innumerevoli gettati da angeli selvaggi. Tutti insieme, emettono grida e urla tali che mai sono stati uditi sulla terra e tutti fumano come legna secca. Le misericordie di Dio hanno girato lo sguardo dall’altra parte a causa dei loro peccati. Allora piango sul genere umano: come ha avuto il coraggio di fare discorsi e di occuparsi di qualcosa quando al mondo sono riservati tali mali? E tengo il mio pensiero in queste cose, esercitandomi alla compunzione di cui il Signore ha parlato, ritenendomi indegno del cielo e della terra, riflettendo su ciò che è scritto: ‘Le mie lacrime sono divenute il mio pane di giorno e di notte’ (Sal 41,4).”

Questi furono gli apoftegmi dei padri saggi e spirituali. Possiamo anche noi mostrare una condotta di vita degna di questo racconto memorabile affinché, diventati inappuntabili, perfetti e irreprensibili, possiamo essere graditi a Dio, poiché a lui spetta la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

[1] Jean-Claude Guy, “La Collation des douzes anachorètes”, in Annalecta Bollandiana (1958), pp. 422-427.

[2] L’esichia nelle fonti monastiche antiche indica allo stesso tempo la vita del monaco ritirato nella solitudine e nel silenzio e la quiete e il silenzio interiori dell’anima che vuole contemplare Dio.

[3] Il verbo greco αἰσχύνθητε (voce passiva) è tradotto nella versione francese di Guy (Jean-Claude Guy, Jean-Claude Guy, Les apophtegmes des pères du desert, Etiolles (Essonne) les Dominos, 1968, pp. 423-427) con ‘vénérez-moi’ e in quella inglese di Wortley (John Wortley, The Anonymous Sayings of the Desert Fathers: A Select Edition and Complete English Translation, Cambridge University Press, 2013, pp. 314-321) con ‘revere [me]’. Tuttavia il termine Greco è molto forte e significa, senza mezzi termini, ‘vergognatevi’ (cf. Is 42:17, Jer 12:13, Ez 36:32 LXX). Un’antica traduzione araba risolve in maniera brillante quello che, per un lettore contemporaneo, è l’accostamento contradditorio di ‘vergognarsi’ di fronte a un ‘padre’. Si legge nel Bustān al-Ruhbān: “Se siete miei figli, provate pudore nei confronti di me che sono un padre amorevole”.

[4] Il greco può anche significare: “Parla delle virtù”.

traduzione di Natidallospirito.com

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Ringraziamo la Santa Trinità! (abba Barsanufio)

Fri, 02/11/2018 - 12:17

Come prima cosa e prima di tutto, io glorifico la santa e consustanziale Trinità e dico: Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. Non è fuori proposito che io incomincio con una simile dossologia, ma è che voglio dimostrare al demonio nemico del bene che nelle fantasie che egli pro­voca in noi non compare nulla che abbia a che fare con questa dossologia, bensì solamente turbamento, tristezza e scoraggiamento.

Ma ora, fratello, veniamo all’azione di grazie a Dio, per la liberazione dalla grande tentazione che ci ha colto nella nostra stoltezza, e perché la sua benevo­lenza non ci ha lasciato ferire completamente. Ed è sempre fedele colui che dice: Vivo io, dice il Signore, poiché non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Pertanto, rendiamo continuamente grazie a colui che ci ha salvato e sempre ci salva; a lui cui rendono grazia gli angeli, le potenze sopramondane, gli eserciti celesti, i cherubini e i serafini, che con magnifiche voci incessantemente e senza fine gridano e proclamano: Santo, Santo, Santo il Signore delle schiere (Is 6,3) e il seguito.

A questo pensiero anche noi rendiamo grazie a lui cui il cielo è il trono e la terra sgabello, a cui tutta la creazione serve. E da questo esempio che ci mostra la Scrittura, incominciamo anche noi a rendere grazie al Padre, che avuto compassione del mondo e non ha risparmiato di inviare il suo Figlio unigenito come Salvatore e redentore delle nostra anime.

Rendiamo grazie al Figlio che ha umiliato se stesso, divenuto obbediente fino alla morte, e morte di croce (Fil 2,8) per noi uomini.

Rendiamo grazie allo Spirito santo, che dà la vita, che ha parlato nella Legge e nei profeti e nei dottori; che ha operato la conversione di Pietro e gli ha ordinato di andare da Cornelio, e lo ha glorificato e gli ha dato potere di far risorgere dei morti, come Tabita; a lui che sempre previene e spezza i lacci del nemico per coloro che lo invocano, secondo la profezia di David che dice: Il laccio è stato spezzato e noi siamo stati salvati: il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto il cielo e la terra (Sal 123,8). Ecco che egli ha avuto pietà e ci ha sanato da una malattia così grande. Ascoltiamolo dire: Ecco sei guarito, non peccare più che tu non debba soffrire qualco­sa di peggio (Gv 5,4). Andiamo, in ogni cosa, verso l’umiltà. Poi­ché l’umile giace a terra; e colui che giace per terra dove può cadere? Ma è chiaro che chi al contrario sta in alto cade facilmente.

Se dunque noi ci siamo convertiti e sia­mo stati raddrizzati, ciò non viene da noi, ma è dono di Dio. È detto infatti: Il Signore raddrizza coloro che so­no caduti e istruisce i ciechi (Sal 145,8), e il seguito. Ma scrivermi: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (Rm 8,35) è parola di chi ha raggiunto una grande misura. Ecco, per poco non abbia­mo tagliato il legame della carità di Cristo, precipitando in uno stato di morte e di abbandono della barca di Cri­sto. Ma perché io non infranga il sigillo e non dica trop­pe insensatezze, basta cosi. Perché qualcuno mi ferma e mi dice: Dove sono i saggi, non fare il saggio (cf. Sir 7,5). Io dun­que porrò fine al discorso. Ti ho scritto come a un amico sinceramente amato. E facendo queste cose tu percorrerai rapidamente la strada che conduce alla vita eterna in Cristo Gesù Signore nostro, al quale, col Padre e con lo Spirito Santo è la gloria, l’onore, la potenza per i secoli. Prega per me, fratello.

Barsanufio il Grande
Lettera 71
tratto da: Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, Città Nuova, 1991 pp. 145-147

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Detti di Abba Giovanni Colobos (Nano), l’uomo mite del deserto

Tue, 30/10/2018 - 12:03

Oggi 30 ottobre [20 baba secondo il calendario copto, 17 ottobre secondo il calendario giuliano], la Chiesa copta ortodossa festeggia abba Giovanni Colobos, anche noto nel mondo latino come “Giovanni Nano” a causa della sua bassa statura.

Fu monaco del deserto di grande umiltà e mitezza tanto che uno dei padri disse di lui: «Ma chi è questo padre Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?». Discepolo di abba Amoe (noto in ambito copto-arabo come abba Pimoa), visse pochissimo: nacque nel 339 a Bahnasa e morì nel 375 circa a Scete. Il suo corpo è conservato nella chiesa di sant’apa Ischiron nel Monastero di San Macario il Grande.

Offriamo qui i suoi detti raccolti nella collezione alfabetica. degli Apophtegmata Patrum.

    1. 1. Raccontavano del padre Giovanni Nano che, ritiratosi a Scete presso un anziano della Tebaide, visse nel deserto. Il suo padre, preso un legno secco, lo piantò e gli disse di innaffiarlo ogni giorno con un secchio d’acqua, finché non desse frutto. L’acqua era tanto lontana che doveva partire alla sera per essere di ritorno al mattino. Dopo tre anni il legno cominciò a vivere e a dare frutti. L’anziano li colse e li portò ai fratelli radunati insieme, dicendo: «Prendete, mangiate il frutto dell’obbedienza» (204c; PJ XIV, 3).

2. Raccontavano che il padre Giovanni Nano disse un giorno al suo fratello maggiore: «Vorrei essere libero da ogni preoccupazione come lo sono gli angeli, che non fanno nessun lavoro, ma adorano Dio incessantemente». Si tolse quindi il mantello e se ne andò nel deserto. Trascorsa una settimana, ritornò dal fratello e bussò alla porta. Questi, prima di aprirgli, gli chiese: «Chi sei?». Disse: «Sono io, Giovanni, tuo fratello!». Ma l’altro replicò: «Giovanni è divenuto un angelo, non è più tra gli uomini». Giovanni supplicava: «Sono io». Ma il fratello non gli aprì e lo lasciò tribolare fino al mattino. Infine lo fece entrare e gli disse: «Sei un uomo, devi ancora lavorare per vivere». Allora si prostrò e disse: «Perdonami» (204d-205a; PJ X, 27).

3. Il padre Giovanni Nano disse: «Quando un re vuole conquistare una città nemica, prima di tutto taglia l’acqua e i viveri; così i nemici, consumati dalla fame, gli si assoggettano. Avviene la stessa cosa per le passioni della carne: se l’uomo combatte col digiuno e con la fame, i nemici sono resi impotenti contro l’anima».

4. Disse anche: «Colui che si sazia e chiacchiera con un ragazzo, nella sua mente ha già fornicato con lui» (205b).

5. Disse anche: «Un giorno, mentre percorrevo la strada di Scete portando le corde, vidi il cammelliere che mi fece adirare. Io allora abbandonai ogni cosa e fuggii». Quest’episodio, analogo al seguente, mostra la grande umiltà di Giovanni; batte subito in ritirata piuttosto che essere trascinato dall’ira.

6. Un’altra volta durante la mietitura udì un fratello che parlava con ira al vicino e gli diceva: «Ah! Anche tu?». Egli allora cessò di mietere e fuggì.

7. Accadde che un giorno gli anziani mangiavano insieme, e vi era con loro anche il padre Giovanni. Si alzò a porgere l’acqua un presbitero molto ragguardevole, e nessuno volle accettarla da lui tranne Giovanni Nano. Si stupirono e gli dissero: «Come mai tu che sei il più giovane di tutti hai osato farti servire dal presbitero?». Disse: «Quando io mi alzo per porgere la brocca, mi rallegro se tutti accettano, per averne merito. Per questo ho accettato da lui, per procurargli il merito, perché non si rattristi se tutti rifiutano». Si stupirono a queste parole e furono edificati dal suo discernimento (205bc; PJ X, 28).

8. Il padre Giovanni Nano era seduto un giorno davanti alla chiesa. Si radunarono attorno a lui i fratelli e lo interrogavano sui loro pensieri. Vedendo questo, un anziano, tentato d’invidia, disse: «Giovanni, il tuo calice è colmo di veleno!». «È proprio così, padre – gli dice Giovanni -, e dici questo benché tu veda soltanto l’esterno. Se tu vedessi l’interno, cosa avresti da dire?» (PJ XVI, 3).

9. I padri raccontavano che un giorno in cui i fratelli mangiavano l’agape fraterna, uno di loro scoppiò a ridere a tavola. Vedendolo, il padre Giovanni pianse e disse: «Che cos’ha questo fratello nel cuore? Poiché ride, mentre dovrebbe piangere quando prende parte all’agape fraterna». Con questo il padre Giovanni intendeva dire che il banchetto fraterno è un momento tanto sacro che dovrebbe incitare alla compunzione e non alla dissipazione. (205d-208a; PJ III, 6).

10. Una volta dei fratelli si recarono dal padre Giovanni Nano per metterlo alla prova, poiché non permetteva alla sua mente di vagare né parlava di alcuna cosa di questo mondo. Gli dicono: «Ringraziamo Dio, perché quest’anno è piovuto molto, le palme hanno bevuto e mettono rami e i fratelli trovano il loro lavoro». Il padre Giovanni dice loro: «Così lo Spirito Santo: quando scende nel cuore degli uomini, essi si rinnovano e mettono rami nel timore di Dio» (PJ XI, 13).

11. Raccontavano di lui che un giorno intrecciò una corda per due cesti e la cucì a un cesto solo; e non se ne accorse, finché non l’ebbe appeso al muro, poiché la sua mente era assorta nella contemplazione (PJ XI, 14).

12. Disse il padre Giovanni: «Assomiglio a un uomo seduto sotto un grande albero, il quale vede molte bestie selvagge e rettili venire contro di lui. Quando non può più resistere, si salva arrampicandosi sull’albero. Così anch’io: siedo nella mia cella e vedo sopra di me i pensieri cattivi. Quando non posso resistere contro di loro, mi rifugio in Dio con la preghiera e mi salvo dal nemico» (208b).

13. Il padre Poemen raccontava che il padre Giovanni Nano aveva pregato Dio e furono allontanate da lui le passioni e fu liberato da ogni sollecitudine. Si recò allora da un anziano e gli disse: «Mi trovo nella quiete, e non devo sostenere nessuna lotta». Gli disse il vecchio: «Va’ e prega Dio perché sopraggiunga su di te la lotta e tu ne tragga quella contrizione ed umiltà che avevi prima. È attraverso la lotta che l’anima progredisce». L’altro pregò Dio per questo e, quando giunse la lotta, non pregò più perché la allontanasse da lui. Chiedeva invece: «Dammi, Signore, pazienza nei combattimenti» (208bc; PJ VII, 8).

14. Il padre Giovanni raccontò ciò che un anziano in estasi aveva visto: tre monaci si trovavano sulla riva del mare e udirono una voce che dall’altra sponda li chiamava: «Prendete delle ali di fuoco e venite a me!». Due le presero e volarono dall’altra parte, mentre il terzo rimase, e piangeva a dirotto e gridava. Infine anche a lui furono date delle ali, ma non di fuoco; erano deboli e senza forza. Sprofondava nel mare e si risollevava con fatica, finché, dopo aver molto tribolato, giunse sull’altra riva. Così pure questa generazione: anche se prende le ali, esse non sono di fuoco, ma deboli e senza forza (208cd; PJ XVIII, 8).

15. Un fratello chiese al padre Giovanni: «Come mai la mia anima, pur essendo coperta di ferite, non si vergogna di parlare male del prossimo?». L’anziano gli raccontò questa parabola sulla maldicenza: «C’era un uomo povero; aveva moglie, ma ne vide un’altra che era attraente, e la prese. Entrambe erano ignude. In occasione di una festa in un luogo vicino, lo pregarono dicendo: – Portaci con te. Le prese tutte e due, le mise in una botte, e, imbarcatosi, giunse in quel luogo. Nell’ora del calore meridiano, mentre tutti si riposavano, una delle due guardò fuori e, non vedendo nessuno, saltò su un mucchio di rifiuti, raccolse dei vecchi stracci, se li cinse attorno alla vita, e si aggirava quindi con libertà. L’altra, rimasta seduta ignuda nella botte, diceva: – Ecco, questa donnaccia non si vergogna di andare in giro nuda! Molto afflitto di questo, suo marito le disse: – Lo strano è che lei ha coperto la sua vergogna, mentre tu, che sei tutta nuda, non ti vergogni di parlare così. Ecco cos’è la maldicenza» (208d-209a).

16. Parlando dell’anima che vuole convertirsi, l’anziano disse ancora al fratello: «Vi era in una città una bella meretrice, che aveva molti amanti. Un giorno si recò da lei un principe, e le disse: – Promettimi che sarai casta, e io ti prenderò per moglie! Glielo promise, ed egli la prese e la condusse in casa sua. Ma i suoi amanti la cercarono e dissero: – Quel principe l’ha presa con sé: perciò, se andiamo alla porta di casa sua e se ne accorge, ci castiga. Ma se andiamo dietro a casa e fischiamo, lei riconoscerà il fischio, scenderà da noi, e non sarà scoperta la nostra colpa. Ma essa, al suono del fischio, si chiuse le orecchie, andò nella parte più interna delle sue stanze, e chiuse le porte». Il padre Giovanni spiegò che la meretrice è l’anima, i suoi amanti sono le passioni e gli uomini; il principe è Cristo; i recessi della casa sono la dimora eterna; quelli che fischiano sono i demoni malvagi. Ma essa si rifugia sempre nel Signore (209bc).

17. Una volta in cui il Padre Giovanni assieme ad altri fratelli saliva da Scete, la loro guida smarrì la strada, poiché era notte. I fratelli dicono al padre Giovanni: «Padre, che cosa facciamo? Poiché il fratello ha perso la strada. Non moriremo errando?». Dice l’anziano: «Se glielo diciamo, ne proverà dolore e vergogna. Ma ecco, io dirò: – Non posso camminare, mi fermo qui fino all’alba». Allora anche gli altri dissero: «Non andiamo nemmeno noi, ma ci fermiamo qui con te». Aspettarono fino all’alba, e in tal modo il fratello non fu mortificato (209cd; PJ XVII, 7).

18. Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene (209d-212b; PJ XI, 15).

19. Un fratello chiese al padre Giovanni: «Che devo fare? Perché spesso viene un fratello per darmi l’incarico di qualche lavoro, ma io sono misero e debole, il lavoro mi sfinisce. Che devo fare quando ricevo un ordine?». L’anziano gli rispose: «Caleb disse a Giosuè, figlio di Nun: – Avevo quarant’anni quando il servo del Signore, Mosè, mandò me e te dal deserto in questa terra. E adesso ho ottantacinque anni. Come allora, anche ora posso entrare e uscire in guerra. E così anche per te: se puoi entrare e uscire dalla tua cella, va’; ma se non puoi, rimani nella tua cella a piangere i tuoi peccati. E se ti troveranno in stato di lutto, non ti costringeranno a uscire» (212bc; PJ XI, 16).

20. Il padre Giovanni chiese: «Chi ha venduto Giuseppe?» (cfr. Gn., 27, 38). «I suoi fratelli», rispose uno. «No! – gli dice l’anziano – la sua umiltà l’ha venduto. Avrebbe potuto dire: -Sono loro fratello, e resistere. Invece, tacendo, egli stesso si è venduto con la sua umiltà. E la sua umiltà lo ha costituito capo dell’Egitto».

