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100 anni dalla nascita di padre Matta el Meskin

Thu, 19/09/2019 - 11:10

Cento anni fa, il 20 settembre 1919, nasceva Yusuf Iskandar, padre Matta el Meskin, padre spirituale del Monstero di San Macario il Grande dal 1969 al 2006. La sua vita e i suoi scritti hanno illuminato il cuore di cristiani di tutte le parti del mondo. Per l’occasione la casa editrice Beuroner Kunstverlag ha ristampato l’edizione in tedesco di una delle sue opere più belle e più note nel mondo “L’esperienza di Dio nella preghiera” con il titolo “Erfahrung Gottes im leben des Gebets”. Per ricordare questo prezioso anniversario, offriamo qui di seguito un testo tratto dalla collana Ma’a al-Masih (Con Cristo), scritto poco prima del suo ritorno al Padre.

Ecco la maledizione di Dio scagliarsi su di Adamo: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane»[1]. E così, il mondo, e con esso tutta la discendenza di Adamo, lotta e suda per il proprio pane, e molti non ne trovano, morendo di fame.

Finché, un giorno, udimmo la buona notizia: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»[2], «Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»[3].

Non pane comune ma, come dice Cristo, “pane vero” che è espressione perfetta di Cristo stesso. È pane rivelatore: chi lo mangia, mangia la Verità. Perciò Cristo dice che è pane vero: «Colui che mangia di me vivrà per me»[4], «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»[5]. Questa è la condizione di colui che mangia il Corpo vivo di Cristo tanto che Paolo, partendo da qui, dice: «Poiché noi siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa»[6]. Vale a dire che, mangiando il corpo mistico di Cristo, siamo divenuti vivi per e in Cristo. Così, ci muoviamo da un’esistenza meramente umana a una super-esistenza cristiana perché vivi nella persona di Cristo, in quanto veri figli di Dio, chiamati santi nel Cristo Santissimo[7]. Così, attraverso una super-visione diventiamo estranei alla terra, vivi per Dio. Cristo è vivo in noi e, in questo modo, si avverano le parole che Cristo rivolge al Padre: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità»[8].

Che incredibili cose! Eppure questa è la verità della fede in Cristo e l’unione con Lui. Nel diciassettesimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni Gesù parla a Dio Padre così: «Voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria […] perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro»[9].

Questo è Gesù Cristo, il pane vivo disceso dal cielo per innalzarci verso l’alto, dove si trova la patria felice nella quale si riuniranno i suoi prescelti di ogni luogo nel mondo, affinché vivano con Lui contemplando la Sua gloria: «Quando Cristo che è la nostra vita apparirà, allora anche voi apparirete con lui in gloria»[10].

Questa è l’essenza della fede cristiana e la sua meta felice. E questo è il mistero del pane disceso dall’alto che ci è stato dato oggi nel mistero della comunione che ci unisce nella persona del Signore per essere ammessi a quel “salto felice”, per vivere nella rivelazione della gloria che è dell’Unigenito, per essere sempre con lui nel suo Paradiso eterno.

Per questo, innalziamo i nostri cuori con Paolo e benediciamo il nome di Dio Santissimo dicendo: «Benedetto sia Dio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo […] allorché in lui ci ha eletti prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui nell’amore»[11]. E mentre noi ci meravigliamo grandemente del fatto che il nostro posto sia lì in mezzo ai santi, al cospetto di Dio, più in alto di angeli e arcangeli, grazie alla nostra risurrezione quali membri nel Corpo di Cristo, ecco che il Corpo ci è stato dato affinché ne mangiamo nel mistero dell’Eucarestia, nella comunione, nel banchetto d’amore che gli Angeli ardirebbero di presenziare. Esso è, infatti, il mistero dei misteri dell’Amato su cui si sono aperti i nostri occhi sin dalla nostra infanzia, subito dopo il nostro battesimo. Alleluia.

30 maggio 2005

Matta el Meskin, 1919-2006

tratto da : al-Ab Mattā al-Maskīn (Padre Matta El Meskin), Ma‘ al-Masīh (“Con Cristo”), vol. I, Monastero di San Macario, 2006. Traduzione inedita dall’arabo.

[1] Ge 3:19

[2] Gv 6:51

[3] Gv 6:58

[4] Gv 6:57

[5] Ga 2:20

[6] Ef 5:30. Si è scelta la traduzione Nuova Diodati perché corrispondente alla traduzione araba scelta da Matta al-Meskin.

