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Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo (Ignazio di Antiochia)

Thu, 11/01/2018 - 06:36

Quella che segue è una delle professioni di fede più antiche della Chiesa (anno 100 ca.) e che forse ha ispirato anche il cosiddetto “Simbolo degli Apostoli”.

Siate sordi se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di David, figlio di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve. Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo, della terra e degli inferi. Egli realmente risuscitò dai morti poiché lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in Lui, e senza di Lui non abbiamo la vera vita.

Ignazio di Antiochia
Lettera ai Tralliani, IX,1
tratto da Ignazio di Antiochia, Lettere di Ignazio di Antiochia. Lettere e martirio di Policarpo di Smirne, CittàNuova, p. 34

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Oggi ho visto tutta la creazione avvolta in una grande luce (dossologie copte del Natale)

Wed, 10/01/2018 - 08:14
Dossologia del Paramoni di Natale

Oggi ho visto tutta la creazione avvolta in una grande luce per la grande visione divina (theoria) che ci è stata svelata.

Poiché il disincarnato[1] ha preso carne, partorito, come tutti, [ma] dalla Vergine, essendo Dio e uomo.

Betlemme, città di Davide, si pregia con esultanza, perché ha sorretto corporalmente colui che è trasportato dai Cherubini.

L’Essente che era, l’unico Creatore, colui che ha sciolto il laccio del peccato, è stato avvolto in panni.

La Vergine Maria, Giuseppe e Salome[2], sono rimasti stupiti dalle cose che hanno visto[3].

Le schiere celesti lodano sulla terra intonando questo santo inno gridando e dicendo:

“Gloria nei luoghi eccelsi a Dio e pace sulla terra e benevolenza negli uomini, poiché egli è venuto e ci ha salvati”[4].

I pastori che erano nei campi sono venuti e lo hanno adorato. Anche noi lo adoriamo e gli rendiamo testimonianza

Che egli è venuto nel mondo, è nato dalla Vergine e ha salvato il genere umano[5] dal diavolo maligno.

Lo lodiamo e lo glorifichiamo, lo esaltiamo, in quanto Buono e Amico degli uomini[6]. Abbi compassione nella tua grande compassione.

Seconda dossologia di Natale

L’uno della Trinità, il consustanziale al Padre, quando ha visto la nostra umiliazione e la nostra amara schiavitù

Piegò i cieli dei cieli, e venne nel grembo della Vergine, divenendo uomo come noi, eccetto il solo peccato.

Nacque a Betlemme, secondo le voci dei profeti, ci guarì e ci salvò, poiché noi siamo il suo popolo.

Colui che non ha smesso di essere Dio venne e si fece figlio dell’uomo. Ma egli è il vero Dio: è venuto e ci ha salvati[7].

 

 

[1] Si è preferito “disincarnato” al più elegante “incorporeo” perché in copto c’è un gioco di parole con la parola greca σάρξ ‘carne’.

[2] Salome è secondo alcuni apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo, una donna presente durante la Natività e la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Viene talvolta identificata con la madre dei figli di Zebedeo (Mt 20,20; 27,56) e con una delle Marie che stettero sotto la Croce. Nella tradizione copta è considerata una cugina della Vergine Maria ed venerata come santa. Il Sinassario (Martirologio) copto, pur non dedicandole un giorno specifico, la ricorda ben quattro volte: nella festa di Natale (29 kiahk), nella festa di sant’Anna (11 hatur), di santa Elisabetta (16 amshir) e nella commemorazione dell’entrata della Sacra Famiglia in Egitto (24 bashans).

[3] L’arabo traduce liberamente dicendo “da colui che hanno visto”. Ma il copto è chiaramente al plurale, indicando “cose”, “scene”, “eventi”.

[4] È interessante come la dossologia metta insieme la lode angelica dell’evangelista Luca (Lc 2,13-14) con un’antifona liturgica copta.

[5] Lett.: “la nostra razza”, “la nostra stirpe”

[6] “Amico degli uomini” (in copto Pimairomi, in greco Philánthropos, in arabo Muḥibb al-bašar) è uno degli epiteti di Cristo più ricorrenti nella liturgia, nell’innologia e nella salmodia copte.

[7] Queste ultime tre strofe si ritrovano uguali anche nell’ottavo brano della Theotokia del giovedì.

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Preghiere per il mattino (tradizione siriaca)

Thu, 04/01/2018 - 05:55

Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Al mattino i discepoli hanno visto il Signore dei mari sul mare e al mattino il Vigilante, che non dorme mai, ha dormito nella barca. Al mattino egli chiamerà i giusti: “Venite e ricevete la ricompensa per le vostre fatiche”.

Ed essi gridano a lui: Santo, Santo!

Al mattino gli angeli gridano a gran voce, le ali dei Serafini vengono mosse, degli spiriti del fuoco si ode la voce e il tuo Regno affretta la sua venuta affinché tu possa dare ai martiri le loro corone e ai giusti la loro ricompensa.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

Al mattino le chiese cantono lodi; al mattino i monasteri producono un gioioso frastuono; al mattino le lingue delle bestie e degli uccelli cantano; al mattino il mare ti adora e le isole e i loro abitanti.

Ora e sempre e nei secoli dei secoli, amen.

Al mattino la Chiesa ti rende grazie, quella Chiesa che tu hai fatto simile al Paradiso colmandola, non di alberi, ma di anime di uomini. Ecco, essa canta sull’arpa di Davide una lode allo Sposo celeste.

Per la Madre di Dio

Colui che fa riversare pioggia dalle nuvole e spruzza la terra di acquazzoni, ha succhiato gocce di latte dal seno della Vergine Maria. Sua madre fu colma di meraviglia, quando lo ha portato in grembo.

Se ti chiedono: come ha fatto Maria a concepire? Rispondi loro saggiamente: come fanno gli alberi a concepire? Gli alberi concepiscono per il soffio dei venti. Così Maria ha concepito per il soffio dello Spirito Santo.

Ecco, è cullato come un bambino, l’infante che è più antico dei secoli. Ecco, saltella come un bambino, davanti al quale Giovanni, incontrandolo, è sussultato. Ecco, è tenuto in braccio, l’anziano che è antico di giorni.

Ezechiele, l’esiliato, con l’occhio profetico vide la Vergine, figlia di Davide, e dipinse l’immagine della sua bellezza per rivelazione divina, che il Signore gli mostrò meravigliosamente.

