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Updated: 1 hour 33 min ago

Anba Epiphanius, erede dello spirito di San Macario (in occasione del secondo anniversario del suo martirio)

Tue, 28/07/2020 - 22:11

Anba Epiphanius (1954-2018)

In occasione del secondo anniversario del martirio di anba Epiphanius, vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande, che lasciava questo mondo transeunte attorno alle 3 dell’alba del 29 luglio 2018, proponiamo un brano tratto dall’ultimo libro uscito in italiano “L’arte dell’essere monaco”, per i tipi di San Macario Edizioni, supplicando il Signore che il suo sacrificio non sia invano e che il suo sangue innocente sia seme di rinnovamento e di conversione.

Vorremmo evocare un’immagine che può aiutarci a farci strada nel cuore di anba Epiphanius. Nel Monastero di San Macario sono conservate molte reliquie. Le reliquie dei tre Macari[1], poste in tre cilindri lignei, rivestono una grande importanza, e in particolare quelle di San Macario il Grande, fondatore del monachesimo di Scete. Tra le altre reliquie importanti vi sono quelle di San Giovanni Battista, Precursore del Signore, quelle di Sant’Eliseo profeta, discepolo di Elia, e quelle di San Giovanni Kolobós[2]. Ora, anba Epiphanius sembra aver ottenuto da Dio un po’ dello spirito di questi quattro santi. A un prete australiano che gli chiese nel luglio 2018 che cosa fosse cambiato in lui dopo l’abbaziato, anba Epiphanius disse esplicitamente:

Il Signore mi ha dato lo spirito di San Macario: vedo le persone peccare ed è come se non le vedessi.

Quest’espressione riprende un famoso detto di San Macario:

Dicevano del padre Macario il Grande che diventò, come sta scritto, un dio sulla terra (cf. Sal 81,6). Infatti, come Dio copre il mondo con la sua protezione, così il padre Macario copriva le debolezze che vedeva come se non le vedesse e quelle che udiva come se non le udisse[3].

Dunque l’abate di San Macario era conscio di aver ricevuto lo spirito del grande santo del deserto. A giudicare dalle sue parole e dalla sua vita, questa certezza che lo sosteneva nell’opera quotidiana di abate appare evidente. In questo, assomiglia a Sant’Eliseo, il discepolo amato di Elia, che ha chiesto al suo maestro, prima che fosse rapito in cielo sul carro di fuoco, di poter avere una doppia parte del suo spirito (cf. 2Re 2,9). Anba Epiphanius, questo moderno Eliseo, ha chiesto e ha ottenuto lo spirito di San Macario. Inoltre, la vita di anba Epiphanius, in particolare gli ultimi anni in cui è diventato un personaggio pubblico, ci ha dimostrato quanto egli possedesse, perlomeno in parte, lo spirito di Giovanni Battista. Anba Epiphanius non aveva la severità del Battista (sebbene avesse certamente il suo spirito ascetico), non immaginava un Cristo che tiene in mano la pala per ripulire l’aia dai malvagi e che brucia la paglia con un fuoco inestinguibile (cf. Mt 3,12). Tuttavia, anba Epiphanius, come Giovanni, non ha mai cercato di prendere il posto di Cristo: “Egli confessò e non negò. Confessò: ‘Io non sono il Cristo’” (Gv 1,20). E, nel fare questo, ha sempre indicato la fonte di ogni bene, il Cristo, nel quale abbiamo una salvezza così grande: “Fissando lo sguardo su Gesù che passava disse: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!’” (cf. Gv 1,36.29). Anba Epiphanius è stato la voce mite di uno che grida “dal” deserto, sperando, fino all’ultimo, nella trasformazione dei malvagi (cf. Gv 1,23). È stato l’esempio vivente di che cosa significhi: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30). Infine, non è necessario ora dire molto su Giovanni Kolobós, perché se ne parlerà abbondantemente nelle prossime pagine. Basti ricordare una sola frase che disse di lui un monaco e che lo collega, senza dubbio, allo spirito con cui ha vissuto anba Epiphanius: “Ma chi è questo padre Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?”[4].

Dunque, anba Epiphanius si è posto coscientemente sul percorso tracciato da questi quattro santi. Di ognuno di loro ha preso qualche peculiarità ma, a giudicare da quello che ha espresso verbalmente, possiamo dire che si sentisse investito in particolare dello spirito di San Macario, un monaco e un padre di monaci che è stato sempre profondamente trasparente con se stesso; un monaco che ha fatto della semplicità la sua bussola quotidiana; un monaco che si è rifiutato di giudicare gli altri; un monaco che si considerava sempre in cammino e mai giunto a perfezione; un monaco che ha dimostrato come la misericordia fosse espressione di divinizzazione; un monaco che ha vissuto come essere escatologico vivendo nell’attesa della parusia di Cristo e della vita del secolo venturo.

L’abbaziato di anba Epiphanius, dunque, ha guardato costantemente all’opera spirituale di San Macario. Su di essa si era innestata, già in precedenza, l’opera monastica di padre Matta el Meskin che, al Monastero di San Macario, ha realizzato non solo una rifondazione architettonica ma anche una intensa rinascita spirituale, riposizionando il monastero sull’antica scia macariana attraverso un ritorno alle fonti e allo spirito che animava il monachesimo antico di Scete.

Questa figliolanza spirituale di anba Epiphanius nei confronti sia del padre del monachesimo di Scete che del suo rifondatore appare evidente soprattutto se si guarda in controluce la sua paternità spirituale, negli anni del suo abbaziato. Certamente ci sarebbe da dire moltissimo sulle analogie, spesso straordinarie, che legano questi tre monaci scetioti, ma nelle pagine che seguono tracceremo solo alcuni dei più importanti percorsi comuni.

Per molti anni, anba Epiphanius aveva visto concretamente realizzato lo spirito di San Macario attraverso sia gli scritti che la vita quotidiana di padre Matta el Meskin. È interessante che abuna Matta disse qualcosa di molto simile a quanto espresso da anba Epiphanius a proposito dei doni che Dio gli aveva elargito in qualità di superiore del monastero:

Con il mio cuore pacifico e amorevole, con la mia anima mite che non conosce rancore, sopporto costoro [quelli che mi avversano] con pazienza. L’impugnatura della spada è nelle loro mani. Io, invece, non sono capace di essere crudele con nessuno. Il mio peggior nemico lo abbraccio come fosse mio fratello, non importa quello che mi abbia fatto. Questo è un dono che mi ha fatto Dio[5].

– Umiltà

La prima risposta alla domanda “perché l’abate anba Epiphanius ha voluto vivere così?” ci sembra essere: perché si riteneva nel profondo un semplice monaco e ha vissuto come un semplice monaco. Questo è un punto essenziale per poter capire sia la sua figura che la sua spiritualità e la sua paternità spirituale. La sua cella, alla quale ritornava ogni sera, anche quando era costretto per impegni ecclesiali e istituzionali a fare molto tardi, ne è il più eloquente testimone: piccola, austera, essenziale. Era stata in precedenza la cella del suo padre spirituale. Quando la prese in consegna, dopo l’ordinazione a vescovo e abate, gli fu detto che era necessario fare dei lavori di ammodernamento perché era rimasto tutto fermo agli anni Settanta! Si rifiutò categoricamente: “La cella deve rimanere così com’è”, disse. In quella cella ritrovava sempre la sua spoliazione, il suo abbandono del mondo, il fine profondo della sua scelta monastica. E per non perdere il contatto con tutto questo, compiva anche gesti concreti come il dormire a terra su un umile “futon”. “Monaco” era l’unico “titolo”, se così si può chiamare, che accettava con gioia, spesso anche con grande commozione. L’essere monaco gli dava una libertà interiore enorme, libertà che traspariva chiaramente agli altri. È per mantenere questo slancio verso Cristo e verso il prossimo che ripeteva spesso ai suoi interlocutori che lo lodavano:

Non lodare un monaco in faccia altrimenti lo consegni nelle mani del demonio[6].

Questa frase gliel’abbiamo sentita dire, paradossalmente, più quando era vescovo che quando era semplice monaco, a conferma di come si sentisse nel profondo.

Un detto di Macario ci aiuta a capire come anba Epiphanius seguisse, in questo, le orme del padre del monachesimo di Scete:

Se un fratello si avvicinava con timore al padre Macario, come a un santo e grande anziano, non gli parlava nemmeno. Se invece uno dei fratelli gli diceva come per disprezzarlo: “Padre, quando eri cammelliere e rubavi il nitro e lo vendevi, i custodi non ti percuotevano?”, quando qualcuno cominciava così, rispondeva alle sue domande con gioia[7].

Padre Matta commenta questo detto di San Macario con queste parole:

San Macario rifiutava che gli si mettesse l’aureola a causa delle sue opere o della sua ascesi o della sua funzione di superiore. Insisteva, invece, nel comportarsi, prima di tutto con se stesso e poi con i suoi figli spirituali, con le stesse qualità e la stessa spiritualità con cui aveva iniziato la vita monastica. Detto fuori dai denti, a San Macario piaceva, nel profondo, continuare a considerarsi un laico, un cammelliere che ruba il natron, e non sopportava che i suoi figli spirituali lo illudessero o lo lodassero come migliore di un laico qualunque. È come se volesse dirci: “Tutto ciò che c’è di negativo o di debole nella mia vita è mio, di Macario, mentre tutto ciò che c’è di nobile e di eccelso è del Cristo che vive in me. Come posso prendere ciò che appartiene a Cristo e attribuirmelo, o come posso prendere per me l’onore che spetta al Cristo?”. Questo principio con cui viveva Macario tra i suoi figli ci aiuta a capire meglio la sua personalità: era autentico senza falsità, e non amava l’adulazione; viveva la propria realtà nella sua condizione più fragile senza rinnegare il passato né inorgoglirsi per le riuscite del presente; non imponeva ai suoi figli il rispetto per la sua funzione di superiore. Anzi, non accettava che i suoi talenti fossero messi a disposizione della sua relazione con i suoi figli spirituali e i suoi discepoli ma, in silenzio ed estrema delicatezza, imponeva a tutti che il dialogo e la relazione con loro fossero basati sulla sua debolezza e non sulla sua forza… Macario impose al suo interlocutore di evitare ogni cerimoniosità nei suoi confronti per cancellare dall’animo ogni sensazione di paura o di timore reverenziale di modo che Macario potesse vivere, apparire e parlare con quella sua maniera semplice e autentica che egli amava tanto, come un semplice cammelliere in viaggio verso la sua patria celeste[8].

Anche padre Matta el Meskin non amava che gli altri gli dessero un’importanza maggiore di quanto non fosse strettamente necessario. Ai monaci disse una volta:

Dio mi dà, per arricchire gli altri, sei o sette volte tanto delle informazioni che dà a me personalmente. A me nella mia cella dice: “Apri la bocca”, e poi mi imbocca con il contagocce! E io dico: “Signore, dammi qualcosa in più. Qui lavoriamo come dei mulini!”. E lui mi risponde: “No” […] Dio mi ha nascosto al mondo ma ha preso il mio nome e lo usa per la sua opera. In ogni caso, io riesco a vedermi chiaramente, e conosco perfettamente me stesso e quanto valgo. Quando qualcuno mi loda non cambio opinione di me stesso. Anzi, mi vergogno da morire[9].

In particolare, è noto che, nonostante moltissimi chiedessero di incontrarlo per la fama che si è diffusa in Egitto e nel mondo, padre Matta di solito non acconsentiva, dicendo che non era una persona importante. Una volta raccontò in una sua omelia:

Amatissimi, c’è un segreto che voglio rivelarvi. Ho pregato il Signore chiedendogli di poter entrare ed uscire dalla chiesa senza che nessuno mi riconosca. Molte volte è successo che la gente non mi riconoscesse. Tanti mi chiedono: “Vogliamo vedere abuna Matta!”. Addirittura uno, una volta, mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Non posso incontrare abuna Matta?”, e io gli ho risposto: “Assolutamente no. Non acconsentirebbe perché è arrogante! È impossibile farlo uscire dalla cella!”. E così il Signore mi ha nascosto agli occhi della gente. Non dobbiamo interessarci se siamo conosciuti o no in chiesa. Dobbiamo pensare soltanto alla nostra cittadinanza celeste senza desiderare niente sulla terra[10].

Conosciamo tutti quell’altro detto famoso di San Macario:

Un giorno il padre Macario ritornava dalla palude nella sua cella, portando rami di palma. Ed ecco farglisi incontro lungo la strada il diavolo con una falce. Cercò di colpirlo, ma non ci riuscì. Gli disse allora: “Macario, da te emana una tale forza, che io non posso nulla contro di te; eppure faccio tutto ciò che tu fai, tu digiuni, e io non mangio per nulla; tu vegli, e io non dormo affatto, vi è una cosa sola in cui mi vinci”. “Quale?”, gli chiese il padre Macario. “La tua umiltà; per questo non ho alcun potere su di te”[11].

Anba Epiphanius e abuna Matta erano rivestiti, come San Macario, di questa divina umiltà che metteva in scacco il demonio.