[7] In arabo ‘santo’ viene detto sia con ‘qiddīs’ che con ‘quddūs’. Il secondo termine, riferibile solo a Dio, è quello usato in questo caso con riferimento a Cristo (“Santissimo”) (N.d.T.)

[8] Gv 18:23

[9] Gv 17:24,26

[10] Co 3:4

[11] Ef 1:3-4

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Intervista a Petr Mamonov protagonista del film “L’isola”

Tue, 27/08/2019 - 22:08

Il 24 agosto l’attore Petr Mamonov, protagonista del film russo Ostrov (L’Isola) che ha ottenuto così tanto successo nel mondo, è stato ricoverato d’urgenza in terapia intensiva per un infarto improvviso. Attualmente le sue condizioni sono stabili. A lui vanno le nostre preghiere e il nostro augurio di guarigione.

Qui la sua pagina ufficiale Facebook.

Offriamo ai lettori un’intervista molto bella fatta all’attore di Padre Anatoli.

L’intervista, in russo, è tratta dal sito ufficiale del film ostrov-film.ru ed è stata tradotta per Nati dallo Spirito da Tamouna Pataridze alla quale vanno tutti i miei più sinceri ringraziamenti.

——-

Il regista Pavel Lunguin ha invitato per le riprese del suo film l’attore Petr Mamonov, un ex musicista celebre ai tempi del gruppo rock Zvuki mu «Звуки Му». Molti anni fa questo musicista aveva interpretato il ruolo in un primo film di Lunguin: Taxi blues («Такси–блюз»).

Petr Mamonov è di origine moscovita, un uomo misterioso. E’ da più di dieci anni che vive da eremita nel villaggio di Reviakino (Ревякино). Va in città attirato unicamente dalla prospettiva di presentare uno spettacolo al teatro Staniskavskyi. Soltanto molto di rado accorda interviste.

– Ha esitato molto prima di accettare di collaborare a questo progetto?

– Sì, molto a lungo. Per me tutto è semplice. La fede mi è giunta molto tardi, all’età di 45 anni. Prima di allora vagabondavo, correvo dietro alle cose, bevevo vodka ecc. In più, sa, quando si ha un talento si è sbilanciati una volta da questa parte e una volta dall’altra. E poi la fede, come un colpo d’ascia. La fede è sempre dono di Dio. Non è che se fai uno sforzo crederai, no. Questo modo non dà risultati. Poi, sono evoluto lentamente. Sono già undici anni che sono nella fede.
Insomma, ho ricevuto questa proposta. Pavel Semoinovich mi ha chiamato e mi ha detto «Petenka [1], senza di te non girerò il film. Ho assoluto bisogno di te». E io ho risposto: «Pash [2], no, no, no, come è possibile … interpretare uno stareč [3] santo?». E allora lui mi ha detto: «Mica farai decidere al mio spirito fumoso!». Io ho un padre spirituale, il parroco del nostro paesino. Sono andato da lui e gli ho detto: «Ecco di cosa si tratta, io e uno stareč santo… visto che voi conoscete la mia vita, che sapete che sono un peccatore, che faccio?». Ed egli mi ha detto: «Non ci pensare nemmeno. E’ il tuo lavoro. Fallo!».

– Alcuni dicono che questa storia è in parte autobiografica.

– Si dice sempre così se il ruolo è ben interpretato. Si dice spesso: ecco, l’attore ha interpretato se stesso. Ma che vuol dire? Provate a interpretare voi stessi! Molto semplicemente, come si dice oggi, ero in linea con l’argomento. Io credo in Dio, cerco di cambiare la mia vita, cado, inciampo, mi rialzo e cado di nuovo, mille volte al giorno. Ma per me non c’è più altro cammino, io sono un uomo maturo, ho 55 anni. Non ho altre possibilità, basta così, lo so certamente. Non sta a me dire ora: «No, sono solo deliri, fantasie e racconti. Dio non esiste, vivo come prima». Ovviamente no, non posso fare questo sapendo, per esperienza personale, che il Signore esiste. Ho già sentito come mi aiuta, ho ricevuto il Suo soccorso e la sua potente benevolenza.

– Riesce ad essere neutro sul film e sul suo lavoro e dire ciò che è riuscito e ciò che non lo è?

