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Updated: 2 hours 7 min ago

Oggi è aperta per gli uomini una via verso Dio ed è inaugurata la via di Dio verso l’anima (Macario il Grande)

Mon, 21/12/2020 - 08:10

1. Il Verbo di Dio cerca un’opera secondo verità. Così all’uomo spetta parlare, ascoltare e agire. A tal fine, infatti, si ascolta chi parla: per mettere in pratica l’opera di cui si è udito parlare.

     In questo giorno è nato il Signore, la vita e la salvezza degli uomini. Oggi è avvenuta la riconciliazione della divinità con l’umanità e dell’umanità con la divinità. Oggi l’intera creazione ha trasalito di gioia; le creature dell’alto si sono volte verso quelle del basso e quelle del basso verso quelle dell’alto. Oggi si è compiuta la morte delle tenebre e la vita dell’uomo. Oggi è aperta per gli uomini una via verso Dio ed è inaugurata la via di Dio verso l’anima. Diceva un tempo il profeta: Le vie di Sion sono in lutto, nessuno si reca più alle sue feste (Lm 1,4); con queste parole si riferiva all’anima desolata e abbandonata[1]. Non vi era infatti nessuna via che conducesse Dio all’anima e ai pensieri dell’uomo, né l’anima poteva camminare verso Dio. Oggi esulta la pianura e tutto quanto vi è in essa (cf. Sal 95,12), poiché la terra dell’anima accoglie la pioggia del cielo[2]. Il Signore regna, è vestito di magnificenza (Sal 92,1). Un tempo Adamo, stabilito quale signore e re, a motivo della trasgressione, divenne schiavo del peccato, oggi regna sui suoi nemici. Sta scritto: Bisogna che egli regni (1Cor 15,25). Oggi ha reso saldo il mondo (Sal 92,1), cioè l’anima un tempo deserta, vacillante e tremante, trattenuta dal peccato nella paura e nello scoraggiamento. Sta scritto: Sotto la maledizione starai sulla terra gemente e tremante (Gen 4,12). La casa dell’anima, costruita sulla sabbia, era infatti vacillante e tremante; oggi la casa dell’anima è costruita sulla solida roccia della divinità (cf. Mt 7,24-27).

     Si rallegrano gli angeli, i cieli, le stelle, il sole, la luna, la terra e tutto ciò che essa contiene, i monti e le colline esultano di gioia. Se quando Israele uscì dall’Egitto con lui si rallegrò l’intera creazione, il cielo lo protesse di giorno con una nube di luce, di notte con una colonna di fuoco (cf. Es 13,21), le montagne divennero come arieti e le colline come agnelli (cf. Sal 113,4), quanto più oggi alla nascita del vero Cristo!

     Un tempo l’intera creazione gridava trascinata verso la corruzione, poiché Adamo, suo re, era caduto, ma il Signore è venuto a rinnovare la propria immagine divina, a crearla di nuovo, come era necessario. E’ terminato il tempo della condanna dell’uomo! Sono terminati i tempi predetti dai profeti! Ora Adamo viene richiamato dalla prigionia e dall’esilio: Si è fatto vicino, infatti, il regno dei cieli (Mt 3,2). E’ finito il tempo delle catene, della prigionia, della condanna di Adamo nella tenebra! Oggi gli è giunta la redenzione e la libertà della riconciliazione, la comunione con lo Spirito e l’unione con Dio. Oggi la vergogna è stata tolta dal suo volto e gli è stata data piena fiducia[3] per poter guardare a viso scoperto (cf. 2Cor 3,18) e unirsi intimamente allo Spirito. Oggi la sposa riceve lo Sposo, oggi si compie l’unione, la comunione, la riconciliazione tra cielo e terra, tra Dio e l’uomo.

2. Conveniva che, rivestendo il corpo, il Signore venisse per far ritornare gli uomini al Padre suo e riconciliarli con lui. Venne disarmato, prese l’arma dell’uomo, cioè il corpo, e con esso fece guerra alla morte e la uccise. Per mezzo di un corpo morto fu messo a morte il Nemico. Condannò il peccato nel corpo servendosi delle sue stesse armi. Come quando i nemici giungono in una città e cercano di distruggerne le mura servendosi delle proprie armi e delle macchine da guerra, cioè di balestre o altro, così il Nemico, ridotto Adamo in suo potere, si servì del suo corpo come di un’arma e per mezzo suo dominò e fece prigionieri tutti gli uomini. Ma allo stesso modo anche il Signore, usando l’uomo come un’arma, ha dissolto e annientato con questo mezzo le mura e i baluardi del Maligno, tutti i suoi espedienti e le malvage invenzioni di cui si era servito contro l’uomo, come è detto: Quale la sua tenebra, tale è la sua luce (Sal 138,12), e: Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1Cor 15,22).