Per i santi

Pace ai profeti, pace agli apostoli, pace ai martiri che hanno amato il Signore della pace, e pace alla santa Chiesa, nella quale abitano i figli della pace.

Per la preghiera dei profeti e degli apostoli e dei martiri, che sono stati uccisi nella tua speranza, e i santi padri e maestri della fede ortodossa, fa’ che la tua pace e la tua serenità riposi sui quattro angoli della creazione.

Non è da soli, o martiri, che siete entrati nell’arena poiché il vostro Signore è entrato con voi dando coraggio alle vostre menti perché egli vide il vostro vero amore e ha onorato e magnificato la vostra memoria.

Davanti a voi martiri, che non avete offerto incenso di fronte a vani idoli, dei re si sono tolti la corona e si sono prostrati davanti alle vostre ossa. Il dolce aroma delle vostre morti è fragrante come spezie.

Per Mar Efrem [il siro]

In compagnia di Pietro ti vedremo, nostro padre Mar Efrem, quando dirai a [Cristo] a viso aperto: “Queste sono le pecore che mi hai dato, Signore: riconoscile davanti a tuo Padre così come loro ti hanno riconosciuto”

Per il pentimento

Nostro Dio, abbi compassione di noi, poiché la tua grazia è incline a far ciò. Allontana da noi il nemico che a ogni ora ci prepara delle trappole. Che la tua Croce sia nostra custode e per essa possiamo noi essere protetti da lui.

Nostro Dio, ricco di misericordia, rispondi ai peccatori che ti invocano perché noi sappiamo, Signore, che abbiamo peccato. Bussiamo alla porta della tua misericordia, estrai dal tuo ricco tesoro il perdono delle nostre offese.

Non castigare il mondo con afflizioni perché abbiamo peccato. Per amore dei profeti e degli apostoli e per amore dei santi martiri abbi compassione del tuo gregge, o Figlio, che sei come il Padre in tutto.

Peccatore, venite e supplicate misericordia, poiché la porta di Dio è aperta ed egli esaudirà le vostre richieste. Non ritardate il pentimento poiché non sapete a che ora l’angelo della morte verrà a farvi visita.

 

Qolo del mattutino (sapro) del giovedì, preghiera delle ore secondo il rito siro-occidentale

Tradotto da Bede Griffiths, The book of common prayer of the Syrian Church, Gorgias Press 2005, pp. 200-204

Qui di seguito la registrazione dell’intera liturgia del Sapro (mattutino) del giovedì (in inglese)


 

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Un prezioso manuale di ascesi cristiana: “Il cammino dell’asceta” di Tito Colliander

Mon, 01/01/2018 - 10:23

Qualche mese fa, tra le centinaia di pubblicazioni di interesse religioso cristiano, è riapparso, nella discrezione più totale e a distanza di molti anni, un piccolo libricino di Tito Colliander intitolato “Il cammino dell’asceta”, ripubblicato da Queriniana. Fin qui, niente di straordinario, si dirà: l’ennesima riedizione di un testo qualunque. Eppure è qui che ci si sbaglia. Quello di Tito Colliander è un piccolo gioiello, uno dei quei libri che hanno segnato la letteratura spirituale del XX secolo.

Tito Colliander e la letteratura “spirituale”

Ma chi è Tito Colliander e perché questo libricino che non supera le 100 pagine dovrebbe essere così prezioso?

Di lui Natidallospirito.com ha già pubblicato in passato alcuni brevi testi, tutti tratti da “Il cammino dell’asceta”:

  1. Come purificare il cuore
  2. Il giardino del cuore
  3. Preghiera e segno della croce
  4. Preghiera e propria volontà
  5. Preghiera e silenzio
  6. Preghiera e distrazione

Tito Fritiof Colliander (10 febbraio 1904-21 maggio 1989) è stato un autore cristiano ortodosso finlandese che scriveva in svedese. Di lui si hanno poche notizie, scarne ed essenziali. Nato a San Pietroburgo, figlio di un ufficiale dell’esercito russo, riceve un’educazione artistica. Sua moglie, Ina Behrsen, rifugiata russa in Finlandia, con cui si sposa nel 1930, è anche lei un’artista. A partire dagli anni Trenta dello scorso secolo, Colliander inizia a interessarsi di letteratura e pubblica una serie di romanzi e novelle che lo rendono famoso in Finlandia. Molti dei suoi romanzi vengono tradotti all’estero. A un certo punto c’è una svolta importante nella sua storia. Dopo aver visitato il Monastero di Pskovo-Pečerskij Uspenskij, al confine con l’Estonia, Colliander e la moglie abbracciano l’ortodossia e diventano membri della Chiesa ortodossa russa. Colliander era già entrato in contatto con la Chiesa russa durante l’infanzia in Finlandia: la Finlandia, infatti, fa parte canonicamente dei territori sotto la giurisdizione russa. Scrive Schoolfield in un manuale di storia della letteratura finlandese:

Il risultato immediato della sua conversione è il suo romanzo Korståget (1937, La processione della croce) nel quel sviluppa l’ossessione di due precedenti collezioni Bojorna (1933, Le catene), un gruppo di tre storie interconnesse (nella storia omonima Colliander offre un autoritratto precoce e non molto lusinghiero), e Ljuset (1936, La luce) su obblighi emotivi, crudeltà gratuita, cecità spirituale e redenzione. Questi temi sono consolidati da elementi autobiografici molto evidenti di un rifugiato di origine finnosvedese di San Pietroburgo, chiamato Tommaso dal nome del discepolo che dubitò. Scappando dalla Finlandia, è tormentato dall’alcolismo, dall’adulterio e dalla credenza che egli abbia causato la morte di un amico per mano di un criminale di San Pietroburgo. La pace spirituale gli giungerà quando vedrà i tratti dell’uomo assassinato nell’immagine di Cristo portato in una processione durante l’Ascensione […] Il finale è grandioso, enfatizzato da tratti liturgici: ‘Signore abbi pietà’, dice il coro. Solo una riga, più potente e più forte che mai, in un grande crescendo, e l’intera chiesa faceva eco con un conclusivo ‘Signore abbi pietà’”[1].

Del suo stile è stato detto che assomiglia molto a quello di Dostoevskij perché nelle sue opere Colliander cerca di far emergere il tormento interiore e la ricerca spirituale dei suoi protagonisti. Certamente, però, non ebbe la stessa fortuna del suo precedessore russo.

