Agenzia SIR

Subscribe to Agenzia SIR feed
Servizio Informazione Religiosa
Updated: 28 min 53 sec ago

Lutto per Marco Deriu: esprimeva concetti alti con un linguaggio semplice

Sat, 25/05/2019 - 12:02

La notizia della morte tragica di Marco Deriu, nostro collaboratore “storico”, ci ha particolarmente colpiti. Giornalista e docente universitario, già direttore responsabile del settimanale cattolico “Il Resegone”, Marco era figlio di quella grande scuola di giornalismo che sono le testate diocesane. Proprio per questo, riusciva a cogliere e a esprimere, con un linguaggio semplice, concetti alti. Puntuale, preciso e mai scontato, era molto apprezzato dai giornali diocesani, per i quali curava una rubrica di critica televisiva. Negli anni abbiamo avuto modo di conoscere e d’imparare dalla sua capacità di leggere i fenomeni mediatici. Ci mancheranno la sua professionalità e la sua competenza. Ai familiari di Marco l’affettuoso abbraccio e le condoglianze di tutta la redazione del Sir. Per chi non ha avuto modo di conoscerlo, riproponiamo qui un suo pezzo del 2013, che nella sua attualità testimonia la sua capacità di leggere il nostro tempo. Ci mancherai Marco! (v.c.)

“Come ricordi tuo padre?”.
“Che cosa hai provato in quel momento?”.
“Dov’eri quando è successo il disastro?”.
“In che modo sei riuscito a salvarti?”.
Già poste così, a freddo e per iscritto, domande simili hanno un che di agghiacciante. Quando poi vengono rivolte in diretta da un giornalista a una persona inerme o, addirittura, a un minore che si sono trovati coinvolti in una tragedia, diventano intollerabili.

Eppure questa pessima abitudine non soltanto non si sradica dalla modalità contemporanea di fare giornalismo televisivo, ma anzi ne è diventata una cifra stilistica. A poco vale che di tanto in tanto qualcuno, colpito dagli eccessi, si stracci le vesti e condanni il professionista di turno. Certe trovate, a quanto pare, alzano l’audience e qualche direttore di testata probabilmente le ritiene addirittura esempi di “buon giornalismo”, capaci di coprire tempestivamente l’attualità quotidiana.
Gli ultimi due casi in ordine di tempo sono andati in onda in questi giorni. La scorsa settimana, subito dopo l’incidente al porto di Genova in cui una nave ha investito una torre di servizio provocando morti e feriti, nel corso di un’edizione del Tg2 delle 20.30 è stato trasmesso un servizio in cui un giornalista insistente e (auto)compiaciuto intervistava il figlio di un uomo prima dato per ferito e poi scoperto morto. Il ragazzo sembrava quasi assente, parlava del padre al presente come se fosse ancora vivo e manifestava la prevedibile instabilità emotiva che una persona attraversa di fronte alla notizia della morte di un congiunto. Domande e risposte nulla aggiungevano ai contenuti della notizia.

Due settimane fa ha destato clamore l’intervista che un gruppo di giornalisti ha fatto al figlio undicenne di Luigi Preiti, l’uomo che ha sparato ai carabinieri davanti a Palazzo Chigi. L’intervista è stata trasmessa da SkyTg24 e da altre emittenti nazionali, restando per diverso tempo a disposizione del pubblico anche online. Solo dopo che qualcuno ha protestato, il video è stato rimosso dalla rete. L’artificio di riprendere il bambino di spalle e coperto dal cappuccio di una felpa e il consenso che, secondo l’autrice dell’intervista, avrebbe dato la madre del bambino, non possono in alcun modo giustificare la mancata tutela del minore in questione e la scelta di puntare ancora una volta sul sensazionalismo più cinico. A che cosa serve, infatti, mandare in onda una simile intervista? E, soprattutto, in quale conto viene tenuto l’obbligo – imprescindibile per un giornalista, come per chiunque altro – di tutelare sempre e innanzitutto i diritti dei minori?

Su questo tema la deontologia parla chiaro. La Carta di Treviso e la Carta dei doveri del giornalista impediscono di puntare i riflettori su minori coinvolti a qualunque titolo in casi di cronaca, di garantirne la non riconoscibilità, di tutelare il loro interesse a uno sviluppo armonico al di sopra di qualunque altro.

Ma, prima ancora di scomodare il dettato dei codici deontologici, per prevenire certi abusi sarebbe sufficiente un minimo di buon senso.

Il problema ha un orizzonte più vasto e generalizzato, che non riguarda soltanto i minori: quella di puntare la telecamera e il microfono contro lo sventurato di turno è una prassi ormai abituale. Come non ricordare i giornalisti d’assalto che, in piena notte, andavano a bussare ai vetri delle auto in cui dormivano i superstiti del terremoto dell’Aquila, rimasti senza casa, per chiedere: “Come mai dormite qui?”. Succede spesso, per non dire sempre.

Se può avere un senso giornalistico recarsi sul posto in cui si è verificato un evento tragico per cercare di spiegarlo anche attraverso le parole dei testimoni, non ne ha alcuno questo saccheggio dei sentimenti a beneficio dello share. È un fenomeno sul quale, peraltro, non sempre l’Ordine dei Giornalisti e l’Autorità garante delle comunicazioni esercitano la necessaria vigilanza.

Categories: Notizie

L’Europa a portata di mano: una “visita guidata” alle istituzioni Ue

Sat, 25/05/2019 - 11:56

Perché l’Europa sia un po’ meno lontana e sconosciuta nelle sue istituzioni principali che la fanno camminare; perché andando a votare il 26 maggio per il rinnovo del Parlamento europeo sappiamo a grandi linee a che cosa servirà il nostro voto: il Sir propone un breve “tour” per Bruxelles, capitale dell’Europa, per “incontrare” le principali istituzioni Ue.

Il Parlamento europeo, casa dei cittadini, ospita 751 deputati, che resteranno in carica per cinque anni. Ogni Paese ha diritto a un numero di eurodeputati proporzionale alla sua popolazione. L’Italia ne ha 73. I deputati siedono nell’emiciclo in base all’appartenenza politica. Tre le funzioni principali del Parlamento: adottare la legislazione dell’Unione, insieme al Consiglio dell’Ue, sulla base delle proposte della Commissione europea; controllare che tutte le istituzioni comunitarie funzionino secondo i principi della democrazia; elaborare i bilanci dell’Unione europea. Le commissioni (ce ne sono 20) esaminano ed elaborano le proposte legislative che sono poi votate nelle sessioni plenarie. La sede “ufficiale” del Parlamento europeo è a Strasburgo; la sede “di lavoro” si trova a Bruxelles.

La Commissione europea invece è un gruppo o “collegio” di 28 commissari, uno per ciascun paese dell’Ue; attualmente presieduta dal lussemburghese Jean-Claude Juncker è il braccio esecutivo politicamente indipendente dell’Ue. Presenta al Parlamento e al Consiglio proposte legislative; inoltre gestisce le politiche e assegna i finanziamenti dell’Ue e ne verifica l’utilizzo; assicura il rispetto della legislazione europea (è il “custode dei Trattati”) in tutti i Paesi membri e rappresenta l’Unione sulla scena internazionale.

Il Consiglio europeo riunisce i capi di Stato o di governo di tutti i Paesi dell’Ue, più il presidente del Consiglio dell’Ue e il presidente della Commissione europea. Si incontrano almeno quattro volte all’anno, ma il presidente, che al momento è il polacco Donald Tusk può convocare riunioni straordinarie (in genere altre due o tre l’anno). Il suo compito è definire gli orientamenti generali e le priorità politiche dell’Ue, in particolare la politica estera e di sicurezza; inoltre nomina ed elegge i candidati a determinati ruoli di alto profilo.

Il Consiglio dell’Unione europea invece è la voce dei governi dei Paesi dell’Ue: adotta gli atti normativi e ne coordina le politiche. Ne sono membri i ministri dei governi di ciascun Paese dell’Ue competenti sulle singole materie. A presiederlo, ciascun Paese dell’Unione europea, a rotazione, per un periodo di 6 mesi. Ora è il turno della Romania; a luglio toccherà alla Finlandia. Tra i suoi compiti, negoziare e adottare le leggi e il bilancio dell’Ue, assieme al Parlamento europeo, sulla base delle proposte della Commissione europea; coordinare le politiche dei Paesi dell’Ue; firmare accordi con altri Paesi o organizzazioni internazionali. Le decisioni vengono di norma adottate a maggioranza qualificata , ossia il 55% dei Paesi (e almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue). Materie delicate come la politica estera o la fiscalità richiedono l’unanimità ed è per questo che, su temi particolarmente delicati, l’Unione europea fatica ad avanzare.
Per saperne di più: europa.eu

Categories: Notizie

Elezioni europee. Mons. Rossolatos (Atene): “Urne greche piene di delusione”

Sat, 25/05/2019 - 11:56

“I Greci sono ancora per l’Europa. L’unica forza politica greca a favore dell’uscita dall’Ue è il Partito Comunista. Ma va detto anche che in questa campagna elettorale greca non si è parlato per nulla di Europa”.

L’arcivescovo di Atene, mons. Sebastianos Rossolatos (Foto Sir/Rocchi)

Mons. Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene e presidente della Conferenza episcopale greca, mantiene una punta di speranza quando gli si chiede delle prossime elezioni europee in Grecia. Domenica 26 maggio i greci andranno al voto per eleggere i loro 21 rappresentanti all’Europarlamento. I sondaggi danno il partito di opposizione Nea Demokratia (vicino al Ppe, partito popolare europeo) in testa con il 35% che dovrebbe fruttare 9 deputati (+ 4 rispetto al voto del 2014), seguito da Syriza, il partito del premier Tsipras, con circa il 26% (7 deputati, +1 rispetto al 2014). I restanti seggi se li contenderanno gli estremisti di destra di Alba Dorata (al 7%), il Kinal (nato dal Pasok, centro sinistra), i comunisti e i centristi. Tutti rischiano di non superare la soglia di sbarramento del 3%. Nel 2014 andò a votare il 60% degli aventi diritto e le urne sancirono la vittoria di Alexis Tsipras. I greci tornano alle urne con alle spalle cinque anni di sacrifici, di tagli sociali, di austerità chiesti dalla Troika (Ue, Fondo Monetario e Banca Centrale europea) per garantire il salvataggio del Paese. Che non è ancora salvo.

Eccellenza, secondo Eurobarometro il 57% dei Greci ha una percezione favorevole dell’Europa, percentuale tra le più basse nell’Ue, ma in crescita. Solo il 21% sarebbe favorevole ad una uscita…

Credo che il popolo greco sia in qualche maniera realisticamente consapevole che fuori dall’Ue il Paese sarebbe ancora più debole e non parlo solo a livello economico e finanziario.

Anche in politica estera, per esempio. Sappiamo bene i problemi che abbiamo con la Turchia, con la Macedonia. Con quest’ultima è stato fatto un accordo, sostenuto dall’Europa, sul nome: non più Repubblica di Macedonia ma Macedonia del Nord. Accordo osteggiato sia dagli alleati di Tsipras che dall’opposizione, guidata da Nea Demokratia, e per questo approvato con una maggioranza risicata.

Di cosa si è parlato in questa campagna elettorale?
I candidati si sono concentrati solo sulla situazione interna, economica e finanziaria del Paese. Il voto di domenica per molti non è altro che un sondaggio in vista delle elezioni politiche nazionali previste in ottobre. Per essere ancora più chiari:

queste elezioni europee rischiano di diventare una sorta di referendum sul Governo Tsipras.

Intende dire che, in caso di sconfitta dei partiti di Governo, si andrebbe ad elezioni anticipate?
Nessuno adesso, nemmeno tra gli analisti più accreditati, si spinge a fare simili previsioni. Ma è chiaro che potrebbe essere una possibilità. Tsipras per ora evita di pronunciarsi. L’obiettivo è arrivare a votare in ottobre, alla fine naturale del mandato.

Recentemente il Governo ha emanato la riduzione dell’Iva per i generi alimentari di base dal 24 al 13%, reintrodotto il pagamento della Tredicesima delle pensioni e stabilito una proroga delle cartelle esattoriali. Forse con queste misure Tsipras cerca di recuperare parte del consenso perduto con le politiche di austerità volute dalla Troika in cambio dei prestiti?
Non credo che queste misure possano pesare sul voto. Dopo aver sofferto per quattro anni (dall’approvazione del terzo piano di salvataggio, in seguito al referendum del luglio 2015 in cui il 61% degli elettori votò contro, ndr.)

il popolo greco, oberato da tasse e tagli sociali, non si fida molto di questa tattica dei vari governi di dare aiuti prima delle elezioni. Queste misure non sposteranno molti voti.