3. Un tempo l’umana natura lontana da Dio era morta; l’anima era priva di frutti, sterile, infeconda. Ora ha accolto un seme dal cielo per poter dare i frutti dello Spirito. Adamo era solo, da lui era stata creata la donna, ma se Adamo non si fosse unito alla sua donna, non avrebbe dato frutti. Così se l’anima non si unisce a Cristo e non entra in comunione con lui[4] non può dare i frutti dello Spirito. Il seme divino, infatti, cioè la Parola caduta in Maria (cf. Mt 13,8), madre di Dio, cade in tutte le anime che hanno fede e così esse nascono dalla stirpe spirituale della salvezza, come sta scritto: Nel tuo timore, Signore, abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori del parto, abbiamo generato lo Spirito di salvezza (Is 26,18)[5], ed è così che l’anima porta frutto per Dio. La donna, quando ha le doglie, è afflitta, ma quando ha partorito gioisce perché è venuto al mondo un uomo (cf. Gv 16,21). Anche l’anima che ha ricevuto il seme celeste, fino al momento di provare le doglie è nella tribolazione, tormentata da svariate tentazioni, ma quando ha partorito, cioè ha raggiunto la perfezione, gioisce senza fine di gioia indicibile perché un uomo celeste, un uomo nuovo è nato al mondo dell’alto[6].

4. Come il Signore, avendo preso un corpo, lo trasportò e lo fece sedere in alto alla destra della Maestà nelle altezze, così ora trasferisce e trasporta nel suo regno le anime che hanno fede e sono degne di Dio, avendole generate dall’alto, dal proprio Spirito, come dice lui stesso: Chi crede in me è passato dalla morte alla vita (cf. Gv 11,25 e 5,24). Quelli che credono in verità, pur rimanendo sulla terra, servono il Signore nell’alto, nei cieli, e lui stesso mentre siede sul trono della sua Maestà si riposa qui in basso nelle anime dei santi che sono per lui come dei troni. L’intera chiesa dei santi, infatti, forma le sue membra, è il suo corpo (cf. Ef 5,30), e lui è il capo della chiesa (cf. Ef 5,23). Come in tutto il corpo vi è un’anima sola e ciascun membro del corpo è governato dall’unica anima, così tutti i santi vivono per l’azione dello Spirito divino e da lui sono governati e ciascun membro vive nella realtà divina, nell’anima divina.

5. E come il corpo umano, se è privo di una mano, di un piede, di un occhio, è mutilo, così anche l’anima priva dell’anima celeste e dello Spirito divino è incompleta e mutila e si trova respinta dal regno. Sta scritto: Se uno non rinasce dall’alto, non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,3.5)[7]. L’uomo che ha due mani, due piedi e due orecchie è perfetto, ma perché l’uccello possa volare gli sono necessarie due ali; con un’ala sola non vi riesce. Agli uomini sono stati dati due testamenti e, senza il Nuovo, il primo è inefficace; e tutti i gioghi, pur essendo doppi, formano un giogo solo e così risultano perfetti. Tale deve essere anche il vero cristiano: al Signore, infatti, è piaciuto che egli avesse due anime[8], una creata e una celeste, dono dello Spirito divino, e così i cristiani possono essere perfetti e utili per il regno dei cieli e possono volare ed essere sollevati dalle ali dello Spirito[9].

6. Il cielo ha un nome maschile e la terra un nome femminile, così lo sposo celeste, il Cristo, e la sua sposa, l’anima adorna di bellezza e libera dalle passioni. Dall’alto, da Dio discende la pioggia e l’anima che l’ha accolta come ottima terra (cf. Mt 13,8) produce i frutti dello Spirito. Se Eva non si fosse unita ad Adamo, sarebbe stata sterile e infruttuosa, così anche l’anima se non si unisce allo Spirito e non si congiunge allo sposo celeste, il Cristo, si trova vedova, sterile e infruttuosa per il regno dei cieli. Ma anche lo sposo celeste, in assenza del fervore dell’uomo e della sua volontà[10], non viene a dimorare in lui né si unisce a lui. Come il vino mescolato all’acqua diventa bevibile e dolce, così anche la divinità si è mescolata[11] all’umanità affinché tutte le anime che vogliono e che hanno fede siano mescolate al suo Spirito e così la loro volontà sia trasformata e divenga dolcissima e piacevole. Come la lana messa a bagno nella porpora diventa con essa una sola cosa, così le anime perfettamente battezzate nello Spirito diventano una porpora spirituale come sta scritto: Ciò che è nato dallo Spirito è Spirito (Gv 3,6). E come il corpo del Signore unito alla divinità è Dio, come il ferro gettato nel fuoco è fuoco, e nulla può toccarlo o avvicinarsi a lui senza essere distrutto e consumato a eccezione del fuoco che solo può stare a contatto con il fuoco o dei carboni ardenti che possono stare con altri carboni ardenti senza patirne danno, così l’anima intera, purificata dal fuoco dello Spirito e divenuta fuoco e Spirito[12], può avvicinarsi al corpo immacolato di Cristo. Ma l’anima che non è iniziata a questo Spirito non può avvicinarsi né volgere lo sguardo a quel divino fulgore e vivere in esso. È bene che ciascuno viva là dove è stato generato: gli animali acquatici vivono nell’acqua poiché lì sono stati generati, gli uccelli del cielo volano nell’aria e in essa trovano riposo. Così avviene per la vita dell’anima; l’atmosfera propria di quelle che hanno le ali dello Spirito si trova nelle regioni superiori della divinità, perché è là che sono nate[13].

