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Updated: 1 hour 40 min ago

Il pane che io darò è la mia carne (Gv 6,52) (commento di Cirillo di Alessandria)

Tue, 15/01/2019 - 08:10

Il qurban (o prosfora) copto usato per la liturgia eucaristica.

San Cirillo affronta alcuni temi importanti del Vangelo di Giovanni legati all’Eucarestia: la morte di Cristo è il Sacrificio per eccellenza per la vita del mondo; l’Eucarestia è potenza vivificante poiché il Corpo di Cristo è unito per sempre al Logos vivificante; la Resurrezione di cui parla Cristo in Gv 6 (“E lo risusciterò nell’ultimo giorno…”) è Resurrezione di vita nella Gerusalemme celeste e non semplice Resurrezione, dal momento che tutti i morti risusciteranno in virtù dell’unione ipostatica del Logos con la natura umana.

Io  muoio, dice, per dare la mia vita a tutti, e redimere, con la mia carne, la carne di tutti. La morte, infatti, morirà nella mia morte, e la natura umana, che è corruttibile, risorgerà insieme a me. Per questo mi so­no fatto simile a voi, cioè uomo del seme di Abramo, affinché in tutto sia assimilato ai fratelli[1].

Comprendendo bene questo concetto, che prima ci ha detto Cristo, anche lo stesso beato Paolo dice: «Poi­ché, dunque, i figlioli hanno comune il sangue e la car­ne, anch’egli, alla stessa guisa, ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte aveva il potere, cioè il diavolo» [2].

Infatti, colui che aveva il potere della morte non po­teva essere annientato in altro modo, e così pure la morte stessa, se Cristo non avesse dato se stesso per noi, uno solo come redenzione per tutti: egli era al di sopra di tutti. Per questo motivo, nei Salmi, dice in qualche luogo, di essersi offerto a Dio Padre per noi come vittima immacolata: «Sacrificio e offerte non hai gradito, e mi hai preparato un corpo. Olocausto ed espiazione per il peccato non hai gradito. Allora dissi: Eccomi qui! Nel rotolo del libro è scritto di me che io faccia la tua volontà. Mio Dio, lo volli» [3].

Poiché, infatti, il sangue dei tori e dei capri, e la ce­nere delle giovenche non era sufficiente per espiare il peccato, né l’uccisione degli animali poteva distruggere il potere della morte, lo stesso Cristo offre se stesso per soffrire, in qualche modo, le pene per tutti. «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» [4], come dice il Profeta, e «portò nel suo corpo i nostri peccati sulla croce» (1Pt 2,24). Fu crocifisso per tutti e a causa di tutti, affinché, mo­rendo uno per tutti, tutti vivessimo in lui. Né era possi­bile che fosse soggetto alla morte o soccombesse alla corruzione colui che è la vita per natura.

Che poi Cristo abbia offerto la sua carne per la vita del mondo, lo conosceremo proprio dalle sue parole: «Padre santo – dice -, conservali» [5]; e ancora: «Per essi io  santifico me stesso» [6]. Dice di santificare se stesso, non con la consacrazione e la purificazione dell’anima o dello spirito, come noi diciamo di santificarci; e nep­pure con la partecipazione dello Spirito Santo (lo Spi­rito è in lui per natura, ed era ed è santo, e lo sarà sem­pre); ma dice santifico in luogo di dire: consacro e offro come ostia immacolata in odore di soavità. Era, infatti, santificato oppure era chiamato santo, secondo la Legge, ciò che era offerto sull’altare.

Cristo, dunque, diede il suo corpo per la vita di tutti e, mediante se stesso, introduce in noi la vita: in che mo­do questo avvenga, lo dirò per quanto mi è possibile.

Infatti, dopo che il Verbo vivificante di Dio abitò nella carne, la rinnovò nel suo bene, cioè nella vita e, unitosi ad essa in un modo ineffabile di unione, la rese vivificante come lui che lo è per natura.

Il corpo di Cristo vivifica quelli che ne sono parteci­pi: caccia via la morte e quando è in quelli che sono soggetti alla morte, e allontana la corruzione, partoren­do in se stesso la ragione che distrugge completamente la corruzione.

Ma, forse, qualcuno, considerando attentamente con l’occhio della mente la risurrezione dei morti, dirà: In effetti, quelli che non hanno creduto in Cristo, e non hanno partecipato di lui, quando ci sarà la risurrezio­ne, non vivranno.

Che dunque? Non è forse vero che ogni creatura che è morta, sarà richiamata alla vita? Certamente ri­sorgerà ogni carne: infatti il Profeta predice che i morti risusciteranno.

Noi crediamo che il mistero della risurrezione di Cristo si riferisce a tutti gli uomini, e crediamo che in lui per primo è stata liberata dalla corruzione la nostra natura. Tutti risorgeranno a somiglianza di colui che è risuscitato per noi e che, come uomo, abbraccia in se stesso tutti. E come nel primo Adamo siamo inclusi tutti in ordine alla morte, così, di nuovo, in colui che è primogenito, per noi, tutti risorgeranno da morte: «Ma – come è scritto – quelli che bene operarono, per una risurrezione di vita; quelli che male operarono, per una risurrezione di condanna» (Gv 3,36). Ma penso che risorgere per essere condannati, e de­starsi per andare soltanto al supplizio, sia cosa più tri­ste della stessa morte.

Perciò, deve ritenersi propriamente vita la vita in Cristo, che consiste nella santità, nella felicità e nella perenne gioia dell’anima. Infatti, quel sapiente Giovanni riconosce come vera vita solo questa, dicendo: «Chi non crede nel Figlio non vedrà la vita, ma la collera di Dio incombe su di lui» [7]. Ecco, infatti, ecco perché afferma che chi non crederà, non vedrà la vita, sebbene ogni creatura ritor­ni alla vita e attenda di risorgere.

È chiaro, dunque, che il Salvatore chiama giusta­mente vita quella preparata per i santi nella gloria e nella santità che nessuno, se è sano di mente, negherà che sarà raggiunta da quelli che vanno incontro alla partecipazione della carne vivificante.

[1] Rom. 8, 29.

[5]     Gv. 17, 11.

[6]     Gv. 17, 19.

[7]     Gv. 3, 36.

tratto da Cirillo di Alessandria, Commento a Giovanni, I, Città Nuova, Roma, pp. 492-494

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In che consiste la felicità per un cristiano? (John Behr)

Tue, 08/01/2019 - 11:37

Quella che segue è la prima parte della trascrizione dell’intervista fatta da Matt Croasmun a padre John Behr, docente di patristica ed ex preside del St. Vladimir’s Orthodox Theological Seminary di New York, che discute il tema della “gioia” facendo seguito alla consultazione del Yale Center for Faith and Culture Theology of Joy consultation, dal titolo “Religions of Joy?” allo Yale Divinity School a New Haven (USA), il 21 agosto 2014.

La “Teologia della gioia” è un progetto dello Yale Center for Faith and Culture finanziato dalla John Templeton Foundation.

Qui è possibile leggere tutti gli interventi delle sei consultazioni (in inglese).

Qui uno studio biblico sulla gioia messo a disposizione dallo Yale Center for Faith and Culture (in inglese).

Segue il video integrale dell’intervista (in inglese).

Matt Croasmun: Siamo qui con padre John Behr, preside del Seminario teologico ortodosso St. Vladimir di New York. Siamo qui in New Haven e tra poco inizieramo a discutere per la prima volta della Teologia della gioia. Padre Behr, sono molto contento di averla qui con noi stamattina.

Padre John Behr: È una gioia per me.

Matt Croasmun: Ottimo. Quando iniziamo a parlare di queste cose spesso ci troviamo a confrontarci con delle domande veramente basilari. Iniziamo da qui. Che cos’è la gioia?

Padre John Behr: Credo che bisogna dire che la gioia sia in fin dei conti la gioia di vivere, la gioia di essere vivi e la domanda che segue è come facciamo a trovare gioia in qualcosa che spesso può sembrare essere monotono, scontato, stressante, ansiogeno, costellato da momenti forse di felicità ma come fare a distinguere la felicità dalla gioia? Grande domanda. Riguardo alla gioia, credo che si tratti alla fine della gioia nella vita, essere vivo, e tutto ciò che questo dischiude.

Matt Croasmun: Si tratta di una disposizione o di un’emozione? Di che cosa parliamo esattamente quando diciamo “gioia”?

Padre John Behr: Alla fine si tratta di tutto ciò. Dovrebbe essere sia una disposizione che un’emozione. Non ha senso parlare della gioia se non essa non ha un contenuto emozionale [ride]. Potrebbe essere abbastanza brutto pensare che qualcuno possa gioire senza provare emozione. Ma, al contrario, non può essere semplicemente ridotta a un contenuto emozionale. Abbiamo la felicità di molte cose diverse. Alcuni possono provare felicità nel vedere gli altri soffrire, lo sai, accade. Si tratta davvero di felicità? Loro potrebbero descriverlo così ma personalmente non lo descriverei così ma per loro potrebbero davvero provare un’emozione che definiscono felicità. Quindi come distinguere le cose, come filtrarle? Ecco, non è possibile ridurre a un’emozione ciò che qualsiasi cosa una particolare persona descrive come loro felicità. Ma non possiamo, allo stesso tempo, escludere l’emozione di per sé. È un insieme di elementi intellettuali, fisici, psichici e spirituali. È tutto insieme.

Matt Croasmun: Quindi c’è qualcosa di oggettivo nella gioia che corrisponde a qualcosa di soggettivo, qualcosa che le esperienze soggettive direbbero: “Senza questo, non è vera gioia”.

Padre John Behr: Direi certamente questo ma, poi, ovviamente, non sarei esattamente d’accordo con te. Oggettivo e soggettivo non è mai qualcosa di inequivocabile.

Matt Croasmun: Ovviamente, ovviamente. Bene. Dunque, come coltivare la gioia? È qualcosa che tutti vogliamo nelle nostre vite. Come coltivare la gioia?

Padre John Behr: Leggevo un articolo del New York Times nel quale si affermava che l’Occidente contemporaneo ha mal compreso la nozione di felicità e di gioia considerandola in termini di acquisizione di cose. Immagino che molte persone oggi penseranno che comprare sempre più cose, sempre più cose, sempre più cose e fare sempre più cose, fare sempre più cose produrranno felicità e troveranno finalmente la felicità. Ma l’articolo, il punto nodale dell’articolo, prendendo come riferimento vari filosofi islamici e giudei, così come teologi cristiani, era che il semplice acquisire non basta. Non è l’acquisizione che produce la gioia che produce, a sua volta, la felicità sebbene possiamo essere tentati di pensare questo se teniamo conto solo dell’emozione, della gioia che si prova quando si riceve un regalo, la gioia di ricevere qualcosa. Ma non si tratta semplicemente di questo. Anzi alla fine ciò finisce per uccidere la persona. Spesso senti dire che il denaro non può comprare la felicità. Invece tendiamo a pensare che esso possa fare ciò, fino a che ne hai talmente tanto da renderti conto che il denaro non capace di fare questo. Quindi, la questione di coltivare la gioia non può iniziare senza una domanda che cerchi di definire più chiaramente che cos’è la gioia, altrimenti non sai che cosa stai coltivando. Si tratta semplicemente di acquisizione o invece di coltivare una disposizione, fisica, psichica, spirituale ecc.

Matt Croasmun: Quindi abbiamo capito che quando parliamo di gioia finiamo per parlare di “fare regali” e c’è qualcosa sul ricevere un regalo che è tipico della gioia. Tuttavia possiamo ricevere un dono e trattarlo come una questione di acquisizione. Oppure, invece, possiamo ricevere un dono e considerarlo in relazione a un rapporto con il donatore o qualcosa di più profondo di ciò.

Padre John Behr: E possiamo anche distinguere ancora e parlare della gioia del donatore. Invece di guardare dal punto di vista di chi riceve, bisognerebbe parlare della gioia del donatore nell’essere capace di dare con sacrificio. Non posso non ricordare una persona che una volta venne da me con le parole di Cristo nel Vangelo sulla necessità di diventare come bambini per poter entrare nel Regno dei cieli. Tutti conosciamo questa storia. Pensiamo che si tratti di riacquisire un’età dell’innocenza, dell’ingenuità. Ma quella persona mi disse che una delle cose che caratterizzano i bambini è che, quando gli dai un regalo, non dicono mai: “Non me lo merito”. Ci viene insegnato dire così quando diventiamo adulti: “Oh no, non posso accettarlo! È troppo!”. In altri termini, la prima cosa che tendiamo a fare non è dire: “Grazie!”.

Possiamo educare a dire “grazie” e ad essere gentili e rispettosi ma sappiamo che è tipico dei bambini il modo in cui ricevono un regalo, la gioia per il dono stesso. Glielo dai e loro si immergono immediatamente nel dono. Probabilmente si tratta dell’espressione più pura di gioia, vale a dire la gioia per il dono stesso. E questo si riallaccia un po’ con ciò di cui parlavamo prima, a proposito della gioia, quando abbiamo detto che è la gioia di vivere. Da una prospettiva cristiana Dio è in primo luogo compreso come Colui che dona la vita. È il Donatore di vita. Colui che crea la vita. Colui che soffia in Adamo il soffio di vita. Colui che, come dice Cristo: “Io sono la Vita. Sono venuto a voi affinché possiate avere la vita eterna e possiate averla in abbondanza”. In tutti i vangeli è così. In tutte le Scritture Dio dona vita. Quindi il nostro scopo non è impegnarci a essere grati per il dono della vita, ma di godere della vita stessa. Ovviamente in questo c’è anche gratitudine.

La gioia della vita, vivere quella gioia, significa una vita di gratitudine. Ma non è una gratitudine che si esprime con una specie di obbedienza obbligata quanto piuttosto come espressione della gioia di vivere. Ritornando a quello che dicevamo, ciò richiede anche coltivare la gioia. Sai, spesso pensiamo: “La vita è mia. Sono vivo. Non ho vita, forse? La vita è mia e ci faccio quello che voglio io. Forse posso essere grato a Dio per la vita che ho ma è comunque mia”. Ma che gratitudine è questa? La gratitudine sta nella gioia, nel modo di cui abbiamo parlato prima. Oppure possiamo dire: “Voglio restituire qualcosa a Dio”. Del tipo, sai, un’oretta la domenica o una cosa così, compio i miei dovere religiosi, faccio un po’ di carità, faccio questo, faccio quello, acconsento che una certa porzione della mia vita venga dato a queste cose e quando lo facciamo, spesso lo facciamo anche controvoglia, non importa quanto poco sia quello che facciamo, fosse anche il 5% o l’1%. Lo facciamo controvoglia, perché non è quello che vogliamo fare nella vita. Ma potremmo anche andare più in là e dire: “Se Dio è Donatore di vita e la nostra disposizione fondamentale è godere della vita, allora noi godiamo della vita quando imitiamo l’atto di Dio di dare via”. In quel momento, la prospettiva si trasforma. Non si tratta più della “mia vita di cui dispongo come mi pare per la mia gioia personale”, nel senso che faccio cose per la mia felicità, che alla fine si trasforma in una cosa mortifera. Al contrario, la vita che Dio mi ha dato e nella quale trovo gioia la vivo per gli altri. Ecco che allora diventi tu stesso donatore e ottieni la gioia di fare il dono. Allora capiamo che cos’è la vita.

Matt Croasmun: Quello di cui lei ha parlato sembra essere la gioia pasquale, la gioia della Pasqua, la gioia che deriva dalla vita che Dio rende possibile in Gesù nella Resurrezione. Perché la gioia pasquale è così centrale nella sua comprensione della gioia?

Padre John Behr: Be’, non c’è dubbio che dalla Chiesa antica in poi, è la Pascha – la Crocifissione, la Resurrezione, l’intero evento – a essere un momento distintivo. Inequivocabilmente, il Vangelo, la comprensione dei discepoli di chi Cristo è, fino al mondo in cui la Chiesa primitiva sviluppò la sua vita e le sue pratiche, nella tradizione ortodossa e nella cristianità occidentale: la Pascha è la festa centrale dell’anno che definisce tutte le altre feste. Ed è evidente che si tratti di una festa della vita, una festa della gioia. Ma è anche – e spesso tendiamo a dimenticarcelo – che è una festa della vita che passa per la morte.

