Agenzia SIR

Subscribe to Agenzia SIR feed
Servizio Informazione Religiosa
Updated: 31 min 42 sec ago

Terremoto in Irpinia. Morte e distruzione ma anche tanta solidarietà

Mon, 23/11/2020 - 17:51

“Un pensiero speciale alle popolazioni della Campania e della Basilicata, a quarant’anni dal disastroso terremoto, che ebbe il suo epicentro in Irpinia e seminò morte e distruzione”: lo ha inviato ieri Papa Francesco, all’Angelus, ricordando quel 23 novembre 1980 quando alle 19,34 la terra tremò in Irpinia e Basilicata, portando morte e distruzione. “Quell’evento drammatico, le cui ferite anche materiali non sono ancora del tutto rimarginate, ha evidenziato la generosità e la solidarietà degli italiani. Ne sono testimonianza tanti gemellaggi tra i paesi terremotati e quelli del nord e del centro, i cui legami ancora sussistono. Queste iniziative hanno favorito il faticoso cammino della ricostruzione e, soprattutto, la fraternità tra le diverse comunità della Penisola”, ha evidenziato il Pontefice. Circa 3.000 morti, 9.000 feriti, 300.000 senza tetto: dietro queste cifre altrettante storie interrotte, lacerate, cambiate per sempre. I comuni danneggiati furono 280, i paesi rasi al suolo 36. Molte le diocesi coinvolte o quantomeno interessate. L’area colpita misurava 27mila chilometri quadrati, tre volte quella del sisma in Friuli nel 1976.

“A quaranta anni di distanza sono ancora aperte le crepe di quel minuto e 20 secondi che ha seminato morte e distruzione, ma che nel contempo ha generato

una straordinaria solidarietà

e consentito alla Caritas di consolidare un nuovo modello di intervento”, si legge in una nota di Caritas Italiana, che ricorda quel tragico evento. La positiva esperienza sperimentata in occasione del terremoto del Friuli convinse Caritas Italiana “a riproporre il metodo dei gemellaggi tra le diocesi italiane e le parrocchie terremotate, come strumento principale di prossimità e accompagnamento alle comunità colpite, allo scopo di assicurare sostegno morale e materiale per tutto il tempo dell’emergenza acuta e della ricostruzione. Ben 132 diocesi aderirono alla proposta di gemellaggio, con il fondamentale apporto di volontari e obiettori di coscienza. Un’esperienza storica di presenza e di scambio fra Nord, Centro e Sud Italia, destinata a ripetersi, quantomeno in ambito ecclesiale, in occasione delle catastrofi collettive nei decenni successivi”. Una presenza, sottolinea oggi la Caritas, che “diventò forte stimolo: per la Chiesa italiana a proseguire nell’opera di solidarietà con le popolazioni colpite; per le istituzioni ad impegnarsi fattivamente nella ricostruzione e nella prevenzione”.

“Nel quarantennale del sisma del 23 novembre 1980”, “il ricordo innanzitutto riaccende i sentimenti, mai spenti sotto la brace della storia che continua; si rivive il dolore per quanti persero la vita in quel tragico evento, si associa la paura alle paure, susseguenti negli anni, fino a quella che stiamo vivendo in questa emergenza del Covid-19”. Sono parole di mons. Pasquale Cascio, arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi-Conza-Nusco-Bisaccia, che oggi insiste su uno dei territori più martoriati dal terremoto del 23 novembre 1980. Per il presule, “la memoria del sisma è ormai storia”, che innanzitutto “ci insegna l’imprevedibilità delle forze della natura e delle malattie”, “la solidarietà nel momento della prova e nei tentativi di rinascita” e la necessità di “un coordinamento tra lo Stato centrale e i territori: lo Stato ci ha aiutato tanto, ma ognuno ha preso senza confrontarsi e senza progettare insieme una società in continuità con la sua storia, che non fosse abbagliata dalla profusione di denaro e di fondi pubblici”.

Nella tiepida sera di quel 23 novembre, nella città di Avellino, “quel boato sordo, seminando morte, si amplificò a dismisura con l’oscurità e i cupi silenzi. Il timpano della cattedrale si frantumò, frenato nella sua corsa dal cancello che racchiudeva il sagrato e lo scalone settecentesco, tra la piazza e il seminario di cui si è persa ogni memoria. Anche nella Chiesa di Ariano e Lacedonia ci furono dei crolli”. Lo ricorda oggi il vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia, mons. Sergio Melillo, che allora viveva ad Avellino.

“Si sgretolava un ‘piccolo mondo antico’, si intravedevano segni e ferite di un futuro incerto”,

sottolinea il presule, che aggiunge: “La ricostruzione, con le sue difficoltà e le sue ombre, stava generando un cambiamento epocale. Nel mentre si ricostruivano nuovi sky-line ai paesi, si passò dalle tende alle ‘roulotte’, ai ‘prefabbricati’. Si insediarono industrie mai veramente decollate, strutture progettate in ‘laboratori disincarnati’. Nacquero luoghi senza memoria. Molto è stato fatto per risollevare questi territori ma, di fatto, si è prodotto uno sgretolamento di rapporti tra i luoghi e la vita”. Ricordando l’invito di Papa Francesco a “non lasciarci rubare la speranza”, mons. Melillo rivolge un appello: “Restituiamo entusiasmo alle aree interne e alle nuove generazioni, ricostruiamo la socialità, la comunità e le relazioni”.

“Sotto le macerie del sisma che ha colpito – nei territori dell’Alta valle del Sele, allora parte della diocesi di Campagna e attualmente appartenenti alla nostra arcidiocesi – particolarmente paesi come Laviano, Castelnuovo di Conza, Santomenna ed altri comuni viciniori, è un intero mondo di valori che si è fermato ed è crollato: un capitolo nuovo della storia si è aperto tra il sangue e le lacrime di quella gente. Tuttavia, nella logica della fede, anche il dramma stesso del dolore e della morte si illumina di senso e di luce nuova, così che anche il momento più difficile e tragico può diventare un seme di rinascita e di ripresa”, osserva mons. Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno. “La presenza dei volontari (tra cui tanti sacerdoti) che si mobilitarono da tutta Italia per prestare soccorso e consolazione con umanità e preghiera in quei giorni e mesi, il sorgere del primo embrione della Protezione civile e della Caritas diocesana, la vicinanza di tanti parroci alla gente in difficoltà e l’impegno di singoli e famiglie nel tessere nuovamente un tessuto umano e sociale altrimenti lacerato dalla paura e dalla perdita di vite umane e di beni materiali – sottolinea il presule – sono stati i segni umani di una resurrezione già operante nella fase immediata dell’emergenza”.

Categories: Notizie

Migranti: in Trentino l’accoglienza efficace era possibile. Smantellato modello d’eccellenza

Mon, 23/11/2020 - 12:43

Il sistema di accoglienza delle persone migranti in Trentino è stato un modello d’eccellenza unico nel suo genere. Ogni euro speso per l’accoglienza ha generato quasi il doppio di valore per l’economia trentina (1,96 euro), pari a 9,4 milioni di euro nel 2016. Una buona prassi che ha prodotto vantaggi sia per chi ne ha usufruito, sia per la comunità di accoglienza. Eppure è stato parzialmente smantellato a causa di politiche locali e degli effetti dei decreti sicurezza. E’ la denuncia che emerge dalla ricerca “L’impatto economico e sociale del sistema di accoglienza in Trentino: uno studio esplorativo”, commissionato da Arcobaleno, Centro Astalli, Atas, Cgil e Kaleidoscopio ad Euricse. Lo studio, pubblicato dalla Fondazione Migrantes della Cei, sarà presentato il 24 novembre alle 17 in diretta streaming sul canale Youtube di Euricse, alla presenza dei curatori Paolo Boccagni e Serena Piovesan (Università di Trento), Giulia Galera (Euricse), Leila Giannetto (Fieri, Torino), Maria Cristina Molfetta (Fondazione Migrantes) e dei referenti delle organizzazioni locali.

Accoglienza diffusa in piccoli centri e integrazione. A fine 2019 in Trentino erano accolte 824 persone in 99 piccole strutture, sparse in 12 comuni del territorio per favorire l’accoglienza diffusa, più 149 richiedenti asilo e minori stranieri non accompagnati che ad ottobre 2019 erano negli appartamenti condivisi del sistema Siproimi (ex Sprar). “Il modello di accoglienza trentino funzionava molto bene – spiega al Sir Giulia Galera, ricercatrice di Euricse -. Basti pensare che un tirocinio su 4 si trasformava in opportunità lavorativa e ogni euro speso in accoglienza andava a beneficio dell’economia locale. Il paradosso è che,

con l’ingresso di una nuova giunta ostile all’immigrazione e con gli effetti dei decreti sicurezza, il sistema è stato in gran parte smantellato.

Dalla ricerca emergono conseguenze deleterie per le persone in accoglienza e per coloro che arriveranno”.

La gestione alla Provincia. Il sistema trentino era in grado, inoltre, “di gestire i conflitti e traghettare verso l’accoglienza anche le comunità più ostili – precisa Galera – per i tanti vantaggi che ne derivavano”. E’ la Provincia autonoma di Trento a gestire in prima persona l’accoglienza anziché le Prefetture come nel resto d’Italia. Per il coordinamento la Provincia ha istituito nel 2011 il Cento informativo per l’immigrazione (Cinformi), suo braccio operativo. Ogni anno viene sottoscritto un protocollo d’intesa che consente alla Provincia di fornire beni e servizi ai beneficiari, monitorare le presenze nelle strutture, rendicontare le spese sostenute e, a fine anno, presentarle al Commissariato per i rimborsi. Tra i servizi per l’integrazione sono comprese attività di sostegno socio-psicologico, di orientamento al territorio e alle pratiche per l’ottenimento della protezione internazionale, di formazione e inserimento lavorativo e di assistenza linguistica e culturale.

Tanti vantaggi economici anche per il territorio. “A fronte di una spesa minore rispetto ad altri territori – si legge nella ricerca – il sistema riesce comunque a garantire alti standard di servizio uniformi sul territorio”, generando “un impatto economico positivo anche nelle comunità che li accolgono, in un processo virtuoso in cui l’ospite, contrariamente al pensiero popolare, genera ricchezza, innovazione e sviluppo”. Tramite gli accordi con l’Agenzia del lavoro, ad esempio, sono stati attivati numerosi tirocini, specie nelle piccolissime aziende trentine del settore agricolo e artigianale. L’Università di Trento, invece, garantisce l’accesso all’istruzione terziaria ai richiedenti asilo e detentori di protezione internazionale.

I decreti sicurezza hanno invece sancito un taglio delle risorse da parte del governo centrale, per cui l’offerta di Cinformi si è dovuta ridimensionare. Sono stati sospesi i corsi di lingua italiana, le attività di orientamento al lavoro, il servizio di supporto psicologico per gli ospiti delle strutture. Gli autori sottolineano il

rischio concreto di ricadute sociali negative, con un progressivo peggioramento delle condizioni di vita e di salute dei richiedenti asilo.

Viene anche criticata una recente decisione della Giunta provinciale di Trento di accentrare le presenze dei richiedenti protezione internazionale in grossi centri in città. L’auspicio della ricercatrice è che “le recenti modifiche ai decreti sicurezza possano essere operative nel più breve tempo possibile, per ragioni sia di natura etica, sia economica”. L’esperienza di Trento dimostra che una accoglienza efficace è possibile: “Si tratta di

partire dalle buone pratiche e disegnare politiche nell’interesse di tutti, persone migranti e comunità di accoglienza”.

Categories: Notizie

The second post-Synodal season with Repam and Ceama. Card. Barreto: “Complementary relationships for evangelization”

Mon, 23/11/2020 - 11:10

The “changing of the guard” of Monday, November 9, marks the conclusion of the reorganization process of the Pan-Amazonian Churches, also in structural terms, fruit of last year’s Synod. Cardinal Pedro Barreto, Peruvian Jesuit, Archbishop of Huancayo, was appointed President of the Pan-Amazonian Ecclesial Network (REPAM) while Brazilian João Gutemberg Sampaio, from Brazil, took office as Executive Secretary at Manaus. REPAM will interact with the new “creature” proposed by the Synod, the new Pan-Amazonian Ecclesial Conference (CEAMA), which held its assembly in the past few days, chaired by former REPAM President Cardinal Claudio Hummes from Brazil. Cardinal Barreto took stock of the “post-synodal” challenges for the Churches and the peoples of the Pan-Amazon region with SIR, following the ninth Pan-Amazon Social Forum (FOSPA), attended also by REPAM.

Your Eminence, REPAM is called to live a second season after the Synod and the creation of the Pan-Amazonian Ecclesial Conference. Which are the greatest challenges?

REPAM Pan-Amazonian Ecclesial Network is faced with three major and urgent challenges.

First, to support the Pan-Amazonian Ecclesial Conference (CEAMA), a recently established, standing and permanent ecclesial body tasked with delivering on the recommendations of the Synod for the Amazon, held in Rome in October 2019. As a network active throughout the territory of the Amazon, REPAM is called to concretize CEAMA pastoral guidelines. Since its creation in September 2014, REPAM  has accompanied the Amazonian peoples in various ways. Today, in continuity with the Synodal process, it collaborates with CEAMA for the implementation of its guidelines in the region.

It should be noted that CEAMA is an unprecedented initiative in the history of the Church, for it is an ecclesial – hence not only Episcopal  – body, and because it is Amazonian.

It is therefore a token of the Church’s love and service to the ‘dear Amazon’ (‘querida Amazonia’), as is titled the Post-Synodal Exhortation. Second, REPAM must intensify its mission of closely supporting the indigenous peoples and those along the riverbanks in Amazonia, listening to their cries and to the clamour of the earth. REPAM is an elaborate space for the Church’s evangelization process. It therefore offers CEAMA a communication channel to connect with the local community and hence with the indigenous peoples. Third, together with CEAMA, it strengthens its coordination with the Latin American Episcopal Council (CELAM), the Latin American Conference of Men and Women Religious ( CLAR), Caritas Latin America, as well as other groups of indigenous peoples and partners residing in the Amazon region.

Several people who played an important role in REPAM now hold positions of responsibility in CEAMA. What will be the difference between REPAM and CEAMA? Isn’t there a risk of creating a dual structure?

In fact, the Executive Secretary, Mauricio López, left REPAM for a natural renewal process after six years of service. Similarly, Cardinal Claudio Hummes, President of REPAM since its foundation on September 14, 2014, was elected President of CEAMA on June 29. Both Cardinal Hummes and Mauricio López accomplished commendable results in the organization and consolidation of REPAM, in the service of comprehensive pastoral ministry and in fostering the preparation of the Synod for the Amazon.

CEAMA is a fruit of this synodal process. Therefore, the relationship between CEAMA and REPAM is complementary to improved and greater Evangelization service in the Amazon.