Consegna fuoco sacro in Grecia

Chi potrebbe influire sul voto invece potrebbe essere la Chiesa ortodossa i cui rapporti con il Governo sono piuttosto tesi soprattutto dopo la decisione di Tsipras di eliminare la tradizionale definizione dei religiosi (circa 9 mila tra preti e vescovi) come dipendenti dello Stato…
Non si è parlato molto di questa vicenda. I Governi, infatti, hanno un certo timore della Chiesa ortodossa che ha influenza nella società greca. Lo stesso governo Tsipras non intende tagliare le relazioni con la Chiesa ortodossa nella consapevolezza che è un elemento imprescindibile della storia del Paese.

Il tema delle migrazioni, molto presente nel dibattito europeo, come è stato affrontato in campagna elettorale?
Non in modo particolare. La paura, tuttavia, rimane soprattutto in vista dell’estate quando potrebbe riprendere il flusso migratorio ora attenuato. Se si dovesse verificare una crisi di rapporti con la Turchia il rischio di vedere un aumento di arrivi sarebbe reale e avrebbe risvolti drammatici. Negli ‘hot spot’, i centri di identificazione dei migranti, ci sono migliaia di migranti che devono essere integrati nella società greca che è già in affanno. E questo mentre l’Europa chiude le sue porte.

Molti analisti pensano che questo voto potrebbe sancire l’affermazione di formazioni sovraniste e nazionaliste. Potrebbe accadere lo stesso in Grecia con il partito di estrema destra Alba dorata?
Impressiona il fatto che Alba Dorata abbia circa il 7% dei voti. Una percentuale che fa paura anche alla luce dei problemi di ordine pubblico che i suoi membri provocano. Il clima è molto teso e questi estremisti incutono paura. Il Governo non mostra particolare decisione nel fronteggiare questi gruppi, che sono anche anarchici.

5 anni fa il 60% dei greci andò a votare. Una percentuale alta. Adesso vede un rischio astensionismo?
La delusione del popolo davanti alle politiche dei Governi incapaci di migliorare la condizione di vita delle famiglie, dei disoccupati, di aumentare i salari e le pensioni potrebbe indurre molti a disertare le urne.

I greci andranno al voto delusi.

Saranno urne piene di delusione. La speranza del popolo greco è che l’Ue cambi rotta diventando più un’Europa dei popoli e non della finanza. La Grecia ha bisogno di respiro e speranza. Abbiamo dato tanto al Vecchio Continente in termini di valori e di cultura. Ora è tempo che l’Europa ricambi con giustizia e non con austerità.

Categories: Notizie

A Trinidad migliaia di profughi venezuelani. Mons. Jason Gordon (Port of Spain): “Non c’è legislazione nazionale per affrontare la crisi”

Sat, 25/05/2019 - 11:51

“Lampedusa dei Caraibi”? Forse la definizione è eccessiva. Ma rende l’idea di un’isola, Trinidad, la maggiore della repubblica di Trinidad e Tobago, che ha visto la sua esistenza completamente “sconvolta” dall’arrivo, negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi, dei profughi venezuelani. Certo, il gigantesco esodo di venezuelani avviene in gran parte attraverso la terraferma e soprattutto per la frontiera colombiana (circa tre milioni e mezzo di persone). Ma, se parametrato al poco più di un milione di abitanti di Trinidad y Tobago, i 40mila emigranti giunti soprattutto nella capitale Port of Spain (dati Acnur) costituiscono una presenza  di grande impatto. Una situazione che riguarda, in maniera simile, pur con numeri inferiori, anche le Antille Olandesi, che si affacciano sulla costa venezuelana: 16mila i profughi giunti a Cucacao, 10mila ad Aruba. Le isole delle Antille costituiscono una presenza singolare, rispetto al Venezuela. Sono separate da un braccio di mare dal continente, ma sono lontane anni luce per storia, costumi, lingue. A Trinidad e Tobago di parla inglese, ad Aruba e Curacao olandese.

Drammatici naufragi. L’afflusso dei profughi arriva sia per via aerea che per via marittima. Sono 22 le persone disperse nel naufragio di un imbarcazione, verificatosi giovedì scorso. Prima di questo fatto, aveva suscitato una forte impressione, a fine aprile, il naufragio di una piccola imbarcazione diretta verso Trinidad, che trasportava oltre trenta profughi, ma maggior parte dei quali è deceduta. Un segnale che la disperazione, in Venezuela, è tanta e che i viaggi della disperazione potrebbero avere un’escalation.

Anche il Mar dei Caraibi potrebbe diventare un mare dove si incontra ogni giorno la morte (qualche settimana fa un altro naufragio si è verificato molto più a nord e ha coinvolto dei profughi haitiani che cercavano di raggiungere le Bahamas).

Solo la Chiesa si mobilita. Chi arriva a Port of Spain e in altre località dell’isola di Trinidad trova una società civile e istituzioni politiche impreparate, come conferma l’arcivescovo di Port of Spain, mons. Charles Jason Gordon: “Trinidad e Tobago – spiega – non ha una legislazione nazionale in vigore per affrontare attivamente l’attuale crisi dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Per anni il gruppo ecclesiale Comunità di acqua viva (Lwc) è stata l’unico punto di riferimento per migranti e rifugiati, lavorando in sinergia con l’Unhcr. Con la recente istituzione di un Ministero parrocchiale per i migranti e i rifugiati (Pmmr) in tutta l’arcidiocesi, la Chiesa cattolica ha intensificato i suoi sforzi generali per ascoltare questo appello e promuovere la dignità dei migranti”. Del resto, riflette l’arcivescovo, “mostrare ospitalità e accogliere lo straniero è uno dei modi per costruire una civiltà dell’amore. Per questo, nel maggio del 2018, ho istituito il Pmmr in tutte le parrocchie, con gli obiettivi indicati dal Papa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare migranti e rifugiati nelle parrocchie”. Leela Ramdeen è la persona scelta dal vescovo per coordinare il progetto. Spiega al Sir: “In realtà da anni migranti di tante nazionalità giungono a Trinidad e Tobago, ma nulla a che vedere con l’afflusso straordinario di venezuelani”. Un compito esecutivo e insieme educativo, quello che spetta all’operatrice: “Dopo il recente naufragio il mio cuore si è rattristato nel leggere alcuni commenti sui social network. Alcuni di noi hanno perso il grande tesoro della compassione?”.

Prosegue l’arcivescovo:

“In marzo abbiamo organizzato un incontro di scambio e formazione per i rappresentanti delle sessantuno parrocchie dell’Arcidiocesi, per condividere le loro esperienze, sviluppare una visione comune e approfondire il ministero parrocchiale nei confronti di migranti e rifugiati nel nostro paese. Attualmente, nell’ambito del progetto diocesano, vengono forniti cibo, vestiario, alloggio, assistenza sanitaria di base, sostegno psico-sociale e spirituale (per esempio con la messa celebrata in spagnolo), iniziative formative e di lingua inglese per bambini e adulti, servizi di traduzione, sostegno per inserirsi in una società così diversa come la nostra, amicizia, spazi sicuri in cui incontrarsi per socializzare. Gli atteggiamenti positivi, l’apertura e la generosità a livello parrocchiale sono indicazioni che Dio è fedele fino a incontrare le sfide e le opportunità che esistono”.

Manca una legge sui rifugiati. Il numero stimato di 40mila venezuelani giunti finora “sembra ogni giorno in modo esponenziale – prosegue mons. Gordon -. I venezuelani sono i nostri vicini più prossimi e con l’amore di un vicino li abbracciamo come fratelli e sorelle in Cristo che partecipano all’opera di Dio per tutti i figli di Dio, non solo come persone bisognose”. Mentre la Chiesa si organizza in modo capillare, resta il problema di una legislazione precisa e di scelte politiche coerenti, anche se il Governo ha ammorbidito l’iniziale politica di massicci rimpatri. Finora, come riferisce Leela Ramdeen, non è stata approvata una legge che disciplina la concessione dello status di rifugiati, nonostante Trinidad e Tobago abbia aderito alla Convenzione del 1951 sui Rifugiati: “Nell’attuale situazione non si possono importare adeguate politiche di inserimento, non si possono mandare a scuola i bambini e inserire nel lavoro i migranti, con li rischio che aumentino coloro che entrano nel giro della malavita. Purtroppo, qui tra un anno ci sono le elezioni e il Governo non sembra interessato a esporsi su un tema così delicato”.

Categories: Notizie

Una nuova questione sociale europea

Sat, 25/05/2019 - 10:42

Sono passati quasi sei mesi e ce ne siamo dimenticati. Perché sei mesi nel ritmo della comunicazione sono un’eternità. Ma è opportuno ricordarci del grande consenso che ha accompagnato l’ultimo messaggio di fine anno del presidente Mattarella, centrato sulla “comunità”, sulla “esigenza – per gli italiani – di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita”. Sentirsi “comunità”, aveva detto il presidente, significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme: “vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore”.
Non era, ha tenuto a sottolineare “retorica dei buoni sentimenti”. Anche se la percezione, osservava sempre Mattarella, è che “la realtà è purtroppo un’altra”.
Basta guardare a questa campagna elettorale o alla retorica social. A proposito della quale si legga il messaggio del Papa per la Giornata della comunicazioni sociali, che cade la domenica dell’Ascensione, il prossimo 2 giugno. Un testo altrettanto breve e chiaro. Si riconosce che, “nello scenario attuale, la social network community non sia automaticamente sinonimo di comunità”. Perché “nel social web troppe volte l’identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro”.

Maneggiare con cura, insomma, e con la consapevolezza dell’ambivalenza della contemporaneità, da cui cavare comunque il bene.

Perché è possibile “una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere”.
Questi due riferimenti possono essere utili anche per guardare all’ultimo tratto di campagna elettorale e al futuro dell’Unione, che è appunto prima di tutto una comunità, una comunità di persone libere, un esempio di democrazia in un mondo che con la democrazia ha sempre più problemi.
Abbiamo assistito ad una campagna elettorale dettata dai sondaggi, con virate e strambate della comunicazione politica, da fare invidia ai velisti più spericolati: in dieci giorni in Italia abbiamo visto di tutto, ennesimo avatar di tangentopoli compreso. Il tutto in una specie di bolla.

La politica, ricercando il consenso e restando all’interno della bolla, rischia di abbandonare il principio di realtà: di qui la frammentazione, un crescente tasso di violenza, il ricorso spasmodico a strumenti del marketing, la sensazione che le vere decisioni si prendano altrove.

Ma una cosa questa campagna elettorale europea ci dice: si stanno disegnando i contorni di una nuova questione sociale europea. Che attraversa il livello sociale centrale, quello che con una espressione abusata e ora inesatta si chiamava ceto medio. E votava per le “famiglie politiche tradizionali”. La chiave giusta per interpretarla e così dare delle risposte nuove, ovvero adeguate ad un nuovo orizzonte europeo e mondiale, forse è proprio il concetto e il senso di comunità. Da cui costruire qualcosa di nuovo.

Categories: Notizie

Elezioni europee 2019: una guida per il voto

Sat, 25/05/2019 - 09:50

Per eleggere i 73 deputati italiani al Parlamento europeo si vota dalle 7 alle 23 di domenica 26 maggio. La scheda contiene i simboli dei partiti tra cui gli elettori sono chiamati a scegliere tracciando un segno come di consueto. Accanto a ogni simbolo c’è lo spazio per esprimere da una a tre preferenze scrivendo il cognome dei candidati prescelti. Nel caso in cui si esprimano più preferenze bisogna aver cura di indicare candidati di sesso diverso. Quindi non è possibile scegliere tutti candidati uomini o tutte candidate donne. Qualora ciò accadesse, verrebbe presa in considerazione soltanto la prima indicazione. Una sola preferenza può essere espressa per i candidati compresi nelle liste di minoranze linguistiche.