21. Il padre Giovanni disse: «Se lasciamo il carico leggero, cioè l’accusa di noi stessi, ci carichiamo di quello pesante, cioè la giustificazione di noi stessi» (212d).

22. Lo stesso padre disse: «L’umiltà e il timore di Dio superano ogni altra virtù» (PJ XV, 22b).

23. Egli era seduto un giorno in chiesa e gemeva, ignorando che vi era qualcuno dietro di lui. Quando se ne avvide, si prostrò dicendo: «Perdonami, padre, non sono ancora stato ammaestrato». [Gli anziani avevano grande pudore dei loro sentimenti, si preoccupavano molto di non farsi notare durante la preghiera (cf. Arsenio 42; Titoes 1 e 6). Giovanni denuncia il non esservi riuscito come una colpa da inesperto, da monaco «non ancora ammaestrato»] (212d-213a).

24. Disse ancora al suo discepolo: «Onoriamo l’Uno e tutti onoreranno noi; ma, se disprezziamo l’Uno, cioè Dio, tutti ci disprezzeranno e andremo in perdizione».

25. Raccontavano che a Scete il padre Giovanni venne un giorno al raduno dei fratelli e udì alcuni di loro litigare. Ritornò allora verso la sua cella, e vi entrò dopo aver fatto tre giri attorno ad essa. Alcuni fratelli rimasero sconcertati al vederlo, e andarono a chiedergli il perché. Ed egli disse loro: «Le mie orecchie erano piene di litigi. Girai attorno [alla mia cella] per purificarle e potere quindi entrare in cella nel raccoglimento del mio spirito».

26. Venne una volta, di sera, nella cella del padre Giovanni un fratello che aveva fretta di andarsene. E mentre parlavano delle virtù, giunse il mattino senza che se ne fossero accorti. Quando l’anziano uscì con lui per congedarlo, rimasero ancora a parlare fino all’ora sesta. Quindi lo fece entrare di nuovo, e ripartì dopo il pranzo (213b).

27. Il padre Giovanni disse: «Prigione è lo stare in cella e ricordarsi di Dio sempre; questo significa: – Ero in prigione e siete venuti a me».
Disse ancora: «Chi è più forte del leone? Eppure, spinto dal ventre cade in trappola e tutta la sua forza viene umiliata».

28. Disse ancora: «Chi è più forte del leone? Eppure, spinto dal ventre cade in trappola e tutta la sua forza viene umiliata».

29. Disse ancora: «Quando i padri di Scete mangiavano pane e sale, dicevano: – Non rendiamoci indispensabili il sale e il pane! E così erano forti nell’opera di Dio» (213c).

30. Un fratello venne dal padre Giovanni a prendere delle ceste. Egli uscì e gli chiese: «Che cosa vuoi, fratello?». Disse: «Delle ceste, padre». Ma questi, entrato per prenderle, si dimenticò, e si sedette a cucire. L’altro bussò ancora e, quando l’anziano uscì, gli disse: «Portami una cesta, padre». Egli rientrò e si rimise seduto a cucire. L’altro bussò di nuovo. Uscì e gli chiese: «Che cosa vuoi, fratello?». Lo prese allora per mano, lo portò dentro dicendogli: «Se vuoi delle ceste, prendile e va’ a spasso, io non ho tempo».

31. Un giorno si recò da lui un cammelliere per prendere la merce e poi andarsene altrove. Egli, entrato in cella per portargli una corda, si dimenticò, poiché aveva la mente protesa a Dio. Il cammelliere lo disturbò ancora, bussando alla porta. E il padre Giovanni di nuovo entrò e non si ricordò. Quando bussò per la terza volta, l’anziano rientrò ripetendo: «Corda cammello corda cammello». Diceva così per non dimenticarsi (213d).

32. Era fervente nello Spirito. Venne un tale a visitarlo e lodò il suo lavoro: stava lavorando alla corda, e rimase in silenzio. Tentò una seconda volta di farlo parlare, ma egli continuava a tacere. La terza volta disse al visitatore: «Da quando sei venuto qui, hai allontanato da me Dio» (213d-216a).

33. Venne un anziano nella cella del padre Giovanni e lo trovò addormentato, e vide presso di lui un angelo che gli faceva vento. A quella vista, si allontanò. Il padre Giovanni, svegliandosi, chiese al discepolo: «E venuto qualcuno mentre dormivo?». «Sì – disse -, il tale anziano». Il padre Giovanni sapeva che questo anziano era della sua misura, e che aveva visto l’angelo.

34. Il padre Giovanni disse: «Io penso che l’uomo dovrebbe avere un po’ di ogni virtù. Perciò ogni giorno, quando ti alzi al mattino, ricomincia da capo in ogni virtù e in ogni comandamento di Dio, con grandissima pazienza, timore e larghezza d’animo, nell’amore di Dio, con tutta la disponibilità dell’anima e del corpo, con molta umiltà; sii costante nella tribolazione del cuore e nella vigilanza, con molta preghiera e molte suppliche, con gemiti, con la purezza della lingua e la custodia degli occhi. Ingiuriato, non adirarti, sii pacifico e non rendere male per male; non guardare agli errori degli altri, non misurare te stesso poiché sei al di sotto di ogni creatura. Vivi nella rinuncia a tutto ciò che è carnale e materiale, nella croce, nella lotta, nella povertà di spirito, con una volontà ben determinata e con l’ascesi spirituale, nel digiuno, nella penitenza e nel pianto, nella dura lotta, nel discernimento, nella purezza dell’anima, nella disponibilità ad accogliere il bene, compiendo con tranquillità il lavoro delle tue mani; nelle veglie notturne, nella fame e nella sete, nel freddo, nella nudità, nelle fatiche. Chiuditi nella tomba, come se fossi già morto, così da pensare in ogni momento che la morte è prossima» (216abc; PJ I, 8).

35. Raccontavano che il padre Giovanni, quando rientrava dopo il lavoro della mietitura o dopo l’incontro con altri padri, si dedicava alla preghiera, alla meditazione e alla salmodia, finché il suo pensiero non fosse ristabilito nello stato precedente.

36. Uno dei padri disse di lui: «Ma chi è questo padre Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?».

37. Uno degli anziani chiese al padre Giovanni Nano: «Che cos’è un monaco?». Egli disse: «Fatica. Poiché in ogni azione il monaco deve sforzarsi. Questo è il monaco!» (216cd).

38. Il padre Giovanni Nano raccontò di un santo anziano, che si era recluso in cella e che godeva di grande fama e onore in città. Gli fu rivelato: «Uno dei santi sta per morire; suvvia, va’ a salutarlo prima che spiri». Rifletté tra sé: «Se esco di giorno, la gente mi rincorrerà, mi faranno grande festa e in questo non potrò trovare riposo. Me ne andrò quindi di sera tardi, al buio, e sfuggirò a tutti». Ma quando uscì di sera dalla sua cella, con l’intenzione di rimanere nascosto a tutti, ecco che due angeli furono inviati da Dio con lampade a illuminargli il cammino. Così tutta la città accorse, vedendo il fulgore. E quanto più aveva cercato di sottrarsi alla gloria, tanto più fu glorificato. In ciò si realizza la parola: Chi si umilia sarà esaltato (216d-217a).

39. Il padre Giovanni Nano disse: «Non è possibile costruire una casa dall’alto verso il basso, ma dalle fondamenta verso l’alto». Gli chiesero: «Che significa questa parola?». Disse loro: «Il fondamento è il prossimo, che tu devi guadagnare. Questo è il primo dovere dal quale dipendono tutti i comandi di Cristo» (Cf. Mt 22, 40).

40. Sul padre Giovanni si raccontava anche questo episodio: Una giovinetta di nome Paisia rimase orfana di entrambi i genitori. Pensò allora di fare della sua casa un albergo per gli ospiti dei padri di Scete. Per un periodo non breve rimase lì, dando ospitalità e servendo i padri. Ma col tempo, quando il patrimonio fu consumato, cominciò a trovarsi in strettezze. Allora si attaccarono a lei degli uomini traviati e la distolsero dal buon proposito, tanto che cominciò a comportarsi male, fino a giungere alla prostituzione. I padri lo seppero e ne furono molto rattristati. Chiamano il padre Giovanni Nano e gli dicono: «Abbiamo saputo che quella sorella si comporta male, lei che, quando poteva, ci ha dimostrato il suo amore. Anche noi vorremmo ora dimostrarle il nostro amore aiutandola. Datti tu pena di andare da lei e, secondo la sapienza che Dio ti ha dato, prenditi cura di lei». Il padre Giovanni si recò quindi da lei e disse alla vecchia portinaia: «Annunciami alla tua padrona». Ma quella tentò di rimandarlo con queste parole: «Prima voi avete divorato le sue sostanze, ed ecco, ora è in miseria». Dice a lei il padre Giovanni: «Dille appunto che posso esserle molto utile». I servitori ridacchiando gli dicono: «Che cosa hai tu da darle, che la vuoi incontrare?». Ed egli rispose: «Come fate a sapere che cosa le darò?». La vecchia salì da lei e le riferì la cosa. La giovane dice: «Questi monaci passano sempre sulla riva del Mar Rosso e vi trovano delle perle!». Si adorna e dice: «Sì, fallo venire su da me». Quando fu salito, essa, prevenendolo, si pose sul divano. Il padre Giovanni andò a sedersi vicino a lei e, fissandola in viso, le disse: «Che hai da lamentarti di Gesù, che sei giunta a tal punto?». A queste parole, rimase tutta agghiacciata. Il padre Giovanni, abbassando la testa, cominciò a piangere a dirotto. Gli chiese: «Perché piangi, padre?». Dopo un breve cenno egli si ripiegò di nuovo, piangendo, e le disse: «Vedo il Satana giocare sul tuo viso e dovrei non piangere?». Chiede allora la donna: «Padre, c’è penitenza?». Le dice: «Sì». Ed ella: «Conducimi dove vuoi». Le dice: «Andiamo». E lei si alzò per seguirlo. Il padre Giovanni notò con stupore che non diede nessun ordine né disse nulla riguardo alla sua casa. Quando giunsero nel deserto, era tardi; egli formò un piccolo cuscino di sabbia, vi fece sopra un segno di croce, e le disse: «Dormi qui». Si allontanò un poco, recitò le sue preghiere e si coricò. Svegliandosi verso mezzanotte, vide come una strada di luce che scendeva dal cielo fino a lei, e vide gli angeli di Dio che trasportavano in alto la sua anima. Alzatosi, le si avvicinò e la toccò col piede; e vide che era morta. Si gettò allora col viso a terra pregando Iddio. E udì che il Signore aveva gradito un’ora del suo pentimento più di molti anni di pentimento di tanti non animati da un simile fervore (217b-220a).

41. Disse ancora l’anziano: «C’erano tre filosofi amici tra loro, e l’uno, morendo, lasciò suo figlio a uno dei suoi amici. Ma il figlio, quando fu diventato un giovanotto, si accostò alla moglie di colui che l’aveva allevato, e questi, saputolo, lo cacciò via. E sebbene chiedesse perdono in tutti i modi, non volle accoglierlo, ma gli disse: – Va’ a lavorare al fiume per tre anni, quindi ti perdonerò. Venne dopo tre anni, e gli disse: – Non hai ancora fatto penitenza. Va’, lavora altri tre anni, dando via il tuo salario e sopportando le ingiurie. Fece così. Dopo questo, gli disse: – Ora vieni ad Atene e impara la filosofia. Vi era un anziano seduto alla porta dei filosofi che insultava quelli che entravano attraverso di essa. Il giovane, insultato, si mise a ridere. E l’anziano gli dice: – Come mai io ti insulto e tu ridi? E l’altro: – Non vuoi che rida? Da tre anni davo via il mio salario per essere insultato e oggi sono insultato gratis? Per questo ho riso». Disse allora il padre Giovanni: «Questa è la porta di Dio, e i nostri padri con molti insulti sono entrati gioiosi nella città di Dio» (S 1).

42. Il medesimo padre Giovanni disse al suo fratello: «Se anche siamo del tutto spregevoli dinanzi agli uomini, rallegriamoci di essere onorati dinanzi a Dio» (S 2).

43. Diceva il padre Poemen che il padre Giovanni aveva detto che i santi assomigliano a un giardino di alberi che danno frutti differenti ma sono abbeverati da un’unica acqua. Altra infatti è l’opera di un santo, altra quella di un altro, ma è un solo Spirito che agisce in tutti loro (S 3).

44. Il medesimo disse: «Se l’uomo ha nella sua anima lo strumento di Dio, può vivere in cella, anche se non ha alcuno strumento di questo mondo. E ancora, se l’uomo possiede gli strumenti di questo mondo ma non possiede gli strumenti di Dio, a causa degli strumenti del mondo può anch’egli vivere in cella. Ma chi non ha affatto strumenti, né di Dio né di questo mondo, non può affatto vivere in cella» (S 4).

45. L’anziano disse ancora: «Vedi che il primo colpo che il diavolo inflisse a Giobbe fu ai suoi beni, e vide che non se ne rattristò né si allontanò da Dio. Al secondo colpo lo toccò nel corpo, e nemmeno così quel nobile atleta peccò con la parola della sua bocca. Egli aveva infatti dentro di sé i beni di Dio e rimaneva in essi incessantemente» (S 5).

46. Egli sedeva un giorno a Scete e i fratelli attorno a lui lo interrogavano sui loro pensieri. E uno degli anziani gli dice: «Giovanni, assomigli a una meretrice che si fa bella per accrescere il numero dei suoi amanti». Il padre Giovanni lo abbracciò dicendo: «Dici la verità, padre». Dopo questo, uno dei suoi discepoli disse: «Padre, non sei turbato dentro di te?». Ed egli: «No; ma come sono di fuori, così sono anche di dentro» (S 6).

47. Raccontavano ancora di lui che il frutto di tutta la fatica che faceva alla mietitura lo portava a Scete dicendo: «Le mie vedove e i miei orfani sono a Scete» (S 7).

Tratto da Vita e detti dei Padri del deserto, Città Nuova, Roma 2005, pp. 231-245.

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“Tutte le cose mi sono state consegnate dal Padre mio” (Mt 11,27) Commento di Atanasio

Mon, 22/10/2018 - 08:55

Quando l’uomo peccò, cadde e, a causa della sua caduta, tutte le cose sono finite nel caos (τετάρακται = τάραξις): la morte è prevalsa da Adamo a Mosè (cf. Rm 5,14), la terra è stata maledetta, l’Ade si è aperto, il Paradiso si è chiuso, il Cielo si è adirato e l’uomo, infine, è diventato corrotto ed è morto [in lat. “è diventato simile alle bestie”] (cf. Sal 44,12) e il diavolo ha esultato contro di noi. Il Dio filantropo, invece, non volendo che l’uomo fatto a sua immagine perisse, disse, “Chi manderò e chi andrà?” (Is 6,8). Mentre tutti rimasero in silenzio, il Figlio disse: “Eccomi, manda me!”. Avvenne che quando [Dio] disse: “Vai”, gli consegnò l’uomo, affinché il Logos stesso si facesse carne e, assumendo la carne, lo rimettesse in ordine (διορθώσηται, anche “redimesse”, nel senso di “rendere di nuovo buono”).

Infatti, in quanto medico, a lui fu consegnato l’uomo affinché lo guarisse dal morso del serpente; in quanto vita, affinché lo facesse risorgere dai morti; in quanto luce, affinché illuminasse la tenebra. E, poiché egli era il Logos, affinché rinnovasse [la natura] spirituale (τὸ λογικόν, “la parte [umana] a immagine del Logos”). Da allora tutte le cose sono state consegnate a lui ed egli è diventato uomo e tutte le cose sono state rimesse in ordine (διορθώθη) e sono state rese perfette (ἐτελειώθη). La terra accoglie la benedizione invece della maledizione, il Paradiso è stato aperto al ladrone, l’Ade è indietreggiato per la paura, le tombe si sono aperte e i morti sono risorti, le porte del Paradiso sono state sollevate per attendere colui che “viene da Edom” (Sal 24,7; Is 43,1). Infatti, il Salvatore stesso spiega chiaramente in che senso “tutte le cose sono state consegnate” a lui, quando dice, come ci tramanda Matteo: “Venite da me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). “Sì, tu [uomo] sei stato consegnato a me affinché io dessi riposo agli affaticati e vita ai morti”. E ciò che è scritto nel Vangelo di Giovanni è in armonia con quanto detto: “Il Padre ama il Figlio e ha dato ogni cosa nella sua mano” (Gv 3,35). “Dato”, affinché, così come tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui, così in lui tutte le cose possano essere rinnovate. Poiché esse [tutte le cose] non sono state “consegnate” a lui affinché, essendo povero, fosse reso ricco; né egli ricevette tutte le cose così che potesse ottenere un potere di cui prima mancava. Non sia mai detto. Ma [ciò avvenne] affinché, in quanto Salvatore, potesse piuttosto rimettere tutto in ordine. Poiché era bene che, dal momento che tutte le cose vennero all’esistenza “per mezzo di lui” in principio, così, “in lui” tutte le cose potessero essere rimesse in ordine (cf. Gv 1,3; Ef 1,10). In principio, infatti, esse vennero all’esistenza “mediante” lui; ma dopo, poiché tutte caddero, il Logos divenne carne e la indossò, affinché “in lui” tutto fosse messo in ordine.