Quindi non si tratta semplicemente di una festa della vita che dice: “Sì, hai ricevuto la vita e io farò di tutto per assicurartela, così che tu possa averla dopo in più e più al sicuro”. In realtà ci mostra un modello di vita. Un modello di vita di amore auto-sacrificale e questo mette davvero sottosopra tutto, quando ci pensi. Vendiamo nel mondo senza averlo scelto. Kirillov [ne “I demoni” di] Dostoevskij lo dice chiaramente: “Nessuno mi ha chiesto se volevo nascere. Non ho potuto scegliere. Dunque, non ho alcuna libertà”. Non ho alcuna libertà. Sì è vero sono in grado di scegliere tra questo ketchup e quel ketchup e tutte queste cose che in Occidente ci danno l’impressione di essere liberi ma bisogna dirlo, non ho scelto rispetto alla questione principale: “Eccomi, esisto”. Ma nessuno mi ha chiesto se volevo nascere. E mi ritrovo a essere gettato in una vita nella quale, qualsiasi cosa io faccia, morirò. La gente non ci pensa, bisogna dirlo. Ma qualsiasi cosa io faccia, alla fine morirò. Non importa quanto bene mi comporti, quanto religioso cerchi di rendermi ogni tanto: alla fine morirò, non c’è dubbio. Non ho scelta rispetto a questa questione. Potremmo dire che l’unica cosa certa nella vita è che moriremo. Più certo delle tasse e di qualsiasi altra cosa [ride]. È un fatto che moriremo. Nello stesso momento in cui nasciamo nel mondo, corriamo verso la morte. Siamo sotto l’ombra della morte e possiamo dire che siamo inequivocabilmente già morti. In termini scritturistici, potremmo dirlo nel mondo in cui la Genesi parla di Adamo quando gli viene dato il soffio di vita. Il soffio può essere tolto. È transitorio. Finisce. È transeunte. Finirà.

Ora possiamo fare tutto il possibile per cercare di risolvere questa situazione. Fare palestra un paio di ore al giorno, mangiare solo cibo organico, o qualsiasi altra cosa. Costruire un rifugio antiatomico, stipulare assicurazioni sulla vita o fondi pensione o qualsiasi altra cosa. Ma il soffio morirà. Cristo ci mostra un modo di vivere completamente diverso. Un modo di vivere che è proprio di Dio. Un modo di vivere che consiste in un amore autosacrificale. Un modo di vivere che capovolge la morte dall’interno. Non è perché è Dio che è stato capace di tirarsi fuori dal sepolcro. Sarebbe fantastico per lui, ma questo non aiuterebbe nessuno. Al contrario, nel mondo in cui egli muore in quanto essere umano, ci mostra che cosa significa essere Dio. Se non ci avesse mostrato che cosa significa essere Dio in nessun altro modo, in che modo potremmo prendere parte a tutto questo? L’unica cosa che abbiamo in comune, tutti, dall’inizio di questo mondo in poi è che moriremo. Cristo ci mostra il modo di usare la nostra morte per distruggere la morte. Così se noi, invece che essere vittime passive della nostra morte – veniamo al mondo passivamente, moriamo se lo vogliamo o no, qualunque cosa facciamo; se invece di essere vittime passive della nostra morte, la prendiamo su di noi e la usiamo attivamente, allora saremo più forti della morte. È questo ciò che i cristiani fanno. Prendiamo su di noi la Croce e viviamo mediante la Croce, mediante il battesimo, che è una morte volontaria. Ciò significa che l’opportunità, l’invito che abbiamo in Cristo, è usare la nostra mortalità per entrare in lui. Ci spostiamo da Adamo in Cristo, se vuoi. Ci spostiamo dal venire all’esistenza in questo mondo al nascere in Cristo, al venire alla vita in Cristo, mediante la nostra morte, mediante il nostro battesimo, mediante il nostro prendere la croce, non vivendo più per me stesso, per i miei desideri egoistici, ma vivendo per Dio, per Cristo, per il Vangelo, per il mio prossimo ecc. Se lo facciamo, entriamo in un’esistenza che è radicata nell’amore libero e volontario. Io ho scelto di fare questo. È una mia azione. Sono io ad aver scelto questo. È un atto che è amore autosacrificale che è fatto in libertà, che è l’essere stesso della vita di Dio. Quindi tutti veniamo in questo mondo totalmente sotto obbligo, necessità, in un’esistenza che porta alla morte, ma ora ci viene data l’opportunità di usare tutto questo e strasformarlo dall’interno per radicare la nostra esistenza nella libertà e nell’amare ciò che è proprio di Dio.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

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Oggi ho visto tutta la creazione risplendere di una grande luce (Vigilia di Natale)

Sat, 05/01/2019 - 04:40

Dossologia del Paramoni (Vigilia) di Natale

Oggi ho visto tutta la creazione risplendere di una grande luce per la grande visione divina (theoria) che ci è stata svelata.

Poiché il disincarnato[1] ha preso carne, partorito, come tutti, [ma] dalla Vergine, essendo Dio e uomo.

Betlemme, città di Davide, si pregia con esultanza, perché ha sorretto corporalmente colui che [siede] sui Cherubini.

L’Essente che era, l’unico Creatore, colui che ha sciolto il laccio del peccato, è stato avvolto in panni.

La Vergine Maria, Giuseppe e Salome[2], sono rimasti stupiti dalle cose che hanno visto[3].

Le schiere celesti lodano sulla terra intonando questo santo inno gridando e dicendo:

“Gloria nei luoghi eccelsi a Dio e pace sulla terra e benevolenza negli uomini, poiché egli è venuto e ci ha salvati”[4].

I pastori che erano nei campi sono venuti e lo hanno adorato. Anche noi lo adoriamo e gli rendiamo testimonianza

Che egli è venuto nel mondo, è nato dalla Vergine e ha salvato il genere umano[5] dal diavolo maligno.

Lo lodiamo e lo glorifichiamo, lo esaltiamo, in quanto Buono e Amico degli uomini[6]. Abbi compassione nella tua grande compassione.

Seconda dossologia di Natale

L’uno della Trinità, il consustanziale al Padre, quando ha visto la nostra umiliazione e la nostra amara schiavitù

Piegò i cieli dei cieli, e venne nel grembo della Vergine, divenendo uomo come noi, eccetto il solo peccato.

Nacque a Betlemme, secondo le voci dei profeti, ci guarì e ci salvò, poiché noi siamo il suo popolo.

Colui che non ha smesso di essere Dio venne e si fece figlio dell’uomo. Ma egli è il vero Dio: è venuto e ci ha salvati[7].

[1] Si è preferito “disincarnato” al più elegante “incorporeo” perché in copto c’è un gioco di parole con la parola greca σάρξ ‘carne’.

[2] Salome è secondo alcuni apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo, una donna presente durante la Natività e la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Viene talvolta identificata con la madre dei figli di Zebedeo (Mt 20,20; 27,56) e con una delle Marie che stettero sotto la Croce. Nella tradizione copta è considerata una cugina della Vergine Maria ed è venerata come santa. Il Sinassario (Martirologio) copto, pur non dedicandole un giorno specifico, la ricorda ben quattro volte: nella festa di Natale (29 kiahk), nella festa di sant’Anna (11 hatur), di santa Elisabetta (16 amshir) e nella commemorazione dell’entrata della Sacra Famiglia in Egitto (24 bashans).

[3] L’arabo traduce liberamente dicendo “da colui che hanno visto”. Ma il copto è chiaramente al plurale, indicando “cose”, “scene”, “eventi”.

[4] È interessante come la dossologia metta insieme la lode angelica dell’evangelista Luca (Lc 2,13-14) con un’antifona liturgica copta.

[5] Lett.: “la nostra razza”, “la nostra stirpe”

[6] “Amico degli uomini” (in copto Pimairomi, in greco Philánthropos, in arabo Muḥibb al-bašar) è uno degli epiteti di Cristo più ricorrenti nella liturgia, nell’innologia e nella salmodia copte.

[7] Questa dossologia è identica all’ottavo brano della Theotokia del giovedì.

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Che cos’è la felicità? (Iustin Pârvu)

Mon, 31/12/2018 - 12:03

Quella che segue è un estratto di una serie di interviste rilasciate allo scrittore rumeno Adrian Alui Gheorghe dall’archimandrita Iustin Pârvu di beata memoria, negli anni 2005-2007.

L’archimandrita Iustin Pârvu (1919-2013) fu monaco e abate del monastero di Petru Vodă, in Romania. Fu un noto duhovnic o padre spirituale. Insieme a Cleopa Ilie, Arsenie Boca, Ioanichie Balan, Dumitru Staniloae e Arsenie Papacioc, è considerato come uno dei più importanti rappresentanti dell’ortodossia rumena contemporanea. Visse per sedici anni nel tristemente noto penitenziario di Aiud, condannato dal regime comunista rumeno ai lavori forzati. 

***

Padre Justin, in base alla sua esperienza di vita, di abate di un monastero, cosa ne pensa: l’uomo deve essere capito o amato?

L’uomo deve essere amato. Ma per amarlo devi capirlo. Se lo vedi a terra, devi pensare che devi dargli una mano. L’amore per il prossimo ci insegna ad amare Dio. Se non ami chi ti è accanto, se non lo aiuti, non sarai capace di amare Dio. L’amore per il tuo prossimo è il primo passo verso la salvezza. Questo è il passo che devi ripetere per poter giungere a un grande amore per Dio.

Nell’era comunista, siamo stati intossicati dal falso concetto dell’ “uomo nuovo”. Crede che abbiamo realizzato davvero l’ “uomo nuovo”?

Come lo intende il materialismo? Per i materialisti l’ “uomo nuovo” era un uomo fuori dall’influenza della Chiesa, dello Spirito Santo! Ma l’uomo nuovo, nel senso di valore morale rinnovato, è ben altra cosa. A me interessa parlare dell’uomo rinato in Cristo, l’uomo che manca, sfortunatamente, alla nostra Romania. Il rinnovamento dell’uomo e del mondo avviene attraverso la risurrezione, attraverso la comprensione di questa profonda risurrezione in Cristo. Questo è l’uomo nuovo, quello di cui ogni madre che si prepara a mettere al mondo un bambino ha bisogno di sognare.

Einstein diceva che “se paragoniamo il progresso tecnologico compiuto dall’uomo allo sviluppo del suo carattere dobbiamo essere spaventati” .

Sì, sì… Mi raccontava un monaco che era stato in pellegrinaggio a Gerusalemme che cosa lo impressionò di più: i giovani, i bambini lì, quando vedevano l’abito da monaco gli tiravano le pietre. C’era un tale risentimento che si erano dovuti allontanare da dove erano. Vedi, tu che porti la parola del Salvatore, di colui che abbandonò Gerusalemme, ritorni proprio lì, alla fonte, in qualche modo a casa, e sei preso a sassate. Se guardiamo alle parabole di Gesù e pensiamo a ciò che è stato preservato e a come il mondo si è evoluto, penso che un tale comportamento appaia come piuttosto bizzarro.

Mi disse anche lo stesso monaco che in un’altra visita finì per entrare nella Chiesa di San Giovanni. Ebbene, è rimasto lì, ha pregato, e dopo essere stato in quel luogo non sapeva più se esistesse veramente o se il fatto di essere sulla terra fosse solo un’immaginazione. Provò una tale gioia e un tale amore perfetto che non riusciva a guardare a questo mondo se non con un amore pieno con cui l’abbracciava tanto che persino coloro che lo avevano preso a sassate il giorno precedente, li avrebbe abbracciati. Tutti furono avvolti dalla sua gioia. Aveva conquistato tutti con la gioia. Solo con un’anima pacificata possiamo sentirci davvero a nostro agio. In un’anima spezzata, inacidida e tormentata niente riesce a trovare pace.

Come definirebbe l’uomo? Come lo immagina?

L’uomo è (o dovrebbe essere!) per metà amore e per metà lotta, sacrificio per mantenere intatto l’amore, intatto dal male.

Un grande pensatore del secolo scorso, Carl Gustav Jung, diceva: “Per un giovane è quasi un peccato – e certamente pericoloso . essere troppo occupato con se stesso. Ma per l’uomo anziano è un dovere e una necessità dedicarsi una seria attenzione”. Che gliene pare?

Alla fine di questa ricerca, l’uomo deve trovare Dio. Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ecco perché Dio abita in ogni uomo. Il giovane o l’anziano deve purificarsi dentro, l’uomo non sa mai quando arriva la fine.

Qualcuno ha detto che “la mente vuota è rifugio per il diavolo”.

Qui sta la sapienza dell’uomo che si fa trovare sempre con il cesto pieno, che si prende cura del grano che deve essere macinato. E il grano da macinare è la preghiera costante: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, liberaci!”. Se il nemico ti trova a vagare con la tua mente in cose futili, in cose poco sagge, allora il diavolo dimora nella tua mente e ti manipola.

C’è qualche domanda a cui l’uomo è condannato a non trovare mai risposta?

Dipende da ciò che si vuole sapere. L’uomo ha tutte le risposte in se stesso. Sulla nascita, sulla vita, sul significato della sua salvezza. Se vuole trovare risposte a domande senza senso, sarà infelice. Se vuole trovare risposte alle domande sulla sua fede troverà la felicità.

Avere dubbi è peccato per il cristiano?

Sì. Ma c’è anche un dubbio ammissibile, che non è un peccato. Il dubbio, dopo una fervente preghiera, di esistere. Allora ti trasformi tu stesso in preghiera. Questo dubbio è permesso a chiunque.

Dice, ad un certo punto, Petre Ţuţea [1902-1991, scrittore rumeno]: “La porta di Dio è la fede, e la forma attraverso cui Dio entra è la preghiera. La preghiera è l’unica manifestazione umana attraverso la quale può entrare in contatto con Dio. Nel pensiero cristiano, la preghiera ci mostra che l’umiltà si eleva e non scende sull’uomo “. Cos’è l’umiltà?

L’umiltà è una corretta autovalutazione della dimensione dell’uomo in questo universo. L’umiltà accompagnata dalla pazienza può abbattere le montagne, tanto forte essa diventa per ogni cristiano.

Che cos’è il Golgota oggi?

L’incredulità rende ogni giorno un Golgota.

L’uomo di oggi è più scettico di cinquanta anni fa? Come può incoraggiarlo ad andare oltre, a resistere alle vicissitudini della vita?

L’uomo di oggi dà importanza a troppe cose inutili e a dettagli insignificanti. È assediato da un sacco di cose false e non sa come scegliere. Se sai come scegliere bene, le cose diventano luce, la vita è bella. Se scegli male, soffri. Se hai qualche dubbio sul fatto di aver scelto bene, ti sentirai di nuovo torturato. L’uomo è diventato troppo materialista, obbedisce troppo alla tirannia del denaro. Ovunque senti che il denaro è tutto, il denaro è il padrone del mondo. Chi ritiene i soldi come padrone del mondo, si mette al servizio del diavolo.

Il denaro è importante se lo si usa come strumento. Il denaro in sé non ha valore.

Sì, sì. Il dramma del mondo è suscitato non da una lotta di idee, ma da una lotta per il denaro, per tutto ciò che è materiale. L’uomo comprato con il denaro non ha valore, perde il suo valore e la sua fede diventa una moneta.

Come vede la felicità oggi? È felice? Che consiglio vuole dare ai cristiani che vengono da lei e che dicono di essere infelici?

La felicità è quando Cristo risponde con l’amore alla tua preghiera. Le persone percepiscono la felicità in modo diverso. Alcuni ricevono molto eppure si sentono infelici. Altri che ricevono meno si sentono felici.

Qualcuno ha detto: la felicità non è altro che l’uomo, non inferiore a lui. Essa è a misura d’uomo.

Sì, la felicità sta in un uomo che ha la fede. Non vedi quante persone hanno tutto nella società ma si sentono infelici perché sono private della fede?

