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Trasfigurazione di Cristo e trasfigurazione nostra (Anba Epiphanius)

Sat, 18/08/2018 - 11:54

Natidallospirito.com si unisce con la preghiera alla sofferenza dei monaci del Monastero di San Macario il Grande e a quella dei fratelli copti per l’improvvisa scomparsa del monaco, abate, vescovo e studioso anba Epiphanius, ucciso barbaramente. Cercheremo di pubblicare quanto più possibile piccoli articoli scritti dal nostro padre Epiphanius per rendere degna memoria a un uomo di straordinaria umanità, mitezza, umiltà, sapienza, amore. Per il suo sangue innocente e le sue intercessioni, il Signore abbia compassione del monastero, dei monaci, della Chiesa copta e del suo Patriarca Tawadros, e non permetta che le tenebre trionfino sulla luce, l’odio sull’amore, l’arroganza sulla mitezza.

Abbiamo già pubblicato negli scorsi anni alcuni articoli del nostro padre Epiphanius che mettiamo a disposizione di nuovo a tutti coloro che desiderino conoscerlo meglio:

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius) Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius) Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Crocifisso per me (anba Epiphanius)

In occasione della Trasfigurazione, secondo il calendario copto e giuliano (19 agosto), pubblichiamo un suo scritto sull’argomento.

***

Mentre il Signore Gesù era in compagnia dei suoi discepoli nei pressi della città di Cesarea di Filippo che oggi corrisponde alla moderna Baniyas (Paneas) ai piedi del monte Hermon, chiese loro: “La gente, chi dice che io sia?” (Mc 8,27). Dopo avergli dato risposte che mostravano l’incertezza che regnava nel popolo e le contrastanti opinioni a suo riguardo, chiese loro direttamente: “Ma voi, chi dice che io sia?” (Mc 8,29). Qui i discepoli, per bocca dell’Apostolo Pietro, confessarono: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

In seguito, egli rivelò loro che il Figlio dell’uomo sarebbe venuto nella gloria del suo Padre con i suoi angeli e che alcuni di loro non avrebbero gustato la morte prima di aver visto il Figlio dell’uomo venire nel suo Regno. Sei giorni dopo questo discorso prese con sé i tre discepoli più vicini a lui, Pietro, Giacomo e Giovanni, e salì con loro su un monte alto, da soli. Lì si trasfigurò davanti a loro, il suo volto si illuminò come il sole e le sue vesti divennero bianche come luce. Poi apparvero loro Mosè ed Elia e si misero a parlare con il Signore. I discepoli non riuscirono a sopportare questa visione e caddero sui loro volti in predi alla paura (cf. Mt 17,1-8).

Gli evangelisti hanno espresso il concetto di “trasfigurazione” con il verbo greco μεταμορφόομαι. Questo termine è composto da due parti: μετα- che implica il senso della trasformazione, del cambiamento o della mutazione; la seconda parte deriva dalla parola μορφή che significa “immagine, aspetto, forma esteriore che esprime o è conseguenza della natura interiore”. Di conseguenza, il senso di questo verbo è: “cambiare nella propria immagine esteriore così da esprimere la propria natura interiore rappresentandola perfettamente”[1]. Per questo in arabo questo verbo è stato tradotto con “mutò il suo aspetto”.

Durante la sua vita terrena il Signore Gesù era in forma di schiavo che non aveva né apparenza né bellezza per poterci piacere, disprezzato e reietto dagli uomini (cf. Is 53,2). È, infatti, venuto non per essere servito ma per servire e per offrire se stesso in riscatto per molti (Mc 1,45). Ma qui sul monte della trasfigurazione è avvenuto un mutamento nel suo aspetto o nella sua forma esteriore, apparendo nell’immagine della gloria della sua divinità. Questo è quanto implica il verbo greco: l’immagine esteriore del Signore, l’immagine di schiavo che si è preso per sé, è mutata ed è venuta ad esprimere perfettamente la sua verità interiore cioè la gloria della divinità che è apparsa nella carne.

Ma per capire meglio il mutamento avvenuto, mettiamo in paragone questo verbo greco indicante il cambiamento con un altro verbo anch’esso tradotto con “cambiare/mutare aspetto”.

Nella seconda lettera ai Corinti (11,13-15) san Paolo afferma: “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che cambiano aspetto (μετασχηματίζω) per essere simili agli apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce” (2Cor 11,13-14).

Il verbo greco che appare in questo versetto è anch’esso formato da due parti: μετα-, lo stesso prefisso del primo verbo e che indica il cambiamento e la trasformazione; la seconda parte deriva dal termine σχῆμα, anch’esso avendo come senso quello di “forma” o “aspetto”. Ma questo verbo ha un senso completamente opposto a quello precedente e può essere tradotto così: “cambiare la propria forma o la propria immagine esteriore assumendo per se stessi un aspetto o un’immagine esteriore che non scaturisce né esprime la propria natura interiore”[2].

Possiamo tradurre questo verbo come una sola parola come “mascherarsi” ovvero indossare un volto o una maschera che nasconde il proprio aspetto. La natura di satana è tenebra e quando appare come angelo di luce, è soltanto il suo aspetto esteriore che cambia, restando la sua natura tenebrosa così com’è, senza alcun mutamento. Allo stesso modo, anche i suoi servi mutano il loro aspetto esteriore per apparire come gli Apostoli di Cristo rimanendo, nella loro natura interiore, così come sono, lavoratori fraudolenti, per ingannare il cuore dei semplici. Il primo verbo indica un cambiamento interiore, mentre il secondo un cambiamento soltanto esteriore[3].

La trasfigurazione del Signore Gesù sul monte della trasfigurazione e la sua apparizione nella sua gloria può essere compreso dall’inno di lode che San Paolo inserisce nella sua lettera ai filippesi nella quale illustra come il Signore Gesù che era in forma di Dio prese per sé la forma dello schiavo affinché redimesse quello stesso schiavo. E come conseguenza della sua obbedienza assoluta a Dio, Dio lo ha innalzato e lo ha ripristinato nella sua forma gloriosa:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!,
a gloria di Dio Padre» (Fil 2,5-11)

La trasfigurazione dei santi

San Pietro Apostolo parla della trasfigurazione del Signore Gesù sul monte e la sua apparizione nella sua vera gloria e descrive questa gloria con la grandezza: “Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (2Pt 1,16-18).

L’Apostolo Paolo, invece, comanda a tutti i credenti di trasformarsi, cioè di entrare in una condizione di trasfigurazione come è avvenuto per il Signore Gesù. Nella sua lettera ai Romani (12,2) supplica i credenti dicendo: “Non conformatevi (συσχηματίζεσθε) a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

In questo versetto san Paolo utilizza entrambi i sensi di cui abbiamo parlato precedentemente. Il primo verbo “non conformatevi” è lo stesso verbo che appare in 2Cor 11,15 parlando di satana che si trasforma in angelo di luce, sebbene in una forma leggermente diversa, con la preposizione συν- che indica un “mascherarsi come”. Qui san Paolo incoraggia i credenti a non conformarsi a questo mondo, cioè a non assumere la sua stessa forma, nel senso di non trasformarsi rispetto alla loro forma esteriore in una maniera tale che essa non scaturisca né esprima la loro natura interiore. San Paolo comanda loro di non mascherarsi nell’aspetto esteriore per assomigliare ai figli di questo mondo, assumendo un aspetto che non esprime “l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4,24)[4].

Nella restante parte del versetto san Paolo comanda loro di trasformarsi utilizzando lo stesso verso apparso nell’evento della trasfigurazione. Vale a dire che egli comanda ai credenti di assumere una condizione di trasfigurazione continua, di apparire con un aspetto esteriore che esprima la vera natura nuova che essi vivono. È quest’aspetto a mostrare l’immagine di Cristo impressa nei loro cuori: “Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!” (Gal 4,19).

Il comandamento che l’Apostolo Paolo dà ai santi è di trasformarsi, vale a dire di trasfigurarsi, e questo comandamento è avallato da una verità importante: nella resurrezione prossima, quando i corpi dei santi saranno trasformati per diventare a immagine del corpo della gloria di Cristo, avverrà la loro trasfigurazione e il loro aspetto esteriore sarà espressione della natura nuova che assumeranno.

In 2Cor 3,18 dice l’Apostolo Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati (μεταμορφούμεθα) in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore Spirito”. Qui san Paolo usa lo stesso verbo usato per la trasfigurazione di Cristo. Ma qui la trasfigurazione si realizzerà nella sua pienezza quando l’immagine di Dio sarà impressa nei nostri volti e avrà luogo una mutazione, una trasfigurazione della nostra natura, in un movimento dinamico continuo e ininterrotto – “di gloria in gloria” – mediante la potenza dell’azione del Signore Spirito in noi.

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo

[1] K. S. Wuest, Studies in the Vocabulary of the Greek New Testament for the English Reader, William B. Eerdmans Publishing Company, Michigan 1945, pp. 49-53.

[2] San Paolo usa questo verbo in senso positivo una sola volta nella lettera ai Filippesi 3,21: “Il quale trasfigurerà (μετασχηματίσει) il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”.

[3] W. E. Vine, Vine’s Complete Expository Dictionary of Old and New Testament Words, Thomas Nelson Publishers, 1985, p. 639.

[4] K. S. Wuest, Golden Nuggets From the Greek New Testament, William B. Eerdmans Publishing Company, Michigan 1945, pp. 26-28.

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Discernimento fino alla fine (Anba Epiphanius)

Wed, 15/08/2018 - 17:08

[L’articolo è tratto dal sito del Monastero di Bose] Come abbiamo dolorosamente annunciato, domenica 29 luglio prima dell’alba, mentre si recava in chiesa per celebrare la Risurrezione di Cristo e la Divina Liturgia, Anba Epiphanius, abate del Monastero di San Macario in Egitto, è stato brutalmente assassinato.

Di questo fraterno amico, mite e umile di cuore, sapiente padre del deserto contemporaneo, abbiamo già presentato l’intervento su “Il perdono nella vita di Matta el Meskin”, da lui tenuto a Bose in occasione del XXIII Convegno ecumenico di spiritualità ortodossa, nonché i passaggi dedicati all’unità tra le chiese nel suo ricordo di abuna Matta el Meskin durante il Convegno a questi dedicato.
Offriamo ora alcuni passaggi di una bozza di lavoro sul “Discernimento nella vita monastica” cui Anba Epiphanius si stava dedicando ancora il giorno precedente la sua morte. È un testo che, destinato a essere letto all’ormai imminente 
Convegno di spiritualità ortodossa presso il nostro Monastero, si è tragicamente rivelato come l’ultimo lavoro di Anba Epiphanius.

Il discernimento nella vita monastica

La letteratura apoftegmatica dei Padri del deserto converge nel ritenere che la virtù più importante che il monaco deve acquisire è quella del discernimento (διάκρισις). Nella lettera agli Ebrei si afferma che questa virtù è propria dei perfetti: “Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere (διάκρισις) il bene dal male” (Eb 5,14). Mi sembra che con discernimento si debba intendere quella sapienza che san Giacomo Apostolo ci spinge a chiedere a Dio: “Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data” (Gc 1,5). Se meditiamo su queste parole di San Giacomo sul domandare a Dio la sapienza ci accorgeremo che egli altro non fa che compiere un’ermeneutica dell’approccio monastico che viviamo ogni giorno: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (Gc 1,2-4).

Il discernimento come la più grande virtù monastica

Gli apoftegmi dei Padri del deserto ci narrano che alcuni monaci si riunirono presso abba Antonio per discutere su quale fosse la virtù che il monaco deve lottare per acquisire. Alcuni dissero la preghiera, altri il digiuno, altri la veglia, altri l’umiltà. Ma la risposta di sant’Antonio fu diversa: “Sì, è vero, tutte queste virtù da voi citate sono utili e di esse hanno bisogno tutti coloro che cercano Dio e desiderano avvicinarsi a lui. Ma spesso abbiamo visto persone far perire i propri corpi dedicandosi con rigore ai digiuni e alle veglie, ritirandosi in solitudine nei deserti, e praticando la privazione, tanto che bastava loro il vitto di un solo giorno e davano in elemosina tutto ciò che possedevano. Tuttavia li abbiamo visti sviare dalla retta via e cadere, vanificando tutte queste virtù e divenendo disprezzati. La causa di tutto ciò è che non hanno praticato il discernimento” (Bustan al-Ruhban, detto 32). Lo stesso Antonio dice: “Vi sono persone che hanno logorato il proprio corpo nell’ascesi e che, non avendo avuto discernimento, hanno finito per allontanarsi da Dio” (Antonio 8).

Come esercitarsi a discernere?

Abba Antonio ha sottolineato con insistenza l’importanza della purificazione e della santificazione dell’anima al fine di giungere all’illuminazione. Afferma ad esempio: “L’anima pura è santificata ed è illuminata da Dio perché sia limpida. Allora il suo intelletto pensa ciò che è buono e da esso sgorgano tendenze e azioni buone” (Antonio 52).

Dice inoltre: “Nel corpo la vista è data dagli occhi, nell’anima dall’intelletto. E come il corpo privo di occhi è cieco e non vede il sole, la terra tutta, il mare scintillante e neppure può godere della luce, così anche l’anima che non ha intelletto buono e onesto modo di vita è cieca e non contempla Dio, creatore e benefattore di tutti, non lo glorifica e non può pervenire al godimento della sua incorruttibilità e dei beni eterni” (Antonio 118).

L’importanza dell’acquisizione del discernimento

Il discernimento, in generale, mira a identificare il modo migliore di agire in una determinata circostanza nella quale potrebbe essere richiesta un’azione diversa da quanto generalmente atteso. Abba Giovanni Colobos ritenne che era giusto per lui farsi servire da un anziano, nonostante tutti si attendessero che lui, essendo il più giovane monasticamente, rifiutasse un tale comportamento. È chiaro che un simile procedere da parte sua va ascritto al suo discernimento personale.

Discernimento e paternità spirituale

Il discernimento è anche alla base della paternità spirituale e dell’insegnamento monastico. Una delle più importanti utilità del discernimento è che esso rende capace il padre spirituale di insegnare ai fratelli come comprendere e agire nel modo migliore di fronte alle prove a cui sono sottoposti. Ciò implica il fatto che il padre spirituale è chiamato, mediante il discernimento, a indicare ai fratelli anche modalità di azione dannose o erronee.

“Il padre Abramo, discepolo del padre Agatone, chiese al padre Poemen: ‘Come mai i demoni mi combattono?’. ‘Ti combattono i demoni? – gli dice il padre Poemen -. Non combattono contro di noi, finché facciamo le nostre volontà; infatti le nostre volontà sono demoni, e sono esse che ci tormentano, finché le compiamo. Vuoi vedere con chi combatterono i demoni? Con Mosè e quelli simili a lui’”(Poemen 68).

Il fratello viene convinto da abba Poemen che è inutile preoccuparsi troppo di ciò che i demoni fanno contro di lui. La vera lotta di questo monaco consiste nel vincere la sua propria volontà. Questo è ciò che conta di più.

+ Anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tratto da Monastero di Bose – Finestra Ecumenica

 

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“E il Logos si è fatto carne e ha posto la tenda in noi” (Gv 1,14) (commento di Cirillo di Alessandria)

Tue, 14/08/2018 - 08:04

E il Logos si è fatto carne

Affronta apertamente, con queste parole, il discorso della incarnazione. Spiega infatti chiaramente che l’Unigenito è divenuto, ed è chiamato, Figlio dell’uomo. Questo è il significato della frase: “Il Logos si è fatto carne”. È lo stesso come se avesse detto: È diventato uomo. Quella affermazione non presenta nulla di strano o d’insolito giacché molte volte la sacra Scrittura con il termine della sola carne, vuole parlare di tutto l’animale come, per esempio, in quella frase che leggiamo nel profeta Gioele: “Riverserò il mio spirito su ogni carne” (Gio 3,1). Non dobbiamo credere che, secondo il Profeta, il divino Spirito sarà riversato sulla sola e inanimata carne: questa interpretazione sarebbe semplicemente ridicola. Ma, indicando con la parte il tutto, col vocabolo carne il Profeta vuole indicare l’uomo. E non potrebbe essere altrimenti. È bene spiegare, mi pare, per quale motivo sia così.

L’uomo è certamente un animale razionale ma composto, composto cioè di anima e di questa carne fragile e terrena. Essendo stato creato da Dio e portato alla luce, non avendo, per sua natura, la qualità di essere incorruttibile e immortale (queste qualità appartengono, per natura, solo a Dio), ebbe l’impronta della vita dello Spirito, conseguendo da parte di Dio, il bene che supera la natura: “Soffiò – dice – sul suo volto un alito di vita, e così l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7).

Quando poi per il suo peccato fu punito, l’uomo si sentì giustamente dire: “Sei terra, e nella terra ritornerai” (Gen 3,19), fu privato della grazia, e dalla sua carne si allontanò l’alito di vita, ossia lo Spirito di colui che dice: “Io sono la vita” (Gv 14,6). Così egli, che era vivente, cadde nella morte per la sola carne, ma l’anima conservò l’immortalità, giacché alla sola carne fu detto: “Sei terra, e nella terra ritornerai”. Era necessario, dunque, che fosse salvato al più presto e fosse richiamato all’immortalità, mediante l’unione alla vera vita, ciò che nell’uomo era maggiormente esposto al pericolo. Occorreva che ciò che era malato fosse liberato dalla malattia. Occorreva, insomma, che si annullasse il senso di quelle parole: “Sei terra, e nella terra ritornerai”, attraverso cioè l’unione ineffabile del Logos, che tutto vivifica, con il corpo che era caduto in disgrazia. Era conveniente cioè che la carne, una volta che fosse diventata del Logos, divenisse partecipe della sua immortalità.

Sarebbe assurdo che il fuoco possa comunicare alla materia la qualità della sua potenza naturale, e quasi, in un certo senso, trasformare in se stesso quella in cui è per partecipazione, e che invece il Logos, il quale è al di sopra di tutto, non possa dare alla carne il suo proprio e naturale bene, cioè la vita. 

Per questo motivo, penso, il santo evangelista ha detto, riferendosi soprattutto alla parte animale, che il Logos di Dio si è fatto carne. In questo modo stavano assieme la ferita e la medicina, il malato e il medico, ciò che è caduto nella morte e colui che l’ha portato alla vita, ciò che è soggiaciuto alla corruzione e chi allontana la corruzione, ciò che è stato vinto dalla morte e il vincitore della morte, chi è stato privato della vita e chi dà la vita. Non dice poi che il Logos è venuto alla carne, ma che è diventato carne, perché tu non abbia a sospettare che egli sia solamente apparso come apparve ai profeti o ad altri santi: egli, invece, si è fatto veramente carne, cioè uomo. Così abbiamo detto prima.

Perciò egli [il Logos] è anche Dio, per natura, nella carne e con la carne, perché egli aveva la sua propria carne; e tuttavia deve ritenersi qualcosa di diverso da essa e in essa, e deve essere adorato con essa, secondo quando dice Isaia: “Uomini alti passeranno a te e saranno tuoi servi; dietro di te verranno in catene, e ti adoreranno e ti diranno supplichevoli: In te è Dio, e non c’è altro Dio al di fuori di te” (Is 45,14).

Ecco, dicono, anche in lui c’è Dio, e non separano la carne dal Logos. E, di nuovo, confermano che non vi è altro Dio al di fuori di lui, unendo al Logos il mezzo che lo porta, come suo proprio, cioè il tempio nato dalla Vergine: Cristo è, infatti, uno solo formato da tutti e due, dal Logos e dalla carne.

E ha posto la tenda in noi

L’evangelista spiega utilmente ciò che è stato detto, ed espone più chiaramente il suo insegnamento. Avendo detto che il Logos si è fatto carne, affinché qualcuno, per la sua forte ignoranza, non sospettasse che egli aveva lasciato la sua propria natura, e si era trasformato realmente in carne, e che soffriva ciò che assolutamente non può soffrire (Dio è, infatti, in ragione della sua natura, ben lontano da qualsiasi trasformazione e cambiamento), giustamente il Teologo aggiunge subito: “E ha posto la tenda in noi”.

Riferendosi infatti a due cose significate, cioè a colui che abita e a ciò in cui si abita, puoi di qui capire che egli non si è trasformato in carne, ma piuttosto abita nella carne, come colui che usa del proprio corpo, cioè di quel tempio che è nato dalla santa Vergine: “In lui, infatti, abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”, come dice Paolo (Col 2,9). Che anzi, egli afferma utilmente che il Logos abita anche in noi, svelandoci anche questo sublime mistero. Tutti, infatti, siamo in Cristo, e la comune natura umana fruisce della sua vita in lui.

Infatti, per questo è stato chiamato anche nuovissimo Adamo, perché, con la partecipazione della natura, arricchisce tutti verso la felicità e la gloria, mentre il primo Adamo, invece, trasmise la corruzione e l’ignominia (cf. 1Cor 15,45-49). Così il Logos ha posto la tenda in noi per mezzo di un solo corpo, affinché, essendosi rivelato un solo Figlio di Dio nella potenza, la sua dignità si riversasse, secondo lo Spirito di santità, in tutta l’umanità, e così, per mezzo di uno di noi, raggiungessimo anche noi quelle parole: “Divini voi siete, e figli dell’Altissimo voi tutti” (Sal 82,6).