Soffrendo, egli ci ha dato riposo; patendo la fame, ci ha nutriti; scendendo nell’Ade egli ci ha portati via di là. Infatti, al tempo della creazione di tutte le cose, la loro creazione consistette in un “siano create” ed esse “furono”. Ma alla restaurazione (διορθώσει) era bene che tutte le cose fosse “consegnate” a lui, affinché egli potesse diventare uomo e tutte le cose essere rinnovate in lui. Poiché l’uomo, essendo in lui, fosse vivificato. Questa, infatti, era la ragione per cui il Logos si è unito all’uomo, e cioè, che la maledizione non prevalesse più contro di lui. Questa è la ragione per cui nel salmo 71 è detto a Dio da parte dell’umanità: “O Dio, da’ al Re il tuo giudizio” (Sal 71,1). Così si chiedeva che il giudizio della morte che pendeva su di noi fosse consegnato al Figlio e che egli potesse, dunque, abolirlo per noi in sé, morendo per noi.

Questo è ciò che [Dio] intendeva, quando diceva nel salmo 87: “La tua ira è stata fatta giacere sopra di me” (Sal 87,7). Poiché egli portò l’ira che giaceva su di noi, come anche dice nel salmo 137: “Signore, tu mi farai vendetta” (Sal 137,8).

Atanasio di Alessandria
traduzione dal greco da: In Illud: Omnia mihi tradita sunt a Patre, 2 (qui originale greco)

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Diario di un discepolo indisciplinato (7): “L’illusione della ‘felicità’”

Sun, 14/10/2018 - 19:19

1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata
6a puntata

Io e l’eremita ci congedammo in silenzio. Lentamente, sovrappensiero, quasi arrovellandomi nel dubbio se davvero la soluzione a tutti i miei irrisolvibili problemi esistenziali fosse nelle sue parole, mi feci strada verso il mio piccolo eremo. Poco dopo, l’eremita bussò sulla porticina esterna di legno. Voleva dire che il pranzo era arrivato. Uscii in fretta perché avrei voluto chiedergli delle cose. Ma lo vidi di spalle mentre, quasi in punta di piedi, si affrettava a ritornare alla sua cella.

Nel primo pomeriggio, stordito dal caldo eccessivo mi addormentai. Sognai di essere su di una montagna altissima. Sudato e stanco per la scalata, ero felice perché potevo finalmente sedermi e riposare. Il panorama attorno a me era mozzafiato. Non era chiaro se fosse l’alba o il tramonto. La luce tenue e piacevole era di un color ambrato venato da tratti irregolari di un leggero blu di Prussia. Rapaci bifronti che danzavano nell’aria come fossero delfini celesti facevano a gara con alcuni stambecchi variopinti, abbarbicati sui pendii. Tutto intorno a me mi dava la sensazione di una pace indisturbata, di un angolo di terra nascosto, lontano da ogni preoccupazione e da ogni ansia. “Perché non esiste un posto simile sulla terra?”, pensavo mentre contemplavo la bellezza che mi attorniava. “Vorrei restare sempre qui. Giù non torno più!”. Ma l’idillio non durò molto. Un terremoto improvviso fece spaventare gli animali che, emettendo suoni strazianti, si ritirarono in fretta nelle loro tane. Le cime dei monti iniziarono a fumare e a crollare una ad una e l’orizzonte ambrato si fece plumbeo e minaccioso. Sotto di me il terreno iniziò a spaccarsi.

Provai a urlare ma dalla mia gola squarciata non usciva alcun suono. Iniziai a cercare un posto sicuro dove potermi riparare. Nascosto dietro a degli alberi c’era una spianata sabbiosa. Una volta entratovi, la sabbia iniziò a muoversi come se volessi inghiottirmi. Pensavo di non riuscire a uscirne ma, intravisto un ramo, mi ci aggrappai con tutte le forze. Tornato sulla terra ferma, ripresi a correre, mentre tutto crollava intorno a me. Ovunque mi muovessi ero inseguito da presenze oscure di cui riuscivo a intravedere soltanto gli occhi iniettati di sangue. Non sapevo più cosa fare. “Morirò, morirò” mi dicevo, in preda al panico. Gli esseri oscuri mi guardavano come fossi una preda appetitosa e sembravano fare a gara per afferrarmi. Mi misi a correre all’impazzata, guardandomi continuamente alle spalle, come se stessero lì per lì per adunghiarmi. Ed ecco che, proprio mentre correvo guardandomi dietro, non mi accorsi che la montagna finiva. Misi i piedi nel vuoto. E caddi, precipitai nel vuoto, come un gatto di piombo. L’ultima scena che ricordo del sogno sono le parole che mi dissi con estrema lucidità quando mi accorsi di non avere più la terra sotto i piedi: “È finita!”. Poi non ricordo nient’altro se non che mi svegliai di soprassalto, madido di sudore, e con un senso indomabile di soffocamento. Mi alzai, accesi con fatica il lume, mi girai per la cella in preda a rantoli. Era come se qualcuno mi volesse soffocare, sentivo la sua mano gelida stringermi al collo. Ripetei di nuovo: “È finita!”. Stavolta ero convinto che sarei morto di lì a poco, per davvero.

Con tutte le mie forze, come preso da un ultimo slancio di vita, mi spogliai nudo e mi precipitai fuori dalla cella. Era ormai notte. Mi stesi sulla sabbia, mi sentivo soffocare, non avevo più aria. Aspettai, sconfitto, la morte. Pensai per un istante: “Perché venire dall’Australia per morire in un paese così lontano?”. Restai in attesa della morte per qualche minuto, forse per qualche ora, non saprei quantificare. D’improvviso, tuttavia, in modo inspiegabile, finì tutto. Tornai a respirare naturalmente e, a poco a poco, tutto tornò alla normalità. Ma la paura di quegli istanti non mi lasciò. Iniziai a pensare che era un posto di matti, che l’eremita era uno stregone che voleva ammazzarmi e che, se fossi rimasto su quel terreno sabbioso, si sarebbe trasformato ben presto in sabbie mobili e mi avrebbero inghiottito come nel sogno.

Un pensiero mi percorse dalla testa ai piedi: “Fuggi più lontano possibile: l’eremita vuole ammazzarti!”. Mi sentii sussurrare nelle orecchie: “Vattene! Lascia questo posto, scappa se non vuoi finire morto!”. Afferrai in fretta lo zaino e, nel silenzio notturno in cui era immerso il monastero, mi misi a correre come se l’incubo del pomeriggio fosse soltanto il presagio di qualcosa che stava veramente per accadere. Dopo aver corso e poi camminato per circa mezzora, mi ritrovai davanti al muro di cinta del monastero. Non era molto alto. Buttai lo zaino dall’altra parte e, a fatica, come se all’improvviso fossi stato costretto a ritornare adolescente, scavalcai io stesso il muro. Con una torcia mi feci strada nel deserto, senza sapere dove andassi. Speravo con tutto me stesso di non perdermi, altrimenti l’eremita avrebbe comunque realizzato il suo scopo: quello di uccidermi. Che brutto sarebbe stato morire disidratato sotto il sole cocente egiziano! Ed ecco che dopo alcuni chilometri da lontano intravidi dei fari. Era forse la superstrada che passa per il deserto? Ripresi a correre come chi aveva –  di nuovo! – ritrovato la speranza di sopravvivere. Mi ritrovai in un centro abitato, un piccolo villaggio decadente in cui vi erano pochissime case basse, fatte in mattoni crudi. Scorsi in lontananza un bar. Come succede spesso in Egitto, i bar sono aperti di notte e rimangono chiusi di giorno. Alcuni uomini baffuti erano tutti concentrati a vedere una partita di calcio. Urlai qualcosa. Il padrone del bar non parlava inglese. Mi sedetti al bar. Tutti gli occhi degli uomini baffuti erano di me. Un australiano non passa di certo inosservato in un villaggio del Delta del Nilo.

– Ahmad, chiama Tamer, digli che c’è uno straniero.

Tamer era il maestro del villaggio e il grande esperto di “stranierese”. Arrivò dopo un’ora circa, tutto infastidito perché l’avevano svegliato nel bel mezzo della notte. Conscio, tuttavia, della sua fondamentale missione sociale, iniziò a parlarmi, in un inglese piuttosto improbabile. Ma, per fortuna, riuscimmo a capirci.

– Stai vuoi andare Cairo?

– Sì, ho bisogno di un passaggio per il Cairo. Un eremita voleva uccidermi, voleva soffocarmi. È un mago, fa cose strane, dovete portarmi via di qui, vi prego!

– Ermito? Cosa essere ermito? Non cabito.

– Eremita, un monaco, un prete, insomma!

– Ah, nazareno, cristiano!

– Sì, sì cristiano. Portatemi via da qui, stavo rischiando di morire.

– Muori?

Voltatosi verso il padrone del bar, gli disse ridacchiando qualcosa in arabo. Il barista si fermò un attimo a riflettere. Poi gli rispose qualcosa, forse gli indicò qualcuno.

– Ok, fratello. Noi ora barla Atef, macchiniere, amico di bar. Lui borta tu a Cairo. Dieci mille sterline, hai?

– Sì, credo di sì, va bene, eccoli.

Era una cifra enorme, circa cinquecento dollari. Ma d’altronde quando si annega non si contratta con la scialuppa di salvataggio. Chiamarono Atef al telefono che arrivò piuttosto rapidamente: era già in giro con il suo taxi bianco.

Salii in macchina, salutai Tamer il quale, prima di congedarsi, spiegò in arabo ad Atef cosa fare. Atef non disse una parola. Fece solo cenno con la testa che aveva capito. In macchina era acceso il Corano ad un volume alquanto elevato. Tentai di spiegargli che avrei gradito che abbassasse il volume. Ma mi fece un gesto con le braccia elevate per dire che pregava e disse: “Allah”. Rinunciai. Cinquecento dollari per non poter nemmeno scegliere cosa ascoltare! Davanti, mi penzolava la mano di Fatima. Questo movimento costante e regolare, a destra e a sinistra, come un pendolo, mi fece addormentare. Al risveglio eravamo già arrivati al casello autostradale del Cairo. “Welcome”, mi disse Atef. Il viaggiare di notte mi aveva fatto evitare tutto il traffico diurno in direzione del Cairo. Mi portò in un albergo, in un quartiere popolare alla periferia della megalopoli egiziana. Era poco prima dell’aurora e la strada era molto mal illuminata. L’insegna era solo in arabo. Atef parlò a lungo con l’uomo che lavorava alla portineria dell’albergo il quale, tra un sorrisetto e l’altro, gli diede dei soldi. Alla fine scoppiarono entrambi in una lunga, inquietante risata. Il proprietario Nader era giovane e conosceva abbastanza bene l’inglese.

– Come ti chiami?

– Joshua.

– Vieni, Joshua, ti offro da bere. Avrai sicuramente fatto un viaggio faticoso. Vieni, prendi ristoro, fratello. Ti piace l’assenzio? Sicuramente in Australia ne bevete tanto.

Non mi feci molte domande sul perché, in un paese musulmano, un albergatore mi offrisse un superalcolico come se fosse la cosa più normale del mondo. Accettai subito. Volevo semplicemente uscire da quell’incubo che mi perseguitava.

L’atmosfera del bar trasmetteva qualcosa di inquietante. C’era un lungo bancone illuminato con luci blu cobalto e dietro erano esposti tutti gli alcolici che un turista avrebbe potuto richiedere. Nella sala, in penombra, annegati nel fumo delle loro sigarette, alcuni uomini si intrattenevano con delle donne. Mi sembrava di stare in una casa chiusa. Per tranquillizzarmi, scacciai il pensiero dicendomi che era solo un bar un po’ rilassato. In fondo, era vero: a flirtare con quelle donne c’erano degli uomini in preda ai fumi dell’alcool (e delle sigarette).

Iniziammo a parlare.

– Sai Joshua, sono figlio unico di una famiglia molto povera del sud dell’Egitto. Mi sono laureato in farmacia con il massimo dei voti, ma non ho trovato il giusto aggancio per lavorare. Qui in Egitto se non hai la “wasta”, l’aggancio, non fai niente. Sono emigrato in Italia, dove ho lavorato come pizzaiolo per alcuni anni. Ma ho deciso di rientrare e di aiutare mio cugino Bilal al Cairo con l’albergo. Non guadagno come in Italia ma riesco ad arrotondare bene con i “bakshish”, le mance dei clienti.

Mi offrì ancora da bere. Io gli raccontai delle mie disavventure, di come fossi arrivato in Egitto dall’Australia grazie – o forse era meglio dire in quel momento “a causa” – di un libro. Fu difficile far capire a Nader come si poteva decidere di partire per un libro intitolato “Vita di Antonio”. Mi disse:

– Io sono partito per i soldi e tu parti per un libro che hai letto? Siete proprio strani voi occidentali!

Provai a spiegargli di che cosa trattasse quel libro ma sembrava che parlassi di fisica nucleare. Eppure, appena pronunciai la parola “monaci”, qualcosa si illuminò nella sua mente. Storse la faccia e disse:

– Monaci! Nazareni! Cristiani! Buah! Tutti innamorati di quel Gesù che credono Dio! Noi nell’islam non abbiamo i monaci, sai?

Si mise a ridere. Anch’io risi con lui.

– C’è un solo Dio e non ha figli. Ma come si fa a pensare che Dio partorisca come una donnetta. È ridicolo! Joshua, sento che siamo diventati amici. Vedrai, ti farò conoscere l’islam. È Allah, a lui la lode l’Altissimo, che ti ha mandato qui. Dai bevi ancora!

Bevemmo ancora non so quanti bicchieri. Avevo la testa che mi girava talmente tanto che il ventilatore che era fissato al soffitto mi sembra immobile. A un certo punto partì della musica araba. Una donna formosa, vestita da danzatrice del ventre, si mise a ballare a piedi nudi sul tavolo del bar. Muoveva il bacino seminudo con movimenti voluttuosi, molleggiando il ventre davanti e dietro, come un serpente a sonagli. Mi guardava insistentemente e ogni tanto veniva a fare dei numeri sensuali attorno a me. Bilal, il cugino di Nader, lo notò e mi disse, sussurrandomelo nell’orecchio:

– È il gioiello della casa. Si chiama Hana’. Mi sa che le sei piaciuto. Che fortuna!

Ero completamente rapito, irretito da quello sguardo orientale, così irresistibilmente lascivo. Hana’ ballò per mezzora senza sosta. Poi si andò a cambiare e venne al tavolo del bar.

– Vieni Hana’ ti presento Joshua, dall’Australia.

– Ciao Joshua, sono Hana’. Sai che cosa significa Hana’? “Felicità”. Vuoi un po’ di felicità?

Nader rise e chiese una tequila per noi tre. Io le dissi ormai in preda all’eccitazione:

– Felicità, oh sì!

– Sono io la tua felicità, Joshua. Vuoi essere la mia?

Nel dirlo accennò un riso talmente sensuale che non riuscii a zittire la mia ormai addormentata coscienza. Era come se una fragile diga fosse all’improvviso crollata. Ero perso, completamente inghiottito dal nero dei suoi occhi. Ero innamorato, volevo farla mia. E dimenticare tutto. Iniziammo ad accarezzarci mentre Nader, accesosi una sigaretta di importazione, applaudiva e cantava a squarciagola. Lei mi diede un bacio, poi si ritrasse, in preda a un dissimulato pudore:

– Eh no, caro amico australiano! Tu pensi di avere a che fare con una donna occidentale? No, no, no. Non si fa così con le donne egiziane. Bisogna saperle corteggiare. Vieni, andiamo nella camera di sopra, ti mostro il paradiso.

Nader ripeté: “Il paradiso! Ma l’avete sentita? Ha detto il paradiso”. E scoppiò a ridere insieme al barista. “Vai Joshua, vai in paradiso! In paradiso si entra e non si torna indietro, mio caro!”

Mi prese per mano. Salimmo insieme le scale. Hana’ non mi staccava gli occhi di dosso, sembrava volesse divorarmi. Io ero ormai una foglia al vento, trascinato come trofeo in catene dalle mie indomabili voglie. Aprì la porta. Mi disse di sedermi. Mi spogliò. Poi si spogliò lei, davanti a me, e si appoggiò sul letto.

– Vieni, Joshua, vieni. La vuoi la felicità? Sono io la tua felicità, sono Hana’, vieni da me.

Barcollando e delirante, mi tuffai nella felicità.

Mi svegliai con un’emicrania terribile nel bel mezzo del nulla. Il sole, che sembrava essere esattamente al centro del cielo, mi batteva sulla testa, ustionandomi. Non avevo la più pallida idea di dove fossi finito e, soprattutto, come ci fossi arrivato. Che cosa era successo? Forse avevo vissuto un altro incubo? Mi diedi un grande pizzicotto sull’avambraccio. Ero io, era tutto reale. Anche la puzza che sentivo. Ero immerso in un prato pieno di immondizia. L’emicrania era talmente forte che non riuscivo a concentrare la vista sugli oggetti. Attorno a me, a parte l’immondizia, c’erano soltanto gli abiti che Felicità mi aveva tolto. In un attimo, quasi come se la memoria mi ritornasse improvvisamente, afferrai di colpo il pantalone in preda al panico, alla ricerca del portafoglio e del passaporto. Terrorizzato, infilai le mani ovunque, nevroticamente. C’era solo una piccola croce di legno che mi aveva regalato l’eremita. Felicità mi aveva rubato tutto.