Nel 1949 entra in un seminario ortodosso per approfondire i grandi temi della fede ortodossa. Dal 1950 al 1969 insegna religione in alcune scuole finno-svedesi. Nel 1951 esce un piccolissimo manualetto di storia e spiritualità della Chiesa ortodossa Grekisk-ortodox tro och livssyn (Il credo greco-ortodosso e la visione della vita).

Nel 1952 è la volta di Asketernas väg (La via degli asceti), noto in italiano con il titolo ‘Il cammino dell’asceta’, probabilmente la sua più importante opera di tema spirituale.

Muore nel 1989 ed è seppellito nel cimitero ortodosso di Helsinki, nei dintorni del quartiere di Lapinlahti.

Di lui ha raccontato recentemente sua nipote, la giornalista finlandese Baba Lybeck: “Ho imparato da mio nonno che qualsiasi idea del mondo non deve essere chiusa su se stessa che non bisogna affezionarsi a luoghi o cose perché tutto è fugace. Il capitale umano è la cosa più importante”[2].

“Il cammino dell’asceta”

Il cammino dell’asceta rappresenta una pietra miliare nella letteratura ascetica e spirituale ortodossa contemporanea. Pubblicato nel 1952 si basa su un florilegio di detti di santi della Chiesa ortodossa che Colliander rialabora e ordina in maniera molto originale.

Scrive l’autore come premessa al libro:

Quest’opera è basata sui santi Padri della Chiesa Ortodossa e consiste ampiamente di stralci integrali o rielaborati liberamente dei loro scritti, insieme a una necessaria interpretazione e all’applicazione pratica[3].

Colliander riesce a condensare in poche pagine tutto l’essenziale della lotta spirituale cristiana, come via di liberazione e come maieutica dell’amore, a partire da una lenta digestione di ciò che la Patristica e la letteratura ascetica antica hanno scritto sull’argomento. Certamente, è innegabile che il linguaggio che il libro usa è forte e spesso può sembrare che prenda il lettore a schiaffi. Non è un libro per tutti. È un libro fatto per chi prende molto sul serio la propria vita spirituale e per chi non si accontenta di facili compromessi.

I capitoli, brevi e taglienti, si possono suddividere in:

  1. Ricerca e preparazione del “giardino del cuore”, come agorà della battaglia
  2. Rinnegamento di sé mediante la lotta e rinnovamento mediante la grazia
  3. Preghiera e altre pratiche ascetiche
  4. Resa totale alla volontà di Dio: “Sia fatta la tua volontà”

Ci si può sentire smarriti leggendo il libro perché esso fa un lavoro certosino di scavo e di abbattimento di tutti i confortevoli muri sociali, comunitari e personali che ci circondano. Il libro obbliga a rivalutare tutta la propria vita, fin nei suoi più minuti dettagli, alla luce del Vangelo e di Cristo. Tutta la modernità, e la secolarizzazione e il materialismo che ha portato, è messa in discussione e non ne esce particolarmente bene. Tutto ciò che distrae dall’obiettivo ultimo – l’unione con Cristo e la divinizzazione – va messo da parte come inutile ostacolo e perdita di tempo nel proprio cammino. Colliander ci ricorda che Cristo ci invita alla perfezione e non a mezze misure: “Siate perfetti come vostro Padre del cielo è perfetto” (Mt 5,48). O si è spirituali o si è mondani, o ci si allea con la carne o con lo spirito. È venuto il momento di scuoterci dal torpore e di scegliere una volta e per sempre. E bisogna farlo in fretta perché i giorni sono contati. Il libro è di una radicalità sconcertante.

Il capitolo che inaugura l’opera esordisce senza troppi giri di parole:

Se vuoi salvarti l’anima e acquistare la vita eterna, scuotiti dal torpore, fatti il segno della croce e di’: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”[4].

Il manifesto dell’opera è messo subito in evidenza: il libro non è una dispensa di teologia ma semmai è più simile a un manuale di guerra.

La fede non si ottiene con il pensiero, ma con l’azione. Non sono le parole e la speculazione che ci insegnano ciò che Dio è, ma l’esperienza. Per lasciare entrare l’aria fresca, bisogna aprire la finestra; per essere abbronzati, bisogna esporsi al sole. Per acquisire la fede, è la stessa cosa; come dicono i santi Padri, non si arriva alla meta standosene comodamente seduti ad aspettare. Imitiamo il figlio prodigo: “Partì e si incamminò verso suo padre” (Lc 15,20)[5]

Colliander ci indica cosa fare, non cosa pensare. O meglio ci indica come raggiungere l’unità tra pensiero e azione, partendo però dall’esperienza e non dalla speculazione. Dio non è un concetto ma è una Persona. Non va studiata, non se ne deve fare speculazione ma va vissuto, conosciuto, amato. Tutto si basa su questa prassi, su una ripetizione spesso ossessiva di gesti e pratiche perché, come dice Colliander: “Per imparare una lingua straniera, bisogna praticarla; così per imparare a pregare bisogna pregare”[6], “Perché un’abitudine si fortifica con la ripetizione degli atti, ma muore se non le si dà del cibo”[7]. E ancora, sulla lotta ai pensieri:

Chi sta davanti a una finestra aperta, sente i rumori del di fuori; sarebbe impossibile diversamente. Ma può prestare o no attenzione alle parole che gli giungono; questo dipende dalla sua volontà. L’uomo in preghiera è continuamente sollecitato da un’onda di pensieri estranei, di sentimenti e di impressioni. Arrestare lo svolgimento fastidioso di questo film interiore è altrettanto impossibile quanto impedire all’aria di circolare in una stanza la cui finestra è aperta. Ma è in potere di ognuno fermarvi o no l’attenzione. Non lo si impara, ci dicono i santi, che con la pratica[8].

Nell’introduzione all’edizione inglese del 1981, Kenneth Leech, profilico autore anglicano scomparso nel 2015, segnala l’importanza di riscoprire l’Ortodossia in Occidente per tornare a vivere un aspetto essenziale e connaturato al cristianesimo, ormai quasi del tutto scomparso in Occidente: la mistica:

La riscoperta dell’Ortodossia in Occidente non solo è importante in termini di ricerca dell’unità cristiana. È essenziale che noi riscopriamo quel senso perduto del carattere mistico e orante di tutta la teologia. Tutta la teologia è teologia mistica; tutta la teologia è teologia sociale. Poiché essa è radicata nella “vita nascosta con Cristo in Dio” e nella vita sociale della Santa Trinità. Quest’unità di mistico e sociale è qualcosa che abbiamo grandemente perduto in Occidente dove i cristiani sono spesso divisi tra “pietisti” e “attivisti sociali”. L’Ortodossia non conosce una tale distinzione[9].