As a standing and permanent ecclesial structure, CEAMA is tasked with establishing and clarifying the directions of the Synod, whereas REPAM coordinates activities throughout the territory, incorporating CEAMA’s recommendations and seeking to put them into practice in the territory of the Amazon region.

How is the Synod’ s reception progressing among the Amazonian peoples?

The Synod’s reception is progressing significantly. Token of this is the fact that CEAMA, as a special fruit of the synodal experience carried out with pastoral zeal, is the first established project. This is a fundamental step in the history of the Church due to fundamental reasons: it is the first standing and permanent ecclesial collegial body which the baptized, that is, the bishops, priests, religious and laity, actively participate in. Furthermore, it is the Ecclesial Conference of the Amazon, that is, of a specific region, the Amazon basin that comprises nine countries: Brazil, Peru, Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guyana, Surinam and French Guiana.

CEAMA marks the first reception of the Synod. Essentially, it constitutes a pastoral positioning of the Catholic Church in her evangelizing mission in the Amazon region.

The guidelines and commitments set out in the Synod will be pursued by CEAMA with the decisive support of REPAM’s established presence at territorial level.

In times of pandemic, the Amazon remains in the throes of an attack… on healthcare, the environment, and major mining projects. In your opinion, is this an intentional attack? What worries you the most?

The Amazon region has been severely affected by the Covid 19 pandemic.

Based on the latest figures, about one and a half million people were infected and 34,500 died in the Amazon region. In addition to this tragedy for our brothers living in the Amazon region, there is the clamour of the earth, due to continuing environmental damage caused by advancing deforestation in the region and by forest fires, many of which are man-made. This period of pandemic has not prevented the continuation of mining activity without due environmental care affecting people. These circumstances are a consequence of today’s economic system, which prioritizes profit to the detriment of human dignity. Until the economic conception of all productive activity, especially mining, that sees land as a resource to be exploited and not the habitat of humanity, is reconsidered, limited progress can be made to restore the dignity of the human person and the care of our natural ecosystem. The territory of the Amazon rainforest is an important repository of natural resources and, for this reason, it reawakens the greed to exploit them, with devastating consequences for the people and the natural environment.

Conversely, what are the signs of hope?

As in any extreme situation, there are always signs of hope.

The Catholic Church is rendering visible those who society previously regarded as ” invisible” and ” insignificant”

In this context, we are all required – the population, businesses and the State – to ensure human dignity and unconditional respect for people’s rights and territory. The positive effects of proximity, friendship and coordination of experiences fostered by REPAM in the Amazon region since its inception in September 2014, are undeniable.

This process gained momentum when Pope Francis visited the Amazon city of Puerto Maldonado (Peru) on January 19, 2018. However, a significant experience of human fraternity and social friendship occurred during the preparation for the Synod for the Pan-Amazon region, with more than 45 territorial assemblies attended by 85,000 participants. The ripe fruit of this synodal process was the Synod in Rome (October 2019), in the presence of Pope Francis and with a large group of brothers and sisters representing the native peoples.

The Final Document of the Synod and the Post-Synodal Exhortation “Querida Amazonia” are two official documents of the Church that exhort us to continue on our journey together.

The waters of the Amazon River continue to flow unabated. Similarly, on her journey in the Amazon region, the Church transmits the Gospel of Jesus, “the living water springing up unto eternal life.” A clear sign of joy and hope is the process that sees the Church with an Amazonian face, a process that raises awareness on the importance of the Pan-Amazon region for the world. It is our response to the requests of the representatives of the native peoples: that the Church be their ally in their struggles to protect their individual rights, their cultures and the natural environment.

 

*Journalist at “La vita del popolo”

Categories: Notizie

Con Repam e Ceama la seconda stagione dopo il Sinodo. Il Card. Barreto: “Rapporto di complementarietà per l’evangelizzazione”

Mon, 23/11/2020 - 11:10

Con il “cambio della guardia” avvenuto lunedì 9 novembre, può dirsi compiuto per le Chiese della Panamazzonia il processo di “ristrutturazione”, anche dal punto di vista strutturale, frutto del Sinodo di un anno fa. Il cardinale Pedro Barreto, gesuita peruviano, arcivescovo di Huancayo, ha assunto la presidenza della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), mentre il brasiliano João Gutemberg Sampaio, inizia a lavorare da Manaus come segretario esecutivo. La Repam si interfaccerà con la nuova “creatura” proposta dal Sinodo, la Conferenza ecclesiale panamazzonica (Ceama), che nei giorni scorsi ha tenuto la propria assemblea, sotto la guida dell’ex presidente della Repam, il cardinale brasiliano Claudio Hummes. Proprio con il cardinale Barreto il Sir ha fatto il punto sulle sfide “post-sinodali” per le Chiese e i popoli della Panamazzonia, a conclusione del nono Forum sociale panamazzonico (Fospa), al quale prende parte anche la Repam.

Card. Pedro Ricardo Barreto Jimeno

Eminenza, la Repam è chiamata a vivere una seconda stagione dopo il Sinodo e la creazione della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia. Quali sono le principali sfide?

Ci sono tre sfide principali e immediate per la Rete ecclesiale panamazzonica Repam. In primo luogo, sostenere la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), che è un organismo ecclesiale recente, stabile e permanente per attuare le indicazioni del Sinodo sull’Amazzonia, tenutosi a Roma nell’ottobre 2019. Ed è la Repam, come spazio di articolazione nel territorio amazzonico, la realtà chiamata a mettere in pratica gli orientamenti pastorali della Ceama. La Repam, fin dalla sua creazione nel settembre 2014, ha accompagnato in vario modo le popolazioni amazzoniche; ora, nella continuità del processo sinodale, collabora con la Ceama per applicare le sue linee guida nella regione. È necessario sottolineare che la Ceama non ha precedenti nella storia della Chiesa, perché è un organismo ecclesiale, non solo episcopale, e perché è amazzonica. Pertanto, è un segno di amore e servizio della Chiesa alla ‘cara Amazzonia’ (‘querida Amazonia’), che è il titolo dell’Esortazione post sinodale. In secondo luogo, la Repam deve rafforzare ulteriormente la sua missione di accompagnare da vicino le popolazioni indigene e lungo i fiumi dell’Amazzonia, ascoltando le loro grida e il clamore della terra. La Repam è uno spazio articolato per il processo di evangelizzazione della Chiesa. Per questo offre alla Ceama un legame di comunicazione molto stretto con il territorio e da qui con le popolazioni autoctone In terzo luogo, insieme alla Ceama, rafforza l’articolazione con il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), la Conferenza latinoamericana di religiosi e religiose (Clar), la Caritas dell’America Latina, oltre ad altre istanze dei popoli nativi e alleati che vivono in Amazzonia.

Diverse persone che hanno avuto un ruolo importante nella Repam ora hanno assunto incarichi di responsabilità nella Ceama. Quale sarà la differenza tra Repam e Ceama? Non c’è il rischio di creare una doppia struttura?

Sì, in effetti, il segretario esecutivo, Mauricio López, ha lasciato la Repam per un naturale processo di rinnovamento dopo sei anni di lavoro. Allo stesso modo, il cardinale Claudio Hummes, che era presidente della Repam, fin dalla sua fondazione il 14 settembre 2014, è stato eletto presidente della Ceama il 29 giugno. Sia il cardinale Hummes che Mauricio López hanno svolto un lavoro encomiabile nell’organizzazione e nel consolidamento della Repam nel servizio di un ministero pastorale complessivo e nell’incoraggiare la preparazione del Sinodo sull’Amazzonia. La Ceama è il risultato di questo processo sinodale. Quindi, il rapporto tra Ceama e Repam è di complementarità per un servizio di evangelizzazione migliore e più grande in Amazzonia. La Ceama, come struttura ecclesiale permanente e stabile, si assume la responsabilità di fondare e chiarire le indicazioni del Sinodo. La Repam, invece, è uno spazio di articolazione nel territorio, che raccoglie le indicazioni della Ceama e cerca di metterli in pratica nel territorio amazzonico.

Come si sta sviluppando l’accoglienza del Sinodo nei popoli amazzonici?

L’accettazione del Sinodo procede in modo significativo. E lo dico perché la prima cosa che è stata stabilita è la Ceama, come frutto speciale dell’esperienza sinodale vissuta con intensità pastorale. È una tappa fondamentale nella storia della Chiesa per i suoi motivi fondamentali: perché è il primo organismo collegiale ecclesiale come struttura stabile e permanente a cui partecipano attivamente i battezzati, cioè i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i religiosi e i laici. Inoltre è la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia, cioè di una regione specifica, del bioma amazzonico che comprende nove Paesi: Brasile, Perù, Bolivia, Ecuador, Colombia, Venezuela, Guiana, Suriname e Guyana francese. La Ceama è l’espressione di una prima accoglienza del Sinodo. È, in breve, un posizionamento pastorale della Chiesa cattolica nella sua missione evangelizzatrice in Amazzonia. Dalla Ceama e, con il deciso supporto della Repam nel suo radicamento nel territorio, si andrà avanti nell’adempimento delle linee guida e degli impegni sinodali.

In tempi di pandemia, l’Amazzonia è ancora sotto attacco … per la salute, l’ambiente, i grandi progetti estrattivi. A suo avviso, è un attacco intenzionale? Cosa la preoccupa di più?

L’Amazzonia è stata duramente colpita dalla pandemia di Covid 19. Secondo le statistiche più recenti, sono circa un milione e mezzo le persone contagiate e 34.500 le morti nella regione amazzonica. A questo dolore dei fratelli che vivono in Amazzonia, si aggiunge il clamore della terra, perché continua ad essere maltrattata dal punto di vista ambientale dall’avanzare della deforestazione nel territorio e dagli incendi boschivi, molti dei quali causati dall’uomo. Questo periodo di pandemia non è stato un ostacolo per la continuità dell’attività estrattiva senza la dovuta attenzione ambientale che colpisce le persone. Questi fatti sono una conseguenza dell’attuale sistema economico, che privilegia il profitto sulla dignità della persona umana. Finché non si modifica la visione economica di tutta l’attività produttiva, soprattutto quella mineraria, che considera la terra una risorsa da sfruttare e non l’habitat dell’umanità, si possono fare pochi progressi per recuperare la dignità della persona e la cura del nostro ambiente naturale. Il territorio del bioma amazzonico è una dispensa di risorse naturali e, per questo, risveglia il vorace appetito di sfruttarle, con conseguenze disastrose per le popolazioni e l’ambiente naturale.

E quali sono, al contrario, i segni di speranza?

Come in ogni situazione estrema, ci sono sempre segni di speranza. La Chiesa cattolica sta rendendo visibili coloro che prima erano “invisibili” e “insignificanti” per la società. Ciò richiede a tutti noi, popolazione, imprenditori e Stato, di assicurare la dignità delle persone e il rispetto illimitato dei loro diritti e del loro territorio. C’è un fatto innegabile degli effetti di vicinanza, amicizia e articolazione delle esperienze che la Repam ha condotto nella regione amazzonica fin dal suo inizio nel settembre 2014. Questo processo si è accentuato quando papa Francesco ha visitato la città amazzonica di Puerto Maldonado (Perù) il 19 gennaio 2018. Ma il forte momento di fratellanza e amicizia sociale è stato vissuto durante la preparazione al Sinodo sull’Amazzonia. Ci sono state più di 45 assemblee territoriali e 85.000 persone che vi hanno partecipato. Il frutto maturo di questo processo sinodale è stato lo svolgimento del Sinodo a Roma (ottobre 2019), con la presenza di papa Francesco e un buon gruppo di fratelli e sorelle dei popoli originari. Il Documento finale del Sinodo e l’Esortazione post-sinodale “Querida Amazonia” sono due documenti ufficiali della Chiesa che ci esortano a continuare a camminare insieme. Le acque del Rio delle Amazzoni non si fermano. Così la Chiesa trasmette, nel suo cammino in Amazzonia, il Vangelo di Gesù, “l’acqua viva che balza alla vita eterna”. Un segno evidente di gioia e speranza è il processo che ha iniziato ad “amazzonizzare” la Chiesa e a sensibilizzare l’umanità, sull’importanza dell’Amazzonia per il mondo. È così che rispondiamo al desiderio espresso dai rappresentanti dei popoli nativi: che la Chiesa sia loro alleata nelle loro lotte per proteggere i loro diritti di persone, le loro culture e l’ambiente naturale.

 

*Giornalista de “La vita del popolo”

Categories: Notizie

Narcotraffico e violenza, un binomio tragico. Mons. Martín: “La società è malata. Abbiamo di fronte un grande compito di evangelizzazione”

Mon, 23/11/2020 - 11:09

L’ha definita una “violenza cieca”, in una lettera pastorale pubblicata qualche settimana fa. Monsignor Eduardo Eliseo Martín, arcivescovo di Rosario, non ha taciuto di fronte all’escalation di fatti di sangue che, di recente, non hanno risparmiato neppure una bimba di 18 mesi, colpita durante una sparatoria. Mentre, infatti, l’Argentina si trova ormai da marzo in uno stato di quarantena permanente, che ha a lungo frenato i contagi ma non è riuscita a impedire il loro dilagare nelle ultime settimane di fine inverno, il consumo e il traffico di stupefacenti e altre sostanze non si sono ormai fermati.

“La società è malata”

avverte l’arcivescovo, secondo il quale questa violenza emerge da “una società che ha iniziato a considerare naturale il consumo di sostanze stupefacenti e non ha lavorato nella prevenzione e nell’assistenza delle persone che ne soffrono”. Anzi, “da anni sembra che ci sia una legalizzazione di fatto del traffico di droga, che ha un proprio sistema finanziario, e con un’organizzazione criminale superiore a quella a disposizione dello Stato per rispondere”.

Escalation di violenza. Parole forti, che l’arcivescovo, intervistato dal Sir, spiega e approfondisce: “Quando sono arrivato qui, nel 2014, già Rosario era famosa per il narcotraffico e i suoi livelli di insicurezza”. La città, che si trova 300 chilometri a nord di Buenos Aires, con oltre un milione di abitanti, è la terza dell’Argentina. Il suo porto sul fiume Paraná, la rende strategica a livello commerciale. “In questi anni la situazione è peggiorata, soprattutto nei quartieri popolari e più poveri, dove la gente vive ammassata e ogni situazione diventa naturale. In questi anni abbiamo avuto 190 morti per il narcotraffico, solo nell’ultimo mese di settembre la violenza ha causato una ventina di vittime. Mesi fa era stato ucciso un bambino, più recentemente una ragazza di 14 anni, che studiava in una scuola parrocchiale gestita dagli scalabriniani”.

In questo contesto, “non si vedono nella società e nella politica avanzare azioni decise, questo vale non solo per le autorità della Provincia e della città, ma anche per quelle nazionali. Il traffico dilaga, ma questo accade perché la gente consuma droga, si parla sempre si più, per esempio, di consumo ricreativo”. Domanda e offerta, come è naturale, aumentano insomma insieme. Inoltre, riprende mons. Martín, “Il narcotrafficante spesso diventa un modello per i ragazzi dei quartieri. Spesso i giovani entrano nella spirale della droga perché non hanno alternative”.