 

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Diventare piccoli come bambini (Serafino di Sarov)

Sat, 13/10/2018 - 11:03

In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me (Mt 18,3-5)

Come dopo ogni liturgia, i pellegrini venuti al “deserto” per vedere lo staretz, si precipitarono verso la sua cella. Ma la porta non si aprì: stanco per l’afflusso costante di gente, padre Serafino a volte si ritirava nella sua amata foresta per prendere slancio.

— Si deve essere messo in salvo scappando dalla finestra dopo aver sentito in cortile il rumore che facevate — disse un vecchio monaco. Così racconta Nadia Aksakov, che all’epoca era solo una bambina. — Per trovarlo dovete cercarlo in mezzo al bosco.

— Avete poche possibilità di trovarlo — aggiunse l’igumeno del monastero vedendo partire il gruppo dei visitatori. — Si nasconderà sdraiato nell’erba, a meno che non risponda ai bambini che lo chiamano: fateli correre davanti a voi.

La foresta – racconta Nadia Aksakov – diventava sempre più fitta. Ci si vedeva a malapena sotto la volta immensa dei pini. Avvertivamo una sensazione di malessere in quella foresta così cupa. Fortunatamente un raggio di sole brillò tra i rami irti di aghi. Ripreso coraggio, ci lanciammo in direzione di quella luce: una verde radura inondata di sole si aprì davanti a noi. Là, ai piedi di un pino che sembrava tenere lontano gli altri, un vecchietto rattrappito e chino fino al suolo, tagliava con la scure (sic!) gli steli delle erbe più alte. Avendo sentito dei rumori, si rialzò, tese l’orecchio in direzione del monastero e si mise a correre verso la foresta come una lepre impaurita; rimasto ben presto senza fiato, si fermò, si guardò timorosamente indietro e si gettò nell’erba, scomparendo.

— Padre Serafino! Padre Serafino!

Eravamo una ventina a chiamarlo ad alta voce. Appena sentite delle voci infantili, non poté resistere nel suo nascondiglio: la sua testa di vecchio apparve al di sopra dell’erba. Con un dito sulla bocca sembrò chiederci di non svelare la sua presenza agli adulti.

Scostate le erbe per aprirci un varco, si sedette e ci fece cenno di avvicinarglisi. La piccola Lisa – che camminava appena – fu la prima a gettarglisi in braccio e appoggiò la guancia fresca sulla spalla rugosa del vecchio.

— Tesori! Tesori! — mormorava stringendoci uno per uno al petto.

Fiduciosi, felici, l’abbracciammo. Ma il giovane pastore Sioma fece marcia indietro e corse verso il monastero gridando: “Venite! Da questa parte! Padre Serafino è qui!”

Provammo vergogna: le nostre grida, i nostri abbracci ci sembrarono un tradimento.

Tornando verso il monastero, la piccola Lisa, la prima ad essere abbracciata dal padre, si avvicinò a sua sorella, e presala per mano, le disse: “Padre Serafino fa solo finta di essere vecchio. Il realtà è un bambino come noi, vero Nadia?”

«Mai in tutta la mia vita – conclude l’ormai anziata Nadia Asakov – ho incrociato uno sguardo di una purezza infantile simile a quella di padre Serafino; non ho mai visto un sorriso come il suo. Così sorridono solo in neonati quando “giocano nel sonno assieme agli angeli”, come ci dicevano le nostre brave balie».

tratto da: Irina Gorainoff, Serafino di Sarov, Gribaudi, pp. 78-79

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Come pregare? (Serafino di Sarov)

Thu, 11/10/2018 - 10:08

L’insegnamento dello staretz Serafino di Sarov si può riassumere in queste affermazioni:

  1. Il fine della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito Santo;
  2. Acquista la pace interiore e migliaia intorno a te, troveranno la salvezza.

Tutto è subordinato all’acquisizione di questa pace: l’adesione alla Chiesa, la vera speranza, l’assenza delle passioni, il perdono delle offese, l’astensione dal giudicare il prossimo e, soprattutto, il silenzio interiore. 

Ciò riguarda anche l’insegnamento di San Serafino sulla preghiera:

Coloro che hanno deciso di servire veramente Dio devono esercitarsi a conservare costantemente nel cuore il suo ricordo e a pregare incessantemente Gesù Cristo, ripetendo interiormente: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».

Comportandosi così, evitando le distrazioni e conservando la propria coscienza in pace, ci si può avvicinare a Dio e unirsi a lui. A parte la preghiera ininterrotta, afferma Sant’Isacco il Siro, non c’è altro mezzo per avvicinarsi a Dio.

In chiesa è bene tenere gli occhi chiusi per evitare le distrazioni; si possono aprire se si avverte sonnolenza, ma allora è meglio fissare lo sguardo su un’icona o sulla lampada accesa davanti.

Se il nostro spirito si disperde durante la preghiera, dobbiamo umiliarci davanti a Dio e chiedere perdono. Infatti, come dice San Macario, «il nemico cerca solo di distogliere i nostri pensieri da Dio, dal suo timore e dal suo amore».

Quando la mente e il cuore sono uniti nella preghiera e l’anima non è turbata da nulla, allora il cuore si riempie di calore spirituale e la luce di Cristo inonda di pace e di gioia tutto l’uomo interiore.

Tra i suoi insegnamenti spirituali per i laici, San Serafino di Sarov offrì anche un canone di preghiera estremamente semplice a cui attenersi quotidianamente per mantenere uno spirito di preghiera durante tutto il giorno.

«Ogni cristiano, appena alzato, reciti in piedi, davanti alle icone la preghiera domenicale del “Padre Nostro” per tre volte, in onore della Santa Trinità; poi l’inno alla Vergine: “Rallegrati, o Vergine, Madre di Dio” pure questo tre volte; infine il Credo, una volta sola.

Dopo aver pregato in questo modo, ciascuno si occupi di quanto deve fare. Durante il lavoro, in casa, per strada, in viaggio, ripeta sottovoce: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore», e se non è da solo, dica interiormente: « Signore, pietà », e vada avanti così fino a mezzogiorno.

Prima di mangiare, ripeta le preghiere del mattino.

Nel pomeriggio ogni cristiano, occupato nelle proprie faccende, dica sottovoce: «Santa Madre di Dio, salva me, peccatore», oppure: «Signore Gesù Cristo, per l’intercessione della tua Santa Madre, abbi pietà di me, peccatore». E continui così fino a sera.

Prima di coricarsi, ogni cristiano reciti ancora una volta le stesse preghiere del mattino; poi, dopo aver fatto il segno della croce, si addormenti.

Seguendo questa norma si può giungere alla perfezione cristiana, perché le tre preghiere che la compongono sono il fondamento stesso del cristianesimo. La prima è stata data dal Signore stesso e serve da modello a tutte le altre; la seconda è un canto portato dal cielo dall’Arcangelo per salutare la Vergine Maria, Madre di Dio; quanto al Credo, contiene in sintesi tutti i dogmi della fede cristiana».

A coloro che non avevano neanche la possibilità di recitare queste preghiere davanti alle icone, lo staretz permetteva di recitarle a letto, in cammino, lavorando, poiché sta scritto: «Chiunque invocherà il Nome del Signore, sarà salvato» (Rm 10,13). Quelli poi che hanno a disposizione più tempo di quello necessario, possono aggiungervi altre preghiere, o la lettura di canoni, acatisti, salmi, Vangeli o Epistole.
Paragonando questo canone di preghiera con quello dato un tempo dallo staretz alle monache di Diveevo, ci si rende conto che non vi è una grossa differenza. Il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Credo ne costituiscono la base. La cosa più difficile è comune a entrambi: «conservare» durante tutta la giornata la preghiera interiore nel proprio spirito unito al cuore. È l’invincibile vittoria, «la stella che ci guida sul cammino del Regno».

Lo staretz consigliava sia ai laici che ai monaci e alle monache la comunione frequente, il più spesso possibile.

«Colui che si comunica non solo una volta all’anno, ma spesso, sarà benedetto già sulla terra. Sono convinto che la grazia si diffonde anche sulla discendenza di colui che si comunica. Davanti a Dio un giusto conta più di un gran numero di empi».

Dobbiamo affrettarci ad aggiungere che il canone quotidiano di preghiera seguito dallo staretz non era così semplice né così breve. Comprendeva un gran numero di preghiere, invocazioni, tropari, kondak, katismi (preghiere della tradizione ortodossa)1.

C’è una preghiera penitenziale – quella di Efrem il Siro – che i fedeli recitano con amore e compunzione durante la Quaresima, e che lo staretz aveva incluso nel proprio canone quotidiano a motivo della sua grande bellezza e dell’intima corrispondenza con lo spirito dell’Ortodossia.

Dio mio e Signore della mia vita,
liberami dallo spirito dell’ozio
dallo scoraggiamento
dalla volontà propria
e dalle parole inutili.
(Metania)

Ma lo spirito di castità
di umiltà
di pazienza
e di amore
concedilo al tuo servitore.
(Metania)

O mio Dio e mio Re,
fa che io veda i miei peccati
e che non giudichi il mio prossimo
perché Tu sei benedetto
nei secoli dei secoli.
(Metania)

Amen.

tratto da: Irina Gorainoff, Serafino di Sarov, Gribaudi, pp. 201, 212-214

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La lotta spirituale nel mondo contemporaneo (Metr. Kallistos Ware)

Wed, 10/10/2018 - 10:05

 

È per me un onore essere stato invitato a tenere l’intervento conclusivo di questo convegno. Oggi tenterò di fare due cose. Per prima cosa, ricordando che durante questa conferenza abbiamo parlato ripetutamente delle “passioni”, valuterò più da vicino questo termine e tenterò di specificare in modo più preciso rispetto a quanto sia stato fatto finora che cosa intendiamo con questo termine. In secondo luogo, tratterò il tema delineato nel titolo del mio intervento, cioè la lotta spirituale nel mondo contemporaneo.

Nessun nuovo peccato?

Più di cinquant’anni fa una nota guida spirituale della tradizione anglicana, padre Algy Robertson (della Society of Saint Francis), che passava ogni settimana molte ore ascoltando le confessioni, mi disse con una nota di tedio nella sua voce: “Che peccato che non esistano nuovi peccati!”. Al contrario del punto di vista secolare prevalente, non è la santità ma è il peccato che è spento e ripetitivo. Il male è fondamentalmente non creativo e monotono, mentre i santi presentano una varietà e un’originalità inesauribili.

Se il peccato è essenzialmente ripetitivo, ne consegue che la lotta lotta spirituale, compresa come guerra invisibile contro i nostri pensieri malvagi e le nostre passioni peccaminose, continua a essere la stessa nel mondo contemporaneo così come è sempre stata nel passato. La forma esteriore può cambiare, ma il carattere interiore resta invariato. Un libro quale La scala del paradiso di Giovanni Climaco può essere un manuale pratico nel ventunesimo secolo così come lo fu nel settimo secolo. Oggi come nel passato il nostro avversario il diavolo si aggira come leone ruggente cercando chi divorare. Oggi come ieri satana si trasforma in un angelo della luce. Oggi come ieri Dio ci chiama a quello spirito di vigilanza sintetizzato dai padri ascetici dell’oriente cristiano con il termine nepsis, cioè “sobrietà”, “vigilanza”.

“Mortificare” o “trasfiguarare”?

Nei nostri colloqui di questi giorni abbiamo parlato spesso di passioni: ma che cosa si intende precisamente con questo termine? Ahimé, la parola inglese “passion”, che è solitamente usata per tradurre il termine pathos, è del tutto insufficiente per rendere il ventaglio di significati presenti nel termine greco. Collegato al verbo paschein, “soffrire”, pathos indica fondamentalmente uno stato passivo, in contrasto con dynamis, una forza attiva; esso indica qualcosa subito da una persona o da una cosa, un evento o uno stato vissuto passivamente; pertanto il sonno e la morte sono definiti pathos da Clemente di Alessandria, mentre Gregorio di Nazianzo descrive le due facce della luna come pathe. Applicate alla nostra vita interiore, pathos ha quindi il significato di un sentimento o di un’emozione patita o subita da una persona.

Due differenti atteggiamenti nei confronti delle passioni possono essere distinti già nella filosofia greca antecedente il periodo patristico. Il primo è quello che si trova nello stoicismo primitivo, dove pathos significa un impulso disordinato ed eccessivo, horme pleonazousa secondo la definizione di Zenone. Si tratta di un disturbo patologico della personalità, una malattia (morbus), come lo definisce Cicerone. Il saggio, pertanto, mira all’apatheia, all’affrancamento dalle passioni.

Accanto a questa visione pessimistica delle passioni, tuttavia, vi è anche una valutazione più ottimistica, che si ritrova in Platone e, in misura più articolata, in Aristotele. Platone nel Fedro utilizza l’analogia dell’auriga e dei due cavalli: l’anima è qui considerata come un cocchio con la ragione (to logistikon) come auriga; i due cavalli che sono aggiogati al cocchio – l’uno di razza nobile, mentre l’altro disobbediente e ribelle – rappresentano rispettivamente le emozioni più nobili della parte dell’anima “dotata di spirito” o “inclusiva” (to thymikon) e le emozioni più primitive della parte “appetitiva” (to epithymitikon). Ora il cocchio a due cavalli ha bisogno di cavalli per muoversi, e allo stesso modo l’anima, senza le energie vitali fornite da pathe, mancherebbe di vigore e di forza per agire. Inoltre, il cocchio a due cavalli per muoversi nella direzione giusta ha bisogno non di uno ma di entrambi i cavalli; la ragione, dunque, non può fare a meno né delle emozioni nobili né delle passioni più primitive, sforzandosi però di tenerle entrambe sotto controllo. Pertanto questa analogia comporta che il saggio deve aspirare non alla soppressione totale delle passioni nelle diverse parti dell’anima, bensì al loro mantenimento nel giusto equilibrio e armonia.

Una visione simile è offerta da Aristotele nell’Etica nicomachea. Secondo lui le pathe includono non soltanto cose quali il desiderio e la collera, ma anche l’amicizia, il coraggio e la gioia. In sé le passioni non sono “né virtù né vizi”, dice Aristotele, né intrinsecamente buone né intrinsecamente cattive, e noi non siamo né elogiati né biasimati a causa di esse; le passioni sono impulsi neutrali e tutto dipende – come il metropolita Filaret ha indicato nel suo intervento – dall’uso che ne facciamo. Il nostro obiettivo pertanto non è (come nello stoicismo) l’eliminazione totale delle passioni, ma piuttosto una via di mezzo (to meson), cioè un uso moderato e ragionevole di esse: l’ideale non è l’apatheia ma la metropatheia (termine che però non è usato in quanto tale da Aristotele stesso nella sua opera).

Quale di queste due comprensioni della passione è adottata nella teologia patristica? Di fatto non vi è unanimità tra i padri. Innanzitutto, un gruppo considerevole di autori abbraccia l’utilizzo stoico, di carattere negativo. Clemente di Alessandria ripete la definizione di Zenone di pathos quale pleonazousa horme, un “impulso eccessivo”, “disobbediente alla ragione” e “contrario alla natura”. Le passioni sono “malattie” e la persona davvero buona non ha passioni. Similmente, Nemesio di Emesa abbraccia la visione stoica. Evagrio Pontico associa strettament le passioni con i demoni; lo scopo del lottatore spirituale, pertanto, è l’apatheia, anche se Evagrio ne dà un contenuto positivo, associandola strettamente con l’amore. Nelle omelie di Macario le passioni sono quasi sempre comprese in un senso peggiorativo.

Tuttavia, in secondo luogo, vi sono altri padri che, anche se fondamentalmente ostili nella loro valutazione delle passioni, ne contemplano pertanto un uso positivo. Gregorio di Nissa considera che il pathos non fosse originariamente parte della natura umana, ma “fu introdotto in seguito nell’uomo, dopo la prima creazione”, e di conseguenza non fa parte della costituzione dell’anima. Le passioni hanno un carattere “bestiale” (ktenodes), che ci rende simili ad animali. Tuttavia, avvicinandosi al punto di vista aristotelico, Gregorio di Nissa aggiunge che delle passioni si può fare un buon uso: il male sta non nel pathe in quanto tali, ma piuttosto nella libera scelta (proairesis) della persona che ne fa uso.

Giovanni Climaco è totalmente d’accordo con Gregorio di Nissa. Alcune volte egli parla in termini negativi, eguagliando pathos con il vizio o il male (kakia), e insiste che il pathos “non [era] originariamente parte della natura umana”, dicendo che “Dio non è il creatore delle passioni”; queste appartengono agli esseri umani nella loro condizione corrotta e devono pertanto essere considerate “empie”; nessuno deve aspirare a essere teologo a meno di non aver raggiunto l’apatheia. Tuttavia egli ammette che si possa fare un buon uso delle passioni; l’impulso che soggiace a ogni passione non è cattivo in sé, ma siamo noi che, attraverso l’esercizio del nostro libero arbitrio, “abbiamo preso i nostri impulsi naturali e ne abbiamo fatto delle passioni”. È degno di nota il fatto che Climaco non condanni l’eros, l’impulso sessuale, come intrinsecamente peccaminoso, ma lo consideri come qualcosa che può essere diretto verso Dio.