Penso che valga la pena citare qui un esempio del Paterikon egiziano, degno di nota. Si racconta che c’era un grande anziano chiaroveggente. Accadde che si sedette con molti fratelli a tavola e, mentre mangiavano, il vecchio, mediante lo spirito, facendo attenzione, vide che alcuni stavano mangiando miele, altri pane e altri letame. Si meravigliò e pregò Dio, dicendo: “Signore, rivelami questo mistero: sulla tavola vengono messi gli stessi piatti ma quando mangiano appaiono cambiati”. E giunse una voce dall’alto che disse: “Coloro che mangiano miele sono coloro che, con timore, tremore e gioia spirituale, siedono a tavola e pregano incessantemente e la loro preghiera sale come incenso davanti a Dio. Coloro che mangiano il pane sono coloro che ringraziano per aver condiviso i doni di Dio. Coloro che mangiano letame sono coloro che sono occupati a dire: “Questo è buono, quest’altro è marcio” (21-281)

Il rendimento di grazie per ciò che si ha è davvero la misura della fede di ognuno.

tratto da: Alui Gheorghe Adrian, Părintele Iustin Pârvu.
O misiune creștină și românească, cap. V, Doxologia, 2013.
tradotto dal rumeno da Natidallospirito.com

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La ninnananna al Dio-bambino (Efrem il Siro)

Mon, 24/12/2018 - 07:50

La Vierge aux Anges William-Adolphe Bouguereau (1825 – 1905) Museum of Forest-Lawn Memorial-Park, Glendale, California.

Ho guardato stupito Maria che allatta colui che nutre tutti i popoli, ma s’è fatto bimbo. Dimorò nel seno d’una fanciulla, colui che di sé riempie il mondo. Una figlia di poveri è diventata madre del Ricchissimo, che si fece portare dall’amore. C’è un fuoco nel seno della vergine, ma la vergine non vien bruciata da quella fiamma. Un carbone acceso ha abbracciato Maria; essa lo porta in braccio e non ne è lesa. La fiamma riveste il corpo ed è portata sulle mani da Maria. Un gran sole si è raccolto e nascosto in una nube splendida. Una fanciulla è diventata madre di colui che ha creato l’uomo e il mondo.

Essa portava un bambino, lo carezzava, lo abbracciava, lo vezzeggiava con le più belle parole e lo adorava dicendogli: «Dimmi, maestro mio, di abbracciarti». Poiché sei mio figlio, ti cullerò con le mie cantilene; sono tua madre, ma ti onorerò. Figlio mio, ti ho generato, ma sei più antico di me; mio Signore, ti ho portato in seno, ma tu mi reggi in piedi. La mia mente è sconvolta da timore, dammi la forza di lodarti. Non so dire come tu stia zitto, quando so che in te rintronano i tuoni. Sei nato da me come un bimbo, ma sei forte come un gigante; sei l’Ammirabile come ti chiamò Isaia, quando profetizzò di te. Ecco sei tutto con me, eppure stai tutto nascosto nel Padre tuo. Tutte le altezze del cielo son piene della tua maestà, eppure il mio seno non è stato troppo piccolo per te. La tua casa è in me e nei cieli. Ti loderò coi cieli. I celesti mi guardano con ammirazione e mi chiamano benedetta. Mi sostenga il cielo col suo abbraccio, perché più di esso io sono stata onorata. Il cielo, infatti, non ti è stato madre; ma tu lo facesti tuo trono. La madre del re quant’è più venerabile del suo trono! Ti benedirò, Signore, perché hai voluto che fossi tua madre, ti celebrerò con belle cantilene. O gigante che sorreggi la terra e volesti ch’essa ti sorreggesse, sii benedetto.

Gloria a te, o ricco, che ti sei fatto figlio d’una poverella. Il mio magnificat per te, che sei più antico di tutti, eppure, fatto bambino, scendesti in me. Siedi sulle mie ginocchia; eppure su di te sta sospeso il mondo, le più alte vette e gli abissi più profondi. Stringi il mio seno e sorreggi la terra, i mari e tutto ciò ch’è in essi. Ecco il tuo cocchio è nei cieli, ed io ti porto sulle mie braccia. Tu stai con me, e tutti i cori degli angeli ti adorano. Mentre te ne stai stretto tra le mie braccia, sei portato dai Cherubini. I cieli son pieni della tua gloria, eppure il seno d’una figlia della terra ti tiene tutto. Tra i celesti abiti nel fuoco, e non bruci i terrestri. I Serafini ti proclamano tre volte santo: cosa potrei, Signore, dirti di più? I Cherubini ti benedicono tremando e puoi essere onorato dai miei canti?

Mi senta adesso e venga da me l’antica Eva, l’antica nostra madre; si sollevi il suo capo, il capo che fu abbassato sotto la vergogna dell’orto. Scopra il suo viso e si rallegri con te, perché hai portato via la sua vergogna; senta la parola di pace piena, perché una sua figlia ha pagato il suo debito. Il serpente, che la sedusse, è stato stritolato da te, germoglio che sei nato dal mio seno. Il Cherubino e la sua spada per te sono stati rimossi, perché Adamo possa tornare nel paradiso, dal quale era stato espulso. Eva e Adamo ricorrano a te e prendano da me il frutto della vita; per te si farà dolce quella loro bocca, che il frutto vietato aveva fatto amara. I servi espulsi tornino per te, perché possano ottenere quei beni dei quali erano stati spogliati. Sarai tu per loro una veste di gloria, per ricoprire la loro nudità

Apparirai negli inferi dove giacciono. Allontanerai da loro le tenebre. O bambino anziano, nato da me, in te saranno benedetti tutti i bambini.

Coloro che sono detenuti negli inferi, per mezzo di te siano liberati. Le tenebre stesse per mezzo di te siano illuminate. I poveri, Signore, per mezzo di te si arricchiscano, e i bisognosi per mezzo di te siano nell’abbondanza. Gli affamati per mezzo di te siano saziati e alla tua voce risorgano i morti. I cieli e la terra, per mezzo di te, risuonino di voci di lode. Benedetto sia il Signore di tutti che ti inviò».

Efrem il Siro
tratto da Inni sulla Vergine Maria 19, 1-26
fonte

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Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo (Lc 1,39)

Thu, 20/12/2018 - 07:08

Giovanni sussultò di gioia per annunciare la sua futura predicazione. Il figlio della sterile esultò davanti al figlio della vergine. Egli cercò la lingua di sua madre e volle pronunciare una profezia riguardo al Signore. Per di più a Maria era stato tenuto nascosto per sei mesi che Elisabetta aveva concepito, finché le membra del bambino fossero state sufficientemente formate per esultare di fronte al Signore con il suo sussulto e divenire un testimone per Maria con la sua esultanza.

Inoltre, l’esultare nel grembo di sua madre non era una sua iniziativa, e non a causa dei suoi cinque mesi, ma era perché i doni divini potessero mostrarsi nel grembo sterile che ora lo stava portando. Fu anche perché l’altro grembo, quello della Vergine, conoscesse il grande dono fatto a Elisabetta e perché le due terre credessero nei semi che avevano ricevuto tramite la parola di Gabriele, coltivatore di entrambi i campi. Poiché Giovanni non poteva gridare nella sua esultanza e rendere testimonianza al suo Signore, sua madre cominciò a dire: Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo grembo.

Il nostro Signore preparò il suo araldo in un grembo morto, per mostrare che egli veniva dopo un Adamo morto. Egli vivificò prima il grembo di Elisabetta e poi vivificò la terra di Adamo tramite il suo corpo.

Efrem il Siro,
Commento al Diatessaron 1,30

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L’efficacia del sangue di Cristo nella conversione (Matta el Meskin)

Sun, 16/12/2018 - 13:01

La conversione è uno dei misteri della Chiesa. In realtà, si tratta della porta per tutti gli altri misteri dal momento che nessun mistero può avere efficacia in noi se non siamo in uno stato di pentimento: “Se non vi convertite, perirete tutti” (Lc 13,3).

Se guardiamo alla vita cristiana a partire dall’esperienza spirituale e dalla vita secondo il vangelo, ci renderemo conto che è una conversione continua, cioè un continuo ritorno a Dio. Il peccato, infatti, penetrando nell’essere umano lo ha reso tendente ad allontanarsi da Dio. “Adamo si nascose” (Gen 3,8) spaventato da Dio, una paura che non faceva parte della sua natura: “Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (Gen 3,10). Adamo provò paura a causa della trasgressione. La trasgressione continua ad esistere e il peccatore continua a essere impaurito e ad allontanarsi da Dio.

Cristo è venuto a togliere questo stato di paura e a riportare l’uomo a Dio annullando il peccato in noi. Il togliere il peccato e le sue tracce velenose è un atto divino che trae la sua potenza dal sangue versato da Cristo: “Il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Questo è in sintesi il mistero della redenzione e dell’amore.

Convertirsi, dunque, come stato di ritorno fiducioso a Dio, significa immergersi nel mistero della redenzione e accogliere l’efficacia dell’amore che dimora stabilmente nel sangue di Cristo. Per questo la conversione è, in breve, un mistero divino.

Tratto da: Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi el Natrun 2018, pp. 35-36
Il libro è acquistabile a questo indirizzo
https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

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Più ci umiliamo più ci trasformiamo (Matta el Meskin)

Fri, 14/12/2018 - 13:45

La conversione è la concretizzazione del detto evangelico: “Chi si abbassa sarà innalzato” (Lc 18,14). Più ci umiliamo più ci innalziamo e ci trasformiamo. La conversione è quindi un’operazione di trasformazione continua che va in basso con la volontà ma che risale con la grazia. È questo il senso vitale del termine metánoia. Pertanto la conversione è il contrario di una giustizia autodichiarata che si traduce nell’autosufficienza e in una sensazione di essere “a posto”. È proprio quando ci sentiamo così che l’operazione di trasformazione interiore verso l’alto si arresta perché non ne sentiamo più bisogno. L’uomo che si vede santo ritiene di essere in uno stato di grazia e dunque non sente più la necessità dell’umiltà. Qui l’equazione evangelica si ribalta: “Chi si innalza sarà abbassato” (Lc 18,14). Avviene, cioè, una dinamica di trasformazione contraria, una caduta e una dispersione spirituale continua.

Siamo davanti a un metodo concreto che gli scritti dei Padri ci raccontano come è stato praticato. Ad esempio scrive mar Isacco il Siro:

La conversione è consona a ogni tempo e a ogni persona, ai peccatori come ai giusti che aspirano alla salvezza. Non vi sono infatti limiti alla perfezione. Al contrario, se qualcuno si sente perfetto ciò che sente è proprio l’imperfezione. Le opere e il tempo della conversione hanno bisogno sempre di essere portate a perfezione, fino al momento della morte.

Traduzione dall’arabo. Cf. Isacco il Siro, Discorsi ascetici, I,32 in The Ascetical Homilies of Saint Isaac the Syrian, a cura di D. Miller, The Holy Transfiguration Monastery, Boston 1984, p. 153.

Questo metodo concreto, evangelico e paterno, è conforme al concetto teologico nel senso dell’avvicinamento e dell’unione con Dio. È noto, infatti, che teologicamente più noi ci uniamo a Dio più percepiamola nostra piccolezza e la nostra impotenza.

L’anima che non pratica la trasformazione interiore mediante la metanoia, cioè la conversione mediante la contrizione verso Dio,non accoglie la grazia. Questo può essere il segno di una sclerocardia e può essere sintomo di morte. Da qui deriva l’estrema importanza della conversione come azione di vita o di morte simile al battesimo. Anzi, alcuni Padri ritengono la conversione ancora più importante del battesimo stesso. Ad esempio, scrive Giovanni Climaco:

Più grande del battesimo è la fonte delle lacrime che sgorga dopo il battesimo, per quanto l’affermazione possa essere un po’ ardita.

Giovanni Climaco, La scala, Qiqajon, Magnano 2005, p. 194.

In realtà san Giovanni Climaco non esagera a nostro avviso perché la conversione è il frutto della grazia del battesimo e da esso trae la sua forza misteriosa.Colui che non pratica la conversione è come se non avesse mai ricevuto il battesimo nel senso che o la conversione dà efficacia al battesimo oppure la non conversione è come se l’annullasse. Da qui l’estrema importanza della conversione.

Il lettore faccia attenzione al fatto che la parola“fonte delle lacrime”, che indica la penitenza e la conversione e che san Giovanni Climaco usa continuamente, e, in generale, tutto ciò che i Padri chiamano “piangere per i peccati”, è, in realtà, un’azione della grazia e non uno sforzo personale, è un dono e non un’ascesi. Mar Isacco il Siro lo definisce “il dono delle lacrime” (cf. Isacco il Siro, Discorsi ascetici, I,64 in The Ascetical Homilies of Saint Isaac the Syrian, p. 307). Esso è anche il segno di una conversione fruttuosa. Pertanto, le lacrime indicano in maniera misteriosa la vera gioia e la prova di ciò ce la danno le parole del Signore: “Beati voi che ora piangete, perché riderete” (Lc 6,21). Le lacrime piene di speranza rientrano nel mistero della conversione perché sono la prova che il penitente è entrato nella grazia e sono simbolo e indice nascosto che ha raggiunto lo stato della gioia vera.

Da qui capiamo come le lacrime hanno il potere dilavare i peccati non in quanto azione umana volontaria, dal momento che la più grande opera dell’uomo è incapace di espiare il più piccolo peccato, ma perché le lacrime sono un dono dello Spirito Santo e una delle opere evidenti della grazia che svelano che la potenza di Dio ha iniziato a penetrare nel nostro essere. Le lacrime, in fondo, sono l’annuncio che è avvenuto un cambiamento interiore. Esse, quindi, sono anche la prova del mistero e della potenza della conversione.

Tratto da: Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni,
Wadi el Natrun 2018, pp. 44-47
Il libro è acquistabile a questo indirizzo
https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200

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Nuovo libro di Matta el Meskin “L’ascesi cristiana”

Thu, 13/12/2018 - 10:20

È disponibile da oggi su Amazon (https://www.amazon.it/Lascesi-cristiana-Matta-el-Meskin/dp/1732985200) il nuovo libro di Matta el Meskin “L’ascesi cristiana” pubblicato da “San Macario Edizioni”. È il primo libro che la casa editrice del Monastero di San Macario pubblica all’estero. 

Il libro, oltre al valore del suo contenuto, è prezioso perché contiene l’ultima prefazione di anba Epiphanius (1954-2018), il tre volte beato vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande, discepolo di padre Matta el Meskin. Pochi giorni dopo aver scritto la prefazione veniva, infatti, brutalmente ucciso mentre, uscendo dalla proprio cella, si recava a presiedere la liturgia eucaristica domenicale.

Dalla quarta di copertina:

Il cristianesimo è trasformazione interiore. Questa trasformazione è chiamata “ascesi”. L’ascesi è di solito descritta come una dura lotta spirituale con il proprio ego. Tuttavia anche se conosciamo alcune pratiche tipiche dell’ascesi (pentimento, digiuno ecc.), tendiamo a ignorarne le vere motivazioni e gli obiettivi evangelici, tanto che a volte o mettiamo in dubbio il fondamento biblico dell’ascesi o finiamo per praticarla come fine a se stessa. Padre Matta el Meskin, monaco copto ortodosso e grande padre del deserto contemporaneo che ha vissuto con intensità l’ascesi per più di sessant’anni, cerca di chiarire il senso cristiano profondo della lotta ascetica affinché essa sia davvero capace di trasformare e di rinnovare. Ciò che emerge da questo libro è che ogni cristiano è chiamato a essere asceta, che non c’è ascesi cristiana senza Gesù Cristo e la potenza dello Spirito Santo vivificante e che l’ascesi, restando solo uno strumento, ha come fine ultimo sempre l’unione con Dio, mediante Gesù Cristo, per comunicare alla sua Vita.

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Testi per prepararsi al Natale

Tue, 11/12/2018 - 07:09

In questo periodo di Avvento, per prepararci ad accogliere l’evento salvifico dell’Incarnazione del Logos, riproponiamo alcuni testi pubblicati sul tema della Natività scritti da Padri della Chiesa come Atanasio, Cirillo, Giovanni Crisostomo, Efrem il Siro, Leone Magno e autori contemporanei come Pavel Evodimov e Matta El Meskin, oltre che alcune omelie e alcuni messaggi natalizi.

