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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 2 hours 59 min ago

Le mani di “San Giuseppe” nel calendario 2019 del mensile

9 hours 2 min ago

Un’idea bella, efficace e immediatamente comprensibile. Una realizzazione all’altezza della spiritualità guanelliana e del genuino gusto artistico. A corredo delle pagine del calendario 2019 che scandiscono i mesi attorno all’opera di misericordia “Dar da mangiare agli affamati”, dodici opere d’arte (più una per la copertina) che illustrano la figura di San Giuseppe che nutre il Bambino Gesù e sua Madre Maria (Riposo durante la fuga in Egitto, Madonna “della pappa”, raffigurazioni della Santa Famiglia con frutta, scodella o pane). Nessuna forzatura teologica. Così, ad esempio, San Giovanni Paolo II nell’esortazione “Redemptoris custos” (“Il custode del redentore”, RC): “La crescita di Gesù ‘in sapienza, in età e in grazia’ (Lc 2,52) avvenne nell’ambito della santa Famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di ‘allevare’, ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre. Nel sacrifico eucaristico la Chiesa venera la memoria anzitutto della gloriosa sempre Vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe, perché ‘nutrì colui che i fedeli dovevano mangiare come pane di vita eterna’ (RC, 16)”.

San Giuseppe si è occupato della vita della famiglia di Nazaret in ogni circostanza: “prima nella povertà di Betlemme, poi nell’esilio in Egitto e, successivamente, nella dimora a Nazaret” (RC, 21). Nessun conflitto fra spirito e corpo, lavoro e preghiera: “L’apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità” (RC 27). Ogni opera di misericordia, come questa del “Dar da mangiare agli affamati”, è un risvolto della virtù teologale della carità. Papa Francesco si spinge oltre quando, parla delle opere di misericordia che “educano all’attenzione verso le esigenze più elementari dei nostri fratelli più piccoli, nei quali è presente Gesù” e rappresentano un “antidoto” in un mondo “colpito dal virus dell’indifferenza”: “Sono convinto – ha detto papa Francesco – che attraverso questi semplici gesti quotidiani possiamo compiere una vera rivoluzione culturale”. Alla portata di tutti: “San Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono grandi cose, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche” (Paolo VI).

Osservando le immagini artistiche della Santa Famiglia riprodotte nel calendario, ho notato che, a parte il tondo in copertina, undici volte è Maria che tiene il Bambino Gesù tra le braccia, mentre Giuseppe lo fa una sola volta; viceversa undici volte è Giuseppe che porge da mangiare o da bere al Bambino, mentre Maria lo fa solo due volte. Ogni amore è affettuoso e operoso, ma con accentuazioni diverse e complementari.

L’amore materno è più affettuoso; quello paterno più operoso. L’uno e l’altro si rendono visibili specialmente attraverso il volto e le mani, sebbene con stile diverso. Siamo chiamati a compiere le opere di misericordia, a cominciare da quelle di dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, con la tenerezza di Maria e con la concretezza di Giuseppe, ambedue intensamente premurose. Così le persone bisognose potranno riconoscere che non sono amate soltanto da noi, ma innanzitutto da Cristo stesso attraverso di noi.

Un buon numero delle immagini artistiche presentate fa riferimento al riposo della Santa Famiglia durante la Fuga in Egitto, secondo il racconto poetico, che ne fa il vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo. Al terzo giorno di viaggio, Giuseppe, Maria e il Bambino si riposano all’ombra di una maestosa palma. Maria vede che la cima dell’albero è carica di datteri ed esprime il desiderio di mangiarne qualcuno, se fosse possibile. Giuseppe risponde che purtroppo non è possibile arrivare così in alto e aggiunge che piuttosto lo preoccupa la mancanza d’acqua, perché gli otri sono ormai vuoti. “Allora, il bambinello Gesù, seduto con lieto volto in grembo alla madre, ordinò alla palma: Piegati, o albero, e dà forza a mia madre con i tuoi frutti. A quella voce la palma piegò subito la cima, fino ai piedi di Maria”. Raccolti tutti i datteri, Gesù comanda alla palma di raddrizzarsi e di versare acqua dalle radici. “Subito la palma si levò e dalle sue radici cominciarono a sgorgare rivoli di acqua limpidissimi”. L’amore di Dio ispira, accompagna e porta a compimento le nostre opere di misericordia, al di là delle nostre capacità e dei nostri stessi desideri. Ma vuole la nostra cooperazione, per rendersi presente e in qualche modo visibile e credibile attraverso di noi.

Non resta che disporci a vivere il nostro tempo, momento per momento, giorno per giorno, sotto lo sguardo e la custodia di Giuseppe, anche grazie a queste opere d’arte che accendono l’intuizione su quel “qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani” (San Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti).

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Un sentiero di meditazione in val Pusteria per ripercorrere le tappe della Creazione

9 hours 5 min ago

Una passeggiata… sulle orme del Creatore, per ripercorrere le tappe della Creazione. È quanto propone il nuovo sentiero di meditazione realizzato nei boschi dell’altopiano di Rodengo, all’imbocco della val Pusteria, in Alto Adige, inaugurato ufficialmente domenica 23 settembre.

Come raccontare la bellezza del Creato, una bellezza che ti toglie il fiato e le parole? Attraverso il Creato stesso.

A chi affidare il compito di questo speciale racconto? Ai giovani, che hanno occhi capaci di stupirsi.
“E fu sera e fu mattina…”. Per dar vita al Sentiero della Creazione di Rodengo ci sono voluti più dei sette giorni con cui – secondo il racconto della Genesi – Dio creò il mondo. E ci sono volute molte più mani.
L’idea aleggiava nell’aria da diversi anni. Col tempo è maturata, così come sono maturate le collaborazioni tra l’associazione turistica di Rodengo, il convento di Novacella, il liceo artistico Cademia di Ortisei e il gruppo di artisti gardenesi di “Unika”.

L’associazione turistica si è rivolta al convento di Novacella che, attraverso l’allora direttore del centro biblico, Artur Schmitt, ha curato la parte teologica del progetto. In Alto Adige esistono molti sentieri di meditazione. Ma quello che doveva nascere a Rodengo doveva essere diverso dagli altri. Doveva parlare a tutti, credenti e non credenti. Perché il Creato è di tutti e tutti sono chiamati a custodirlo.
Il progetto ha da subito interessato i responsabili del liceo artistico “Cademia” di Ortisei e gli artisti di “Unika”, fiera dell’arte gardenese. I giovani di “Cademia” hanno elaborato le idee dei soggetti che avrebbero dovuto “raccontare” l’opera del Creatore. Una giuria ha quindi scelto gli otto migliori lavori, che sono divenuti realtà grazie agli artisti di “Unika”.

Il sentiero prende le mosse poco sopra il parcheggio Zumis e si snoda attraverso i boschi e i prati dell’altopiano. Seguendo il racconto della Genesi, la prima tappa racconta la creazione del cielo e della terra e la separazione della luce dalle tenebre.
“Dio disse: sia la luce. E la luce fu”.

Parole, quelle della Genesi, che prendono vita guardando attraverso il grande “cono” in acciaio posto all’inizio del sentiero, da cui prendono vita decine di foglie. L’opera è stata ideata e realizzata da Filip Moroder Doss e Rita Pöll.
Poco più in là, immerso nell’ombra del bosco il progetto di Matthias Kostner e Mirko Pitscheider: un nastro di acciaio cortan, in cui – come in un grande abbraccio – il cielo si rispecchia sulla terra.
Genesi ci racconta che nel secondo giorno Dio creò il firmamento e la volta celeste. Anche in questo caso è l’acciaio cortan, che “abbraccia” simbolicamente la terra raffigurata da un grande masso in pietra. L’idea porta la firma di Thomas Comploi e di Silvia De Giorgi.
Pietra e acciaio ritornano anche nella terza stazione, posta sul limitare del bosco, e dedicata al racconto della creazione delle piante e degli alberi. A realizzare questa terza opera sono stati Giovanni Demetz e Judith Röck.
Genesi ci racconta, quindi, che nel quarto giorno Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il girono dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra” (Gn 1,14-15).

A dare forma al racconto biblico sono stati in questo caso Thomas Comploi e Hanna Pitscheider, che con pietra e acciaio hanno ricostruito una sorta di sistema solare, che il visitatore può fermarsi a contemplare, seduto su una panchina.

“Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”, disse Dio nel quinto giorno della Creazione (Gn 1,20). Ed è proprio quello che fa la singolare creatura, a metà tra uccello e pesce, che da uno spuntone di roccia tende il becco verso il cielo. A idearla e realizzarla sono stati Matthias Kostner, Thomas Comploi e Mirko Pitscheider.

Il racconto della creazione dell’uomo e della donna, nel sesto giorno, è sicuramente una delle tappe più suggestive dell’intero percorso: plasmate dalla terra – da cui escono fuori in una sorta di slow motion – ecco apparire al visitatore le figure di un uomo e di una donna intrecciate in un dinamico abbraccio. Il progetto è, in questo caso, di Filip Moroder Doss e Silvia De Giorgi.
“Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto” (Gn 2,2). Sembra quasi di vederlo, Dio, contemplare la sua opera, seduto sulla panchina realizzata da Matthias Kostner e Hanna Pitscheider, nelle immediate vicinanze della chiesetta dedicata ai santi Bartolomeo e Chiara.
Una cappella particolare, quella con cui si conclude il Sentiero della Creazione di Rodengo. Non solo perché, col suo tipico stile di chiesetta di montagna, è immersa nel silenzio delle bellezze dell’altopiano.
La sua storia risale al 2002, quando venne costruita nello stesso luogo dove, già in passato, esisteva una chiesa. A benedire in quell’occasione la prima pietra fu l’allora card. Ratzinger – divenuto qualche anno più tardi Papa Benedetto XVI – che si trovava a Bressanone per trascorrere le sue vacanze estive.

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A cinque anni dalla visita del Papa a Cagliari. Mons. Miglio: “La speranza crea occupazione perché vuol dire guardare al futuro”

10 hours 20 min ago

A cinque anni dal viaggio di Papa Francesco a Cagliari, l’arcivescovo Arrigo Miglio ricorda l’incontro e riflette sulla Chiesa in Sardegna.

Papa Francesco non ha mai dimenticato il viaggio fatto a Cagliari il 22 settembre 2013. L’ha ricordato anche qualche giorno fa in un’intervista al “Sole 24 ore”. Quale impressione suscita in Lei sapere che il Papa, pur tra mille impegni e preoccupazioni, riserva uno spazio alla Sardegna?
Dopo la visita fatta a Cagliari posso dire che quasi ad ogni occasione che ho avuto di salutarlo personalmente, in occasione di varie udienze, Papa Francesco mi ha chiesto qualche cosa su Cagliari e sulla Sardegna, dimostrando di ricordare benissimo i nostri problemi e i diversi incontri avuti a Cagliari il 22 settembre 2013. Per me questo è motivo di gioia ma anche di fiducia, sapendo che il Papa ci segue da vicino e ci ricorda. Anch’io sono stato colpito dal riferimento alla Sardegna fatto da papa Francesco nell’intervista data al Sole 24 Ore.

Francesco ha presentato a Cagliari i capisaldi della nuova cultura cristiana del lavoro, uno dei temi ricorrenti e principali del suo magistero. Al centro del lavoro il Papa mette la speranza. Ma la speranza non crea occupazione.
Non sono d’accordo. La speranza crea occupazione, perché speranza vuol dire guardare al futuro, avere progetti o, come dice spesso papa Francesco, sognare. È la rassegnazione che non crea posti di lavoro. Occorre dunque sempre tenere viva e coltivare la speranza, coltivare sogni belli e insistere per realizzarli. Il Papa lo ha ribadito nell’incontro avuto con i giovani italiani lo scorso 11 e 12 agosto a Roma, dove erano presenti anche alcune migliaia di giovani della Sardegna. Certo

la speranza è impegnativa, richiede impegno e fantasia, occorre motivarla, partendo ad esempio dalle risorse presenti,

come ci insegna la pagina evangelica della moltiplicazione dei pani: Gesù inizia chiedendo ai discepoli: “Quanti pani avete?” e parte dai 5 pani e 2 pesci. Risorse naturali, risorse umane, giovani da incoraggiare, formazione scolastica e professionale da sostenere in rapporto alle possibilità di lavoro, ecc.

I vescovi sardi si sono messi sulle orme del Papa e dal 2014 indicano “le condizioni per un cammino di speranza”. Dopo 4 anni quali risultati ha dato questo “cammino”?
Uno dei risultati è stato sicuramente quello di portare a Cagliari la 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, facendo quindi convergere l’attenzione della Chiesa Italiana verso la nostra regione. Uno degli obiettivi principali, a mio avviso, rimane quello di sensibilizzare ai problemi sociali le comunità cristiane locali, aiutandole a comprendere che una vita cristiana è gravemente carente se non si apre alle povertà dei fratelli, vicine e lontane, ma anzitutto quelle vicine, andando oltre l’assistenza immediata, pur necessaria e davvero generosa da parte di tante persone. Occorre però andare alle cause delle povertà, cercare vie di soluzione, non attendere fatalisticamente che altri ci pensino ma cominciando con iniziative anche piccole. Abbiamo anche diverse buone pratiche promosse dalla Chiesa, coi giovani, col progetto Policoro, con terreni dati a cooperative, ecc.

