Natidallospirito.com

Subscribe to Natidallospirito.com feed Natidallospirito.com
>> spiritualità cristiana ortodossa.
Updated: 19 min 8 sec ago

Diario di un discepolo indisciplinato (2)

Fri, 15/06/2018 - 21:42

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate. La prima puntata è qui.

“Vita di Antonio”. Lo comprai insieme a della paccottiglia. Pagai in fretta. Volevo cercare di intercettare la “ragazza di Antonio” che mi aveva consigliato di comprare il libro. Uscii correndo, senza prendere il resto. Aprii la grande porta vetrata e mi guardai attorno più volte. Non c’era. Mi diressi sul lungomare, verso l’Esplanade. Presi posto su una panchina. Mi faceva una strana impressione guardare tutte quelle famiglie felici che giocavano con i loro bambini o passeggiavano serenamente. Mi chiesi se quella serenità, talvolta ostentata, non fosse frutto di una sorta di tregua segreta, seguita a una lunga serie di litigi. Una specie di accettabile ricatto del tipo “se fai questo, io ti do pace in quella situazione” oppure “vabbene passeggiare sul lungo mare, ma poi tu farai questo per me”. Esisteva davvero l’amore tra le persone e soprattutto nelle coppie? Oppure era tutta una illusione, un prendere fischi per fiaschi, un vedere “rosa” quando tutto dice “nero”? Perché ci facciamo ingannare così facilmente dalle apparenze, dai sogni, dalle speranze, non volendo accettarne per lungo tempo il vero nome: illusioni? Fino al giorno in cui tutti i veli sono tolti e rimane solo il volto, brutto, dell’esistenza. Tutto in quel lungomare mi ricordava della mia situazione di papà divorziato e non riuscivo a nascondermene lo strazio.

Poi quella copertina fu come se mi rapì. Abbassai il capo sul libro, cercando di distrarmi dalle “coppie felici”. Restai a lungo rapito a guardarla. Non avevo mai visto qualcosa di tanto semplice quanto estremamente attraente. Raramente noi pubblicitari riusciamo a produrre qualcosa veramente di semplice e efficace allo stesso tempo. Nel nostro campo, quello della pubblicità, la semplicità è quasi sempre il frutto di una complessità semplificata. Non esiste il concetto di semplicità in quanto tale: la semplicità va pensata, va elaborata, va complessamente partorita. Non solo. Noi offriamo una semplicità, non solo complessa, ma a fine di lucro. A me mancava, invece, una semplicità, non solo semplice di per sé, partorita così per natura, ma anche gratuita. La gratuità. Che cos’è la gratuità? Io non lo so. Non lo sapevo. Ora posso immaginarlo, forse l’ho intuito, dopo la rinascita seguita all’incontro con l’eremita. Ma allora… Per me nulla era gratuito. “Tutto si compra e si vende. Il mondo è un grande mercato”, pensavo e ne ero totalmente convinto. E ci credevo davvero. Gratuità. Una roba che ricordavo di aver vissuto, forse da piccolo, ma che oramai faceva parte di un passato talmente offuscato e seppellito da sembrare ridicolo, fonte di un insostenibile imbarazzo. Antonio, l’abba del deserto egiziano, a dire la verità, mi turbava proprio per questo. Quest’uomo mi indicava con un atteggiamento al contempo dolce ma deciso di accomodarmi ai banchi della scuola della gratuità senza fare troppe storie. Era come se mi dicesse: “Hai perso troppo tempo ma non è troppo tardi. Avvicinati, siediti. Hai tanto da imparare”. Antonio aveva quel qualcosa che io non avevo, e che cercavo disperatamente sotto la coltre della mia rispettabile, rispettabilissima, matura coscienza da adulto, per la quale questi sono “discorsi da bambini”. Quanto desideravo avere quello che lui aveva! Lasciare tutto all’udire una parola di Gesù: “Va’ vendi ciò che possiede, e vieni, seguimi”. Seguimi. Provavo ammirazione mista a invidia. Mi dava speranza, Antonio, e mi inquietava. Chi avrei seguito io in questo modo se non forse qualcuno che mi avrebbe promesso qualcosa di talmente tangibile da non poter essere nascosto: una carriera, un appartamento, un po’ di fama? Era possibile nascondere tutto questo? Invece la vita di Antonio è una vita fatta di nascondimento totale, lontano da tutti, lontano dal giudizio degli altri, lontano dalle chiacchiere, dalla voglia di apparire, di arrivare, di scavalcare. Per Antonio essere qualcuno non si acquisiva scalciando, cercando di arrivare, di avere un “titolo”, un buon posto di lavoro. Per Antonio “essere qualcuno” ha significato esistere per qualcuno, o forse, come mi ha ripetuto spesso l’eremita “essere IN qualcuno”. La mia vita, fatta di apparenza più che di sostanza, di compromessi più che valori, di seduzione più che di comunione, di dominio più che di sottomissione, viaggiava su un binario del tutto differente. E intravedevo la fine di questo binario morto, una fine verso la quale procedevo a una velocità terribile, inesorabilmente.

All’inizio, sfogliando quel libro, “Vita di Antonio”, mi sembrava di intravedere qualcosa di bello, mi sembra davvero di intravedere la vita, dopo tanta morte interiore. Con la mia mente programmata dell’epoca pensavo che in qualche modo il suo “prodotto” era migliore del mio. Come se a me fosse rimasto qualche prodotto da vendere! Non ero ormai al lastrico umano? Come definire quello che vivevo? Ero allo zero cosmico, piombato nel buco nero energetico della mia esistenza. Dentro mi sentivo vuoto, apparentemente senza un motivo. Ero senza un obiettivo, senza una motivazione, senza olfatto esistenziale, come una sorta di zombie vagante di cui persino i morti disdegnavano la compagnia. Sentivo di portare un peso di cui non conoscevo l’origine, un peso non mio, come se sulle spalle avessi il mondo intero. E volevo scrollarmelo di dosso il più velocemente possibile.

Il mio divorzio da Liza era stato la ciliegina sulla torta. Io e Liza ci eravamo conosciuti all’università e avevamo fatto tutto insieme. Siamo stati per molti anni come due adolescenti innamorati, pieni di vita e di ambizione. Lei era un’artista, amava dipingere e ben presto fece della pittura il suo lavoro. Ci amavamo molto, pensavamo di avere molte cose in comune e forse all’inizio le avevamo davvero. Ricordo sempre le sue parole estasiate: “Io e te siamo stati creati per vivere insieme”. Me lo ripeteva spesso e io mi sentivo tremendamente lusingato. Questa lusinga esistenziale, per me che ero un ragazzino alle prime armi con l’amore e la carriera, per molti anni fece sì che vivessi cercando di rispettare una promessa: “Liza, qualunque cosa accadrà, farò di tutto per non deluderti”. Le nostre strade, però, ben presto iniziarono a biforcarsi. L’effetto dell’innamoramento iniziò a svanire, e con esso tutte le promesse fatteci con il luccichio negli occhi. Le maschere caddero e iniziammo a guardarci come due perfetti sconosciuti. “Sei proprio tu quella che ho sposato?”, mi chiedevo al mattino, quando lei ingurgitava di corsa un succo di papaya senza zucchero prima di correre al lavoro. La distanza si fece sempre più enorme. A letto, la sera, restavamo ognuno nel suo angolino, intento a occuparsi delle sue cose: prima con i libri, poi con la televisione, poi, per ultimo, il cellulare. Restavamo ore a guardare le nostre vite parallele nei cellulari scorrere di fronte a noi. Tutto questo ci portò a smettere di comunicare. Pensavamo di conoscerci così bene – e non avevamo più una così buona opinione l’uno dell’altra – che ci parlavamo a sillabe. E ci innervosivamo quando l’altro non capiva i nostri grugniti, quasi pretendendo come diritto inderogabile questo disperato risparmio energetico. Non avevamo piú il coraggio di guardarci negli occhi. I mesi corsero veloci e quello che temevo, quello che cercavo di evitare in tutti i modi, alla fine accadde.

Imboccammo il tunnel della crisi, quella vera, quando lei mi chiese di avere un bambino. Io ero nel pieno della mia carriera. Gli affari con la Golden Advertisements andavano a gonfie vele e lei per me era diventata poco più che una sicurezza casalinga. Per la mia brillante carriera non avrei voluto nessun ostacolo, fosse anche un innocente pargoletto. Resistetti con tutte le mie forze al suo desiderio e i litigi in casa erano diventati all’ordine del giorno. Litigavamo per delle sciocchezze: il colore dei parati, la marca del latte, i programmi da vedere in televisione. Ora posso dire, a distanza di tempo, che il motivo dietro tutti quei litigi era lui, Newton, nostro figlio. Ma no, io un bambino no. Io avevo la mia agenzia pubblicitaria, le campagne che andavano pianificate a costo di restare in ufficio di notte a dormire, i soldi che mi riempivano le tasche, e le amiche. Devo confessare che a complicare il tutto ci fu anche Melanie, la mia stagista, che in quel periodo entrò nella mia vita aiutandomi a dimenticare i problemi di casa. Era giovane, bella, spensierata. Per me era come una ventata di aria fresca nella mia vita. Mi ricordava gli anni leggeri della mia, della nostra giovinezza, quando Liza era felice semplicemente facendo una passeggiata mano nella mano sull’Esplanade di Darwin. E infatti spesso ci tornavo con Melanie, sull’Esplanade. Mi bastava guardarla negli occhi, o mentre si sistemava i capelli dietro le orecchie, per ricordarmi tutto, per capire che cosa avevo perso. Sentivo che era talmente presa da me che potevo chiederle tutto e lei l’avrebbe fatto. Non c’era bisogno di stare ore a discutere, tutto si risolveva con un bacio. Mi sentivo onnipotente, un sentimento che avevo provato sul lavoro ma mai con Liza. Melanie mi aiutava a capire che cosa era andato storto con Liza e mi indicava, senza che io potessi girare la faccia dall’altro lato, che la causa di tutto il mio malessere era Liza e il suo carattere egoista. Più litigavo a casa con Liza, più stavo con Melanie. Più tutto sembra andare a rotoli.

Fu così che seduto di nuovo sull’Esplanade, tutto il mio passato, presente e futuro, furono messi in discussione da Antonio. Quest’uomo mi interrogava senza rivolgermi parola. Mi metteva a nudo, mi passavi ai raggi X. E non ne uscivo granché bene. Eppure c’era qualcosa in quell’uomo che mi spingeva a volergli bene, una sorta di autenticità, sincerità, armonia che lo rendeva diverso da tutto ció che mi circondava. Fissai il mare. Respirai a pieni polmoni la brezza salina che risaliva dalla battigia. Iniziava a esser buio. Pensai, quasi come se qualcosa fosse balenato da al di là delle onde, che dovevo andare in Egitto, dovevo incontrare i discepoli di Antonio, dovevo parlare con gli eremiti di oggi. Forse avevano ancora qualcosa da dire. Era una questione di vita o di morte.

No related posts.

Categories: Notizie

Gli “addominali” dello spirito

Mon, 11/06/2018 - 11:13

Una volta quando avevo tredici anni mio padre mi sfidò a fare 40 addominali ogni giorno per due settimane di seguito. Dopo le due settimane gli dissi che avevo realizzato con successo la sua sfida e che avevo in mente di continuare l’esercizio. E lo feci davvero. Continuai per un bel po’ di tempo. Quando iniziai a vedere i primi tratti definiti dei miei addominali da tredicenne andai in visibilio. Pensavo ingenuamente che avrei potuto fermarmi per un po’ perché tanto non sarebbe cambiato nulla. Non sapevo, in realtà, che i risultati di quell’esercizio dipendevano dalla mia costanza.

Quando ripenso a quest’episodio mi sembra tutto così stupido. Eppure mi ritrovo a fare la stessa identica cosa quando si tratta di rimanere in Cristo. Mi sveglio dal torpore e trascorro del tempo con Dio per alcuni giorni di fila oppure vinco una piccola battaglia contro le tentazioni e poi penso di potermi rilassare un po’. Dopo tutto ho appena vinto una battaglia! Ma la cosa funziona proprio al contrario. Quando celebriamo le piccole vittorie perdiamo la guerra. I Padri della Chiesa affermano unanimemente che è necessaria, anzi indispensabile, una vigilanza continua. Non c’è tempo per “rilassarsi”, non ce lo possiamo permettere. Come afferma Pavel Evdokmov: “Ogni pausa è un passo indietro”[1].

Il fatto è che vivere una vita cristiana richiede molto più che un esercizio di routine mattutino. Il cristianesimo non è soltanto andare in chiesa la domenica. Il cristianesimo non è una lista di cose da fare e non fare. Il cristianesimo non è soltanto la preghiera del peccatore[2]. Il cristianesimo è l’unione delle persone con l’unica versa persona, Gesù Cristo, attraverso la quale diventare persone vere, per mezzo di lui. E in questo senso il cristianesimo è un viaggio verso l’unione con Cristo, una ricerca esistenziale verso l’essere. Innanzitutto, essere cristiano significa vivere una vita in Cristo. Una vita in Cristo non è un fatto statico dato a noi al momento della conversione ma una realtà dinamica che dobbiamo vivere. È un viaggio che dobbiamo compiere ogni momento di ogni giorno. Come afferma C. S. Lewis:

Ogniqualvolta fai una scelta stai trasformando la parte centrale di te, la parte di te che sceglie, in qualcosa di leggermente diverso di quello che era prima. Prendendo la tua vita come un tutto, con tutte le sue innumerevoli scelte, per tutta la vita stai lentamente trasformando questa cosa centrale in una creatura celeste o in una creatura infernale: o una creatura in armonia con Dio, con le altre creature e con se stessa, o in una che è in uno stato di guerra e di odio con Dio, con le sue creature, e con se stessa[3].

Noi raccogliamo ciò che seminiamo (cf. Gal 6,7), non in un senso karmico, come spesso viene interpretato questo versetto, ma piuttosto in un senso ontologico: i pensieri, le scelte, i desideri di un uomo determinano il tipo di uomo che egli è.

Proprio come quando avevo tredici anni e pensavo che i miei muscoli sarebbero rimasti tonici da soli, credevo che per essere cristiano bastava fare il minimo indispensabile. Avrei detto “la preghierina” e come risultato pensavo che avrei automaticamente iniziato a vedere “frutti cristiani”. In base alla mia esperienza posso dirvi che non funziona così. Lo sforzo costante non è un optional. È necessario, come diceva san Serafino di Sarov, che ci impegniamo in una battaglia contro un nemico che non dorme mai e non si stanca mai.

Ma in che consiste questo sforzo? Che è cos’è la vigilanza e come rimaniamo vigili? Come rimaniamo in Cristo? La ricerca per una risposta a queste domande nella mia vita ha portato me e la mia famiglia al cristianesimo ortodosso. Non posso dire che ho tutte le risposte: di certo non è così. Ma vorrei qui condividere brevemente ciò che ho trovato, per grazia di Dio.

Il calendario liturgico

La Chiesa ortodossa afferma che il Dio triuno è adorato “in ogni tempo e in ogni ora, in cielo e sulla terra”[4] e che quando noi lo adoriamo stiamo partecipando al coro celeste, con gli angeli e con i santi. Il calendario liturgico della Chiesa è posto per aiutarci a entrare e sviluppare ritmicamente uno schema di adorazione. Oltre al ciclo annuale, c’è un ciclo settimanale di digiuno, un ciclo quotidiano di preghiera ecc. Da quando sono entrato in questo ciclo ho iniziato a notare un cambiamento nel mio temperamento generale. Il giorno segue un ciclo: preghiere del mattino, preghiere prima dei pasti, preghiere della sera. Per alcuni istanti durante il giorno prego per riorientarmi a Cristo.

Le sante icone

La Chiesa ortodossa usa icone per l’adorazione: immagini sante di Cristo, Maria e dei santi. Queste icone, che sono appese in chiesa o nelle nostre case, ci aiutano a coltivare la presenza di Dio riportandoci al centro e al senso della vita. È un modo per tenere Cristo in prima linea nelle nostre vite quotidiane. Vengono accese delle candele quando si recitano le preghiere quotidiane alla presenza di queste icone. Esse servono come promemoria a noi per ricordarci della luce di Cristo che è in noi.

Rimanere vigilanti

Una cosa che non siamo capaci di affrontare nella nostra epoca è gestire il nostro pensiero. Dobbiamo vigilare sui nostri pensieri perché “l’anima si tinge del colore dei suoi pensieri”[5]. E spesso i nostri pensieri sono la causa principale per il nostro non rimanere in Cristo. L’anziano Taddeo, nel suo libro Our Thoughts Determine Our Lives, lo esprime così:

La nostra vita dipende dal tipo di pensieri che nutriamo. Se i nostri pensieri sono pacifici, calmi, miti e gentili, così sarà la nostra vita. Se la nostra attenzione si rivolge alle circostanze in cui viviamo, veniamo trascinati in un vortice di pensieri e non riusciamo ad avere né pace né tranquillità[6].

Per essere vigilanti dobbiamo rendere ogni pensiero prigioniero di Cristo: “Sii portiere del tuo cuore e non lasciare entrare nessun pensiero senza interrogarlo”[7]. Uno scrittore spiegava che spesso i nostri pensieri non sono nemmeno nostri: sono trappole preparate dai demoni. Non appena attacchiamo un pensiero di lussuria, di odio, di giudizio, o qualsiasi altro pensiero peccaminoso, pensando “Non dovrei pensare in questo modo” bisogna che sappiamo che siamo già diventato prede del loro piano malvagio. Invece di attaccare questi pensieri dovremmo rivolgere l’attenzione a Cristo mediante la preghiera. I primi cristiani facevano ciò mediante una breve preghiera ripetuta più volte. Ciò significava avere una preghiera specifica nel proprio arsenale da tirar fuori rapidamente per iniziare pregare. In casi d’urgenza, infatti, se preghiamo senza sapere cosa dire la nostra mente spesso ritorna al pensiero maligno. La preghiera breve e ripetitiva ti permette di concentrarti sulle parole e ricentrarti su Cristo nel quale e grazie al quale avviene la nostra vittoria. Un esempio di questa preghiera è “Signore, Gesù Cristo, abbi pietà di me”. Quando la pratichiamo abbastanza, non appena un pensiero fa scattare l’allarme, il movimento naturale della mente sarà pregare.

Come, dunque, rimanere in Cristo? La risposta, credo, è nella Chiesa. Questi specifici esempi sono solo alcune delle pratiche che mi hanno aiutato nel mio cammino e che la testimonianza della Chiesa mi ha spiegato e mi ha donato. Non è per nulla una lista esaustiva. Vorrei anche parlare di come la confessione ha svolto un ruolo in tutto ciò ma lo farò in un altro post. Per ora prego Dio di guidarci tutti sul nostro cammino. Rimanete vigilanti. Continuate a camminare.

Benjamin Cabe
link all’articolo originale in inglese

 

[1] Evdokimov, Paul, Ages Of The Spiritual Life, St. Vladimir’s Seminary Press, 1998, p. 74. Cf. in italiano Pavel Evdokimov, Le età della vita spirituale, EDB, 2009.

[2] Tipica preghiera che viene fatta recitare una volta nella vita dalle denominazioni protestanti evangelicali al momento di un importante momento di conversione e che consiste sostanzialmente nell’affidare la propria vita a Cristo chiedendogli di essere salvati (N.d.T.).

[3] Lewis, C. S., Mere Christianity, Macmillan Publishers, 1952. Cf. in italiano C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, 1997.

[4] Preghiera di conclusione delle ore canoniche (N.d.T.)

[5] Marco Aurelio, Colloqui con se stesso, libro VI (N.d.T.).

[6] Elder Thaddeus, Our Thoughts Determine Our Lives, St. Herman of Alaska Brotherhood, p. 63.

[7] Evagrio pontico, La preghiera, Città Nuova, Roma 1999, c. 48 (N.d.T.)

No related posts.

Categories: Notizie

Verità e amore (Matta el Meskin)

Fri, 08/06/2018 - 12:29

In occasione del dodicesimo anniversario della nascita in cielo di padre Matta el Meskin offriamo al lettore il testo inedito di un’intensa catechesi su “Verità e amore” pronunciata nel Wadi el Rayyan nel 1967.

Abbiamo parlato dei carismi e abbiamo considerato l’amore come un carisma ecclesiale e abbiamo detto che nella nostra vita ha a disposizione uno spazio molto ristretto. Ci siamo imbrogliati e ingannati perché abbiamo posto dei limiti e questi limiti sono diventati barriere che ci separano dall’amore. E purtroppo siamo contenti così.

Vi faccio l’esempio di me stesso. Quando un fratello veniva da me dopo aver fatto qualcosa di sbagliato, mi trovavo davanti a due opzioni: o rimanevo in silenzio, mostrandogli il mio amore, amandolo con quella tenerezza che è propria dell’amore divino che copre tutti i difetti e una moltitudine di peccati; oppure lo affrontavo con la verità, lo rimproveravo, indicandogli il suo errore e correggendolo. Ho trascorso tutta la mia vita dicendo la verità con i fratelli, con la Chiesa, con le persone, con il mondo intero. Così facendo mi mettevo alle spalle l’amore. Ma soltanto quest’anno, mi sono accorto di essere giunto a una situazione pericolosa, al punto estremo a cui può giungere la verità, a un punto dopo il quale sarei soltanto indietreggiato, mandando in fumo l’esperienza di una vita. L’amore deve prevalere.

Queste parole sono per voi: erigere sempre barriere per non realizzare l’amore, dire al fratello e fargli conoscere la verità oppure non dirgli nulla… Siamo sempre inclini a dire la verità al nostro fratello. Così facendo lo rattristiamo e perdiamo l’amore. Le esigenze dell’amore vanno in fumo nella nostra vita. In verità, non possiamo capire l’amore come carisma da noi stessi ma dobbiamo prenderne graduale coscienza dentro di noi passando per vari gradi.

Prima di arrivare a dire la verità, esiste un gradino precedente nel quale ci sembra di difendere la verità ma, in realtà, esprimiamo semplicemente i nostri desideri, realizziamo la nostra volontà, difendiamo i nostri principi, le nostre convinzioni. La cosa più difficile è giungere, dopo tanto tempo, a sbarazzarci del nostro egoismo e a parlare per amore della verità. Io stesso ho faticato tantissimo per liberarmi del mio egoismo quando dicevo la verità alla gente o nei miei scritti o affrontando certe situazioni. All’inizio della mia vita monastica l’elemento dell’egoismo si insinuava nelle mie parole, nelle mie decisioni rovinando molte situazioni malgrado la gente mi applaudisse. Ma ho preso coscienza di ciò un po’ alla volta, lo Spirito stesso mi ha dato uno scossone ponendomi davanti a lui e davanti alla verità divina, tanto che quando prendevo posizione o dicevo o scrivevo qualcosa o sgridavo un fratello mi liberavo dell’egoismo e cercavo soltanto di ristabilire la verità.

Ciononostante, alla fine della mia vita[1], sono giunto alla conclusione che, per chi vuole vivere Cristo e la fede in lui in profondità, questo non è l’ideale da perseguire. Ho capito che l’Apostolo Paolo ha posto la fede affianco all’amore dicendo che l’amore è più grande (cf. 1Cor 13,13). Perfino della speranza nelle cose eterne e nella vita eterna: l’amore è più grande. Di fatti, che cos’è la fede se non la verità? Per questo l’amore è stato giudicato superiore alla verità.

Voi mi avete detto che qui non c’è contraddizione, che le due cose possono camminare fianco a fianco. Io vi ho risposto che non possono perché la verità deve rimproverare, deve umiliare, deve correggere con severità. In verità pochissime persone sono capaci di rimproverare senza ferire l’amore. Io stesso non ci sono riuscito fino ad oggi. Voi mi direte: “sì, per la verità bisogna correggere!”. Però è un parlare teorico, non è del tutto vero ciò che dite. Davanti alle vostre coscienze vi dico che la maggior parte di voi quando dice la verità è spinto dal suo egoismo. La maggior parte delle vostre parole è macchiata dall’egoismo. Tra molto tempo, quando vi libererete del vostro egoismo, il vostro dire la verità sarà puro. E tuttavia continuerà a infliggere una ferita all’amore. Sono pochissimi quelli che sono riusciti a dire la verità senza ferire l’amore.

Ecco perché a far crescere lo spirito è l’amore e non la verità. L’amore che è in noi non è capace di saldare il debito della verità. Ritengo, infatti, che la verità non possa essere considerata verità divina, cioè anche amore, se essa non procura totalmente del bene. E ciò è praticamente impossibile nelle nostre vite e in quelle degli altri. In verità, non sto fissando dei principi generali per tutti. Fisso dei principi per voi, per la vostra vita, per la vita che abbiamo ricevuto nello Spirito dai Padri che ci hanno insegnato che quando tuo fratello sbaglia è preferibile che tu gli dica parole buone attribuendo a te l’errore. Ecco l’amore. E in questo c’è grande guadagno per l’anima.

Come vi ho detto, ho iniziato con estrema difficoltà a realizzare un cambiamento sostanziale nella mia vita. Era come se mi gettassi a terra da un posto altissimo avendo con me nient’altro che la fede e la fiducia nelle cose invisibili (cf. Eb 11,1). L’amore è capace di stendere le braccia e di sorreggermi. Non possiamo dirci amici dell’amore stando comodamente seduti sulla sedia, non possiamo dirci amici dell’amore e vivere l’amore se vogliamo vincere delle contese. Chi vuole vivere l’amore deve accettare su di sé una vera sentenza di morte perché dovrà affrontare l’ingiustizia senza poter dire di aver ragione fino alla morte.

Voi mi direte: “Ma come è possibile?! Cristo, Cristo ha detto ‘Io sono la verità’, ‘Io vi ho detto la verità’”. Vi dico: la più grande opera compiuta da Cristo è la sua crocifissione. È stato crocifisso per verità o per amore? Se per la verità, si sarebbe difeso. Eppure non si è difeso e ci ha mostrato il suo amore facendosi crocifiggere per noi nell’ingiustizia, nell’umiliazione. È questa la nostra vita. Vuoi vivere come Cristo? Puoi scegliere: ti puoi difendere e dimostrare la tua innocenza e così non sarai crocifisso. Oppure puoi non difenderti, accettare di essere umiliato per amore di Cristo e, dunque, essere crocifisso. E l’apostolo Paolo ha parlato di persone che potevano salvarsi ma hanno rifiutato la salvezza per ottenerne una migliore (cf. Eb 11,35). È una questione di estrema precisione ed è per il fatto che voi tutti abbiate protestato rumorosamente che ci troviamo tutti in quest’ipocrisia. Non siamo stati capaci di fare dell’amore il nostro rifugio, la nostra fortezza in cui sentirci protetti. Ci siamo sempre nascosti nella verità e la verità veniva distorta di fronte a noi senza accorgercene con falsità e umori personali. E diciamo: “Questa è la verità!”. E invece non lo era. Ve lo dico: in questo siamo tutti manchevoli. Dobbiamo farci un esame di coscienza perché nel momento in cui eleviamo l’amore al di sopra della verità, degli obblighi e dell’interesse della collettività e dei singoli, l’amore eleva te e la via che tu stai percorrendo! Ti sembra che se pratichi l’amore ci perderai. Eppure è impossibile perché l’amore per natura “non avrà mai fine” (cf. 1Cor 13,8). È impossibile che se pratichi l’amore in una data situazione poi ci perdi tu o altri. Non posso guidarvi io. Posso soltanto spiegarvi ciò che è successo in me e sarà lo Spirito a guidare ognuno di voi perché sono incapace di farvi sperimentare l’amore. Io stesso vado ancora a tentoni come vi ho detto. Io cerco ancora di cambiare e, per me, è come scuoiarmi vivo. Operazione ardua ed estremamente dolorosa purificare l’amore mediante la verità.

