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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 min 4 sec ago

Giornata per la carità del Papa. Mons. Galantino, “donare nasce dalla gioia, e dà gioia”

Sat, 24/06/2017 - 12:20

“Donare nasce dalla gioia, e dà gioia: un grande ‘segreto’ come questo può rivelarsi nella semplicità di un gesto come quello di sostenere il Papa della gioia”. È l’appello che mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, invia alle circa 25mila parrocchie italiane in occasione della Giornata per la carità del Papa (domenica 25 giugno), esortandole alla partecipazione. Si tratta di un appuntamento che si ripete di anno in anno e che rimanda alla storia stessa del cristianesimo.

Una pratica molto antica, dunque, che arriva fino ad oggi. In questa prospettiva, assume un particolare significato la colletta dell’Obolo di San Pietro, segno concreto di partecipazione alla sollecitudine del vescovo di Roma a fronte di molteplici forme di povertà. Attualmente, questa “raccolta” ha luogo in tutto il mondo cattolico, per lo più il 29 giugno o la domenica più vicina alla Solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo.

Lo scorso anno, in Italia, sono stati raccolti 3.663.409,98 euro, compresa la raccolta per l’Ucraina (con un incremento di 73,06% rispetto al 2015), a cui vanno ad aggiungersi i contributi devoluti ai sensi del can. 1271 del Codice di diritto canonico: si tratta di euro 4.025.225,00, di cui euro 3.999.925,00 dalla Cei, euro 15.300,00 dall’arcidiocesi di Genova ed euro 10.000,00 dalla diocesi di Lamezia Terme.

“La fedeltà al Papa – commenta Galantino – si manifesta anche nel sostegno economico alle attività del suo ministero di pastore della Chiesa universale”.

Eccellenza, perché partecipare alla Giornata per la carità del Papa? Qual è il suo appello alle parrocchie italiane?
La Giornata con la quale ogni anno, nell’ultima domenica di giugno, tutta la Chiesa italiana si mobilita per “dare una mano” al Santo Padre e alla sua Carità esprimendogli anche concretamente affetto e riconoscenza, è l’opportunità per metterci al suo fianco e aiutarlo ad arrivare dovunque lo spinga il suo grande cuore. Sappiamo delle tante opere dettate dalle iniziative – quasi sempre espresse con delicata discrezione – per soccorrere ogni genere di povertà, a Roma e nel mondo. Ecco: nella Giornata per la carità del Papa ricordiamoci di chiedere a chi frequenta la Messa in parrocchia di tenere la mano del Papa tra le sue e accompagnarlo anche con poco là dove desidera arrivare.

Donare nasce dalla gioia, e dà gioia:

un grande “segreto” come questo può rivelarsi nella semplicità di un gesto come quello di sostenere il Papa della gioia.

Foto SIR/Marco Calvarese

“Donare nasce dalla gioia, e dà gioia”… Un appello che mette in luce il “filo rosso” del Pontificato di Francesco.
Negli oltre quattro anni trascorsi alla scuola di Francesco abbiamo letto e ascoltato un gran numero di espressioni attraverso le quali il Papa, con il suo inconfondibile stile comunicativo, ha saputo toccarci il cuore, risvegliando un’adesione alla fede che forse si era atrofizzata nel grigiore dell’abitudine. Sembrano sollecitare una spontanea risposta interiore e umana, in particolare, quelle che chiamano in causa una virtù profondamente cristiana alla quale abbiamo prestato forse poca attenzione ma che risulta determinante per la credibilità della testimonianza evangelica: la gioia.

Che fede è quella che non tracima in una gioia autentica e trasparente?

Sin dal suo primo documento Francesco ha scelto già nel titolo d’indicarcela come indispensabile compagna di viaggio tracciando il “cammino della Chiesa nei prossimi anni”: con l’Evangelii gaudium il Papa ci ha donato una riflessione sulla vita e la missione del cristiano imperniata su una gioia che “riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù” (Eg,1), come si legge nell’incipit di quell’esortazione apostolica. Anche quando ha voluto riproporre il Vangelo del matrimonio Francesco ha fatto ricorso alla gioia parlando di Amoris laetitia.

Quale rapporto tra gioia e dono?
La gioia attinge alla sorgente del rapporto personale col Signore, al dialogo con Lui sapendone riconoscere la presenza, la voce, lo sguardo che cerca quello di ciascuno, chiamandoci a uscire da noi stessi, aprirci, saper dare ciò che siamo e condividere quanto abbiamo, per poco che possa sembrare.

“Dio ama chi dona con gioia”:

questa bella espressione paolina ricorda che l’esperienza del dono è legata a quella della gioia, come suo ingrediente, ma anche perché restituisce il centuplo a chi ha deciso di rompere gli indugi che trattengono dall’essere generosi. Il Papa, uomo della gioia e del dono di sé, attende che anche noi lo seguiamo, per sperimentare davvero che “con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (Eg,1).

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Carcere e università: da Nord a Sud percorsi di studio per i detenuti

Sat, 24/06/2017 - 09:01

“Attuare lo spirito della reclusione, che deve tendere alla rieducazione”. È questa la mission delle università che aprono le proprie porte ai detenuti. Il luogo del sapere e dei saperi, dell’apertura massima, entra nelle carceri, tra i “ristretti”. La cultura supera le sbarre. Nelle parole del rettore dell’Università della Calabria, Gino Mirocle Crisci, il compito che l’Ateneo calabrese sta avviando. Ma quello calabrese non è il primo modello. Ce ne sono altri in Italia, da Nord a Sud, e rispondono alla stessa esigenza: “Dare speranza al territorio e a chi ha sbagliato”. Ne vediamo alcuni.

Modello Toscana. Dal 2000 è attivo il Polo universitario toscano, che unisce le università di Firenze, Pisa e Siena, grazie anche all’apporto dell’associazione Volontariato penitenziario. Nel 2010 è stato firmato il Protocollo d’intesa per l’istituzione del Polo universitario penitenziario della Toscana. A parlarne è il coordinatore regionale, Antonio Vallini: “Per i detenuti che intendono iniziare un percorso di studi offriamo tutti i corsi delle tre università, a partire da un orientamento iniziale”. Oltre 100 gli studenti iscritti. Da sottolineare il caso Prato, dove all’interno del carcere è presente una “sezione universitaria, dove i docenti, con un permesso speciale, entrano ed escono”.

Sardegna. A Sassari il percorso del Polo universitario penitenziario era iniziato nel 2004 con un accordo con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Nel 2014 poi un protocollo d’intesa aveva dato inizio a una partnership con il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria. Quattro le carceri protagoniste: Alghero, Tempio, Sassari e Nuoro. “In totale queste case circondariali hanno un migliaio di detenuti, Sassari oltre 500 in quattro sezioni, Tempio e Nuoro 200 in alta sicurezza, ad Alghero i detenuti comuni – i numeri di Emmanuele Farris, delegato del rettore per il diritto allo studio dei detenuti -. Riguardo a questi sottolineo come, grazie ai premi che ricevono, possono anche seguire le lezioni e vivere l’università, venendo anche a mensa. Ogni anno abbiamo iscritti circa 40 detenuti, la metà dei quali nel carcere di Tempio”.

In Calabria. Già quattro i detenuti laureati all’Università della Calabria. Particolarmente proficua, finora, la partnership con il carcere di Rossano e, in particolare, con il suo cappellano, don Piero Frizzarin. Ma l’obiettivo è un altro. Col modello Firenze, si vuole arrivare a un POLO penitenziario vero e proprio. La parola al delegato del rettore, Pietro Fantozzi: “Per la costruzione di questo polo la nostra volontà è di offrire opportunità anche agli altri due Atenei calabresi. Incontreremo il responsabile regionale del sistema carcerario, nonché i direttori delle 12 case circondariali, anche per stabilire la convenzione da attuare. Poi pensavamo di incontrare tutti i cappellani delle carceri, perché il progetto possa funzionare bene è necessario che tutti quanti sono impegnati nelle carceri sostengano quanti intendono studiare”.

Servizi. Tra le esigenze, assicurare diritti agli studenti detenuti. Presso il polo di Sassari – il Comune ha istituito anche un Garante dei diritti – gli studenti detenuti conservano le agevolazioni “per tutto il percorso di studi a prescindere dal fine pena”, dice Farris. Tra queste spiccano “il pagamento di una tassa minima a prescindere dal censo, l’aiuto per l’acquisto dei libri e il prestito interbibliotecario tra le biblioteche carcerarie e quelle universitarie”. Di “servizio prestito della biblioteca interna al carcere” parla anche Vallini, che sottolinea come presso la casa circondariale di Prato vi siano anche i pc e la possibilità di collegamento telematico e audiovisivo. “Anche per gli esami attraverso videotelefono”.

Materie scelte. Scienze politiche, giuridiche e agrarie. Sono questi i corsi di laurea scelti prevalentemente dagli studenti di Sassari. “La scelta riflette sostanzialmente la propria situazione personale, anche di esperienze precedenti”, spiega Farris. Insomma, chi ha avuto esperienze in agricoltura è portato a scegliere scienze agrarie. Agraria si conferma tra le lauree più scelte anche nel Polo penitenziario fiorentino, come dice Vallini, insieme a “scienze politiche, scienze della formazione e lettere. Ma stiamo portando avanti anche una laurea in medicina”.

In rete. Farris sottolinea l’importanza dell’esistenza di un “garante che chiama a raccolta le Istituzioni, le associazioni. Qui si lavora bene con il territorio ed è necessario perché da solo non ce la fai”. Per questo sono importanti le risorse umane nel tutoraggio. “Noi abbiamo pensato di coinvolgere le associazioni studentesche, non solo come volontari, ma anche riconoscendo loro dei crediti. Per un servizio volontario ci affidiamo invece ai professori in pensione”. Riprende Fantozzi: “Insieme alle educatrici, il ruolo dei volontari esterni è fondamentale altrimenti difficilmente si riesce a realizzare un sistema che funzioni. Il servizio, infatti, deve portare a una crescita vera, e la riabilitazione deve avvenire con uno sforzo, con un impegno, con il sostegno di tutti”.

Missione compiuta. Vallini è convinto del buon esito del lavoro realizzato in seno al Polo. “Siamo molto soddisfatti non solo per il numero dei laureati, ma anche perché molti di essi, anche se non sono arrivati a conseguire la laurea oppure non possono poi concretamente spenderla sul territorio, dopo aver vissuto l’esperienza della studio, hanno scoperto un carcere alternativo. Per questo si vedono effetti nella rieducazione”. A fargli eco è Farris, che ricorda come “a livello nazionale la recidiva è molto alta ma diminuisce per quei detenuti che hanno un percorso di studio, di lavoro, di pene alternative”. A Cosenza invece hanno conseguito la laurea anche degli ergastolani ostativi. “Per questi il titolo è servito soprattutto a loro – spiega Fantozzi -. Siamo arrivati a 11 persone iscritte e questo vuol dire che è cambiato il clima in carcere e lo studio è diventato un elemento di emulazione”.

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Le feste dell’estate di “Avvenire”. Tarquinio: “Il quotidiano incontra i territori, le realtà vive che abitano l’Italia”

Sat, 24/06/2017 - 09:00

“L’incontro tra il giornale e i territori, le nostre diocesi, le realtà vive che abitano l’Italia”. È questa la filosofia che guida le feste per l’estate del quotidiano Avvenire, nelle parole del direttore Marco Tarquinio. Si comincia in Basilicata, dal 26 al 30 giugno, con una serie di appuntamenti a Matera, che sarà la Capitale europea della cultura per il 2019. Il quotidiano terrà in piazza Duomo incontri e numerosi eventi, con l’apporto di importanti personalità del mondo politico, religioso, sociale e dell’imprenditoria.