– Certo che posso è per questo che sono artista. Sa, a questo proposito Antonio di Suroj (Антоний Сурожский) [4] dice una cosa molto interessante: se un artista credente si mette a cantare o a dipingere soggetti divini, generalmente produce cose false. Lavori come vuole, seguendo la sua intuizione: la sua fede e il suo Dio resteranno sempre in lui in una maniera o nell’altra. Questo è molto logico e molto importante per me e l’ho imparato quando ho esitato domandandomi se avrei peccato accettando questo progetto. Guardando tutto questo da lontano, posso dirle che per me la moderazione e l’esitazione dell’artista, del regista, dell’attore o del cantante sono segni delle loro prestazioni e competenze. Questo mi piace.

Ho sentito dire ciò a proposito di Visočkyi (Высоцкий): pur essendo un grande maestro, veniva ogni volta sul set come fosse la prima volta, con modestia. Questo è un segno di potenza. Ciò che mi piace del nostro film, che mi piaceva mentre lo giravamo e che mi piace anche nel risultato finale è che è un film molto discreto. Se ci ha fatto caso, non ci sono certezze ostinate, nessuna pretesa che questa cosa è così. Lei sa che c’è un delirio che pretende che soltanto nell’ortodossia ci sia la salvezza, e che tutte le altre denominazioni periranno: i cattolici e gli altri. E’ una cretinata! Da dove proviene ciò? Tu credi, benissimo. Dio per te è così, benissimo. Basta, non scocciare gli altri. Questa modestia è palpabile nel film…

Sono contento del regista che conosco da tanto tempo. Abbiamo lavorato insieme a Taxi Blues. Dopodiché ha fatto dei film, francamente, di tutti i tipi, lei capisce di cosa parlo. Di conseguenza mi sono avvicinato con molta prudenza a questo film. Ho iniziato a imporgli delle mie esigenze, per orgoglio. Pensavo che io capissi tutto e lui no. Uno degli appellativi del diavolo è il Separatore e quando gli uomini sono divisi su qualche cosa, ognuno pensando di possedere la verità, be’ entrambi hanno torto su ciò che li divide. E questo film, in questo lavoro non c’è questa separazione. C’è forse incertezza: ‘cosa abbiamo prodotto?’ ‘com’è il risultato?’ Ma non c’è insistenza, lo spettatore ha spazio per vagare. Mi capisce? È molto importante per un artista esprimere la sua posizione ma anche lasciare qualcosa da dire, di non chiudere, lasciare lo spazio allo spettatore, al lettore di modo che avanzi. Se dico tutto, allora sono come quelli che si ritengono degli spiriti lucidi – li ho passati tutti al setaccio – Bergman, Tarkovskyi (Тарковский), Godard perché mi impongono con rigore la loro opinione. A che mi serve? L’arte non è che interrogativi.

– Secondo lei, questo film si inscrive nel nostro tempo o appartiene a un mondo falso e cinico?

– Trovo che riguarda il nostro tempo. Perché il mondo non è simile a quanto lei ha descritto. Le do un piccolo esempio. In un autobus entra un ubriaco fradicio e ti sembra impossibile rimanere su quel bus. Ma ci sono altre 40 persone che sono sedute beatamente senza farci caso. Questo è il nostro mondo oggi. Sembra impossibile viverci ma la gente si sveglia alle 7 e va a lavoro, da da mangiare ai figli, fa tutto tranquillamente, lentamente, ed è invisibile, noi non la vediamo. È per questo che la gente si sente male a vivere. È per questo che voglio dar loro forza, offrir loro un piccolo aiuto, un minuscolo punto d’appoggio, non so neanche come dire. Io sono il loro deputato, il deputato di una ragazza che fa il controllore a 30 gradi sotto zero, tutta la giornata: «Biglietti, biglietti prego. I vostri biglietti prego». E lo fa per 5000 rubli. Io sono con loro.

– Una domanda: quando penso al suo personaggio, mi sembra che per un uomo che ha commesso un peccato così grande, la possibilità che si penta sia molto debole. La vita vorrebbe che un tale uomo ricadesse ancora. Un uomo oppresso da un peccato simile o non ci pensa più, o scende ancora più in basso, ruba, uccide ecc.

– Le rispondo con una citazione. Efrem il Siro disse nel IV secolo: «La Chiesa è un’assemblea di peccatori che si pentono». Ecco cos’è la Chiesa. Tutti i nostri peccati in un oceano di misericordia divina fanno un granello di sabbia. Il Signore accoglie tutti e perdona tutti: gli assassini, le persone più spaventose, se soltanto il nostro cuore si rivolge totalmente a lui. Nella vita ciò accade spesso e vicinissimo a noi. E’ successo a me, a colui che è di fronte a lei. Ecco la ragione della mia certezza quando ne parlo. Facevo un sacco di scemenze e poi il mio cuore si è completamente rivolto a Dio. Il Signore mi ha perdonato tutto e mi ha ricoperto del suo amore. Poi, disarmato, stupefatto, mi sono fermato.