7. Come l’auriga guida tenendo in mano le redini e conduce gli animali come sa e come vuole, così anche il Signore nelle altezze guida e conduce le creature nel cielo e sulla terra come lui sa[14]. Egli infatti è nei cieli assiso alla destra della Maestà e abita sulla terra, è unito a tutti i santi e abita con loro. Egli è in alto ed è in basso, è Dio ed è uomo, è il vivente ed è colui che è morto, è il Signore di tutti e il servo di tutti, è l’agnello ed è il sacrificio, è il vitello grasso immolato ed è il sommo sacerdote che immola, è colui che ha patito e l’impassibile, è lo Sposo ed è la sposa, è la stanza e il letto nuziale, è il paradiso e l’albero della vita (cf. Gen 2,9), è la città di Gerusalemme ed è il tempio e il Santo dei santi, è l’oceano e la terra, è il cibo delle anime ed è colui che si sazia della loro salvezza, è il pane vivente (cf. Gv 6,48) e l’acqua di vita (cf. Gv 4,10), è la vera vite (Gv 15,1) ed è il vino di allegrezza, è la perla (cf. Mt 13,45-46) e il tesoro (cf. Mt 13,44), è la rete (cf. Mt 13,47) ed è colui che combatte, è l’arma ed è il vincitore (cf. Ap 5,5; 17,14), è la circoncisione ed è il sabato e la legge, è il capo della chiesa dei santi (cf. Ef 5,23) ed è il granello di senape (cf. Mt 13,31-32), è la vite (cf. Gv 15,1) ed è l’aratro (cf. Lc 9,62), è la grazia e la fede, le nozze e la veste nuziale (cf. Mt 22,12), è la via (cf. Gv 14,6) e la porta (cf. Gv 10,9), è il sole di giustizia (cf. Mal 3,20; Lc 1,78) e la luce (cf. Lc 2,32; Gv 1,4s.) delle anime, è la vita (cf. Gv 14,6) e il regno, è il principio e la fine (Ap 21,6), è al di là di tutto ed è colui che si fa tuto in tutti (1Cor 15,28).

In questo giorno è nato per noi questo santo e divino figlio (cf. Is 9,5), salvezza e vita delle anime nostre.

Gloria alla sua grandezza! Gloria al suo amore per gli uomini! Gloria alla sua incomparabile provvidenza riguardo al genere umano.

Supplichiamolo dunque anche noi e abbiamo fede di riceverlo affinché, trovatolo, possiamo gioire (cf. Lc 2,16-20), poiché tanti beni sono giunti in noi per volontà del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, nei secoli. Amen.

tratto da
Pseudo-Macario, Pace tra cielo e terra : omelie 51 e 52
(a cura di Lisa Cremaschi), Qiqajon, 1996.

[1] Cf. Om. 28,1: “Un tempo Dio, adirato con i giudei, consegnò la Gerusalemme visibile ai nemici e quelli che l’odiavano dominarono su di essa e non vi furono più né feste, nè offerte; così, adirato a motivo della trasgressione del comandamento, la consegnò ai nemici, ai demoni e alle passioni, e questi, tratta in inganno l’anima, tutta la devastarono; in essa non vi furono più né feste, né incenso, né offerte che salissero a Dio, poiché le sue vie erano piene di orme di terribili bestie feroci e di serpenti, gli spiriti del male che qui avevano stabilito la loro dimora”.

