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Updated: 29 min 37 sec ago

Esce in italiano “Una sera nel deserto del Monte Athos. Dialoghi con un eremita sulla preghiera del cuore”

Fri, 24/05/2019 - 16:43

È appena uscito un altro libro di spiritualità ortodossa: “Una sera nel deserto del Monte Athos. Dialoghi con un eremita sulla preghiera del cuore”.

L’AUTORE è il vescovo ortodosso di Nafpaktos (l’antica Lepanto), Hierotheos Vlachos.
Il LIBRO – che ha avuto in Grecia più di 20 edizioni e che è stato tradotto in parecchie lingue – è il racconto di una sera-notte passata dall’allora archimandrita Hierotheos sul Monte Athos, a dialogare con un eremita sulla “preghiera del cuore” o “preghiera di Gesù”: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. In forma dialogica, il volume si rivela un piccolo trattato sulla preghiera esicasta.

Per ulteriori notizie:
a) L’AUTORE: http://www.asterios.it/autori/hierotheos-vlachos

b) LE PRIME 80 PAGINE DEL LIBRO (leggere prima di un eventuale acquisto…): http://www.asterios.it/sites/default/files/UNASERANELDESERTODELLATHOSpag.3-80.pdf

L’EDITORE assicura a chi acquista dal suo sito (http://www.asterios.it/catalogo/una-sera-nel-deserto-del-monte-athos):
– Lo sconto del 15% sul prezzo di copertina
– Un libro (sempre inerente alla spiritualità ortodossa) in OMAGGIO
(“Sconto del 15% e un regalo” si legge nella Home Page di Asterios: http://www.asterios.it/)

Il Libro sarà invece disponibile nelle librerie a partire dal 30 maggio.

Natidallospirito.com aveva in passato tradotto dall’inglese alcuni brani disponibili qui.

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Una salvezza così grande

Thu, 16/05/2019 - 16:38

Un volto radioso, un sorriso benigno, parole confortanti che mettono a proprio agio l’interlocutore. Ecco l’idea che ci viene in mente quando facciamo il nome di anba Epiphanius.

Nato il 27 giugno 1954 a Tanta, Egitto, il giovane Tadros Zaki Tadros ha portato a termine i suoi studi alla Facoltà di Medicina nel 1978. È entrato al Monastero di San Macario il 17 febbraio 1984 ed è stato ordinato monaco il giorno di Sabato della Luce (Sabato Santo), 21 aprile 1984, ricevendo il nome di Epiphanius. Ben presto, grazie alle sue numerose qualità, gli è stato chiesto di ricoprire diverse cariche importanti del monastero: la sua grande devozione, la sua disponibilità e la sua affabilità hanno fatto di lui il miglior candidato per curare e servire i malati, non solamente all’interno delle mura del monastero, ma soprattutto quando si rendeva necessario uscire. È così che è stato scelto nel 1997 per accompagnare il suo padre spirituale, padre Matta el Meskin, durante il suo viaggio negli Stati Uniti per un’operazione al cuore, poi padre Yuhanna in Germania nel 2002, e infine i padri Lukas e Panaghias, sempre in Germania, nel 2008, per delle cure antitumorali. Tornato in Egitto, ha continuato a curare questi ultimi due monaci con grandissima devozione fino al momento del loro passaggio all’altra vita.

Le sue straordinarie doti intellettuali sono state notate dal suo padre spirituale, padre Matta el Meskin, fin dalla sua entrata in monastero. Mentre era ancora novizio lo ha incoraggiato a studiare i Padri e la Tradizione della Chiesa e gli ha procurato i libri necessari. L’amore del giovane monaco per la Scrittura e la Tradizione facevano sì che si immergesse per delle ore nella lettura della patristica, della letteratura monastica antica e degli studi liturgici. Gli è stata, perciò, affidata la cura della biblioteca del monastero che gli è debitrice della maggior parte della catalogazione elettronica.

Inoltre, la sua precisione e la sua grande capacità di lavorare lo rendevano il più indicato a occuparsi della contabilità del monastero. A partire dagli inizi degli anni Novanta fino alla fine della sua vita, si è speso totalmente per questo compito piuttosto ingrato. Questa stessa meticolosità lo ha candidato al lavoro di revisione delle bozze della tipografia del monastero. Lavorando alla casa editrice ha potuto anche contribuire, come autore, alla rivista del monastero Saint Mark.

Nel 2002, quando i monaci incaricati di celebrare la liturgia cominciavano a invecchiare, padre Matta el Meskin, allo scopo di alleviare il carico dei monaci anziani, ha scelto alcuni monaci per essere ordinati presbiteri. Tra questi vi era padre Epiphanius. Sebbene avesse chiesto in lacrime di esserne esentato perché indegno, il monaco Epiphanius ha dovuto, per obbedienza, sottoporsi a questa ordinazione. Da allora, a causa della sua semplicità e della sua spiritualità, su di lui e su padre Panaghias cadeva la scelta per concelebrare con il nostro igumeno di allora, padre Kyrillos, in occasione delle grandi feste e della gran parte delle domeniche dell’anno. Alla fine di ogni celebrazione, padre Panaghias, per allontanare qualsiasi sentimento di vanagloria, scappava nella stalla per mungere le vacche. Allo stesso modo, padre Epiphanius si esercitava a offrire i suoi servizi ai più umili e a chiunque ne avesse bisogno.

In quanto bibliotecario, ha avuto l’occasione di incontrare numerose personalità di passaggio in monastero. Tutti ne hanno potuto saggiare l’affabilità, la disponibilità e l’apertura che si esprimevano con il suo accogliente inimitabile sorriso. Ha scritto di lui il coptologo padre Philippe Luisier: “L’avevo incontrato quando era bibliotecario, poi l’ho rivisto quando è diventato abate e vescovo. Era sempre uguale a se stesso, con questo sorriso che è soltanto suo”.

Coloro che hanno avuto l’occasione di parlare con lui hanno potuto misurare anche l’ampiezza della sua cultura che, tuttavia, non gli impediva di considerarsi sempre come una persona alle prime armi. Una volta, invitato a un convegno, gli fu chiesto di fare uno degli interventi inaugurali. Si mise, allora, a sedere sulla pedana insieme alle altre illustri personalità invitate per l’occasione. Il giorno dopo, però, gli organizzatori lo videro seduto in fondo alla sala, tra gli uditori. Quando gli fu chiesto di riprendere il proprio posto in pedana, rispose così: “Ieri, ero un conferenziere. Oggi, vengo per imparare”.