:: Oggi ho visto tutta la creazione avvolta in una grande luce (dossologie copte del Natale)
:: Dio si svuota perché io possa partecipare alla sua pienezza (Gregorio di Nazianzo)
:: Il mistero del Dio-uomo (Gregorio Nazianzeno)
:: Bianco Natale, auguri malaugurati e recitine stellate
:: Natale come “pienezza del tempo”: che cosa significa per noi?
:: Ti ringrazio perché hai inviato tuo Figlio per salvarci! (inno copto di Avvento)
:: Santa Trinità abbi compassione di noi! (inno copto di Avvento)
:: Come festeggiare il Natale? (Gregorio di Nazianzo)
:: Matta El Meskin, “L’umanità di Dio”: antologia sul Natale
::  Preso da compassione per noi si incarnò (Atanasio)
::  E il Verbo si fece carne (Cirillo alessandrino)::  Riposa in una mangiatoia Colui che siede sul trono celeste (Giovanni Crisostomo)
::  L’uomo non era più capace di guardare in alto (Atanasio)::  L’umanità è giunta alla culla di Cristo (Giovanni Crisostomo)
::  Dio mandò suo Figlio, nato da donna (Proclo di Costantinopoli)
:: «E il Verbo si fece carne» (John Henry Newman)
::  Cristo è nato! (Justin Popović)
::  Benedetto il bimbo (inno natalizio di Efrem il Siro)
::  Benedetto lui che la nostra libertà ha crocifisso (inno natalizio di Efrem il Siro)
::  Cristo ci ha resi nuove creature (Pietro Crisologo)
::  Emmanuele (Elredo di Rievaulx)
::  «L’anima mia magnifica il Signore» (Beda il Venerabile)
::  Il Re divino è giunto solo (Giovanni Crisostomo)
:: La partecipazione di Cristo alla nostra natura (Leone Magno)
:: “Se uno è in Cristo, egli è una creatura nuova” (Pavel Evdokimov)
:: Cristo è merce d’amore a un prezzo stracciato (Matta El Meskin)
:: Il Natale nella Chiesa copta ortodossa
:: Cristo è la nostra pace (Omelia del Natale 2012 di S.S. Benedetto XVI)
:: Messaggio di Natale di S.S. Kirill (2010)
:: Messaggio di Natale di S.S. Bartolomeo I (2012)
:: Omelia di Natale di S.S. Bartolomeo I (2007)
:: Messaggio di Natale di S.S. Teodoro II (2007)

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E non ci indurre in tentazione?

Mon, 10/12/2018 - 09:08

Nelle scorse settimane c’è stata un’enorme polemica in ambito cattolico sulla nuova traduzione adottata dalla CEI “e non abbandonarci alla tentazione” del versetto greco di questo versetto greco καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν (Mt 6,13).

Giusta? Sbagliata? Quello che si può certamente dire è che non si tratta di una traduzione letterale, ma ad sensum. L’unica cosa che veramente non capiamo è perché qui tradurre “abbandonare” e al versetto 26,41, nonostante la stessa area semantica (eis + verbo di moto) e la stessa struttura sintattica (eis + verbo + eis), tradurre “[pregate,] per non entrare in tentazione”. Per coerenza bisognava tradurre: “pregate per non essere abbandonati alla tentazione”. Ma lasciamo questa discussione ai filologi.

In ogni caso un grande problema ha suscitato la parola ambivalente πειρασμός che la CEI interpreta come la Vulgata con il significato di “tentazione” (di origine diabolica) e non di “prova” (di origine divina). Il problema non nasce oggi ma è certamente antico.

Vogliamo contribuire a questo dibattito offrendo semplicemente l’interpretazione – che ci sembra cristallina – che hanno fatto alcuni Padri della Chiesa, anche latini: Cirillo di Alessandria, Tertulliano, Cipriano, Giovanni Crisostomo, Origene.

Quando siamo intenti alla preghiera, egli ci comanda di dire: Non ci indurre in tentazione. Luca conclude la preghiera con queste parole, ma Matteo aggiunge: Ma liberaci dal maligno (Mt 6,13). C’è una certa stretta connessione nelle frasi, perché quando le persone non sono indotte in tentazione sono anche liberate dal maligno. Se qualcuno forse volesse dire che non esservi indotto è la stessa cosa che essere liberato da esso, questi non errerebbe lontano dalla verità.

Cirillo di Alessandria
Commento a Luca, omelia 77

Alla completezza della preghiera, che era così adeguata, Cristo ha aggiunto che dobbiamo pregare non solo che i nostri peccati siano perdonati, ma anche che possiamo evitarli: non ci indurre in tentazione, cioè: non lasciare che siamo indotti, certo da colui che tenta; del resto lungi da noi che il Signore sembri tentare, come se non fosse consapevole della fede di ciascuno o cercasse di sviarlo! Questa debolezza e questo dispetto appartengono al diavolo. Anche nel caso di Abramo, Dio ha ordinato il sacrificio di suo figlio non per tentare la sua fede, ma per provarla, per dare per suo tramite un esempio del suo comandamento che presto avrebbe stabilito, cioè che nessuno deve amare i suoi cari più di Dio. Cristo stesso fu tentato dal diavolo e mostrò il capo e l’artefice della tentazione. Conferma questo passo con quello che segue: Pregate di non entrare in tentazione (Lc 22,46); essi furono tentati di abbandonare il Signore perché si erano abbandonati al sonno invece di pregare. Corrisponde a questo la sentenza finale che spiega cosa significhi: non ci indurre in tentazione, cioè: liberaci dal male.

Tertulliano
La preghiera 8,1-6

Il Signore insiste su un’altra intenzione : Non sopportare che noi siamo indotti in tentazione. Da queste parole risulta che l’avversario non può nulla contro di noi senza il permesso preventivo di Dio.

Per questo dobbiamo volgere a Dio tutto il timore, la pietà e l’attenzione, perché nelle tentazioni il potere del maligno dipende dal potere di Dio. Il che prova la Scrittura, quando dice : Nabucodonosor, re di Babilonia, venne a Gerusalemme e l’assediò, e il Signore la consegnò nelle sue mani (IV Re 24,11). Al Maligno è concesso il potere contro di noi, in ragione dei nostri peccati, secondo la Scrittura:

E a proposito di Salomone che peccava e si allontanava dalle vie del Signore è detto: E il Signore suscitò Satana contro di lui.

Chi ha abbandonato Giobbe al saccheggio
e Israele ai saccheggiatori?
Non è forse il Signore?
Essi hanno peccato contro di lui,
non hanno voluto camminare nelle sue viee non hanno ascoltato la sua legge.
Per questo ha riversato su Israele l’ardore della sua collera.
(Isaia 42,24)

Dio può dare il potere al demonio in due modi: per nostro castigo, se abbiamo peccato; per nostra glorificazione, se accettiamo la prova. Vediamo che questo fu il caso di Giobbe. Ecco, tutto quanto gli appartiene io te lo consegno; solo non portare la mano su di lui (Giobbe 12, 1).

Nel Vangelo il Signore dice, al momento della Passione: Non avresti su di me nessun potere se non ti fosse stato dato dall’alto. Quando dunque preghiamo per non entrare in tentazione, ci ricordiamo della nostra debolezza, affinché nessuno si consideri con compiacenza, nessuno si inorgoglisca con insolenza, nessuno si attribuisca la gloria della sua fedeltà o della sua passione, allorché il Signore stesso ci insegna l’umiltà quando dice: Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è ardente, ma la carne è debole (Marco XIV, 38).

Se anzitutto facciamo professione d’umiltà, se attribuiamo a Dio tutto quello che chiediamo con timore e riverenza, possiamo essere sicuri che la sua bontà ce lo concederà.

Cipriano
Il Padre nostro 25-26

Qui Gesù ci fa comprendere chiaramente la nostra bassezza e reprime la nostra presunzione, insegnandoci che se non dobbiamo fuggire i combattimenti, non dobbiamo tuttavia gettarci da noi stessi in preda alle tentazioni. Sarà così per noi più splendida la vittoria e per il diavolo più vergognosa la sconfitta. Quando siamo trascinati alla lotta, dobbiamo resistere con tutta la nostra fermezza e con tutto il nostro vigore; ma quando non siamo chiamati alla battaglia, dobbiamo tenerci in riposo, attendere il momento dello scontro, mostrando insieme umiltà e coraggio. 

Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Giovanni 19,6

Se la vita è tentazione, non è possibile non essere tentati, ma non ci si deve far vincere dalla tentazione. Infatti colui che è consegnato, secondo quanto ha meritato, all’ignominia e alla vergogna, cade in tentazione, mentre colui che vince nella lotta non può essere tentato e, al di là delle proprie forze, non abbandonato, non cade in tentazione.

Origene
Frammento 123

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Il vescovo e la nonnina

Wed, 05/12/2018 - 07:39

Il vescovo Vasilij (Rodzjanko) di Washington.

Nel 1978 morì la moglie [di padre Vladimir], Marija Vasil’evna […] [Quando] sua nuova guida spirituale divenne il metropolita di Londra Antonij di Surož [Anthony Bloom] questi riferì a padre Vladimir che la gerarchia della Chiesa ortodossa americana si stava adoperando con prudente insistenza per convincere il vedovo arciprete Vladimir Rodzjanko a prendere i voti monastici per poi farlo vescovo e inviarlo a servire negli Stati Uniti come vescovo della capitale Washington […]

Padre Vladimir accolse la proposta di divenire monaco e vescovo come volontà di Dio e come risposta alle sue preghiere. Accettò. Allora le gerarchie in America e Inghilterra si strinsero la mano e la sorte di padre Vladimir fu decisa.

Ma appena prima della tonsura il futuro monaco pose d’un tratto al proprio confessore, metropolita Antonij Surožskij, una domanda insolita e candida:

– Ecco, ora accolgo da te, Eccellenza, la tonsura. Rendo al Signore Dio e alla Sua Santa Chiesa i solenni voti monastici. Per quel che riguarda il voto di castità ho capito tutto. Anche il voto di povertà mi è chiaro. Il voto di preghiera, pure. Però il voto di obbedienza non riesco proprio a capirlo!

– In che senso? – si meraviglio il metropolita Antonij.

– Ecco… – spiego con saggezza padre Vladimir, – diventerò subito vescovo, non semplice monaco. Vuol dire che, per questa mia caricà, dovrò amministrare e guidare. E allora chi dovrò ascoltare? A chi mi ordini di obbedire?

Il metropolita ci pensò su. Poi disse:

– Farai servizio di obbedienza a ogni persona che incontrerai nel cammino della tua vita. Se solo la sua richiesta sarà nelle tue forze e non in contraddizione con il Vangelo.

Questo comandamento andò a genio a padre Vladimir [ora divenuto il vescovo Vasilij]. Anche se come conseguenza coloro che gli erano vicini non ebbero vita facile a causa della sua costante disponibilità alla risoluta e irrevocabile attuazione di tale voto monastico. In parte parlo di me stesso. La santa obbedienza del vescovo si trasformò spesso per me in autentici lavori forzati!

Per esempio, un giorno siamo in giro per Mosca. Una pessima giornata, piovosa. Siamo di fretta. E d’un tratto Sua Eccellenza viene fermato da una vecchietta con una borsa per la spesa.

– Batjuška! – Fa con la sua vocetta tremolante per la vecchiaia, senza certo sapere che davanti a lei non c’è un prete qualsiasi, ma un vescovo fatto e finito, e per di più dall’America. – Batjuška, aiutami almeno tu, benedici la mia stanzetta! Sono già tre anni che lo chiedo al nostro padre Ivan, ma lui non viene. Abbi pietà, ti prego vieni a benedire.

Non faccio in tempo ad aprir bocca che già Sua Eccellenza manifesta la più ardente volontà di adempiere alla richiesta, come se tutta la vita non avesse aspettato che l’occasione di benedire proprio quella stanza.

– Eccellenza! – faccio io con l’aria di un condannato a morte. – Non sapete neppure dove si trovi. Nonnina, come ci si arriva?

– Non è lontano, a Orechovo-Borisovo! Dalla metro quaranta minuti in autobus… Non è lontano! – riferisce con gioia l’anziana.

E il vescovo, abbandonate tutte le nostre importanti commissioni (contraddirlo in tali situazioni era del tutto inutile), si butta tanto per cominciare dalla parte opposta di Mosca, verso la chiesa di un sacerdote sconosciuto per prendere quanto necessario al rito della benedizione. (Naturalmente io mi trascino dietro di lui). E la vecchietta (e dove poi trova le forze!) incredula per la grande gioia trotterella dietro di noi e racconta senza sosta al vescovo dei figli e nipoti che già da molto tempo non la vanno a trovare.

Dopo la sosta in chiesa entriamo in metropolitana giusto all’ora di punta e con alcuni cambi di linea raggiungiamo la periferia. Da là (come promesso dalla nonnina) sobbalziamo per quaranta minuti schiacciati in un autobus strapieno. E infine Sua Eccellenza benedice una stanzuccia di otto metri quadri in un casermone prefabbricato di nove piani, e lo fa comunque immerso nella preghiera, grandioso e solenne come sempre quando celebrava. Poi siede a tavola accanto all’anziana raggiante (entrambi soddisfatti l’uno dell’altro) lodando il tè, le ciambelline secche e una vecchia e cristallizzata confettura di amarene con i noccioli che la nonnina ci offre. E infine accoglie con riconoscenza, non lo rifiuta, il rublettino per il “batjuška” che lei gli mette in mano furtivamente al momento dei saluti.

– Dio ti benedica! – dice la vecchietta al vescovo. – Ora mi sarà lieve anche il morire in questa stanzetta.

tratto da: Archimandrita Tichon Ševkunov, Santi di tutti i giorni, Rubbettino, pp. 390-393

 

 

 

 

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“Autocefali ma divisi o fratelli uniti?” (Metropolita Nicholas di Masogaia)

Mon, 03/12/2018 - 10:20

Non siamo soliti pubblicare articoli riguardanti l’attualità scottante. Ma crediamo che davanti all’enorme, indicibile scandalo della rottura della comunione ecclesiale tra la Chiesa ortodossa Russa e la Chiesa ortodossa di Costantinopoli è necessario dire qualcosa e dirlo con il Vangelo in mano. Abbiamo scelto un articolo che esprime molto bene l’opinione di tanti ortodossi sconvolti per quello che succede e anche l’opinione di questo blog. A scanso di equivoci, quest’articolo non è stato scritto da un russo ma da un vescovo greco, il metropolita Nicholas, metropolita di Mesogaia e Lavreotiki in Grecia che ringraziamo per la sua “messa a punto” spirituale di cui tutti sentivamo un enorme bisogno. Vi chiediamo la cortesia di leggerlo e di diffonderlo il più possibile. 

In questi mesi scorsi siamo stati testimoni di una crisi molto pericolosa, e apparentemente ingiustificata, sorta nella nostra Chiesa a causa dell’imminente offerta di autocefalia alla Chiesa ucraina o, meglio, a causa della creazione di una Chiesa autocefala in Ucraina.

Pare che le relazione intraortodosse siano in pericolo: mentre cerchiamo l’unione con gli eterodossi, gli ortodossi, pur confessando l’amore che li unisce tutti, lo contraddicono nelle loro relazioni quotidiane. Proclamano il vincolo della comunione che li unisce mostrando l’esatto opposto.

I fedeli assistono a discussioni legalistiche tra i loro leader. Invece di unire i fedeli, essi creano campi di adepti e gruppi di partigiani. Che peccato!

In tutta questa disputa, c’è un pretesto e una causa. Il pretesto è costituito dal bisogno dell’autocefalia della Chiesa ucraina. E la causa è il diritto di conferirle questa autocefalia. Ma chi ha il diritto di farlo?