– Semplicità e autenticità

Secondo padre Matta, dunque, la semplicità e l’autenticità erano caratteristiche tipiche di Macario che gli permettevano di viaggiare leggero verso la patria celeste. Anche in questo anba Epiphanius visse secondo lo spirito di San Macario. Una volta alcuni fratelli gli chiesero di adottare delle misure severe nei confronti di un altro fratello che aveva commesso molti peccati. Anba Epiphanius si rifiutò preferendo continuare ad aver pazienza. I fratelli furono molto scontenti ma l’abate sapeva di aver seguito le orme di San Macario. Un giorno, dopo il refettorio, un monaco che comprendeva il desiderio profondo di anba Epiphanius di non giudicare i fratelli e la fatica con cui doveva relazionarsi con i fratelli più severi, gli portò su un foglietto un apoftegma di Macario che diceva:

Dal momento che abba Macario agiva verso tutti i fratelli con grande semplicità (en akakía), alcuni gli chiesero: “Perché fai questo?”. Rispose: “Ho servito dodici anni al Signore perché mi desse questo carisma, e voi tutti mi consigliate di rinunciarvi?”[12].

Anba Epiphanius lo lesse. Poi alzò la testa verso il fratello e gli disse sorridendo: “Ma dove trovi tu queste cose?”.

Padre Matta el Meskin commenta questo detto dicendo:

“Semplicità” qui significa umiltà. I fratelli che gli posero la domanda sono di quel tipo a cui piace divinizzare i capi. La grazia di cui parla Macario è la grazia di un’anima umile. A prima vista queste parole ci sembrano di poca importanza, riguardanti un evento di per sé trascurabile. In realtà, San Macario ci svela, qui, volutamente, la dimensione profonda della sua vita nascosta con Dio. Ammette che per dodici anni non ha smesso di pregare e di lottare con Dio e con se stesso per attraversare l’abisso di una finta sobrietà, il baratro del preteso rispetto che spetta all’autorità, il precipizio della effimera gloria umana che la comunità monastica, sedotta, proietta sul superiore. Per questo supplicò Dio con insistenza che la sua vita restasse semplice e umile nelle parole e nei fatti affinché potesse trascorrere tutta la sua vita monastica come un principiante, con la stessa semplicità di spirito e la stessa umiltà, senza far percepire ai suoi monaci (e senza che i monaci gli facessero percepire) che era migliore di altri. Da questo racconto si evidenzia come la scena di Macario che parla con i suoi figli spirituali monaci suscitò il sarcasmo di alcuni monaci avanzati che erano caduti nella trappola del rispetto, della reverenza affettata e della gravità da superiore che chi è avanzato negli anni o di grado impone a chi gli è inferiore. Queste sono cose che una comunità malata può imporre al proprio superiore o a chi presiede. Ma dalla risposta risoluta di Macario è chiarissimo che egli fosse ben conscio della piccolezza con la quale viveva, e che tale piccolezza fosse suscettibile del biasimo e dell’ilarità di queste persone che si ritenevano grandi. Il fatto che abbia detto apertamente che per dodici anni aveva pregato affinché vivesse in questa maniera così piccola e semplice ci conferma che considerava questo comportamento come un modello di vita e lo sfondo sul quale si muoveva costantemente. Egli l’aveva desiderato e Dio gliel’aveva concesso come carisma[13].

Per anba Epiphanius il monaco, e l’abate ancora di più, era chiamato a vivere concretamente nel rapporto con i fratelli secondo il versetto: “Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso” (Mt 6,22). Anba Epiphanius è stato un uomo che ha vissuto con semplicità. Con una lunga e sofferta esperienza spirituale e umana, egli ha ricevuto da Dio il dono di ricreare, rigenerare continuamente, mediante l’amore, gli altri in vista del Regno dei cieli. La forza di anba Epiphanius risiedeva nella sua profonda umanità. È stato monaco nel vero senso della parola perché non ha perso la sua umanità. Al contrario, la sua umanità si è trasfigurata attraverso il suo essere monaco, la sua preghiera, la sua ascesi, il suo fedele comunicarsi ai santi misteri, il suo amore e il suo servizio nei confronti di tutti. Questa sua umanità divinizzata faceva sì che guardasse a tutte le cose e a tutte le persone attraverso la luce di Dio che permea il tutto con quell’occhio “semplice” di cui parla il Cristo. Ed è in questo modo che vedeva pure tutte le cose: “Tutto è puro per i puri” (Tt 1,15).

– Non giudicare

Da questa semplicità e da questa purezza scaturiva anche la scelta dell’abate anba Epiphanius di non giudicare. Abbiamo già visto, poco fa, un caso concreto che mostra che cosa significasse praticamente per lui non giudicare. Anba Epiphanius spiegò l’importanza del non giudicare in questo modo:

Il giudizio e la condanna nascondono all’interno tanti altri peccati: la gelosia, l’invidia, l’odio, il chiacchiericcio… Condannare significa mancare in amore. E se manca l’amore, manca Cristo[14].

Anche Macario, come tanti altri padri del deserto, ha spesso battuto sul comandamento di Cristo di non giudicare: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati” (Lc 6,37). Abba Pafnuzio, discepolo di San Macario, raccontò una volta del suo padre spirituale:

Ho pregato il padre mio [Macario] così: “Dimmi una parola!”. Ed egli ha detto: “Non far del male a nessuno e non giudicare nessuno: osserva questo e ti salverai”[15].

Il “non giudicare” viene considerato, dunque, da Macario al pari di non causare del male a nessuno. Per Macario il giudicare è legato anche a tre altri fattori. Innanzitutto, come si evince dalla storia con Macario Alessandrino che allontanò due fratelli che peccarono, di solito si giudica pensando di conoscere tutta la verità. Il che, il più delle volte, è illusorio. È per questo che, nel detto in questione, Macario il Grande ribalta la condanna di Macario Alessandrino e allontana lui, in vista, però, di un ravvedimento, “perché [Macario il Grande] lo amava”[16].

L’altro motivo è che il giudicare esprime una dichiarazione più o meno nascosta di santità personale, il ritenersi migliori degli altri. Infine, spesso, mescolato al giudizio, v’è ira o astio verso una data persona. Macario mette in guardia sul fatto che, anche quando un giudizio può apparire giusto, in realtà mette a rischio la salvezza di chi giudica perché può nascondere la soddisfazione di un peccato:

Lo stesso padre Macario ha detto:

Se, rimproverando qualcuno, ti lasci prendere dall’ira, soddisfi una tua passione. Non perdere te stesso per salvare gli altri![17].

– Misericordia: la storia del monaco e dell’orcio

L’abbaziato di anba Epiphanius è stato caratterizzato da una grande misericordia. Ancora una volta anba Epiphanius era pienamente conscio dello spirito che animava San Macario e che animava anche lui. A un fratello che una volta gli chiese di definire in una parola il monachesimo di San Macario rispose: “Monachesimo della misericordia”.

Un famoso detto, attribuito nella collezione copto-araba al-Bustān proprio a Macario, e che vale la pena di riportare per intero, può illustrare lo spirito con il quale Macario viveva la sua qualità di “padre di monaci”:

In una cella c’era un fratello che aveva commesso un fatto terribile. La notizia giunse a padre Macario che non volle riprenderlo. Quando i fratelli vennero a saperlo, spazientiti, si misero a spiare il fratello fino a che la donna entrò da lui. Dissero ad alcuni fratelli di continuare a spiarlo ed essi andarono a dirlo a padre Macario. Dopo avergli riferito il fatto, San Macario disse: “Fratelli, non credete a questa storia. Questo nostro fratello non può fare una cosa simile!”. Al che essi risposero: “Abba, vieni tu stesso a vedere con i tuoi occhi, così crederai a quanto ti abbiamo detto”. Il santo si alzò e si diresse con loro verso la cella del fratello come se stesse andando a salutarlo, e comandò ai fratelli di allontanarsi un po’ da lui. Non appena il fratello si rese conto che l’abba [Macario] stava arrivando, si turbò e, tremando, prese la donna e la nascose dentro un grande orcio che era da lui. Quando l’abba entrò, si sedette sull’orcio e comandò ai fratelli di entrare. Entrati, ispezionarono la cella ma non trovarono nessuno. Non potendo far alzare il santo dall’orcio, parlarono con il fratello e poi [Macario] comandò loro di andar via. Una volta usciti, il santo prese per mano il fratello e gli disse: “Fratello mio, giudica te stesso prima che siano gli altri a giudicarti, perché il giudizio appartiene a Dio”. Poi si congedò da lui e lo lasciò. Mentre usciva, gli venne una voce che disse: “Beato te Macario lo Spirituale che ti sei fatto simile al tuo Creatore perché copri, come lui, i difetti degli altri”. In seguito, il fratello, tornato in se stesso, divenne un monaco sapiente e lottatore, un coraggioso eroe[18].

Padre Matta el Meskin commenta questo brano:

In questo brano ci troviamo davanti all’incredibile e ineguagliabile bellezza spirituale di San Macario. È come se fossimo, ancora una volta, alla presenza di Cristo stesso e della donna peccatrice, testimoni di quelle parole piene di straordinaria dolcezza divina che furono pronunciate dalla bocca di Cristo: “Neanche io ti condanno. Va’ e non peccare più” (Gv 8,11). San Macario, qui, fratelli, ha raggiunto l’apice del Vangelo. Si è rivestito dell’immagine di Cristo, anzi di Cristo stesso, e ha replicato davanti a noi, in maniera simile, l’episodio della donna peccatrice. Anzi, possiamo dire che i due episodi sono sovrapponibili in una maniera talmente straordinaria da andare al di là delle capacità della natura umana. Ciò che mi stupisce qui, nella storia del monaco, della donna e dell’orcio, è l’estrema sensibilità di Macario verso ciò che doveva provare quel monaco colto in flagranza. È impossibile, fratelli, che un padre secondo la carne o perfino un padre spirituale si comporti in questo stesso modo. Un simile comportamento proviene soltanto da chi è riuscito ad amare l’anima umana peccatrice di un amore divino, come Cristo solo sa amarla. San Macario ha visto un’anima denudata e per questo si è spogliato dell’abito della sua funzione di padre e di superiore e ha coperto quest’anima che tutti i suoi confratelli volevano mettere alla gogna. Macario ha visto un’anima umana ferita pericolosamente che i fratelli volevano far morire dissanguata infliggendole il colpo di grazia: lo scandalo pubblico. Macario si è posto, allora, nel mezzo mettendo a repentaglio la sua dignità, la sua giustizia, la sua paternità e perfino la sua purezza, per far cicatrizzare questa ferita sotto la sua protezione e nel suo abbraccio. E la ferita si è chiusa davvero, e quel monaco si è rialzato dalla sua caduta. È stato come se Dio l’avesse coperto in onore della straordinaria delicatezza di Macario. Macario non ha visto il peccato ma un’anima a immagine di Dio che era ferita. Il peccato, nonostante la sua mostruosità, non è riuscito a intaccare la straordinaria dolcezza di Macario nel relazionarsi con l’anima umana, anche quando si trova in una situazione terribile come in questo caso[19].

È bellissima questa immagine che ci trasmette la tradizione copto-araba: “Una volta usciti, il santo prese per mano il fratello… ‘Fratello mio…’”. A Macario interessa solo la salvezza di suo fratello. Non il peccato, non le chiacchiere, non il rischio di mettere a repentaglio la sua figura di superiore davanti ai fratelli più severi e zelanti. Prende il fratello per mano, per farlo rialzare, come un alter Christus che scende negli inferi esistenziali e prende per mano l’Adamo caduto.

Scriveva padre Matta a proposito della necessità del superiore di usare misericordia:

Quando un fratello veniva da me dopo aver fatto qualcosa di sbagliato, mi trovavo davanti a due opzioni: o rimanevo in silenzio, mostrandogli il mio amore, amandolo con quella tenerezza che è propria dell’amore divino che copre tutti i difetti e una moltitudine di peccati; oppure lo affrontavo con la verità, lo rimproveravo, indicandogli il suo errore e correggendolo. Ho trascorso tutta la mia vita dicendo la verità con i fratelli, con la Chiesa, con le persone, con il mondo intero. Così facendo mi sono messo alle spalle l’amore. Ma soltanto quest’anno, mi sono accorto di essere giunto a una situazione pericolosa, al punto estremo a cui può giungere la verità, a un punto dopo il quale sarei soltanto indietreggiato, mandando in fumo l’esperienza di una vita. L’amore deve prevalere[20].

Queste non erano semplici parole. L’abate ha ricordato spesso i gesti di misericordia che praticava padre Matta nei confronti dei fratelli che sbagliavano ed erano coscienti dei propri errori, soprattutto se si trattava di errori gravi. Raccontò che una volta un monaco aveva commesso un grave peccato. Padre Matta lo venne a sapere. Il monaco in questione andò a trovare padre Matta nella dépendance che il monastero ha sulla costa settentrionale. Anba Epiphanius era lì in quel momento e vide la scena. Racconta:

Appena lo vide, padre Matta gli corse incontro dicendo: “Padre, come stai? Da quanto tempo non ci vediamo! Mi sei molto mancato. Vieni, che mangiamo qualcosa insieme”[21].

Commentava anba Epiphanius:

Matta el Meskin ci ha insegnato che i monaci che sbagliano, anche se fanno gravi errori, sono quelli che hanno bisogno di più amore e accoglienza. Per potersi pentire e convertirsi devono sentire di essere amati. Anche se tu conosci l’errore di un monaco, cerca di non rinfacciarglielo ma di trattarlo con misericordia[22].