Perché la scelta della città dei Sassi?
È la nostra prima volta in Basilicata, la seconda in assoluto al Sud. All’attenzione tradizionale di “Avvenire” al Mezzogiorno, si aggiunge la crescente attenzione del Mezzogiorno verso “Avvenire” per il tipo di informazione che proponiamo. Inoltre, la Basilicata ha cercato questo rapporto con il quotidiano. L’arcivescovo di Matera-Irsina, mons. Pino Caiazzo, ha saputo mettere a disposizione questa straordinaria tavolozza che è la città dei Sassi. E poi c’è stata una volontà comune dei vescovi della Regione, che ci hanno accolto con calore. Anche le realtà del territorio si sono aperte: cooperazione, imprenditoria, banche. Tanti ospiti di tante categorie per far dialogare la società.

Un luogo unico e una disponibilità speciale.

È un bel modo per far iniziare le feste dell’estate di “Avvenire”. E sono molto contento di questo sbarco al Sud.

Chiesa e mondo, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni nel Mediterraneo, famiglia, giovani e lavoro, Papa Francesco. Sono alcuni dei temi che verranno affrontati a Matera.
Sono le grandi questioni del presente, che sono dentro alla vita della gente. “Avvenire” ha uno sguardo sull’attualità diverso da quello dell’informazione dominante, su questi argomenti non evidenziamo soltanto gli aspetti problematici ma anche le esperienze positive di tante persone che non temono di accogliere i migranti, di creare lavoro, di risolvere i problemi insieme.

Il Sud sarà il protagonista del dibattito?
La grande questione del Mezzogiorno ruota attorno a due problemi, oltre all’educazione. Ma al Sud c’è anche una formazione d’eccellenza, nonostante quel che si dice.

Il tema principale è il lavoro, al quale si aggiunge la lotta alle mentalità mafiose.

Sono due punti fondamentali che affronteremo con tutta la chiarezza necessaria.

Sarà l’occasione per dialogare anche con i giovani?
Durante i giorni della festa, terremo le riunioni di redazione con i ragazzi delle scuole superiori di Matera. È previsto anche un concorso per gli studenti delle scuole e i vincitori andranno a Milano per alcuni giorni con l’obiettivo di capire come funziona la costruzione del quotidiano. Abbiamo un legame forte con le scuole.

Dopo Matera, tappa a Jesolo il 5 luglio…
È una festa nuova, dove non siamo mai stati. Sarà un incontro in preparazione al Sinodo dei giovani, dedicato alle nuove forme di comunicazione e ai percorsi di santità tra i ragazzi. In particolare, parleremo di un ragazzo morto di leucemia fulminante all’età di 15 anni. Si chiama Carlo Acutis, e si è concluso da pochi mesi il processo diocesano di beatificazione.

Poi “Bibione guarda all’Avvenire”.
Andrà avanti per tutta l’estate, ed è una delle iniziative più strutturate. Il cuore degli incontri sarà il 19 luglio, quando è in programma un incontro con il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, sulla solidarietà dell’Italia e della Chiesa per le zone colpite dal terremoto.

Quindi si passa alla tradizionale festa nel bellunese…
Il 19 e il 20 luglio ci confronteremo sul tema “La Bibbia e il lavoro dell’uomo”. Verrà presentato il libro di Luigino Bruni “La Sventura di un uomo giusto”, in dialogo con il filosofo Salvatore Natoli. Il 21, Bruni indosserà di nuovo la giacca di economista e incontrerà le realtà che operano nella diocesi.

Altri appuntamenti?
A Trento, nella splendida cornice della Val Di Fassa scelta dall’arcivescovo Lauro Tisi. L’Amoris laetitia sarà al centro di un esame approfondito con esperti, in calendario il 27 e 28 luglio. Poi ci sposteremo a Lerici, sulle sponde del Golfo della Spezia, per una delle feste più antiche con una storia ultra quarantennale. Tanti gli appuntamenti, tra i quali: un confronto con Bruni su economia e futuro dei movimenti fondati su carismi (31 luglio); un colloquio con l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, uomo di grande spiritualità ed esperienza internazionale (1 agosto); l’assegnazione del Premio Narducci a Susanna Tamaro, che verrà intervistata in piazza da Alessandro Zaccuri (2 agosto). Infine, dal 18 al 20 agosto torneremo a parlare di immigrazione a Ventimiglia. Un appuntamento fortemente voluto dal vescovo Antonio Suetta, in una città simbolo per le migrazioni. Chiuderemo con una tappa in Sicilia, dal 14 al 17 settembre, che ci introdurrà a “La Settimana della bellezza” prevista ad ottobre.

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Summit a Bruxelles: Europa ritrovata su sicurezza, Brexit ed economia. Pochi passi avanti per le migrazioni

Fri, 23/06/2017 - 16:40

Il vertice dell’Europa ritrovata, il Consiglio europeo di vecchi e nuovi protagonisti. Un summit che finalmente trasmette l’immagine di una Ue impegnata a rispondere di comune accordo alle tante sfide che la circondano, senza cedere allo scoraggiamento interno né alle pressioni esterne. A un anno esatto dal referendum britannico che sanciva il Brexit (23 giugno 2016), la riunione dei capi di Stato e di governo si chiude dopo due giorni di confronti serrati, risultati concreti e qualche scaramuccia diplomatica; benché sul versante-migrazioni, il tema più spinoso in agenda, non si misurano ancora veri passi avanti.

I protagonisti. All’ordine del giorno della riunione, convocata a Bruxelles il 22-23 giugno, figuravano la sicurezza e la lotta al terrorismo, la politica di difesa (con un occhio al quadro internazionale), il Brexit, gli Accordi di Parigi e il cambiamento climatico, il conflitto Ucraina-Russia, la politica industriale e commerciale, l’Europa digitale.

Nel nuovo Palazzo Europa, che assieme al vecchio Justus Lipsius ospita i lavori del summit, saltano subito all’occhio gli attori protagonisti.

I fiduciosi Donald Tusk (presidente del Consiglio europeo) e Antonio Tajani (Europarlamento); l’arguto europeista, e sempre polemico, Jean-Claude Juncker; il presidente francese Emmanuel Macron, “neo paladino” dell’integrazione comunitaria; la cancelliera tedesca Angela Merkel, navigata frequentatrice dei vertici, che con Macron rinnova l’asse franco-tedesco, storico motore dell’Unione. E poi la premier britannica, Theresa May, giunta a Bruxelles indebolita dalle vicende politiche ed elettorali nazionali; l’italiano Paolo Gentiloni che, ancora una volta, richiama i partner a tendere una mano a Italia e Grecia, Paesi sotto pressione per i costanti arrivi di profughi provenienti da Africa a Medio Oriente.

Brexit suona la sveglia. Un clima più disteso, dunque, rispetto a decine e decine di summit che, da dieci anni a questa parte avevano affrontato la crisi economica e finanziaria, la marea montante dei nazionalismi, il progressivo fenomeno immigratorio, l’instabilità politica alle frontiere (Russia, Ucraina, Siria, nord Africa…) e i continui attacchi terroristici.

I problemi sul tavolo dei leader non mancano, ma probabilmente ci si rende conto che bisogna muoversi assieme.

Lo ha detto più volte in questi giorni Donald Tusk: “Stiamo assistendo al ritorno dell’Ue come soluzione e non come problema”. “Paradossalmente le ardue sfide degli ultimi mesi ci hanno resi più uniti di prima”. Tuttavia, “non possiamo essere né compiaciuti né ingenui. Dobbiamo dimostrare ai cittadini che siamo capaci di riprendere il controllo degli eventi” e del futuro dei Paesi Ue e dell’Unione nel suo insieme. Concorda il premier italiano Paolo Gentiloni: “Sembrava che Brexit avesse suonato le campane a morto per l’Ue, ma si è trattato di una sveglia”. Tirando le somme del vertice, Tusk infine afferma: “Abbiamo raggiunto buoni risultati. Sulle migrazioni abbiamo ribadito l’accordo per sostenere l’Italia”.

La ripresa economica c’è. Anche il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, ospite del vertice, delinea una prospettiva positiva benché carica di incognite: “I recenti risultati elettorali e molti sondaggi segnano una chiara inversione di tendenza nel giudizio dei nostri cittadini sull’Unione europea. Certamente, questo è legato in parte alla ripresa economica, ma non solo. Brexit, le crisi fuori e dentro i nostri confini e i timori dei cittadini per la globalizzazione alimentano la ricerca di protezione attraverso l’unità europea. Non possiamo voltarci dall’altra parte davanti a questa richiesta”.

Spetta poi a Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, intervenuto venerdì mattina, sottolineare che la “ripresa c’è”, davvero, mentre “crescono investimenti e occupazione”.   

Difesa ok, ma sulle migrazioni… Sui temi della difesa e della sicurezza i Paesi Ue marciano uniti: via libera a una forma di collaborazione stretta sul piano della difesa, con il varo di uno specifico fondo da 5 miliardi. E poi lotta congiunta al terrorismo, alla radicalizzazione via web, ai foreign fighters. Sul Brexit è la stessa Theresa May a riferire che il Regno Unito “assicurerà i diritti dei cittadini Ue”, i quali, se residenti da almeno 5 anni, “potranno prendere residenza piena nel Regno”, con tutti i diritti connessi. Lunedì 26 giugno arriverà un documento con i dettagli della linea definita a Londra. “Troppo poco” per Juncker, mentre il premier maltese Joseph Muscat, presidente di turno del Consiglio Ue avverte: “Bisogna verificare che non ci siano trappole. Ad esempio, come saranno trattati i cittadini dell’Ue che risiedono nel Regno Unito da meno di cinque anni?”. Domanda pertinente. Sempre a proposito di Brexit, i 27 hanno stabilito i criteri per le nuove sedi dell’agenzia bancaria e di quella del farmaco finora collocate sull’isola: le candidature delle città che intendono accogliere le agenzie si possono avanzare fino al 31 luglio, poi la decisione sarà assunta a novembre. Unità di intenti, poi, su Europa digitale, commercio estero e applicazione degli Accordi di Parigi sul clima.

Muscat e Juncker, infine ribadiscono che per affrontare le migrazioni bisogna fare di più,

sostenendo l’Italia, accettando i ricollocamenti e alimentando il fondo fiduciario a favore dell’Africa, che non decolla. Qualche premier dell’Europa centro-orientale a questo punto volta la faccia dall’altra parte.

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Summit in Brussels: Europe comes together on security, Brexit and the economy. Little progress on migration

Fri, 23/06/2017 - 16:40

The summit of reunited Europe, the European Council of old and new protagonists finally transmits the image of a EU committed to jointly respond to the many challenges it is being confronted with, without giving in to internal discouragement nor to external pressure. Precisely one year after the British referendum that established the Brexit (June 23 2016), the meeting of the heads of Government and State closed after two days of back-to-back debates, concrete results, and some minor diplomatic skirmishes; while on the migration front, the most thorny issue on the agenda, progress is yet to be made.

The protagonists. On the agenda of the meeting, held in Brussels on June 22-23, figured security and the fight on terrorism, defence policy (with a gaze extended to the international scenario), Brexit, the Paris Agreements and climate change, the Ukraine-Russia conflict, industry and trade policies, digital Europe.