Già papa Francesco, già anni fa, aveva parlato di “messicanizzazione dell’Argentina”, e oggi, afferma l’arcivescovo, “stiamo andando in quella direzione”. Tutto questo, prosegue, “ci sfida come comunità cristiane. Abbiamo di fronte un grande compito di evangelizzazione, siamo chiamati a portare un nuovo sguardo sulla vita, una risposta di riconciliazione. È successo che, a un ritiro da noi organizzato, un padre che voleva vendicare la morte del figlio, abbia consegnato materialmente le armi. Il nostro è un compito necessario”.

L’arcidiocesi è attiva anche nel recupero di chi è caduto nelle dipendenze, con la presenza delle associazioni Nazareth e Padre misericordioso. “Non dobbiamo perdere la speranza”, conclude mons. Martín.

Il dramma dei giovani e l’interruzione delle azioni di prevenzione. La gravità della situazione, ma anche la necessità di una più forte azione a livello di prevenzione ed educazione, viene confermata al Sir da Solange Rodríguez Espinola, docente dell’Università cattolica argentina e ricercatrice nell’Osservatorio del disagio sociale istituito dallo stesso ateneo. “In particolare, Rosario è una realtà molto difficile – afferma -. Gli ultimi dati dell’Osservatorio sul consumo di droga sono del 2017. Ma durante questi mesi di quarantena si è assistito a un aumento soprattutto di alcol e tabacco, e la droga ha continuato a girare”. Il fenomeno della tossicodipendenza, prosegue la docente, “attraversa tutte le classi sociali e si differenzia per tipi di sostanze consumate, si va dalla droga sintetica dei più ricchi fino ai residui, ai derivati consumati dai giovani più poveri, sostanze che provocano dipendenza molto rapidamente. Tra i consumatori continua ad abbassarsi l’età media, ci sono sempre più giovani. E le sostanze si possono reperire facilmente nelle scuole o nelle loro vicinanze”.

A tale realtà, si affianca “la sempre più comune convinzione che la marijuana non sia nociva, che si possa assumere tranquillamente”. Ed è fortissimo l’aumento del consumo di alcol, anche tra i minorenni: “È concentrato nel weekend, dentro al gruppo, prevale la logica del provare. Spesso alcol e varie droghe vengono prese insieme, assistiamo sempre più al consumo di sostanze associate”.

In questi mesi di pandemia “anche se prevale meno il ritrovo dei giovani in gruppo, lo stato di ansia e precarietà favorisce il consumo. La domanda resta alta e pure l’offerta, la droga si trova e il narcotraffico arriva ovunque”. Ed è sempre più difficile il compito di chi è chiamato a educare, prevenire e curare. Conclude la professoressa Rodríguez: “il sistema sanitario ha sospeso gran parte dei trattamenti, si è interrotto tutto. E non ci sono in questo momento campagne di prevenzione, esiste solo la pandemia. Ma narcotraffico e delinquenza non cessano, e anzi aumentano”.

*Giornalista de “La vita del popolo”

Categories: Notizie

Gioco d’azzardo e ragazzi. Capitanucci: “La politica ha fallito. Gli adulti siano testimoni responsabili”

Mon, 23/11/2020 - 09:41

Il gioco d’azzardo è diventato un’attività diffusa tra gli studenti in Europa, con il 22% degli intervistati che ha dichiarato di aver giocato d’azzardo almeno una volta negli ultimi 12 mesi e il 7,9% degli studenti abbia giocato d’azzardo on line nel periodo di riferimento. Il 5% rientra nei giocatori d’azzardo problematici. In Italia, invece, siamo al 32% degli studenti che riferisce di aver giocato d’azzardo almeno una volta nel corso dell’anno. Di questi, il 3.9% risulta avere un profilo di gioco a rischio. È quanto emerge dal nuovo report dell’European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs (Espad), che contiene informazioni sull’esperienza e sulla percezione degli studenti di una varietà di sostanze, tra cui tabacco, alcol, droghe, inalanti, prodotti farmaceutici e nuove sostanze psicoattive. Nell’indagine sono inclusi anche l’uso dei social media, il gaming e il gioco d’azzardo. E proprio su questi ultimi aspetti ne parliamo con la psicologa e psicoterapeuta Daniela Capitanucci, presidente onorario di And-Azzardo e Nuove Dipendenze.

I dati sulle abitudini di gioco dei ragazzi italiani ci devono allarmare?

Quello che dovrebbe allarmare i decisori politici in primis e le famiglie in secondo luogo è che i nostri studenti minorenni, nelle fasce di età 15-16 anni, si collocano tra quelli in Europa con il più elevato tasso di pratica di gioco d’azzardo in assoluto, avendo puntato denaro almeno una volta, nell’anno precedente all’inchiesta Espad, su giochi di sorte legalissimi, quindi autorizzati dallo Stato e gestiti in concessione proprio da chi dovrebbe assicurare adeguata vigilanza che i minori non giochino: in particolare, le scommesse sullo sport, che attraggono i nostri giovani ben oltre la media europea, e le lotterie istantanee, i cosiddetti Gratta & Vinci. I nostri 15-16enni giocano d’azzardo assai più della media dei loro coetanei europei, con una differenza di ben dieci punti percentuali: il 32%, ovvero uno studente italiano su tre, ha giocato d’azzardo nell’ultimo anno; tale dato ci colloca appena dietro agli studenti greci e ciprioti (33%) e al pari degli studenti del Montenegro.

Essere al top di questa classifica su 35 Paesi è una maglia nera niente affatto invidiabile.

Cosa è stato sbagliato in Italia?

Questi dati sono una palese dimostrazione del fallimento delle politiche distributive del gioco d’azzardo in Italia sin qui adottate,

che dovevano garantirne in primis la legalità. Invece, stante che i minori giocano illegalmente a giochi d’azzardo legali e stante che i divieti di gioco d’azzardo ai minori nel nostro Paese vengono sistematicamente elusi, come chiaramente questi dati evidenziano, constatiamo con sconcerto la mancata protezione di questa fascia vulnerabile, che avviene nel silenzio più assordante.

Rispetto agli altri ragazzi europei i nostri giocano un po’ meno on line…

Sì, fortunatamente, al momento, almeno per quanto riguarda il gioco d’azzardo on line siamo leggermente sotto la media europea (7.6% vs. 7.9%). Ma è solo un caso, a mio avviso, probabilmente collegato ad una ancora generale limitata penetrazione dell’uso di mercati virtuali, per fare transazioni in denaro nel nostro Paese.

Come giudica la percentuale di giocatori patologici tra i nostri studenti?

Oltre ai volumi di consumo di gioco d’azzardo dovrebbe allarmare anche il dato che mostra gli effetti deleteri già riscontrati in termini di patologia ai danni di questi adolescenti. Una fetta di ragazzi infatti risulta dai dati Espad essere già dipendente dal gioco d’azzardo: il 3.9% risponde infatti a criteri diagnostici e clinici, per i quali sarebbe già necessario rivolgersi ai servizi di cura. Ma non va trascurato neppure il dato di coloro (e sono tanti!), che giocano d’azzardo in modo eccessivo, senza ancora avere raggiunto una soglia diagnostica: sono ben il 15%. Questi dati sono persino maggiori di quelli riscontrati dall’Istituto superiore di sanità qualche anno fa, che trovava rispettivamente un 3% di adolescenti “ammalati” cui si aggiungeva un ulteriore 3.5% di soggetti a rischio. La situazione parrebbe, dunque, peggiorata. Come possiamo interpretare questo aumento? La perdita di controllo è un processo progressivo e graduale, che si sviluppa nel tempo: più ragazzi giocano d’azzardo e più ragazzi manifesteranno problemi, quindi ampliare la quantità di consumatori darà luogo in un certo arco di tempo all’aumento di problematicità e poi di patologia. È evidente che questi giovani corrono un rischio importante, perché perdendo il controllo su un’attività rischiosa, subiranno rilevanti conseguenze nella loro vita, presente e futura, e in quella delle persone a loro prossime. Con la polarizzazione sull’azzardo assisteremo all’abbandono progressivo di progetti vocazionali, di studio e di carriera, e personali, al disinvestimento su attività ricreative, sportive, socializzanti, limitando le relazioni con i pari al solo gruppo di coetanei che gioca d’azzardo, sperimentando tensioni nelle relazioni a casa e con amici non giocatori… A ciò si deve aggiungere che avranno evidentemente i primi problemi con i soldi (che ricordiamo sono il motore della macchina dell’azzardo), rinunciando a spese essenziali per garantirsi la scommessa, e persino arrivando a sottrarre denaro in modo illecito.

Secondo lei quali sono le azioni per aiutare i nostri ragazzi a evitare di cadere nelle reti dell’azzardo?

Il primo strumento di un educatore (che sia un genitore, un adulto, il gruppo dei pari, o persino la collettività e lo Stato…) è l’esempio concreto e la coerenza nei messaggi che trasmetterà.

Suggerisco, sulla scia di Don Bosco, di educare attraverso i comportamenti, attraverso la propria testimonianza chiara e netta.

L’adulto davvero responsabile non è quello che “gioca responsabilmente” o “con la testa” (come invitavano a fare gli spot); bensì è quello consapevole che questo dell’azzardo e delle scommesse è un consumo pericoloso, costruito per agganciare e trattenere a giocare le persone il più a lungo possibile, cioè architettato proprio per farle diventare dipendenti al fine di trarre da loro profitto a scapito della loro salute, come è spiegato ampiamente nel recente libro “Perché il gioco d’azzardo rovina l’Italia” di cui sono autrice con Umberto Folena. Quindi, è l’adulto testimone attraverso il suo agire personale, l’adulto educante (ma anche lo Stato educante) quello di cui abbiamo necessità in questo momento: non giocare mai davanti ai propri figli e non coinvolgerli mai nel grattare un tagliando o nello schiacciare un bottone o nel decidere su quale partita scommettere è il comportamento da adottare per proteggere i giovani.

Preservarli dall’offerta scellerata sarebbe l’approccio statale del “buon padre di famiglia”.

Meglio ancora quindi sarebbe non giocare d’azzardo affatto e non promuovere il gioco d’azzardo quale forma di consumo facilmente accessibile, neppure se si è maggiorenni. Perché c’è un’altra categoria di ragazzi che soffre in silenzio, che spesso viene dimenticata: sto parlando delle vittime del gioco d’azzardo passivo, cioè coloro che patiscono a causa della dipendenza di qualcun altro a loro vicino. E i piccoli sono gli anelli più fragili di questa catena. Perché i dati di diffusione della patologia che oggi abbiamo commentato in relazione ai giovani, consumo e patologia, sono altrettanto allarmanti anche per quanto riguarda gli adulti. Padri, madri, nonni, zii, fratelli… Una moltitudine di dannati dell’azzardo, che – pur senza volerlo – trascinano nel loro girone infernale chiunque graviti attorno a loro, con danni pesantissimi.

Categories: Notizie

Oltre la solitudine politica: la “casa del pensiero” di Comunità di Connessioni

Sun, 22/11/2020 - 10:09

Il mondo è cambiato, lo abbiamo letto e scritto molte volte. Forse lo si dice per esorcizzare le proprie paure o forse per proteggere un mondo antico. Intanto, il “distanziamento sociale” sta aumentando le solitudini e trasformando l’altro in un pericolo. L’esperienza umana, invece, continua a sprigionare la sua forza. Penso alle parole che mi confessa una nonna: “Non riesco a non abbracciare mio nipote. Anche se è un rischio, mi fa vivere l’atto d’amore che mi attrae”.

L’informazione sta descrivendo questi mesi con il linguaggio della guerra. Parole come “coprifuoco”, “nemico invisibile”, “campo di battaglia”, “stagione del terrore”, “caduti”, mutano la percezione sociale e il senso comune del convivere. Ogni volta che si separa la “natura” dalla “cultura”, le grandi civiltà si sgretolano e le paure prendono un volto nuovo nella storia. La pandemia è solo un esempio di come natura e cultura si siano scontrate e separate. Se ci si vuole salvare insieme, occorre dunque contemplare la natura con le sue leggi e umanizzare la cultura con le sue idee e i suoi modelli. Oltre la solitudine esiste la comunità.

Questa testata con le sue tre rubriche – L’Editoriale, Il Punto e La Riforma – nasce da un desiderio: dare vita a parole pensate in una comunità, attraverso le nostre competenze, fondate nella fede che condividiamo, strutturate in un metodo e finalizzate alla costruzione del bene comune. Vogliamo capovolgere una certa bulimia della notizia. Non vogliamo sovrapporre altre voci a quelle che già ci informano ogni giorno. Cercheremo di offrire criteri di analisi e di discernimento per aiutare a prendere decisioni sui vari temi dell’agenda politica e favorire ciò che i monaci chiamavano ruminatio, un dialogo interiore positivo con la parola letta.

“L’Editoriale” sarà l’appuntamento di ogni domenica. La nostra testata è un luogo per incontrarci, interagire e riconoscerci senza conoscerci. Un chiostro sul mondo, dal quale è possibile ascoltare silenzio e parole pensate. “Il Punto” sarà invece un approfondimento di una legge approvata, un fatto da interpretare, un pensiero di un autore da approfondire per dare criteri e idee sulla realtà complessa. “La Riforma” invece sarà la nostra proposta, che guarda al domani, sui temi del lavoro e dello stato sociale, della giustizia e dell’economia e di altri temi di nostra competenza.

Abbiamo scelto di non farvi leggere polemiche. Eserciteremo la critica per offrire soluzioni alternative, ragionevoli e condivise. Ci faremo ispirare dalle parole della Bibbia e della dottrina sociale della Chiesa. Il Pontificato di Francesco ci pone davanti due grandi progetti: creare un sistema politico basato su uno sviluppo umano integrale e sentirci “Fratelli tutti” prima che competitori e nemici. Distruggere senza un piano di ricostruzione è sempre molto rischioso. Per questo offriremo cultura in piccole gocce, quelle che in natura fendono le rocce e possono più delle tempeste.

Ogni cambiamento d’epoca rinasce dai protagonisti della resistenza. Costoro rigenerano parole e, attraverso il loro sacrificio, ci aiutano a guardare lontano. Non c’è nulla che nasca per caso, nella storia ogni ricostruzione prende forma nella sua relazione con il vissuto. Questo sarà il contributo di Comunità di Connessioni. Per la Bibbia ogni ricostruzione richiede di uscire dalla propria terra, come è stato per Abramo e Sara. Lo sa Israele che è stato liberato dalla sua schiavitù. Se si è disponibili a lasciare e a partire, proprio allora, mentre si sperimenta la propria radicale debolezza, il futuro è donato da Dio. Abramo e Sara, un anziano e una sterile, generano grazie alla loro disponibilità. La vita sociale e politica è regolata dallo stesso principio. È il tempo del deserto che custodisce la promessa di una nuova terra.