Ai fini del voto europeo il territorio italiano risulta diviso in cinque circoscrizioni:

nord-occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia) con 20 seggi da assegnare; nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna) con 14 seggi; 14 seggi anche per quella centrale (Toscana, Umbria, Marche e Lazio); 17 seggi vanno alla circoscrizione meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) e 8 alle isole (Sicilia e Sardegna).
Il sistema elettorale è di tipo proporzionale. Il riparto dei seggi avviene a livello nazionale tra le liste che abbiano conseguito almeno il 4% dei voti validi. I seggi ottenuti da ciascuna lista sul piano nazionale vengono quindi assegnati alle singole circoscrizioni in proporzione ai consensi riportati dalle liste in ciascuna di esse.
Le liste con i candidati sono affisse all’interno dei seggi ma possono essere preventivamente esaminate sul sito internet del Ministero dell’interno in un’apposita sezione denominata “elezioni trasparenti”.
Sono elettori tutti i cittadini maggiorenni. Al seggio oltre alla tessera elettorale bisogna come al solito esibire un documento d’identificazione munito di fotografia e rilasciato dalla pubblica amministrazione (valide anche le tessere degli ordini professionali purché dotate di fotografia). Il cellulare non può essere portato all’interno della cabina elettorale e va consegnato ai componenti del seggio. I figli minori non possono seguire nella cabina i genitori. L’unico caso in cui l’elettore può essere accompagnato è quello dell’impossibilità fisica di esprimere autonomamente il voto (non vedenti, amputati delle mani, affetti da paralisi o da un impedimento analogo). Per questa situazione e per le possibilità previste per elettori non deambulanti, degenti in ospedali e case di cura o impossibilitati a muoversi da casa, le modalità e i requisiti richiesti sono visionabili sul sito del Ministero dell’interno.

Il corpo elettorale italiano coinvolto complessivamente nel voto europeo supera i 51 milioni di persone.

Per circa 17 milioni di cittadini l’appuntamento con le urne è duplice: il 26 maggio si vota anche per i sindaci e i consigli di quasi la metà dei Comuni italiani, tra cui sei capoluoghi di Regione e 21 capoluoghi di Provincia. Oltre 3 milioni e 600 mila piemontesi sono inoltre chiamati a eleggere il presidente della loro Regione. E in Trentino-Alto Adige gli elettori di due collegi tornano alle urne anche per eleggere altrettanti deputati in sostituzione dei parlamentari che nel frattempo sono diventanti rispettivamente presidente e assessore della Provincia autonoma di Trento.

Categories: Notizie

Editing genetico. Gambino (Scienza & Vita): “Sì a nuove terapie, no a ‘potenziamento’ dell’essere umano”

Fri, 24/05/2019 - 18:52

Esperti di bioingegneria, medicina, genetica e bioetica a confronto oggi a Roma sulle più recenti tecniche di ingegneria genetica tra opportunità e rischi, nuove possibilità terapeutiche e pericolose fughe in avanti. Quest’anno l’Associazione Scienza & Vita ha scelto di dedicare all’editing genetico, ossia alla possibilità di modificare la sequenza del Dna delle nostre cellule, il convegno nazionale che ogni anno si svolge a fine maggio nella capitale. Un tema non più ineludibile, e sbaglia chi lo ritiene per specialisti e addetti ai lavori perché anche su questo nodo cruciale si gioca l’identità della persona e il futuro dell’umanità. Nel suo saluto all’incontro, mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha sottolineato la necessità di una seria valutazione etica sulle differenti applicazioni dell’editing genetico, ha messo in guardia dal rischio di “farsi prendere la mano dalla ricerca” in nome di “un modello idealizzato di perfezione” e ha affermato che

“come cristiani siamo chiamati ad abitare questi mondi recando il nostro apporto positivo, cosciente e competente”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Non si tratta di un tema solo per addetti ai lavori”, conferma al Sir il presidente nazionale dell’associazione Alberto Gambino a margine del convegno. “Abbiamo voluto anzitutto fotografare lo stato dell’arte e mettere a fuoco ciò che ci sta facendo ascoltando la voce di genetisti e scienziati di altissimo profilo che lavorano sul campo. Ci interessa conoscere la realtà, sfatare i falsi miti e sapere quando si potrà arrivare ad una serie di modifiche del Dna che potrebbero aprire scenari apparentemente migliorativi sull’essere umano ma anche presentare profili problematici. Un’analisi dal punto di vista scientifico per poter valutare se questa tecnica rispetti criteri di salvaguardia della vita e della salute per noi imprescindibili. Vita intesa a 360 gradi: non solo cellule ma tutto lo sviluppo dell’essere umano in senso antropologico ieri, oggi e domani.

Quale la posta in gioco?
In questo ambito si sperimenta molto anche sugli embrioni. Alcune sperimentazioni, proprio nell’ottica di sviluppare un essere umano potenzialmente “esente” dal rischio di incappare in alcune malattie, non si conducono intervenendo su cellule e tessuti di un soggetto che ha già generato una certa patologia, bensì sull’embrione, e non per curarlo. Sappiamo che ciò richiede – come con le cavie animali – l’utilizzo di un numero elevato di embrioni e ne comporta la distruzione. Per noi questo è inammissibile. Prima ancora di una valutazione etica sull’eventuale creazione di un superuomo e sul futuro dell’umanità, dobbiamo fare una valutazione etica concreta su quale sia la materia di indagine:

se comporta manipolazione e/o distruzione di embrioni, cioè di esseri umani, la nostra valutazione non può che essere negativa. Questa è la vera posta in gioco.

Sta dicendo che occorre considerare e distinguere le prospettive di applicazione degli interventi di modifica del Dna?
Sì. Guardiamo positivamente a interventi su bambini o persone adulte, volti a curare malattie genetiche che possono causare patologie e sofferenze. Siamo favorevoli ad una scienza in armonia con la salvaguardia della vita, ma nel momento in cui si sposta il baricentro dalla cura di una patologia in atto al tentativo di “rafforzare” i geni, occorre chiedersi quale sia la vera finalità.

Forse una sorta di “potenziamento” genetico della persona con il rischio di creare una discriminazione all’interno dell’umanità

tra chi può permettersi queste tecniche e chi no. Una sorta di umanità di serie A, facoltosa e “potenziata”, e un’umanità di serie B, meno facoltosa e “normale”. Un rischio che non può non sollevare perplessità di natura etica e antropologica.

Lei ha richiamato l’importanza di argomentare in chiave umana e in modo scientifico e fondato…
Da questo punto di vista Scienza & Vita sta subendo una metamorfosi. Anni fa ci sentivamo interpellati da emergenze legate a profili legislativi su cui la popolazione italiana era chiamata ad esprimersi. Mi riferisco in particolare all’iter che ha portato alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita; pur consapevoli che il provvedimento non fosse accettabile tout court, poiché l’alternativa era il Far West, una legge, pur se non perfetta, avrebbe costituito un argine al rischio di derive quali clonazione o possibilità di sperimentare sugli embrioni. Oggi siamo su un fronte diverso, caratterizzato da applicazioni scientifiche sull’uomo meno eclatanti e quindi meno percepibili dall’opinione pubblica, ma delle quali non riusciamo ancora a comprendere la ricaduta. Scienza & Vita deve farle emergere, spiegare in modo competente e chiaro che cosa significhi e comporti intervenire sul Dna. Più in generale, come ha auspicato mons. Russo, avvalendoci dei massimi esperti, intendiamo diventare un hub di indagine e approfondimento scientifico e culturale sempre più qualificato. Per questo stiamo pensando a presidi territoriali dove possano essere presenti scienziati, avvocati e bioeticisti legati agli atenei e in dialogo con le diocesi per approfondire temi che, legati alle politiche sanitarie, sono spesso governati dalle regioni e non dallo Stato. Una mission di divulgazione della ricerca per dare vita a un dibattito consapevole e informato. Alla quale si aggiunge quella di dialogo e dialettica con gli organi istituzionali, Parlamento in primis ma anche Consigli regionali, impegnati nella fase di predisposizione di un testo di legge su questi temi.

Categories: Notizie

L’addio di Theresa May. Davis (politologo): “Nel Regno Unito il caos aumenterà”

Fri, 24/05/2019 - 15:17

Theresa May, una donna “integra, imbevuta di valori cristiani”, che ha fatto compiere al suo Paese “importanti progressi in materia di giustizia sociale e aiuti ai Paesi più poveri”. Benché il sistema politico fosse paralizzato dal Brexit. Boris Johnson, al contrario, uno dei favoriti alla successione, “rischia solo di portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea senza accordo”, provocando “una catastrofe economica” per il Regno Unito. L’addio di Theresa May “peggiorerà, anziché migliorare, la crisi” nella quale si trova la nazione britannica. È il parere espresso al Sir – nel giorno in cui la premier annuncia, in lacrime, le sue prossime dimissioni – da Francis Davis, consulente dei governi di Gordon Brown e David Cameron e docente di sociologia e politica all’Università di Birmingham e a quella londinese cattolica di Saint Mary.

“La tragedia della ex premier è che il Brexit ha distrutto la visione morale che l’aveva portata in politica”

assorbendo “tutte le energie che Theresa May avrebbe voluto dedicare a problemi di giustizia sociale come il miglioramento degli ospedali o del sistema sociale”, spiega Davis. “Lo stesso si potrebbe dire di tanti altri parlamentari conservatori. Mentre ci sono alcuni Tory estremi per i quali l’uscita dall’Unione europea è più importante dei problemi che ogni giorno si trova ad affrontare il Paese”.
Secondo l’esperto inglese, le dimissioni della premier non miglioreranno la grave situazione nella quale si trova il sistema politico di Westminster che fa fatica ad adattarsi alla paralisi provocata dal Brexit.

“Il caos aumenterà anziché diminuire”,

continua il docente. “È probabile che il Paese uscirà ancora più polarizzato dalle elezioni europee, con molti laburisti che hanno votato liberaldemocratico perché è il partito che vuole rimanere nell’Ue e chiede un secondo referendum. Il Brexit party di Nigel Farage conquisterà molte delle aree controllate politicamente fino ad oggi dai conservatori e, questi ultimi, nel tentativo di recuperare terreno, potrebbero decidere di scegliere un leader profondamente antieuropeo come Boris Johnson”. Il partito conservatore “diventerà, così, più populista e spostato a destra. L’uscita senza accordo dall’Unione europea diventerà molto ‘popolare’. Boris Johnson non ha principi e sacrificherà il benessere economico del Paese per diventare primo ministro”.
Per Davis

l’errore di Theresa May è stato di promettere un secondo referendum

nel caso l’accordo che ha concluso con l’Unione europea lo scorso novembre venisse approvato da Westminster ai primi di giugno. “I conservatori sono divisi tra chi è a favore e chi è contro Brexit ma sono uniti contro l’idea di un secondo referendum ed è stato questo che ha convinto il partito a mandare via la premier”, spiega il politologo. “È possibile che Theresa May otterrà il sostegno del parlamento al suo accordo ai primi di giugno, ma sarà un successo inutile perché dovrà farsi da parte”.

Categories: Notizie

Elezioni europee, exit poll e diritto di voto: il Sir non ci sta

Fri, 24/05/2019 - 15:15

La notizia non ci è sfuggita. Ma sul Sir gli exit poll delle elezioni europee svoltesi il 23 maggio nei Paesi Bassi non appaiono. E nemmeno appariranno gli exit poll che diversi Stati membri renderanno noti nella giornata di domenica 26 maggio, a partire dalle ore 18, quando in altri Paesi – fra cui l’Italia – le urne saranno ancora aperte.
Qual è la posta in gioco? La pubblicazione di sondaggi realizzati all’uscita dai seggi che raccolgono le intenzioni elettorali può suggestionare l’espressione di voto di altri cittadini, esercitando, in un modo o nell’altro, un’indebita influenza sul libero ed eguale – per condizioni – voto di chi non si fosse ancora recato ai seggi.
C’è inoltre un’aggravante. Gli stessi exit poll realizzati a livello nazionale verranno rilanciati dal Parlamento europeo proprio domenica 26 maggio, giornata elettorale in vari Paesi Ue, quasi a conferire ad essi una sorta di “consacrazione”. Addirittura il Parlamento europeo provvederà a individuare una prima composizione dell’emiciclo di Strasburgo in base ai predetti sondaggi di opinione.Una nota dell’ufficio stampa dell’istituzione Ue infatti afferma: “Il Parlamento pubblicherà le stime nazionali a partire dalle 18 e presenterà la prima proiezione dei seggi del nuovo Parlamento alle 20.15 circa, sulla base dei dati nazionali disponibili, sul sito www.election-results.eu”.
Richiesto di chiarimenti, il Parlamento Ue afferma: “Con la pubblicazione delle proiezioni basate sui dati nazionali e dei risultati ufficiali provvisori la sera del 26 maggio, il Parlamento rispetta pienamente le norme sulla pubblicazione dei risultati elettorali. Infatti, non rientra nel campo di applicazione di questa regola la pubblicazione di exit poll forniti dai media in collaborazione con gli istituti di voto. Questo è il motivo per cui in 18 Stati membri dell’Unione gli exit poll o stime analoghe saranno pubblicati durante la notte delle elezioni e prima delle ore 23”. Ancora: “Il contraente del Parlamento Kantar utilizzerà questi dati degli exit poll per fornire al Parlamento europeo stime nazionali per i Paesi in cui il voto è terminato e solo dopo che tali dati sono stati resi pubblici negli Stati membri. I risultati ufficiali provvisori saranno pubblicati sul sito web dei risultati del Parlamento solo dopo che le rispettive autorità elettorali nazionali li avranno resi noti”.
Il Sir non contesta il rispetto delle regole, ma solleva semmai un dubbio sul mancato rispetto dello spirito delle stesse regole; e aggiunge una seria questione di opportunità politica e istituzionale. Tema che era peraltro già stato sottolineato nella precedente legislatura dell’Europarlamento, con la risoluzione del 4 luglio 2013 sul “miglioramento delle modalità pratiche per lo svolgimento delle elezioni europee”. L’allora presidente della commissione parlamentare per gli affari costituzionali, Carlo Casini, aveva insistito perché si evitassero diffusioni di dati prima della chiusura degli ultimi seggi. Ciò valeva per i dati ufficiali (cioè i risultati degli spogli elettorali) sia – lo auspicava lo stesso Casini – per sondaggi che potessero influenzare il voto di una parte degli aventi diritto. Anche per tale ragione Casini chiedeva – inascoltato – che le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si svolgessero di preferenza nello stesso giorno. In effetti qui emerge una questione, risaputa, ma di notevole rilevanza: le elezioni “europee” di fatto sono ancora la somma di 28 elezioni “nazionali”, con regole differenti tra loro. Ulteriore aspetto, questo, di un’Europa “incompiuta”.Diciamo la verità: giornalisticamente gli exit poll fanno gola a tutti. Ma il Sir preferisce rispettare i criteri della democrazia sostanziale e della eguale espressione del voto popolare, piuttosto che correre dietro a qualche “like” o lettore in più.