I vescovi sardi, col Papa, si dicono chiamati a farsi interpreti “di tutta la sofferenza della nostra terra incoraggiando persone e istituzioni nel loro difficile cammino”. Quali i risultati di questo incoraggiamento?
Abbiamo cercato di incoraggiare le istituzioni, a livello locale e a livello regionale. Sono stati stipulati anche alcuni protocolli destinati a promuovere sinergie, sia nel campo del restauro del patrimonio artistico-religioso, mettendo insieme risorse regionali e risorse provenienti dall’otto per mille della Cei, sia nel campo socio assistenziale e nell’ambito di iniziative culturali. Più in generale

vorremmo aiutare persone e istituzioni a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, penso ad esempio all’alta percentuale di astensionismo riscontrata nelle ultime consultazioni elettorali o agli aspetti negativi di una certa politica, fattori che possono creare scoraggiamento. La responsabilità e l’impegno per il bene comune riguarda tutti, società civile e comunità religiosa, pur nella distinzione di compiti e competenze.

Visto da un osservatore attento e coinvolto nelle vicende sarde, che cosa manca ai Sardi per risolvere da soli alcuni problemi strutturali?
Direi che ai Sardi non manca nulla per risolvere alcuni problemi strutturali quali ad esempio una continuità territoriale vera, le comunicazioni interne e con il resto d’Europa, il problema energetico, e altro. Occorre insistere e concentrarsi su quelle che sono le priorità, con realismo. Non mancano le idee, non mancano le persone sensibili e competenti, non manca neppure la giusta autoconsapevolezza ed autostima culturale, che permette di perseguire un modello di sviluppo calibrato sulla regione, senza complessi nei confronti di altre regioni. La Sardegna è a “statuto speciale”, non solo nelle sua carta fondamentale, ma lo è nella realtà ambientale e culturale e questa condizione speciale va, a mio avviso, salvaguardata. Anche da questo punto di vista è importante il patrimonio linguistico e come vescovi speriamo di giungere presto ad un maggiore spazio delle lingue sarde anche nella liturgia, come già avviene nelle diverse espressioni della pietà popolare.

Non Le sembra che i giovani sardi siano un po’ troppo rassegnati a questa situazione e alla lotta preferiscano l’emigrazione: sembra una fuga?
Non credo che i giovani sardi emigrino tutti volentieri. Molti lo fanno perché non vedono altra via, ma ciò significa che non sono rassegnati e intendono cercare strade possibili; un certo numero di loro tornerà. Molti giovani sardi emigrano dopo aver tentato strade, bussato a molte porte e magari aver conosciuto l’umiliazione di chiedere qualche accozzo…

Fra cinque mesi la Sardegna avrà un nuovo governo. Quali le priorità, secondo Lei, dei futuri amministratori.
Lavoro, giovani da incoraggiare e accompagnare, politica di sostegno alla famiglia, in primo luogo alle famiglie numerose, considerando la crisi demografica di cui soffre la regione: queste sono alcune priorità che stanno sotto i nostri occhi da tanto tempo. Altre questioni sono forse ancora più complesse e sempre urgenti. Ho già accennato a una più completa continuità territoriale, non dimentichiamo il problema delle scuole paritarie, che non è sinonimo di scuola privata ma di scuola pubblica non statale, secondo la legge che porta il nome di Luigi Berlinguer: vogliamo ricordarci che tali scuole costituiscono un risparmio per l’ente pubblico? E vogliamo parlare anche di pluralismo culturale?

La sua più grande preoccupazione pastorale, come vescovo di Cagliari e come presidente della Ces.
Una comunità cristiana unita che contribuisca alla sinergia di tutte le forze sane della regione;

una pastorale che si faccia carico delle povertà e delle sue cause;

parrocchie sempre aperte ai giovani, con la collaborazione attiva di tanti laici, famiglie anzitutto; una migliore comunicazione con la società per essere conosciuti, noi Chiesa, per ciò che siamo veramente, compreso l’ambito economico e il volume di generosità che sostiene la Caritas e le altre organizzazioni caritative;

Dieci anni fa da Cagliari Benedetto XVI chiedeva il rinnovamento della classe politica. C’è stato in Sardegna e a livello nazionale?
Non è mancato, nonostante tutto. Invito a tenere presenti i molti giovani, anche sindaci, impegnati a livello locale: sono un segno di speranza, da accompagnare e sostenere, facendo in modo che non venga meno il loro rapporto diretto con la gente.

A un anno dalla Settimana sociale che cosa è rimasto alla Sardegna di quella tre giorni?
Vorrei dire a tutti che a distanza di un anno continuo a raccogliere commenti positivi da parte di vescovi e di laici delle diverse regioni italiane, per l’accoglienza, per il clima di partecipazione e anche per il coinvolgimento delle istituzioni regionali e locali. Ci siamo fatti conoscere bene; alcuni sono tornati recentemente in Sardegna proprio grazie a quelle giornate. Inoltre abbiamo ricevuto un patrimonio di idee e di esperienze che non dobbiamo disperdere, grazie anche all’impegno delle diverse diocesi della regione, raccolto durante la preparazione della Settimana Sociale.

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Lorena Bianchetti, da dieci anni “A Sua Immagine”: “Raccontiamo storie capaci di umanità che non fanno notizia”

10 hours 25 min ago

Da dieci edizioni al timone di “A Sua Immagine”, la giornalista e conduttrice Lorena Bianchetti si prepara a iniziare una nuova stagione televisiva – in verità il programma non si ferma mai – con la solita carica di energia e buonumore, segnata anche dalla lieta novella della gravidanza in corso. Il Sir ha incontrato Lorena Bianchetti in una pausa della riunione di redazione per scoprire i principali appuntamenti autunnali di “A Sua Immagine”, programma di informazione religiosa e culturale in onda da 21 anni su Rai Uno, targato Rai e Conferenza episcopale italiana.

A Sua Immagine”, una stagione tv che si tinge di “rosa”. “Si, è un momento molto speciale sotto tanti aspetti, inizio da quello umano: mio marito ed io stiamo aspettando una bimba, un dono indescrivibile!”. Ha esordito così Lorena Bianchetti, rivelando la gioia per la sua gravidanza. La conduttrice ha poi proseguito: “Desidero ringraziare pubblicamente i responsabili del programma, padre Gianni Epifani e Laura Misiti, che sono stati i primi a cui ho confidato la notizia e che mi sono stati vicini con sincero affetto, protezione e profonda umanità. Il programma e tutta la redazione sono per me una vera famiglia e vivere questo momento con loro è una gioia grande che desidero condividere anche con i telespettatori che ogni fine settimana apprezzano l’impegno di un programma che ha come obiettivo quello di fare servizio pubblico”.

Le novità iniziano dal sabato su Rai Uno. Chiediamo alla Bianchetti di darci qualche anteprima sugli appuntamenti di “A Sua Immagine” per l’autunno, a cominciare dal cambio di passo nel sabato pomeriggio. “Il sabato pomeriggio” – ha spiegato la conduttrice – “riprenderemo a raccontare delle storie capaci di essere testimonianza di quella umanità che spesso non fa notizia. Storie che raccontano difficoltà ma anche speranza. ‘Occhi negli occhi’: spesso nelle riunioni di redazione li abbiamo definiti così questi ‘faccia a faccia’, per sottolineare l’attenzione che diamo all’animo delle persone piuttosto che al loro aspetto esteriore oppure al ruolo che rivestono nella società”.
La Bianchetti ha poi rimarcato: “Gli ospiti saranno persone che, con la loro testimonianza, possono rivolgere a chi vive momenti difficili un messaggio importante, di speranza e riscatto. Persone comuni o anche conosciute che entreranno nel nostro studio non per apparire in televisione ma per cercare di cambiare le cose e stati d’animo”.

Novità anche per la rubrica “Le ragioni della speranza”. In occasione della nostra intervista a Lorena Bianchetti abbiamo avuto modo di incontrare anche i due responsabili del programma, Gianni Epifani (Cei) e Laura Misiti (Rai), che ci hanno dato qualche anticipazione anche per la rubrica “Le ragioni della speranza” (sempre il sabato pomeriggio su Rai Uno). “Proseguirà la staffetta tra i sacerdoti che animano le periferie della nostra società – hanno spiegato – espressione di un Vangelo incarnato. Dopo le puntate in Brasile con don Davide Banzato, ritroveremo dai primi di ottobre don Maurizio Patriciello, per un nuovo ciclo di puntate giocate sempre nel segno dell’incontro e della prossimità, e nel periodo dell’Avvento, avremmo un nuovo commentatore, don Luigi Verdi, responsabile della fraternità di Romena. Nel corso dell’anno torneranno anche don Luigi Ciotti, don Marco Pozza e mons. Matteo Maria Zuppi”.
Alla domanda se sono previsti altri speciali come quello in Terra Santa, Epifani e Misiti hanno risposto: “È prematuro svelare i dettagli del nuovo progetto, ma possiamo dire che da gennaio andremo a visitare altri luoghi percorsi da Gesù, in Giordania, sempre insieme all’Opera Romana Pellegrinaggi”.

foto SIR/Marco Calvarese

Le domeniche talk seguendo Papa Francesco. Avviandoci alla conclusione dell’intervista, abbiamo domandato a Lorena Bianchetti di darci anche qualche dettaglio sulle puntate domenicali. “La domenica continueremo a raccontare la quotidianità ispirandoci al magistero di papa Francesco, ma anche a quello che succede ogni giorno all’interno della società, affrontando dunque temi sociali e di attualità. Inoltre, approfondiremo i viaggi apostolici del Papa e i grandi appuntamenti della Chiesa, come la canonizzazione di Paolo VI e dell’arcivescovo Óscar Romero o il Sinodo dei giovani”.
Nel congedarci, abbiamo proposto alla conduttrice di regalarci qualche istantanea dei suoi anni a guida di “A Sua Immagine”, quali i momenti più cari e quali ancora le pagine da scrivere. “I momenti sono tanti, anzi tutti!” – ha risposto Lorena Bianchetti con un sorriso aperto e luminoso – “Non riesco a scindere attimi in particolare perché in queste mie 10 edizioni ho avuto il dono di poter lavorare in un programma in cui credo molto, che ogni volta mi fa tornare a casa, dopo le dirette, arricchita dentro e tutto questo grazie al lavoro di una squadra capace, seria, onesta e professionalmente appassionata. Le pagine da scrivere spero siano ancora tante, ecco perché non ci ‘sediamo’ mai e continuiamo a lavorare ogni giorno con attenzione e responsabilità”.

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Chiara Corbella Petrillo, al via la beatificazione. Card. De Donatis: “La sua vita suscita un desiderio di cambiamento in tante persone”

Fri, 21/09/2018 - 16:13

Non è un giorno qualunque il 21 settembre. Proprio oggi, infatti, Chiara Corbella avrebbe festeggiato i dieci anni di matrimonio con il marito Enrico Petrillo. Ma la sua vita si è interrotta il 13 giugno 2012, appena un anno dopo aver dato alla luce Francesco. Di lei resta una memoria viva e una testimonianza di fede che, ha ricordato questa mattina il cardinale vicario Angelo De Donatis aprendo l’inchiesta diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione, “ha prodotto e continua a produrre frutti di conversione in molte persone, che vengono spinte dalla sua storia a interrogarsi sul senso della vita”. Accanto al cardinale che ha presieduto il rito, tenuto eccezionalmente nella basilica di San Giovanni in Laterano, erano presenti il postulatore padre Romano Gambalunga nonché i membri del Tribunale diocesano che istruiranno l’inchiesta: il delegato episcopale, mons. Giuseppe D’Alonzo, il promotore di giustizia, don Giorgio Ciucci, il notaio attuario, Marcello Terramani, e il notaio aggiunto Giancarlo Bracchi. 

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

È il cardinale De Donatis a ripercorrere la vita di Chiara di fronte a centinaia di persone raccolte nella basilica. Nata a Roma il 9 gennaio 1984 in una famiglia che le insegna ad avvicinarsi alla fede sin da bambina, incontra nell’estate del 2002 a Medjugorje un ragazzo romano di ventitré anni in pellegrinaggio con la sua comunità di preghiera del Rinnovamento Carismatico. È Enrico Petrillo, il futuro marito, con il quale Chiara instaura un rapporto per certi versi ordinario, puntellato da litigi, rotture e pacificazioni fino al matrimonio celebrato ad Assisi il 21 settembre 2008.

Tornati dal viaggio di nozze, Chiara scopre di essere incinta. Le ecografie mostrano, però, una grave malformazione ma Chiara ed Enrico scelgono di portare avanti la gravidanza e la piccola Maria Grazia Letizia, che nasce il 10 giugno 2009, muore dopo poco più di mezz’ora. Qualche mese dopo Chiara è nuovamente incinta. Ma anche a questo bambino, cui verrà dato il nome di Davide Giovanni, viene diagnosticata una grave malformazione viscerale alle pelvi con assenza degli arti inferiori e anche lui morirà poco dopo essere nato, il 24 giugno 2010.

Fra le patologie dei due bambini non c’è legame e il il 30 maggio 2011 nasce Francesco, perfettamente sano. Durante la gravidanza, però, Chiara scopre di avere una lesione alla lingua che le viene asportata. Per la seconda fase della cura del carcinoma, è necessario che il figlio sia nato. Chiara sceglie di rimandare le cure per non far male al bambino che porta in grembo e soltanto dopo il parto comincia chemioterapia e radioterapia: il tumore si estenderà comunque a linfonodi, polmoni, fegato e persino all’occhio destro, che Chiara coprirà con una benda per limitare le difficoltà visive.

Le ultime settimane di vita le trascorre insieme a suo marito in disparte e lontano dalla città, nella casa di famiglia vicino al mare.