Le Chiese coinvolte fanno riferimento a privilegi storici, a diritti e a canoni. Sfortunatamente, non fanno mai riferimento al Vangelo. La prima questione che viene in mente è: l’autocefalia è davvero così necessaria? E se sì, non potrebbe attendere un po’?

C’è una seconda questione: i nostri diritti sono davvero così importanti tanto da difenderli ignorando o combattendo contro i nostri fratelli o, ancor peggio, rompendo la nostra comunione millenaria con loro?

In terzo luogo: fare riferimento ai diritti storici e ai canoni è davvero più importante di fondarci sulle parole del Vangelo?

Da adesso in poi, Costantinopoli chiamerà “amici” coloro che fino ad ora erano i “fratelli di Russia” e questi ultimi si rifiutano di riconoscere il carattere ecumenico del Patriarcato di Costantinopoli.

Le basi essenziali dell’unità della Chiesa sono, dunque, distrutte: la fraternità, di cui la comunione panortodossa è l’espressione, e l’ecumenismo, di cui Costantinopoli è garante, secondo i canoni e la tradizione storica.
1. In realtà l’autocefalia dell’Ucraina è più un diritto e una richiesta politica ostinata che una necessità così urgente. D’altra parte, invece, l’unità delle Chiese è una necessità indiscutibile e un comandamento evangelico. Che cos’è più importante: l’autocefalia di una Chiesa locale o l’alienabile unità di tutti nella “Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”?

Chi sono coloro che chiedono l’autocefalia? È possibile che un presidente dalla dubbiosa spiritualità e un autoproclamatosi “patriarca”[1] dalla problematica sensibilità ecclesiologica – che fino ad ora era da escludere in quanto scismatico – sarebbero le persone adatte ad esprimere questa necessità dello Spirito Santo, la volontà di Dio e l’aspirazione della Chiesa in Ucraina?

Se non vogliamo sentire le voci di coloro che si oppongono all’autocefalia, come possiamo sostenere le speranze di unità di fronte a coloro che hanno già causato uno scisma molti anni fa e che, per molto tempo, hanno accolto tra le loro file i partigiani del vecchio calendario in Grecia e altrove?

Se Filaret fosse stato eletto come Patriarca di Mosca nel 1990 – cosa che egli desiderava ardentemente ma che gli è fuggita di mano – chiederebbe oggi di diventare metropolita della Chiesa autocefala di Ucraina? E se sì, a chi lo chiederebbe? Al Sinodo di Mosca che lui stesso presiederebbe o a Costantinopoli che oggi fa finta di rispettare e davanti al quale apparentemente si china?

2. Secondo la logica cristiana, chiunque tiene in considerazione solo i propri diritti non sta nel giusto. Sta nel giusto chiunque protegge i propri diritti preservando l’equilibrio tra amore, pace, pazienza, perdono e riconciliazione. È solo allora, infatti, che i “diritti” di Dio sono salvaguardati. Inoltre, la nostra salvezza non si basa forse sulla più grande ingiustizia? “La maledizione della giusta condanna è abolita da una ingiusta condanna del Giusto”[2]. Fortunatamente, il Signore non faceva riferimento alla Legge e ai suoi diritti![3]

Nella fase attuale, l’approccio alla questione dell’autocefalia dell’Ucraina si concentra sui diritti di coloro che la possono garantire, cioè il Fanar [Costantinopoli] e Mosca, in base a un potere storico [Costantinopoli] o politico-economico [Mosca], ma non si fa riferimento al Vangelo, o perlomeno alle esigenze ecclesiali in Ucraina. Inoltre, all’orizzonte appaiono piani, ingiunzioni e pressioni politiche potenti. Ma al santo Vangelo non resta che la facciata.

3. Veramente, che legame può avere tutto questo con la logica del Dio crocifisso, con l’etica delle Beatitudini e del Sermone della Montagna, con l’asciugamano della Cena mistica[4], con i comandamenti di Cristo riguardo al servizio, con la preminenza dell’eschaton, con la preghiera sacerdotale del Signore “affinché tutti siano uno”, con l’insegnamento e il pensiero del divino Apostolo Paolo, con le omelie che ascoltiamo ogni domenica e con le lettere pastorali inviate per le principali feste liturgiche? L’applicazione dei canoni può abrogare il Vangelo?

Chi è in grado di capire come Chiese sorelle in Cristo per così tanti secoli ora possano rallegrarsi nello scoprire le cadute e gli errori l’una dell’altra? La tensione che sperimentiamo oggi significa forse che non ci siamo amati abbastanza nel passato? Come possiamo giustificare che i leader delle nostre Chiese sostengano così a gran voce il dialogo interreligioso e intercristiano e poi si rifiutano di comunicare tra loro? È possibile che noi possediamo tutta l’illuminazione e che nessun raggio illumini coloro che fino ad oggi sono stati nostri fratelli? Qual è in ultima analisi il significato del termine “comunione” se non include la comprensione reciproca?

O è possibile che non si rendano conto delle conseguenze catastrofiche di un minacciato scisma? Quale sarebbe, allora, la colpa del semplice fedele escluso dalla grazia dei luoghi di pellegrinaggio dell’altra ortodossia? Perché i fedeli russi dovrebbero essere privati della Santa Montagna[5] e i fedeli ellenofoni essere privati di San Serafino di Sarov, delle Grotte di Kiev, del [monastero di] Valaam, della grazia dei neomartiri russi? La grazia di Dio non è universale e da condividere con tutti? Se siamo uniti dalla fede e dal dogma comune, come possiamo giustificare una divisione basata su un disaccordo amministrativo?

Infine, per chi e per quale ragione è stato scritto il Vangelo d’amore, di perdono e di unità? Non si applica forse a noi e alle sfide del nostro tempo?

4. Inoltre, che cosa ne sarà della nostra confessione ortodossa nella diaspora o nei paesi di missione? Quale Cristo predicheremo e confesseremo? Quel Cristo che “ha chiamato tutti all’unità”, ma le cui parole stiamo negando con il nostro atteggiamento? O quel Cristo che non è riuscito a unire nemmeno coloro che per duemila anni hanno creduto in lui? La soddisfazione di aver ottenuto l’autocefalia è breve e tocca solo poche persone. Ma lo scandalo causato ai fedeli e al mondo è incommensurabile e generalizzato. Il peccato dello scisma è incurabile e imperdonabile.

È perfino possibile che Mosca punisca il suo clero e i suoi fedeli che ricevono la comunione sulla Santa Montagna o sull’isola di Patmos o forse più tardi anche a Gerusalemme e in Grecia? La comunione divina può diventare una leva per pressioni e ricatto politici? Dopo aver fatto esperienza del mistero per mille anni, questo è quello che abbiamo capito? Possiamo accettare l’interruzione momentanea della commemorazione dei patriarchi come segno di veemente protesta ma in alcun modo possiamo accettare la rottura della comunione tra i fedeli. La Chiesa stessa, invece di guidare il popolo di Dio a luoghi di santificazione, lo porta all’estraniamento dalla grazia. Invece di indebolire la fede della gente, non sarebbe meglio rafforzarla nella speranza che porterà i suoi leader a ragionare?

Speriamo che il nostro patriarca [Bartolomeo] allarghi ulteriormente il suo abbraccio ecumenico così che i russi possano trovarvi un posto. Quanto agli ucraini, essi non si uniranno a livello ecclesiale se non impareranno a perdonare i russi all’interno della Chiesa e a unirsi con loro. La Chiesa è Chiesa quando sconfigge i suoi nemici. Le parole di Sant’Anfilochio il giovane di Patmos, recentemente canonizzato dal Patriarcato ecumenico, sono più che mai attuali: “Vuoi vendicarti di quelli che ti mettono alla prova? La migliore vendetta è amarli: l’amore trasforma, infatti, perfino le bestie feroci”.

Ci aspettiamo anche dai nostri santi padri della Russia, la cui preghiera il popolo chiede alla fine di ogni liturgia, di unire la Chiesa lavorando con umiltà e non con uno spirito di conquista. Essi allora, con la grazia di Dio, vinceranno i cuori di tutti gli ortodossi. Non c’è ragione per loro di divenire la “terza Roma” secondo lo spirito di questo mondo, ma la “prima e santa Mosca” su un piano spirituale e allora avranno il primato nei nostri cuori.

Con l’aroma della loro esperienza della recente e crudele persecuzione e con la grazia dei loro neomartiri, ci aspettiamo da loro anche che offrano alla nostra Chiesa una fragrante testimonianza di unità. Così come è cattivo l’orgoglio del piccolo e del debole, così è buono l’umile sapienza del potente e del forte. Di ciò abbiamo tutti bisogno poiché ciò che conta alla fine non è chi ha la forza o il diritto dalla sua parte ma chi agisce nello Spirito Santo e trasmette la sua grazia.

Forse il comando divinamente ispirato dell’Apostolo Paolo “Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri” (Gal 5,15) mostra a tutti noi la via da seguire. Nei conflitti ecclesiali tra fratelli non c’è vincitore. Ma quando ci riconciliamo, nessuno va perduto. Tutti sono benedetti.

La Corea del Nord è giunta a un accordo con la Corea del Sud. E noi che preghiamo ogni giorno con il “Padre nostro” nel nostro cuore e sulle nostre labbra non riusciamo a metterci d’accordo?!

Preghiamo ardentemente che il Signore ci conceda “con la tentazione la via d’uscita” (1Cor 10,13) e ci guidi rapidamente alla conversione e alla “consolazione” (cf. Sal 66,12). Amen.

[1] Il riferimento è a Filaret, ex metropolita di Kiev, scomunicato nel 1997 dal Patriarcato di Mosca e reintegrato nella comunione ortodossa nel 2018 dal Patriarcato di Costantinopoli, N.d.T.

[2] Stichera per la festa dell’Esaltazione della Croce, N.d.T.

[3] Nel senso che se il Signore avesse voluto fare appello alla Legge, a quest’ora saremmo tutti condannati e non ci sarebbe salvezza, N.d.T.

[4] Il riferimento è alla lavanda dei piedi compiuta da Cristo agli Apostoli, narrata dall’evangelista Giovanni: “Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto” (Gv 13,3-5), N.d.T.

[5] L’Athos, N.d.T.

Metropolita Nicholas di Mesogaia e Lavreotiki
Μεσογαίας Νικόλαος: ”Διχασμένοι Αυτοκέφαλοι η Ενωμένοι Αδελφοί;
fonte originale in greco
traduzione dall’inglese con alcune correzioni fatte sul greco

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Diario di un discepolo indisciplinato (8): “I monaci, l’incendio e la fuga di Joshua”

Wed, 21/11/2018 - 09:42

1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata
6a puntata
7a puntata

Abuna Pambo era noto in monastero con due nomignoli: “l’amico della notte” e “l’usignolo afono”. Il monaco, infatti, oltre a soffrire di una grave forma di insonnia, aveva sempre un filo di voce che cercava di risparmiare il più possibile, come se avesse un credito prefissato di parole a cui poteva attingere durante l’arco della sua vita. Si alzava sempre nel cuore nella notte, attorno alla mezzanotte, e usciva dalla sua cella e poi dal recinto del monastero, il più delle volte per lavorare in falegnameria. Questo lavoro, che gli era stato assegnato dall’abate precedente, venti anni prima, gli piaceva moltissimo e riuscì ben presto a supplire a tutte le numerose necessità del monastero. Capitava talvolta che andasse a passeggiare nella zona degli eremi, recitando lentamente i salmi del vespro, della compieta e della preghiera del “velo”[1] perché mentre i suoi confratelli erano in chiesa per pregare vespro lui era in cella a riposarsi. Diceva così: “Mi ardeva il cuore nel petto; al ripensarci è divampato il fuoco. Allora ho lasciato parlare la mia lingua: ‘Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono’. Viene il nostro Dio e non sta in silenzio; davanti a lui un fuoco divorante, intorno a lui si scatena la tempesta. Divise il mare e li fece passare, e fermò le acque come un argine. Li guidò con una nube di giorno e tutta la notte con un bagliore di fuoco. Fino a quando, Signore, ti terrai nascosto: per sempre? Arderà come fuoco la tua collera? Ricorda quanto è breve la mia vita: invano forse hai creato ogni uomo? La via di Dio è perfetta, la parola del Signore è purificata nel fuoco; egli è scudo per chi in lui si rifugia. Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è roccia, se non il nostro Dio? Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco il cuore e la mente”.

Costeggiava gli eremi a distanza, immerso nella preghiera, quand’ecco, proprio mentre diceva “raffinami al fuoco il cuore e la mente”, alzato per un istante lo sguardo, vide una fiamma imponente. Temendo che la cella dell’eremita stesse andando a fuoco, si mise a correre e diceva dentro di sé: “Signore no! Signore no!”. Avvicinatosi all’incendio, si fermò per un minuto come se volesse contemplare questa visione epifanica, degna dell’incontro di Mosè con Dio al roveto del Sinai. “Che cosa avrà provato Mosè?”, si chiese, assorto, in quegli istanti. Poi, ritornato in sé, iniziò a urlare con tutta la poca voce che aveva: “Al fuoco! Al fuoco!”. Chiamò subito al telefono il rubbeta[2] che, ancora immerso nel dolce sonno del lavoratore, rispose:

– Ma che cosa dici? L’eremita dov’è? O mio Dio abbi pietà!

Abuna Pambo cercò come poté di gettare della sabbia sulle fiamme ma erano talmente enormi che era come buttare polvere negli occhi di un gigante. Il timore del povero monaco afono che l’eremita fosse stato inghiottito dalle fiamme ormai era molto più simile a una certezza. Si mise accovacciato a terra e cantilenava: “Signore no, Signore no!”. Passarono pochi minuti quando iniziò ad arrivare la prima autobotte del monastero che scaricò poco per volta un serbatoio d’acqua sull’eremo. Dopo circa mezzora sopraggiunse un camion dei vigili del fuoco della città vicina. Ci volle più di un’ora per domare l’incendio la cui luce possente iniziò poco alla volta a fare spazio a quella più umile dell’alba. Nessun in monastero si ricordava di aver visto mai niente di simile.

Nella concitazione del momento si era temuto per l’eremita. Si pensava fosse morto. Qualcuno sperava che fosse scappato al principio dell’incendio. Qualcun altro diceva che, una volta divampate le fiamme, sarebbe stato impossibile salvarsi. Abuna Siluan, l’ultimo monaco ordinato sacerdote, iniziò a recitare la preghiera di assoluzione per i morti. Poco prima dell’arrivo dei vigili del fuoco, però, dal lato del palmeto, l’eremita si fece strada tra i monaci che rimasero meravigliati. Abuna Pambo fece un salto quando lo vide, quasi avesse visto un fantasma.

– Abuna… abuna! Sei tu! Sei vivo! Noi ti credevamo morto. Gloria a Dio!

– L’australiano, l’australiano! Ho sognato che gli accadeva qualcosa di brutto! – rispose l’eremita.

– O mio Dio! Sei tu sei salvo per miracolo, lui sarà sicuramente morto!

– Aspettiamo che l’incendio sia domato e preghiamo. Solitamente teneva lo zaino fuori dalla porta. Se l’è fatto riportare dal monastero, non riusciva a vivere senza tutta la sua cianfrusaglia. Insomma, se lo zaino c’è vuol dire che lui era dentro. Il Signore non voglia!

– Ma cosa hai sognato abuna? Diccelo.

– Non è importante padre, non è importante.

Abuna Pambo insistette a tal punto che l’eremita dovette vincere il suo naturale pudore monastico.

– Ho sognato che cadeva da una montagna molto alta, avvolta nel fumo, e veniva divorato da alcuni sciacalli senza cuore. Mi chiamava a voce alta e io non potevo niente. Poi nel sogno ho invocato il Signore dicendogli: “Non è ancora dei tuoi, ma di’ soltanto una parola ed egli sarà guarito”. Il Signore, allora, si è precipitato all’istante e lo ha liberato dalle bestie. Era ridotto male, povera anima, ma era vivo. Il Signore non voglia che gli sia accaduto niente di male.

– Forse è andato da abuna Lazzaro, per un tè.

– Forse. O forse no. Aspettiamo e preghiamo.