Della misericordia del vescovo Epiphanius si potrebbe scrivere molto. Credo che durante gli anni da semplice monaco avesse talmente tanto interiorizzato l’episodio dell’orcio e l’atteggiamento di padre Matta el Meskin verso i peccatori che, quando gli fu data la funzione di superiore, li tenne come stella polare che lo guidava nel servizio ai fratelli. In monastero gli episodi nei quali anba Epiphanius ha coperto i peccati dei monaci non si contano. Fino all’ultimo momento della sua vita, se era necessario menzionare un peccato o una pecca, non faceva mai il nome del monaco che aveva commesso il peccato. Diceva sempre: “Un monaco…”. Se l’interlocutore insisteva nel voler sapere il nome rispondeva: “Non è importante”.

È noto ormai a tutti che in monastero esisteva un numero di monaci che lo ha avversato fino dal giorno della sua elezione. Questi monaci avevano creato un gruppo su Whatsapp nel quale lo criticavano continuamente, andando spesso ben oltre i limiti della buona educazione. Quando i monaci a lui vicini lo supplicavano di ordinare la chiusura di questo gruppo, rispondeva semplicemente: “Io rispetto la libertà d’opinione. È mediante l’amore, non con la costrizione, che li guadagneremo”. Anba Epiphanius credeva fermamente all’amore che pazienta di cui parla San Paolo (cf. 1Cor 13,4) tanto da considerare la pazienza stessa nei confronti di un fratello peccatore come una forma d’amore. Un giorno disse a un monaco di Bose che gli chiedeva: “Che cos’è la pazienza?”:

La pazienza è l’amore. L’Apostolo dice, infatti, che l’amore pazienta. Dio stesso ha tanta pazienza con noi perché ci ama. Io non ci metterei niente a espellere queste persone che danno fastidio ma poi si ritroverebbero in mezzo a una strada. Spero, invece, che con la pazienza e con l’amore, fosse anche fra dieci anni, si convertano.

Sempre a proposito di questi elementi perturbatori, una volta un monaco anziano gli chiese di essere più severo e di pensare seriamente ad espellerli. Anba Epiphanius si fece serio in volto e gli disse:

Io sono un padre, non un direttore generale. La notte io non dormo pensando e pregando per la loro salvezza.

Anba Epiphanius è stato l’uomo dell’“orcio”, l’uomo della misericordia, del perdono, dell’amore che genera, che attende, il discepolo fedele di San Macario e di padre Matta el Meskin. Molti suoi figli spirituali hanno testimoniato l’amore che hanno provato davanti a questo vescovo e padre spirituale che ha combattuto fino all’ultimo respiro per rimanere un monaco autentico, fedele alla sua vocazione, un amore che è stato di una purezza, di una semplicità, di un’armonia tale che fa loro dire che tutto ciò sarà l’aria che respireremo nel Regno dei Cieli.

– Monaco in fieri

Anba Epiphanius si riteneva come Macario un monaco in fieri, ancora in cammino. Leggiamo nella Grande Lettera di Macario:

Benché onorati da Dio, si ritengono indegni, e pur trovandosi a progredire spiritualmente sono ai loro occhi come principianti, e pur essendo grandi disprezzano se stessi e si ritengono un nulla […] Tali anime potranno piacere a Dio e divenire eredi del Regno e, avendo cuore contrito, essendo povere in spirito e sempre affamate e assetate della giustizia e agognando agli onori perfetti, per la loro insigne carità verso Dio saranno ricompensati con doni insigni[23].

C’è un’altra storia su Macario che anba Epiphanius amava. Tentato per cinque anni dal pensiero di inoltrarsi nel deserto interiore per vedere chi vi abitasse, abba Macario capì che il pensiero veniva da Dio. Andato nel deserto interiore, trovò due monaci nudi che vivevano in una rinuncia totale del mondo e in un’ascesi severissima. San Macario fu talmente colpito dall’incontro con questi due anacoreti che, quando narrò l’episodio ai fratelli, introdusse e concluse il racconto con la frase:

Non sono ancora diventato un monaco ma ho visto dei monaci[24].

Anba Epiphanius ripeteva sovente questa frase che indicava il suo sentirsi in cammino, soprattutto quando incontrava altri monaci. C’era certamente di che meravigliarsi: come poteva un vescovo come anba Epiphanius, un padre di monaci, superiore di uno dei più antichi monasteri della cristianità, dire una frase del genere? La frase destava tanto più stupore in considerazione del fatto che molti lo vedevano come un modello limpido di ciò che significa essere monaci.

– Uomo escatologico

La vita bohairica di San Macario dice:

Pensava, come era sua abitudine, alla sua partenza e al suo incontro con Dio, alla sentenza che sarebbe stata proclamata per lui in quel momento[25].

Macario era tutto proiettato verso la vera patria che è nei cieli, la Gerusalemme celeste. Questo era il suo segreto che orientava la sua vita terrena e questo era anche il segreto di anba Epiphanius. Egli viveva immerso in un’“escatologia del quotidiano”. Ogni suo pensiero, ogni sua azione, ogni suo desiderio era orientato verso il Signore che viene, verso il momento dell’incontro terribile e beato con il volto luminoso del Cristo risorto. Più di una volta lo abbiamo sentito dire: “Quando lo [Gesù Cristo] vedrò faccia a faccia, che cosa gli dirò?”. Bastavano queste parole a trasmettere un insegnamento e a mettere sull’attenti i suoi figli spirituali.

Anche padre Matta el Meskin viveva in questo modo. In una delle omelie di anba Epiphanius egli offriva a una folla di fedeli riunitisi per il decimo anniversario della dipartita di padre Matta el Meskin, il 10 giugno del 2016, che cadde il giorno dopo la festa dell’Ascensione, questa tensione escatologica con la quale viveva padre Matta. Anba Epiphanius, dall’ambone della chiesa di San Macario, citò un lungo passaggio del suo padre spirituale:

Il vero monaco è colui che vive continuamente la festa dell’Ascensione, a cui basta, tutti i suoi giorni, ciò che è in alto, lo Spirito e la Verità. Sulla terra non teme nulla: né tribolazione, né angoscia, né persecuzione, né fame, né nudità, né pericolo, né spada (cf. Rm 8,35). Sulla terra non desidera nulla (cf. Sal 73,25): né onore, né amicizie particolari, né supremazia, né potere, né lode, né nomi, né immagine, né titoli. Egli, infatti, si alimenta misteriosamente di ciò che sta sopra: al cibo della Verità e alla bevanda dell’amore. Tutti coloro che si nutrono di queste due cose dimenticano ciò che appartiene a questo mondo, dimenticano la famiglia, la patria, e perfino loro stessi. Ogni persona in Cristo desidera la vita del mondo che verrà, secondo le parole del Credo. Il monaco, invece, fratelli, la vive già poiché è morto a questo mondo passeggero. L’Ascensione non è soltanto la festa di noi monaci. Essa è la nostra opera quotidiana nei confronti di questo mondo. Essa è l’unica vita che ci rimane[26].

Può sembrare all’apparenza insignificante, ma rientra in questo suo essere immerso in Cristo e nell’ottavo giorno inaugurato dalla sua Resurrezione, il fatto che anba Epiphanius non festeggiasse il compleanno. A chi gli faceva gli auguri, rispondeva sempre con la sua tipica gentilezza che “i monaci non festeggiano il compleanno”. Un monaco una volta gli fece gli auguri e la sua risposta fu la seguente:

Grazie, ma per favore non farlo di nuovo! Credo che, invece dell’inizio della nostra esistenza nella carne, sia più bello celebrare la festa della nostra esistenza e del nostro essere in Cristo, mistero che si ripete ogni giorno e in ogni momento, spesso senza che ce ne accorgiamo. Come facciamo ad accettare auguri e regali per un giorno terreno quando ormai, in Cristo, la nostra vita si è elevata al di là del tempo e dello spazio?

– Delicatezza

Vogliamo offrire un ultimo tratto di anba Epiphanius che sembra ispirato – ebbene sì, ancora! – da una bella storia attribuita a San Macario.

Il padre Pietro raccontò che san Macario, recatosi un giorno da un anacoreta e trovatolo malato, gli chiese: “Che vuoi da mangiare?”, perché nella cella non c’era niente. E poiché egli disse: “Un pasticcino”, quel forte non esitò ad andare a prenderlo fino ad Alessandria e lo portò al malato. E questo fatto meraviglioso rimase ignoto a tutti[27].

Due appunti preliminari. Innanzitutto, l’episodio fu certamente meraviglioso, straordinario: “l’” abba del deserto, il padre di Scete (e non “un” abba), va fino ad Alessandria per prendere a un anacoreta un pasticcino, anzi proprio quel pasticcino che a lui piaceva. Inoltre, il detto definisce Macario, per il semplice fatto di aver compiuto quel gesto, “quel forte”. “Forte”, qui, è certamente da intendere come “forte nell’amore”, in possesso di un amore tanto grande da spingerlo a fare un viaggio di una giornata e più per accontentare il fratello. Lo scopo sembra evidente: Macario teneva alla gioia degli altri, e non si lasciò sfuggire quest’occasione per far gioire il fratello malato, lui, Macario, che quando gli offrivano un bicchiere di vino, si privava dell’acqua per un giorno intero![28] Il fatto che questo episodio “rimase ignoto a tutti” è, ovviamente, meno evidente, dal momento che tutto il mondo ora lo conosce. Forse bisogna leggere tra le righe e intendere che Macario compì altri gesti simili di cui, però, non sappiamo nulla.

Anba Epiphanius aveva questa stessa delicatezza di Macario. Cercava di non lasciarsi sfuggire occasione per dare gioia ai fratelli con piccoli gesti. Una volta, era in partenza per l’estero per un impegno ecclesiale. Chiamò un fratello per comunicarglielo e poi gli disse: “Ti serve qualcosa da lì?”. Il fratello, imbarazzato che l’abate si interessasse così a lui, disse timidamente: “Ma padre, lasci stare, non si affatichi così per me. Avrà talmente tante cose da fare che io sono l’ultima cosa a cui pensare!”. Anba Epiphanius insistette: “Tu non ti preoccupare. Dimmi solo che cosa ti posso portare”. Al che il fratello rispose: “Padre, se proprio ci tiene, ci sarebbe quel tal caffè. Non costa molto, e lo trova nei supermercati, così non deve perdere tempo andando in giro”. Il fratello non pensava che fosse possibile acquistarlo anche in Egitto. Anba Epiphanius scoppiò a ridere, forse perché si attendeva una cosa molto più complicata e più ingombrante di una confezione di caffè. “Ma intendi quel caffè? Proprio quello?”. Imbarazzato per la risata che sembrava all’apparenza sminuire la richiesta, il monaco rispose imbarazzato: “Sì, ma solo se è possibile”. Anba Epiphanius rispose che avrebbe fatto il possibile per prendere il caffè, e salutò. Due ore dopo, qualcuno bussò alla porta della cella del monaco. Quest’ultimo aprì e non trovò nessuno. C’era soltanto una busta appesa alla maniglia. Dentro vi trovò proprio quel caffè che aveva chiesto, in grandi quantità.

tratto dall’introduzione al libro
Anba Epiphanius, L’arte dell’essere monaco,
San Macario Edizioni 2020, pp. 37-61.

[1] Si tratta di Macario il Grande (300-390), Macario l’Alessandrino (300 ca.-395) e Macario vescovo di Tkaw (m. 451), le cui reliquie giacciono nella grande chiesa di San Macario il Grande, nel suo monastero.

[2] Giovanni Kolobós (ca. 339-409), ovvero “nano”, così chiamato per la sua bassa statura. Padre del deserto, discepolo di Amoe, divenne noto per le sue numerose virtù, in particolare per la sua grande umiltà, obbedienza, pazienza, sopportazione e disponibilità verso il prossimo. Le sue reliquie riposano nella chiesa di Sant’Apa Iskhiron, nel Monastero di San Macario.

[3] Cf. Alfabetica, Macario 32 (cf. ed. it., p. 315).

[4] Cf. Alfabetica, Giovanni Nano, 36 (cf. ed. it., p. 241).

[5] Conversazione con alcuni monaci (luglio 1979), riportata in Tafsiliyya, p. 316.

[6] Sistematica, XXI, 54 (cf. ed. it., p. 608)

[7] Alfabetica, Macario 31.

[8] Matta el Meskin, “al-Qiddīs maqāriyūs šaḫṣiyya zāḫira bi-‘anāṣir ’insāniyya yanbaġī ’an yuqtadā bihā” (San Macario: una personalità ricca di gesti umani da imitare), St. Mark Review, dicembre 1976, pp. 23-24.

[9] Discorso con i monaci, 3 settembre 1982 (riportato in Tafsiliyya, p. 309)

[10] Dall’omelia MM-49 (cf. Audiografia).

[11] Alfabetica, Macario 11 (cf. ed. it., p. 309).

[12] Alfabetica, Macario 9 (cf. ed. it., p. 309).

[13] Matta el Meskin, “al-Qiddīs maqāriyūs šaḫṣiyya zāḫira bi-‘anāṣir ’insāniyya yanbaġī ’an yuqtadā bihā”, pp. 24-25.

[14] Cf. infra, p. 202.

[15] Alfabetica, Macario 28 (cf. ed. it., p. 314).

[16] Alfabetica, Macario 21 (cf. ed. it., p. 312).

[17] Alfabetica, Macario 17 (cf. ed. it., p. 311).

[18] Apoftegma n. 388 in Anba Epiphanius (ed.), Bustān al-ruhbān, p. 184. Una versione con elementi simili è attribuita ad abba Ammonas nella collezione alfabetica greca (Ammonas 10). Ma nella tradizione di Scete questo apoftegma è per eccellenza di Macario.

