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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 27 min ago

Decreto agosto: prevale ancora la logica dei provvedimenti tampone

Sat, 08/08/2020 - 14:48

Di fatto, è la terza manovra economica dall’inizio dell’anno, dopo quelle di aprile e di maggio. Il “decreto agosto” mobilita gli altri 25 miliardi di deficit autorizzati dal Parlamento con il voto a maggioranza assoluta sullo scostamento di bilancio. E il conto totale viaggia ormai intorno ai 100 miliardi di euro messi in campo per fronteggiare le conseguenze della pandemia. Le rilevazioni dell’Istat registrano segnali di ripresa economica di una certa consistenza, forse anche superiori alle previsioni, ma allo stesso tempo documentano che i danni provocati dal Covid sono così profondi ed estesi da rendere lungo e faticoso il recupero dei livelli precedenti, che pure erano tutt’altro che entusiasmanti.

Il decreto-legge varato dal Consiglio dei ministri – con l’ormai consueta formula “salvo intese” – si muove quindi ancora nella logica dei provvedimenti tampone.

Ci sono elementi tendenzialmente più strategici, come la fiscalità agevolata per le imprese meridionali (sgravio del 30% sui contributi previdenziali), ma lo spirito di fondo è quello di evitare che dopo l’estate la scadenza simultanea delle misure di protezione avviate nei mesi scorsi possa rendere insostenibile la situazione, soprattutto sul versante del lavoro. Di qui la proroga della cassa integrazione legata al Covid, 18 settimane divise però in due gruppi: le prime 9 gratuite per tutte le aziende, le seconde modulate in relazione ai cali di fatturato (chi ha perso poco o niente dovrà contribuire). Solo dopo aver usufruito della cig o dell’esonero contributivo di quattro mesi previsto in alternativa, le aziende potranno tornare eventualmente a licenziare: fino a quel momento permane il blocco. Prorogate anche la Naspi per i disoccupati e la possibilità di rinnovare i contratti a termine senza obbligo di indicare la causale (per 12 mesi). Nuove indennità vengono introdotte per le categorie particolarmente colpite: 1000 euro per gli stagionali del turismo e dello spettacolo e 600 per i marittimi e gli stagionali sportivi. Altri 400 euro di reddito d’emergenza saranno erogati alle famiglie più bisognose.

Ma negli oltre 100 articoli del decreto ci sono misure di ogni tipo: dai fondi per la scuola a quelli per la sanità; dagli incentivi per il mercato dell’auto e il made in Italy agli aiuti per le città d’arte e gli stabilimenti balneari; da un fondo per la formazione delle casalinghe all’anticipo del cashback, il bonus per chi paga in modo tracciabile; dall’ulteriore blocco delle cartelle esattoriali alla rateizzazione lunga per i versamenti fiscali. Per avere la certezza di tutti i dettagli bisognerà attendere la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Per ora si può fare riferimento al comunicato di Palazzo Chigi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato anche il disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario e i nuovi criteri di elezione del Consiglio superiore della magistratura. Nella riunione, inoltre, si è parlato del nuovo Dpcm che è stato firmato dal premier: le misure precauzionali anti-contagio vengono prorogate fino al 7 settembre, con qualche ulteriore apertura per fiere e crociere, settori economicamente non irrilevanti.

Il Governo, insomma, è riuscito ancora una volta a trovare la quadra tra le spinte spesso divergenti dei partiti che lo sostengono. Ma adesso lo aspetta la prova decisiva del piano da presentare in Europa entro metà ottobre per l’utilizzo degli eccezionali finanziamenti resi disponibili dalla Ue.

In quella sede dovrà compiere delle scelte strategiche che finora non sono emerse se non in maniera frammentaria, senza una prospettiva complessiva coerente.

Al netto delle divisioni che sussistono all’interno della maggioranza, sarà molto importante anche il rapporto con le opposizioni e Conte ha mandato messaggi in questo senso nel corso della conferenza stampa di presentazione del “decreto agosto”. Ma i segnali non sono confortanti. A fine mese già si preannuncia un ostico passaggio parlamentare per il decreto sulle semplificazioni. Ed è veramente arduo sperare in un confronto costruttivo se dall’opposizione si tenta di criminalizzare il presidente del Consiglio per la gestione dell’emergenza sanitaria, che invece continua a ricevere apprezzamenti a livello internazionale, fino al punto di essere indicata come modello, e consente anche oggi al nostro Paese di essere tra i meno colpiti a livello di contagi. Ma a fine settembre si vota e la tentazione della ricerca del consenso a tutti i costi è sempre in agguato.

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Mezzogiorno. Fusco Girard: “L’economia circolare come volano dello sviluppo sostenibile e della coesione sociale”

Sat, 08/08/2020 - 10:15

Economia circolare, sviluppo sostenibile, città laboratorio, lavoro, Mezzogiorno. Metti tutti questi elementi insieme e hai una società del domani più giusta, capace di garantire benessere non solo a pochi. Da questa idea parte Luigi Fusco Girard, professore emerito all’Università Federico II di Napoli, attuale presidente del Meic partenopeo e coordinatore del progetto europeo Horizon 2020 Clic, per ridisegnare un futuro che oggi può apparire fosco non solo per l’emergenza legata al Covid-19, ma anche per il cambiamento climatico, “la più grande minaccia per la sopravvivenza del mondo – ci spiega – perché ha degli impatti non solo sull’ambiente e sugli ecosistemi naturali, sull’economia, sulla finanza, ma anche sulla salute e sulla percezione di benessere da parte delle persone, anche se ciò è molto sottovalutato in tutti gli ambienti”. “Esiste un delicatissimo rapporto tra natura e umanità – prosegue -. Il cambiamento climatico sta cambiando questo rapporto, rendendo la terra meno accogliente e con conseguenze anche di carattere sociale. Occorre costruire un contesto più ecologico, in cui i ritmi dell’economia non confliggano con quelli della natura. Un rapporto nuovo con la natura serve anche per salvaguardare la salute delle persone”.

Nell’ambito del suo impegno come presidente del Meic di Napoli, Fusco Girard ha avviato, in vista di “The Economy of Francesco”, il “Laboratorio delle idee del Meic” e con tre giovani, che parteciperanno all’evento che si terrà a novembre ad Assisi, ha realizzato un opuscolo “Verso una nuova economia tra l’economia della scuola francescana all’economia civile, all’economia circolare”. Anche “la Settimana sociale di Taranto si giocherà su tali questioni, sulle quali possiamo avviare un dialogo anche con i non credenti – osserva Fusco Girard -. Il nostro obiettivo è sviluppare nelle nostre città la consapevolezza che il cambiamento climatico è la più grande minaccia alla vita delle persone. In questo modo attualizziamo la nostra concezione della città dell’uomo. Il pensiero dei nostri maestri, Lazzati, Dossetti, La Pira, va declinato nuovamente e rivisto nel modello circolare”.

Nel Piano per il Sud 2030, presentato a Gioia Tauro il 12 febbraio 2020 dal premier Giuseppe Conte, ricorda il presidente del Meic di Napoli, “c’è un capitolo sul Mezzogiorno e la sostenibilità ecologica ma l’economia circolare è interpretata in maniera molto riduttiva. Invece, la questione è molto più ampia. Nel Piano c’è anche un accenno alla transizione ecologica della città di Taranto e a Matera. Io propongo di realizzare una rete di città nel Mezzogiorno a partire proprio da Taranto, Matera e Salerno. Dovremmo

creare una rete dal basso che si candida a stimolare la logica del modello circolare a partire dalle città meridionali”.

Infatti, “le città hanno un grande potenziale nel guidare un cambiamento di paradigma e l’economia circolare rappresenta un modello non solo economico ma anche sociale di riferimento per lo sviluppo delle città. L’economia circolare comporta la partecipazione di una serie diversificata di attori ed è basata su un concetto di economia relazionale che promuove il senso di comunità e genera coesione sociale e integrazione attraverso la rigenerazione delle città”.

Non solo: “Se facciamo progetti coerenti con i criteri del Green New Deal europeo possono essere finanziati, quindi creiamo opportunità di sviluppo. Noi ci mettiamo di nostro quella visione sociale e culturale, che nel Green Deal è in filigrana. La riqualificazione del patrimonio dei paesaggi culturali offre la prospettiva di rendere ‘orange’ il Green Deal, perché c’è anche un fondamento sociale”. Di qui la proposta al ministro del Sud e della Coesione territoriale Giuseppe Provenzano di

“lanciare un piano di azione per l’economia circolare a partire dalle nostre città”.

Anche il progetto Horizon 2020 Clic, racconta Fusco Girard, “consiste nell’attuazione del modello di economia circolare nella riqualificazione del nostro patrimonio storico e architettonico-urbanistico. La tesi è che l’Europa è un continente che sta sempre più invecchiando e quindi non ha bisogno di nuove abitazioni, piuttosto di riqualificare le abitazioni, che sono un colabrodo termodinamico. La riqualificazione del nostro patrimonio storico culturale si presta all’efficientamento energetico e alle nuove forme di energia, come pure per migliorare la qualità dell’ambiente esterno ed interno, perché, come ricorda l’Oms, anche la salute è legata alle condizioni ambientali. Con il progetto Clic anticipiamo la logica ‘social’ e ‘cultural’ del Green Deal, concentrando le azioni sul patrimonio esistente”. Inoltre, “da sempre il settore dell’edilizia è considerato il settore tampone per la disoccupazione, tanto più il recupero che ha una capacità occupazionale strepitosamente più elevata”. È da sottolineare, poi, che “questo recupero non serve per fare turismo ma per contribuire a soddisfare i bisogni della gente che vive in città e che sta invecchiando e per questo necessità di determinati servizi alla persona.

L’economia circolare per il Mezzogiorno è, dunque, importante perché offre più possibilità di lavoro”.

Fusco Girard parla anche della “simbiosi industriale”, “un esempio straordinario di economia circolare inventato dai giapponesi”, che “ha dimostrato 3 cose: l’economia circolare consente di fare profitti, di ridurre i costi, di promuovere una logica cooperativa e collaborativa. Quindi, conviene economicamente, socialmente e in termini ecologici perché riduce gli impatti inquinanti.

Si supera la logica del mercato della sola competizione a favore della cooperazione e collaborazione.

Alla nostra società così dilaniata e frammentata serve anche per riallacciare legami. L’economia circolare nel Mezzogiorno la vediamo come produttrice di lavoro, valorizzatrice delle risorse di cui il Mezzogiorno è molto ricco dal punto di vista culturale e paesaggistico, ma anche capace dare slancio a tecnologia e innovazione”. E conclude: “Le sfide della rigenerazione di cui tanto si parla oggi, prima che economiche, ecologiche e sociali, sono innanzitutto sfide collegate ad una rigenerazione culturale, etica e spirituale, come già aveva esattamente cinque anni fa indicato l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’”.

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Mezzogiorno, ferrovie, autostrade e banda larga le tre priorità per lo sviluppo

Sat, 08/08/2020 - 10:09

Ritorna nuovamente con forza la questione meridionale in Italia. In realtà, non è mai scomparsa, ma per alcuni decenni è stata in qualche modo accantonata per poi riesplodere prepotentemente negli ultimi anni. La fuga di migliaia di giovani qualificati e scolarizzati verso il Nord d’Italia e, ancor più, all’estero è una dinamica ormai costante e inquietante. Un passo indietro visto che la differenza del prodotto interno lordo pro capite tra le aree del Mezzogiorno d’Italia e quelle del Centro Nord è all’incirca uguale a quello che si registrava all’inizio degli anni Sessanta. Per non parlare della disoccupazione, che raggiunge livelli record al Sud.