Quando le fiamme furono spente, alcuni monaci entrarono nell’eremo. Cercarono lo zaino ovunque nel cortile esterno ma non vi era alcuna traccia. Abuna Pambo disse all’eremita:

– Abuna, lo zaino non c’è! Forse è stato divorato dalle fiamme.

– Se non c’è lo zaino non c’è neanche Joshua. Deve essere andato da qualche parte. Con il buio si sarà perso. Bisogna assolutamente cercarlo.

Intervenne il rubbeta:

– Quand’è l’ultima volta che l’hai visto, abuna?

– Ieri mattina. Avevamo avuto una conversazione molto intensa. Spero siano state le fave cotte a farlo fuggire e non quello che gli ho detto!

– Secondo te come è divampato l’incendio?

– Probabilmente ha acceso il lume a gas e, uscendo, non lo ha spento. Ci vuole poco perché le lenzuola troppo vicine al lume prendano fuoco.

L’abate diede ordine al rubbeta di organizzare dieci squadre di cinque monaci. Ognuna di esse avrebbe setacciato una specifica area del monastero. Fu suonata la campana del grande campanile e fu acceso il grande faro che era in cima ad esso per illuminare il più possibile. Il monastero era in fibrillazione. Io ero l’unica cosa che interessava in quel momento ai monaci.

Mentre le squadre erano all’opera, sopraggiunse abuna Filotheos che disse al rubbeta: “Stanotte, mentre rientravo dal Cairo, ho visto qualcuno scavalcare il muro di recinsione. Ho pensato, lì per lì, che fosse Abram, l’operaio birichino che va spesso in città di notte. Ho sorriso pensando che un ventenne che non ha alcuna vocazione monastica, aveva pur diritto ad andare in città a divertirsi”.

Il rubbeta non ebbe dubbi: “È lui! A che ora l’hai visto?”

Abuna Filotheos gli raccontò tutti i particolari. Il rubbeta informò immediatamente l’abate che chiese alle squadre di interrompere le ricerche.

L’eremita, intanto, tornò in cella. Non aveva né la forza né l’agilità dei giovani. Preferì, per questo, non partecipare alle ricerche dirette ma, chiusa la porta, in segreto, si rivolse al Pastore delle cento pecore perché andasse lui stesso alla ricerca della pecora smarrita: “Padre Santo, Padre del nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, a te la lode ora e sempre. Padre benedetto fa’ che non accada nulla di male al povero Joshua. È smarrito, Signore, lo circondano abissi di morte. Affonda nel fango, nulla lo trattiene. Mostragli la via della vita poiché la tua grazia vale più della vita. Non tardare Signore, affrettati a soccorrerlo! Inviagli un angelo perché lo riporti all’ovile, sano e salvo. Signore, inviagli un angelo, inviagli un angelo, te ne prego! Non disprezzare la preghiera di questo povero vecchio. Sii compassionevole Signore con chi non ti conosce poiché come può l’uomo conoscerti se tu non lo tocchi con il tuo amore? Amen, Padre benedetto e santo. Speriamo in te. Da te solo è la salvezza. A te la lode, o Padre. Tu che sempre ci ascolti nel tuo Figlio amato, Gesù Cristo. E alla santa e beata Trinità sia sempre lode e gloria, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli, amen”.

Io intanto cercavo di mettere insieme le idee. La puzza del giardinetto (o forse è meglio dire: “del letamaio”) nella quale ero immerso mi fece subito capire una cosa: bisognava andare via di lì, subito.

[1] Ultima delle dieci preghiere canoniche della Chiesa copta. È recitata solo nei monasteri.

[2] Parola araba egiziana di origine siriaca (rab bayta, lett. ‘padrone di casa’). Figura che nel monachesimo copto indica il monaco igumeno, incaricato della gestione e del coordinamento degli affari quotidiani all’interno del monastero. Corrisponde, in termini monastici occidentali, a una sorta di vice-priore con funzioni anche di economo.

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La via della luce e la via delle tenebre (Lettera di Barnaba)

Tue, 20/11/2018 - 06:08

Questo scritto fa parte del gruppo denominato dei Padri Apostolici. L’opera godette di un’enorme diffusione e alcuni autori, come Origene, arrivarono a considerarla canonica. Venne scritta intorno al 131 (l’opera parla della distruzione di Gerusalemme per mano di Adriano). Non conosciamo il suo autore , ma vi sono senza dubbio molti argomenti favorevoli per attribuirne la redazione ad un giudeo-cristiano, forse alessandrino; in ogni caso, l’opera presenta elementi ellenizzanti. Non è da escludere l’attribuzione a Barnaba, discepolo dell’apostolo Paolo.

Due sono le vie dell’insegnamento e della libertà; quella della luce e quella delle tenebre. Grande è la differenza tra queste due vie. Per l’una sono disposti gli angeli di Dio apportatori di luce, per l’altra gli angeli di Satana. L’uno è il Signore dei secoli nei secoli, l’altro è principe di questo tempo di iniquità.

La via della luce

Questa, pertanto, è la via della luce. Se qualcuno vuole pervenire ad un luogo determinato non risparmi le sue fatiche. Questa è l’indicazione dataci per camminare su tale via. Amerai chi ti ha creato, temerai chi ti ha plasmato, glorificherai chi ti ha liberato dalla morte. Sarai semplice di cuore e ricco di spirito e non ti unirai a coloro che camminano sulla strada della morte. Odierai tutto ciò che non piace a Dio ed ogni ipocrisia e non abbandonerai i precetti del Signore. Non ti vanterai, sarai, invece, umile in tutto senza cercare gloria per te. Non adotterai un malvagio proposito contro il tuo prossimo e non darai arroganza alla tua anima. Non fornicherai, non sarai adultero né corromperai i fanciulli. Non esca da te la parola di Dio frequentando i depravati.

Non considerare la persona nel riprendere qualcuno per la caduta. Sarai mansueto, tranquillo e temerai le parole che hai ascoltato. Non avrai rancore contro tuo fratello. Non dubitare se avverrà o non avverrà l’una o l’altra cosa. Non pronunzierai il nome del Signore. Amerai il prossimo tuo più della tua anima. Non ucciderai il bambino con l’aborto e non lo farai morire appena nato. Non allontanare la mano da tuo figlio e da tua figlia, ma dall’infanzia insegnerai loro il timore di Dio. Non essere desideroso dei beni del tuo prossimo, né essere avaro. Non ti legare nell’anima ai superbi, ma frequenterai gli umili e i giusti.

Accetta gli avvenimenti che ti capitano come un bene, sapendo che nulla avviene senza Dio. Non sarai doppio nel pensiero e nella parola; laccio di morte è la doppiezza della parola. Sii sottomesso ai padroni come ad immagine di Dio con rispetto e timore. Non comanderai con asprezza al tuo servo e alla tua serva che sperano nello stesso Dio, perché non abbiano a perdere il timore di Dio che è sugli uni e sugli altri. Egli non venne a chiamare secondo la persona, ma quelli che lo Spirito ebbe a preparare. Renderai comune ogni cosa col tuo prossimo e non dirai che è tua. Se avete in comune ciò che è incorruttibile, quanto più quello che è corruttibile. Non essere loquace, laccio di morte è la bocca. Per quanto potrai, sarai casto per la tua anima. Non avere le mani larghe nel prendere, e strette nel dare. Amerai come la pupilla del tuo occhio chi ti dice la parola di Dio. Giorno e notte ti ricorderai del giudizio. Cercherai sempre di affaticarti con la predicazione andando ad esortare e preoccupandoti di salvare l’anima con la parola, o di lavorare con le mani per espiare le tue colpe. Non esitare nel concedere e non brontolare nel dare e conoscerai chi è il tuo buon rimuneratore. Custodirai ciò che hai ricevuto senza aggiungere e senza togliere. Odierai il male sino alla fine. Giudicherai con giustizia. Non creare divisioni, cerca, invece, la pace riconciliando i contendenti. Confesserai i tuoi peccati e non ti recherai alla preghiera con coscienza agitata.

La via delle tenebre

La via del nero è tortuosa e piena di maledizioni. È la via della morte eterna nel castigo, in cui si hanno le cose che rovinano l’anima: idolatria, arroganza, superbia di potere, ipocrisia, doppiezza di cuore, adulterio, omicidio, rapina, disprezzo, trasgressione, inganno, malizia, alterigia, veneficio, magia, avarizia, mancanza di timore di Dio. coloro che vessano i buoni, odiano la verità, amano la menzogna, non riconoscono il guadagno della giustizia, non aderiscono al bene né al giudizio giusto, non si curano della vedova e dell’orfano, non vegliano per il timore di Dio, ma per il male, e da essi sono assai lontano la mansuetudine e la pazienza, amano la vanità e si procacciano la ricompensa. Sono crudeli verso il povero, indolenti verso il sofferente, facili alla maldicenza, ingrati verso il loro creatore, uccisori dei figli, distruttori del plasma creato da Dio, incuranti del bisogno, oppressori del tribolato, avvocati dei ricchi, giudici cattivi dei poveri, peccatori in tutto.

È bene, dunque, imparare i comandamenti del Signore, quali sono stati scritti per seguirli. Chi fa questo sarà glorificato nel regno di Dio; chi sceglie, invece, le altre cose perirà con le sue opere. Per questo c’è una risurrezione, per questo c’è un premio. Prego voi che siete superiori di accettare un consiglio dalla mia benevolenza. In mezzo a voi avete per chi operare il bene, non trascuratelo. È vicino il giorno in cui periranno tutte le cose con il maligno. “È vicino il Signore e la sua ricompensa”.

Ancora vi chiedo: siate buoni legislatori di voi stessi, rimanete vostri fedeli consiglieri, allontanate da voi ogni ipocrisia. Dio che domina tutto l’universo vi conceda sapienza, intelligenza, scienza, conoscenza dei suoi precetti, costanza. Siate discepoli di Dio cercando che cosa il Signore vuole da voi e operate per trovarvi pronti nel giorno del giudizio. Se vi ricordate del bene, ricordatevi di me quando meditate queste cose, perché il mio zelo e la mia vigilanza portino a qualche vantaggio. Ve lo chiedo come una grazia. Sino a quando il bel vaso è con voi, non trascurate nulla delle cose vostre, ma ricercatele continuamente e adempite ogni precetto. Sono cose degne. Per questo mi sono affrettato a scrivervi quello che potevo per darvi gioia.

Vi saluto, figli dell’amore e della pace. Il Signore della gloria e di ogni carità sia col vostro spirito.

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Il Figlio fa le stesse cose del Padre (Gv 5,19) (Cirillo di Alessandria)

Mon, 19/11/2018 - 06:55

Allora Gesù prese a dire loro così: «In verità, in verità vi dico: Il Figlio da sé non può fare nulla, ma soltanto ciò che vede fare al Padre; poiché qualunque cosa Egli faccia, il Figlio lo fa ugualmente [ὁμοίως]»

Ciò che abbiamo detto precedentemente lo spiega, di nuovo, in altro modo, cercando di portare, in ogni modo, i suoi ascoltatori alla conoscenza della verità. Pensando, ripete, in altro modo, l’insegnamento che prima, per la loro mediocrità, non è stato afferrato, e nonostante che l’argomento sia lo stesso, lo tratta però diversamente.

È compito infatti d’un buon maestro non insegnare in fretta né sfiorare l’argomento, ma proporre distintamente l’insegnamento con eleganza e varietà, spiegan­do spesso la difficoltà delle questioni con un modo di parlare chiaro.

Mescolando pertanto l’umano col divino, e combinando un discorso di media portata con tutti e due gli elementi, in qualche modo fissa lentamente la dignità conveniente all’Unigenito; e mette in rilievo la natura umana, dicendo come Signore e, nello stesso tempo, come uno dei servi: «Il Figlio da sé non può far nulla, ma soltanto ciò che vede fare al Padre. Poiché quanto questi fa, il Figlio similmente lo fa». Egli, in questo modo, dimostra l’identità della sua sostanza col fatto che può fare indifferentemente le stesse cose che sono di Dio Padre, e operare similmente come il Padre.

Infatti, quelle cose che hanno la stessa natura, agi­scono similmente; mentre, quelle che hanno una natura diversa, hanno senz’altro un diverso modo di operare.

Dunque, come Dio vero da Dio Padre vero, afferma di poter fare le stesse cose con lui; ma affinché appaia che egli è uguale al Padre non solo nella potenza, ma ha sempre lo stesso pensiero e la medesima volontà, dice di non poter fare nulla da sé, se non ciò che vede fare al Padre. È come se dicesse, più chiaramente, a coloro che lo perseguitavano per aver guarito un uomo in giorno di sabato: Voi credete che sia stato trasgredi­to il precetto del sabato; ma mai avrei fatto ciò se non avessi visto che il Padre agisce in modo uguale, in quanto egli, sebbene per mezzo mio, fa ciò che riguar­da la conservazione del mondo, anche di sabato. Non è possibile, dice, che io, suo Figlio per natura, non faccia e non voglia, in tutto, le cose che sono del Padre, non come se prendessi un modello da fuori, come da un maestro, o che sia costretto a volere le stesse cose del Padre, stimolato da una volontà impositiva, ma perché, per le leggi dell’immutabile natura, insieme a Dio Pa­dre, ho la stessa volontà e operosità.

In questo senso si devono intendere le parole se­condo le quali non può fare nulla da sé.

In questo modo, credo, dobbiamo pensare piamen­te, «facendo prigioniero ogni intelletto perché obbedi­sca a Cristo», come è scritto.

Ma, forse, colui che combatte la verità obietterà e, ciò che è stato detto, lo farà come cibo della sua insi­pienza, e incalzerà dicendo: Se il Figlio è uguale al Pa­dre, e non gli concede necessariamente nessuna supe­riorità per una inferiorità della sua natura, quale ragione lo spinge a dichiarare apertamente di non poter fare nulla da sé, se non lo vede fare al Padre? Chiaramente, egli continua, con queste parole ammette di non poter fare assolutamente nulla da sé, giacché conosce lui che è più bravo e più eccellente di sé.

E tu torni, di nuovo, a sofisticare? Che cosa rispon­deremo a queste tue parole?

Il nemico di Cristo moltiplica le sue bestemmie, e non capisce di essere ubriaco a causa della sua igno­ranza.

Era opportuno, mio caro, approfondire il significa­to di ciò che è stato esposto, e non insultare temeraria­mente con ragionamenti insulsi.

Come pensi di spodestare il Figlio della sua ugua­glianza col Padre, per il fatto che dice di non poter fare nulla da sé, se non lo vede fare al Padre? Forse che dice queste cose, come se non fosse uguale per potenza? Ebbene, anche da ciò che è stato proposto si può argui­re che il Figlio ha la stessa potenza del Genitore piutto­sto che essere privo di divina potenza.

Infatti, non sembra che egli dica: Il Figlio non può fare nulla da sé se non ha il potere dal Padre (afferma­re ciò sarebbe certamente di uno realmente debole e inferiore), ma «se non vede che lo fa il Padre».

Credo che nessuno si opporrà, se diciamo che il senso della vista serva naturalmente per vedere le cose, e non per ricevere maggiori forze. Dunque, quando il Figlio dice di vedere le opere del Padre, non vuol dire che è inferiore a lui ma, al massimo, imitatore o spet­tatore, come diremo meglio in seguito.

Che poi appaia di eguale potenza attraverso l’iden­tità e molto simile operazione in ogni cosa, egli stesso lo insegnerà chiaramente nelle parole seguenti, parlan­do del proprio Padre: «Poiché qualunque cosa questi faccia, il Fi­glio ugualmente lo fa».

Come, dunque, è inferiore chi è capace dì operare esattamente come il Padre? Forse che le qualità del fuoco agiranno diversamente dal fuoco, senza che si veda qualche cambiamento in ragione dell’azione? E come può accadere ciò? Come, dunque, il Figlio farà le  stesse cose del Padre, se, per questo, resta indietro, co­me se non avesse una forza uguale?

Ma, per il momento, basta aver detto questo per quello che ci è stato proposto. Ragioniamo di nuovo, invece, in modo diverso, per vedere se la natura del Fi­glio possa essere inferiore al Padre: discorriamo simil­mente sulla potenza.