Nella recente situazione con un vescovo, voi tutti fermamente mi avete detto che avrei dovuto dire parole di verità come questione di principio. E invece io vi ho detto: “Dirò una parola d’amore”. La cosa è suonata strana alle orecchie di voi tutti ma è da tempo che ho iniziato questo percorso e voglio cambiare. Eppure quanto è arduo! Le situazioni passate della mia vita hanno prodotto in me effetti stratificati che non mi è facile gestire. A meno che lo Spirito Santo si faccia avanti, porti via da me questi atteggiamenti di cui mi sono fatto scudo, mi denudi e mi spinga a farmi aggrappare all’amore.

Sarà l’amore a farmi stare a galla e farmi giungere all’altra riva. Tutta la vita starò a galla a malapena. L’amore ha ali di fuoco. Mi impedisce di affondare e mi trasporta da una riva all’altra[2]. Vi ho detto che se il mondo, la gente, i malvagi, satana riuscissero a farmi precipitare all’inferno, l’amore a cui mi sono aggrappato, come dicono i santi, mi innalzerà in cielo. Al contrario se ci aggrappiamo alla verità, ai principi, alle regole, ai doveri non sapremo mai se stiamo davvero difendendo una verità oppure è l’egoismo che è in noi ad agire. I principi che proclamiamo, a cui ci aggrappiamo, sono verità oppure sono degli umori, delle idee del tutto personali? Non si sa. Ma l’amore, se vi aggrappate a essa, non potete dire che è egoismo perché l’amore è nemica dell’ego. Se afferrerai l’amore calpesterai il tuo ego, lo rinnegherai, lo ucciderai. Ciò significa che chi assume posizioni fondate sull’amore uccide se stesso. Guardate a Cristo e capirete. Poteva scegliere tra difendersi davanti a Pilato oppure offrirsi come sacrificio per coloro che amava. Se avesse pronunciato anche una sola parola di verità, Pilato avrebbe fatto all’istante un passo indietro. Ma la grande opera d’amore alla quale noi e il mondo intero ci abbeveriamo ogni giorno non si sarebbe compiuta. Nell’amore c’è davvero l’omicidio dell’ego. Nell’amore c’è morte, totalmente autentica, totalmente assicurata. È una via divina, regale. Non ti farà mai perdere qualsiasi causa. Non ti farà mai regredire. Non ti farà mai pentire, mai, mai. Invece difendere la verità… Ogni volta, padri, che ho difeso la verità me ne sono pentito. “Ehi tu! Che sono queste discussioni? Resta nella tua grotta o nella tua cella e stattene in silenzio!”. Queste prese di posizione erano importanti e tutti conoscevano la loro serietà. Anche voi credete che fossero importanti. Eppure, ogni volta me ne sono pentito. Ciò significa che non contenevano amore. Altrimenti non me ne sarei pentito. Invece delle cose fatte o dette per amore non mi sono mai pentito. Abba Arsenio ha detto: “Spesso ho parlato e mi sono pentito. Invece del silenzio mai mi sono pentito”[3]. Io invece dico: “Spesso ho detto la verità e mi sono pentito. Invece delle cose fatte o dette per amore mai mi sono pentito”.

Non ti pentirai mai di aver agito per amore non importa quanto sia grande la perdita apparente, quanto la fisionomia della verità e dei principi ne risulti offuscata. L’amore è capace di promuovere se stessa come luce divina. È capace di trasmettere la verità alla persona che volevi rimproverare ma che hai deciso di trattare con amore e di fargli conoscere la via più di quanto possa fare tu. Eppure quest’amore che tu gli dai, non può riceverlo dal mondo. Il mondo sa dire parole di verità ma non conosce il linguaggio dell’amore. Il mondo sa come usare il linguaggio della verità ma è incapace di dire l’amore. Tutti sono capaci di proclamare la verità, non soltanto tu. Ma nessuno riesce a vivere l’amore se non colui che si è offerto sull’altare dell’amore e ha accettato di bruciare nelle fiamme dell’amore. L’amore è forte e inesorabile, più forte delle fiamme. L’amore è capace di correggermi molto più del timore di Dio. La grandezza, la potenza, la signoria di Dio non sono mai riusciti a intimorirmi e ad atterrirmi quanto il suo amore. Il bastone dell’amore di Dio è riuscito a incidere in me più di quello della correzione. Perché quando, io che sono peccatore, sento il suo amore per me, la sua tenerezza, mi sciolgo completamente. L’amore è capace di correggere, insegnare, educare e questo è ciò che ho visto nella mia vita nonostante avessi gli occhi bendati davanti all’amore e camminassi sulla via della verità. Certamente, non avrei potuto camminare nell’amore senza aver camminato prima nella verità. Non è possibile, qui si tratta di una gradualità. Non dico che prima mi sbagliavo ma che avrei sbagliato se non mi fossi reso conto della via dell’amore. Alla nostra vita qui, padri, manca l’amore. Alla nostra vita comunitaria manca l’amore. Se non capiamo il vero amore e ci sacrifichiamo per esso, la nostra vita è incapace di illuminare il mondo. Possiamo vivere, costruire, ma la nostra vita sarà inetta a illuminare il mondo. Il giorno in cui ci ameremo gli uni con gli altri di un amore forte la nostra vita darà luce al mondo intero perché l’amore non può essere nascosto sotto un moggio (cf. Mt 5,15).

Forse non vi è ben chiaro di che amore parlo: l’amore senza riserve. Un amore senza riserve, un amore spontaneo che non tiene conto di nulla, né del futuro, né dei principi, né degli obblighi, né dell’età, né della dignità sacerdotale, né di alcun altra cosa. Un amore perfetto, che batte forte, direi pazzo! Certo, io non ho ancora raggiunto quest’amore ma lo conosco, lo vedo, lo sento. Non l’ho ancora raggiunto, purtroppo. E questo crea in me una lacerazione interiore terribile. Sento come amare, sento le esigenze dell’amore ma non riesco a realizzarlo. Ovviamente esistono fattori, esterni alla mia volontà, che mi impediscono e di cui non possono parlare. Ma anch’io ne sono responsabile. Voglio dire che l’amore è un carisma ma voglio anche dire che noi siamo mancanti in questo carisma. Vi ho già detto che Cristo ha detto che questo carisma non va chiesto. È, invece, un comando “Amate!”. E, dunque, un comandamento che vi rivolgo: “Amatevi!”. E [Cristo] disse: “Se vi amate gli uni gli altri siete miei discepoli” (cf. Gv 13,35). Egli ha posto queste parole come condizione della fede, come segno della figliolanza mediante lui. Non possiamo dire “continuiamo a star fermi e Dio ci darà tutto questo”. Questo è un comando, un comandamento! Ci è chiesto di penetrarne l’abisso. Non capisco perché fino ad ora non lo abbiamo ancora fatto! Forse perché, come vi ho detto, abbiamo posto davanti a noi barriere, scuse, cavillosità che ci hanno fatto perdere molti anni e un grandissimo difensore. L’amore avrebbe potuto farci giungere al Signore senza fatica eppure abbiamo sempre avuto paura di offrire amore. Anzi, eravamo disposti a dire la verità e a buttarci alle spalle l’amore! Avremmo potuto offrire amore. L’amore è capace di fare tutto senza causare alcuna perdita e senza ostacolare la via. Vorrei dire che l’amore è capace di farci crescere e di assicurarci la vita verso Dio senza farci perdere nulla. Questa è l’idea nuova che volevo spiegarvi. Ecco, quest’amore io lo chiedo da un anno a Dio con tante lacrime. E gemo perché sento che il mio amore è piccolo e debole rispetto a ciò che è richiesto al cristiano.

Credetemi, se l’uomo raggiunge l’amore vero ha raggiunto tutto. Non temete che ciò avvenga a spese della fede, o degli obblighi o dei principi. Il giorno in cui giungerai all’amore, paragonata ad esso ogni cosa ti apparirà come spazzatura (cf. Fil 3,8). Come ha detto l’Apostolo Paolo, l’amore è il compimento della legge (cf. Rm 13,10). Voglio dire che se scendi nelle profondità dell’amore vedrai che ogni opera che tu compirai, personale o pubblica, non sarà nulla paragonata all’amore. Forse, in maniera più precisa, percepirai che ogni azione trae la sua esistenza dall’amore e la sua forza dall’amore, che si tratti di preghiera, di insegnamento, di servizio. L’amore ti starà sempre davanti e ogni cosa sarà sottomessa da esso. Ma bisogna sacrificare qualcosa, nel senso che se vuoi praticare questo metodo elevato dell’amore cristiano non puoi non sacrificare qualcosa: la tua posizione in mezzo ai tuoi fratelli, la tua reputazione, il tuo prestigio, il tuo nome, i tuoi principi. Sacrificherai tutte quelle cose che hai innalzato come barriera e muro dentro cui tu vivi come prigioniero di menzogne e di pretese inesistenti. In testa ora ho una certa immagine della persona che ama: appare sempre come fosse pazzo, folle. Le persone senza discernimento, gli analfabeti dello Spirito, dicono che è scimunito, che si capisce che è pazzo! Ma dopo un po’, in questo pazzo viene rivelata la verità che è in lui e che ti era celata. In lui vedi un grande profeta, anzi più grande di un profeta: in lui vedi Cristo stesso.

Nella nostra generazione, non ho visto nessuno vivere di questo amore. Sì, ho sentito parlare di una persona soltanto, ma non l’ho mai vista. Eppure, soltanto il sentir parlare di questa persona mi emozionava. Ora sento e conosco, come se l’avessi davanti a miei occhi, l’immagine di chi ama di un amore divino: dimentico di se stesso, dimentico di chi è, dimentico di cosa cerca nella vita, dimentico della propria reputazione, delle proprie speranze, dimentico di tutto. Per prepararci a entrare in questo amore o questo vero spazio d’amore non posso dirti di diventare pazzo o di abbandonare qualcosa. No! Ti dico solamente non mettere barriere come hai fatto in passato. Basta questo. Per esempio tu sei un prete e dentro di te dici: “È brutto parlare così con un laico, non è bello, il sacerdozio viene vilipeso”. Oppure magari sei anziano e dici tra te e te: “Non è giusto, sono anziano, non posso parlare così, è una vergogna per me”. Oppure “Non posso fare questa cosa altrimenti diranno di me questo e quest’altro”.

Fintantoché ti crei delle barriere ti sarà impossibile penetrare l’amore. Abbatti le barriere e sentirai il calore dell’amore. Noi per tutta la vita ci siamo creati delle barriere. Anch’io l’ho fatto. Poi ho detto “no!”. “Non ho detto questo e quest’altro prima d’ora? Allora devo tenere quest’atteggiamento”. E questo mi ha costretto a impegnarmi in certe cose che io avevo creato per me stesso. L’amore, però, si è ritratto da me, l’amore travolgente, le spinte d’amore divino, perché avevo creato delle barriere.

Ciò che ci è richiesto come monaci che vivono qui al Wādī al-Rayyān è di dimenticarci di essere monaci. Dimentichiamoci di avere quest’aspetto da monaci, dimentichiamoci di quello che il mondo dice di noi, dimentichiamoci di quello che abbandoneremo alle spalle, dimentichiamoci di tutto. Ricordiamoci di una sola cosa: Cristo ha detto di amare e di amarci intensamente di vero cuore (cf. Gv 13,34; 1Pt 1,22). Come ha detto il Signore Gesù: “Colui che mi ama conoscerà i miei comandamenti e li compirà. Chi mi ama non può non compiere i miei comandamenti” (cf. Gv 14,21). Oh, se solo giungessimo all’amore! Ogni comandamento arduo da realizzare viene appianato, tutte le montagne che ci ostacolano nella vita monastica e nella vita cristiana. I comandamenti che sentiamo di non riuscire a praticare sono difficili perché non siamo ancora penetrati nel mistero dell’amore. Quel mistero d’amore folle che non conosce principi umani, che non conosce galateo, obblighi, barriere, riserve. L’amore per il grande e per il piccolo, per lo straniero e per il prossimo, con tutto il cuore, senza riserve.

Matta el Meskin
Al-ḥaqq wa-l-maḥabba (Verità e amore) pronunciata nel 1967 al Wādī al-Rayyān

[1] Quando ha pronunciato quest’omelia, padre Matta aveva 48 anni! Vivrà fino a 87 anni.

[2] “Il padre Giovanni raccontò ciò che un anziano in estasi aveva visto: tre monaci si trovavano sulla riva del mare e udirono una voce che dall’altra sponda li chiamava: «Prendete delle ali di fuoco e venite a me!». Due le presero e volarono dall’altra parte, mentre il terzo rimase, e piangeva a dirotto e gridava. Infine anche a lui furono date delle ali, ma non di fuoco; erano deboli e senza forza. Sprofondava nel mare e si risollevava con fatica, finché, dopo aver molto tribolato, giunse sull’altra riva. Così pure questa generazione: anche se prende le ali, esse non sono di fuoco, ma deboli e senza forza”. Cf. Detti dei padri, Serie alfabetica, Giovanni Colobos 14, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma 2005, p. 234.

[3] Detti dei padri, Serie alfabetica, Arsenio 40, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma 20054, p. 107

Related posts:

  1. La tiepidezza spirituale (di Matta El Meskin) Il nemico perseguita la mia vita schiaccia la mia vita...
  2. La preghiera ti trasforma fin nel più profondo del tuo essere (Matta El Meskin) La preghiera frequente, a cui ti dedichi nelle varie ore...
  3. Una risposta cristiana all’Isis (Matta El Meskin) Questo brano è tratta da un’omelia del monaco egiziano Matta...
  4. Dal timore verso Dio alla gioia con il Padre (Matta el Meskin) Il vangelo dice: “Un angelo del Signore si presentò a...
  5. Lo Spirito è invincibile (Matta el Meskin) Quella che segue è un’intervista accordata da padre Matta el...
  6. Pentecoste, una nuova umanità (Matta el Meskin) In occasione dell’11° anniversario della nascita al Cielo di padre...

Categories: Notizie

Diario di un discepolo indisciplinato (1)

Tue, 29/05/2018 - 08:24

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate.

La cella dell’eremita era nascosta su una collina declive, erosa dal lavorio dei secoli, in una specie di anfratto dove si apriva una grotta segreta in cui la sabbia non era benvenuta. Quest’uomo, che ogni tanto appariva e spariva all’esterno della cella, era la cosa più immobile che esisteva in quel panorama desolato, lui insieme alla grazia che abitava quel posto. Una specie di stella fissa nel firmamento dell’esistenza. Ma forse è meglio dire la cosa solo apparentemente più immobile: come le stelle, così anche lui si muoveva impercettibilmente su un’orbita extraterrestre a una velocità non misurabile da strumenti umani. Per me, in ogni caso, essere inquieto, profondamente inquieto, instabile, retrattile, insaziabile, perennemente insoddisfatto, irredimibile analfabeta di ogni segnale di arresto – fossero anche le due convenzionali stanghette verticali che mettono in pausa le cose – quest’uomo mi sembrava un alieno. Nella sua stranezza sembrava essere quasi felice. Forse era lì da quaranta, cinquant’anni. Probabilmente da prima che i miei occhi venissero colpiti dalla luce accecante di questo strano mondo. In ogni caso si è rifiutato di dirmelo. Di fatto so poco di lui, troppo poco. Continuava a ripetermi che non è importante lui ma è importante l’Altro. Da quando l’ho incontrato non sono più lo stesso. Forse semplicemente ho trovato un centro dentro di me che nessuno mi aveva mai indicato. Un centro tanto semplice eppure così inafferrabile, incomprensibile, misterioso. È di questo che vorrei raccontarvi.

Mi chiamo Joshua, sono australiano. Per anni ho lavorato in un’azienda pubblicitaria. Il mio mestiere era quello di mostrare alla gente le cose per quello che non sono. Venivo pagato profumatamente per il semplice scopo di evitare di dire la verità. E a furia di dire cose che sembrano vere ma che non lo sono, ho smarrito la bussola. E mi sono ammalato. Sono entrato in depressione. Ho girato medici e santoni in tutta l’Australia. C’è chi mi ha imbottito di medicinali, con la conseguenza naturale di ritrovarmi con un corpo più gonfio del solito e una dipendenza devastante. C’è chi mi ha detto che il mio problema risaliva alla mia trisavola e che bisognava purificare il mio albero genealogico con una serie di sedute ad hoc a non proprio modiche cifre. C’è chi si faceva pagare fior fiori di dollari per restare muto per tutto il tempo della seduta, seduto a scrivere su un blocco di appunti. Alla fine ne sono uscito esausto, oltre che al verde. E allora ho deciso di curarmi da solo. È stato in uno dei miei rari momenti di lucidità, in uno di quei rari momenti nei quali non avevo quel terribile e irresistibile desiderio di passare tutta la giornata a dormire.  Quante giornate sprecate così. Eppure, smarrito nell’abisso del non-senso, per me il gettarmi nel misterioso mondo del piacere onirico era l’unico modo di non disperare. Dormire, spegnere tutto. Un suicidio dolce, senza spargimento di sangue, senza titoloni nella prima pagina del quotidiano locale a corto di vendite. Morire senza che nessuno lo sappia. Altre volte compravo una confezione da 24 birre e in poche ore le finivo tutte. E, stordito dai fumi dell’alcol, dormivo.

Eppure ogni disperazione ha brevi momenti nei quali entra per qualche secondo, forse qualche minuto, un raggio di luce da un spiraglio minuscolo apertosi per caso nelle pieghe dell’esistenza, pronto a richiudersi subito. Un giorno, dopo aver passato settimane a dormire, decisi di uscire dal mio nascondiglio. Se non altro avevo bisogno di fare compere, per cui ero obbligato a farlo. Decisi, per l’occasione, di andare lontano e di prendere l’auto, che era ovviamente a secco. Per strada, mentre chilometri e chilometri di vegetazione rigogliosa mi passavano accanto, mi chiedevo se questa esistenza avesse un senso, questo rincorrere continuo un giorno dopo l’altro, uno uguale all’altro, in una sorta di ciclica tortura a cui non si può mettere fine. Mi fermai a Darwin, una ridente cittadina marittima di fronte all’isola Melville, nel nord del Paese. Forse erano i ricordi della mia adolescenza ad avermi convinto a farlo. Entrai in una libreria. Ricordo che ci venivo con Jill, e che compravo sempre qualche fumetto. I supereroi mi avevano sempre affascinato. Forse perché speravo, nel profondo di me stesso, senza averlo mai detto a nessuno, di poter anch’io acquisire un qualche superpotere tale da potermi affrancare dalla tortura del tempo. Dal ciclico non-senso di quest’esistenza. La libreria si era rimpicciolita, sembrava dovesse chiudere a giorni. Di tempo ne era passato da allora. Credo di non aver più messo piede in una libreria. Ero abituato ormai a leggere pochissimo e quasi sempre cose che mi servivano a dire quello che non era. In pratica, a fare il mio lavoro. Quel giorno in libreria stetti tre ore di fila. Leggiucchiai un gran numero di libri, di tutti i generi. Il tavolino di fronte al lungomare era particolarmente ispirante. Mi ci sedetti un po’. Ce n’era di immondizia in giro! E dire che a uno di quei libri di cucina,  “Innamorati di gusto”, avevo perfino preparato la campagna pubblicitaria. Non mi ero mai reso conto di quanto fosse inutile. Io stesso non avrei mai pagato 30 dollari per comprarlo! Eppure lo avevo sponsorizzato, avevo tirato fuori il meglio di me perché se ne vendesse un gran numero di copie. Ricordo anche di aver litigato con Sean, direttore dell’agenzia, per scegliere quella copertina “succinta”. Eppure, proprio nel cuore della scoperta delle ordinarie illusioni che avevo servito e riverito per anni, spuntò una sorpresa. Mi alzi per tornare a girare per gli scaffali. Ed ecco, lei. Aveva in mano un libro con una copertina insolita: c’era un vecchio, con una lunga barba bianca e un bastone. Dietro, il deserto. Di certo una copertina talmente esotica da non poter non notarla. Lei lo leggeva come fosse il primo libro della sua vita. O forse l’ultimo. La guardai a lungo. Lei se ne accorse.

– Ha mai letto libri di spiritualità?

Spiritualità? Che termine osceno. Avevo mai sentito parlare di spiritualità? Forse sì, una volta. Provai a fare quella lezione gratuita di yoga al centro YouYogi quando vivevo a Perth. In ogni caso, un fortuito quanto dimenticato passaggio involontario nella mia vita. Dopo la prima lezione non ci andai più. Fu un disastro totale che mi premurai subito di mettere sotto il tappeto.

– Spiritualità, dice? Credo di no, credo di no. Yoga?

– Non proprio. Antonio, conosce?

Mi fermai a pensare chi poteva essere quest’Antonio. Che cosa poteva centrare Anthony Quinn con lo yoga? Un attore noto per la sua insaziabile fame di donne poteva avere qualcosa con la spiritualità? Era l’unico Antonio famoso che mi veniva in mente.

– Anthony Quinn? Sì, certo, ho visto tutti i suoi film.

– Antonio il Grande. Un monaco del deserto egiziano. Dovrebbe leggere la sua biografia. Guardi, è in offerta.

Presi in mano il libricino. Aveva delle dimensioni davvero particolari. Era rilegato elegantemente con una copertina rigida, e aveva quella immagine in copertina esotica che mi attirava così tanto. Un uomo nel deserto: perché? Ma in Egitto non c’erano solo le piramidi? A dire il vero il mio rapido viaggio in Egitto non era stato nemmeno tanto piacevole. Mi ricordo soltanto orde di uomini che cercavano di molestare mia moglie mentre provavano ad affittarci dei cammelli alle piramidi di Giza. Dopo quell’esperienza, in effetti, ci eravamo rivolti al consolato australiano e avevamo chiesto alla nostra agenzia di viaggi di farci tornare prima. A quanto pare in Egitto non ci sono solo piramidi, cammelli e molestatori seriali. “Vita di Antonio”, diceva il titolo. Lo presi. Dissi tra me e me: “Mal che vada, sarà un cattivo romanzo. In ogni caso sempre buono da sfruttare per il lavoro”.

Ringraziai quella donna che mi ricambiò con un sorriso così gratuito che mi sembrava provenire da un altro mondo. Un mondo diverso, molto diverso dal mio che viveva di illusioni lussuose. Un mondo, il suo, che mi incantava con una forza misteriosa simile a quella del fuoco.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

No related posts.

Categories: Notizie

Dialogo sullo Spirito Santo tra San Serafino di Sarov e Motovilov (completo)

Sat, 26/05/2018 - 14:20

Era un giovedì. Il cielo era grigio. La terra era coperta di neve. Spessi fiocchi continuavano a turbinare nell’aria quando Padre Serafino iniziò a conversare con me in una radura vicina al suo «piccolo eremitaggio» di fronte al fiume Sarovka che scorreva ai piedi della collina. Mi fece sedere sul ceppo d’un albero da poco abbattuto mentre lui si rannicchiò di fronte a me.

— Il Signore mi ha rivelato — disse il grande starez — che dalla vostra infanzia avete sempre desiderato sapere quale sia il fine della vita cristiana. Per questo avete interrogato diverse persone alcune dei quali ricoprivano anche alte cariche ecclesiastiche.

Devo dire che dall’età di dodici anni ero perseguitato da quest’idea e che, per questo, avevo rivolto tale domanda a parecchie personalità ecclesiastiche senza mai aver ricevuto una risposta soddisfacente. Lo starez avrebbe dovuto ignorare tutto questo.

Ma nessuno — continuò Padre Serafino — vi ha mai detto niente di preciso. Vi consigliarono di andare in chiesa, di pregare, di vivere secondo i comandamenti di Dio, di fare del bene. Tale, vi dissero, era lo scopo della vita cristiana. Alcuni giunsero pure a disapprovare la vostra curiosità, trovandola fuori posto ed empia. Essi avevano torto. Quanto a me, miserabile Serafino, ora vi spiegherò in che consiste realmente questo fine.

La preghiera, il digiuno, le veglie e le altre attività cristiane, per quanto possano parere buone, non costituiscono il fine della vita cristiana ma sono il mezzo attraverso il quale vi si può pervenire. Il vero fine della vita cristiana consiste nell’acquisire lo Spirito Santo. Per quel che riguarda la preghiera, il digiuno, le veglie, l’elemosina ed ogni altro tipo di buona azione fatta in nome di Cristo, non sono che dei mezzi per acquisire lo stesso Spirito.

Nel nome di Cristo

Ricordate che solo una buona azione fatta nel nome di Cristo ci procura i frutti dello Spirito Santo. Tutto quanto non è fatto in suo nome, fosse pure il bene, non ci può ottenere alcuna ricompensa, né nel secolo futuro, né in questa vita mentre su questa terra non ci dona la Grazia divina. È per questo che Gesù Cristo diceva:

«Colui che non accumula con me disperde» (Lc 11,23).

Pertanto, si è obbligati a chiamare una buona azione «cumulo» o «raccolta», perché essa resta buona anche se non è fatta in Nome di Cristo. La Scrittura dice: «In ogni nazione colui che teme Dio e pratica la giustizia gli è accetto» (At 10,35). Il centurione Cornelio, che temeva Dio e agiva secondo giustizia, fu visitato mentre pregava da un angelo del Signore che gli disse: «Manda dunque due uomini a Giaffa e fa’ venire un certo Simone soprannominato Pietro. Da lui ascolterai della parole di vita eterna con le quali sarai salvato con tutta la tua casa» (At 10,5).

Vediamo, dunque, che il Signore utilizza i suoi mezzi divini per permettere a un simile uomo di non essere privato nell’eternità della ricompensa che gli è dovuta. Per ottenerla è necessario che si cominci già da ora a credere in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, disceso sulla terra per salvare i peccatori e per far acquisire loro la grazia dello Spirito Santo che introduce i nostri cuori nel Regno di Dio e ci apre la via della beatitudine nella prossima vita. Non va oltre a ciò la soddisfazione arrecata a Dio dalle buone azioni compiute indipendentemente dal Nome di Cristo. Il Signore ci dona i mezzi per perfezionarle. Sta all’uomo approfittarne o meno. È per questo che il Signore dice ai giudei: «Se voi foste ciechi, sareste senza peccato ma voi stessi dite: ‘Noi vediamo!’ Perciò il vostro peccato rimane (Gv 9, 41). Quando un uomo come Cornelio le cui opere non erano fatte nel Nome di Cristo, ma erano gradite a Dio, comincia a credere nel Suo Figlio, queste opere gli sono attribuite come se fossero fatte nel nome di Cristo a causa della sua fede in Lui. (Ebr 11, 6). In caso contrario, l’uomo non ha il diritto di contestare se il bene compiuto non gli è servito a nulla. Questo non succede mai quando una buona azione viene fatta nel Nome di Cristo, perché il bene compiuto in suo Nome non porta solo una corona di gloria nel secolo venturo, ma già ora riempie l’uomo della grazia dello Spirito Santo, com’è stato detto: «Dio dona lo Spirito senza misura. Il Padre ama il Figlio; Egli ha posto tutto nelle sue mani» (Gv 3,34-35).