[2] Cf. Om. 26,19: “Abbiamo raccontato più volte la parabola del contadino che, pur faticando e gettando il seme nella terra, deve anche attendere la pioggia che viene dall’alto. Se difatti non appaiono le nuvole e non soffiano i venti, a nulla giova la fatica del contadino perchè il suo seme giace nudo sotto terra. Applica questo anche alle cose spirituali. Se l’uomo si accontenta di perseverare nella sua opera e non accoglie qualcosa di estraneo alla sua natura, non può portare al Signore frutti degni (Lc 3,8). Ma qual è l’opera dell’uomo? Rinunciare, uscire dal mondo, perseverare nella preghiera, vegliare, amare Dio e i fratelli. Questo è il suo compito. Ma se si ferma alla propria opera e non spera di ricevere qualcos’altro, se non soffiano nell’anima i venti dello Spirito santo, se non compaiono le nubi celesti e la pioggia non scende dal cielo e non viene a irrigare l’anima, l’uomo non può portare al Signore frutti degni (Lc 3,8)”.

[3] In greco: parresía, che significa letteralmente “dire tutto”; il termine designa la libertà di parola e, dunque, la fiducia, la confidenza, la franchezza. E’ un termine impiegato sovente nel Nuovo Testamento per indicare la piena fiducia del credente nel Signore (cf. 2Cor 3,12; Ef 3,12; 1Tm 3,13; Eb 4,16; 1Gv 3,21 e 4,17; ecc.).

[4] Il tema delle nozze mistiche tra l’anima e il suo Signore, assai frequente nelle Omelie (cf. Om. 4,14-15; 8,1; 10,4; 18,7; 38,5; 45,7), venne frainteso dai padri conciliari di Efeso. Tra le affermazioni attribuite ai messaliani e condannate dal concilio troviamo la seguente: “Dicono che l’anima deve percepire questa comunione con lo sposo celeste come la donna percepisce l’unione coniugale con l’uomo” (Giovanni Damasceno, De haeresibus 80,8, PG 94,732A).

[5] Cf. nella Collezione III l’Om. 28,2: “La vergine sapiente sappia che deve avere in se stessa il Cristo come Maria. Come Maria portava il Cristo nel suo seno, così tu devi portarlo nel tuo cuore, e allora potrai recitare i salmi con intelligenza (cf. Sal 46,8) e dire: Nel tuo timore, Signore, abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori del parto, abbiamo generato lo Spirito di salvezza (Is 26,18)” (Pseudo-Macaire, Oeuvres spirituelles. Homélies propres à la Collection III, a cura di V. Desprez, SC 275, Paris 1980, p.334).

[6] Ai messaliani veniva atribuita la pretesa di affermare che l’uomo spirituale, raggiunta la perfezione, possedeva stabilmente e definitivamente lo Spirito ed era libero nei confronti di qualsiasi norma etica. Nelle Omelie si ribadisce invece a più riprese che gli uomini spirituali “conservano i pensieri naturali e possiedono la volontà per accondiscendere ad essi” (Om. 12,8) e che Dio talora ritira la sua grazia affinché l’uomo non si inorgoglisca (cf. Om. 8,5, 15,29; 16,13; 27,8, 32,10).

[7] cf. Om. 30,3: “Il Signore vuole accordare tale nascita a tutti gli uomini perché per tutti è morto e tutti ha chiamato alla vita. Ma la vita è la nascita dall’alto, da Dio. Senza di essa è impossibile che l’anima viva, come dice il Signore: Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio (Gv 3,3)”.

[8] Cf. Om. 15,35: “Da quando Adamo trasgredì il comandamento, il serpente è entrato ed è divenuto padrone della sua casa, e vi è come un’altra anima accanto all’anima. Dice infatti il Signore: Chiunque non rinnega se stesso e non odia la propria anima, non è mio discepolo (cf. Mc 8,34), e: Chi ama la propria anima la perderà (Gv 12,25)”. La coesistenza di due anime nell’uomo era uno dei punti contestati ai messaliani. Le espressioni dello Pseudo-Macario vanno comprese alla luce dei passi biblici da lui citati e non sono da interpretarsi in senso metafisico. Oltre all’anima che deve essere “odiata” (Mc 8,34), l’uomo riceve un’anima celeste, dono dello Spirito.

[9] La metafora platonica delle ali dell’anima è assai frequente nei testi dei padri. Anche nelle Omelie dello Pseudo-Macario si rappresenta l’anima come provvista di ali, “le ali di colomba” (Sal 54,7) donate dallo Spirito, che la sollevano nelle altezze della contemplazione.

[10] Cf. Om. 37,10: “La volontà dell’uomo è come una disposizione essenziale; in assenza della volontà, per rispetto della libera decisione dell’uomo, neppure Dio fa qualcosa anche se potrebbe”.