In the new Europe building – the venue of the summit along with the Justus Lipsius building – the leading players were immediately noticeable.

The confident Donald Tusk (President of the European Council) and Antonio Tajani (European Parliament); the quick-witted and always polemic Europeanist Jean-Claude Juncker; French President Emmanuel Macron, “new champion” of Community integration; German chancellor Angela Merkel, experienced participant in European Summits, who renewed, with Macron, the German-French axis, a historic engine of Europe. The meeting was also attended by British Premier Theresa May, who arrived in Brussels weakened by recent national political and electoral events; Italian PM Paolo Gentiloni, who, once again, called upon his partners who extend a helping hand to Italy and Greece, two Countries under pressure owing to the constant arrival of refugees from Africa and the Middle East.

Brexit’s wake-up call. Thus the atmosphere was more serene compared to the dozens of summits that in the past ten years addressed the economic and financial crisis, the surging wave of nationalisms, the growing migration phenomenon, political instability at the borders (Russia, Ukraine, Syria, North Africa…) and the repeated terror attacks.

There is no shortage of problems on the leaders’ table, but probably the need for joint action is widely acknowledged.

It was reiterated several times by Donald Tusk: “We are witnessing the return of the EU rather as a solution, not a problem.” “Paradoxically, the tough challenges of the recent months have made us more united than before.” However, “we cannot be complacent or naïve. We have to prove to the people that we are capable of restoring control over events” and over the future of EU Countries and of the EU as a whole. His words were echoed by Italian Premier Paolo Gentiloni: “It seemed that Brexit had sounded the death knell for the EU, but it was a wake up call.” Drawing the conclusions of the summit, Tusk affirmed: “We have obtained good results. On migration we have reiterated our agreement to support Italy.”

Economic recovery under way. Also EU Parliament President Antonio Tajani, a guest at the summit, outlined positive prospects, albeit marked by unpredictable factors: “Recent election results and many opinion polls are pointing to a clear shift in public opinion on the European Union. One reason for this can certainly be found in the economic recovery Europe is experiencing, but it is not the only reason. Brexit, , the crises inside and outside our borders and the fears engendered by globalisation are prompting more and more people to seek protection in a united Europe. We cannot ignore this yearning for protection.”

Mario Draghi, President of the European Central Bank, in a speech delivered Friday morning underlined that “recovery is under way”, coupled by an increase in “investments and employment.” OK to defence, while on migrations… EU Countries share the same views on security and defence: green light to stronger cooperation in the area of defence, with the launch of a dedicated 5 bln fund. Furthermore, they agreed on the joint fight against terrorism, online radicalization, foreign fighters. On the Brexit Theresa May affirmed that the United Kingdom “will ensure the rights of EU citizens.” Those who have been living in the U.K. for five years “will be granted U.K. settled status” with all the ensuing rights. A document with the details of the line of action defined in London will be presented on June 26. “Too little” for Juncker, while Maltese premier Joseph Muscat, who currently holds the rotating presidency of the Council, cautioned: “We must ensure that there are no traps. For example, how will EU citizens residing in the UK for less than five years be treated?”. It’s a relevant question. Also related to Brexit are the criteria for the new banking and drug agencies seats that were located in the UK: applications from cities wishing to host the agencies can submit proposals until 31 July, the decision will be taken in November. Unity of intentions was registered on digital Europe, foreign trade, and the implementation of the Paris Climate Agreements.

Finally, Muscat and Juncker reiterated that more needs to be done to address the migration phenomenon,

by supporting Italy, accepting readmission and feeding the Trust Fund for Africa, that strives to take off. At that point, some Premiers from Centre-Western Europe turned their backs.

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Cattedrale di Agrigento chiusa al culto dal 25 febbraio 2011. Attivato “il contatore del silenzio”

Fri, 23/06/2017 - 13:26

Un contatore, qualcuno lo ha battezzato “il contatore del silenzio”, che segna, in tempo reale, gli anni, i mesi, i giorni, le ore, i minuti e i secondi dalla chiusura al culto della cattedrale di Agrigento (25 febbraio 2011) perché il Colle su cui è costruita è “malato e attende di essere messo in sicurezza”. Ad oggi la sola certezza è quella della messa in sicurezza del sacro edificio, commissionata e cofinanziata dall’arcidiocesi, che si sta per appaltare, che è solo la parte propedeutica perché si intervenga sul Colle su cui poggia la cattedrale.

Sui lavori di messa in sicurezza del Colle, malgrado le solenni promesse ai tavoli palermitani, è calato un silenzio, assordante. Nel merito nulla – a parte il Colle – sembra muoversi.

Non si hanno notizie delle somme (sempre date per certe e addirittura, come ha scritto il nostro Gioacchino Schicchi sul quotidiano La Sicilia 17/6/2017, come già trasferite due mesi fa) che “sarebbero dovute essere accreditate alla Protezione civile regionale perché bandisse un concorso di idee internazionale per il progetto di consolidamento del costone”.

Nessuna notizia sulla realizzazione del fondo all’interno del Patto per il Sud, sottoscritto ai piedi del tempio della Concordia, da riempire, per un massimo di trenta milioni di euro – si disse e si scrisse e si sottoscrisse –, con i ribassi d’asta delle gare d’appalto da realizzare in tutta la Sicilia contenute nel Patto.

Intanto il contatore segna: 6 anni, 3 mesi e 28 giorni.

Il contatore è un’iniziativa congiunta, pubblicata sulla home-page del sito web dell’arcidiocesi di Agrigento (www.diocesiag.it) dei direttori del Centro per la comunicazione e dell’Ufficio BB.CC.EE. della Curia arcivescovile per tenere desta l’attenzione su un bene culturale e della fede, quale la cattedrale di Agrigento.

È un contatore che da solo è segno eloquente e non necessita di ulteriori commenti perché inchioda alle proprie responsabilità quanti devono intervenire e ancora non lo fanno, tra promesse non mantenute, tavoli tecnici e Patti, solennemente siglati.

Una cosa è certa: mentre si attendono i tempi della burocrazia, (nazionale, regionale e locale) per dare compimento fattivo alle promesse, i tecnici acquisiscono dati: il Colle continua la sua lenta ma inesorabile discesa a valle e con il Colle un pezzo di storia, quasi millenaria, della città e della chiesa agrigentina.

I discorsi e le supposizioni sulle cause di cui in questi anni abbiamo letto e sentito, così pure le tante promesse, si infrangono sulla pietra di sabbia tufacea che si sfarina e segna, come una clessidra, l’inesorabile scorrere del tempo che ha privato (chissà per quanto tempo ancora!), gli agrigentini e non solo di un bene che per i cristiani è più che monumento e bene culturale.

La cattedrale, lo abbiamo scritto altre volte ma vale la pena ripeterlo, per noi cristiani è il simbolo dell’unità della fede, attorno alla “sede” (“la cattedra”, da cui cattedrale) del successore degli apostoli, il vescovo.

Le profonde fenditure che dalle coperture alle fondamenta e ancor più giù, sfregiano il volto della cattedrale e nascostamente tutta la roccia a nord di Agrigento, sono ferite profonde alla Chiesa e alla civiltà di questa terra.

Ci auguriamo che il contatore faccia riflettere sul senso dello scorrere del tempo e sul suo valore di segno. Ma oltre che a riflettere si pongano in atto, senza ulteriori rinvii e con maggiore determinazione, le azioni per intervenire e curare il Colle e con esso la cattedrale.

(*) direttore “L’Amico del Popolo” (Agrigento) 

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Delegazione Cei alla mostra sulla Menorà: don Bettega, “più conosciamo il mondo ebraico, più capiamo noi stessi”

Fri, 23/06/2017 - 09:00

“Un’occasione di dialogo tra cristiani ed ebrei, sottolineando la portata del valore artistico e storico della mostra e ribadendo la nostra volontà ad approfondire la conoscenza dell’ebraismo, consapevoli del fatto che più conosciamo la nostra storia, più conosciamo noi stessi e il nostro presente”. Così don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo, spiega il significato della visita che la Segreteria generale della Conferenza episcopale italiana farà questa mattina alla mostra “La Menorà: culto, storia e mito”.

La mostra è stata aperta al pubblico il 15 maggio in contemporanea nelle due prestigiose sedi del Braccio di Carlo Magno in Vaticano e del Museo ebraico di Roma. Si tratta di un’esposizione su un simbolo decisamente molto importante dell’ebraismo, la Menorà, il candelabro a sette braccia.

La mostra è stata realizzata in cooperazione, per la prima volta, dallo Stato Vaticano e dalla Comunità ebraica di Roma.

A visitarla questa mattina ci saranno mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, alcuni direttori degli Uffici Cei, alcuni assistenti nazionali di Azione Cattolica e alcuni professori del Centro per gli studi giudaici “Cardinal Bea” della Università Gregoriana di Roma. La visita sarà guidata da esponenti del mondo ebraico romano tra cui Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, e Rav. Amedeo Spagnoletto, uno dei rabbini di Roma.

Don Cristiano Bettega, che significato ha questa visita della Cei alla Mostra sulla Menorà?
Da una parte, sottolinea i legami profondissimi e indiscutibili che ci sono tra l’ebraismo e il cristianesimo e, dall’altra, afferma di nuovo e con chiarezza che la Chiesa cattolica non ha alcuna volontà di esclusione, di pregiudizio nei confronti dell’ebraismo. La mostra vuole, cioè, essere una occasione, anche in grande stile, per ribadire i concetti espressi da molti interventi autorevoli, a partire dal Vaticano II con Nostra Aetate, e cioè affermare che

noi, come cristiani cattolici, non abbiamo alcuna preclusione nei confronti del mondo ebraico. Anzi, più lo conosciamo e ne approfondiamo i vari aspetti, più capiamo noi stessi.

Chi sono gli ebrei per l’Italia di oggi?
Sono innanzitutto una comunità antichissima, presente sul nostro territorio moltissimo tempo prima che l’Italia esistesse. Ma è una comunità ancora troppo spesso oggi misconosciuta, ghettizzata, emarginata e recentemente, durante il fascismo, anche perseguitata, deportata, decimata. Eppure nonostante questo passato, la comunità ebraica ha continuato a rimanere fedele all’Italia. Gli ebrei italiani si sentono assolutamente italiani, portatori dei principi della Costituzione, della democrazia, dei valori della nostra civiltà. E, dunque, pienamente parte del tessuto storico, culturale, sociale e politico dell’Italia. Ci fanno capire che

l’Italia è fatta anche da minoranze. Minoranze che si sentono parte attiva del nostro Paese.

È stato presentato qualche giorno fa il Rapporto antisemitismo in Italia da cui emerge che, pur non essendoci nel nostro Paese episodi di violenza contro gli ebrei, l’antisemitismo è un male che ancora persiste. Viaggia sul web, nei libri ancora in circolazione, nelle dichiarazioni di politici. Perché?

L’uomo ha evidentemente bisogno di qualcosa su cui sfogare i propri istinti peggiori, di un nemico da combattere, idealmente o materialmente, di qualcuno contro cui scagliare le proprie rabbie, le proprie paure, la propria inclinazione al pregiudizio.

Il fatto che tutto questo si concentri soprattutto sulla figura dell’ebreo, è probabilmente il frutto di una storia plurisecolare che è sfociata nel male assoluto della Shoah. Questi fatti evidenziano che ci troviamo oggi di fronte a una deriva del pensiero ancora molto vivo nel cuore delle nostre società, nonostante siano passati 70 anni dalla Shoah e nonostante a livello ecclesiale siano passati 50 anni dal Vaticano II. Non siamo ancora riusciti ad estirpare questo male. Occorre allora tenere alta la guardia, non stancarsi mai di condannare ogni forma di antisemitismo e favorire l’amicizia, la conoscenza. Cosa che questa mostra intende proprio fare.