È sicuramente una questione di risorse limitate inviate in queste aree, ma anche di capacità di spesa, delle annose pastoie burocratiche, di un cattivo o parziale utilizzo dei finanziamenti europei e dei fondi di sviluppo. Aspetti che si collegano e ci fanno riflettere sull’arrivo dei finanziamenti del Recovery Fund varato dai Paesi europei. Dei 209 miliardi una fetta, circa il quaranta per cento, dovrebbe essere dirottato al Sud. Basteranno per far uscire dalla situazione stagnante le regioni meridionali? Come saranno utilizzati? Fare arrivare finanziamenti parcellizzati o a pioggia senza puntare su pochi e strategici obiettivi non è sicuramente la strada migliore da percorrere. È avvenuto così per decenni, senza un disegno di sviluppo complessivo del Sud, ma anche recentemente in Italia con la polverizzazione degli interventi post coronavirus.

Occorre un cambio di passo e mirare a pochi ma strategici interventi per ridurre il più possibile il gap infrastrutturale tra Nord e Sud d’Italia.

Tre le priorità sulle quali puntare: ferrovie, autostrade e banda larga.

Partire da questi tre caposaldi per cercare di creare un percorso virtuoso di opportunità di impresa tra le giovani generazioni e non solo, di crescita occupazionale attraverso l’arrivo di aziende innovative e di stimolo alla nascita di una imprenditoria capace di sintonizzarsi con le enormi potenzialità ambientali e naturali presenti al Sud. Un pacchetto virtuoso in grado magari di far rientrare nella propria terra coloro che sono partiti anni fa ed ora portatori di un bagaglio di esperienza, professionalità e sicuramente amore per quei territori.

Non è però possibile puntare al rilancio definitivo del turismo senza una adeguata rete infrastrutturale. Un discorso che riguarda non solo le mete più note ma anche borghi, centri, località balneari o montane tutte con una tradizione storica e culturale spesso sconosciuta ai più. Venire incontro, poi, a quelle piccole e medie imprese capaci di realizzare prodotti di qualità in ambito alimentare e artigianale e farle uscire dagli angusti confini locali. Per far viaggiare questi prodotti occorre una logistica basata su binari, strade, vie del mare e flussi aerei.
Un capitolo a parte riguarda la banda larga. Produrre in un piccolo centro del Sud e vendere in tutto il mondo è ora possibile attraverso il commercio on line ma senza una adeguata banda larga si rischia di far naufragare ogni tentativo d’impresa. Nell’ottica, poi, della crescita dello smart working post pandemia si potrebbero intravedere ulteriori opportunità di rilancio di tante aree abbandonate nel Sud. Il costo della vita più basso e la migliore qualità della vita potrebbero essere un richiamo per questi luoghi a patto che la banda larga funzioni realmente. Indirizzare, insomma, questi finanziamenti europei su pochi e chiari capitoli di spesa in grado di stimolare successivamente occupazione e produttività, idee d’impresa e sburocratizzazione, semplificazione e abbattimento fiscale.

Occorre una visione di sviluppo per il Sud, un po’ come accadde nel dopoguerra con il varo del piano Vanoni. Certo occorrerà vigilare preventivamente affinché questo flusso di denaro europeo arrivi sul territorio e non diventi preda per le organizzazioni criminali. Ostacoli da rimuovere, insomma, non mancano se pensiamo che mediamente per realizzare una infrastruttura sono necessari tra gli otto e i dieci anni. Tempi che ormai non possiamo più permetterci al Sud come al Nord. Così come la lunga attesa per i soldi del Recovery Fund, non prima della primavera 2021. Bisognerà, allora, essere già pronti con progetti definiti, obiettivi chiari e percorsi stabiliti altrimenti ci ritroveremo con l’ennesima occasione perduta per il nostro Mezzogiorno.

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Libano: dopo le esplosioni, la rabbia. Fady Noun (giornalista): “Il Paese ha bisogno di una nuova classe politica”

Sat, 08/08/2020 - 10:04

Dopo lo choc per le esplosioni che hanno devastato Beirut, il 4 agosto, esplode la rabbia in Libano. Nella notte tra giovedì e venerdì, gruppi di manifestanti antigovernativi si sono dati appuntamento davanti alle sedi di governo e Parlamento, nel cuore di Beirut. Erano passate poche ore dalla visita del presidente francese, Emmanuel Macron. Purtroppo ci sono stati scontri tra i dimostranti e le forze di sicurezza con lanci di pietre e sassi, da una parte, e uso di lacrimogeni, dall’altra. Per oggi, sabato 8 agosto, è prevista un’altra grande manifestazione. Il Sir ha raggiunto, telefonicamente a Beirut, Fady Noun, giornalista del quotidiano libanese “L’Orient-Le jour”.

Cosa sta succedendo?

Non so davvero da cosa cominciare. Siamo preoccupati di tutto. Il Libano da mesi è messo alla prova. In autunno abbiamo vissuto le proteste di piazza contro la corruzione dilagante. È stata una rivolta di popolo che ha portato in strada circa tre milioni di persone, quasi la metà della popolazione. Soffriamo per una crisi economica molto forte: la moneta nazionale è stata svalutata del 90 per cento. A marzo il governo ha annunciato che il Libano era in default. A questa crisi finanziaria, in primavera si è aggiunta la pandemia del Covid-19 che non ci ha risparmiato. Ed ora queste due esplosioni che hanno dato il colpo di grazia al Paese.

Il clima che si respira tra la gente è rabbia e rassegnazione.

Rabbia verso chi?

Verso chi ha permesso questa catastrofe per negligenza. Si sono aperte due inchieste per fare luce sulle responsabilità: un’inchiesta amministrativa e un’inchiesta giudiziaria. Si sono già individuati i primi responsabili. Da quello che sappiamo, ci sono anche dei primi arresti in relazione alle indagini in corso e tra loro c’è anche il direttore generale del porto. Ma non ci sono i grandi responsabili. La popolazione non ha fiducia. Non crede che le commissioni di inchiesta possano veramente far emergere la verità.

Una grande manifestazione è prevista oggi, sabato 8 agosto. Che cosa chiede la gente?

Le dimissioni del governo. C’è oramai una delusione profonda nella popolazione. Si è rotto totalmente quel legame di fiducia tra il governo e la maggior parte dei cittadini libanesi. C’è la convinzione diffusa che il governo sia composto da persone corrotte e si chiedono le loro dimissioni. È una crisi profonda.

Giovedì scorso, c’è stata la visita del presidente francese Macron. Come ha reagito il popolo libanese? Vi sentite abbandonati?

Il popolo ha accolto in maniera molto positiva questa visita. Siamo rimasti molto colpiti dalla decisione del presidente Macron di venire a Beirut. La sua presenza, soprattutto gli incontri che ha avuto con la gente per strada, sono stati motivo di conforto e consolazione. Abbiamo sentito di non essere completamente abbandonati, almeno dalla Francia. Molti Paesi hanno espresso solidarietà al Libano. Questo movimento solidale e internazionale è importante ma non vorremmo che sia una solidarietà a breve termine. Sul lungo termine, sappiamo che la crisi sarà difficile da superare. Il Paese è profondamente diviso e non sappiamo come ne usciremo. Il presidente Macron ha incontrato i responsabili politici di tutti gli schieramenti parlamentari, i presidenti della Repubblica e del Parlamento e il capo di governo ed ha proposto loro un patto di unione e di dialogo. Ma noi sappiamo che questa classe politica non è in grado di farlo come non è in grado di gestire il Paese nella trasparenza perché è con la corruzione che fino ad oggi ha potuto tenere in mano questa nazione.

Quindi, quale via di uscita ci può essere?

Il Libano è in fallimento, la moneta è a terra, la corruzione è sistematica. È un male che divora da dentro. Di fronte a tutte queste crisi, si è aggiunta la crisi sanitaria per il Covid-19. Più che un cambio di governo, ciò di cui ha bisogno il Libano, oggi, è una nuova generazione di leader politici, ma ciò richiede tempo.

 

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Società. Vaccari (Rondine): “Pace in pericolo se si perde il senso della relazione”

Fri, 07/08/2020 - 10:39

“L’impatto della pandemia a La Rondine è stato molto forte. Rondine è incontro quotidiano, è fisicità. Per un luogo che punta tutto sulla relazione dover creare distanza vuol dire mettere in crisi tutto”. A raccontarci questo tempo molto particolare è Franco Vaccari, presidente di Rondine Cittadella della pace, borgo a una decina di chilometri dal centro di Arezzo, solitamente animato da molti giovani provenienti dai luoghi più diversi del mondo dove ci sono conflitti in corso: India, Mali, Nigeria, Kosovo, Serbia, Palestina, Israele, Siria, Turchia. Quando arriviamo il borgo è stranamente disabitato: in queste settimane i giovani non ci sono proprio a causa del coronavirus.

foto SIR/Marco Calvarese

“Abbiamo vissuto tutto questo – prosegue Vaccari – come un test per vedere se le relazioni costruite riuscivano a tenere. Abbiamo scommesso molto sul mantenere la qualità e i significati delle relazioni nonostante la grande difficoltà. È stata una occasione di scavo nei fondamenti delle relazioni che si costruiscono e non sulle emozioni e sulle suggestioni che durano poco”.

Per la ripresa del nuovo anno come vi state organizzando visto che gli studenti arrivano da tutto il mondo?
Il quarto anno di liceo è sospeso per un anno. I ragazzi dormivano in un convitto in città che non è attrezzato per ospitare giovani che vengono da tutta Italia. Trasformeremo il tutto in una proposta che porterà il metodo Rondine in alcune scuole italiane. Per i 25 studenti internazionali selezionati, invece l’arrivo è stato spostato a ottobre. Intanto stanno apprendendo la lingua italiana a distanza e si incontrano su Zoom.

Per il Covid, avete dovuto fare il vostro festival internazionale sul conflitto, il YouTopic Fest, a fine giugno, via web. A tema c’era il conflitto come leva di trasformazione. Anche il virus può essere leva di trasformazione?
Di trasformazione di sicuro. Non è mai scontato però che la leva di trasformazione sia in meglio. Il Covid ha un lato oscuro. Per ora ci siamo soffermati sul lato “luminoso”, quello biologico e medico. Ma il lato oscuro del Covid è quello sociale e psicologico, la frattura che porta nelle relazioni delle persone. Questo non è ancora preso in esame, né tanto meno curato, ma ha portato ferite enormi. Pensiamo a quello che è stato la quarantena. Parlavo di recente con una donna con un figlio disabile e la mamma malata di Alzheimer. Sono stati in quarantena in 75 metri quadri. Lì ci sarà una ferita o no? E così nel mondo. Sono tutte ferite relazionali che devono essere curate. Se le comprendiamo possono diventare opportunità e sfide, se fingiamo che non esistano, prima o poi la vita presenterà il conto.

Durante il vostro incontro internazionale di fine giugno una delle possibili risposte che avete approfondito è l’ecologia integrale. Cosa è emerso?
Il Covid ha suonato altre trombe per chi era sordo da prima. Il Covid è a cavallo tra il biologico e il chimico. Il virus se la ride di tutti i confini del mondo e dello status sociale perché prende poveri e ricchi, sudditi e re. Racconta di un mondo che, gestito alla maniera vecchia dei confini e delle stratificazioni sociali, non ha futuro. Il mondo va ripensato in modo integrale e la Laudato si’ ci indica questo. Nel Metodo Rondine diciamo che i confini non hanno senso e che dobbiamo sostituirli con le soglie. La soglia è un passaggio da una zona a un’altra, da una proprietà a un’altra e dobbiamo averne coscienza. Il confine chiama separazione, chiama muro, chiama contrasto.