In terzo luogo, vi sono altri autori che si spingono addirittura oltre e paiono concedere non solo che si possa fare buon uso delle passioni, ma che esse siano parte della nostra natura originale in quanto creata da Dio. È questo il caso evidente di abba Isaia († ca 491). Nel suo secondo Discorso egli considera alcune realtà che sono solitamente considerate passioni, quali il desiderio (epithymia), l’invidia o gelosia (zelos), la collera, l’odio e l’orgoglio, sostenendo che esse sono fondamentalmente kata physin, “in accordo con la natura”, e si può fare di tutte un buon uso. In tal modo il desiderio che per natura dovrebbe essere orientato verso Dio, è stato da noi diretto fallacemente verso “ogni tipo di impurità”. Lo zelo o gelosia che dovrebbe condurci a perseguire la santità – “desiderate con zelo i carismi più grandi”, dice san Paolo (1Cor 12,31) – noi lo abbiamo corrotto, così che arriviamo a invidiarci gli uni gli altri. La collera e l’odio che dovrebbero essere orientati contro il demonio e tutte le sue opere, noi lo abbiamo rivolto contro il nostro prossimo. Perfino dell’orgoglio si può fare buon uso: c’è un’autostima buona che ci permette di contrastare l’autocommiserazione distruttiva e la depressione. Per abba Isaia, dunque, cose quali la collera e l’orgoglio – che Evagrio considererebbe come “demoni” o come pensieri malvagi – al contrario sono parte naturale della nostra personalità in quanto creata da Dio. Il desiderio e la collera non sono di per sé peccaminose: ciò che conta è il modo in cui vengono utilizzate, kata physin oppure para physin. È improbabile che abba Isaia sia stato influenzato direttamente da Platone o da Aristotele, che probabilmente non aveva mai letto, ma potrebbe aver attinto alla tradizione copta, come è attestato per esempio nel caso delle lettere attribuite a sant’Antonio il Grande.

Un’approccio positivo alle passioni si può altresì trovare in autori successivi. Quando Dionigi l’Aeropagita descrive Ieroteo come colui che “non soltanto ha appreso ma ha sperimentato le realtà divine” (ou monon mathon alla kai pathon ta theia), egli lascia certamente intendere che l’esperienza mistica è in un certo senso un pathos. Massimo il Confessore, sebbene tenda a far propria la posizione di Gregorio di Nissa secondo cui le passioni sono entrate nella natura umana soltanto successivamente alla prima creazione, fa nondimeno riferimento (come ha evidenziato padre Louth) alla “beata passione dell’amore divino” (makarion pathos tes theias agapes); inoltre egli non teme di parlare dell’unione con Dio in termini erotici; insiste che le passioni possono essere “encomiabili” così come “biasimevoli”. Secondo Gregorio Palamas lo scopo della vita cristiana non è la mortificazione (nekrosis) delle passioni ma la loro trasposizione o riorientamento (metathesis).

Ci sono, dunque, prove sufficienti secondo cui i padri greci siano stati influenzati non soltanto dall’approccio stoico, di tipo negativo, ma anche (direttamente o indirettamente) dalla valutazione aristotelica, di carattere più positivo. Quei padri che adottano una visione positiva, o almeno neutrale, delle passioni sono una minoranza, ma nondimeno una minoranza significativa. Si potrebbe naturalmente dire che la questione è squisitamente semantica, una questione di come scegliamo di utilizzare la parola “passione”; ma i diversi utilizzi della parola non hanno forse implicazioni più profonde? Le parole hanno un grande potere simbolico e il modo in cui vengono utilizzate ha un’influenza decisiva sul modo in cui concepiamo la realtà. Questo vale anche con la parola pathos: dobbiamo seguire l’utilizzo negativo degli stoici o quello più permissivo di Aristotele? Ciò può avere un effetto di ampia portata sulla direzione pastorale che noi offriamo agli altri e a noi stessi. Dobbiamo parlare di “mortificare” o di “trasfigurare”? Dobbiamo dire “sradicare” o “educare”? “Eliminare” o “riorientare”? Siamo di fronte a una grande differenza.

Per quanto riguarda la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo io sono fermamente convinto che noi saremmo molto più efficaci se dicessimo “trasfigurare” piuttosto che “distruggere”. Il mondo contemporaneo in cui dimoriamo, almeno in Europa occidentale, è un mondo fortemente secolarizzato, avulso alla chiesa. Se vogliamo riguadagnare questo mondo a Cristo, se vogliamo noi stessi preservare la nostra identità cristiana in un tale ambiente alienato, allora noi faremmo bene a presentare il nostro messaggio cristiano in termini affermativi piuttosto che di condanna. Dobbiamo accendere una candela piuttosto che maledire la tenebra.

Tre temi cupi

Venendo alla seconda parte del mio intervento, vorrei selezionare sei aspetti della lotta spirituale nel mondo contemporaneo. La mia esposizione non è sistematica né pretende di essere esaustiva. Parlerò in termini di tenebra e di luce. Tre degli aspetti che ho scelto hanno a prima vista un carattere cupo, tre invece riflettono uno spirito più luminoso; ma tutti e sei non sono in fin dei conti negativi ma piuttosto eminentemente positivi.

(1). La discesa agli inferi. L’inferno può essere considerato come l’assenza di Dio, come il luogo in cui Dio non c’è (è tuttavia vero che l’inferno, considerato in maniera più precisa, non è vuoto di Dio, dal momento che – come Isacco il Siro insiste – l’amore di Dio è dovunque). Non è sorprendente che i cristiani nel ventesimo secolo, dimorando in un mondo segnato dal senso dell’assenza di Dio, abbiano interpretato la loro vocazione come un descensus ad inferos. Paul Evdokimov sviluppa questa idea in relazione con il sacramento del battesimo, che costituisce perlatro il fondamento della lotta spirituale del cristiano (come ha insistito fratel Enzo nel suo intervento di apertura). “Parlando della cerimonia dell’immersione al momento del battesimo”, osserva Evdokimov, “san Giovanni Crisostomo annota: «L’azione di scendere nell’acqua e poi risalirne di nuovo simbolizza la discesa di Cristo agli inferi e il suo ritorno da quel luogo». Ricevere il battesimo, quindi, significa non soltanto morire e risorgere con Cristo; significa anche che noi scendiamo all’inferno, che portiamo le stigmate di Cristo sacerdote, la sua premura sacerdotale, la sua ansia apostolica per le sorti di coloro che hanno scelto l’inferno”. Il pensiero di Evdokimov ha molto in comune con le idee di Hans Urs von Balthasar, ma non bisogna dimenticare che, come l’arcivescovo Ilarione Alfeev ha dimostrato in un suo libro recente, la discesa di Cristo agli inferi è soprattutto un’azione di vittoria.

Un santo ortodosso del ventesimo secolo ch ha particolarmente enfatizzato la discesa agli inferi è Silvano dell’Athos: “Mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, insegna, aggiungendo che questa è la via per acquisire l’umiltà. Il suo discepolo padre Sofronio insiste che “egli si riferiva a una reale esperienza dell’inferno”. Nelle sue meditazioni, Silvano ricorda il calzolaio di Alessandria, visitato da Antonio, che era solito dire: “Tutti saranno salvati; soltanto io perirò”. Silvano applica queste parole a sé: “Presto io morirò e prenderò dimora nell’oscura prigione dell’inferno, e soltanto io brucerò in quel luogo”.

Tuttavia sarebbe errato interpretare la posizione di Silvano in termini puramente negativi e tetri; bisogna attribuire il giusto peso a entrambi le parti della sua affermazioni: non dice soltanto “mantieni il tuo spirito agli inferi”, ma aggiunge subito dopo “e non disperare”. Altrove egli afferma che la certezza della propria dannazione è una tentazione del demonio. Ci sono, dice, due pensieri che provengono dal nemico: “Tu sei un santo” e “non ti salverai”. San Silvano era profondamente influenzato dagli insegnamenti di Isacco il Siro sul carattere irriducibile dell’amore divino: “Se l’amore non è presente”, egli dice, “allora tutto si fa difficile”; al contrario, quando l’amore è presente, tutto è possibile.

La discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione trionfante dai morti formano un evento inscindibile, un’azione unica e unita.

(2) Il martirio. La forma particolare che la discesa agli inferi ha assunto durante il ventesimo secolo nella lotta spirituale dei cristiani ortodossi è stata l’esperienza della persecuzione e del martirio. Il secolo scorso è davvero stato per l’oriente cristiano un secolo di martirio per eccellenza. Si ricordi inoltre che, sebbene il comunismo è caduto in Russia e nell’Europa orientale, vi sono ancora molti luoghi nel mondo in cui i cristiani – sia ortodossi che non ortodossi – continuano a soffrire persecuzioni (si pensi alla Turchia, all’Irak, al Pakistan, alla Cina, eccetera). Secondo le parole di un prete russo della diaspora, padre Alexander Elchaninov, che morì nel 1934, “il mondo è deforme e Dio lo raddrizza. Questo è il motivo per cui Cristo ha sofferto (e soffre), così come hanno sofferto i martiri, i confessori della fede e i santi; e anche noi, che amiamo Cristo, non possiamo che soffrire altrettanto”. Come indica Silvano, il martirio può essere interiore o esteriore: “Pregare per la gente”, dice, “significa versare il sangue”. Allo stesso tempo, come nel suo apoftegma “mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, egli insiste sul reciproco concorrere di tenebra e luce, di disperazione e speranza. Così la sofferenza dei martiri è anche una fonte di gioia: come afferma Silvano, “la sofferenza estrema è alleata con la beatitudine estrema”.

Un martire la cui lotta spirituale ha particolarmente catturato l’immaginazione ortodosso negli ultimi sessant’anni è Maria Skobtsova, morta in una camera a gas di Ravensbrück il 13 marzo 1945, offrendosi probabilmente al posto di un altro prigioniero. Se così avvenne, ciò indica come il martire – allo stesso modo di Cristo stesso, il protomartire – svolge un ruolo vicario, morendo al posto di altri, morendo perché altri possano vivere. Il martire adempie, in modo definitivo e finale, il comando di san Paolo: “portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2); questo era anche un tema che madre Maria ha sottolineato nei suoi scritti. In un’antologia di vite dei santi da lei compilata, essa annota la storia di Ioannichio il Grande e della ragazza indemoniata: “Collocò la sua mano sulla testa della ragazza sofferente e disse con tono calmo: «Per la potenza del Dio vivente, io, il suo indegno servo Ioannichio, prendo su di me il tuo peccato, semmai tu abbia peccato … perché le mie spalle sono più robuste delle tue, perché desidero prendere su di me la tua condanna per amore». La ragazza fu curata, mentre Ioannichio condivise la sua agonia, giungendo vicino alla morte prima di emergere, vittorioso, dalla sua lotta con la potenza del male”.

Questo, dunque, è un aspetto molto importante della lotta spirituale: sopportare il martirio, versando il proprio sangue, in maniera visibile o interiormente, per gli altri.

(3) Kenosis. Strettamente legato ai due elementi di cui abbiamo appena parlato – la discesa gli inferi e il martirio – ve n’è un terzo, la kenosis o autosvuotamento. Colui che si impegna nella lotta spirituale si identifica con il Cristo umiliato (vorrei ricordare a questo proposito un libro degno di essere letto ancor’oggi, scritto settant’anni fa da un autore russo, Nadegda Gorodetsky, Il Cristo umiliato nel pensiero russo moderno). Prima di essere imprigionata, Maria Skobsova dimostrò il suo spirito kenotico in maniera impressionante, mostrando grande solidarietà con gli indigenti, gli emarginati, e tutti i reietti dalla società, e anche – quando scoppiò la seconda guerra mondiale – con gli ebrei. “I corpi dei nostri fratelli in umanità”, scriveva, “devono essere trattati con maggior cura rispetto ai nostri. L’amore cristiano ci insegna non soltanto a fare doni spirituali ai nostri fratelli, ma anche doni materiali. Perfino la nostra ultima camicia, il nostro ultimo pezzo di pane deve essere donato loro. L’elemosina individuale e ogni tipo possibile di opera sociale sono allo stesso modo legittimi e necessari”.

Un santo della tradizione ellenica che ha mostrato questo spirito kenotico in un modo considerevole è Nectario di Pentapoli, morto nel 1920. Le storie circa la sua umiltà abbondano. Giovane vescovo di Alessandria, qualora venica attaccato, rifiutava ogni misura di ritorsione e di difesa contro i calunniatori. Quando più tardi era direttore della scuola teologica Rizareion di Alessandria, avvenne che l’addetto alle pulizie si ammalò; per impedire che il posto andasse a qualche altro Nectario per molti si alzò prestissimo al mattino per spazzare i corridoi e pulire le latrine, finché l’uomo non fu di nuovo in grado di tornare al suo lavoro. Negli ultimi anni di vita, i visitatori che lo incontravano mentre lavorava nel giardino del monastero che aveva fondato lo scambiavano per un operaio, senza poter indovinare che lui invece era un vescovo. In questo e in diversi altri modi Nectario obbedì alle parole di san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli … svuotò se stesso” (Fil 2,5.7).

Luce nella tenebra

Descrivendo la lotta spirituale, san Paolo ne sottolinea il carattere antinomico: “Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; … come moribondi, e invece viviamo; … come afflitti, ma sempre lieti; … come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (2Cor 6,8-10). Bilanciamo ora questi tre elementi cupi della lotta spirituale con tre elementi più gioiosi che sono di particolare importanza nel mondo contemporaneo.

(1) La trasfigurazione. Quando stavamo analizzando in precedenza i diversi modi in cui la guerra contro le passioni può essere compresa, avevo suggerito che in questo momento della storia è più saggio parlare a noi stessi in termini di “trasfigurazione” piuttosto che di “mortificazione” o di “sradicamento”. Il mistero della trasfigurazione ha un valore particolare per noi nel tempo presente. La nostra lotta spirituale deve certamente coinvolgere elementi quali la rinuncia, lo sforzo ascetico, il sudore, il sangue e le lacrime, il martirio interiore e forse anche esteriore; ma il reale valore di tutto ciò viene perduto se esso non viene illuminato dalla luce increata del Tabor. A questo proposito, non è certo una coincidenza che il santo più influente nella vita e nell’esperienza dell’ortodossia del ventesimo secolo sia stato Serafino di Sarov, che è proprio un santo della trasfigurazione. Quando visitai la Grecia per la prima volta, cinquantacinque anni fa, san Serafino era praticamente sconosciuto; mentre ora, ogni volta che vado sul suolo ellenico, vedo la sua icona nelle chiese e nelle case, e nei monasteri frequentemente incontro monaci e monache che si chiamano Serafino o Serafina in onore del santo di Sarov. Le cose vanno davvero come dovrebbero, in quanto egli è davvero un santo per il nostro tempo.

Nello stesso tempo non facciamo del sentimentalismo nei riguardi del santo di Sarov né semplifichiamo troppo la sua lotta spirituale. Facciamo bene a ricordare che egli si vestiva in bianco e non in nero, come la tradizione monastica voleva; che chiamava i suoi visitatori “mia gioia” e li salutava durante tutto l’anno con il saluto pasquale “Cristo è risorto”; che il suo volto risplendeva di gloria in presenza del suo discepolo Nicola Motovilov. Ma non dimentichiamo gli assalti demoniaci che Serafino ha dovuto sostenere mentre pregava sulla roccia accanto al suo eremo e sentiva le fiamme dell’inferno crepitare intorno a lui; non dimentichiamo il dolore fisico che soffriva dopo essere stato azzoppato dall’assalto di tre ladri nel bosco; non dimentichiamo le incomprensioni che dovette sopportare da parte del suo stesso abate e le calunnie che lo perseguitarono fino alla morte. Davvero egli comprese ciò che san Paolo intendeva quando diceva: “afflitti, ma sempre lieti”. Nella lotta spirituale la trasfigurazione e il portare la croce sono due elementi inseparabili.

(2) L’eucaristia. In precedenza è stato detto che il battesimo costituisce il fondamento della lotta spirituale del cristiano. Il battesimo tuttavia non può essere separato dalla santa comunione, e di conseguenza anche l’eucaristia gioca un ruolo basilare nella nostro combattimento spirituale. È vero che nel primo periodo patristico molti autori ascetici quali Giovanni Climaco e Isacco il Siro facevano poco o nessun riferimento all’eucaristia, ma nella nostra lotta spirituale oggi la dimensione eucaristica deve essere esplicitata e posta in primo piano. È significativo che questo è esattamente quello che è stato fatto da una grande figura di prete celebrante all’inizio del ventesimo secolo, Giovanni di Kronstadt. “L’eucaristia è un miracolo continuo”, era solito dire; ed egli entrò appieno in questo “miracolo continuo” celebrando quotidianamente la divina liturgia. L’intensità della sua celebrazione eucaristica sbalordiva i suoi contemporanei: san Silvano, per esempio, parla della “forza della sua preghiera” e aggiunge: “In tutto il suo essere [era] una fiamma d’amore”. Giovanni insisteva che tutti i presenti alla liturgia dovevano ricevere la comunione insieme a lui. Per sua influenza e per l’influenza di altri, la prassi di ricevere la comunione è di fatto divenuta più frequente nella chiesa ortodossa del ventesimo secolo; eppure vi sono ancora in molti luoghi in cui i fedeli si accostano al sacramento soltanto tre o quattro volte l’anno: ciò è certamente deplorevole. Nel mondo contemporaneo la nostra lotta spirituale deve essere, nel modo più pieno possibile, una lotta eucaristica.

Al centro della divina liturgia, immediatamente prima dell’epiclesi dello Spirito santo, il diacono eleva le sante offerte mentre il prete recita: “Offriamo ciò che è tuo prendendolo da ciò che è tuo, in ogni cosa e per ogni cosa (ta za ek ton zon soi prospherontes, kata panta kai dia panta)”. Questo ci porta a considerare un aspetto della liturgia che ha una rilevanza particolare per la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo: la dimensione cosmica dell’eucaristia. È significativo che nell’eucaristia offriamo i doni non soltanto “per tutti gli esseri umani” (dia pantas), ma anche “per tutte le cose” (dia panta). L’oblazione eucarsitica abbraccia in tutta quanta la sua ampiezza non soltanto l’umanità ma l’intero regno della natura, abbraccia ogni cosa; ne consegue che l’eucaristia ci investe di una responsabilità ecologica; ci impegna a proteggere e ad amare non soltanto i nostri fratelli in umanità ma tutte le cose viventi, e non soltanto queste, ma anche a proteggere e ad amare l’erba, gli alberi, le rocce, l’acqua e l’aria. Celebrando l’eucaristia con piena consapevolezza noi guardiamo il mondo intero come un sacramento.