Chiara muore a mezzogiorno del 13 giugno 2012, dopo aver salutato tutti, parenti ed amici, uno a uno.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Chiara viene percepita come una di noi e la sua vita affascina suscitando un desiderio di cambiamento e coinvolgendo tante persone”, ha detto il card. De Donatis durante il rito: “Ascoltando le persone che l’hanno conosciuta, ci si rende conto che la testimonianza cristiana di Chiara è un faro di luce, che fa quasi toccare con mano la vicinanza amorevole di Dio che è Padre e aiuta a scoprire la bellezza della Chiesa, che nella fraternità dei suoi figli e nella cura dei suoi pastori si mostra madre.
Conoscendo la sua vita vediamo che Maria nella Chiesa, per opera dello Spirito, continua a generare figli di Dio, insegnando loro come custodire la parola del Padre, come comprendere il senso degli avvenimenti alla luce di questa parola, come lasciare nelle mani di Gesù la propria vita seguendone le orme, per giungere dove lui ci attende, nell’Amore”.

“Aprendo oggi la fase diocesana del suo processo di beatificazione e canonizzazione, ci auspichiamo che al termine dell’iter canonico

possa divenire un modello di santità, approvato dalla Chiesa, per tutti i fedeli cristiani

e soprattutto per coloro che in questa giovane donna sposata e madre di tre figli trovino incoraggiamento e sostegno nel servizio all’amore coniugale e alla vita”, ha concluso il cardinale.

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Adolescenti. Sfidare la morte per un “like”. Toro (esperta): “’Esisto se ho visibilità’. E non hanno la percezione del rischio”

Fri, 21/09/2018 - 15:14

Si può morire per un selfie o per una sfida in rete? Per la folle moda del DaredevilSelfie o del Black out? Oppure per provare l’ebbrezza della guida proibita di un mezzo? Nella notte di sabato 15 settembre un ragazzo di 15 anni di Sesto S. Giovanni, nel milanese, è morto per un selfie “estremo” dal tetto di un centro commerciale. Il suo profilo Instagram conteneva altri autoscatti da luoghi pericolosi. Qualche giorno prima un quattordicenne si è ucciso nel tentativo di emulare il Black out, gioco estremo sui social che consiste in una folle sfida all’autosoffocamento fino al limite massimo di resistenza. Domenica 16 settembre un tredicenne di Venezia è morto schiacciato da un muletto sul quale era salito per gioco insieme al fratello di 14 anni. Tutti giovanissimi, tutti maschi, ma non sono che le ultime vittime di queste assurde pratiche. Abbiamo chiesto a Maria Beatrice Toro, docente di psicologia di comunità presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium, di aiutarci a capire e se possibile trovare risposte.

Perché lo fanno?
Nei ragazzi è sempre esistita l’attrazione per il rischio, ma oggi viviamo in una società caratterizzata da una sorta di innalzamento della soglia di percezione delle sensazioni. Gli adolescenti sono abituati a sensazioni forti e cercano sensazioni sempre più eccitanti. Fin da piccoli, i bambini vivono in contesti molto ‘emotigeni’ e l’asticella di ciò che viene percepito come eccitante e coinvolgente viene innalzata sempre più. Per questo cercano comportamenti assolutamente sopra le righe esasperando il bisogno di mettersi alla prova caratteristico dell’adolescenza. Ed oggi cercano soprattutto visibilità: emoziona non tanto il lanciarsi con il paracadute ma il farsi vedere, il riverbero che ha il gesto temerario. Non basta andare sul tetto di un grattacielo:

l’emozione non consiste nell’esperienza estrema ma nella sua condivisione sui social, nella gratificazione per i ‘like’ ricevuti.

Da dove nasce questa spasmodica ricerca di consenso, questo bisogno di sentirsi apprezzati?
Da una forma di narcisismo ‘fisiologico’ – che affonda le radici nel desiderio naturale di attenzione, di essere ascoltati e apprezzati, presente già a un anno in ogni bambino – sul quale in questi casi si innesta una distorsione patologica: “io esisto se faccio le storie, se faccio i selfie, se ho visibilità”. Una patologizzazione accentuata anche dalla potenza e pervasività del web e dei social.

Nella vita di questi ragazzi dov’è il confine tra reale e virtuale?
La percezione della realtà concreta è filtrata dal suo racconto, è totalmente indistinguibile dal virtuale.

Il reale viene vissuto nella misura in cui è virtualizzabile.

Sono consapevoli dei rischi che corrono?
La cosa tragica è che non percepiscono il rischio di morire. La loro non è ricerca del pericolo, di sfidare la morte come in un’ordalia: quello che li spinge a gesti sempre più estremi è il tentativo di produrre un’immagine che colpisca. Manca la consapevolezza del rischio perché non hanno la percezione della dimensione corporea e dei suoi limiti come malattia e mortalità.

Secondo un recente sondaggio, il 13% degli adolescenti si è fatto almeno una volta un selfie a rischio, e 6 su 10 sono maschi.
Nel maschile è insito un maggiore grado di impulsività e spavalderia. Nelle ragazze la popolarità non è legata al gesto coraggioso ma piuttosto all’esibizione del corpo, della bellezza. La sfida non si gioca sul coraggio ma piuttosto sulla gara alla perfezione fisica, spesso distorta in un’immagine di eccessiva magrezza

Noi adulti non possiamo proteggere a oltranza i nostri figli e garantire loro la felicità. Che possiamo fare?
Dobbiamo tornare a fare i genitori, incoraggiarli a fare coinvolgenti esperienze di emozioni sane: sport, volontariato, relazioni reali. In realtà noi siamo iperprotettivi e questo ci rende un po’ complici. Ci sentiamo più tranquilli con un figlio a casa con lo smartphone piuttosto che fuori, magari al freddo, impegnato in qualche attività fisicamente esigente ma sana, importante per il suo equilibrio e la costruzione di relazioni reali, ma che a noi crea ansia. Oppure siamo concentrati solo sul suo aspetto, sul suo rendimento scolastico. I ragazzi di oggi sono tristi, escono poco, si chiudono in casa con dispositivi che in fondo piacciono anche a noi e offrono distrazioni e divertimenti senza bisogno di incontrare l’altro.

Le relazioni virtuali sono semplici, mentre costruire una relazione significativa chiede la fatica dell’attesa, del rischio.

Dunque quali consigli si sente di dare ai genitori?
Penso a quelle povere famiglie, ai papà e alle mamme travolti dai sensi di colpa, distrutti dal chiedersi: se avessi visto, se avessi capito, se avessi fatto…. In realtà non si può arrivare dappertutto ma secondo me occorre tentare di essere non iperprotettivi ma presenti. Fin dalla più tenera età perderci tempo, stare loro vicino, dialogare, ascoltare, rispettare i loro spazi ma esserci, sempre. Anche commentare con loro questi fatti, farli ragionare e sviluppare consapevolezza.

Non sostituirsi a loro ma essere con loro, al loro fianco.

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A Foggia quattro richiedenti asilo assunti nella filiera del pomodoro. L’arcidiocesi, “un segno concreto per sottrarli allo sfruttamento”

Fri, 21/09/2018 - 09:56

Quattro richiedenti asilo nigeriani accolti dalla Caritas diocesana di Foggia-Bovino hanno trovato occupazione, per sei mesi, in una industria alimentare della filiera del pomodoro. Un modo per sottrarli allo sfruttamento della manovalanza a basso costo e dei caporali nelle campagne e costruire vera integrazione. Su invito dell’arcidiocesi di Foggia-Bovino, la fabbrica Princes, gruppo leader nel settore alimentare a livello internazionale, ha deciso di aprire le porte ai primi africani con il progetto “Lavoro senza frontiere”, per promuovere condizioni di lavoro etico nella filiera del pomodoro. Ogni anno, dopo la raccolta del pomodoro, nello stabilimento di Foggia assume 1000/ 1.500 operai con regolare contratto di lavoro a tempo determinato. In un territorio oppresso da povertà, disoccupazione, lavoro nero e criminalità organizzata, le eventuali critiche secondo lo stile “prima gli italiani”, “ci rubano il lavoro”, si dimostrano smentite dai dati reali: a luglio su 1020 scelti per essere assunti (tutti italiani) almeno 100 non si sono presentati sul posto di lavoro dopo le visite mediche di routine. Emozionati e felici, Louis, Frank, Goodluck e Joshua  hanno iniziato la loro nuova vita da operai lunedì scorso. Uno affianca il caporeparto, uno è in cucina, gli altri due lavorano nel reparto per la conservazione dei prodotti. Avranno tutor specifici e tappe di verifica. La Caritas di Foggia metterà a disposizione una mediatrice culturale per accompagnarli in questo nuovo percorso lavorativo.

L’arcivescovo Vincenzo Pelvi visita il centro

“Un segno concreto contro lo sfruttamento”. “E’ un segno concreto per dimostrare che è possibile sottrarre le persone allo sfruttamento – spiega al Sir monsignor Vincenzo Pelvi, arcivescovo di Foggia-Bovino -. Altrimenti, una volta usciti dal centro di accoglienza, possono correre il rischio di finire nelle mani dei caporali. Se si comportano bene e l’esperimento funziona, l’azienda si è detta disponibile a rinnovare il contratto e ad assumerne altri”. Una iniziativa, prosegue, “che può essere anche di incoraggiamento ad altre aziende, per creare un circuito virtuoso di filiera etica. I gesti semplici sono i più loquaci per allontanare paura e disperazione, seminando speranza e accoglienza”. Gianmarco Laviola, amministratore delegato di Princes in Italia commenta: “Il nostro è un piccolo passo simbolico, che ha come obiettivo quello di fornire una via d’uscita dalla piaga del caporalato e dallo sfruttamento della manodopera da parte di alcuni operatori senza scrupoli”.

Louis, Frank, Goodluck e Joshua, tra i 20 e i 30 anni, hanno fatto la traversata sui barconi e sono arrivati in Sicilia. Da un anno e mezzo sono nel centro di accoglienza della Caritas per volontà della prefettura, insieme ad altri due ragazzi, nel centro della città. Le diffidenze iniziali sono state facilmente superate dopo un giro di presentazioni ai negozianti della zona, accompagnati dal vescovo. “Sono molto educati, disponibili, puliscono le stanze, aiutano in casa, studiano l’italiano –  racconta Giusy Di Girolamo, direttrice della Caritas di Foggia- Bovino -. Hanno attraversato il mare, il deserto a piedi, sono stati rinchiusi nei centri di detenzione in Libia”.

“Ho visto con i miei occhi le cicatrici delle torture subìte: hanno segni sulle braccia, sulle gambe, sul torace. Sono stati picchiati con cavi elettrici per costringerli a chiedere soldi ai familiari o perché si ribellavano ai loro carcerieri”.

“Ci hanno detto di aver visto tanti amici morire e donne incinte partorire in condizioni terribili, con i neonati che non ce la fanno a sopravvivere”.

Tra gli accolti nel centro Caritas c’è anche uno dei sopravvissuti al primo incidente mortale, lo scorso mese di agosto, nelle campagne del foggiano gestite dal caporalato. E’ un ragazzo della Sierra Leone. “Ci hanno chiesto di ospitarlo dopo il ricovero in ospedale, era gravemente ferito e non poteva tornare a vivere al ghetto – dice -. E’ stato immobile a letto per 40 giorni, ieri ha iniziato a muoversi con il girello. Ora andrà in una struttura riabilitativa per 45 giorni”. Tra le diocesi di Foggia-Bovino, Manfredonia e San Severo ci sono infatti i famigerati ghetti di Borgo Mezzanone e Rignano Garganico, dove vivono migliaia di lavoratori stagionali sfruttati. Ad agosto, dopo due scontri tra auto e tir nel quale hanno perso la vita decine di migranti, molti lavoratori hanno organizzato marce di protesta, scioperi. “Ma da allora non è cambiato molto”, osserva la direttrice della Caritas, appena rientrata da lunghi anni trascorsi come missionaria fidei donum in Guinea Bissau, dove sono in corso gemellaggi diocesani: “La mattina e la sera passano gli stessi pulmini fatiscenti che trasportano i lavoratori. Vivono in case di lamiera e baracche simili alle bidonville africane, con pochissimi servizi. Da poco sembra che la Regione Puglia stia portando acqua al ghetto di Rignano”. La ricetta della diocesi per sottrarli a situazioni di questo tipo è dunque lavorare sull’inserimento sociale e sulla regolarizzazione del lavoro. “Dipende da noi coinvolgerli e trovare occasioni per evitare che cadano vittime dello sfruttamento – conclude -. Non è giusto tenerli tanto tempo nei centri senza far nulla, a bivaccare nelle strade. Questa è una importante opportunità”.

 

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Francis in the Baltic States: anticipation grows. All is ready for the Papal visit

Fri, 21/09/2018 - 09:53

Although they shared a long period in modern history, notably the dire experience of oppression and the path of liberation that ensued, the three Baltic States that Pope Francis will visit September 22-25 are different in many respects, especially with regard to the presence of the Catholic Church. Similarities and specificities also mark the program of the papal visit that will start in Lithuania, a Country with 2.8 million Catholics, amounting to 80% of the overall population. The theme for the two-day visit is “Christ Jesus – Our Hope”, during which His Holiness will meet with political leaders, with the local population, with youths, bishops, priests, men and women religious. The Pope will visit religious sites and nourish the faith in the Country and returning to places of remembrance and suffering for which many Lithuanians are hurting still today. On September 24 the Pope will make a one-day stopover in Riga, Latvia, with a very busy schedule that includes meetings with political authorities, visits to places of remembrance, the Holy Mass in Aglona, the Marian shrine that is the spiritual symbol of the visit and a religious landmark for Latvian Catholics constituting 20% of the overall population in a Country where the ecumenical tradition is rich and fruitful. In fact the Pope will participate in a meeting with other Churches in Riga’s Lutheran Cathedral. The motto for Estonia, the last leg of the Papal journey, Tuesday, September 25th, is: “Wake Up, My Heart”, where His Holiness is keenly awaited by over 6 thousand Catholics (0.4% of the overall population) in a Country with a majority population of self-declared non-believers. Also in this case the program of the visit includes meeting with national authorities and with the poor, along with a meeting with young Catholics and young faithful from other Christian churches. SIR collected the reflections of the Archbishop of Vilnius, Msgr. Gintaras Grusas, of Riga, Msgr. Zbigņevs Stankevičs and of the Apostolic Administrator of Tallin, Msgr. Philippe Jourdan ahead of the Pope’s visit to the Baltic States.