Dunque, in Cristo la natura serva diviene realmente libera, elevata alla unione mistica con lui che porta l’aspetto di servo. In noi invece è per somiglianza di lui, a causa della parentela della carne. Altrimenti, perché non assunse la natura degli angeli, ma quella della stirpe di Abramo, per cui sarebbe stato assimilato in tutto ai fratelli (cf. Eb 2,16-17), e sarebbe diventato veramente uomo?

Non è forse chiaro a tutti che si abbassò alla natura di servo, non ricavando da questa condizione nessun vantaggio, ma diede se stesso a noi perché fossimo arricchiti per mezzo della sua povertà (cf. 2Cor 8,9) e, elevandoci mediante la somiglianza con lui, al suo proprio e ineffabile bene, diventassimo, per mezzo della fede, dèi e figli di Dio?

Ha posto la tenda, infatti, in noi colui che, per natura, è Figlio e Dio. Perciò, nello Spirito di lui gridiamo: “Abbà, Padre!” (Rm 8,15). Il Logos abita in tutti, in un tempio cioè che assunse per noi e da noi, affinché, avendoci tutti in se stesso, riconciliasse tutti in un solo corpo, come dice Paolo (cf. Ef 2,16).

Cirillo di Alessandria
Commento a Giovanni I, IX, ed. Città nuova, pp. 154-158
(con qualche modifica sostanziale, sulla base di una revisione sul testo greco)

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Le prove sono espressione dell’amore di Dio (anba Epiphanius)

Sun, 05/08/2018 - 13:37

San Paolo Apostolo ha evangelizzato in nome di Cristo in Oriente e in Occidente. Ha reso testimonianza a Cristo davanti a re, governatori e filosofi, davanti ai capi dei sacerdoti giudei, nelle loro sinagoghe, e ha portato molti alla salvezza. È stato rapito verso il terzo cielo e ha ascoltato parole ineffabili e impronunciabili (cf. 2Cor 12,4). A lui è stato anche dato il carisma dell’esorcismo, quello della guarigione e perfino quello della resurrezione dei morti. Pur tuttavia lo ascoltiamo dire che gli è stata data una spina nel corpo a causa della quale ha supplicato Dio più volte di togliergliela (cf. 2Cor 12,7-9). Ma Dio non lo ha esaudito.

Perché i cristiani sperimentano il dolore? Perché subiscono le correzioni da parte del Signore? Nella Lettera agli Ebrei, leggiamo che i credenti, a causa della loro fede, sono stati ingiuriati, perseguitati, incarcerati, derubati. La lettera menziona che hanno sopportato queste sofferenze dopo aver ottenuto l’illuminazione, cioè il battesimo:

Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi (Eb 10,32-34).

Queste tribolazioni sono state capaci di far quasi perdere loro la fede, tanto da spingere l’Apostolo a incoraggiarli ad aggrapparsi alla loro fiducia in Dio: “Non abbandonate dunque la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso” (Eb 10,35-36).

A volte  alcuni cristiani si chiedono: quale lezione vuole darci Dio attraverso le sofferenze? Quando il cristiano comprende ciò che Dio intende fare mediante le prove, riesce a pazientare e a sopportare il dolore. Nella lettera agli Ebrei l’Apostolo descrive le sofferenze chiamandole “correzioni” di Dio: “Perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio” (Eb 12,6; Prov 3,12). Come possono le prove e le sofferenze essere il segno dell’amore di Dio e la prova che noi siamo divenuti suoi figli?

Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo prima di tutto conoscere il significato della parola “correzione”, poi comprendere lo scopo che hanno per Dio le correzioni e chi è, rispetto a noi, l’obiettivo finale di queste correzioni.

Il verbo “correggere” è la traduzione del verbo greco παιδεύω e questo termine ha sue sensi principali che si completano a vicenda. Il primo senso: educare, addestrare, insegnare. Il secondo: correggere, punire. E quest’ultimo senso ha a che fare con la punizione e la correzione a cui vengono sottoposti i bambini[1].

Il sostantivo “correzione” in greco è reso con παιδεία che include i significati precedenti ed esprime il processo educativo e formativo nel mondo greco. Questo senso appare negli Atti degli Apostoli, quando si parla del profeta Mosè: “Così Mosè venne educato (ἐπαιδεύθη) in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere” (At 7,22).

Nella Bibbia, nell’Antico Testamento, esistono due termini ebraici che indicano l’insegnamento e l’addestramento mediante la punizione finalizzati al perfezionamento: יָסַר che significa correggere o educare e מוּסָר che significa correzione, educazione o insegnamento[2].

Quando nell’antichità Dio realizzava il suo patto con il popolo d’Israele li correggeva con amore per attirarlo a sé. Il Profeta Geremia afferma a tal proposito: “Perché io sono con te per salvarti. Oracolo del Signore. Sterminerò tutte le nazioni tra le quali ti ho disperso, ma non sterminerò te; ti castigherò secondo giustizia, non ti lascerò del tutto impunito” (Ger 30,11).

Nella relazione che Dio aveva con il suo popolo appare l’immagine del Padre amorevole: “Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. Se farà il male, lo colpirò con verga d’uomo e con percosse di figli d’uomo, ma non ritirerò da lui il mio amore, come l’ho ritirato da Saul, che ho rimosso di fronte a te” (2Sam 7,14-15).

I due termini ebraici yasar e musar non vengono usati nel descrivere la punizione di animali o di bestie né vengono utilizzati nelle punizioni che Dio faceva ricadere sulle genti straniere. Indicano, cioè, soltanto la correzione che Dio imponeva al suo popolo. Il profeta Mosè disse al popolo di Israele: “Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te” (Deut 8,5). Allo stesso modo afferma il sapiente Salomone: “Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Prov 3,11-12). Inoltre dice il profeta Davide: “Il Signore mi ha castigato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte” (Sal 118,18).

Quando fu realizzata la traduzione dell’Antico Testamento in greco, la cosiddetta versione dei Settanta, le due parole ebraiche yasar e musar furono tradotte nella maggior parte dei casi con il verbo παιδεύω e derivati, di cui sopra[3]. I traduttori tennero sempre davanti ai loro occhi la relazione d’amore di Dio come padre che educa i propri figli e non la concezione greca dell’educazione come punizione secondo i canoni formativi del mondo greco.

L’amore che Dio esprime nell’educare i propri figli diverge profondamente, anzi talvolta è agli antipodi, rispetto al modello educativo che il mondo antico prevedeva per la correzione dei bambini. Nel primo secolo dopo Cristo i bambini non avevano alcun diritto all’educazione e alla formazione. Non avevano nemmeno il diritto alla vita. Nelle società greco-romane, i genitori avevano il diritto di abbandonare i propri figli e non erano tenuti a provvedere al loro mantenimento e alla loro istruzione. Nel mondo antico i figli potevano ricevere un’istruzione (paideia) ma quest’istruzione non esprimeva necessariamente l’amore dei loro genitori.

Ciò differisce dal bambino nel mondo cristiano (o giudaico) che ricevevano un’educazione o si sottometteva alla correzione perché essa gli era utile per la sua propria salvezza. Timoteo ricevette la sua istruzione dall’infanzia e fu educato ai principi delle Sacre Scritture perché la Parola di Dio “è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia” (2Tim 3,15-17).

La volontà di Dio è di convertire il cuore dei padri verso i figli (cf. Ml 3,24) per insegnare loro i suoi comandamenti (cf. Deut 6,7). San Paolo ha, inoltre, raccomandato ai padri di educare i loro figli “nella disciplina e negli insegnamenti del Signore” (Ef 6,4). Il padre esprime il suo amore per il figlio educandolo e insegnandogli, anche se è costretto a utilizzare la correzione.

Allo stesso modo, le correzioni di Dio ci rivelano che abbiamo un Padre celeste che ci ama e che si occupa lui stesso di educarci e di disciplinarci. L’autore della lettera agli Ebrei aveva in mente l’amore di Dio per i suoi figli quando scrisse i seguenti versetti:

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? (Eb 12,7-9).

Se guardiamo alla Lettera agli Ebrei (12,5-11) troveremo che il verbo “correggere” (παιδεύω) viene ripetuto ben otto volte. Questi versetti indicano chiaramente lo scopo che Dio in mente rispetto alla correzione.

L’autore della lettera poteva benissimo utilizzare altri termini che esprimevano sfumature più volente della correzione e della punizione.

  1. Esiste, infatti, il verbo κολάζω che indica la correzione disciplinare ma non necessariamente a scopi educativi e formativi. È il verbo utilizzato negli Atti degli Apostoli durante il processo agli Apostoli Pietro e Giovanni davanti ai capi dei sacerdoti: “Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo poterli punire (κολάσωνται), li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto” (At 4,21).
  2. Il verbo τιμωρέω indica, invece, il castigo a scopo di vendetta. È la giusta punizione che la parte lesa infligge a chi la ha offesa: “Di quanto peggiore castigo (τιμωρίας) pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia?” (Eb 10,29).
  3. Il verbo διχοτομέω indica infliggere la massima pena e significa letteralmente “fare il colpevole a pezzi”: “Il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti” (Mt 24,50-51).
  4. Il verbo ἐκδικέω indica il castigo per vendetta: “Non fatevi giustizia (ἐκδικοῦντες) da voi stessi” (Rm 12,19).
  5. Il verbo ζημιόω indica la punizione che porta a una perdita: “Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito (ζημιωθήσεται); tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco” (1Cor 3,15).

Nei testi letterari antichi questi termini indicano indifferentemente o la punizione divina o quella umana. I criminali venivano spesso puniti mediante punizioni corporali, il pagamento di sanzioni oppure venivano messi ai lavori forzati in delle miniere. Gli schiavi venivano puniti con tutti i metodi che piacevano al padrone.

L’autore della Lettera agli Ebrei, invece, non ha scelto alcuno di questi termini per descrivere il mistero delle sofferenze nella vita cristiana. Ma ha offerto un’immagine viva della correzione di Dio verso i suoi figli che ha come scopo quello di farli avanzare spiritualmente. L’amore paterno è il pilastro centrale sul quale è costruito tutto lo scopo a cui Dio mira mediante la correzione.

Ma quale è lo scopo delle sofferenze per il cristiano? La Scrittura afferma che la correzione è dolorosa e amara (cf. Eb 12,11). Non possiamo ignorare questa verità. Ma non dobbiamo dimenticare che nei momenti bui l’amore di Dio appare luminosa e lo conosciamo da vicino. Dio ci corregge prima di tutto “allo scopo di farci partecipi della sua santità” (Eb 12,10). Poi perché vuole che noi sperimentiamo come ottenere dalla correzione la pace e la giustizia (Eb 12,11). Egli, inoltre, ci rafforza e ci rinvigorisce con la correzione per poi usarci per curare le debolezze degli altri: “Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb 12,12-13). O come dice l’Apostolo Paolo: “Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1,4).

Queste benedizioni che il credente ottiene mediante la correzione e le sofferenze fanno del dolore una necessità che bisogna sopportare. Teniamo sempre davanti agli occhi le benedizioni che abbiamo ottenuto grazie alle sofferenze attraversate dal Signore Gesù: “Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Il Signore Gesù ha sopportato la croce e le umiliazioni da dei peccatori in vista della gioia posta davanti a lui, poi si è seduto alla destra della Potenza nell’alto dei cieli (cf. Eb 12,2-3). Le sue sofferenze ci hanno portato la salvezza, perciò non dobbiamo disperare o infiacchirci a causa delle nostre sofferenze (cf. Eb 12,3).

Sì, l’Apostolo Paolo ha lottato per predicare il Vangelo e ha ottenuto il carisma dell’insegnamento, della guarigione e altri carismi dello Spirito Santo. Ma la spina che aveva conficcata nella carne è stata per lui il carisma più grande perché è stata questa spina ad aver custodito tutti questi carismi. San Paolo stesso spiega questo dato con il suo tipico stile dicendo:

Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore […] Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12,1.7-10).

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo da: Anba Epiphanius, Mafahim ingiliyya, pp. 284-292

[1] Theological Dictionary of the New Testament, V, pp. 608-612.

[2] Theological Dictionary of the New Testament, VI, pp. 127.134.

[3] Cf. P. R. Gilchrist, יסר, in Theological Wordbook of the Old Testament, I, Moody Press, 1980, pp. 386-387.

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Crocifisso per me (Anba Epiphanius)

Fri, 03/08/2018 - 10:07

Natidallospirito.com si unisce con la preghiera alla sofferenza dei monaci del Monastero di San Macario il Grande e a quella dei fratelli copti per l’improvvisa scomparsa del monaco, abate, vescovo e studioso anba Epiphanius, ucciso barbaramente. Cercheremo di pubblicare quanto più possibile piccoli articoli scritti dal nostro padre Epiphanius per rendere degna memoria a un uomo di straordinaria umanità, mitezza, umiltà, sapienza, amore. Per il suo sangue innocente e le sue intercessioni, il Signore abbia compassione del monastero, dei monaci, della Chiesa copta e del suo Patriarca Tawadros, e non permetta che le tenebre trionfino sulla luce, l’odio sull’amore, l’arroganza sulla mitezza.

Abbiamo già pubblicato negli scorsi anni alcuni articoli del nostro padre Epiphanius che mettiamo a disposizione di nuovo a tutti coloro che desiderino conoscerlo meglio:

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius) Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius) Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Nel tropario che si ripete molte volte durante la Settimana santa diciamo nella prima parte: “A te la forza, la gloria, la benedizione e la potenza per l’eterno, amen. O Emmanuele nostro Dio, nostro Re”. Lo diciamo al plurale. Nel secondo brano recitiamo: “O mio Signore Gesù Cristo mio buon Salvatore”. Il testo è al singolare. Lo scopo è confermare che ciò che ha compiuto Cristo sulla Croce necessita di una fede personale per poter essere accolto. Allo stesso tempo afferma che Cristo quando è morto sulla Croce è morto per me e per te, personalmente, è morto per ogni essere umano in mezzo a noi, ognuno con il suo nome e la sua persona. Perciò vediamo che l’Apostolo Paolo conferma questa dimensione personale dicendo: “Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).

Nel Credo che la Chiesa recita ogni giorno, troviamo questa espressione: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, si è incarnato dallo Spirito Santo e da Maria Vergine, si è fatto uomo e fu crocifisso per noi”. Quest’importante formulazione teologica indica che la crocifissione di Cristo sulla Croce avvenne per me e per te. Il suo amore per noi è un amore personale e profondissimo. Possiamo ripetere con il profeta Isaia il canto del servo sofferente mantenendolo al plurale, ma nulla ci vieta di pronunciarlo al singolare: “Egli si è caricato delle mie sofferenze, si è addossato i miei dolori […] Egli è stato trafitto per le mie colpe, schiacciato per le mie iniquità. Il castigo che mi dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe io sono stato guarito” (Is 53,4-5).

Nel libro “Compendio della vita di Gesù Cristo”, il fisico, filosofo, matematico e scrittore francese Blaise Pascal (1623-1662) – uno dei più grandi intellettuali che l’umanità abbia mai generato – ricorda la storia della sua conversione. Scrive: “A mezzanotte del 23 novembre 1654 il Signore Gesù mi ha parlato dicendo: ‘Blaise, pensavo a te durante le mie sofferenze’”. Quest’esperienza fu all’origine della fede di questo filosofo. Ebbe la certezza che l’evento della Croce di Cristo fosse per lui personalmente. È come se Cristo gli avesse detto: “Blaise, è per te che ho sopportato tutto questo”. Il Signore Gesù ha sofferto, è morto, è stato seppellito ed è risorto di nuovo, non genericamente per l’umanità, ma, specificamente, per ogni singolo essere umano.

Il grande santo russo Tichon di Zadonsk (1724-1783) scrive in questo stesso senso: “Ti hanno venduto, o Signore, ti hanno consegnato ai peccatori, affinché tu donassi a noi schiavi la libertà. Ti sei sottomesso a un processo iniquo, o tu che giudichi tutta la terra, affinché noi potessimo salvarci dal giudizio eterno. Ti sei spogliato per rivestirci del manto della salvezza. Hanno posto sulla tua testa una corona di spine affinché noi ottenessimo la corona della vita. Sei stato posto in una tomba per farci risorgere dalla morte della tomba. Ciò hai fatto per noi tuoi servi indegni, o Signore”.

Non possiamo comprendere a pieno la Croce e la Risurrezione se non sperimentiamo che ciò che Cristo ha compiuto lo ha compiuto per noi, per ogni singola persona.

Un grande Venerdì (Venerdì santo) accadde che tre giovani passarono davanti a una chiesa di Parigi e notarono una lunga fila di fedeli in attesa di confessarsi. Non credendo, i tre ragazzi in Cristo iniziarono a prendere in giro i fedeli dicendo che tutto ciò che era accaduto in questo giorno – il venerdì della Crocifissione – era soltanto una farsa storica. Uno di loro decise di entrare e di parlare con il sacerdote per dirgli cosa pensava di Cristo e della cristianità. Quando il ragazzo vide il prete gli disse: “Stavamo camminando fuori dalla chiesa e abbiamo visto tutta questa gente in attesa di confessarsi. Visto che è tutta una buffonata abbiamo deciso di entrare e di dirtelo”. Al che rispose il sacerdote: “D’accordo. Ma, prima di uscire dalla chiesa, ti chiedo una sola cosa: vai davanti all’altare principale e guarda Gesù appeso sulla croce e digli: ‘Sei morto per me, o Cristo, ma non me ne importa niente’. Voglio che tu lo ripeta tre volte. Poi puoi uscire”. Il ragazzo acconsentì e andò verso l’altare. Guardò il corpo del Signore Gesù appeso alla Croce e a stento riuscì a dire: “Sei morto per me…” e subito si allontanò dall’altare. Il prete lo fermò e gli disse: “Mi hai promesso di dirlo tre volte”. Il giovane, titubante, ritornò. Guardando Cristo gli si bloccarono le parole in gola ma alla fine disse: “Sei morto per me…” e di nuovo si allontanò dall’altare. Il prete lo fermò di nuovo e gli disse: “L’hai promesso, tre volte”. Ritornò di nuovo con grande perplessità e iniziò a guardare la Croce, contemplando a lungo le ferite del Crocifisso. Poi andò verso il sacerdote e gli disse: “Padre, voglio confessarmi”.

Chi è capace di guardare al Signore Gesù Crocifisso per noi e non dire: “Abbi compassione, Signore, perché sono un peccatore”?[1]

Messaggio d’amore

La Croce non è soltanto una verità a se stante ma è anche una finestra attraverso la quale contemplare un’altra grande verità: l’amore di Dio per gli esseri umani: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Dio non è più silenzioso, non è più nascosto lontano dalla nostra sofferenza come in passato: “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore” (Is 45,15). Dio ha rinunciato a essere nascosto e dalla croce ha mostrato il suo amore.

“In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).

“Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,4-5).

“Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).

“Voi sapete che non a prezzo di cose effimere […] ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,18-19).

“In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia” (Ef 1,7).

Dopo ciò hai avuto compassione di noi in quando Dio buono e amico degli uomini. Hai voluto salvarci dalla mano di colui che ci teneva prigionieri. Hai voluto farci ritornare di nuovo al Paradiso della delizia. Hai inviato i tuoi profeti ma non hanno potuto salvarci. Hai donato la Legge ma non è divenuta per noi un aiuto. Allora ti sei compiaciuto di tua volontà di donarti alla morte per noi e per la vita del mondo[2].

Un sacerdote andò un giorno a rendere visita a un uomo in fin di vita. Ovviamente non era in grado di ascoltare un’omelia prima di andare in cielo. Il sacerdote, allora, prese semplicemente una croce con sopra il Crocifisso, la avvicinò agli occhi del malato e gli disse: “Guarda quanto è grande l’amore di Dio per te”.

Quando Cristo è morto sulla croce fu come se ci dicesse: “Potete fare ciò che volte ma non riuscirete ad arrestare il mio amore per voi. Potete picchiarmi, schiacciarmi, fustigarmi, potete uccidermi sulla Croce, ma io non smetterò di amarvi. Questo è il mio grande amore per voi: ‘Padre, perdona loro’. Tutto ciò che è avvenuto sul Golgota è una finestra attraverso la quale riusciamo a vedere il cuore della persona che ama e soffre per noi. Gli uomini avevano offerto a Dio numerosi sacrifici per molti secoli. Sul Golgota, invece, abbiamo visto Dio offrire se stesso come sacrificio di riscatto per gli esseri umani: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Questo è l’amore di Dio per ognuno di noi.

Mi ama davvero?