L’acquisizione dello Spirito Santo

Acquisire lo Spirito di Dio è dunque il vero fine della nostra vita cristiana al punto che la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre azioni virtuose fatte in Nome di Cristo non sono che dei mezzi per tal fine.

— Che significa acquisirlo? – Domandai a Padre Serafino. – Non ne capisco bene il significato.

— Acquisire, ha lo stesso significato di ottenere. Sapete cosa vuol dire acquisire del denaro? Per quanto riguarda lo Spirito Santo è la stessa cosa. Il fine della vita delle persone comuni consiste nell’acquisire denaro, nel fare un guadagno. I nobili, inoltre, desiderano ottenere onori, titoli di distinzione e altre ricompense che lo Stato accorda loro per determinati servizi. L’acquisizione dello Spirito Santo è anche un capitale, ma un capitale eterno, dispensatore di grazie; è molto simile ai capitali temporali e si ottiene con gli stessi procedimenti. Nostro Signore Gesù Cristo, Dio-Uomo, paragona la nostra vita ad un mercato e la nostra attività sulla terra ad un commercio. Egli ci raccomanda: «Negoziate prima ch’io ritorni economizzando il tempo perché i giorni sono incerti» (Lc 19,12-13; Ep 5,15-16), il che vuol dire: «Sbrigatevi ad ottenere dei beni celesti negoziando i prodotti terreni». Questi prodotti terreni non sono altro che le azioni virtuose fatte in Nome di Cristo le quali ci ottengono la Grazia dello Spirito Santo.

La parabola delle vergini

Nella parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte (Mt. 25, 1-13) quando quest’ultime finiscono l’olio viene detto loro: «Andate a comperarlo al mercato». Tornando esse trovano la porta della camera nuziale chiusa e non possono entrare. Alcuni pensano che la mancanza d’olio delle vergini stolte simbolizzi l’insufficienza di azioni virtuose nel corso della loro vita. Tale interpretazione non è esatta. Quale mancanza d’azioni virtuose potevano avere, visto che vengono chiamate comunque vergini, anche se stolte? La verginità è una grande virtù, uno stato quasi angelico che può sostituire tutte le altre virtù. Io, miserabile, penso che mancasse loro proprio lo Spirito Santo di Dio. Praticando le virtù, queste vergini spiritualmente ignoranti, credevano che la vita cristiana consistesse in tali pratiche. Ci siamo comportate in maniera virtuosa, abbiamo fatto delle opere pie — pensavano loro — senza preoccuparsi se avessero ricevuto o no la grazia dello Spirito Santo. Su questo genere di vita, basato unicamente sulla pratica delle virtù morali senza alcun esame minuzioso per sapere se esse ci rendono — e in quale quantità — la grazia dello Spirito di Dio, è stato detto: «Alcune vie che paiono inizialmente buone conducono all’abisso infernale» (Pr 14,12)

Parlando di queste vergini, nelle sue Epistole ai Monaci Antonio il Grande dice:

«Parecchi tra i monaci e le vergini ignorano completamente la differenza che esiste tra le tre volontà che agiscono dentro l’uomo. La prima è la volontà di Dio, perfetta e salvatrice; la seconda è la nostra volontà umana, che per se stessa non e ne rovinosa né salvatrice; la terza — quella diabolica — è decisamente nefasta. È questa terza nemica volontà che obbliga l’uomo a non praticare assolutamente la virtù o a praticarla per vanità o unicamente per il «bene» e non per Cristo. La nostra seconda volontà ci incita a soddisfare i nostri istinti malvagi o, come quella del nemico, c’insegna a fare il “bene” in nome del bene, senza preoccuparsi della grazia che possiamo acquisire. Quanto alla terza volontà, quella salvatrice di Dio, essa ci insegna a fare il bene unicamente per il fine di acquisire lo Spirito Santo, tesoro eterno ed inestimabile, che non può essere uguagliato con nulla al mondo».

È proprio la Grazia dello Spirito Santo simbolizzata dall’olio che mancava alle vergini stolte. Esse sono chiamate «stolte» perché non si preoccupano del frutto indispensabile della virtù cioè la Grazia dello Spirito Santo senza la quale nessuno può essere salvato perché «ogni anima è vivificata dallo Spirito Santo per essere illuminata dal sacro mistero dell’Unità Trinitaria» (Prima Antifona al Vangelo del Mattutino). Lo stesso Spirito Santo viene ad abitare nelle nostre anime e questa presenza dell’Onnipotente in noi, questa coesistenza della sua Unità Trinitaria con il nostro spirito non ci è donata che a condizione di lavorare con tutti i mezzi a nostra disposizione per ottenere lo Spirito Santo il quale prepara in noi un luogo degno per quest’incontro, secondo l’immutabile parola di Dio: «Io verrò e abiterò in essi. Sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ap 3,20; Gv 14,23). È questo l’olio che le vergini sagge avevano nelle loro lampade, olio in grado di bruciare per molto tempo diffondendo una luce forte e chiara per poter permettere l’attesa dello Sposo a mezzanotte ed entrare con lui nella camera nuziale dell’eterna gioia.

Quanto alle vergini stolte, vedendo che le loro lampade rischiavano di spegnersi, esse si recarono al mercato ma non poterono tornare prima della chiusura della porta. Il mercato è la nostra vita. La porta della camera nuziale, chiusa per impedire di raggiungere lo Sposo, è la nostra morte umana; le vergini, sia quelle sagge che quelle stolte, sono le anime dei cristiani. L’olio non simbolizza le nostre azioni, ma la Grazia attraverso la quale lo Spirito Santo riempie il nostro essere trasformandoci da corrotti ad incorrotti. Così la Grazia trasforma la morte fisica in vita spirituale, le tenebre in luce, la schiavitù verso le passioni alle quali è incatenato il nostro corpo in tempio di Dio, cioè in camera nuziale dove incontriamo Nostro Signore, Creatore e Salvatore, Sposo delle nostre anime. Grande è la compassione che Dio ha verso la nostra disgrazia. E la nostra disgrazia non è altro che la nostra negligenza verso la sua sollecitudine. Egli dice: «Io sono alla porta e busso…» (Ap 3, 20), intendendo per “porta” la nostra vita presente non ancora conclusa con la morte.

La preghiera

Oh! Quanto vorrei, amico di Dio, che in questa vita voi siate sempre con lo Spirito Santo. «Vi giudicherò nella situazione in cui vi troverete» dice il Signore (Mt 24, 42; Mc 13, 33-37; Lc 19,12 e ss.). È una disgrazia veramente grande se egli ci trova appesantiti dalle preoccupazioni e dalle pene della terra perché Egli potrebbe adirarsi, nel qual caso chi gli potrebbe resistere? È per questo che è stato detto: «Vegliate e pregate per non essere indotti in tentazione» (Mt 26,41), il che comporta non essere privati dallo Spirito di Dio visto che le veglie e la preghiera ci donano la Sua Grazia.

Sicuramente ogni buona azione fatta in Nome di Cristo dona la grazia dello Spirito Santo, ma è soprattutto la preghiera che ottiene ciò al di sopra d’ogni altro mezzo, essendo essa sempre nelle nostre possibilità. Ad esempio, voi avete il desiderio di recarvi in chiesa, ma essa è troppo distante o la liturgia è finita; avete il desiderio di fare l’elemosina, ma non vedete alcun povero o non avete il denaro; volete rimanere vergini ma non avete sufficiente forza per esserlo a causa della vostra costituzione o a causa degli attacchi del nemico davanti ai quali non potete resistere per la debolezza della vostra carne; vorreste fare una buona azione nel Nome di Cristo ma non avete sufficiente forza per eseguirla oppure l’occasione non si presenta. Per quel che riguarda la preghiera nulla la impedisce: ognuno ha la possibilità di pregare, il ricco e il povero, l’uomo benestante e quello indigente, il forte e il debole, il sano e il malato, il virtuoso e il peccatore.

Possiamo constatare la potenza della preghiera se osserviamo che essa ottiene i suoi risultati pure se è fatta da un peccatore, basta che sia sincera, come nell’esempio seguente riportato dalla Santa Tradizione. Una prostituta toccata dalla disgrazia d’una madre che stava per perdere il suo unico figlio vedendone la disperazione osò gridare verso il Signore benché fosse ancora insozzata dal suo peccato: «Non per me, orribile peccatrice, ma per le lacrime di questa madre che piange il suo figlio credendo fermamente nella tua misericordia e nella tua Onnipotenza, risuscitaglielo, o Signore!» E il Signore la esaudì (cfr. Lc 7,11-15).

Questa, amico di Dio, è la potenza della preghiera. Al di sopra d’ogni altra cosa essa ci dona la grazia dello Spirito di Dio ed essa rientra sempre nelle nostre possibilità. Beati saremo noi se Dio ci troverà vigilanti nella pienezza dei doni del suo Santo Spirito. Potremo allora sperare d’essere rapiti al di sopra delle nuvole per incontrare Nostro Signore rivestito di potenza e di gloria il quale giudicherà i vivi e i morti dando a ciascuno il dovuto. […]

Contemplare Dio

— Padre, gli dissi, voi parlate sempre dell’acquisizione della Grazia dello Spirito Santo come il fine della vita cristiana. Ma come la posso riconoscere? Le buone azioni sono visibili. Ma lo Spirito Santo può essere visto? Come posso sapere se Egli è in me oppure no?

— Nell’epoca nella quale viviamo, rispose lo starez, si è giunti ad una tale tiepidezza nella fede, a una tale insensibilità nei riguardi della comunione con Dio che ci siamo praticamente distanziati quasi totalmente dalla vera vita cristiana. Oggi alcuni passi della Santa Scrittura ci paiono strani. Ad esempio quello in cui lo Spirito Santo, attraverso la bocca di Mosé, dice: «Adamo vedeva Dio mentre passeggiava nel paradiso» (Gn 3, 8), o quando leggiamo nelle lettere di San Paolo che l’Apostolo viene impedito dallo Spirito Santo a proclamare la parola in Asia e invece lo accompagna in Macedonia (At 16, 6-9). In molti altri passi della Sacra Scrittura si ritrovano simili temi sull’apparizione di Dio agli uomini. […]

Devo ancora io, miserabile Serafino, spiegarvi, amico di Dio, in che consiste la differenza tra l’azione dello Spirito Santo mentre prende misteriosamente possesso dei cuori di coloro che credono in nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo e l’azione tenebrosa del peccato che viene come un ladro sotto l’istigazione del Demonio.

Lo Spirito Santo ci ricorda le parole di Cristo e lavora assieme a Lui, guidando i nostri passi solennemente e gioiosamente nella via della pace. L’agitazione prodotta dallo spirito diabolico che si oppone a Cristo ci incita, invece, alla rivolta e ci rende schiavi della lussuria, della vanità e dell’orgoglio.

«In verità, in verità vi dico, colui che crede in me non morirà mai» (Gv 6,47). Colui che per la sua fede in Cristo e in possesso dello Spirito Santo, pure dopo aver commesso per debolezza umana qualsiasi peccato che causa la morte dell’anima, non morirà per sempre, ma sarà resuscitato per la Grazia di Nostro Signore Gesù Cristo il quale ha preso su di sé i peccati del mondo donando gratuitamente grazia su grazia.

È proprio parlando di questa Grazia manifestata all’intero mondo e al nostro genere umano dall’Uomo-Dio che il Vangelo dice: «Di ogni essere egli era la vita e la vita era la luce degli uomini» aggiungendo: «la luce illumina le tenebre ma le tenebre non hanno voluto accoglierla» (Gv 1,4-5). Questo significa che la Grazia dello Spirito Santo ricevuta con il battesimo nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, malgrado le cadute peccaminose, malgrado le tenebre che circondano la nostra anima continua a brillare nel nostro cuore della sua eterna luce divina per gli inestimabili meriti di Cristo. Di fronte ad un peccatore abituale, questa luce di Cristo dice al Padre: «Abbà, Padre, non si infiammi la tua collera contro questo indurimento». Ed in seguito, quando il peccatore si sarà pentito, essa cancellerà completamente le tracce dei crimini commessi, rivestendo l’antico peccatore d’un vestito incorruttibile intessuto con la grazia dello Spirito Santo della cui acquisizione sto continuamente parlando.

La grazia dello Spirito Santo è Luce

Egli fu trasfigurato davanti a loro e i suoi vestiti divennero bianchi come la neve… (Mt 17, 2)

Bisogna ancora che vi dica qualcosa in più affinché comprendiate meglio cosa si intende quando si parla di Grazia divina, come la si può riconoscere, com’è ch’essa si manifesta agli uomini che vengono da essa illuminati poiché la Grazia dello Spirito Santo è Luce.

Tutta la Sacra Scrittura ne parla. Davide, l’antenato dell’Uomo-Dio dice: «Un lampo sotto i miei piedi, la tua parola, una luce sulla mia strada» (Sal 119,105). In altri termini, la Grazia dello Spirito Santo che la legge rivela sotto la forma dei comandamenti divini è il mio faro, la mia luce. È questa la Grazia dello Spirito Santo «che con tanta pena mi sforzo di acquisire, cercando sette volte al giorno la Sua verità» (Sal 119,164). Come potrò trovare in me, tra le numerose preoccupazioni della mia situazione, una sola scintilla di luce per schiarire il mio cammino ottenebrato dall’odio dei miei nemici?

Effettivamente il Signore ha mostrato spesso, davanti a numerosi testimoni, l’azione della grazia dello Spirito Santo sugli uomini che aveva illuminato e istruito attraverso grandiosi avvenimenti. Ricordate Mosé dopo che si era incontrato con Dio sul Monte Sinai (Es 34, 30-35). Gli uomini non potevano guardarlo perché il suo volto brillava d’una luce straordinaria. Egli fu obbligato a mostrarsi al popolo con il viso coperto da un velo. Ricordate la trasfigurazione del Signore sul monte Tabor: «Egli fu trasfigurato davanti a loro; i suoi vestiti divennero bianchi come la neve…, i discepoli spaventati caddero con il viso a terra mentre Mosé ed Elia apparvero rivestiti della medesima luce. Allora una nube li ricoprì in modo ch’essi non divenissero ciechi». (Mt 17,1-8 ; Mc 9,2-8 ; Lc 9,28-37). E così la grazia dello Spirito Santo appare come una luce ineffabile a coloro a cui Dio manifesta la sua azione.

— Allora, domandai a padre Serafino, come potrò riconoscere in me la grazia dello Spirito Santo?

— È semplicissimo, mi rispose il santo. Dio dice: «Tutto è semplice per coloro che acquisiscono la saggezza» (Pr 14,6). La nostra sfortuna sta nel fatto che noi non la ricerchiamo proprio, questa Saggezza divina la quale, non essendo di questo mondo, non è presuntuosa. Essa è piena d’amore per Dio e per il prossimo e spinge l’uomo alla propria salvezza. Parlando di questa saggezza il Signore dice:

«Dio vuole che tutti siano salvati e giungano alla Saggezza della verità» (1Tm 2,4). Ai suoi apostoli ai quali mancava questa Saggezza Egli disse: «Come siete privi di Saggezza! Non avete letto le Sacre Scritture?» (Lc 24,25-27). Il Vangelo aggiunge «Aprì loro l’intelligenza affinché potessero comprendere le Scritture». Avendo acquisito questa Saggezza, gli Apostoli sapevano sempre se lo Spirito di Dio era con loro oppure no e, pieni di questo Spirito, affermavano che il loro operato era santo e gradito a Dio. È per questo che potevano scrivere nelle loro epistole: «È piaciuto allo Spirito Santo e a noi…» (At 15,28). Essi inviavano i loro messaggi solo dopo che erano persuasi dalla sua presenza sensibile. Allora, amico di Dio, vedete com’è semplice?

— Tuttavia io non comprendo come posso essere assolutamente sicuro di trovarmi nello Spirito Santo. Come posso scoprire in me la sua manifestazione?

Il Padre Serafino mi disse:

— Vi ho già detto che è estremamente semplice e ve l’ho spiegato in dettaglio com’è che gli uomini si trovano nello Spirito Santo e come bisogna comprendere la sua manifestazione in noi… Che ci vuole ancora?

— Occorre, risposi io, che lo capisca veramente bene — Risposi.

Allora Padre Serafino mi prese le spalle e, stringendole molto forte, aggiunse:

— Siamo tutti e due, tu ed io, nella pienezza dello Spirito Santo. Perché non mi guardi?

— Non posso guardarvi, Padre. Dei fulmini lampeggiano dai vostri occhi. Il vostro viso è divenuto più luminoso del sole. Ho male agli occhi…

Il Padre Serafino disse:

— Non abbiate paura, amico di Dio. Siete diventato anche voi altrettanto luminoso perché anche voi ora siete nella pienezza dello Spirito Santo, altrimenti non avreste potuto vedermi così.

Inclinando la sua testa al mio orecchio aggiunse:

Ringraziate il Signore di averci donato questa grazia indicibile. Non ho nemmeno fatto il segno della croce. In cuore ho semplicemente pensato e pregato «Signore, rendilo degno di vedere chiaramente, con gli occhi della carne, la discesa dello Spirito Santo, come ai tuoi eletti servitori quando tu ti sei degnato di apparire loro nella magnificenza della tua gloria!» Ed immediatamente Dio ha esaudito l’umile preghiera del miserabile Serafino. Come non ringraziarlo per questo dono straordinario che ci ha accordato? Non sempre Dio manifesta in tal modo la sua grazia ai grandi eremiti. Come una madre amorevole, questa grazia ha consolato il vostro cuore desolato, con la preghiera della stessa Madre di Dio… Ma perché non osate guardarmi negli occhi? Osate farlo senza paura, Dio è con noi.

Dopo queste parole sollevai i miei occhi sul suo viso e una paura ancor più grande si impossessò di me. Immaginatevi di vedere al centro del sole, mentre l’astro risplende con i suoi raggi più luminosi del mezzogiorno, il viso d’un uomo che vi parla. Vedete il movimento delle sue labbra, l’espressione cangiante dei suoi occhi, sentite il suono della sua voce, avvertite la pressione delle sue mani sulle vostre spalle ma, allo stesso tempo, non scorgete né le sue mani, né il suo corpo, né il vostro. Non vedete altro che una luce splendente che si propaga tutt’intorno ad una distanza di parecchi metri. Così tale luce era in grado di schiarire la neve che ricopriva il prato e di riflettersi sul grande starez e su me stesso. Si potrebbe mai descrivere bene la situazione nella quale mi trovai allora?

— Cosa sentite ora? Domandò Padre Serafino.

— Mi sento straordinariamente bene.

— Come “bene”? Cosa volete dire per “bene”?

— La mia anima è piena d’un silenzio e di una pace inesprimibili.

— Amico di Dio, questa è la pace di cui parla il Signore quando dice ai suoi discepoli: «Io vi dono la pace ma non come la lascia il mondo. Sono io che ve la dono. Se voi foste di questo mondo il mondo vi amerebbe. Ma io vi ho eletti e il mondo vi odia. Comunque non abbiate timore perché io ho vinto il mondo» (Gv 14,27; 15,19; 16,33). È proprio a questi uomini eletti da Dio ma odiati dal mondo che Dio dona la pace da voi sperimentata in questo momento. «Questa pace — dice l’Apostolo — sorpassa ogni comprensione» (Fil 4,7). L’Apostolo la chiama così perché nessuna parola può esprimere il ben essere dello spirito che essa fa nascere nei cuori degli uomini quando il Signore la concede. Lui stesso la chiama «la mia pace» (Gv 14,27). Essa è frutto della generosità di Cristo e non di questo mondo; nessuna felicità terrena la può dare. Inviata dall’alto, dallo stesso Dio, essa è la pace «di Dio»… Cosa sentite ancora?

— Una dolcezza straordinaria.

— È la dolcezza di cui parlano le Scritture: «Essi berranno la bevanda della tua casa e tu li colmerai con il torrente della tua dolcezza» (Sal 36,9). Tale dolcezza trabocca dai nostri cuori, scorre nelle nostre vene, procura una sensazione e una delizia inesprimibile… Cosa sentite ancora?

— Una straordinaria gioia in tutto il cuore.

— Quando lo Spirito Santo scende sull’uomo con la pienezza dei suoi doni, l’animo umano è riempito d’una gioia indescrivibile; lo Spirito Santo ricrea nella gioia tutto quanto sfiora. È di questa gioia che il Signore parla nel Vangelo quando dice: «Una donna quando giunge la sua ora partorisce nel dolore; ma dopo che ha fatto nascere un bimbo non si ricorda più i suoi dolori, tant’è grande la sua gioia. Anche voi avrete da soffrire in questo mondo, ma quando vi visiterò i vostri cuori saranno nella gioia, una gioia che nessuno potrà rapirvi» (Gv 16,21-22).

Per quanto grande e consolante sia la gioia che sperimentate in questo momento, essa non è nulla se paragonata a quella accennata dal Signore attraverso il suo Apostolo: «La gioia che Dio riserva a coloro che lo amano è al di là di ogni cosa che può essere vista, intesa e sentita dal cuore umano in questo mondo» (1Cor 2,9). Quanto ci viene concesso al momento presente non è altro che un acconto di questa gioia suprema. E se, in questo momento, sentiamo dolcezza, giubilo, ben essere, cosa diremo di quell’altra gioia che ci è riservata in cielo, dopo aver pianto su questa terra? Voi avete già abbastanza pianto nella vostra vita e vedete quale consolazione nella gioia via abbia donato il Signore. Ora tocca a noi, amico di Dio, lavorare con tutte le nostre forze per salire di gloria in gloria al fine di «costituire quest’Uomo perfetto, nella forza dell’età, che realizza la pienezza del Cristo» (Ef 4,13). «Coloro che sperano nel Signore rinnovano le loro forze, hanno le ali delle aquile, corrono senza stancarsi e marciano senza fatica» (Is 40,31). «Essi procederanno da altezza in altezza e Dio apparirà loro in Sion» (Sal 84,8). È allora che la nostra attuale gioia, piccola e breve, si manifesterà in tutta la sua pienezza e nessuno potrà rapircela, dato che saremo riempiti di voluttà celesti… Cosa sentite ancora, amico di Dio?

— Uno straordinario calore.

— Come un calore? Non siamo forse nella foresta in pieno inverno? La neve e sotto i nostri piedi, noi ne siamo coperti ed essa continua a cadere… Di quale caldo si tratta?

— D’un caldo simile a quello dei bagni a vapore.

— E l’odore è come quello del bagno?

— Oh no! Nulla sulla terra può essere simile a questo profumo. Quando mia madre viveva ancora amavo ballare e, andando a divertirmi, mi cospargevo del profumo che essa comperava nei migliori negozi di Kazan pagandolo molto caro. Il suo odore non era per niente simile a questo sublime aroma.

Il padre Serafino sorrise.

— Lo conosco, amico mio, lo conosco altrettanto bene come voi ed è per questo che ve l’ho chiesto. È proprio vero. Nessun profumo sulla terra può essere comparato al buon odore che respiriamo in questo momento, il buon profumo dello Spirito Santo. Sulla terra cosa può assomigliargli? Avete appena detto di sentire caldo come in un bagno. Osservate! La neve che ci sta coprendo non si scioglie al pari di quella che sta sotto i nostri piedi. Il caldo non è dunque nell’aria ma dentro di noi. È quel caldo che lo Spirito Santo ci fa chiedere nella preghiera: «Che il tuo Santo Spirito ci riscaldi!» Con tale calore gli eremiti, uomini e donne, potevano permettersi di sfidare il freddo dell’inverno, circondati com’erano d’un manto di pelliccia, d’un vestito intessuto dallo Spirito Santo.

In realtà è così che la Grazia divina abita nel più profondo della nostra anima e nel nostro cuore. Il Signore ha detto «Il Regno dei Cieli è dentro di voi» (Lc 17,21). Per «Regno dei Cieli» Egli intende la Grazia dello Spirito Santo. Questo Regno di Dio ora è in noi. Lo Spirito Santo ci illumina e ci riscalda. Egli riempie l’aria con diverse profumazioni, fa gioire i nostri sensi e abbevera i nostri cuori con una gioia indicibile. Il nostro attuale stato è simile a quello di cui parla l’Apostolo Paolo «Il Regno dei Cieli non è questione di cibo o di bevanda ma di giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14, 17). La nostra fede non si appoggia su parole di saggezza terrena ma sulla manifestazione della potenza dello Spirito. Lo stato nel quale ci troviamo in questo momento è quello che il Signore aveva visto quando disse: «In verità vi dico, alcuni tra coloro che sono qui non moriranno prima d’aver visto il Regno di Dio venire con potenza» (Mc 9, 1).

Ecco, amico di Dio, quale gioia incomparabile il Signore si è degnato di accordarci. Ecco cosa vuol dire essere «nella pienezza dello Spirito Santo». È questo che intendeva san Macario l’egiziano quando scriveva: «Io stesso fui nella pienezza dello Spirito Santo». Da umili che siamo il Signore ci ha riempiti con la pienezza del suo Spirito. Mi sembra che a partire da questo momento voi non avrete più bisogno di interrogarmi sul modo in cui si manifesta nell’uomo la presenza della Grazia dello Spirito Santo.

Diffusione del messaggio

— Questa manifestazione resterà per sempre incisa nella vostra memoria?

— Non lo so, Padre, se Dio mi renderà degno di ricordare sempre questi fatti con la precisione di questo momento.

— Ma io, mi rispose lo starez, penso che Dio vi aiuterà a conservare queste cose per sempre. Altrimenti non sarebbe stato così velocemente toccato dall’umile preghiera del miserabile Serafino e non avrebbe esaudito così velocemente il suo desiderio. D’altra parte non è solamente a voi che è stato concesso vedere la manifestazione d’una tale grazia, ma attraverso voi, al mondo intero. Fatevi forza perché sarete utile ad altri.

Related posts:

  1. Dialogo sullo Spirito Santo tra S. Serafino di Sarov e un suo discepolo – Amico mio, in questo momento siamo entrambi nello Spirito...

Categories: Notizie

Siamo rivestiti di Spirito Santo (Macario il Grande)

Sat, 26/05/2018 - 12:24

Troviamo che questo avvenne sulla terra quando il Signore fu assunto nei cieli. Inviò infatti sui dodici apostoli lo Spirito Paraclito e la sua santa potenza, la quale venne ad abitare in essi e sedette sui troni dei loro pensieri, e poiché i presenti dicevano: Costoro sono ubriachi di mosto, allora Pietro cominciò a proferire il giudizio su di loro dicendo riguardo a Gesù: è un uomo potente in parole e segni, e voi l’avete crocifisso appendendolo al legno. Ed ecco che egli compie prodigi, spezza le pietre dei sepolcri e resuscita i morti. Sta scritto infatti: Negli ultimi giorni effonderò il mio Spirito sopra ogni carne e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie. Molti, istruiti da Pietro, giunsero a conversione divenendo così un mondo nuovo, eletto da Dio.

Vedi in che modo cominciò il giudizio? Là, infatti, apparve un mondo nuovo. Così fu dato loro il potere di sedere in questo mondo a giudicare, anche se dovevano assidersi a giudicare alla parusia del Signore, alla resurrezione dei morti; e così avviene poiché lo Spirito santo si è assiso sui troni dei loro pensieri. Ma anche le corone, che i cristiani ricevono nel secolo futuro, non sono creature – e quelli che lo dicono sbagliano –; esse indicano piuttosto la trasfigurazione dello Spirito. Che cosa dice l’ apostolo Paolo della Gerusalemme celeste? Che essa è madre di tutti noi; questo è ciò che noi confessiamo. Quanto all’abito che portano i cristiani è chiaro che è lo Spirito stesso che li riveste nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo nei secoli. Amen.