Dicono che il Figlio è Dio da Dio per natura e vero, e realmente della sostanza del Padre, oppure dicono che è Dio, aggiungendo però, empiamente, che è diver­so dalla sostanza del Padre?

Se essi sostengono che il Figlio non è della sostanza del Padre, non sarà né Dio per natura né Dio vero. Chi infatti non è da Dio per natura, non sarà Dio per natu­ra, né sarà Figlio se non è generato dalla sostanza del Padre, ma ci viene presentato da loro come un figlio spurio e un Dio nuovo.

Se invece non diranno questo, arrossendo per l’as­surdità dei loro insegnamenti, e affermeranno che l’Uni­genito è veramente dal Padre, ed è veramente Dio per natura: come, il Figlio sarà inferiore al Padre, oppure come, qualora egli sia meno potente in qualche cosa, non accuserà di debolezza la sostanza del Padre?

Infatti, se Dio per natura può avere in sé una infe­riorità, che cosa impedisce che questa l’abbia anche il Padre, dal momento che la divina e ineffabile natura ha, sia pure una sola volta, la possibilità di subirla e, in questo modo, appaia, secondo la loro dottrina, anche nel Figlio?

Dunque, dobbiamo dedurre che Dio non è immune da sofferenza, né è sempre lo stesso, né assolutamente stabile nella immutabile felicità?

Ma chi, dimmi, potrà sostenere tali cose? Chi, no­nostante che la divina Scrittura gridi ad alta voce che il Figlio è il Signore delle potenze, si prenderà la respon­sabilità di dire che il Figlio deve essere corroborato, e risultare quindi imperfetto ciò che propriamente egli solo ha insieme al Padre e allo Spirito Santo?

Ma, di nuovo, l’avversario replicherà: per questa ra­gione noi diciamo che il Padre è superiore al Figlio. Il  Padre è la prima causa delle cose, poiché è perfetto nella potenza e nella sapienza; il Figlio, invece, prima osserva, poi, in un secondo momento, opera, imitando l’azione del Padre, in tal modo da essere ritenuto anche lui Dio. Questo infatti ci insegna quando afferma di non fare nulla da sé, ma soltanto ciò che vede fare al Padre.

Ma che cosa dici, o sventatissimo? Il Figlio esprime in sé i modelli dell’azione del Padre per essere in tal modo ritenuto Dio? È dunque Dio per aver imparato, e non per natura; e come noi raggiungiamo la scienza e l’arte, così lui la dignità? Ed è piuttosto artefice delle opere della divinità che Dio vero? E perciò diverso dal- la sua arte, sebbene quella sia conveniente a Dio? Per- ché, dunque, gli angeli del cielo, e noi con loro, adoriamo senza commettere colpa, chi è al di fuori dei limiti della divinità, e ripone la sua gloria soltanto nell’apprendimento, mentre, invece, la sacra Scrittura c’impone di adorare nessun altro al di fuori del vero Dio? Essa dice infatti: «Adorerai il Signore tuo Dio, e a lui solo renderai culto».

Ma la santa moltitudine degli angeli non ha sbagliato, uscendo fuori rotta, e adora il Figlio e, con noi, rende il culto a colui che riconosce Dio per natura, e non per apprendimento, come essi dicono delirando. Essi non si accorgono, infatti, a quanto pare, in quanta assurdità cadano per questa loro dottrina.

Prima di tutto, il Figlio subirà alterazione e muta- mento dal meno al più, sebbene egli stesso dica per mezzo del profeta: «Vedete, vedete che sono io, e non mi sono mutato». Ma mentirà certamente il Salmista che grida al Figlio, nello Spirito: «Ma tu sei sempre lo stesso». Aspetta, infatti, come essi dicono, che il Padre operi su qualche cosa, come guida e maestro, affinché, dopo averlo osservato, divenga suo imitatore.

Ma come è possibile che chi si comporta in questo modo non sembri che passi dall’ignoranza alla conoscenza, e non sia trasformato dal peggio al meglio, se pensiamo che il conoscere qualche bene è meglio del non conoscerlo?

E ci dicano poi quale assurdo ne verrebbe per questo, se pensano a Dio come maestro piuttosto che 0؟- me Padre: forse che il Figlio aspetta di vedere, perché ignora le opere del Padre o perché non ha un’idea molto esatta di quelle? Infatti, se diranno che egli aspetta, sebbene le conosca, dimostreranno chiaramente che il Padre opera invano, e si occupa di un’opera inutile. L’uno sta a guardare ciò che conosce perfettamente, come se non lo conoscesse; l’altro poi si accinge a insegnare a quello che già sa. E chi può dubitare che tali cose sono assolutamente ridicole?

Forse non diranno questo, ma si volteranno a ciò che è contrario. Affermeranno, infatti, che egli aspetta necessariamente che il Padre operi, affinché egli impari, vedendolo, a operare.

Come, allora, egli «conosce tutto prima che accada» (Dn 13,42)? Oppure, come veramente egli dirà di se stesso: «Io sono un Dio vicino, dice il Signore, non un Dio lontano: forse rimarrà a me nascosta qualche cosa?» (Ger 23,23-24). Come non sarà assurdo credere allo Spirito, e approfondire e conoscere i segreti di Dio, mentre si pensa, invece, che colui che dà lo Spirito ignori le opere del Padre e sia inferiore, quanto a conoscenza, al suo Spirito? Forse che il Figlio cesserà anche di essere sapienza, giacché non conosce affatto, e impara per apprendimento? Sarà infatti capace di ricevere la sapienza piuttosto che la stessa Sapienza per natura. La Sapienza è quella che largisce la sapienza, non quella che riceve la sapienza, come, del resto, la luce è quella che illumina, non quella che è illuminata. Dunque, egli sarà diverso dalla sapienza che è in lui e quindi, come prima cosa non sarà semplice, ma composto di due cose!

Inoltre finirà anche di essere Dio: parlo di Dio per natura e sostanzialmente. Infatti, imparare da un altro, ed essere composto, non è compatibile con la natura divina che ha, come suo proprio e perfettissimo bene, la semplicità.

E se il Figlio non è, per natura, Dio, come opera e compie quelle cose che convengono soltanto a Dio?

O forse diranno che a lui basterà soltanto, anche per avere la potenza conveniente a Dio, che veda Dio che opera, e avere cosi, con la semplice vista, di essere Dio per natura, e di poter compiere molte opere, tante quante ne vede fare al Padre? Dunque, nulla vieta che anche molti altri diventino dèi, se lo stesso Padre permetterà di mostrare la via delle sue opere: e così l’essere eccellente consisterà nell’imparare quello che è superfluo della sostanza del Padre! Infatti, non con l’apprendimento, come essi dicono, si eleverà alla dignità della natura divina chi afferma: «Io e il Padre siamo una cosa sola»; «Chi ha visto me, ha visto anche il Padre».

Considerino, dunque, quale cumulo di bestemmie derivi dal voler pensare in questo modo, e comprendano veramente chi è il Figlio, secondo quanto è scritto.

Infatti, non per la contemplazione delle opere del Padre, e neppure perché ha lui come guida e maestro nelle opere, egli compie e fa i miracoli ed è perciò Figlio, ma perché, in certo modo, una legge naturale lo porta ad essere uguale in tutto a colui che l’ha generato, eguaglianza che risplende e si manifesta anche per mezzo della somiglianza assoluta delle opere.

Ma, dopo aver proposto di nuovo la testata del discorso e, se vi pare, approfondendola con maggiore acutezza, cerchiamo di vedere con attenzione quale sia il significato delle parole, e consideriamo con quale pietà convenga che noi le comprendiamo.

Dunque: «In verità, in verità vi dico: Il Figlio da sé non può fare nulla, ma soltanto ciò che vede fare del Pa­dre; poiché quanto questi fa, il Figlio similmente lo fa».

Tu vedi come, anche attraverso l’identità assoluta delle opere, si mostra in tutto uguale al Padre, in modo che, per questo, appaia anche come erede della sostan­za del Padre. Il Salvatore dice queste cose come se ne­cessariamente e senza dubbio debba essere ritenuto Dio per natura colui che opera in modo uguale a’quello in cui opera il Padre.

Nessuno, poi, si dovrebbe scandalizzare quando, in ragione della sua condizione, sembra che il Figlio non possa far nulla da sé, se non quello che vede fare dal Padre.

Infatti, una volta che, «presa forma di schiavo», «si è fatto uomo», a causa della unione con la carne, non sempre usava, nel parlare, la libertà e l’autorità che conviene a Dio, anzi, data la condizione, usava tal­volta il linguaggio conveniente, nello stesso tempo, a Dio e all’uomo. Era infatti veramente l’uno e l’altro. Questa è la vera dottrina. Ma penso che la dottrina proposta debba essere spiegata anche in altro modo, e debba approfondirsi più acutamente il nocciolo della questione.

«Il Figlio non può fare nulla da sé – egli dice -, ma soltanto ciò che vede fare dal Padre». L’espressione «non può», ossia è impossibile si dice di alcune cose, cioè conviene ad alcune cose. La paro­la, infatti, si dice non è indizio di necessarietà o di de­bolezza, secondo noi, ma spesso indica stabilità delle nature e stato irremovibile delle sostanze relativamente alla natura e, perciò, naturale e immutabile operatività di ciascuna.

Ma, se vi pare, spieghiamo la cosa con alcuni esempi.

Se uno, per esempio, dicesse di non poter portare un legno grosso e pesante da trascinare, denunzierebbe la sua debolezza. Se un altro, invece, dicesse: Sono un uo­mo ragionevole, nato da padre ragionevole, e non pos­so fare, come mio proprio e da me stesso ciò che non vedo inerente alla natura di chi mi ha generato: allora, l’espressione non posso indica che la natura è costante, e non può essere trasformata, da ciò che è, in un’altra. Non posso, infatti, dice, da me, non essere un animale ragionevole, abolendo quelle caratteristiche che sono proprie della natura. Non vedo, infatti, che possa acca­dere ciò nella natura del genitore. Allo stesso modo comprenderai Cristo che dice: «Il Figlio non può fare nulla da sé, ma soltanto ciò che vede fare dal Padre». Non rimproverate, egli dice, le opere del Figlio: giacché egli, vedendo la natura del Padre, come nei propri pen­sieri o movimenti naturali, compie quelle opere che ve­de fare convenientemente da quella, e nient’altro: non può, infatti, provare in se stesso nessuna di quelle cose che sono al di fuori della sua natura, per il fatto che è da quella.

Per esempio, la natura del Padre è misericordiosa: il Figlio allora, vedendo che l’essere misericordioso fa parte naturale di quella, poiché è da lui, è anch’egli, per natura, misericordioso, e non può essere qualcosa di diverso da quello che è la natura. Egli, infatti, ha dal Padre sia la natura che i beni che derivano da questa (naturalmente, in modo semplice e senza composizio­ne, perché è Dio). Perciò, sapientemente, aggiunge su­bito: «Poiché quanto questi fa, il Figlio ugualmente lo fa», riassumendo in queste parole tutto, per così dire, il significato di quelle parole, che non può fare nulla da sé, se non ciò che vede fare dal Padre.

E se ricerchi il motivo per cui il Figlio dice queste cose, farai attenzione con più diligenza alle parole det­te da quelli.

Dunque, poiché egli aveva avuto misericordia del paralitico in giorno di sabato, i Giudei cominciarono a perseguitarlo. Ma Cristo li confuse, facendo presente che Dio Padre mostra la sua misericordia di sabato. In­fatti non pensò di dover vietare ciò che giova alla no­stra salute. E all’inizio, disse: «Il Padre mio continua ad operare, e anch’io opero». E poiché, per la loro insi­pienza, sembravano irritati da queste parole, soggiun­ge di nuovo: «Il Figlio non può fare nulla da sé, ma sol­tanto quello che vede fare dal Padre. Quanto questi fa, tanto fa similmente il Figlio».

Poiché il Padre, egli dice, non si rifiuta di aver mi­sericordia di sabato, giacché vedo la sua misericordia dappertutto, perciò sono misericordioso dappertutto anch’io, che non posso cambiare in me stesso la natura del Padre, sì da non apparire e non essere tale quale egli è per natura. Tutto ciò che è di lui io lo opero senz’altro in quanto sono da lui.

Dire, poi, che il Padre inizia prima le opere, è l’ulti­ma pazzia. Come può dirsi che egli abbia cominciato in disparte e da solo, quando sappiamo che il Figlio è la sua potenza con la quale opera in tutto, e che, fin dall’eternità, è in lui, ed esprime la sua volontà e il mo­vimento nell’agire?

E se stoltamente sostengono che egli aspetti per ogni opera l’azione propria di Dio perché la imiti, ci dimostri­no che il Padre abbia mai operato in disparte e da solo, oppure anche in che modo egli, dopo aver guarito il pa­ralitico, abbia dato l’azione come prototipo [ώς εν τύπω] per il Figlio.

tratto da Cirillo di Alessandria, Commento al Vangelo di Giovanni, I, Città Nuova, pp. 316-325

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Apoftegmi di coloro che hanno vegliato nell’ascesi

Mon, 05/11/2018 - 09:29

“Gli apoftegmi di coloro che hanno vegliato nell’ascesi mostrando in breve la loro eminente virtù” è una raccolta minore di detti dei padri del deserto, caratterizzati da un’estrema stringatezza. Alcuni detti si possono ritrovare facilmente presso i grandi padri nella serie alfabetica o nella raccolta anonima. Sono dei piccoli gioielli da custodire con attenzione e consultare di tanto in tanto.

1. Domandarono ad abba Isaia: “Che cos’è l’amore per il denaro?”. Rispose: “Non credere in Dio e che egli possa occuparti di te, disperare delle promesse di Dio, e amare i piaceri dannosi”.

2. Gli domandarono ancora: “Che cos’è la maldicenza?”. Rispose: “Non conoscere Dio né la gloria di Dio e la gelosia verso il prossimo”.

3. Gli domandarono ancora: “Che cos’è la collera?”. Rispose: “Il settarismo, la menzogna e l’ignoranza”.

4. Chiesero a un anziano: “Che cosa deve essere il monaco?”. Rispose: “Per quello che mi riguarda, deve essere come solo a Solo”.

5. Chiesero a un anziano: “Perché ho paura mentre cammino nel deserto?”. Rispose: “Perché vivi ancora”.

6. Chiesero a un anziano: “Che cosa bisogna fare per essere salvati?”. [L’anziano] stava intrecciando una corda. Senza togliere gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Come vedi”.

7. Chiesero a un anziano: “Perché non sei mai depresso?”. Rispose: “Perché ogni giorno mi aspetto di morire”.

8. Chiesero a un anziano: “Perché sono continuamente depresso?”. Rispose: “Perché non hai ancora visto la fine”.

9. Chiesero a un anziano: “Qual è l’opera del monaco?”. Rispose: “Il discernimento”.

10. Chiesero a un anziano: “Perché sono tentato dalla fornicazione?”. Rispose: “Perché mangi molto e dormi”.

11. Chiesero a un anziano: “Cosa deve fare il monaco?”. Rispose: “Fare tutto ciò che è bene, astenersi da tutto ciò che è male”.

12. Gli anziani dicevano che la preghiera è lo specchio del monaco.

13. Gli anziani dicevano: “Non c’è niente di peggio che giudicare”.

14. Gli anziani dicevano: “Non bisogna scendere a compromessi con i pensieri”.

15. Gli anziani dicevano: “Corona del monaco è l’umiltà”.

16. Gli anziani dicevano: “A ogni pensiero che ti giunge di’: ‘Sei dei nostri o dell’avversario?’. E certamente esso lo confesserà”.

17. Gli anziani dicevano: “L’anima è una fonte: se tu la scavi, si purifica; ma se tu vi butti della terra, essa sparisce”.

18. Disse un anziano: “Io ho fiducia che Dio non è ingiusto e che non mi tirerà fuori da una prigione per buttarmi in un’altra”.