Un pastore una volta raccontò: “La persona più felice che ho conosciuto era un uomo che a quindici anni si era fratturato la spina dorsale cadendo. Per quarant’anni rimase bloccato a letto. Probabilmente non è passato giorno senza che soffrisse di dolori lancinanti ogni qual volta provava a muoversi. Un giorno gli chiese un amico: ‘Il demonio non ti ha mai fatto la guerra cercando di farti dubitare di Dio, mettendoti in testa che è un Dio crudele?’. Gli rispose con spontaneità: ‘Sì, ci ha provato molto spesso. Quando mi sedevo e vedevo i miei vecchi amici di scuola uscire con le loro auto, satana mi diceva: ‘Se Dio è buono, perché ti ha lasciato per tutti questi anni bloccato a letto? Ora saresti potuto essere un uomo ricco alla guida di una limousine!’. Quando vedevo una persona che conoscevo dall’infanzia camminare in buona salute, satana mi bisbigliava all’orecchio: ‘Se Dio ti ama non poteva farti evitare questo destino doloroso?’. L’amico allora gli chiese: ‘Come rispondi a satana in questi casi?’. Rispose subito dicendo: ‘Lo porto sul Golgota e gli mostro Gesù. Gli indico le profonde ferite nelle mani, nei piedi e nel fianco e gli dico: ‘Esiste amore più grande di questo?’”[3].

Prezioso agli occhi di Dio

Così come la Croce ci mostra l’amore di Dio per noi, essa rivela anche quanto sei prezioso agli occhi di Dio. Se un uomo offre la sua vita per te, sarai certamente una persona importante. Se questa persona è Dio stesso, significa che sei estremamente importante. Così come giudichiamo il valore di un quadro dal prezzo pagato per acquistarlo così possiamo valutare noi stessi a partire dal prezzo di riscatto che Dio ha pagato per noi: “Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,18-19).

Un bambino andò in chiesa per la prima volta. Era un venerdì santo. Ascoltò con molta attenzione il racconto della crocifissione del Signore Gesù e il suo grande amore per noi: come aveva sofferto per noi, come ci aveva perdonato i peccati offrendoci la vita eterna. Alla fine della liturgia del venerdì santo, le persone tornarono a casa. Questo bambino non capiva come fosse possibile che le persone andassero via come se non fossero interessati a ciò che avevano ascoltato. Allora, si mise a sedere su una sedia e iniziò a piangere. Gli si avvicinò il padre dicendo: “Figliolo, non devi farti coinvolgere così tanto, altrimenti la gente penserà che sei immaturo”[4].

Sembra che ciò sia quanto a volte accade a noi quando partecipiamo alla liturgia di questo grande giorno, anno dopo anno. Usciamo dalla chiesa come se avessimo assistito alla recita del venerdì santo, senza comprendere il valore della grande redenzione che Cristo ha realizzato per noi, il valore dell’amore che lo ha spinto a offrire se stesso per noi: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due [giudei e pagani] ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne […] per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,  facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia” (Ef 2,13-16).

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo da: Anba Epiphanius, Mafahim ingiliyya, pp. 202-210

[1] Cf. Anthony M. Coniaris, Orthodoxy: A Creed for Today, pp. 131-132.

[2] Eucologio del Monastero bianco, ed. anba Epiphanius, Madrasat al-Iskandariyya, 2014, p. 110.

[3] Cf. Anthony M. Coniaris, Orthodoxy: A Creed for Today, p. 134.

[4] Cf. Anthony M. Coniaris, Orthodoxy: A Creed for Today, p. 146.

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Inno dell’eulogia (Ⲧⲉⲛⲟⲩⲱϣⲧ) e la paraclisi alla Theotokos (inno copto in traduzione)

Mon, 16/07/2018 - 06:25

Probabilmente uno degli inni copti annuali (tempo ordinario) più belli. Il testo, che è un concentrato di teologia dell’Incarnazione, utilizza per invocare la Madre di Dio Maria, immagini di rara bellezza: la vigna agèrata, la bella tra le donne, la torre elevata, la perla… L’inno inizia con un’invocazione trinitaria chiamata inno dell’eulogia (Ⲧⲉⲛⲟⲩⲱϣⲧ che significa “adoriamo” o “ci prostriamo”) e prosegue con la paraclisi (invocazione) alla Theotokos. Si canta tra la fine dell’elevata dell’incenso mattutino e l’inizio dei salmi di terza e di sesta che precedono la sinassi eucaristica. Alla fine del testo due video dei due inni, uno dell’inno dell’eulogia e l’altro della paraclisi, cantati dal David Ensemble.

Adoriamo il Padre della luce, il suo Figlio Unigenito e lo Spirito Paraclito.

Paraclisi alla Theotokos:

Ave o Maria Regina, vigna che non invecchia mai, che non è stata arata da alcun contadino: in essa è stato trovato il grappolo della vita.

Il Figlio di Dio in verità si è incarnato dalla Vergine. Lo ha generato, egli ci ha salvati e ci ha perdonati i nostri peccati.

Hai trovato grazia o Sposa! Molti hanno parlato del tuo onore. Poiché il Logos di Dio è venuto e si è incarnato in te.

Quale donna sulla terra è divenuta Madre di Dio se non tu? Poiché tu, infatti, donna terrena, sei divenuta madre del Creatore.

Molte donne sono state onorate e hanno ottenuto il Regno ma nessuna è riuscita a giungere al tuo onore, o bella tra le donne.

Tu sei la torre elevata nella quale è stata trovata la perla, l’Emmanuele, che è venuto e ha preso dimora nel tuo ventre.

Onoriamo la verginità della Sposa che non conosce il male (ⲁⲧⲕⲁⲕⲓⲁ), la pura e tuttasanta, la Theotokos Maria.

Sei elevata più del cielo, tu che sei onorata più della terra e di tutte le creature che vivono su di essa: tu, infatti, sei divenuta la Madre del Creatore.

Tu, infatti, sei davvero il talamo puro di Cristo lo Sposo, secondo le voci profetiche.

Intercedi per noi, o Sovrana di tutti noi, o Theotokos Maria, Madre di Gesù Cristo, affinché ci rimetta i nostri peccati.

traduzione dal copto di Natidallospirito.com


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Diario di un discepolo indisciplinato (6): “Chi è Gesù Cristo?”

Sun, 15/07/2018 - 13:45

1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata

Alle 4 di un mattino di venerdì le campane del monastero suonarono. Anche se a distanza, il loro suono si sentiva distintamente. Mi stiracchiai sul letto, cercando di svegliarmi del tutto. Accesi le due candele che erano sul comodino a fianco a me. Di fronte a me, presa corpo, nella penombra della cela, un’icona del Cristo. La guardai a lungo. Chi era quest’uomo così misterioso? Un uomo per il quale milioni di persone sono disposte a farsi uccidere, per amore? Come ha fatto a stregare tutte queste persone? Che cos’ha che gli altri non hanno? Perché lo amano? Che cosa ha fatto? Mentre mi interrogavo su di lui, rendendomi all’improvviso conto di non sapere quasi nulla di lui, sentii inequivocabile come una presenza. Non sono un tipo che cede a questo tipo di fantasie, le ho sempre combattute e deriso. Eppure, non so dire come, ma sentii che in quella camera non ero solo. E più questa sensazione si faceva forte più mi sentivo osservato da quell’icona. Mi alzai di colpo. “Devo aver dormito poco”, mi ricordo di essermi detto.

Mi preparai un caffè con un piccolo fornellino a gas che l’eremita mi aveva fatto recapitare dal monastero. Con la tazza nella mano uscii fuori dalla cella a godermi l’alba. C’era un silenzio indescrivibile. Credo che se mai esiste un modo per descrivere la parola “bellezza”, così chiara alla nostra mente eppure così sfuggente e indescrivibile, avrei detto “questo silenzio aurorale”. Nessuna donna mi ha mai dato questa sensazione così netta di bellezza, soprattutto nessuna di loro mi aveva permesso di vivere intimamente la propria bellezza. Qui, nel bel mezzo del deserto, mi veniva permesso di vivere interiormente, intimamente, questi scampoli di infinito. In questi istanti di purezza mattutina, la mia mente mi sembrava come un bicchiere di acqua sporca che, dopo essere stata agitata da un fastidioso e rumoroso cucchiaino per anni, finalmente, arrestatosi il vortice, lasciava depositare le sue impurità sul fondo. Mi sembra di vederle, una a una, scaglie incrostate di male, cadere lentamente verso il basso. Rimasi in silenzio in questo modo per molto tempo. Poi sentii una voce provenire dalla cella dell’eremita. Mi feci attirare. Quando giunsi a poche decine di metri vidi l’eremita che girava nel cortile con in mano una Bibbia e che ripeteva senza fermarsi qualcosa in arabo. Fui preso da un moto di pudore. Ritornai in cella e mi misi a dormire. Attorno alle 9 sentii una voce:

– Aghapi, fratello Joshua. Pace!

Aprii strofinandomi gli occhi per il sonno.

– Vieni fratello, vieni a vedere come si intrecciano croci di cuoio.

Ci sedemmo nel cortile della sua cella sotto le foglie di palma. L’aria iniziava a farsi calda ma le foglie di palma, poste come soffitto su un lato del cortile, offrivano un angolino fresco. L’eremita mi mostrò come lavorare e iniziai. Non abituato al lavoro manuale, all’inizio feci grande confusione. Lui, con molta pazienza, mi mostrò più volte come fare.

– Joshua, “ora noi siamo figli di Dio. E lo siamo davvero!”.

Non capivo che cosa volesse dire.

– Abuna, che cosa significa?

– “Ora noi siamo figli di Dio. E lo siamo davvero!”. Lo dice il beato Giovanni. Sì, Joshua ora siamo figli di Dio! Ora, ora, non ieri, non domani, ora e per sempre. Il tempo per noi è diventato un grande “ora”, un grande “ora”, in cui siamo figli di Dio, e lo siamo davvero! Con Cristo il nostro “ora” è un “ora” che buca lo spaziotempo. Viviamo un “ora” eterno, l’ “ora” del Regno.

– Era questo quello che cantavi stamattina in cella?

Non rispose.

– Scusami, sono stato indiscreto. Ritornando a quello che dici, che differenza fa ora, ieri o domani? Possiamo vivere senza affaticarci per il futuro, senza fare investimenti, senza comprare case, senza pensare alle future generazioni? Abuna, credi sia possibile?

– Cristo dice di non preoccuparsi del domani perché l’unica dimensione salvifica è l’ora. E questa salvezza consiste nell’essere figli di Dio. E lo siamo davvero perché lui lo è davvero! Gloria a te o Cristo!

– Abuna, stamattina mi è successo una cosa strana.

L’eremita fermò le mani che intrecciavano velocemente la croce. Mi guardò sorridendo, come se avesse il presentimento di sapere già che cosa gli avrei raccontato.

– Che cosa è successo? – riprese a intrecciare.

– Ero in cella. Verso le 4 mi sono svegliato al suono delle campane. Di fronte a me avevo l’icona del Cristo. Aveva un aspetto ieratico e allo stesso tempo tenero, materno. L’ho fissato a lungo. Poi ho sentito come se ci fosse una presenza nella stanza. Una presenza piacevole, discreta, non certo indisciplinata come la mia – sorrisi. – Non appena ho percepito questo mi è sembrato che non fossi io a guardare l’icona ma che fosse invece l’icona a guardarmi. Ho avuto un’allucinazione? Chi è Cristo, abuna?

Si fermò di nuovo. Alzò gli occhi al cielo. Gli divennero lucidi, come se stesse per parlare della cosa più meravigliosa dell’esistenza, l’unico motivo che lo teneva in vita.

– Cristo è il mistero dal quale tutto è venuto all’esistenza e dal quale tutto dipende. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Cristo è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. È il Dio che si è fatto uomo, è l’icona visibile del Dio invisibile. Chi vive in lui, vive nel Dio inaccessibile e incomprensibile; chi conosce lui, conosce la somiglianza perfetta con Dio che ogni uomo è chiamato a raggiungere; chi conosce lui può accedere a Dio e trasformarsi secondo la sua somiglianza. Soltanto attraverso Cristo noi sappiamo con esattezza chi è Dio: Dio è amore, e non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici.

– Abuna, mi sembra un parlare filosofico, ho studiato filosofia all’università e mi sembra uno di quei libri di Platone che descrivono il mondo delle idee. A noi che ce ne viene?

Se qualcuno mi avesse detto una frase simile su una mia convinzione personale, credo che avrei reagito malissimo, probabilmente mettendo quella persona al primo posto della mia, lunga e spietata, black list. E invece l’eremita rimase serafico come se la mia obiezione non avesse scalfito di nulla una fede profonda come l’oceano.

– Joshua, quando dico “amici” intendo noi, io e te. Siamo noi i suoi “amici”, così ha detto il Signore. Tu dici: che ce ne viene? È tutta filosofia! Ma Cristo non solo ci dice chi è Dio ma ci dice anche chi siamo noi. Fratello, tu chi sei? Te lo sei mai veramente chiesto? Un ammasso di cellule? Un treno in corsa che ha come ultima stazione la morte? Una foglia dispersa dal vento? Un vapore che appare per un po’ di tempo, e poi svanisce? Sì, siamo questo. Ma molto più di questo. Vuoi sapere che cosa sei davvero? Guarda a Cristo e saprai chi sei: una creatura che è amata di un amore indescrivibile ed eterno, nonostante sia fallibile e peccatrice. Joshua, egli mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. Egli ti ha amato e ha consegnato se stesso per te. Questo è il senso dell’esistenza, questo è tutto ciò che ogni uomo su questa terra cerca e desidera con tutto il cuore: essere amato di un amore gratuito, salvifico, capace perfino di salire sul patibolo per lui. L’uomo vuole sapere con certezza di non essere il risultato di un destino crudele, il prodotto di un caos impersonale, il parto di un cielo vuoto. Cerchiamo di riempire questo vuoto in tutti i modi, in particolar modo con la carriera. Ma non c’è carriera nel cristianesimo! L’unica carriera è il passaggio dalla morte alla vita, dalla perdizione alla salvezza. Il resto è solo crescita…

Sentii montare il pianto. Inarrestabile come un fiume in piena che sta per spaccare una diga. Gli occhi mi si fecero lucidi. L’eremita smise di parlare e si commosse anche lui. Sembrava che in quel momento tutto quell’amore di cui lui parlava trasudasse da quegli occhi neri. Sentii di nuova la presenza dell’alba, sembrava avvolgerci, stavolta tutti e due. Che mistero mai teneva insieme Cristo e l’amore? Cristo poteva davvero spiegare l’insensato destino dell’uomo? L’eremita aveva ragione: tutto quello che avevo fatto nella vita non era che una disperata ricerca di un amore puro e gratuito. E ogni male inflitto agli altri da parte mia nasceva in me dall’incapacità di trovare quest’amore puro e gratuito in loro. Nel momento in cui constatavo l’impossibilità di ricevere amore gratuito, cercavo di rendermi superiore agli altri in tutti i modi possibili per guadagnarmi il loro interesse e il loro amore, oppure, nei momenti peggiori, credevo di uccidere in me stesso ogni inconscio afflato d’amore, impugnando il pugnale della sottomissione e della schiavitù, come se fosse mio diritto prendermi a forza ciò che gli altri non volevano darmi gratuitamente. Ero un pozzo nero, ero pieno di male. Ed era la prima volta che questi pensieri venivano a galla così chiaramente nel mio conscio. Resistetti un po’. Ma dopo un paio di singhiozzi trattenuti a stento, piansi senza provare alcuna vergogna. Quelle parole mi attraversavano come una spada che fende un cuore malato. Anche l’eremita pianse, silenziosamente, come se stesse provando esattamente la stessa cosa che provavo io. Quel momento sembrava non finisse mai, speravo non finisse mai. Le lacrime mi diedero pace. Finalmente provai pace per aver finalmente messo allo scoperto la mia parte vulnerabile che avevo sempre nascosto nel potere, nel denaro, nel dominio sulle donne. Ma accesero in me il desiderio di provare quest’amore di Dio di cui mi parlava l’eremita. Che cosa dovevo fare per averlo? Gli dissi, strofinandomi gli occhi con un fazzoletto di stoffa:

– Perché figli e amici? Che cosa significa, abuna? Perché siamo figli, perché ci chiama amici? Non è un Dio trascendente che domina sulla sua creazione con la forza?

– Joshua, la relazione che Dio ha nei nostri confronti è una relazione di amore perfetto, di estrema cura e attenzione, di tenera paternità. È un’amicizia sincera, una guida fedele, una relazione nella quale il Signore, nella sua infinita umiltà, si mette sullo stesso piano del servo. Anzi, si piega a lavargli i piedi. Che grande mistero è il mistero di Cristo, fratello. Non basterà l’eternità a comprendere la sua mitezza e la sua umiltà di cuore. Ci supererà sempre, nella sua meravigliosa e commovente bellezza.

– Come fai a dire che Dio ha cura degli uomini? Il mondo è in uno stato pietoso, gli uomini si odiano, abuna, si fanno la guerra gli uni con gli altri, e vivono con il motto “mors tua, vita mea”! Dov’è Dio in questo mondo?

– Dio ha una cura estrema per gli uomini. Ogni singola creatura gli interessa. A maggior ragione gli uomini, creati a sua immagine e somiglianza. Ma l’amore negherebbe se stesso se si imponesse con la forza o se cercasse di attirarci con l’inganno. È per questo che la misura perfetta dell’amore è la croce: donazione totale e gratuita di se stessi, priva della pretesa umana di essere ricambiati, canto silenzioso e straziante dell’amante che attende l’amato. È da lì che Dio ci attira: quando fu innalzato, attirò tutti a sé. Dopo aver fatto un primo passo, dopo essersi messo in gioco totalmente, dandoci nella sua venuta sulla terra tutto se stesso, Dio attende da noi un gesto, un invito. Resta sulla porta e bussa come un viandante. Aspetta che lo invitiamo a entrare, anche se nella disperazione.

Le parole dell’eremita fecero breccia come un raggio di luce in una catapecchia abbandonata. Tutta la polvere accumulata in anni di incuria volava da una parte all’altra della stanza come fiocchi di neve in un souvenir di Venezia. Quando finì di parlare tirò un respiro profondo. Il sole era alto nel cielo e rischiarava tutto il wadi. “Upi”, la mia amica upupa, gironzolava attorno all’eremo beccando dei semi di girasole che il monaco aveva sparso appositamente per lei. Non avevo mai provato una pace così gioiosa e luminosa. L’eremita mi disse guardando l’orologio:

– Oh, abbiamo parlato così tanto che ci siamo dimenticati del tempo. Ti preparo il pranzo.

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Diario di un discepolo indisciplinato (5): “La donna di Antonio”

Fri, 13/07/2018 - 09:39

 

1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata

L’idea di andare a trovare l’eremita del deserto occidentale egiziano ha una genesi del tutto particolare. Oggi posso dire, a distanza di tempo, che dietro a tutto ciò ci sia stata la regia dello Spirito Santo che per vie misteriose e imperscrutabili mi ha guidato dal momento in cui ho messo piede in quella libreria di Darwin. Anzi, oggi posso testimoniare che lo Spirito Santo mi ha guidato misteriosamente fin dal momento del mio concepimento. Ma questo l’ho capito troppo tardi.

Quando decisi di voler andare a trovare i discepoli di Antonio, non avevo ancora chiaro in mente che cosa fare. Sì, andare al Cairo ma poi? La mia esperienza con i paesi arabi non era stata per niente positiva e questo frenava in me ogni entusiasmo. Quasi immediatamente dopo la passeggiata sull’Esplanade, decisi di prendere un’aspettativa dal lavoro. Il mio caposettore, Edward, avrebbe preferito ammazzarmi:

– Edward ho bisogno di un tempo di solitudine. Devo ritrovare la via.

– La via, la via! Ma come parli! Joshua tu sai che sei in una posizione delicata, hai già preso molti giorni di ferie a causa della tua depressione e non te li abbiamo negati. Ora da dove ti viene tutto questo afflato misto? Guarda che abbiamo bisogno di te. Le uniche cose mistiche che ti riguardano qui al lavoro sono le tue rare apparizioni…

– Lo so, lo so bene. Ma sto ancora male, molto male. Forse ho trovato la soluzione, o forse no. In ogni caso ho bisogno di tempo. Un anno è troppo?

– Un anno?! Tu devi essere impazzito. Guarda che rischi il licenziamento. C’è gente qualificata quanto e più di te che è in fila per entrare. Sai che il Grande Puffo è capace di farti una sorpresa simile e mandarti a casa.

Il Grande Puffo era il nome “amichevole” con cui chiamavamo il capo dei capi, Sean. Edward lo citava sempre quando si trovava in difficoltà e voleva liberarsi da qualche responsabilità troppo grande per lui.

– Edward io ho diritto ad avere spazio per respirare e stare meglio. Ho dato il sangue per quest’azienda, senza di me non sareste mai arrivati ad essere la miglior azienda pubblicitaria del sud-est asiatico! È indecente che mi minacciate in questo modo!

– Avrai anche diritto a respirare e stare meglio, ma non ad essere pagato senza lavorare per tutto questo tempo. Se decidi di sparire ti manderanno via.