 Macario il Grande
Omelia 15,7-11
tratto da: Spirito e fuoco (ed. Lisa Cremaschi), Qiqajon, 238-240

Related posts:

  1. Non fatevi spaventare dal nemico (Macario il Grande) Scrivo a voi fratelli carissimi, perché sappiate che dal giorno...
  2. La forza di Macario l’Egiziano Un giorno il padre Macario ritornava dalla palude nella sua...
  3. L’anima è il carro cherubico che porta Dio (Macario il Grande) 1. Il beato profeta Ezechiele contemplò una visione, un’apparizione divina...
  4. “Beato te Macario che copri i peccati degli altri come Dio!” (Macario il Grande) Si racconta su San Macario: In una cella c’era un fratello...
  5. Inebriati dallo Spirito (Macario il Grande) Quelli che sono fatti degni di diventare figli di Dio...

Categories: Notizie

Le spoglie dei martiri copti di Libia tornano in Egitto (foto)

Wed, 16/05/2018 - 14:00

Tre anni e tre mesi fa ventuno giovani copti furono trucidati per mano del terrorismo islamico sulle coste libiche per ragioni esplicitamente religiose. Il video del martirio, ripreso in diretta e diffuso su internet, mostrava questi giovani intenti a pregare invocando il nome del Salvatore Gesù mentre il capo dei boia spiegava le ragioni di quel gesto disumano. Ieri le loro spoglie sono ritornate in Egitto e sono state collocate in un santuario costruito per l’occasione nel loro villaggio natale, al-‘Awr. Finalmente i loro corpi riposano in pace, in mezzo alla loro comunità, e possono essere fonte di benedizione e di grazie per tutti. Come ha affermato anba Pafnutius, metropolita di Samallut, in occasione dell’accoglienza delle reliquie dei martiri: “Per la prima volta nella Storia il martirio di cristiani è mandato in onda in diretta in tutto il mondo”. Natidallospirito.com ha già pubblicato alcuni articoli sui giovani martiri di Libia che possono essere letti qui:

  1. Morire con il dolce nome di Gesù sulla bocca
  2. La fede dei semplici
  3. Ancora sui cristiani copti trucidati in Libia
  4. La Chiesa copta ortodossa stabilisce il 15 febbraio “festa dei neo-martiri”
  5. Beati voi, piccoli agnelli razionali (sui martiri copti in Libia)

Qui riportiamo la notizia sintetizzata dal sito VaticanNews e alcune foto pubblicate dal portavoce ufficiale del Patriarcato copto ortodosso (in basso).

Dopo tre anni e tre mesi da quel barbaro eccidio, i resti mortali delle vittime sono stati trasportati in aereo dalla città libica di Misurata al Cairo, dove, al momento dello sbarco, per rendere loro omaggio era presente anche il patriarca copto ortodosso Tawadros II insieme alla signora Nabila Makram, ministro egiziano per l’immigrazione. Anba Makarios, vescovo copto ortodosso di Minya, in alcune dichiarazioni riportate dai media egiziani ha dichiarato che la Chiesa copta accoglie con giubilo il ritorno in Egitto dei suoi figli martirizzati in Libia, ringraziando il Signore anche per la loro testimonianza di fede.

Dopo il massacro i 21 copti iscritti nel libro dei martiri della Chiesa copta

I corpi dei “martiri di Libia” sono stati portati nel villaggio di al Our, vicino alla città di Samalut, nella provincia di Minya, da dove provenivano 13 deI 21 martirizzati, e sono stati deposti presso la nuova chiesa-santuario appositamente costruita per custodire la loro memoria, solennemente inaugurata lo scorso 15 febbraio. I 21 copti egiziani erano stati rapiti in Libia all’inizio di gennaio 2015. Il video della loro decapitazione fu messo in rete dai siti jihadisti il 15 febbraio successivo. Ad appena una settimana dalla notizia del massacro, il patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere i 21 martiri sgozzati dal Daesh nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata proprio il 15 febbraio.

I singoli corpi dei 21 martiri identificati dal Dna

I resti mortali dei copti uccisi in Libia dai jihadisti erano stati individuati alla fine dello scorso settembre in una fossa comune sulla costa libica, presso la città di Sirte. I loro corpi erano stati rinvenuti con le mani legate dietro alla schiena, vestiti con le stesse tute color arancione che indossavano nel macabro video filmato dai carnefici al momento della loro decapitazione. Anche le teste dei decapitati erano state ritrovate accanto ai corpi. Il rimpatrio delle spoglie dei martiri d’Egitto, più volte preannunciato dai media egiziani, ha richiesto più tempo del previsto. Nel frattempo, le analisi del Dna hanno permesso di identificare i singoli corpi dei 21 martiri.

Il nome di Gesù sussurrato prima della morte, sigillo del loro martirio

“Il video che ritrae la loro esecuzione – riferì dopo il massacro all’Agenzia Fides Anba Antonios Aziz Mina, vescovo copto cattolico emerito di Guizeh – è stato costruito come un’agghiacciante messinscena cinematografica, con l’intento di spargere terrore. Eppure, in quel prodotto diabolico della finzione e dell’orrore sanguinario, si vede che alcuni dei martiri, nel momento della loro barbara esecuzione, ripetono ‘Signore Gesù Cristo’. Il nome di Gesù è stata l’ultima parola affiorata sulle loro labbra. Come nella passione dei primi martiri, si sono affidati a Colui che poco dopo li avrebbe accolti. E così hanno celebrato la loro vittoria, la vittoria che nessun carnefice potrà loro togliere. Quel nome sussurrato nell’ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. (G.V. – Agenzia Fides)

Come ha affermato al microfono di Marco Guerra il portavoce della Chiesa cattolica padre Hani Bakoun, con il rientro delle spoglie dei 21 martiri copti, l’Egitto ha vissuto una giornata importante, sia a livello ecclesiale che politico. A livello politico per l’intervento del Presidente Al Sisi e a livello ecclesiale perché tutti i cristiani del Paese si sono uniti nella preghiera comune davanti alle 21 salme giunte dalla Libia. La Chiesa cattolica ha inviato un messaggio al patriarca copto ortodosso Tawadros. “Con la loro morte e donando il loro sangue – ha affermato padre Bakoun – i 21 copti hanno vinto il male ed il loro martirio porterà sicuramente frutto”

fonte VaticanNews

No related posts.

Categories: Notizie

Inebriati dallo Spirito (Macario il Grande)

Tue, 15/05/2018 - 08:54

Quelli che sono fatti degni di diventare figli di Dio (Gv 14,21) e di rinascere dall’alto, da Spirito santo (cf. Gv 3,3-5), e che portano in se stessi il Cristo che li illumina e dona loro riposo, sono guidati dallo Spirito in molteplici e diversi modi, e invisibilmente nel loro cuore, nel riposo dello Spirito, sono mossi dalla grazia. Presentiamo alcune immagini delle gioie visibili di questo mondo per mostrare, seppure parzialmente mediante degli esempi, in che modo la grazia agisce nell’anima di quanti sono diventati figli di Dio. Talvolta essi si allietano ed esultano di gioia indicibile come a un banchetto regale; in altri momenti sono come una sposa che riposa in compagnia dello sposo in un riposo divino; a volte divengono come angeli incorporei, tale è la leggerezza e la scioltezza del loro corpo. Altre volte sono come presi da ebbrezza, lieti e inebriati nello Spirito dalla divina ebbrezza dei misteri spirituali. Altre volte piangono e gemono sul genere umano e, mentre pregano per l’Adamo totale, infiammati d’ amore per gli uomini tutti, sono presi da afflizione e pianto. Altre volte, per azione dello Spirito, ardono di tale gioia e di tale amore che, se fosse possibile, prenderebbero ogni uomo nelle proprie viscere, senza distinguere tra il buono e il cattivo. Altre volte, nell’umiltà dello Spirito, si abbassano talmente al di sotto di ogni uomo da considerarsi ultimi di tutti e inferiori a tutti. Altre volte sono divorati da un’ indicibile gioia dello Spirito. Altre volte sono come un potente che, rivestito dell’armatura regale e partito in guerra contro i nemici, combatte valorosamente e li vince; ugualmente l’uomo spirituale prende le armi celesti dello Spirito (cf. Ef 6,11-12), avanza contro i nemici, li combatte e li sottomette ai suoi piedi.

Altre volte l’anima si riposa in una quiete profonda, nella calma e nella pace, immersa in un godimento soltanto spirituale, in uno stato di ineffabile riposo e di benessere. Altre volte è resa sapiente dalla grazia che le dona intelligenza, indicibile sapienza e conoscenza dell’insondabile Spirito, cose che lingua e bocca non possono esprimere. Altre volte diventa un uomo qualsiasi. Così la grazia agisce in essi in modi diversi e guida l’anima in molteplici maniere, concedendole riposo secondo la volontà di Dio, e la esercita in differenti modi per restituirla al Padre celeste perfetta, irreprensibile e pura.

Queste operazioni dello Spirito di cui si è parlato sono proprie dei gradi elevati, di quanti sono vicini alla perfezione. Le diverse forme di riposo, di cui si è detto sopra, ricevono nomi differenti ma vengono attuate in essi incessantemente, con un susseguirsi di operazioni. Quando l’anima è giunta alla perfezione spirituale, perfettamente purificata da tutte le passioni, unita e mescolata allo Spirito Paraclito in una comunione ineffabile, ed è stata giudicata degna di divenire spirito, congiunta allo Spirito, allora essa diviene tutta luce, tutta occhio, tutta spirito, tutta gioia, tutta riposo, tutta esultanza, tutta carità, tutta com-passione, tutta bontà e dolcezza. Come una pietra nel profondo del mare è circondata da ogni parte dall’acqua, così costoro mescolati in ogni modo allo Spirito santo, divengono simili al Cristo e possiedono salde in se stessi le virtù della potenza dello Spirito, interiormente ed esteriormente irreprensibili, immacolati e puri.

E poiché sono stati risanati dallo Spirito, come potrebbero produrre all’esterno frutti di male? Sempre e in tutti i modi rifulgono in essi i frutti dello Spirito (cf. Gal 5,22). Dunque supplichiamo Dio anche noi e crediamo in lui con grande amore e grande speranza perché ci accordi la grazia celeste, il dono dello Spirito, affinché lo Spirito stesso guidi e conduca pure noi al compimento dell’intera volontà di Dio e ci accordi il riposo nelle sue molteplici forme affinché, mediante tale guida, l’esercizio della carità e il progresso spirituale, siamo fatti degni di giungere alla perfezione della pienezza di Cristo, come dice l’Apostolo: affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Cristo (Ef 3,19), e ancora: finché giungiamo tutti allo stato di uomo perfetto, alla misura dell’età della piena maturità di Cristo (Ef 4,13). Il Signore ha promesso a tutti quelli che hanno fede in lui e lo supplicano in verità di donare loro i misteri dell’ineffabile comunione dello Spirito. E noi dunque doniamoci interamente al Signore, affrettiamoci a conseguire i beni di cui si è detto. Consacrati anima e corpo e inchiodati alla croce di Cristo, diventiamo degni del regno eterno, glorificando il Padre, il Figlio e lo Spirito santo nei secoli. Amen.

 Macario il Grande
Omelia 15,7-11
tratto da: Spirito e fuoco (ed. Lisa Cremaschi), Qiqajon, 238-240

Related posts:

  1. Non fatevi spaventare dal nemico (Macario il Grande) Scrivo a voi fratelli carissimi, perché sappiate che dal giorno...
  2. La forza di Macario l’Egiziano Un giorno il padre Macario ritornava dalla palude nella sua...
  3. L’anima è il carro cherubico che porta Dio (Macario il Grande) 1. Il beato profeta Ezechiele contemplò una visione, un’apparizione divina...
  4. “Beato te Macario che copri i peccati degli altri come Dio!” (Macario il Grande) Si racconta su San Macario: In una cella c’era un fratello...

Categories: Notizie

Potenza e gloria della preghiera (Arch. Lazarus Moore)

Sat, 05/05/2018 - 16:59

Prosegue la nostra lettura dell’antologia dattiloscritta sulla preghiera dell’archimandrita Lazarus Moore di cui abbiamo trattato in quest’articolo. Come si diceva, si tratta di un documento storico di grande portata spirituale di cui si è molto discusso ma che è stato visionato integralmente soltanto da pochi studiosi. È il testo dattiloscritto redatto dal monaco inglese appartenente alla Chiesa russa ortodossa Lazarus Moore sulla vita di preghiera che è servito a padre Matta el Meskin come fonte di ispirazione per preparare la sua opera più importante Ḥayāt al-ṣalāh al-’urṯūḏuksiyya “La vita ortodossa di preghiera” (tradotta in italiano con il titolo di “L’esperienza di Dio nella preghiera”). 

Anche stavolta il testo che offriamo ai lettori è del tutto inedito: si tratta delle prime pagine dell’antologia dedicata alle definizioni possibili di preghiera a partire dagli scritti dei Padri della Chiesa. Lasciamo le citazioni così come sono, senza riferimento bibliografico, così come li ha offerti l’archimandrita Lazarus Moore.

“Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1). La preghiera è un innalzare la mente a Dio (San Giovanni damasceno)

Secondo la sua natura, la preghiera è il conversare e l’unione dell’uomo con Dio. Secondo la sua azione, è un sostenere il mondo, una riconciliazione con Dio, la madre e anche la figlia delle lacrime, la propiziazione dei peccati, un ponte per attraversare le tentazioni, un muro di difesa contro le afflizioni, uno schiacciare i conflitti, un lavorare con gli angeli, un cibo per tutti gli essere incorporei, la felicità futura, un’attività senza fine, la fonte delle virtù, la sorgente delle grazie, il successo invisibile, cibo per l’anima, illuminazione per la mente, ascia contro la disperazione, dimostrazione di speranza, annullamento dell’angoscia, ricchezza dei monaci, tesoro degli eremiti, addomesticamento dell’ira, specchio di crescita spirituale, realizzazione del successo, un mostrare lo stato dell’anima, una dichiarazione del futuro, un segno di gloria. Per colui che prega davvero, la preghiera è la corte, le camere del giudizio e il tribunale del Signore prima che si compia il giudizio futuro (San Giovanni Climaco)

La preghiera è una grande arma, un tesoro inesauribile, ricchezze infallibili, porto imperturbabile, calma indisturbata. La preghiera è la radice e la fonte e la madre di innumerevoli benedizioni; è più potente del potere regale. La preghiera è il preludio della gioia a venire (San Giovanni Crisostomo)

La preghiera è il rivolgersi dell’uomo caduto e pentito a Dio. La preghiera è il pianto dell’uomo caduto e pentito davanti a Dio. La preghiere è lo sgorgare di sentimenti sinceri, di richieste e di gemiti dell’uomo caduto, ucciso dal peccato, davanti a Dio (vescovo Ignazio Brianchaninov)

Quando preghi, non stai forse parlando con Dio? Questo è un privilegio che è negato persino agli angeli (San Giovanni Crisostomo)

La preghiera trasforma i cuori di carne in cuori spirituali, i cuori tiepidi in cuori zelanti, i cuori umani in cuori divini (San Giovanni Crisostomo)

I santi Padri sono soliti designare tutte le emozioni vantaggiose e tutta l’opera spirituale con il nome di preghiera. E non solo i Padri ma tutti coloro che sono illuminati dalla conoscenza considerano le belle azioni come preghiera, sebbene è chiaro che la preghiera è diversa dai fatti, che sono cose che vengono fatte. Ma talvolta essi chiamano preghiera spirituale ciò che altre volte definiscono contemplazione. Vedi come i Padri cambiano le loro definizioni delle cose spirituali? Ciò è dovuto al fatto che le designazioni accurate possono solo essere stabilite a riguardo di cose terrene. Le cose del mondo a venire non posseggono un vero nome, ma solo una semplice cognizione, che è esaltata al di sopra di tutti i nomi, i segni, le forme, i colori, le abitudini e le denominazioni composite (Sant’Isacco il Siro)

La preghiera è il sentimento costante della propria povertà e debolezza spirituale, la contemplazione in noi stessi, negli altri, e nella natura delle opere della grande sapienza, misericordia e onnipotenza di Dio. La preghiera è un atteggiamento di costante gratitudine (Padre Giovanni di Kronstadt)

Talvolta le persone chiamano preghiera ciò che non è affatto preghiera. Per esempio: un uomo va in chiesa, ci resta per un tempo, osserva le icone o le altre persone, le loro facce, i loro vestiti, e dice che ha pregato Dio. O ancora sta di fronte a un’icona a casa, inclina la testa, dice qualche parola imparata a memoria, senza comprensione né sentimento, e dice di aver pregato. In realtà, con i suoi pensieri e con il cuore non ha pregato affatto ma era altrove con altre persone e altre cose e non con Dio (Padre Giovanni di Kronstadt)

Some Aspects of the Orthodox Prayer (a cura di arch. Lazarus Moore), p. 1

Related posts:

  1. L’antologia dattiloscritta sulla preghiera dell’archimandrita Lazarus Moore (1902-1992) Il testo che segue e che offriamo ai lettori di...

Categories: Notizie

L’antologia dattiloscritta sulla preghiera dell’archimandrita Lazarus Moore (1902-1992)

Wed, 18/04/2018 - 21:27

Il testo che segue e che offriamo ai lettori di Natidallospirito.com viene pubblicato per la prima volta. Si tratta di un documento storico di grande portata spirituale di cui si è molto discusso ma che è stato visionato integralmente soltanto da pochi studiosi:. È il testo dattiloscritto redatto dal monaco inglese appartenente alla Chiesa russa ortodossa Lazarus Moore sulla vita di preghiera che è servito a padre Matta el Meskin come fonte di ispirazione per preparare la sua opera più importante ayāt al-alāh al-’urūuksiyya “La vita ortodossa di preghiera” (tradotta in italiano con il titolo di “L’esperienza di Dio nella preghiera”). Ci troviamo davanti alla storia straordinaria di un forte legame spirituale a distanza tra un monaco egiziano del deserto e un monaco ortodosso inglese. Natidallospirito.com ha potuto visionare la copia personale di padre Matta el Meskin e offrirà a puntate alcuni stralci di questo prezioso testo.

Chi è Lazarus Moore

Ma chi è Lazarus Moore? Edgar, questo il suo nome di battesimo, nasce a Swindon, in Inghilterra, il 18 ottobre 1902. A soli diciotto anni[1] emigra in Canada, ma una volta convertitosi all’ortodossia rientra in Gran Bretagna, per poi proseguire verso l’Europa dell’est. Nel 1934 risiede in un monastero sul Monte Athos, la più orientale di tre strette penisole che si protendono dalla Calcidica nella Grecia nord-orientale. La regione monastica dell’Athos è collegata alla terraferma da un istmo basso e largo appena un paio di miglia. La Carta costituzionale del 1926 riconosce alla montagna sacra lo status di repubblica monastica autonoma. Tutti i monaci residenti, a prescindere dal loro paese di origine, possono automaticamente acquisire la cittadinanza greca. Ma Lazarus Moore ha già deciso di unirsi alla chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia (Russian Orthodox Church Outside Russia, rocor).

Stabilitosi in Europa orientale, il monaco tonsurato viene ordinato presbitero ortodosso a Milkovo, in Jugoslavia. Lavorando e studiando con i monaci russi fuggiti dall’Unione Sovietica dopo la rivoluzione del 1917, ne ha imparato la lingua. Dopo la seconda guerra mondiale molti monaci della rocor scappano negli Stati Uniti. Padre Lazarus presta servizio presso la Missione russa ortodossa a Gerusalemme, ricoprendo incarichi pastorali di primo piano in quanto cappellano di alcuni monasteri russi nel Medio oriente. Dopo la costituzione dello stato di Israele il 14 maggio del 1948, il patriarcato di Mosca prende controllo delle proprietà e delle chiese della chiesa russa in esilio nella Terrasanta, e il presbitero della rocor, che non è russo di nascita né membro del patriarcato di Mosca, deve lasciate Israele-Palestina. Firma sempre con le iniziali TWA (Travelling with angels, “In viaggio con gli angeli”). Per vent’anni padre Lazarus presta servizio in India e nel 1959 diventa archimandrita. È famoso per l’onestà brutale con cui parla della religione istituzionale: “Devo avvertirti che la struttura esterna della chiesa ortodossa è di un disperante squallore, crocifissa, per così dire, dalla scarsa cooperazione”[2]. Nel 1972 fa ritorno in Grecia, per poi continuare il suo ministero in Australia nel 1974, in California nel 1983 e infine in Alaska nel 1989. Lazarus spesso attribuisce alle istituzioni ecclesiastiche “scarsa generosità o eroismo o autentica santità”. Muore a Eagle River, in Alaska, il 27 novembre 1992. A pochi giorni dalla fine della sua annosa battaglia con il cancro, di lui si dice che “usava fedelmente la preghiera di Gesù come medicina per la sofferenza”. La sua ultima citazione biblica, tratta dalla Seconda lettera a Timoteo, recita:

Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione (2Tm 4,6-8).

L’archimandrita Lazarus Moore è stato un grande missionario e studioso. Innumerevoli le sue traduzioni. La sua vita di san Serafim di Sarov è una delle opere meglio conosciute in inglese[3].

Il testo dattiloscritto

Il florilegio sulla preghiera che è diventato famoso grazie al libro di padre Matta el Meskin fu preparato dall’archimandrita Lazarus nel 1940. Consisteva in un testo dattiloscritto di centoventidue pagine, battuto su fogli estremamente leggeri, di cui esistono alcune copie fatte artigianalmente da lui stesso con la cosiddetta “carta copiativa” o “carta carbone”. Attualmente la lettura, sebbene ancora possibile, è difficoltosa e dopo un po’ gli occhi si affaticano perché le lettere iniziano a dissolversi. Data la trasparenza dei fogli si rende necessario il più delle volte interporre un cartoncino bianco in modo da evitare la sovrapposizione di parole tra il recto e il verso del foglio.

Nel 1948 il monaco Lazarus, mentre era a Gerusalemme, regalò una copia della sua antologia all’ingegnere egiziano Yassa Hanna, che era responsabile delle Scuole della Domenica di Giza e lavorava per la “Marconi Company”. Ritornato in Egitto, Yassa regalò quell’unica copia a sua disposizione al farmacista Yusuf Iskandar – futuro Matta el Meskin – il quale si preparava a entrare in monastero. Soltanto qualche mese dopo Yusuf partiva per il Monastero di San Samuele il Confessore, nell’Egitto centrale, uno dei monasteri più poveri e più distanti dalla “civiltà” esistenti all’epoca. Questo testo avrebbe rappresentato la fonte primaria dei detti dei Padri attorno a cui fu costruita la meditazione di padre Matta el Meskin nel libro ayāt al-alāh al-’urūuksiyya. Matta el Meskin così descrisse il momento in cui aprì il testo del “pellegrino inglese”, l’archimandrità Lazarus Moore:

Quando poi aprii il manoscritto del pellegrino inglese e scoprii che conteneva detti sulla preghiera, il mio cuore sussultò di gioia. Un’ondata di felicità ed euforia mi invase. In che modo Dio mi aveva messo in mano questo tesoro? Era l’unica eredità del mondo che portavo via con me. Non credetti ai miei occhi quando cominciai a leggere di esperienze che con forza parlavano della mia. Esprimevano la mia stessa speranza e la gioia della mia vita. Fu così che decisi di pregare con le parole di quei detti. Mi sedevo a leggerli e rileggerli, uno a uno, finché non mi si imprimevano nella mente. Quindi mi alzavo per pregare con le parole che avevo appena letto, e così via. In questo modo il mio spirito prese ad ardere, come infiammato. Non smettevo mai di ringraziare Dio, mentre la mia anima traboccava di una gioia estrema[4].

Attraverso il testo dell’archimandrita Lazarus Moore padre Matta el Meskin venne presto a conoscenza dei santi di Bisanzio e della Russia: Simeone il Nuovo Teologo, Serafim di Sarov, Ignatij Briančaninov, Ioann di Kronstadt. In Matta el Meskin si consumò uno scambio straordinario tra la tradizione copta e quella russa[5]. Ad esempio, lesse attentamente il dialogo tra Serafim di Sarov e il suo discepolo[6], che riguarda non solo l’acquisizione dello Spirito santo, ma anche la natura fervida del culto nella tradizione russa del xix secolo.

Per cinquant’anni e più abuna Matta el Meskin vive con l’adorato opuscolo, tradotto e dattiloscritto dall’archimandrita Lazarus Moore. Ma non passa decennio della sua vita monastica e ascetica senza che il padre copto del deserto occidentale arricchisca le fonti primarie russe, fino a realizzare uno dei commenti principali sulla spiritualità classica ortodossa. Padre Matta ha attentamente classificato e spiritualmente rimodellato una serie straordinaria di testi ispirati che vanno dal cristianesimo primitivo in Medio oriente all’ortodossia russa del xix secolo. Padre Matta arricchisce, amplia, riorganizza il florilegio compilato da padre Lazarus cominciando a raccogliere i detti dei padri da qualunque fonte risultino disponibile. Questa relazione spirituale tra i due monaci è estremamente fruttuosa. Come scrive John Watson: “L’intima relazione spirituale e intellettuale tra queste due notevoli personalità monastiche – l’ortodosso Lazarus e il copto Matta – è stata straordinariamente vitale, e tale rimarrà”[7].

L’incontro

Padre Matta el Meskin aveva desiderato per anni poter incontrare padre Lazarus. E questo incontro avvenne nei tempi che stabilì la divina Provvidenza. Nel libro di Otto Meinardus, Monks and Monasteries of the Egyptian Desert, leggiamo il racconto di questo incontro dalla viva voce di abba Matta:

Il Signore mi ha mandato un grande uomo e uno straordinario digiunatore. Desideravo di vederlo un giorno nonostante lui non vivesse in Egitto. Ne avevo sentito parlare e Dio non mi impedì di vederlo, malgrado la sua età avanzata. Un giorno mi chiamò al telefono e mi parlò in inglese. Gli chiesi: “Chi sei?” E lui rispose: “Sono padre Lazarus Moore!” Dalla gioia mi sembrava di volare perché desideravo davvero tanto vederlo, nonostante le migliaia di chilometri che ci separavano. Non era mai venuto prima in Egitto e non ci conoscevamo personalmente. Allora gli ho detto: “Sei Lazarus Moore?” e lui: “Sì”. Allora gli dissi: “È incredibile!”. E lui: “Sono io in carne ed ossa”. Gli dissi allora: “Sono felicissimo”. Mi chiese: “Chi sei?”. E io: “Sono Matta el Meskin”. Mi rispose: “Cercavo proprio te!” Gli dissi: “Mi conosci?” E lui: “Negli Stati Uniti mi hanno detto: quando vai in India, e se vuoi sapere la tal cosa passa dall’Egitto e incontra padre Matta el Meskin. Ed eccomi, sono venuto apposta per incontrarti”. Io gli dissi: “Oh che gioia! Dove ti trovo?” E lui: “Sono all’hotel Hilton, non ti preoccupare, dammi l’indirizzo, vengo io”. Gli risposi: “Ma come, tu sei straniero qui, forse non riesci ad arrivare”. Lui mi disse: “Non ti preoccupare, qui ci sono delle persone che mi possono accompagnare. Non ti affaticare”[8]

La biografia di Matta el Meskin completa il racconto dicendo:

Due membri della Casa della Consacrazione[9] andarono subito da lui in albergo e salirono con lui sulla macchina che lo accompagnava in giro e lo portarono alla Casa della Consacrazione a Hilwan. Il suo volto era come quello di un angelo, magro per la severa ascesi, alto, con una barba lunghissima e con i capelli biondi come l’oro che gli scendevano sulle spalle. Tutti quelli che lo vedevano per le strade del Cairo lo salutavano con le mani come si saluta un uomo di Dio e correvano dietro alla macchina per salutarlo perché aveva davvero l’aspetto di un angelo. Quando è arrivato mi ha detto: “Avevo un gran desiderio di vederti”. Gli ho dato il benvenuto e abbiamo parlato di tanti argomenti spirituali[10].