La nostra lotta spirituale, pertanto, non è meramente antropocentrica: noi siamo salvati non dal mondo ma con il mondo, e pertanto lottiamo per santificare e per ridonare a Dio non soltanto noi stessi ma l’intera creazione. Questa portata ecologica della nostra lotta spirituale è stata particolarmente enfatizzata dal patriarcato ecumenico negli ultimi due decenni. Il patriarca Dimitrios e il suo successore, l’attuale patriarca Bartolomeo, hanno stabilito l’1 settembre, giorno di apertura dell’anno ecclesiastico, come “giorno per la salvaguardia dell’ambiente”, da osservarsi (così ci si auspica) non soltanto da parte degli ortodossi ma anche da parte degli altri cristiani. “Consideriamoci ciascuno per quanto gli compete personalmente responsabili del mondo affidato da Dio nelle nostre mani”, ha affermato il patriarca Dimitrios nel suo messaggio natalizio del 1988, “tutto ciò che il Figlio di Dio ha assunto nel suo corpo attraverso la sua incarnazione non deve perire, ma deve diventare un’offerta eucaristica al Creatore, un pane datore di vita condiviso nella giustizia e nell’amore con gli altri, un inno di pace per tutte le creature di Dio”. Secondo le parole di Silvano dell’Athos, “il cuore che ha imparato ad amare prova compassione per tutta la creazione”. Questa tenerezza cosmica, come ci ha ricordato dom André Louf, è un leitmotiv in Isacco il Siro.

(3) La preghiera del cuore. Per quanto importante siano gli aspetti eucaristici e liturgici della lotta spirituale, nello stesso tempo è necessario dare enfasi anche alla lotta per la preghiera interiore. Nella lotta spirituale del ventesimo secolo, la preghiera interiore ha significato, per gli ortodossi, preminentemente ma non esclusivamente la preghiera di Gesù. L’importanza dell’invocazione del nome santo è giunta a essere molto apprezzata negli ultimi cento anni grazie soprattutto all’influenza di due libri: Il racconto di un pellegrino e la Filocalia; entrambi i volumi hanno riscosso un successo inatteso in occidente. Probabilmente la preghiera di Gesù viene oggi praticata quotidianamente da molta più gente che in passato: il nostro tempo non è soltanto un tempo di secolarizzazione!

Ecco dunque alcuni elementi della lotta spirituale nel mondo contemporaneo: da una parte la discesa agli inferi, il martirio e la kenosis; dall’altra la trasfigurazione, l’eucaristia e la preghiera del cuore. Le due triadi non devono essere contrapposte bensì combinate insieme, come ha fatto Giovanni Climaco (e qui richiamo l’intervento di padre Ioustinos) coniando il termine charmolype, “gioiosa afflizione”, e parlando di charopoion penthos, “dolore che crea la gioia”. Questi due aspetti complementari della lotta spirituale sono ben riassunti in due brevi affermazioni di Serafino di Sarov che cerco di tenere sempre in mente: “Dove non c’è dolore non c’è salvezza” e “Lo Spirito santo riempie di gioia tutto ciò che tocca”.

Kallistos Ware
Metropolita di Diokleia

Fonte

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La gioia luminosa dei Padri del deserto (John Chryssavgis)

Tue, 25/09/2018 - 13:33

Gli anziani del deserto sono convinti che Dio non è presente soltanto nel pieno della nostra lotta, ma che Dio c’è sempre. Dio non è mai assente, non è mai lontano. Dio ci ama senza tener conto di dove siamo, lungo quel viaggio. Ci ama senza tener conto di chi siamo e di cosa stiamo facendo. La più profonda e più intima convinzione dei padri e delle madri del deserto è che Dio li ama. Questo è quel che giustifica la loro gioia. A dispetto della difficoltà e dell’intensità della loro lotta ascetica, questi eremiti sono caratterizzati da un senso di contentezza, non di tristezza:

Mentre stava morendo, abba Beniamino disse ai suoi discepoli: “Se osservate quanto segue, potete essere salvati: ‘Siate sempre nella gioia! Pregate incessantemente! E rendete grazie per ogni cosa!’ (1Ts 5,16-18)” (Beniamino 4)

Amma Sincletica disse: “Al principio, ci sono moltissime lotte e molta sofferenza per coloro che avanzano verso Dio. In seguito, tuttavia, c’è ineffabile gioia. È come per quelli che vogliono accendere un fuoco; dapprima, il fumo li sofoca ed essi piangono. Eppure mediante ciò ottengono quanto cercavano, come è detto: ‘Il nostro Dio è un fuoco che consuma!’ (Eb 12,24). Così anche noi dobbiamo accendere il fuoco divino in noi stessi con lacrime e duro lavoro” (Sincletica 1)

Questi eroi dello spirito sono ricolmi di gioia; anche l’umorismo è una loro caratteristica. I racconti del deserto sono pieni di situazioni spiritose e detti divertenti. Il loro umorismo è, dal mio punto di vista, senza dubbio connesso alla loro umiltà. Se prendono meno sul serio se stessi, è perché vogliono prendere più sul serio Dio. Essi non sono né ossessionati dalla propria lotta ascetica né preoccupati delle loro particolari virtù. Gli abitatori del deserto possono essere gioiosi perché sanno di essere umani, e che il fallimento rientra nella condizione dell’essere umano. In ultima analisi, o piuttosto al di là di ogni analisi, gli anziani del deserto sono consapevoli di una semplice, ma profonda verità: essi sanno di non essere Dio; e sanno che soltanto mediante Dio tutto è possibile. A noi può sembrare tanto ovvio, eppure a volte dimentichiamo questa verità. Gli anziani del deserto sapevano che la perfezione compete alla divinità; e non sta certamente alla nostra fragilità o a ogni nostra presunta capacità di negoziare con la divinità riguardo alle nostre virtù e ai nostri vizi.

Ecco perché i padri e le madri del deserto sono a loro agio nel parlare di tenebra e della lotta attraverso le tenebre. Non si vergognano della loro tenebra o di parlare dei loro pensieri più cupi. È anche il motivo per cui, nonostante i loro detti a volte appaiano crudi, perfino duri, a noi lettori, essi in realtà non ci fanno mai vergognare. Sono sempre comprensivi con noi, sempre compassionevoli nei nostri confronti. La compassione, non la competizione, è il loro obiettivo. Perciò non esprimono mai nessuna amarezza verso i visitatori; non c’è mai alcun senso di vendicatività. Il loro suggerimento non è tanto: “Io vado bene così e tu vai bene così”. A un livello molto più profondo, essi sono consapevoli e ammettono che: “Io non vado bene così e tu non vai bene così”. E tuttavia, questo riconoscimento è anche al loro rassicurazione; infatti, essi sanno che: “Va bene così!”.

In verità, laddove la realtà dell’imperfezione o della limitazione viene negata, è Dio, è la possibilità di trascendere tali limitazioni a essere rifiutata.

John Chryssavgis
Al cuore del deserto, Qiqajon, pp. 166-168

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Trasfigurazione di Cristo e trasfigurazione nostra (Anba Epiphanius)

Sat, 18/08/2018 - 11:54

Natidallospirito.com si unisce con la preghiera alla sofferenza dei monaci del Monastero di San Macario il Grande e a quella dei fratelli copti per l’improvvisa scomparsa del monaco, abate, vescovo e studioso anba Epiphanius, ucciso barbaramente. Cercheremo di pubblicare quanto più possibile piccoli articoli scritti dal nostro padre Epiphanius per rendere degna memoria a un uomo di straordinaria umanità, mitezza, umiltà, sapienza, amore. Per il suo sangue innocente e le sue intercessioni, il Signore abbia compassione del monastero, dei monaci, della Chiesa copta e del suo Patriarca Tawadros, e non permetta che le tenebre trionfino sulla luce, l’odio sull’amore, l’arroganza sulla mitezza.

Abbiamo già pubblicato negli scorsi anni alcuni articoli del nostro padre Epiphanius che mettiamo a disposizione di nuovo a tutti coloro che desiderino conoscerlo meglio:

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius) Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius) Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Crocifisso per me (anba Epiphanius)

In occasione della Trasfigurazione, secondo il calendario copto e giuliano (19 agosto), pubblichiamo un suo scritto sull’argomento.

***

Mentre il Signore Gesù era in compagnia dei suoi discepoli nei pressi della città di Cesarea di Filippo che oggi corrisponde alla moderna Baniyas (Paneas) ai piedi del monte Hermon, chiese loro: “La gente, chi dice che io sia?” (Mc 8,27). Dopo avergli dato risposte che mostravano l’incertezza che regnava nel popolo e le contrastanti opinioni a suo riguardo, chiese loro direttamente: “Ma voi, chi dice che io sia?” (Mc 8,29). Qui i discepoli, per bocca dell’Apostolo Pietro, confessarono: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

In seguito, egli rivelò loro che il Figlio dell’uomo sarebbe venuto nella gloria del suo Padre con i suoi angeli e che alcuni di loro non avrebbero gustato la morte prima di aver visto il Figlio dell’uomo venire nel suo Regno. Sei giorni dopo questo discorso prese con sé i tre discepoli più vicini a lui, Pietro, Giacomo e Giovanni, e salì con loro su un monte alto, da soli. Lì si trasfigurò davanti a loro, il suo volto si illuminò come il sole e le sue vesti divennero bianche come luce. Poi apparvero loro Mosè ed Elia e si misero a parlare con il Signore. I discepoli non riuscirono a sopportare questa visione e caddero sui loro volti in predi alla paura (cf. Mt 17,1-8).

Gli evangelisti hanno espresso il concetto di “trasfigurazione” con il verbo greco μεταμορφόομαι. Questo termine è composto da due parti: μετα- che implica il senso della trasformazione, del cambiamento o della mutazione; la seconda parte deriva dalla parola μορφή che significa “immagine, aspetto, forma esteriore che esprime o è conseguenza della natura interiore”. Di conseguenza, il senso di questo verbo è: “cambiare nella propria immagine esteriore così da esprimere la propria natura interiore rappresentandola perfettamente”[1]. Per questo in arabo questo verbo è stato tradotto con “mutò il suo aspetto”.

Durante la sua vita terrena il Signore Gesù era in forma di schiavo che non aveva né apparenza né bellezza per poterci piacere, disprezzato e reietto dagli uomini (cf. Is 53,2). È, infatti, venuto non per essere servito ma per servire e per offrire se stesso in riscatto per molti (Mc 1,45). Ma qui sul monte della trasfigurazione è avvenuto un mutamento nel suo aspetto o nella sua forma esteriore, apparendo nell’immagine della gloria della sua divinità. Questo è quanto implica il verbo greco: l’immagine esteriore del Signore, l’immagine di schiavo che si è preso per sé, è mutata ed è venuta ad esprimere perfettamente la sua verità interiore cioè la gloria della divinità che è apparsa nella carne.

Ma per capire meglio il mutamento avvenuto, mettiamo in paragone questo verbo greco indicante il cambiamento con un altro verbo anch’esso tradotto con “cambiare/mutare aspetto”.

Nella seconda lettera ai Corinti (11,13-15) san Paolo afferma: “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che cambiano aspetto (μετασχηματίζω) per essere simili agli apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce” (2Cor 11,13-14).

Il verbo greco che appare in questo versetto è anch’esso formato da due parti: μετα-, lo stesso prefisso del primo verbo e che indica il cambiamento e la trasformazione; la seconda parte deriva dal termine σχῆμα, anch’esso avendo come senso quello di “forma” o “aspetto”. Ma questo verbo ha un senso completamente opposto a quello precedente e può essere tradotto così: “cambiare la propria forma o la propria immagine esteriore assumendo per se stessi un aspetto o un’immagine esteriore che non scaturisce né esprime la propria natura interiore”[2].

Possiamo tradurre questo verbo come una sola parola come “mascherarsi” ovvero indossare un volto o una maschera che nasconde il proprio aspetto. La natura di satana è tenebra e quando appare come angelo di luce, è soltanto il suo aspetto esteriore che cambia, restando la sua natura tenebrosa così com’è, senza alcun mutamento. Allo stesso modo, anche i suoi servi mutano il loro aspetto esteriore per apparire come gli Apostoli di Cristo rimanendo, nella loro natura interiore, così come sono, lavoratori fraudolenti, per ingannare il cuore dei semplici. Il primo verbo indica un cambiamento interiore, mentre il secondo un cambiamento soltanto esteriore[3].

La trasfigurazione del Signore Gesù sul monte della trasfigurazione e la sua apparizione nella sua gloria può essere compreso dall’inno di lode che San Paolo inserisce nella sua lettera ai filippesi nella quale illustra come il Signore Gesù che era in forma di Dio prese per sé la forma dello schiavo affinché redimesse quello stesso schiavo. E come conseguenza della sua obbedienza assoluta a Dio, Dio lo ha innalzato e lo ha ripristinato nella sua forma gloriosa:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!,
a gloria di Dio Padre» (Fil 2,5-11)

La trasfigurazione dei santi

San Pietro Apostolo parla della trasfigurazione del Signore Gesù sul monte e la sua apparizione nella sua vera gloria e descrive questa gloria con la grandezza: “Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (2Pt 1,16-18).

L’Apostolo Paolo, invece, comanda a tutti i credenti di trasformarsi, cioè di entrare in una condizione di trasfigurazione come è avvenuto per il Signore Gesù. Nella sua lettera ai Romani (12,2) supplica i credenti dicendo: “Non conformatevi (συσχηματίζεσθε) a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

In questo versetto san Paolo utilizza entrambi i sensi di cui abbiamo parlato precedentemente. Il primo verbo “non conformatevi” è lo stesso verbo che appare in 2Cor 11,15 parlando di satana che si trasforma in angelo di luce, sebbene in una forma leggermente diversa, con la preposizione συν- che indica un “mascherarsi come”. Qui san Paolo incoraggia i credenti a non conformarsi a questo mondo, cioè a non assumere la sua stessa forma, nel senso di non trasformarsi rispetto alla loro forma esteriore in una maniera tale che essa non scaturisca né esprima la loro natura interiore. San Paolo comanda loro di non mascherarsi nell’aspetto esteriore per assomigliare ai figli di questo mondo, assumendo un aspetto che non esprime “l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4,24)[4].

Nella restante parte del versetto san Paolo comanda loro di trasformarsi utilizzando lo stesso verso apparso nell’evento della trasfigurazione. Vale a dire che egli comanda ai credenti di assumere una condizione di trasfigurazione continua, di apparire con un aspetto esteriore che esprima la vera natura nuova che essi vivono. È quest’aspetto a mostrare l’immagine di Cristo impressa nei loro cuori: “Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!” (Gal 4,19).

Il comandamento che l’Apostolo Paolo dà ai santi è di trasformarsi, vale a dire di trasfigurarsi, e questo comandamento è avallato da una verità importante: nella resurrezione prossima, quando i corpi dei santi saranno trasformati per diventare a immagine del corpo della gloria di Cristo, avverrà la loro trasfigurazione e il loro aspetto esteriore sarà espressione della natura nuova che assumeranno.

In 2Cor 3,18 dice l’Apostolo Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati (μεταμορφούμεθα) in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore Spirito”. Qui san Paolo usa lo stesso verbo usato per la trasfigurazione di Cristo. Ma qui la trasfigurazione si realizzerà nella sua pienezza quando l’immagine di Dio sarà impressa nei nostri volti e avrà luogo una mutazione, una trasfigurazione della nostra natura, in un movimento dinamico continuo e ininterrotto – “di gloria in gloria” – mediante la potenza dell’azione del Signore Spirito in noi.

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo

[1] K. S. Wuest, Studies in the Vocabulary of the Greek New Testament for the English Reader, William B. Eerdmans Publishing Company, Michigan 1945, pp. 49-53.

[2] San Paolo usa questo verbo in senso positivo una sola volta nella lettera ai Filippesi 3,21: “Il quale trasfigurerà (μετασχηματίσει) il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”.

[3] W. E. Vine, Vine’s Complete Expository Dictionary of Old and New Testament Words, Thomas Nelson Publishers, 1985, p. 639.

[4] K. S. Wuest, Golden Nuggets From the Greek New Testament, William B. Eerdmans Publishing Company, Michigan 1945, pp. 26-28.

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Discernimento fino alla fine (Anba Epiphanius)

Wed, 15/08/2018 - 17:08

[L’articolo è tratto dal sito del Monastero di Bose] Come abbiamo dolorosamente annunciato, domenica 29 luglio prima dell’alba, mentre si recava in chiesa per celebrare la Risurrezione di Cristo e la Divina Liturgia, Anba Epiphanius, abate del Monastero di San Macario in Egitto, è stato brutalmente assassinato.