Rimasi impietrito, bloccato al mio posto. Era la prima volta nella mia vita che una minaccia di licenziamento si faceva così concreta. Edward non aveva più niente da dire e mi lasciò lì dov’ero, in mezzo a una folla di gente che correva all’impazzata da una parte all’altra, al 47° piano del grande e imponente Chifley Tower, come se il mondo stesse per crollare da un momento all’altro. Per me, il mondo, quel giorno, crollò davvero. Mi sentivo tradito, abbandonato nel momento del bisogno. Come se mi fossi scoperto all’improvviso un numero, un oggetto, un mercenario al servizio di un signorotto disumano. Ero malato e stavo male ma sembrava non interessasse a nessuno. Rimasi a casa una settimana. Spensi tutti i telefoni, serrai tutte le tapparelle, diedi tutte le girate alle tre chiavi con cui avevo armato la porta di casa. Avevo la sensazione che stessi precipitando sempre più in basso. Anche quel filo sottile di Antonio mi sembrava, all’improvviso, volersi spezzare. Era come se stessi giocando a scacchi con la morte e proprio quando lei mi mangiava la regina e sembrava tutto finito, una piccola mossa di un insignificante pedone capovolgeva le sorti. In modo inatteso, totalmente inatteso, risuscitai ancora una volta. Accesi il telefono per farmi portare la spesa a domicilio. Avevo un gran desiderio di cucinare, di assaporare il cibo. Erano vari giorni che, rinchiuso nella mia topaia, mangiavo orrendo cibo in scatola in quantità minuscole. Trovai trenta chiamate non risposte. Tutte dalla mia agenzia. Tirai un grande e profondo respiro, chiusi gli occhi e richiamai. Edward era su tutte le furie.

– Ti ho chiamato per tutto questo tempo, dov’eri?! Non si fa così Joshua! Stai giocando con il fuoco!

– Scusa Edward, non posso spiegarti ora. Novità?

– Il Grande Puffo non vuole più sentir parlare di te, è fuori di sé per le tue richieste.

– Immagino. Quindi che si fa?

– Ti dà tre mesi di tempo, 90 giorni, non uno di più. Poi se non torni al lavoro e ti pianti alla sedia come un impiegato normale considerati licenziato.

Chiusi la chiamata senza neanche salutare. Ormai il dado era tratto, ed ero disposto a tutto. Tre mesi erano troppo pochi e sapevo bene dentro di me che se fossi partito non sarei ritornato così velocemente. Una scarica di adrenalina mi attraversò da capo a piedi. Per la prima volta sentii di non temere più di perdere il posto. Mi sentivo finalmente libero di tentare l’ultima via, costasse quel che costasse. Per l’ennesima volta, uscii dal mio piccolo sepolcro tenebroso, salii in macchina e mi diressi verso l’unica agenzia di viaggi che conoscevo della zona.

– Un biglietto solo andata per il Cairo.

– Oh le mete esotiche! Le adoro! – mi rispose la commessa – Abbiamo un’ottima offerta per Sharm. Sette giorni, vitto e alloggio tutto incluso, in un villaggio meraviglioso…

– Il Cairo.

– Sharm è vicina al Cairo ma c’è un volo diretto da Dubai…

– Non mi interessa, voglio andare al Cairo.

– Se non le piace il mare ma le piacciono i paesi arabi abbiamo un’offerta imperdibile per la Giordania, Petra, Amman… Conosce? Ci sono stata quest’anno…

– Non sto cercando offerte, grazie. Voglio solo un biglietto per il Cairo. Anzi, avrei bisogno anche di un albergo.

– Ah, vedo che ha già chiaro in mente il viaggio che vuole fare. Ha già fissato il suo percorso? Vuole che la aiutiamo a rendere il suo viaggio meraviglioso? Ha bisogno di una limousine, di un taxi di lusso? Con minibar o senza?

– Ho bisogno dei figli di Antonio.

– Antonio… Antonio chi, mi scusi?

– Antonio il grande, il monaco cristiano.

– Cristiano? Ma, ma signore guardi che si sbaglia, l’Egitto è un paese islamico, ci sono stata tempo fa, mi ricordo di tutte le moschee che abbiamo visto… quella di Ali Mohamed o Mohamed Ali non ricordo bene è molto affascinante. Ma Mohamed Ali non è il pugile famoso? Ah, che ridere! Forse mi sbaglio, ma sa, questi nomi arabi tutti uguali.

– Guardi non so quasi niente dell’Egitto, ci sono stato con mia moglie molti anni fa e non ho dei bei ricordi. Ma sì, ci sono cristiani.

– Ma guardi che si sbaglia, non ricordo una cosa del genere. Aspetti che chiedo alla collega che è una grande appassionata d’Egitto. Janeeeeene…

Si alzò di scatto come un grillo di campagna e si diresse, urlacchiando, verso una stanzetta nel retro. Io mi guardai attorno. Mi sembrava di essere di nuovo in ufficio, con tutti quei cartelloni che pubblicizzavano meravigliose vacanze che avrebbero finalmente portato la felicità a lavoratori affaticati e intristiti dalla vita, vacanze in villaggi blindati, aperti ai soli occidentali, che sfornavano tonnellate di cibo di cui la gran parte sarebbe finito nella pattumiera, che proponevano cammellate nel deserto a provetti Lawrence d’Arabia che non avrebbero mai messo piede nel paese circostante, povero e in conflitto… Pensai di uscire. Poi, all’improvviso, ritornò la commessa con la collega. Mai avrei immaginato, in tutto questo marasma di rivederla. Era la “donna di Antonio”, lì, davanti a me, in carne e ossa. Si chiamava Janene. Balbettai qualcosa:

– Ma… è lei!

– E lei è lei! Dico sempre ai miei amici che Darwin è una città troppo piccola. Ha comprato il libro, noto.

La copertina si riconosceva a un miglio di distanza.

– Sì! È bellissimo, la ringrazio, mi sembra finalmente di vedere una luce.

La collega di Janene ci guardava come fossimo due alieni. Ci interruppe sul più bello:

– Scusate?

Le prestammo finalmente un po’ di attenzione.

– Vi conoscete?

Tornammo a guardarci quasi che volessimo concordare una risposta unica che non desse troppo nell’occhio.

– Forse – rispondemmo entrambi. E scoppiammo a ridere.

– Beh in tal caso – riprese la collega – posso togliere il disturbo, sicuramente Janene può servirla molto meglio di me. Non dimenticare di inviare quell’email prima di chiudere, Janene, ok?

– Tranquilla, lo faccio tra poco – le rispose Janene.

La collega uscì dall’agenzia. Eravamo a ridosso dell’orario di chiusura.

– Bene, dove vai di bello – mi chiese Janene.

– Se state per chiudere torno domani.

– Non ti preoccupare. Raramente abbiamo a che fare con viaggi che sono questione di vita o di morte. Diciamo che siamo circondati da gente che cerca zoo turistici più che viaggi. Il viaggio è diventata merce rara. I veri viaggiatori si programmano i viaggi da soli, su internet. Ma d’altronde dobbiamo pur far qualcosa per campare. Ci resta solo questo, il nostro settore va verso l’estinzione… come la libreria di Darwin!

Tacemmo per qualche secondo, come se volessimo fare il cordoglio a un’epoca che stava tristemente per scomparire.

– Dopo aver letto il tuo libro voglio andare in Egitto, subito. Ho preso un’aspettativa dal lavoro, sono libero.

– Oh caro! Deve averti proprio impressionato quel libro.

– Sono stato fulminato dalla libertà di Antonio e dalla verità della sua vita. Io non ho niente di tutto questo e lo voglio, lo desiderio ardentemente. Sono disperato. Voglio incontrare assolutamente i discepoli di Antonio.

– Di discepoli ne ha tanti, in tutto il mondo. Credo che in Egitto siano qualche migliaio. Non credo tu riesca a parlare con tutti.

– E allora, che faccio?

– Conosco un eremita che vive nel deserto occidentale egiziano. Non l’ho mai incontrato personalmente ma ho avuto la grande benedizione di ricevere una sua lunghissima lettera manoscritta che mi ha detto tante verità sulla mia vita. Se sono uscita dalla depressione è anche grazie alle sue preghiere.

– Depressione?! Come faccio ad arrivare da lui? Dove devo andare? Chi devo contattare?

– Il monastero dove lui vive ritirato si trova a un’ora circa dal Cairo. Bisogna arrivare al Cairo in aereo. Lì incontrerai Samir che ti porterà in monastero. Una volta in monastero, saranno i monaci a occuparsi di te.

Janene acquistò il biglietto per me. Sydney-Cairo via Mumbai. Circa una giornata di volo con un breve scalo nella metropoli indiana. Mi diede il numero di Samir, l’autista copto che l’aveva aiutata durante il suo viaggio in Egitto.

– Stai attento, sarà un viaggio in un tunnel di fuoco. Soffrirai molto perché scoprirai chi sei davvero e non sarà un bel vedere. Ma conoscerai anche la tua vocazione divina. Il Signore ti riveli tutto ciò che deve essere rivelato.

Mi sorrise. Era così innocente quella donna. Nonostante fosse una bellissima donna non riuscivo a pensare a lei come a un oggetto sessuale o a una creatura da sottomettere alle mie voglie. Era un angelo? Una volta ho sentito dire che gli angeli hanno dei bei visi da donna ed emanano luce. Janene sembrava rispecchiare in pieno la descrizione. Le mancavano solo le ali. Anche lei aveva attraversato un periodo di depressione. Avrei voluto conoscerla meglio, parlarle, la invitai a cenare insieme.

– Conosco un ristorante italiano qui in fondo al viale che è davvero straordinario. Che ne dice se mangiamo una pizza insieme?

Lei abbassò lo sguardo. Mi fece capire che era meglio per me concentrarmi sul viaggio e che lei sarebbe stata lì in agenzia se avessi avuto bisogno di aiuti pratici. La mia reazione al suo gentile rifiuto mi soprese. Non mi alzai in preda a un attacco di orgoglio dongiovannesco ferito. Stranamente non feci nulla. Semplicemente presi atto.

– Perché fai tutto questo per me? – le chiesi, riconoscente. – In fondo mi hai visto di sfuggita una volta in una libreria…

– “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Questo insegna il Maestro. Buon viaggio Joshua. Anche se ti sembra di farlo da solo, sarai in compagnia, in ottima compagnia.

Chi sa cosa intendesse con quella frase. Pensai che forse avrei trovato compagnia sul volo o in Egitto. In realtà non avrei voluto nessuno con me. Solo io e me stesso. Per me era una battaglia vitale e le battaglie per la vita si combattono da soli.

Uscii dall’agenzia risollevato. Il biglietto era fatto. Lo presi in mano e guardai il mio nome e la destinazione. Mancava solo una settimana al decollo. Mi sentivo leggero. Dal mare arrivava una dolce brezza. All’improvviso sentii lo stomaco borbottare. Solo ora mi rendevo conto di avere una grande fame.

tradotto da Natidallospirito.com

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Venga il tuo Regno! (Olivier Clément)

Tue, 10/07/2018 - 10:45

Dopo il Padre (‘Padre nostro che sei nei cieli’) e il Verbo nel quale prende Nome (‘sia santificato il tuo Nome’), ecco lo Spirito santo. Un’antichissima variante dell’ evangelo di Luca riporta infatti “venga il tuo Spirito santo” anziché “venga il tuo Regno”. Venga il tuo Spirito santo e ci comunichi il tuo Regno: la tua gloria, la tua shekinah, le tue energie, la tua grazia, la tua luce, la tua vita, la tua forza, la tua gioia… tutto questo indica la stessa realtà.

Il Regno, i cieli e la terra nuovi sono il cielo e la terra rinnovati in Cristo, penetrati dalla grazia dello Spirito che è vita pura, vita liberata dalla morte. Il mondo in Cristo costituisce l’autentico “roveto ardente”, afferma Massimo il Confessore. Ma questo fuoco è coperto di scorie e di cenere, la ganga della nostra separazione, della nostra opacità, del nostro odio, di ogni nostra complicità con le potenze del caos e delle tenebre.

“Venga il tuo Regno”: significa preparare, anticipare il ritorno di Cristo, eliminando le scorie e la cenere. Infatti il Regno di cui invochiamo la venuta è già segretamente presente, ogni celebrazione eucaristica abbozza la parusia, così come ci sono nella vita di ciascuno attimi eucaristici, scintille di parusia.

Non bisogna aver paura di questi attimi, di questa pienezza, la “pleroforia” di cui parlano gli spirituali. Attimi di preghiera silenziosa, di preghiera al di là della preghiera, quando il cuore si infiamma, attimi di tensione creatrice o di fiducia rappacificante, quando la luce dell’Ottavo Giorno spunta in una intuizione di verità, di bellezza, o in un autentico incontro in cui si scopre “l’oceano interiore di uno sguardo” e l’altro come un miracolo – come amava ripetere il patriarca Athenagoras. Attimi in cui ci si unisce, come in primavera – sono ancora espressioni di Athenagoras -, alla dossologia del primo mandorlo in fiore. Oppure attimi come quelli in cui, dopo i tormenti dell’agonia, il volto di un morente si rappacifica e “l’individuo – come fa notare Rosenzweig – rinuncia alle ultime vestigia della sua individualità per ritornare alla propria origine e il Sé si desta all’ estrema singolarizzazione e all’ultima solitudine…”.

In tutti questi momenti – e ciascuno di voi ne conosce numerosi altri – il Regno affiora misteriosamente. Allora tutto diventa estremamente leggero: non c’è più morte, nel senso in cui questa parola si appesantisce del nulla, esistono solo pasque, passaggi; non c’è più esteriorità separante: l’amore è talmente grande che lo stesso desiderio scompare, restano soltanto dei volti, e il volto è fatto interamente sguardo – come dice un’ omelia di Macario – e la terra è sacra, sacramento, mentre le stelle, la notte sono i segnali di fuoco che i mondi angelici ci comunicano…

Capitemi bene: esiste un approccio narcisistico, grottescamente o tragicamente avido, al piacere, al godimento di esistere. Vi si combinano le due passioni “madri”: l’ingordigia carnale e l’orgoglio spirituale… L’uomo rischia allora di decomporsi, come diceva Kierkegaard, in “piccole eternità di godimento”. Degli esseri e delle cose non scorge altro che “ciò che cade sotto i sensi”, ciò che – e lo stesso linguaggio è qui estremamente significativo – si può “mettere sotto i denti”.

Ma il piacere, il godimento di esistere, provati con un certo distacco interiore, con gratitudine, nel rispetto degli esseri e delle cose e nella “santificazione del Nome”, questo piacere e questo godimento possono diventare una gioia non passionale, nel senso ascetico del termine “passione”, cioè non idolatrica. Sono allora ricordi del Paradiso, caparre del Regno. La danza, il ritmo del respiro – “respirare, o invisibile poesia!” dice Rilke -, il profumo della terra dopo il temporale, incenso cosmico, l’incessante, esicastico avvilupparsi e srotolarsi delle onde e delle nuvole, il “Cantico dei Cantici” di un grande e nobile amore in cui i corpi sono il sapore delle anime: tutto questo può diventare ricordo del Paradiso e caparra del Regno.

Olivier Clément
tratto da: Olivier Clément e Benoît Standaert, Pregare il Padre nostro, Qiqajon, pp. 93-95

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Diario di un discepolo indisciplinato (4): “La pelle del leopardo”

Fri, 06/07/2018 - 11:02

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate. 

1a puntata
2a puntata
3a puntata

Dopo aver pranzato insieme, l’eremita mi propose di passeggiare nel deserto. Il sole picchiava forte ma il caldo era sopportabile. Non finii nemmeno di pensare a come avrei fatto a camminare con quel sole che mi disse:

– Aspetta, vado a prendere una cosa in cella. Torno subito.

Pensai subito fosse un altro dei suoi scherzetti. Tornò correndo con il sorriso sulle labbra, come se avesse appena comprato un giocattolo per un bambino.

– Voi occidentali soffrite per il nostro caldo. Ecco, vedi, è bello, ha tutto. L’aletta ti coprirà.

Era un cappellino di stoffa da spiaggia dai colori piuttosto kitsch. Ma era talmente contento di avermelo portato che non osai contraddirlo.

– Grazie abuna, vediamo se mi va.

Effettivamente il cappellino si rivelò molto utile nonostante la non promettente estetica e mi aiutò ad attutire un po’ i raggi solari diretti. Prese con sé un bastone e un sacchetto nero, iniziamo a camminare. Davanti a noi una distesa enorme di colore marrone e verde senza soluzione di continuità che ondeggiava sotto l’effetto del vento del deserto. Un mare giallognolo si spostava lentamente, ora dopo ora, sospinto dal vento che, quel giorno, faceva danzare delicatamente le palme. Ettari ed ettari di piantagioni nascondevano agli occhi di chi viveva sulla collinetta la sabbia ai piedi degli alberi. Qui la sabbia era ovunque. L’unico modo per conviverci era accettare la sua presenza senza immaginare di poterla sopraffare.

Per i primi dieci minuti rimanemmo entrambi in silenzio. Sentivamo soltanto il soffio del vento e i nostri passi nella sabbia. Poi all’improvviso fischiò e gridò con una voce stridula e buffa: Helpiiiiiis. Attorno a noi comparve un cane che somigliava molto a un lupo. Iniziò a fargli le feste. Non si capiva bene chi dei due fosse più contento di vedere l’altro. Si era talmente immedesimato con Helpis che sembravano di famiglia, si parlavano con degli strani versi. Mentre il cane lupo saltellava gioiosamente lui gli lanciava dei pezzettini di pollo essiccato che aveva portato con sé nel sacchetto.

– Vedi com’è contento, Joshua? È proprio contento!

– Anche tu abuna mi sembri altrettanto contento.

– Ci conosciamo da molti anni ormai ma non ho mai pensato di portarlo da me e di legarlo con una catena. Mi piace pensare che viva libero per il deserto, andando a caccia di serpentelli e di gazzelle. Ogni tanto passa da me oppure lo chiamo per salutarlo. Certo poi a volte fa il birbantello e devo andarlo a recuperare dai beduini che passano di qui. Vuole giocare con i loro cammelli ma loro non gradiscono molto…

C’era una purezza in quegli occhi, un candore in quelle parole, che ricordavo di aver intravisto solo sul viso dei bambini. Eppure quell’uomo aveva superato i sessant’anni e allo stesso tempo non sembrava per nulla “infantile” ma anzi nel pieno della sua maturità. La cosa allo stesso tempo meravigliosa e terribile era che anch’io in qualche modo iniziavo a sentirmi un bambino. Mi sembrava di reimparare l’alfabeto della vita da zero.

Ogni tanto gli tirava il bastone e il cane, come fosse addestrato, glielo riportava, felice e orgoglioso.

– Vedi Joshua – mi disse mentre dava da mangiare a Helpis – l’ho chiamato Helpis perché la prima cosa che un cristiano deve imparare è mettere la sua speranza, tutta il suo affidamento, in Dio solo. Nel momento in cui si affida a Dio completamente, senza riserve, fidandosi e confidando totalmente, inizia per lui una nuova vita che è luce e pace anche nel bel mezzo delle avversità.

– Credo che io debba imparare molte cose, anche a credere nell’esistenza di un Dio…

–  Fratello, sei arrivato fin qui e vuoi ancora credere che Dio non esista? Vuoi una prova scientifica della sua esistenza? Lo so voi occidentali volete prove scientifiche. Allora eccola: entra nel tuo cuore e medita sugli ultimi anni della tua vita. Se intravedi un filo d’oro che percorre come una collana tutti gli avvenimenti della tua esistenza, aggrappati a esso. I santi del deserto ti aiuteranno a trovarlo…

– I santi del deserto? Chi?

– Qui c’è un esercito invisibile! Generazioni e generazioni di testimoni dell’amore di Cristo. Non temere, poi capirai.

– Abuna, io non so da dove cominciare, sono arrivato al fondo dell’esistenza.

Tacque per qualche istante poi mi sorrise. La sua voce si fece tenera e paterna.

– Non temere, Cristo è in mezzo a noi.

Nel dire questo si fece il segno della croce.

Non so perché ma iniziai da Liza. Gli raccontai della nostra storia fin dall’inizio e di come la crisi tra di noi avesse avuto un impatto enorme sulla mia vita fino a togliermi del tutto la voglia di vivere.

– Abuna, per me è stata la prima vera disfatta della mia vita. Ho sempre avuto successo in tutto nella vita, sia sul lavoro che con le donne. Ma con Liza… A un certo punto, non so dire con esattezza quando, ma sicuramente a crisi inoltrata, Liza iniziò a star male. Si chiuse a riccio, non mi parlava quasi più. Spesso trascorreva giornate intere da sola. Da un certo momento in poi ci incontravamo in casa soltanto a cena. Io ero fuori tutta la giornata e spesso ne approfittavo per trascorrere del tempo con Melanie. Quando tornavo a casa mangiavamo in silenzio. Talvolta questo silenzio era interrotto da parole di circostanza. Altre volte, molto più spesso, dai pianti di lei. Liza mi diceva che ormai non mi riconosceva più e che aveva bisogno di spazio.

Mentre parlavo l’eremita tirò fuori dalla tasca una piccola croce di legno. Aveva un gambo per tenerla in mano. Il gambo si apriva poi a formare una croce che sembrava un fiore. Nella sinistra teneva il bastone e nella destra la croce.

– Da allora – proseguii – si innescò un processo a catena di cui non riesco ancora a mettere a fuoco le fasi. Iniziò a fare ippoterapia.

– Ippo…?