“Anticipation grows, like when we are looking forward to the visit of an important guest, a member of the family we haven’t seen for a long time”, said Msgr. Gintaras Grusas, while following, from the window of his office, the preparations of a large platform opposite the Cathedral where the Pope will meet local youths. “We will be ready; I am quite confident.” “Expectations are also linked to the memory of the visit of John Paul II 25 years ago: he touched the hearts of all Lithuanians at the beginning of a process leading to their full freedom.” In 1993 Mons. Grusas had just been made a deacon and his first assignment was to coordinate the organization of the visit. “Indeed, since then a lot has changed from the technical angle: Internet connection was poor and mobile phones were like bricks. Also the situation in the Country was different: society was making the first steps towards freedom and independence after the fall of Communism and neither the Church nor the public domain had ever experienced the organization of such a major event.” He recalled that even security  forces at the time had to follow a special training course with Lithuanian security officials abroad to learn how to protect the Pope. “Today our Country has gained a lot of experience, not only with VIP visits: in the past 25 years we joined NATO, the EU, we held the EU Presidency, that of the UN Security Council and our infrastructures have changed, thus Internet connection is among the fastest in Europe”, he said. However, also the challenges are different:

“While at the time we were making the first steps after the occupation, today we are faced with the challenge of living in a free society, of nourishing hope even when we see that the dreams we had 25 years ago don’t come true, before the burden of emigration. In 25 years we lost 25% of our population.”

“I hope Pope Francis’ hope and joy will enchant everyone. The people see Francis as the embodiment of moral authority, but I hope that they will come not only to see him but also to listen to his words.” The Archbishop of Vilnius is concerned that “the discussions on the scandals inside the Church might overshadow the beauty and the joy of the meeting and of the message, as happened with families attending the World Meeting of Families in Ireland. I hope that the joy of this encounter will prevail.”

Great expectations also in Latvia. “We are working on the final touches. There is growing interest on the part of the media. I am contacted every day for interviews in Latvia and abroad”, said the Archbishop of Riga, Msgr. Zbigņevs Stankevičs. Here too “the local population is keenly awaiting the arrival of this world religious leader who has an important message for Latvia. We have devoted many of our prayers to the meeting: in every Mass there is an intention for the Papal visit and every Sunday we prayed for the organizers, for the Holy Father… This atmosphere is a sign of good things to come.” In the past months there have also been difficulties:

Msgr. Stankevičs mentioned “complaints on the part of anti-clerical environments on the costs of the visit and on the fact that the State has financially supported the event, or that Parliament voted in favour of a feast day in the Country on the occasion of the Papal visit”, so as to allow everyone to meet the Pope.

“There have been many obstacles aimed at toning down the event. But all difficulties have been overcome.” On top of this, “two weeks ago we experienced a difficult situation with the arrest of a priest charged with serious allegations of sexual abuse, not on minors however”, the Archbishop pointed out. The investigation is ongoing, so nothing is definitive yet. “It was very unpleasant and it came as a heavy blow at the beginning, but it appears to be unfolding. We look forward to the ecumenical meeting that will take place in the Lutheran Cathedral to the presence of 1200 people. We expect it to highlight the importance of mutual cooperation efforts, reconfirming our commitment for unity among the disciples of Jesus, encouraging us all to proceed along this path, for Latvia is a propitious testing ground.”

The bishop of Tallin, Msgr. Philippe Jourdan, said the days leading up to the event are “beautiful and intense.” “Not everything is ready yet, but the souls are and so are people’s hearts. The material aspects are being finalized.” Msgr. Jourdan is only worried about the weather: “September 25 is a bit late for an open-air event, also because it’s close to winter. The forecasts are good, but temperatures are bound to drop.” The atmosphere in the Country is extremely encouraging: “Among the people, even among non-Catholics and non-believers, feelings of anticipation for the papal visit are perceivable. I was told that many Lutheran parishes here in Tallin have organized a prayer vigil ahead of the Holy Father’s arrival. Obviously, vigils will be held also in Catholic parishes, but the initiative of Lutheran churches is a beautiful sign of the ecumenism of prayer.” Estonia responded in an impressive way to the meeting with young people that will be held in the Lutheran Saint Charles’ Church, of Tallin, the largest in Estonia. “At the beginning we thought it would be hard to fill the church, even with youths from other Christian confessions, instead the interest was greater than we had imagined, to the extent that we won’t be able to sit everyone: approximately 1.500 young people will attend, but there are over 2000 registered participants.” The same happened with the Holy Mass in Liberty Square in the afternoon: “The police told us to close registrations because we had reached the limits of the square’s capacity. Nobody expected that so many people would attend a religious event. We have more than 11 thousand registered participants, and for a Country like ours, that is not Poland or Ireland, these are huge figures. There are approximately 7 thousand Catholics in the Country, thus many registered participants are non-Catholics.” For Msgr. Jourdan it’s very important “that

all of this does not end with one-day enthusiasm, but that it will bring fruits and that people will listen to the Pope’s words,

reflecting on how to live out his message.” In this respect it is encouraging that “a number of TV and Radio networks have already planned programs due to take place a month from now to take stock of the fruits of the Papal visit and his message.” Commenting on the scheduled meeting with youths, Msgr. Jourdan said: “It will be the last contact with young people a week before the Synod, in addition it will be an ecumenical meeting, with youths living in a part of Europe that is very different from Italy. It is bound to be extremely significant.”

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Francesco nei Paesi baltici: cresce l’attesa. Tutto pronto per l’arrivo del Papa

Fri, 21/09/2018 - 09:53

Accomunati in tanta parte della storia moderna, nell’esperienza pesante dell’oppressione e nel cammino di liberazione, i tre Paesi baltici che Papa Francesco visiterà tra il 22 e il 25 settembre sono in realtà diversi sotto tanti punti di vista, primo fra tutti rispetto alla presenza della Chiesa cattolica. Somiglianze e specificità che segnano anche il programma del viaggio papale che comincerà dalla Lituania, dove vivono 2,8 milioni di cattolici, l’80% della popolazione. “Gesù Cristo è la nostra speranza”  è il motto dei due giorni di incontri con i responsabili politici, la gente, i giovani, i vescovi, sacerdoti e religiosi. Il Papa si fermerà nei luoghi spirituali che nutrono la fede del Paese e tornerà sui luoghi della memoria e della sofferenza ancora viva in tanti lituani. A Riga, in Lettonia, il Papa sarà un giorno solo, il 24 settembre, con un programma molto intenso: incontri con le autorità politiche, i luoghi della memoria, la messa ad Aglona, santuario mariano simbolo spirituale della visita e riferimento per i cattolici lettoni che sono il 20% della popolazione, ma dove ricca e feconda è la tradizione ecumenica. Per questo il Papa parteciperà a un incontro con le altre Chiese nella cattedrale luterana di Riga. Il viaggio del Papa si concluderà in Estonia, il 25 settembre: “Svegliati mio cuore!” il motto scelto per segnare l’incontro con gli oltre 6mila cattolici (0,4% della popolazione), che abitano un Paese che in larga parte si dichiara non credente. Anche qui, oltre alle autorità e i poveri della città, il Papa incontrerà i giovani cattolici e quelli delle altre Chiese. Il Sir, alla viglia dell’arrivo del Papa nei Paesi baltici, ha raccolto le testimonianze dell’arcivescovo di Vilnius, mons. Gintaras Grusas, di Riga, mons. Zbigņevs Stankevičs e dell’amministratore apostolico di Tallin, mons. Philippe Jourdan.

“C’è tanta attesa, come quando si aspetta un ospite importante, un membro di famiglia che non si è visto da tanto tempo” dice mons. Gintaras Grusas, mentre dalla finestra del suo ufficio guarda le operazioni di preparazione del grande palco davanti alla cattedrale, dove il Papa incontrerà i giovani: “Saremo pronti. Sono abbastanza tranquillo”. “L’attesa è anche legata al ricordo del fatto che 25 anni fa Giovanni Paolo II è stato qui e ha lasciato un segno nel cuore dei lituani, all’inizio del percorso che stavano facendo nella libertà”. Nel 1993 mons. Grusas era stato appena ordinato diacono e il suo primo incarico era stato di coordinare proprio l’organizzazione della visita. “Certo è cambiato tanto dal punto di vista tecnico: internet era scarso e i telefonini erano come mattoni; ma anche le condizioni del Paese erano diverse: la società stava facendo i primi passi nella libertà e nell’indipendenza dopo il comunismo e non c’era esperienza né nella Chiesa né in ambito pubblico nell’organizzazione di un evento così grande”. Ricorda che persino le forze di sicurezza all’epoca avevano dovuto fare un corso di preparazione con agenti lituani all’estero per imparare come proteggere il Papa. “Adesso il nostro Paese ha tanta esperienza, non solo con le visite dei vip: in questi 25 anni siamo entrati nella Nato, nell’Ue, abbiamo avuto la presidenza dell’Ue, del consiglio di sicurezza dell’Onu e le nostre infrastrutture sono cambiate, per cui internet è uno dei più veloci in Europa”, racconta. Sono però cambiate anche le sfide:

“Se all’epoca facevamo i primi passi dopo l’occupazione, ora c’è la sfida di saper vivere in una società libera, avere la speranza anche quando si vede che non si riesce a raggiungere ciò che si era sognato 25 anni fa, reggere il peso dell’emigrazione: abbiamo perso il 25% della nostra popolazione in 25 anni”.

“Spero saremo contagiati dalla gioia e dalla speranza di Papa Francesco. Per la gente il Papa impersona un’autorità morale, ma io spero che le persone vengano non solo per vederlo, ma per sentire che cosa lui dice”. Una preoccupazione dell’arcivescovo di Vilnius è che “le discussioni sugli scandali della Chiesa non coprano la bellezza e la gioia dell’incontro e del messaggio, come è successo quando le famiglie sono andate in Irlanda all’incontro mondiale delle famiglie. Io spero che si parli invece della gioia dell’incontro”.

Anche in Lettonia c’è grande trepidazione. “Stiamo mettendo gli ultimi puntini sulle ‘i’. Aumenta l’interesse dei mass media giorno dopo giorno e io stesso tutti i giorni sono impegnato in interviste in Lettonia e all’estero”. È l’arcivescovo di Riga che parla, mons. Zbigņevs Stankevičs. Anche qui “c’è attesa per l’arrivo di questo leader religioso mondiale che ha un importante messaggio per la Lettonia”. Si è pregato tanto per questo incontro: in ogni messa c’è un’intenzione per la visita del Papa e ogni domenica abbiamo sempre pregato per gli organizzatori, il Santo Padre… Questa atmosfera va in una buona direzione”. Non sono mancate le difficoltà in questi mesi:

mons. Stankevičs parla di “lamentele da parte di ambienti anti-clericali sui costi di questa visita e sul fatto che lo Stato abbia sostenuto economicamente questo evento, o che il Parlamento ha votato per concedere un giorno di festa nel Paese in occasione della visita”, per permettere a tutti di poter andare a incontrare il Papa.

“Tante contrapposizioni per appiattire l’evento. Ma queste cose sono state superate”. In più, “circa due settimane fa, abbiamo avuto una situazione difficile, con l’arresto di un sacerdote con accuse gravi a sfondo sessuale, ma non su minori”, precisa l’arcivescovo. Le indagini sono in corso quindi tutto è al momento ancora sospeso. “È stata una cosa spiacevole e un duro colpo all’inizio, ma mi pare inizi a sciogliersi. Crediamo nell’incontro ecumenico, nella cattedrale luterana, alla presenza di 1.200 persone. Ci aspettiamo che sottolinei che questi sforzi di collaborazione sono importanti, apprezzi la nostra situazione, confermi la direzione del lavorare perché i discepoli di Gesù siano uniti e incoraggi a continuare perché la Lettonia è un laboratorio positivo”.