La copia a nostra disposizione

La copia che abbiamo potuto visionare è quella persona di padre Matta el Meskin che il monaco egiziano ricevette nel 1948. È stata copiata dall’archimandrita Lazarus nel febbraio 1945. Una dedica all’inizio del libro, del 13 agosto 1988, nel quarantesimo anniversario della sua “acquisizione”, indica che la copia è stata regalata a uno dei discepoli più prossimi di padre Matta, padre Wadid el Makari, che tuttora la custodisce nella sua cella. La dedica autografa di Matta el Meskin, scritta in arabo, recita:

All’amato padre Wadid che sa amare, dedico questo prezioso manoscritto che è stato per me un raggio di luce che mi ha illuminato la via e ha condotto i miei passi verso la verità saziando il mio spirito della densità del cielo. È stato per me la prima scintilla che ha acceso la lampada della mia vita.

Questo manoscritto è caduto nel canale che separa il villaggio di al-Zawra [Egitto centrale, a pochi chilometri dal monastero di San Samuele il confessore dove fu tonsurato monaco Matta el Meskin] dal deserto. Nonostante sia rimasto nell’acqua per quattro ore solo i margini si sono rovinati. Grazie a Dio, non una sola lettera è stata toccata.

Matta el Meskin

La premessa (“Foreword”)

Qui di seguito il testo di poche righe che l’archimandrita Lazarus Moore ha premesso alla sua antologia. Nelle prossime puntate cercheremo di offrire altri piccoli brani di questa “Filocalia” contemporanea straordinaria.

Premessa

La scienza dei santi che consiste nell’amare Dio e il nostro prossimo non si trova nei libri ma nella preghiera. Tutti coloro che compiono il tentativo sincero di osservare questi comandamenti scoprirà presto che è impossibile farlo con il nostro solo sforzo e senza alcun aiuto. “Chi dunque può salvarsi?” (Mt 19,16-26): soltanto coloro che pregano e imparano a pregare. Quando gli Apostoli si resero conto di ciò si rivolsero al nostro Signore Gesù Cristo e dissero: “Signore, insegnaci a pregare”. Ma noi a chi ci rivolgeremo? Certamente ai grandi maestri della scienza e dell’arte della preghiera. Come dice sant’Isacco il Siro: “Chiedi a coloro che hanno una solida conoscenza mediante l’esperienza e non soltanto mediante la lettura”.

In questo libricino vengono offerti i pensieri sulla preghiera di alcuni dei Santi Padri, dei Santi e di eminenti maestri della Chiesa ortodossa. Leggere questo libro è, o può essere, in se stesso una sorta di preghiera, un ascoltare lo Spirito che parla nei suoi servi. Qui i grandi maestri parlano per loro stessi. Qui possiamo entrare in comunione con i santi. Ci sono notevoli tratti degli scritti patristici che sono relativamente antiquati, aridi e noiosi. Ma c’è un’abbondanza che è viva, impressionante, vigorosa, notevole e di una tale straordinaria eccellenza che un lettore non è in grado di esaurirla. Poche persone hanno l’opportunità o l’inclinazione a leggere la quantità di scritti necessaria a raccogliere questi fiori nel loro ambiente naturale. Abbiamo per questo fatto questa antologia di estratti e le abbiamo dato un qualche ordine sebbene si capirà subito che sarebbero stati possibili altri raggruppamenti. Avremmo, infatti, potuto avere capitoli sulla sincerità nella preghiera, sugli ostacoli alla preghiera, sul perdono e la preghiera, sulle risposte alla preghiera. In realtà, tutti questi argomenti sono trattati parzialmente. Ma quest’antologia non pretende di essere esaustiva in alcun modo, né molto ordinata. Se aiuta un’anima ad avvicinarsi a Dio ispirandole lo spirito di preghiera, questa regina di virtù, avrà realizzato il suo scopo. Per il resto, chiediamo al lettore pazienza e preghiere.

I riferimenti biblici sono tratti dalla Bibbia ortodossa, vale a dire, nel caso dell’Antico Testamento, dalla Settanta.

 

Il curatore

26 agosto 1940

[envira-gallery id=”4107″]

[1] Il brano di questo paragrafo è tratto interamente da John Watson, “Un mistico del deserto contemporaneo” in Matta el Meskin: un padre del deserto contemporaneo, Qiqajon, Magnano 2017, pp. 71-74.

[2] Lettera inviata a Timothy Ware, anglicano convertitosi all’ortodossia. Si tratta del metropolita Kallistos.

[3] Cf. L. Moore, St. Seraphim of Sarov. A Spiritual Biography, Blanco Tx 1994.

[4] Matthew the Poor, “Preface”, in Id., Orthodox Prayer Life, pp. 9-10.

[5] Cf. O. V. Volkoff, “Résonances coptes dans la vie monastique russe”, in Le monde copte 2 (1977), pp. 57-60.

[6] Cf. V. Lossky, La teologia mistica della Chiesa d’Oriente, in Id., La teologia mistica della Chiesa d’Oriente. La visione di Dio, Bologna 1967, pp. 221-222.

[7] John Watson, “Un mistico del deserto contemporaneo” in Matta el Meskin: un padre del deserto contemporaneo, Qiqajon, Magnano 2017

[8] Otto Meinardus, Monks and Monasteries of the Egyptian Desert, AUC, Il Cairo 1961.

[9] Nel 1959 padre Matta el Meskin fondò il Bayt al-takrīs (“Casa della consacrazione”), destinato ai laici consacrati ai ministeri religiosi.

[10] Al-sira al-tafsiliyya, Monastero di San Macario il Grande, Wadi el Natrun 2006, pp. 153-154.

Related posts:

  1. La tiepidezza spirituale (di Matta El Meskin) Il nemico perseguita la mia vita schiaccia la mia vita...
  2. La preghiera ti trasforma fin nel più profondo del tuo essere (Matta El Meskin) La preghiera frequente, a cui ti dedichi nelle varie ore...
  3. Una risposta cristiana all’Isis (Matta El Meskin) Questo brano è tratta da un’omelia del monaco egiziano Matta...
  4. Dal timore verso Dio alla gioia con il Padre (Matta el Meskin) Il vangelo dice: “Un angelo del Signore si presentò a...
  5. Lo Spirito è invincibile (Matta el Meskin) Quella che segue è un’intervista accordata da padre Matta el...
  6. Pentecoste, una nuova umanità (Matta el Meskin) In occasione dell’11° anniversario della nascita al Cielo di padre...

Categories: Notizie

L’antologia dattiloscritta sulla preghiera dell’archimandrita Lazarus Moore (1902-1992)

Wed, 18/04/2018 - 21:27

Il testo che segue e che offriamo ai lettori di Natidallospirito.com viene pubblicato per la prima volta. Si tratta di un documento storico di grande portata spirituale di cui si è molto discusso ma che è stato visionato integralmente soltanto da pochi studiosi:. È il testo dattiloscritto redatto dal monaco inglese appartenente alla Chiesa russa ortodossa Lazarus Moore sulla vita di preghiera che è servito a padre Matta el Meskin come fonte di ispirazione per preparare la sua opera più importante ayāt al-alāh al-’urūuksiyya “La vita ortodossa di preghiera” (tradotta in italiano con il titolo di “L’esperienza di Dio nella preghiera”). Ci troviamo davanti alla storia straordinaria di un forte legame spirituale a distanza tra un monaco egiziano del deserto e un monaco ortodosso inglese. Natidallospirito.com ha potuto visionare la copia personale di padre Matta el Meskin e offrirà a puntate alcuni stralci di questo prezioso testo.

Chi è Lazarus Moore

Ma chi è Lazarus Moore? Edgar, questo il suo nome di battesimo, nasce a Swindon, in Inghilterra, il 18 ottobre 1902. A soli diciotto anni[1] emigra in Canada, ma una volta convertitosi all’ortodossia rientra in Gran Bretagna, per poi proseguire verso l’Europa dell’est. Nel 1934 risiede in un monastero sul Monte Athos, la più orientale di tre strette penisole che si protendono dalla Calcidica nella Grecia nord-orientale. La regione monastica dell’Athos è collegata alla terraferma da un istmo basso e largo appena un paio di miglia. La Carta costituzionale del 1926 riconosce alla montagna sacra lo status di repubblica monastica autonoma. Tutti i monaci residenti, a prescindere dal loro paese di origine, possono automaticamente acquisire la cittadinanza greca. Ma Lazarus Moore ha già deciso di unirsi alla chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia (Russian Orthodox Church Outside Russia, rocor).

Stabilitosi in Europa orientale, il monaco tonsurato viene ordinato presbitero ortodosso a Milkovo, in Jugoslavia. Lavorando e studiando con i monaci russi fuggiti dall’Unione Sovietica dopo la rivoluzione del 1917, ne ha imparato la lingua. Dopo la seconda guerra mondiale molti monaci della rocor scappano negli Stati Uniti. Padre Lazarus presta servizio presso la Missione russa ortodossa a Gerusalemme, ricoprendo incarichi pastorali di primo piano in quanto cappellano di alcuni monasteri russi nel Medio oriente. Dopo la costituzione dello stato di Israele il 14 maggio del 1948, il patriarcato di Mosca prende controllo delle proprietà e delle chiese della chiesa russa in esilio nella Terrasanta, e il presbitero della rocor, che non è russo di nascita né membro del patriarcato di Mosca, deve lasciate Israele-Palestina. Firma sempre con le iniziali TWA (Travelling with angels, “In viaggio con gli angeli”). Per vent’anni padre Lazarus presta servizio in India e nel 1959 diventa archimandrita. È famoso per l’onestà brutale con cui parla della religione istituzionale: “Devo avvertirti che la struttura esterna della chiesa ortodossa è di un disperante squallore, crocifissa, per così dire, dalla scarsa cooperazione”[2]. Nel 1972 fa ritorno in Grecia, per poi continuare il suo ministero in Australia nel 1974, in California nel 1983 e infine in Alaska nel 1989. Lazarus spesso attribuisce alle istituzioni ecclesiastiche “scarsa generosità o eroismo o autentica santità”. Muore a Eagle River, in Alaska, il 27 novembre 1992. A pochi giorni dalla fine della sua annosa battaglia con il cancro, di lui si dice che “usava fedelmente la preghiera di Gesù come medicina per la sofferenza”. La sua ultima citazione biblica, tratta dalla Seconda lettera a Timoteo, recita:

Io infatti sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione (2Tm 4,6-8).

L’archimandrita Lazarus Moore è stato un grande missionario e studioso. Innumerevoli le sue traduzioni. La sua vita di san Serafim di Sarov è una delle opere meglio conosciute in inglese[3].

Il testo dattiloscritto

Il florilegio sulla preghiera che è diventato famoso grazie al libro di padre Matta el Meskin fu preparato dall’archimandrita Lazarus nel 1940. Consisteva in un testo dattiloscritto di centoventidue pagine, battuto su fogli estremamente leggeri, di cui esistono alcune copie fatte artigianalmente da lui stesso con la cosiddetta “carta copiativa” o “carta carbone”. Attualmente la lettura, sebbene ancora possibile, è difficoltosa e dopo un po’ gli occhi si affaticano perché le lettere iniziano a dissolversi. Data la trasparenza dei fogli si rende necessario il più delle volte interporre un cartoncino bianco in modo da evitare la sovrapposizione di parole tra il recto e il verso del foglio.

Nel 1948 il monaco Lazarus, mentre era a Gerusalemme, regalò una copia della sua antologia all’ingegnere egiziano Yassa Hanna, che era responsabile delle Scuole della Domenica di Giza e lavorava per la “Marconi Company”. Ritornato in Egitto, Yassa regalò quell’unica copia a sua disposizione al farmacista Yusuf Iskandar – futuro Matta el Meskin – il quale si preparava a entrare in monastero. Soltanto qualche mese dopo Yusuf partiva per il Monastero di San Samuele il Confessore, nell’Egitto centrale, uno dei monasteri più poveri e più distanti dalla “civiltà” esistenti all’epoca. Questo testo avrebbe rappresentato la fonte primaria dei detti dei Padri attorno a cui fu costruita la meditazione di padre Matta el Meskin nel libro ayāt al-alāh al-’urūuksiyya. Matta el Meskin così descrisse il momento in cui aprì il testo del “pellegrino inglese”, l’archimandrità Lazarus Moore:

Quando poi aprii il manoscritto del pellegrino inglese e scoprii che conteneva detti sulla preghiera, il mio cuore sussultò di gioia. Un’ondata di felicità ed euforia mi invase. In che modo Dio mi aveva messo in mano questo tesoro? Era l’unica eredità del mondo che portavo via con me. Non credetti ai miei occhi quando cominciai a leggere di esperienze che con forza parlavano della mia. Esprimevano la mia stessa speranza e la gioia della mia vita. Fu così che decisi di pregare con le parole di quei detti. Mi sedevo a leggerli e rileggerli, uno a uno, finché non mi si imprimevano nella mente. Quindi mi alzavo per pregare con le parole che avevo appena letto, e così via. In questo modo il mio spirito prese ad ardere, come infiammato. Non smettevo mai di ringraziare Dio, mentre la mia anima traboccava di una gioia estrema[4].

Attraverso il testo dell’archimandrita Lazarus Moore padre Matta el Meskin venne presto a conoscenza dei santi di Bisanzio e della Russia: Simeone il Nuovo Teologo, Serafim di Sarov, Ignatij Briančaninov, Ioann di Kronstadt. In Matta el Meskin si consumò uno scambio straordinario tra la tradizione copta e quella russa[5]. Ad esempio, lesse attentamente il dialogo tra Serafim di Sarov e il suo discepolo[6], che riguarda non solo l’acquisizione dello Spirito santo, ma anche la natura fervida del culto nella tradizione russa del xix secolo.

Per cinquant’anni e più abuna Matta el Meskin vive con l’adorato opuscolo, tradotto e dattiloscritto dall’archimandrita Lazarus Moore. Ma non passa decennio della sua vita monastica e ascetica senza che il padre copto del deserto occidentale arricchisca le fonti primarie russe, fino a realizzare uno dei commenti principali sulla spiritualità classica ortodossa. Padre Matta ha attentamente classificato e spiritualmente rimodellato una serie straordinaria di testi ispirati che vanno dal cristianesimo primitivo in Medio oriente all’ortodossia russa del xix secolo. Padre Matta arricchisce, amplia, riorganizza il florilegio compilato da padre Lazarus cominciando a raccogliere i detti dei padri da qualunque fonte risultino disponibile. Questa relazione spirituale tra i due monaci è estremamente fruttuosa. Come scrive John Watson: “L’intima relazione spirituale e intellettuale tra queste due notevoli personalità monastiche – l’ortodosso Lazarus e il copto Matta – è stata straordinariamente vitale, e tale rimarrà”[7].

L’incontro

Padre Matta el Meskin aveva desiderato per anni poter incontrare padre Lazarus. E questo incontro avvenne nei tempi che stabilì la divina Provvidenza. Nel libro di Otto Meinardus, Monks and Monasteries of the Egyptian Desert, leggiamo il racconto di questo incontro dalla viva voce di abba Matta:

Il Signore mi ha mandato un grande uomo e uno straordinario digiunatore. Desideravo di vederlo un giorno nonostante lui non vivesse in Egitto. Ne avevo sentito parlare e Dio non mi impedì di vederlo, malgrado la sua età avanzata. Un giorno mi chiamò al telefono e mi parlò in inglese. Gli chiesi: “Chi sei?” E lui rispose: “Sono padre Lazarus Moore!” Dalla gioia mi sembrava di volare perché desideravo davvero tanto vederlo, nonostante le migliaia di chilometri che ci separavano. Non era mai venuto prima in Egitto e non ci conoscevamo personalmente. Allora gli ho detto: “Sei Lazarus Moore?” e lui: “Sì”. Allora gli dissi: “È incredibile!”. E lui: “Sono io in carne ed ossa”. Gli dissi allora: “Sono felicissimo”. Mi chiese: “Chi sei?”. E io: “Sono Matta el Meskin”. Mi rispose: “Cercavo proprio te!” Gli dissi: “Mi conosci?” E lui: “Negli Stati Uniti mi hanno detto: quando vai in India, e se vuoi sapere la tal cosa passa dall’Egitto e incontra padre Matta el Meskin. Ed eccomi, sono venuto apposta per incontrarti”. Io gli dissi: “Oh che gioia! Dove ti trovo?” E lui: “Sono all’hotel Hilton, non ti preoccupare, dammi l’indirizzo, vengo io”. Gli risposi: “Ma come, tu sei straniero qui, forse non riesci ad arrivare”. Lui mi disse: “Non ti preoccupare, qui ci sono delle persone che mi possono accompagnare. Non ti affaticare”[8]

La biografia di Matta el Meskin completa il racconto dicendo:

Due membri della Casa della Consacrazione[9] andarono subito da lui in albergo e salirono con lui sulla macchina che lo accompagnava in giro e lo portarono alla Casa della Consacrazione a Hilwan. Il suo volto era come quello di un angelo, magro per la severa ascesi, alto, con una barba lunghissima e con i capelli biondi come l’oro che gli scendevano sulle spalle. Tutti quelli che lo vedevano per le strade del Cairo lo salutavano con le mani come si saluta un uomo di Dio e correvano dietro alla macchina per salutarlo perché aveva davvero l’aspetto di un angelo. Quando è arrivato mi disse: “Avevo un gran desiderio di vederti”. Gli ho dato il benvenuto e abbiamo parlato di tanti argomenti spirituali[10].

La copia a nostra disposizione

La copia che abbiamo potuto visionare è quella persona di padre Matta el Meskin che il monaco egiziano ricevette nel 1948. È stata copiata dall’archimandrita Lazarus nel febbraio 1945. Una dedica all’inizio del libro, del 13 agosto 1988, nel quarantesimo anniversario della sua “acquisizione”, indica che la copia è stata regalata a uno dei discepoli più prossimi di padre Matta, padre Wadid el Makari, che tuttora la custodisce nella sua cella. La dedica autografa di Matta el Meskin, scritta in arabo, recita:

All’amato padre Wadid che sa amare, dedico questo prezioso manoscritto che è stato per me un raggio di luce che mi ha illuminato la via e ha condotto i miei passi verso la verità saziando il mio spirito della densità del cielo. È stato per me la prima scintilla che ha acceso la lampada della mia vita.

Questo manoscritto è caduto nel canale che separa la pianura dal deserto. Nonostante sia rimasto nell’acqua per quattro ore solo i margini si sono rovinati. Grazie a Dio, non una sola lettera è stata toccata.

Matta el Meskin

La premessa (“Foreword”)

Qui di seguito il testo di poche righe che l’archimandrita Lazarus Moore ha premesso alla sua antologia. Nelle prossime puntate cercheremo di offrire altri piccoli brani di questa “Filocalia” contemporanea straordinaria.

Premessa

La scienza dei santi che consiste nell’amare Dio e il nostro prossimo non si trova nei libri ma nella preghiera. Tutti coloro che compiono il tentativo sincero di osservare questi comandamenti scoprirà presto che è impossibile farlo con il nostro solo sforzo e senza alcun aiuto. “Chi dunque può salvarsi?” (Mt 19,16-26): soltanto coloro che pregano e imparano a pregare. Quando gli Apostoli si resero conto di ciò si rivolsero al nostro Signore Gesù Cristo e dissero: “Signore, insegnaci a pregare”. Ma noi a chi ci rivolgeremo? Certamente ai grandi maestri della scienza e dell’arte della preghiera. Come dice sant’Isacco il Siro: “Chiedi a coloro che hanno una solida conoscenza mediante l’esperienza e non soltanto mediante la lettura”.

In questo libricino vengono offerti i pensieri sulla preghiera di alcuni dei Santi Padri, dei Santi e di eminenti maestri della Chiesa ortodossa. Leggere questo libro è, o può essere, in se stesso una sorta di preghiera, un ascoltare lo Spirito che parla nei suoi servi. Qui i grandi maestri parlano per loro stessi. Qui possiamo entrare in comunione con i santi. Ci sono notevoli tratti degli scritti patristici che sono relativamente antiquati, aridi e noiosi. Ma c’è un’abbondanza che è viva, impressionante, vigorosa, notevole e di una tale straordinaria eccellenza che un lettore non è in grado di esaurirla. Poche persone hanno l’opportunità o l’inclinazione a leggere la quantità di scritti necessaria a raccogliere questi fiori nel loro ambiente naturale. Abbiamo per questo fatto questa antologia di estratti e le abbiamo dato un qualche ordine sebbene si capirà subito che sarebbero stati possibili altri raggruppamenti. Avremmo, infatti, potuto avere capitoli sulla sincerità nella preghiera, sugli ostacoli alla preghiera, sul perdono e la preghiera, sulle risposte alla preghiera. In realtà, tutti questi argomenti sono trattati parzialmente. Ma quest’antologia non pretende di essere esaustiva in alcun modo, né molto ordinata. Se aiuta un’anima ad avvicinarsi a Dio ispirandole lo spirito di preghiera, questa regina di virtù, avrà realizzato il suo scopo. Per il resto, chiediamo al lettore pazienza e preghiere.

I riferimenti biblici sono tratti dalla Bibbia ortodossa, vale a dire, nel caso dell’Antico Testamento, dalla Settanta.

 

Il curatore

26 agosto 1940

[1] Il brano di questo paragrafo è tratto interamente da John Watson, “Un mistico del deserto contemporaneo” in Matta el Meskin: un padre del deserto contemporaneo, Qiqajon, Magnano 2017, pp. 71-74.

[2] Lettera inviata a Timothy Ware, anglicano convertitosi all’ortodossia. Si tratta del metropolita Kallistos.

[3] Cf. L. Moore, St. Seraphim of Sarov. A Spiritual Biography, Blanco Tx 1994.

[4] Matthew the Poor, “Preface”, in Id., Orthodox Prayer Life, pp. 9-10.

[5] Cf. O. V. Volkoff, “Résonances coptes dans la vie monastique russe”, in Le monde copte 2 (1977), pp. 57-60.

[6] Cf. V. Lossky, La teologia mistica della Chiesa d’Oriente, in Id., La teologia mistica della Chiesa d’Oriente. La visione di Dio, Bologna 1967, pp. 221-222.

[7] John Watson, “Un mistico del deserto contemporaneo” in Matta el Meskin: un padre del deserto contemporaneo, Qiqajon, Magnano 2017

[8] Otto Meinardus, Monks and Monasteries of the Egyptian Desert, AUC, Il Cairo 1961.

[9] Nel 1959 padre Matta el Meskin fondò il Bayt al-takrīs (“Casa della consacrazione”), destinato ai laici consacrati ai ministeri religiosi.

[10] Al-sira al-tafsiliyya, Monastero di San Macario il Grande, Wadi el Natrun 2006, pp. 153-154.

Related posts:

  1. Croce e Resurrezione (Matta El Meskin) Se l’espiazione dei peccati dell’uomo e tutto ciò che era...
  2. Perché siamo incapaci di gioire? (Matta el Meskin) Caro padre …, la pace di Dio che sorpassa ogni...
  3. Convegno internazionale sulla figura di Matta el Meskin – 21 e 22 maggio, Monastero di Bose Il prossimo 21 e 22 maggio, in occasione del 10°...
  4. Matta el Meskin, ovvero il carisma al servizio dell’istituzione (Monastero di Bose, 21-22 maggio) In occasione del 10° anniversario del passaggio dell’igumeno Matta el...
  5. “Convertitevi” Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti (Matta el Meskin) A pochi giorni dall’inizio della Quaresima (Chiesa ortodossa copta 12...
  6. Quaresima, stagione del ritorno dell’anima al suo riposo (Matta el Meskin) La Quaresima è la stagione del ritorno dell’anima al luogo...

Categories: Notizie

Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ (Tennav) ovvero il Canone per la santa Resurrezione (tradizione copta e greca)

Thu, 12/04/2018 - 09:38

Icona della resurrezione. Chiesa di san Shenuti archimandrita. Cairo vecchio.

Il brano che segue è chiamato “Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ Tennav o Canone per la santa Resurrezione” e si canta nella Chiesa copta ortodossa dopo aver finito la preghiera delle tre vigilie di mezzanotte, all’inizio della recita della Santa Salmodia. Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ significa “Contempliamo” e corrisponde alla prima parola dell’inno. Come capita spesso nella pratica liturgica copta, gli inni sono chiamati con la prima parola che compare nel testo.

Nella Chiesa copta è recitato nella Salmodia di mezzanotte della notte della Resurrezione, poi ogni giorno durante la cinquantina pasquale, poi nella Salmodia delle domeniche fino all’ultima domenica del mese di Hatur (metà dicembre, all’incirca). Questo periodo è dedicato alla memoria della Resurrezione e copre un arco che è di quasi metà anno liturgico. Il periodo dell’anno liturgico in cui non si canta questo brano comprende l’Avvento e il Natale (in cui ci si concentra sull’Incarnazione e il Natale di Cristo), il Battesimo e la Quaresima.

Si chiama Canone perché è diviso in versi che si concludono con una dossologia, perché ha la stessa melodia dei canoni cantati dal popolo alla fine delle liturgie e forse anche perché, nella liturgia bizantina, il canone è un canto di lode. Tuttavia non in tutti i manoscritti, così come non in tutti i testi a stampa, Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ è chiamato “Canone”. Ritroviamo altri termini come: madīḥ (lode), psali (canto di lode) o tamgīd (dossologia). Secondo Baumstark[1]  questo canone è stato ritrovato su papiri molto antichi rinvenuti in Egitto, il che farebbe pensare che sia stato redatto originariamente in ambiente alessandrino, forse in greco. Anche il liturgista padre Athanasius el Makari ritiene che la versione più antica del testo sia, allo stato attuale, quella copta, senza specificare se il testo più antico sia stato redatto in copto o in greco. Sta di fatto che attualmente il testo esiste solo in dialetto bohairico. L’uso di una certa terminologia trinitaria, tipicamente nicena, potrebbe far datare il brano alla fine del IV secolo.

Il testo greco-bizantino ci è fornito da ‘Abd al-Masih[2] ed è ancora oggi cantato nella Chiesa bizantina (vedi ‘Abd al-Masih 1950:29-30). Il testo greco diverge leggermente dal testo copto in alcuni punti. Anche la Chiesa latina ha un inno cantato durante gli Improperia del Venerdì Santo noto come “Crucem tuam adoramus” che riprende, quasi alla lettera, una porzione del testo copto, sebbene sembra sia passata per il filtro bizantino: Crucem tuam adoramus, Domine, et sanctam resurrectionem tuam laudamus, et glorificamus. Ecce, enim, propter lignum venit gaudium in universo mundo (‘Adoriamo la tua croce, Signore, e la tua santa resurrezione. Ecco, infatti, per mezzo del legno è entrata la gioia nel mondo intero’).