– Ippoterapia. Sì forse qui non è diffusa, è vero. È una psicoterapia che si fonda sull’interazione con i cavalli.

– Esiste una terapia con i cani?

– Sì, si chiama cinoterapia.

– Ecco, vedi, si impara sempre qualcosa di nuovo. Sono anch’io in cinoterapia!

Scoppiamo a ridere. Poi entrambi tacemmo. Era talmente faticoso quello che dicevo che non sapevo se continuare o no. A un certo punto mi disse:

– Vieni, Joshua, sediamoci su questa roccia.

Eravamo ormai prossimi al tramonto. Un sole infuocato pennellava di sfumature di rosso tutto l’orizzonte. C’era una quiete indescrivibile. La roccia su cui ci sedemmo sembrava antica quanto la terra. Nonostante fosse erosa dai secoli riusciva ancora a offrire riposo ai viandanti. L’eremita mi sorrise. Era un modo, mi sembrava di capire, per dirmi con gentilezza: “Se vuoi, continua”. Confortato da quella pace, ripresi a parlare.

– Liza mi diceva che i cavalli erano molto più empatici di me e che erano capaci di un contatto profondo. Aveva bisogno di emozioni e i cavalli, a differenza di me, erano capaci di dargliene in abbondanza. Il prendersi cura di questi esseri innocenti, l’accudirli, il dar loro da mangiare la aiutavano a sopportare l’idea di non potere avere figli da me. Si sentiva capita, diceva, incoraggiata, accettata per ciò che era. Il contatto fisico con l’animale le permetteva finalmente di provare un benessere dimenticato. Semplicemente sfiorarne la criniera era diventato per lei fonte di gioia. C’era qualcosa di infantile in quel suo desiderio di stare con il cavallo. Era come se il gioco avesse riacceso in lei la fantasia, le avesse permesso di esprimere emozioni e sensazioni bloccate, che non riusciva più ad esternare. Di fatto poco dopo riprese a dipingere dopo essersi fermata per molti anni. Fin dall’inizio non ho mai veramente trovato una connessione con la sua pittura. Mi sembrava troppo naive, non mi piaceva. Di fatto lei sempre vissuto questa passione da sola. Forse ho sbagliato a non incoraggiarla, a non farle sentire che le stavo vicino…

L’eremita si mise le mani in tasca. Tirò fuori un disco di noccioline e miele.

– Conosci la “fuliyya”?

– No.

– Assaggia, penso ti piacerà.

Appena diedi il primo morso fui felicissimo.

– Oh, buonissima! Voglio comprarne un po’, credo che possano aiutarmi nei momenti di crisi come questi.

– Non ti preoccupare, ne ho una scorta in cella. Proprio per gli occidentali in crisi come te.

– Insomma, sai abuna, durante i corsi di ippoterapia Liza conobbe Peter, un pittore surfista di origini irlandesi, con cui iniziò una relazione. La cosa non mi ferì molto visto che avevo anch’io la mia relazione segreta con Melanie che mi aiutava nei momenti difficili. Ma la mia era più una relazione adolescenziale mentre la sua relazione si sviluppò molto rapidamente. Poco dopo andò a vivere da Peter a Derrimut, un quartiere residenziale di Melbourne. E tre mesi dopo mi arrivò la lettera del suo avvocato con cui mi chiedeva il divorzio. Per me fu un fulmine a ciel sereno.

Mi fermai. Trattenni a stento le lacrime. Lui lo capì. Tacemmo un po’. Il sole iniziava a sfiorare delicatamente la linea ondulata dell’orizzonte.

– Poi un giorno in preda a una crisi venne a trovarmi. Era sconvolta, diceva che aveva sbagliato a chiedere il divorzio e che mi amava ancora. Io non sapevo che fare e per cercare di calmarla iniziai a bere. Lei, come in preda a un rimorso insanabile, pensò di farsi perdonare facendo l’amore. Restammo tutta la notte insieme poi andò via. Tempo dopo venni a sapere da una nostra amica in comune che Liza era rimasta incinta di me… Mi sentivo tradito, preso in giro.

– Sai, Joshua qual è il tuo problema? – mi disse.

– No.

– Che tu ti sei sposato prima di diventare monaco.

– Monaco? I monaci si sposano?

– No, no, non ci sposiamo. Ma, vedi, se tu fossi diventato monaco prima di sposarti ora non avresti tutti questi problemi. Quando uno diventa monaco impara l’umiltà, la pazienza, la sopportazione, il senso di sacrificio, la sottomissione ai fratelli, la continenza, la mitezza, la non possessione, la rinuncia oltre che l’obbedienza all’abate. Sono tutte qualità che, anche se spesso non vi eccelliamo, soprattutto quest’asino che ti parla, tuttavia aiutano a vivere con gli altri, soprattutto con quelli con cui siamo a stretto contatto. A te avrebbero certamente aiutato. Se anche Liza fosse diventata monaca sarebbe stato un matrimonio perfetto: ti immagini due monaci insieme?

Non avevo mai pensato al matrimonio in questi termini.

– Certo – riprese l’eremita – ora è un po’ tardi per te. Qui l’età massima dei novizi è 30 anni e di solito non accettiamo i mariti in crisi.

Sorridemmo entrambi.

– Ma il buon Dio – continuò – può lavorarti i fianchi per farti diventare perlomeno un buon postulante. Per fare questo andrai e verrai dal monastero, se sei d’accordo. Ciò significa che starai un po’ con i fratelli e con gli ospiti. A furia di strusciare e fare scintille con i fratelli – mi diceva il mio padre spirituale, che le sue preghiere ci sostengano – i monaci finiscono per diventare lucidi come specchi. Diventa monaco nel cuore, caro Joshua, e sperimenterai la vita. Monachos in greco vuol dire ‘solo’, monaco significa avere una relazione intima di ‘solo’ a ‘Solo’ con Dio. Se deciderai di morire al mondo e di far morire il mondo a te vivrai per Dio in Cristo Gesù, vivrai una vita piena. La stessa vita del Cristo.

– Ma che cosa significa? Io non sono fatto per fare il monaco, non ho la stoffa.

– Neanche io ce l’ho ma il Signore è un ottimo sarto. Conosci quel passo di Geremia che dice: “Può un Etiope cambiare la pelle o un leopardo il suo manto maculato? Allo stesso modo: potrete fare il bene voi, abituati a fare il male?” (Ger 13,23). Ovviamente il profeta diceva così perché non conosceva Michael Jackson.

Scoppiamo a ridere.

– Geremia era molto pessimista. Non conosceva ancora la gloria che splende sul volto di Cristo. A lui noi cristiani rispondiamo: sì! In Cristo il leopardo può cambiare le macchie e l’Etiope divenire bianco. In Cristo possiamo spogliargli della nostra pelle ispessita per il peccato e indossare una pelle nuova. Possiamo svestirci della stoffa consumata e rattrappita dell’uomo vecchio e lasciarci cucire addosso la stoffa preziosa del Regno.

Da lontano vedemmo Helpis correre a grandi zampate verso di noi. Si sedette ai piedi dell’eremita, esausto per la corsa ma felice per la compagnia del suo amico.

traduzione di Natidallospirito.com

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«Soltanto Dio e la bellezza della liturgia ortodossa hanno riempito il vuoto della mia vita»

Fri, 29/06/2018 - 10:57

Riproponiamo un’intervista molto bella fatta a una delle più note direttrici d’orchestra del mondo, Claire Gibault. Recentemente Sat2000 ha dedicato una puntata speciale alla storia della sua conversione. Se ne può vedere il video alla fine dell’articolo.

***

Claire Gibault è nata nel 1945 a Le Mans, in Francia. Ha imparato il pianoforte e poi il violino prima di formarsi come direttrice d’orchestra. Ha conosciuto una prestigiosa carriera internazionale: Lione, Italia, Europa poi gli Stati Uniti. Alla fine degli anni Ottanta, ha abbracciato l’ortodossia e adottato due bambini. Dal 2004 al 2009 è stata deputata del Parlamento europeo facendo parte della commissione cultura ed educazione e quella dei diritti delle donne. Qui un estratto dell’intervista che ha reso alla rivista francese “Prier” sul suo percorso spirituale.

Lei si data interamente alla musica, da subito.

Claire Gibault: La mia passione per la musica risale all’infanzia. Mio padre è stato il mio primo professore di solfeggio al conservatorio di Le Mans. Sotto la sua guida, complice ma rigorosa, direi severa, sono cresciuta nell’apprendimento delle note e di uno strumento, il pianoforte a cinque anni, poi il violino due anni dopo […] La musica era per me un secondo linguaggio, in quanto ero di temperamento silenzioso. Mi permetteva di comunicare con mio padre e soprattutto di esprimere le mie emozioni e di farmi molti amici […] Altrimenti esternavo poco i miei sentimenti.

Poi è diventata direttrice d’orchestra. Un’altra maniera di esternare?

Claire Gibault: Diciamo che questo mestiere mi ha permesso di esprimere il mio temperamento di leader […] All’inizio puntavo a una carriera di violinista concertista ma […] la mia professoressa, donna eccezionale, mise fine a questo sogno scoprendo in me alcuni problemi psicomotori che mi avrebbero impedito di divenire virtuosa […] Ho deciso allora per la carriera di direttrice d’orchestra. Nel 1958… una scelta rara per una ragazzina di appena 13 anni.

Lei ha avuto una carriera prestigiosa in Europa, poi negli Usa. Sembrerebbe una vita appagata.

Claire Gibault: E’ all’Opera di Lione che ho veramente imparato il mestiere, grazie al mio incontro con Claudio Abbado. Ci sono rimasta 25 anni e poi da lì sono partita per l’Italia dove ho diretto alla Scala di Milano, all’Opera di Firenze, a Bologna, poi in Gran Bretagna, a Londra ecc. […] Sono riuscita a far trionfare la mia voglia di perfezionismo cosa che mi spingeva finanche a mostrarmi crudele: se qualcuno suonava male nell’orchestra, lo rimpiazzavo a costo di farlo soffrire […] In apparenza, quindi, ero appagata e la mia vita artistica appassionante, ma qualcosa restava incompleto in me.

Che cosa le mancava?

Claire Gibault: All’alba dei quarant’anni, sentivo dentro di me un grande vuoto. Non avevo figli, il mio compagno non ne voleva, e la mia vita di donna mi sembrava sminuita. Inoltre, la mia lotta per la gloria, il potere e il denaro erano fonte di frustrazioni, amarezza, disperazione, a causa dell’egocentrismo, del narcisismo, della megalomania che, in questo tipo di mestiere, minano le relazioni. E’ allora che ho scoperto l’ortodossia… dopo una lunga ricerca nella psicanalisi e poi nella chiesa cattolica. Una domenica, andando in una parrocchia ortodossa a Parigi, ho sentito una dolcezza e una gioia incredibili, luminose. In questa liturgia, tutto mi parlava: la lingua, la forza dei canti che colmavano la musicista che era in me così che mi sentivo parte integrante del tutto. E durante la comunione, ho sentito la presenza di Dio, amorevole e guaritrice. Questa liturgia cantata mi comunicava il gusto del Mistero.

Cosa ha scoperto nell’ortodossia?

Claire Gibault: Per gli ortodossi la preghiera non è qualcosa d’astratto, di mentale. Così, durante gli uffici, il corpo è messo in moto da frequenti prosternazioni chiamate “metànie” in relazione con la respirazione, il soffio. L’incenso sollecita l’odorato; la musica e i canti ad alta voce, una grande apertura… La preghiera del cuore o preghiera di Gesù, poi, mi fa passare dall’intelletto al cuore, cioè verso un’interiorità che favorisce l’ascolto dello Spirito Santo. Questa preghiera permette di respingere i pensieri nefasti, pieni di orgoglio, di asprezza o di amarezza che lasciamo entrare in noi. Forte di queste scoperte, ho abbracciato l’ortodossia nel 1984, a 39 anni. Sulla scia di questo evento, ho adottato due bambini di Togo, José nel 1988 ed Elisa nel 1991.

Il suo percorso ha generato in lei una trasformazione. Infatti, lei ha interrotto la sua carriera per diventare deputata europea.

Claire Gibault: Questa dimensione corporea della spiritualità mi ha portata all’incarnazione. Ciò ha cambiato la mia maniera di dirigere l’orchestra. Fino a quel momento, infatti, dirigevo con la parte alta del corpo, in maniera piuttosto cerebrale come fossi divisa in due. Ho cercato sempre di più l’integralità del mio essere. La mia direzione ne è risultata più sensuale, più docile, più rotonda. Mi sono sentita riunificata, pacificata nel mio rapporto con la musica. Anche i rapporti con i musicisti sono cambiati. Ho imparato ad ascoltare meglio il loro punto di vista e ad armonizzare le loro proposte. Con una vera dolcezza, ben più efficace dei modelli di autorità su cui mi ero appoggiata […]

Cosa è essenziale per lei oggi?

Claire Gibault: La preghiera, perché, secondo san Serafino di Sarov, “scopo della vita è acquisire lo Spirito Santo”. Pregare senza posa per non scoraggiarmi davanti alle mie imperfezioni, le mie passioni e i mie problemi irrisolti. Lavorare sull’ego. In dodici anni, il mio padre spirituale, padre Syméon (scomparso nel 2009), mi ha sempre ripetuto che bisogna tenersi sulla cresta della disperazione. Lo sento ancora dirmi: “Pazienza. Pazienza. Pazienza, amore e umiltà”. Collego le sue parole al consiglio di San Silvano: “Mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”.

C’è qualche consiglio che vuole dare ai lettori?

Ripetere la preghiera di Gesù “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi misericordia di me, peccatore”, con lo spirito, il cuore, le labbra e, se possibile, ad alta voce: incarnarla con una grande dolcezza, con un ritmo regolare, ovunque ci si trovi, non importa in che occasione, per porre tutte le proprie azioni, tutta la propria vita sotto lo sguardo di Dio. Questa preghiera ci aiuta a guarire dalla schiavitù delle nostre passioni, a liberarci dei pensieri negativi, a cercare l’umiltà e ad andare al di là della nostra preghiera individualista per raggiungere una comunione più ampia. Permette di unificare il corpo, il cuore e lo spirito. Così, se la preghiera ci unisce a Dio, dovrebbe anche ravvicinarci agli uomini.

Quali altre preghiere ama?

“Re sovraceleste, Paraclito, Spirito di verità, Tu che sei in ogni luogo e tutto ricolmi, scrigno di bene e datore di Vita, vieni e dimora in noi e purificaci da ogni macchia e salva o Tu che sei buono le nostre anime”. Amo questa preghiera per la sua bellezza: sottolinea che nessuna preghiera è possibile senza la potenza dello Spirito Santo. Poi, amo la preghiera di Sant’Efrem che si ripete quotidianamente durante il periodo di Quaresima. Essa ci aiuta ad esaminare i punti negativi della nostra esistenza poiché ci dona le chiavi di una possibile metania (trasformazione). Le metanie, prosternazioni, che vengono compiute durante questa preghiera ci ricordano che il nostro corpo deve essere riportato alla sua vera funzione, ovvero quella di tempio dello Spirito.

tratto da “Prier”, n.325, oct. 2010, pp. 4-7
traduzione dal francese di Natidallospirito.com

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Diario di un discepolo indisciplinato (3): il primo incontro con l’eremita

Mon, 25/06/2018 - 19:36

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate. 

1a puntata
2a puntata

Le upupe erano una delle cose più esotiche che circondavano l’eremita. Da noi in Australia è possibile vederle soltanto sul National Geographic o, forse, imbalsamate in un qualche museo di storia biologica. Nell’antico Egitto, l’upupa veniva considerata un uccello sacro e spesso veniva raffigurata su tombe e templi. Era proibito ucciderla. Persino per la Bibbia è proibito mangiarla. Si legge nel Deuteronomio: “Potrete mangiare qualunque uccello puro, ma delle seguenti specie non dovete mangiare: … l’upupa”. Come venni poi a sapere, anche in Egitto venivano chiamate con un nome onomatopeico simile a upupa: hudhud. Tantissime “hudhud” saltellavano allegramente attorno alla cella dell’eremita beccando minuscoli petali di gelsomino caduti a terra, il loro lauto pranzo. Avevano dei colori meravigliosi: bianco, nero, rosso, marroncino. Il ciuffo nero e rossiccio era qualcosa di una bellezza commovente. Il becco lungo e ricurvo verso il basso e le zampette tozze le rendevano al contempo buffe e familiari. Mi avvicinai a una di loro. Ci guardammo a lungo. Fece qualche saltello verso di me. Le sorrisi e le dissi qualcosa del tipo “come sei bellina!”. Strappai con delicatezza qualche fiorellino di gelsomino dall’alberello che si trovava poco distante dalla cella dell’eremita. Abbassandomi sulle ginocchia glieli porsi con il palmo aperto. Lei si avvicinò, beccò un po’. Poi si guardò attorno e volò via in tutto il suo splendore. Mentre sorridevo per la nuova amicizia che avevo stretto con l’upupa che avevo già battezzato con il nome di “Upi”, in lontananza scorsi l’eremita.

Era molto alto e indossava una tunica e un cappuccio nero con tredici croci gialle, sei per lato con una più grande vicino alla nuca. Portava sulle spalle un lungo bastone di legno dalle cui estremità pendevano due taniche di acqua che, a giudicare dal suo andamento, non dovevano essere per nulla leggere. Risaliva l’ultimo tratto di una piccola collinetta di sabbia. La sua cella, infatti, era abbastanza rialzata rispetto al livello del monastero. Rimasi lì dov’ero, a qualche decina di metri dalla cella. L’eremita arrivò, aprì la porta di legno della cella, ripose le taniche e uscì a innaffiare il suo piccolo giardino. Rimasi a osservalo per un po’. Prese un innaffiatoio, lo riempì con dell’acqua dalla tanica. Poi con una piccola croce manuale di legno iniziò a segnare l’acqua più volte. Disse qualche preghiera in arabo. Poi soffiò sull’acqua. E iniziò a innaffiare. Restai per qualche minuto meravigliato di tanta semplicità. Come può un uomo vivere così, senza un televisore, senza internet, senza un’automobile? Ma soprattutto senza nessun essere umano attorno… né uomini né donne. Certo io ero lì ed ero tremendamente indeciso se disturbarlo o no. Mi sembrava di fargli violenza. Ma mi avevano confessato in monastero che l’eremita amava molto poco la compagnia e accettava di accogliere qualcuno solo un paio di volte all’anno. Mi feci coraggio. Non ero venuto qui appositamente dall’Australia? Non appena feci il mio primo passo, un cespuglietto di rami secchi scrocchiò facendo accorgere di me l’eremita.

– Benarrivato Joshua – mi disse in un perfetto inglese, come se mi conoscesse da una vita.

– Buonasera, abuna… Come fa a sapere come mi chiamo?

– Mi hanno avvisato dal monastero. Abuna Theophilos mi ha detto che saresti venuto a stare da me per qualche giorno.

Abuna (che in arabo significa “padre”) Theophilos era un suo confratello. Si occupava di accogliere in monastero gli ospiti stranieri. Gli avevo scritto almeno cinque email prima di partire. Non rispose mai. Arrivai in monastero con la paura di non trovare posto. Poi ci fu il suo sorriso luminoso.

– Joshua carissimo! Lode a Dio per il tuo arrivo, ti aspettavamo!

Gli risposi, un po’ stizzito:

– Vi ho mandato un bel po’ di email ma non mi avete mai risposto!

– Che bisogno c’è di rispondere se la risposta è sì? E poi non siamo abituati a rispondere mesi prima a richieste di ospitalità. Qui in Oriente viviamo giorno per giorno secondo il comandamento di nostro Signore: “A ogni giorno la sua pena”.

Fu la mia prima lezione di cristianesimo: “A ogni giorno la sua pena”. Forse che questa pace che sentivo tutto a torno fosse proprio il frutto di questo versetto evangelico? Molti dei miei problemi non derivavano forse dalle mie proiezioni in avanti e indietro sulla linea della Storia? Abuna Theophilos fu estramamente gentile con me. Mi accolse in una cella molto confortevole e mi invito a cenare.

– In questo periodo siamo chiusi per via del digiuno della Vergine Maria. Ci sono pochi ospiti. Sono egiziani, spero non ti diano noia.

Mi sciacquai velocemente la faccia e corsi giù nel refettorio degli ospiti. Gli disse subito chiaramente che volevo incontrare “l’eremita”. Mi disse sorridendo:

– Il Signore provvederà. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il cielo.

Avevo capito, dalle sue parole, che bisognava trascorrere un piccolo periodo in monastero prima di poter essere qualificati a stare con l’eremita. Accettai pensando che mi avrebbe fatto bene trascorrere un periodo di decompressione dalla sindrome dello stress estremo-occidentale.

Mangiai voracemente un po’ di riso ben cotto con un po’ di tonno in scatola. Poi mi portarono delle nespole raccolte dal giardino del monastero. Abuna Theophilos si mise a sedere vicino a me e mi offrì un po’ di tè alla menta che sorseggiai lentamente guardando le cupolette delle chiese del monastero.