Cosa è urgente (ri)generare? Ciò che nella storia umana ha sempre funzionato: parole e volti, luoghi e idee da nutrire dalla radice spirituale della vita.

Quella tecnocratica ci ha svuotato del “perché” e del “per chi” viviamo ed esistiamo. Solo così ogni gesto e parola, anche le più piccole, porteranno in sé la vocazione del più grande e rivoluzionario atto politico. È vero, “per istinto” siamo fratricidi, ma “per cultura” possiamo diventare prossimi e giusti. “Sono forse io il custode di mio fratello?” risponde Caino a Dio che gli chiede: “Dov’è tuo fratello?”. Ma “nel momento in cui metto in dubbio quella dipendenza – scrive E. Levinas – e chiedo come Caino che mi si dica per quale ragione dovrei curarmene, abdico alla mia responsabilità e non sono più un soggetto morale”.

Essere soggetti morali richiede un lavoro culturale silenzioso: quello di bonificare la terra che è diventata terreno di scontro e di lotta, di corruzione e di divisione per guardare tutti verso un orizzonte umano e possibile, altrimenti il frutto non crescerà per nessuno. È, questo, un servizio che abbiamo scelto di vivere con la pazienza del contadino. Dopo la semina vedremo germogliare il raccolto.

(*) direttore e fondatore di “Comunità di Connessioni”

Categories: Notizie

Facciamo sapere ai sacerdoti che siamo al loro fianco

Sun, 22/11/2020 - 10:09

“La Giornata nazionale del 22 novembre è la domenica per i sacerdoti e oggi è più importante che mai far sapere ai nostri preti diocesani che siamo al loro fianco!”. È un appello alla partecipazione rivolto ad ogni battezzato. Viviamo un anno inedito in cui i sacerdoti e la Chiesa stanno dimostrando di essere totalmente dediti agli ultimi. Questa domenica è l’occasione per interrogarci sulla comunione che ci lega ai presbiteri, sul dono della loro vocazione per la nostra vita, sul loro farsi “pane spezzato” per il Vangelo e il nostro sentirci corresponsabili in questo cammino comune. L’Offerta ci dà questa possibilità. È uno strumento semplice e trasparente di remunerazione del clero, ispirato alla “Chiesa-comunione” del Concilio Vaticano II, e modellato sulle comunità cristiane delle origini.

Ognuno di noi è chiamato ad offrire, anche una piccola somma, ma donata in tanti. Sono ancora troppi infatti a non sapere che i preti sono affidati alle comunità per il sostentamento.

Abbiamo a disposizione diverse modalità per inviare la nostra Offerta, facilmente individuabili sul sito www.insiemeaisacerdoti.it, dal bollettino postale alla carta di credito utilizzabile o tramite il numero verde 800.825.000 facilmente accessibile anche per chi nella pandemia ha ridotto le uscite da casa.

L’Offerta è diversa da ogni altra raccolta perché li raggiunge tutti, dal nostro parroco ai preti più lontani nelle aree più povere.

Magari non conosciamo i loro nomi ma sappiamo che sono vicino a chi soffre nelle terapie intensive e a chi è solo, che organizzano l’aiuto alimentare per centinaia di famiglie, che progettano la ripartenza creando nuove opportunità di lavoro, costruendo una società in grado di reagire unita.
I nostri incaricati diocesani sul territorio faranno appelli al termine delle Messe e sui siti web, chiamando alla partecipazione. E anche con Avvenire oggi domenica 22 novembre in edicola potrete trovare uno speciale su questi “uomini” che donano se stessi per noi. È il momento di dire il nostro “grazie” e di chiederci: “Cosa sarebbe il nostro mondo senza di loro?”.

(*) direttore del Servizio promozione Cei per il sostegno economico alla Chiesa

Categories: Notizie

Bielorussia: profughi in fuga dalle violenze. Dopo le elezioni di agosto, i giovani si battono per il cambiamento

Sat, 21/11/2020 - 14:02

In Bielorussia numerosi sono i casi “di violenza, torture e disprezzo della dignità personale”, ha scritto lunedì 16 novembre su Facebook il vicario generale dell’arcidiocesi di Minsk, mons. Yurij Kasabucki, aggiungendo che tali comportamenti da parte dei funzionari del regime di Lukashenka “rinforzano il popolo”. Ha anche chiesto le preghiere “per rinforzare gli animi, il coraggio e la temerarietà del popolo bielorusso”. Il presule, in assenza dell’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, è a capo dei cattolici della capitale della Bielorussia.
Mons. Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Minsk-Mogilev e presidente dei vescovi cattolici della Bielorussia, dalla fine di agosto è costretto a prolungare il suo soggiorno in Polonia. Le autorità di Minsk non consentono il suo rientro in patria, nonostante il presule, nato nel 1946 a Hrodna, sia cittadino bielorusso in possesso di un regolare passaporto. Secondo le autorità bielorusse, tuttavia, la validità del documento sarebbe giunta alla scadenza prefissata mentre l’arcivescovo si trovava fuori dai confini nazionali e questa sarebbe la ragione per cui al presule è impedito il ritorno nel proprio Paese.

Dopo 100 giorni di proteste contro la rielezione del presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko avvenuta in seguito al voto del 9 agosto scorso, peraltro non riconosciuta dall’Ue e molti altri Paesi, sempre più profughi bielorussi cercano rifugio in Polonia.Ad oltre un centinaio di persone gravemente ferite durante le manifestazioni a Minsk, come in altre città, le autorità polacche hanno offerto l’assistenza sanitaria permettendo loro di usufruire delle cure specialistiche presso il centro di Duszniki Zdrój, appositamente predisposto a tal fine. Una settantina di profughi poi sono ospitati presso il centro per rifugiati a Biała Podlaska mentre circa cinquanta famiglie con bambini nella struttura allestita presso il vicino villaggio di Horbów.
Le persone che arrivano in Polonia dalla Bielorussia, per evitare le persecuzioni, spesso devono decidere di fuggire in fretta. Superano quindi la frontiera non solo ai valichi presidiati da funzionari di polizia ma a volte anche attraversando a nuoto il fiume Bug, lungo il quale corre parte del confine tra i due Paesi. Così una volta in Polonia i rifugiati si trovano ad avere bisogno di tutto: indumenti e scarpe, prodotti per la cura della persona, ma anche generi alimentari e quelli di prima necessità.A soccorrere i bisognosi ci sono dei volontari, delle organizzazioni dei bielorussi residenti sul territorio polacco, la Caritas. Le autorità, per quanto possibile, cercano di garantire a coloro che richiedono protezione qualche sostegno economico e un tetto. La mensa, presso i centri per rifugiati funziona a giorni alterni, e non nei week-end. Tuttavia, per il fine settimana i profughi ricevono dei pacchi con delle derrate supplementari. Le autorità polacche offrono ai giovani la possibilità di frequentare la scuola mentre per i più piccoli presso i centri di soggiorno temporaneo vengono organizzati degli asili, dove, dopo la scuola, anche i bambini più grandi possono trascorrere il tempo sotto l’occhio vigile di un insegnante.

Finché le procedure di accertamento dei requisiti per il conferimento della protezione internazionale non vengono completate, ai rifugiati, però, non è permesso di intraprendere alcuna attività lavorativa. A coloro che si trovano nei centri di soggiorno temporaneo pesa pertanto la mancanza di certezze riguardo al futuro. “Non sappiamo quando ci interrogheranno, nessuno ci ha contattati e non sappiamo nemmeno quanto tempo ancora possiamo rimanere qui”, dice Alexandr che attualmente si trova nel centro di Biała Podlaska. Tuttavia, non tutti i bielorussi rifugiati in Polonia desiderano rimanervi e rifarsi una vita. La maggior parte sono giovani che oltre la frontiera vorrebbero solo “riprendere fiato” e – sfuggendo alle persecuzioni – attendere un cambiamento nel proprio Paese. “In Polonia vogliamo resistere preservando la nostra libertà”, affermano molti richiedenti protezione, impauriti dalle persecuzioni in Bielorussia e dalle pene inflitte a coloro che partecipano alle proteste.

Ihar con la moglie Natalia e una piccola bambina è arrivato in Polonia nel mese di agosto dopo che era stato picchiato dalla polizia e finito per dieci giorni in prigione. È dovuto scappare per preservare la propria incolumità, dopo che era venuto a conoscenza di tre manifestanti morti in circostanze poco chiare, presumibilmente assassinati dai funzionari. Infatti, alle proteste in varie città della Bielorussia partecipano soprattutto dei giovani, ventenni e trentenni che vorrebbero prendere il futuro del loro Paese nelle proprie mani. “Amo la Bielorussia e non voglio lasciarla, ma voglio un cambiamento!”, afferma Sonia, una ragazza 19enne di Minsk. I suoi genitori la lasciano partecipare alle manifestazioni a condizione che torni a casa prima che si faccia buio e ogni mezz’ora mandi loro un sms confermando che tutto va bene. Sonia dice di aver votato per Sviatlana Tsikhanouskaya e che così hanno votato anche tutti i suoi amici. Racconta che quando è venuta a sapere che Lukashenko avrebbe ottenuto più dell’80% delle preferenze “si è sentita presa in giro”.
Prima delle elezioni di agosto scorso molti fra i giovani bielorussi non s’interessavano alla politica. “Mi sono incuriosito solo recentemente quando ho letto il blog di Tsikhanouskij (il marito di Sviatlana e candidato alle presidenziali arrestato a maggio e tutt’ora detenuto) dove in modo convincente venivano smentite le menzogne della Tv di Stato”, racconta Krill, arrestato dagli Omon (reparti speciali della polizia), dopo un comizio di Sviatlana, e brutalmente torturato, insieme ad altri manifestanti.
Le violenze e le persecuzioni in Bielorussia hanno però, secondo Kirill, “l’effetto di una palla di neve”. “Più cercano di metterti paura e convincerti a non fare una cosa, tanto più vuoi farli a dispetto e agisci per ripicca”, spiega.
Alcuni osservatori della situazione in Bielorussia suggeriscono che forse proprio in considerazione della giovane età della maggior parte dei manifestanti, le rappresaglie da parte delle autorità siano così dure. Per dissuadere in meno tempo e con maggiore efficacia, ai giovani vengono inflitte anche delle torture che però, come raccontano i profughi, non sono perpetrate dai funzionari della polizia di Stato ma dai membri di reparti speciali Omon, addestrati in modo particolare e fanaticamente devoti a Lukashenko.

Come afferma Ales Bialiatski, direttore del Viasna Human Rights Centre e vicepresidente della Federazione internazionale per i diritti umani, gli organizzatori delle prime proteste non si aspettavano una risposta così violenta da parte delle autorità: “Eravamo consci che le proteste avrebbero portato a delle repressioni e agli arresti ma non ci aspettavamo una simile aggressività e brutalità da parte dei funzionari”.

Attualmente sono almeno 25mila bielorussi imprigionati dalla polizia durante le varie manifestazioni di protesta. Solo domenica scorsa 15 novembre gli arresti sono stati più di mille. Di solito, dopo alcuni giorni di prigionia e torture, i manifestanti vengono rilasciati in cambio di una dichiarazione di rinuncia “a partecipare alle attività eversive”. Ma ci sono anche quelli i cui corpi vengono ritrovati nei boschi o che sembrano spariti nel nulla.
Le manifestazioni pacifiche degli abitanti della Bielorussia inizialmente miravano solo a spodestare Lukashenko. Adesso invece sembra chiaro a molti che il presidente, con violenza e incutendo paura, vuole distruggere una democrazia nascente nel Paese. Le violenze e le persecuzioni fanno tuttavia perdere a Lukashenko l’appoggio della società civile e soprattutto dei giovani. “Le attuali proteste – ha sottolineato Tsikhanouskaya durante un recente incontro con Angela Merkel – non sono contro la Russia o a favore dell’Europa, ma sono conseguenza di una crisi interna del Paese, dove il popolo, dopo 26 anni di Lukashenko, non vuole più vivere oppresso; ed è per questo che le manifestazioni continuano e continueranno finché non verranno organizzate le nuove elezioni democratiche”.

Categories: Notizie

Coronavirus Covid-19. Dovis (Caritas Torino): “Attenzione allo sconforto che si trasforma in rabbia”

Sat, 21/11/2020 - 14:00

Nuove povertà, vecchie sofferenze. A Torino, nella città delle fabbriche ma anche della cultura e dell’accoglienza, laboratorio da sempre di nuove situazioni sociali ed economiche, il Covid-19 scompiglia la struttura portante della società. Strati sociali prima benestanti o quasi si ritrovano d’improvviso ad aver a che fare con la necessità di aiuto, mentre le “vecchie povertà” non diminuiscono certo di tono.
Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana, lancia l’allarme, dopo la celebrazione, domenica 15 novembre, della IV Giornata mondiale del povero, descrivendo una città ben diversa da quella di una volta. Spiega Dovis: “La povertà cresce, ingigantisce la sua ombra e si diversifica nelle forme. Accanto a chi era già povero prima della pandemia, adesso ci sono nuovi e inaspettati poveri. Quelli che avevano un lavoro in nero e che l’hanno perduto, quelli in cassa integrazione e che non riescono ad arrivare a fine mese, i titolari di piccoli esercizi commerciali, i piccoli professionisti”. Come un’onda maligna, poi, la povertà travolge senza distinzione di istruzione e attività. “Stanno emergendo – aggiunge – fragilità di alcune professioni, come per esempio quelle legate alla stagionalità, al lavoro nei campi, alla cultura, al turismo”.
Così si generano situazioni inedite per tutti.

“Ci stiamo approcciando a persone che non erano mai venute a chiedere il nostro aiuto”,

sottolinea Dovis: “Quello che dobbiamo fare è essere un ponte verso il futuro, non un cammino che inesorabilmente li porta a diventare degli assistiti”.

Prima di uno sguardo in prospettiva verso un futuro migliore, tuttavia, ci sono i numeri che parlano chiaro. La rete ecclesiale della diocesi conta 15 mense, con una media di 3mila pasti al giorno, e una rete di parrocchie che distribuiscono pacchi a circa 19mila famiglie. Proprio in occasione della Giornata mondiale del povero, la diocesi ha fatto sapere che 91 su 114 parrocchie della città, con il sostegno del Banco Alimentare, regolarmente distribuiscono generi alimentari. Se si guarda alla Città metropolitana il numero aumenta di 171 parrocchie per circa 30.000 persone. E non basta, perché la rete del servire i poveri si sviluppa intorno al nucleo della attività di ascolto che in città conta 107 centri, altri 62 sono sparsi nel resto della diocesi. Tutto senza dire dell’accoglienza residenziale temporanea che a Torino rappresenta al meglio la mano tesa al povero in questi tempi storici. I co-housing attivi in città e nella primissima cintura sono sette per una capienza di oltre 200 posti letto. Quasi 200 sono poi gli alloggi messi a disposizione dalla rete Sister, dalla Pastorale dei migranti, dal Sermig, dalla Fondazione don Mario Operti, dalla Fondazione “Il Riparo” o da associazioni e parrocchie per accogliere famiglie e singoli, con particolare attenzione ai rifugiati e richiedenti asilo. Una mole enorme di attività che non si ferma nemmeno di notte e che comprende anche l’accesso agevolato al microcredito attraverso uno strumento dedicato (il “Fondo Sorriso”).
Dovis, tuttavia, lancia un allarme:

“Non è necessario avere una particolare formazione sociologica per capire che questa situazione e le modalità deficitarie, con le quali i governi e le istituzioni hanno dato risposte, stanno incidendo in modo molto forte sulla vita di chi era già in condizioni precarie”.