Lo stesso autore mette in guardia il lettore: nonostante la radicalità del libro (che, detto tra parentesi, fa sua fino in fondo un’altra radicalità, quella evangelica), Colliander non se la prende né con la materia né con il mondo in quanto tale. Tutto può essere veicolo della gloria di Dio. Scrive Leech:

La “via degli asceti” non è un cammino tetro che nega il mondo; è una via di doxa, di gloria, la cui meta non è nient’altro che la nostra divinizzazione. Questo piccolo volume, che va letto lentamente, meditato, usato e riusato, perfino imparato a memoria, può esso stesso diventare parte delle nostre risorse spirituali mentre ci muoviamo da un grado all’altro di gloria[10].

Il libro si conclude con le stesse parole con cui si è aperto, indicando la novità circolare dell’azione ascetica: la nostra azione è sostenuta dalla grazia e la grazia stimola in noi un’azione rinnovata, in un movimento sempre nuovo che non ha mai fine.

Così, dunque, se vuoi salvare l’anima tua e guadagnare la vita eterna, comincia sempre di nuovo a scuotere il torpore, a fare il segno della croce e a dire: “Concedimi, Signore, di incominciare bene, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”[11]

Natidallospirito.com ringrazia di cuore la casa editrice Queriniana per questo piccolo manualetto prezioso, questo “tascapane” per aspiranti asceti cristiani, atteso a lungo e finalmente ritornato nelle nostre librerie. Lettura consigliatissima.

Natidallospirito.com

[1] George C. Schoolfield, A History of Finland’s Literature, University of Nebraska Press, p. 518

[2] http://www.idealista.fi/861360-2/ (in finlandese).

[3] Tito Colliander, Way of the Ascetics, St. Vladimir’s Seminary Press.

[4] Tito Colliander, Il cammino dell’asceta, Queriniana, p. 5.

[5] Ibid.

[6] Tito Colliander, Way of the Ascetics, St. Vladimir’s Seminary Press, p. 57; manca nel testo italiano!

[7] Tito Colliander, Il cammino dell’asceta, Queriniana, p. 21.

[8] Ibid., p. 65

[9] Tito Colliander, Way of the Ascetics, St. Vladimir’s Seminary Press, p. ix.

[10] Tito Colliander, Way of the Ascetics, St. Vladimir’s Seminary Press, p. xi.

[11] Tito Colliander, Il cammino dell’asceta, Queriniana, p. 98

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Ti ringrazio perché hai inviato tuo Figlio per salvarci! (inno copto di Avvento)

Mon, 25/12/2017 - 05:19

Quello che segue è un inno intolato “Tishepehmot entotk” ovvero “Ti ringrazio” che la Chiesa copta ortodossa canta nelle veglie di Kiahk. Kiahk è il quarto mese del calendario antico-egizio e copto. Il 1˚ kiahk corrisponde al 10 o all’11 dicembre; il 30 kiahk corrisponde all’8 o al 9 gennaio. È un mese di lode, in cui si canta l’Incarnazione del Verbo: le chiese sono stipate di fedeli che vegliano fino a tardi nella notte cantando la “Salmodia di kiahk”. In tutto il mese di kiahk la vergine Maria, la Theotókos, “Madre di Dio”, la Madre della Luce, è lodata con tante immagini simboliche tratte dall’Antico Testamento, in particolare come “roveto ardente”: così come il roveto arse per la presenza in esso del fuoco divino, senza consumarsi (cf. Es 3,2), così, nonostante il grembo di Maria sia arso per aver contenuto il fuoco della divinità del Verbo, pur tuttavia ella non si consumò.

L’Antico Testamento è riletto allegoricamente alla luce del mistero dell’incarnazione. Queste lodi di kiahk, dal linguaggio poetico e allegorico, spesso di gusto popolare, che mescola arabo e copto, sono molto amate dai copti. La gioia straripante, la gratitudine e l’emozione che si esprimono in questi canti gioiosi sono talmente intense che sembra di assistere a una piccola Pasqua (cf. l’Introduzione a Matta el Meskin, L’umanità di Dio, Qiqajon).

L’inno che segue è un inno di tipo “psali” in arabo e copto che si canta prima della terza ode della santa Salmodia notturna (il cantico dei tre giovani di Daniele). L’inno ripercorre la vita di Cristo, dall’invio da parte del Padre, alla sessione alla sua destra ed è scandito dal continuo ringraziamento per la sua opera di redenzione e la sua costante misericordia, segno del suo grande amore per gli esseri umani. Con fiducia possiamo cantare anche noi “Ti ringrazio” per tutto ciò che il Signore ha fatto e continua a fare per noi. La forma più alta di preghiera cristiana è, infatti, l’ “eucaristia”, ovvero il “buon ringraziamento”. Ogni cristiano è invitato a fare della sua esistenza una continua eucaristia.

Segue un video in cui si può ascoltare l’inno cantato da anba Rafail, segretario del Santo Sinodo della Chiesa copta, nell’antico patriarcato copto (Cattedrale di Klot Bek, Il Cairo).

“Tishepehmot entotk” psali adam copto-arabo sulla terza Ode

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché mi hai trattato secondo la tua grande misericordia.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché hai inviato tuo Figlio per salvarci.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché ti sei incarnato dalla Santa Maria.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché sei nato a Betlemme, secondo la profezia.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché i pastori hanno contemplato la tua gloria.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché sei sorto per noi nella tua bellezza.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché hai compiuto tanti segni e prodigi.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché i giudei hanno tenuto consiglio contro di te.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché sei stato inchiodato alla Croce sul Golgota.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché sei stato posto in un sepolcro, come i morti.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché dopo tre giorni sei risorto dai morti.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché sei sceso nell’Amenti[1], nella [tua] provvidenza[2].

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché hai salvato Adamo e tutto il genere umano.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché hai dato comandi ai tuoi Apostoli.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché sei asceso nell’alto dei cieli.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché ti sei seduto alla destra del Pantocratore.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché verrai a giudicare la terra.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perché mi hai offerto misericordia e perdono.