Qual è oggi la minaccia maggiore che lei vede per la pace?
È smarrire il senso della relazione. Per Rondine pace non è il tema solo delle zone di guerra dove c’è la tragedia più acuta. È il precursore del nemico che è importante. Ovunque si lacera la relazione e si perde l’alfabeto primordiale dell’uomo che sa stare in relazione con un altro uomo, lì si incuba il nemico e c’è il primo germe della guerra.“Rondine” dice che per lavorare per la pace bisogna investire sui giovani. Oggi i giovani che spazio hanno?
C’è un’oppressione del mondo adulto che detta leggi ferree in cui i giovani fanno fatica a esprimersi. Questo accade anche perché, specie nei Paesi avanzati, c’è un gap demografico: i giovani sono sempre meno e, dunque, anche come massa critica non ce la fanno. Il ’68 è avvenuto perché la massa critica giovanile, dopo il boom demografico del dopoguerra, ha rappresentato una invasione giovanile della società. Oggi invece c’è un’invasione della senescenza. Ci sono però dei movimenti che pur con le loro contraddizioni esprimono delle positività.

Durante il lockdown le è stata consegnata l’onorificenza di Grande ufficiale al merito della Repubblica. Che significato ha per lei il riconoscimento?
È un titolo per tutti coloro che hanno fatto questa storia. Io non credo all’uomo solo al comando. Quella di Rondine è una storia comunitaria, dove tante persone hanno dato tantissimo. Per questo ho subito condiviso il titolo con tutti: è un bellissimo riconoscimento del presidente della Repubblica che ha avuto modo di incontrare personalmente questi giovani che a Rondine sono davvero protagonisti. I giovani riconoscono che qui gli adulti danno loro fiducia e dare loro fiducia significa lasciarli sbagliare. La crescita vera è consentire l’errore e dare il tempo per capirlo e poi cambiare.

(Originariamente pubblicato su “La voce dei Berici”)

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Recovery fund, i compiti delle vacanze dell’Italia per guadagnarsi i fondi Ue

Fri, 07/08/2020 - 10:31

Se la pandemia rialza la testa in Europa, rischiano di svanire quei segnali di ottimismo che erano emersi dalle imprese e che avevano favorito il ritorno al lavoro di una parte dei cassaintegrati. È l’emergenza occupazione, fra le principali preoccupazioni per il prossimo autunno. Diventa ancora più urgente avviare il flusso di 750 miliardi che la Commissione Ue ha previsto con il Recovery Fund.

Maggior beneficiario è l’Italia con 209 miliardi e per tanti motivi il Governo ha interesse a stringere i tempi. Solo presentando progetti credibili di rilancio entro l’autunno è possibile accedere a un prefinanziamento pari al 10% del totale, quindi una ventina di miliardi da utilizzare subito.

Vale per tutti i Paesi europei, per l’Italia è il carburante indispensabile per riavviare un motore che girava al minimo prima del Covid. Intere filiere (turismo, fiere, cultura solo per citarne alcune) sono in ginocchio e le chiusure temporanee rischiano di diventare definitive. I cassaintegrati, a lungo andare, passerebbero nelle fila dei disoccupati. Allo stipendio subentra, nel casi più garantiti, il sussidio. Si disperdono professionalità, sbiadiscono le competenze e le capacità di lavorare in team.

Il Recovery Fund non è beneficenza

neppure nella componente a fondo perduto che deve essere indirizzata a finalità economiche ben precise. I compiti delle vacanze estive prevedono una tabella di marcia di vari ministeri che con task force interne e consulenti esterni metteranno a punto progetti coerenti con l’economia italiana e con le le linee guida di Bruxelles.

La Commissione si attende che siano in linea con la svolta green e la transizione digitale che era stata impostata prima dell’esplosione del virus. Dovranno essere indicati tempi e priorità.

I progetti da ufficializzare entro metà settembre ruotano intorno al miglioramento delle infrastrutture, procedure burocratiche e giudiziarie più rapide, digitalizzazione, riduzione della distanza Nord-Sud, riconversione delle produzioni a vantaggio dell’ambiente, sanità, crescita complessiva dell’economia e creazione di nuovi posti di lavoro. Meglio se condivise con le forze di opposizione e non sarà facile in vista dell’appuntamento elettorale del 21 settembre, con importanti regioni al voto e un referendum sulla rappresentanza parlamentare. Il Parlamento italiano, così come gli altri in Europa, è chiamato ad accompagnare il faticoso accordo raggiunto dai capi di Stato e di Governo europei.

L’esecutivo italiano ha l’interesse a presentare per primo in Europa l’elenco delle riforme da supportare con i soldi pubblici europei.

Prima arrivano e più si allontana l’utilizzo del Mes (il fondo Salvastati inviso ai 5Stelle perché ritenuto invasivo nelle scelte interne) che ha una potenzialità di 36 miliardi. Più la progettualità italiana risulterà credibile e puntuale, meno blocchi arriveranno dai Paesi frugali (Olanda, Danimarca e altri) che tengono d’occhio le eventuali inefficienze e le furbizie mediterranee.

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Coronavirus Covid-19: in Palestina settore turistico sull’orlo del fallimento. Khashram (Hlitoa), “Istituzioni attivino un fondo di aiuto”

Fri, 07/08/2020 - 10:27

“32mila disoccupati e 220 milioni di dollari di perdite”: può essere riassunta in questi due numeri la crisi del settore turistico della Palestina che si è scatenata con l’inizio della pandemia di Covid-19. Danni ingenti che pesano come un macigno sul Pil palestinese che ha nel turismo una delle sue voci più importanti.  “Le attuali difficoltà – affermano da Hlitoa, Holy Land Incoming Tour Operators Association, network che riunisce 50 operatori turistici palestinesi – sono ulteriormente aggravate dai debiti accumulati, frutto di ingenti investimenti nel settore turistico effettuati negli ultimi anni, in particolare nel 2019, quando il trend di arrivi dall’estero era in continua crescita”. I numeri, forniti da Hlitoa, mostrano che “nel 2019 i turisti e i pellegrini che hanno visitato la Palestina (Gerusalemme Est e Cisgiordania) sono stati 3,5 milioni (circa 3 milioni nel 2018, ndr.) per entrate che sfiorano 1 miliardo di dollari alimentando il settore che conta oltre 32.000 addetti”, oggi quasi tutti rimasti senza lavoro.

Tony Khashram, presidente Hlitoa

Rischio fallimento. Tony Khashram, presidente di Hlitoa e amministratore delegato di Aeolus Tours, in un articolo apparso nel numero di agosto della rivista “This week in Palestine”, ripreso anche dal sito del patriarcato latino di Gerusalemme, avverte del “rischio scomparsa” delle aziende del comparto turistico se la crisi attuale dovesse continuare come previsto per almeno un altro anno o più. Tra i principali motivi di preoccupazione, evidenziati dal presidente di Hlitoa, “le enormi perdite, dovute alla cancellazione di prenotazioni e biglietti aerei, e la mancata riscossione di crediti vantati verso aziende turistiche straniere, fallite a loro volta per il Covid-19”. A ciò si aggiunga che “il numero limitato di turisti e pellegrini previsto nelle prossime stagioni non sarà in grado di coprire i costi di gestione dei tour operator locali che non saranno in grado di riconfermare il proprio personale e di garantire i servizi”. “Il fallimento dei tour operator palestinesi a Gerusalemme Est, Betlemme e Ramallah – afferma Khashram – porterà inevitabilmente alla liquidazione di tutti i fornitori di servizi turistici, come hotel, guide turistiche, trasporti turistici, ristoranti, negozi di souvenir e altro ancora”.

I numeri della crisi. A pagarne le conseguenze saranno così “gli hotel a Gerusalemme Est e nel resto della Palestina che impiegano oltre 8.800 lavoratori che supportano circa 7.500 famiglie palestinesi”. Se nel 2019 le entrate del settore ricettivo palestinese (che dispone di 17.830 posti letto) erano state di 176 milioni di dollari, per il 2020 si prevedono perdite totali di 220 milioni di dollari”. Stesso discorso, aggiunge il presidente di Hlitoa, vale per gli “oltre 135 ristoranti – con i loro 800 dipendenti – di Gerusalemme Est e della Cisgiordania specializzati nella ristorazione per i turisti esteri. Le perdite previste per il 2020 ammontano a 7,3 milioni di dollari, corrispondente alle entrate del 2019. Calcolando che il tempo di rientro dagli investimenti per gli hotel è di circa 10 anni, lo stop provocato dal Covid-19 – spiega Khashram – rischia di portarli inevitabilmente al fallimento e con essi anche i loro fornitori (alimenti, bevande, pulizia e servizi vari)”. Stato di crisi anche per i trasporti turistici che si muovono sulle ruote di 1.250 nuovi bus che hanno un valore di 280 milioni di dollari. Il fermo di questi mesi imposto dalla pandemia, “ha svalutato del 30-40% il valore di questo parco macchine e lasciato a casa 1.450 autisti. I debiti dei proprietari dei bus verso le banche israeliane e palestinesi ammontano a 85 milioni di dollari”. Perdite anche per le 650 guide turistiche palestinesi, il cui lavoro generava “un introito annuo di 21 milioni di dollari”, e per le fabbriche di artigianato e souvenir.

Pellegrini a Betlemme (Foto AFP/SIR)

Un fondo di aiuto. “Siamo davanti ad una vera catastrofe – rimarca il presidente di Hlitoa – e non vediamo nessun tentativo di salvataggio di questo settore vitale per l’economia palestinese. Molti imprenditori turistici sono sull’orlo dell’insolvenza e le banche non avranno pietà. Ci vorrà molto tempo prima di tornare ai livelli pre-Covid-19. Le Istituzioni – conclude – devono attivare quanto prima un fondo di aiuto per fermare questa emorragia e favorire la ripresa del mercato”.

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Libano: esplosioni a Beirut. Parla il parroco maronita del video choc: “Ora abbiamo bisogno di voi”

Thu, 06/08/2020 - 15:24

“Tantissima paura, siamo ancora sotto choc”. È padre Marwan Moawad, parroco della chiesa maronita di S. Maroun – Bouchrieh, a Beirut, a raccontare al Sir cosa è successo in quei 30 secondi che, ripresi in un video e rilanciati sui social, hanno fatto il giro del mondo. Era lui a celebrare la messa nella chiesa maronita al momento delle esplosioni. Le comunicazioni telefoniche nella zona limitrofa al porto sono disturbatissime. Tra una chiamata e l’altra, il sacerdote riesce a parlare. “Il Libano – dice subito – in questo momento è in lockdown e anche la nostra diocesi ha chiesto di chiudere le chiese e di trasmettere le messe attraverso i media. Era dunque martedì 4 agosto e come sempre stavamo celebrando la messa alle 18. Eravamo solo all’inizio della celebrazione quando abbiamo sentito come un terremoto. La chiesa ha cominciato a tremare. È stato quindi spontaneo guardare in alto nel timore che venisse giù il tetto, convinti che si trattasse di una scossa sismica. Ad un certo punto è andata via anche la luce. A quel punto è arrivata la seconda esplosione, fortissima. Abbiamo visto frantumarsi i vetri e le schegge hanno cominciato a colpirci. L’onda d’urto ha scaraventato verso di noi anche la porta laterale della chiesa, che era chiusa. Abbiamo cominciato ad urlare. A quel punto, un’onda d’urto ci ha buttati dall’altra parte e siamo caduti per terra. Abbiamo avuto paura”. C’erano circa 8 persone all’interno della chiesa. Sono quelle che tutti i giorni si occupano della messa e delle letture, a causa della quarantena.

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Tre di loro sono rimasti feriti dalle schegge dei vetri ma “grazie a Dio, sono ferite superficiali”, chiarisce padre Marwan.

La chiesa di S. Maroun si trova a soli 3 chilometri di distanza dalla zona del porto dove due giorni fa sono avvenute le esplosioni. L’onda d’urto qui è stata violentissima. Ha distrutto tutto e causato danni importanti non solo all’interno della chiesa e nei locali della parrocchia ma in tutte le case del quartiere. “È stato terribile, incredibile. I parrocchiani hanno avuto molta paura, siamo tutti scioccati per quello che è successo”, racconta il parroco. E aggiunge: “Quello che stiamo facendo in questi giorni è vedere innanzitutto chi è rimasto ferito e se ha bisogno di qualcosa. Questa è la nostra priorità. E poi stiamo cercando i mezzi per ricostruire ciò che è stato distrutto, a partire dalle vetrate”.