“Per ora – sostiene Dovis -, ci sono frustrazione, sconforto e paura, ma si sta notando crescere, soprattutto nelle periferie o nei comuni attorno a Torino, un senso di abbandono che può essere interpretato come l’anticamera di un senso di rabbia”. E la rabbia, poi, può condurre alla violenza. “Non dobbiamo snobbare questi segnali”, prosegue il direttore della Caritas. E, d’altra parte, nelle scorse settimane proprio a Torino manifestazioni violente e saccheggi ci sono già stati. “Il problema è che non vedo, in questo momento, istituzioni capaci di gestire questo sentimento per veicolarlo verso una modalità positiva e propositiva – ammette Dovis -. Non è possibile lasciare tutto in mano al volontariato che può fare solo da cuscinetto. Occorre la capacità di pensare e mettere in atto in piano d’azione interistituzionale di medio periodo”. Di qui la preoccupazione: “Temo possa nascere qualche cosa di poco gradevole, ma non sono in grado di dire di che tipo e spero di essere smentito”.

Categories: Notizie

Giornata pro orantibus. Le contemplative “fiaccole e fari” per l’umanità in questi tempi bui

Sat, 21/11/2020 - 11:55

Molti uomini e donne, in questo tempo, sembrano annaspare, perché non trovano un senso da dare a ciò che stanno vivendo, al di là della cultura della superficie che si respira e della scienza che, talvolta, sembra voler dare le risposte ultime all’umanità senza Dio.
Tanti sperimentano l’inquietudine a cui non sanno dare il nome: provano disagio esistenziale, ma non cercano la strada giusta per aprirsi al Mistero. Alcuni si rifiutano di venire in contatto con la vita che li attraversa e che li interpella: non si pongono domande, né si inoltrano sulla via del mistero, per cercare. C’è chi si lascia condurre dall’ansia e dalla rabbia sulle strade del mondo e, spinto solo dalle proprie urgenze, cammina senza vedere nessuno e senza lasciarsi incontrare da qualcuno.
Spesso l’individuo è in movimento per le cose da fare, ma nel profondo avverte che nessuno lo cerca o lo attende. Vivendo il non senso della vita, a volte crede di essere nato per caso: non sa da dove viene, che cosa fare, dove andare. Preso dai bisogni individuali, insegue la felicità nel possesso, nella difesa di se stesso e non la ricerca autentica di senso che lo faccia decollare.
Solo quando capita qualcosa di importante nella vita, specialmente dolorosa, la persona è costretta a fermarsi, a guardarsi intorno, a scontrarsi anche con la realtà, soprattutto quando vede frantumare davanti a sé il suo delirio di onnipotenza. È ciò che sta accadendo in questo tempo con l’esperienza della pandemia. C’è chi minimizza, c’è chi nega la realtà, c’è chi piange per i propri cari che non ci sono più, c’è chi si ferma e si chiede che senso ha tutto ciò che sta accadendo, c’è ancora chi, rientrando in se stesso, scopre di essere abitato da una Presenza che lo aspetta da sempre, Gesù Cristo che rivela l’amore del Padre per l’umanità.

L’esperienza di fragilità si sta trasformando in risorsa?

Tante persone oggi si chiedono dov’è Dio, mentre altri incominciano a invocarlo. Molti, in questo periodo, riscoprono la preghiera, si accorgono della presenza dei monasteri, contattano le fraternità di contemplative, le frequentano, chiedono di pregare con loro o di essere ascoltati. Sentono il bisogno non solo di chiedere la loro intercessione orante, perché il Signore ponga fine alla pandemia, ma sentono la necessità di aprirsi personalmente a Lui. Quando scoprono che la preghiera è relazione, è rapporto d’amore personale e inedito con il Signore, le persone vivono nella profondità dell’esistenza lo svelamento di Dio e, nella relazione con Lui, scoprono il senso della vita.
La presenza delle contemplative spesso aiuta a far scoprire il suono armonico del silenzio, quale eco della voce della presenza dello Spirito nella storia. Tale esperienza, molte volte, porta a risvegliare la nostalgia e la sete di Dio negli uomini e nelle donne del nostro tempo. La persona, ascoltando il silenzio in monastero, viene in contatto con la sua vita, che sembra non aver più valore: si scopre luogo della continua presenza di Dio che, nel suo amore, le rivela la sua unicità.

Frequentando le contemplative, si accorgono che è possibile vivere di fede, rimanere in contatto con la Parola di Dio, nonostante i propri limiti. Si rendono conto che per seguire il Signore e incarnare il Vangelo non bisogna essere già santi o supereroi. Chi infatti vive in monastero, lotta come tutti, sperimenta davanti a Dio i contorni limitanti della propria umanità e, con il dono della fede, cammina sulle orme di Gesù Cristo, attraversando la parabola dell’esistenza con la fiducia nel cuore.
Si accorge, proprio oggi in cui tutto è spettacolarizzato, che le contemplative, immerse nel silenzio dell’amore e ascoltando Dio in solitudine, sperimentano nel contempo la separatezza e la comunione, la solitudine e l’intimità. Intuisce che la solitudine non è isolamento, ma lo spazio e il tempo per andare verso l’Altro e ogni altro, per incontrarli. Vede che si può vivere la bellezza della fraternità, che è possibile farsi dono ed essere sempre con e per l’altro nella gratuità, sperimentando realmente la comunione.
Vivendo il tempo nella storia come tempo di Dio, le contemplative, mentre custodiscono il silenzio e la solitudine, si sentono sempre in relazione con tutti e con tutto. Ponendosi in ascolto dell’umanità, riconoscono Dio nella vita di ciascuno e, con un atteggiamento di non-violenza e di un continuo dono di sé, incarnano senza fine l’accoglienza gratuita sperimentata con Dio.
Chi condivide in alcuni momenti la loro preghiera che sale a Dio, percepisce che le contemplative, attraverso la lode, il ringraziamento e l’intercessione, sono voce orante anche dei fratelli e delle sorelle che abitano in ogni luogo.
Attraverso la comunicazione autentica, essenziale, sobria, profonda delle contemplative, molti colgono che sono testimoni delle parole che affondano in Dio, foriere di pace, strumento per consolidare le relazioni.
In questo tempo di buio per tanti, le contemplative sono chiamate ad essere, come scrive Papa Francesco, fiaccole e fari per l’umanità. Narrando la fede incarnata nella vita, rendono visibile che la relazione con Gesù Cristo non è un’ideologia, ma una Persona, il volto umano di Dio Padre.
La pandemia interpella, in questo tempo, anche le contemplative: la storia le riconoscerà dalla loro fedeltà a Cristo e al Vangelo. Questa è la sfida di oggi per loro: essere persone di fede e di relazione che fanno vedere Dio operante nella storia, perché altri credano.

Categories: Notizie

Coronavirus Covid-19. Rivoltella: “Governare l’inatteso a scuola e all’Università rendendo il digitale un ingrediente abituale della didattica”

Sat, 21/11/2020 - 09:52

A marzo 2020 scuola e Università sono state travolte dall’emergenza da Covid-19: lezioni sospese, studenti e docenti a casa e didattica a distanza. A settembre la vita scolastica e universitaria è ripresa, ma appena il virus ha iniziato nuovamente a circolare di più alcune Regioni, prima tra tutti la Campania, sono tornate alla Dad, poi anche il governo l’ha scelta a partire dalla seconda media e per le superiori, per far fronte alla seconda ondata di Covid. Eppure, “governare l’inatteso” si può. Ci crede la Società italiana di ricerca sull’educazione mediale (Sirem) che attraverso due webinar (13 e 20 novembre) ha focalizzato l’attenzione sull’attuale scenario educativo legato al Covid e/o post Covid. Ispirandosi al classico di Karl E. Weick e Kathleen M. Sutcliffe, “Governare l’inatteso. Organizzazioni capaci di affrontare le crisi con successo”, la Sirem ha voluto condividere nuove idee superando le scorciatoie cognitive e confrontandosi per l’adozione di una riflessione sistemica che superi l’abusata e riduttiva dicotomia presenza e distanza. Ne parliamo con il presidente della Società, Pier Cesare Rivoltella.

foto SIR/Marco Calvarese

Professore, come è cambiato lo scenario educativo per la pandemia da Covid?

L’emergenza ha “forzato” le pratiche degli insegnanti e dei dirigenti scolastici a considerare il cambiamento come una necessità inaggirabile.

Questo, in particolare per le tecnologie digitali e i metodi didattici innovativi, ha significato la possibilità di trovare spazio tra le esperienze e di dar vita a delle sperimentazioni che in alcuni casi si sono segnalate per significatività ed efficacia. Qualcosa di simile hanno vissuto anche le Università, dove comunque la tradizione della didattica trasmissiva in aula rimane forte: anche in questo caso la spinta al cambiamento e all’innovazione è stata ed è forte. Un ultimo accenno merita la famiglia. La Dad e lo smart working, in questo caso, hanno ridefinito spazi e tempi della vita familiare, in alcuni casi erodendo spazi alla comunicazione, in altri restituendo alla famiglia la possibilità di dialogare aprendo in questo senso nuovi spazi dell’educare.

Quali soluzioni innovative si possono prospettare sia per la scuola sia per l’università rispetto alla complessità della situazione contingente? Come “governare l’inatteso”?
Come Sirem, la Società italiana di ricerca sull’educazione mediale di cui sono presidente, abbiamo organizzato due webinar proprio per discutere di come “governare l’inatteso” nella scuola e nell’Università. “Governare l’inatteso” è il titolo di un celebre lavoro di Weick e Sutcliffe in cui gli studiosi americani suggeriscono alle organizzazioni di evitare “scorciatoie cognitive”, ovvero di adottare soluzioni standard basate sulle esperienze pregresse. Nel caso della scuola e dell’Università alcune di queste scorciatoie sono la convinzione che la presenza sia meglio della distanza; l’idea che la scuola e l’Università siano un luogo in cui si insegna e non dove si apprende; l’idea che sia impossibile valutare a distanza. L’inatteso si governa evitando queste scorciatoie. E può voler dire, ad esempio, pensare a tutto ciò che si può fare meglio in ambiente digitale; e invece pensare a tutto quello che non si può fare se non in presenza; non ritenere presenza e digitale come situazioni sostitutive, ma come dimensioni coesistenti; disarticolare la granitica unità di ora, materia, insegnante.

Esistono già buone pratiche in tal senso?

Esistono buone pratiche, certamente. Penso all’esperienza dell’Intendenza scolastica della Provincia autonoma di Bolzano, che ha deciso di affidare a un percorso di ricerca partecipata tra Università e scuole la progettazione degli interventi di fronteggiamento dell’emergenza. Penso alle esperienze di alcuni dirigenti innovativi: Alfonso D’Ambrosio, con l’idea di immaginare la casa degli studenti come un laboratorio nella Dad, o

la trovata della “lezione sospesa”, lasciata come il caffè perché qualcuno ne possa usufruire;

Antonio Fini, che ha immaginato Dad e didattica tradizionale come scenari paralleli tra i quali passare in qualsiasi momento con un semplice switch; ma molti altri si potrebbero citare. Anche alcune Università si segnalano per il carattere di innovazione delle loro proposte: penso ad esempio ai progetti della Luiss e dell’Università di Foggia.

Come si può evitare che la crisi pesi soprattutto sulle fasce maggiormente coinvolte, già prima del Covid, nella povertà educativa?

Quello dell’inclusione è un tema importante. Il lockdown ci ha insegnato che i poveri in tecnologia sono poveri anche agli altri livelli: economico, sociale, culturale. Servono politiche serie di inclusione, servono più hotspot gratuiti, serve incentivare la cultura della rigenerazione della tecnologia e diffondere la sensibilità per l’informatica a basso costo.

Non si può accettare che nell’Italia del 2020 molti studenti non possano disporre di connessione.

Ma naturalmente non è solo questione di dotazione tecnologica. Occorre evitare in tutti i modi che la scuola continui a essere un ospedale che cura i sani, secondo la celebre immagine di Don Milani.

E come superare la dicotomia presenza e distanza?

La si supera “normalizzando” il digitale, rendendolo un ingrediente abituale della didattica, sia in classe sia a casa.

Occorre procedere veramente verso una prospettiva integrata: il digitale è come l’alfabeto. Non ha senso porsi il problema di contrapporre la didattica alfabetica a quella non alfabetica: questa seconda sarebbe una didattica senza linguaggio, senza grammatica, senza sintassi. Credo oggi valga lo stesso ragionamento per il digitale.

Quale obiettivo vi siete prefissati con il ciclo di webinar promossi dalla Sirem?

L’idea è stata quella di far pensare. Abbiamo bisogno di uscire dalla discorsivizzazione spesso banale e aggressiva dei social. Abbiamo bisogno di tornare a ragionare in modo pacato e di farlo a partire dalla ricerca. Abbiamo bisogno che anche le nostre politiche trovino una nuova alleanza con il mondo della ricerca educativa, in modo tale che la ricerca possa ispirare le politiche e non solo accreditarle dopo che tutto è già stato deciso.

Categories: Notizie

Regno Unito. Gender, le nuove linee guida del ministero dell’Istruzione contro stereotipi frettolosi

Sat, 21/11/2020 - 09:48

Una differenza biologica, riaffermata più volte dalla scienza, contro le settanta identità diverse proposte da Facebook. In questi anni nel Regno Unito è toccato alla Chiesa cattolica difendere una verità condivisa da molti: che essere uomo o donna non è soltanto una costruzione culturale, ma un dato di realtà.
In Gran Bretagna il gender – pericolosa “colonizzazione ideologica”, come l’ha definito Papa Francesco – occupa da anni spazi importanti, come le lezioni di educazione sessuale, sostenendo che tocca a noi, fin da bambini, scegliere una certa identità sessuale. Ma quest’anno, alla fine di settembre, per la prima volta, si registra un cambiamento di tendenza. Il ministero dell’Istruzione infatti ha pubblicato nuove linee di guida secondo le quali è sbagliato ritenere che un bambino potrebbe appartenere a un sesso diverso soltanto in base ad alcune preferenze da lui o da lei manifestate.Tra le realtà che hanno accolto favorevolmente “il nuovo approccio” peraltro “salutato come una vittoria” quella del mondo femminista inglese. “Certo si tratta di uno sviluppo positivo – spiega Caroline Furrow, commentatrice cattolica –, ma va sottolineato che queste nuove policies non sono obbligatorie e che la colonizzazione della popolazione scolastica da parte del gender purtroppo sta continuando”.
Nelle nuove indicazioni si legge: “Non si possono rafforzare dannosi stereotipi di genere suggerendo, per esempio, che i bambini potrebbero appartenere a un genere diverso basandosi sulla loro personalità, sui loro interessi, sui vestiti che preferiscono indossare”.Secondo Furrow l’opinione pubblica, nel Regno Unito, è molto preoccupata dell’impatto che l’ideologia gender può avere su bambini e ragazzi. Una preoccupazione che ha fatto breccia tra i responsabili del ministero dell’Istruzione cui si deve l’adozione di questo nuovo atteggiamento.