Ti ringrazio, Dio di Israele, perdona le nostre cadute.

Ti ringrazio, Dio di Israele, do gloria al tuo nome e ti adoro per la tua grande misericordia.

[1] L’Amenti per gli antichi egizi corrispondeva all’Ade greco, ovvero agli Inferi.

[2] L’arabo traduce per un motivo a noi ignoto “dove ci sono gli inferi”. Ma il greco προνοια significa “provvidenza” o anche “prescienza”. In effetti l’espressione copta potrebbe essere difficile da tradurre perché una traduzione letterale è “sei sceso giù nell’Amenti, fin dentro (ekhoun) la provvidenza”. Il senso potrebbe essere che il gradino più estremo della provvidenza di Dio ha voluto il suo abbassamento totale fino agli inferi.

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Santa Trinità abbi compassione di noi! (inno copto di Avvento)

Wed, 20/12/2017 - 20:03

Quello che segue è un inno intolato “Apahit nem palas” ovvero “Il mio cuore e la mia lingua” che la Chiesa copta ortodossa canta nelle vegli di Kiahk. Kiahk è il quarto mese del calendario antico-egizio e copto. Il 1˚ kiahk corrisponde al 10 o all’11 dicembre; il 30 kiahk corrisponde all’8 o al 9 gennaio. È un mese di lode, in cui si canta l’Incarnazione del Verbo: le chiese sono stipate di fedeli che vegliano fino a tardi nella notte cantando la “Salmodia di kiahk”. In tutto il mese di kiahk la vergine Maria, la Theotókos, “Madre di Dio”, la Madre della Luce, è lodata con tante immagini simboliche tratte dall’Antico Testamento, in particolare come “roveto ardente”: così come il roveto arse per la presenza in esso del fuoco divino, senza consumarsi (cf. Es 3,2), così, nonostante il grembo di Maria sia arso per aver contenuto il fuoco della divinità del Verbo, pur tuttavia ella non si consumò.

L’Antico Testamento è riletto allegoricamente alla luce del mistero dell’incarnazione. Queste lodi di kiahk, dal linguaggio poetico e allegorico, spesso di gusto popolare, che mescola arabo e copto, sono molto amate dai copti. La gioia straripante, la gratitudine e l’emozione che si esprimono in questi canti gioiosi sono talmente intense che sembra di assistere a una piccola Pasqua (cf. l’Introduzione a Matta el Meskin, L’umanità di Dio, Qiqajon).

L’inno che segue è il terzo inno in arabo e copto che si canta dopo la seconde Ode della santa Salmodia notturna. Segue un video in cui si può ascoltare l’inno cantato da anba Rafail, segretario del Santo Sinodo della Chiesa copta, e dal coro della chiesa della Vergine e di Sant’Atanasio (Il Cairo).

 

“Apahit nem palas” terzo psali adam copto-arabo sulla seconda Ode

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Ognuno ti loda e ti serve. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Perché tu sei il nostro Dio e il nostro grande Salvatore. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Il Sovrano Signore è venuto e ci ha salvati. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Per i tuoi veri giudizi insegnami le tue verità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Grande è la tua misericordia, visitaci con la tua salvezza. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Ecco, io mi sono rifugiato in te. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

A te la potenza e la gloria o Re della gloria. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Gesù è la nostra speranza nelle tribolazioni. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Benedetto sei tu o Figlio di Dio. Salvaci nella tentazione. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Tutti i popoli ti lodano o Re Cristo. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Donaci la tua pace, guarisci le nostre malattie. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Tu sei tenero e compassionevole. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Benedetto sei tu, ti lodiamo e ti benediciamo. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Veramente grande, giudice giusto. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Il tuo nome è benedetto o vera Parola. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Vigila su di noi o Cristo nella tua bontà. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Ascolta i peccatori nelle loro angosce. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Innalza la mia anima e il mio nous (cuore/mente) fino in cielo. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

O Figlio di Dio, nostro Dio, donaci la salvezza. Santa Trinità abbi compassione di noi!

O Dio compassionevole e longanime. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Santo, Santo, Santo o Figlio del Santo. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Dona riposo alle anime dei nostri padri o Salvatore. Santa Trinità abbi compassione di noi!

O Signore nostro ricordati di noi nel tuo Regno celeste. Santa Trinità abbi compassione di noi!

Antifona: Il mio cuore e la mia lingua lodano la Trinità. Santa Trinità abbi compassione di noi!

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Il miracolo dell’Incarnazione (Gregorio di Nazianzo)

Mon, 18/12/2017 - 16:39

Poiché bisognava che l’adorazione non fosse limitata solamente agli esseri superni, ma che ci fossero anche degli adoratori sulla terra, in modo che ogni cosa si riempisse della gloria di Dio, dal momento che tutto appartiene a Dio, per questo viene creato l’uomo, che riceve l’onore di essere creato dalla mano di Dio e dalla sua immagine.

Ma non curarsi più dell’uomo, una volta che si fu allontanato miserabilmente dal suo creatore per effetto dell’invidia del diavolo e per l’amaro gusto del peccato, non sarebbe stato degno di Dio. Che succede, quindi? E qual è il grande mistero che riguarda noi uomini? Si rinnovano le nature e Dio diventa uomo, e Colui che era salito “sul cielo del cielo nell’oriente” della sua gloria e del suo splendore, viene glorificato nel tramonto della nostra bassezza e della nostra umiltà, e il Figlio di Dio accetta di diventare il figlio dell’uomo e di essere così chiamato: non cambia ciò che era, perché è immutabile, ma assume quello che non era, perché ama gli uomini, affinché l’incomprensibile fosse compreso; si unì a noi per mezzo della carne, che fu come un velo, perché non sarebbe stato possibile alla natura che si trova nella generazione e nella corruzione sopportare la divinità nella sua purezza.

Per questo motivo le sostanze non mescolabili si mescolano: non soltanto Dio si mescola con ciò che nasce e l’intelletto con la carne e ciò che è fuori del tempo con il tempo e ciò che è illimitato con il limite, ma anche la generazione con la verginità, e il disonore con quello che è al di sopra di ogni onore, l’impassibile con ciò che è sottoposto a passione e l’immortale con il corruttibile. Poiché, infatti, credeva di essere invincibile colui che aveva architettato il male e che ci aveva ingannati con la speranza che noi diventassimo dèi, ecco che viene ingannato dallo schermo della carne, affinché, scontrandosi con Adamo, venisse ad affrontare Dio e venisse abolita la condanna della carne, in quanto la morte fu messa a morte dalla carne.