Parla di “giorni intensissimi e bellissimi” il vescovo di Tallin, mons. Philippe Jourdan, riferendosi alla preparazione: “Non è mai tutto pronto, ma le anime sono pronte e anche i cuori. Le cose materiali si stanno ultimando”. Un po’ preoccupato è mons. Jourdan per il tempo: “Il 25 settembre è un po’ tardi per organizzare qualcosa all’aperto, perché siamo sull’orlo dell’inverno. Le previsioni sono belle, ma le temperature si abbasseranno”. Nel Paese l’atmosfera è molto incoraggiante: “Tra la gente, anche fra i non cattolici e i non credenti, si sente molta attesa per il Papa. Mi hanno detto che qui a Tallin, ci sono parrocchie luterane che hanno organizzato per lunedì sera 24 settembre veglie di preghiera per preparare la visita del Santo Padre. Lo fanno ovviamente anche le parrocchie cattoliche ma che lo facciano i luterani è un bel segno di ecumenismo della preghiera”. L’Estonia ha risposto in modo sorprendente per l’incontro dei giovani che sarà nella chiesa luterana di San Carlo a Tallin, la più grande dell’Estonia. “All’inizio pensavamo sarebbe stato difficile riempirla anche con i giovani delle altre confessioni cristiane e invece c’è stato più interesse di quello che pensavamo, al punto che non potremo farli entrare tutti: ci saranno circa 1.500 giovani nel tempio, ma in realtà più di 2.000 si sono iscritti”. Lo stesso per la messa sulla Piazza della Libertà al pomeriggio: “La polizia ci ha detto a un certo punto anche di bloccare le iscrizioni perché eravamo al limite della capacità della piazza. Nessuno si aspettava che per un servizio religioso ci fosse tanta gente. Sono state registrate un po’ più di 11mila persone e per noi che non siamo la Polonia o l’Irlanda è molto. I cattolici sono fra 6 e 7mila e quindi è certo che ci saranno molti non cattolici”. Sta particolarmente a cuore di mons. Jourdan “che

tutto questo non sia soltanto l’entusiasmo di una giornata, ma che ci siano frutti e la gente ascolti quello che dirà il Papa,

pensando a come vivere quel messaggio”. Incoraggiante in questo senso che “già alcuni canali di tv e radio hanno organizzato programmi tra un mese per fare il punto su cosa ci ha dato la visita del Papa e come il messaggio sta passando”. Ripensando al programma, mons. Jourdan si sofferma sull’incontro con i giovani: “A una settimana soltanto dal Sinodo, sarà l’ultimo contatto con loro e per di più saranno giovani ecumenici e che vivono in una parte dell’Europa molto diverso dell’Italia e questo sarà significativo”.

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Romania: i vescovi a favore del referendum per una nuova definizione della famiglia

Fri, 21/09/2018 - 09:32

Modificare la definizione del matrimonio presente nella Costituzione. E’ lo scopo del referendum costituzionale indetto in Romania per il 6 e 7 ottobre su iniziativa della Coalizione per le famiglie, un associazione, composta di 30 Ong rumene, di cui fanno parte anche organizzazioni cattoliche come l’Azione cattolica e l’Associazione delle famiglie della Romania. Anche i vescovi cattolici rumeni hanno espresso il loro pieno appoggio all’iniziativa tramite una Esortazione per i sacerdoti e i fedeli cattolici, ma anche rivolta a tutte le persone di buona volontà con l’invito di sostenere il referendum. La domanda precisa del referendum è “Siete d’accordo con la legge di revisione della Costituzione della Romania nella forma adottata dal Parlamento?”. Nella formulazione attuale della costituzione rumena, infatti, si afferma che “la famiglia è fondata sul matrimonio liberamente contratto dai coniugi”, mentre la proposta sottoposta al referendum precisa che il matrimonio viene contratto da “un uomo e una donna, uguali tra di loro e si basa sul diritto dei genitori di assicurare la crescita, l’educazione e l’istruzione dei figli”.

Nell’Esortazione, i vescovi rumeni affermano che “il termine ‘coniugi’ potrebbe generare degli equivoci” e per questo “è necessario precisare che soltanto l’unione liberamente contratta da un uomo e una donna può essere chiamata matrimonio”. Il referendum, nato come idea nel 2015, ha passato tutto l’iter necessario per la sua realizzazione, inclusa la raccolta di firme alla quale hanno aderito tre milioni di sostenitori. L’iniziativa è stata recentemente approvata dalla Corte suprema e dal Senato.

L’invito esplicito dei vescovi rumeni, dunque, è “di sostenere la modifica dell’articolo 48 della Costituzione votando nel giorno del referendum”.

Inoltre, i fedeli vanno incoraggiati “vivamente a far conoscere questo evento a casa, al lavoro, nel gruppo degli amici e conoscenti, e, come forma di apostolato, per promuovere la partecipazione al voto”. Nell’Esortazione, i vescovi spiegano le ragioni del loro appoggio al referendum: “La precisazione è in piena concordanza con l’insegnamento del Vangelo, ed anche nello spirito della tradizione del popolo romeno, motivo per il quale la Chiesa cattolica ha sostenuto sin dall’inizio l’iniziativa venuta da parte del laicato e da un grande numero di cittadini”.

Tenendo presente le tendenze attuali, dalla Chiesa cattolica in Romania sono consapevoli anche del “rischio di contraddire la sensibilità attuale oppure le correnti di pensiero alla moda”, e citano Amoris Laetitia dove è presente l’invito di promuovere il matrimonio come unione tra uomo e donna. “Questa precisazione nella Costituzione è più che necessaria”, affermano. Nell’Esortazione si rileva, inoltre, che

“la Costituzione ha lo scopo di essere alla base di un’adeguata legislazione nel campo della famiglia nella quale siano tutelati i diritti di ognuno e sia rispettata la natura delle cose nella tradizione cristiana”.

Per essere valido, il referendum dovrà raggiungere un’affluenza del 30%. Il documento a favore del referendum è stato preparato dai vescovi rumeni di rito latino e di rito bizantino, durante la sessione plenaria svoltasi dal 18 al 20 settembre a Sumuleu Ciuc. Oltre al referendum si è parlato dell’incendio che ha distrutto il palazzo vescovile di Oradea, i giovani e il prossimo Sinodo in Vaticano e l’educazione. Nel comunicato finale firmato dal segretario generale don Francisc Ungureanu, si esprime la vicinanza di tutti i membri della Conferenza episcopale rumena a mons. Virgil Bercea, ordinario di Oradea, cercando i modi per aiutarlo nel lavoro di ristrutturazione. Il prossimo appuntamento importante per la Chiesa cattolica in Romania è il 22 settembre, a Nisiporesti, quando sarà beatificata la giovane Veronia Antal, vergine e martire, un modello di fede vissuta.

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Romania: the bishops support the referendum on redefinition of family

Fri, 21/09/2018 - 09:32

Changing the definition of marriage as provided in the Constitution: it’s the purpose of a constitutional referendum that will take place in Romania on October 6-7 on an initiative of the Coalition for Families, an umbrella organization representing 30 NGOs in Romania, including Catholic organizations such as Catholic Action and the Family Association in Romania. The Catholic bishops of Romania have also expressed their full support to the initiative with an Exhortation to priests and Catholic faithful, which is also addressed to all people of good will, with an invitation to back the referendum. Voters are called to answer with Yes or No the following question: “Do you agree with the Law for the revision of Romania’s Constitution in the form adopted by Parliament?” In the current form, the Romanian Constitution defines the family as “the free-willed marriage between spouses,” while the proposal to be voted in the referendum is that family is based on marriage “between a man and a woman, and on the parents’ right to ensure the growth, education and upbringing of their offspring.”

In their Exhortation Romanian bishops declare that “the term ‘spouses’ could give rise to misunderstandings” and that is why “it is necessary to clarify that only the free-willed marriage between a man and a woman can be defined ‘marriage’”. The referendum, first proposed in 2015, went through all the necessary procedures for its concretization, including the collection of 3 million signatures. The initiative has been recently approved by the Supreme Court and by Senate.

Thus the explicit invitation of Romanian bishops is “to support the amendment of Art.48 of the Constitution by casting your vote on Referendum day.”

Moreover, the faithful must be “strongly encouraged to spread information on this initiative at home, in the workplace, among friends and as a form of apostolate to promote participation in the vote.” In their Exhortation the bishops explain the reasons for supporting the referendum: “The redefinition of marriage is in full agreement with the teaching of the Gospel, and it is also in the spirit of the tradition of the Romanian people, which is why the Catholic Church has supported the initiative proposed by the laity and by a large number of citizens from the beginning.”

Mindful of current trends, the Catholic Church in Romania is also aware of the “risk of contradicting current sensitivity or popular currents of thought.” The bishops point out that Amoris Laetitia contains an invitation to promote marriage as a union between a man and a woman. “This clarification in the Constitution is more than necessary”, they say. Furthermore, in the Exhortation it is noted that

“the purpose of the Constitution is to serve as the foundation of adequate legislation in the field of the family, ensuring that the rights of everyone are protected and the nature of things in the Christian tradition are respected.”

The referendum needs a turnout of 30% to be valid. The document in favour of the referendum was prepared by the Romanian bishops of the Latin rite and the Byzantine rite, during the plenary session held from 18 to 20 September in Sumuleu Ciuc. During the meeting the bishops also spoke of the fire that destroyed the Episcopal Palace in Oradea, young people and the upcoming Synod in the Vatican, and education. The final statement, signed by Secretary General, Fr Francisc Ungureanu, conveys the closeness of all the members of the Romanian Bishops’ Conference to Msgr. Virgil Bercea, ordinary of Oradea, seeking ways to provide support for the restructuring works. September 22 marks another important event for the Catholic Church of Romania: the beatification ceremony in Nisiporesti of young Veronia Antal, virgin and martyr, a model of lived out faith.

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Reddito di cittadinanza: come funzionerà e a chi sara destinato? Ma soprattutto con quali risorse?

Fri, 21/09/2018 - 08:56

L’introduzione del reddito di cittadinanza è uno dei temi cruciali del dibattito serrato, a volte aspro, che si sta svolgendo intorno all’impostazione della manovra economica del governo. Il primo problema è di gran lunga quello delle risorse, ma si discute anche dei meccanismi di funzionamento di questa misura, che rappresenta il principale cavallo di battaglia elettorale del Movimento 5 Stelle. “Bisogna disegnarlo bene”, ha commentato qualche tempo fa il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Qualche informazione in più, in particolare sulle risorse, sarà disponibile con la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che il governo dovrà presentare entro fine mese. Ma bisognerà attendere la formulazione della legge di bilancio (entro il 20 ottobre) e il successivo dibattito parlamentare per avere dei punti fermi sull’identità di questa misura.

L’idea di fondo, comunque, è ben nota e semplice da comunicare:

assicurare a tutti un reddito minimo di 780 euro a persona (parametrati per le famiglie in relazione ai componenti), corrispondendo totalmente questo importo a chi non ha redditi o integrando fino a questo importo eventuali altri redditi.

Ma proprio a tutti in quanto cittadini, come lascerebbe intendere il nome della misura? Nel “contratto di governo”, sottoscritto da M5S e Lega, si legge esplicitamente che “la misura si configura come uno strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizioni di bisogno: l’ammontare dell’erogazione è stabilito in base alla soglia di rischio di povertà calcolata sia per il reddito che per il patrimonio”. Dunque i destinatari sono le persone in condizione di povertà e specificamente di povertà assoluta, se il leader del M5S e vicepremier, Luigi Di Maio, ha ripetutamente indicato la cifra di 5 milioni persone che corrisponde al numero dei poveri assoluti secondo la più recente rilevazione dell’Istat.

Per evitare che il reddito di cittadinanza disincentivi la ricerca di un’occupazione, viene inoltre prevista la decadenza dal beneficio per chi rifiuta tre proposte di lavoro congrue e a tal fine si intende riformare e potenziare la rete dei Centri per l’impiego che tali proposte dovrebbero individuare.

Intento su cui praticamente tutti, dentro e fuori il Parlamento, sono d’accordo, dato che finora i Centri per l’impiego non sono quasi mai riusciti a conseguire gli obiettivi per cui erano stati istituiti. Molto controversa, invece, è la valutazione dell’efficacia di questa condizione nell’evitare il disincentivo al lavoro, anche perché l’importo previsto dal reddito di cittadinanza è tale da poter competere con non poche delle attuali forme di occupazione a bassa retribuzione. Il discorso è tutto da affinare però la condizione c’è.
Nella mozione di M5S e Lega approvata alla Camera lo scorso 12 settembre si afferma con una certa enfasi la differenza del reddito di cittadinanza rispetto al Rei, il reddito d’inclusione, la prima misura nazionale di contrasto alla povertà varata dal governo Gentiloni dopo un lunga sperimentazione e attiva dall’inizio di quest’anno. “Dal punto di vista teorico – si legge nella mozione – la scelta tra selettività e universalismo riflette una diversa concezione dello Stato”. Sul piano teorico non c’è dubbio che sia così, ma il reddito di cittadinanza così come si va concretamente configurando assomiglia invece molto al reddito d’inclusione. Quest’ultimo infatti è rivolto ai poveri assoluti e prevede percorsi di inserimento sociale e lavorativo obbligatori per i beneficiari. Per giunta il Rei, dopo il primo semestre di attuazione, dal 1°luglio scorso non richiede più alcuni particolari requisiti di composizione del nucleo familiare ed è quindi effettivamente universale.

La differenza sta soprattutto nelle risorse che si conta di investire, che nel caso del reddito d’inclusione erano insufficienti a coprire tutti i poveri assoluti. Perché allora non ripartire dal Rei, facendo tesoro della ricca esperienza compiuta e dandogli mezzi molto più consistenti, invece che ripartire da zero?

“Stiamo osservando con interesse il dibattito di queste settimane intorno alla proposta di istituire un reddito di cittadinanza, che viene espressamente collegato alla lotta contro la povertà”, dice al Sir Roberto Rossini, presidente delle Acli e portavoce dell’Alleanza contro la povertà, il cartello di organizzazioni delle società civile che in Italia ha aperto pionieristicamente la strada a queste prospettive e che la prossima settimana presenterà un documento pubblico. “La povertà però – osserva Rossini – è un fenomeno complesso, le cui cause sono più d’una e le cui conseguenze sono ben descritte dai rapporti dell’Istat. Il Rei, il reddito di inclusione da pochi mesi operativo, si rivolge in particolare e con competenza ai poveri assoluti e si propone come risposta strutturata, perché oltre al sostentamento economico-finanziario mette in campo una serie di azioni volte a reimmettere il povero in un circuito sociale e lavorativo attraverso le risorse del welfare nazionale e locale. La nostra prima proposta – afferma dunque Rossini – è chiedere al Governo di ripartire dal Rei, di ampliarlo e migliorarlo. Certamente un’importante azione da cui partire per garantire opportunità ai poveri assoluti, ma soprattutto ai poveri relativi, concerne il rafforzamento dei Centri per l’impiego”.