I dati fin qui registrati sono impressionanti. Negli ultimi cinque anni i minori inviati dai medici alla clinica Tavistock, l’unica nel Regno Unito dove al momento è possibile cambiare sesso, sono passati da 468 a 2.519, con un aumento di oltre il 400%. Si è anche abbassata l’età.

Ormai a cambiare sesso sono centinaia di bambini di appena dieci o undici anni.

Situazioni problematiche che a loro volta generano problemi trasformandosi a volte in veri e propri casi mediatici di rilevanza nazionale. Come ad esempio il caso di Keira Bell che ha aperto una causa contro la Tavistock, accusando la struttura sanitaria di averla sottoposta, appena sedicenne, a bloccanti ormonali e mastectomia senza un adeguato counselling.

“Moltissimi genitori sono preoccupati di questa situazione e, per questo motivo, il ministero dell’Istruzione ha deciso di cambiare atteggiamento – continua Furrow – anche perché la diffusione dell’ideologia di genere continua ad essere proposta nelle scuole, in particolare nella parte del programma scolastico intitolata “Relationships”, “Rapporti”. È una sezione del curriculum obbligatoria per gli studenti e dalla quale i genitori non possono far esonerare i figli. I presidi, dal canto loro, non sanno come affrontare questa materia e chiamano esperti per formare gli insegnanti cercando materiali didattici presso associazioni come Stonewall, che è la più importante charity transgender europea”.
“L’aspetto orribile del gender – sottolinea Furrow – è che tende a far diventare una patologia comportamenti infantili normalissimi partendo da stereotipi, trasformandoli in vere e proprie patologie bisognose quindi di un trattamento medico. E così, se una bambina è per così dire ‘un maschiaccio’ e magari ama anche le scienze e i dinosauri, si comincia subito a pensare che forse si trova nel corpo sbagliato. Si inizia a chiamarla con pronomi maschili e da lì, ad arrivare ai bloccanti della pubertà e ai trattamenti ormonali, il passo è davvero breve. Appena un ragazzo o una ragazza esprime qualche dubbio si pensa subito al cambiamento del sesso e i genitori spesso vengono tenuti all’oscuro”.

“Insomma – conclude Furrow – non c’è spazio per quella ricerca della propria identità sessuale che è normale nell’adolescenza e chi si oppone a questo approccio viene tacciato di bigottismo e intolleranza”.

Categories: Notizie

Test a Bolzano: un’ora in fila per prendere coscienza della nostra fragilità

Fri, 20/11/2020 - 19:03

Venerdì 20 novembre, dalle 8 alle 18, al Palasport di via Resia. Questa la struttura e la fascia oraria che il Comune di Bolzano ha indicato a chi abita nel mio rione per partecipare allo screening di massa “Test rapidi in Alto Adige” contro la diffusione del coronavirus. Esco di casa di buon’ora, contando di arrivare in anticipo, così da evitare lunghe attese. Alle 7.45 arrivo al Palasport, dove scopro che la mia stessa idea l’hanno avuta più di una cinquantina di altre persone, che ordinate, distanziate e con naso e bocca protetti dalle mascherinae, trovo già in coda davanti a me. Molti altri – anche famiglie con bambini piccoli -, si sono aggiunti nei minuti successivi, tanto che poco dopo la fila si perdeva a vista d’occhio. Code e attese analoghe si sono verificate in ogni parte della città, dove il Comune ha individuato le strutture (in tutto 22) in cui fino a domenica prossima saranno effettuati i test antigenici rapidi organizzati dalla Provincia per fermare la diffusione del Covid-19. Uno screening su scala provinciale deciso per arginare i contagi, che nelle ultime settimane hanno raggiunto proporzioni preoccupanti.
In tutto l’Alto Adige sono 184 le postazioni individuate, con 646 linee di test. La partecipazione allo screening è volontaria. In questi giorni la Provincia ha portato avanti una campagna di sensibilizzazione capillare, volta a incoraggiare la gente a partecipare a questo progetto. E gli altoatesini hanno risposto numerosi.

Alle 16 si sono sottoposte al test 82.970 persone (15% della popolazione totale) – la media è di circa 11mila test all’ora –, di cui 1.256 sono risultate positive asintomatiche (1,5% dei testati).

Un’affluenza, quella registrata nelle prime ore di venerdì, che ha superato le attese degli organizzatori dello screening. Non sono mancate le difficoltà, soprattutto nella comunicazione degli esiti del test. “Gli informatici sono al lavoro per ottimizzare le procedure e siamo fiduciosi di poter migliorare la situazione – afferma il direttore dell’Azienda sanitaria Florian Zerzer -. Gli esiti saranno comunicati ai cittadini entro un giorno”.

Nelle ultime 24 ore in Alto Adige 8 sono le persone morte a causa del Covid-19 e altri 736 sono i nuovi casi positivi. In provincia di Bolzano il totale delle vittime del coronavirus sale a 446, mentre i casi di infezione accertati dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono 20.117. Più di 10mila sono le persone in isolamento domiciliare (pari a circa il 2% dell’intera popolazione), 329 i pazienti ricoverati nei normali reparti ospedalieri, altri 139 sono assistiti nelle strutture private convenzionate. Ad essere assistiti in terapia intensiva sono attualmente 38 pazienti. Altre 111 persone sono in isolamento nelle strutture allestite a Colle Isarco e Sarnes.

Numeri, quelli del contagio da Covid-19 in Alto Adige, che assomigliano a un bollettino di guerra. Soprattutto in questa seconda ondata, tanto imprevista quanto violenta. Che ha fatto irruzione nella vita di molte persone. In tanti hanno fatto l’amara scoperta che il virus era più vicino di quanto si potesse anche lontanamente immaginare. E forse anche questo sta incoraggiando in queste ore le persone a dare il proprio contributo per cercare di arginare la diffusione del contagio.

Un gesto di responsabilità e di amore nei confronti di se stessi, delle persone che vivono accanto a noi (che non di rado sono persone anziane o malate e quindi più fragili di fronte agli assalti del virus), e di tutta la società.

Scegliere volontariamente di partecipare allo screening di massa – con la paura, magari, di essere scoperti positivi asintomatici e di essere costretti a dieci giorni di quarantena in casa – ci offre anche la possibilità di prendere coscienza della nostra fragilità, che è una parte della nostra natura umana, che spesso sottovalutiamo. Ci fa comprendere l’importanza che ha il mantenere lo sguardo vigile di fronte al pericolo e di rispettare le regole di prevenzione del contagio che da mesi sono entrate a far parte del nostro quotidiano.

Ho aspettato un’ora e un quarto questa mattina, al fresco (la temperatura rasentava gli 0°C) prima di poter fare il test rapido. Con me, in fila, c’erano anche tanti genitori con i loro figli. Bambini e ragazzi ai quali oggi le loro mamme e i loro papà hanno fatto vedere e vivere in prima persona cosa significa fare rete, impegnarsi e dare il proprio contributo per un progetto comune, che ha come fine il bene di tutti. Indistintamente.

Categories: Notizie

Israele: il presidente Rivlin ai capi cristiani, “libertà di religione e di culto valori da difendere”. Patton, “Natale banco di prova per Covid”

Fri, 20/11/2020 - 17:16

“La sicurezza delle comunità cristiane e dei Luoghi Santi è molto importante per noi. È necessario che i cristiani di Terra Santa rispettino le restrizioni durante le prossime festività natalizie”: è la raccomandazione del presidente israeliano Reuven Rivlin che il 18 novembre scorso ha incontrato presso la sua residenza, a Gerusalemme, i capi delle denominazioni cristiane, il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, il patriarca melkita Youssef Matta, e il vice patriarca armeno di Gerusalemme Sevan Gharibian. Si è trattato, secondo quanto riferito dal portavoce della Presidenza israeliana, di un incontro preparatorio prima del Natale al quale hanno preso parte anche membri del Cogat, il Coordinamento delle attività governative nei Territori, e il Capo di stato maggiore dell’amministrazione civile, colonnello Eyal Ze’evi.

Meeting heads of the Christian denominations in Israel with COGAT ahead of #Christmas. With #coronavirus, I asked the church leaders to stress the importance of following the guidelines to their communities, and wished them an early Happy Christmas pic.twitter.com/0k7yVQ4q8l

— Reuven Rivlin (@PresidentRuvi) November 18, 2020

“Valori chiave”. Aprendo il suo intervento Rivlin ha voluto salutare il nuovo patriarca latino, mons. Pizzaballa, ringraziandolo “per i tanti anni di servizio trascorsi a costruire ponti con le denominazioni cristiane in Israele”. Riferendosi alle restrizioni causate dal Coronavirus, Rivlin ha sottolineato che

“la libertà di religione e di culto sono valori chiave nello Stato di Israele.

Devono essere protetti e difesi in ogni momento. Molto presto celebreremo le festività natalizie cristiane. È molto importante, in questo tempo, che i cristiani di Terra Santa rispettino le restrizioni”.

“La sicurezza delle comunità cristiane e dei Luoghi Santi in Israele e nell’Autorità Palestinese, in particolare a Betlemme, sono molto importanti per noi”.

Dal presidente israeliano è giunto anche un plauso per l’iniziativa “Terra dei monasteri” all’interno della quale si muove il progetto di riapertura del sito del battesimo di Gesù. Lo scorso ottobre la Custodia di Terra Santa ha preso ufficialmente possesso, dalle autorità israeliane, della chiesa di San Giovanni Battista, situata proprio nella zona di Qasr Al-Yahud sulle rive del fiume Giordano. Il sito sarà accessibile e fruibile dopo un lavoro approfondito di recupero e valorizzazione dell’intera proprietà attraverso la creazione di spazi di preghiera per i pellegrini. “Questo progetto è una buona opportunità per promuovere il dialogo tra israeliani e palestinesi”, ha detto Rivlin che ha auspicato, a riguardo, l’impegno del mondo cristiano e dei Paesi della regione.

Il metodo di san Francesco. Un auspicio fatto proprio dal Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, che al Sir commenta l’incontro con il presidente di Israele: “Abbiamo convenuto che il progetto di riapertura del sito del Battesimo, in accordo con la Giordania e i palestinesi, possa diventare un simbolo di cooperazione e di pace. Il presidente Rivlin ci tiene molto che le chiese possano tornare in pieno possesso dei luoghi e che i pellegrini cristiani possano tornarvi in pellegrinaggio”. Tra gli altri temi trattati durante il meeting anche quello della gestione delle prossime festività natalizie: “La speranza – dice Patton – è che possano essere celebrate nel pieno rispetto delle regole e delle restrizioni anti Covid.

Da parte nostra, abbiamo chiesto che il numero dei fedeli ammessi alle liturgie sia commisurato, proporzionato allo spazio celebrativo e non rigido. Ci sono spazi ampi che consentono di avere più fedeli senza, per questo, derogare alle regole.

A tale riguardo – rimarca il Custode – è importante il dialogo tra Israele e Palestina che pare sia ripreso almeno sul piano della sicurezza e sanitario. Questo dovrebbe facilitare lo spostamento delle persone, anche di quelle che vivono in Cisgiordania, sia per motivi di lavoro in Israele che per le feste natalizie”. Per quanto riguarda Betlemme e la tradizionale messa di Mezzanotte, rimarca padre Patton, “bisogna dire che in Palestina non ci sono restrizioni sui numeri come in Israele dove sono vigenti limiti per chiese, moschee e sinagoghe. In Palestina tocca a noi attuare restrizioni per evitare contagi”. L’ingresso solenne del Custode, il 28 novembre, a Betlemme e quello, a Gerusalemme il 4 e 5 dicembre, del nuovo Patriarca, mons. Pizzaballa, saranno veri banchi di prova prima della messa di Mezzanotte”. Evitare affollamenti sarà quindi importante anche alla luce del rilascio, da parte di Israele, dei permessi natalizi ai cristiani palestinesi necessari per raggiungere i luoghi santi come Gerusalemme e Betlemme. “Negli ultimi anni Israele ha sempre concesso i permessi richiesti, attraverso il Cogat, permettendo in alcuni casi la partenza di persone con passaporto palestinese dall’aeroporto ‘Ben Gurion’ a Tel Aviv.

È fondamentale però mantenere un atteggiamento e uno spirito di dialogo.

Quando si dialoga le possibilità aumentano, diversamente, se si chiudono le porte, queste si azzerano. Il metodo di san Francesco d’Assisi, che dialogò con il Sultano d’Egitto Al-Kamil nel 1219, mostra di funzionare sempre”.

Categories: Notizie

Nagorno-Karabakh. Ferrari (Ca’ Foscari): “Non permettiamo un genocidio culturale armeno nei territori ceduti all’Azerbaigian”

Fri, 20/11/2020 - 12:15

Migliaia di armeni stanno lasciando le zone del Nagorno-Karabakh che dovrebbero, secondo un calendario ben preciso, essere cedute all’Azerbaigian in base all’accordo di pace siglato nei giorni scorsi con l’Armenia sotto la supervisione di Mosca. Molti di loro, prima di andarsene, stanno bruciando le loro case. Alle loro spalle, stanno lasciando anche un vastissimo e millenario patrimonio culturale e religioso. Sul rischio che questa eredità vada persa, si è levata nei giorni scorsi la voce del “Consiglio spirituale supremo” della Chiesa apostolica armena che in una Dichiarazione del 16 novembre ha chiesto ai governi e agli organi competenti di “compiere sforzi per salvare” chiese e monasteri, monumenti e musei storici e culturali da “ulteriori distruzioni a causa della politica anti-armena dell’Azerbaigian”. Su questo rischio, nei giorni scorsi si sono mobilitati anche un gruppo di 42 studiosi di cultura armena, professori di Università, Istituti e Accademie che hanno rivolto una Lettera-appello al governo italiano e alla Segreteria di Stato vaticano. Tra i firmatari c’è anche Aldo Ferrari, dell’Università Ca’ Foscari, autore insieme a Giusto Traina, del libro “Storia degli armeni” (Feltrinelli). “Ci sono soldati russi di intermediazione a proteggere quanto è rimasto della popolazione armena nel Nagorno-Karabakh”, dice subito l’esperto. “Ma noi sappiamo purtroppo quello che possiamo aspettarci dagli azerbaigiani”.