19. Disse un anziano: “Farsi violenza in tutto: questo è il cammino di Dio”.

20. Disse un anziano: “Un monaco che non lavora è giudicato come ambizioso”.

21. Disse un anziano: “Se Dio ci perdona con longanimità il male che facciamo, quanto più ci verrà in aiuto se facciamo delle opere buone”.

22. Disse un anziano: “Non fare niente senza aver esaminato nel tuo cuore se ciò che fai è per Dio”.

23. Disse un anziano: “Se un monaco prega soltanto quando sta in piedi per la preghiera, un tal monaco non prega affatto”.

24. Disse un anziano: “Ho passato vent’anni a lottare contro un solo pensiero per vedere tutti gli uomini come uno solo”.

25. Disse un anziano: “Di tutte le virtù la più grande è il discernimento”.

26. Disse un anziano: “Come fa l’anima ad acquisire l’umiltà?”. Rispose: “Quando non si preoccupa che dei propri mali”.

27. Disse un anziano: “Colui che ascolta una maldicenza deve fuggire e [così] corregge colui che sparla”.

28. Disse un anziano: “Come la terra non può cadere più in basso, così colui che si umilia non può cadere [più in basso]”.

29. Disse un anziano: “Non ho mai tardato a ricevere tutto ciò che potevo”.

30. Disse un anziano: “È una vergogna per un monaco che ha rinunciato a tutto ciò che gli appartiene e che si è fatto straniero per Dio andare poi al castigo”.

31. Disse un anziano: “La generazione attuale non cerca l’oggi ma il domani”.

32. Disse un anziano: “La nostra opera è bruciare legna”.

33. Disse un anziano: “Non voler essere considerato”.

34. Disse un anziano: “L’umiltà non si adira e non adira”.

35. Disse ancora: “Dimorare bene nella cella riempie di beni”.

36. Disse un anziano: “Guai all’uomo quando il suo nome è al di sopra della sua opera” [cioè che ha una fama immeritata].

37. Disse un anziano: “La libertà di parola e il riso assomigliano a un fuoco che divora della paglia”.

38. Disse un anziano: “Colui che si fa violenza in tutte le cose per il Signore è simile al confessore [della fede]”.

39. Lo stesso disse: “Se qualcuno si fa folle per il Signore, il Signore lo renderà saggio”.

40. Disse un anziano: “Un uomo che ha davanti agli occhi la morte in ogni momento è vincitore della ristrettezza dell’anima”.

41. Disse un anziano: “Ciò che Dio cerca dall’uomo è lo spirito e la parola e l’azione”.

42. Lo stesso disse: “Ecco ciò di cui ha bisogno l’uomo: temere il giudizio di Dio, odiare il peccato, amare la virtù e supplicare senza posa”.

43. Disse un anziano: “Come portiamo ovunque con noi il soffio che esce dalle nostre narici, così dobbiamo avere sempre con noi, ovunque noi siamo, il timore della morte e dell’anima”.

tradotto dal francese da Jean-Claude Guy, Les apophtegmes des pères du desert, Etiolles (Essonne) les Dominos, 1968, pp. 405-408

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I detti dei dodici anacoreti

Sun, 04/11/2018 - 11:22

La Collazione dei dodici anacoreti Περί των δώδεκα αναχωρητών è una ben nota antica collezione minore di apoftegmi dei padri del deserto tramandataci in greco. Abbiamo usato il testo greco messo a punto da Guy[1].

***

Alcuni anacoreti, saggi e spirituali, si riunirono insieme un giorno. Erano dodici. Si interrogarono l’un l’altro sulle azioni rette che essi avevano compiuto nella loro cella e sull’ascesi spirituale che essi praticavano.

Il primo tra loro, che era anche il più anziano, disse: “Io, fratelli, da quando ho iniziato a vivere nell’esichia[2], mi sono completamente crocifisso alle cose esteriori, pensando a ciò che è scritto: ‘Rompiamo le loro catene, gettiamo via il loro giogo’ (Sal 2,3). E, innalzando come un muro tra la mia anima e le cose del corpo, mi sono detto nel pensiero: ‘Così come chi all’interno di un muro non vede colui che si trova all’esterno, così tu non vorrai più vedere le cose esteriori, ma farai attenzione a te stesso, attendendo ogni giorno la speranza di Dio’. Considero, dunque, i cattivi pensieri e i cattivi desideri come una progenie di serpenti e di scorpioni. Se mi capita di sentirli nascere nel mio cuore, mi rivolgo a loro, minacciandoli e facendoli secchi. Senza concedermi riposo, sono adirato con il mio corpo e la mia anima affinché non facciano niente di cattivo”.

Il secondo disse: “Io, da quando ho rinunciato alla terra, mi sono detto: ‘Oggi sei nato, oggi hai incominciato a servire Dio, oggi hai iniziato a vivere da ospite in questo luogo. Vivi così ogni giorno come uno straniero che deve partire l’indomani’. Questo è il consiglio che do a me stesso ogni giorno”.

Il terzo disse: “Io mi rivolgo a mio Dio sin dall’aurora, l’adoro prostrandomi faccia a terra e confessando i miei errori. Poi scendo per venerare gli angeli di Dio, chiedendo loro di pregare Dio per me e per tutta la creazione. Fatto ciò, mi tuffo nell’inferno e imito i giudei che vanno a Gerusalemme e che si strappano le vesti, piangendo e lamentandosi per la malasorte dei loro pari: contemplo i luoghi, sottopongo in anticipo le membra ai supplizi e piango tra quelli che piangono”.

Il quarto disse: “Sono come se stessi sul Monte degli Ulivi con il Signore e i suoi discepoli. E mi sono detto: ‘Ormai non conoscere più nessuno secondo la carne, ma sii sempre con costoro, imitando il loro zelo e la loro condotta di vita [πολιτεία] come la buona Maria Maddalena che stava seduta ai piedi di Gesù e che lo sentì dire: ‘Diventate santi e perfetti come il Padre vostro che è nei cieli’ (Mt 5,48) e ‘Imparate da me che sono mite e umile di cuore’ (Mt 11,29).”

Il quinto disse: ‘Io vedo gli angeli che salgono e scendono per chiamare le anime e, aspettando ininterrottamente la mia fine, dico: ‘Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto’ (Sal 107,2)’.

Il sesto dice: “Io ogni giorno mi immagino di sentire queste parole dalla bocca del Signore: ‘Affaticatevi per me e io vi darò riposo. Lottate ancora un poco e vedrete la mia salvezza e la mia gloria. Se voi mi amate, se voi siete miei figli, provate pudore [3] verso un padre che vi chiama; se siete miei fratelli, abbiate riguardo per me, perché ho sofferto molto per voi; se siete le mie pecore, ascoltate la voce del pastore; se siete miei servitori, imitate la passione del vostro Signore’”.

Il settimo disse: “Io medito senza sosta su tre cose e penso a esse continuamente – la fede, la speranza e l’amore – per gioire con la speranza, di essere saldo grazie alla fede e di non rattristare nessuno grazie all’amore”.

L’ottavo disse: “Io guardo il diavolo che va in giro cercando chi divorare. Ovunque egli vada, lo vedo con i miei occhi interiori. E prego contro di lui il Sovrano, il Cristo, affinché diventi impotente e non possa niente contro nessuno, soprattutto contro quelli che temono Dio”.

Il nono disse: “Io vedo ogni giorno l’assemblea [ἐκκλησία] dei santi e in mezzo a loro il Signore della Gloria che risplende più di tutti. Ogni volta che l’acedia mi assale, mi elevo verso i cieli e vedo la meravigliosa bellezza degli angeli, gli inni e le melodie che essi inviano a Dio. Sentendo i loro canti, le loro voci e le loro melodie mi rifaccio coraggio, e penso alle parole della Scrittura: ‘I cieli raccontano la gloria di Dio’ (Sal 18,2) e ‘Tutto ciò che è sulla terra lo considero come cenere e rifiuti’ (cf. Fil 3,8).

Il decimo disse: “Io vedo continuamente l’angelo che mi affianca e che si trova vicino a me e veglio su di me pensando a ciò che è scritto: ‘Io pongo senza posa il Signore davanti ai miei occhi, poiché egli è alla mia destra affinché io non sia sbranato’ (Sal 15,8). Io lo temo, dunque, come colui che fa la guardia alla mia via e ogni giorno mi elevo verso Dio e gli espongo le mie opere e le mie parole”.

L’undicesimo disse: “Io mi personifico le virtù – il dominio di sé, la sobrietà, la pazienza, l’amore – e me le metto attorno. E ovunque io vada, mi dico: ‘Dove sono i tuoi maestri? Non essere pigro, non cedere all’accidia. Qualsiasi cosa tu voglia, parla attorniato dalle virtù [περί][4] affinché, dopo la tua morte, esse testimonino in tuo favore presso Dio che esse hanno trovato riposo in te’”.

Il dodicesimo disse: “Voi, padri, avendo condotte di vita celesti, avete anche un modo di pensare celeste. Non c’è nulla di cui meravigliarsi per questo. Vi vedo, infatti, elevati mediante le vostre opere e aggrappati alle cose dell’alto. Che cosa dire? I vostri pensieri sono dotati di ali. Infatti, una virtù vi eleva al di sopra della terra, rendendovi totalmente stranieri a essa. Se dunque dico che voi siete degli angeli terreni e degli uomini celesti, non commetterei alcun errore. Ma io, ritenendomi indegno di un tale coro, osservo i miei peccati: ovunque io vada, li vedo che mi precedono e mi condanno da solo all’inferno, dicendo: ‘Sii tra quelli di cui tu sei degno: tra poco tempo, infatti, sarai condannato a essere tra di loro’. Lì, padri, vedo gemiti e lacrime che nessuno è capace di descrivere, vedo uomini stridere i denti, fremere in tutto il corpo, tremare dalla testa ai piedi. Mi butto a terra, mi copro di cenere e supplico Dio per non provare l’esperienza di simili mali. Vedo anche un mare di fuoco, che, sconfinato, ribolliva, si gonfiava violentemente e muggiva, tanto che si penserebbe che i muggiti del fuoco si elevino fino al cielo. In questo mare terribile, vedo uomini innumerevoli gettati da angeli selvaggi. Tutti insieme, emettono grida e urla tali che mai sono stati uditi sulla terra e tutti fumano come legna secca. Le misericordie di Dio hanno girato lo sguardo dall’altra parte a causa dei loro peccati. Allora piango sul genere umano: come ha avuto il coraggio di fare discorsi e di occuparsi di qualcosa quando al mondo sono riservati tali mali? E tengo il mio pensiero in queste cose, esercitandomi alla compunzione di cui il Signore ha parlato, ritenendomi indegno del cielo e della terra, riflettendo su ciò che è scritto: ‘Le mie lacrime sono divenute il mio pane di giorno e di notte’ (Sal 41,4).”

Questi furono gli apoftegmi dei padri saggi e spirituali. Possiamo anche noi mostrare una condotta di vita degna di questo racconto memorabile affinché, diventati inappuntabili, perfetti e irreprensibili, possiamo essere graditi a Dio, poiché a lui spetta la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

[1] Jean-Claude Guy, “La Collation des douzes anachorètes”, in Annalecta Bollandiana (1958), pp. 422-427.

[2] L’esichia nelle fonti monastiche antiche indica allo stesso tempo la vita del monaco ritirato nella solitudine e nel silenzio e la quiete e il silenzio interiori dell’anima che vuole contemplare Dio.

[3] Il verbo greco αἰσχύνθητε (voce passiva) è tradotto nella versione francese di Guy (Jean-Claude Guy, Jean-Claude Guy, Les apophtegmes des pères du desert, Etiolles (Essonne) les Dominos, 1968, pp. 423-427) con ‘vénérez-moi’ e in quella inglese di Wortley (John Wortley, The Anonymous Sayings of the Desert Fathers: A Select Edition and Complete English Translation, Cambridge University Press, 2013, pp. 314-321) con ‘revere [me]’. Tuttavia il termine Greco è molto forte e significa, senza mezzi termini, ‘vergognatevi’ (cf. Is 42:17, Jer 12:13, Ez 36:32 LXX). Un’antica traduzione araba risolve in maniera brillante quello che, per un lettore contemporaneo, è l’accostamento contradditorio di ‘vergognarsi’ di fronte a un ‘padre’. Si legge nel Bustān al-Ruhbān: “Se siete miei figli, provate pudore nei confronti di me che sono un padre amorevole”.

[4] Il greco può anche significare: “Parla delle virtù”.

traduzione di Natidallospirito.com

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Ringraziamo la Santa Trinità! (abba Barsanufio)

Fri, 02/11/2018 - 12:17

Come prima cosa e prima di tutto, io glorifico la santa e consustanziale Trinità e dico: Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen. Non è fuori proposito che io incomincio con una simile dossologia, ma è che voglio dimostrare al demonio nemico del bene che nelle fantasie che egli pro­voca in noi non compare nulla che abbia a che fare con questa dossologia, bensì solamente turbamento, tristezza e scoraggiamento.

Ma ora, fratello, veniamo all’azione di grazie a Dio, per la liberazione dalla grande tentazione che ci ha colto nella nostra stoltezza, e perché la sua benevo­lenza non ci ha lasciato ferire completamente. Ed è sempre fedele colui che dice: Vivo io, dice il Signore, poiché non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Pertanto, rendiamo continuamente grazie a colui che ci ha salvato e sempre ci salva; a lui cui rendono grazia gli angeli, le potenze sopramondane, gli eserciti celesti, i cherubini e i serafini, che con magnifiche voci incessantemente e senza fine gridano e proclamano: Santo, Santo, Santo il Signore delle schiere (Is 6,3) e il seguito.

A questo pensiero anche noi rendiamo grazie a lui cui il cielo è il trono e la terra sgabello, a cui tutta la creazione serve. E da questo esempio che ci mostra la Scrittura, incominciamo anche noi a rendere grazie al Padre, che avuto compassione del mondo e non ha risparmiato di inviare il suo Figlio unigenito come Salvatore e redentore delle nostra anime.

Rendiamo grazie al Figlio che ha umiliato se stesso, divenuto obbediente fino alla morte, e morte di croce (Fil 2,8) per noi uomini.

Rendiamo grazie allo Spirito santo, che dà la vita, che ha parlato nella Legge e nei profeti e nei dottori; che ha operato la conversione di Pietro e gli ha ordinato di andare da Cornelio, e lo ha glorificato e gli ha dato potere di far risorgere dei morti, come Tabita; a lui che sempre previene e spezza i lacci del nemico per coloro che lo invocano, secondo la profezia di David che dice: Il laccio è stato spezzato e noi siamo stati salvati: il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto il cielo e la terra (Sal 123,8). Ecco che egli ha avuto pietà e ci ha sanato da una malattia così grande. Ascoltiamolo dire: Ecco sei guarito, non peccare più che tu non debba soffrire qualco­sa di peggio (Gv 5,4). Andiamo, in ogni cosa, verso l’umiltà. Poi­ché l’umile giace a terra; e colui che giace per terra dove può cadere? Ma è chiaro che chi al contrario sta in alto cade facilmente.

Se dunque noi ci siamo convertiti e sia­mo stati raddrizzati, ciò non viene da noi, ma è dono di Dio. È detto infatti: Il Signore raddrizza coloro che so­no caduti e istruisce i ciechi (Sal 145,8), e il seguito. Ma scrivermi: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (Rm 8,35) è parola di chi ha raggiunto una grande misura. Ecco, per poco non abbia­mo tagliato il legame della carità di Cristo, precipitando in uno stato di morte e di abbandono della barca di Cri­sto. Ma perché io non infranga il sigillo e non dica trop­pe insensatezze, basta cosi. Perché qualcuno mi ferma e mi dice: Dove sono i saggi, non fare il saggio (cf. Sir 7,5). Io dun­que porrò fine al discorso. Ti ho scritto come a un amico sinceramente amato. E facendo queste cose tu percorrerai rapidamente la strada che conduce alla vita eterna in Cristo Gesù Signore nostro, al quale, col Padre e con lo Spirito Santo è la gloria, l’onore, la potenza per i secoli. Prega per me, fratello.

Barsanufio il Grande
Lettera 71
tratto da: Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, Città Nuova, 1991 pp. 145-147

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