[11] L’espressione, di origine stoica, designa una mescolanza di due sostanze che mantengono inalterate le loro proprietà; nella patristica greca viene impiegata per esprimere l’unione della natura umana e della grazia. Lo Pseudo-Macario ricorda che l’anima sceglie liberamente se unirsi allo Spirito o se unirsi al male ed essa “fa propria la volontà di ciò cui si è intimamente congiunta” (Om. 1,8).

[12] Cf. Mt 3,11.

[13] Cf. Om. 14,5: “Così i cristiani hanno quale cibo il fuoco celeste; esso è il loro riposo, li purifica, li lava, santifica il loro cuore, li fa crescere, è per essi aria e vita. Se escono di là, periscono a causa degli spiriti malvagi come quegli animali muoiono al di fuori del fuoco, come i pesci muoiono al di fuori dell’acqua”.

[14] Il tema è ampiamente sviluppato nell’Om. 1, che commenta la visione del profeta Ezechiele (cf. Ez 1,4-28); nel carro su cui era assiso il Signore, il profeta “contemplava il mistero dell’anima che avrebbe accolto il suo Signore e sarebbe divenuta per lui trono di gloria” (Om. 1,2).

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Agpia – Le preghiere del giorno e della notte della Chiesa Copta Ortodossa (in italiano)

Fri, 04/12/2020 - 18:27

San Macario Edizioni, la casa editrice del Monastero di San Macario in Egitto, pubblica la traduzione in italiano dai testi originali in copto bohairico dell’AGPIA, il libro delle preghiere del giorno e della notte della Chiesa Copta Ortodossa (in italiano).

È con questo libro che i monaci del deserto pregano ogni giorno.

Ora è possibile pregare come pregano i monaci del deserto!

Questa pubblicazione offre, per la prima volta, una traduzione integrale delle preghiere dal copto bohairico, ivi compresi tutti i salmi e le pericopi evangeliche. La seconda edizione è stata completamente corretta, rivista ed arricchita.

Il libro è disponibile in due versioni: comoda tascabile e maxi (formato A4) a colori per una lettura riposante.

Per acquistarlo su Amazon:

Per maggiori informazioni: info@sanmacarioedizioni.com

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Umiltà, via di Dio (anba Epiphanius)

Fri, 20/11/2020 - 09:24

San Giovanni Kolobós[1] è simbolo dell’obbedienza monastica nella tradizione copta. La sua obbedienza ad Amoe, suo padre spirituale, è come l’obbedienza di Giuseppe, un’obbedienza sconfinata, come quella di Cristo nei confronti del suo Padre, un’obbedienza scevra di ambizioni personali, un’obbedienza che non disdegna le fatiche e che, addirittura, poteva condurlo alla morte. Ma ha obbedito fino a quel punto, fino alla morte.

La storia di Giuseppe è nota ma vorrei trattarla oggi da una prospettiva particolare che tocca la nostra vita monastica. La Scrittura parla di Giacobbe, che andò ad abitare nella terra di Canaan, e della sua discendenza. Ma dei suoi figli parla in dettaglio solo di Giuseppe (cf. Gn 37,1-20). La domanda da porci è: perché Giacobbe “amava Giuseppe più di tutti i suoi figli” (Gn 37,3)? Pare che i suoi fratelli fossero moralmente riprovevoli. Israele, poi, amò Giuseppe più degli altri figli perché era figlio della sua vecchiaia. Ma qualcuno potrebbe obiettare: anche Beniamino era figlio della sua vecchiaia, ed era più piccolo di Giuseppe. Perché, allora, Giuseppe fu amato più di Beniamino? Le Scritture non ce lo dicono ma San Giovanni Crisostomo prova a offrire un’interpretazione dicendo che, se la grazia del Signore non fosse stata evidente su Giuseppe, suo padre non l’avrebbe amato più di Beniamino[2]. È, dunque, chiaro che suo padre lo amava perché Giuseppe portava in sé una peculiarità, e non soltanto perché era figlio della sua vecchiaia. “Fece per lui una tunica colorata[3]” (Gn 37,3), ovvero lo coprì come un abito speciale, fatto da lui. “I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente” (Gn 37,4). Fate attenzione al termine “lo odiavano” perché lo commenteremo in seguito. Prima lo odiarono, e poi non riuscivano a parlargli amichevolmente. Ciò significa che se rivolgeva loro la parola, rispondevano con freddezza estrema, senza alcun saluto. Giuseppe iniziò a fare sogni. Nel primo di questi sogni era in un campo e ognuno aveva un covone. E tutti i covoni si prostrarono a quello di Giuseppe. Giuseppe raccontò il sogno ai fratelli e i fratelli gli dissero: “‘Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?’. Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole” (Gn 37,8). Poi tornò a sognare. Stavolta sognò il sole, la luna e undici stelle che si prostravano a lui: “Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò e gli disse: ‘Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?’. I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui” (Gn 37,10-11). Questa è la quarta volta che la Scrittura registra parole negative sui fratelli. Suo padre, invece, “tenne per sé la cosa” (Gn 37,11). Dopodiché andarono a pascolare il gregge del loro padre sulla montagna. Fattosi tardi, suo padre si preoccupò per loro e disse a Giuseppe: “Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a darmi notizie” (Gn 37,14). Giuseppe rispose: “Eccomi!” (Gn 37,13). La risposta è strana e all’apparenza illogica. Innanzitutto, poteva rifiutarsi o mettersi a discutere. Quattro volte dice la Scrittura che lo odiarono e lo invidiarono e che tra Giuseppe e i fratelli non c’era pace. In secondo luogo, i fratelli si trovavano nel territorio di Sichem, terra nemica. Inoltre, la distanza da percorrere è di quasi cento chilometri e sarebbe andato senza scorta. Infine, essi meritavano forse che qualcuno portasse loro del cibo? Tutti questi punti ci fanno dire che la missione era sbagliata e rendono la risposta di Giuseppe assurda: “Gli disse: ‘Eccomi!’”. Non si oppose.

Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem. Mentre egli si aggirava per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: “Che cosa cerchi?”. Rispose: “Sono in cerca dei miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare”. Quell’uomo disse: “Hanno tolto le tende di qui; li ho sentiti dire: ‘Andiamo a Dotan!’”. Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan (Gn 37,14-17).

Qui la sua missione era terminata di per sé. Suo padre gli aveva detto di andare a Sichem. Egli era andato a Sichem e non li aveva trovati. Se avesse detto a suo padre ciò, non sarebbe stato nel torto. D’altronde, da Sichem a Dotan ci sono circa 25 chilometri.

“Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire” (Gn 37,18). Ed eccolo, questo loro fratello che aveva informato il padre della loro mormorazione, a cui il padre aveva dato una tunica colorata, invidiato e odiato.

“Si dissero l’un l’altro: ‘Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: ‘Una bestia feroce l’ha divorato!’. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!’” (Gn 37,19-20). Ecco la storia assurda di Giuseppe.

Giuseppe, tipo cristologico

La storia di Giuseppe è l’immagine di qualcosa che leggiamo altrove nella Sacra Scrittura:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: ‘Gesù Cristo è Signore!’, a gloria di Dio Padre (Fil 2,5-11).

Cristo è il Figlio amato dal Padre, in mezzo ai suoi fratelli, ovvero in mezzo all’umanità intera, a cui il Padre ha dato una tunica colorata, ovvero lo ha differenziato da tutta la creazione in quanto Monogenḗs, “Unigenito”.

Non ritenne un privilegio l’essere come Dio.

Cristo non ha bisogno di essere come Dio poiché egli lo è in verità. Egli è, infatti, uguale a Dio ed è anche il Figlio amato di suo Padre.

L’umanità è stata sorpresa dal fatto che, nello spaziotempo, Dio ha voluto inviare il Figlio in cerca dei suoi fratelli – non siamo forse noi i suoi fratelli? – e la risposta del Figlio è stata: “Eccomi, manda me!”, come ha detto Isaia, con lo spirito profetico: “Poi io udii la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’. E io risposi: ‘Eccomi, manda me!’” (Is 6,8). Cristo poteva forse dire: “No, non vado”? Certo, la ragione ci dice che avrebbe potuto. Avrebbe potuto dire al Padre: “Sei tu ad aver creato gli uomini, sei tu che li hai distinti dal resto della creazione, dando loro potere su di essa. Guarda quante grazie hai dato ad Adamo in Paradiso ma ciononostante Adamo e la sua discendenza hanno peccato, passando di peccato in peccato. Abbiamo provato a correggerlo ma è stato tutto inutile”. Avrebbe potuto dire al Padre: “Non hai visto ciò che hanno fatto i fratelli a Giuseppe quando è andato a cercarli? L’hanno ucciso! La stessa cosa potrebbe accadere anche al tuo Figlio”. Il Padre lo sapeva. Ma ha inviato comunque suo Figlio perché ci ama.

Eppure Cristo non ha risposto così al Padre. La risposta è stata: obbedienza.

Ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.

Il Figlio unigenito, il Figlio amato, ha abbandonato la casa di suo Padre ed è venuto a cercare i suoi fratelli.

Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.