[1] Петенька diminutivo di Petr
[2] Паш diminutivo di Pavel
[3] старец letteralmente: « anziano », viene usato per i santi monaci
[4] Antony (Bloom), metropolita di Suroj.

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Se il chicco di grano muore (Gv 12,24) (commento di Cirillo di Alessandria)

Wed, 21/08/2019 - 08:18

«Se il chicco di frumento non cade in terra e vi muore, resta solo; se invece muore, porta molto frut­to»

Gv 12,24

Non soffre nel predire la sua passione, e che è ve­nuta l’ora, ma dice anche il motivo per cui gli è dolcis­simo soffrire; del resto, non avrebbe scelto di patire se non avesse sofferto volentieri.

Infatti, per l’amore che porta verso di noi, è giunto a tal punto di generosità da non rifiutarsi di soffrire qualsiasi genere di crudeltà.

Come il chicco di frumento, seminato, produce molte spighe, non sminuendo, per questo, se stesso, ma rimanendo con tutta la sua potenza in tutti i chic­chi di grano (giacché tutti sono usciti da esso), così an­che il Signore è morto e, aperte le viscere della terra, ha portato con sé le anime degli uomini, essendo in tutti, secondo quanto crediamo per fede, e rimanendo, nello stesso tempo, nella propria sostanza.

E non concesse soltanto ai morti di usufruire di questo vantaggio, per mezzo della sua potenza, ma lo diede anche ai vivi, sebbene la figura della parabola non lo mette in evidenza direttamente: infatti, il frutto della passione di Cristo è la vita di tutti, sia i morti che i vivi. La morte di Cristo divenne seme di vita.

Dunque, la natura divina subì la morte? E come non è empio affermare questa cosa? Il Verbo, infatti, di Dio Padre è Vita per natura. Distrugge la morte e non è soggetto alla corruzione. Anzi, egli vivifica chi è privo di vita, ed egli stesso non cerca la vita da un altro.

Come la luce non potrebbe essere tenebra, così non è possibile che la vita sia non-vita.

Come, dunque, si può dire che egli cada in terra, come il grano di frumento, e risorga poi, come Dio, trasformato? In verità, aver provato la morte è stato possibile per lui, in quanto si è fatto uomo, mentre risorgere, in maniera divina, è proprio della sua natura.

Cirillo di Alessandria
Commento a Giovanni, VII e VIII (Città Nuova, II, pp. 354-355)

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Ⲁ Ⲡ⳪︦ ⲉⲣⲟⲩⲣⲟ Psali adam della festa della gloriosa Trasfigurazione

Mon, 19/08/2019 - 14:59

Di Girgis Samir. Scritta per la Chiesa di San Giorgio, Arlengton, Texas.

Oggi, 13 mesra/19 agosto, la Chiesa copta ortodossa festeggia la Trasfigurazione. Il testo che segue è lo Psali adam della festa, cantato alla vigilia o durante la veglia notturna. Possiamo ritrovare cinque temi principali:

  1. La Teofania: la Trasfigurazione ripropone temi e modalità delle antiche teofanie dell’Antico Testamento. Sul monte Tabor, Cristo ha manifestato apertamente la sua divinità ai tre discepoli prescelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. È per questo che il testo è ricco di versi tratti dai salmi che fanno riferimento alle teofanie dell’Antico Testamento e all’onnipotenza di Dio. Nube, oscurità, fumo sono alcune delle condizioni cosmiche tipiche delle teofanie dell’Antico Testamento, durante le quali si manifestava la gloria di Dio.
  2. I discepoli: I discepoli sono stati testimoni della gloria che ha sfolgorato dal Cristo. Tuttavia, il testo specifica che non furono in grado di contemplare questa gloria, e che ne furono turbati.
  3. Mosè ed Elia: Mosè ed Elia sono presentati come “portati” da Dio stesso a contemplare la gloria di Cristo. Sappiamo dai Vangeli che Mosè ed Elia conversavano con Gesù sul suo “esodo”, ma non sappiamo che cosa si sono detti. Mosè ci viene presentato come “intercessore”, intento a intercedere presso il Cristo per il popolo di Dio. Elia, invece, lo si immagina intento a raccontargli di come fu perseguitato da Gezabele. Gesù è, infatti, un profeta perseguitato, come Elia.
  4. Luce e umiltà: Cristo è la luce, come egli stesso ha detto: “Io sono la luce del mondo”. Questa luce è apparsa in tutta la sua bellezza sul Tabor. Questa luce è legata alla compassione e all’umiltà: Cristo è luce perché è la compassione stessa. Inoltre, questa luce va anche ricercata nascosta nella carne del Dio incarnato: egli è apparso nell’umiltà, cioè nello svuotamento dell’incarnazione. È in questa carne estremamente umile del Dio onnipotente incarnato che va cercato il suo Regno.
  5. Esultanza: siamo invitati tutti a esultare e gioire con il Tabor, dicendo “Gloria a te, Signore” e invocando la compassione del Trasfigurato sulla sua Chiesa.