[19] Matta el Meskin, “al-Qiddīs maqāriyūs šaḫṣiyya zāḫira bi-‘anāṣir ’insāniyya yanbaġī ’an yuqtadā bihā”, pp. 26-27.

[20] Catechesi dal titolo al-Ḥaqq wa-l-maḥabba (Verità e amore) pronunciata nel 1967 nel deserto di Wādī al-Rayyān, di cui abbiamo una trascrizione fatta da uno dei monaci che vivevano in un regime di vita semianacoretica con padre Matta. Il testo è stato pubblicato in italiano quasi integralmente in Matta el Meskin, Ritrovare la strada: meditazioni per la Quaresima, Qiqajon, Magnano 2017, pp. 227-231.

[21] Da una conversione privata avuta con anba Epiphanius il 19 settembre 2015.

[22] Dalla medesima conversazione.

[23] Macario il Grande, La grande lettera, 5. Cf. Pseudo-Macario, La grande lettera, a cura di Maria Benedetta Artioli, Gribaudi, Torino 1989, p. 62.

[24] Apoftegma n. 37 in Anba Epiphanius (ed.), Bustān al-ruhbān, pp. 28-29. Cf. Alfabetica, Macario 2 (cf. ed. it., p. 304).

[25] Vita bohairica di San Macario, XLI,17. Cf. Vie de S. Macaire l’égyptien, a cura di Satoshi Toda, Gorgias Press, Piscataway, nj 2011, p. 472.

[26] Matta el Meskin, “Ṣu‘ūd al-masīḥ” (L’ascensione di Cristo), in Id., al-Qiyāma wa-l-ṣu‘ūd (Risurrezione e ascensione), Monastero di San Macario, Wādī al-Naṭrūn 20003, p. 380.

[27] Alfabetica, Macario 8 (cf. ed. it., p. 308).

[28] “Raccontavano che il padre Macario, quando si ricreava con i fratelli, si era imposto una regola: se vi era del vino, lo beveva per riguardo ai fratelli, e, per un bicchiere di vino, stava un giorno senza bere acqua. Se i fratelli glielo davano per ristorarlo, l’anziano lo accettava con gioia per potere poi macerarsi. Ma il discepolo, che lo sapeva, disse ai fratelli: ‘In nome del Signore, non dateglielo, altrimenti nella sua cella si punirà!’. Appreso questo, i fratelli non gliene offrirono più” (Alfabetica, Macario 10; cf. ed. it., p. 309).

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Nascere dallo Spirito per poter credere (Matta el Meskin)

Mon, 20/07/2020 - 10:37

La nascita da Dio è precedente, e non successiva, alla fede. I tempi verbali utilizzati da San Giovanni nel suo Vangelo e in questi due versetti (1Gv 5,1-2) indicano questa verità. È la prima volta che San Giovanni rivela questa verità nel nostro spazio cristiano. La generazione da Dio avviene per prima e mediante essa sorge la fede nel Padre e nel Figlio.

Questo è estremamente vero perché la fede in Cristo non sorge se prima gli occhi non si aprono, ed è impossibile che gli occhi si aprano fintantoché si vive nel corpo vecchio. Bisogna che tu nasca mediante lo Spirito prima di poter riconoscere all’istante Colui che ti ha generato: questo principio è la porta d’ingresso alla fede in Cristo e nel Padre. Il contrario, ovvero credere prima a Colui che genera e poi essere generato, è assolutamente impossibile. Ciò è conferme a quanto detto da Cristo a Nicodemo: “Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio… se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). Qui la nascita dall’alto dall’acqua e dallo Spirito è il fondamento per la visione o per l’entrata al Regno di Dio. Dunque, è impossibile che crediamo al Regno di Dio se non siamo stati già generati dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito. È la prima volta che nel Cristianesimo viene esplicitata questa verità: la fede in Cristo e nel Padre viene dopo la nascita e non prima. La fede in Cristo non è la causa della nuova nascita ma, al contrario, è la nascita ad essere la causa della fede in Cristo.

Nell’ambito delle cose naturali si tratta di una situazione talmente lampante! È soltanto dopo esser nato che il bambino riconosce suo padre che lo ha generato. Noi, infatti, prima nasciamo, e poi riconosciamo colui che ci ha generati. San Giovanni utilizza questo fatto naturale dicendo che è necessario che nasciamo di nuovo prima di potere essere in grado di riconoscere e credere in Cristo e nel Padre. Oggigiorno questo lo vediamo in pratica. I non credenti in Cristo si oppongono ostinatamente e non accettano la fede fino a che, all’improvviso, recuperano la vista, o mediante un’apparizione di Cristo o con una rivelazione personale che proviene da lui. Allora la mente del non credente si apre e viene illuminata ed egli accetta la fede da solo, senza che nessuno debba convincerlo.

È verissimo, dunque, che chiunque creda in Cristo con una fede ardente è una persona che è stata generata da Dio. Chi è stato generato da Dio si adopera per la fede con grande forza e insistenza. Dio ha i suoi prescelti: li invita per primo e, in contemporanea a questa vocazione, gli occhi si aprono, e l’apertura degli occhi indica che è avvenuta la nascita dall’alto. La fede cristiana è, nella sua essenza, la comprensione spirituale delle verità divine. L’azione della vita divina è che essa è donata e data a colui che cerca la verità o a colui che Dio cerca per rivelargli se stesso.

Matta el Meskin
Commento a prima lettera a Giovanni, pp. 181-182 (in lingua araba).

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Cassiana: la scienza dell’amore (San Nikolaj Velimirović)

Mon, 06/07/2020 - 08:48

Fresco di stampa, già da ora disponibile nel sito di ASTERIOS (e a giorni nelle librerie), un piccolo gioiello sul senso dell’AMORE rivelato da Cristo. L’autore: il vescovo e santo serbo NIKOLAJ VELIMIROVIĆ (1881-1956).
a) Ecco la scheda del libro (da qui si può fare anche l’eventuale acquisto, con lo sconto del 10% e senza spese postali):
http://www.asterios.it/catalogo/cassiana
b) Qui si possono leggere – e scaricare gratuitamente – le prime 30 pagine del libro:
http://www.asterios.it/sites/default/files/CASSIANApagine1-30.pdf
c) Ecco un ulteriore strumento per conoscere qualcosa del libro (Letture n. 3): http://www.asterios.it/catalogo/la-scienza-dellamore

d) Qui si può leggere – e scaricare gratuitamente – l’intera APPENDICE del libro: il commento orante e poetico al “Padre nostro” del vescovo Nikolaj:
http://www.asterios.it/sites/default/files/TUTTOLELETTUREn.3.pdf

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“L’arte dell’essere monaco” il nuovo libro di anba Epiphanius

Tue, 23/06/2020 - 20:42

La San Macario Edizioni ha pubblicato un nuovo libro di anba Epiphanius sulla vita monastica intitolato: “L’arte dell’essere monaco: insegnamenti monastici di un padre del deserto contemporaneo”. Il libro è impreziosito dalla prefazione di S.S. Papa Tawadros II, Patriarca della Chiesa copta ortodossa.

È possibile acquistarlo facilmente sul sito di Amazon a questo indirizzo: https://www.amazon.it/Larte-dellessere-monaco-Insegnamenti-contemporaneo/dp/173298526X/

A quest’indirizzo è possibile scaricare gratuitamente un estratto del libro: https://bit.ly/3fNSSlJ

All’inizio della sua vita monastica, un monaco anziano disse a padre Matta el Meskin: “Il kār del monachesimo è un kār difficile”, ovvero “Il mestiere del monaco è cosa dura!”. Possiamo leggere questa massima negativamente: il monachesimo è un mestiere come un altro. Ma, se manteniamo uno sguardo positivo, ciò significa che il monachesimo è, in realtà, un’arte, e come tale necessita degli stessi elementi costitutivi di ogni altra arte: un maestro esperto che la tramanda al principiante; obbedienza da parte del principiante rispetto a tutto ciò che gli viene tramandato; strumenti, meccanismi e risorse che permettono di riuscire in quest’arte. Questo libro vuole parlare di anba Epiphanius e della vita monastica. E lo fa attraverso la viva voce del nostro abate che ci aiuterà a capire in che cosa consista l’arte dell’essere monaco.

ANBA EPIPHANIUS (1954-2018) è stato un vescovo della Chiesa copta ortodossa e abate del Monastero di San Macario il Grande in Egitto. Discepolo di padre Matta el Meskin, è stato un tenace riformatore del monachesimo, un instancabile creatore di ponti tra le Chiese cristiane, uno studioso di testi biblici, liturgici e patristici, stimato a livello internazionale.

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“La Luce che conosce il mio nome”: storia di una conversione dal buddhismo tibetano al cristianesimo

Sun, 14/06/2020 - 20:15

Sono stato un buddhista per dieci anni. Sono stato ordinato dopo sette anni di studio con il mio insegnante in una piccola linea familiare del lignaggio Nyingma del buddhismo Vajarayana (il buddhismo tibetano). In quel lignaggio ho avuto un maestro spirituale a cui volevo bene e a cui ne voglio ancora. Lui era, e continua a essere, un esempio di bontà nella mia vita. È stato attraverso il suo insegnamento che ho cominciato a vedere il mondo con occhi più ampi e un cuore più grande. Sono stato ordinato come Ngakpa nel lignaggio Nyingma. Una ordinazione Ngakpa è un’ordinazione sacerdotale tantrica. Anche se si fanno voti (damtsig), questi voti non si basano sul celibato né sull’astensione dalla carne e dall’alcol. Il nostro Sangha (comunità di praticanti) non era rinunciatario, ma seguiva le istruzioni di base nel tantra e nello dzogchen, [1] entrambi basati sulla trasformazione piuttosto che sulla rinuncia, e su improvvisi momenti di intuizione variabili in durata e intensità che portano al rigpa (uno stato della mente e della percezione basato sul rilassamento nello stato naturale dell’illuminazione). Quei momenti erano generati dall’intervento energico del nostro insegnante o dalla nostra capacità di “rilassarci” nel tessuto e nella struttura della nostra esperienza dell’essere e del non-essere – esperienza causata dalle pratiche che ci erano state insegnate. Nel corso degli anni quei momenti sembravano manifestarsi nel vedere il mondo sempre più nella bontà, nella gratitudine e nella compassione. Il mio maestro era solito dire che il buddhismo è novantanove per cento metodo e un per cento verità. Le pratiche del buddhismo sono utilizzate per sviluppare una chiarezza e un senso di consapevolezza che consentono di discernere una realtà non distorta da una mente nevrotica e da abitudini nevrotiche di risposta.

Eravamo un lignaggio non liturgico, con sessioni silenziose e canto yoga, mantra, e serie di esercizi fisici psico-spirituali come nucleo della nostra pratica. Ho fatto pellegrinaggi ai luoghi sacri in Nepal e ho frequentato ritiri con il mio maestro e con sorelle e fratelli vajra negli Stati Uniti e in Galles. Quei ritiri, sia collettivi sia individuali, sono stati molto significativi nella mia vita. E, posso sicuramente dire che ho avuto alcune “aperture” di vista, approfondimenti di prospettiva e di esperienza che io attribuisco al mio maestro e alle pratiche che mi sono state date.

Un pomeriggio alla fine di gennaio del 1999 sono andato al mio altare per la mia regolare pratica quotidiana. Di solito cominciavo con canto yoga e mantra e poi mi sedevo in silenzio. Ho acceso le candele sul mio altare e dopo aver terminato il mio canto e i mantra ho iniziato la mia pratica silenziosa. Non posso dire esattamente quanto tempo ero stato seduto, quando ho sentito la mia voce dire in parole mie ad alta voce: “Mi manca Gesù”. L’ho detto ad alta voce. Sembrava che fosse qualcosa che è venuto attraverso di me, piuttosto che fossi io a dirlo, ma non c’erano voci esterne. Lo stavo dicendo chiaramente io.

Quando ho detto “mi manca Gesù” mi sono sentito pieno di nostalgia. Non so come altro chiamarla. Soffrivo. Mi faceva male dentro. Ho sentito questa nostalgia assoluta e non ci potevo credere. Ho cercato di riorganizzare la mia attenzione e la mia consapevolezza per continuare la mia meditazione. Spesso in meditazione sperimenti percezioni al di fuori dell’ordinario, odori, illusioni visive, forse dei suoni, anomalie psico-spirituali che ti mandano fuori pista e ti distraggono dal viavai di pensieri che sei addestrato a far crescere e decrescere senza attaccamento.

I pensieri vanno e vengono, ma il metodo che stavo usando cercava di non farti attaccare ad alcun pensiero per evitare di seguire un pensiero in una narrazione o storia interna. Così ho provato a vedere questa esperienza come un nyam (esperienza meditativa) e a non prestarvi molta azione. Non riuscivo a riorganizzarmi, né a rilassarmi e mi sono alzato. Ho pensato: “Bene, questo è qualcosa della prima infanzia che sto proiettando sulla mia mediazione”. Sono cose di mamma e papà sull’amore non ho avuto e ho voluto, e deve avere a che fare col cristianesimo della mia infanzia. Anche se i miei genitori erano cristiani solo di nome ero stato cresciuto come presbiteriano soprattutto perché era quella la chiesa più vicina a casa nostra. I miei genitori non erano certo maniaci della Bibbia.