La ricostruzione sarà lunga e difficile, “anche perché – fa subito notare il sacerdote – proprio in questo momento il Libano stava passando un momento molto difficile a causa di una crisi che sta colpendo il Paese a più livelli, economico, sociale, politico. Le persone hanno perso il lavoro e quindi queste esplosioni hanno colpito duramente un popolo già sofferente e povero. Solo la fede ci salva e ci salverà da tutti i mali, come diceva San Paolo, siamo il popolo della Vita, per la grazia di Dio. In mezzo a tutta questa distruzione che vediamo attorno a noi, ciò che è rimasto vivo oggi in Libano è solo la fede”.

“Vorrei poi lanciare un appello”, conclude padre Moawad: “In Libano vivono cristiani, che condividono con voi la stessa fede e la stessa identità della Chiesa universale unita al Papa. Ora abbiamo bisogno di voi, del vostro aiuto, della vostra preghiera. Abbiamo bisogno di tutto il vostro supporto per rimanere in Libano e non lasciare questa terra. Il Medio Oriente non può perdere questa presenza. Abbiamo bisogno del vostro aiuto economico per continuare a vivere la fede qui. Dopo queste due esplosioni, la vita diventerà difficilissima, molto più di quanto non lo fosse prima. Abbiamo bisogno di voi, della solidarietà anche della Chiesa italiana, abbiamo bisogno, ora più che mai, di vivere in unione e nella carità cristiana tra noi”.

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Pax Christi: la pandemia Covid-19 rende ancor più evidente la necessità di abolire le armi nucleari

Thu, 06/08/2020 - 13:17

In questi mesi l’intera famiglia umana è stata messa in ginocchio dal coronavirus. Il bilancio globale delle vittime continua a crescere quotidianamente; la disperazione dell’umanità aumenta; gli effetti fisici, psicologici ed economici aumentano. Questa pandemia ha raggiunto praticamente tutti: abbiamo capito che siamo tutti vulnerabili e ci rendiamo conto che la vera sicurezza deve essere, in sostanza, condivisa. Il prossimo mese di agosto – sperando di giungervi con sempre più vite salvate – il mondo commemorerà una minaccia che per 75 anni ha rappresentato il più grave dei rischi per l’umanità. Le conseguenze dannose della pandemia Covid-19 impallidiscono rispetto a quelle che sarebbero capitate alla famiglia umana, e alla terra stessa, in caso di guerra nucleare. Papa Francesco ci avverte che le armi nucleari costituiscono un affronto mortale non solo al benessere della terra e dei suoi abitanti, ma anche al nostro rapporto con Dio.

Le armi nucleari sono un abominio:

la “minaccia del loro uso, così come il loro possesso, è da condannare fermamente” (dal discorso di Sua Santità ai partecipanti al Simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero da armi nucleari e per lo sviluppo integrale”, 10 novembre 2017). La cosiddetta “sicurezza” offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci. A 75 anni dagli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki, è giunto il tempo per rifiutare questa logica di reciproca distruzione e costruire invece una vera sicurezza reciproca. Il coronavirus ha rappresentato un campanello d’allarme per il mondo. Stiamo sperimentando in prima persona come investire centinaia di miliardi di dollari per lo sviluppo, la fabbricazione, i test e lo spiegamento di armi nucleari non solo non è riuscito a renderci sicuri, ma ha privato la comunità umana delle risorse necessarie per il raggiungimento della vera sicurezza umana: sufficienza alimentare, alloggio, lavoro, formazione scolastica, accesso all’assistenza sanitaria.

Di fronte al coronavirus, le speranze di sopravvivenza nelle nostre comunità si sono fondate sul sacrificio in prima linea dei soccorritori.

Eppure, come ammonisce la Croce Rossa internazionale, tali soccorritori non ci sarebbero in caso di un attacco nucleare: i medici, gli infermieri e le infrastrutture sanitarie sarebbero essi stessi cancellati. Né soccorritori esterni, nella misura in cui sopravvivessero, potrebbero accedere in sicurezza nelle zone esposte alle radiazioni.

Mentre la Terra stessa sta vivendo una nuova inattesa esperienza di guarigione e rinascita, a causa della temporanea cessazione delle attività umane dannose, un attacco nucleare sortirebbe l’effetto opposto. Né la Terra, né alcuna delle sue creature, sarebbe risparmiata dall’avvelenamento prodotto dalla radioattività risultante da una guerra nucleare, anche se limitata. Le colture appassirebbero e morirebbero mentre la luce del sole sarebbe bloccata dalle nuvole atmosferiche di polvere prodotta. La vita sulla Terra sarebbe messa in grave pericolo. Come comunità umana stiamo imparando delle dure lezioni sulla nostra sicurezza collettiva durante questa pandemia globale. È giunto il momento di affrontare la sfida e di cogliere l’opportunità per apportare le modifiche necessarie a salvaguardia del nostro futuro. Ma la finestra temporale che ci resta potrebbe essere troppo breve. Se non riusciamo ad agire adesso e con decisione per eliminare le armi nucleari dalla faccia della terra, giochiamo pericolosamente non solo con la pandemia ma anche con la estinzione totale.

Il trattato sul bando totale delle armi nucleari, approvato all’Onu nel 2017, ha un sempre più crescente sostegno mondiale. Per diventare effettivo c’è però bisogno di altre firme per superare la soglia necessaria di cinquanta Stati. Il Vaticano stesso lo ha da tempo ratificato e le Conferenze dei vescovi cattolici di Giappone e Canada chiedono ai loro governi di fare altrettanto.

A nome di Pax Christi International e di Pax Christi Italia sollecitiamo la Conferenza episcopale italiana, in occasione del 75° anniversario dei bombardamenti atomici, a chiedere al nostro Governo di firmare il Trattato.

Firenze, 27 Luglio 2020

* Vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente nazionale di Pax Christi
** Coordinatore nazionale di Pax Christi

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Esperienza di comunione nella Chiesa. Clarisse: “La fraternità una necessità per il mondo di oggi”

Thu, 06/08/2020 - 10:16

Alcune fraternità di Clarisse d’Italia si sono ritrovare insieme virtualmente per un incontro con la biblista Rosanna Virgili, per riflettere sulla “Fraternità nella Sacra Scrittura”. Alcuni sacerdoti, consacrati/e e laici, avendo saputo dell’iniziativa, hanno chiesto di partecipare alla riunione e le fraternità hanno accolto la richiesta.
Nell’ultimo documento “La conversione pastorale”, indirizzato a tutta la Chiesa e, quindi, a tutti gli uomini e le donne che seguono il Signore nei diversi stati di vita, è scritto che “Papa Francesco ha ricordato l’importanza della creatività, che significa cercare strade nuove, ossia cercare la strada perché il Vangelo sia annunciato” (n. 1) e che occorre che tutte le componenti delle comunità non solo annuncino il Vangelo, ma che coltivino l’amicizia con Gesù Cristo, perché qualifichino il loro stare insieme nella fede, per offrire “un orizzonte di senso e di vita” (id. n. 3).
Interrogarsi oggi sulla fraternità è urgente, perché la riflessione personale e comune può liberare dalla visione ristretta dei piccoli orticelli garantiti, per aprire lo sguardo all’oggi di Dio e di tutta l’umanità, al di là della nazionalità di appartenenza, della lingua, della religione.

Tre giorni insieme attraverso una piattaforma digitale, ascoltando gli interventi biblici di Rosanna Virgili sulla fraternità, ci hanno permesso, pur rimanendo nel proprio ambiente, di fare esperienza di Chiesa.

La biblista ha guidato i partecipanti al confronto costante con la Parola, ha stimolato la verifica personale, fraterna, dei gruppi e delle coppie. Partendo dall’esperienza della fraternità mancata – Caino e Abele – ha invitato a scegliere costantemente nelle relazioni se lasciarsi guidare dalla bestia che è in noi o dalla sapienza che fa progredire verso l’adultità, condizione che crea spazi di fraternità.In questo tempo, con la pandemia, abbiamo perso molte certezze e, ancora oggi, non riusciamo a vedere ciò che è veramente importante nella vita, perché fermi nel passato. Eppure il nuovo è già con noi, pur trovando tanta resistenza nel farsi riconoscere in tutta la sua novità da tutti. Per ripartire non ci resta che cogliere l’essenziale della vita: la cura della relazione con Dio e con gli uomini e le donne con cui abitiamo, con quelli della porta accanto, con coloro che incontriamo, con i simpatici e gli antipatici…
Saremo credibili come cristiani se la relazione con Dio ci permette di renderlo visibile nella storia attraverso la vita evangelica, umana, personale e fraterna. In questo tempo Gesù Cristo continua ad essere veramente compagno di viaggio di tutti, anche se distratti, presi da mille problemi, delusi, preoccupati, proprio come è successo ai discepoli di Emmaus che, lungo il cammino, non riconoscono la presenza di Gesù.
Altro elemento essenziale per la credibilità della vita cristiana è la cura delle relazioni fraterne, luogo sacro dove si gioca l’autenticità della testimonianza. Rosanna Virgili, oltre ad essere biblista, è donna credente, sposa e madre, e dimostra non solo una chiara consapevolezza di sé nella Chiesa, ma anche la capacità di profonda comunione con le persone che appartengono ad un diverso stato di vita.
Attraverso il confronto con la Parola, ha evidenziato che la qualità della cura delle relazioni ci consente di capire se stiamo costruendo la fraternità secondo il progetto di Dio o se siamo causa di distruzione. La presentazione di alcune esperienze di personaggi biblici hanno fatto cogliere le diverse sfaccettature relazionali: Caino che rimane sul piano dei rapporti a livello istintivo e considera Abele un impedimento alla sua realizzazione e lo uccide; la mancata “sororità” tra Rachele e Lia che, a causa del sentimento di gelosia, sono in continua lotta intestina; Mosè ed Aronne, pur essendo fratelli molto diversi, sono inviati insieme da Dio per liberare il popolo di Israele; Davide e Gionata che si consegnano e si donano l’uno all’altro nella gratuità; Elisabetta e Maria che credono alla benedizione di Dio sui loro figli e dimostrano quale segno della sororità vissuta e abbracciata la gioia, frutto di una maternità non possessiva ma transitiva; Pietro e Giacomo che testimoniano il Risorto in luoghi diversi, nella fedeltà e aperti al futuro e nel dono di sé fino al martirio; l’esperienza di Pietro nella casa di Maria, una laica, madre di Giovanni, detto Marco, dove partecipa alla preghiera di una comunità non istituita.
La biblista ha ricordato, inoltre, che

la fraternità è una necessità per il mondo di oggi

e che perciò è urgente creare e custodire ovunque oasi di fraternità, quale risposta costruttiva in questa società piuttosto conflittuale, per poter vivere secondo la gratuità dell’amore.
Forse è giunto il tempo di superare gli steccati, per aiutarci a vivere il Vangelo al di là del proprio stato di vita ed essere testimoni del Signore Risorto?

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Libano: esplosioni a Beirut. Del Re (vice ministro Esteri): “Aiutare il Paese ad essere unito”. Italia in prima fila per gli aiuti

Thu, 06/08/2020 - 10:08

Con le esplosioni a Beirut, il 4 agosto, il Libano sembra essere tornato indietro negli anni della guerra civile. Il bilancio, ancora provvisorio, è tragico: 137 vittime, 5mila feriti, tra cui alcuni nostri soldati di stanza in Libano, e cento dispersi. Trecentomila gli sfollati. Ne parliamo con il vice ministro italiano per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Emanuela Del Re.