Per ascoltarlo clicca qui.

TESTO COPTO TRADUZIONE ITALIANA DEL COPTO TESTO GRECO[3]   1. Contempliamo la resurrezione di Cristo e adoriamo il Santo, Gesù Cristo Signore nostro, l’unico senza peccato. 2. Adoriamo la tua croce, o Cristo. Lodiamo e glorifichiamo la tua resurrezione. 3. Tu infatti sei il nostro Dio, non conosciamo che te e con il tuo nome ci chiamiamo[4]. 4. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Ἀνάστασιν Χριστοῦ θεασάμενοι, προσκυνήσωμεν ἅγιον Κύριον Ἰησοῦν τόν μόνον ἀναμάρτητον. Τόν Σταυρόν σου Χριστέ προσκυνοῦμεν, καί τήν Ἁγίαν σου Ἀνάστασιν, ὑμνοῦμεν καί δοξάζομεν.σύ γάρ εἶ Θεός ἡμῶν, ἐκτός σου ἄλλον οὐκ οἴδαμεν, τό ὄνομά σου ὀνομάζομεν   5. *[5] Venite tutti voi fedeli ad adorare la resurrezione di Cristo. 6. * Poiché per mezzo della sua Croce la gioia ha invaso[6] il mondo intero. 7. * Benediciamo il Signore in ogni momento e glorifichiamo la sua resurrezione. 8. * Poiché ha sopportato la morte e l’ha distrutta con la sua morte. 9. * Ora e sempre, e nei secoli dei secoli, amen. Δεῦτε πάντες οἱ πιστοί προσκυνήσωμεν τήν τοῦ Χριστοῦ ἁγίαν Ἀνάστασιν· ἰδού γάρ ἦλθε διά τοῦ Σταυροῦ, χαρά ἐν ὅλῳ τῷ κόσμῳ. Διά παντός εὐλογοῦντες τόν Κύριον, ὑμνοῦμεν τήν Ἀνάστασιν αὐτοῦ. Σταυρόν γάρ ὑπομείνας δι᾿ ἡμᾶς, θανάτῳ θάνατον ὤλεσεν.   10. Gioisci grandemente[7] o Madre di Dio. 11. Infatti, grazie a te[8] Adamo è stato riportato in Paradiso 12. Mentre Eva ha ricevuto consolazione al posto dell’afflizione[9] 13. Ha riottenuto la libertà, grazie a te, e la salvezza eterna. 14. Noi stessi, dunque, ti glorifichiamo[10] come un tesoro della Resurrezione[11] dicendo: 15. Ave o scrigno[12] sigillato[13], grazie al quale abbiamo potuto godere[14] della vita 16. Salve a colei che ci ha generato il Cristo nostro Dio ed egli, per mezzo della sua resurrezione, ci ha donato la vita. 17. Sii benedetto o Signore, insegnami[15] i tuoi giudizi.

   

Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.

    18. * Le schiere angeliche furono stupefatte nel vederti annoverato tra i morti. 19. * Ma tu hai distrutto la forza della morte, o Salvatore. 20. * Ed hai risuscitato Adamo con te, rendendolo libero dagli inferi[16]. 21. * Sii benedetto o Signore, insegnami i tuoi giudizi. Τῶν Ἀγγέλων ὁ δῆμος, κατεπλάγη ὁρῶν σε, ἐν νεκροῖς λογισθέντα, τοῦ θανάτου δὲ Σωτήρ, τὴν ἰσχὺν καθελόντα, καὶ σὺν ἑαυτῷ τὸν Ἀδὰμ ἐγείραντα, καὶ ἐξ ᾍδου πάντας ἐλευθερώσαντα. Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.   22. «Perché mescolate gli unguenti con singhiozzi e con pianti, o discepole del Signore?» 23. Disse l’angelo[17] sfolgorante presso il sepolcro alle donne mirofore[18]: 24. «Osservate dunque e sappiate che il Salvatore si è levato risorgendo dai morti». 25. Sii benedetto o Signore, insegnami i tuoi giudizi. Τί τὰ μύρα, συμπαθῶς τοῖς δάκρυσιν, ὦ Μαθήτριαι κιρνᾶτε; ὁ ἀστράπτων ἐν τῷ τάφῳ Ἄγγελος, προσεφθέγγετο ταῖς Μυροφόροις. Ἴδετε ὑμεῖς τὸν τάφον καὶ ἤσθητε· ὁ Σωτὴρ γὰρ ἐξανέστη τοῦ μνήματος. Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.   26. * All’aurora[19] le mirofore, piangendo, si affrettarono verso il tuo sepolcro. 27. * Ma apparve[20] davanti a loro[21] l’angelo dicendo: 28. * «Il tempo del pianto è finito. Non piangete, ma annunciate agli apostoli la resurrezione». 29. * Sii benedetto o Signore, insegnami i tuoi giudizi. Λίαν πρωΐ, Μυροφόροι ἔδραμον, πρὸς τὸ μνῆμά σου θρηνολογοῦσαι· ἀλλ’ ἐπέστη, πρὸς αὐτὰς ὁ Ἄγγελος, καὶ εἶπε· θρήνου ὁ καιρὸς πέπαυται, μὴ κλαίετε, τὴν Ἀνάστασιν δὲ Ἀπόστόλοις εἴπατε. Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.   30. Le mirofore vennero al tuo sepolcro con incenso[22], o Salvatore. 31. E sentirono l’angelo dire loro: 32. «Perché cercate il Vivo tra i morti[23]? Egli in quanto Dio è risorto dal sepolcro». 33. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Μυροφόροι γυναῖκες, μετὰ μύρων ἐλθοῦσαι, πρὸς τὸ μνῆμά σου, Σῶτερ ἐνηχοῦντο. Ἀγγέλου τρανῶς, πρὸς αὐτὰς φθεγγομένου· Τὶ μετὰ νεκρῶν, τὸν ζῶντα λογίζεσθε; ὡς Θεὸς γάρ, ἐξανέστη τοῦ μνήματος   Δξα Πατρί   34. * Adoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in unità sostanziale[24]. 35. * E gridiamo coi Cherubini: «Santo, Santo, Santo sei tu Signore». 36. * Adoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in unità sostanziale 37. * E gridiamo coi Cherubini: «Santo, Santo, Santo sei tu Signore». 38. * Adoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in unità sostanziale 39. * E gridiamo coi Cherubini: «Santo, Santo, Santo sei tu Signore».

 

40. * Ora e sempre, e nei secoli dei secoli, amen. Προσκυνοῦμεν Πατέρα, καὶ τὸν τούτου Υἱόν τε, καὶ τὸ ἅγιον Πνεῦμα, τὴν ἁγίαν Τριάδα, ἐν μιὰ τῇ οὐσία, σὺν τοις Σεραφίμ, κράζοντες τὸ Ἅγιος, Ἅγιος, Ἅγιος εἶ Κύριε. Κα νν

    41. Hai generato, o Vergine, il datore della vita. 42. E hai salvato Adamo dal peccato. 43. Hai dato ad Eva la gioia, in cambio della sua afflizione. 44. E ci hai donato la grazia della vita, e la salvezza dalla corruzione e dal cambiamento. 45. Sei diventata per noi una patrona davanti a Dio nostro Salvatore, il quale si incarnò da te. Ζωοδότην τεκοῦσα, ἐλυτρώσω Παρθένε, τόν Ἀδάμ ἁμαρτίας, χαρμονήν δέ τῇ Εὔᾳ, ἀντί λύπης παρέσχες· ρεύσαντα ζωῆς, ἴθυνε πρός ταύτην δέ, ὁ ἐκ τοῦ σαρκωθείς Θεός καί ἄνθρωπος.     λληλούϊα, Ἀλληλούϊα, Ἀλληλούϊα, Δόξα σοι ὁ Θεός (3 x).

 

[1] Anton Baumstark, Liturgie comparée , Éditions de Chevetogne, 1939, pp.107-108.

[2] Abd’al Massih, ‘The Canon of the Resurrection’, Bulletin de la Société d’Archéologie Copte, 14 (1950–57), pp. 23–35

[3] Verranno segnalate solo le differenze più significative tra il testo copto e greco.

[4] Cf. Ger 14,9 Il testo greco “noi invochiamo il tuo nome” in riferimento a Is 26,13 e manca della dossologia finale.

[5] La presenza dell’asterisco indica che il brano è cantato dal coro settentrionale. L’assenza significa che il brano è cantato dal coro meridionale.

[6] Lett. “è entrata, è venuta in”

[7] Lett. “tutte le gioie ti convengono, ti si confanno”. Questo theotokion manca in greco.

[8] Lett. “attraverso di te”. Sullo sfondo dei brani mariani, all’interno dell’inno, così come in tutti i testi liturgici copti, c’è sempre una motivazione di tipo cristologico. I testi della liturgia copta parlano sempre della Vergine Maria per parlare di Cristo e della sua salvezza. Generando l’Emmanuele, Maria ha contribuito in maniera unica e ineguagliabile al piano di salvezza di Dio che però è stato compiuto da suo Figlio.

[9] Lett.: “dolore al cuore”

[10] In copto è un imperativo, non rendibile in italiano.

[11] Poco prima si legge “per mezzo della sua Croce”.

[12] Prima è usata la parola copta, ⲁϩⲟ, poi quella greca θησαυρός. Per differenziare anche in italiano si è usato prima “tesoro” e poi “scrigno”.

[13] Metafora della verginità di Maria.

[14] Qui Brogi (La santa salmodia annuale della Chiesa copta, Centro Francescano di Studi Orientali Cristiani, Il Cairo 1962)traduce “ci siamo riempiti” seguendo erroneamente l’arabo. Il termine greco-copto qui utilizzato ⲉⲣⲁⲡⲟⲗⲉⲩⲓⲛ, viene dal greco ἀπολαύω ed è legato al godimento e al piacere.

[15] Qui Brogi traduce erroneamente “insegnaci”. È un chiaro riferimento al Sal 118 dove si ripete più volte “insegnami” seguito da “i tuoi giudizi, i tuoi comandamenti, i tuoi decreti ecc.” Il termine copto utilizzato, ⲙⲉⲑⲙⲏⲓ, è ambivalente: può significare sia verità sia giudizi, dal momento che ⲙⲉⲑⲙⲏⲓ significa verità ma anche giustizia. È probabile che qui si calchi il greco δικαιώμα che è un termine molto frequente nel salmo 118. Brogi, traducendo, “le tue verità” traduce correttamente. Tuttavia, nel tradurre in questo modo, malgrado ci sia sullo sfondo un senso molto bello e suggestivo, si perde il richiamo salmico. Ci troviamo, infatti, di fronte alla traduzione regolare, nel salterio copto bohairico, del greco δικαιώμα che è molto frequente nel salmo 118. La CEI traduce “leggi, precetti”. Il Salterio dei LXX, secondo la traduzione di Mortari, rende “decreti”.

[16] In copto amenti, lett. “l’Occidente”. Termine comune nella letteratura religiosa egiziana antica per indicare l’oltretomba. Cristo, “l’Oriente che sorge dall’alto” (questa la traduzione letterale del verso del Benedictus, Lc 1,78) è disceso nell’ “Occidente” dell’esistenza, liberando gli uomini prigionieri degli inferi.

[17] Cf. Mt 28,3.

[18] È una delle rare volte in cui appare nella liturgia copta il termine “mirofore”, termine, invece, molto comune nella liturgia bizantina.

[19] Lett. “molto presto”

[20] Lett. “si mise diritto, si rizzò, stette ritto, stette in piedi”

[21] Cf. Lc 24,4 (vers. boh.)

[22] Nel testo greco μύρον “spezie, unguenti” da cui il termine “mirofore”.

[23] Cf. Lc 24,5.

[24] L’uso di questa terminologia, tipicamente nicena, potrebbe far datare il brano alla fine del IV secolo. Questa parte si ripete tre volte, in onore della Santa Trinità.

[envira-gallery id=”4105″]

Related posts:

  1. Santa Trinità abbi compassione di noi! (inno copto di Avvento) Quello che segue è un inno intolato “Apahit nem palas”...
  2. Ho peccato Gesù mio Signore, ho peccato (dossologia copta della Quaresima) Dossologia “Ⲛⲉⲕⲛⲁⲓ ⲱ Ⲡⲁ⳪” (Le tue misericordie, mio Signore) per...
  3. Shashf ensop (glorificazione della Vergine secondo la tradizione copta) In occasione della festa della Dormizione della Vergine secondo il...
  4. Anok nim (‘Chi sono’ inno alla Vergine secondo la tradizione copta) In occasione della festa della Dormizione della Vergine secondo il...
  5. Atai Parthenos (‘Questa vergine’ inno alla Vergine secondo la tradizione copta) In occasione della festa della Dormizione della Vergine secondo il...
  6. Gli stessi doni, da Te ricevuti, a Te offriamo «Fate questo in memoria di me. Infatti ogni volta che...

Categories: Notizie

Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ (Tennav) ovvero il Canone per la santa Resurrezione (tradizione copta e greca)

Thu, 12/04/2018 - 09:38

Icona della resurrezione. Chiesa di santa Barbara. Cairo vecchio.

Il brano che segue è chiamato “Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ Tennav o Canone per la santa Resurrezione” e si canta nella Chiesa copta ortodossa dopo aver finito la preghiera delle tre vigilie di mezzanotte, all’inizio della recita della Santa Salmodia. Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ significa “Contempliamo” e corrisponde alla prima parola dell’inno. Come capita spesso nella pratica liturgica copta, gli inni sono chiamati con la prima parola che compare nel testo.

Nella Chiesa copta è recitato nella Salmodia di mezzanotte della notte della Resurrezione, poi ogni giorno durante la cinquantina pasquale, poi nella Salmodia delle domeniche fino all’ultima domenica del mese di Hatur (metà dicembre, all’incirca). Questo periodo è dedicato alla memoria della Resurrezione e copre un arco che è di quasi metà anno liturgico. Il periodo dell’anno liturgico in cui non si canta questo brano comprende l’Avvento e il Natale (in cui ci si concentra sull’Incarnazione e il Natale di Cristo), il Battesimo e la Quaresima.

Si chiama Canone perché è diviso in versi che si concludono con una dossologia, perché ha la stessa melodia dei canoni cantati dal popolo alla fine delle liturgie e forse anche perché, nella liturgia bizantina, il canone è un canto di lode. Tuttavia non in tutti i manoscritti, così come non in tutti i testi a stampa, Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ è chiamato “Canone”. Ritroviamo altri termini come: madīḥ (lode), psali (canto di lode) o tamgīd (dossologia). Secondo Baumstark[1]  questo canone è stato ritrovato su papiri molto antichi rinvenuti in Egitto, il che farebbe pensare che sia stato redatto originariamente in ambiente alessandrino, forse in greco. Anche il liturgista padre Athanasius el Makari ritiene che la versione più antica del testo sia, allo stato attuale, quella copta, senza specificare se il testo più antico era stato redatto in copto o in greco. Sta di fatto che attualmente il testo esiste solo in dialetto bohairico. Il testo greco-bizantino ci è fornito da ‘Abd al-Masih[2] ed è ancora oggi cantato nella Chiesa bizantina (vedi ‘Abd al-Masih 1950:29-30). Il testo greco diverge leggermente dal testo copto in alcuni punti. Anche la Chiesa latina ha un inno cantato durante gli Improperia del Venerdì Santo noto come “Crucem tuam adoramus” che riprende, quasi alla lettera, una porzione del testo copto, sebbene sembra sia passata per il filtro bizantino: Crucem tuam adoramus, Domine, et sanctam resurrectionem tuam laudamus, et glorificamus. Ecce, enim, propter lignum venit gaudium in universo mundo (‘Adoriamo la tua croce, Signore, e la tua santa resurrezione. Ecco, infatti, per mezzo del legno è entrata la gioia nel mondo intero’).

Per ascoltarlo clicca qui.

TESTO COPTO TRADUZIONE ITALIANA DEL COPTO TESTO GRECO[3]   1. Contempliamo la resurrezione di Cristo e adoriamo il Santo, Gesù Cristo Signore nostro, l’unico senza peccato. 2. Adoriamo la tua croce, o Cristo. Lodiamo e glorifichiamo la tua resurrezione. 3. Tu infatti sei il nostro Dio, non conosciamo che te e con il tuo nome ci chiamiamo[4]. 4. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Ἀνάστασιν Χριστοῦ θεασάμενοι, προσκυνήσωμεν ἅγιον Κύριον Ἰησοῦν τόν μόνον ἀναμάρτητον. Τόν Σταυρόν σου Χριστέ προσκυνοῦμεν, καί τήν Ἁγίαν σου Ἀνάστασιν, ὑμνοῦμεν καί δοξάζομεν.σύ γάρ εἶ Θεός ἡμῶν, ἐκτός σου ἄλλον οὐκ οἴδαμεν, τό ὄνομά σου ὀνομάζομεν   5. *[5] Venite tutti voi fedeli ad adorare la resurrezione di Cristo. 6. Poiché per mezzo della sua Croce la gioia ha invaso[6] il mondo intero. 7. * Benediciamo il Signore in ogni momento e glorifichiamo la sua resurrezione. 8. * Poiché ha sopportato e ha distrutto la morte con la sua morte. 9. * Ora e sempre, e nei secoli dei secoli, amen. Δεῦτε πάντες οἱ πιστοί προσκυνήσωμεν τήν τοῦ Χριστοῦ ἁγίαν Ἀνάστασιν· ἰδού γάρ ἦλθε διά τοῦ Σταυροῦ, χαρά ἐν ὅλῳ τῷ κόσμῳ. Διά παντός εὐλογοῦντες τόν Κύριον, ὑμνοῦμεν τήν Ἀνάστασιν αὐτοῦ. Σταυρόν γάρ ὑπομείνας δι᾿ ἡμᾶς, θανάτῳ θάνατον ὤλεσεν.   10. Gioisci grandemente[7] o Madre di Dio. 11. Infatti, grazie a te[8] Adamo è stato riportato in Paradiso 12. Mentre Eva ha ricevuto consolazione al posto dell’afflizione[9] 13. Ha riottenuto la libertà, grazie a te, e la salvezza eterna. 14. Noi stessi, dunque, ti glorifichiamo[10] come un tesoro della Resurrezione[11] dicendo: 15. Ave o scrigno[12] sigillato[13], grazie al quale abbiamo potuto godere[14] della vita 16. Salve a colei che ci ha generato il Cristo nostro Dio ed egli, per mezzo della sua resurrezione, ci ha donato la vita.

17. Sii benedetto o Signore, insegnami[15] i tuoi giudizi.

   

Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.

    18. * Le schiere angeliche furono stupefatte nel vederti annoverato tra i morti. 19. * Ma tu hai distrutto la forza della morte, o Salvatore. 20. * Ed hai risuscitato Adamo con te, rendendolo libero dagli inferi[16]. 21. * Sii benedetto o Signore, insegnami i tuoi giudizi. Τῶν Ἀγγέλων ὁ δῆμος, κατεπλάγη ὁρῶν σε, ἐν νεκροῖς λογισθέντα, τοῦ θανάτου δὲ Σωτήρ, τὴν ἰσχὺν καθελόντα, καὶ σὺν ἑαυτῷ τὸν Ἀδὰμ ἐγείραντα, καὶ ἐξ ᾍδου πάντας ἐλευθερώσαντα. Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.   22. «Perché mescolate gli unguenti con singhiozzi e con pianti, o discepole del Signore?» 23. Disse l’angelo[17] sfolgorante presso il sepolcro alle donne mirofore[18]: 24. «Osservate dunque e sappiate che il Salvatore si è levato risorgendo dai morti». 25. Sii benedetto o Signore, insegnami i tuoi giudizi. Τί τὰ μύρα, συμπαθῶς τοῖς δάκρυσιν, ὦ Μαθήτριαι κιρνᾶτε; ὁ ἀστράπτων ἐν τῷ τάφῳ Ἄγγελος, προσεφθέγγετο ταῖς Μυροφόροις. Ἴδετε ὑμεῖς τὸν τάφον καὶ ἤσθητε· ὁ Σωτὴρ γὰρ ἐξανέστη τοῦ μνήματος. Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου.   26. * All’aurora[19] le mirofore, piangendo, si affrettarono verso il tuo sepolcro. 27. * Ma apparve[20] davanti a loro[21] l’angelo dicendo: 28. * «Il tempo del pianto è finito. Non piangete, ma annunciate agli apostoli la resurrezione». 29. * Sii benedetto o Signore, insegnami i tuoi giudizi. Λίαν πρωΐ, Μυροφόροι ἔδραμον, πρὸς τὸ μνῆμά σου θρηνολογοῦσαι· ἀλλ’ ἐπέστη, πρὸς αὐτὰς ὁ Ἄγγελος, καὶ εἶπε· θρήνου ὁ καιρὸς πέπαυται, μὴ κλαίετε, τὴν Ἀνάστασιν δὲ Ἀπόστόλοις εἴπατε. Εὐλογητὸς εἶ, Κύριε, δίδαξόν με τὰ δικαιώματά σου. 30. Le mirofore vennero al tuo sepolcro con incenso[22], o Salvatore. 31. E sentirono l’angelo dire loro: 32. «Perché cercate il Vivo tra i morti[23]? Egli in quanto Dio è risorto dal sepolcro». 33. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Μυροφόροι γυναῖκες, μετὰ μύρων ἐλθοῦσαι, πρὸς τὸ μνῆμά σου, Σῶτερ ἐνηχοῦντο. Ἀγγέλου τρανῶς, πρὸς αὐτὰς φθεγγομένου· Τὶ μετὰ νεκρῶν, τὸν ζῶντα λογίζεσθε; ὡς Θεὸς γάρ, ἐξανέστη τοῦ μνήματος   Δξα Πατρί   34. * Adoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in unità sostanziale[24]. 35. * E gridiamo coi Cherubini: «Santo, Santo, Santo sei tu Signore». 36. * Adoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in unità sostanziale 37. * E gridiamo coi Cherubini: «Santo, Santo, Santo sei tu Signore». 38. * Adoriamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in unità sostanziale 39. * E gridiamo coi Cherubini: «Santo, Santo, Santo sei tu Signore».

 

40. * Ora e sempre, e nei secoli dei secoli, amen. Προσκυνοῦμεν Πατέρα, καὶ τὸν τούτου Υἱόν τε, καὶ τὸ ἅγιον Πνεῦμα, τὴν ἁγίαν Τριάδα, ἐν μιὰ τῇ οὐσία, σὺν τοις Σεραφίμ, κράζοντες τὸ Ἅγιος, Ἅγιος, Ἅγιος εἶ Κύριε. Κα νν

    41. Hai generato, o Vergine, il datore della vita. 42. E hai salvato Adamo dal peccato. 43. Hai dato ad Eva la gioia, in cambio della sua afflizione. 44. E ci hai fatto grazia della vita, e la salvezza dalla corruzione e dal cambiamento. 45. Sei diventata per noi una patrona davanti a Dio nostro Salvatore, il quale si incarnò da te. Ζωοδότην τεκοῦσα, ἐλυτρώσω Παρθένε, τόν Ἀδάμ ἁμαρτίας, χαρμονήν δέ τῇ Εὔᾳ, ἀντί λύπης παρέσχες· ρεύσαντα ζωῆς, ἴθυνε πρός ταύτην δέ, ὁ ἐκ τοῦ σαρκωθείς Θεός καί ἄνθρωπος.     λληλούϊα, Ἀλληλούϊα, Ἀλληλούϊα, Δόξα σοι ὁ Θεός (3 x).

 

[1] Anton Baumstark, Liturgie comparée , Éditions de Chevetogne, 1939, pp.107-108.

[2] Abd’al Massih, ‘The Canon of the Resurrection’, Bulletin de la Société d’Archéologie Copte, 14 (1950–57), pp. 23–35

[3] Verranno segnalate solo le differenze più significative tra il testo copto e greco.

[4] Cf. Ger 14,9 Il testo greco “noi invochiamo il tuo nome” in riferimento a Is 26,13 e manca della dossologia finale.

[5] La presenza dell’asterisco indica che il brano è cantato dal coro settentrionale. L’assenza significa che il brano è cantato dal coro meridionale.

[6] Lett. “è entrata, è venuta in”

[7] Lett. “tutte le gioie ti convengono, ti si confanno”. Questo theotokion manca in greco.

[8] Lett. “attraverso di te”. Sullo sfondo dei brani mariani, all’interno dell’inno, così come in tutti i testi liturgici copti, c’è sempre una motivazione di tipo cristologico. I testi della liturgia copta parlano sempre della Vergine Maria per parlare di Cristo e della sua salvezza. Generando l’Emmanuele, Maria ha contribuito in maniera ineguagliabile al piano di salvezza di Dio che però è stato compiuto da suo Figlio. La Chiesa copta, pur onorando grandemente la Madre di Dio – “elevata al di sopra dei Cherubini e onorata più dei Serafini”, come dice la theotokia del mercoledì, la prima in onore tra tutto il coro dei santi, la prima a essere invocata per intercedere presso Dio – tuttavia non la definisce mai co-redentrice. Ella è, invece, colei attraverso la quale il Redentore ha potuto realizzare la sua opera di redenzione e, proprio per questo, merita ogni onore, amore e venerazione in quanto Madre di Dio. Più avanti si legge: “Salve a colei che ci ha generato il Cristo nostro Dio ed egli, per mezzo della sua resurrezione, ci ha donato la vita”. Andrebbe inoltre notato che, anche nei momenti più importanti della salvezza (ad esempio la Crocifissione), la Vergine Maria viene sempre ricordata (si pensi ai tropari della sesta e nona ora).

[9] Lett.: “dolore al cuore”

[10] In copto è un imperativo, non rendibile in italiano.

[11] Poco prima si legge “per mezzo della sua Croce”.

[12] Prima è usata la parola copta, ⲁϩⲟ, poi quella greca θησαυρός. Per differenziare anche in italiano si è usato prima “tesoro” e poi “scrigno”.

[13] Metafora della verginità di Maria.

[14] Qui Brogi (La santa salmodia annuale della Chiesa copta, Centro Francescano di Studi Orientali Cristiani, Il Cairo 1962)traduce “ci siamo riempiti” seguendo erroneamente l’arabo. Il termine greco-copto qui utilizzato erapolavin, viene dal greco ἀπολαύω ed è legato al godimento e al piacere.

[15] Qui Brogi traduce erroneamente “insegnaci”. È un chiaro riferimento al Sal 118 dove si ripete più volte “insegnami” seguito da “i tuoi giudizi, i tuoi comandamenti, i tuoi decreti ecc.” Il termine copto utilizzato, ⲙⲉⲑⲙⲏⲓ, è ambivalente: può significare sia verità sia giudizi, dal momento che ⲙⲉⲑⲙⲏⲓ significa verità ma anche giustizia. È probabile che qui si calchi il greco δικαιώμα che è un termine molto frequente nel salmo 118. Brogi, traducendo, “le tue verità” traduce correttamente. Tuttavia, nel tradurre in questo modo, malgrado ci sia sullo sfondo un senso molto bello e suggestivo, si perde il richiamo salmico. Ci troviamo, infatti, di fronte alla traduzione regolare, nel salterio copto bohairico, del greco δικαιώμα che è molto frequente nel salmo 118. La CEI traduce “leggi, precetti”. Il Salterio dei LXX, secondo la traduzione di Mortari, rende “decreti”.