Ho finito la mia sessione di pratica, sono andato in cucina e ho cominciato a lavare i piatti. Ho sbrigato le mie faccende domestiche e non ci ho pensato molto, tranne per il continuo senso di nostalgia che non sembrava dissiparsi. Non riuscivo a scacciare l’esperienza, non importa quanto ci provassi. C’era questa terribile nostalgia in me che non potevo ignorare né spiegare. Non ne ho parlato a mia moglie, ma non riuscivo a smettere di pensarci, né trovare sollievo dal senso di dolore. Abbiamo passato una serata normale, guardando per un po’ la televisione e chiacchierando, e poi sono andato nel mio studio a dipingere. Io sono un artista e il mio studio è accanto al nostro cottage, e ci dormo quasi tutte le notti in cui dipingo fino a tardi. Dopo alcuni tentativi inquieti di lavorare a una tela che avevo iniziato, sono andato a dormire.

Quella notte, alle tre del mattino, sono stato svegliato da una “presenza” nella mia stanza. Era una nostalgia. Non so come altro chiamarla. Sentii una “presenza di nostalgia” in camera. Ero preoccupato che qualcuno fosse entrato in casa. Sono sceso dal letto e ho controllato tutte le stanze. Non c’era nessuno (tranne mia moglie) in casa, e lei era ancora profondamente addormentata. Ho deciso che, dal momento che mi ero svegliato, di fare un po’ di pratica e sono andato al mio altare, nel mio studio. Ho meditato per circa due o tre quarti d’ora e sono tornato a dormire. La mattina dopo ho controllato che tutte le porte fossero chiuse e in preda al disagio ho guardato in giro per casa per vedere se riuscivo a trovare qualcosa che potesse spiegare la “presenza”. Non abbiamo animali domestici, e ho chiesto a Diane se si fosse alzata durante la notte per qualsiasi motivo. Aveva dormito profondamente, e mi ha chiesto se c’era qualcosa che non andava. Le ho detto che mi ero alzato e che per un po’ non ero riuscito ad addormentarmi. Ho esitato a parlarle del senso di quella “presenza”. Non volevo spaventarla e non volevo che pensasse che ero impazzito.

La notte successiva sono stato di nuovo svegliato da un “richiamo”. Non posso dirvi esattamente come sembrava, se non che questa “presenza” era nella stanza. Niente luci, niente allucinazioni, nessun suono, niente fanfare, niente roba da schizzati (per quanto ne capivo), ma sicuramente una sensazione che ero stato svegliato da una presenza. Posso solo dire che era una “presenza di nostalgia”. Mi faceva male dentro e provavo nostalgia per qualcosa che non potevo esprimere. Mi sentivo un milione di miglia lontano da casa.

Dovete capire che la mia vita era piuttosto felice. Eravamo sposati da 25 anni, e mia moglie e io ci amavamo. Siamo entrambi artisti, e avevamo una buona attività in questo settore. Avevamo un piccolo cottage con giardino in una piccola cittadina costiera della California settentrionale, vicino a San Francisco, che ci piaceva. Avevo un meraviglioso maestro spirituale e avevo preso i voti, ed ero devoto al mio lignaggio e sentiero buddhista. Ed ero abbastanza sano, per essere un uomo grasso oltre la cinquantina. Tutto andava generalmente bene. Nessuna grande crisi. Nulla che avesse a che fare con le esperienze che stavo avendo né con l’incredibile senso di nostalgia che provavo. Mi sentivo come se fossi innamorato, ma non sapevo di chi o di che cosa. Ero come un adolescente innamorato. Non riuscivo a smettere di sentire questo dolore e nostalgia e confusione. Tutto era cominciato quando avevo detto “mi manca Gesù”, ma non potevo credere che quella fosse davvero la fonte di questo male. Doveva essere qualcosa d’altro. Ma non sapevo cosa. Avevo cercato di risolvere la cosa in modo razionale, facendo un inventario delle possibili fonti, motivazioni, eventi, che potevano portare questa nostalgia. Sono rimasto bloccato. Nulla di ciò che elencavo sembrava essere una ragione per l’esperienza di nostalgia, e certamente non per la sensazione di una presenza notturna nella mia stanza.

Ogni notte, per una settimana, sono stato svegliato alle tre. Stavo cominciando ad avere un po’ di paura. Non avevo spiegazioni per ciò che stava accadendo, né alcuna idea di come avrei dovuto comportarmi. Ho capito che era al di là di qualsiasi cosa avessi mai provato e speravo che il mio insegnante avrebbe potuto aiutarmi sia a capire sia a far fronte alle esperienze. Se c’era qualcuno che sapeva cosa stava succedendo era lui. Alla fine ho contattato il mio insegnante in Galles e gli ho spiegato l’intera sequenza di esperienze. Mi ha dato il nome di una “divinità” tibetana da invocare e un mantra associato a tale “Essere di consapevolezza” (il nostro sangha usava il termine “Essere di consapevolezza”, al posto del tradizionale termine “divinità”). Mi ha detto che le se le esperienze fossero continuate, avrei dovuto fare pratica e recitare il mantra che mi aveva dato.

Quella notte sono stato svegliato di nuovo dal senso di una “presenza”. Sono andato al mio altare e ho acceso le candele. Mi sono seduto nella meditazione in silenzio per un po’ prima di usare il mantra e di invocare la divinità buddista come mi era stato detto di fare. È stata una potente meditazione. C’era una quiete profonda e ho sentito una calma e un silenzio che sembravano penetrare nella stanza. Ho invocato il nome dell’Essere di consapevolezza come indicato da Rinpoche (un termine onorifico per un insegnante Vajrayana che letteralmente significa Gioiello prezioso). Con mia grande sorpresa ho sentito una voce dire: “Quello non sono io”. Non posso dirvi dove venisse la voce. Suonava come la mia voce anche se non ho alcun ricordo di avere davvero pronunciato le parole. Non posso dirvi esattamente se la voce fosse interna o esterna, ma era una voce che ha detto chiaramente e distintamente: “Quello non sono io”.

Ero completamente scosso. Mi sono seduto a bocca aperta e in silenzio. Mi sono alzato e sono uscito fuori. Erano probabilmente le tre e mezzo del mattino e c’era una pallida luna appena visibile sopra l’oceano. Mi sono seduto sugli scalini di ingresso e ho cominciato a piangere. La nostalgia e il dolore interno non erano diminuiti ma sembravano essere aumentati. Ero al limite del mio ingegno e capivo che stava accadendo qualcosa. Solo che non sapevo cosa. Ho pianto dal mio cuore. Ho singhiozzato. Infine ho alzato la testa e ho chiesto: “Chi sei?”.

Quando ho detto quelle parole è accaduto qualcosa di incredibile. Vi prego di capirmi, non ho alcun modo appropriato per esprimerlo. Non ho modo di spiegare neppure come e perché è successo. Io sono il più stupido di tutti. Non ho nemmeno il diritto di tentare di spiegare che cosa è successo, né di dire che io, in ogni caso, comprendo o merito quel che è successo. Ma quando ho detto quelle parole, sono stato colmato di una luce soffice. Non era visibile nel senso ordinario. Era una luminosità che mi riempiva. Non posso descrivere la luce né descrivere come la luce potesse essere portatrice di una “conoscenza”. Ma sapevo che una luce era venuta dentro di me e che mi conosceva personalmente. So che sembra impossibile ma è successo. La luce non solo conosceva me, Miles, un folle e irascibile brontolone, ma mi amava, mi amava davvero. Perdonate la mia presunzione, ma è quello che ho sentito. Non ho modo di dirvi come lo sapevo, ma lo sapevo. Non sapevo come chiamarla. Mi sentivo a disagio cercando di dire Dio o Cristo, eppure sentivo che aveva a che fare con Dio e con il Cristo/Logos. Però non riuscivo ad arrivare a dirlo. Sembrava troppo impossibile e così caricato di tutto quello che avevo respinto nel cristianesimo (il cristianesimo protestante della mia infanzia). Era impossibile dire le parole anche se sentivo come se un frammento di Dio avesse fatto irruzione dentro di me e che era amore. Percepivo amore. Percepivo un amore divino. Percepivo un amore che era venuto a me personalmente, come se avesse chiamato il mio nome mentre veniva dentro di me. Eppure sembrava di essere sempre stato dentro di me, ma io non lo sapevo. È entrato dentro e contemporaneamente è esploso fuori. So che è difficile anche solo da immaginare e non ho altre parole che posso usare per cercare di spiegarlo. Se potessi dirvi queste cose in modo più chiaro lo farei.

Mi sono messo in ginocchio e mi sono prosternato a terra. Non posso dire per quanto tempo ci sono stato, ma alla fine mi sono seduto sulle scale e mi sono di nuovo messo a piangere. Non ho modo di spiegare quello che ho provato. Potrei sbagliarmi ma sentivo le parole cadere via mentre entravo nella luce e ho sentito una “conoscenza” in me che sembrava essere nata con l’amore. Sapevo che Dio mi amava, eppure non riuscivo a dire la parola Dio. Sapevo che Cristo mi chiamava anche se non potevo dire la parola Cristo. Ero giunto ad alcune realizzazioni nel mio buddhismo, alcuni piccoli guizzi di comprensione del quadro generale, attraverso il mio maestro e la mia pratica, ma niente come questo. Brillavo all’interno di amore e di una conoscenza della luce. Non era una vera e propria luce, visibile o tangibile ma mi sentivo come se stessi brillando dentro. Non riuscivo a capire se Dio avesse nostalgia di me o se io avessi nostalgia di Dio. Sembrava quasi come ci fossimo incontrati nella nostalgia. Per la prima volta la nostalgia sembrava essere l’esperienza della presenza di Dio e della mia relazione con lui. Nel buddhismo parlavamo spesso di trovare la presenza della nostra consapevolezza in una circostanza di vita. Nel tantra tutto ciò che è vissuto presenta la possibilità di sperimentare l’illuminazione in quel momento. Le nostre pratiche erano spesso basate sulla ricerca della presenza di consapevolezza nelle emozioni o nelle situazioni di vita che stavamo vivendo. Mi sembra di aver trovato la presenza della mia consapevolezza nella nostalgia di Dio e da Dio come luce e amore.

Per la prima volta nella mia vita c’era amore divino, un amore che conosceva il mio nome. Non so quanto tempo sono rimasto seduto sui gradini. Il cielo sembrava più luminoso, ma non posso dire quando sono rientrato. Sono sicuro che alla fine sono andato a dormire, ma non mi ricordo esattamente quando, anche se mi sono svegliato nel letto con i miei vestiti addosso.

La mattina dopo, quando ho raccontato a mia moglie quello che era successo, le ho detto che era entrata dentro di me “una Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. Non sapevo come altro chiamarla. Ho descritto l’esperienza, ma ancora non riuscivo a dire la parola Dio, né potevo usare il nome di Cristo.

L’ho chiamata “una Luce che non è luce e che conosce il mio nome”.

Naturalmente mia moglie, da buona californiana, mi ha chiesto cosa avessi fumato. Entrambi abbiamo riso. Era passato molto tempo dall’ultima volta che avevo potuto farlo (fumare non era consentito nel nostro sangha), ma mi ha ascoltato e le ho raccontato i dettagli. Sapevo a quel punto che tutto era diverso. In qualche modo l’amore era entrato nel quadro e la vita come la conoscevo stava crollando. Il mio maestro era ateo e il buddhismo che avevo imparato certamente non presentava l’idea di un Dio creatore, né di una divinità che è fonte d’amore. Parlavamo di compassione e saggezza, di gentilezza e consapevolezza, ma raramente si pronunciava mai la parola amore, e certamente non nel contesto di un amore divino. Potevo vedere che mia moglie era spaventata. Non importa quanto ci scherzassimo su, si sentiva che tutto era in bilico. Non sapeva dove questo mi avrebbe portato. Non lo sapevo neanche io. Tutto era diventato piuttosto stabile nella nostra vita. Quella sera tutto è stato profondamente scosso, e mia moglie se n’era accorta.

Quando la “Luce che non è luce e che conosce il mio nome” mi ha pervaso di sé ho conosciuto cose che non potevo spiegare. Ho sperimentato un amore personale da una fonte che era al di là di tutto ciò che avevo sperimentato prima. Era meraviglioso e terribile allo stesso tempo.

Perché non potevo usare la parola Dio né Cristo? Che cosa mi tratteneva? Sembrava troppo agghiacciante pensare che fosse l’uno o l’altro, ma per la prima volta sembrava possibile. Era possibile che il suo amore fosse l’amore di Dio. Era possibile che questa fosse un’esperienza di Cristo. Credo che in qualche modo fosse troppo banale da dire. Certamente non volevo essere un cristiano. Avevo criticato i cristiani come ipocriti e idioti per anni. Da buddhista ero stato un po’ più gentile a questo proposito, ma non avevo ancora alcuna intenzione di essere un cristiano, né alcun desiderio di esplorare questa strada. Non ho mai potuto sbarazzarmi di un concetto di Dio, anche se Rinpoche diceva che dovevo risolvere la mia idea di Dio in rapporto alla colpa. Io incolpavo Dio per un sacco di cose nella mia vita, e mi ha detto che per crescere spiritualmente dovevo lasciar andare il concetto di colpa. Aveva ragione.