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Amazzonia sfruttata, indigeni minacciati: problema globale. “La Chiesa non può tacere”

Thu, 20/09/2018 - 19:11

Le ferite inferte all’ambiente e la “necessaria cura del Creato”, con uno sguardo particolare all’Amazzonia, non rappresentano “solo un grave problema ecologico, sociale e politico, ma chiamano in causa direttamente la Chiesa perché c’è di mezzo la difesa della vita umana”. Mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), spiega al Sir l’iniziativa ospitata oggi nella sede di Bruxelles: un dibattito su “I popoli indigeni dell’Amazzonia. Come può l’Unione europea promuovere i loro diritti?”.

Problema globale. Un confronto a tutto campo, quello promosso da Comece assieme a Repam, Adveniat, Misereor e Cidse, con la partecipazione dell’Ue. Tutti attorno allo stesso tavolo perché – dice ancora Hollerich al Sir – “la situazione dell’Amazzonia è un problema globale, che richiede una risposta globale. E l’Europa, essendo parte del problema, può e deve essere parte della soluzione”. Il presidente Comece riflette a partire dallo sfruttamento del patrimonio amazzonico, dagli interessi delle multinazionali, dall’inquinamento prodotto dalle attività estrattive e dai molteplici business che ruotano attorno a questo gigantesco “polmone” che produce un quarto dell’ossigeno della Terra. “Ma non si tratta solo di macro-questioni. Siamo chiamati a riflettere anche sui nostri stili di vita, su come usiamo i beni che la natura ci offre”. “Viviamo in un mondo interconnesso e ciascuno è responsabile di fronte agli altri delle proprie azioni, anche per quanto riguarda la tutela del Pianeta”. Mons. Hollerich cita la “Laudato si’” di Papa Francesco e aggiunge: “Dobbiamo calarci nella realtà, perché è nella realtà che troviamo Dio. E oggi questa ci rimanda alla cura del Creato la quale richiede una vera e propria rivoluzione dei costumi, della mentalità e dell’economia”.

Popoli che soffrono. Il cardinale Claudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo del Brasile e presidente del Repam (Panamazon Ecclesial Network), pone l’accento “sulla sofferenza delle popolazioni indigene”, minacciate dallo sfruttamento della foresta amazzonica, dei fiumi, delle materie prime e della natura. Ribadisce che “la questione ecologica, come richiamato da Papa Francesco, ci chiama in causa direttamente, perché riguarda la stessa vita umana”. Dalle sue parole emerge la complessità della situazione in America latina, e lo sfruttamento dell’Amazzonia si colloca in un contesto di diritti violati, di soprusi alle popolazioni che da sempre abitano quei territori, di affari miliardari che passano sopra la testa di territori, villaggi e comunità locali. Quindi un ampio riferimento al Sinodo pan-amazzonico che si svolgerà nell’autunno 2019 su “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. “L’ecosistema globale è minacciato – dice – e la Chiesa non può che essere attenta, presente e dalla parte dei diritti dei più deboli”.

Diverse voci e prospettive. Il forum ha portato a Bruxelles le voci delle stesse tribù e popolazioni dell’Amazzonia. Rosildo Da Silva racconta il progressivo impoverimento della sua terra, con sfruttamenti minerari, espropriazioni, inquinamento. José Horlando Da Silva de Araujo testimonia le difficoltà nella vita quotidiana delle popolazioni locali che scaturiscono dall’impoverimento senza limiti della foresta amazzonica e del grande fiume che le dà il nome e le minacce esterne che giungono a chi lì è nato e sempre vissuto. Mauricio Lopez, segretario esecutivo del Repam, impegnato nella Caritas dell’Ecuador, sottolinea ancora una volta che “il futuro degli europei è legato al nostro futuro” in Sud America.
Il dibattito nella sede Comece – moderato da Denise Auclair (Cidse) – porta anche altre voci, fra cui quella di Hugo Sobral, direttore per le Americhe del Servizio di azione esterna dell’Unione europea, con le iniziative e le relazioni in corso tra Ue e Paesi della regione: Brasile, Colombia, Perù e altri Stati del continente latinoamericano. Gli ospiti della Comece in mattinata avevano fra l’altro incontrato le autorità dell’Unione europea.

“Più coraggio”. Il cardinale Pedro Barreto Jimeno, vicepresidente del Repam e arcivescovo di Huancayo (Perù), cita il testamento spirituale del card. Carlo Maria Martini (“La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni”) per segnalare l’urgenza di una maggiore attenzione e coraggio nell’affrontare i temi dell’“ecologia integrale” di Papa Francesco e della tutela dei diritti delle popolazioni più esposte in Amazzonia. “Con il Sinodo del prossimo anno per la prima volta la Chiesa darà la parola alle popolazioni della foresta amazzonica, si metterà in loro ascolto” per poi tornare a impegnarsi sui diversi fronti: povertà, diritti, sobrietà, ecologia, educazione, mondialità.

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The exploitation of the Amazon, indigenous people threatened: a global problem. “The Church cannot remain silent”

Thu, 20/09/2018 - 19:11

The wounds inflicted on the environment and the “necessary care of Creation”, with a special focus on the Amazon rainforest, are “not only a serious ecological, social and political problem. In fact they directly involve the Church, for the defence of human life is at stake.” Mons. Jean-Claude Hollerich, Archbishop of Luxembourg and President of COMECE (Commission of the Bishops’ Conferences of the European Community), illustrated to SIR the initiative held in Brussels today: a debate on Amazonia’s indigenous peoples: How can the EU promote their rights?”.

Global problem.  COMECE, in conjunction with REPAM, CIDSE, Adveniat and Misereor, with the participation of the EU, promoted an all-encompassing debate – for, as Msgr. Hollerich told
SIR – “the situation of the Amazon is a global problem that requires a global response. Europe is part of this problem thus it can and it must be part of the solution.” The COMECE President reflected on the exploitation of the Amazonian natural heritage, the interests of multinational corporations, the pollution caused by extractive industries and companies exploiting this immense “green lung” that produces a fourth of the world’s oxygen. “Not only macro-issues are at stake. In fact we are called to reflect on our lifestyles, on how we use the resources offered to us by nature.” “We live in an interconnected world and everyone is responsible of their actions before other people, also with regard to the protection of our Planet.” Msgr. Hollerich quoted from Pope Francis’ “Laudato si’”. He added: “We ought to be rooted in reality, for it is in reality that we find God. Today this involves the care of creation, which entails a veritable revolution in our habits, mentality and in the economy.”


Suffering peoples.
Cardinal Claudio Hummes, Archbishop emeritus of São Paulo, Brazil, President of REPAM (Panamazon Ecclesial Network), underlined “the suffering of indigenous peoples”, threatened by the exploitation of the Amazon rainforest, of rivers, raw materials, and of the natural environment. He pointed out that “the ecological question, highlighted by Pope Francis, calls us all into question, for it directly involves human life.” His words convey the complexity of the situation in Latin America, and the exploitation of the Amazon involves human rights violation, the oppression of indigenous peoples who have always inhabited that land, multi-million businesses that trample over territories and local communities. Thus, the Pan-Amazon Synod that will be held in October 2019 themed “New Paths for the Church and for an Integral Ecology” will delve into this situation at length. “The global ecosystem is threatened –His Eminence said–and the Church can only be attentive, present, upholding the rights of the weakest brackets.”

 

Various voices and perspectives. The forum brought the voices of the Amazon tribes and peoples to Brussels. Rosildo Da Silva described the growing impoverishment of his homeland, caused by mining exploitation, expropriation and pollution. José Horlando Da Silva de Araujo underlined the difficulties impacting the daily life of local peoples, caused by unending
deforestation in the Amazon and the destruction of the world’s biggest river that bears its name, coupled by external threats against those who were born and live in that region.

Mauricio Lopez, REPAM executive Secretary, actively engaged in Caritas Ecuador, underlined once more that “the future of Europeans is linked to ours” in South America. The debate in the COMECE seat – moderated by Denise Auclair(CIDSE) – brought also other voices, such as that of Hugo Sobral, Director for the Americas of the External Action Service of the European Union, marked by initiatives and ongoing relations between the EU and Countries in the region: Brazil, Colombia, Peru and other States in the Latin-American continent. In the morning the guests invited by COMECE met, inter alia, with high representatives of the European Union.

“Greater courage”. Cardinal Pedro Barreto Jimeno, REPAM Vice-President, Archbishop of Huancayo (Peru), mentioned the spiritual testament of Cardinal Carlo Maria Martini (“The
Church has remained 200 years behind the times”) to mark the urgency of devoting increased attention and courage when facing issues related to Pope Francis’ “integral ecology” and the defence of the rights of the most vulnerable peoples in the Amazon. “In next year’s Synod for the first time the Church will give the floor to the peoples of the Amazon rainforest and listen to their voices”, as part of her commitment in various areas, ranging from poverty to human rights, ecology, education and globalization.

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Amref, al via campagna per una corretta narrazione sull’Africa. Le voci dei testimonial

Thu, 20/09/2018 - 19:10

“Non aiutateci per carità”: è una frase provocatoria e coraggiosa quella che fa da sfondo alla nuova campagna di comunicazione di Amref Health Africa, l’organizzazione che promuove il diritto alla salute in Africa. Chiede una nuova, corretta narrazione sull’Africa, per smontare una percezione dell’Africa e degli africani che non corrisponde alla realtà. A questo scopo propone anche un decalogo sulla comunicazione dell’Africa in Italia, con consigli dedicati al mondo dell’informazione. L’iniziativa è stata lanciata ieri al Maxxi di Roma, con testimonial famosi che danno il supporto alla campagna, curata da Saatchi & Saatchi.  Amref vuole sostenere la crescita dell’Africa evidenziandone le risorse e le potenzialità, allontanando l’immagine caritatevole e drammatica che di solito se ne dà.

Il lancio della campagna al Maxxi di Roma

Per sostenere il futuro dell’Africa. “Non aiutateci perché i nostri bambini hanno poco da mangiare, aiutateci perché hanno fame di cambiamento”: è uno dei passaggi chiave del manifesto, base della campagna. Le curve dei dati dal 2000 ad oggi parlano di un declino di molti indicatori di malattia e povertà, come la mortalità infantile o la mortalità materna. Un declino che ha però un ritmo troppo lento per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del 2030. “La percezione dell’Africa negli ultimi anni si è trasformata da ‘continente povero ma buono’ a terra di ‘conflitti e invasori – spiega Ilaria Borletti Buitoni, presidente onorario di Amref Italia – nel contempo la popolazione italiana si reputa molto più povera di 20 anni fa. Aiutare la crescita e lo sviluppo del continente africano diventa un argomento meno importante per gli italiani, e quindi sono sempre meno quelli disposti a sostenere il futuro dell’Africa, mentre si insinua addirittura il sentimento opposto, quello di avversione e rifiuto”.

10 consigli per una corretta informazione sull’Africa. Il decalogo rivolto ai giornalisti e agli operatori della comunicazione offre alcune indicazioni interessanti. Sembra scontato, ma c’è chi non non sa (!?) che “l’Africa non è un Paese” ma un continente con 54 Stati di 1,1 miliardi abitanti. Ma soprattutto, ricordare che “l’Africa non è povera” perché il valore monetario della sue ricchezze minerarie è pari a 46.200 miliardi di dollari, e con il 12% di questa somma il continente nero potrebbe finanziare da solo tutte le infrastrutture di cui ha bisogno. Il curatore del decalogo, Fortuna Ekutsu Mambulu, direttore dell’African Summer School, sottolinea due consigli: “Non si può parlare dell’Africa senza una conoscenza della storia millenaria africana. Il colonialismo è stato solo una breve parentesi.

Bisogna evitare l’eurocentrismo, chiedendo opinioni agli esperti che vivono in Africa”.

Tra gli altri suggerimenti, “attenzione alle fake news”, alle “immagini e rappresentazioni dei migranti” (che in italia sono meno del 10% degli immigrati) e chiamare “afro-discendenti” i giovani delle seconde generazioni.

https://youtu.be/pNXsyB26BIw​

“Sdoganata la vergogna”. “Il problema dell’informazione sull’Africa ha una infinità di sfumature: la veridicità di quello che i media consegnano al pubblico; la percezione di ciò che i nostri dirigenti, di chi parla in televisione, cercano di far passare”, commenta l’attore Giobbe Covatta. A suo avviso oggi prevale “l’istinto antico del branco”, come quando “il capobranco dettava una metodologia e tutti gli stavano appresso”. “Poi è arrivata la democrazia, dove ognuno esprime una opinione. Ma la democrazia è complessa, delicata, bisogna salvaguardarla in maniera consistente – avverte -. E’ facile che si deteriori, perché la democrazia non dovrebbe essere la dittatura di maggioranza ma la salvaguardia delle minoranze. A sbrindellare questo tessuto non ci vuole niente, è molto più facile convincere la gente a sbrindellare il tessuto della democrazia che a non farlo”. A suo avviso il ministro dell’interno Matteo Salvini, con il suo modo di fare, “ha sdoganato la vergogna. Ormai nessuno si vergogna più di dire nulla. Si sentono cose abominevoli senza un filo di pudore. Questo è stato lo sdoganamento. Ma nella storia questa è stata la base del fascismo”.