Categories: Notizie

Lambertz (CdR): “In Europa più voce ai territori e un vero pilastro sociale”

Fri, 24/05/2019 - 13:26

Per l’Europa del futuro serve “una visione, più prossimità, più partecipazione dei cittadini e anche più efficacia a livello decisionale”. È questo in sintesi il pensiero di Karl-Heinz Lambertz, belga, presidente del Comitato europeo delle Regioni (CdR), organismo consultivo dell’Unione europea i cui 300 membri sono rappresentanti eletti negli enti locali e regionali, scelti da ciascun Paese membro. Dati gli attuali chiari di luna europei, spiega Lambertz, diventa cruciale quella che il CdR ha definito “sussidiarietà attiva”: accanto all’Europa dei mercati e dei popoli, bisogna “riconoscere l’importanza delle collettività territoriali”, che significa circa 100mila comuni, 300 regioni, e un migliaio di poteri intermedi, un milione di responsabili eletti, il livello più vicino ai cittadini. “Se riusciamo a mobilitare questo livello locale e regionale per farne un vero attore europeo, avremo possibilità di successo anziché fermarci alla bolla di Bruxelles, Strasburgo, Lussemburgo”.

Quale bilancio traccia della legislatura che si chiude?
È stato un periodo molto movimentato, un periodo di tante crisi e si è trattato spesso di agire a vista per rispondere a nuovi problemi e per riposizionare l’Ue per gli anni futuri, ma tutto resta incompiuto. Il compito deve continuare e altre sfide ci attendono: non ci sono certezze sull’esito del Brexit, che ha mobilitato tante forze e non può che essere una situazione in cui tutti perdono. Ora non bisogna che questo problema continui ad assorbire forze di cui avremmo bisogno per altre faccende: se i britannici non rivedono la loro scelta, bisogna concludere, se no ci si aggroviglia sempre di più. Il problema della migrazione è stato rivelatore di divergenze di punti di vista fondamentali e di disfunzioni dell’Ue. Anche se il numero dei migranti diminuisce in modo considerevole, l’impatto nell’opinione pubblica e nel dibattito politico cresce e indipendentemente dai numeri di oggi, il problema resta una sfida maggiore per l’Ue vista la situazione geo-politica globale: è necessario lavorare per lo sviluppo dell’Africa in collaborazione con i popoli africani, canalizzare i movimenti migratori in Europa, perfezionare il nostro metodo di integrazione dei migranti. C’è poi il dibattito sul cambiamento climatico: l’inefficacia dei meccanismi decisionali europei mostra che non siamo all’altezza dell’urgenza dei problemi. L’Europa è all’avanguardia rispetto ad altri continenti, ma non abbastanza efficace per agire con tempestività. E poi abbiamo lo sviluppo del pilastro sociale…

foto SIR/Marco Calvarese

Ovvero?
Sono stati compiuti progressi con il summit di Copenaghen, ma siamo ancora lontani dal consolidare un pilastro sociale forte ed efficace, che sia alla stessa altezza del pilastro del mercato unico e dello sviluppo economico. E poi c’è da condurre una seria discussione sul patto di stabilità e di crescita con una politica di austerità che ha mostrato la sua parziale inefficacia. Bisogna renderla più flessibile, riorientarla. Ci sono anche conflitti, più fondamentali ancora, su nozioni che ci sembravano acquisite: lo stato di diritto, le libertà fondamentali, il funzionamento della democrazia. Gli Stati membri in questo ambito hanno visioni molto divergenti e poco compatibili tra loro e con i principi contenuti nei Trattati.

Che cosa salviamo di questo periodo?
Io credo che la commissione Juncker abbia fatto un lavoro importante per evitare che nessuna di queste crisi conducesse al fallimento dell’Ue. Non ha regolato tutto, ma ha mostrato che si sa agire. Evoluzioni interessanti sono avvenute nel mondo del lavoro, in materia di clima, nell’ambito delle attività economiche e nell’adattamento alla digitalizzazione. Ma tutto resta incompiuto e bisogna vedere come ripartire dopo le elezioni per fare dell’Europa ciò che deve essere, un attore importante a livello mondiale ed efficace, con molto valore aggiunto in relazione al suo funzionamento interno. Bisogna però ripensare al suo modo di lavorare.

I sovranismi rischiano di vanificare tutto?
Il Parlamento sarà l’immagine di ciò che i cittadini decideranno e bisognerà convivere con il risultato che ne determinerà la composizione. Il principale decisore resta comunque il Consiglio, espressione delle evoluzioni nei diversi Stati; e anche lì si vede molto movimento. Quello che chiamo il “triangolo delle Bermuda” (Commissione, Parlamento, Consiglio) resterà per molto il luogo in cui si assumono le decisioni, ma servirebbe un approccio più efficace basato su decisioni maggioritarie. Per cambiare le cose, però, occorre l’unanimità e quindi non serve essere un grande esperto per capire che non sarà semplice farlo nell’immediato.

Quale valore aggiunto porta il Comitato delle Regioni all’Ue?

foto SIR/Marco Calvarese

Coloro che siedono nel Comitato sono espressione di elezioni, designati dagli Stati membri su base proporzionale. Ma ciò che viviamo qui è una dose supplementare di realismo e pragmatismo. Arriviamo a posizioni comuni perché la prima preoccupazione dei nostri membri è gestire e risolvere i problemi dei cittadini che sono loro vicini, essere capaci di dare risposte. La nostra è una dimensione importante della politica europea perché la maggioranza delle decisioni Ue si realizzano a livello locale e regionale. Bisogna però che le preoccupazioni delle collettività diventino la priorità per la politica europea. Solo in questa relazione a doppio senso si potrà rispondere a chi critica l’Europa come poco efficace. Perché l’Europa funzioni meglio bisogna ripensare la ripartizione dei tre livelli (europeo, nazionale, locale e regionale), stimare il valore aggiunto di una decisione assunta a livello europeo, ridefinire il livello di densità delle regole europee (troppo dettagliate e con poco spazio di manovra per l’implementazione locale) e giungere a un accordo sulla direzione che deve prendere l’Ue.

I giovani sono stati spesso al centro di questa campagna elettorale. Lo sono anche al Comitato delle Regioni?
Per il futuro dell’Europa tutte le generazioni sono importanti, anche se in prospettiva ci saranno più persone anziane. Ma è legittimo che si associno di più i giovani alla definizione di scelte che condizioneranno la vita futura. Bisogna fare sforzi per creare questo legame e offrire anche una iniziazione alla vita politica europea, oltre che nazionale, perché se li si vuole partecipi bisogna dare loro i mezzi e strumenti per esserlo. Come Comitato cercheremo di intensificare la cooperazione con i giovani attraverso l’European Youth Forum per elaborare proposte concrete in vista del rinnovo del Comitato delle Regioni nel gennaio 2020 che dovrà riposizionarsi anche sui metodi di lavoro.

Categories: Notizie

Caritas italiana, il nuovo presidente mons. Redaelli: “L’emergenza sono le persone e le famiglie povere o diventate povere”

Fri, 24/05/2019 - 09:41

I vescovi della Conferenza episcopale italiana – riuniti nei giorni scorsi a Roma in occasione della 73ª Assemblea generale – hanno nominato l’arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e quindi anche della Caritas italiana. Mons. Redaelli raccoglie il testimone da mons. Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto, che ha ricoperto ad interim il ruolo di presidente dopo le dimissioni nel dicembre scorso del cardinale Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, alla guida dell’organismo ecclesiale dal 2015.

Monsignor Redadelli, quale brano del Vangelo le viene in mente pensando alla Caritas?
Certamente la parabola del giudizio finale nel cap. 25 del Vangelo di Matteo. Lì Gesù divide l’umanità in due categorie entrambe accomunate dal fatto di non sapere che Lui è presente nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, nell’ignudo, nel malato, nel carcerato: quelli che lo hanno comunque aiutato e quelli che non lo hanno soccorso. In realtà da quando il Signore ha proclamato quel Vangelo è nata una terza categoria: quelli che sanno che nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, nell’ignudo, nel malato, nel carcerato c’è il Signore. La Caritas è costituita dalle persone che sanno questo, che riconoscono Gesù nel povero e lo servono. Senza alcuna pretesa di esclusiva e contenti se altri, anche non credenti, comunque vivono un servizio di amore. Ma anche sentendosi molto responsabili del dono della fede che fa vedere Cristo nel povero anche nei confronti di tutta la comunità cristiana. Ben consci che non è automatico servire il povero, pur sapendo che in lui è presente Gesù.

Quali sono le emergenze che Caritas italiana si trova oggi ad affrontare? A quali “periferie” rivolge oggi –
per usare un’espressine cara a Papa Francesco – la sua attenzione?

Negli scorsi decenni l’impegno più rilevante della Caritas, almeno a livello nazionale, era quello legato alle emergenze straordinarie: terremoti, alluvioni, calamità naturali. Sono vescovo in un regione che è stata per certi versi il banco di prova della Caritas ai suoi inizi con il terremoto del 1976: ci sono tuttora operatori e responsabili delle Caritas diocesane che hanno avuto qui in Friuli il loro battesimo di volontari. Oggi non manca l’attenzione a questi eventi, come dimostra il rilevante impegno della Caritas, nella sua dimensione nazionale e in quella regionale, a favore delle popolazioni colpite dal terremoto dell’Italia centrale. Ma ora l’emergenza sono le persone e le famiglie povere o diventate povere: colpite dalla crisi economica, dalla perdita del lavoro, dalle difficoltà familiari, ecc. Senza dimenticare le ludopatie, l’alcolismo, le dipendenze in genere con conseguenze devastanti anche sotto il profilo economico. E allora la richiesta sono i soldi per pagare l’affitto, per onorare i debiti, per saldare le bollette della luce e del gas. O anche il bisogno di generi alimentari: anche nella piccola realtà della mia diocesi stiamo aprendo un terzo emporio della solidarietà e stiamo già pensando a un quarto. Cosa impensabile un po’ di anni fa.

Il mondo Caritas per lei non è un novità: da alcuni anni segue le Caritas del Nord Est ed è membro della presidenza di Caritas italiana. Posso chiederle che cosa la affascina di più di questo mondo?
In realtà sono tre aspetti caratterizzanti la Caritas che da sempre mi hanno colpito. Anzitutto la dedizione appassionata e disinteressata di tantissime persone. Penso ai volontari che sostengono e animano i centri di ascolto parrocchiali, le mense per i poveri, gli empori, ecc., ma anche chi fa parte di realtà più strutturate, ma senza che questo tolga nulla alla dedizione reale e con il cuore.
Una seconda realtà che mi fa molto apprezzare il mondo Caritas è la concretezza. Certo anche noi della Caritas sappiamo fare analisi, rapporti, progetti, ecc. ma anzitutto si fa, si opera, si dà una mano. Con il cuore, con la testa, ma appunto con la mano.
Il terzo elemento che mi affascina nella Caritas e che vorrei si riuscisse a potenziare maggiormente è ciò che nel linguaggio Caritas è chiamato “opere-segno”. Lì c’è la profezia del Vangelo.