– Sarai stanco per il viaggio – mi disse. Avrai da recuperare il jet leg… Va’ a riposarti. Ci rivediamo domani. Per ora non far caso alle campane. Poi, quando ti sarai rimesso, ti spiego tutto.

Fu abuna Theophilos ad accompagnarmi dall’eremita. Si fermò a qualche centinaia di metri dalla sua cella. Mi disse di procedere tranquillamente e che l’eremita si sarebbe preso cura di me.

– Sono un pubblicitario australiano – gli dissi.

– Ah, un pubblicitario. E io che pensavo che fossi un essere umano che porta il nome del Salvatore, Joshua [Joshua in inglese vuol dire Giosuè, dall’ebraico Yehoshu’a, da cui deriva anche Gesù, N.d.T.].

Iniziai subito a conoscere l’eremita. Mi disse:

– Se vuoi giocare a fare l’antropologo stai perdendo tempo, Joshua. Non c’è tempo qui per collezionare farfalle. Qui, semmai, facciamo il tentativo quotidiano di volare come delle farfalle.

Tacqui. Non mi aspettavo una tale estrema sincerità, una verità così nuda e cruda. Mi fece male e la sentii come un’aggressione. A giudicare dalla mia reazione, il monaco diceva il vero. Era per questo che le sue parole bruciavano. In fondo, ero soltanto molto curioso. Il mio atteggiamento era molto più simile a quello di uno scienziato che lavora al microscopio che a quello di un discepolo che vuole apprendere da un maestro. Mi sono sentito scoperto, come se mi avesse passato ai raggi X. Se solo ci fosse stato qualcuno a coprirmi…

– Due anni fa venne da me un antropologo di Londra. Gli feci fare il party di benvenuto a dei scorpioncini che ogni tanto mi vengono a trovare. Non resistette due ore. Scappò via con la reflex a tracollo. Vieni ti mostro la tua cella.

Sudai freddo. Un eremita mattacchione? E se avesse messo degli scorpioni anche a me? O magari una colonia di piccole tarantole che avevo intravisto passeggiando nel deserto? O magari la mia cella era naturalmente abitata da questa lucertola del deserto, il temibile burs, di dimensioni molto maggiori rispetto alla lucertola che siamo abituati a conosce. Il suo naturale colore rosa fa sì che si mimetizzi talmente tanto con l’ambiente da non riuscire a distinguerla. Non ero per nulla preparato a simili scherzi. Ci mancava solo l’eremita mattacchione. Allontanai il pensiero cercando di concentrarmi sul panorama meraviglioso del tramonto. Presi il mio zaino. Ero orgoglioso di essere riuscito a comprare questo enorme zaino per metterci dentro tutto ciò di cui avevo bisogno. Dopo un’attenta analisi del microclima del deserto di Wadi el Natrun avevo fatto molti acquisti mirati: dei pantaloni di cotone, molte t-shirt, due paia di sandali resistenti, alcuni calzini traspiranti, un cappellino per il sole, occhiali per il sole, crema solare… Avevo la pelle molto chiara e, a giudicare dai siti che avevo consultato, avrei rischiato di prendermi una bella scottatura se non fossi stato attento. Ero stato costretto ad andare a un grande store che vende abbigliamento estivo tutto l’anno, a Sydney. Quando ero partito da noi era infatti inverno e a Wadi el Natrun il caldo estivo aveva già invaso la regione a metà della primavera. Comprai anche tante piccole borracce d’acqua. E tanto tanto cibo in scatola. Avevo preso una macchina fotografica reflex molto professionale che volevo imparare a usare proprio per quella occasione. Volevo fare tante foto all’eremita, alla flora e alla fauna di quel luogo così affascinante, per non dimenticare nessun dettaglio. Avevo anche comprato una sedia portatile, un cuscino gonfiabile, delle lenzuola, una macchina per il caffè americano, saponette artigianali, creme anti-stress. Ero riuscito a trovare posto anche per il mio laptop, per i miei hard-disk e per una piccola biblioteca cartacea essenziale di libri spirituali. Ovviamente, non poteva mancare “Vita di Antonio”.

Mentre ci incamminammo verso la cella, situata a qualche centinaio di metri da quella dell’eremita, il tanto necessario a preservare la sua discrezione monastica, l’eremita stette in silenzio. Tutto iniziava a essere troppo silenzioso attorno a me. Non ero abituato a tutto questo fracassante silenzio. Si sentivano solo le upupe e il vento che accarezzava i gelsomini e le foglie di palma. Fui assalito da tic nervosi.

– Abuna, come fai a conoscere così bene l’inglese? Lo parli benissimo!

– Prima di entrare in monastero ho vissuto negli Stati Uniti per qualche tempo.

– Ah, Stati Uniti! Wow! Anch’io ho vissuto per alcuni mesi. È stato bellissimo, adoro gli States! Credo che sia uno dei paesi più belli al mondo! La Sierra è meravigliosa, qualcosa davvero di eccezionale. Mi ricorda qui, questo deserto. Non credi?

Silenzio. Tacqui anch’io per qualche lunghissimo e imbarazzante secondo poi ripresi:

– Non credi abuna che gli Stati Uniti abbiano una natura proprio bella?

Non rispose per la seconda volta. Mi diede le chiavi della cella. Mi disse:

– La cella ti insegnerà ogni cosa.

Non capii.

– In che senso? La cella? Abuna devi spiegarmi tutto, sai io sono un pubblicitario, mi occupo di pubblicità, non sapevo neanche che esistesse una cella diversa da quella degli ergastolani. Francamente mi sento già mancare l’aria, sono in prigione?

– Buonanotte, allora. Ci vediamo domani. Il Signore vegli su di te.

E senza altri convenevoli, se ne ritornò in cella. Erano le 7 di sera. Credo che mai nella mia vita qualcuno mi abbia detto “buonanotte” alle 7 di sera, neanche mia madre da bambino. Se qualche volta ho dormito a quell’ora c’è stato qualcosa che non andava nella mia vita: una bottiglia di troppo, una donna di troppo, un po’ di lavoro di troppo. Oppure, come mi era capitato negli ultimi mesi, la depressione. Lasciai lo zaino fuori dalla cella ed entrai.

La cella sembrava uscita dal quarto secolo. Era stata scavata a mano all’interno di uno strato roccioso di chissà quale epoca protozoica. Era come se la roccia “imbottita” di uno spesso strato di terriccio simile al tufo, facilmente erodibile, fosse stata svuotata. Le era stata aggiunta una porta in legno, una brandina, un armadietto, una libreria, un comodino. Non c’era né elettricità né acqua e per i bisogni il deserto metteva generosamente a disposizione molti scomodi cespugli. C’erano un cartone pieno di candele e numerosi pacchetti di fiammiferi. Nonostante fosse agosto, la cella era piuttosto fresca per via dell’alto soffitto roccioso. All’esterno vi era un piccolo cortile circondato da un muretto in mattoni e cemento. Era ricoperto con del fogliame di palma. Se si voleva, per via dell’ombra, era possibile sostare all’esterno. Tirava un bellissimo venticello. Ero preso da sentimenti contrastanti. Passavo velocemente da una fiducia totale in quell’uomo a una grande e inspiegabile paura. Era come se lui sapesse tutto di me e questo mi spaventava. Mi spaventava l’idea che potesse sfruttare le mie paure per farmi del male.

Dopo aver acceso un paio di candele, controllai che la porta fosse ben chiusa. Mi avevano raccontato, giù al monastero, che di notte giravano strane bestie nel deserto. Il discorso dell’eremita sugli scorpioni non mi aveva di certo tranquillizzato. Ma il pensiero delle bestie non bastò a farmi star sveglio. Ero talmente stanco e provato emotivamente che crollai.

La mattina dopo, attorno alle 8, uscii in cerca dell’eremita. Avevo bisogno di fargli vedere assolutamente il libro che mi aveva portato fin lì da lui e volevo anche fargli qualche foto. Feci per aprire lo zaino ma… dov’era lo zaino? Fu il panico. Tutto il mio armamentario era sparito? Non era possibile, come avrei fatto? Come avrei vissuto in quel luogo così inospitale? Come avrei mangiato? Ecco, il solito distratto – mi dissi, dovevo stare più attento. Dovevo prendere maggiori precauzioni rispetto alle bestie del deserto. Avranno sentito l’odore del cibo! L’angoscia mi pervase.

Corsi verso la cella dell’eremita. Lo trovai seduto nel cortiletto della sua cella intento a intrecciare croci di cuoio. Non lo salutai nemmeno:

– Le bestie mi hanno preso lo zaino, abuna! O forse qualcuno me l’ha rubato! Insomma, non c’è!

Lui, con aria sorniona e con un sorriso malcelato che lasciava intuire tutto, disse:

– Tranquillo, tranquillo. Qualcuno che conosco l’ha preso. Te lo terranno in monastero, non temere. Ne avevi bisogno?

Per la reazione dell’eremita, la rabbia  fece posto all’angoscia. Ero terribilmente irato dalla sua leggerezza ma soprattutto per avermi domandato se ne avevo bisogno! Ma certo che ne avevo bisogno! Era tutto per me! E poi si capiva benissimo che era stato lui a nascondere lo zaino chissà dove. Andai via dalla sua cella in preda allo sdegno. Ci mancava anche l’eremita buffone! Cosa ci facevo lì? Forse stavo nuovamente illudendomi di qualcosa che non esisteva, forse stavo soltanto proiettando su quell’uomo ciò che ero troppo pigro per cercare dentro di me. Avevo preso per santo un mezzo demoncello. Pensavo seriamente di ritornare a casa.

Mi chiusi in cella. Tutte le emozioni dei giorni passati me le sentii tutte aggrovigliarsi in gola. Quell’episodio fece crollare un’enorme, antica, decadente diga. Piansi a dirotto. Non ricordavo più l’ultima volta in cui lo avevo fatto. Mi sentivo ferito e incompreso, come un bambino a cui abbiano tolto il giocattolo nuovo. Mi misi a fissare il muro per un po’ di tempo. Poi qualcuno schioccò le mani fuori dalla porta.

– Aghapi, Joshua!

“Aghapi” è la formula di saluto che si usa in monastero. Proviene del greco e significa “amore”. Chi pronuncia “aghapi” vuole dire all’altro “Fammi un gesto d’amore” oppure “Ecco, vengo in pace, vengo a farti un gesto d’amore”. Era la voce dell’eremita.

Aprii la porta. Aveva in mano dei piatti e una brocca d’acqua. Uscii asciugandomi le lacrime. Non riuscivo a guardarlo in faccia.

– Hai fame, vero? Vieni, mangiamo.

Ci sedemmo nel cortiletto.

– Joshua, non c’è nascita senza taglio del cordone ombelicale. Non ci sono fiori e frutti senza potatura. Preghiamo Joshua, ringraziamo il Signore per la tua presenza, per il cibo e perché il nostro cuore ancora batte nonostante gli anni. Sono sicuro che il Signore Gesù ti aiuterà, anzi ne sono certo.

E si mise a pregare:

– Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, unico Dio, amen. Signore e Sovrano delle nostre vite, Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, ti rendiamo grazie, o Signore, per la tua grande e inesauribile generosità con la quale ci inondi di beni in ogni momento. A te innalziamo la lode, o Salvatore dell’universo, perché ci hai amati fino a morire per noi sulla Croce. Sii benedetto, o Amico degli Uomini, per Joshua e per la sua presenza tra noi. Invia su di noi il tuo Spirito Santo perché noi possiamo conoscerti e l’amore di Dio possa riversarsi nel nostro cuore. Allontana da noi, Signore, l’avversario maligno, rendici figli della Luce e figli del giorno. A te la lode, la gloria, la potenza, l’onore e la riconoscenza, o Cristo, per questo cibo che ci offri di condividere e per il nostro respiro. In te, infatti, noi respiriamo, ci muoviamo e siamo. Che il cibo possa non mancare su alcuna tavola sotto il cielo, o Dio. Ma soprattutto non far mancare a nessuno spirito di uomo sotto il cielo il vero cibo e la vera bevanda, il tuo Corpo santo e il tuo Sangue prezioso. Per le intercessioni della santa Madre di Dio, Maria, e dei santi del deserto. Amen.

Fece il segno della croce sul cibo e su di noi.

Dopo la preghiera era come se avessi dimenticato il motivo per cui ero così adirato. Una indescrivibile pace mi pervase. Il volto dell’eremita era luminoso e sereno. Non appena vide un’upupa avvicinarsi preparò qualche briciola nella mano e facendo un verso buffo gliele appoggiò a terra. Mi porse un po’ di pane e un piatto di fave cotte.

– Buon appetito, fratello. Dio è generoso, è molto generoso.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

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Lo spirito di rinnovamento (papa Tawadros II)

Sat, 23/06/2018 - 10:56

Quest’articolo di S.S. Papa Tawadros II, papa di Alessandria e patriarca della predicazione di san Marco, apparso sull’ultimo numero della rivista del patriarcato copto “al-Kiraza”, è nostro avviso di un’estrema importanza. In esso Sua Santità tratteggia chiaramente la sua posizione riformatrice in ambito istituzionale. Appare evidente dalle sue parole l’inesorabilità di una tale scelta in un’epoca in cui la Chiesa copta è passata da “Chiesa locale” ed autocratica, a essere una Chiesa sinodale diffusa in tutto il mondo con centinaia di diocesi. Per papa Tawadros l’inevitabilità del rinnovamento istituzionale è inscritta in lettere di fuoco nella Sacra Scrittura. Tutto il cristianesimo è invocazione instancabile ed esperienza quotidiana della novità di Cristo nostro Signore. Sosteniamo con la preghiera questa svolta epocale che Sua Santità sta compiendo in mezzo a tanti ostacoli e difficoltà, diffondiamo quanto più possibile questo suo articolo.

Il “rinnovamento” rappresenta una necessità impellente nella nostra vita. Ogni giorno, infatti, noi viviamo un nuovo mattino, ogni anno festeggiamo un anno nuovo. Ogni anno gioiamo del nostro compleanno, della nostra promozione a scuola, della nostra crescita fisica, mentale, spirituale e sociale. Dopo gli studi ci prepariamo a una vita nuova: iniziamo a lavorare, partiamo per un altro paese, pensiamo a creare una famiglia o a consacrarci al servizio della Chiesa, oppure continuiamo a studiare dedicandoci alla ricerca universitaria.

Nella vita ecclesiale i digiuni e le feste non sono altro che delle occasioni per rinnovarci spiritualmente. Anche gli inni e le melodie sono nuovi in ogni diversa stagione liturgica. Così facendo noi allontaniamo da noi la noia e la monotonia facendo crescere in noi il desiderio e la nostalgia verso una nuova solennità liturgica con la sua peculiarità liturgica.

Inoltre, ogni giorno noi preghiamo il salmo della conversione dicendo: “Crea in me uno spirito puro o Dio, rinnova nelle mie viscere uno spirito retto” (Sal 50,12). Ecco, noi chiediamo a Dio di rinnovare in noi l’opera della conversione e di renderci nuovamente puri.

Cristo è venuto a donarci “un’alleanza e un’era nuova[1]” (Ger 31,31) che segue all’antica alleanza. In quest’era la salvezza diventa alla portata di tutti: dopo essere nato nella carne ognuno di noi inizia il suo cammino spirituale nascendo nuovamente dall’acqua e dallo spirito.

Noi siamo chiamati a una vita eterna che il santo Vangelo chiama “vita nuova” (cf. Rm 6,4). La vita che verrà, infatti, sarà sempre nuova, non ci sarà nulla di vecchio, di antico, sarà senza alcuna tenebra o ombra, perché Cristo sarà la sua eterna luce e il suo sole luminoso.

La necessità del rinnovamento in ambito ecclesiale

Dal momento in cui nacque il giorno di Pentecoste, la Chiesa si fonda su un sistema che si rinnova di fase in fase a secondo delle esigenze del momento storico nel quale vive.

Ad esempio la struttura clericale con i suoi tre pilastri – vescovo, sacerdote e diacono – è una struttura che funziona nella nostra chiesa e nelle altre chiese tradizionali apostoliche. È all’opera anche nella maggior parte delle altre chiese, ma con prospettive diverse.

Afferma l’Apostolo Paolo nella sua lettera agli efesini parlando della “Chiesa come corpo di Cristo”: “Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,11-12). Per questo vediamo ad esempio nel grado della diaconia alcune sottodivisioni: psaltos (cantore), anognostis (lettore), epidiacono (aiutante del diacono), diacono, arcidiacono. Nel grado del presbiterato troviamo: presbitero e igumeno (amministratore). Nell’episcopato abbiamo il vescovo, il metropolita (arcivescovo), il patriarca (papa). Ogni grado ha poi la sua area geografica di azione.

La Chiesa egiziana, fondata nel primo secolo dopo Cristo, è la più antica istituzione popolare in Egitto. Si tratta di un’istituzione forte e compatta. Essa preserva il deposito della retta fede rimanendo fedele nei secoli alla terra sulla quale vive e portando con se questa fedeltà ovunque va. Con l’estensione del territorio della Chiesa e l’ampliamento della sua azione e del suo servizio, la Chiesa copta ha sentito la necessità di un sistema amministrativo efficiente capace di rinnovarsi a seconda delle rinnovate responsabilità che si fanno strada nel servizio ecclesiale. Citiamo due esempi:

  1. Impegni istituzionali gestite dal clero

Esiste, ad esempio, una commissione dei segretari del santo Sinodo formata da quattro vescovo di cui tre vengono eletti con scrutinio segreto in una sessione ufficiale del santo Sinodo. In base allo statuto del Sinodo, il papa è incaricato di designare a sua discrezione il quarto membro. La commissione dei segretari lavora per un ciclo di tre anni e può essere rinnovata per un ulteriore mandato. Nell’ultima sessione del Sinodo del maggio 2018, per grazia di Dio, abbiamo assistito alla conclusione dei due mandati della commissione ed è stata eletta una nuova commissione che si occuperà di questo impegno amministrativo.

Siamo davanti a un modello lineare e morbido di cambiamento e di rinnovamento che si fonda sullo spirito dell’agape perfetta (cf. 1Gv 4,18) tra tutti i membri della più alta istituzione della Chiesa e cioè il santo Sinodo.

Con lo stesso scopo di rinnovamento, al fine di dispiegare nuove forze e formare expertise qualificate per nuovi impegni ecclesiali di cui il servizio ecclesiale ha bisogno, è stato rinnovamento il meccanismo operativo del Consiglio clericale per lo Statuto Personale. Sono stati create sei sezioni regionali (tre in Egitto e tre all’estero) guidate da sei vescovi coadiuvati da presbiteri specializziti in giurisprudenza e medicina. Nel luglio 2018 queste sei sezioni inizieranno il loro difficile lavoro per un periodo tre anni dopodiché verranno scelti sei nuovi vescovi alla guida delle sezioni e di ogni sezione verranno rinnovati i membri per altri tre anni. E così via. In questo modo lo spirito di rinnovamento opera nell’azione e nel servizio della Chiesa.

Ci auguriamo che questa mentalità innovatrice operi nelle commissioni dello statuto personale a livello iparchiale e nella catechesi. A livello iparchiale bisogna pensare a rinnovare i vicari episcopali e bisogna porre le basi per la loro scelta di modo che non siano solo qualificati dal punto di vista amministrativo e organizzativo ma che abbiano anche una vita spirituale sincera e profonda.

Proprio al fine di stimolare questa mentalità innovativa abbiamo inaugurato due anni fa un nuovo istituto per la gestione parrocchiale e lo sviluppo che fa proprio il lavoro di specialisti di management e che offre corsi utilissimi a vescovi, presbiteri, monaci, consacrate, diaconi e catechisti.

  1. Impegni amministrativi di cui si occupa il clero insieme agli uomini e alle donne del popolo di Dio (ritengo che “laici” sia una definizione imprecisa dal punto di vista ecclesiale).

Ci sono anche istituzioni che hanno bisogno di rinnovamento: il Consiglio confessionale generale (al-Maglis al-milli al-‘amm) (a questa istituzione va dato un nuovo nome consono alla nostra epoca)[2], l’Istituzione del patrimonio ecclesiastico (Hay’at al-awqaf al-qibtiyya) ecc. Bisogna rinnovare i docenti e gli amministratori degli istituti educativi e anche i consigli parrocchiali. Quattro anni fa abbiamo creato uno statuto a questo scopo. Abbiamo iniziato ad applicarlo nelle parrocchie facenti riferimento al Papa (Alessandria e Cairo) e lo stiamo estendendo alle altre iparchie egiziane. All’estero bisogna rispettare le leggi locali che variano da paese a paese.

Quando nel 2012 Dio ha scelto me indegno per questa grande responsabilità ho detto che la priorità assoluta sarebbe stata quella di riorganizzare la casa dall’interno. Dopo sei anni posso affermare che, per grazia di Cristo, e grazie al lavoro inarrestabile di tutti i membri del santo Sinodo e degli enti coadiutori, abbiamo realizzato molto ma ciò non rappresenta che il 5% di tutto il lavoro. La Chiesa ha bisogno ancora di tantissime cose. Ha bisogno di una nuova mentalità gestionale perché gli impegni si sono allargati a dismisura. La presenza della Chiesa in nuove e grandi società che hanno culture, civiltà e lingue completamente diverse da quelle egiziane, ha portato a un ampliamento enorme dell’azione della Chiesa. È per questo che abbiamo bisogno di sviluppare e di rinnovare le nostre idee nel campo dell’amministrazione e della gestione per realizzare le parole di Cristo: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano migliore”[3] (Gv 10,10).