Gregorio di Nazianzo (Nazianzeno)
Discorso 39,13
in Gregorio Nazianzeno, Omelie sulla Natività, Città Nuova, 1983, pp. 82-83

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Cosa ha fatto Dio a Natale e cosa dovremmo fare anche noi (ovvero alcune cose che potremmo imparare dal Natale) (1)

Thu, 14/12/2017 - 06:54

In questi giorni gli ortodossi in tutto il mondo vivono il digiuno di Avvento, più correttamente chiamato “digiuno della Natività”. In esso ci è dato di meditare più intensamente il mistero indicibile dell’Incarnazione del Verbo di Dio. Sono giorni di gioia e di luce nei quali ripercorriamo le vicende della Natività di nostro Signore e glorifichiamo Dio rallegrandoci insieme agli uomini e alle donne che sono stati testimoni di quei fatti storici – la Vergine santa Maria, Giuseppe, Zaccaria, Elisabetta, i pastori, i magi – di quanto Dio abbia amato gli uomini inviando suo Figlio sulla terra.

Che cosa potremmo imparare in maniera molto semplice dal Natale per la nostra vita quotidiana?

Tanto. Prendiamo esempio da ciò che ha fatto il Signore e impariamo da lui. Non siamo chiamati, però, a una semplice mimesi, ma a iniziare ad essere, essere ciò che il Signore è, a vivere della vita di Dio. Unendoci al Signore – benedetto sia il suo Nome – mediante gli strumenti che la Grazia ci mette a disposizione (preghiera, lettura meditata delle Scritture, Eucarestia, realizzazione dei comandamenti, amore per il prossimo), diventiamo capaci di assumere in noi la sua vita. Così facendo, noi siamo ciò che lui è, perlomeno in un movimento continuo tensionale: noi ora aspiriamo a crescere sempre più secondo la misura della statura della pienezza di Cristo (cf. Ef 4,13). Ma se crediamo in lui, allora in lui viviamo, ci muoviamo e siamo (cf. At 17,28).

Che vuol dire? Vuol dire che, sì, siamo in Cristo e che, sì, Cristo vive in noi ma che anche siamo potenzialmente sempre in crescita affinché la vita di Cristo si faccia in noi sempre più evidente e più visibile. Alla luce di Cristo in noi non c’è mai limite.

1. Dio ha atteso “la pienezza dei tempi”

L’Eterno Dio che vive nel non-tempo e nel non-spazio, dall’eternità e per l’eternità, ha accettato di sottomettersi alle leggi dello spaziotempo. Leggiamo nella Lettera ai Galati:

Ma quando venne la pienezza del tempo (πλήρωμα τοῦ χρόνου), Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. (Gal 4,5)

Paolo paragona l’essere umano a un bambino, figlio di un Re: finché si è bambini si è soggetti a tutori e amministratori per tutto il tempo che decide il padre. Ma poi giunge un momento in cui si acquisisce libertà di azione. Quel momento, nella Storia dell’umanità, è giunto con la nascita del Figlio di Dio da una donna e questo momento è giunto “nella pienezza del tempo”. Qui tempo è chiamato χρόνος, tempo cronologico, scorrere di lancette, sfogliare di calendari, tempo della Storia umana dal principio alla fine dei tempi: nella pienezza di questo tempo, nella pienezza della Storia, tout court, è giunto il Figlio di Dio, nato da donna.

La Lettera agli Efesini guardando all’eschaton, il tempo ultimo inaugurato dalla prima venuta di Cristo, dice:

…Per realizzare [ciò che aveva stabilito] nella pienezza dei tempi (πληρώματος τῶν καιρῶν): il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,9-10)

Dio aveva un piano, un disegno, un progetto (οἰκονομία), ricapitolare tutto, cioè l’universo intero, in Cristo, unico capo, e questa economia l’ha realizzata nella pienezza dei tempi. Qui tempo è indicato come καιρός, al plurale: la pienezza di tutti i tempi, il momento favorevole, momento giusto. Non un tempo qualunque, non un quotidiano scorrere di lancette, ma il momento X, un momento X pieno, giunto a maturazione. Come se tutta la Storia della creazione fosse fatto di tante svolte epocali. In quella che, agli occhi di Dio, è svolta delle svolte, nel momento giusto, Dio ha ricapitolato la molteplicità nell’Uno, il Figlio incarnato. Tra tutti i momenti X c’è stato un momento ancora più X  in cui ciò che andava fatto è stato fatto, ed è stato fatto perfettamente.

Che cosa significa “pienezza dei tempi”? Potrebbe significare tante cose. Un tempo “pieno” significa un tempo giunto a saturazione, o meglio a maturazione. Certamente significa che era stato necessario preparare questo momento. Innanzitutto prepare un popolo da cui sarebbe nato il Salvatore. Se si vuole far risalire l’inizio del popolo di Israele ad Abramo possiamo dire che si sono voluti perlomeno duemila anni perché fosse “tutto pronto” per Dio. Un tempo di maturazione lentissimo per noi ma forse non per Dio. Israele ha iniziato a maturare con il passare del tempo l’idea di un salvatore che si è concretizzata in Mosè. Ma poi, a seguito dell’instabilità politica e spirituale del popolo dell’alleanza, sempre più sballottato e umiliato da nazioni e potenze regionali, gli ebrei hanno desiderato sempre più un salvatore definitivo che desse stabilità ed eternità alle promesse di Dio. All’epoca di Gesù possiamo parlare di un vero e proprio travaglio: tantissimi movimenti, sia di natura politica che spirituale (pensiamo alla comunità di Qumran), attendevano in maniera spasmodica una svolta radicale, un cambio epocale.

Alcuni affermano che anche storicamente e culturalmente i tempi erano favorevoli: l’impero romano era all’apogeo e la lingua greca aveva contribuito a creare ponti culturali tra le diverse regioni del Mediterraneo.

E poi Dio ha dovuto preparare Zaccaria, Elisabetta, Maria, Giuseppe. Stiamo parlando di persone, di vite, che avrebbero contribuito attivamente all’apparizione di Dio nella carne. A Dio piace che le cose siano fatte bene e non ha fretta.