Può spiegare meglio?
Le “opere-segno” sono quelle iniziative che non hanno la pretesa di risolvere i problemi – la Caritas sa che deve sempre difendersi dalla tentazione dell’onnipotenza salvifica… –, ma di essere appunto un segno. Segno di un bisogno di cui magari nessuno si accorge, persino a volte la comunità cristiana nel suo insieme. Segno di un impegno che pochi vogliono assumersi. Segno di un amore che non fa calcoli. Si tratta di iniziative concrete, reali, che aiutano effettivamente, ma dove si evidenzia la finalità che da sempre caratterizza la Caritas italiana (anche diversamente da altre Caritas): quella educativa, promozionale, pedagogica e profetica. Faccio degli esempi per spiegarmi. In una società dove si cerca di far passare il concetto che se uno sbaglia va messo in carcere e si deve buttare via la chiave, è un’opera segno una struttura (e anzitutto delle persone…) che accoglie chi è agli arresti domiciliari o ha diritto di scontare pene alternative al carcere. O ancora – sono tutti esempi reali… – è un’opera segno quella che prevede una casa di accoglienza e di accompagnamento e sostegno per mariti separati, spesso privi anche di lavoro. E’ un’opera segno anche quella che in contesti fortemente connotati dalla malavita offre spazi di lavoro per i giovani. O ancora, è opera segno quella che si prende cura di offrire un doposcuola ai bambini e ragazzi stranieri e contemporaneamente propone percorsi di integrazione e di emancipazione per le loro mamme. O, per fare un ultimo esempio, il progetto “rifugiato a casa mia” in un contesto di sospetto e di rifiuto verso il profugo. Le opere-segno esigono molto discernimento, capacità di lettura evangelica e profetica del territorio, umiltà di avviare i processi senza pretendere risultati immediati e senza difendere un’esclusiva.

A proposito di esclusiva, la Caritas collabora con altre realtà pubbliche e private?
Certamente ed è una cosa positiva se fatta con l’intento comune di servire da diversi punti di vista i poveri. C’è un’interessante collaborazione con le istituzioni pubbliche, dai diversi ministeri governativi fino ad arrivare ai servizi sociali di quartiere o di comune. Esiste un buon rapporto anche con istituzioni di ricerca, con il mondo dell’università e della scuola. Ma anche con molte realtà del terzo settore: associazioni, fondazioni, onlus, eccetera.

Ma torniamo alle opere-segno e in genere alle iniziative promosse dalla Caritas: sono capite dalla comunità cristiana o c’è ancora la tentazione di demandare l’aspetto caritativo alle Caritas? Eppure papa Francesco, parlando dinanzi ai rappresentanti delle Caritas diocesane italiane nel 2016 aveva ricordato che tutta la comunità deve essere soggetto di carità. Che cosa si può fare?
È noto che le dimensioni fondamentali di una comunità cristiana, a cominciare dalla parrocchia, sono: Parola, Liturgia (e Sacramenti) e Carità. È vero che per ognuno di questi aspetti ci devono essere persone che li seguano in maniera specifica. Esistono così in ogni comunità i lettori, i ministranti, i catechisti, i ministri straordinari della Comunione, gli operatori caritas, ecc. Ma mentre per la Parola e la Liturgia e i Sacramenti la comunità cristiana si sente comunque coinvolta e non pensa che la Parola sia una questione solo per i lettori o i gruppi biblici e la Liturgia sia riservata ai soli ministranti, per la Carità spesso ritiene che ci debba pensare la Caritas. Come fare? Penso sia utile rendere meno separate possibili le tre dimensioni. In concreto, per esempio, sarebbe opportuno inserire nei percorsi catechistici una iniziazione alla carità. O anche, nelle proposte formative per gli operatori della Caritas, dare più spazio alla Parola e alla Liturgia. Ma il centro dovrebbe essere la Messa domenicale della comunità, dove si ascolta la Parola, si celebra l’Eucaristia, ma anche si raccolgono risorse per i poveri, si parte per portare la Comunione ai malati, ma anche per andare incontro ai poveri (sarebbe interessante che prima della benedizione finale i ministri straordinari della Comunione andassero visibilmente e con una mandato della comunità dai malati e dagli anziani, e con la stessa visibilità e con identico mandato anche, per esempio, gli operatori della mensa andassero a preparare il pasto per i bisognosi).

Sembra che anche nelle nostre comunità cristiane vada diffondendosi un atteggiamento di preclusione e di non accoglienza verso chi viene visto come “diverso” perché parla un’altra lingua, professa un’altra religione, proviene da Paesi lontani. Come fronteggiare questa cultura del sospetto per favorire la cultura dell’accoglienza? Come agevolare le persone a capire la realtà del fenomeno migratorio superando i pregiudizi e le paure aiutando a ragionare con la testa e con il cuore e non con la pancia?
Il tema delle migrazioni è una questione non facile che ci sta accompagnando da anni e ci accompagnerà a lungo nel futuro. Non si deve avere la pretesa di risolverla, ma di gestirla, questo sì. A chi ha compiti di governo e di amministrazione spetta affrontarla con apertura, saggezza, lungimiranza, cercando con pazienza e determinazione la collaborazione con i Paesi di partenza e con quelli di arrivo e delineando forme dignitose di gestione del fenomeno (corridoi umanitari, strutture adeguate di accoglienza, percorsi integrativi e formativi, ecc.). Evitando ogni strumentalizzazione per meri scopi elettoralistici.

Le Chiese diocesane – attraverso le Caritas – hanno svolto in questi anni un ruolo di supplenza dello Stato per l’accoglienza. Ora che questo ruolo è in parte venuto meno per evitarne strumentalizzazioni, sembra che non interessi più a nessuno attuare percorsi di integrazione…
Giustamente si parla di supplenza. Non tocca alla Chiesa e alla Caritas gestire i richiedenti asilo o i migranti. Negli scorsi anni le Diocesi e le Caritas si sono attivate su richiesta, spesso pressante, delle Prefetture mettendo a disposizione, anche gratuitamente, strutture e in molti casi, direttamente o attraverso fondazioni, cooperative e associazioni legate alle Caritas, si sono impegnate anche nella gestione con personale volontario e anche stipendiato. La legislazione promulgata nei mesi scorsi, molto riduttiva sotto il profilo degli interventi previsti, dei servizi di integrazione da garantire (con il venir meno del sistema di accoglienza diffusa) nonché delle risorse, ha reso impossibile per scelta o di fatto a molte Caritas di proseguire nell’impegno. Alcune hanno scelto di aderire comunque ai bandi pubblici, integrando i servizi venuti meno con proprie risorse, altre hanno desistito, ma scegliendo di continuare in ogni caso a offrire accoglienza, accompagnamento e integrazione.

Uno slogan che è stato spesso ripetuto è “aiutiamoli a casa loro”. La Caritas italiana da sempre ha operato all’estero: è ancora così?
Lo scorso anno la Caritas italiana ha speso più di 9 milioni di euro per interventi nei Paesi in via di sviluppo, sia per emergenze, sia per progetti sociali, sanitari, educativi. 88 sono i Paesi in cui è intervenuta sempre in collaborazione con le Chiese locali. In molti casi ha offerto un significativo supporto alla nascita e alla crescita delle Caritas in loco. L’azione all’estero è quindi sempre caratterizzata ecclesialmente: la Caritas non è una ong qualsiasi, ma è espressione di una Chiesa – quella italiana – che collabora con altre Chiese sorelle.

Lei è diventato presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute di cui era già membro (ed è questa presidenza che l’ha resa automaticamente anche presidente della Caritas). Una Commissione quindi che si interessa anche dei temi della salute e non solo della carità.
Sì, è un altro grande ambito, forse meno strutturato di quello della Caritas, ma non meno importante. Si tratta dell’assistenza spirituale negli ospedali e nelle strutture socio-assistenziali (attraverso i cappellani e diaconi, religiosi e religiose e laici che compongono la cappellania); delle ancora molte strutture sanitarie e socio-sanitarie e assistenziali promosse da realtà ecclesiali; della cura e formazione cristiana del personale impegnato in queste strutture; ecc. Questioni molto delicate che sono all’attenzione della Commissione sono anche quelle di carattere bio-etico ora particolarmente attuali e dibattute: pensiamo, ad esempio, a tutto il tema del fine-vita. Anche nel caso della pastorale sanitaria occorre evitare la “delega” ai cappellani o ad altri operatori: una comunità parrocchiale – a cominciare dal parroco, dai sacerdoti e dai diaconi – non può non interessarsi dei propri malati.

E per finire come abbiamo iniziato: quale brano del Vangelo collega con la pastorale della salute?
Nel Vangelo di Matteo c’è un’annotazione che commenta l’attività taumaturgica di Gesù. Si trova al capitolo ottavo, ai versetti 16-17. Come spesso succede nel primo Vangelo, l’azione di Gesù viene commentata con un citazione profetica, in questo caso di Isaia: «Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie». Ma c’è un particolare. Il testo originario di Isaia 53,4 afferma: Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Il profeta quindi non parla di malattie, termine invece volutamente introdotto da Matteo. Quasi a dire che l’attività di guarigione di Gesù non è una specie di magia, che non gli costa niente, ma è invece un liberare dalla malattia prendendola su di sé. In fondo la pastorale della salute dovrebbe essere anzitutto un portare insieme con il malato il peso della malattia, sapendo che in realtà chi l’ha presa realmente su di sé è il Signore. E questo è fonte di consolazione e di speranza.

Categories: Notizie

European elections: what should we expect from May 26?

Fri, 24/05/2019 - 08:26

European elections “serves as a reminder of our shared home, which we must contribute to through a committed effort aimed at giving new impetus to a model based on rights, freedom, responsibility and solidarity, in order to overcome critical issues together.” In his message to participants in a meeting of Rete Imprese Italia, held a few days ago, the Italian President reiterated the true significance of the vote of May 26. Only five years have passed since the last European elections but a century seems to have gone by, given the scope and dimension of the transformations occurred at national and international level alike. On May 25 2014, for the first time in a non-local election, less than 60% of Italian citizens went to the polls. The turnout was 58.7% (excluding voters abroad). Although this number placed us fourth in Member States ranking, it signalled a drop of 7.7% compared to the previous elections.

What should we expect from the upcoming election of May 26? Opinion polls registered a significant proportion of undecided voters (both with regard to the choice of the party and the decision to participate in the vote). It is undeniable, however, that this European election has acquired a political relevance that it may never have had in the past. Not only because of the possible internal repercussions, but above all because of the direct consequences it could have on the EU’s equilibrium and identity. Is it conceivable that the trend in Italy will be reversed, with a resumption of participation that has fallen by almost 27 percentage points since the first European elections in 1979?

Recent national precedents do not offer clear indications. With 72.9% of voters, the turnout in last year’s general election marked the lowest turnout in the history of the Republic. Yet all political observers agree that this figure  signals a substantial stability with respect to the national elections of 2013, when it fell to 75.2%.

In fact the dreaded drop in voting participation did not occur. This shows that the perception of the importance of what is at stake and the entry of new political forces capable of intercepting the anti-system vote can effectively compensate for citizens’ disaffection with the political system. It is no coincidence that the recent national elections in Spain registered a 9% increase in turnout. As for the local vote, with reference to the first months of 2019, participation increased in the regional elections in Sardinia and Basilicata, while it decreased in Abruzzo and even in the local administrative vote in Sicily. However, it is reasonable to assume that these variations are mainly due to specific factors involving the various situations. Moreover, the forthcoming European elections (as happened five years ago) will also be accompanied by a regional vote (Piedmont) and an important administrative election.

But it is first and foremost citizens’ awareness of the crucial moment that the European Union is experiencing that will determine participation.

There is a widely shared demand for a change of direction in EU institutions. In fact while “in a global context characterised by risks, tensions and uncertainty, the driving thrust of free trade, movement and the single market for entrepreneurial initiatives, investment and growth is becoming increasingly evident” – declared President Mattarella in the above-mentioned message – “the growing disparities and difficulties of many European citizens require a stronger social dimension and instruments for a more balanced, inclusive and sustainable development.”

On the other hand,

“criticism has never before been more radical or aggressive, to the extent that in some cases the founding values of the Union, based on ‘rights, freedom, responsibility and solidarity’  have been called into question”, declared the Italian President. Such criticism often transcends the denouncement of shortcomings and errors, and is fuelled by communication campaigns that disseminate a false perception of the problems. This issue affects all democracies in a disruptive way and it implicates the need for up-to-date regulations. Most of all it requires a dedicated commitment on the part of citizens to document themselves, with careful discernment of sources and news.