Ⲁ Ⲡ⳪︦ ⲉⲣⲟⲩⲣⲟ
Psali adam della festa della gloriosa Trasfigurazione

“Il Signore ha regnato, esulti la terra”[1], Colui che possiede il Regno, il Dio d’Israele.

Tutti offrono lodi e inneggiano, poiché sono stati testimoni della manifestazione della sua gloria[2].

* Tre uomini forti tra gli apostoli hanno contemplato, sul Tabor, la gloria di Cristo.

* Davide ha infatti detto con le parole della sua bocca: “Nube e oscurità lo circondano.

Verità, bontà e retto giudizio saranno a sostegno del suo trono”[3].

Davvero ha coperto la cima del monte con una nube, con fumo e con tempeste[4].

* El[5] è il nostro rifugio e il Giudice, nella gloria del suo Padre e dello Spirito Santo.

* Il Dio che soverchia le Potenze si è mostrato sul Tabor ai tre discepoli.

Ecco che anche i suoi abiti hanno sfolgorato, più del ghiaccio e del lampo.

Egli ha portato Mosè il profeta, il taumaturgo, e Elia il Tesbita.

* I discepoli li hanno riconosciuti quando li hanno visti e hanno reso testimonianza.

* Mosè ha detto a lui [al Cristo]: “[Ti prego] per la casa d’Israele”[6]. Elia gli ha parlato di Acab e di Gezabele[7].

I discepoli erano turbati: non riuscirono a contemplare il Sovrano.

Tu sovrasti i pensieri, o Voce che ha detto: “Questo è mio Figlio, ascoltatelo”[8].

* Una luce è sorta sulla cima della montagna: Gesù il compassionevole, il Dio della gloria.

* Colui che è apparso in umiltà, facendo apparire il suo Regno.

Tutti i nomi elevati degli incorporei hanno cantato: “Gloria a te, Santo o Dio”.

Consolaci, Etan, con la tua bocca: “Il Tabor e lo Hermon esulteranno per te”[9].

* “La tua destra è stata glorificata. Sia esaltata la tua mano nel giudizio e nella gloria. Il tuo trono si è elevato”[10].

* Ogni benedizione e lode spettano a te, ora e in ogni momento, e fino alla fine dei tempi.

Tu che eri, che sei venuto a noi e ancora verrai una seconda volta, per giudicarci.

“Santo, Santo, Santo Messia”, per bocca dei santi Mosè ed Elia.

* Porta a compimento nella pace il resto dei nostri giorni, o Dio della gloria, o Re della pace.

* Sii longanime, Sovrano, con il tuo servo, e annoveralo con gli agnelli che hai accolto.

[1] Sal 97,1.

[2] Lett.: “della sua gloria, apertamente”.

[3] Cf. Sal 89,15.

[4] Cf. Es 24,17; Sal 50,3; Is 29,6. Sono le condizioni cosmiche delle teofanie dell’Antico Testamento, durante le quali si manifestava la gloria di Dio.

[5] Uno dei nomi di Dio. Qui è riferito al Figlio.

[6] È messa in evidenza l’intercessione di Mosè per il popolo di Dio.

[7] Cf. 1Re 18-19. Elia è stato un profeta perseguitato come Gesù.

[8] Cf. Mc 9,7.

[9] Sal 89,13. Il testo porta erroneamente Natan. Autore del salmo è considerato Etan l’Ezraita.

[10] Cf. Sal 118,15-16.