Non è questo ciò che ha fatto Giuseppe? Ha obbedito fino alla morte, a una morte vera. La storia di Giuseppe ci dice che i suoi fratelli l’hanno preso e gettato nel pozzo. È un simbolo di morte. Dopo fu tirato fuori dal pozzo. Il percorso di mortificazione che ha compiuto Giuseppe è durato tredici anni, un percorso fatto di tormenti, di carcere, di umiliazioni. Ma alla fine la sua tribolazione ha avuto fine. Queste parole riguardano sia Cristo che Giuseppe. Di Giuseppe si disse che in Egitto era il secondo dopo il faraone. Di Cristo la Scrittura dice che “per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua pro-clami: ‘Gesù Cristo è Signore!’, a gloria di Dio Padre”.

Giovanni Kolobós, uomo cristificato

Tutto questo si applica a San Giovanni Kolobós di cui celebriamo oggi la festa. Di lui dice il Bustān:

[Giovanni Kolobós] andò da un anziano tebano che abitava nel deserto e divenne suo discepolo. Avvenne che il suo maestro gli diede un ramo secco e gli comandò di piantarlo e di innaffiarlo ogni giorno con una giara d’acqua.
L’acqua era lontana da loro[4].

Notate qui che il discorso sembra illogico. Giacobbe inviò suo figlio Giuseppe, il Padre inviò il suo Figlio unigenito. Lo stesso fece in maniera irrazionale l’anziano con san Giovanni.

Partiva di sera e tornava il giorno dopo[5].

Immaginate la distanza! Viaggiava tutta la notte per andare a innaffiare un ramo secco!

Dopo tre anni il ramo inverdì[6].

Chi sopporterebbe una cosa del genere per tre anni? Per questo Giovanni ha meritato che si dicesse di lui che era capace di tenere tutta Scete su un dito, come fosse una goccia d’acqua[7]. Perché? Che cosa fece Giovanni più di Antonio o di Macario tanto che teneva appesa al dito tutta Scete? Fece ciò che fece il Signore Gesù Cristo quando obbedì perfettamente al Padre. Anche se si trattava di discorsi apparentemente irrazionali, egli obbedì alla perfezione.

Dopo tre anni il ramo inverdì e diede frutto. Lo portò all’anziano che, presolo, lo portò in chiesa e disse ai fratelli: “Prendete mangiate il frutto dell’obbedienza”[8].

Abbiamo un altro detto che è esattamente il rovescio di questo. Si trova nella collezione dei detti anonimi. La storia racconta di un anziano molto importante che si ammalò. Chiese all’abate del monastero di potersi curare fuori dal monastero. L’abate gli disse: “Aspetta un po’ e ti porteremo un medico in monastero perché ti curi”. L’anziano rispose: “Ma smettila! Sono un anziano io!”. L’abate non rispose nulla. L’anziano andò allora in Egitto per farsi curare. Satana lo fece cadere in peccato e tornò in monastero soltanto dopo che la donna con cui si era intrattenuto partorì un figlio. Venuto in monastero, suonò la campana e disse ai fratelli: “Prendete: ecco il frutto della disobbedienza”[9].

Non è un caso che San Giovanni Kolobós fosse molto colpito dalla storia di Giuseppe. Leggiamo:

Una volta [Giovanni Kolobós] chiese ai fratelli: “Chi ha venduto Giuseppe?”. Gli risposero: “I suoi fratelli”. Disse: “Non furono i suoi fratelli a venderlo ma la sua umiltà. Poteva infatti dire a colui che l’aveva comprato che era loro fratello ma tacque e fu venduto per la sua umiltà. E con quella stessa umiltà divenne amministratore del re d’Egitto”[10].

San Giovanni era toccato dalla storia di Giuseppe perché la vedeva riflessa nella sua vita e per questo ne parlava ai suoi figli spirituali nel deserto.

C’è un detto nel Bustān che conosciamo tutti a memoria. È di abba Iperechio. Dice:

L’obbedienza è il vanto del monaco. Colui che l’acquisisce, Dio ascolta la sua voce, e sta davanti alla Croce del Signore della gloria con confidenza perché egli, per l’obbedienza a suo Padre, è stato crocifisso per noi[11].

L’obbedienza non serve all’abate o al confessore. Se l’abate ti chiede di fare un certo lavoro e tu rifiuti, il monastero non ci perde. Ipotizziamo che il padre confessore dia una certa indicazione al monaco. Il povero monaco pensa di essere più esperto del suo confessore e che la sua indicazione sia inutile. Inizia allora a discutere e a polemizzare. In questo, il monastero non ha perso. Ad aver veramente perso è il monaco. Ha perso l’occasione di obbedire. Il monachesimo si basa su tre cose: obbedienza, povertà volontaria e castità. Ma prima di tutte viene l’obbedienza. Ci sono numerose storie nel Bustān sulla disobbedienza che seguono uno stesso schema: il monaco non accetta il consiglio spirituale, vive secondo la sua volontà, poi si inorgoglisce e, infine, gli appare satana che lo conduce alla perdizione[12]. L’obbedienza benefica il monaco, non il monastero. Disse un monaco:

Colui che siede in obbedienza a un padre spirituale riceve un premio maggiore ed è in minor pericolo di colui che siede da eremita nella solitudine e nel silenzio[13].