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Lituania: under30 protagonisti per una Chiesa giovane sulle orme del beato Teofilo Matulionis

Fri, 23/06/2017 - 08:55

Appuntamento a Vilnius, dal 23 al 25 giugno, per la nona Giornata nazionale della gioventù lituana. La frase del vangelo di Giovanni “la verità vi farà liberi” è il tema dell’incontro. “È un evento organizzato tutto dai giovani e questo lo rende diverso dagli incontri a cui di solito partecipano gli under30 ma che sono preparati da professionisti: è un’occasione per sperimentare la Chiesa come un posto dove amare ed essere amati, avere amici, assumersi delle responsabilità. In fondo è quello che Papa Francesco chiede ai giovani”. Lo spiega al Sir Roberta Daubaraitė-Randė, giovane madre di tre figli con un diploma in scienze sociali, segretaria del Consiglio nazionale per la gioventù della Conferenza episcopale lituana.

Preparazione in nove tappe. È lei la responsabile, in questi mesi, del gruppo che ha preparato la Giornata e che ha un volto davvero giovane: sono 75 i membri del gruppo, di cui 25 giovani delegati dalle sette diocesi lituane più altri appartenenti a comunità, associazioni, organizzazioni che danno una mano. “È un comitato davvero grande, ma pieno di gioia perché i giovani sono molto contenti dell’incontro”.  Il tema scelto “parla di loro”, spiega Daubaraitė-Randė. “Oggi viviamo in una società in cui non sappiamo veramente che cosa sia la libertà e che cosa sia la verità. Nel percorso di preparazione alla Giornata, i giovani hanno fatto un cammino in nove tappe e hanno discusso sul significato di libertà, verità e amore”; “hanno cercato di capire che cosa sia importante per ciascuno di loro, di come ciascuno riesce ad accogliere se stesso con amore, perché tutto comincia dall’amore e se mi sento amato, riesco ad amare”. 

“Più attivi nelle parrocchie…”. Sono attesi a Vilnius circa 6mila partecipanti per i primi due giorni del programma, accompagnati dai loro insegnanti, catechisti, animatori. “In tante parrocchie esistono gruppi giovanili, ma non in tutte e questo è un nostro compito per il futuro: in Lituania abbiamo il grosso problema dell’emigrazione verso l’estero, ma anche di quella interna, dai piccoli centri verso le grandi città”. Quindi i pochi giovani che restano nelle comunità più piccole o in zone più periferiche vanno motivati: “Vorremmo riuscire a fare in modo che i nostri giovani fossero più attivi nelle loro parrocchie, ed è anche per questo motivo che abbiamo pensato il percorso di preparazione, per creare comunità di giovani più forti, per spingerli a coinvolgersi di più e ad assumersi responsabilità. Non è semplice, ma è il nostro obiettivo”.

Programma intenso. Venerdì 23 giugno è una giornata pensata per gli studenti universitari: 8 gruppi di discussione presso la facoltà di management ed economia, momenti di musica e festa, e poi l’adorazione fino alle 7 del giorno dopo. Sabato mattina sarà impegnata in una grande cerimonia di apertura con tutti i vescovi della Lituania. Poi i giovani si “disperderanno” per Vilnius tra le varie attività e alla sera ci sarà la “serata della misericordia”, con la possibilità di ricevere il sacramento della riconciliazione, a cui seguirà la preghiera conclusiva.

La domenica è segnata dalla beatificazione dell’arcivescovo Teofilo Matulionis.

La mattina tutti i giovani sono inviati a una grande festa nel cuore di Vilnius: musica, giochi, atelier creativi e di danza, gare sportive a cui potranno unirsi anche coloro che arrivano per la beatificazione o chi è in giro per il centro della città. In una sorta di pellegrinaggio festoso si andrà tutti alla cattedrale per la beatificazione, che inizia alle ore 14. “Ad accompagnare l’evento 500 volontari, un numero straordinario per noi: 800 persone avevano fatto domanda per fare i volontari, segno che c’è grande voglia di partecipare ed essere attivi nella Chiesa”, sottolinea Roberta Daubaraitė-Randė.

Prima beatificazione a Vilnius. La beatificazione sarà per la Lituania un evento storico e si prevedono 20mila partecipanti. La storia dell’arcivescovo Teofilo Matulionis però parla anche ai giovani “e molto”. Il suo motto era “attraverso la croce fino alle stelle” (Per crucem, ad astra) e “questo è il modo in cui noi dovremmo vivere la vita. Matulionis è anche il patrono della Giornata nazionale: la storia di quest’arcivescovo è molto vicina alla storia del nostro Paese, nella lotta per la fede nelle dure condizioni del tempo”. Mons. Matulionis (1876-1962) infatti patì una vita di persecuzioni a causa della sua fede da parte del regime comunista. “Il suo esempio ci indica che siamo tutti invitati a essere santi e per i giovani è una cosa meravigliosa”. È la prima volta “che si svolge una beatificazione in Lituania e quindi siamo felici di mostrare questo modello e di vivere come giovani la storicità di questo momento per la nostra Chiesa”.

In cammino verso il Sinodo. I giovani lituani si coinvolgeranno anche per il Sinodo? “Abbiamo iniziato a guardare il questionario, ma la preparazione della Giornata ci ha completamente assorbiti. Manderemo le risposte dopo la Giornata nazionale. Però siamo contenti che ci sia il Sinodo perché è la prima volta che si chiede ai giovani come sia la loro situazione  nel mondo e nella Chiesa. Una cosa importante che la pastorale giovanile fa già è accompagnare il cammino di ricerca di un significato per la vita delle persone, ma adesso finalmente è il momento del dialogo tra i giovani e la Chiesa per ascoltare che cosa i giovani cercano”. Che cosa chiedono i giovani lituani alla Chiesa?  “Lavorare nella Chiesa, e intendo dire in tanti modi diversi, sia come volontari sia dopo un percorso di preparazione e quindi come collaboratori stipendiati”.

 

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Lithuania: focus on under30s for a young Church following in the footsteps of Blessed Teofilo Matulionis

Fri, 23/06/2017 - 08:55

The Ninth National Day of Lithuanian youths will take place in Vilnius, June 23 to 25 whose theme is taken from the Gospel of John: “truth will set you free”. “The event was entirely organized by young people, which makes it different from the meetings normally attended by under-30s but which are organized by professionals. It’s an opportunity to experience the Church as a place where to love and be loved, to have friends, take on responsibilities. Indeed, this is what Pope Francis asks of young people” said Roberta Daubaraitė-Randė, young mother of three, with a degree in Social Sciences, Secretary of the National Council for Youth of the Lithuanian Bishops’ Conference, in an interview with SIR.

Nine-stage preparations. Over the past months she coordinated the group in charge of preparations for the Day that has a very young face. The group counts 75 members, including 25 young delegates representing seven Lithuanian dioceses, along with youths members of communities, associations, organizations involved in the preparations. “It’s a very large commission, but it’s full of joy because young people are very happy about the event.” The chosen theme “speaks about them”, added Daubaraitė-Randė. “In the society we live in today we don’t really know what is freedom and what is truth. During the preparations for the Day, the youths followed a nine-stage process and discussed the meaning of freedom, truth and love”. “They sought to identify what is most important for each one of them, how each of them manages to embrace him/herself with love. Everything starts with love and when we feel loved we love in return.” 

“More active in parishes…” Some 6 thousand participants are expected to arrive in Vilnius for the first two days of the program accompanied by their teachers, catechists and spiritual animators. There are youth groups in many parishes, but not in all of them. This our task for the future: in Lithuania we are faced with a major problem of emigration outside the Country as well as internal migration from villages to large urban centres.” Thus the few young people who remain in smaller communities or suburban areas need to be motivated. “We hope to encourage our young people to be more actively involved in our parishes, which is also the idea behind the path of preparation, namely, to create communities of stronger youths, to prompt them to get more involved and take on responsibilities. It’s not easy, but it’s our target.”

An intense programme. Friday June 23 will be dedicated to university students with 8 discussion panels at the Economy and Management Faculty. The program includes musical and recreational events and the Adoration until 7 a.m. Saturday morning will be dedicated to a major opening ceremony with all Lithuanian bishops. Then the youths will be free to attend the various activities organized in Vilnius until dawn, until, during “the evening of Mercy” they will have the opportunity of receiving the sacrament of reconciliation, followed by the closing prayer.

Sunday is the Day marking the beatification of Archbishop Teofilo Matulionis.

During the morning all young people are invited to attend a great party in the heart of Vilnius with music, recreational initiatives, creative and dance ateliers, sport competitions to which are invited also all those arriving to attend the beatification ceremony and those strolling across the city centre. In a sort of festive pilgrimage all participants will walk to the Cathedral to attend the Beatification ceremony which is scheduled to begin at 2:00 pm. “Five-hundred volunteers will be accompany the event. It’s an incredibly high number for us: 800 people had filed a request to do volunteer work, which signals a deep wish to participate and be active inside the Church”, Roberta Daubaraitė-Randė pointed out.

The first beatification in Vilnius. For Lithuania the Beatification ceremony will be a historical event, with 20 thousand participants expected to attend. The history of Archbishop Teofilo Matulionis also speaks to the young, and “very much so.” His motto was “through the cross up to the stars” (Per crucem, ad astra) and “this is how we should live our life. Matulionis is also the Patron Saint of the National Day. The story of this archbishop is very close to the history of our Country, in his struggle to live the faith in the harsh conditions of those years.” Mons. Matulionis (1876-1962) suffered a life of persecutions perpetrated by the Communist regime owing to his faith.“His example shows that we are all invited to be saints, and for young people this is a beautiful thing.” This is the first time that a Beatification ceremony is being celebrated in Lithuania. We are happy to show this model and live as young people the historical bearing of this event for our Church.”

On the way towards the Synod. Will Lithuanian youths be also involved in the Synod? “We have started to examine the questionnaire but we were completely overwhelmed by the preparations for the Day. We will send the answers after the National Day. But we are very happy about the Synod because for the first time young people are being asked to share their situation in the world and inside the Church. An important ongoing activity of youth pastoral care is accompaniment in people’s quest for meaning in life. But now finally it’s a time of dialogue between young people and the Church, yearning to listen to their needs.” What do young Lithuanians ask of the Church? “They want to work inside the Church, in many different ways, as volunteers and, after that, having followed specific training, as salaried workers.”

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Fiction italiana 2016-2017: bilancio positivo

Fri, 23/06/2017 - 08:45

Giugno è tempo di bilanci per la stagione televisiva, così come tempo di prime rivelazioni sulle novità che vedremo da settembre. Sul fronte della fiction di produzione nazionale, la stagione 2016-2017 si chiude con il segno positivo soprattutto per la Rai, che mette a segno ottimi risultati in prima serata (tra Rai Uno e Rai Due) con prodotti che ottengono elevato riscontro di pubblico, ma anche dalla valida proposta culturale o educational. Tra i vari titoli, certamente va sottolineato il primato indiscusso del “Commissario Montalbano” che con i due nuovi episodi – “Come voleva la prassi” e “Un covo di vipere” – si impone come il prodotto tv tra i più longevi (30 titoli all’attivo per 18 anni di attività), sfondando il tetto del 40% di share (con picchi del 44%) e con circa 11 milioni di spettatori. Da non trascurare, poi, il fatto che le repliche del “Commissario Montalbano” hanno continuato a mietere in primavera numeri di fatto straordinari, sopra il 30% di share e 8-9 milioni di spettatori. E parliamo di repliche!
Se i grandi risultati della fiction sono principalmente per la Rai, avanza la sperimentazione di Sky in chiave crime – dopo la seconda stagione di “Gomorra” è stata appena messa in onda “1993” – o serie evento di respiro internazionale come “The Young Pope”. Mediaset sembra invece aver fatto un passo indietro sul fronte delle serie Tv, scommettendo su titoli dal profilo più debole, con un non brillante riscontro di pubblico. Di segno positivo è l’operazione su Canale 5 del biopic dedicato a papa Francesco, la miniserie “Francesco. Il Papa della gente”, versione estesa del film “Chiamatemi Francesco” diretto sempre da Daniele Luchetti: in media più di 4 milioni di spettatori con il 17.5% di share.