Di questo fraterno amico, mite e umile di cuore, sapiente padre del deserto contemporaneo, abbiamo già presentato l’intervento su “Il perdono nella vita di Matta el Meskin”, da lui tenuto a Bose in occasione del XXIII Convegno ecumenico di spiritualità ortodossa, nonché i passaggi dedicati all’unità tra le chiese nel suo ricordo di abuna Matta el Meskin durante il Convegno a questi dedicato.
Offriamo ora alcuni passaggi di una bozza di lavoro sul “Discernimento nella vita monastica” cui Anba Epiphanius si stava dedicando ancora il giorno precedente la sua morte. È un testo che, destinato a essere letto all’ormai imminente 
Convegno di spiritualità ortodossa presso il nostro Monastero, si è tragicamente rivelato come l’ultimo lavoro di Anba Epiphanius.

Il discernimento nella vita monastica

La letteratura apoftegmatica dei Padri del deserto converge nel ritenere che la virtù più importante che il monaco deve acquisire è quella del discernimento (διάκρισις). Nella lettera agli Ebrei si afferma che questa virtù è propria dei perfetti: “Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere (διάκρισις) il bene dal male” (Eb 5,14). Mi sembra che con discernimento si debba intendere quella sapienza che san Giacomo Apostolo ci spinge a chiedere a Dio: “Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data” (Gc 1,5). Se meditiamo su queste parole di San Giacomo sul domandare a Dio la sapienza ci accorgeremo che egli altro non fa che compiere un’ermeneutica dell’approccio monastico che viviamo ogni giorno: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (Gc 1,2-4).

Il discernimento come la più grande virtù monastica

Gli apoftegmi dei Padri del deserto ci narrano che alcuni monaci si riunirono presso abba Antonio per discutere su quale fosse la virtù che il monaco deve lottare per acquisire. Alcuni dissero la preghiera, altri il digiuno, altri la veglia, altri l’umiltà. Ma la risposta di sant’Antonio fu diversa: “Sì, è vero, tutte queste virtù da voi citate sono utili e di esse hanno bisogno tutti coloro che cercano Dio e desiderano avvicinarsi a lui. Ma spesso abbiamo visto persone far perire i propri corpi dedicandosi con rigore ai digiuni e alle veglie, ritirandosi in solitudine nei deserti, e praticando la privazione, tanto che bastava loro il vitto di un solo giorno e davano in elemosina tutto ciò che possedevano. Tuttavia li abbiamo visti sviare dalla retta via e cadere, vanificando tutte queste virtù e divenendo disprezzati. La causa di tutto ciò è che non hanno praticato il discernimento” (Bustan al-Ruhban, detto 32). Lo stesso Antonio dice: “Vi sono persone che hanno logorato il proprio corpo nell’ascesi e che, non avendo avuto discernimento, hanno finito per allontanarsi da Dio” (Antonio 8).

Come esercitarsi a discernere?

Abba Antonio ha sottolineato con insistenza l’importanza della purificazione e della santificazione dell’anima al fine di giungere all’illuminazione. Afferma ad esempio: “L’anima pura è santificata ed è illuminata da Dio perché sia limpida. Allora il suo intelletto pensa ciò che è buono e da esso sgorgano tendenze e azioni buone” (Antonio 52).

Dice inoltre: “Nel corpo la vista è data dagli occhi, nell’anima dall’intelletto. E come il corpo privo di occhi è cieco e non vede il sole, la terra tutta, il mare scintillante e neppure può godere della luce, così anche l’anima che non ha intelletto buono e onesto modo di vita è cieca e non contempla Dio, creatore e benefattore di tutti, non lo glorifica e non può pervenire al godimento della sua incorruttibilità e dei beni eterni” (Antonio 118).

L’importanza dell’acquisizione del discernimento

Il discernimento, in generale, mira a identificare il modo migliore di agire in una determinata circostanza nella quale potrebbe essere richiesta un’azione diversa da quanto generalmente atteso. Abba Giovanni Colobos ritenne che era giusto per lui farsi servire da un anziano, nonostante tutti si attendessero che lui, essendo il più giovane monasticamente, rifiutasse un tale comportamento. È chiaro che un simile procedere da parte sua va ascritto al suo discernimento personale.

Discernimento e paternità spirituale

Il discernimento è anche alla base della paternità spirituale e dell’insegnamento monastico. Una delle più importanti utilità del discernimento è che esso rende capace il padre spirituale di insegnare ai fratelli come comprendere e agire nel modo migliore di fronte alle prove a cui sono sottoposti. Ciò implica il fatto che il padre spirituale è chiamato, mediante il discernimento, a indicare ai fratelli anche modalità di azione dannose o erronee.

“Il padre Abramo, discepolo del padre Agatone, chiese al padre Poemen: ‘Come mai i demoni mi combattono?’. ‘Ti combattono i demoni? – gli dice il padre Poemen -. Non combattono contro di noi, finché facciamo le nostre volontà; infatti le nostre volontà sono demoni, e sono esse che ci tormentano, finché le compiamo. Vuoi vedere con chi combatterono i demoni? Con Mosè e quelli simili a lui’”(Poemen 68).

Il fratello viene convinto da abba Poemen che è inutile preoccuparsi troppo di ciò che i demoni fanno contro di lui. La vera lotta di questo monaco consiste nel vincere la sua propria volontà. Questo è ciò che conta di più.

+ Anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tratto da Monastero di Bose – Finestra Ecumenica

 

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“E il Logos si è fatto carne e ha posto la tenda in noi” (Gv 1,14) (commento di Cirillo di Alessandria)

Tue, 14/08/2018 - 08:04

E il Logos si è fatto carne

Affronta apertamente, con queste parole, il discorso della incarnazione. Spiega infatti chiaramente che l’Unigenito è divenuto, ed è chiamato, Figlio dell’uomo. Questo è il significato della frase: “Il Logos si è fatto carne”. È lo stesso come se avesse detto: È diventato uomo. Quella affermazione non presenta nulla di strano o d’insolito giacché molte volte la sacra Scrittura con il termine della sola carne, vuole parlare di tutto l’animale come, per esempio, in quella frase che leggiamo nel profeta Gioele: “Riverserò il mio spirito su ogni carne” (Gio 3,1). Non dobbiamo credere che, secondo il Profeta, il divino Spirito sarà riversato sulla sola e inanimata carne: questa interpretazione sarebbe semplicemente ridicola. Ma, indicando con la parte il tutto, col vocabolo carne il Profeta vuole indicare l’uomo. E non potrebbe essere altrimenti. È bene spiegare, mi pare, per quale motivo sia così.

L’uomo è certamente un animale razionale ma composto, composto cioè di anima e di questa carne fragile e terrena. Essendo stato creato da Dio e portato alla luce, non avendo, per sua natura, la qualità di essere incorruttibile e immortale (queste qualità appartengono, per natura, solo a Dio), ebbe l’impronta della vita dello Spirito, conseguendo da parte di Dio, il bene che supera la natura: “Soffiò – dice – sul suo volto un alito di vita, e così l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7).

Quando poi per il suo peccato fu punito, l’uomo si sentì giustamente dire: “Sei terra, e nella terra ritornerai” (Gen 3,19), fu privato della grazia, e dalla sua carne si allontanò l’alito di vita, ossia lo Spirito di colui che dice: “Io sono la vita” (Gv 14,6). Così egli, che era vivente, cadde nella morte per la sola carne, ma l’anima conservò l’immortalità, giacché alla sola carne fu detto: “Sei terra, e nella terra ritornerai”. Era necessario, dunque, che fosse salvato al più presto e fosse richiamato all’immortalità, mediante l’unione alla vera vita, ciò che nell’uomo era maggiormente esposto al pericolo. Occorreva che ciò che era malato fosse liberato dalla malattia. Occorreva, insomma, che si annullasse il senso di quelle parole: “Sei terra, e nella terra ritornerai”, attraverso cioè l’unione ineffabile del Logos, che tutto vivifica, con il corpo che era caduto in disgrazia. Era conveniente cioè che la carne, una volta che fosse diventata del Logos, divenisse partecipe della sua immortalità.

Sarebbe assurdo che il fuoco possa comunicare alla materia la qualità della sua potenza naturale, e quasi, in un certo senso, trasformare in se stesso quella in cui è per partecipazione, e che invece il Logos, il quale è al di sopra di tutto, non possa dare alla carne il suo proprio e naturale bene, cioè la vita. 

Per questo motivo, penso, il santo evangelista ha detto, riferendosi soprattutto alla parte animale, che il Logos di Dio si è fatto carne. In questo modo stavano assieme la ferita e la medicina, il malato e il medico, ciò che è caduto nella morte e colui che l’ha portato alla vita, ciò che è soggiaciuto alla corruzione e chi allontana la corruzione, ciò che è stato vinto dalla morte e il vincitore della morte, chi è stato privato della vita e chi dà la vita. Non dice poi che il Logos è venuto alla carne, ma che è diventato carne, perché tu non abbia a sospettare che egli sia solamente apparso come apparve ai profeti o ad altri santi: egli, invece, si è fatto veramente carne, cioè uomo. Così abbiamo detto prima.

Perciò egli [il Logos] è anche Dio, per natura, nella carne e con la carne, perché egli aveva la sua propria carne; e tuttavia deve ritenersi qualcosa di diverso da essa e in essa, e deve essere adorato con essa, secondo quando dice Isaia: “Uomini alti passeranno a te e saranno tuoi servi; dietro di te verranno in catene, e ti adoreranno e ti diranno supplichevoli: In te è Dio, e non c’è altro Dio al di fuori di te” (Is 45,14).

Ecco, dicono, anche in lui c’è Dio, e non separano la carne dal Logos. E, di nuovo, confermano che non vi è altro Dio al di fuori di lui, unendo al Logos il mezzo che lo porta, come suo proprio, cioè il tempio nato dalla Vergine: Cristo è, infatti, uno solo formato da tutti e due, dal Logos e dalla carne.

E ha posto la tenda in noi

L’evangelista spiega utilmente ciò che è stato detto, ed espone più chiaramente il suo insegnamento. Avendo detto che il Logos si è fatto carne, affinché qualcuno, per la sua forte ignoranza, non sospettasse che egli aveva lasciato la sua propria natura, e si era trasformato realmente in carne, e che soffriva ciò che assolutamente non può soffrire (Dio è, infatti, in ragione della sua natura, ben lontano da qualsiasi trasformazione e cambiamento), giustamente il Teologo aggiunge subito: “E ha posto la tenda in noi”.

Riferendosi infatti a due cose significate, cioè a colui che abita e a ciò in cui si abita, puoi di qui capire che egli non si è trasformato in carne, ma piuttosto abita nella carne, come colui che usa del proprio corpo, cioè di quel tempio che è nato dalla santa Vergine: “In lui, infatti, abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”, come dice Paolo (Col 2,9). Che anzi, egli afferma utilmente che il Logos abita anche in noi, svelandoci anche questo sublime mistero. Tutti, infatti, siamo in Cristo, e la comune natura umana fruisce della sua vita in lui.

Infatti, per questo è stato chiamato anche nuovissimo Adamo, perché, con la partecipazione della natura, arricchisce tutti verso la felicità e la gloria, mentre il primo Adamo, invece, trasmise la corruzione e l’ignominia (cf. 1Cor 15,45-49). Così il Logos ha posto la tenda in noi per mezzo di un solo corpo, affinché, essendosi rivelato un solo Figlio di Dio nella potenza, la sua dignità si riversasse, secondo lo Spirito di santità, in tutta l’umanità, e così, per mezzo di uno di noi, raggiungessimo anche noi quelle parole: “Divini voi siete, e figli dell’Altissimo voi tutti” (Sal 82,6).

Dunque, in Cristo la natura serva diviene realmente libera, elevata alla unione mistica con lui che porta l’aspetto di servo. In noi invece è per somiglianza di lui, a causa della parentela della carne. Altrimenti, perché non assunse la natura degli angeli, ma quella della stirpe di Abramo, per cui sarebbe stato assimilato in tutto ai fratelli (cf. Eb 2,16-17), e sarebbe diventato veramente uomo?

Non è forse chiaro a tutti che si abbassò alla natura di servo, non ricavando da questa condizione nessun vantaggio, ma diede se stesso a noi perché fossimo arricchiti per mezzo della sua povertà (cf. 2Cor 8,9) e, elevandoci mediante la somiglianza con lui, al suo proprio e ineffabile bene, diventassimo, per mezzo della fede, dèi e figli di Dio?

Ha posto la tenda, infatti, in noi colui che, per natura, è Figlio e Dio. Perciò, nello Spirito di lui gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15). Il Logos abita in tutti, in un tempio cioè che assunse per noi e da noi, affinché, avendoci tutti in se stesso, riconciliasse tutti in un solo corpo, come dice Paolo (cf. Ef 2,16).

Cirillo di Alessandria
Commento a Giovanni I, IX, ed. Città nuova, pp. 154-158
(con qualche modifica sostanziale, sulla base di una revisione sul testo greco)

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Le prove sono espressione dell’amore di Dio (anba Epiphanius)

Sun, 05/08/2018 - 13:37

San Paolo Apostolo ha evangelizzato in nome di Cristo in Oriente e in Occidente. Ha reso testimonianza a Cristo davanti a re, governatori e filosofi, davanti ai capi dei sacerdoti giudei, nelle loro sinagoghe, e ha portato molti alla salvezza. È stato rapito verso il terzo cielo e ha ascoltato parole ineffabili e impronunciabili (cf. 2Cor 12,4). A lui è stato anche dato il carisma dell’esorcismo, quello della guarigione e perfino quello della resurrezione dei morti. Pur tuttavia lo ascoltiamo dire che gli è stata data una spina nel corpo a causa della quale ha supplicato Dio più volte di togliergliela (cf. 2Cor 12,7-9). Ma Dio non lo ha esaudito.

Perché i cristiani sperimentano il dolore? Perché subiscono le correzioni da parte del Signore? Nella Lettera agli Ebrei, leggiamo che i credenti, a causa della loro fede, sono stati ingiuriati, perseguitati, incarcerati, derubati. La lettera menziona che hanno sopportato queste sofferenze dopo aver ottenuto l’illuminazione, cioè il battesimo:

Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi (Eb 10,32-34).

Queste tribolazioni sono state capaci di far quasi perdere loro la fede, tanto da spingere l’Apostolo a incoraggiarli ad aggrapparsi alla loro fiducia in Dio: “Non abbandonate dunque la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso” (Eb 10,35-36).

A volte  alcuni cristiani si chiedono: quale lezione vuole darci Dio attraverso le sofferenze? Quando il cristiano comprende ciò che Dio intende fare mediante le prove, riesce a pazientare e a sopportare il dolore. Nella lettera agli Ebrei l’Apostolo descrive le sofferenze chiamandole “correzioni” di Dio: “Perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio” (Eb 12,6; Prov 3,12). Come possono le prove e le sofferenze essere il segno dell’amore di Dio e la prova che noi siamo divenuti suoi figli?

Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo prima di tutto conoscere il significato della parola “correzione”, poi comprendere lo scopo che hanno per Dio le correzioni e chi è, rispetto a noi, l’obiettivo finale di queste correzioni.

Il verbo “correggere” è la traduzione del verbo greco παιδεύω e questo termine ha sue sensi principali che si completano a vicenda. Il primo senso: educare, addestrare, insegnare. Il secondo: correggere, punire. E quest’ultimo senso ha a che fare con la punizione e la correzione a cui vengono sottoposti i bambini[1].

Il sostantivo “correzione” in greco è reso con παιδεία che include i significati precedenti ed esprime il processo educativo e formativo nel mondo greco. Questo senso appare negli Atti degli Apostoli, quando si parla del profeta Mosè: “Così Mosè venne educato (ἐπαιδεύθη) in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere” (At 7,22).

Nella Bibbia, nell’Antico Testamento, esistono due termini ebraici che indicano l’insegnamento e l’addestramento mediante la punizione finalizzati al perfezionamento: יָסַר che significa correggere o educare e מוּסָר che significa correzione, educazione o insegnamento[2].

Quando nell’antichità Dio realizzava il suo patto con il popolo d’Israele li correggeva con amore per attirarlo a sé. Il Profeta Geremia afferma a tal proposito: “Perché io sono con te per salvarti. Oracolo del Signore. Sterminerò tutte le nazioni tra le quali ti ho disperso, ma non sterminerò te; ti castigherò secondo giustizia, non ti lascerò del tutto impunito” (Ger 30,11).

Nella relazione che Dio aveva con il suo popolo appare l’immagine del Padre amorevole: “Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Se farà il male, lo colpirò con verga d’uomo e con percosse di figli d’uomo, ma non ritirerò da lui il mio amore, come l’ho ritirato da Saul, che ho rimosso di fronte a te” (2Sam 7,14-15).

I due termini ebraici yasar e musar non vengono usati nel descrivere la punizione di animali o di bestie né vengono utilizzati nelle punizioni che Dio faceva ricadere sulle genti straniere. Indicano, cioè, soltanto la correzione che Dio imponeva al suo popolo. Il profeta Mosè disse al popolo di Israele: “Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te” (Deut 8,5). Allo stesso modo afferma il sapiente Salomone: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Prov 3,11-12). Inoltre dice il profeta Davide: “Il Signore mi ha castigato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte” (Sal 118,18).

Quando fu realizzata la traduzione dell’Antico Testamento in greco, la cosiddetta versione dei Settanta, le due parole ebraiche yasar e musar furono tradotte nella maggior parte dei casi con il verbo παιδεύω e derivati, di cui sopra[3]. I traduttori tennero sempre davanti ai loro occhi la relazione d’amore di Dio come padre che educa i propri figli e non la concezione greca dell’educazione come punizione secondo i canoni formativi del mondo greco.