Un mondo si stava aprendo e un altro stava cadendo a pezzi. I voti che avevo fatto diventando un ngakpa erano stati presi come voti per tutta la vita. L’impegno che avevo preso era visto come impegno “di molte vite” sia verso il mio maestro sia verso il mio lignaggio. Ora ero di fronte al fatto che c’era un creatore dell’amore, una fonte dell’amore e uno spirito dell’amore che era inspiegabile nel mio buddhismo, e dalla mia esperienza, era una realtà che non può essere negata. Ho lottato chiedendomi cosa fare. Non avevo un contesto che contribuisse a risolvere l’esperienza. L’ateismo del mio maestro sembrava escludere la possibilità che lui comprendesse la realtà che aveva appena preso piede nella mia vita. Avevo avuto un’esperienza che sembrava sconvolgere completamente il mio buddhismo. La struttura della nostra pratica e l’istruzione del mio maestro sembravano limitate e, devo ammettere, incomplete. Sapevo che il mio insegnante si sbagliava su Dio. Che cosa avrei potuto fare?

Panteleimon David Walker è il mio agopuntore e un membro della Chiesa Ortodossa in America (OCA). Avevamo discusso il buddismo e il cristianesimo per mesi, mentre mi faceva i trattamenti. La settimana successiva avevo un appuntamento con lui. Dopo esserci salutati, ha detto: “Ho un libro per te, che credo ti piacerà”. Era Christ The Eternal Tao (Cristo l’eterno Tao) dello ieromonaco Damascene. Quella notte ho divorato il libro. Non ho idea di quando sono andato a dormire, ma l’ho letto per giorni, e mi ha dato una base per sistemare le esperienze che avevo avuto in relazione alla “Luce che non è luce e che conosce il mio nome”.

Sapevo che c’era una fonte d’amore e una energia d’amore ma esitavo a chiamarla lo Spirito Santo. Avevo lasciato molto indietro il cristianesimo della mia infanzia. Le parole mi si bloccavano ancora in gola.

David mi suggerì di provare a frequentare una chiesa ortodossa e menzionò una chiesa della OCA a San Francisco. Eppure questo sembrava troppo strano, un impegno troppo intenso in una religione che avevo abbandonato. Volevo qualcosa che non fosse basato su un contesto istituzionale. L’ultima cosa che volevo fare era essere coinvolto in una chiesa! Dopo tutto ero un buddhista. Perché venivo attratto verso un’altra religione, soprattutto il cristianesimo? Avevo preso un impegno verso il mio maestro e il mio lignaggio. Non avrei dovuto esplorare altre forme di culto a così tarda età. Ma il mio buddhismo non affrontava né riconosceva le esperienze che avevo appena avuto in relazione al divino. Sapevo come sapevo qualsiasi altra cosa che le esperienze che avevo avuto di una “Luce che non è luce e che conosce il mio nome” erano reali e vere. Il mio insegnante diceva che non c’è nessun Dio e io sapevo di avere sperimentato personalmente l’amore divino.

Resistevo all’idea di una chiesa, eppure l’Ortodossia ha un’antica tradizione contemplativa e una prassi per approfondire e ampliare un personale senso di trasformazione di sé in relazione al divino. Il libro di padre Damascene mi aveva aperto almeno alla possibilità di esplorare (senza impegno) una tradizione nel cristianesimo che era di gran lunga al di là di ogni tradizione cristiana di cui avevo mai sentito parlare. Ho chiamato la cattedrale della santa Trinità (una chiesa della OCA a San Francisco). Ha risposto al telefono un uomo, a cui ho chiesto se le funzioni erano in inglese. Mi ha risposto con un forte accento russo: “Stentato”. Mi sono messo a ridere. Mi piaceva già il suo umorismo all’inglese. Ho chiesto gli orari della Liturgia e l’ho ringraziato.

Domenica 7 febbraio mi sono svegliato e vestito e ho detto a mia moglie che andavo a cercare una chiesa. Era sconvolta. “Che cosa?!”, ha esclamato.

“Lo so, non farmi domande. Torno presto”.

la cattedrale della santa Trinità della Chiesa Ortodossa in America, all’angolo tra Green Street e Van Ness Street a San Francisco, California

C’era una forte pioggia e le strade erano quasi vuote. Ho guidato per San Francisco, con una vaga idea di una chiesa russa con delle cupole blu. L’indirizzo della cattedrale della santa Trinità era Green Street e ho pensato di andare in quella direzione. Ho finalmente visto la cupola e la croce. Non c’è mai un posto per parcheggiare in quella zona, così mentre mi avvicinavo mi sono detto: “Se c’è un parcheggio mi fermo, se no vado al Burger King”. Nell’istante in cui l’ho detto, una persona ha lasciato un posto di fronte alla chiesa. “Ok, ok, ci vado”. Sono entrato nella chiesa il 7 febbraio 1999. Non lo sapevo in quel momento, ma era la domenica del Figliol Prodigo.

Nel tantra tutti i mezzi di percezione sono usati nella propria pratica. I sensi non sono negati, ma utilizzati sia per aprirsi sia per rilassarsi nello stato naturale della propria illuminazione. Quando sono entrato in chiesa ho sentito una vasta gamma di luci e profumi. Sono stato accolto alla porta e mi è stato dato il benvenuto. Quando mi è stato chiesto se ero ortodosso ho risposto rapidamente (e probabilmente bruscamente) che non ero cristiano ma buddista. Sono rimasto nel retro della chiesa e ho guardato. Appena la Liturgia è iniziata, la musica e il canto e le letture sembravano riempire la stanza tanto quanto la luce e profumi. L’intera funzione sembrava un elaborato rituale dei sensi. È stato meraviglioso e allo stesso tempo mi ha spaventato a morte. C’era qualcosa che sembrava quadrasse. Se solo non fosse stato così cristiano! Dopo la funzione sono stato invitato a pranzo. Ho accettato. C’è stata una buona conversazione e anche un interesse per il mio buddhismo. Sono andato via con la sensazione di aver trovato un nuovo tipo di cristianesimo. Sicuramente non era il cristianesimo della mia infanzia. Sono tornato la domenica successiva.

Ho cominciato ad ascoltare le parole della Liturgia. Presto ho cominciato a venire ad alcune delle funzioni serali e sono rimasto stupito di quello che veniva recitato. Non avevo mai sentito parlare di una teologia cantata insieme con le letture. Ancor più ho cominciato a capire che nell’Ortodossia c’era un cristianesimo che era più vasto e più profondo di quello che conoscevo. E ho cominciato a sentire riferimenti alla luce, una luce che sembrava avere molto in comune con la mia esperienza di “una Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. C’era anche una teologia che riconosceva la Luce e usava quella Luce come una descrizione di come Dio, il Logos, e lo Spirito Santo chiamano e amano. Ho cominciato a sentirmi più a mio agio con le parole Dio e Cristo. Naturalmente mia moglie e i miei amici si sentivano molto a disagio sentendomi cominciare a usare quelle temute parole. La maggior parte della gente taceva quando sentiva che frequentavo una chiesa cristiana, tanto più una chiesa cristiana ortodossa. Frequentavo ancora il mio gruppo buddista e sapevo che quando il mio insegnante sarebbe arrivato a marzo, avremmo dovuto parlare. Mi sentivo come se stessi scappando furtivamente per andare in una chiesa cristiana e non volevo farlo. Ma dovevo cercare di trarre un senso dalle mie esperienze e sentivo che la chiesa offriva qualche possibilità di risposta a ciò che né il mio maestro, né il mio lignaggio buddhista sembravano di essere in grado di spiegare.

l’iconostasi della cattedrale della santa Trinità

Il libro di padre Damascene era stato il catalizzatore per quell’esplorazione, e lo sviluppo della chiesa nella mia vita sembra una progressione quasi naturale da quella lettura iniziale del suo libro. Quanto più partecipavo alle funzioni, tanto più sentivo che questo era un posto dove avrei potuto essere a mio agio come cristiano. Anche se dovete rendervi conto che non usavo mai questa parola. Resistevo ancora. Indugiavo ancora. Mi nascondevo ai bordi del cristianesimo, nelle ombre delle candele tanto quanto nella luce. Resistevo e resistevo a prosternarmi e a farmi il segno della croce. La cosa stava semplicemente andando troppo lontano. Ero ancora un buddhista. Ero appena un visitatore del cristianesimo. In questo modo potevo ancora partecipare ed esplorare, ma non prendermi un impegno. Una sera matushka Barbara si è avvicinata a me e mi ha chiesto se volessi imparare a farmi il segno della croce. Quando ho detto di sì, sono rimasto sorpreso di me stesso.

So che sembra strano, ma farmi il segno della croce ha fatto una differenza nel modo in cui mi vedevo e come cominciavo a pregare. Era il primo segno da me fatto pubblicamente che riconosceva che mi fidavo del cristianesimo e che avevo cominciato a vedere me stesso all’interno della cornice cristiana. È difficile da spiegare. È un gesto così semplice, ma per molti versi è diventato il mio primo atto di riconoscimento cristiano. È diventato il primo segno che stavo “rivestendomi di Cristo”. Ero stato cresciuto nell’odio verso i papisti. Mio padre era cresciuto tra i luterani tedeschi e odiava la Chiesa cattolica. Ne avevo ancora tracce in me. Ma mi sono segnato in quella sera e in altre sere mentre cominciavo a frequentare sempre più funzioni e a cercare nell’Ortodossia delle risposte e una nuova forma di devozione.

Nel buddhismo vajrayana si considera il proprio maestro come un essere illuminato che rappresenta appieno il proprio percorso verso questo obiettivo. Ci si prosterna al proprio insegnante come segno di pieno rispetto e come segno di dipendenza da lui per il proprio avanzamento e realizzazione spirituale. Io mi prosternavo al mio maestro senza alcuna riserva (tranne che per il fatto che ero obeso e per le mie ginocchia). Nella Chiesa ortodossa ci si prosterna davanti a Dio, davanti a Cristo, davanti allo Spirito Santo. Ci si prosterna davanti alle immagini dei santi come atto di devozione e rispetto. Io non facevo ancora prosternazioni. C’era qualcosa nella mia testardaggine che non aveva senso nemmeno per me. Sapevo che era strano essere in grado di prosternarsi davanti a un insegnante, eppure non farlo davanti a Dio. In qualche modo sembrava più facile fidarsi di un uomo piuttosto che del divino. Mi segnavo, ma non mi prosternavo. Ero stato letteralmente tirato giù dal letto, chiamato in un modo che anch’io avevo potuto sentire, e avevo avuto questa incredibile esperienza di luce e amore in modo personale, ma il mio orgoglio e la mia testardaggine resistevano ancora a un’espressione più ricca e più piena di devozione. Non mi volevo piegare. Non mi volevo prosternare davanti a Dio. Qualcosa stava ancora resistendo fortemente alla chiamata di Cristo e della Chiesa ortodossa. Eppure sapevo che non potevo tornare indietro.

La Grande Quaresima è un tempo di intensa disamina spirituale. Tutta la chiesa inizia collettivamente un viaggio con Cristo verso Gerusalemme. Tutti i 40 giorni diventano un dramma cosmico sospeso in un tempo che avevo raramente sperimentato nel buddhismo. Il tempo sembra dileguarsi quasi in relazione a quanto si allungano le funzioni. In qualche modo il tempo era utilizzato per distruggere il tempo.

Avevo partecipato a lunghi rituali nel buddhismo. Ho avuto a volte la sensazione che scorressero più veloci di quanto mi aspettassi. Ma non avevo mai sperimentato il tempo in un modo “eterno”. So ancora quanto sia difficile da capire, ma la maggiore lunghezza dei servizi e delle liturgie sembrava effettivamente collassare in una atemporalità che non avevo mai sentito così intensamente. Ogni parola del canto o della funzione sembrava essere diretta a me. Ogni versetto che parlava di essere perso e confuso e in balìa delle circostanze della vita era letto per me. Ero stato trovato dall’amore, ma ero ancora perduto. Andavo via ogni sera con la sensazione che era stato cantato tutto quello che avrei detto io, se avessi potuto dire qualcosa di così bello e vero. Lasciavo che il coro cantasse le mie lodi e che il lettore proclamasse il mio amore. Quanto più la Quaresima si approfondiva, tanto più diveniva vasta e ampia e, devo dire, dolorosa. Ho cominciato a vivere il tempo nella chiesa come nessun altro tempo.

Anche quando avevo passato ore in meditazione e settimane in ritiro solitario, il tempo non era mai diventato così quieto. Le funzioni della Grande Quaresima hanno cominciato a cambiarmi. Una notte, durante la Grande Compieta (credo), le mie ginocchia si sono piegate. Mi sentivo in ginocchio davanti a Dio e mi sono sentito così male per aver resistito tanto. Mi sentivo come uno sciocco e un idiota orgoglioso. Tutto in me mi aveva parlato del grande e buon cuore di Cristo e io avevo rifiutato il suo abbraccio. Quando la mia testa ha toccato il pavimento, Dio mi ha spezzato il cuore. Mi sono messo a singhiozzare. Quando padre Victor è venuto a incensare l’icona vicino a me so che mi ha sentito piangere. Non riuscivo a smettere. Ero così imbarazzato. Mi sentivo così esposto. C’erano persone con cui mi ero incontrato su base regolare per settimane e che stavano vicino a me in chiesa. Mi avevano visto arrogante nel mio buddhismo, mi avevano visto stare in piedi sul retro della chiesa. Mi avevano visto segnarmi eppure ancora trattenermi. E ora vedevano le mie ginocchia piegarsi e la mia testa toccare il pavimento di legno e piangere mentre Dio mi spezzava il cuore.