Come cambiare la narrazione sull’Africa? “Per cambiare la narrazione sull’Africa prima di tutto non dobbiamo fare gli errori fatti fino ad oggi”, è l’avvertimento di Sonny Olumati, inviato di Nemo. “Penso possa essere utile sentir parlare un africano con un linguaggio che conoscete, in italiano, in napoletano – ha detto – . Poi far parlare dell’Africa agli africani, perché hanno tante cose da dirci e da raccontarci”. In Italia le seconde generazioni, i figli degli immigrati, sono intorno ai 2 milioni. Gli afro-italiani sono centinaia di migliaia. “Siamo la nuova generazione degli africani – ricorda Olumati -. Vogliamo dare un bel contributo per parlare dell’Africa in maniera corretta, perché anche noi siamo vittime di quella narrazione. Un po’ perché non è vera, un po’ perché non ci sentiamo africani al 100%”.

No a luoghi comuni e pregiudizi. “In tempi non sospetti quando la politica diceva ‘Aiutiamoli a casa loro’ Amref lo faceva concretamente, la politica no”, osserva l’attore e regista Pif: “Essere schietti nel proporsi è una cosa che mi piace molto. Io ho avuto la fortuna di andare in Africa, vedere cosa fanno, il pozzo, il presidio sanitario. Questo ti cambia molto”. Il vignettista Mauro Biani ricorda che “oggi si racconta l’Africa con luoghi comuni che rafforzano il pregiudizio che ognuno già ha”. La soluzione è smontare questi luoghi comuni “con messaggi più semplici possibili”. Come la satira del sito di “fictional news” Lercio: “Noi spingiamo le notizie al paradosso – spiega Alfonso Biondi – ma spesso la realtà ci insegue e supera. Noi riusciamo a mandare messaggi pedagogici usando la risata come mezzo, per smorzare la narrazione dominante”. Secondo Roberto Natale, del Segretariato Sociale Rai, “l’Italia è il Paese dove c’è il divario più grande tra percezione e realtà. Compito dei giornalisti è raccontare la verità sostanziale dei fatti”. Il giornalista Valerio Cataldi, presidente dell’associazione Carta di Roma, invita a “radiare dall’albo i direttori dei giornali che violano le regole senza nessuna conseguenza”.

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L’Italia dai cinque volti. Vacchina (Acli): “La transizione passa per una dialettica dura ma la società ha gli anticorpi per reagire al declino”

Thu, 20/09/2018 - 18:07

Non una ma cinque. Sono le Italie disegnate dalla ricerca Iref “Le cinque Italie al voto”, presentata a Trieste nel corso del 51° Incontro nazionale di studi delle Acli (13 – 15 settembre). E non mancano differenze e fratture generazionali all’interno di queste stesse macroregioni. Fratture che per Paola Vacchina, responsabile tecnico del Dipartimento studi e ricerche delle Acli, si possono risanare “purché tutti mettano da parte interessi particolari e guardino al bene comune”.

Un Paese spaccato in cinque, nel quale lo sviluppo dei territori in crescita non è omogeneo: inclusivo in alcuni, in altri lascia dietro di sé una scia di disuguaglianze, e i territori svantaggiati presentano anch’essi fisionomie molto diversificate. Quali le cause?
La ricerca, attraverso una rigorosa analisi su indicatori e statistiche a livello provinciale, delinea la geografia socio-economica di un Paese profondamente trasformato dalla recessione globale: vi sono i Poli dinamici, le Comunità prospere, i Territori industriosi, le Province depresse e il Sud fragile, dove purtroppo il divario rispetto alle altre aree del Paese è molto profondo. Una disomogeneità che ha molte cause. Tra queste la divaricazione nelle prospettive di vita tra ventenni-trentenni e cinquantenni-sessantenni. Oggi i millennials sono i più penalizzati: faticano ad entrare nel mercato del lavoro, spesso costretti ad accettare impieghi precari, malpagati e dequalificanti, senza poter più contare sulla generosa rete di protezione sociale di cui hanno beneficiato le generazioni precedenti. A questo si aggiunge l’impoverimento dei ceti medi e popolari che hanno subito un declassamento sociale negli anni della crisi: i cittadini più vulnerabili hanno pagato il prezzo più alto per il fatto di vivere in una nazione che non progredisce ormai da trent’anni.

Un Sud in declino e uno in disagio profondo; se il primo ha le carte in regola per risalire la china, il secondo non sembra tentare una reazione alla crisi. Quali interventi sarebbero necessari?
Quando si vive in contesti fragili dove, fatte salve le debite distinzioni, vi sono condizioni di degrado e stagnazione economica è normale che possa subentrare un senso di rassegnazione. In altri luoghi meridionali, dove si materializzano opportunità di sviluppo, si fanno largo attori e iniziative sociali che cercano di innovare, valorizzando le risorse locali: bellezze artistiche e paesaggistiche, filiera agroalimentare di prim’ordine, distretti industriali, ricerca, cultura. Realtà propulsive che non mancano da Roma in giù. Nelle “province depresse” si vedono i prodromi della crescita; in altre aree prevalgono debolezze e contraddizioni che impediscono di far partire il treno dello sviluppo.

Non esistono ricette risolutive per il Mezzogiorno: servirebbero strategie politiche mirate, fondate sulla conoscenza dei problemi locali e dei soggetti sociali che possono contribuire a superarli.

Negli ultimi anni, è stato detto all’Incontro, un po’ di ricchezza è stata prodotta. Perché sono mancate le condizioni per una sua equa ridistribuzione?
La recessione globale, oltre a creare lacerazioni sociali profonde nel tessuto della nostra società, ha dimostrato che le ricette neoliberiste non funzionano più. Gli automatismi del mercato non garantiscono né benessere diffuso né coesione sociale. Mai come oggi viviamo in un modo diseguale e squilibrato. La ricerca dell’Iref delinea un quadro accurato sulle principali trasformazioni che ha subito il nostro paese dopo il fallimento della Lehman Brother. Le asimmetrie tra territori sono aumentate: il divario tra regioni centro-settentrionali e meridionali esiste ancora, ma la geografia economica e sociale del Paese si è complicata. Nelle aree più dinamiche e produttive la forbice tra ricchi e poveri si è allargata di più rispetto ad altre realtà territoriali. Segno che la crescita non genera meccanismi di inclusione e adattamento sociale. Spesso avviene il contrario: sono le asimmetrie sociali a prevalere. L’impressione è che si debba tornare a

fare i conti con la questione della redistribuzione sociale, riformando welfare, politiche del lavoro, sistema formativo, istruzione

che sono stati pensati per le passate generazioni di lavoratori e non sono più adatti alla condizione vissuta dai giovani.

Laddove si registra maggiore povertà lo Stato sembra battere in ritirata e il civismo, sottolinea la ricerca è ai minimi termini. Qual è il rischio?
Nelle aree più fragili il rischio è quello della desertificazione sociale, che in parte già si sta verificando in alcune centri meridionali: i giovani partono cercando fortuna nelle regioni del centro-nord o all’estero, rimangono anziani e persone senza rete, è lo stesso territorio a depauperarsi di risorse essenziali: tagli sulla sanità, deterioramento dell’ambiente e del decoro urbano; i pochi imprenditori che continuano la loro battaglia per risollevare le sorti della propria comunità territoriale restano isolati in zone dove la presenza della criminalità organizzata è ancora forte, nonostante il contrasto da parte delle forze dell’ordine e della società civile più consapevole e impegnata.

In che misura questo scenario ha influenzato le scelte elettorali dello scorso 4 marzo?
La crisi economica e la crescente marginalità sociale hanno certamente influenzato l’esito delle elezioni. La Lega è cresciuta soprattutto nelle prime tre Italie, dove in varie forme è presente un tessuto fatto di piccole realtà economiche, che subiscono gli effetti della globalizzazione e del progresso tecnologico, oltre che della crisi economica. Il Movimento 5 Stelle è cresciuto soprattutto nell’Italia del declino e del Sud profondo, intercettando quella parte di paese storicamente più debole e meno reattiva sul piano economico. Sul piano programmatico, Forza Italia e Pd, partiti riformisti del bipolarismo classico, hanno continuato a rivolgersi ad un ceto medio intellettuale delle grandi città, trascurando il ceto medio impoverito e il neo-proletariato giovanile, non a caso hanno preso anche il 40-45 % nelle province a benessere diffuso.

Si può parlare di un nuovo corso?
Sì, anche perché la transizione al nuovo bipolarismo risale già al 2013, con la nascita dal nulla di un partito che ha preso il 23% su scala nazionale. Il 2018 non solo ha confermato l’ascesa del Movimento 5 Stelle come partito di governo, ma ha registrato il passaggio della Lega da partito territoriale a partito di identità nazionale. L’alternativa a questo nuovo assetto politico è l’astensionismo, non il ritorno al bipolarismo classico.

O si cambiano le condizioni strutturali che stanno portando l’Italia al declino o nel tempo il bipolarismo classico sarà soltanto oggetto di studio nei corsi di storia.

Tra crisi di rappresentanza e ascesa di populismi e sovranismi, qual è oggi in Italia lo stato di salute della democrazia?
L’Italia è una democrazia giovane, e sconta peccati di gioventù. Nel nostro Paese le crisi politiche avvengono ogni 20-25 anni, e sempre per eventi drammatici: fu così all’indomani dell’omicidio di Aldo Moro, fu così dopo tangentopoli, è così con la crisi economica che stiamo subendo. La transizione dalle vecchie rappresentanze politiche alle nuove passa per una dialettica dura, ma è nell’ordine delle cose:

la società italiana mostra di avere gli anticorpi politici per reagire al declino

e sta trovando in sé nuove forme di rappresentanza in grado di ridisegnare le priorità del paese e indirizzarlo verso un orizzonte più vicino alle esigenze degli italiani. Ricondurre i cosiddetti populisti nell’alveo del riformismo è ciò che auspichiamo tutti, ma governare non è mai stato facile per nessuno, non lo sarà neanche per loro.

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Xenophobia, racism and nationalisms. Pope Francis: “The gravity of these phenomena cannot leave us indifferent”

Thu, 20/09/2018 - 12:54

The political realm must not “give in to the temptation to exploit fears”, in order to advance “myopic electoral interests”. Those who “take advantage of the climate of distrust of the foreigner” “should “carry out a profound examination of conscience, in the awareness that one day they will have to respond to God for the choices they made.” Pope Francis harshly condemned all forms of xenophobia and populism that are spreading across the world with regard to the migration crisis. Pope Francis met participants in the “World Conference on xenophobia, racism and populist nationalisms in the context of global migration” that brought together leaders and representatives of Christian Churches in Rome, September 18-20. The meeting was jointly promoted, for the first time, by the Dicastery for Promoting Integral Human Development and the World Council of Churches (WCC), in collaboration with the Pontifical Council for Christian Unity, in the awareness of the gravity of these phenomena with a strong, growing impact on social and political life at global level. In a speech addressed to participants, the Pope writes: “We live in a time when feelings deemed to have been overcome are taking new life and spreading. Feelings of suspicion, fear, contempt and even hatred towards individuals or groups judged different on the grounds of their ethnic, national or religious identity and, as such, considered insufficiently worthy of participating fully in the life of society.”

“The gravity of these phenomena cannot leave us indifferent.”

The Pope called upon everyone to contribute to counter these ideological drifts and promote the respect of the dignity of every human person in all circumstances. He described the family as “the place where we learn from a tender age the values ​​of sharing, acceptance, fraternity and solidarity.” He called upon the religious and leaders of Christian Churches to “contribute to building societies founded on the principle of the sacredness of human life.” Created in the image and likeness of God and thus “all members of the same family, brothers and sisters”, tolerance “is transformed into fraternal love, in tenderness and operative solidarity.” This is true “especially for the smallest of our brothers, among whom we can recognize the foreigner, the stranger, with whom Jesus identified himself. On the Day of Judgement the Lord will remind us: ‘I was a stranger and you did not invite me into your home.’ But he is asking us already today”:

“I am a stranger, don’t you recognize me?”

Three days of debates, reflections, prospects. The Rome Conference brought together approximately 200 representatives of Christian Churches from world countries. The program included plenary meetings on the analysis of phenomena of populism and fears, linked to migration, as well as workshops divided according to geographic areas. It clearly emerged that despite the tragic events of the past, including our recent past, xenophobia and racism are resurging in Countries across the globe, influencing the cultural, media and political realms like a wave of contempt. In a final statement, released at the end of the Conference, the Churches stated in clear terms: “To refuse to receive and help those in need is contrary to the example and calling of Jesus Christ.”

“Claiming to protect Christian values or communities by shutting out those who seek safe refuge from violence and suffering is unacceptable.”

Members and leaders of Christian Churches call on “all Christians and all those who support fundamental human rights to reject such populist initiatives incompatible with Gospel values”, especially –they added – “at the time of elections.”

Strong words against racism. It separates “groups of people based on the colour of their skin”, “in the name of a false notion of the purity and superiority of a specific community.” In this sense “racism is a sin”, “radically incompatible with the Christian faith.” “All human beings are equal in dignity and rights and equally to be respected and protected”, the Churches write, adding that: “Migration is an inherent feature of the human condition. It belongs to the whole history of humanity – past, present and future – and the entire biblical narrative.”

We are all migrants and sojourners, and we are all members of the one human family.”