In Italy in particular there is a risk that the political clash within (and around) the government majority could ultimately monopolize the attention of public opinion. In fact in all EU Countries the vote of May 26 is bound to have an impact on national apparatus and it would be unrealistic to imagine the opposite, given that the players are the same. But there is a substantial difference when it comes to transforming the European consultation into a national referendum. We are voting for Europe and its future.

Categories: Notizie

Elezioni europee: cosa ci dobbiamo aspettare dal 26 maggio?

Fri, 24/05/2019 - 08:26

Le elezioni europee? “Un’opportunità che ci rammenta la nostra appartenenza a una casa comune, cui dobbiamo contribuire con impegno per dare nuovo slancio a un modello basato su diritti, libertà, responsabilità e solidarietà, al fine di superare insieme le criticità”. Le parole del Capo dello Stato, contenute in un messaggio all’assemblea di Rete Imprese Italia, hanno richiamato nei giorni scorsi il significato autentico del voto del 26 maggio. Un appuntamento che cade a cinque anni esatti dall’ultima tornata elettorale europea, anche se da allora sembra passato un secolo, tali e tanti sono stati in cambiamenti intervenuti nel contesto nazionale e internazionale. Era il 25 maggio del 2014 e la percentuale di italiani che andò alle urne non raggiunse il 60%: era la prima volta che accadeva in un’elezione non locale. L’affluenza fu del 58,7% (escludendo il voto all’estero). Un risultato che ci collocava comunque al quarto posto tra gli Stati della Ue ma che rappresentava un calo di ben 7,7 punti rispetto alla tornata precedente.

Che cosa ci si può aspettare per il prossimo 26 maggio? I sondaggi mettono in evidenza una quota significativa di indecisi (sia rispetto alla scelta del partito, sia rispetto alla decisione di partecipare al voto). E’ innegabile, tuttavia, come questo appuntamento elettorale europeo abbia assunto una rilevanza politica che forse non aveva mai avuto in passato. Non soltanto per le possibili ripercussioni interne, ma soprattutto per le conseguenze dirette sugli equilibri dell’Unione e sulla sua identità. E’ possibile immaginare, in Italia, un’inversione di tendenza, con una ripresa della partecipazione che dalle prime elezioni europee del 1979 è scesa di quasi 27 punti percentuali?

I precedenti interni più ravvicinati non offrono indicazioni univoche. Con il 72,9% di votanti, l’affluenza nelle elezioni politiche dello scorso anno ha segnato il livello più basso delle serie storiche della Repubblica. Eppure tutti gli osservatori hanno commentato questo esito nel senso di una sostanziale tenuta rispetto alle politiche del 2013, quando si era arrivati al 75,2%.

Non c’è stato, infatti, il temuto crollo della partecipazione, a dimostrazione del fatto che la percezione della rilevanza della posta in gioco e l’ingresso di nuovi soggetti in grado di intercettare il voto anti-sistema possono efficacemente compensare gli effetti della disaffezione dei cittadini nei confronti del sistema politico. Non è un caso che in Spagna le recenti elezioni nazionali abbiano registrato un aumento dell’affluenza di oltre il 9%. Quanto al voto locale, per limitarsi ai primi mesi del 2019 la partecipazione è cresciuta nelle regionali in Sardegna e in Basilicata, mentre è diminuita in Abruzzo e anche nel piccolo test amministrativo siciliano. E’ tuttavia ragionevole ipotizzare che tali variazioni siano dovute per lo più a fattori specifici operanti nelle diverse situazioni. Peraltro anche le prossime elezioni europee (come accadde già cinque anni fa) saranno affiancate dal voto regionale (Piemonte) e da un’importante tornata amministrativa.

Ma a decidere della partecipazione sarà innanzitutto la consapevolezza dei cittadini circa il momento cruciale che l’Unione europea sta vivendo. Da un lato c’è la richiesta largamente condivisa di un cambio di marcia nelle sue istituzioni. Se infatti “in un contesto globale caratterizzato da rischi, tensioni e incertezza appare sempre più evidente il ruolo propulsivo dell’apertura del commercio, della libera circolazione e del mercato unico per l’iniziativa d’impresa, gli investimenti e la crescita”, come ha sottolineato il presidente Mattarella nel messaggio già citato, allo stesso tempo “l’accentuarsi dei divari e le difficoltà di molti cittadini europei richiedono un rafforzamento della dimensione sociale e strumenti per uno sviluppo più equilibrato, inclusivo e sostenibile”. Dall’altro lato,

c’è una critica che ha raggiunto livelli di radicalità e aggressività mai visti prima almeno nella misura attuale, arrivando in certi casi a mettere in discussione i valori fondanti dell’Unione, quel modello basato su “diritti, libertà, responsabilità e solidarietà” a cui faceva riferimento il Capo dello Stato. Tale critica va spesso oltre la denuncia dei limiti e degli errori compiuti e viene  alimentata attraverso campagne comunicative che veicolano una percezione dei problemi non corrispondente alla realtà. E’ una questione che investe in modo dirompente tutte le democrazie e che chiama in causa la necessità di regole all’altezza dei tempi, ma soprattutto di un sovrappiù di impegno da parte dei cittadini nel documentarsi, con un attento discernimento delle fonti e delle notizie.

In Italia, in particolare, c’è il rischio che lo scontro politico all’interno (e intorno) alla maggioranza di governo finisca per monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica. Certo, in tutti i Paesi della Ue il voto del 26 maggio è destinato ad avere un impatto sugli assetti nazionali e sarebbe irrealistico immaginare il contrario, dato che i soggetti in campo sono gli stessi. Ma da qui a trasformare la consultazione europea in un referendum interno c’è una differenza sostanziale. Si vota per l’Europa e per il suo futuro.

Categories: Notizie

Passare dalla riforma della mentalità alla riforma strutturale e istituzionale della Chiesa

Fri, 24/05/2019 - 08:21

Nel febbraio del 2017, la scuola di Teologia e Ministerialità del Boston College promosse il primo Primo incontro iberoamericano di teologia. Teologhi, teologhe, pastoralisti di America Latina, Spagna e latini del Nordamerica iniziarono un cammino di dialogo teologico-pastorale, in contesti ibero-latino-americani. Questo primo incontro ci fece vedere la necessità di dare impulso al processo di dialogo e conversione pastorale tra le distinte facoltà di teologia dell’Iberoamerica. Rivedemmo la diversità di opzioni e modelli teologici esistenti, invitando a tornare al legame personale con il luogo sociale e culturale dal quale facciamo teologia.
Questo iniziale cammino ci portò alla necessità di approfondire la recezione del Concilio Vaticano II, alla luce del principio di pastoralità della teologia.

La dottrina dev’essere a servizio delle persone e dei popoli e rispondere alla loro realtà.

Nacque da questa intuizione la convocazione per il Secondo incontro, realizzato in collaborazione con la Pontificia Università Javeriana a Bogotá, nell’aprile del 2018. In quell’occasione abbiamo voluto riflettere sulla pastoralità come disciplina inerente alla programmazione ecclesiale e teologica e non come una semplice applicazione pratica della teologia.
Perciò, durante questo secondo incontro, approfondimmo le nuove sfide che presenta la recezione del Concilio Vaticano II, alla luce del pontificato di Francesco, tanto nei processi di riforma ecclesiale che nella missione della Chiesa nel mondo d’oggi. Di questi incontri abbiamo pubblicato alcuni libri e due comunicati che incitano a una riforma delle mentalità come elemento fondamentale di conversione pastorale.

Oggi pensiamo di dover andare verso la riforma strutturale della Chiesa.

A tal fine, abbiamo tenuto due convegni nelle scorse settimane. Uno a Puebla, cioè il Terzo incontro iberoamericano all’Università Iberoamericana di Puebla. E un altro convegno a Madrid, nella sede della Fondazione Paolo VI. Quest’anno abbiamo, dunque, riunito più di 80 teologi e teologhe, pastori e canonisti, appartenenti a più di 30 Facoltà di Teologia dell’America Latina, Spagna, Italia e Stati Uniti, per lavorare insieme sul tema della Sinodalità nella vita della Chiesa. Con questi incontri stiamo offrendo contributi concreti per avanzare nella riforma della Chiesa. Pertanto, abbiamo coinvolto membri del cosiddetto C9, il Consiglio dei Cardinali che supporta il Santo Padre, e altre persone che hanno responsabilità nel governo della Chiesa e nella realizzazione del prossimo Sinodo Pan-amazzonico, che si terrà nell’ottobre di quest’anno. Il tema della Sinodalità è tornato a risuonare con forza in questi giorni all’assemblea del Celam (Consiglio episcopale latinoamericano) a Tegucigalpa.

Questa è l’ora di passare dalla riforma della mentalità alla riforma strutturale e istituzionale della Chiesa,

seguendo quello che il Papa ha detto: “Il cammino sinodale è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Per questo, il nostro apporto va nella linea di cercare nuove modalità di partecipazione ecclesiale di tutti e di tutte, sia nei processi di discernimento che nel prendere le decisioni, in funzione della missione della Chiesa, secondo il classico principio per il quale ciò che riguarda tutti dev’essere affrontato e approvato da tutti.
Prossimamente pubblicheremo nuovi documenti sul sito; saranno inoltre disponibili alcuni video, che potranno essere usati nelle comunità e nelle scuole di teologia, per continuare ad approfondire il cammino della Sinodalità.

(*) coordinatore del Gruppo iberoamericano di teologia, membro dell’équipe teologico-pastorale del Celam

Categories: Notizie

From a reform in mentality to the structural and institutional reform of the Church

Fri, 24/05/2019 - 08:21

In February 2017, the Boston College School of Theology and Ministry promoted the first Ibero-American theology Conference. Men and women theologians, pastoralists from Latin America, Spain and Latin America began a journey of theological-pastoral dialogue, in Iberian-Latin American contexts. That first meeting highlighted the need to boost the process of dialogue and pastoral conversion between the different faculties of theology in Latin America. We reviewed the diversity of options and existing theological models, encouraging the recovery of personal relationships with the social and cultural places of our theology. This first initiative prompted us to deepen the understanding of the Second Vatican Council in the light of the principle of the pastoral of theology.

Doctrine must be placed at the service of the people and reflect their particular realities.

This intuition led to a second meeting, held in collaboration with the Pontifical Javerian University in Bogotá, in April 2018. On that occasion we reflected on pastoral care as a discipline inherent in ecclesial and theological programs, and not as a mere practical application of theology. During the second meeting we addressed the new challenges posed by the reception of the Second Vatican Council in the light of Francis’ pontificate, both in the processes of ecclesial reform and in the mission of the Church in today’s world. We published a number of books and two statements on these meetings which encourage a reform in mindsets understood as a fundamental aspect of pastoral conversion.

Today we believe that we must work towards the structural reform of the Church.

To this effect, we organised two conferences in recent weeks. One in Puebla, the Third Ibero-American Meeting at the Ibero-American University of Puebla, and one in Madrid, at the headquarters of the Paul VI Foundation. This year we thus brought together over 80 theologians, pastors and canonists from over 30 faculties of theology in Latin America, Spain, Italy and the United States to work together on the theme of synodality in the life of the Church. With these meetings we are offering concrete contributions to progress in the reform of the Church. We involved members of the so-called C9, the Council of Cardinals appointed by the Holy Father, along with other people with responsibilities in the governance of the Church and in the organisation of the next Pan-Amazonian Synod, which will be held in October this year. Furthermore, the theme of Synodality resounded at the assembly of the Latin American Episcopal Council (CELAM) ongoing in Tegucigalpa.

This is the time to progress from a reform in mentality to the structural and institutional reform of the Church,

in accordance with the Pope’s words: “Synodality is the path that God expects of the Church of the third millennium.” For this reason our contribution aims to seek new paths for everyone’s ecclesial participation, both in discernment and in decision-making processes, in accordance with the mission of the Church, in keeping with the classic principle whereby matters concerning all must be faced and approved by all.

We will soon be publishing new documents on our website along with videos to be used in communities and Theology Schools in order to continue deepening the path of Synodality.

(*) coordinator of the Ibero-American Conference of Theology, member of CELAM Theological-pastoral commission

Categories: Notizie

Cosa vedere in sala? Le novità dal 23 maggio

Thu, 23/05/2019 - 20:46

Siamo quasi alle battute conclusive del 72° Festival di Cannes, con l’assegnazione della Palma d’oro sabato 25 maggio. I primi titoli forti sono in uscita in sala in questo fine-settimana insieme alle immancabili proposte dell’industria hollywoodiana. Ecco la selezione nella consueta rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei: il live-action Disney “Aladdin” firmato Guy Ritchie che riprende il cartoon del 1992, da Cannes72 “Il traditore” di Marco Bellocchio, film tra inchiesta e cronaca sulla controversa figura di Tommaso Buscetta, e “Dolor y gloria” dello spagnolo Pedro Almodóvar, racconto in prima persona tra sguardi problematici e poetici.