Gialli e polizieschi, i più amati dagli italiani

Se “Il commissario Montalbano” rimane il prodotto di punta della fiction Rai, risulta anche il capofila del nutrito filone dedicato ai polizieschi o, in generale, ai gialli investigativi; racconti di eroi in divisa, Polizia di Stato in testa. Oltre a Salvo Montalbano, impersonato sempre con vigore da Luca Zingaretti, è da segnalare l’ottimo andamento, per critica e ascolti (la prima puntata con 30% di share e 7 milioni di spettatori), del commissario Dario Maltese nella serie in 4 puntate “Maltese. Il romanzo del commissario” di Gianluca Maria Tavarelli con Kim Rossi Stuart, uno scontro tra polizia e mafia nella Trapani anni Settanta. L’intuizione del produttore Carlo Degli Esposti è stata quella di consegnarci un eroe della Polizia che non soccombe dinanzi alla ferocia della malavita organizzata. Non comune.
Sempre nel filone dedicato alla lotta al crimine, sono da ricordare i buoni esiti de “La Porta Rossa”, “Rocco Schiavone” – scommesse di programmazione su Rai Due, insieme a “Non uccidere 2” ora in onda –, seguiti da “I bastardi di Pizzo Falcone” o “Un passo dal cielo 4”, quest’ultima sul Corpo Forestale dello Stato (oggi annesso ai Carabinieri) che fa centro con la quarta stagione, segnata dal (rischioso) passaggio di consegna tra l’amatissimo Terence Hill e Daniele Liotti. L’ultimo episodio ha riscosso oltre il 24% di share e quasi 6 milioni di spettatori: si lavora già al quinto capitolo.
Rientra nel genere crime, ma dalle tinte rosa, la serie in 6 puntate “L’allieva” con Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale: una specializzanda in medicina legale con la passione per gli omicidi irrisolti, dai romanzi di Alessia Gazzola (chiude nell’ultima al 21% di share e quasi 5 milioni di spettatori).

I beniamini del pubblico non tradiscono le attese

Oltre a “Montalbano” e “Un passo dal cielo”, non tradiscono le attese del pubblico nazionale le nuove stagioni di fiction molto seguite. È così per “Che Dio ci aiuti 4” con Elena Sofia Ricci e Valeria Fabrizi, le amatissime suor Angela e suor Costanza: con una media di ascolti che viaggia tranquillamente oltre il 20% di share, si pensa già alla numero 5; del resto, sono in corso le riprese di “Don Matteo 11”, altro fuoriclasse del piccolo schermo, dal 2000 con Terence Hill.
Ancora, si è conclusa positivamente, anche se con un ascolto leggermente inferiore rispetto al passato, “Braccialetti Rossi 3”; la fiction ha all’attivo un folto seguito tra i nativi digitali, presenti davanti alla tv ma soprattutto nei gruppi social. Sta andando bene anche la messa in onda della serie Rai-Cattleya “Tutto può succedere 2”, le avventure della famiglia Ferraro. Casa Martini, invece, ovvero “Un medico in famiglia” non ha goduto nella 10 stagione di una buona accoglienza di pubblico, forse dipeso da una certa stanchezza narrativa. Bene poi il ritorno in Tv della brava regista di racconti al femminile Cinzia TH Torrini (“Elisa di Rivombrosa”, “Un’altra vita”). Con 6 puntate “Sorelle”, mélo rosa tra giallo e mistery, viaggia su una media di 6 milioni di spettatori e il 26% di share.

Occhi alle novità tra biopic e serie in cerca di bis

Tra le novità 2016-2017 troviamo certamente l’imponente progetto targato Lux Vide “I Medici”, che si attesta nel panorama della fiction italiana con una messa in scena sontuosa e un cast internazionale. Buoni gli ascolti e ora si lavora a un seguito di livello. Ha convinto anche la serializzazione del film “La mafia uccide solo d’estate”, su soggetto sempre di Pif ma diretta da Luca Ribuoli.
Sono andati bene anche i ritratti dal sapore più sociale ed educational come “La classe degli asini” con Flavio Insinna e Vanessa Incontrada e “Io ci sono” con Cristiana Capotondi nei panni di Lucia Annibali, la donna aggredita con l’acido dal suo ex fidanzato. Ottimi i riscontri poi per il racconto civile di cui si fa ormai portavoce da anni Giuseppe Fiorello: “I fantasmi di Porto Palo” è stato seguito da oltre 6 milioni di spettatori, con il 25% di share. Bene (ma con meno pubblico) anche “Lampedusa” firmata dal regista Marco Pontecorvo.
Chiudiamo con la commedia sentimentale “C’era una volta Studio Uno” con il trio femminile Alessandra Mastronardi, Diana Del Bufalo e Giusy Buscemi, che con le atmosfere rétro della Rai anni ‘60, quella di Ettore Bernabei, ha incollato allo schermo quasi 7 milioni di spettatori.

(*) Commissione nazionale valutazione film Cei

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Venezuela: the impact of the crisis extends across the border

Thu, 22/06/2017 - 16:15

The tragedy of Venezuela is having repercussions across the border. Every prolonged situation of armed conflict, violence, oppression, leads people to flee, turning them into refugees and asylum-seekers. This is equally true for the Venezuelan people. Two hot border zones. The first, to the south, is the border with Brazil: a thousand-kilometre-long wild and winding track that extends across the mountains and crosses the Amazon Rainforest. The second, to the west, passes across the Colombian border zone. The Colombian border of Cúcuta is located along the porous border which in the course of the years became a place of illegal trafficking and of daily stories of encounter, friendship and family relationships. There are refugees also in Guyana, to the east, as well as in the Caribbean islands, that are not very distant from the Venezuelan coast.

 

Brazil, new arrivals in vertical growth. The situation in Brazil grows worse every day. The border city of Paracaima, in the State of Roraima, is on its last legs. Luiz Cláudio Mandela, executive director of Caritas Brazil, conveyed his concerns over the recent developments in an interview with SIR. He released figures that highlight an escalating situation.

Every day some 200 migrants cross the Southern border to seek shelter in Brazil.

Asylum requests in the first months of 2017 have already exceeded the overall number of those filed in the past 6 years, according to data released by Brazil’s Ministry of Justice. Until past May national authorities received 8,231 asylum requests,  compared 3,375 in 2016. At present, according to Caritas, some 30 000 Venezuelan immigrants live in the city of Boa Vista, the capital of Roraima; 2.000 of them, according to the Catholic Indigenous Missionary Council (CIMI) are members of the indigenous Warao.

“Venezuelan people are fleeing as a result of the current political situation, owing to lack of food and for economic reasons”, Mandela said. He added:

“Indigenous people are the poorest among the poor, the economic situation is even more precarious for them.”

As mentioned, Roraima is the most affected Brazilian State. “The borders with Venezuela are practically uncontrolled”, said the Caritas Director. Crowds of migrants converge in Boa Vista, where a gym has been transformed into a temporary reception centre, home to some 400 migrant people, but the requests exceed this number. They seek shelter also in other cities, like Manaus, the capital city of the State of Amazonas. Here the local authorities declared a state of social emergency due to the massive inflow of members of the Warao indigenous people.

 

For Luiz Cláudio Mandela, Venezuelan immigrants are victims of various forms of discrimination and are forced to live as rubbish collectors and beggars in Manaus, Boa Vista and Pacaraima. The Venezuelans are asking the government to regularize their situation, but the Brazilian Government’s long processing procedures of asylum-requests delay their regularization. For example, in Pacaraima asylum requests cannot be processed on the Internet owing to lack of access online.

Migrants’ reception on the shoulders of the Church, appeal to the Federal Government. The Caritas Director pointed out that reception efforts are largely on the shoulders “of local Churches, especially in the dioceses of Boa Vista and Manaus, of Caritas and of the Scalabrinian missionaries.” As regards migrant reception “priority is given to children and women.” The Brazilian Church and Caritas have launched a public awareness campaign and a fundraising campaign.

“Making Brazilian society aware of what is happening is the primary goal. Two conflicting feelings, solidarity and confusion, are registered throughout the population.”

Caritas Brazil also appealed to political and institutional representatives: “Local Governments are worried, while the Federal Government has failed to adopt concrete measures. As Caritas Brazil we held meetings with representatives of civil society and appealed to the UN High Commissioner for Refugees to make the Government more responsive. We are also in constant communication with Caritas centres in Latina America – with Caritas Venezuela in particular.”

Colombia’s daily exodus. As previously mentioned, the other “hot” border zone is the one with Colombia, especially in the city of Cúcuta. Here migrants arrive on a daily basis, but increasing numbers settle down in the neighbouring Country.

According to figures released by Colombian authorities some 45.000 – 50.000 people cross the border from Venezuela every day. By some estimates, 1.2 million Venezuelan citizens reside in Colombia – including illegal migrants.

The daily exodus is a result of the lack of food and essential commodities in Venezuela. Venezuelan migrants seek to purchase what they need in Colombia, despite exorbitant prices. In fact the minimum wage in Colombia amounts to 280 dollars, compared to 20 in Venezuela. 
In order to meet the needs of the Venezuelan population the diocese of Cúcuta has launched the initiative, put in place already across a number of Venezuelan cities, of the Ollas comunitarias, informal solidarity-based soup-kitchens to meet the needs of the most indigent.

 

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Venezuela: la crisi inizia a far sentire i suoi effetti oltre frontiera

Thu, 22/06/2017 - 09:09

Il dramma del Venezuela inizia a far sentire i suoi effetti oltre frontiera. Ogni situazione prolungata di guerra, violenza, oppressione, produce immancabilmente persone in fuga, profughi e richiedenti asilo. È così anche per il popolo venezuelano. Due le frontiere calde. In primo luogo, a sud, quella brasiliana: lunga migliaia di chilometri, tortuosa, selvaggia, in parte montuosa e in parte caratterizzata dalla foresta amazzonica. In secondo luogo, ad ovest, la frontiera colombiana. La città colombiana di Cúcuta si trova proprio sul confine e lungo il poroso confine negli anni si sono sviluppati traffici illegali e quotidiane storie di incontro, amicizia, parentela. Ma non mancano rifugiati anche in Guyana, ad est, o nelle isole caraibiche non troppo lontane dalla costa venezuelana.

Brasile, nuovi arrivi in crescita verticale. In Brasile la situazione si sta aggravando di giorno in giorno. La città frontaliera di Paracaima, nello stato di Roraima, è ormai al collasso. Luiz Cláudio Mandela, direttore esecutivo della Caritas brasiliana, interpellato dal Sir, mostra la sua preoccupazione per l’evolversi della situazione. Snocciola numeri che evidenziano una situazione in divenire, in continua crescita.