[16] In copto amenti, lett. “l’Occidente”. Termine comune nella letteratura religiosa egiziana antica per indicare l’oltretomba. Cristo, “l’Oriente che sorge dall’alto” (questa la traduzione letterale del verso del Benedictus, Lc 1,78) è disceso nell’ “Occidente” dell’esistenza, liberando gli uomini prigionieri degli inferi.

[17] Cf. Mt 28,3.

[18] È una delle rare volte in cui appare nella liturgia copta il termine “mirofore”, termine, invece, molto comune nella liturgia bizantina.

[19] Lett. “molto presto”

[20] Lett. “si mise diritto, si rizzò, stette ritto, stette in piedi”

[21] Cf. Lc 24,4 (vers. boh.)

[22] Nel testo greco μύρον “spezie, unguenti” da cui il termine “mirofore”.

[23] Cf. Lc 24,5.

[24] L’uso di questa terminologia, tipicamente nicena, potrebbe far datare il brano alla fine del IV secolo. Questa parte si ripete tre volte, in onore della Santa Trinità.

Related posts:

  1. Santa Trinità abbi compassione di noi! (inno copto di Avvento) Quello che segue è un inno intolato “Apahit nem palas”...
  2. Ho peccato Gesù mio Signore, ho peccato (dossologia copta della Quaresima) Dossologia “Ⲛⲉⲕⲛⲁⲓ ⲱ Ⲡⲁ⳪” (Le tue misericordie, mio Signore) per...
  3. Shashf ensop (glorificazione della Vergine secondo la tradizione copta) In occasione della festa della Dormizione della Vergine secondo il...
  4. Anok nim (‘Chi sono’ inno alla Vergine secondo la tradizione copta) In occasione della festa della Dormizione della Vergine secondo il...
  5. Atai Parthenos (‘Questa vergine’ inno alla Vergine secondo la tradizione copta) In occasione della festa della Dormizione della Vergine secondo il...
  6. Egli si è consegnato alla morte per la nostra redenzione Santo, Santo, Santo. Tu sei veramente, Signore nostro Dio. Tu...

Categories: Notizie

Sii leggero! (Macario il Grande)

Wed, 11/04/2018 - 17:39

Supponi che una casa sia divorata dal fuoco; chi vuole salvarsi, non appena si accorge dell’ incendio, fugge via nudo abbandonando tutto e, preoccupandosi soltanto della propria vita, si salva. Un altro invece vuole portare via dalla casa arredi, vestiti o qualcos’ altro; entra per prenderli e, mentre li prende, il fuoco si impadronisce della casa, avvolge anche lui che è all’ interno e lo divora tra le fiamme. Vedi come perisce nel fuoco di propria volontà per aver amato un bene temporale più di se stesso? E ancora, alcuni sorpresi sul mare da una tempesta fanno naufragio; chi, spogliatosi, si getta nell’ acqua nudo volendo salvare soltanto se stesso viene sballottato dalle onde, ma resta a galla perché libero da impedimenti, riesce ad attraversare i flutti amari e così salva la propria vita. Un altro, invece, che vuole salvare qualcosa delle sue vesti, pensa di poter nuotare e attraversare il mare con le vesti che ha preso con sé, ma queste lo appesantiscono e lo spingono in fondo al mare; perisce per un piccolo guadagno senza poter salvare la propria vita. Vedi come si è dato la morte di sua volontà.

Supponi ancora che si abbia notizia dell’ arrivo di nemici. L’ uno, non appena lo viene a sapere, fugge subito senza indugiare, andandosene via nudo; l’altro invece, non credendo all’arrivo dei nemici oppure volendo mettere in salvo alcune sue cose, decide di prenderle con sé e ritarda la fuga. Ma nel frattempo giungono i nemici, lo prendono, lo fanno prigioniero e lo portano in terra straniera ove è ridotto in schiavitù. Vedi come è trascinato in schiavitù di propria volontà a causa della sua leggerezza, della sua debolezza, del suo attaccamento alle cose?

Similmente anche quelli che non seguono i comandamenti del Signore, non rinnegano se stessi, né amano soltanto il Signore ma si lasciano volontariamente avvinghiare dai legami terreni.

Macario il Grande
Omelia 5,12-13
tratto da: Spirito e fuoco, Qiqajon, pp. 114-115

Related posts:

  1. Non fatevi spaventare dal nemico (Macario il Grande) Scrivo a voi fratelli carissimi, perché sappiate che dal giorno...
  2. Mastica il nome di Gesù (Macario il Grande) Disse abba Poemen: “Una volta ero seduto con alcuni fratelli...

Categories: Notizie

Sii leggero! (Macario il Grande)

Wed, 11/04/2018 - 17:39

Supponi che una casa sia divorata dal fuoco; chi vuole salvarsi, non appena si accorge dell’ incendio, fugge via nudo abbandonando tutto e, preoccupandosi soltanto della propria vita, si salva. Un altro invece vuole portare via dalla casa arredi, vestiti o qualcos’ altro; entra per prenderli e, mentre li prende, il fuoco si impadronisce della casa, avvolge anche lui che è all’ interno e lo divora tra le fiamme. Vedi come perisce nel fuoco di propria volontà per aver amato un bene temporale più di se stesso? E ancora, alcuni sorpresi sul mare da una tempesta fanno naufragio; chi, spogliatosi, si getta nell’ acqua nudo volendo salvare soltanto se stesso viene sballottato dalle onde, ma resta a galla perché libero da impedimenti, riesce ad attraversare i flutti amari e così salva la propria vita. Un altro, invece, che vuole salvare qualcosa delle sue vesti, pensa di poter nuotare e attraversare il mare con le vesti che ha preso con sé, ma queste lo appesantiscono e lo spingono in fondo al mare; perisce per un piccolo guadagno senza poter salvare la propria vita. Vedi come si è dato la morte di sua volontà.

Supponi ancora che si abbia notizia dell’ arrivo di nemici. L’ uno, non appena lo viene a sapere, fugge subito senza indugiare, ndandosene via nudo; l’ altro invece, non credendo all’arrivo dei nemici oppure volendo mettere in salvo alcune sue cose, decide di prenderle con sé e ritarda la fuga. Ma nel frattempo giungono i nemici, lo prendono, lo fanno prigioniero e lo portano in terra straniera ove è ridotto in schiavitù. Vedi come è trascinato in schiavitù di propria volontà a causa della sua leggerezza, della sua debolezza, del suo attaccamento alle cose? Similmente
anche quelli che non seguono i comandamenti del Signore, non rinnegano se stessi, né amano soltanto il Signore ma si lasciano volontariamente avvinghiare dai legami terreni.

Macario il Grande
Omelia 5,12-13
tratto da: Spirito e fuoco, Qiqajon, pp. 114-115

Related posts:

  1. Non fatevi spaventare dal nemico (Macario il Grande) Scrivo a voi fratelli carissimi, perché sappiate che dal giorno...
  2. Mastica il nome di Gesù (Macario il Grande) Disse abba Poemen: “Una volta ero seduto con alcuni fratelli...

Categories: Notizie

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius)

Sun, 08/04/2018 - 17:28

Gioite nel Signore (Fil 3,1)

Dopo aver posto il corpo del Signore Gesù nel sepolcro la tristezza aveva invaso l’animo dei discepoli e la disperazione si era impadronita del loro cuore. Si erano ritrovati nella camera superiore per piangere il loro scacco e per ripararsi dalla violenza degli ebrei nei loro confronti.

Mentre erano sprofondati in questa grande tristezza, il Signore Gesù stette in mezzo a loro e mostrò loro le mani e piedi annunciando loro la buona notizia della sua resurrezione dai morti quale vincitore della morte: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20).

Questa gioia del vedere il Signore e dello stare in sua compagnia l’ha sperimentata san Paolo che ha implorato i filippesi dicendo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4). La parola gioia (in greco χαρά) e il verbo relativo χαίρω si ripete più volte nella lettera ai filippesi tanto che questa lettera è stata chiamata “lettera della gioia”.

Nell’antica letteratura greca la parola gioia χαρά era legata all’emozione di felicità e di contentezza che si provava in occasione della nascita, delle nozze o, in generale, delle feste. L’espressione χαίρε era il saluto quotidiano che si usava quando ci si incontrava oppure in testa alle corrispondenze e viene solitamente tradotto con “pace”, “salute” oppure “sta’ bene”.

I filosofi greci, soprattutto gli stoici, ritenevano che le emozioni umane potessero essere suddivise in quattro tipologie: la paura, il desiderio, la tristezza e il piacere. La gioia era considerata come facente parte del piacere. Nonostante ritenessero che le emozioni fossero una reazione passiva a un agente attivo, consideravano la gioia un fenomeno salutare. La Sacra Scrittura non è in contrasto con una tale prospettiva positiva. Tuttavia essa lega sempre la gioia a Dio.

La gioia nell’Antico Testamento

Il popolo gioiva quando Dio lo liberava dai nemici (cf. 1Sam 18,6) o quando Dio gli donava la vittoria in battaglia (cf. Sal 21). La gioia che scaturisce invece dall’adorazione è diversa. Dio gioisce del suo popolo donandogli i suoi beni (cf. Deut 30,9; Sal 147,11) e il popolo risponde a questa gioia di Dio con lodi, espressioni di giubilo e canti di gioia (cf. Sal 33,11; 95,1-2). L’offerta stessa di sacrifici nel Tempio era accompagnata da sentimenti di gioia (cf. Deut 12,12) tanto che le feste religiose annuali erano definite “giorni di gioia” (cf. Num 10,10; Deut 16,11).

La gioia era espressione della relazione personale dell’uomo con Dio. L’uomo giusto trova la sua gioia nella Legge di Dio (cf. Sal 1,2; 119,14), o nella sua Parola (cf. Ger 15,16). La gioia, inoltre, è la ricompensa della fiducia riposta in Dio o dell’affidarsi a lui: “L’amore circonda chi confida nel Signore. Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!” (Sal 32,10-11).

La gioia per la venuta del Messia

I profeti dell’Antico Testamento, soprattutto i profeti del post-esilio, ritenevano che la vera gioia sarebbe stata quella per la venuta del Messia, quando avrebbe restaurato il regno davidico e trasformato il deserto in valli verdeggianti (cf. Is 12,3.6; 51,3). Quando Dio sarebbe venuto a stare in messo al suo popolo, ci sarebbe stata “gioia eterna” (Is 51,11). Ciò che i profeti avevano prospettato e sperato è divenuto realtà con la venuta del Messia, il Signore Gesù. Gli uomini hanno provato una vera gioia per la discesa di Dio in mezzo a loro: “Rallégrati, esulta, figlia di Sion,perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Oracolo del Signore.” (Zac 2,14). La gioia ha accompagnato tutta la vita del Cristo sulla terra: la gioia per la sua nascita (cf. Lc 19,6), la gioia per la sua resurrezione (cf. Mt 28,8), la gioia del suo ritorno al Padre (cf. Lc 24,52). La vita di Cristo sulla terra è stata come un banchetto di nozze: Cristo lo sposo in mezzo ai suoi discepoli, gli invitati alle nozze pieni di gioia attorno allo sposo.

La gioia è stata inoltre una peculiarità del suo insegnamento e della sua predicazione. Cristo ha paragonato il Regno dei Cieli alla gioia che sperimenta l’uomo quando trova un tesoro nascosto (cf. Mt 13,44). La salvezza di Dio assomiglia alla gioia del pastore quando trova la sua pecora smarrita (cf. Lc 15,5-7) e alla gioia di una donna che trova la moneta che aveva perso (cf. Lc 15,9-10). Ma più di tutti, questa salvezza assomiglia alla gioia che prova un padre per il ritorno del suo figlio smarrito (cf. Lc 15,32). In tutte queste occasioni i parenti e gli amici sono stati invitati a prendere parte a questa gioia. La gioia per aver ottenuto la salvezza di Dio si spande su coloro che ci circondano. Anzi, sono addirittura il cielo e gli angeli a gioire per la realizzazione della salvezza (cf. Lc 15,10).

La gioia della salvezza

Quando era con i suoi discepoli nella stanza superiore il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli la pace perfetta che non può essere tolta da loro e che non viene scalfita dalle tribolazioni (cf. Gv 15,11;16,24;17,13). Si tratta della gioia per la salvezza che avrebbero ottenuto mediante la morte e la resurrezione del Signore. Questa gioia perfetta o vera è l’oggetto di tutto il Nuovo Testamento: la gioia per la persona del Signore Gesù Cristo “che voi amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8); la gioia per il fatto che i nostri nomi sono scritti in cielo (cf. Lc 10,20); la gioia per l’invito alle nozze dell’Agnello (cf. 19,7); la gioia che proveremo quando sentiremo la voce del Signore che dice: “Bene, servo buono e fedele … prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21). Questa gioia la vediamo realizzata nella Chiesa primitiva come ci raccontano gli Atti degli Apostoli. I samaritani, infatti, gioirono enormemente quando cedettero al messaggio della salvezza (cf. At 8,8); il funzionario etiope andò via gioioso quando ricevette il battesimo per mano del diacono Filippo (cf. At 8,39); gli antiocheni gioirono e glorificarono Dio quando san Paolo Apostolo portò loro il messaggio della salvezza (cf. At 13,48).

La gioia nelle persecuzioni

Ma i primi cristiani vissero anche un altro tipo di gioia: la gioia nelle tribolazioni. Il Signore Gesù ha detto beati coloro che subiscono persecuzioni a causa della giustizia e ha comandato a costoro di gioire perché la loro ricompensa è grande nei cieli (cf. Mt 5,11-12). Così gli Apostoli hanno ottenuto questa beatitudine quando sono stati fustigati dai loro connazionali a causa della predicazione cristiana: “Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” (At 5,41).

Nella lettera agli ebrei i cristiani sperimentano la gioia quando vengono derubati dei loro averi sapendo che nei cieli possiedono beni migliori e duraturi (cf. Eb 10,34). San Pietro raccomanda ai cristiani di rallegrarsi quando soffrono partecipando alle sofferenze di Cristo così da poter esultare nella rivelazione della sua gloria (cf. 1Pt 4,12-14). San Giacomo afferma addirittura che il subire le prove porta a “perfetta letizia” (Giac 1,2).

San Paolo è colui che più di tutti ha affermato questo paradosso della gioia nella sofferenza. Riteneva che le sue sofferenze fossero una partecipazione a quelle di Cristo: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne” (Col 1,24). Le sue sofferenze gli ricordavano sempre la grazia del Signore vale a dire la potenza di Cristo che operava nella sua debolezza: “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9). La parola grazia χάρις è legata strettamente alla parola gioia χαρά. La grazia di Cristo è il dono che trasforma le nostre sofferenze in gioia e che ci permette di sperimentare la perfetta letizia anche nelle tribolazioni e nelle difficoltà più dure.

Nella lettera gioiosa che san Paolo invia ai filippesi e nella quale li invita a gioire sempre, lo vediamo chiaramente. Paolo soffriva dei falsi fratelli che “pensano di accrescere dolore alle mie catene” (Fil 1,17). Malgrado ciò egli dice: “Io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene” (Fil 1,18). Poi, quando fu gettato in carcere, mentre era in attesa del processo senza sapere se sarebbe stato rilasciato o se sarebbe stato giustiziato, dice: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4). Inoltre la chiesa a Filippi era divisa e l’unità della Chiesa era in pericolo. Dal momento che la Chiesa era divisa lo Spirito Santo, poiché è Spirito di unità, aveva smesso di agire in mezzo alla comunità. Di conseguenza, uno dei suoi frutti, cioè la gioia (cf. Gal 5,22), era venuto a mancare nella comunità. Perciò san Paolo supplica i filippesi dicendo: “Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,2). La gioia che ha in mente san Paolo in tutte queste situazioni è la vera gioia che è nel Signore Gesù: “Siate lieti nel Signore” (Fil 3,1).

La gioia vera è frutto della resurrezione di Cristo

Questa gioia sperimentata dai primi cristiani nella quale vive la Chiesa fino ad oggi nonostante le sofferenze, le tribolazioni e le persecuzioni che subisce era il frutto della resurrezione del Signore dai morti. Egli aveva assunto in lui tutte le debolezze e le emozioni umane, quali tristezza, angoscia, dolore, inimicizia, e le aveva trasformate a nostro vantaggio in amore, gioia, pace, mitezza, pazienza. Perciò nell’inno della Resurrezione[1] la Chiesa fa appello ai suoi figli dicendo:

Venite tutti voi fedeli ad adorare la resurrezione di Cristo. Poiché per mezzo della sua Croce la gioia ha invaso[2] il mondo intero

Rivolgendosi alla Vergine Maria dice:

Hai generato, o Vergine, il datore della vita. E hai salvato Adamo dal peccato. Hai dato ad Eva la gioia, in cambio della sua afflizione. E ci hai fatto grazia della vita, e la salvezza dalla corruzione e dal cambiamento.

Poi si rivolge alle Marie che stettero presso il sepolcro:

Il tempo del pianto è finito. Non piangete, ma annunciate agli apostoli la resurrezione

L’incarnazione del Signore è stato il momento in cui la vera gioia è entrata nel mondo e questa gioia è stata portata a perfezione il giorno della sua risurrezione dai morti.

San Gregorio Taumaturgo canta in occasione della festa dell’Annunciazione:

Oggi canti di lode vengono intonati gioiosamente dal coro degli angeli:
la luce dell’avvento di Cristo brilla sui credenti.
Oggi è per noi la primavera gioiosa, Cristo, Sole di giustizia,
che ha illuminato con la sua luce radiosa ciò che ci circonda
rischiarando le menti dei credenti.
Oggi Adamo è stato ricreato,
e sussulta nel coro degli angeli
diretto verso il Cielo.
Oggi tutta la terra è stata colmata di gioia,
dal momento che lo Spirito Santo è venuto ad abitare negli uomini.
Oggi la grazia di Dio e la speranza dell’invisibile brilla mediante le meraviglie che trascendono l’immaginazione
e rivela a noi chiaramente il mistero che era stato celato dall’eternità…
Oggi si è compiuta la parola di Davide:
“Si rallegrino i cieli ed esulti la terra,
sia scosso il mare e quanto contiene;
gioiscano i campi ed esulteranno tutti gli alberi del bosco
davanti al volto del Signore, perché viene” (Sal 95,11-12 LXX)[3]

San Cirillo il Grande commenta le parole che il Signore ha rivolto alle Marie dopo la risurrezione “Pace a voi χαίρετε (cioè gioite!)” (Mt 28,9) dicendo:

Le donne, avendo conosciuto il mistero della voce degli angeli, corsero a riferire queste cose ai discepoli. Poiché infatti era giusto che questa grazia, sebbene così meravigliosa, fosse donata alle donne. La donna, invero, che in passato fu serva della morte è ora liberata dalla sua colpa facendosi serva della voce dei santi angeli ed essendo la prima a sapere e a riferire il glorioso mistero della resurrezione. Il genere femminile ha ottenuto, dunque, sia l’assoluzione dall’onta che il rovesciamento della maledizione. Poiché colui che in passato ha detto alle donne “Con dolore partorirai figli” (Gn 3,16) le ha ora liberate dalla loro sventura quando, avendole incontrate nel giardino, come un altro evangelista riferisce, disse loro: “Gioite” (Mt 28,9)[4].

[1] Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ “Contempliamo”, inno della Resurrezione della Santa Salmodia della Chiesa copta ortodossa.

[2] Lett. “è entrata, è venuta in”

[3] PG10,1145-1156.

[4] PG72,941-942.

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo da: مفاهيم إنجيلية, pp. 211-219

Related posts:

  1. Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario) Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo...
  2. Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius) Dal momento in cui sono entrato al monastero di san...

Categories: Notizie

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius)

Sun, 08/04/2018 - 17:28

Gioite nel Signore (Fil 3,1)

Dopo aver posto il corpo del Signore Gesù nel sepolcro la tristezza aveva invaso l’animo dei discepoli e la disperazione si era impadronita del loro cuore. Si erano ritrovati nella camera superiore per piangere il loro scacco e per ripararsi dalla violenza degli ebrei nei loro confronti.

Mentre erano sprofondati in questa grande tristezza, il Signore Gesù stette in mezzo a loro e mostrò loro le mani e piedi annunciando loro la buona notizia della sua resurrezione dai morti quale vincitore della morte: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20).

Questa gioia del vedere il Signore e dello stare in sua compagnia l’ha sperimentata san Paolo che ha implorato i filippesi dicendo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4). La parola gioia (in greco χαρά) e il verbo relativo χαίρω si ripete più volte nella lettera ai filippesi tanto che questa lettera è stata chiamata “lettera della gioia”.

Nell’antica letteratura greca la parola gioia χαρά era legata all’emozione di felicità e di contentezza che si provava in occasione della nascita, delle nozze o, in generale, delle feste. L’espressione χαίρε era il saluto quotidiano che si usava quando ci si incontrava oppure in testa alle corrispondenze e viene solitamente tradotto con “pace”, “salute” oppure “sta’ bene”.

I filosofi greci, soprattutto gli stoici, ritenevano che le emozioni umane potessero essere suddivise in quattro tipologie: la paura, il desiderio, la tristezza e il piacere. La gioia era considerata come facente parte del piacere. Nonostante ritenessero che le emozioni fossero una reazione passiva a un agente attivo, consideravano la gioia un fenomeno salutare. La Sacra Scrittura non è in contrasto con una tale prospettiva positiva. Tuttavia essa lega sempre la gioia a Dio.

La gioia nell’Antico Testamento

Il popolo gioiva quando Dio lo liberava dai nemici (cf. 1Sam 18,6) o quando Dio gli donava la vittoria in battaglia (cf. Sal 21). La gioia che scaturisce invece dall’adorazione è diversa. Dio gioisce del suo popolo donandogli i suoi beni (cf. Deut 30,9; Sal 147,11) e il popolo risponde a questa gioia di Dio con lodi, espressioni di giubilo e canti di gioia (cf. Sal 33,11; 95,1-2). L’offerta stessa di sacrifici nel Tempio era accompagnata da sentimenti di gioia (cf. Deut 12,12) tanto che le feste religiose annuali erano definite “giorni di gioia” (cf. Num 10,10; Deut 16,11).

La gioia era espressione della relazione personale dell’uomo con Dio. L’uomo giusto trova la sua gioia nella Legge di Dio (cf. Sal 1,2; 119,14), o nella sua Parola (cf. Ger 15,16). La gioia, inoltre, è la ricompensa della fiducia riposta in Dio o dell’affidarsi a lui: “L’amore circonda chi confida nel Signore. Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!” (Sal 32,10-11).

La gioia per la venuta del Messia

I profeti dell’Antico Testamento, soprattutto i profeti del post-esilio, ritenevano che la vera gioia sarebbe stata quella per la venuta del Messia, quando avrebbe restaurato il regno davidico e trasformato il deserto in valli verdeggianti (cf. Is 12,3.6; 51,3). Quando Dio sarebbe venuto a stare in messo al suo popolo, ci sarebbe stata “gioia eterna” (Is 51,11). Ciò che i profeti avevano prospettato e sperato è divenuto realtà con la venuta del Messia, il Signore Gesù. Gli uomini hanno provato una vera gioia per la discesa di Dio in mezzo a loro: “Rallégrati, esulta, figlia di Sion,perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Oracolo del Signore.” (Zac 2,14). La gioia ha accompagnato tutta la vita del Cristo sulla terra: la gioia per la sua nascita (cf. Lc 19,6), la gioia per la sua resurrezione (cf. Mt 28,8), la gioia del suo ritorno al Padre (cf. Lc 24,52). La vita di Cristo sulla terra è stata come un banchetto di nozze: Cristo lo sposo in mezzo ai suoi discepoli, gli invitati alle nozze pieni di gioia attorno allo sposo.

La gioia è stata inoltre una peculiarità del suo insegnamento e della sua predicazione. Cristo ha paragonato il Regno dei Cieli alla gioia che sperimenta l’uomo quando trova un tesoro nascosto (cf. Mt 13,44). La salvezza di Dio assomiglia alla gioia del pastore quando trova la sua pecora smarrita (cf. Lc 15,5-7) e alla gioia di una donna che trova la moneta che aveva perso (cf. Lc 15,9-10). Ma più di tutti, questa salvezza assomiglia alla gioia che prova un padre per il ritorno del suo figlio smarrito (cf. Lc 15,32). In tutte queste occasioni i parenti e gli amici sono stati invitati a prendere parte a questa gioia. La gioia per aver ottenuto la salvezza di Dio si spande su coloro che ci circondano. Anzi, sono addirittura il cielo e gli angeli a gioire per la realizzazione della salvezza (cf. Lc 15,10).

La gioia della salvezza

Quando era con i suoi discepoli nella stanza superiore il Signore Gesù ha promesso ai suoi discepoli la pace perfetta che non può essere tolta da loro e che non viene scalfita dalle tribolazioni (cf. Gv 15,11;16,24;17,13). Si tratta della gioia per la salvezza che avrebbero ottenuto mediante la morte e la resurrezione del Signore. Questa gioia perfetta o vera è l’oggetto di tutto il Nuovo Testamento: la gioia per la persona del Signore Gesù Cristo “che voi amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8); la gioia per il fatto che i nostri nomi sono scritti in cielo (cf. Lc 10,20); la gioia per l’invito alle nozze dell’Agnello (cf. 19,7); la gioia che proveremo quando sentiremo la voce del Signore che dice: “Bene, servo buono e fedele … prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21). Questa gioia la vediamo realizzata nella Chiesa primitiva come ci raccontano gli Atti degli Apostoli. I samaritani, infatti, gioirono enormemente quando cedettero al messaggio della salvezza (cf. At 8,8); il funzionario etiope andò via gioioso quando ricevette il battesimo per mano del diacono Filippo (cf. At 8,39); gli antiocheni gioirono e glorificarono Dio quando san Paolo Apostolo portò loro il messaggio della salvezza (cf. At 13,48).

La gioia nelle persecuzioni

Ma i primi cristiani vissero anche un altro tipo di gioia: la gioia nelle tribolazioni. Il Signore Gesù ha detto beati coloro che subiscono persecuzioni a causa della giustizia e ha comandato a costoro di gioire perché la loro ricompensa è grande nei cieli (cf. Mt 5,11-12). Così gli Apostoli hanno ottenuto questa beatitudine quando sono stati fustigati dai loro connazionali a causa della predicazione cristiana: “Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” (At 5,41).

Nella lettera agli ebrei i cristiani sperimentano la gioia quando vengono derubati dei loro averi sapendo che nei cieli possiedono beni migliori e duraturi (cf. Eb 10,34). San Pietro raccomanda ai cristiani di rallegrarsi quando soffrono partecipando alle sofferenze di Cristo così da poter esultare nella rivelazione della sua gloria (cf. 1Pt 4,12-14). San Giacomo afferma addirittura che il subire le prove porta a “perfetta letizia” (Giac 1,2).

San Paolo è colui che più di tutti ha affermato questo paradosso della gioia nella sofferenza. Riteneva che le sue sofferenze fossero una partecipazione a quelle di Cristo: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne” (Col 1,24). Le sue sofferenze gli ricordavano sempre la grazia del Signore vale a dire la potenza di Cristo che operava nella sua debolezza: “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9). La parola grazia χάρις è legata strettamente alla parola gioia χαρά. La grazia di Cristo è il dono che trasforma le nostre sofferenze in gioia e che ci permette di sperimentare la perfetta letizia anche nelle tribolazioni e nelle difficoltà più dure.