Nel 2013, in seguito a un sondaggio condotto su iniziativa di papa Tawadros II, è stato votato dalla maggioranza dei monaci per diventare superiore del monastero e, per questo scopo, è stato ordinato vescovo dal patriarca. Ma è sempre “rimasto uguale a se stesso”. Non ha mai accettato che gli si facessero le metanie[2] e a coloro che insistevano diceva: “Se ti prosterni davanti a me, farò lo stesso con te!”. Alla liturgia, chiedeva che non fossero intonati in suo onore gli inni propri del vescovo. Non si è mai seduto sul seggio episcopale (che, tra l’altro, in monastero, non era che una semplice poltrona) ma si sedeva a terra come gli altri monaci. Si rifiutava di indossare gli abiti liturgici propri del vescovo, accontentandosi di una semplice tunica bianca come gli altri celebranti. A chi gli chiedeva il perché di una tale scelta rispondeva: “Questi abiti ornati sono per i vescovi diocesani. In monastero, dobbiamo conservare la nostra semplicità monastica”. Per le liturgie nelle quali doveva ungere l’assemblea (come, ad esempio, il venerdì della fine della Quaresima e il Sabato della Luce), non aspettava che i fedeli andassero da lui, ma era lui che, prendendo l’ampolla d’olio, passava tra le fila e ungeva ognuno al proprio posto. Davvero ha incarnato per noi Colui che ha detto ai suoi discepoli: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Egli riteneva che il suo compito principale in quanto vescovo fosse presiedere alla liturgia domenicale e distribuire alla sua comunità il Corpo del Signore. Per lui, era così che poteva contribuire al meglio a realizzare lo scopo finale della creazione: “Ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose” (Ef 1,10). Perciò, non mancava mai alla liturgia domenicale, a meno che fosse obbligato per un viaggio o una malattia, e incoraggiava i suoi monaci a fare lo stesso. In questo è stato un degno successore dei vescovi dei primi secoli, di Ignazio, Cipriano, Ireneo, Pietro di Alessandria. E come loro ha concluso la sua vita con il martirio.

[2] Prostrazioni per chiedere la benedizione, N.d.T.

tratto dalla presentazione di padre Wadid el Macari al libro
“Una salvezza così grande” di anba Epiphanius

IL LIBRO È ACQUISTABILE A QUEST’INDIRIZZO

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Primo libro di Anba Epiphanius in lingua italiana: “Una salvezza così grande”

Mon, 13/05/2019 - 09:00

Da oggi è disponibile a quest’indirizzo https://www.amazon.it/dp/1732985219 il nuovo libro della San Macario Edizioni, “Una salvezza così grande: Meditazioni bibliche di un padre del deserto contemporaneo” del tre volte beato vescovo Anba Epiphanius.

Si tratta del secondo libro pubblicato e stampato in Occidente dalla casa editrice del Monastero di San Macario il Grande.

“Una salvezza così grande” è un libro di grande valore, non soltanto per il contenuto, frutto di anni di studio delle Scritture, ma anche perché l’autore, anba Epiphanius, ha pubblicato l’originale arabo pochi mesi prima di essere ucciso mentre si recava a presiedere la Divina Liturgia domenicale.

Il libro è impreziosito da una prefazione di Sua Santità Papa Tawadros II, Patriarca della Chiesa copta ortodossa.

Dalla quarta di copertina:

Coloro che sono stati morsi dal peccato e nel cui corpo è scorso il suo veleno mortale guardino a colui che è morto per loro una volta e per sempre e che ora è vivo e donatore di vita. Sentiranno il brivido di una vita nuova scorrere nelle loro vene e vedranno rinnovati i loro pensieri, le loro emozioni, le loro speranze e le loro aspirazioni. Nel dialogo con Nicodemo, il Signore Gesù ha rivelato il mistero della nuova vita che egli ha donato a lui e a tutti coloro che credono in lui. Dobbiamo soltanto guardare con fede al Signore Gesù. Allora otterremo la vita eterna, allora gusteremo “una salvezza così grande” (Eb 2,3).

Per acquisti di più copie (minimo 10) è possibile contattare direttamente la casa editrice per ottenere uno sconto: info@sanmacarioedizioni.com

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La lumaca e la gloria

Tue, 07/05/2019 - 06:17

La notte di Pasqua di quest’anno, poco dopo aver cantato insieme “Cristo è risorto!” e aver fatto la processione della chiesa, ho notato di fronte a me un’enorme lumaca che stava salendo lentamente sulle spalle di mio padre.

Mia madre, con aria calma e raccolta, senza scomporsi, si è avvicinata a mio padre, ha preso la lumaca con le mani e l’ha portata fuori dalla chiesa.

Da quel momento in poi non sono più riuscito a togliermi di mente quella lumaca.

La maggior parte dell’esistenza di questa lumaca era tranquilla, rilegata in qualche anfratto nascosto e buio della chiesa. E per un breve momento, è stata circondata, anzi immersa, nello splendore della Resurrezione! Candele scintillanti, incenso che si diffondeva nell’aria, inni che raccontano della gloria… e poi, all’improvviso, senza volerlo, è ritornata di nuovo a quell’ordinaria oscurità.

Mi sono immaginato quella lumaca che, dopo essere stata cacciata fuori, è corsa (molto lentamente) dai suoi amici e dai suoi familiari e ha raccontato loro quello che aveva visto. “Non ci crederete, ma ho visto qualcosa di meraviglioso! Non mi era mai capitato di vedere tanta gloria! Era tutto così talmente bello e armonioso che quasi mi veniva da piangere”. Al che i suoi amici le avranno risposto: “Sì, come no! Fatti curare e torna a dormire, amico!”. E forse, per un attimo, quella lumaca si sarà chiesa se quello che aveva vissuto fosse veramente accaduto.

Ma poi, mangiucchiando una foglia di insalata, i suoi pensieri sono tornati a quegli attimi di luce e di gloria e il suo cuore sapeva.

Io sono quella lumaca, molto più di quanto mi piaccia ammettere. Quando intravedo qualcosa che va al di là del mio ordinario, c’è sempre una parte di me che cerca di razionalizzare e di sminuire. Ma il mio cuore sa: c’è molto di più, c’è molto di più, c’è molto di più…

tratto da una storia vera

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Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Sun, 05/05/2019 - 17:07

Offriamo ai lettori di Natidallospirito.com il testo di un’omelia pasquale del tre volte beato vescovo Epiphanius, abate del Monastero di San Macario, ucciso il 29 luglio 2018. Il Monastero di San Macario sta per pubblicare la traduzione in lingua italiana della prima antologia di scritti del vescovo copto, che dovrebbe uscire in concomitanza con il primo anniversario del suo martirio.

***

Il vescovo Epiphanius (sulla destra) con Tawadros II, papa e patriarca della predicazione marciana, al monastero di san Macario il Grande.

Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo si dilunga sulla Resurrezione del Signore Gesù. Si tratta del capitolo di cui una metà viene letta nella Divina Liturgia del Sabato della Gioia[1] e l’altra metà nella Liturgia della veglia pasquale. San Paolo inaugura il capitolo dicendo:

Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1Cor 15,1-4)

Il primo sintagma verbale, “vi rendo noto”, porta in sé una sfumatura di rimprovero perché poco dopo l’autore dirà ai destinatari della lettera: “Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna” (1Cor 15,34).