Vice ministro,  lei che conosce bene il Paese dei Cedri, avendo lavorato a progetti di riconciliazione a Tripoli e a Beirut, che idea si è fatta di questa vicenda, le cui responsabilità sono tutte da accertare?

Le immagini delle esplosioni che hanno devastato il centro di Beirut mi lasciano sgomenta e addolorata. Dobbiamo attendere le indagini delle autorità militari libanesi per conoscerne le responsabilità. È ovvio che in un Paese dalla storia complessa come il Libano le ipotesi siano molteplici.

In questo momento però credo che non si debbano fare proclami e azzardare interpretazioni non verificabili perché ogni nostra azione ha un effetto sulla popolazione e noi dobbiamo piuttosto aiutare il Paese ad essere unito di fronte a una simile emergenza.

Il Consiglio supremo di difesa ha proclamato lo stato di emergenza per due settimane e tre giorni di lutto nazionale. In questi giorni di lutto non posso che stringermi alle famiglie delle vittime, ai feriti e agli oltre trecentomila sfollati che questo orribile evento ha causato.

L’esplosione è avvenuta a pochissimi giorni dal verdetto che dovrebbe essere emesso da un tribunale delle Nazioni Unite in merito all’autobomba che nel 2005 assassinò il primo ministro Rafik Hariri. I quattro indagati appartengono tutti al gruppo Hezbollah, che ha sempre negato ogni coinvolgimento…
Sui tragici incidenti di Beirut si stanno facendo le ipotesi più disparate che vedono i principali protagonisti lanciarsi accuse più o meno velate con l’obiettivo di ritagliarsi un ruolo preminente nel complesso scacchiere libanese e mediorientale in genere. Di certo le coincidenze temporali, ad esempio con il verdetto sulla morte di Hariri, suscitano in molti riflessioni anche strumentali. Non possiamo pensare che un disastro di questa portata, in un Paese già in crisi, non abbia delle ripercussioni politiche interne. Il nuovo governo, insediatosi a gennaio, si è trovato di fronte alla pandemia, alla crisi energetica, alla sfiducia della popolazione nelle istituzioni, alla percezione di mancanza di futuro soprattutto per i giovani. I temi economici e sanitari sono priorità al momento. L’accertamento delle responsabilità susciterà grandi riflessioni sulla gestione del deposito di nitrato di ammonio in una zona densamente popolata e sulla gestione del Paese in generale. Per questo noi italiani, con l’Europa, dobbiamo mostrare grande lucidità di fronte a questi eventi: per noi

la priorità in questo momento è tamponare l’emergenza per far sì che tutto il lavoro in corso da anni con la nostra cooperazione e con la missione importantissima Unifil a guida italiana possa proseguire per creare vero sviluppo sostenibile.

Quali sono le iniziative italiane messe in atto per aiutare il Libano a fronteggiare questa nuova emergenza?
Già poche ore dopo le esplosioni, avevo annunciato solidarietà e disponibilità della Cooperazione italiana ad inviare aiuti per l’assistenza sanitaria se fosse stato ritenuto necessario e richiesto dal governo libanese. La richiesta c’è stata. Come Italia accogliamo l’appello lanciato dal premier Hassan Diab che ha chiesto aiuto ai Paesi “amici fraterni che amano il Libano”. Siamo amici del Libano e per questo stiamo già predisponendo una lista di materiali e dispositivi medico-sanitari di primo soccorso da inviare in tempi brevi a Beirut. In particolare, stiamo predisponendo nel quadro del Meccanismo europeo di protezione civile e con la collaborazione del Dipartimento della protezione civile e del Ministero della Difesa l’invio, nelle prossime ore, di circa 8,5 tonnellate di materiale sanitario, in particolare di kit chirurgici e dei cosiddetti “trauma kit”, soprattutto per far fronte alle esigenze dell’emergenza sanitaria. In aggiunta a questo la protezione civile sta predisponendo l’invio di squadre di personale Nbcr (nucleo operativo nucleare biologico chimico e radiologico) dei Vigili del Fuoco e esperti della difesa.

Il Libano sta vivendo anche una gravissima crisi economica e finanziaria che lo ha portato al default. Una crisi che si lega a doppio filo con quella siriana e con le altre della regione. Pensiamo agli ultimi scontri sul Golan tra militari israeliani e milizie di Hezbollah. In che modo la comunità internazionale, Ue in testa, contribuisce alla stabilizzazione di questo Paese?
Il Libano è un Paese complesso, sfibrato da una guerra civile e instabilità politiche che negli anni hanno messo a dura prova il suo tessuto sociale, gli assetti politici ed economici. Un Paese che importa tutto e produce poco, che non ha elettricità, ancora vessato da questioni di sicurezza che ne impediscono lo sviluppo turistico, tra le altre cose. Eppure

il Paese dei Cedri ha dimostrato grande generosità accogliendo il più alto numero di rifugiati siriani nella regione. Inoltre, l’effervescenza dei suoi intellettuali, della società civile è sempre stata un polo di attrazione per il mondo intero, perché contribuisce al dibattito globale.

È anche per questo che, in occasione della IV Conferenza di Bruxelles del giugno scorso, abbiamo confermato anche per il 2020 e il 2021 l’impegno a finanziare interventi a dono in risposta alla crisi siriana per 45 milioni di euro all’anno in Siria, Libano e Giordania. Il principale strumento finanziario dell’Ue a beneficio del Libano è lo Strumento europeo di vicinato la cui dotazione finanziaria per il periodo 2014-2020 è intorno ai 385 milioni di euro. Il Libano è anche destinatario di finanziamenti del “Fondo fiduciario regionale in risposta alla crisi siriana”, il cosiddetto “Fondo Madad” che ha una dotazione totale di 2,2 miliardi – di cui 600 milioni al Libano – per attività di sostegno ai rifugiati siriani.

 

I legami tra Italia e Libano sono stretti: nel Paese ci sono molti nostri cooperanti e anche 1.200 militari del Contingente italiano che operano nell’ambito di Unifil, la missione Onu nata dopo l’invasione del Libano da parte di Israele nel 1978…
I legami tra Libano e Italia sono storici, di grande spessore e a tutto campo. Il Libano è un Paese prioritario per la cooperazione italiana: i nostri interventi spaziano dalla cooperazione economica e sanitaria a quella scientifico-culturale, dalla cooperazione allo sviluppo al sostegno ai processi di riconciliazione nazionale, fino alla sicurezza. Progetti i cui beneficiari sono, tra gli altri, i giovani, le donne e le fasce più vulnerabili della popolazione. Nel 2019, le risorse a dono, sia di sviluppo sia di aiuti umanitari e di emergenza destinate al Paese, sono state pari a oltre 20,5 milioni di euro. Gestiamo un significativo pacchetto di aiuti di cooperazione europea delegata al nostro Paese grazie a cui miriamo ad incidere con convinzione sul processo di pacificazione dell’area. Penso per esempio all’iniziativa di cooperazione affidata all’Italia chiamata “Resilience & Social Cohesion Programme (Rscp): strengthening the resilience of host communities and Syrian refugees in Lebanon, Jordan and Iraq (Kurdistan)”, per un valore di 12,6 milioni di euro incentrata sul miglioramento della copertura e della qualità dei servizi sociali di base forniti alle comunità situate lungo le vie di transito dei rifugiati, ai rifugiati siriani e agli sfollati nel Kurdistan iracheno.

(foto Esercito Italiano)

Per quanto riguarda l’Unifil?
La nostra presenza in Libano con la missione Unifil, con cui continuiamo a monitorare il rispetto del cessate il fuoco e il rispetto della Blue Line, è un esempio virtuoso di cooperazione con il Libano di cui andiamo particolarmente fieri. La missione Unifil, oltre a rappresentare il prestigioso riconoscimento internazionale della professionalità delle nostre Forze Armate, è la conferma di un modello operativo vincente, le cui caratteristiche sono state sempre l’imparzialità, la mediazione, la ricerca del dialogo tra le parti in causa. Un modello tutto italiano che il governo intende continuare ad applicare in Libano, un teatro di grande rilevanza strategica per la sicurezza del Mediterraneo e anche dell’Europa, al centro di un contesto regionale attraversato da fattori di tensione, e la cui stabilità deve essere perseguita con determinazione.

Un Libano stabile e pacificato quale contributo può dare alla regione mediorientale scossa da conflitti ultradecennali?
Un Libano stabile, pacificato, prospero e proiettato verso il futuro è l’auspicio dell’Italia e di tutta la comunità internazionale. Un Paese sereno permette che la popolazione possa produrre idee e iniziative che portino pace e progresso. Non è retorica, è realismo. Soffro all’idea che l’esplosione avvenuta a Beirut possa costituire una ulteriore battuta d’arresto per tutti i processi di sviluppo nel Paese. Il Libano è uno scacchiere fondamentale in Medio Oriente, perché è l’ago della bilancia di molti equilibri delicatissimi. È stato a lungo il luogo su cui si sono giocate le partite di grandi potenze per definire le aree di influenza. Oggi è visto come Paese libero e democratico che può influenzare positivamente la regione mediorientale. Continueremo, perciò, a lavorare insieme al Libano e per il Libano, in sinergia e partnership con Beirut, con l’Ue e con tutti i nostri partner storici nella regione.

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Paolo VI, il Papa della Chiesa nel mondo contemporaneo

Thu, 06/08/2020 - 09:24

Così lontana, quella festa della Trasfigurazione, il 6 agosto 1978, ma anche così vicina: come Paolo VI, che concluse quel giorno la sua vita e il suo pontificato.
Una figura che, ormai canonizzata, continua a sorprenderci e dunque ad interrogarci e ad accompagnarci.
È il Papa della Chiesa nel mondo contemporaneo, che è il tema del Concilio che ha accompagnato e concluso. E di cui ha iniziato l’attuazione, che è il compito di tutti i suoi successori. Tutti, nessuno escluso, a partire da Papa Luciani, che volle assumere un duplice nome proprio quasi a richiedere un supplemento di energia. Passando attraverso il lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II, che lo rilancia anche personalmente in tutto il mondo, e quello di Benedetto XVI, che spiegò l’ermeneutica del Concilio, che Francesco proietta in un quadro globale.

Perché in tutta la sua vita e tanto più da Papa, Paolo VI si è fatto carico, lungo il ventesimo secolo, di tutte le pieghe di un mondo complesso e dilatato, la contemporaneità, delle sue contraddizioni e delle sue potenzialità. Con l’idea e la giusta ambizione di governare questo processo: un disegno veramente poderoso, per cui si è speso fino alla fine.

Lo ha fatto con una straordinaria coerenza di fondo, reggendo il formidabile carico (usava spesso questo aggettivo, formidabile, nella sua prosa così elegante) che gli era stato posto sulle spalle, con dritta coerenza.

Formidabile carico davvero, quello di Paolo VI, che si consumò e si spese tutto in questa logica di servizio: spesso per questo motivo incompreso e malinteso.
E proprio per questo oggi è testimone prezioso e dunque maestro, secondo quella dinamica che aveva illustrato in un testo ancora straordinariamente vivo, l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi.

Maestro perché testimone: allora come ora.

Proprio anche quando, come ha scritto Papa Francesco nella sua esortazione di inizio pontificato, che non a caso riprende nel titolo proprio quella di Paolo VI, aggiungendo il Gaudium del classico documento conciliare, siamo di fronte ad un cambiamento d’epoca e non solo ad un’epoca di cambiamento. Per l’ulteriore accelerazione esponenziale dei processi, sotto la dominante di un sistema tecnocapitalista a propulsione consumista, che mette in discussione la stessa persona umana. E rilancia la necessità di riaffermare il valore della vita, che non a caso Paolo VI aveva posto, insieme alla fede, al centro dei due discorsi-testamento del 23 e del 28 giugno 1978, da leggersi in parallelo con l’altro, formidabile proprio, a conclusione del Concilio, il 7 dicembre 1965.
Poco più di tremila parole da meditare e cui continuare ad ispirarsi, che disegnano e fondano culturalmente, dottrinariamente e spiritualmente la trama di umanesimo fiducioso ed ottimista, anche se consapevole delle molteplici sfide e delle crescenti difficoltà.