 

Tornando al detto di abba Iperechio vediamo come egli indichi Cristo che “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. L’obbedienza non gli fece ottenere qualcosa di terreno ma lo portò alla Croce.

Ecco, dunque, che l’obbedienza, in tutti i casi, è resa perfetta mediante la croce. Questo lo vediamo sia nel caso del Signore Gesù, sia di Giuseppe il giusto, sia di San Giovanni Kolobós. In tutti i casi, l’obbedienza passa attraverso il mistero della Croce. Ma alla fine ci aspettano gloria e vita eterna.

Un padre raccontò di aver visto quattro posizioni elevate in cielo. La prima: un malato che rende grazie a Dio. La seconda: un sano che ospita gli estranei e dà riposo ai deboli. La terza: un solitario nel deserto che lotta. La quarta: un discepolo che obbedisce fedelmente a suo padre a motivo di Dio. Egli ha trovato che la posizione del[l’ultimo] discepolo è più elevata rispetto alle altre tre e ha affermato di aver interrogato colui che gli aveva mostrato ciò dicendo: “Come è possibile che colui che è il più piccolo degli altri sia diventato colui che ha la posizione più grande?”. Gli rispose: “Ognuno di loro fa il bene secondo la propria volontà. Costui, invece, ha reciso la propria volontà per Dio e ha obbedito al suo maestro. L’obbedienza a motivo di Dio è la virtù più nobile”[14].

Dunque ora capiamo perché l’obbedienza è la virtù più nobile: perché con essa noi ci rendiamo simili al Signore Gesù. Il frutto dell’obbedienza del Signore Gesù al Padre è stato riunire tutta l’umanità per Dio Padre. Il guadagno è stato enorme e – ora possiamo dirlo – non è stato a vantaggio di Cristo ma solo e soltanto dell’umanità. Dio Padre ha riguadagnato l’umanità che si era estraniata da lui finendo nelle mani di satana, il principe di questo mondo. Il mondo era sotto il dominio di satana ma, con l’obbedienza del Figlio, l’umanità è ritornata ad appartenere a Dio Padre. Il Figlio, infatti, ci ha acquistati con il suo sangue. Ci ha acquistati vuol dire che siamo passati dal non appartenere più all’appartenere di nuovo.

Ecco, dunque, che l’0bbedienza di San Giovanni
Kolobós è un ottimo modello per il monaco poiché rappresenta la riproposizione di ciò che il Signore Gesù ha compiuto con la sua perfetta obbedienza al Padre.

Tratto da
Anba Epiphanius, L’arte dell’essere monaco,
Wadi al-Natrun, San Macario Edizioni 2020, pp. 137-147

[1] Cf. nota 33, p. 38.

[2] “Fu una grazia particolare che proveniva dall’alto che rese il giovane amabile e lo rese preferibile a tutti gli altri a motivo della virtù della sua anima” (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi, 61.3).

[3] La traduzione araba della Bibbia Smith e Van Dyck, usata dall’autore, rende l’ebraico passîm con mulawwana “colorata”, similmente alla traduzione copta bohairica che dice aouiaouan cioè “policroma”, riprendendo il termine greco della Settanta poikílos. La Vulgata dice tunica polymita ovvero “tunica damascata”. Anche la traduzione inglese King James traduce of many colours. La CEI, con una scelta piuttosto insolita, traduce invece “con maniche lunghe”.

[4] Apoftegma n. 223 del Bustān (p. 122).

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Cf. Alfabetica, Giovanni Nano 36. La metafora della goccia d’acqua è tratta dalla dossologia dedicata a Giovanni Kolobós che dice: “…tanto che per mezzo della tua umiltà e della tua vita angelica hai tenuto sospesa tutta Scete sul tuo dito, come una goccia d’acqua”.

[8] Ibid.

[9] Cf. N 187.

[10] Apoftegma n. 240 del Bustān (p. 126).

[11] Apoftegma n. 859 del Bustān (p. 338).

[12] Cf. ad esempio gli apoftegmi n. 489, 742, 744, 745, 746 del Bustān.

[13] Apoftegma n. 570 del Bustān (p. 242).

[14] Apoftegma n. 666 del Bustān (pp. 271-272).

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