“Aladdin”

Nella raccolta mediorientale “Le mille e una notte” figura la novella “Aladino e la lampada meravigliosa”, che nel corso del tempo ha appassionato tantissimi lettori di diversi bacini culturali. In particolare, negli anni ’90 ha trovato una grandissima popolarità grazie al cartone animato della Disney “Aladdin”, che ha avuto una forte presa sul pubblico anche per le canzoni originali di Alan Menken e Tim Rice, portando a casa due premi Oscar. Ora dal 22 maggio la Disney ripropone la fortunata favola in una nuova chiave: “Aladdin” è infatti un live-action, abbandonando il disegno animato a favore di scene realistiche con attori veri ma sempre cariche di effetti speciali. A dirigere il film è il regista inglese Guy Ritchie (“Sherlock Holmes”) e tra i protagonisti c’è il veterano Will Smith – è l’esilarante Genio della Lampada – insieme ai due giovani semi-esordienti Mena Massoud e Naomi Scott. La storia è quella del ladro dai modi gentili Aladdin con la sua scimmietta Abu, ammaliato dalla bella principessa Jasmine e pronto a battersi in difesa del vecchio Sultano dinanzi alla brama di potere del perfido Jafar. Tema centrale è il confronto-scontro tra Bene e Male, palesemente portato in primo lungo il racconto. Opera dalla forte carica adrenalinica, dai suggestivi effetti speciali, ma con qualche incertezza nella sceneggiatura. Ritchie si conferma un regista un po’ eccessivo e fracassone. Dal punto di vista pastorale “Aladdin” è da valutare come consigliabile e nell’insieme semplice.

“Il traditore”

È l’unico film italiano al 72° Festival di Cannes, “Il traditore” di Marco Bellocchio, che passa in concorso il 23 maggio, data anche dell’uscita nelle sale. E non è una data facile, perché ricorre l’anniversario di una pagina triste del nostro Paese, la strage di Capaci nel 1992 dove persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e la scorta. “Il traditore” interseca quei dolorosi fatti perché affronta con il tratto dell’inchiesta la figura controversa di Tommaso Buscetta, esponente di spicco della mafia siciliana, che negli anni ’80 inizia a collaborare con la magistratura, con lo stesso Falcone, in una delle stagioni più difficili e aspre dello scontro tra Stato e mafia. Protagonista è Pierfrancesco Favino, incisivo e convincente, insieme ai bravi Fabrizio Ferracane e Luigi Lo Cascio. Film senza dubbio complesso e problematico per i temi affrontati, che porta la firma di un autore importante del cinema nazionale, Marco Bellocchio, classe 1939, che ha diretto oltre venticinque film dagli anni ’60 a oggi, tra cui “I pugni in tasca”, “La Cina è vicina”, “Buongiorno, notte”, “Vincere” e “Fai bei sogni”.

“Dolor y gloria”

Ventuno sono i titoli della filmografia del regista spagnolo Pedro Almodóvar, che dal 1978 a oggi ha offerto un campionario di opere brillanti, colorate ma anche fortemente problematiche. Tra i più riusciti “Tutto su mia madre” (1999), “Parla con lei” (2002) e “Volver” (2006). Ora a Cannes72 ha presentato “Dolor y gloria”, racconto in prima persona, un vero e proprio diario di vita dove il cinema occupa un tassello importante così come il rapporto con la madre. Cinema nel cinema, secondo un espediente che rimanda all’“8½” felliniano. Almodóvar firma una storia che è una confessione a cuore aperto: senza nascondere niente di se stesso, il regista traduce in immagini il percorso di sofferenze di un uomo di cinema in forte crisi creativa. Un cammino sorretto dal desiderio di ritrovare se stesso e il perdono da parte della madre (in forma onirica, in quanto morta anni prima). Protagonisti sono l’attore alter ego Antonio Banderas, che offre una performance efficace e riuscita, e la sempre brava Penélope Cruz nel ruolo della mamma. “Dolor y gloria” alterna passaggi inquieti ad altri più banali, ma la profondità della riflessione convince. Tutto confluisce in un finale stilisticamente da grande cinema. Dal punto di vista pastorale, l’opera è complessa, problematica e per dibattiti.

Categories: Notizie

A Roma l’asilo nido “Munting Tahanan” a rischio chiusura. L’appello delle educatrici: “40 bimbi e famiglie da aiutare”

Thu, 23/05/2019 - 16:13

Il bambolotto più desiderato dalle bimbe ha la pelle ambrata e viene dal Nicaragua. Ma nell’asilo nido ci sono bambole con gli occhi a mandorla, con la carnagione chiara, con i capelli ricci come gli africani o lisci come gli asiatici. Appena varchiamo la soglia del Centro interculturale per minori stranieri “Munting Tahanan”, che in tagalog, la lingua delle Filippine, significa “Piccola casa” troviamo due bimbette di nemmeno tre anni che se lo contendono. Una ha le treccine e viene da Capoverde, l’altra è cinese e chiede l’acqua in romeno. Tra loro si capiscono, anche se ognuno parla due o tre lingue e quella che prevale è l’italiano. Le canzoncine sono in inglese o in portoghese. La bimba più piccola è filippina e ha sei mesi, la troviamo tra le mani amorevoli di Gloria, che le cambia il pannolino. Poi tutti a giocare con i doni della natura, con sabbia, ceci e pietre, con materiali di riciclo. Colazione, pranzo e merenda insieme, compreso il pisolino nei lettini. Nessuno ha paura del diverso, tutto è semplice e naturale, tutto è creativo. Qui non esistono muri e barriere, solo cura, gioco e condivisione. Questo centro diurno nel XIII Municipio di Roma accoglie bimbi da 0 a 3 anni ed è un posto molto speciale. Nato nel 1996  per volontà di Nely Tang, sociologa filippina morta precocemente alcuni anni fa, è stato uno dei primi asili multiculturali della capitale, che accoglie bambini di tutte le nazionalità. Ora ne ospita una quarantina e rischia di chiudere perché il 31 maggio scade il contratto stipulato con il Comune di Roma per la gestione del centro. Nel frattempo non sono usciti altri bandi ed educatrici e famiglie stanno lanciando un SOS per salvare questa “piccola casa” di tutti i colori. Dopo una prima richiesta a gennaio rimasta senza risposta, in questi giorni è stata inviata una nuova lettera all’assessora alla persona, scuola e comunità solidale di Roma Capitale, Laura Baldassarre, per chiedere una proroga del contratto fino al 31 luglio 2019, per completare almeno il percorso educativo iniziato a settembre. Come loro anche altri asili nido della capitale, che stanno pensando di unire le forze per affrontare l’emergenza.

Angelica Da Rocha, direttrice del centro

Senza la convenzione con il Comune 40 famiglie in difficoltà. “La mancata proroga del servizio – scrive la Commission for filipino migrant workers Italia, l’associazione che gestisce il centro – causerà un danno notevole ai bambini e alle famiglie in quanto verrà a mancare un fondamentale sostegno al processo di integrazione sociale e culturale”. Le 40 famiglie infatti – il 40% sono filippini -, hanno lavori precari e non rientrano nella graduatorie per accedere agli asili nido comunali.  “La convenzione con il Comune di Roma permetteva di coprire 14.000 euro di spese mensili – spiega Luisa Pagano, volontaria –, così le famiglie potevano pagare una retta minima, di 150 euro, invece che 450 euro come negli asili privati. Dobbiamo cercare di tamponare l’emergenza fino a fine luglio. Siamo in attesa di una risposta dell’assessorato”. “Ci hanno detto che quest’anno non ci saranno bandi ma prevedono di aumentare di tre ore il sostegno nel doposcuola degli istituti pubblici  – conferma la direttrice del centro Angelica Da Rocha, brasiliana -. Ma le nostre famiglie hanno bisogno di altro, perché i bimbi sono piccoli e non sanno dove lasciarli”.

“Il nido è una alternativa importante per evitare separazioni dolorose tra mamme e bambini. A volte sono costretti a mandarli dai parenti in patria o a portarli con sé nei luoghi di lavoro”.

Gloria Prado con la bimba di 6 mesi

Bimbi di 13 nazionalità. Al “Munting Tahanan” ora ci sono bimbi da Filippine, Capoverde, Ecuador, Salvador, Perù, Brasile, Romania, Moldavia, Russia, Ucraina, Cina, Giappone e Italia. Molti sono nati da coppie miste. Un bimbo ha madre coreana, papà giapponese ed è di nazionalità brasiliana. C’è anche un piccolino con problemi di autismo. Alcuni sono figli di mamme single. L’asilo è aperto dalle 8 alle 17 ma le dieci educatrici fanno tre ore al giorno in più di volontariato pur di mantenere in vita questo sogno: sono brasiliane, romene, peruviane, filippine e sanno bene cosa significa trovarsi sole con figli in un Paese straniero, senza una famiglia e una rete di supporto. Se il centro chiude anche le educatrici rischiano di perdere il lavoro, ma nessuna pensa a sé: la priorità sono i bambini e le famiglie. “Stiamo facendo tanti sacrifici per loro, speriamo di riuscire ad andare avanti – dice Manuela Tufaru, romena, lavora qui da 7 anni -. Noi siamo il ponte che collega le famiglie in difficoltà con i servizi. Facciamo da tramite tra marginalità e integrazione. Questa struttura funziona e permette alle famiglie di prendere una boccata d’aria”.

L’integrazione è reale ed è anche un vantaggio per i bambini, che non rimangono isolati nelle comunità di provenienza, parlando solo la lingua dei familiari. Perfino il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) è venuto a studiare l’esperienza, ritenuta una buona prassi. Silvia Miranda, peruviana, lavora al centro da tanti anni e molti dei bambini che ha visto passare sono oramai adolescenti. “Una alunna italiana ora ha 16 anni e ha imparato qui diverse lingue straniere, perciò ha scelto di frequentare l’istituto alberghiero. Il futuro è multietnico, saper convivere e rispettare ciascuno la cultura dell’altro”. La figlia di Silvia, che ha frequentato le scuole pubbliche italiane, vivendo con un po’ di fatica la diversità, oggi rimprovera simpaticamente la mamma: “Perché da piccola non mi hai portato qui?” Ogni tanto il centro organizza anche feste e cene con i cibi delle diverse culture, e per i genitori è sempre uno scambio gioioso e arricchente. Belen Regacho, filippina, si commuove quando racconta come è nato il centro, gli sforzi che hanno fatto le famiglie per ristrutturare questa nuova sede in via Bonaventura Cerretti: “Alcuni hanno pignorato perfino i gioielli per pagare il finanziamento”. Ora il debito è stato estinto e nella “piccola casa” girano tanti volontari, compresi giovanissimi stagisti. Ma le spese per l’affitto, gli stipendi degli operatori, le tasse e le bollette si aggirano intorno ai 18.000 euro ogni mese. Per aiutarli con una raccolta fondi o in altri modi è possibile fare un bonifico a: CFMW – Italia IBAN IT64R0310403215000000027735; cfmwitalia@libero.it

Categories: Notizie

Giochi, sport e disabilità. Albano (Agia): “Diritto di tutti e via di inclusione”. Le storie “positive” di Alma e di Marco

Thu, 23/05/2019 - 16:03

Il 28 maggio si celebra la “Giornata mondiale del gioco”. Per l’occasione l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) ha lanciato “Giocare tutti, nessuno escluso”, un invito a far giocare insieme tutti. Si tratta di un’iniziativa rivolta a tutti coloro che, per la Giornata mondiale, organizzeranno laboratori di gioco e/o di lettura ad alta voce per bambini e ragazzi con disabilità insieme agli altri coetanei. L’invito è stato lanciato il 9 maggio in occasione della presentazione del documento di studio e proposta dell’Agia “Il diritto al gioco e allo sport dei bambini e dei ragazzi con disabilità”. “Trattare di diritto al gioco e allo sport dei bambini e dei ragazzi con disabilità – dice la garante, Filomena Albano – significa porre in rilievo che il gioco e lo sport sono diritti di tutti i bambini e che per tutti occorre garantire pari opportunità di fruizione e di accesso, attraverso interventi capaci di bilanciare principi generali con principi di specificità e personalizzazione”. In Italia sono solo 234 i parchi gioco inclusivi, concentrati prevalentemente al Centro Nord e spesso non accessibili ai ragazzi con disabilità intellettiva o con disturbi dello spettro autistico. Manca una legge che renda effettivo il diritto al gioco e allo sport per tutte le persone di minore età, quelle con disabilità comprese. Servirebbero, inoltre, risorse economiche adeguate per supportare progetti e servizi locali come ludoteche, ludobus, giochi nei quartieri e consentire la riappropriazione degli spazi pubblici urbani senza barriere: è quanto emerge dal documento di studio e proposta dell’Agia.