Ha spezzato il mio cuore proprio lì. Posso indicare il punto esatto. Mi aveva chiamato nella notte. Era entrato in me come luce. Ora mi spezzava il cuore. Non riesco a spiegarlo in modo più chiaro. Dio ha spezzato il mio cuore, la mia arroganza e la mia solitudine e ha reso la solitudine impossibile. Mi ha tenuto sospeso nel tempo e nell’amore, e non ero degno di un briciolo di esso.

Ora mi aveva spezzato con l’amore. Ero un mendicante. Sono un mendicante.

Le funzioni serali sono diventate più frequenti e intense. Mia moglie era arrabbiata perché stavo lontano così tanto e spesso non eravamo d’accordo. Non avevo molto sostegno personale per continuare questo spostamento verso il cammino cristiano. I miei amici pensavano che fossi pazzo. I miei membri del sangha buddhista non sapevano nemmeno della mia frequentazione parallela della chiesa. Quanto più ero attratto verso la chiesa maggiori erano le forze che mi sembravano tirarmi indietro. Le contraddizioni e le ipocrisie della mia partecipazione come buddhista in una chiesa cristiana erano evidenti anche a me.

È stata quella sera che ho capito che non potevo più tornare indietro. Ero innamorato e dovevo avvicinarmi il più possibile a quella fonte d’amore. Penso di essere impazzito per un po’. La nostalgia non si fermava. Sembrava approfondirsi man mano che la Grande Quaresima progrediva. Piangevo a ogni piè sospinto. Passeggiavo per strada e vedendo una coppia di anziani che si tenevano per mano scoppiavo in lacrime. Alle funzioni e alla Liturgia ero perduto. Sentivo il suono delle campane all’inizio della recita del Credo e dovevo trattenere le lacrime. Il mio naso colava alla grande. Ho cercato di dire a Diane che potevo portare un migliaio di edizioni di grandi libri per comprovare di ogni frase del Credo e sarebbero stati nulla di fronte a poche lacrime. Ho cominciato a stare in un angolo perché ero molto imbarazzato. Mi mancava stare davanti vicino al coro, ma nel mio angolo mi sentivo come un mendicante che si riscalda davanti a un fuoco acceso per strada.

Ho scritto sia a padre Damascene, che era in Alaska, sia al rettore della cattedrale della Trinità, padre Victor Sokolov, per dire loro ciò che mi stava accadendo e la mia crescente necessità di affrontare la possibilità di esplorare l’Ortodossia più seriamente. Padre Damascene ha risposto con una splendida lettera di incoraggiamento. Sono stato molto commosso dalla sua gentilezza. Ho chiesto di incontrare padre Victor.

Sapevo che il mio maestro stava per arrivare e l’ho chiamato chiedendogli di riservare un po’ di tempo insieme. Avevo rotto i miei voti fatti a lui, non perché stavo cominciando ad abbracciare il cristianesimo, ma perché non mi fidavo di lui abbastanza perché capisse l’esperienza della “Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. Ho sentito che, siccome la sua era una posizione atea, non avrebbe capito a priori l’essenza dell’esperienza della Luce. Quello è stato in realtà il punto in cui ho rotto i miei voti. È allora che violato la fiducia tra studente e insegnante, non in seguito, quando gli ho chiesto di lasciare i miei voti. È stato in quella breccia che sono stato effettivamente in grado di aprirmi all’espressione più piena dello Spirito Santo, di aprire una parte di me stesso che mi ero impegnato a non aprire a causa dei miei voti.

Quei voti buddisti erano un tempo il centro della mia identità e della mia vita. Ho cercato di prenderli seriamente. Ho voluto bene a Rinpoche. Gliene voglio ancora. Ho sentito questa incredibile responsabilità di continuare misticamente un treno di pensiero e di metodo che aiutava la gente a vedere gli schemi che li trattengono dal rilassarsi nella bontà naturale dell’essere e del non-essere. Avevo preso un impegno per questo e spero ancora che ci sia in me una parte di questo impegno verso la bontà e la liberazione.

Ho incontrato Rinpoche e abbiamo cominciato a parlare. Ho chiesto se potevamo spostarci dal soggiorno nella sua stanza privata per un po’ di privacy. So che ha avvertito un disagio. Gli ho detto quello che era successo, ho cercato di spiegargli completamente l’esperienza della Luce che non è luce. Credo che abbia visto in me che l’esperienza era reale. Forse si è riflesso nelle mie lacrime. Ancora una volta mi ero perso in queste lacrime di gioia e di terrore. Avevo paura di tagliare un cordone che mi aveva nutrito spiritualmente. Ho chiesto di essere tolto dalla linea di energia che si muove attraverso il cosmo come un fiume. Sono stato tolto fuori dal flusso. Ora ero un ex buddhista. Tutti i miei dèi erano stati portati via; le mie immagini di consapevolezza del modo in cui il mondo era riflesso. Gli yidam e i protettori [2] con i quali condividevo un mondo non erano più lì per me. È stata una perdita strana, ma potente.

Piuttosto improvvisamente gli ho chiesto di essere liberato dai miei voti. La cosa è come esplosa dalla mia bocca. Mi sentivo malissimo. Ho sentito le mie parole che chiedevano di essere liberato dai miei voti e sentivo di aver tradito un uomo che ho amato e che mi ha amato teneramente. Era stato il mio padre spirituale per quasi otto anni. Sapevo che gli stavo facendo male. Gli stavo facendo male perché mi amava e io lo sapevo e avevo preso un impegno di unirmi a questo flusso di lignaggio fino a quando tutti gli esseri fossero stati liberati. Era più di un voto personale fatto a lui solo. Lo sapevo. Tali metodi di visualizzazione e identificazione nel vasto ambito di esseri, mondi ed energie erano i punti di riferimento centrali della mia vita. Ci sono nel buddhismo correnti di liberazione che hanno cosmologie e modi specifici di vedere il mondo. Tutte le correnti si riferiscono alla base di compassione e consapevolezza della loro religione. Stavo chiedendo di non far più parte di più di un semplice sangha.

Tutto era caratterizzato dalla tristezza. Rinpoche ha detto che mi avrebbe liberato dai miei voti. Mi ha detto di esplorare il cammino cristiano per un anno, e che entro l’anno, se avessi voluto, avrei potuto tornare ai miei voti. Ha visto che ero passato attraverso alcune trasformazioni, ma non ho idea di quello che abbia visto. Come sempre ha optato per la gentilezza e ha creato la possibilità di un margine di spazio in un momento terribile. Poteva sempre trasformare un momento di flusso nell’essere da capo a piedi. È per questo che è stato un così buon insegnante per me. Ha capovolto i miei modelli di reazione al mondo esterno. Ma è stato attraverso l’esperienza della Luce di Dio, in cui tutto sembrava essere già superato, che gli ho detto che non avevo intenzione di tirarmi indietro e che sarei andato più a fondo possibile.

Ha detto che la mia unica responsabilità verso di lui sarebbe stata quella di essere un buon cristiano.

Penso che abbiamo pianto insieme. Questo è il modo in cui me lo ricordo. Ma avrei potuto essere solo io. L’ho lasciato sentendomi come sotto shock. Mi sentivo come fosse morto qualcuno. Ho sentito quella terribile sensazione che si ha come dopo un incidente tutto cambia in un secondo. Quel terribile momento in cui un quindicenne mette le mani su una pistola e tocca il grilletto. C’è quel lacerante momento di certezza e terrore dove nasce qualcosa e qualcosa sfuma all’ultimo momento. Rinpoche aveva sempre cercato di mostrarci come trasformare questi momenti in punti di consapevolezza.

Passavo sopra il Bay Bridge e improvvisamente mi ha colpito che al di là del dolore c’era un senso di certezza che la decisione era stata giusta. Era uno strano ricordo dolceamaro della “Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. Anche in tutta l’angoscia era ancora presente. Comincio a ricordare tutto, dalla chiamata nella notte alla ricerca dei ladri. Ho dimenticato Dio per tutto il tempo. Questo è il mio problema. Ho dimenticato Dio per vent’anni.

Ero stato letteralmente risvegliato e portato alla soglia e fatto entrare. Ho cercato di ricordare la prima volta che mi sono segnato e il luogo in cui Dio mi ha spezzato il cuore.

A volte Dio deve colpire noi idioti in testa con un asse, prima che capiamo. Il mio stomaco era in subbuglio, eppure da qualche parte c’era un senso che tutto andava bene. C’era questo piccolo punto di calma. C’era un occhio in mezzo al ciclone. Il dubbio e dolore erano un’atmosfera che circondava questa piccola goccia di certezza dell’amore di Dio. Bisognava ricordare e in qualche modo ricordare per tutta la giornata, che quest’amore era lì.

Alla fine, c’era una destinazione in questa strana confluenza di tempo, circostanze e mysterion. Sembra che ci sia, in questo grande dramma dell’economia delle cose, una fonte centrale di Amore che svuota se stesso, che spazza tutto ciò che esiste e richiama tutto e tutti all’amore divino. Questo è il modo più vicino che ho di descriverlo.

Ho mandato una e-mail a padre Victor per dirgli che ero stato liberato dai miei voti buddhisti. Ho chiesto di incontrarlo per capire come procedere da questo punto. Ho continuato a frequentare le funzioni durante la Grande Quaresima. All’arrivo della Pasqua ero stanco. In realtà ero usurato. Ero prosciugato e svuotato eccetto che per questa piccola Luce che si trovava da qualche parte alle mie spalle. Tutto era stato capovolto in pochi mesi.

Mi sono incontrato con padre Victor e abbiamo parlato. Ha suggerito alcuni libri e mi ha incoraggiato a continuare a partecipare alle funzioni. Mi ha ricordato che c’era un gruppo di studio che si incontrava ogni tot settimane dopo i Vespri. Il mio incontro con padre Victor è stato molto congeniale. Non lo sapeva quando lo ha detto, ma mi ha dato probabilmente uno dei consigli più importanti che chiunque potrebbe dare a un buddhista che stava guardando verso Cristo. Lo ha detto in fretta e in modo casuale. Si è fermato, si è voltato e ha detto: “Anche se non hai nulla da offrire, offri quel nulla”. In quel momento Dio ha fatto in modo che il mondo sembrasse abbondante e padre Victor mi ha aiutato. Mi sono reso conto che non avrei potuto offrire nulla a Dio. Gli potevo offrire la mia tristezza e depressione, la mia rabbia e sfiducia. In una buona giornata avrei potuto offrirgli un po’ di gioia e di felicità. Era una cosa molto importante per me da sentire. Che stesse citando qualcun altro o no non mi interessa. In quel momento quelle parole erano di padre Victor, e sono state con me fin da allora. Non c’è mai stato un momento da allora in cui non ho avuto qualcosa da offrire a Dio.

Più mi muovevo verso la chiesa più le cose diventavano tese a casa. Io mancavo a Diane, che non faceva mistero nel farmelo sapere. Naturalmente dopo 23 anni insieme (a quel tempo) sapeva che la sottigliezza non funziona con me. Sono troppo stupido. Le più difficili rotture personali sono state con amici cari del mio gruppo buddista. Ho chiesto il permesso del mio maestro per raccontare alla mia sorella e al mio fratello vajra (le mie relazioni più strette nel gruppo) l’intera storia in modo che sapessero esattamente cos’era successo. Temo che non condividevamo una base di esperienza, né di linguaggio. Non importa quello che dicevo che era successo, loro vedevano solo che avevo rotto i miei voti. Ascoltare era molto doloroso e difficile. Come ho detto, c’era in gioco molto più di un piccolo gruppo di persone. Stavamo parlando della continuazione di un lignaggio e quei voti erano parte di questo impegno. La loro rabbia era in realtà un segno della loro devozione a Rinpoche. Si sono sentiti traditi, feriti e arrabbiati. Stavo rompendo un legame spirituale tra di noi. Avevano ragione. Ma anch’io ho avuto un momento molto difficile nel cercare di capire ciò che mi sembrava una mancanza di amore. C’è stato un lungo silenzio.

Il 23 maggio 1999, sono stato battezzato nella Chiesa Ortodossa in America. Ciò che segue è la copia di una lettera che ho inviato al mio sacerdote che può trasmettere qualcosa di ciò che il sacramento ha significato per me.

Caro Padre Victor,

Oggi si sono conclusi quattro mesi di tentativi di accettare il mistero dell’essere di Dio e della sua profonda nostalgia per ognuno di noi. So che questo è solo l’inizio. So che sono così nuovo e giovane che c’è il pericolo che il potere di questa gioia mi farà credere di sapere cose che non so. Ma oggi è stato un giorno meraviglioso – pieno di meraviglia.

L’incredibile gratitudine che ho sentito ieri era incompleta, debole. Io non sono ora, né mai sarò in grado di riempirmi della gratitudine di Dio in un modo che possa essere di qualche utilità a lui. Io sono un povero esempio di devozione, ma per me questo giorno è una misura di gratitudine traboccante, che si sparge sul pavimento, che riempie la cantina. Come potrei ricambiare Dio? Che cosa potrei anche solo concepire, che possa essere un’offerta? Non riesco a immaginare di essere in grado di esprimere questa primavera in me. Ma se potessi, lo farei oggi. Vorrei andare da Dio e offrirgli questo giorno come ciò che gli posso dare. Vorrei svuotare le tasche di questa giornata e dire: “Ti prego, Signore, è il meglio che ho. Prendi questo da me – questo giorno”.