L’amore che Dio esprime nell’educare i propri figli diverge profondamente, anzi talvolta è agli antipodi, rispetto al modello educativo che il mondo antico prevedeva per la correzione dei bambini. Nel primo secolo dopo Cristo i bambini non avevano alcun diritto all’educazione e alla formazione. Non avevano nemmeno il diritto alla vita. Nelle società greco-romane, i genitori avevano il diritto di abbandonare i propri figli e non erano tenuti a provvedere al loro mantenimento e alla loro istruzione. Nel mondo antico i figli potevano ricevere un’istruzione (paideia) ma quest’istruzione non esprimeva necessariamente l’amore dei loro genitori.

Ciò differisce dal bambino nel mondo cristiano (o giudaico) che ricevevano un’educazione o si sottometteva alla correzione perché essa gli era utile per la sua propria salvezza. Timoteo ricevette la sua istruzione dall’infanzia e fu educato ai principi delle Sacre Scritture perché la Parola di Dio “è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia” (2Tim 3,15-17).

La volontà di Dio è di convertire il cuore dei padri verso i figli (cf. Ml 3,24) per insegnare loro i suoi comandamenti (cf. Deut 6,7). San Paolo ha, inoltre, raccomandato ai padri di educare i loro figli “nella disciplina e negli insegnamenti del Signore” (Ef 6,4). Il padre esprime il suo amore per il figlio educandolo e insegnandogli, anche se è costretto a utilizzare la correzione.

Allo stesso modo, le correzioni di Dio ci rivelano che abbiamo un Padre celeste che ci ama e che si occupa lui stesso di educarci e di disciplinarci. L’autore della lettera agli Ebrei aveva in mente l’amore di Dio per i suoi figli quando scrisse i seguenti versetti:

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? (Eb 12,7-9).

Se guardiamo alla Lettera agli Ebrei (12,5-11) troveremo che il verbo “correggere” (παιδεύω) viene ripetuto ben otto volte. Questi versetti indicano chiaramente lo scopo che Dio in mente rispetto alla correzione.

L’autore della lettera poteva benissimo utilizzare altri termini che esprimevano sfumature più volente della correzione e della punizione.

  1. Esiste, infatti, il verbo κολάζω che indica la correzione disciplinare ma non necessariamente a scopi educativi e formativi. È il verbo utilizzato negli Atti degli Apostoli durante il processo agli Apostoli Pietro e Giovanni davanti ai capi dei sacerdoti: “Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo poterli punire (κολάσωνται), li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto” (At 4,21).
  2. Il verbo τιμωρέω indica, invece, il castigo a scopo di vendetta. È la giusta punizione che la parte lesa infligge a chi la ha offesa: “Di quanto peggiore castigo (τιμωρίας) pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?” (Eb 10,29).
  3. Il verbo διχοτομέω indica infliggere la massima pena e significa letteralmente “fare il colpevole a pezzi”: “Il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 24,50-51).
  4. Il verbo ἐκδικέω indica il castigo per vendetta: “Non fatevi giustizia (ἐκδικοῦντες) da voi stessi” (Rm 12,19).
  5. Il verbo ζημιόω indica la punizione che porta a una perdita: “Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito (ζημιωθήσεται); tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco” (1Cor 3,15).

Nei testi letterari antichi questi termini indicano indifferentemente o la punizione divina o quella umana. I criminali venivano spesso puniti mediante punizioni corporali, il pagamento di sanzioni oppure venivano messi ai lavori forzati in delle miniere. Gli schiavi venivano puniti con tutti i metodi che piacevano al padrone.

L’autore della Lettera agli Ebrei, invece, non ha scelto alcuno di questi termini per descrivere il mistero delle sofferenze nella vita cristiana. Ma ha offerto un’immagine viva della correzione di Dio verso i suoi figli che ha come scopo quello di farli avanzare spiritualmente. L’amore paterno è il pilastro centrale sul quale è costruito tutto lo scopo a cui Dio mira mediante la correzione.

Ma quale è lo scopo delle sofferenze per il cristiano? La Scrittura afferma che la correzione è dolorosa e amara (cf. Eb 12,11). Non possiamo ignorare questa verità. Ma non dobbiamo dimenticare che nei momenti bui l’amore di Dio appare luminosa e lo conosciamo da vicino. Dio ci corregge prima di tutto “allo scopo di farci partecipi della sua santità” (Eb 12,10). Poi perché vuole che noi sperimentiamo come ottenere dalla correzione la pace e la giustizia (Eb 12,11). Egli, inoltre, ci rafforza e ci rinvigorisce con la correzione per poi usarci per curare le debolezze degli altri: “Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb 12,12-13). O come dice l’Apostolo Paolo: “Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1,4).

Queste benedizioni che il credente ottiene mediante la correzione e le sofferenze fanno del dolore una necessità che bisogna sopportare. Teniamo sempre davanti agli occhi le benedizioni che abbiamo ottenuto grazie alle sofferenze attraversate dal Signore Gesù: “Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Il Signore Gesù ha sopportato la croce e le umiliazioni da dei peccatori in vista della gioia posta davanti a lui, poi si è seduto alla destra della Potenza nell’alto dei cieli (cf. Eb 12,2-3). Le sue sofferenze ci hanno portato la salvezza, perciò non dobbiamo disperare o infiacchirci a causa delle nostre sofferenze (cf. Eb 12,3).

Sì, l’Apostolo Paolo ha lottato per predicare il Vangelo e ha ottenuto il carisma dell’insegnamento, della guarigione e altri carismi dello Spirito Santo. Ma la spina che aveva conficcata nella carne è stata per lui il carisma più grande perché è stata questa spina ad aver custodito tutti questi carismi. San Paolo stesso spiega questo dato con il suo tipico stile dicendo:

Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore […] Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12,1.7-10).

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo da: Anba Epiphanius, Mafahim ingiliyya, pp. 284-292

[1] Theological Dictionary of the New Testament, V, pp. 608-612.

[2] Theological Dictionary of the New Testament, VI, pp. 127.134.

[3] Cf. P. R. Gilchrist, יסר, in Theological Wordbook of the Old Testament, I, Moody Press, 1980, pp. 386-387.

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Crocifisso per me (Anba Epiphanius)

Fri, 03/08/2018 - 10:07

Natidallospirito.com si unisce con la preghiera alla sofferenza dei monaci del Monastero di San Macario il Grande e a quella dei fratelli copti per l’improvvisa scomparsa del monaco, abate, vescovo e studioso anba Epiphanius, ucciso barbaramente. Cercheremo di pubblicare quanto più possibile piccoli articoli scritti dal nostro padre Epiphanius per rendere degna memoria a un uomo di straordinaria umanità, mitezza, umiltà, sapienza, amore. Per il suo sangue innocente e le sue intercessioni, il Signore abbia compassione del monastero, dei monaci, della Chiesa copta e del suo Patriarca Tawadros, e non permetta che le tenebre trionfino sulla luce, l’odio sull’amore, l’arroganza sulla mitezza.

Abbiamo già pubblicato negli scorsi anni alcuni articoli del nostro padre Epiphanius che mettiamo a disposizione di nuovo a tutti coloro che desiderino conoscerlo meglio:

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius) Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius) Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Nel tropario che si ripete molte volte durante la Settimana santa diciamo nella prima parte: “A te la forza, la gloria, la benedizione e la potenza per l’eterno, amen. O Emmanuele nostro Dio, nostro Re”. Lo diciamo al plurale. Nel secondo brano recitiamo: “O mio Signore Gesù Cristo mio buon Salvatore”. Il testo è al singolare. Lo scopo è confermare che ciò che ha compiuto Cristo sulla Croce necessita di una fede personale per poter essere accolto. Allo stesso tempo afferma che Cristo quando è morto sulla Croce è morto per me e per te, personalmente, è morto per ogni essere umano in mezzo a noi, ognuno con il suo nome e la sua persona. Perciò vediamo che l’Apostolo Paolo conferma questa dimensione personale dicendo: “Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).

Nel Credo che la Chiesa recita ogni giorno, troviamo questa espressione: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, si è incarnato dallo Spirito Santo e da Maria Vergine, si è fatto uomo e fu crocifisso per noi”. Quest’importante formulazione teologica indica che la crocifissione di Cristo sulla Croce avvenne per me e per te. Il suo amore per noi è un amore personale e profondissimo. Possiamo ripetere con il profeta Isaia il canto del servo sofferente mantenendolo al plurale, ma nulla ci vieta di pronunciarlo al singolare: “Egli si è caricato delle mie sofferenze, si è addossato i miei dolori […] Egli è stato trafitto per le mie colpe, schiacciato per le mie iniquità. Il castigo che mi dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe io sono stato guarito” (Is 53,4-5).

Nel libro “Compendio della vita di Gesù Cristo”, il fisico, filosofo, matematico e scrittore francese Blaise Pascal (1623-1662) – uno dei più grandi intellettuali che l’umanità abbia mai generato – ricorda la storia della sua conversione. Scrive: “A mezzanotte del 23 novembre 1654 il Signore Gesù mi ha parlato dicendo: ‘Blaise, pensavo a te durante le mie sofferenze’”. Quest’esperienza fu all’origine della fede di questo filosofo. Ebbe la certezza che l’evento della Croce di Cristo fosse per lui personalmente. È come se Cristo gli avesse detto: “Blaise, è per te che ho sopportato tutto questo”. Il Signore Gesù ha sofferto, è morto, è stato seppellito ed è risorto di nuovo, non genericamente per l’umanità, ma, specificamente, per ogni singolo essere umano.

Il grande santo russo Tichon di Zadonsk (1724-1783) scrive in questo stesso senso: “Ti hanno venduto, o Signore, ti hanno consegnato ai peccatori, affinché tu donassi a noi schiavi la libertà. Ti sei sottomesso a un processo iniquo, o tu che giudichi tutta la terra, affinché noi potessimo salvarci dal giudizio eterno. Ti sei spogliato per rivestirci del manto della salvezza. Hanno posto sulla tua testa una corona di spine affinché noi ottenessimo la corona della vita. Sei stato posto in una tomba per farci risorgere dalla morte della tomba. Ciò hai fatto per noi tuoi servi indegni, o Signore”.

Non possiamo comprendere a pieno la Croce e la Risurrezione se non sperimentiamo che ciò che Cristo ha compiuto lo ha compiuto per noi, per ogni singola persona.

Un grande Venerdì (Venerdì santo) accadde che tre giovani passarono davanti a una chiesa di Parigi e notarono una lunga fila di fedeli in attesa di confessarsi. Non credendo, i tre ragazzi in Cristo iniziarono a prendere in giro i fedeli dicendo che tutto ciò che era accaduto in questo giorno – il venerdì della Crocifissione – era soltanto una farsa storica. Uno di loro decise di entrare e di parlare con il sacerdote per dirgli cosa pensava di Cristo e della cristianità. Quando il ragazzo vide il prete gli disse: “Stavamo camminando fuori dalla chiesa e abbiamo visto tutta questa gente in attesa di confessarsi. Visto che è tutta una buffonata abbiamo deciso di entrare e di dirtelo”. Al che rispose il sacerdote: “D’accordo. Ma, prima di uscire dalla chiesa, ti chiedo una sola cosa: vai davanti all’altare principale e guarda Gesù appeso sulla croce e digli: ‘Sei morto per me, o Cristo, ma non me ne importa niente’. Voglio che tu lo ripeta tre volte. Poi puoi uscire”. Il ragazzo acconsentì e andò verso l’altare. Guardò il corpo del Signore Gesù appeso alla Croce e a stento riuscì a dire: “Sei morto per me…” e subito si allontanò dall’altare. Il prete lo fermò e gli disse: “Mi hai promesso di dirlo tre volte”. Il giovane, titubante, ritornò. Guardando Cristo gli si bloccarono le parole in gola ma alla fine disse: “Sei morto per me…” e di nuovo si allontanò dall’altare. Il prete lo fermò di nuovo e gli disse: “L’hai promesso, tre volte”. Ritornò di nuovo con grande perplessità e iniziò a guardare la Croce, contemplando a lungo le ferite del Crocifisso. Poi andò verso il sacerdote e gli disse: “Padre, voglio confessarmi”.

Chi è capace di guardare al Signore Gesù Crocifisso per noi e non dire: “Abbi compassione, Signore, perché sono un peccatore”?[1]

Messaggio d’amore

La Croce non è soltanto una verità a se stante ma è anche una finestra attraverso la quale contemplare un’altra grande verità: l’amore di Dio per gli esseri umani: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Dio non è più silenzioso, non è più nascosto lontano dalla nostra sofferenza come in passato: “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore” (Is 45,15). Dio ha rinunciato a essere nascosto e dalla croce ha mostrato il suo amore.

“In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

“Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,4-5).

“Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).

“Voi sapete che non a prezzo di cose effimere […] ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,18-19).

“In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia” (Ef 1,7).

Dopo ciò hai avuto compassione di noi in quando Dio buono e amico degli uomini. Hai voluto salvarci dalla mano di colui che ci teneva prigionieri. Hai voluto farci ritornare di nuovo al Paradiso della delizia. Hai inviato i tuoi profeti ma non hanno potuto salvarci. Hai donato la Legge ma non è divenuta per noi un aiuto. Allora ti sei compiaciuto di tua volontà di donarti alla morte per noi e per la vita del mondo[2].

Un sacerdote andò un giorno a rendere visita a un uomo in fin di vita. Ovviamente non era in grado di ascoltare un’omelia prima di andare in cielo. Il sacerdote, allora, prese semplicemente una croce con sopra il Crocifisso, la avvicinò agli occhi del malato e gli disse: “Guarda quanto è grande l’amore di Dio per te”.

Quando Cristo è morto sulla croce fu come se ci dicesse: “Potete fare ciò che volte ma non riuscirete ad arrestare il mio amore per voi. Potete picchiarmi, schiacciarmi, fustigarmi, potete uccidermi sulla Croce, ma io non smetterò di amarvi. Questo è il mio grande amore per voi: ‘Padre, perdona loro’. Tutto ciò che è avvenuto sul Golgota è una finestra attraverso la quale riusciamo a vedere il cuore della persona che ama e soffre per noi. Gli uomini avevano offerto a Dio numerosi sacrifici per molti secoli. Sul Golgota, invece, abbiamo visto Dio offrire se stesso come sacrificio di riscatto per gli esseri umani: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Questo è l’amore di Dio per ognuno di noi.

Mi ama davvero?

Un pastore una volta raccontò: “La persona più felice che ho conosciuto era un uomo che a quindici anni si era fratturato la spina dorsale cadendo. Per quarant’anni rimase bloccato a letto. Probabilmente non è passato giorno senza che soffrisse di dolori lancinanti ogni qual volta provava a muoversi. Un giorno gli chiese un amico: ‘Il demonio non ti ha mai fatto la guerra cercando di farti dubitare di Dio, mettendoti in testa che è un Dio crudele?’. Gli rispose con spontaneità: ‘Sì, ci ha provato molto spesso. Quando mi sedevo e vedevo i miei vecchi amici di scuola uscire con le loro auto, satana mi diceva: ‘Se Dio è buono, perché ti ha lasciato per tutti questi anni bloccato a letto? Ora saresti potuto essere un uomo ricco alla guida di una limousine!’. Quando vedevo una persona che conoscevo dall’infanzia camminare in buona salute, satana mi bisbigliava all’orecchio: ‘Se Dio ti ama non poteva farti evitare questo destino doloroso?’. L’amico allora gli chiese: ‘Come rispondi a satana in questi casi?’. Rispose subito dicendo: ‘Lo porto sul Golgota e gli mostro Gesù. Gli indico le profonde ferite nelle mani, nei piedi e nel fianco e gli dico: ‘Esiste amore più grande di questo?’”[3].

Prezioso agli occhi di Dio

Così come la Croce ci mostra l’amore di Dio per noi, essa rivela anche quanto sei prezioso agli occhi di Dio. Se un uomo offre la sua vita per te, sarai certamente una persona importante. Se questa persona è Dio stesso, significa che sei estremamente importante. Così come giudichiamo il valore di un quadro dal prezzo pagato per acquistarlo così possiamo valutare noi stessi a partire dal prezzo di riscatto che Dio ha pagato per noi: “Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,18-19).

Un bambino andò in chiesa per la prima volta. Era un venerdì santo. Ascoltò con molta attenzione il racconto della crocifissione del Signore Gesù e il suo grande amore per noi: come aveva sofferto per noi, come ci aveva perdonato i peccati offrendoci la vita eterna. Alla fine della liturgia del venerdì santo, le persone tornarono a casa. Questo bambino non capiva come fosse possibile che le persone andassero via come se non fossero interessati a ciò che avevano ascoltato. Allora, si mise a sedere su una sedia e iniziò a piangere. Gli si avvicinò il padre dicendo: “Figliolo, non devi farti coinvolgere così tanto, altrimenti la gente penserà che sei immaturo”[4].

Sembra che ciò sia quanto a volte accade a noi quando partecipiamo alla liturgia di questo grande giorno, anno dopo anno. Usciamo dalla chiesa come se avessimo assistito alla recita del venerdì santo, senza comprendere il valore della grande redenzione che Cristo ha realizzato per noi, il valore dell’amore che lo ha spinto a offrire se stesso per noi: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due [giudei e pagani] ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne […] per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,  facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia” (Ef 2,13-16).

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo da: Anba Epiphanius, Mafahim ingiliyya, pp. 202-210

[1] Cf. Anthony M. Coniaris, Orthodoxy: A Creed for Today, pp. 131-132.

[2] Eucologio del Monastero bianco, ed. anba Epiphanius, Madrasat al-Iskandariyya, 2014, p. 110.

[3] Cf. Anthony M. Coniaris, Orthodoxy: A Creed for Today, p. 134.

[4] Cf. Anthony M. Coniaris, Orthodoxy: A Creed for Today, p. 146.

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