Noi siamo aperti a ogni sforzo, a ogni idea, a ogni prospettiva, a ogni proposta mirante a sviluppare e migliore l’azione ecclesiale a patto che si fondi sullo spirito dell’agape perfetta e della fedeltà totale, lontano da brame personali, dall’ego, dall’integralismo e da una sterile mentalità psichica.

Dice la Scrittura: “…agendo secondo verità nell’amore, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nell’amore” (Ef 4,15-16).

Auspico che questi versetti citati siano l’oggetto di studio e di meditazione nelle riunioni dei consigli parrocchiali, nei sinodi presbiterali e nelle riunioni dei catechisti in tutte le parrocchie e in tutte le eparchie.

papa Tawadros II
papa di Alessandria e patriarca della predicazione di San Marco
tratto da: al-Kiraza, anno 46, n. 21/22, 8 giugno 2018, p. 3
tradotto dall’arabo da Natidallospirito.com

[1] Il termine arabo ‘ahd ha il doppio significato di “alleanza” ed “era”, N.d.T.

[2] L’aggettivo “milli” deriva dal sistema delle “millet” (comunità non musulmana) istituito in epoca ottomana, N.d.T.

[3] Così la traduzione araba, N.d.T.

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Diario di un discepolo indisciplinato (2)

Fri, 15/06/2018 - 21:42

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate. La prima puntata è qui.

“Vita di Antonio”. Lo comprai insieme a della paccottiglia. Pagai in fretta. Volevo cercare di intercettare la “ragazza di Antonio” che mi aveva consigliato di comprare il libro. Uscii correndo, senza prendere il resto. Aprii la grande porta vetrata e mi guardai attorno più volte. Non c’era. Mi diressi sul lungomare, verso l’Esplanade. Presi posto su una panchina. Mi faceva una strana impressione guardare tutte quelle famiglie felici che giocavano con i loro bambini o passeggiavano serenamente. Mi chiesi se quella serenità, talvolta ostentata, non fosse frutto di una sorta di tregua segreta, seguita a una lunga serie di litigi. Una specie di accettabile ricatto del tipo “se fai questo, io ti do pace in quella situazione” oppure “vabbene passeggiare sul lungo mare, ma poi tu farai questo per me”. Esisteva davvero l’amore tra le persone e soprattutto nelle coppie? Oppure era tutta una illusione, un prendere fischi per fiaschi, un vedere “rosa” quando tutto dice “nero”? Perché ci facciamo ingannare così facilmente dalle apparenze, dai sogni, dalle speranze, non volendo accettarne per lungo tempo il vero nome: illusioni? Fino al giorno in cui tutti i veli sono tolti e rimane solo il volto, brutto, dell’esistenza. Tutto in quel lungomare mi ricordava della mia situazione di papà divorziato e non riuscivo a nascondermene lo strazio.

Poi quella copertina fu come se mi rapì. Abbassai il capo sul libro, cercando di distrarmi dalle “coppie felici”. Restai a lungo rapito a guardarla. Non avevo mai visto qualcosa di tanto semplice quanto estremamente attraente. Raramente noi pubblicitari riusciamo a produrre qualcosa veramente di semplice e efficace allo stesso tempo. Nel nostro campo, quello della pubblicità, la semplicità è quasi sempre il frutto di una complessità semplificata. Non esiste il concetto di semplicità in quanto tale: la semplicità va pensata, va elaborata, va complessamente partorita. Non solo. Noi offriamo una semplicità, non solo complessa, ma a fine di lucro. A me mancava, invece, una semplicità, non solo semplice di per sé, partorita così per natura, ma anche gratuita. La gratuità. Che cos’è la gratuità? Io non lo so. Non lo sapevo. Ora posso immaginarlo, forse l’ho intuito, dopo la rinascita seguita all’incontro con l’eremita. Ma allora… Per me nulla era gratuito. “Tutto si compra e si vende. Il mondo è un grande mercato”, pensavo e ne ero totalmente convinto. E ci credevo davvero. Gratuità. Una roba che ricordavo di aver vissuto, forse da piccolo, ma che oramai faceva parte di un passato talmente offuscato e seppellito da sembrare ridicolo, fonte di un insostenibile imbarazzo. Antonio, l’abba del deserto egiziano, a dire la verità, mi turbava proprio per questo. Quest’uomo mi indicava con un atteggiamento al contempo dolce ma deciso di accomodarmi ai banchi della scuola della gratuità senza fare troppe storie. Era come se mi dicesse: “Hai perso troppo tempo ma non è troppo tardi. Avvicinati, siediti. Hai tanto da imparare”. Antonio aveva quel qualcosa che io non avevo, e che cercavo disperatamente sotto la coltre della mia rispettabile, rispettabilissima, matura coscienza da adulto, per la quale questi sono “discorsi da bambini”. Quanto desideravo avere quello che lui aveva! Lasciare tutto all’udire una parola di Gesù: “Va’ vendi ciò che possiede, e vieni, seguimi”. Seguimi. Provavo ammirazione mista a invidia. Mi dava speranza, Antonio, e mi inquietava. Chi avrei seguito io in questo modo se non forse qualcuno che mi avrebbe promesso qualcosa di talmente tangibile da non poter essere nascosto: una carriera, un appartamento, un po’ di fama? Era possibile nascondere tutto questo? Invece la vita di Antonio è una vita fatta di nascondimento totale, lontano da tutti, lontano dal giudizio degli altri, lontano dalle chiacchiere, dalla voglia di apparire, di arrivare, di scavalcare. Per Antonio essere qualcuno non si acquisiva scalciando, cercando di arrivare, di avere un “titolo”, un buon posto di lavoro. Per Antonio “essere qualcuno” ha significato esistere per qualcuno, o forse, come mi ha ripetuto spesso l’eremita “essere IN qualcuno”. La mia vita, fatta di apparenza più che di sostanza, di compromessi più che valori, di seduzione più che di comunione, di dominio più che di sottomissione, viaggiava su un binario del tutto differente. E intravedevo la fine di questo binario morto, una fine verso la quale procedevo a una velocità terribile, inesorabilmente.

All’inizio, sfogliando quel libro, “Vita di Antonio”, mi sembrava di intravedere qualcosa di bello, mi sembra davvero di intravedere la vita, dopo tanta morte interiore. Con la mia mente programmata dell’epoca pensavo che in qualche modo il suo “prodotto” era migliore del mio. Come se a me fosse rimasto qualche prodotto da vendere! Non ero ormai al lastrico umano? Come definire quello che vivevo? Ero allo zero cosmico, piombato nel buco nero energetico della mia esistenza. Dentro mi sentivo vuoto, apparentemente senza un motivo. Ero senza un obiettivo, senza una motivazione, senza olfatto esistenziale, come una sorta di zombie vagante di cui persino i morti disdegnavano la compagnia. Sentivo di portare un peso di cui non conoscevo l’origine, un peso non mio, come se sulle spalle avessi il mondo intero. E volevo scrollarmelo di dosso il più velocemente possibile.

Il mio divorzio da Liza era stato la ciliegina sulla torta. Io e Liza ci eravamo conosciuti all’università e avevamo fatto tutto insieme. Siamo stati per molti anni come due adolescenti innamorati, pieni di vita e di ambizione. Lei era un’artista, amava dipingere e ben presto fece della pittura il suo lavoro. Ci amavamo molto, pensavamo di avere molte cose in comune e forse all’inizio le avevamo davvero. Ricordo sempre le sue parole estasiate: “Io e te siamo stati creati per vivere insieme”. Me lo ripeteva spesso e io mi sentivo tremendamente lusingato. Questa lusinga esistenziale, per me che ero un ragazzino alle prime armi con l’amore e la carriera, per molti anni fece sì che vivessi cercando di rispettare una promessa: “Liza, qualunque cosa accadrà, farò di tutto per non deluderti”. Le nostre strade, però, ben presto iniziarono a biforcarsi. L’effetto dell’innamoramento iniziò a svanire, e con esso tutte le promesse fatteci con il luccichio negli occhi. Le maschere caddero e iniziammo a guardarci come due perfetti sconosciuti. “Sei proprio tu quella che ho sposato?”, mi chiedevo al mattino, quando lei ingurgitava di corsa un succo di papaya senza zucchero prima di correre al lavoro. La distanza si fece sempre più enorme. A letto, la sera, restavamo ognuno nel suo angolino, intento a occuparsi delle sue cose: prima con i libri, poi con la televisione, poi, per ultimo, il cellulare. Restavamo ore a guardare le nostre vite parallele nei cellulari scorrere di fronte a noi. Tutto questo ci portò a smettere di comunicare. Pensavamo di conoscerci così bene – e non avevamo più una così buona opinione l’uno dell’altra – che ci parlavamo a sillabe. E ci innervosivamo quando l’altro non capiva i nostri grugniti, quasi pretendendo come diritto inderogabile questo disperato risparmio energetico. Non avevamo piú il coraggio di guardarci negli occhi. I mesi corsero veloci e quello che temevo, quello che cercavo di evitare in tutti i modi, alla fine accadde.

Imboccammo il tunnel della crisi, quella vera, quando lei mi chiese di avere un bambino. Io ero nel pieno della mia carriera. Gli affari con la Golden Advertisements andavano a gonfie vele e lei per me era diventata poco più che una sicurezza casalinga. Per la mia brillante carriera non avrei voluto nessun ostacolo, fosse anche un innocente pargoletto. Resistetti con tutte le mie forze al suo desiderio e i litigi in casa erano diventati all’ordine del giorno. Litigavamo per delle sciocchezze: il colore dei parati, la marca del latte, i programmi da vedere in televisione. Ora posso dire, a distanza di tempo, che il motivo dietro tutti quei litigi era lui, Newton, nostro figlio. Ma no, io un bambino no. Io avevo la mia agenzia pubblicitaria, le campagne che andavano pianificate a costo di restare in ufficio di notte a dormire, i soldi che mi riempivano le tasche, e le amiche. Devo confessare che a complicare il tutto ci fu anche Melanie, la mia stagista, che in quel periodo entrò nella mia vita aiutandomi a dimenticare i problemi di casa. Era giovane, bella, spensierata. Per me era come una ventata di aria fresca nella mia vita. Mi ricordava gli anni leggeri della mia, della nostra giovinezza, quando Liza era felice semplicemente facendo una passeggiata mano nella mano sull’Esplanade di Darwin. E infatti spesso ci tornavo con Melanie, sull’Esplanade. Mi bastava guardarla negli occhi, o mentre si sistemava i capelli dietro le orecchie, per ricordarmi tutto, per capire che cosa avevo perso. Sentivo che era talmente presa da me che potevo chiederle tutto e lei l’avrebbe fatto. Non c’era bisogno di stare ore a discutere, tutto si risolveva con un bacio. Mi sentivo onnipotente, un sentimento che avevo provato sul lavoro ma mai con Liza. Melanie mi aiutava a capire che cosa era andato storto con Liza e mi indicava, senza che io potessi girare la faccia dall’altro lato, che la causa di tutto il mio malessere era Liza e il suo carattere egoista. Più litigavo a casa con Liza, più stavo con Melanie. Più tutto sembra andare a rotoli.

Fu così che seduto di nuovo sull’Esplanade, tutto il mio passato, presente e futuro, furono messi in discussione da Antonio. Quest’uomo mi interrogava senza rivolgermi parola. Mi metteva a nudo, mi passavi ai raggi X. E non ne uscivo granché bene. Eppure c’era qualcosa in quell’uomo che mi spingeva a volergli bene, una sorta di autenticità, sincerità, armonia che lo rendeva diverso da tutto ció che mi circondava. Fissai il mare. Respirai a pieni polmoni la brezza salina che risaliva dalla battigia. Iniziava a esser buio. Pensai, quasi come se qualcosa fosse balenato da al di là delle onde, che dovevo andare in Egitto, dovevo incontrare i discepoli di Antonio, dovevo parlare con gli eremiti di oggi. Forse avevano ancora qualcosa da dire. Era una questione di vita o di morte.

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Gli “addominali” dello spirito

Mon, 11/06/2018 - 11:13

Una volta quando avevo tredici anni mio padre mi sfidò a fare 40 addominali ogni giorno per due settimane di seguito. Dopo le due settimane gli dissi che avevo realizzato con successo la sua sfida e che avevo in mente di continuare l’esercizio. E lo feci davvero. Continuai per un bel po’ di tempo. Quando iniziai a vedere i primi tratti definiti dei miei addominali da tredicenne andai in visibilio. Pensavo ingenuamente che avrei potuto fermarmi per un po’ perché tanto non sarebbe cambiato nulla. Non sapevo, in realtà, che i risultati di quell’esercizio dipendevano dalla mia costanza.

Quando ripenso a quest’episodio mi sembra tutto così stupido. Eppure mi ritrovo a fare la stessa identica cosa quando si tratta di rimanere in Cristo. Mi sveglio dal torpore e trascorro del tempo con Dio per alcuni giorni di fila oppure vinco una piccola battaglia contro le tentazioni e poi penso di potermi rilassare un po’. Dopo tutto ho appena vinto una battaglia! Ma la cosa funziona proprio al contrario. Quando celebriamo le piccole vittorie perdiamo la guerra. I Padri della Chiesa affermano unanimemente che è necessaria, anzi indispensabile, una vigilanza continua. Non c’è tempo per “rilassarsi”, non ce lo possiamo permettere. Come afferma Pavel Evdokmov: “Ogni pausa è un passo indietro”[1].

Il fatto è che vivere una vita cristiana richiede molto più che un esercizio di routine mattutino. Il cristianesimo non è soltanto andare in chiesa la domenica. Il cristianesimo non è una lista di cose da fare e non fare. Il cristianesimo non è soltanto la preghiera del peccatore[2]. Il cristianesimo è l’unione delle persone con l’unica versa persona, Gesù Cristo, attraverso la quale diventare persone vere, per mezzo di lui. E in questo senso il cristianesimo è un viaggio verso l’unione con Cristo, una ricerca esistenziale verso l’essere. Innanzitutto, essere cristiano significa vivere una vita in Cristo. Una vita in Cristo non è un fatto statico dato a noi al momento della conversione ma una realtà dinamica che dobbiamo vivere. È un viaggio che dobbiamo compiere ogni momento di ogni giorno. Come afferma C. S. Lewis:

Ogniqualvolta fai una scelta stai trasformando la parte centrale di te, la parte di te che sceglie, in qualcosa di leggermente diverso di quello che era prima. Prendendo la tua vita come un tutto, con tutte le sue innumerevoli scelte, per tutta la vita stai lentamente trasformando questa cosa centrale in una creatura celeste o in una creatura infernale: o una creatura in armonia con Dio, con le altre creature e con se stessa, o in una che è in uno stato di guerra e di odio con Dio, con le sue creature, e con se stessa[3].

Noi raccogliamo ciò che seminiamo (cf. Gal 6,7), non in un senso karmico, come spesso viene interpretato questo versetto, ma piuttosto in un senso ontologico: i pensieri, le scelte, i desideri di un uomo determinano il tipo di uomo che egli è.

Proprio come quando avevo tredici anni e pensavo che i miei muscoli sarebbero rimasti tonici da soli, credevo che per essere cristiano bastava fare il minimo indispensabile. Avrei detto “la preghierina” e come risultato pensavo che avrei automaticamente iniziato a vedere “frutti cristiani”. In base alla mia esperienza posso dirvi che non funziona così. Lo sforzo costante non è un optional. È necessario, come diceva san Serafino di Sarov, che ci impegniamo in una battaglia contro un nemico che non dorme mai e non si stanca mai.

Ma in che consiste questo sforzo? Che è cos’è la vigilanza e come rimaniamo vigili? Come rimaniamo in Cristo? La ricerca per una risposta a queste domande nella mia vita ha portato me e la mia famiglia al cristianesimo ortodosso. Non posso dire che ho tutte le risposte: di certo non è così. Ma vorrei qui condividere brevemente ciò che ho trovato, per grazia di Dio.

Il calendario liturgico

La Chiesa ortodossa afferma che il Dio triuno è adorato “in ogni tempo e in ogni ora, in cielo e sulla terra”[4] e che quando noi lo adoriamo stiamo partecipando al coro celeste, con gli angeli e con i santi. Il calendario liturgico della Chiesa è posto per aiutarci a entrare e sviluppare ritmicamente uno schema di adorazione. Oltre al ciclo annuale, c’è un ciclo settimanale di digiuno, un ciclo quotidiano di preghiera ecc. Da quando sono entrato in questo ciclo ho iniziato a notare un cambiamento nel mio temperamento generale. Il giorno segue un ciclo: preghiere del mattino, preghiere prima dei pasti, preghiere della sera. Per alcuni istanti durante il giorno prego per riorientarmi a Cristo.

Le sante icone

La Chiesa ortodossa usa icone per l’adorazione: immagini sante di Cristo, Maria e dei santi. Queste icone, che sono appese in chiesa o nelle nostre case, ci aiutano a coltivare la presenza di Dio riportandoci al centro e al senso della vita. È un modo per tenere Cristo in prima linea nelle nostre vite quotidiane. Vengono accese delle candele quando si recitano le preghiere quotidiane alla presenza di queste icone. Esse servono come promemoria a noi per ricordarci della luce di Cristo che è in noi.

Rimanere vigilanti

Una cosa che non siamo capaci di affrontare nella nostra epoca è gestire il nostro pensiero. Dobbiamo vigilare sui nostri pensieri perché “l’anima si tinge del colore dei suoi pensieri”[5]. E spesso i nostri pensieri sono la causa principale per il nostro non rimanere in Cristo. L’anziano Taddeo, nel suo libro Our Thoughts Determine Our Lives, lo esprime così:

La nostra vita dipende dal tipo di pensieri che nutriamo. Se i nostri pensieri sono pacifici, calmi, miti e gentili, così sarà la nostra vita. Se la nostra attenzione si rivolge alle circostanze in cui viviamo, veniamo trascinati in un vortice di pensieri e non riusciamo ad avere né pace né tranquillità[6].

Per essere vigilanti dobbiamo rendere ogni pensiero prigioniero di Cristo: “Sii portiere del tuo cuore e non lasciare entrare nessun pensiero senza interrogarlo”[7]. Uno scrittore spiegava che spesso i nostri pensieri non sono nemmeno nostri: sono trappole preparate dai demoni. Non appena attacchiamo un pensiero di lussuria, di odio, di giudizio, o qualsiasi altro pensiero peccaminoso, pensando “Non dovrei pensare in questo modo” bisogna che sappiamo che siamo già diventato prede del loro piano malvagio. Invece di attaccare questi pensieri dovremmo rivolgere l’attenzione a Cristo mediante la preghiera. I primi cristiani facevano ciò mediante una breve preghiera ripetuta più volte. Ciò significava avere una preghiera specifica nel proprio arsenale da tirar fuori rapidamente per iniziare pregare. In casi d’urgenza, infatti, se preghiamo senza sapere cosa dire la nostra mente spesso ritorna al pensiero maligno. La preghiera breve e ripetitiva ti permette di concentrarti sulle parole e ricentrarti su Cristo nel quale e grazie al quale avviene la nostra vittoria. Un esempio di questa preghiera è “Signore, Gesù Cristo, abbi pietà di me”. Quando la pratichiamo abbastanza, non appena un pensiero fa scattare l’allarme, il movimento naturale della mente sarà pregare.

Come, dunque, rimanere in Cristo? La risposta, credo, è nella Chiesa. Questi specifici esempi sono solo alcune delle pratiche che mi hanno aiutato nel mio cammino e che la testimonianza della Chiesa mi ha spiegato e mi ha donato. Non è per nulla una lista esaustiva. Vorrei anche parlare di come la confessione ha svolto un ruolo in tutto ciò ma lo farò in un altro post. Per ora prego Dio di guidarci tutti sul nostro cammino. Rimanete vigilanti. Continuate a camminare.

Benjamin Cabe
link all’articolo originale in inglese

 

[1] Evdokimov, Paul, Ages Of The Spiritual Life, St. Vladimir’s Seminary Press, 1998, p. 74. Cf. in italiano Pavel Evdokimov, Le età della vita spirituale, EDB, 2009.

[2] Tipica preghiera che viene fatta recitare una volta nella vita dalle denominazioni protestanti evangelicali al momento di un importante momento di conversione e che consiste sostanzialmente nell’affidare la propria vita a Cristo chiedendogli di essere salvati (N.d.T.).

[3] Lewis, C. S., Mere Christianity, Macmillan Publishers, 1952. Cf. in italiano C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, 1997.

[4] Preghiera di conclusione delle ore canoniche (N.d.T.)

[5] Marco Aurelio, Colloqui con se stesso, libro VI (N.d.T.).

[6] Elder Thaddeus, Our Thoughts Determine Our Lives, St. Herman of Alaska Brotherhood, p. 63.

[7] Evagrio pontico, La preghiera, Città Nuova, Roma 1999, c. 48 (N.d.T.)