Ogni giorno circa 200 immigrati attraversano la frontiera meridionale per cercare rifugio in Brasile.

Le richieste di asilo nei primi mesi del 2017 hanno già superato il dato complessivo dei precedenti 6 anni, secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia brasiliano. Fino al maggio di quest’anno, ci sono state 8.231 richieste di asilo, contro le 3.375 del 2016. Attualmente, secondo la Caritas, sono circa 30.000 gli immigrati venezuelani solo nella città di Boa Vista, capitale del Roraima; 2.000 di questi, secondo il Consiglio missionario indigeno (Cimi), appartengono al popolo indigeno Warao.

“I venezuelani stanno scappando sia per la situazione politica che si è venuta a creare, sia per la mancanza di cibo, per motivi economici”, spiega Mandela, che aggiunge:

“Gli indigeni sono i più poveri tra i poveri, per loro la situazione economica è ancora più precaria”.

Come accennato, lo stato brasiliano maggiormente coinvolto è quello di Roraima. “Le frontiere con il Venezuela sono in pratica senza controllo”, spiega il direttore della Caritas. I migranti si ammassano a Boa Vista, dove in una palestra è stato istituito un centro di prima accoglienza che ospita circa 400 persone, ma le richieste sono ancora maggiori. E cercano poi rifugio in altre città, a cominciare da Manaus, capitale dell’Amazzonia brasiliana. Qui la Prefettura ha decretato la situazione di emergenza sociale per il flusso di immigrati appartenenti all’etnia Warao.

Secondo Luiz Cláudio Mandela, i migranti venezuelani stanno soffrendo varie situazioni di discriminazione e sono costretti a vivere come spazzini e mendicanti a Manaus, Boa Vista e Pacaraima. I venezuelani chiedono di regolarizzare la loro situazione, ma si trovano ad affrontare problemi come la lentezza del governo brasiliano nel ricevere e vagliare le richieste di asilo. Ad esempio, a Pacaraima non è possibile accedere ad internet per avviare l’iter burocratico relativo alle richieste.

Accoglienza sulla spalle della Chiesa, appello al Governo federale. Il direttore Caritas fa notare che molta parte dello sforzo di accoglienza è sulle spalle “delle Chiese locali, in particolare delle diocesi di Boa Vista e di Manaus, della Caritas, dei missionari Scalabriniani”. Nell’accoglienza “il primo posto va ai minori e alle donne”. Chiesa brasiliana e Caritas hanno anche lanciato una campagna di sensibilizzazione e un’altra per raccogliere fondi.

“Il primo obiettivo è rendere consapevole la società brasiliana di quanto sta accadendo. Spesso convivono due sentimenti contrapposti, c’è solidarietà ma anche confusione”.

Un appello viene poi rivolto dalla Caritas brasiliana ai politici e alle istituzioni: “C’è preoccupazione nei Governi locali, mentre il Governo federale non sta facendo azioni concrete. Noi, come Caritas brasiliana, abbiamo tenuto degli incontri con rappresentanti della società civile e ci siamo rivolti all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, perché il Governo possa essere sensibilizzato a fare di più. Ci stiamo anche mantenendo in costante dialogo con le Caritas dell’America Latina e, in particolare, con la Caritas del Venezuela”.

In Colombia un esodo quotidiano. Come accennato, l’altra frontiera “calda” è quella colombiana, in particolare nella città di Cúcuta. Qui l’emigrazione è soprattutto giornaliera, ma stanno aumentando anche coloro che si fermano nel Paese confinante.

Secondo i dati forniti dalle autorità colombiane, tra 45.000 e 50.000 persone attraversano il confine ogni giorno dalle Venezuela. Alcune stime parlano di un milione e 200mila venezuelani residenti, legalmente o illegalmente, in Colombia.

L’esodo quotidiano è causato dalla totale mancanza di alimenti e generi di prima necessità in Venezuela. Tutte queste persone cercano di procurarsi il necessario in Colombia, nonostante i costi proibitivi. Basti pensare che il salario minimo in Colombia equivale a 280 dollari, quello base in Venezuela a soli 20 dollari.
Per venire incontro alle necessità della popolazione venezuelana la diocesi di Cúcuta ha avviato l’iniziativa, già sperimentata in varie città venezuelane, delle Ollas comunitarias, delle mense solidali informali per venire incontro alle necessità dei più bisognosi.

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Disoccupazione: quali i criteri di misurazione? L’analisi della Bce

Thu, 22/06/2017 - 08:18

Le statistiche segnalano movimenti positivi sul fronte del lavoro che vanno ovviamente registrati con favore. Ma quella che anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha recentemente definito la “questione centrale” per il nostro Paese, rappresenta un terreno in cui la sfasatura tra la percezione collettiva e le rilevazioni ufficiali assume una dimensione particolarmente vistosa.

La sensazione, a dirla senza giri di parole, è che la disoccupazione sia molto superiore a quella che viene misurata dalle statistiche.

L’elemento di novità è che la pensa in modo simile anche la Banca centrale europea, stando al bollettino economico diffuso l’11 maggio scorso, un documento che ha avuto pochissima eco sui mezzi di comunicazione. Intendiamoci, non è che la Bce accusi gli istituti di statistica (l’Eurostat a livello continentale, l’Istat in Italia) di truccare i dati o di sbagliare i conti. Il problema sono i criteri di misurazione e, in ultima analisi, il concetto stesso di disoccupazione.

Ma procediamo con ordine. Pochi giorni fa l’Istat ha comunicato che in Italia il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è diminuito rispetto a marzo e si è attestato sull’11,1%. Si tratta del miglior dato dal settembre 2012, inferiore anche alle previsioni elaborate dall’Istat per il 2017 (11.5%) e diffuse una decina di giorni prima. Il tasso di disoccupazione giovanile, invece, ad aprile è rimasto al 34%, invariato rispetto a marzo. Ancora una volta l’aumento dell’occupazione si è tutto concentrato tra gli ultracinquantenni. A sua volta anche l’Eurostat ha comunicato i dati al suo livello, segnalando che nei Paesi dell’euro la disoccupazione è scesa al 9,3%, il livello più basso dal marzo 2009, quando la crisi era ancora agli inizi. L’Italia, però, con il suo 11,1% è sopra la media e si colloca quart’ultima nell’eurozona. Va ancora peggio sul versante della disoccupazione giovanile, laddove il tasso medio è del 18,7% e l’Italia con il suo 34% è superata solo da Spagna e Grecia.

Questi gli ultimi dati, recentissimi. Ma la Bce, dicevamo, nel bollettino di maggio ha provato a fare dei conteggi diversi.

La sua ipotesi di partenza è che il tasso di disoccupazione si basi su “un’accezione piuttosto ristretta di sottoutilizzo della manodopera” e che quindi “potrebbe tuttora persistere un alto grado di sottoutilizzo della manodopera, ben superiore al livello suggerito dal tasso di disoccupazione”. La Bce calcola che “al momento, circa il 3,5% della popolazione in età lavorativa dell’area dell’euro è connessa in misura marginale alle forze di lavoro, ossia rientra nella categoria degli inattivi ma semplicemente partecipa in modo meno attivo al mercato del lavoro”. A questo dato bisogna aggiungere che “un ulteriore 3% della popolazione in età lavorativa è attualmente sottoccupata”. La Bce, naturalmente, argomenta in modo adeguato alla complessità delle questioni in campo, ma la conclusione a cui arriva è piuttosto chiara: “Combinando le stime dei disoccupati e dei sottoccupati con misure più ampie di disoccupazione emerge che l’eccesso di offerta nei mercati del lavoro interessa attualmente circa il 18% della forza lavoro estesa dell’area dell’euro. Questo grado di sottoutilizzo è quasi doppio rispetto a quello catturato dal tasso di disoccupazione”.

In Italia sfiora addirittura il 25%.

La stessa Bce invita a interpretare le sue misure “con una certa cautela”. Ma anche depurandole dei fattori che potrebbero portare a sovrastimare alcuni elementi, il “sottoutilizzo” dei lavoratori nei Paesi dell’euro risulterebbe nell’ordine del 15%, contro un tasso di disoccupazione di poco superiore al 9%. Colpisce, peraltro, che pur muovendo da premesse esclusivamente economiche e utilizzando un lessico tecnico che può persino suonare brutale (il “sottoutilizzo della manodopera”), la Bce individui un’area problematica molto più ampia della mera mancanza di occupazione. Un’analisi che intercetta in modo sorprendente le riflessioni di tutt’altra matrice che convergono sulla necessità di un lavoro degno e adeguato come esigenza ineludibile della persona e della comunità umana.

La Banca centrale europea si sofferma anche sull’emergenza lavoro tra i giovani e afferma che “gli altissimi livelli di disoccupazione giovanile raggiunti durante la crisi riflettono sia l’intensità di quest’ultima sia un tasso di disoccupazione tra i giovani relativamente alto già nel periodo precedente alla crisi”. E questo vale soprattutto per l’Italia. Alla metà degli anni Novanta – ricorda uno studio dell’Istat – il tasso di disoccupazione giovanile nel nostro Paese era già intorno al 30%, il più alto in ambito europeo insieme a quello spagnolo. E alla vigilia della crisi, proprio in corrispondenza del minimo toccato nel 2007 (20,3%) il tasso italiano era comunque cinque punti sopra la media europea. Evidentemente il fenomeno ha radici strutturali, che riguardano sia l’andamento demografico – un’eccellenza negativa italiana – che l’assetto del sistema formativo e produttivo.

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Cannabis light: ma quale missione sociale? È solo un grande business

Thu, 22/06/2017 - 06:01

Marijuana, ma non troppo! Ovvero, varianti “light” di cannabis, con un tasso molto basso (inferiore allo 0,6%) di tetraidrocannabinolo (Thc), il principio attivo che provoca lo “sballo”. Per questa stessa ragione, legali anche in Italia.
Non è certo una novità; già da tempo se ne parla e, negli ultimi anni, attorno ad esse si è anche sviluppato un crescente business. Ne è dimostrazione lo svolgimento annuale della “Indica Sativa Trade”, la fiera internazionale della canapa, giunta ormai alla sua quinta edizione (tenutasi nel maggio scorso a Casalecchio di Reno, nel Bolognese).
Semmai, la novità è che di recente si sta registrando un vero e proprio boom di vendite di queste varianti “legali” di cannabis. In particolare della cosiddetta “Eletta campana”, che al basso contenuto di Thc aggiunge un alto valore (fino al 4%) di cannabidiolo (Cbd), un altro principio attivo della cannabis, che però non ha effetti psicoattivi, ma solo sedativi. La Easyjoint, azienda emiliana che la distribuisce, dice di aver dovuto addirittura interrompere la vendita online del prodotto per eccessiva richiesta dei clienti (un ordine ogni 30 secondi!), oltre ad aver registrato perfino resse nei suoi punti vendita (85 negozi in tutta Italia), con picchi di affluenza di mille persone l’ora, per un totale di 20mila barattoli venduti (al costo di 17 euro ciascuno) finora.

Magie del business!

Qualche volta, però, può anche succedere che il successo “annebbi la vista” e faccia sbiadire i contorni della realtà. Tant’è che, in una recente intervista su un importante quotidiano nazionale, la Easyjoint reinterpreta (con molta fantasia?) la propria attività commerciale, arrivando addirittura a definirla “una missione sociale”!

In che senso, di grazia?