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Siamo parenti di Dio (Cirillo di Alessandria)

Mon, 05/08/2019 - 07:55

“E conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (Gv 10,14)

Dobbiamo approfondire in che modo egli affermi che ci conoscerà, e in che modo sarà conosciuto da noi, come egli conosce il Padre, e il Padre lui […]

Penso che Cristo qui parli della conoscenza non semplicemente nell’accezione di sapere, ma piuttosto usi questo vocabolo nel senso di parentela, sia quella che deriva dalla stirpe ed è naturale, sia quella che con­siste nella partecipazione della grazia e dell’onore. I fanciulli greci sono soliti chiamare conosciuti, non solo i familiari secondo la stirpe, ma anche i fratelli consan­guinei. E che la sacra Scrittura usi la parola conoscen­za nel senso di parentela, lo sapremo da questo passo.

Dice, in un luogo, Cristo di quelli che non gli sono assolutamente parenti: «Molti mi diranno in quel giorno – cioè del giudizio Signore, Signore, non abbiamo fatto, nel tuo nome, molti miracoli, e non abbiamo cacciato demoni? Ma allora io dichiarerò ad essi: Non vi ho mai conosciuti» [1].

Ora, se la conoscenza consistesse soltanto nel sapere, come potrebbe ignorare alcuni colui al quale «tutto è nudo e scoperto davanti ai suoi occhi»[2], come è scritto, e «che sa tutto prima che nasca»[3]? Dunque, è cosa stolta, anzi empia pensare che Dio non conosca alcuni, ma bisogna piuttosto ritenere che egli dica di non aver nessun rapporto di parentela o di somiglianza con loro.

Non li conosco, dice, come amanti della virtù, non come seguaci fedeli della mia parola, e neppure come legati a me attraverso le buone azioni.

Allo stesso modo ha detto anche al sapientissimo Mosè: «Io ti conosco più che tutti gli altri e hai trovato grazia presso di me»[4]. Ciò voleva significare: Mi sei familiare più di tutti, e hai ottenuto grazia presso di me.

E non dico questo per negare che conoscenza possa essere presa nel significato di sapere, ma per pensare il modo più conveniente al concetto.

Dunque, «io conosco le mie pecore, e le mie pecore conoscono me. Come il Padre conosce me e io conosco il Padre», significa: Sono imparentato con le mie pecore, e le mie pecore si imparenteranno con me nel modo in cui il Padre è imparentato con me ed io, a mia volta, lo sono con il Padre.

Come infatti Dio Padre conosce il suo proprio Figlio, avendo il proprio Figlio e frutto della sua sostanza; e, di nuovo, come il Figlio conosce il Padre, avendo lui veramente Dio, come chi è generato da lui, allo stesso modo, anche noi siamo diventati suoi parenti, vantiamo la sua stirpe, e siamo chiamati figli, come è stato detto da lui: «Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato»[5]. Siamo, perciò, della stirpe del Figlio, e siamo chiamati figli[6], e, per mezzo di lui, siamo della stirpe del Padre, dal momento che l’Unigenito Dio, generato da Dio, si è fatto uomo, avendo presa la nostra stessa natura, senza però il peccato. Infatti, come siamo della stirpe di Dio e in che modo siamo partecipi della divina natura[7]?

E non abbiamo modo di gloriarci solo nel fatto che Cristo ha voluto riceverci nella parentela, ma la forza stessa della cosa afferma ciò come vero.

Infatti il Verbo di Dio è natura divina anche con la carne, e noi siamo della sua stirpe, perché ha preso la stessa nostra carne sebbene egli sia, per natura, Dio. Perciò è simile il modo della parentela. Come egli è unito al Padre e, per identità di natura, il Padre è unito a lui, così anche noi siamo uniti a lui, in quanto si è fatto uomo, ed egli a noi.

Per mezzo di lui, dunque, ci uniamo al Padre. Cristo è, infatti, come qualcosa di limitrofo (μεθόριος) fra la divinità e l’umanità, che esistono tutte e due nella stessa persona, che ha in se stesso cose tanto dissimili fra loro: è unito a Dio Padre in quanto è Dio per natura ed è unito agli uomini in quanto è veramente uomo.

Cirillo di Alessandria
tratto da: Commento al Vangelo di Giovanni, II, Città Nuova, pp. 279-281

[1] Mt. 7, 22-23.

[2] Ebr. 4, 13.

[3] Dan. 13, 42.

[4] Es. 33,12.

[5] Is. 8,18.

[6] At. 17,29.

[7] 2Pt. 1,4.

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