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Verità e amore (Matta el Meskin)

Fri, 08/06/2018 - 12:29

In occasione del dodicesimo anniversario della nascita in cielo di padre Matta el Meskin offriamo al lettore il testo inedito di un’intensa catechesi su “Verità e amore” pronunciata nel Wadi el Rayyan nel 1967.

Abbiamo parlato dei carismi e abbiamo considerato l’amore come un carisma ecclesiale e abbiamo detto che nella nostra vita ha a disposizione uno spazio molto ristretto. Ci siamo imbrogliati e ingannati perché abbiamo posto dei limiti e questi limiti sono diventati barriere che ci separano dall’amore. E purtroppo siamo contenti così.

Vi faccio l’esempio di me stesso. Quando un fratello veniva da me dopo aver fatto qualcosa di sbagliato, mi trovavo davanti a due opzioni: o rimanevo in silenzio, mostrandogli il mio amore, amandolo con quella tenerezza che è propria dell’amore divino che copre tutti i difetti e una moltitudine di peccati; oppure lo affrontavo con la verità, lo rimproveravo, indicandogli il suo errore e correggendolo. Ho trascorso tutta la mia vita dicendo la verità con i fratelli, con la Chiesa, con le persone, con il mondo intero. Così facendo mi mettevo alle spalle l’amore. Ma soltanto quest’anno, mi sono accorto di essere giunto a una situazione pericolosa, al punto estremo a cui può giungere la verità, a un punto dopo il quale sarei soltanto indietreggiato, mandando in fumo l’esperienza di una vita. L’amore deve prevalere.

Queste parole sono per voi: erigere sempre barriere per non realizzare l’amore, dire al fratello e fargli conoscere la verità oppure non dirgli nulla… Siamo sempre inclini a dire la verità al nostro fratello. Così facendo lo rattristiamo e perdiamo l’amore. Le esigenze dell’amore vanno in fumo nella nostra vita. In verità, non possiamo capire l’amore come carisma da noi stessi ma dobbiamo prenderne graduale coscienza dentro di noi passando per vari gradi.

Prima di arrivare a dire la verità, esiste un gradino precedente nel quale ci sembra di difendere la verità ma, in realtà, esprimiamo semplicemente i nostri desideri, realizziamo la nostra volontà, difendiamo i nostri principi, le nostre convinzioni. La cosa più difficile è giungere, dopo tanto tempo, a sbarazzarci del nostro egoismo e a parlare per amore della verità. Io stesso ho faticato tantissimo per liberarmi del mio egoismo quando dicevo la verità alla gente o nei miei scritti o affrontando certe situazioni. All’inizio della mia vita monastica l’elemento dell’egoismo si insinuava nelle mie parole, nelle mie decisioni rovinando molte situazioni malgrado la gente mi applaudisse. Ma ho preso coscienza di ciò un po’ alla volta, lo Spirito stesso mi ha dato uno scossone ponendomi davanti a lui e davanti alla verità divina, tanto che quando prendevo posizione o dicevo o scrivevo qualcosa o sgridavo un fratello mi liberavo dell’egoismo e cercavo soltanto di ristabilire la verità.

Ciononostante, alla fine della mia vita[1], sono giunto alla conclusione che, per chi vuole vivere Cristo e la fede in lui in profondità, questo non è l’ideale da perseguire. Ho capito che l’Apostolo Paolo ha posto la fede affianco all’amore dicendo che l’amore è più grande (cf. 1Cor 13,13). Perfino della speranza nelle cose eterne e nella vita eterna: l’amore è più grande. Di fatti, che cos’è la fede se non la verità? Per questo l’amore è stato giudicato superiore alla verità.

Voi mi avete detto che qui non c’è contraddizione, che le due cose possono camminare fianco a fianco. Io vi ho risposto che non possono perché la verità deve rimproverare, deve umiliare, deve correggere con severità. In verità pochissime persone sono capaci di rimproverare senza ferire l’amore. Io stesso non ci sono riuscito fino ad oggi. Voi mi direte: “sì, per la verità bisogna correggere!”. Però è un parlare teorico, non è del tutto vero ciò che dite. Davanti alle vostre coscienze vi dico che la maggior parte di voi quando dice la verità è spinto dal suo egoismo. La maggior parte delle vostre parole è macchiata dall’egoismo. Tra molto tempo, quando vi libererete del vostro egoismo, il vostro dire la verità sarà puro. E tuttavia continuerà a infliggere una ferita all’amore. Sono pochissimi quelli che sono riusciti a dire la verità senza ferire l’amore.

Ecco perché a far crescere lo spirito è l’amore e non la verità. L’amore che è in noi non è capace di saldare il debito della verità. Ritengo, infatti, che la verità non possa essere considerata verità divina, cioè anche amore, se essa non procura totalmente del bene. E ciò è praticamente impossibile nelle nostre vite e in quelle degli altri. In verità, non sto fissando dei principi generali per tutti. Fisso dei principi per voi, per la vostra vita, per la vita che abbiamo ricevuto nello Spirito dai Padri che ci hanno insegnato che quando tuo fratello sbaglia è preferibile che tu gli dica parole buone attribuendo a te l’errore. Ecco l’amore. E in questo c’è grande guadagno per l’anima.

Come vi ho detto, ho iniziato con estrema difficoltà a realizzare un cambiamento sostanziale nella mia vita. Era come se mi gettassi a terra da un posto altissimo avendo con me nient’altro che la fede e la fiducia nelle cose invisibili (cf. Eb 11,1). L’amore è capace di stendere le braccia e di sorreggermi. Non possiamo dirci amici dell’amore stando comodamente seduti sulla sedia, non possiamo dirci amici dell’amore e vivere l’amore se vogliamo vincere delle contese. Chi vuole vivere l’amore deve accettare su di sé una vera sentenza di morte perché dovrà affrontare l’ingiustizia senza poter dire di aver ragione fino alla morte.

Voi mi direte: “Ma come è possibile?! Cristo, Cristo ha detto ‘Io sono la verità’, ‘Io vi ho detto la verità’”. Vi dico: la più grande opera compiuta da Cristo è la sua crocifissione. È stato crocifisso per verità o per amore? Se per la verità, si sarebbe difeso. Eppure non si è difeso e ci ha mostrato il suo amore facendosi crocifiggere per noi nell’ingiustizia, nell’umiliazione. È questa la nostra vita. Vuoi vivere come Cristo? Puoi scegliere: ti puoi difendere e dimostrare la tua innocenza e così non sarai crocifisso. Oppure puoi non difenderti, accettare di essere umiliato per amore di Cristo e, dunque, essere crocifisso. E l’apostolo Paolo ha parlato di persone che potevano salvarsi ma hanno rifiutato la salvezza per ottenerne una migliore (cf. Eb 11,35). È una questione di estrema precisione ed è per il fatto che voi tutti abbiate protestato rumorosamente che ci troviamo tutti in quest’ipocrisia. Non siamo stati capaci di fare dell’amore il nostro rifugio, la nostra fortezza in cui sentirci protetti. Ci siamo sempre nascosti nella verità e la verità veniva distorta di fronte a noi senza accorgercene con falsità e umori personali. E diciamo: “Questa è la verità!”. E invece non lo era. Ve lo dico: in questo siamo tutti manchevoli. Dobbiamo farci un esame di coscienza perché nel momento in cui eleviamo l’amore al di sopra della verità, degli obblighi e dell’interesse della collettività e dei singoli, l’amore eleva te e la via che tu stai percorrendo! Ti sembra che se pratichi l’amore ci perderai. Eppure è impossibile perché l’amore per natura “non avrà mai fine” (cf. 1Cor 13,8). È impossibile che se pratichi l’amore in una data situazione poi ci perdi tu o altri. Non posso guidarvi io. Posso soltanto spiegarvi ciò che è successo in me e sarà lo Spirito a guidare ognuno di voi perché sono incapace di farvi sperimentare l’amore. Io stesso vado ancora a tentoni come vi ho detto. Io cerco ancora di cambiare e, per me, è come scuoiarmi vivo. Operazione ardua ed estremamente dolorosa purificare l’amore mediante la verità.

Nella recente situazione con un vescovo, voi tutti fermamente mi avete detto che avrei dovuto dire parole di verità come questione di principio. E invece io vi ho detto: “Dirò una parola d’amore”. La cosa è suonata strana alle orecchie di voi tutti ma è da tempo che ho iniziato questo percorso e voglio cambiare. Eppure quanto è arduo! Le situazioni passate della mia vita hanno prodotto in me effetti stratificati che non mi è facile gestire. A meno che lo Spirito Santo si faccia avanti, porti via da me questi atteggiamenti di cui mi sono fatto scudo, mi denudi e mi spinga a farmi aggrappare all’amore.

Sarà l’amore a farmi stare a galla e farmi giungere all’altra riva. Tutta la vita starò a galla a malapena. L’amore ha ali di fuoco. Mi impedisce di affondare e mi trasporta da una riva all’altra[2]. Vi ho detto che se il mondo, la gente, i malvagi, satana riuscissero a farmi precipitare all’inferno, l’amore a cui mi sono aggrappato, come dicono i santi, mi innalzerà in cielo. Al contrario se ci aggrappiamo alla verità, ai principi, alle regole, ai doveri non sapremo mai se stiamo davvero difendendo una verità oppure è l’egoismo che è in noi ad agire. I principi che proclamiamo, a cui ci aggrappiamo, sono verità oppure sono degli umori, delle idee del tutto personali? Non si sa. Ma l’amore, se vi aggrappate a essa, non potete dire che è egoismo perché l’amore è nemica dell’ego. Se afferrerai l’amore calpesterai il tuo ego, lo rinnegherai, lo ucciderai. Ciò significa che chi assume posizioni fondate sull’amore uccide se stesso. Guardate a Cristo e capirete. Poteva scegliere tra difendersi davanti a Pilato oppure offrirsi come sacrificio per coloro che amava. Se avesse pronunciato anche una sola parola di verità, Pilato avrebbe fatto all’istante un passo indietro. Ma la grande opera d’amore alla quale noi e il mondo intero ci abbeveriamo ogni giorno non si sarebbe compiuta. Nell’amore c’è davvero l’omicidio dell’ego. Nell’amore c’è morte, totalmente autentica, totalmente assicurata. È una via divina, regale. Non ti farà mai perdere qualsiasi causa. Non ti farà mai regredire. Non ti farà mai pentire, mai, mai. Invece difendere la verità… Ogni volta, padri, che ho difeso la verità me ne sono pentito. “Ehi tu! Che sono queste discussioni? Resta nella tua grotta o nella tua cella e stattene in silenzio!”. Queste prese di posizione erano importanti e tutti conoscevano la loro serietà. Anche voi credete che fossero importanti. Eppure, ogni volta me ne sono pentito. Ciò significa che non contenevano amore. Altrimenti non me ne sarei pentito. Invece delle cose fatte o dette per amore non mi sono mai pentito. Abba Arsenio ha detto: “Spesso ho parlato e mi sono pentito. Invece del silenzio mai mi sono pentito”[3]. Io invece dico: “Spesso ho detto la verità e mi sono pentito. Invece delle cose fatte o dette per amore mai mi sono pentito”.

Non ti pentirai mai di aver agito per amore non importa quanto sia grande la perdita apparente, quanto la fisionomia della verità e dei principi ne risulti offuscata. L’amore è capace di promuovere se stessa come luce divina. È capace di trasmettere la verità alla persona che volevi rimproverare ma che hai deciso di trattare con amore e di fargli conoscere la via più di quanto possa fare tu. Eppure quest’amore che tu gli dai, non può riceverlo dal mondo. Il mondo sa dire parole di verità ma non conosce il linguaggio dell’amore. Il mondo sa come usare il linguaggio della verità ma è incapace di dire l’amore. Tutti sono capaci di proclamare la verità, non soltanto tu. Ma nessuno riesce a vivere l’amore se non colui che si è offerto sull’altare dell’amore e ha accettato di bruciare nelle fiamme dell’amore. L’amore è forte e inesorabile, più forte delle fiamme. L’amore è capace di correggermi molto più del timore di Dio. La grandezza, la potenza, la signoria di Dio non sono mai riusciti a intimorirmi e ad atterrirmi quanto il suo amore. Il bastone dell’amore di Dio è riuscito a incidere in me più di quello della correzione. Perché quando, io che sono peccatore, sento il suo amore per me, la sua tenerezza, mi sciolgo completamente. L’amore è capace di correggere, insegnare, educare e questo è ciò che ho visto nella mia vita nonostante avessi gli occhi bendati davanti all’amore e camminassi sulla via della verità. Certamente, non avrei potuto camminare nell’amore senza aver camminato prima nella verità. Non è possibile, qui si tratta di una gradualità. Non dico che prima mi sbagliavo ma che avrei sbagliato se non mi fossi reso conto della via dell’amore. Alla nostra vita qui, padri, manca l’amore. Alla nostra vita comunitaria manca l’amore. Se non capiamo il vero amore e ci sacrifichiamo per esso, la nostra vita è incapace di illuminare il mondo. Possiamo vivere, costruire, ma la nostra vita sarà inetta a illuminare il mondo. Il giorno in cui ci ameremo gli uni con gli altri di un amore forte la nostra vita darà luce al mondo intero perché l’amore non può essere nascosto sotto un moggio (cf. Mt 5,15).

Forse non vi è ben chiaro di che amore parlo: l’amore senza riserve. Un amore senza riserve, un amore spontaneo che non tiene conto di nulla, né del futuro, né dei principi, né degli obblighi, né dell’età, né della dignità sacerdotale, né di alcun altra cosa. Un amore perfetto, che batte forte, direi pazzo! Certo, io non ho ancora raggiunto quest’amore ma lo conosco, lo vedo, lo sento. Non l’ho ancora raggiunto, purtroppo. E questo crea in me una lacerazione interiore terribile. Sento come amare, sento le esigenze dell’amore ma non riesco a realizzarlo. Ovviamente esistono fattori, esterni alla mia volontà, che mi impediscono e di cui non possono parlare. Ma anch’io ne sono responsabile. Voglio dire che l’amore è un carisma ma voglio anche dire che noi siamo mancanti in questo carisma. Vi ho già detto che Cristo ha detto che questo carisma non va chiesto. È, invece, un comando “Amate!”. E, dunque, un comandamento che vi rivolgo: “Amatevi!”. E [Cristo] disse: “Se vi amate gli uni gli altri siete miei discepoli” (cf. Gv 13,35). Egli ha posto queste parole come condizione della fede, come segno della figliolanza mediante lui. Non possiamo dire “continuiamo a star fermi e Dio ci darà tutto questo”. Questo è un comando, un comandamento! Ci è chiesto di penetrarne l’abisso. Non capisco perché fino ad ora non lo abbiamo ancora fatto! Forse perché, come vi ho detto, abbiamo posto davanti a noi barriere, scuse, cavillosità che ci hanno fatto perdere molti anni e un grandissimo difensore. L’amore avrebbe potuto farci giungere al Signore senza fatica eppure abbiamo sempre avuto paura di offrire amore. Anzi, eravamo disposti a dire la verità e a buttarci alle spalle l’amore! Avremmo potuto offrire amore. L’amore è capace di fare tutto senza causare alcuna perdita e senza ostacolare la via. Vorrei dire che l’amore è capace di farci crescere e di assicurarci la vita verso Dio senza farci perdere nulla. Questa è l’idea nuova che volevo spiegarvi. Ecco, quest’amore io lo chiedo da un anno a Dio con tante lacrime. E gemo perché sento che il mio amore è piccolo e debole rispetto a ciò che è richiesto al cristiano.

Credetemi, se l’uomo raggiunge l’amore vero ha raggiunto tutto. Non temete che ciò avvenga a spese della fede, o degli obblighi o dei principi. Il giorno in cui giungerai all’amore, paragonata ad esso ogni cosa ti apparirà come spazzatura (cf. Fil 3,8). Come ha detto l’Apostolo Paolo, l’amore è il compimento della legge (cf. Rm 13,10). Voglio dire che se scendi nelle profondità dell’amore vedrai che ogni opera che tu compirai, personale o pubblica, non sarà nulla paragonata all’amore. Forse, in maniera più precisa, percepirai che ogni azione trae la sua esistenza dall’amore e la sua forza dall’amore, che si tratti di preghiera, di insegnamento, di servizio. L’amore ti starà sempre davanti e ogni cosa sarà sottomessa da esso. Ma bisogna sacrificare qualcosa, nel senso che se vuoi praticare questo metodo elevato dell’amore cristiano non puoi non sacrificare qualcosa: la tua posizione in mezzo ai tuoi fratelli, la tua reputazione, il tuo prestigio, il tuo nome, i tuoi principi. Sacrificherai tutte quelle cose che hai innalzato come barriera e muro dentro cui tu vivi come prigioniero di menzogne e di pretese inesistenti. In testa ora ho una certa immagine della persona che ama: appare sempre come fosse pazzo, folle. Le persone senza discernimento, gli analfabeti dello Spirito, dicono che è scimunito, che si capisce che è pazzo! Ma dopo un po’, in questo pazzo viene rivelata la verità che è in lui e che ti era celata. In lui vedi un grande profeta, anzi più grande di un profeta: in lui vedi Cristo stesso.

Nella nostra generazione, non ho visto nessuno vivere di questo amore. Sì, ho sentito parlare di una persona soltanto, ma non l’ho mai vista. Eppure, soltanto il sentir parlare di questa persona mi emozionava. Ora sento e conosco, come se l’avessi davanti a miei occhi, l’immagine di chi ama di un amore divino: dimentico di se stesso, dimentico di chi è, dimentico di cosa cerca nella vita, dimentico della propria reputazione, delle proprie speranze, dimentico di tutto. Per prepararci a entrare in questo amore o questo vero spazio d’amore non posso dirti di diventare pazzo o di abbandonare qualcosa. No! Ti dico solamente non mettere barriere come hai fatto in passato. Basta questo. Per esempio tu sei un prete e dentro di te dici: “È brutto parlare così con un laico, non è bello, il sacerdozio viene vilipeso”. Oppure magari sei anziano e dici tra te e te: “Non è giusto, sono anziano, non posso parlare così, è una vergogna per me”. Oppure “Non posso fare questa cosa altrimenti diranno di me questo e quest’altro”.

Fintantoché ti crei delle barriere ti sarà impossibile penetrare l’amore. Abbatti le barriere e sentirai il calore dell’amore. Noi per tutta la vita ci siamo creati delle barriere. Anch’io l’ho fatto. Poi ho detto “no!”. “Non ho detto questo e quest’altro prima d’ora? Allora devo tenere quest’atteggiamento”. E questo mi ha costretto a impegnarmi in certe cose che io avevo creato per me stesso. L’amore, però, si è ritratto da me, l’amore travolgente, le spinte d’amore divino, perché avevo creato delle barriere.

Ciò che ci è richiesto come monaci che vivono qui al Wādī al-Rayyān è di dimenticarci di essere monaci. Dimentichiamoci di avere quest’aspetto da monaci, dimentichiamoci di quello che il mondo dice di noi, dimentichiamoci di quello che abbandoneremo alle spalle, dimentichiamoci di tutto. Ricordiamoci di una sola cosa: Cristo ha detto di amare e di amarci intensamente di vero cuore (cf. Gv 13,34; 1Pt 1,22). Come ha detto il Signore Gesù: “Colui che mi ama conoscerà i miei comandamenti e li compirà. Chi mi ama non può non compiere i miei comandamenti” (cf. Gv 14,21). Oh, se solo giungessimo all’amore! Ogni comandamento arduo da realizzare viene appianato, tutte le montagne che ci ostacolano nella vita monastica e nella vita cristiana. I comandamenti che sentiamo di non riuscire a praticare sono difficili perché non siamo ancora penetrati nel mistero dell’amore. Quel mistero d’amore folle che non conosce principi umani, che non conosce galateo, obblighi, barriere, riserve. L’amore per il grande e per il piccolo, per lo straniero e per il prossimo, con tutto il cuore, senza riserve.

Matta el Meskin
Al-ḥaqq wa-l-maḥabba (Verità e amore) pronunciata nel 1967 al Wādī al-Rayyān

[1] Quando ha pronunciato quest’omelia, padre Matta aveva 48 anni! Vivrà fino a 87 anni.

[2] “Il padre Giovanni raccontò ciò che un anziano in estasi aveva visto: tre monaci si trovavano sulla riva del mare e udirono una voce che dall’altra sponda li chiamava: «Prendete delle ali di fuoco e venite a me!». Due le presero e volarono dall’altra parte, mentre il terzo rimase, e piangeva a dirotto e gridava. Infine anche a lui furono date delle ali, ma non di fuoco; erano deboli e senza forza. Sprofondava nel mare e si risollevava con fatica, finché, dopo aver molto tribolato, giunse sull’altra riva. Così pure questa generazione: anche se prende le ali, esse non sono di fuoco, ma deboli e senza forza”. Cf. Detti dei padri, Serie alfabetica, Giovanni Colobos 14, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma 2005, p. 234.

[3] Detti dei padri, Serie alfabetica, Arsenio 40, in Vita e detti dei padri del deserto, a cura di L. Mortari, Roma 20054, p. 107

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