Forse perché la crescente diffusione della cannabis “light” – con relativi lauti incassi per l’azienda emiliana – costituirebbe una sorta di antidoto al dannoso uso della cannabis “heavy”, sostituendosi ad esso? Ci sembrerebbe ingenuo il solo pensarlo. Come non riconoscere, infatti, che anche con questa iniziativa commerciale si contribuisce al diffondersi di sostanze che creano dipendenza, fosse pure soltanto sul piano psicologico? Il problema, infatti, non può certo ridursi banalmente a ciò che è “legale” o “non legale”. Queste sono solo scelte regolative che la comunità civile sceglie di adottare, basate su misurazioni convenzionali e suscettibili di mutamento nel tempo.

La questione vera è che, per pure ragioni commerciali e di interesse personale, non ci si fa scrupolo di continuare a sostenere e foraggiare un clima psico-sociale anomalo, anzi “malato”. Un clima che lascia passare un messaggio tanto sottinteso quanto pericoloso: per far fronte alla vita quotidiana, con i suoi carichi e le sue difficoltà, tutto sommato è meglio essere in qualche modo “sedati”, magari in modo innocuo, in modo “light” appunto.

Traduzione: è meglio non essere troppo presenti a se stessi, evitando se possibile di mantenere un alto livello di consapevolezza e di assunzione di responsabilità per le proprie scelte e azioni.

Quindi, se la vita ti stressa, meglio mettere in secondo piano forza d’animo, intelligenza, solidarietà, ricerca di senso, ecc…, preferendo invece ricorrere all’ausilio di energie “surrogate” e fittizie. Compresa la cannabis “light”! Che dire? Sarà pure legale e, forse, provocherà meno danni alla salute della sua cugina “pesante”, ma di sicuro non contribuirà a liberare gli individui dal dipendere, per la loro “serenità”, da una banale sostanza. In fondo – non dobbiamo mai dimenticarlo – si tratta solo di un grande business. Altro che “missione sociale”!

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Spirale perversa

Thu, 22/06/2017 - 04:50

Quando abbiamo sentito dell’attentato vicino alla moschea di Londra da parte di un 48enne inglese, penso che tutti abbiamo capito la tragica “novità”. La spirale della vendetta, ormai ufficializzata con un gesto parimenti insano, oltre che teorizzata, rischia di peggiorare la situazione innescando un meccanismo che non può che portare al peggio. Lo sanno tutti, a cominciare dalle autorità inglesi, politiche e religiose di ogni fede, che hanno condannato subito, senza esitazione, l’aggressione ai fedeli musulmani riuniti per il Ramadan. Purtroppo non sono mancati – specie nei social, anche in Italia – quanti hanno invece esaltato il gesto di Darren Osborne come l’inizio della rivalsa sostenendo che, dopo gli attentati jihadisti in successione degli ultimi giorni, “i musulmani se la sona andata a cercare”.

Una logica triste e assurda che non può portare a nulla di buono, poiché è fin troppo evidente – come insegnano le esperienze quotidiane nelle piccole o nelle grandi vicende – che la vendetta provoca altra vendetta. Quel gesto – anche se da tempo emergono in occidente gli estremismi antimusulmani – rischia di diventare il tragico incipit di una nuova era di violenza e di odio nella quale tutti sono contro tutti. Occorre dunque lavorare con maggiore determinazione per arginare questa deriva. Esemplare, in tal senso, è l’atteggiamento del sindaco di Londra Sadiq Khan, che non smette di promuovere i valori del pluralismo e della pacifica convivenza: lui che riesce perfettamente a conciliare la sua fede musulmana con l’orientamento politico laburista e con una cultura di chiaro stampo europeo. Il futuro non può che essere quello del dialogo, dell’accoglienza, della conoscenza reciproca e della collaborazione, se non vogliamo condannarci ad una guerra permanente che dilanierà le nostre terre.

In Italia possiamo dirci fortunati – grazie al cielo e all’ottimo sistema di prevenzione e di sicurezza -, anche se non mancano i pericoli (peraltro emersi a inizio giugno dalla superficialità e dall’imprudenza mescolate, in piazza San Carlo a Torino, alla persistente psicosi di attentati). Ma bisogna comunque correre ai ripari, innanzitutto con una vigilanza diffusa, di cui tutti dobbiamo ritenerci responsabili, contro ogni estremismo e ogni radicalismo. E poi educandoci al rispetto di tutti promuovendo una società “inclusiva” e non certo esclusiva. Diversamente, faremmo proprio il gioco dei terroristi il cui scopo è accentuare le divisioni e scatenare reazioni che giustifichino altre reazioni. È quanto viene dicendoci e insegnandoci da tempo papa Francesco, il più deciso paladino della fratellanza e convivenza fra popoli, culture e religioni. Anche la questione della cittadinanza (con la contesa in corso sullo “ius soli”) va guardata in quest’ottica positiva e costruttiva.

Il rispetto delle regole, certo, va esigito; così come ai diritti devono corrispondere sempre i doveri. Ma dobbiamo renderci conto che non saranno l’esclusione e la discriminazione a salvarci. Quello che sta sperimentando l’Inghilterra (alla quale non gioverà più di tanto la Brexit…) è un monito per tutta l’Europa, Italia compresa.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Le lezioni di don Milani

Thu, 22/06/2017 - 04:06

Un unicum è speciale, ma spesso appare agli occhi del mondo come uno strampalato troppo lontano dal “come si deve”. Don Lorenzo Milani un unicum lo è stato. Contestato prima, rivalutato a cinquant’anni dalla morte, accaduta il 26 giugno 1967. A Barbiana, l’esilio diventato il suo regno, volle essere sepolto: in talare. Lontano dalla famiglia, dal mondo, dalle gerarchie; tra sconosciuti diventati i suoi. Aveva scritto: “Se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi dell’età dell’obbligo. Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio”.

Uomo di chiesa fattosi uomo di scuola: le due anime di don Lorenzo. Nessuna in linea con la norma. Mai avrebbe lasciato la prima, pur nei contrasti che da Calenzano lo portarono fino alla sperduta Barbiana (“Se faccio fiasco anche lassù – scrisse a un amico sacerdote – non mi resterà che farmi monaco, di quelli murati vivi per salvarmi almeno l’anima”). Mai il pensiero lo ricorda senza i suoi allievi.

Un unicum che faceva sul serio. Nello studio in cui eccelleva, come nelle contestazioni che seguirono contro l’arroganza del potere. Uno che seppe rovesciare la sua vita per creare la scuola popolare prima a San Donato di Calenzano, poi a Barbiana. Uno che aveva fatto di quel “I care” (mi interessa), la molla di ogni azione, intrapresa camminando sui passi di Dio. A suo modo, certo. A suo modo più di altri.
Un unicum originale: agiato, si fece contestatore, scegliendo la strada impervia della verità scomoda, della difesa degli ultimi: operai prima, montanari poi. Non fu il primo ad innamorarsi dei poveri. Oggi ce li ricorda Papa Francesco, che sulla tomba di don Lorenzo e di don Primo Mazzolari ha voluto recarsi in questi giorni. Secoli fa ne fu catturato un altro Francesco: per “sorella povertà” rinnegò la famiglia e la dignità facile che viene dal seguire la strada tracciata.

Don Milani, sbattuto tra i poveri sui monti a sbollire impeti da giustiziere sociale, la trovò lassù. Una povertà di mezzi, figlia della povertà del sapere. Non esitò a combatterla: si fece paladino del riscatto di coloro che gli erano stati affidati. Provocatore e obbediente insieme.

Partì dai piccoli, convinto – lo ricorda un suo allievo, Michele Gesualdi, in uno dei volumi usciti per questo anniversario – che “la vera povertà dei poveri sta nella mancanza del sapere e del dominio della parola”. Don Lorenzo non poteva accettare che questo continuasse. Impose ai suoi una domanda: “A chi giova?”. E la sua scuola si fece rampa di lancio: quante lotte con i ragazzi, in quel tempo pienissimo e senza pause domenicali, per trasmettere un metodo di studio capace di farsi stile di vita, per capire ogni parola letta, per adoperare ragione e critica, per esserci in quel mondo che, invece, escludeva i cervelli con le tasche vuote.

Don Lorenzo, agli studenti alle prese con gli esami, lancia ancora il suo messaggio: impegno per quanto intrapreso, dedizione vera, vivere e non farsi vivere, difendersi e difendere dalle ingiustizie. Soprattutto amare gli altri e Dio. E ai grandi, in un passo tratto da “Lettera a una professoressa”, lascia un promemoria: “La timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non lo so spiegare io che ci son dentro. Forse non è né viltà né eroismo. È solo mancanza di prepotenza”.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Scomunicare i corrotti

Thu, 22/06/2017 - 03:11

Non passa giorno in cui non si senta parlare di qualche episodio di corruzione nel nostro Paese. Se ci confrontiamo con gli altri Stati europei, peggio di noi stanno solo Grecia e Bulgaria. Lo rivela l’annuale indagine di Transparency International, resa nota il gennaio scorso, che conferma il terz’ultimo posto dell’Italia per quanto riguarda l’Indice di corruzione percepita nel settore pubblico e politico del 2016. “Non siamo più ultimi in Europa: siamo terz’ultimi, sempre in zona retrocessione e l’obiettivo è quello di salire”: commentava Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, con una certa amarezza pur riconoscendo i lievi passi in avanti.

Gli episodi di corruzione non sono appannaggio di qualche regione italiana (magari del Centro o del Sud come una certa retorica vorrebbe far credere), ma riguardano anche il nostro laborioso e un tempo “bianco” Veneto. Tanto per citarne uno di recente: da una costola della maxi inchiesta sul capitolo Mose – il complesso sistema di dighe mobili per impedire l’innalzamento delle acque nella laguna di Venezia – stanno venendo a galla tangenti per 250mila euro che sembrano coinvolgere funzionari dello Stato e imprenditori di Veneto e Friuli. E che dire del capitolo – tutto nostrano – delle “banche venete”? Se non si tratta di corruzione vera e propria, i fatti che hanno messo sul lastrico diversi nostri concittadini sono espressione di un malcostume e di una leggerezza nella gestione dei beni altrui che imbarazza.

Manifestazione di corruzione però sono anche le piccole prassi “avvelenate” che riguardano le scelte di tutti i giorni dei normalissimi cittadini. Non premurarsi di chiedere lo scontrino, non fare fattura per avere qualche sconto, fare qualche regalo a chi è preposto al controllo in cambio di qualche agevolazione… Ma anche gettare i rifiuti lungo i bordi delle strade per non pagare il dovuto è espressione della stessa logica corrotta tipica dei “furbetti”, che guardano al tornaconto personale e se ne infischiano del danno che arrecano alla comunità. La corruzione in definitiva è proprio questo: mettere se stessi prima degli altri, ricorrendo ad ogni mezzo pur di arrivare al risultato. La corruzione così ha sempre un immediato risvolto negativo sul versante comunitario, che viene pagato dalla collettività e in specie dalle fasce più deboli.

La Chiesa ha viva coscienza della drammaticità della corruzione e delle sue conseguenze sulla società. Lo scorso 15 giugno in Vaticano si è tenuto un dibattito che ha visto la partecipazione non solo di religiosi, ma anche di politici e magistrati, impegnati nella battaglia per la giustizia. Il gruppo di lavoro che ha dato vita al convegno sta provvedendo anche all’elaborazione di un testo condiviso che guiderà delle future iniziative. Tra queste si segnala la possibilità della scomunica per corruzione e associazione mafiosa. Già, la scomunica, vale a dire l’esclusione dalla comunità ecclesiale e dai sacramenti: la pena più grave che la Chiesa possa infliggere ai suoi figli perché si ravvedano e si convertano.