Eppure, per quanto possiamo trovare giustificazioni alla “pienezza del tempo”, per noi il significato ultimo ci sfugge e rimarrà un mistero. Sappiamo quanto sia spesso arbitraria la suddivisione della Storia in periodi storici. Lo stesso può valere per le ere spirituali. Sarà sempre possibile una interpretazione della “pienezza del tempo” più corretta o più plausibile.

Per Gesù, invece, era evidente che il tempo era giunto. Lo dice e lo ripete più volte: “Il tempo è giunto”, “Il Regno di Dio si è avvicinato”… Era talmente evidente per lui che era giunto il momento X che paragona la “pienezza dei tempi” a un temporale annunciato da un cielo rosso scuro: “Quando si fa sera voi dite: Il tempo sarà bello, perché il cielo è rosso. E al mattino presto dite: Oggi avremo un temporale perché il cielo è rosso scuro. Dunque, sapete interpretare l’aspetto del cielo e non sapete capire i segni di questi tempi (καιρῶν)?” (Mt 16,2-3). I segni. Ogni χρόνος ha dei segni che lo indicano. Riusciamo a vederli?

Così è anche per la nostra vita. Anche nella nostra vita, ci sono non solo diversi χρόνος, diciamo diverse età, ma anche diversi καιρός, punti di svolta epocali e questi καιρός sono preceduti da segni. Se ci guardiamo alle spalle li vediamo bene. E se siamo credenti sappiamo che c’era la mano di Dio. Anzi, ne siamo certi. L’abbiamo vista all’opera, l’abbiamo vista prepare questo momento X. Un momento X preceduto da sofferenze simili alle doglie di un parto. Spesso però, durante le doglie, non riusciamo a capire o a vedere questo momento favorevole. E l’angoscia, il senso di smarrimento ci perseguitano. Il Signore ci invita a scrutare il χρόνος che stiamo vivendo, a leggere i segni che Dio lascia: non ci sono doglie senza parto. Se è stato così per il nostro passato, forse che non lo sarà per il nostro presente e per il nostro futuro?

Eppure è lui che, insindacabilmente, decide i tempi. Sì, è lui che decide i tempi. Dio è sovrano non solo del χρόνος, del tempo cronologico, delle lancette dell’orologio, ma soprattutto del καιρός, dei καιρός, dei momenti giusti, dei momenti X. Se sappiamo ascoltare, se sappiamo leggere i segni, il Padre buono a volte ci dice “aspetta, perché ti sto preparando la strada”, altre “vai, è tutto pronto, corri figlio mio!”, altre ancora “no, fermati, non è la tua strada, meglio altrove”. Giovanni Battista, il Precursore, l’Apripista, non è l’emblema di questo καιρός? Perfino nel concepimento, ha preceduto il Signore.  Anche il Signore ha dovuto aspettare un Anticipatore, un segno di preparazione. Anche il Signore ha dovuto aspettare i tempi giusti, il momento opportuno, lui che è il Signore del tempo! Tutta la vita di Gesù è un attendere il tempo giusto. Alla prima apparizione pubblica Gesù redarguisce la Madre perché “la mia ora non è ancora giunta!” (Gv 2,4).

Il Dio eterno, prima di incarnarsi nel grembo della Vergine Maria, ha scrutato i segni dei tempi, ha preparato il terreno, ha aperto strade, ha creato connessioni. Ma soprattutto ha saputo attendere. Sappiamo farlo anche noi?

Nella vita dell’uomo, per ogni cosa c’è il suo momento, per tutto c’è un’occasione opportuna.
Tempo di nascere, tempo di morire, tempo di piantare, tempo di sradicare,
tempo di uccidere, tempo di curare, tempo di demolire, tempo di costruire,
tempo di piangere, tempo di ridere, tempo di lutto, tempo di baldoria,
tempo di gettar via le pietre, tempo di raccogliere le pietre, tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
tempo di cercare, tempo di perdere, tempo di conservare, tempo di buttar via,
tempo di strappare, tempo di cucire, tempo di tacere, tempo di parlare,
tempo di amare, tempo di odiare, tempo di guerra, tempo di pace (Qo 3,1-8)

Macariensis

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Gioisci, adora, sii in festa: Cristo è nato per te! (Gregorio di Nazianzo)

Mon, 11/12/2017 - 05:03

[Accogli] il concepimento [di Cristo] e compi un balzo di gioia: anche se non fai come Giovanni, che era nel grembo materno, fai però come David, che balzò di gioia quando si fermò l’arca.

Rispetta il censimento, grazie al quale anche tu sarai censito nel cielo; onora la sua generazione, grazie alla quale sei stato liberato dalle catene della generazione;

onora la piccola Betlemme, che ti ha fatto risalire al paradiso;

adora la mangiatoia, per mezzo della quale tu, che eri privo di ragione, fosti nutrito dal Logos.

Conosci, come il bue, Colui che è il tuo padrone: questa è l’esortazione di Isaia; conosci, come l’asino, la mangiatoia del tuo Signore, sia che tu sia uno dei puri e di quelli che sono sotto la legge e di quelli che ruminano la parola e che sono adatti al sacrificio, sia che tu sia uno di quelli che sono ancora impuri e che non sono adatti ad essere mangiati e ad essere sacrificati, e appartengono alla parte dei pagani.

Corri insieme con la stella,

reca i doni insieme con i Magi, l’oro, l’incenso e la mirra a Colui che è il Re ed è Dio, ed è morto per causa tua.

Glorificalo con i pastori,

cantalo con gli angeli,

intreccia cori con gli arcangeli.

Sia comune la festa alle potenze celesti e a quelle terrene.

Gregorio di Nazianzo (Nazianzeno)
Discorso 38,13
in Gregorio Nazianzeno, Omelie sulla Natività, Città Nuova, 1983, pp. 63-64

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Dio si svuota perché io possa partecipare alla sua pienezza (Gregorio di Nazianzo)

Wed, 06/12/2017 - 19:49

Sarcofago con adorazione dei Magi, Musei vaticani (III sec.)

In occasione dell’Avvento, Natidallospirito.com offre ai lettori alcuni brani tratti da “Omelie sulla Natività” di Gregorio di Nazianzo. In questo brano c’è tutto il paradosso dell’incarnazione di Dio: l’Essente per eccellenza nasce, l’Incomprensibile per eccellenza viene compreso, il Ricco diventa povero, il Pieno divente svoto. Gregorio esprime in poche frasi dal sapore poetico tutto il mistero cristiano: Dio si svuota e prende carne umana perché l’uomo si riempia della sua divinità. Ecco lo scopo ultimo della kenosi divina: l’uomo ora può partecipare della natura divina (cf. 2Pt 1,4).