Per dare, da cattolici, un contributo di qualità nel dialogo aperto con tutti. Così da non essere silenziosi o, peggio, litigiosi, e dunque irrilevanti. Mai.

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Vescovi Usa e Giappone: appello per l’abolizione delle armi nucleari. “Ricordare è impegnarsi per la pace”

Thu, 06/08/2020 - 09:24

L’immediata abolizione delle armi nucleari e la ratifica da parte di tutti i Paesi del Trattato delle Nazioni Unite di non proliferazione nucleare. A chiederla sono i vescovi cattolici del Giappone e degli Stati Uniti in un video pubblicato sul sito della Conferenza episcopale giapponese e realizzato dall’Università Cattolica degli Stati Uniti e dai Comitati Giustizia e Pace delle Conferenze episcopali di Usa e Giappone. “Little Boy” e “Fat Man”: si chiamavano così le due bombe che 75 anni fa, il 6 e il 9 agosto 1945, distrussero Hiroshima e Nagasaki, cambiando il corso della storia in modo irreversibile. A causa del Coronavirus, molte delle iniziative di commemorazione, che ogni anno si svolgono in questo periodo, sono state annullate o limitate ma la Conferenza episcopale giapponese propone anche quest’anno la celebrazione dal 6 al 15 agosto dei “10 giorni di preghiera la pace”. Il video che è stato pubblicato, vuole inoltre essere “un segno dell’impegno dei vescovi di Usa e Giappone a lavorare e pregare insieme per la pace”.

Molto toccante la testimonianza come “sopravvissuto” dell’arcivescovo di Nagasaki, mons. Joseph Mitsuaki Takami, presidente della Conferenza episcopale giapponese. “Sono nato – dice – il 26 marzo 1946 ed ero un feto di 3 mesi quando fu bombardata Nagasaki. Non posso quindi dare diretta testimonianza delle orribili scene che il bombardamento lasciò in città. La mia nonna materna subì ustioni su tutto il corpo e morì di dolore una settimana dopo senza ricevere cure mediche. Anche due sorelle di mia madre morirono e, 14 anni dopo la fine della guerra, uno dei miei cugini cominciò improvvisamente a risentire dei sintomi di una malattia post-attacco atomico e morì all’età di 17 anni”.  L’arcivescovo racconta il lutto vissuto dalle famiglie sopravvissute, la città in macerie sotto la coltre oscura della nube atomica. Chi è sopravvissuto ha trascorso il resto della sua esistenza nella paura a causa delle ustioni e vittima delle  discriminazioni in quanto considerato “geneticamente inabile” e quindi rifiutato come possibile partner. Ancora oggi, dopo 75 anni, il Giappone fa i conti con gli effetti delle radiazioni ma il danno più grave di quella tragedia non sono né la distruzione di due intere città, né le malattie e le disabilità subite. “È la perdita di fiducia nell’umanità dopo aver sperimentato la cattiveria dell’animo umano”. Nel video, l’arcivescovo di Nagasaki ricorda le parole pronunciate nel 1981 da Giovanni Paolo II nella sua visita al memoriale di Hiroshima: “La guerra è opera dell’uomo. La guerra è distruzione della vita umana. La guerra è morte”. “Ricordare il passato è impegnarsi per il futuro”. “Ricordare Hiroshima è aborrire la guerra nucleare. Ricordare Hiroshima è impegnarsi per la pace”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Parole che sono riecheggiate lo scorso anno quando Papa Francesco da Hiroshima ha lanciato un monito alle grandi potenze che stanno cercando di defilarsi dai Trattati, come quello sul divieto delle armi nucleari. “Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine” e che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale. Così come il possesso delle armi atomiche”.

Nel video prende poi la parola il vescovo David J. Malloy, presidente del Comitato per la giustizia e la pace della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, sottolineando l’importanza oggi di “tenere viva la memoria” per non dimenticare “i tremendi costi che hanno le guerre e l’uso di armi di distruzione di massa in termini di vite umane e sofferenza”. La guerra “è un crimine contro Dio e contro l’umanità”, dice il vescovo. “Mai più Nagasaki, mai più Hiroshima”.

Ma c’è un altro fronte in cui i vescovi del Giappone sono particolarmente impegnati ed è quello di chiedere al governo l’abolizione di tutte le centrali nucleari del Paese. Un fronte di impegno che ha come data di inizio quel fatidico 11 marzo 2011 quando, alle 2.46 del pomeriggio, si è verificato un terremoto di magnitudo 9.0 sul fondo del mare a 130 chilometri dalla penisola di Oshika nella prefettura di Miyagi. Un terremoto che ha poi prodotto circa un’ora dopo uno tsunami con onde alte dai 14 ai 15 metri che si schiantarono contro la centrale nucleare di Fukushima. A luglio, la Conferenza episcopale del Giappone ha pubblicato un Documento/Appello di 239 pagine.  “Noi che viviamo in Giappone – scrivono i vescovi – abbiamo ripetutamente subito disastri causati dall’energia nucleare. Pertanto, abbiamo la responsabilità di ricordare la storia di come abbiamo sofferto e causato danni nucleari e di raccontare questa storia al mondo”. “Chiediamo al governo e a tutte le imprese coinvolte nel nucleare di riconsiderare i vari problemi associati all’uso dell’energia nucleare dal punto di vista etico, cioè dal punto di vista della giustizia e dell’equità, e sinceramente chiederci se vale la pena proseguire su questa strada per il futuro”.

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Papa Francesco: “Mai più Hiroshima e Nagasaki”

Thu, 06/08/2020 - 09:23

A 75 anni dal bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki, il mondo sta vivendo “una nuova Guerra fredda, una forte instabilità nell’Asia Orientale, nuove minacce nucleari e una crisi ecologica globale”. Lo scrivono i vescovi giapponesi, in un messaggio inviato in occasione delle celebrazioni organizzate dalla città e dall’arcidiocesi di Nagasaki proprio per il 75° anniversario dello sgancio delle bombe atomiche, rispettivamente il 6 agosto e il 9 agosto del 1945. Parole che ricordano da vicino quelle storiche pronunciate dal Papa durante il suo viaggio nel Paese del Sol Levante, finora il suo ultimo viaggio internazionale che ha visto la prima tappa in un altro Paese asiatico, la Thailandia.

Hiroshima, Nagasaki, Tokyo. Tre città e un unico grande appello a favore della pace e del disarmo. Incontrando il piccolo gregge giapponese, Francesco lancia un appello insistente a ripudiare l’uso delle armi nucleari per non compromettere una volta per sempre il futuro del pianeta. “Mai più la guerra, la pace è disarmata”, il filo rosso che lega le tappe a Hiroshima e Nagasaki.

“L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”le parole pronunciate a Hiroshima, il luogo dove 75 anni fa è stata sganciata la bomba atomica, che fanno eco al messaggio letto a Nagasaki. “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, così come è immorale il possesso delle armi atomiche”, tuona il Papa nell’incontro per la pace nell’omonimo Memoriale, dove si è raccolto in preghiera silenziosa per dieci minuti, circondato dall’elegante compostezza tipica del popolo nipponico.

Già dal suo primo discorso, rivolto ai vescovi del Giappone, è presente il riferimento al momento culminante del viaggio. Incontrando a Tokyo le vittime del triplice disastro del 2011, oltre al terremoto e allo tsunami Bergoglio ricorda l’incidente nucleare di Daiichi a Fukushima e le sue conseguenze, esprimendo ancora una volta la sua “preoccupazione per il prolungarsi dell’uso dell’energia nucleare”. Alle autorità il Papa ha lanciato un nuovo appello per la pace e il disarmo:

“Mai più, nella storia dell’umanità, si ripeta la distruzione operata dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki”.

Il riferimento alla tragedia dell’atomica è l’incipit anche della messa celebrata nello stadio del baseball a Nagasaki, culla del cristianesimo giapponese sfigurata dalla bomba sganciata dal bombardiere Enola Gay il 9 agosto del 1945. Alla Bellesalle Hanzomon di Tokyo abbraccia le vittime del “triplice disastro”, il sisma di magnitudo 9 che generò poi il successivo tsunami e l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima nel marzo 2011. Rispondendo alle domande dei giornalisti sul volo di ritorno, il Papa  sintetizza la sua tappa in Giappone con queste parole:

“Hiroshima è stata una vera catechesi umana sulla crudeltà. Lì ho ribadito che l’uso delle armi nucleari è immorale, per questo deve andare nel Catechismo della Chiesa Cattolica, 

e non solo l’uso, anche il possesso, perché un incidente, o la pazzia di qualche governante, la pazzia di uno può distruggere l’umanità”. Già prima di partire alla volta di Thailandia e Giappone, nel videomessaggio inviato al Giappone, il Papa aveva fatto riferimento alle armi nucleari: “Prego perché il potere distruttivo delle armi nucleari non torni a scatenarsi mai più nella storia dell’umanità: usare le armi nucleari è immorale”.

“La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale”.

Con ancora negli occhi i drammatici frutti della guerra visti nel suo viaggio in Giappone, nel Messaggio per la 53ª Giornata mondiale della pace  Francesco ribadisce che “la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria, perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza”.

“Sì, ho davvero paura.

Siamo al limite. Basta un incidente per innescare la guerra. Di questo passo la situazione rischia di precipitare. Quindi bisogna distruggere le armi, adoperarci per il disarmo nucleare”. Così Papa Francesco, sul volo da Roma verso Santiago del Cile , risponde alla domanda di una giornalista, avendo prima fatto distribuire ai cronisti al seguito una foto scattata a Nagasaki dopo l’esplosione atomica del 1945.

Le armi nucleari producono “catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali”

e sono la conseguenza della “logica di paura” che affligge il pianeta. È il grido d’allarme di Bergoglio, che ricevendo in udienza i partecipanti al Simposio internazionale sul disarmo condanna con fermezza la minaccia dell’uso delle armi nucleari – ormai diffuso anche via Internet – ma esorta anche a mettere da parte il “fosco pessimismo” a favore di un “sano realismo”. Come quello che ha portato alla storica votazione all’Onu sulle armi nucleari come illegittimo strumento di guerra. Davanti a 11 premi Nobel per la pace, il Papa afferma: “Non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari”. “Impegnarsi per la tutela della dignità di tutte le persone, in modo particolare di quelle più deboli e svantaggiate, significa anche lavorare con determinazione per costruire un mondo senza armi nucleari”, spiega Francesco dopo l’Angelus del 10 dicembre 2017.