“Cristo morì per ὑπέρ i nostri peccati secondo le Scritture”, nel senso che Cristo è morto per togliere i nostri peccati, come si evince dalla lettera ai Galati (1,4): “Il quale ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Tuttavia, differisce dal versetto che riscontriamo nella lettera ai Romani il cui senso è piuttosto che egli è morto a causa dei nostri peccati (Rm 4,25): “Il quale è stato messo a morte per διὰ i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.

“Morì per i nostri peccati secondo le Scritture” onora la testimonianza degli scritti ispirati più che la visione oculare. L’Apostolo Paolo, in questo versetto, fa riferimento ad alcuni passi dell’Antico Testamento come Is 12,53 (“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”) e Sal 22,15 LXX (“Si è seccata come un coccio la mia forza, la mia lingua si è incollata al palato, su polvere di morte mi hai deposto”).

Ciò ci ricorda le parole che il Signore rivolse ai discepoli nella stanza superiore: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,44-45).

Da questa breve premessa, capiamo qual è questo Vangelo che l’Apostolo ha annunziato ai corinzi, questo Vangelo dal quale dipende la loro salvezza, senza il quale essi non possono salvarsi. È evidente, da quanto scrive, che il cuore della sua predicazione è stata la morte del Signore e la sua resurrezione dai morti.

Che bisogno c’è della Resurrezione?

Successivamente, l’Apostolo Paolo affronta un problema diffuso nella chiesa di Corinto e cioè la mancanza di fede di alcuni nella resurrezione, in generale, e di conseguenza nella resurrezione del Signore Gesù. Scrive:

Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? (1Cor 15,12)

C’era gente nella Chiesa primitiva che, malgrado credesse nel Signore Gesù, dubitava della sua resurrezione. In altro senso: “Crediamo che il Signore Gesù è morto per noi sul legno della Croce, e che con la sua morte abbiamo tutti ottenuto la salvezza. Che bisogno c’è, allora, di riconoscere la sua resurrezione e a cosa ci serve la resurrezione del Signore? Non basta la morte del Signore a rimettere i nostri peccati?”. Si noti che la resurrezione dei morti era messa in dubbio dalle genti come si evince dal discorso di san Paolo sull’Areòpago:

Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero” (Atti 17,32). Lo stesso accadde quando si intrattenne con il re Agrippa: “Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti? (Atti 26,8).

Chiarendone la gravità, l’Apostolo Paolo replica così alla mancanza di fede nella resurrezione dai morti:

Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (1Cor 15,13-14).

Eccoci chiarito il motivo dell’insistenza sulla verità della resurrezione del Signore. Senza resurrezione non c’è salvezza. Domanda: la morte del Signore non bastava a ottenere la salvezza? L’Apostolo risponde che se non crediamo alla resurrezione la predicazione degli apostoli è vana e così anche la nostra fede. Per capire questo punto, per capire fino in fondo il nostro bisogno della resurrezione del Signore, dobbiamo andare indietro, fino all’inizio della creazione, al momento della caduta dei nostri progenitori e alle sue conseguenze.

Adamo e la caduta

Prima ancora che peccasse, Dio avvertì Adamo che, se gli avesse disobbedito e avesse mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male, sarebbe morto. Nell’emettere questa sentenza Dio non mentiva. Perciò Adamo ed Eva furono scacciati dal Paradiso e furono condannati a morire. Che cos’è, infatti, la morte da una prospettiva spirituale? Non è forse la separazione dell’uomo da Dio, fonte della sua vita? Estraniandosi l’uomo dal volto di Dio, a causa del peccato, la morte è entrata nella sua esistenza: morte spirituale, prima, morte fisica, poi.

Il Signore Dio diede questo comando all’uomo:

Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. […] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai! (Gen 2,16-17; 3,19).

Nello spiegare le conseguenze della caduta di Adamo, l’Apostolo dice:

Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato (Rm 5,12).

È chiaro da questo discorso che il peccato di Adamo ha attirato su di lui la morte e così la morte stessa è passata a tutta la creazione. La conseguenza inevitabile di ciò è che l’uomo ha bisogno di risorgere da quella morte che era penetrata nel suo essere, schiavizzando la sua vita, se di vita si può parlare.

“Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 14,2-3). Se tutti hanno traviato e tutti sono corrotti, sono vivi? Ovviamente sono morti perché hanno traviato, si sono sviati dalla sorgente della vita e sono stati invasi dal principio della corruzione, cioè la morte. I morti hanno dunque bisogno nient’altro che il Signore Creatore realizzi in loro una nuova creazione facendo scorrere nel loro essere una nuova vita che li faccia ritornare di nuovo vivi.

O Dio grande ed eterno, tu che hai plasmato l’uomo senza corruzione (cioè per l’eternità), hai distrutto la morte che era entrata nel mondo per l’invidia del Diavolo, per mezzo della vivificante venuta del tuo unigenito Figlio, nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo (Orazione della riconcilliazione, Liturgia di san Basilio)

Icona dell’Anastasis, metà XVIII secolo, di Yuhanna al-Armani. Attualmente nella Chiesa di sant’Atanasio. Madinet Nasr (Il Cairo)

Risorti con Cristo

“Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati […] Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati” (Ef 2,1.5).

Ecco il grande beneficio della Resurrezione: siamo risorti con Cristo dopo essere stati morti a causa delle colpe e dei peccati. Non credere alla resurrezione del Signore dai morti significa che siamo ancora nel nostro peccato:

“Ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti” (1Cor 15:17-18; “morti in Cristo”, cioè morti in comunione e unione con Cristo).

Poi l’Apostolo spiega il rapporto che intercorre tra la resurrezione del Signore Gesù e la nostra: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia ἀπαρχή di coloro che sono morti” (1Cor 15,20). Il giorno successivo al sabato della settimana in cui cade la Pesach inizia la festa delle primizie e dopo cinquanta giorni cade la Pentecoste. Cristo è dunque la primizia e dopo di lui gli altri frutti. La primizia è dello stesso tipo degli altri frutti. Così, Adamo era la primizia del genere umano. Per capire il senso del termine “primizia” torniamo al Levitico dove si legge:

Queste sono le solennità del Signore, le sante convocazioni che proclamerete nei tempi stabiliti. Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la pasqua del Signore […] Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla agli Israeliti e ordina loro: Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto; il sacerdote agiterà con gesto rituale il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote l’agiterà il giorno dopo il sabato. Quando farete il rito di agitazione del covone, offrirete un agnello di un anno, senza difetto, in olocausto al Signore. L’oblazione che l’accompagna sarà di due decimi di efa di fior di farina intrisa nell’olio, come sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave in onore del Signore; la libazione sarà di un quarto di hin di vino. Non mangerete pane, né grano abbrustolito, né spighe fresche, prima di quel giorno, prima di aver portato l’offerta al vostro Dio. È una legge perenne di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione (Lv 23,4-5; 9-16).