Oh inconcepibile mescolanza! Oh inaudita unione! Colui che è, nasce, e Colui che non è creato, viene creato; Colui che è incomprensibile viene compreso, per mezzo dell’anima razionale che fa da intermediaria tra la sua natura divina e la pesantezza della carne. E Colui che arricchisce gli altri diventa mendico; Egli mendica infatti la mia carne, affinché io possa arricchire la sua divinità. E Colui che è ripieno di ogni cosa diviene vuoto: si svuota, infatti, per un breve tempo della sua gloria, affinché io possa partecipare alla sua pienezza.

Qual è questa ricchezza della sua bontà? Qual è questo mistero che ha me come oggetto? Io ebbi parte all’immagine di Dio, e pure non la conservai: Egli allora prende parte alla mia carne sia per salvare l’immagine sia per rendere immortale la carne. Egli si mette una seconda volta in comunione con l’uomo, e in una comunione molto più straordinaria della prima, in quanto la prima volta Egli mi fece partecipare alla natura migliore, ora invece è Lui che partecipa all’elemento peggiore. Questo fatto è più divino del primo; questo è più sublime dell’altro, per coloro che hanno senno.

Gregorio di Nazianzo (Nazianzeno)
Discorso 38,13
in Gregorio Nazianzeno, Omelie sulla Natività, Città Nuova, 1983, p. 59

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Come festeggiare il Natale? (Gregorio di Nazianzo)

Mon, 04/12/2017 - 10:49

In occasione dell’Avvento, Natidallospirito.com offrirà ai lettori alcuni brani tratti da “Omelie sulla Natività” di Gregorio di Nazianzo. Nel primo brano, Gregorio, quasi vivesse nella nostra epoca, si scaglia in maniera dura contro gli eccessi dei preparativi, dei “veglioni”, dei festeggiamenti che vede come estremamente mondani, lontani dallo spirito cristiano con cui bisognerebbe accogliere un evento così imporante come quello dell’incarnazione. Non che Gregorio intenda dire che non bisogna festeggiare! Tutt’altro! Gioia e divertimento sono emblema di questa festa. “Cristo è nato, glorificatelo!” dice all’inizio dell’omelia 38. Ma bisogna sapere come farlo cristianamente, non perdendo di vista il motivo e il senso della festa. “Il nostro divertimento” – scrive – “è particolare”. Non bagordi, non abbuffate senza senso, non festa per la festa, ma festa per gioire dell’amore di Dio per noi che nell’incarnazione trova la sua grande espressione. 

Non incoroniamo i vestiboli delle case con corone, non organizziamo danze, non adorniamo le strade, non pensiamo a offrire banchetti ai nostri occhi, o a incantare con i suoni il nostro udito, non rendiamo effeminato il nostro odorato con languidi profumi, non prostituiamo il nostro gusto, non compiaciamoci del tatto: tutte cose, queste, che costituiscono altrattante strade al vizio e altrettanti ingressi al peccato. Non infiacchiamoci con le vesti morbide e fluenti, il cui pregio maggiore è l’inutilità, con la trasparenza delle pietre preziose, con il luccichio dell’oro, con gli artifizi dei colori che falsificano la bellezza della natura e che sono stati escogitati contro l’immagine di Dio.

Non con banchetti ed ebbrezze, ai quali (ben lo so) si accompagnano gli accoppiamenti e l’impudicizia, ché di maestri dissoluti dissoluti sono gli insegnamenti, o piuttosto, da semi cattivi nascono cattive piante. Non costruiamo dei divani elevati proteggendo il nostro ventre sotto la tenda della mollezza. Non teniamo in gran conto i profumi dei vini, le ricercatezza della cucina, le costosità degli unguenti. Che la terra e il mare non ci portino in dono il loro nobile sterco (ché questo è il modo in cui io sono solito onorare il lusso). Non diamoci da fare per superarci a vicenda in dissolutezza – ché è dissolutezza, a mio parere, tutto ciò che è superfluo e al di sopra dell’utile – e tutto ciò mentre altri hanno fame e hanno bisogno, altri che sono nati dallo stesso fango e dalla stessa mescolanza nostra.

No, tutte queste cose lasciamole ai Greci e al lusso e alle feste dei Greci. Costoro chiamano dèi degli esseri che si rallegrano dell’odore dei sacrifici e di conseguenza adorano con il ventre la natura divina – sciagurati costruttori e sacerdoti e adoratori di demoni sciagurati! Noi invece, che siamo adoratori del Logos, se anche dobbiamo rallegrarci, ci rallegreremo della parola e della legge divina e delle spiegazioni, in particolar modo, che costituiscono il significato della festa di oggi: in questo modo anche il divertimento nostro è particolare, e non alieno da Colui che qui ci ha radunato.

Gregorio di Nazianzo (Nazianzeno)
Discorso 38,5-6
in Gregorio Nazianzeno, Omelie sulla Natività, Città Nuova, 1983, pp. 46-48

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“Tenebre esteriori”, “pianto”, “stridore di denti” secondo Origene

Wed, 29/11/2017 - 08:39

«Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori; là sarà pianto e stridore di denti» (Mt 22,13)

Chi è meritevole di punizione e di giudizio, è condannato da colui che dice ai servitori (diversi dalle precedenti milizie [Mt 22,7]) perché, legate quelle mani e quei piedi, di cui non si era servito come avrebbe dovuto (non aveva né percorso il dovuto cammino, né compiuto le dovute azioni), lo gettassero non solo fuori dalla sala della festa nuziale, ma nelle tenebre esteriori, assolutamente prive di luce.

Trovatosi nelle tenebre esteriori, avrebbe avuto sete di luce, si sarebbe rivolto piangendo a Dio che può beneficarlo e trarlo fuori di lì, e avrebbe fatto stridere quei denti che hanno mangiato per malizia l’uva acerba e per questo si sono allappati. Allappati sono i denti di colui che ha mangiato uva acerba [cf. Ger 31,29; Ez 18,2]; e per uva acerba, anche in base a quel passo, si deve intendere la malizia di chi non è proteso verso il futuro [Fil 3,13], ma è fermo allo stesso punto, pur dovendo progredire verso la maturità e far diventare dolce l’uva della virtù.

Origene, Commento a Matteo, Libro XVII,24

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