Le lacrime mi rigano le guance. Mia moglie mi sta guardando a un battito di cuore più in là. Sento il coro. Vedo gli occhi di mia moglie. Guardo te che vieni verso di me. È al rallentatore, un film girato fuori dal tempo. La chiesa respira di questa luce. Guardo la tua croce davanti a me, l’oro nel sole diffuso, il tessuto bianco dei tuoi parlamenti. Le parole che stai dicendo risuonano come campane. Sto solo, lì in piedi. Io sono solo questa persona in piedi in questo bellissimo posto. C’è una pienezza che non ho mai conosciuto, un senso di essere conosciuto da Dio dentro di me. In questo mi sento sicuro. Le crepe profonde del mio cuore, quei luoghi scuri, nascosti, tristi, quei posti che ho chiuso all’amore per tutta la vita sembrano toccati da una grande gentilezza. La neve si sta sciogliendo. Lo sento dentro di me. I ghiacciai si stanno trasformando in laghi. Le porte sono aperte e il vento spazza le tende. C’è una chiazza di sole caldo sul pavimento e i granelli di polvere brillano nell’aria, vorticosi come le pieghe della gonna di una ballerina che accarezzano il pavimento.

Caro Padre Victor, non si tratta di una seconda occasione: è una prima occasione. Sono nuovo alla vita, nuovo a questo mondo. Non mi sono mai sentito come in questa novità. Mi sento pulito. Davvero, mi sento pulito dentro. Mi sento come se non avessi mai visto prima la luce del sole. Sono stupito dagli occhi della gente. Le piccole rughe attorno alla bocca quando sorridono. Il modo in cui il mattino brilla attraverso di loro e non solo su di loro. Sembrano così meravigliosi.

L’acqua mi ha lavato. Non avrei mai pensato che avrei potuto capirlo e nemmeno dirlo. L’olio mi ha benedetto. Mi ha sigillato nel corpo di una Chiesa senza tempo.

Questo non è qualche archetipo o simbolo, o semplicemente un rituale intrappolato in una piccola chiesa di San Francisco. È reale ed è meraviglioso ed è da Dio per tutti noi. Tutto in me dice che questo è vero. Ricordo la mano di Johann sul mio braccio, che mi aiutava mentre mettevo piede nel fiume Giordano. Ricordo il raggio di sole e Cristo attraverso le porte sante. Ricordo Diane che piangeva seduta sulla panca. Ricordo la tua voce e ricordo come Dio mi ha tenuto sotto l’acqua e mi ha preso e mi ha lavato e mi ha sollevato per mostrare al mondo che un nuovo bambino era nato.

Tu mi guidi dal fiume, i miei vestiti che mi si appiccicano addosso mentre afferro la mano avvolta nei paramenti, gioia nel mio cuore, a guardare ogni passo e il sorriso e gli occhi della Chiesa viva nel mattino. I fedeli aspettavano seduti sulle panche. Mia moglie guardava, e anche quelle meravigliose persone che mi hanno incoraggiato fin dalla Domenica del Figliol Prodigo a tornare, a tornare sempre.

Tornare sempre. Questa formula di pentimento – la libertà di tornare – è stata il la mia “tangenziale” per ritornare e pentirmi da quando Dio mi ha spezzato il cuore. Posso mostrarti il luogo dove Dio ha spezzato il mio cuore nella tua chiesa, nella nostra chiesa. Posso mostrarti dove ho strofinato il pavimento con la manica dopo essermi finalmente prosternato a lui e aver gridato a lui e aver risposto a lui. Come potrei andare altrove? Quale posto potrebbe essere casa più di qui? Voglio essere nel luogo in cui Dio mi ha spezzato il cuore.

Quando mi sono avvicinato al calice sono tornato a casa.

Sono cresciuto prendendo la comunione, ma non ho mai veramente preso parte all’Eucaristia. Oggi mi è stata data attraverso la grazia la possibilità di mangiare del Corpo e bere del Sangue di Cristo. Non lo avevo mai sperimentato prima anche se avevo preso spesso la comunione. Non ci sono parole reali per questo, si tratta di un mistero di cui non posso nemmeno cominciare a parlare. Sono muto di fronte a questo. Sono solo grato oltre misura e spinto a un benedetto silenzio.

E finalmente sono a casa. Dio, per qualche ragione sconosciuta, mi ama. Me! So che questo è vero. Egli mi ama come sono, con un nome, il mio nome! Dio conosce il mio nome! Dio conosce il mio cuore, il mio cervello, il mio grasso, i miei muscoli e mi ama. Dio conosce ogni mio pensiero e ogni paura e dolore e ancora mi accetta. Questa è la realtà più incredibile possibile. Padre, oggi è stato il grande dono di Dio a me e il mio a lui. Io sono povero e vuoto di fronte a questo.

Eppure, in quel mio vuoto sono pieno di lui. Oggi sono stato svuotato e oggi sono stato riempito. Tu hai retto la coppa per Dio. Come ministro del Corpo di Cristo, hai soffiato su di me, mi hai lavato e mi hai unto con il suo olio. Questo è ciò che egli ti ha dato di fare. Mi hai dato da bere e mi hai dato da mangiare. Questo è ciò che egli ti ha dato di fare. Ma è stato lui che mi ha svuotato oggi e lui che mi ha riempito oggi con la sua grazia

Questo è il mistero che abbiamo condiviso oggi. Tu ed io e le grandi persone di buon cuore che compongono il corpo della Chiesa. È stato il mio viaggio e il nostro come Chiesa.

Sono stato risvegliato dall’acqua, dalla grazia e dall’amore di Dio. Sono stato unto con l’olio in questo momento e per sempre. Sono stato rinnovato, ritrovato e chiamato, perdonato, perdonato, perdonato. Sono stato infuso con una comprensione di un mistero che va oltre la mia comprensione. Io sono un folle e un peccatore, ma sono stato abbracciato nello Spirito Santo e mi è stato dato un nome di fronte a una Chiesa che esisterà per sempre.

Offro questo giorno a Dio. Questa notte non restano parole, padre. Solo gratitudine e preghiera e silenzio.

Buonanotte.

Con amore in Cristo,

Nilus

il giorno del battesimo di Nilus Stryker

Nota del redattore: Al suo battesimo, Miles Stryker ha ricevuto il nome di un santo della “Tebaide del Nord” della Russia: san Nilo di Sora.

Per informazioni sulla chiesa menzionata in questo articolo – la cattedrale della santa Trinità a San Francisco – guardate il sito www.holy-trinity.org

Note

[1] Il tantra è una serie di insegnamenti che sottolineano la relazione dei praticanti alle loro esperienze di vita quotidiana. Lo dzogchen è la caduta delle forme di insegnamento basata su un risveglio improvviso e spontaneo.

[2] Gli yidam sono una parte della cosmologia tibetana degli “esseri energetici” che i buddhisti invocano. I protettori sono i guardiani degli insegnamenti buddhisti.

Note

[1] Il tantra è una serie di insegnamenti che sottolineano la relazione dei praticanti alle loro esperienze di vita quotidiana. Lo dzogchen è la caduta delle forme di insegnamento basata su un risveglio improvviso e spontaneo.

[2] Gli yidam sono una parte della cosmologia tibetana degli “esseri energetici” che i buddhisti invocano. I protettori sono i guardiani degli insegnamenti buddhisti.

Nilus Stryker
tratto dalla rivista The Orthodox Word, n. 217/2001, pp. 59-83
tradotto in italiano da Ortodossiatorino.net (la traduzione è stata rivista sull’originale inglese)
le foto sono tratte dal sito

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Spirito Santo, non avere fretta! (Matta el Meskin)

Mon, 08/06/2020 - 11:34

di Heidi Bedwani

Attorno all’una di notte dell’8 giugno 2006 (1° Paone 1722 del calendario copto detto “dei martiri”), lasciava questo mondo per entrare nella gloria celeste il monaco copto ortodosso Matta El Meskin (1919-2006), dal 1969 padre spirituale del monastero di san Macario il Grande nel deserto di Scete.

Il giorno del quattordicesimo anniversario della nascita celeste di padre Matta el Meskin coincide con il giorno dopo Pentecoste, a poche ore dalla preghiera della prostrazione nella quale la Chiesa ortodossa invoca l’effusione dello Spirito sul mondo e sul cosmo, e con il primo giorno del digiuno degli Apostoli nel quale si digiuna per la Chiesa e per la sua opera profetica nel mondo.

Per la prima volta in quattordici anni, a causa della pandemia di Covid-19, il Monastero di San Macario festeggia senza ospiti, con una Divina Liturgia alla quale partecipano solo i monaci.

Spirito di Dio, ancora vado cercando il tuo volto
ancora supplico la tua misericordia.
Non girare la pagina dell’amore così in fretta
tante cose ho da dirti e da darti.
Ho penitenza e pentimento,
ho lacrime, ho preghiera e preghiera,
ho digiuni.
Aspetta, non smettere di essere paziente,
gentile e amorevole,
ancora per un po’.
Non sono capace di sopportare la tua ira
né le tue testimonianze,
le tue misure,
la tua penna.
A te grido: non avere fretta!
Sii tu il mio garante presso di te.
Se pure l’anima mia è prostrata
per il peccato, sotto il peso del peccato,
tu sei la sua giustizia.
Anche se sono scivolato in basso fino all’Ade,
la tua mano risolleva in alto, fin nel cielo.
Non sopporto la mia caduta.
E anche se mi allontanassi da te per volontà mia,
dove potrei scappare lontano dal tuo Spirito?
Attirami a te, e ritornerò correndo a te (cf. Ct 1,4).
La mia lontananza da te
altra cura non ha che la tua vicinanza a me.

Matta el Meskin
tratto da La gioia della preghiera, Qiqajon 2012, pp. 107-108

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La tomba vuota, nuova Arca dell’Alleanza (Matta el Meskin)

Thu, 23/04/2020 - 10:01

[Maria di Magdala] vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù (Gv 20,12)

Seduto sui cherubini, risplendi…
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci (Sal 80,2-3).

Questa è la prima volta in cui San Giovanni parla nel suo Vangelo di un’apparizione effettiva di angeli.

La posizione dei due angeli, qui, è di un’estrema importanza teologica poiché corrisponde a quanto previsto dalla Torah rispetto al luogo della presenza divina e alla presenza dei due cherubini al di sopra del propiziatorio dell’Arca, chiamato “trono della misericordia” o “trono del perdono”.

Fa’ un cherubino a una estremità e un cherubino all’altra estremità. Farete i cherubini alle due estremità del propiziatorio… Io ti darò convegno in quel luogo: parlerò con te da sopra il propiziatorio, in mezzo ai due cherubini che saranno sull’arca della Testimonianza, dandoti i miei ordini riguardo agli Israeliti (Es 25,19-22).

La posizione, qui, dei due angeli alle estremità del letto di pietra su cui era posto il Corpo, fa pensare in maniera eloquente a questo luogo come al luogo della presenza divina, il che indica anche l’estrema santità di questo luogo. Inoltre, questa loro posizione indica anche che la tomba è diventata ormai, indiscutibilmente, l’Arca della Nuova Alleanza, non in quanto a posizione o ad aspetto esteriore (la tomba è infatti vuota!), ma nel suo senso profondo. È dalla tomba, infatti, che è stata rivelata la Resurrezione, pietra angolare della fede cristiana, ed è stato rivelato il Cristo Figlio di Dio.

Il fatto, poi, che i due angeli siano seduti e non in piedi indica che il loro turno di guarda è terminato, dopo che Cristo è risorto e ha abbandonato la tomba. Il solo fatto che si siano messi a sedere alle estremità della tomba è l’indice, il primo indizio, dell’avvenuta Resurrezione. Effettivamente, i due angeli – o i due uomini divini, secondo la versione del Vangelo di Luca – sono stati i primi ad annunciare la Resurrezione: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24,5-6).

Nel Vangelo di Giovanni, invece, l’opera dei due angeli è quella di circoscrivere il luogo in cui è stato posto il Corpo, “uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi” (Gv 20,12). Questa delimitazione spaziale angelica è, di per se stessa, una testimonianza straordinaria della certezza della morte del Signore e del suo seppellimento. È il sigillo di ogni racconto che segue la Crocifissione e, di conseguenza, una prova silenziosa, ma schiacciante, che è risorto. La missione degli angeli è stata quella di rivelare il mistero della tomba e quello della Resurrezione, cose che andavano ben al di là delle possibilità di comprensione di Pietro e degli altri, e poi quello di trasformare il pianto e il cordoglio in buona notizia ed esultanza.

L’apparizione dei due angeli al sepolcro di Cristo, in qualità di guardie celesti, è la risposta schiacciante alle parole “l’hanno preso e non sappiamo dove l’hanno posto”. Anzi, essa è un amaro rimprovero rivolto ai Giudei i quali tentarono di diffondere questa falsa asserzione.

Il Vangelo di Giovanni è stato bene attento a dimostrare, con prove celesti, fino a che punto il Corpo e la tomba erano in custodia del Cielo e protetti strenuamente dagli spiriti celesti.

La presenza di questi due angeli è la conferma conforme delle parole che Cristo disse a Pilato: “Il mio Regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Ed eccoli questi soldati custodire il Corpo del Signore degli eserciti! Lo hanno accompagnato nella sua nascita (cf. Lc 2,13), nella sua tentazione (cf. Mt 4,11), nel Getsemani (cf. Lc 22,43), ora nella sua tomba e nella sua Resurrezione, e poi nella sua Ascensione (cf. At 1,10).

Ave o sepolcro, luogo di angeli e casa della luce, luogo dal quale si è sprigionato l’annuncio felice della vita!

Matta el Meskin
Commento al Vangelo di Giovanni, pp. 1270-1271.

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