San Cirillo il Grande commenta questo brano dicendo:

Gesù Cristo è uno, e tuttavia è descritto come un covone abbondante, e davvero lo è, perché contiene in sé tutti i fedeli mediante un’unione spirituale. Altrimenti, come potrebbe dire il beato Paolo che «con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli»? (Ef 2,6) Poiché si è fatto uno di noi, gli siamo divenuti concorporei (Ef 3,6) e abbiamo ricevuto un’unione con lui secondo il corpo. Per questo diciamo che siamo tutti una sola cosa in lui […] Dice che bisogna portare il covone all’indomani del primo giorno [degli azzimi], cioè il terzo giorno [dall’immolazione dell’agnello]. Cristo infatti è risorto il terzo giorno, e in esso è anche salito ai cieli […] Quando nostro Signore Gesù è risorto compiendo l’offerta di se stesso davanti a Dio Padre come primizia degli uomini, proprio allora gli abissi del nostro essere sono stati trasformati a nuova vita (Glaphyra in Numeros)

Poiché tutti siamo morti in Adamo e tutti abbiamo riottenuto la vita per mezzo della resurrezione di Cristo dai morti:

“Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1Cor 15,21-22).

Se l’incarnazione, dunque, avesse avuto come semplice funzione la remissione dei peccati, non avremmo avuto bisogno di una nuova creazione e, tutt’al più, avremmo recuperato l’immagine di Adamo prima della caduta. Ma il Vangelo ci dice che, attraverso la resurrezione del Signore dai morti, diventeremo a immagine di lui, perché diventeremo celesti, dopo essere stati terrestri. Così scrive l’Apostolo:

Così ancora è scritto: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste (1Cor 15,45-49).

Risorgendo insieme al Signore, dunque, non ritorneremo solamente alla prima immagine secondo la quale Adamo fu creato ma acquisteremo l’immagine del Signore risorto dai morti, il quale morì a causa dei nostri peccati e risuscitò per la nostra giustificazione.

E al nostro Signore sia gloria sempiterna. Amen.

anba Epiphanius (1954-2018)
martire, vescovo e abate
del Monastero di san Macario il Grande (Scete, Egitto)
discepolo di abba Matta El Meskin
omelia della notte di Pasqua, 12 aprile 2015
traduzione a cura di Natidallospirito.com

[1] Grande Sabato, N.d.T.

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Preghiera copta per la sera

Fri, 05/04/2019 - 17:17

Ti ringraziamo, o Sovrano compassionevole, perché ci hai donato di trascorrere questo giorno in pace, ci hai portati a sera con gratitudine e hai donato a tutti ugualmente[1] di vedere la luce fino a vespro. Accogli la nostra dossologia che è stata offerta ora. Liberaci dalle tortuosità dell’avversario e distruggi tutte le sue trappole con cui ci combatte. In questa notte che viene, concedici pace senza dolore, né turbamento, né sofferenza, né illusioni [diaboliche] così che possiamo attraversarla in pace e santità, e alzarci per la lode e le preghiere, e in ogni momento e in ogni luogo possiamo dar gloria al tuo Nome santo in ogni cosa insieme al Padre incomprensibile e senza inizio, e lo Spirito Santo vivificante e consustanziale a te, ora e in ogni momento e in tutti i secoli dei secoli. Amen.

[1] Lett.: ⲁⲕⲁⲓⲧⲉⲛ ⲛϩⲩⲥⲟⲥ ⲉⲛⲁⲩ ⲉⲡⲓⲟⲩⲱⲓⲛⲓ “hai reso noi uguali di vedere la luce”. “Ci hai resi degni”, come viene normalmente tradotto, è una traduzione che non ha riscontro nel copto.

traduzione dal copto di Natidallospirito.com

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Che cosa significa “ascesi attiva”? (Matta el Meskin)

Tue, 26/03/2019 - 08:43

Nella Scrittura vediamo che è il Signore stesso che pone la pietra d’angolo del metodo ascetico fatto di rinuncia e di spoliazione che si fonda sul contenimento della carne mediante lo sforzo volontario e la volontà libera e decisa[1]. Ascoltiamo queste parole di luce:

Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco (Mt 18,8-9).

Con queste parole Cristo innalza la pratica ascetica al suo grado più alto mediante l’uso di una volontà libera e tagliente scevra di tergiversazioni, senza mezze soluzioni o qualunque altro surrogato. Cristo ha fatto giungere l’inimicizia tra noi e l’inciampo che porta al peccato e alla perdizione al punto di sacrificare la pace, la quiete e la salute del corpo in modo inequivocabile e chiaro. Questa è l’immagine concreta con la quale Cristo ha disgiunto l’interesse corporale dalla meta spirituale – il raggiungimento della vita eterna – in vista della quale il cristiano è stato battezzato. Il “tagliare la mano e cavare l’occhio” indicano fino a quale punto, secondo Dio, può spingersi la sincerità della ricerca della santità, della purezza e del dominio sulla carne e sui sensi, per giungere alla vita con Dio.

In questo senso, la nostra lotta con la carne non è delegata alle potenzialità personali o a soluzioni di comodo che proponiamo a noi stessi o agli altri, soluzioni che solleticano le voglie personali o l’umore del corpo. Cristo, infatti, ha posto per tutti e senza alcuna eccezione quest’unica estrema soluzione a cui deve giungere e arrestarsi la lotta qualora la situazione lo richiedesse e ha esplicitato questo estremo richiamo in un modo così serio e perfino imbarazzante da scuoterci nel profondo per farci decidere una volta e per tutte tra la vita e la morte. Senza alcun dubbio questo brano ci mette davanti alla gravità della guerra che dobbiamo combattere contro la carne. Questo insegnamento divino, insolito e importante, è capace di accendere la volontà incapace e di sollevare il morale della persona debole e fiacca, attizzando il fuoco dello zelo verso la santità anche nei cuori vigliacci. Perché se noi tenessimo la morte davanti agli occhi, come termine della lotta posta davanti a noi, qualsiasi inciampo, per quanto malefico, attraente, potente o seducente, sarebbe dominato e schiacciato sotto i piedi.

Dunque, la lotta con la carne non è come la lotta con satana. Qui noi siamo responsabili di quello che abbiamo dentro e alla nostra volontà è richiesto di profondere il massimo sforzo e di imporre il suo impero. Cristo non ha proposto strumenti per contenere le passioni dell’occhio o per dominare gli inciampi che provengono dalle altre parti del corpo ma, da un lato, ha messo in luce la responsabilità che si deve accollare la volontà per contenere il membro di scandalo e dall’altro ha chiarito la potenzialità che ha la volontà di mettere fine all’inciampo. Poi, ci ha lasciati liberi di realizzare la nostra opera, di fare il nostro sforzo, usando il nostro potere, con tutta la risolutezza e lo zelo che abbiamo.