Cosa?

Lo sappiamo non in maniera retorica. Non si vuole criminalizzare un popolo ma abbiamo precisi precedenti storici. Il Nagorno-Karabakh ha purtroppo un precedente che riguarda il Nakhichevan. Una regione che si vede a fatica sulla carta geografica e che si trova tra l’Armenia, la Persia e la Turchia. Era storicamente e demograficamente armena ma è entrata a far parte dell’Azerbaigian. Da quel momento, gli armeni sono andati via e il patrimonio artistico cristiano armeno è stato completamente annichilito. 89 chiese e 10mila croci di pietra, le famose “khachkar”, sono state distrutte. Non è rimasta più traccia di una millenaria presenza armena in questa Regione sebbene esistano libri, foto, documentazioni precedenti al 1991 che l’attestano. Oggi, è stato sbriciolato tutto. Ecco, come armenisti italiani, abbiamo il timore che questo possa ripetersi se il Karabakh verrà completamente consegnato nelle mani dell’Azerbaigian. Siamo preoccupati come studiosi che a prescindere dall’esito politico e militare della guerra, che comunque ha avuto precise conseguenze umane ed umanitarie, si possa verificare un’altra tragedia culturale di questo tipo.

Cosa c’è dietro la strategia di un Paese a distruggere i siti culturali del Paese nemico?

Ci sono molte considerazioni da fare. L’Azerbaigian aveva perduto nel 1994 la guerra contro gli armeni e adesso l’ha vinta. C’è quindi una forte avversione nei confronti del nemico vincitore e si è vendicato della sconfitta, distruggendo appunto nel Nakhichevan questi monumenti. C’è poi un’altra questione più complessa: mentre gli armeni, i georgiani e i vicini persiani hanno una identità storico e culturale molto chiara e antica, l’Azerbaigian ha una storia culturale più recente. Quando un’identità non è solida nelle proprie fondamenta, tende a rafforzare ciò che è debole, distruggendo ciò che mette in difficoltà.

Cosa perderebbe l’Europa se venisse meno la millenaria presenza armena in questa Regione?

Posso rispondere a questa domanda in maniera personale. Girare in ciò che è stata l’Armenia in Turchia o nei territori armeni che fanno parte ora dell’Azerbaigian, è qualcosa che ad un europeo fa un male terribile perché significa vedere tracce di una civiltà cristiana millenaria distrutta completamente insieme al popolo che l’aveva edificata. Ma questo dolore vale ed è equivalente se venisse preso di mira qualsiasi patrimonio artistico religioso di altre fedi.  Se parliamo di ciò che è successo agli armeni in Turchia, andiamo indietro nel tempo di 100 anni fa; se parliamo di ciò che è stato distrutto nel Nakhichevan, stiamo parlando di 30 anni fa. Noi non vogliamo che la stessa cosa avvenga ora in Karabakh.

Si ripete quello che è successo anche in altre parti del mondo, come per esempio nella Piana di Ninive ad opera di Daesh. Perché per colpire un popolo, si decide spesso di annientare anche il suo patrimonio artistico e religioso?

È quello che viene chiamato il “genocidio culturale”. Se si va, per esempio, nell’antica capitale armena di Ani, in Turchia, i monumenti sono preservati ma nelle didascalie i nomi armeni non sono mai presenti. La memoria storica viene cancellata, falsificando la realtà. In Azerbaigian nella regione dello Nakhichevan nelle guide turistiche non si fa mai menzione dei monumenti armeni, negando in questo modo che ci sia mai stata una presenza armena in questi territori. Ma noi abbiamo biblioteche intere che attestano questa presenza, documenti e foto recenti di chiese e cimiteri ma la falsificazione storica, culturale e politica può far dimenticare, anche in tempi anche brevi, una realtà artistica, antropologica e religiosa antica di millenni. Può succedere.

Voi avete scritto una Lettera al governo italiano e alla Segreteria di Stato vaticano. Cosa vi aspettate?

L’Azerbaigian ha vinto la guerra. Ha quindi ottenuto quello che voleva. Quello che si può e si deve chiedere all’Azerbaigian è di mantenere le promesse fatte da Ilham Alyev, presidente azero, al presidente russo Vladimir Putin, e cioè di salvaguardare il patrimonio artistico, culturale e religioso armeno. Lo deve fare sotto l’osservazione costante dei governi italiano e europei e dell’Unesco.

Categories: Notizie

Nagorno-Karabakh. Ferrari (Ca’ Foscari): “A genocide of Armenian cultural heritage in the territories transferred to Azerbaijan must not be permitted”

Fri, 20/11/2020 - 12:15

Thousands of Armenians are leaving the Nagorno-Karabakh territories which, according to a fixed agenda, will be handed over to Azerbaijan under the Moscow-brokered peace deal signed with Armenia a few days ago. Several of them are setting their homes on fire before leaving. They leave behind also a vast, thousand-year-old cultural and religious heritage. A few days ago the “Supreme Spiritual Council” of the Armenian Apostolic Church spoke out against the risk of this heritage being destroyed. In a Declaration of November 16, the Supreme Council called on governments and competent bodies to “do their utmost to save” churches and monasteries, monuments and historical and cultural museums from “further destruction due to Azerbaijan’s anti-Armenian policy.” Over the past few days, a group of 42 scholars of Armenian culture, faculty of Universities, Institutes and Academies wrote a Letter to the Italian Government and the Vatican Secretariat of State voicing their concerns. Signatories include Professor Aldo Ferrari, from Ca’ Foscari University, author, together with Giusto Traina, of the book “Storia degli Armeni” (Feltrinelli). “Russian peacekeeping troops have been deployed to protect what is left of the Armenian population in Nagorno-Karabakh”, the expert points out.

“But unfortunately we know what to expect from Azerbaijanis”.

What?

We know it not in a rhetorical way. Far from wanting to condemn a whole people there is a distinct historical precedent. Regrettably Nagorno-Karabakh has a precedent relating to Nakhichevan. This region that can barely be found on the map is located between Armenia, Persia and Turkey. It was historically and demographically Armenian but it became part of Azerbaijan. The Armenians have since left and the Armenian Christian cultural heritage has been completely annihilated: 89 churches and 10 thousand stone crosses, the famous “khachkar”, were destroyed.

Not a trace of the thousand-year-old Armenian presence is left in this region, although there are books, photos, and documentation prior to 1991 that attest to it. Everything has been wiped out now.

As Italian Armenian culture scholars, we fear that this could happen again if Karabakh is transferred to Azerbaijan in its entirety. As scholars, we are concerned that regardless of the political and military outcome of the war, which had clear human and humanitarian consequences, there may be another cultural tragedy of the same proportions.

What underlies a Country’s strategy to destroy the cultural sites of its enemy?

There is a lot to consider in this respect. Azerbaijan lost the war against Armenia in 1994 and now it won. There is therefore a strong feeling of hostility against the victorious enemy, and it retaliated for the defeat by destroying the monuments in Nakhichevan. There is also a more complex issue: while Armenians, Georgians and Persian neighbours have their own distinct and ancient historical and cultural identity, Azerbaijan has a more contemporary cultural history.

When an identity lacks strong foundations, it tends to strengthen what is weak, destroying what is deemed to cause difficulties.

What would Europe lose if the thousand-year-old Armenian presence in this region were wiped out?

I will answer this question from a personal perspective. Seeing the remnants of Armenian culture in Turkey or in the Armenian territories that are now part of Azerbaijan, causes tremendous suffering to a European because it means seeing traces of a thousand-year-old Christian civilization that went completely destroyed, along with the people who had erected it. But this pain would be the same if the cultural and religious heritage of other faiths were targeted.

What happened to the Armenians in Turkey dates back 100 years; what was destroyed in the Nakhichevan, goes back 30 years. We don’t want the same thing to happen now in Karabakh.

It is a sad reminder of what happened in other parts of the world, as in the Nineveh Plains, by Daesh. Why is it that often when a people is targeted its artistic and religious heritage is annihilated with them?

This is what is known as “cultural genocide.” In the ancient Armenian capital of Ani, Turkey, for example, the monuments are preserved but Armenian names are never found in the captions. The historical memory is erased, falsifying reality. In the Nakhichevan region of Azerbaijan, Armenian monuments are never mentioned in tourist guides, thereby denying that there was ever an Armenian presence in these territories. But we have entire libraries that attest this presence, documents and recent photos of churches and cemeteries. Nonetheless, historical, cultural and political falsehood could lead to forget millennia-old artistic, anthropological and religious life, even in a short time. It can happen.

You wrote a Letter to the Italian Government and the Vatican Secretariat of State. What do you expect?

Azerbaijan has won the war. It got what it wanted. The only thing that can and should be asked is for the Azeri President, Ilham Alyev, to keep the promises made to Russian President Vladimir Putin, namely to safeguard Armenian artistic, cultural and religious heritage. This must be done under the permanent supervision of the Italian and European governments and UNESCO.

Categories: Notizie

Visentini (European Unions): “Recovery Plan, we must act now or we risk a social disaster”

Fri, 20/11/2020 - 10:11

“Should this situation continue we risk a social disaster.” European Trade Union Confederation ETUC-CES General Secretary Luca Visentini discussed with SIR the economic situation in the Old Continent, currently facing a severe economic crisis connected with the coronavirus pandemic. He envisages a recession with no clear prospects of recovery and points to the need for EU interventions, which “must be speeded up”; he urges national governments to extend welfare safety nets at least until mid 2021.

Trieste native Luca Visentini is at the helm of the European Trade Union Confederation (Confédération européenne des syndicats in the French equivalent), representing 45 million workers from 90 trade unions in 38 European countries, and 10 European trade union federations.

A gloomy picture, confirmed by the “Economic Forecasts” recently released by the European Commission. How do you see Europe’s future?

It’s obviously difficult to make accurate forecasts, however we are extremely worried. The obstacles faced by the EU Multiannual Financial Framework- which the Recovery Plan is attached to- cannot be overlooked. Moreover, it is now certain that the funds allocated to Member States are not expected to be available before June or July, not least because of a set of required policy procedures (ratification by national parliaments, bond issuance…).

This means that we are facing some seven or eight months of disaster.

Thousands of businesses are affected by the crisis, tens of millions of people stopped working and don’t know when their activities will be resumed. Even if the pandemic were to ease, there is no real prospect of economic recovery before the second half of 2021. Clearly, when economic recession lasts for so long, recovery is bound to be critical. Furthermore, due to partial or total lockdowns in Europe, SMEs and workers with no access to emergency measures – i.e. social shock absorbers or financial compensation to businesses – could disappear from the financial and job market.

What are the possible answers?

We are sending out a heartfelt appeal to EU institutions, and above all to national governments, urging them to extend all emergency measures taken so far at least until June next year. For example, Italy has extended the redundancy fund only until next March, while Germany renewed a similar measure for the whole of 2021. But this is not enough. In fact, all self-employed, atypical, precarious, temporary, seasonal and unfortunately also undeclared workers, received very small sums (an average of €600 per month, from April to June) during the past lockdown, and it now seems likely that they will receive nothing. Just think of the media, cultural sectors, artists, tourism… The Ristori Decrees provides for income support only to some of those sectors, due to receive a one-time subsidy. This happens not only in Italy but also in several EU countries. It is therefore necessary to extend the coverage period including those groups of workers concerned. If not, we run the risk of a social disaster in the coming months, from which it would be extremely difficult to recover.

 

Unemployment: what is the actual situation?

Our relatively accurate and updated figures on unemployment or suspension from work show that

almost 20 million employees are definitely out of work, without counting the self-employed who faced a precipitous drop in income. Moreover, more than 40 million people were affected by work suspension, laid off or similar measures. 

Unless the emergency measures are extended, at least half of these people will become unemployed, leaving more than 40 million out of work, twice the total number of unemployed resulting from the 2008-2011 economic and financial crisis.

So what should be done?

The Recovery Plan and other measures put in place by the EU are all to be welcomed, but these funds will only be available in the coming months, while today we must respond to the ongoing emergency, help businesses and protect families. We are also aware that all these measures (including the ESM or SURE) create debt. But it is also true that the debt is at no cost, since bonds are issued at zero interest rates, and the Commission suspended the Stability and Growth Pact obligations. This debt is in fact fully sustainable in the long term. Indeed, if we fail to take immediate action, we will be facing a tragedy. Our only concern at the moment is that all available resources be mobilized to protect the economy and the labour market.

Yet, in spite of all this, the governments of two countries, Poland and Hungary, are blocking the approval of the EU’s long-term budget connected to the Recovery Plan. What is your opinion?

The position taken by these governments based on ideological arguments that fail to acknowledge reality is utterly incomprehensible.

Besides, Poland and Hungary behave like hypocrites: they block the Recovery Plan, harming all other EU countries, without taking appropriate measures for their workers and distressed firms.

These two countries are fighting a groundless battle on the respect of the rule of law (a condition for the allocation of EU funding – Ed.’s note), but then request funds from Brussels, of which they are among the greatest beneficiaries.

Last spring’s lockdowns, as well as the current ones, have somewhat transformed the workplace: just think of remote work. Do you expect these innovations to continue in the future?

As I understand it, traditional economic activities, especially industry, and, from a different angle, personal care and services, including tourist activities, bars and restaurants, will have to return to normal, as they could never carry out their activities online. Thus, the greatest segment of the economy will return to the workplace. This does not apply to office jobs that take place behind a desk, using a computer. In this context, many companies are already preparing to continue the work from home. This could also be the case for a part of Public Administration, especially those offices with no direct interaction with citizens. A serious reflection still needs to be made on working from home, requiring appropriate tools supplied by employers. Furthermore, there needs to be a clear boundary separating family life from work, or else people will end up working more, with a considerable psychological burden, and perhaps receiving lower pay on the false pretext that they are not forced to go out of the house… All of these new factors will need to be closely monitored.

Europe and the United States: what do you expect will change with Biden’s election in economic and political terms?

Hopefully, things will change for the better. Perhaps some aspects of protectionism – occasionally referred to as “positive” – will remain, given the fact that Europe and the U.S. face the problem of bringing back production that had been offshored with consequent job losses. But we also expect Europe to reflect on unbridled international trade after the liberalist inebriation.

From Biden we can also expect greater Euro-Atlantic financial cooperation

From the political angle, it is fair to assume that the new American administration will relaunch multilateralism, thereby improving the performance of the major international political and financial organizations – the United Nations, the IMF, the World Bank, the World Trade Organization, and the International Labour Organization – in terms of sustainability and progressiveness. With respect to Trump’s sovereignist policy, we can expect a new phase in foreign policy and in the international positioning of the USA, to the benefit of its European partner. Many challenges lie ahead which need to be addressed together, suffice it to mention climate and digital technologies, with considerable repercussions on industry, employment and everyday life. Green and digital transformations are necessary, in addition to post-Covid rebuilding processes. We will need a “fair transition” leadership that focuses on development, quality of work, rights… in short, a global planning of the future dictated by this new era. In Europe, this guidance should be the responsibility of the European Commission and its Member States, albeit with key support from local authorities and social partners since ultimately, procedures are frequently administered at the territorial level. It would suffice to recall the case of the ILVA steel plant in Taranto, Italy.