Tornano in mente la durissime parole di Giovanni Paolo II, pronunciate ad Agrigento il 9 maggio del 1993 e rivolte ai mafiosi: “Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”. Non ci si può dire cristiani e accettare il compromesso con la malavita e la corruzione, in tutte le sue forme anche quelle che possono apparire più lievi. Il credente deve essere consapevole della novità di vita che la fede esige, pena la profanazione del vangelo. Per cambiare bisogna riconoscere l’origine spirituale del problema, che “germoglia nel cuore dell’uomo”, e agire insieme, come ha scritto recentemente papa Francesco nella prefazione al libro del card. Turkson sulla corruzione: “Dobbiamo lavorare tutti insieme, cristiani, non cristiani, persone di tutte le fedi e non credenti, per combattere questa forma di bestemmia, questo cancro che logora le nostre vite”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Consultorio, una realtà da amare e sostenere

Thu, 22/06/2017 - 01:23

È una risorsa preziosa per la comunità pavese. E quando parliamo di comunità, non ci riferiamo soltanto a quella cristiana di cui fa parte trattandosi di una struttura che fa riferimento alla diocesi. Per comunità intendiamo anche quella civile, che trova nel Consultorio familiare un punto di riferimento sicuro. Una realtà che è meta ogni mese di almeno 700 donne, che qui trovano servizi medici di elevata professionalità.

Dedichiamo al Consultorio due pagine di questo numero de “il Ticino” (per la realizzazione delle quali ringraziamo la generosa collaborazione del prof. Gianni Mussini). Oltre alla sua testimonianza, potete leggere anche gli interventi di professionisti che operano all’interno della struttura. Racconti dai quali emerge la grande attenzione per le persone che si rivolgono al Consultorio: una “presa in carico” che cura molto anche la componente umana, oltre agli aspetti sanitari.

È proprio questo il grande “valore aggiunto” del Consultorio. Una realtà che merita di essere sostenuta e, prima ancora, amata. Quando sottolineiamo la necessità di un maggiore sostegno, pensiamo prima di tutto alle comunità parrocchiali della nostra diocesi: oggi, come spiega Mussini nell’intervista a “il Ticino”, sono ancora troppo poche le parrocchie socie del Consultorio.

Impariamo quindi a conoscere e a condividere il percorso del Consultorio familiare, come ha indicato anche il vescovo Corrado. Un’unità d’intenti tanto più importante nel momento in cui questa struttura si appresta a trovare un’altra sede.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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Terra dei fuochi: mons. Di Donna (Acerra), “basta con il negazionismo, qui si muore per colpa dell’inquinamento”

Wed, 21/06/2017 - 17:31

“Mantenere alta l’attenzione sulla questione ambientale, riproporre una riflessione sul tema e ricordare i nostri morti per tumore, molti dei quali in giovanissima età”. Sono questi gli obiettivi della quarta Assemblea annuale sull’ambiente, promossa mercoledì 21 giugno, dalla Chiesa di Acerra. Lo spiega al Sir il vescovo, mons. Antonio Di Donna, che da anni si spende affinché sia garantita la salute agli abitanti e la salubrità delle terre che ricadono nella sua diocesi. All’appuntamento, al quale interviene mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione per i problemi sociali, il lavoro e la salvaguardia del Creato della Cei, mons. Di Donna invita istituzioni, associazioni, comitati e fedeli “per verificare i passi fatti negli ultimi dodici mesi, pochi, e quelli da compiere in futuro, ancora tanti”.

Mons. Antonio Di Donna

Consulta diocesana. “Ormai – ci dice il vescovo – dobbiamo parlare di vittime innocenti dell’inquinamento ambientale, in analogia alle vittime innocenti di mafia”. L’Assemblea rappresenta un punto di svolta:

“In futuro – anticipa il presule – vorremmo che non sia solo il vescovo a parlare di questioni ambientali, ma tutta la Chiesa. Per questo, dopo l’estate, costituirò una Consulta diocesana. Sarà un organismo aperto, che accoglierà membri della diocesi, ma anche uomini e donne di buona volontà impegnati nella questione ambientale. La Consulta, una sorta di Osservatorio ecclesiale sulla situazione locale, avrà anche il ruolo di intervenire e stimolare sulle varie questioni”.

Sarà “un modo per responsabilizzare i laici soprattutto”. L’auspicio è anche che “l’educazione alla salvaguardia del Creato entri nei cammini di educazione alla fede fin dall’infanzia”. In occasione dell’Assemblea viene distribuito uno scritto di mons. Di Donna, che costituirà una postfazione di una raccolta di suoi interventi e omelie sul tema della salvaguardia del creato, negli ultimi quattro anni.

Balletto dei dati. Di fronte a quello che il presule definisce “un dramma”, ci sono vari aspetti che meritano attenzione. “Innanzitutto – afferma mons. Di Donna – occorre fare quella che chiamo ‘Operazione verità’ sul nesso tra morti e inquinamento”. Su questo punto, denuncia il vescovo, “ancora oggi non si fa chiarezza, perché c’è chi dice che è tutto nella norma e chi, come i Medici per l’ambiente, ritiene il contrario. C’è un balletto di dati, che va dal negazionismo all’allarmismo”. Di qui l’appello:

“Basta con il negazionismo: a chi sostiene che il tasso d’incidenza dei tumori infantili nella cosiddetta Terra dei Fuochi è in linea con i dati nazionali oltre che con gli altri Comuni della regione, rispondo che dire che tutto è nella norma è un’assurdità. Anche un solo bambino morto di cancro è fuori dalla ‘norma’”.

Bonifiche. C’è, poi, il problema delle bonifiche, “di cui tanto si parla, ma di cui non si vede nemmeno l’ombra, eppure – rileva mons. Di Donna – i siti inquinati sono bene individuati. Ci sono anche fondi stanziati dal Governo e dalla Regione, ma non si parte”. Questo per il vescovo è incomprensibile: “Come dimostra uno studio di Confindustria, avviare le bonifiche produrrebbe anche un vantaggio dal punto di vista occupazionale”.

Non si ferma qui la denuncia: “Ad Acerra si trova il più grande inceneritore d’Europa, ma esso rischia sempre più di diventare il grande ‘assente’ nei dibattiti e nella riflessione sull’inquinamento ambientale nelle nostre terre.

È molto strano e sospetto che esso non appare mai tra le possibili fonti d’inquinamento mentre tra le cause prevalenti del tumore risultano alcol, tabacco, scarichi delle auto, aeroporto, condizionatori o addirittura fumi delle cucine.

È rimasta anche inevasa la mia richiesta di un controllo da parte di terzi sull’inceneritore”. Acerra, è l’amara costatazione del vescovo, si avvia a essere

“una città sacrificata”.

L’unica certezza, per il presule, “è che l’impianto di Acerra rimarrà l’unico della Campania”. Non solo: “Nonostante sia una città già devastata da un punto di vista ambientale, Acerra rappresenta un territorio molto appetibile per lo smaltimento abusivo dei rifiuti speciali. È sempre più necessario pertanto scongiurare il pericolo di giustificare ragionamenti o idee di sviluppo che tendano a considerare la città, già inquinata, ‘uno scarto’ su cui poter infierire senza alcun ostacolo”, mette in guardia Di Donna.

Necessità di dialogare. Il presule ricorda, infine, il cammino delle diocesi della Campania sul fronte ambientale: “Auspichiamo di riprendere il dialogo con le istituzioni: già due anni fa, il 26 settembre 2015, in occasione, della decima Giornata per la salvaguardia del Creato, celebrata ad Acerra, le istituzioni si sono impegnate formalmente su alcuni punti di salvaguardia ambientale, ma dobbiamo purtroppo dire che si procede troppo lentamente e le risposte tardano a venire.

Io sono convinto che da questo dramma non si esce se non attraverso un dialogo trasparente tra istituzioni e cittadini, anche alla luce dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’”.

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Maturità 2017, prima prova: coerenza e attualità sì, ma anche qualche contraddizione

Wed, 21/06/2017 - 12:42

Certo che la scelta di un poeta, seppure uno dei più grandi del secondo Novecento come Giorgio Caproni nella sezione analisi del testo della prima prova di maturità 2017 ha confermato una tendenza ormai inveterata:

guardare più al metodo acquisito che alle conoscenze effettive.

Il che potrebbe essere giusto se non fosse che i ragazzi vengono da uno studio più o meno matto e disperato in cui hanno speso energie mnemoniche e certamente critiche, ma appunto per questo sarebbe stato bene investire su un argomento di programma. La commissione che prepara le prove potrebbe sostenere che da mesi giravano alcuni nomi “programmatici”, Pirandello in primis, ma questo non significa che a pagare debbano essere gli studenti. Testi minori del siciliano, come di Pascoli, o di Ungaretti, di Svevo, solo per fare dei nomi, avrebbero potuto meglio evidenziare la preparazione anche critica degli studenti.

Caproni appartiene a una componente poetica che va oltre l’ermetismo, e difficilmente avvicinabile a correnti e movimenti del Novecento, se mai Sbarbaro, o Campana, o certo Montale, ma i primi due sono per la maggior parte fuori dai programmi di quinta.

Un sottile filo rosso sembra però accomunare quasi tutte le prove: la natura e il progresso.

La poesia di Caproni, “Versicoli quasi ecologici”, è un ammonimento all’uomo a non andare oltre nello sfruttamento del creato, e il rapporto tra robotica, nuove tecnologie e mondo del lavoro, come richiede la traccia per il saggio breve di ambito socio-economico, tocca fortemente questo scottante tema, sia per il suo impatto direttamente ecologico, sia per le sue ripercussioni sull’occupazione, che a sua volta è direttamente legata al rapporto uomo-natura.

Anche l’ambito storico-politico affronta direttamente questa dimensione, visto che invita i candidati a parlare della distruzione e della ricostruzione, non solo per eventi bellici come accadde durante la seconda guerra mondiale a Montecassino, ma per la prevenzione dei disastri ecologici, ancora e soprattutto oggi importantissima, messa in luce da Machiavelli nel Principe. Anche il tema storico, incentrato sul cosiddetto miracolo economico italiano, quello che ha avuto il suo apice nei mitizzati anni Sessanta, è collegato al motivo dell’impatto dei consumi e dell’industria con l’ecosistema.

La ormai consueta domanda però si impone, anche a causa del fatto che si tratta di ragazzi di diciotto anni e che quindi non ne hanno memoria diretta: quanti di loro hanno avuto la possibilità di studiare il nostro boom economico, vista la vastità del programma storico?

Perfino l’ambito artistico-letterario è coerente con questa dimensione d’assieme, perché affronta il tema dell’idillio, della fascinazione e della minaccia nella natura. E qui il candidato si può sbizzarrire mettendo a frutto conoscenze non solo letterarie, ma filosofiche e artistiche, da Rousseau a Leopardi e sfruttando i contributi allegati alla prova, Turner e Pellizza da Volpedo nell’arte, Pascoli, Montale e Foscolo in letteratura. Il tema del progresso nella trattazione di ordine generale è, come si vede, coerente con il resto delle tracce.

Coerenza e attualità sì, ed è questo il lato positivo delle prove di quest’anno, ma occorrerebbe che la compagine ministeriale mostrasse rispetto per il lavoro peculiare dei ragazzi e dei docenti, e quindi incentrasse le prove di analisi del testo sull’ambito cronologico e tematico in programma.

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