Si faccia attenzione a una cosa, però. Questo meraviglioso quadro ascetico che il Signore ci ha tratteggiato ha sullo sfondo la Croce: le mani e i piedi sono inchiodati, l’occhio ha la luce spenta a causa del nostro scandalo, come prezzo di riscatto per il peccato che ha dominato sulla nostra carne debole.

La lotta ascetica attiva, che si compie mediante la libera volontà, trae la sua forza dalla comunione reale con la vita di Cristo e con l’evento della Croce, anche se dovesse giungere ai confini della morte stessa: “Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2Cor 4,10).

Cristo non ha odiato il suo corpo che ha consegnato alla morte. Ha invece aborrito il peccato e, a causa di esso, ha lasciato che il suo corpo fosse maltrattato.  La lotta ascetica secondo il Vangelo è un colpo inferto alla morte, una vittoria per la vita eterna e non un puro desiderio di mortificazione: “Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,13), “Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11,25).

[1] Cf. Introduzione, pp. 27-28.

Matta el Meskin
tratto da: Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, 2018, pp. 89-92

Il libro, molto utile per la Quaresima, è acquistabile cliccando qui.

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Digiunare significa convertirsi (papa Tawadros II)

Sat, 16/03/2019 - 11:55

Tra tutti i numerosi strumenti spirituali, nella nostra vista spirituale ed ecclesiale, il digiuno occupa un posto importante. Esso è uno dei pilatri fondamentali che esprimono, di fronte a Dio, la nostra umiltà, la nostra speranza e il nostro amore. I digiuni nella nostra Chiesa si estendono per più di metà dell’anno. Digiuniamo, infatti, comunitariamente in momenti particolari dell’anno, non mangiando per un certo tempo e astenendoci dai cibi di origine animale, cercando di imitare lo stato paradisiaco vissuto da Adamo ed Eva prima della caduta e della trasgressione.

Nei libri della Sacra Scrittura, il digiuno ha una lunga storia. I digiuni più noti sono probabilmente quello praticato dal profeta Mosè per quaranta giorni (cf. Es 24,28), quello del profeta Elia (cf. 1Re 19,8), di Cristo (cf. Mt 4; Lc 4).

Malgrado il cibo sia una grazia e un dono di Dio, l’astinenza per uno o più giorni rappresenta una forma di umiliazione che ha come scopo, prima di tutto, quello di convertirci. Nelle pagine della Scrittura troviamo numerosi capitoli e passaggi dedicati al digiuno e ai suoi effetti. Ricordiamo Is 58, Gl 2,12-20, Mt 6,1-18.

Nel libro di Gioele la pratica del digiuno comunitario può essere racchiusa in sette passi[1].

1. Suonate il corno in Sion[2]: ovvero la vita di lode in Chiesa;

2. Santificate il digiuno: ovvero dedicare questi giorni prima di tutto al Signore;

3. Proclamate il ritiro: ovvero ritirarsi per potersi dedicarsi alla conversione;

4. Radunate il popolo: mediante giornate spirituali e preghiere;

5. Santificate la comunità: ovvero purificate il popolo mediante la purificazione del cuore dal peccato;

6. Astenersi dalla passione: ovvero astenersi dai rapporti coniugali, di comune accordo;

7. Piangano i sacerdoti: in quanto guide e modelli offrono preghiere con lacrime.

Questo è il “digiuno umile” che apre il cuore alla santità e fa vivere l’uomo nel pentimento e nel pianto per i propri peccati, lontano dai piaceri che possono distrarlo.

Il “digiuno umile” è capace di toccare le nostre emozioni, i nostri pensieri e le nostre coscienze, non soltanto il nostro stomaco. Così possiamo purificarli dai litigi, dalle polemiche e dai pensieri cattivi.

Ci è stato donato di essere in presenza di Cristo mentre siamo sulla terra, talvolta da vincitori, talatra da crocifissi. Ma dobbiamo essere sempre pronti e mai fuggire dal suo volto. Il digiuno umile ci aiuta molto in questo senso a essere pronti per incontrare Dio (cf. Es 24,28; Dn 9,3).

Talvolta il digiuno diventa inutile: ci attacchiamo alle formalità e cambiamo soltanto tipo di cibo, oppure digiuniamo controvoglia, o per far vedere alla gente che digiuniamo (cf. Mt 6,16). Così facendo cadiamo nei peccati dell’orgoglio, dell’ostentazione, del formalismo privo di sostanza e di profondità.

Il vero digiuno è legato all’amore del prossimo ed è inseparabile dalla preghiera, la quale alimenta il digiuno. Per questo dice il salmista, il profeta Davide: “Se solo potessi avere ali come di colomba per volare e trovare riposo” (Sal 54,6-7). La vera preghiera e il vero digiuno fanno innalzare l’anima come una colomba che, pura, vola verso Dio. Così essa può trovare riposo e gioia. “Volo e trovo riposo” significa “prego e trovo riposo, digiuno e trovo riposo”.

Una volta un uomo fece visita a un sacerdote e gli disse: “Mostrami Dio!”. Il sacerdote gli disse: “Non posso mostrarti Dio. In più, so che tu sei in uno stato tale che non ti permette di vederlo”. Meravigliato di questa risposto, l’uomo riprese: “Come lo sai?”. Rispose il sacerdote: “Te lo dimostro. C’è un testo evangelico che ti colpisce talmente tanto da penetrare nel tuo cuore?”. E l’uomo: “Sì, è la storia della donna colta in flagrante”. “Perché?”, gli chiese il sacerdote. E l’uomo rispose: “Credo che io sia l’unico che non si sarebbe ritirato dalla scena prima di averle tirato una pietra”. Al che gli disse il sacerdote: “Hai risposto tu stesso. Non puoi vedere Dio perché gli sei totalmente estraneo. Non sai ancora come digiunare dal tuo ego”.

Caro lettore, prega con me:

“Ti ringrazio, Signore, perché mi hai donato la grazia del digiuno
e mi hai portato fino a questo ora.
Ti supplico, Signore, aiutami a vedere i miei peccati, a conoscere le mie debolezze
e a non nascondere nel cuore alcuna cattiveria o alcuna specie di male.
Possano questi giorni di digiuno essere un’occasione vera
per penetrare nel profondo del mio cuore
ed entrare nell’intimo della mia camera
chiudendo la porta alle parole e al cibo.
Allora ti vedrò, mia gioia, mia forze, mio aiuto
essendo davvero convertito, con lacrime e pentimento.
Allora non ti sarò estraneo. Amen.”