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Xenofobia, razzismo e nazionalismi. Papa Francesco: “La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti”

Thu, 20/09/2018 - 12:54

La politica non “ceda alla tentazione di strumentalizzare le paure” per “miopi interessi elettorali”. E “coloro che traggono giovamento economico dal clima di sfiducia nello straniero”, “dovrebbero fare un profondo esame di coscienza, nella consapevolezza che un giorno dovranno rendere conto davanti a Dio delle scelte che hanno operato”. Usa parole durissime Papa Francesco per denunciare ogni forma di xenofobia e populismo che si sta diffondendo, ovunque nel mondo, in stretta correlazione con il fenomeno migratorio. Il Papa parla ai partecipanti alla Conferenza mondiale su “xenofobia, razzismo e nazionalismi populisti nel contesto delle migrazioni globali” che ha riunito, dal 18 al 20 settembre, a Roma leader, esponenti ed esperti di diverse Chiese cristiane. A promuovere l’incontro per la prima volta insieme sono il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e il World Council of Churches (WCC), in collaborazione con il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, nella consapevolezza della gravità di questi fenomeni che stanno avendo un impatto, forte e crescente, sulla vita sociale e politica a livello globale. In un discorso consegnato ai partecipanti, il papa scrive: “Viviamo tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, di timore, di disprezzo e perfino di odio nei confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza etnica, nazionale o religiosa e, in quanto tali, ritenuti non abbastanza degni di partecipare pienamente alla vita della società”.

“La gravità di questi fenomeni non può lasciarci indifferenti”.

Il Papa chiama tutti a collaborare per contrastare queste derive ideologiche e promuovere in ogni contesto il rispetto della dignità di ogni persona umana. Chiama la famiglia, “luogo in cui si imparano fin dalla tenerissima età i valori della condivisione, dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà”. Chiama i leader religiosi e i responsabili delle Chiese cristiane perché “contribuiscano a costruire società fondate sul principio della sacralità della vita umana”. Creati a immagine e somiglianza di Dio e pertanto tutti “membri di un’unica famiglia, fratelli e sorelle”, la tolleranza “si trasforma in amore fraterno, in tenerezza e solidarietà operativa” e ciò – prosegue il Papa – “vale soprattutto nei confronti dei più piccoli dei nostri fratelli, fra i quali possiamo riconoscere il forestiero, lo straniero, con cui Gesù stesso si è identificato. Nel giorno del giudizio universale, il Signore ci rammenterà: ‘Ero straniero e non mi avete accolto’. Ma già oggi ci interpella”:

“Sono straniero, non mi riconoscete?”.

Tre giorni di dibattiti, confronto, prospettive. La Conferenza di Roma ha riunito circa 200 rappresentanti delle Chiese cristiane di tutti i continenti. I lavori hanno alternato momenti in sessione plenaria dove si sono analizzati i fenomeni della paura e del populismo, legati alle migrazioni, a momenti di condivisione divisi per aree geografiche. Un dato è emerso evidente: nonostante le tragiche storie del passato, anche recente, xenofobia e razzismo stanno riemergendo in tutti i Paesi del mondo e stanno influendo come un’onda di disprezzo e odio su cultura, media e politica. In un messaggio finale, che è stato diffuso al termine della Conferenza, le Chiese sono state chiare: “Rifiutare di ricevere e aiutare chi è nel bisogno è contrario all’esempio e alla chiamata di Gesù Cristo”.

“Pretendere di proteggere i valori cristiani e le comunità cristiane escludendo coloro che cercano un rifugio sicuro dalla violenza e dalla sofferenza, è inaccettabile”.

Leader ed esponenti delle Chiese invitano “tutti i cristiani e tutti coloro che sostengono i diritti umani fondamentali a respingere tali iniziative populiste incompatibili con i valori del Vangelo”, soprattutto – aggiungono – “al momento delle elezioni”.

Parole molto dure vengono espresse anche riguardo al razzismo. Divide “i gruppi di persone in base al colore della loro pelle” e “nel nome di una falsa nozione della purezza e della superiorità di una specifica comunità” e come tale “il razzismo è un peccato”, “radicalmente incompatibile con la fede cristiana”. “Tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e diritti e devono essere ugualmente rispettati e protetti”, scrivono le Chiese aggiungendo: “La migrazione è una caratteristica intrinseca della condizione umana. Appartiene all’intera storia dell’umanità – passato, presente e futuro – e all’intero racconto biblico.

Siamo tutti migranti e residenti, e siamo tutti membri dell’unica famiglia umana”.

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Xenophobia, racism, nationalisms. Rev. Tveit (WCC), appeal to political leaders: “Don’t forget your humanity.”  

Thu, 20/09/2018 - 12:32

“In this Conference we listened to the contributions of various leaders and experts from Churches around the globe. They highlighted the ties linking xenophobia, racism and populism. These are growing phenomena taking on various shapes and forms in all Countries.” That’s why the Dicastery for Promoting Integral Human Development and the World Council of Churches (WCC) have joined forces and expertise by promoting a “World Conference on xenophobia, racism, and populist nationalism in the context of global migration” that will end September 20 with an audience with Pope Francis. Approximately 200 governmental, intergovernmental, civil society, academic, religious, and ecumenical leaders and actors from world Countries attended the meeting. “The Churches – Rev. Dr Olav Fykse Tveit, WCC Secretary General, told SIR – are working for the identification of solutions, especially by calling upon the population to view migrants and refugees not as a problem but as human beings. Speakers underlined the ties between the religious dimension and the ways in which the migration issue is addressed, which constitutes a challenge for the Churches.”

Could you explain?
Over the past we days we acknowledged that in some cases religions are distortedly used as identities we should guard against or as factors of exclusion. It’s a problem. For this reason, as Churches, we should try to work towards a common understanding of what it means to believe in God.

We are all strangers, and as such, we all need to be welcomed and accepted.

In televised images and in real life we see men, women, and children fleeing from poverty, war, persecution, yet people are afraid of migrants. Why?
Fear is a human reaction to the unknown, to something that somehow jeopardizes our economic and financial security. But in most cases fear is merely the result of perceptions, of preconceived ideas, of prejudices. In the past few days we recognized the existence of feelings of fear, however those feelings should not be exploited for political reasons, to support the theories of populist nationalists or to substantiate political agendas. Yet unfortunately many are feeding into broad-based fears, exaggerating the problems and depicting reality as being far more dangerous and complex than it truly is. The challenges linked to migration can be addressed, but it won’t be done by fuelling people’s fears. Finally, we should ask ourselves:

Who is the one to be afraid? Are we afraid of migrants or are migrants in a state of fear for all that they have experienced?

They were forced to leave their homes and their homeland as a result of war, conflicts, poverty, persecutions. They have all reasons to be afraid. Thus we should shift our viewpoint and try to see things from their perspective.

 

 

What is the message to Christian communities?
Churches are called to send a message of love that translates words into action. Only in this way can we bear witness to the love of God for humankind. The Churches’ activity extends beyond national borders, they see peoples’ needs and they are engaged in ensuring co-existence wherever possible.

Thus I expect this Conference to send a message of encouragement to step up this commitment and do so together. We are facing the same challenges and we believe in the same God.

What is your message to political leaders?
Two messages: the first is addressed to political leaders of all world Countries, from the entire political spectrum. They are called to respond to their human responsibility and to face the real problems, the problems of real people. It’s an invitation not to tackle these issues in terms of numbers, budget, slogans or items on a political agenda. We are faced with a human crisis and we must face it together as human beings. You should not forget your humanity as political leaders. The second message is the following: look at the Churches, listen to what they have to say, to what they do, see them as partners that can help you.

See us and listen to us also when we voice criticisms.

Our criticism is aimed at building a better world and a pacified society.

What will you say to the Pope during the audience?
I will tell him that in the past days we worked, prayed and walked together as we had promised in Geneva when Pope Francis visited the WCC. This is our calling: to face the challenges and show what it means to believe in and live out the Gospel in our present times. I will also tell him that we are blessed with his inspiration and encouragement to work together for peace, justice and the respect of human rights. Finally, I will tell him that we pray for him, for all the commitments he is facing.

 

 

 

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Kosovo. Mons. Gjergji (Prizren-Pristina): “Non si devono correggere le frontiere”

Thu, 20/09/2018 - 09:36

“Sia albanesi che serbi dobbiamo accettare la nuova realtà”. Il piccolo stato del Kosovo, che ha dichiarato la sua indipendenza nel 2008, trova spesso posto nelle notizie internazionali, soprattutto ultimamente, quando sotto la guida di Bruxelles si cerca di giungere ad un accordo reciproco con la Serbia. “Negli ultimi due anni non ci sono state delle tensioni”, racconta mons. Lush Gjergji, vicario generale della diocesi di Prizren-Pristina. A suo avviso però, le proposte di “correggere i confini aprirebbero una reazione a catena nei Balcani che non finirebbe più”. Da molti anni mons. Gjergji, che preferisce farsi chiamare “don Lush”, è impegnato per promuovere la pace e il dialogo nella zona. Ma la sua fama si diffonde molto oltre i confini del piccolo Kosovo. E’ autore di 15 libri in italiano, albanese e croato su Madre Teresa, alla quale lo legano 29 anni di amicizia. Per diffondere la sua memoria, don Lush è invitato in tutto il mondo per diversi eventi dedicati alla Santa di Calcutta.

All’inizio di settembre è arrivata una notizia attesa da tanto dai cattolici in Kosovo, l’elevazione a diocesi di Prizren-Pristina. Perchè questo cambiamento era importante?

Il Santo Padre ha accolto un desiderio dei cattolici del Kosovo atteso a lungo. Proprio il 5 settembre, nella festa di Madre Teresa, il delegato apostolico in Kosovo, mons. Juliusz Janusz, ci ha comunicato la notizia. Dopo la disgregazione della Jugoslavia la diocesi di Skopje-Prizren non aveva più senso trattandosi di un territorio situato in Stati diversi e nel 2000 è stata eretta l’amministrazione apostolica di Prizren. Ora la nuova circoscrizione, diocesi di Prizren-Pristina rispecchia sia l’antichità che la modernità, Prizren come capitale antica spirituale del Kosovo e Pristina, il nuovo centro amministrativo dove si trovano le sedi delle autorità principali. Gli uffici della diocesi sono a Pristina, essa conta circa 50mila fedeli, circa il 4% della popolazione e il vescovo è mons. Dode Gjergji.

Un anno fa avete consacrato anche la nuova cattedrale di Pristina dedicata a Madre Teresa…

E’ stato un bellissimo momento di festa con il cardinale albanese Ernest Trosani, inviato dal Papa e molti vescovi dei Balcani. Purtroppo molti dei cattolici vanno all’estero a causa della mancanza di lavoro. E’ un problema grande per tutte le realtà della Chiesa cattolica nei Balcani.

I cattolici in Kosovo lavorano nel commercio, nell’agricoltura ma devo ammettere con dispiacere che per loro non ci sono sbocchi lavorativi nelle nuove grandi imprese che stanno nascendo.

Si tratta piuttosto di aziende familiari, cioè con proprietari musulmani che preferiscono assumere altri musulmani, nell’amministrazione pubblica invece devi essere promosso da qualche partito.

Nel Kosovo c’è una città particolare, divisa in due, Kosovska Mitrovica. Lei è anche direttore di Radio Maria Kosovo e nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce la messa veniva trasmessa da lì. Come è la situazione in questa zona?

Conosco bene il posto perchè ci andavo spesso a celebrare prima che ci fosse un parroco fisso. I cattolici abitano sia nella parte albanese che in quella serba. Negli ultimi due anni non ci sono stati dei momenti di tensione, ma sotto sotto, gli animi non si sono placati.

Tutti, sia albanesi che serbi dobbiamo accettare la nuova realtà arrivata dopo l’intervento della Nato durante la guerra.

L’unico modo di vivere insieme è cercare l’unità nella diversità indipendentemente dall’origine etnica, religiosa o nazionale. Come Chiesa cattolica nel Kosovo vogliamo essere dei ponti, dei portatori di pace tra le diverse realtà del Paese.

E invece cosa pensa delle proposte di alcuni politici ad alto livello di correggere i confini del Kosovo?

Tutte le frontiere dei Balcani non sono naturali, ma sono frutto di trattative raggiunte sul tavolo. Ma credo che assolutamente non si devono correggere le frontiere, si scatenerebbe una reazione a catena che non finirebbe più. Gli Stati nazionali in cui non ci sono altre nazioni o religioni non esistono più. Certamente bisogna dare ai serbi la possibilità di avere un’ampia autonomia, anche la minoranza albanese in Serbia merita gli stessi diritti e doveri del resto della popolazione. Prima di unire i territori, è necessario unire la mente e il cuore della gente, allora i confini saranno simbolici.

Quest’estate è stato celebrato anche il 90° anniversario della vocazione di Madre Teresa, una figlia del Kosovo. C’è un messaggio di Madre Teresa al quale i politici di oggi potrebbero ispirarsi?

La giovane Agnes Gonxha Bojaxhiu il 14 agosto 1928, nel santuario di Letnica, in Kosovo, decide di intraprendere la strada della suora missionaria. Per questo il Kosovo è legato in modo particolare alla Santa di Calcutta, nostra grande patrona. D’altronde

la popolarità e l’attualità del messaggio di Madre Teresa stanno crescendo sempre di più, in modo particolare nei Balcani.

Il 22 settembre a Rijeka (Fiume) sarà benedetta una statua della Santa con celebrazione solenne,presieduta da mons. Zef Gashi, arcivescovo emerito di Bar, mentre il 29 settembre a Treviso sono invitato a partecipare sempre alla benedizione di un monumento della Santa, bellissimo modello di pace e fratellanza. Madre Teresa aveva tre principi fondamentali, molto attuali per i nostri giorni: “Solo l’Amore salverà il mondo”, “La vita non ha senso senza sacrificio e amore”, “Le opere dell’amore sono opere della pace”. Infatti la pace esige un cambiamento radicale del cuore, non si basa soltano sul diritto. Dobbiamo anelare alla costruzione di un mondo più umano, più giusto e riscoprire la belleza dell’altro.

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