Nella lettera gioiosa che san Paolo invia ai filippesi e nella quale li invita a gioire sempre, lo vediamo chiaramente. Paolo soffriva dei falsi fratelli che “pensano di accrescere dolore alle mie catene” (Fil 1,17). Malgrado ciò egli dice: “Io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene” (Fil 1,18). Poi, quando fu gettato in carcere, mentre era in attesa del processo senza sapere se sarebbe stato rilasciato o se sarebbe stato giustiziato, dice: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Fil 4,4). Inoltre la chiesa a Filippi era divisa e l’unità della Chiesa era in pericolo. Dal momento che la Chiesa era divisa lo Spirito Santo, poiché è Spirito di unità, aveva smesso di agire in mezzo alla comunità. Di conseguenza, uno dei suoi frutti, cioè la gioia (cf. Gal 5,22), era venuto a mancare nella comunità. Perciò san Paolo supplica i filippesi dicendo: “Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,2). La gioia che ha in mente san Paolo in tutte queste situazioni è la vera gioia che è nel Signore Gesù: “Siate lieti nel Signore” (Fil 3,1).

La gioia vera è frutto della resurrezione di Cristo

Questa gioia sperimentata dai primi cristiani nella quale vive la Chiesa fino ad oggi nonostante le sofferenze, le tribolazioni e le persecuzioni che subisce era il frutto della resurrezione del Signore dai morti. Egli aveva assunto in lui tutte le debolezze e le emozioni umane, quali tristezza, angoscia, dolore, inimicizia, e le aveva trasformate a nostro vantaggio in amore, gioia, pace, mitezza, pazienza. Perciò nell’inno della Resurrezione[1] la Chiesa fa appello ai suoi figli dicendo:

Venite tutti voi fedeli ad adorare la resurrezione di Cristo. Poiché per mezzo della sua Croce la gioia ha invaso[2] il mondo intero

Rivolgendosi alla Vergine Maria dice:

Hai generato, o Vergine, il datore della vita. E hai salvato Adamo dal peccato. Hai dato ad Eva la gioia, in cambio della sua afflizione. E ci hai fatto grazia della vita, e la salvezza dalla corruzione e dal cambiamento.

Poi si rivolge alle Marie che stettero presso il sepolcro:

Il tempo del pianto è finito. Non piangete, ma annunciate agli apostoli la resurrezione

L’incarnazione del Signore è stato il momento in cui la vera gioia è entrata nel mondo e questa gioia è stata portata a perfezione il giorno della sua risurrezione dai morti.

San Gregorio Taumaturgo canta in occasione della festa dell’Annunciazione:

Oggi canti di lode vengono intonati gioiosamente dal coro degli angeli:
la luce dell’avvento di Cristo brilla sui credenti.
Oggi è per noi la primavera gioiosa, Cristo, Sole di giustizia,
che ha illuminato con la sua luce radiosa ciò che ci circonda
rischiarando le menti dei credenti.
Oggi Adamo è stato ricreato,
e sussulta nel coro degli angeli
diretto verso il Cielo.
Oggi tutta la terra è stata colmata di gioia,
dal momento che lo Spirito Santo è venuto ad abitare negli uomini.
Oggi la grazia di Dio e la speranza dell’invisibile brilla mediante le meraviglie che trascendono l’immaginazione
e rivela a noi chiaramente il mistero che era stato celato dall’eternità…
Oggi si è compiuta la parola di Davide:
“Si rallegrino i cieli ed esulti la terra,
sia scosso il mare e quanto contiene;
gioiscano i campi ed esulteranno tutti gli alberi del bosco
davanti al volto del Signore, perché viene” (Sal 95,11-12 LXX)[3]

San Cirillo il Grande commenta le parole che il Signore ha rivolto alle Marie dopo la risurrezione “Pace a voi χαίρετε (cioè gioite!)” (Mt 28,9) dicendo:

Le donne, avendo conosciuto il mistero della voce degli angeli, corsero a riferire queste cose ai discepoli. Poiché infatti era giusto che questa grazia, sebbene così meravigliosa, fosse donata alle donne. Colei, invero, che in passato fu serva della morte è ora liberata dalla sua colpa facendosi serva la voce dei santi angeli ed essendo la prima a sapere e a riferire il glorioso mistero della resurrezione. Il genere femminile ha ottenuto, dunque, sia l’assoluzione dall’onta che il rovesciamento della maledizione. Poiché colui che in passato ha detto alle donne “Con dolore partorirai figli” (Gn 3,16) le ha ora liberate dalla loro sventura quando, avendole incontrate nel giardino, come un altro evangelista riferisce, disse loro: “Gioite” (Mt 28,9)[4].

 

[1] Ⲧⲉⲛⲛⲁⲩ “Contempliamo”, inno della Resurrezione della Santa Salmodia della Chiesa copta ortodossa.

[2] Lett. “è entrata, è venuta in”

[3] PG10,1145-1156.

[4] PG72,941-942.

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo da: مفاهيم إنجيلية, pp. 211-219

Related posts:

  1. Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario) Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo...
  2. Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius) Dal momento in cui sono entrato al monastero di san...

Categories: Notizie

Che cosa c’entra il comandamento dell’amore con la Quaresima?

Sat, 17/03/2018 - 08:02

A poco più di due settimane dalla fine della Quaresima e a due giorni dalla festa della Croce, la Chiesa copta chiede ai fedeli di meditare sul brano evangelico del “primo comandamento”. Si tratta del vangelo del mattutino del venerdì della V settimana di Quaresima.

Il brano in questione è tratto dal Vangelo secondo Marco:

28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui;33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Mc 12,28-34).

È interessante notare che, dopo una serie di vangeli tipicamente quaresimali che parlano di digiuno, di preghiera, di elemosina e di guarigioni tramite esorcismi, la Chiesa offra un brano apparentemente “poco” quaresimale. Che cosa c’entra questo vangelo in mezzo agli altri? E perché proprio ora?

La Chiesa ci invita a esaminare il cammino quaresimale percorso sinora. A che cosa ha portato tutta la fatica del digiuno, della veglia e della preghiera? Abbiamo semplicemente sostituito un cibo con un altro, magari soffermandoci a guardare meticolosamente l’etichetta degli ingredienti quando abbiamo fatto acquisti al supermercato per scovare eventuali intrusi di origine animale? Oppure abbiamo capito lo scopo profondo di questo periodo di penitenza e di conversione? Pensiamo forse che la Quaresima sia soltanto saltare la colazione e magari il pranzo oppure c’è una posta in gioco molto più alta che ci è sfuggita? Abbiamo digiunato anche dal male oppure ci siamo svuotati gli stomaci ma abbiamo divorato i nostri fratelli? In questo senso, questo brano rappresenta un banco di prova terribile per tutti noi.

Nell’introduzione al libro “Ritrovare la strada” di Matta el Meskin si legge:

Lo scopo di qualsiasi trasformazione cristiana e di qualunque pratica atta a realizzarla è sempre quello di crescere nell’amore e nell’umiltà per diventare più simili a Cristo fino ad avvicinarci alla misura della sua pienezza (cf. Ef 4,13). 1Cor 13, il cosiddetto “inno all’amore”, avverte che anche se fossimo capaci di torturare il nostro corpo dandolo alle fiamme ma perdessimo di mira l’amore sprecheremmo energie per nulla e mancheremmo il vero scopo (cf. 1Cor 13,3). Tutto deve essere convogliato verso l’intenerimento del cuore per combattere la sclerocardia (l’indurimento del cuore), forse la malattia spirituale più grave, in cui l’ego si trincera in se stesso chiudendo tutti i canali di comunione. Il digiuno, mostrandoci continuamente i nostri limiti, è utile a insegnarci l’umiltà. Se porta all’orgoglio è sintomo che è diventato fine a se stesso e va subito interrotto, pena l’azzeramento di ogni beneficio spirituale. Un digiuno farisaico (“Io digiuno due volte a settimana!”, Lc 18,12) che genera in noi il giudizio degli altri che non digiunano come noi sarebbe il pervertimento del fine per cui esso viene praticato. L’ascesi deve essere praticata per amore e in vista dell’amore. Addirittura, i padri – e in questo Matta el Meskin non fa eccezione – ci dicono chiaramente che l’ascesi deve essere messa da parte laddove contraddice l’amore e la comunione con gli altri.

Eccoci al punto cruciale. La Quaresima deve avere come obiettivo non l’ascesi per l’ascesi ma l’amore. Siamo stati capaci di sperimentare su di noi l’amore di Dio e di trasmetterlo, anche solo un poco, agli altri? Ci siamo nutriti alla Parola di Dio e all’Eucarestia? Ci siamo lasciati cambiare?

Scrive Matta el Meskin:

Il digiuno è un’esperienza nella quale la persona entra in lotta con l’ego ed è una palestra nella quale l’ego è messo di fronte all’abbandono e a forme di resistenza da parte nostra. Per questo il digiuno è, prima di tutto, un atto d’amore, parte integrante dell’esperienza della croce e fa accedere ad essa in maniera sensibile. Lo Spirito Santo acquisisce forza in noi se ci lasciamo accompagnare verso il deserto del digiuno per affrontare la morte parziale del nostro ego sull’esempio dell’agnello che viene condotto al macello (cf. Is 53,7). Il segreto della vitalità dello Spirito in noi consiste nel riuscire a vedere nell’amore immolato l’esperienza primaria che ci permette di percorre fino alla fine la via della croce (Matta el Meskin, Ritrovare la strada, Qiqajon, pp. 177-178).

L’ascesi è semplicemente uno strumento ma non il fine a cui mira la Quaresima. Non è un caso che proprio il giorno prima, giovedì della V settimana, il brano dell’Apostolo letto nella liturgia è 1Cor 13: “Se consegnassi il mio corpo alle fiamme, ma non avessi l’amore, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,3). È come se la Chiesa ci avvertisse poco per volta, con la gradualità e la saggezza di una provetta maestra di vita, di fare attenzione: “Attenzione: se pensi di aver fatto qualcosa con il tuo digiuno, ma non sei avanzato nemmeno di un centimetro nel cammino dell’amore, non hai centrato l’obiettivo”.

Non è un caso neanche che a seguire questi due brani (1Cor 13 e Mc 12,28-34) è la festa della Croce. La Chiesa ci permette di meditare con calma, prima dell’ingresso nella Settimana santa, il mistero della Croce che è mistero d’amore: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13), “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

Ecco, dunque, che il Vangelo ci interroga: quanto siamo distanti dalla Croce? O, per dirla con le parole del Vangelo di Marco, quanto siamo “lontani dal Regno di Dio”? Quanto la nostra ascesi ha mortificato il nostro io orgoglioso, filautico, centrato e chiuso su di sé? Quanto siamo morti a noi stessi finora? Fino a quando rinvieremo? Tra poco osanneremo Gesù che entra a Gerusalemme: saremo capaci di seguirlo fino alla Croce? “Potete bere il calice che io sto per bere?” (Mt 20,22)

Macariensis

Related posts:

  1. “Convertitevi” Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti (Matta el Meskin) A pochi giorni dall’inizio della Quaresima (Chiesa ortodossa copta 12...
  2. Quaresima, stagione del ritorno dell’anima al suo riposo (Matta el Meskin) La Quaresima è la stagione del ritorno dell’anima al luogo...
  3. La Legge e la Grazia (dall’epistolario di Padre Filemone al-Maqari) (4) Amato da Dio, non dirmi che ti sei arrabbiato per...
  4. L’unione di amore tra l’uomo e Dio mediante la preghiera Innanzitutto bisogna capire che è dovere di tutti i cristiani...
  5. Lo Spirito è invincibile (Matta el Meskin) Quella che segue è un’intervista accordata da padre Matta el...
  6. La bella prostituta pentita, il principe, il castello e i vecchi amanti (Giovanni Nano) Parlando dell’anima che vuole convertirsi, l’anziano [abba Giovanni Nano] disse...

Categories: Notizie

Che cosa c’entra il comandamento dell’amore con la Quaresima?

Sat, 17/03/2018 - 08:02

A poco più di due settimane dalla fine della Quaresima e a due giorni dalla festa della Croce, la Chiesa copta chiede ai fedeli di meditare sul brano evangelico del “primo comandamento”. Si tratta del vangelo del mattutino del venerdì della V settimana di Quaresima.

Il brano in questione è tratto dal Vangelo secondo Marco:

28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui;33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Mc 12,28-34).

È interessante notare che, dopo una serie di vangeli tipicamente quaresimali che parlano di digiuno, di preghiera, di elemosina e di guarigioni tramite esorcismi, la Chiesa offra un brano apparentemente “poco” quaresimale. Che cosa c’entra questo vangelo in mezzo agli altri? E perché proprio ora?

La Chiesa ci invita a esaminare il cammino quaresimale percorso sinora. A che cosa ha portato tutta la fatica del digiuno, della veglia e della preghiera? Abbiamo semplicemente sostituito un cibo con un altro, magari soffermandoci a guardare meticolosamente l’etichetta degli ingredienti quando abbiamo fatto acquisti al supermercato per scovare eventuali intrusi di origine animale? Oppure abbiamo capito lo scopo profondo di questo periodo di penitenza e di conversione? Pensiamo forse che la Quaresima sia soltanto saltare la colazione e magari il pranzo oppure c’è una posta in gioco molto più alta che ci è sfuggita? Abbiamo digiunato anche dal male oppure ci siamo svuotati gli stomaci ma abbiamo divorato i nostri fratelli? In questo senso, questo brano rappresenta un banco di prova terribile per tutti noi.

Nell’introduzione al libro “Ritrovare la strada” di Matta el Meskin si legge:

Lo scopo di qualsiasi trasformazione cristiana e di qualunque pratica atta a realizzarla è sempre quello di crescere nell’amore e nell’umiltà per diventare più simili a Cristo fino ad avvicinarci alla misura della sua pienezza (cf. Ef 4,13). 1Cor 13, il cosiddetto “inno all’amore”, avverte che anche se fossimo capaci di torturare il nostro corpo dandolo alle fiamme ma perdessimo di mira l’amore sprecheremmo energie per nulla e mancheremmo il vero scopo (cf. 1Cor 13,3). Tutto deve essere convogliato verso l’intenerimento del cuore per combattere la sclerocardia (l’indurimento del cuore), forse la malattia spirituale più grave, in cui l’ego si trincera in se stesso chiudendo tutti i canali di comunione. Il digiuno, mostrandoci continuamente i nostri limiti, è utile a insegnarci l’umiltà. Se porta all’orgoglio è sintomo che è diventato fine a se stesso e va subito interrotto, pena l’azzeramento di ogni beneficio spirituale. Un digiuno farisaico (“Io digiuno due volte a settimana!”, Lc 18,12) che genera in noi il giudizio degli altri che non digiunano come noi sarebbe il pervertimento del fine per cui esso viene praticato. L’ascesi deve essere praticata per amore e in vista dell’amore. Addirittura, i padri – e in questo Matta el Meskin non fa eccezione – ci dicono chiaramente che l’ascesi deve essere messa da parte laddove contraddice l’amore e la comunione con gli altri.

Eccoci al punto cruciale. La Quaresima deve avere come obiettivo non l’ascesi per l’ascesi ma l’amore. Siamo stati capaci di sperimentare su di noi l’amore di Dio e di trasmetterlo, anche solo un poco, agli altri? Ci siamo nutriti alla Parola di Dio e all’Eucarestia? Ci siamo lasciati cambiare?

Scrive Matta el Meskin:

Il digiuno è un’esperienza nella quale la persona entra in lotta con l’ego ed è una palestra nella quale l’ego è messo di fronte all’abbandono e a forme di resistenza da parte nostra. Per questo il digiuno è, prima di tutto, un atto d’amore, parte integrante dell’esperienza della croce e fa accedere ad essa in maniera sensibile. Lo Spirito Santo acquisisce forza in noi se ci lasciamo accompagnare verso il deserto del digiuno per affrontare la morte parziale del nostro ego sull’esempio dell’agnello che viene condotto al macello (cf. Is 53,7). Il segreto della vitalità dello Spirito in noi consiste nel riuscire a vedere nell’amore immolato l’esperienza primaria che ci permette di percorre fino alla fine la via della croce (Matta el Meskin, Ritrovare la strada, Qiqajon, pp. 177-178).

L’ascesi è semplicemente uno strumento ma non il fine a cui mira la Quaresima. Non è un caso che proprio il giorno prima, giovedì della V settimana, il brano dell’Apostolo letto nella liturgia è 1Cor 13: “Se consegnassi il mio corpo alle fiamme, ma non avessi l’amore, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,3). È come se la Chiesa ci avvertisse poco per volta, con la gradualità e la saggezza di una provetta maestra di vita, di fare attenzione: “Attenzione: se pensi di aver fatto qualcosa con il tuo digiuno, ma non sei avanzato nemmeno di un centimetro nel cammino dell’amore, non hai centrato l’obiettivo”.

Non a caso a seguire questi due brani (1Cor 13 e Mc 12,28-34) è la festa della Croce. La Chiesa ci permette di meditare con calma, prima dell’ingresso nella Settimana santa, il mistero della Croce che è mistero d’amore: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13), “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

Quanto siamo distanti dalla Croce? O, per dirla con le parole del Vangelo di Marco, quanto siamo “lontani dal Regno di Dio”? Quanto la nostra ascesi ha mortificato il nostro io orgoglioso, filautico, centrato e chiuso su di sé? Quanto siamo morti a noi stessi finora? Fino a quando rinvieremo? Tra poco osanneremo Gesù che entra a Gerusalemme: saremo capaci di seguirlo fin sotto la Croce?

Macariensis

Related posts:

  1. “Convertitevi” Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti (Matta el Meskin) A pochi giorni dall’inizio della Quaresima (Chiesa ortodossa copta 12...
  2. Quaresima, stagione del ritorno dell’anima al suo riposo (Matta el Meskin) La Quaresima è la stagione del ritorno dell’anima al luogo...
  3. La Legge e la Grazia (dall’epistolario di Padre Filemone al-Maqari) (4) Amato da Dio, non dirmi che ti sei arrabbiato per...
  4. L’unione di amore tra l’uomo e Dio mediante la preghiera Innanzitutto bisogna capire che è dovere di tutti i cristiani...
  5. Lo Spirito è invincibile (Matta el Meskin) Quella che segue è un’intervista accordata da padre Matta el...
  6. La bella prostituta pentita, il principe, il castello e i vecchi amanti (Giovanni Nano) Parlando dell’anima che vuole convertirsi, l’anziano [abba Giovanni Nano] disse...

Categories: Notizie

Cerchiamo prima di tutto di acquisire l’amore (Matta el Meskin)

Wed, 07/03/2018 - 19:23

Ho trascorso tutta la mia vita praticando la verità con i fratelli, con la chiesa, con le persone, con il mondo intero. Ma così facendo mi mettevo alle spalle l’amore. Soltanto quest’anno, mi sono accorto di essere giunto a una situazione pericolosa, al punto estremo a cui può giungere la verità, a un punto superato il quale sarei soltanto indietreggiato, mandando in fumo l’esperienza di una vita. L’amore deve prevalere […] Voi mi direte: “Ma come è possibile?! Cristo, Cristo ha detto ‘Io sono la verità’, ‘Io vi ho detto la verità’”. Vi dico: la più grande opera compiuta da Cristo è la sua crocifissione. È stato crocifisso per la verità o per amore? Se per la verità, si sarebbe difeso. Eppure non si è difeso e ci ha mostrato il suo amore facendosi crocifiggere per noi nell’ingiustizia, nell’umiliazione. È questa la nostra vita. Vuoi vivere come Cristo? Puoi scegliere: ti puoi difendere e dimostrare la tua innocenza e così non sarai crocifisso. Oppure puoi non difenderti, accettare di essere umiliato per amore di Cristo e, dunque, essere crocifisso.

L’apostolo Paolo ha parlato di persone che potevano salvarsi ma hanno rifiutato la salvezza per ottenerne una migliore (cf. Eb 11,35). È una questione di estrema precisione ed è per il fatto che voi tutti abbiate protestato rumorosamente che ci troviamo tutti in quest’ipocrisia. Non siamo stati capaci di fare dell’amore il nostro rifugio, la nostra fortezza in cui sentirci protetti. Ci siamo sempre nascosti nella verità e la verità viene distorta di fronte a noi senza accorgercene con falsità e umori personali. Diciamo: “Questa è la verità”. E invece non lo è. Ve lo dico: in questo siamo tutti manchevoli. Dobbiamo farci un esame di coscienza perché mentre pensiamo di purificare l’amore con la verità, di purificarlo con gli obblighi, con l’interesse della collettività e dei singoli, in realtà non ci rendiamo conto che l’amore stesso è capace di purificare te e la via che tu stai percorrendo! Ti sembra che se pratichi l’amore ci perderai. Eppure è impossibile perché l’amore per natura “non avrà mai fine” (cf. 1Cor 13,8). È impossibile che se pratichi l’amore in una data situazione poi ci perdi tu o altri. Non posso guidarvi io. Posso soltanto spiegarvi ciò che è successo in me e sarà lo Spirito a guidare ognuno di voi perché sono incapace di farvi sperimentare l’amore. Io stesso vado ancora a tentoni come vi ho detto. Io cerco ancora di cambiare e, per me, è come scuoiarmi vivo.

Operazione ardua ed estremamente complessa purificare l’amore mediante la verità […] Sarà l’amore a farmi stare a galla e farmi giungere all’altra riva. Tutta la vita starò a galla a malapena. L’amore ha ali di fuoco. Mi impedisce di affondare e mi trasporta da una riva all’altra. Vi ho detto che se il mondo, la gente, i malvagi, Satana riuscissero a farmi precipitare all’inferno, l’amore a cui mi sono aggrappato, come dicono i santi, mi innalzerà in cielo. Al contrario se ci aggrappiamo alla verità, ai principi, alle regole, ai doveri non sapremo mai se stiamo davvero difendendo la verità oppure è l’egoismo che è in noi ad agire. I principi che proclamiamo, a cui ci aggrappiamo, sono verità oppure sono degli umori, delle idee del tutto personali? Non si sa. Ma l’amore, se vi aggrappate a essa, non potete dire che è egoismo perché l’amore è nemica dell’ego. Se afferrerai l’amore calpesterai il tuo ego, lo rinnegherai, lo ucciderai. Ciò significa che chi assume posizioni fondate sull’amore uccide se stesso. Guardate a Cristo e capirete. Poteva scegliere tra difendersi davanti a Pilato oppure offrirsi come sacrificio per coloro che amava. Se avesse pronunciato anche una sola parola di verità, Pilato avrebbe fatto all’istante un passo indietro. Ma la grande opera d’amore alla quale noi e il mondo intero si abbeveriamo ogni giorno non si sarebbe compiuta. Nell’amore c’è davvero l’omicidio dell’ego. Nell’amore c’è morte, totalmente autentica, totalmente assicurata. È una via divina, regale. Non ti farà mai perdere qualsiasi causa. Non ti farà mai regredire. Non ti farà mai pentire, mai, mai. Invece difendere la verità… Ogni volta, padri, che ho difeso la verità me ne sono pentito […] Abba Arsenio ha detto: “Spesso ho parlato e mi sono pentito. Invece di aver taciuto mai mi sono pentito”[1]. Io invece dico: “Spesso ho detto la verità e mi sono pentito. Invece delle cose fatte o dette per amore mai mi sono pentito”. Non ti pentirai mai di aver agito per amore non importa quanto sia grande la perdita apparente, quanto la fisionomia della verità e dei principi ne risulti offuscata. L’amore è capace di promuovere se stessa come luce divina. È capace di trasmettere la verità alla persona [che volevi correggere ma che hai deciso di trattare con amore] e di fargli conoscere la via più di quanto possa fare tu.

Eppure quest’amore che tu gli dai, non può riceverlo dal mondo. Il mondo sa dire parole di verità ma non conosce il linguaggio dell’amore. Il mondo sa come usare il linguaggio della verità ma è incapace di dire l’amore. Tutti sono capaci di proclamare la verità, non soltanto tu. Ma nessuno riesce a vivere l’amore se non colui che si è offerto sull’altare dell’amore e ha accettato di bruciare nelle fiamme dell’amore. L’amore è forte e inesorabile, più forte delle fiamme. L’amore è capace di correggermi molto più del timore di Dio. La grandezza, la potenza, la signoria di Dio non sono mai riusciti a intimorirmi e ad atterrirmi quanto il suo amore. Il bastone dell’amore di Dio è riuscito a incidere in me più di quello della correzione. Perché quando, io che sono peccatore, sento il suo amore per me, la sua tenerezza, mi sciolgo completamente. L’amore è capace di correggere, insegnare, educare e questo è ciò che ho visto nella mia vita nonostante avessi gli occhi bendati davanti all’amore e camminassi sulla via della verità. Certamente, non avrei potuto camminare nell’amore senza aver camminato prima nella verità. Non è possibile, qui si tratta di una gradualità. Non dico che prima mi sbagliavo ma avrei sbagliato se non mi fossi reso conto della via dell’amore […] Forse non vi è ben chiaro di che amore parlo: l’amore senza riserve. Un amore senza riserve, un amore spontaneo che non tiene in conto nulla, né il futuro, né i principi, né gli obblighi, né l’età, né la dignità sacerdotale, né alcun altra cosa. Un amore perfetto, che batte forte, direi pazzo! […]

Credetemi, se l’uomo raggiunge l’amore vero ha raggiunto tutto. Non temete che ciò avvenga a spese della fede, o degli obblighi o dei principi. Il giorno in cui giungerai all’amore, paragonata ad esso ogni cosa ti apparirà come spazzatura (cf. Fil 3,8). Come ha detto l’Apostolo Paolo, l’amore è il compimento della legge (cf. Rm 13,10). Voglio dire che se scendi nelle profondità dell’amore vedrai che ogni opera che tu compirai, personale o pubblica, non sarà nulla paragonata all’amore. Forse, in maniera più precisa, percepirai che ogni azione trae la sua esistenza dall’amore e la sua forza dall’amore, che si tratti di preghiera, di insegnamento, di servizio. L’amore ti starà sempre davanti e ogni cosa sarà sottomessa da esso. Bisogna sacrificare qualcosa, nel senso che se vuoi perseguire questo metodo elevato dell’amore cristiano non puoi non sacrificare qualcosa: la tua posizione in mezzo ai tuoi fratelli, la tua reputazione, il tuo prestigio, il tuo nome, i tuoi principi. Sacrificherai tutte quelle cose che hai innalzato come barriera e muro dentro cui tu vivi come prigioniero di menzogne e di pretese inesistenti. In testa ora ho una certa immagine della persona che ama: appare sempre come fosse pazzo, folle. Le persone senza discernimento, gli analfabeti dello Spirito, dicono che è rincretinito, che si capisce che è pazzo! Ma dopo un po’, in questo pazzo è svelata la verità che è in lui e che ti era celata. In lui vedrai un grande profeta, anzi più grande di un profeta: in lui vedi Cristo stesso.

[1] Arsenio, Alf. 40 in Vita e detti dei padri del deserto, Roma 20054, p. 107.

Matta el Meskin
tratto da: Ritrovare la strada, Qiqajon 2017, pp. 227-231

No related posts.

Categories: Notizie

Pages