[1] Cf. Yusuf As’ad, al-Sawm al-masihi (Il digiuno cristiano).

[2] Il testo citato è secondo la LXX, N.d.T.

Tawadros II
papa di Alessandria e patriarca della predicazione di San Marco

traduzione dall’arabo
tratto da: “al-Sawm, tawbatuna”, al-Kiraza, anno 47, n. 9-10, p. 3

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Sul figliol prodigo (Giovanni Crisostomo)

Fri, 15/03/2019 - 16:49

Vi erano due fratelli, ai quali il padre divise le sue sostanze. Dei due uno rimase in casa, l’altro invece divorò quanto a lui assegnato continuando a vivere in terra straniera per non subire l’onta della miseria. Vi ricordo questa parabola per farvi toccare con mano che per quelli che lo vogliono v’è remissione anche se hanno peccato dopo il battesimo. Non ve ne parlo per spingervi al disimpegno ma perché non siate vittime di una tentazione che provoca danni ancora più gravi della stessa scioperataggine, cioè della disperazione.

Che questo figlio sia come un’immagine dei caduti dopo il battesimo, lo si vede facilmente. Infatti si parla di figli, ma nessuno può dirsi figlio senza il battesimo. Se ne stava nella casa del padre e ne amministrava tutti i beni, e anche noi siamo amministratori dei beni del Padre ricevuti in eredità, ma non prima del battesimo. Tutto qui adombra la condizione dei fedeli; si parla anche del fratello e si dice che era buono e anche noi ci chiamiamo e siamo fratelli ma dopo la rigenerazione spirituale. Che cosa disse infine il fratello caduto nell’estrema malizia? Ritornerò da mio padre. Per questo il padre non aveva né proibito né impedito la sua partenza per una terra straniera, proprio perché imparando a sue spese potesse sperimentare i benefici goduti restando a casa; così spesso quando non credessimo alla parola di Dio, egli veramente permette che impariamo attraverso l’esperienza che noi facciamo.

Ecco dunque perché parlò cosi anche ai Giudei. Non avendoli infatti attirati a sé con la persuasione, con un’infinità di parole spese attraverso i profeti, permise che imparassero sperimentando i suoi castighi come sta scritto: La tua stessa ribellione ti punirà e la tua stessa malvagità ti castigherà. Avrebbero invero dovuto prestargli fede anche prima che si compissero gli avvenimenti profetati, ma poiché erano cosi chiusi alla fede in quelle esortazioni ammonitrici, li fece ammaestrare dai fatti, permettendo che si attuasse la malizia preannunziata d’incredulità allo scopo di poterli a questo modo ancora recuperare.

Lo scialacquatore infine ritornò dalla terra straniera, dove aveva imparato a proprie spese in che male incorre chi abbandona la casa paterna per una lontana; ed il padre allora lungi dal far vendetta se lo accolse a braccia aperte. Come mai? Perché era padre e non giudice. Si fecero quindi danze banchetti e feste, e tutto nella casa fu splendore e gioia. Cosa borbotti? Questa la ricompensa per il male commesso?! Non del male commesso, o uomo, ma del suo ritorno, non del peccato ma della penitenza, non della condotta perversa ma di quella mutata in meglio. Più interessante ancora il fatto che al figlio più grande il quale se ne lagnava il padre dolcemente cosi abbia replicato: Tu sei sempre con me, questi invece era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita. Vuol dire: “Quando va salvato chi era perduto, non è il caso che si giudichi promuovendo severe inchieste, ma è tempo solo di clemenza e di perdono”.

Il medico infatti non si mette ad inquisire sul malato per richiederne conto e punizione, trascurando di curarlo; e se fosse degno di giusta punizione crederebbe già sufficiente la pena subita. Il prodigo stando in terra straniera e lontano dalla comunione dei suoi per tanto tempo, pagò con la fame, l’infamia e la lotta con mali gravissimi. Perciò con l’espressione era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è risuscitato vuol dire: «Non guardare alla presente condizione, ma pensa alla gravità delle anteriori avversità; tu vedi un fratello, non un estraneo; è tornato ad un padre che non può rinfacciargli i precedenti trascorsi, ma deve ricordare solo quanto possa spingerlo a compassione misericordia amore e indulgenza, come si conviene a chi lo ha generato. Perciò questi non fece parola di ciò che il figlio aveva commesso ma di quanto aveva patito; non ricordò le sostanze che aveva divorato ma l’infinità di guai che aveva passato».

Allo stesso modo – con altrettanta anzi con maggiore cura – il buon Pastore andò in cerca della pecorella. Qui infatti era stato lo stesso figlio a ritornare, lì invece fu lo stesso pastore a cercarla e avendola ritrovata a portarla con sé; godette più per essa che per tutte le rimaste al sicuro; come vedi, la riportò senza batterla e caricandosela sulle spalle per tenerla con sé restituendola al suo gregge. Sei convinto quindi che Dio non scaccia chi a lui ritorna ma lo accoglie non meno degli altri che praticano la virtù? La parabola ti fa vedere che Dio non va a domandar conto dell’operato degli erranti, ma anzi ne va in cerca e gode poi di averli ritrovati più che se fossero rimasti in salvo; non disperiamo se malvagi e non presumiamo se buoni, ma temiamo anche nel fare il bene di cadere per presunzione e di dover fare penitenza anche di questo peccato.

Ripeto quel che ho già detto all’inizio. Sono queste due tentazioni che minacciano la nostra salvezza: la presunzione se stiamo in piedi, la disperazione se siamo caduti in basso. Quindi, per rendere cauti quelli che stanno in piedi, Paolo ebbe a dire: Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere … Temo che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato; per sollevare invece e ridare maggior coraggio a quanti dormivano o erano caduti in basso, protestò parimenti nella sua lettera ai Corinzi: Che io non abbia a piangere su molti che hanno peccato in passato e non si sono convertiti, dichiarando cosi degni di compianto non tanto i peccatori quanto i peccatori impenitenti. A questi ultimi si era pure rivolto il Profeta, dicendo: Forse che chi cade non si rialza e chi perde la strada non torna indietro? Ed anche Davide li richiamò dicendo: Se oggi ascolterete la sua voce, non indurite il vostro cuore come nel giorno dell’esacerbazione,

Dunque, finché potremo dire oggi non disperiamo ma poniamo ogni speranza di bene nel Signore, con la mente fissa nel mare della sua misericordia scuotendo da noi ogni cattiva coscienza e aderendo fermamente alla virtù, molto fiduciosi ma anche fermi nel proposito, dando prova cosi altissima del nostro pentimento, perché deposto quaggiù ogni peso di peccato possiamo stare con fiducia dinnanzi al tribunale di Cristo ed ottenere il regno dei cieli. Ci sia dato di conseguirlo con la grazia e per la misericordia di nostro Signore Gesù Cristo, cui assieme al Padre e allo Spirito Santo gloria potenza e onore, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen.