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Verso il voto di settembre: responsabile e consapevole

Thu, 06/08/2020 - 00:36

Siamo al conto alla rovescia. Tra poco più di 40 giorni saremo chiamati alle urne per le elezioni regionali, per le elezioni amministrative in alcuni comuni e per il referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari. Sarà senza dubbio il voto con la campagna elettorale più “strana” della storia repubblicana. Il fatto che la data del voto sia dovuta slittare per i noti motivi sanitari è già un unicum nel suo genere, che poi la corsa elettorale debba svolgersi tenendo conto dei vincoli ai quali oramai siamo abituati per la pandemia, è un altro fatto inedito e anomalo che condiziona la corsa dei candidati e la spiegazione del referendum.
Sugli appuntamenti con le urne, tutti importanti anche se molto diversi nel merito, nei prossimi numeri offriremo approfondimenti e vari materiali. Qui ci interessa intanto evidenziare alcuni criteri per un voto maturo e consapevole, criteri forse noti, ma mai scontati.
Il primo è che il voto è lo strumento principale che ogni cittadino ha a disposizione per esercitare la propria sovranità e contribuire alla vita del Paese. È dunque importante non perdere questa occasione, non farsi prendere dalla stanchezza, dalla sfiducia, dal qualunquismo sempre in agguato. E neanche dall’esito quasi scontato in Veneto con la riconferma di Zaia e dal silenzio assordante sul referendum costituzionale di cui la stragrande maggioranza dei cittadini non sa quasi nulla. In tale prospettiva è fondamentale (ed ecco il secondo criterio) informarsi, capire cosa c’è in gioco, non affidarsi ai semplici slogan dei manifesti. Lo sappiamo che è difficile ma non abbiamo alternative: il governo di una regione, così come la scelta di una riforma costituzionale è qualcosa di complesso che va conosciuto non delegando ad altri la nostra scelta. È solo così che si può essere protagonisti della costruzione della “Città dell’uomo” .
Una campagna elettorale in agosto certo non aiuta la conoscenza delle questioni in campo e questo interpella ancora di più la responsabilità di ciascuno. C’è bisogno di conoscere le idee dei diversi candidati, le linee progettuali, le storie che si confrontano. In tal senso crediamo che vadano ascoltate tutte, quelle che hanno tante risorse per farsi conoscere e anche quelle che ne hanno meno. Sono le idee che contano. Anche per tale ragione il nostro settimanale (fedele a una propria tradizione) ribadisce la scelta di non ospitare pubblicità elettorale invitando ciascuno a conoscere i diversi candidati e le proposte degli schieramenti in campo.
Sul referendum si tratta di chiedersi quale democrazia vogliamo e non semplicisticamente fermarsi al solo elemento della riduzione dei costi del Parlamento. Con riferimento al voto regionale crediamo sia decisivo confrontarsi sull’idea di autonomia, di realizzazione del principio di sussidiarietà, sui progetti relativi alle infrastrutture, alla sanità, alla tutela del paesaggio, alla promozione di una cultura solidale e inclusiva, all’idea di sviluppo economico solo per citare alcuni dei temi principali sui quali la Regione ha un ruolo rilevante.
Su questi anche la comunità cristiana è chiamata a confrontarsi e a dare il proprio contributo in termini di dibattito e di costruzione di un progetto che persegua il Bene comune. È un esercizio faticoso ma fondamentale. Il pluralismo che abita da tempo le nostre comunità non deve spaventarci (come invece spesso avviene), ma anzi deve spingerci a cercare un confronto vero, concreto, rispettoso.
Il futuro del Veneto e dell’Italia dipende anche da questo.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Per Francesco ogni 13 del mese

Thu, 06/08/2020 - 00:26

Lo ha pensato, lo ha fatto. Anzi, glielo ha proposto in diretta, proprio mentre le veniva in mente, conversando al telefono. Una donna coraggiosa: questa è suor Angela Rachel Bileguè, di origine camerunense, venuta a Roma nove anni fa per perfezionare il suo cammino di fede e di studio.

Cosa ha fatto è presto detto: ha pensato di istituire una giornata di preghiera per papa Francesco, per lui che – come ha visto chi durante il lockdown dovuto alla pandemia ha seguito le sue messe mattutine da Santa Marta – ha rivolto una preghiera speciale ad ogni categoria di persone ogni giorno della quarantena, da marzo a maggio.

Non sarà una giornata annuale, ma mensile: ogni 13 del mese. Suor Angela ha scelto il 13 perché vi ha letto un giorno significativo per il papa Francesco: il 13 dicembre è diventato sacerdote, il 13 marzo è diventato papa. Inoltre il 13 rimanda quel giorno di maggio dedicato alla Madonna di Fatima, che già una volta salvò un papa, parola di San Giovanni Paolo II.

Come si svolgerà la giornata? Glielo abbiamo chiesto, raggiungendola telefonicamente a Roma, ancora incredula per la grande risonanza: “Sono uscita dagli esercizi spirituali – ci ha raccontato – e ho trovato questa mia idea su tutti i giornali”. Ma questa giornata è un po’ come l’uovo di colombo: facile dopo. Prima, però, non ci aveva pensato nessuno.

Suor Angela non ha imposto un programma standard. Anzi, il suo desiderio è che la giornata non resti legata a lei ma diventi di tutti. “Che ciascuno, già questo 13 agosto – sono le sue parole – lì dove si trova, anche in ferie in riva al mare, o a passeggiare, trovi un tempo per una preghiera per il papa”.

Suor Angela opera a Roma in una comunità, organizza corsi e incontri per giovani legati all’esperienza dei gruppi Talità Kum. Per questo l’unico momento fissato per ogni 13 del mese sarà alle 21, quasi a raccogliere e chiudere tutte le preghiere del giorno con la recita del Rosario: a Roma lei col suo gruppo, da casa chi vuole potrà unirsi seguendo la diretta trasmessa tramite facebook (@TalitaKumRaduniSingle).

Suor Angela è una persona di studio: il percorso nell’Ordo Virginum, un primo dottorato in Filosofia alla Pontifica Università Lateranense e nei prossimi mesi un secondo in Teologia morale. E’ insegnante di filosofia e teologia, oltre che autrice di vari volumi dedicati alla catechesi (l’ultimo: “Perché insegnare religione cattolica in uno stato laico?” rivolto agli insegnanti di religione).

La sua passione sono i giovani che lei definisce “la chiamata nella chiamata” e che, da circa cinque anni, accompagna in un cammino di ricerca del senso pieno della vita. Proprio per raccontare quanto fa con essi ha scritto al papa una lettera. E il papa le ha telefonato.

Come è rimasta male per aver perso quella chiamata: ma nel messaggio lasciato in segreteria Francesco ha lasciato detto che ci avrebbe riprovato. Così la religiosa racconta di aver tanto sperato nella seconda telefonata da girare per due giorni col cellulare in mano. E Francesco ha richiamato: nel corso della conversazione le è venuta l’idea della giornata di preghiera mensile per lui e ha chiesto subito al papa se poteva farlo.

Francesco ha accolto di buon grado, del resto ha sempre manifestato di avere bisogno delle preghiere di tutti, tanto che ogni domenica termina l’Angelus con le parole: “Buona domenica, buon pranzo e ricordatevi di pregare per me”.

(*) direttore “Il Popolo” (Pordenone)

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Coronavirus Covid-19. Ricciardi: “C’è ancora un’enorme percentuale della popolazione suscettibile all’infezione”

Wed, 05/08/2020 - 14:11

“Sono 1 milione e 482mila le persone, il 2,5% della popolazione residente in famiglia (escluse le convivenze), risultate con IgG positivo, che hanno cioè sviluppato gli anticorpi per il Sars-CoV-2. Quelle che sono entrate in contatto con il virus sono dunque 6 volte di più rispetto al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia, attraverso l’identificazione del Rna virale, secondo quanto prodotto dall’Istituto superiore di sanità”. Sono i primi risultati dell’indagine di sieroprevalenza sul Sars-CoV-2 condotta dal 25 maggio al 15 luglio secondo quanto previsto dal decreto legge 10 maggio 2020 n. 30 “Misure urgenti in materia di studi epidemiologici e statistiche sul Sars-CoV-2”, convertito in legge il 2 luglio 2020. Titolari dell’indagine sono Istat e Ministero della Salute nelle rispettive funzioni, mentre la Croce Rossa ha condotto la rilevazione sul campo con l’aiuto delle Regioni. Numeri che non sorprendono esperti come Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica e consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, ma che non possono neppure farci stare tranquilli. Anche se le persone entrate in contatto con il virus sono molte di più dei contagiati ufficialmente intercettati, si tratta “sempre di un numero molto piccolo”.

Professore, i primi dati emersi dall’indagine di sieroprevalenza erano quelli previsti o riservano qualche sorpresa?

Erano quelli che ci aspettavamo: che, da una parte, ci fossero più casi e che cioè l’infezione avesse avuto un decorso asintomatico in molte persone; e, dall’altra, che si tratta di una percentuale minima e che pone, quindi,

il Paese in una condizione di grande vulnerabilità

perché c’è un’enorme percentuale della popolazione ancora suscettibile al virus. Quindi, nessuna sorpresa.

Le differenze territoriali sono molto accentuate. La Lombardia raggiunge il massimo con il 7,5% di sieroprevalenza: ossia 7 volte il valore rilevato nelle regioni a più bassa diffusione, soprattutto del Mezzogiorno, dove otto Regioni presentano un tasso inferiore all’1%, con i valori minimi in Sicilia e Sardegna (0,3%). Se ci fosse una seconda ondata questo cosa comporterebbe?

Le differenze territoriali, innanzitutto, segnano il successo che hanno avuto le politiche di chiusura, perché, di fatto, è stato evitato il trasferimento del virus dal Nord al Sud. Comunque, non possiamo parlare di seconda ondata, siamo ancora alla prima ondata perché il virus circola. Quello che succederà dipenderà da noi, da come gestiamo la curva epidemica, che abbiamo notevolmente appiattito ma non azzerato. Ma, a differenza della prima fase, questa attuale riguarda tutto il territorio nazionale, in maniera più o meno omogenea. I focolai, anche se sono più numerosi al Nord, sono distribuiti in tutta Italia. Quindi, anche l’azione di prevenzione e contrasto deve essere omogenea. La popolazione del Sud ha avuto meno contagi con il virus, ma in generale i numeri sono talmente bassi che neppure il Nord si può considerare immune. Ribadisco che tutto il popolo italiano, una fetta grandissima al Sud e una grande al Nord, è suscettibile al virus. Quindi, i numeri emersi dall’indagine non cambiano niente in termini di politica preventiva.

L’immunità di gregge, di cui abbiamo tanto sentito parlare, è, dunque, lontanissima?

Sì, in primis, perché neanche sappiamo se ci può essere un’immunità duratura; e poi perché questi che abbiamo detto sono i numeri in Italia.

Se non ci fosse un’immunità per sempre, quale potrebbe essere l’efficacia del vaccino?

Anche se non possiamo ipotizzare un vaccino efficace fatto una volta per tutte, situazione rarissima,

ci potremmo accontentare di un vaccino con una protezione duratura, anche se non permanente.

Potrebbe essere come i vaccini influenzali che danno una copertura per diversi mesi. La scoperta di un vaccino è molto difficile per questo tipo di virus, perché per larga parte non dà l’immunità permanente.

L’indagine ha evidenziato una forte percentuale di asintomatici: come dobbiamo valutare questo aspetto?

È un fatto assolutamente negativo, perché quando la trasmissione avviene da soggetti asintomatici è meno facile intercettarla e complica molto la capacità di prevenirla.

Professore, malgrado i numeri in crescita in tutto il mondo, aumentano i negazionisti e anche i comportamenti poco prudenti tra le persone, senza il rispetto delle regole di sicurezza. Questi atteggiamenti preoccupano?

Fortunatamente, i negazionisti sono una percentuale molto piccola. L’importante è che coloro che hanno poteri decisionali li ignorino. Laddove i negazionisti addirittura governano, ci sono migliaia di morti. Diverso è il discorso per la popolazione generale, perché non è stato capito che

il Covid è un cambiamento epocale, non si può tornare rapidamente alla vecchia normalità.

Bisogna cercare di convivere con il virus gestendo i nostri comportamenti in una maniera prudente, pur avendo una vita abbastanza normale, senza stravolgere le nostre abitudini. Basta rispettare il distanziamento fisico, il lavaggio delle mani e l’igiene degli ambienti di vita e di lavoro, l’uso delle mascherine, soprattutto nei luoghi chiusi; altrimenti, la diffusione è destinata a salire.

Comunque, capita sempre più spesso di vedere assembramenti e niente mascherine…

I comportamenti sbagliati mantengono alta e presente la circolazione del virus.