Categories: Notizie

Visentini (sindacati europei): “Recovery Plan, bisogna far presto. Rischiamo l’ecatombe sociale”

Fri, 20/11/2020 - 10:11

“Così rischiamo l’ecatombe sociale”. Luca Visentini, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Etuc-Ces), analizza per il Sir l’attuale fase economica, con una pesantissima crisi correlata alla pandemia da coronavirus. Parla di recessione senza chiare prospettive di ripresa; indica la necessità di interventi Ue, sui quali “occorre fare presto”; insiste affinché i governi nazionali estendano gli ammortizzatori almeno fino alla metà del prossimo anno.
Visentini, triestino, guida i sindacati europei (European Trade Union Confederation in inglese, Confédération européenne des syndicats nella versione francese) che rappresentano 45 milioni di lavoratori provenienti da 90 organizzazioni sindacali in 38 Paesi europei, più 10 federazioni sindacali europee.

Un quadro fosco, quindi. E le “Previsioni economiche” recentemente rese note dalla Commissione europea lo hanno confermato. Lei cosa vede nel futuro dell’Europa?
È ovviamente difficile fare previsioni precise, comunque siamo molto preoccupati. Non possiamo certo trascurare gli ostacoli che sta incontrando il Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, cui è collegato il Recovery Plan; inoltre vi è ormai la certezza che i fondi destinati agli Stati non arriveranno prima di giugno o luglio prossimi, anche per tutte le procedure politiche che si devono compiere (ratifica dei parlamenti nazionali, emissione dei bond…).

Questo ci fa capire che abbiamo di fronte circa sette o otto mesi di disastro.

Vi sono migliaia di imprese coinvolte nella crisi, decine di milioni di persone sospese dal lavoro che non sanno quando potranno riprendere l’attività. E anche se si dovesse registrare un calo della pandemia, non s’intravvede una possibilità concreta di ripresa economica prima della seconda metà del 2021. È chiaro che quando si sta per così tanto tempo in recessione, poi recuperare diventa difficilissimo. Fra l’altro con questi lockdown parziali o totali che si registrano in Europa, le Pmi e i lavoratori e le lavoratrici che non hanno accesso alle misure di emergenza – quindi ammortizzatori sociali o compensazioni economiche per le imprese – potrebbero scomparire dal mercato economico e del lavoro.

Quali le possibili risposte?
Noi stiamo lanciando un appello accorato alle istituzioni europee, ma soprattutto ai governi nazionali, perché vi sia una proroga di tutte le misure di emergenza finora adottate almeno fino al giugno del prossimo anno. L’Italia ad esempio ha prorogato la Cassa integrazione solo fino al marzo prossimo, la Germania invece ha reiterato un’analoga misura per tutto il 2021. Ma questo non basta. Ci sono infatti tutti i lavoratori autonomi, atipici, precari, a termine, stagionali e purtroppo anche in nero che hanno ricevuto pochissimo (una media di 600 euro al mese, da aprile a giugno) durante lo scorso lockdown, e ora c’è la prospettiva che non prendano nulla. Pensiamo ai settori dei media, della cultura, degli artisti, del turismo… Nei decreti Ristori soltanto una parte di queste categorie riceverà aiuti una tantum. Ciò avviene non solo in Italia ma anche in diversi Paesi Ue. Ecco dunque la necessità di estendere il periodo di copertura e anche le categorie interessate ai sostegni. Altrimenti rischiamo un’ecatombe sociale nei prossimi mesi, dalla quale diventerebbe difficilissimo risollevarsi.

Problema-disoccupazione: quale la realtà?
Abbiamo numeri piuttosto precisi per quanto riguarda, oggi, la disoccupazione o la sospensione dal lavoro. In questo momento ci sono quasi 20 milioni di lavoratori dipendenti che sono diventati definitivamente disoccupati; questo senza contare gli autonomi che hanno avuto una diminuzione del reddito. E poi ci sono più di 40 milioni di persone che sono sospese dal lavoro perché poste in cassa integrazione o provvedimenti simili. Se non si prevede un’estensione delle misure di emergenza, almeno la metà di queste persone diventeranno disoccupate, portando il numero totale di coloro che sono espulsi dal mercato del lavoro a 40 milioni, il doppio del totale dei disoccupati generati dalla crisi economica e finanziaria del 2008-2011.

Quindi?
Quindi benissimo il Recovery Plan e altre misure messe in campo dall’Ue: ma questi fondi arriveranno solo nei prossimi mesi, mentre noi oggi dobbiamo affrontare l’emergenza, aiutare le imprese e proteggere le famiglie. Siamo anche coscienti che tutte queste misure (compresi il Mes o il Sure) generano debito; però è anche vero che questo debito di fatto non costa niente, perché i bond sono emessi a tasso zero, e la stessa Commissione ha sospeso i parametri del Patto di stabilità e crescita. Di fatto è un debito assolutamente sostenibile nel lungo periodo. Del resto se non corriamo subito ai ripari andiamo incontro a una tragedia. In questo momento la nostra unica preoccupazione è che si mettano in campo tutte le risorse possibili per proteggere l’economia e il mercato del lavoro.

Eppure, nonostante tutto questo, i governi di due Paesi, Polonia e Ungheria, stanno intralciando l’approvazione del budget pluriennale Ue cui è connesso il Recovery Plan. Cosa ne pensa?
È davvero incomprensibile la posizione assunta da questi governi per impuntature ideologiche che non tengono conto della realtà. Fra l’altro Polonia e Ungheria tengono un atteggiamento ipocrita: bloccano il Recovery Plan, creando un danno a tutti gli altri Stati Ue, senza peraltro provvedere con misure adeguate per i loro lavoratori e imprese in affanno. Questi due Paesi portano avanti una battaglia infondata sul rispetto dello stato di diritto (cui l’Ue collega lo stanziamento di finanziamenti comunitari – ndr), ma poi reclamano fondi da Bruxelles dei quali sono peraltro tra i massimi beneficiari.

I confinamenti della scorsa primavera e quelli attuali hanno portato novità sul lavoro: basti pensare allo smart-working. Tali novità resteranno in futuro?
La mia impressione è che le attività economiche tradizionali, soprattutto l’industria, e su un piano differente i servizi alla persona, incluse le attività turistiche, i bar e i ristoranti, dovranno tornare alla consuetudine, perché non sono settori trasformabili in “virtuali”. Il grosso dell’economia quindi tornerà a lavorare in presenza. Questo non vale per le molte attività d’ufficio che si svolgono alla scrivania, con un computer: in questo caso già ora molte aziende si stanno attrezzando per mantenere il lavoro da casa. Questo potrebbe avvenire anche per una parte della Pubblica amministrazione, soprattutto per quegli uffici che non hanno un rapporto diretto con i cittadini. Resta però da fare una seria riflessione sulle condizioni di lavoro da casa: per farlo occorre essere provvisti dal datore di strumenti adeguati; e poi è necessario determinare un confine ragionevole tra lavoro e vita familiare, perché altrimenti si finisce per lavorare più di prima, con un carico psicologico non indifferente, e magari meno pagati con la scusa che non si deve lasciare la propria abitazione… Sarà necessario vigilare su tutti questi nuovi aspetti.

Europa e Stati Uniti: cosa cambierà, a suo avviso, con l’elezione di Biden sul piano economico, ma anche politico?
Speriamo che le cose cambino in meglio. Forse saranno mantenuti alcuni elementi di protezionismo, talvolta definibile come “positivo”, perché esiste un problema per l’Europa e per gli Usa di riportare indietro alcune produzioni che erano state delocalizzate con la perdita di posti di lavoro. Ci aspetteremmo però che l’Europa rifletta anche sul libero commercio internazionale dopo questa ubriacatura liberista.

Da parte di Biden si può immaginare anche una maggiore collaborazione economica tra le due sponde dell’Atlantico.

Sul versante politico è lecito attendere che la nuova amministrazione americana rilanci il multilateralismo, facendo funzionare meglio e in maniera più sostenibile e progressista le grandi organizzazioni politiche e finanziarie internazionali: le Nazioni Unite, il Fmi, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, l’Organizzazione internazionale del lavoro. Rispetto alla politica sovranista di Trump dovrebbe arrivare anche una nuova fase nella politica estera e nella collocazione internazionale degli Usa, a vantaggio del partner europeo. Le sfide da affrontare insieme sono davvero molteplici, basti pensare a quella climatica e a quella digitale, che avranno ricadute notevoli sull’industria, sull’occupazione, sulla vita di ogni giorno: occorreranno riconversioni green e digital, che si sommeranno ai processi di ristrutturazione post Covid. Servirà una regia di “transizione giusta”, che pensi allo sviluppo, alla qualità del lavoro, ai diritti, insomma una progettazione globale del futuro che ci è imposta da questi tempi nuovi. Una regia che in Europa dovrebbe essere in capo alla Commissione europea e agli Stati nazionali, ma con decisivi apporti degli enti locali e delle parti sociali perché, infine, i processi si gestiscono spesso a livello territoriale. Basterebbe pensare all’esempio dell’Ilva di Taranto.

Categories: Notizie

Infanzia. Asvis: in Italia un bimbo su tre a rischio esclusione sociale. Servono azioni di contrasto a povertà e politiche di sistema

Fri, 20/11/2020 - 10:05

La pandemia Covid-19 impatta gravemente sull’Agenda 2030 Onu per lo sviluppo sostenibile, sottoscritta da 19 Paesi tra cui l’Italia, e rischia di compromettere gli sforzi compiuti negli ultimi anni nel campo della tutela dei diritti delle bambine e dei bambini di tutto il mondo. Il tema dell’infanzia attraversa tutti e 17 i Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030, che si basa sul principio della giustizia tra generazioni. “Per questo – afferma Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile)  occorre mettere in campo azioni di contrasto alle disuguaglianze tra i minori, che crescono anche a causa della diffusione del Covid-19, e misure volte a garantire istruzione di qualità per tutti, parità di genere e benessere”. L’Agenda Onu guarda al mondo, ma anche in Italia non mancano ritardi e criticità nella condizione di bambini e ragazzi.

Lo rivelano le 200 pagine del Rapporto Asvis 2020, diffuso l’8 ottobre scorso e rilanciato in occasione della Giornata mondiale dell’infanzia che ricorre oggi.

In Italia continuano a diminuire le nascite, crescono le disuguaglianze tra bambini e ragazzi e cala la partecipazione alle attività educative.
I dati dei nuovi nati confermano il trend negativo:

“in dieci anni abbiamo perso oltre 385mila minori”,

si legge nel report. Oggi, secondo Asvis, gli under 18 rappresentano il 16% del totale della popolazione e l’incidenza degli 0-14enni è la più bassa tra i Paesi dell’Ue (13,2% contro il 20,5% della capofila Irlanda)”. La pandemia ha avuto un grave impatto sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, come evidenziato dal WeWorld Index 2020.  In 110 dei 172 Paesi analizzati, donne e bambini stanno subendo una forma di esclusione sociale, mentre due Paesi su tre non garantiscono una vita dignitosa alle fasce più vulnerabili, si legge nell’Index citato da Asvis. In Europa, è l’Islanda il Paese in cui i diritti dei bambini sono garantiti al meglio, seguita da Svizzera e Finlandia. L’Italia risulta al 15esimo posto.

Nel nostro Paese un bambino su tre è a rischio esclusione sociale. La percentuale, sottolinea Asvis, è più elevata rispetto alla media europea (uno su quattro), e si tratta di dati anteriori allo scoppio dei Covid-19. in Italia, infatti,

nel 2019 quasi 1,7 milioni di famiglie erano classificate in povertà assoluta, di cui oltre 1,1 milioni minori, l’11% del totale.

Un sostegno, fa notare Asvis, è arrivato dal Decreto “Cura Italia”, che ha istituito un bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting per i dipendenti del settore sanitario pubblico e privato, ed è intervenuto sulla necessità di garantire la cura dei figli durante il periodo di emergenza, prevedendo 15 giorni di “congedo straordinario” al 50% di retribuzione usufruibile da tutti i lavoratori dipendenti, privati e pubblici, con figli fino a 12 anni di età.
Il Decreto “Rilancio” è invece intervenuto a supporto della condivisione del lavoro di cura dei figli per i genitori occupati: fino alla fine dello stato di emergenza nazionale i genitori lavoratori dipendenti del settore privato che hanno almeno un figlio minore di 14 anni hanno diritto a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile anche in assenza di accordi individuali. Ma, più in generale,

servono politiche di sistema mirate al sostegno di bambini e adolescenti.

Tra scuole chiuse e didattica a distanza. La chiusura delle scuole a primavera e la conseguente adozione della Didattica a distanza (Dad) hanno avuto ricadute negative sia sui processi di insegnamento e apprendimento, sia sulla capacità di inclusione e, di conseguenza, sul livello di competenza degli studenti e sulla dispersione scolastica. Prima del lockdown, si legge nel report Asvis,

il 12,3% dei minori tra 6 e 17 anni non disponeva di un pc o tablet a casa.

Per questo, con il Decreto “Cura Italia”, il Governo “ha stanziato 85 milioni di euro per piattaforme, strumenti digitali, connessioni di rete e formazione del personale scolastico, per permettere a tutti di usufruire della Dad”.

Ma i ritardi del nostro Paese nel conseguimento del Goal n. 4 (Education) hanno radici più lontane. Già dal 2014 si era registrata una diminuzione della partecipazione culturale, delle competenze di base in lettura e da un più basso tasso di partecipazione alle attività educative dei bambini di cinque anni. Per questo, a giugno dello stesso anno, Asvis aveva contribuito a elaborare il documento “EducAzioni”, redatto insieme ad altre otto reti impegnate nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza, che proponeva una serie di azioni per contrastare la povertà educativa, tra cui l’attivazione di “Poli educativi 0-6 anni” nei territori più svantaggiati; la costruzione di patti educativi territoriali per coordinare l’offerta educativa curriculare con quella extracurriculare; la definizione di un piano strategico nazionale sull’infanzia e sull’adolescenza. Un documento da rilanciare, se si pensa che nel nostro Paese

solo il 12,5% dei bambini di età 0-2 anni ha accesso a un asilo pubblico comunale.

E oltretutto con con gravissimi squilibri territoriali: la percentuale sale al 24,8% in Emilia-Romagna e crolla al 2,1% in Calabria. Complessivamente, solo il 24,7% dei bambini nella fascia 0-2 anni ha accesso a un servizio pubblico o privato.I divari territoriali sono evidenti anche nella dispersione scolastica che sfiora il 20% in alcune regioni del Sud contro una media europea del 10,6%.

Categories: Notizie

Pages