Giovanni Crisostomo
tratto da: Giovanni Crisostomo, “Omelia I sulla penitenza, di ritorno dalla campagna”, in Id., La vera conversione, Città Nuova, Roma 1980, pp. 92-95

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Un libro per la Quaresima

Wed, 06/03/2019 - 18:03

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Il battesimo ha in sé tutto il concetto di “ascesi” dalla prospettiva di Dio. Esso, infatti, riguarda lo spogliarsi dell’uomo vecchio e il rivestirsi del nuovo, cioè di Cristo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27), “Abbandonate, con la condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, e rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità” (cf. Ef 4,22-23).

Innanzitutto, questo “spogliarsi” è un’azione attiva nella vita cristiana e riguarda l’uso dello sforzo personale coinvolgendo la propria volontà libera. Inoltre consiste nel mettere a disposizione tutte le energie della mente, del pensiero e dei sentimenti per combattere gli elementi della morte che hanno dominato sulla carne in precedenza e i cui effetti si fanno ancora sentire sulle membra ridotte in schiavitù in virtù dell’abitudine. Questo “spogliarsi” avviene in maniera segreta ed efficace, grazie a un’azione divina, nel mistero del battesimo e si rinnova, si rafforza e viene portato a perfezione nell’arco di tutta la vita mediante il mistero della conversione perché la conversione altro non è che un rinnovamento del battesimo.

Il “rivestire” Cristo, invece, è un’opera passiva con cui accogliamo Cristo, senza sforzo da parte nostra, come dono e grazia: luce, sguardo spirituale, pace interiore, amore che supera la mente, pazienza perfetta, consolazione del cuore, gioia che domina nel momento dello sconforto, sopportazione delle avversità, dell’ingiustizia e dello scherno e tutti gli altri doni presiosi di Dio donati dallo Spirito Santo come frutti della vita di Cristo in noi. Questo “rivestire”, sebbene si compia una volta e per sempre nel mistero del battesimo, viene rinnovato mediante il mistero dell’eucarestia.

“Svestire” l’uomo vecchio e “rivestire” la vita di Cristo è un’operazione unica, unificata, ordinata, coordinata che continua per tutto l’arco della vita. La tradizione patristica usa per quest’operazione il termine sinergia cioè “operare insieme”. La prima operazione, lo “svestire”, si regge sulla seconda, il “rivestire” e non può compiersi senza di essa. La seconda, invece, permane grazie alla prima e senza di essa si disfa e perde di efficacia.

La sinergia si realizza proprio nel mistero della conversione e dell’eucarestia. L’equilibrio, infatti, tra l’opera attiva e quella passiva, cioè tra lo “svestire” il vecchio e il “rivestire” il Cristo, è dato dalla Chiesa attraverso il mistero della conversione e dell’eucarestia: la conversione continua è lo “svestire” e la comunione continua è il “rivestire” ed entrambe formano una sinergia che deve essere armonica e costante. Secondo l’idea patristica, nella conversione, che si fonda su uno sforzo personale, si pratica l’esame di coscienza, il pentimento, il controllo di sé, il contenimento dei diversi impulsi disordinati e la confessione dei peccati. La Chiesa sigilla lo sforzo attivo donando il mistero del perdono nell’assoluzione e nell’eucarestia che è frutto e ricompensa della conversione. Con esso la conversione assume un effetto sostanziale misterioso che facilita lo svestimento dell’uomo vecchio, cioè la mortificazione delle sue passioni. L’eucarestia è, infatti, la perpetuazione della vita di Cristo in noi. Attraverso di essa facciamo nostra la vittoria di Cristo sulla morte, gli inferi e satana e disattiviamo il potere del peccato che porta alla perdizione. La Chiesa quando si riunisce attorno all’eucarestia rappresenta il popolo di Dio che ha attraversato il Mar Rosso, cioè la morte, passando all’altra riva, cioè la vita, sconfiggendo Faraone, cioè satana. Tutti cantano il cantico della vittoria e della salvezza in vista dell’ultima vittoria e della salvezza escatologica. Il corpo santo viene dato non come simbolo ma come verità: è un passaggio perpetuo dalla morte alla vita, la sconfitta di satana, la gioia, la letizia e l’esultanza del cuore per questa vittoria.

La Chiesa ritiene che la vita dell’individuo sia sempre a rischio della caduta, che il nemico sia in agguato contro i suoi figli notte e giorno e che il peccato non smetta di combattere il corpo. Per questo ha predisposto il mistero della conversione, di modo che possa essere praticato in modo continuo, stabilendo stagioni per il digiuno durante tutto l’arco dell’anno, le quali sono occasioni per esaminare il proprio cuore e interrogare la propria coscienza. Ha, inoltre, legato il dono del perdono alla confessione e al pentimento sinceri e ha reso la pratica del mistero dell’eucarestia, sia nei giorni normali che durante i digiuni, come uno stato permanente di resurrezione interiore del cuore conformemente alla resurrezione donata gratuitamente dalla grazia mediante la vita di Cristo che assumiamo con il corpo e il sangue santi. La disponibilità della Chiesa a ripetere all’infinito la pratica del mistero della conversione esprime in modo essenziale la verità del perdono perfetto che Dio ci ha assicurato mediante la passione del suo Figlio unigenito. Allo stesso modo, la reiterazione all’infinito del mistero della comunione esprime in modo essenziale la verità della vittoria perfetta che Dio ha realizzato per noi contro il nostro nemico e nel nostro corpo mediante la resurrezione dai morti.

Mediante la ripetizione della conversione e della comunione la Chiesa ha donato ai nostri cuori una forza senza fine per poter proseguire il cammino fino alla fine.

Matta el Meskin
tratto da Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi al-Natrun 2018, pp. 99-102

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Sii ricco soltanto di Dio (Gregorio Nazianzeno)

Tue, 19/02/2019 - 13:22

Tutto nudo devi solcare il mare della vita, e la tua nave non vada pesante sui flutti, destinata, così, a naufragare presto[1].

Pensa alla fredda morte come se fosse sempre presente, e troverai, al suo incontro, la morte meno amara.

Innalza sempre la tua mente, come un tempio, a Dio, affinché tu abbia il Signore all’interno del tuo cuore, come statua immateriale.

Conosci te stesso[2], mio caro, chi tu sia e donde tu venga: così più facilmente tu otterrai la bellezza archetipale[3].

Un giorno ti porta al successivo; chi è leggero è preso dal vortice; ma la mente dell’uomo costante ha un giorno che dura eterno.

Chi confida nelle cose che vanno e vengono confida in una corrente, che mai non si ferma.

Malanno uguale sono, per me, il vivere il parlar scellerato; se tu hai una qualunque delle due cose, tu hai anche l’altra.