Sta a noi, una volta identificato, nell’ambito di questi assembramenti, i soggetti positivi, la capacità di limitare i focolai. Ma quando questi focolai diventano troppi, si corre il rischio di perdere il controllo e di tornare a un’infezione che dilaga. Quando si identificano questi comportamenti che mettono a rischio la salute pubblica devono essere molto rigide le sanzioni.

A settembre riaprono le scuole. Potrebbero esserci problemi?

Dipende da come si gestirà la riapertura. Certamente, è un rischio concentrare milioni di persone in luoghi chiusi, ma abbiamo visto che si può fare quando c’è una circolazione del virus relativamente bassa come da noi, ma poi ci devono essere delle condizioni di gestione che lo rendano meno pericoloso, adottando quei protocolli di sicurezza, come gli arrivi scaglionati dei ragazzi, il distanziamento fisico all’interno delle aule e negli ambienti scolastici, il lavaggio delle mani e la disinfezione degli oggetti, come libri, quaderni e penne con regolare periodicità, l’uso delle mascherine per i ragazzi più grandi oltre che per il personale adulto, l’igiene di aule e ambienti scolastici. La Cina e la Danimarca l’hanno fatto in maniera molto efficace.

Non bisogna riaprire le scuole senza precauzioni,

invece, come hanno fatto gli israeliani e i francesi, il che ha determinato una concentrazione di casi a partire dalle scuole.

Con la riapertura delle scuole si affolleranno di nuovo i mezzi pubblici: potrà essere un ulteriore problema?

Anche in questo caso sarà fondamentale adottare la triade “mascherina, distanziamento fisico e igiene delle mani”. A ciò si aggiunge la gestione dei flussi di entrata e di uscita dai mezzi pubblici differenziandoli.

Con che spirito possiamo guardare ai prossimi mesi? Con responsabilità e speranza?

Sì, la responsabilità ci porta a guardare il futuro con una certa tranquillità. Ma se la responsabilità viene meno, iniziano i problemi. Il virus continuerà a circolare per mesi. Perciò, dobbiamo essere responsabili e vigili, gestendo in maniera tale da non dover rivedere quelle scene terribili ed essere costretti a prendere decisioni molto forti come a marzo.

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Addio a Sergio Zavoli, uomo colto che ha messo la sua cultura al servizio degli altri

Wed, 05/08/2020 - 14:11

Presidente della Rai dal 1980 al 1987, scrittore, poeta, opinionista, oggi diremmo influencer, per sua stessa ammissione “Socialista di Dio”, titolo di un suo libro vincitore del premio Bancarella 1981.

Per Sergio Zavoli, che ci ha lasciato a 96 anni, il sacro era celato nel rifiuto dell’effimero come corteggiamento avvilente dei tic dei tempi. Cercava il senso, per alcuni Dio, nelle piccole cose: nei muscoli sottili, quelli che non visti ci fanno muovere e agire, e non in quelli pompati di superficie costruiti in palestra, solo per il beneficio dell’occhio. Il coraggio di guardare in faccia la violenza, l’intrigo, il terrorismo senza spettacolarizzazione facevano parte della sua concezione del lavoro che era anche la sua ragione d’essere.

Saggista di grande sensibilità e profondità fu tra i pochi a interessarsi a scrittori allora ignorati dal grande pubblico ma che sarebbero divenuti tra i più importanti del Novecento e, nel caso di Dino Campana, della poesia italiana in generale.

Le sue inchieste e i suoi libri sul fascismo erano ispirati soprattutto dalla volontà di capire le radici profonde che portarono alla fine delle libertà democratiche e alla nascita della dittatura. Colse soprattutto l’elemento della crisi dei valori dovuta non solo al tramonto delle ideologie liberali, ma anche alla cattiva gestione della cosa pubblica, alla astrattezza di idee che non riescono a cogliere i problemi della povera gente, quella che vive a due passi dalla miseria e che dopo una vita di lavoro rischia comunque di finire nella fossa comune della crisi economica, dei giochi di borsa e di quelli dei politici che non si rendono conto che con quei giochi le basi della libertà e del vivere insieme vengono minate.

Con lui se ne va davvero un campione nazional-popolare, nel senso di

un uomo colto che ha messo la sua cultura al servizio degli altri,

perché quegli altri possano capire il mondo e migliorarlo.

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Papa all’udienza: “Preghiamo per il Libano”

Wed, 05/08/2020 - 11:02

“La Chiesa, benché amministri la grazia risanante di Cristo mediante i sacramenti e benché provveda servizi sanitari negli angoli più remoti del pianeta, non è esperta nella prevenzione o nella cura della pandemia”, che spetta ai “dirigenti politici e sociali”. A precisarlo è stato il Papa, nella prima udienza generale dopo la consueta pausa di luglio, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata e iniziata con un riferimento all’emergenza sanitaria ancora in corso, sia pure a diversa velocità, in tutto il mondo: “La pandemia sta continuando a causare ferite profonde, smascherando le nostre vulnerabilità. Molti sono i defunti, moltissimi i malati, in tutti i continenti. Tante persone e tante famiglie vivono un tempo di incertezza, a causa dei problemi socio-economici, che colpiscono specialmente i più poveri”. Alla fine, l’anticipazione del tema delle prossime catechesi: le “malattie sociali”. Al termine dell’udienza, un appello per il Libano, dopo la terribile esplosione che ieri ha causato decine di morti e migliaia di feriti:

“Preghiamo per le vittime e i loro familiari, e per il Libano, perché con l’impegno di tutte le componenti politiche, sociali e religiose possa affrontare questo momento così tragico e doloroso e con l’aiuto della comunità internazionale possa superare la grave crisi che sta attraversando”.

La Chiesa, ha specificato Francesco a braccio a proposito della guarigione – tema dell’udienza -, “dà aiuto agli ammalati, ma non è esperta. E nemmeno dà indicazioni socio-politiche specifiche. Questo è compito dei dirigenti politici e sociali”. “Tuttavia, nel corso dei secoli, e alla luce del Vangelo, la Chiesa ha sviluppato alcuni principi sociali fondamentali, principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno”, ha ricordato il Papa citandone “i principali, tra loro strettamente connessi:

il principio della dignità della persona, il principio del bene comune, l’opzione preferenziale per i poveri, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sussidiarietà, la cura per la nostra casa comune”.

“Questi principi aiutano i dirigenti e responsabili della società a portare avanti la crescita e, in questo caso della pandemia, la guarigione del tessuto personale e sociale”, ha commentato a braccio. Poi l’annuncio:

“Nelle prossime settimane, vi invito ad affrontare insieme le questioni pressanti che la pandemia ha messo in rilievo, soprattutto le malattie sociali.

E lo faremo alla luce del Vangelo, delle virtù teologali e dei principi della dottrina sociale della Chiesa. Esploreremo insieme come la nostra tradizione sociale cattolica può aiutare la famiglia umana a guarire questo mondo che soffre di gravi malattie. È mio desiderio riflettere e lavorare tutti insieme, come seguaci di Gesù che guarisce, per costruire un mondo migliore, pieno di speranza per le future generazioni”.

“Gesù guarisce tutto”,

ha assicurato a braccio il Papa, sulla scorta dell’episodio evangelico della guarigione del paralitico. “Il ministero di Gesù offre molti esempi di guarigione”, ha sottolineato Francesco: “Quando risana coloro che sono affetti da febbre, da lebbra, da paralisi; quando ridona la vista, la parola o l’udito, in realtà guarisce non solo un male fisico, ma l’intera persona. In tal modo la riporta anche alla comunità, guarita, la libera dal suo isolamento, perché l’ha guarita”. “Gesù guarisce, ma non guarisce semplicemente la paralisi, Gesù guarisce tutto”, ha spiegato: “Perdona i peccati, rinnova la vita del paralitico e dei suoi amici, fa nascere di nuovo. Una guarigione fisica e spirituale, tutto insieme, frutto di un incontro personale e sociale: l’incontro guaritore con Gesù”.

“In che modo possiamo aiutare a guarire il nostro mondo, oggi?”,

è allora la domanda da porsi: “Come discepoli del Signore Gesù, che è medico delle anime e dei corpi, siamo chiamati a continuare la sua opera di guarigione e di salvezza in senso fisico, sociale e spirituale”.

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Giovanni Maria Vianney: patrono dei preti stroppicciati

Tue, 04/08/2020 - 13:40

Oggi, 4 agosto, si fa memoria di uno dei pochissimi parroci canonizzati dalla Chiesa cattolica: san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars. Non che nella Chiesa manchino sacerdoti santi: di quelli ce n’è un esercito! Ma è interessante (e inquietante) che siano molto pochi quelli che come ministero abbiano svolto la cura d’anime in una parrocchia.
Questo è un dato che, come parroco, mi interroga e mi sprona: in cosa può stimolarmi alla santità il Curato d’Ars?
C’è un aspetto della sua vita che in particolare mi colpisce, mi provoca e mi attrae: la sua perenne mancanza di riposo. Va detto che il diavolo ci metteva la coda. Il “grappino”, come lo chiamava il Curato d’Ars per prenderlo esorcisticamente in giro, non voleva che egli dormisse quelle poche ore che pure provava ad adagiarsi sul letto e lo teneva sveglio facendo volare il suo giaciglio da una parte all’altra della stanza. Già di suo san Giovanni Maria rinunciava facilmente al sonno, perché per colmare le lacune della sua cultura passava le ore notturne a studiare e a preparare le omelie, per poi mettersi alle prime luci dell’alba in confessionale e da lì svolgere tutte le sue incombenze quotidiane, che per lo più consistevano nel confessare, confessare, confessare fino a notte fonda… e poi di nuovo lo studio, e così via. Aveva poco tempo per riposarsi: e quel poco tempo il diavolo glielo portava via. Ecco perché fisicamente il Curato d’Ars sembrava più vecchio di quanto fosse in realtà, dall’aria perennemente stropicciata ed emaciata, tanto da ridursi a bersaglio di volgari prese in giro da parte di alcuni suoi parrocchiani malevoli sui presunti motivi di quell’aria perennemente disfatta.
Penso a lui, poi penso a quella brava gente che mi dice incontrandomi “ti vedo stanco” e sorrido. Sicuramente il riposo, il sonno e la distensione sono importanti per un sacerdote, per focalizzarsi e adempiere bene ai propri impegni (altrimenti il diavolo non avrebbe provato a rubarglielo il sonno, al Curato d’Ars); se però un prete vuole essere incisivo e davvero fecondo, credo che debba archiviare definitivamente l’idea di difendere la propria routine, il proprio equilibrio, i propri riposini, o arriverà inevitabilmente il giorno in cui sarà tentato di difendere tutto questo anche dalla gente per la quale aveva accettato di dare la vita.
Noi preti corriamo il rischio di iniziare bene e finire male: di essere pronti, all’inizio del ministero, a offrirci in sacrificio uniti a Cristo, per poi ridurci, cammin facendo, in seguito magari a delusioni, fatiche e amarezze, a piccoli borghesi dagli orari d’ufficio.
Eppure non ne vale la pena:

non vale la pena essere preti, se poi ci dobbiamo conservare intatti. Meglio stropicciati e fecondi, che sterili dal colorito sano.

E poi, diciamocelo: nessuno ha mai lasciato il sacerdozio per la stanchezza dovuta al lavoro nella vigna di Dio; semmai ben altre stanchezze, più cupe e profonde, hanno irretito prima il cuore di chi poi anche nel ministero non ha trovato più gusto, ma solo fatica.
Il Curato d’Ars è morto di sfinimento il 4 ottobre 1859, dopo avere dato tutto se stesso alla gente a cui era stato mandato: dando tutto di sé, ha salvato tutto nell’amore. L’accettazione della sua fatica per amore, della sua insonnia per il Regno, è l’aspetto che di lui più mi attrae e mi fa sperare che, da parroco, io possa imitarlo almeno un po’, per partecipare con lui alla ricompensa destinata agli operai del Vangelo.

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