Il gioco come terapia. Alma ha cinque anni e ha disturbi dello spettro autistico. Con i genitori Matteo Zaccone e Tatiana Primadei, 38 anni entrambi, originari di Roma, e la sorellina Mira, di 3 anni, vive a Formello. Il gioco è lo strumento attraverso il quale terapisti e genitori la aiutano a rapportarsi con gli altri. “Abbiamo iniziato ad avere dei sospetti quando aveva 15/18 mesi, ma solo intorno ai due anni abbiamo avuto la diagnosi di autismo – ricorda Tatiana -. Siamo venuti a conoscenza del centro di riabilitazione di Viterbo convenzionato, dove adottano il metodo cognitivo comportamentale per approcciare pazienti con questi problemi (Aba). L’aspetto fondamentale della terapia è il gioco: infatti,

il gioco diventa una via di apprendimento.

Certamente, è un gioco strutturato, non spontaneo, s’insegna a giocare in modo tipico”. Alma ama correre, fare i salti, andare in bici. “Abbiamo pensato, perciò, di fare un altro passo – prosegue la mamma -. Se nelle ore di terapia le insegniamo a giocare con gli altri, abbiamo pensato che sia giusto nel tempo libero insegnare agli altri a giocare come piace a lei in modo che il gioco come le viene naturale possa diventare un momento di divertimento e di condivisione con i pari. Abbiamo notato che in questo modo Alma è più felice ed è più facile per lei relazionarsi con i pari, la sorellina o gli altri bimbi. Ad Alma piace tantissimo saltare: a casa le abbiamo comprato molle a cerchio di tutte le dimensioni. La bimba entra nel cerchio e inizia a saltare: se c’è un bimbo gli facciamo dare le manine ad Alma e iniziano saltare insieme. A lei piacciono tanto le canzoncine dello Zecchino d’oro: noi cantiamo, Alma è attirata e chiediamo anche al bimbo di cantare, così mia figlia fissa il suo sguardo verso il piccolo. A lei, poi, piace tanto essere rincorsa, in questo gioco inseriamo altri bimbi, sempre con la mediazione di un adulto”.

La pappagallina Lola. I coniugi Zaccone hanno aperto nel 2017 un’associazione: “Serenamente” onlus, che offre un servizio di post scuola per pochi bimbi, che offre ad Alma l’opportunità di stare con qualche pari e agli altri bambini di essere impegnati fino alle 18 e non alle 16, rispondendo alle esigenze lavorative dei genitori. A scuola sono stati promossi eventi di sensibilizzazione e formazione per le maestre. La mamma di Alma confida:

“Il nostro progetto più grande è realizzare una ludoteca inclusiva e sensoriale.

Adesso stiamo lavorando a una raccolta fondi tramite un progetto dei Bambini delle fate, un’impresa sociale di Castelfranco Veneto. Mi auguro di riuscire ad aprire la ludoteca entro il prossimo anno. Abbiamo bisogno di 100 donatori, siamo arrivati a 72/73”. Tatiana ha anche dato alle stampe una favola scritta per spiegare alla figlia più piccola cos’è l’autismo: “La pappagallina Lola e lo spettro magico” è il titolo del libro illustrato, in uscita a maggio.

“Giovani e Tenaci”. Marco Ferraro, 17 anni, frequenta il terzo anno del liceo classico. È disabile dalla nascita per una malattia congenita rara che in Italia colpisce un bambino ogni 1500 nati, la spina bifida. “Da febbraio 2017 gioco a pallacanestro nella squadra dei Giovani e Tenaci – racconta -. Prima di iniziare il basket giocavo a tennis in un campo vicino casa, dove mi allenavo con altri ragazzi normodotati. La carrozzina era da passeggio e facevo una gran fatica. Dopo due anni ho deciso di smettere e di mettermi alla ricerca di un altro sport, possibilmente di squadra. In questo modo sono approdato al basket”, grazie al quale, aggiunge, “sono diventato meno timido, più sicuro di me, più determinato a portare a termine i miei obiettivi. Esco di più, affronto le persone senza timore e anche il mio percorso scolastico è migliorato”. Con i Giovani e Tenaci “siamo una squadra molto unita, che cresce di anno in anno. Ci alleniamo due volte a settimana nella palestra della Fondazione Santa Lucia e partecipiamo al Campionato italiano giovanile. Per due anni consecutivi ci siamo qualificati alle Final four assieme a squadre con storie molto più importanti della nostra.

Durante gli allenamenti ciascuno di noi dà il meglio di sé,

per cercare di raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo ad inizio anno. C’è una forte unità sia in campo che fuori, alimentata: anche dalla bravura dal nostro coach, Stefano Rossetti, molto esigente e perfezionista, che lavora per tirar fuori il meglio da ognuno di noi”.

Sport di squadra. Da quando ha iniziato questo percorso Marco sente “di aver fatto buoni progressi, pur essendo cosciente di essere solo all’inizio”. “Far parte della squadra non vuol dire solo fatica ma anche divertimento – ammette -. Quando si va in trasferta si viaggia tutti insieme e a volte si soggiorna in albergo.

Si incontrano molti ragazzi della nostra età, tutti in sedia a rotelle e tutti che si sentono importanti”.

“Da grande – conclude – vorrei diventare un medico e sto studiando molto fin da ora per realizzare questo sogno. Non è sempre facile conciliare lo sport con lo studio ma, nella vita, se le cose si fanno con piacere e se servono per costruire il proprio futuro non sono più un peso. A un ragazzo disabile della mia età, che sta sempre chiuso in casa, consiglio di uscire, di non dare importanza alle persone che lo prendono in giro e soprattutto di praticare uno sport di squadra, perché permette di socializzare, di acquistare sicurezza e di imparare a contare sull’aiuto dei propri compagni, che nei momenti di difficoltà ci sono sempre”.

Categories: Notizie

Casa della storia europea, un altro modo per conoscere il passato e interrogare il futuro

Thu, 23/05/2019 - 15:05

Il “mito” Europa, le antiche civiltà del continente, le grandi fasi della storia, le scoperte scientifiche, il pensiero filosofico, le religioni, le rivoluzioni. E poi le tradizioni popolari, il lavoro, l’industria e gli altri settori economici, le famiglie, la cultura, le mode, lo sport… Fino alle guerre mondiali e all’avvio del processo di integrazione comunitaria.
A Bruxelles, nel cuore del quartiere europeo, è possibile visitare la Casa della storia europea; i visitatori sono accompagnati in un viaggio – affascinante, multimediale, divertente e interessante – che parte dal passato per interrogare gli europei sul futuro comune. Non manca, ovviamente, la parte dedicata alle istituzioni Ue, spiegate con linguaggio e immagini semplici e chiare.
L’ingresso è gratuito. La visita può durare da un’ora a un paio d’ore, ben spese. L’esposizione è disponibile in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Unione europea.

Sono disponibili anche visite su misura per le scuole, le famiglie e i gruppi.

La Casa della storia europea è situata nel Parco Léopold. L’edificio è stato restaurato rispettando lo stile originale del 1930, quando ospitava una clinica dentistica per bambini svantaggiati.
In questo video, Sir porta i lettori all’interno della Casa della storia.
Tutte le informazioni sono su http://www.europarl.europa.eu/visiting/it/bruxelles/casa-della-storia-europea.

Categories: Notizie

Sanità. Policlinico Gemelli: la persona al centro fra traguardi raggiunti e progetti per il futuro

Thu, 23/05/2019 - 14:56

Il presente e il futuro. La Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma si racconta nelle 80 pagine del Bilancio di missione 2018 presentato oggi presso l’Aula Brasca del nosocomio, riassume i traguardi messi a segno in ricerca e assistenza clinica e lancia nuovi progetti: un nuovo edificio per la cura e la ricerca, un nuovo hub ambulatoriale e il primo punto ambulatoriale esterno. Intanto ha preso il via il Comprehensive Cancer Center, nuova realtà di ricerca e cura per i malati di tumore, sede di una strutturata ricerca sul cancro coniugata con un portfolio integrato di servizi e prestazioni che abbracciano tutto il percorso clinico-assistenziale del paziente. Obiettivo, offrire un’assistenza sempre più efficace e personalizzata, finalizzata ad accompagnare e prendere per mano il malato di tumore in tutte le fasi del suo percorso diagnostico, terapeutico e riabilitativo.

Con un unico denominatore comune: la centralità della persona.

Membro di Alleanza contro il cancro, network di cui fanno parte tutti gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico nazionali dedicati al trattamento e alla ricerca contro i tumori, il Gemelli è uno dei principali centri oncologici italiani. Circa 50mila i pazienti oncologici curati ogni anno, oltre 22mila ricoveri, oltre 1 milione di prestazioni ambulatoriali, 12.600 interventi di chirurgia oncologica, più di 26mila chemioterapie, 35mila sedute di radioterapia.

Traguardi raggiunti. Nel febbraio 2018, dopo un percorso avviato nel 2015, arriva un importante riconoscimento da parte del ministero della Salute: il Gemelli diventa Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) per le discipline “Medicina personalizzata” e “Biotecnologie innovative”. Nel frattempo vede la creazione del Pronto soccorso pediatrico e del Gemelli Art (Advanced Radiation Therapy), Centro di radioterapia oncologica avanzata con tecnologie e apparecchiature uniche in Europa. “La complessità del contesto nel quale la Fondazione opera – afferma il presidente Giovanni Raimondi – rende purtroppo particolarmente gravoso garantire il pieno raggiungimento della nostra missione, che è quella di prestare buone cure a tutti. Pur soffrendo di un contingentamento di risorse dettato dalla sua formale natura di soggetto privato, l’impegno di tutti sopperisce a questa penalizzazione che ancora più ci sprona a ricercare il massimo dell’efficienza e della sostenibilità; non per perseguire mire aziendalistiche, ma proprio per garantire la continuità della nostra opera e del nostro servizio”.

Con 8 dipartimenti clinici e di ricerca, 241 unità assistenziali, 1526 posti letto, 400 trapianti effettuati in un anno, 94.919 pazienti dimessi, 82.076 accessi al pronto soccorso, 4110 nati nel 2018, 10.514.533 prestazioni ambulatoriali, il Gemelli è il secondo ospedale italiano per dimensioni. Un fiore all’occhiello è anche la ricerca: 485 i progetti – di cui 194 nuovi e finanziati da soggetti esterni per un importo pari a oltre 14 milioni di euro – e 91 le sperimentazioni cliniche attivate (con un fatturato di 6,5 milioni di euro) per un totale di oltre 20 milioni di euro. Avviati, nel corso del 2018, 10 progetti di ricerca finalizzata finanziata dal ministero della Salute per un totale di 2.102.000 euro. E tra i vincitori del finanziamento,

6 progetti hanno come principal investigator un giovane ricercatore.

Tra le principali linee di ricerca le malattie croniche complesse, l’innovazione nelle tecnologie sanitarie, la salute della donna e del bambino, le biotecnologie innovative.

In cantiere. Entro il 2019 aprirà le porte al pubblico il primo punto ambulatoriale “esterno” di I livello, dedicato ad attività sanitarie diagnostiche. Una struttura di circa 500 metri quadrati a San Basilio, zona popolare della capitale ad alta intensità abitativa. Ma il 2018 ha inoltre visto l’incubazione di due grandi progetti. Anzitutto il nuovo edificio per attività sanitarie, universitarie e di ricerca di cui nel 2020 avverrà la posa della prima pietra. Un’opera importante – quasi 30mila metri quadrati – che risponde a una logica di integrazione tra ricerca, formazione e assistenza secondo un modello organizzativo centrato sul paziente. L’edificio ospiterà spazi ambulatoriali, Day hospital e degenze per 170/200 posti letto. Prevista anche una nuova area universitaria con l’unificazione e la riorganizzazione di alcuni laboratori e nuovi spazi per i dipartimenti. Il secondo grande progetto in cantiere riguarda la realizzazione di un nuovo hub ambulatoriale presso l’attuale Residenza sanitaria di ospitalità protetta nel campus del Gemelli. L’intervento – oltre 2.500 metri quadrati – prevede un’area di accoglienza e 38 ambulatori, un’area radiologica (Rm e Tc) e una sezione radiologica con mammografo ed ecografi.

Categories: Notizie

Pages