È atteggiamento empio, se si è impuri, essere presente ai sacrifici; ancor più terribile è venerare tutte le reliquie dei morti[4].

Non fermarti mai sulla strada delle cose buone[5]:fermarsi significa, per te, scivolare nell’abisso del male, se tu sei uscito dal tuo vizio.

Vede, ma è cieco, colui che non vede la sciagura della sua malvagità; andar dietro alle tracce di una fiera è proprio degli occhi acuti.

Quando hai bisogno di un medico per le tue malattie, se gli tieni nascosi i tuoi mali, non potrai fuggire al doloroso marciume.

Tu hai la parola, io l’azione. Colui che non ha fatto una buona azione, abbia pure l’eloquenza come ambigua alleata.

La sazietà è violenta. Io però voglio, mio caro, che tu abbia questo impegno: la saldezza per l’anima sempre mobile.

Sii ricco soltanto di Dio, e considera tutto il mondo uguale ad una tela di ragno. Tutte le cose degli uomini sono estranee a questa vita: solo la virtù dei mortali vale la pena di essere vissuta.

“Qua venite”, grida a tutti il Logos di Dio, dalla sapienza immortale, “venite alla conoscenza della celeste Trinità”.

Volgete l’animo, o voi, quanti le pure nozze legarono a quel genere di vita[6], a procurare maggior frutto per i torchi celesti[7].

E quante siete state abbracciate dal grande Dio il Logos, vergini spose, offrite ogni cosa a Dio.

Splendore luminoso è colui che vive da solo[8], ma devi distogliere l’animo dal mondo e collocarlo lontano dalla carne.

È empia cosa avere la fede in superficie, e non nel cuore: essa potrebbe facilmente scorrer via. Io voglio una convinzione profonda.

Non avere né una giustizia inflessibile né una prudenza tortuosa. Dappertutto la misura è la cosa migliore.

Sia ben guidata anche l’audacia, ché altrimenti è soltanto audacia, e non è forza. È opera della temperanza essere anche sereni.

Ottima cosa è aprire sempre la mente agli oracoli di Dio: così tu potresti diventare esperto nelle leggi celesti.

Cerca di essere ottimo; cerca di dispiacere a coloro ai quali è bene dispiacere. Se alla malvagità tu arrechi gioia, è un’ignobile fama.

È cosa turpe che colui che è ottimo sia difensore dei malvagi: è come se tu avessi il piede all’interno della malvagità.

L’oro si doma nelle fornaci e l’uomo nobile nei dolori: il dolore è spesso più leggero della mancanza di preoccupazioni.

Facilmente rinnegherebbe il grande Iddio colui che rinnega il proprio padre: riconosci nel tuo genitore il padre della tua pietà.

I vermi consumano ogni cosa: non lasciare le cose tue nemmeno alla tomba; l’onore dell’epitaffio consiste in un nome glorioso.

Abbi rispetto degli stranieri delle nostre parti, ma soprattutto di coloro che hanno lasciato ogni cosa, perché fosse dei morti che non hanno più forze.

Orsù, dunque, abbandonando qui tutto il mondo e le sue preoccupazioni, apri la vela verso la vita celeste.

Compi sempre ottime opere in modo degno di Dio, e la Trinità ti stia a cuore in modo particolare.

Gregorio Nazianzeno
Poesie I, 2, 31 (Sentenze in distici)
in Gregorio Nazianzeno, Poesie, Città Nuova, Roma 1994, pp. 242-244.

[1] Cioè vivi senza ricchezze, le quali sono destinate a essere perdute in caso di disgrazia. Il motivo del naufragio della vita, per indicare le sciagure che la sconvolgono e che implicano la perdita delle ricchezze e degli onori, era diffuso nella predicazione dei filosofi cinici.

[2] Era la famosa massima incisa sul fronte del tempio di Apollo a Delfi: Gregorio la fa sua, in senso cristiano, anche nell’Orazione 32,21.

[3] Tale espressione si legge anche nell’Orazione 38,13 (Sul Natale).

[4] Una critica al culto delle reliquie dei morti, che si stava diffondendo allora in modo smoderato nel cristianesimo antico, presso le persone incolte e ignoranti.

[5] Una analoga concezione si legge nel prologo della Vita di Mosè di Gregorio di Nissa: il Padre osserva che la virtù, identificandosi con Dio, è infinita, e che pertanto la strada che si deve percorrere nella virtù, è parimenti infinita: fermarsi implica un peccato, perché significa volgersi al peggio.

[6] Cioè la vita verginale, alla quale Gregorio ha dedicato i carmi I, 2, 1-7.

[7] Cf. Is 63,1-6.

[8] Cioè il monaco.

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La Scrittura, maestra d’ascesi (Matta el Meskin)

Tue, 05/02/2019 - 07:28

Le Sacre Scritture danno a tutta la vita cristiana uno stampo ascetico in considerazione del fatto che, accogliendo la fede cristiana, si diventa automaticamente soldati di Gesù Cristo con tutti i diritti e i doveri che spettano ai soldati. L’annuncio della fede in Cristo è, esso stesso, un annuncio di guerra a satana perché Cristo è venuto a distruggere le opere di satana, “Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8), e per salvare i prigionieri del suo potere di tenebre: “Per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati” (At 26,18).

Il primo a entrare in guerra è stato Cristo e lo ha fatto in molte occasioni: alcune le conosciamo, altre le ignoriamo. Ma la battaglia più importante è certamente quella della Croce nella quale Cristo ha vinto e sconfitto l’avversario poiché ha fatto del suo corpo un sacrificio che porta tutti i peccati del mondo. Satana ha cercato di contraffare la questione della morte senza sapere che con la morte di Cristo il peccato è stato tolto e così gli è stato strappato di mano l’atto d’accusa che aveva contro il mondo e gli uomini e non c’è più luogo a procedere: “Annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo (sulla croce)” (Col 2,14-15).

Cristo ha vinto satana e satana è divenuto avversario di ogni cristiano. Chi crede in Cristo e ottiene il mistero della Croce e del corpo santo, diviene avversario di satana sconfitto da Cristo. Nonostante, però, siamo stati liberati dal potere di satana e abbiamo ottenuto, mediante il Corpo santo, la caparra della vittoria e del trionfo su di lui, le Scritture ci dicono che satana ha ancora la possibilità di dominare mediante il peccato e mediante la nostra carne che è morta al peccato per mezzo della Croce e che Cristo ha liberato dai peccati passati per mezzo del perdono del suo sangue. Egli può quindi di nuovo sottometterci al suo potere se noi obbediamo al suo consiglio e abbandoniamo Cristo: “Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri… Il peccato infatti non dominerà su di voi” (Rm 6,11-14).

Matta el Meskin
tratto da Matta el Meskin, L’ascesi cristiana, San Macario Edizioni, Wadi al-Natrun 2017, pp. 83-84

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