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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 2 hours 37 min ago

Quando la poesia spezza le catene. Carlo: chi sono io?

Sat, 19/08/2017 - 10:44

La ricerca di se stessi, delle proprie origini, delle radici incerte tra i ricordi confusi di una madre perduta. Ma la consapevolezza che salva è il sapere di essere in questo mondo.

Chi sono io?

Chi sono io, da dove sono nato?
Non so se ho attraversato
le Ande, i mari, i ruscelli
se ho penetrato la terra,
le stelle, le galassie…
no, sono assolutamente reale
partorito da una giovane donna
forse una regina
o una dea…
no, sono il frutto del cemento
dei palazzi, dei grattacieli
della confusione, o forse
da chi non mi voleva, o
dall’amore vero…
non trovo le mie radici
ma sono vivo.

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Barcellona e quel non senso del terrorismo internazionale

Sat, 19/08/2017 - 10:14

In un giorno come oggi, uccisero Federico García Lorca perché la pensava diversamente. Oggi un amico mi ha ricordato qualcosa che aveva scritto quel poeta e che riveste una tragica attualità:

“La via più gioiosa del mondo, la via dove convivono simultaneamente le quattro stagioni dell’anno, l’unica strada sulla terra che vorrei non finisse mai, ricca di suoni, con le sue brezze abbondanti, i bellissimi incontri, il sangue antico: la Rambla di Barcellona”.

Barcellona e la Spagna intera tornano a soffrire a causa della follia disumana di violenti senza coscienza per i quali la vita umana sembra non avere alcun valore e che seminano morte e dolore. Quattordici morti (tra cui alcuni bambini) e più di cento feriti di gravità diverse, anche se le cifre forse potrebbero ancora cambiare. I dati ufficiali sono imprecisi, ma ciò su cui non ci sono dubbi è che

ci sono molte persone che soffrono e molte altre che vivono con rabbia… e paura.

Per decenni abbiamo vissuto l’esperienza triste e dolorosa del terrorismo “domestico” … e adesso, nell’era della globalizzazione, partecipiamo al non senso del terrorismo internazionale: Manchester, Berlino, Nizza, Bruxelles, Parigi e ora Barcellona. Una successione di eventi inqualificabili davanti ai quali i funzionari pubblici devono agire con fermezza e con decisione per sradicare il terrorismo e le sue cause.

Grazie a Dio, però, a Barcellona e in tutta la Spagna, oltre ai comunicati di condanna di personalità e istituzioni, ai minuti di silenzio e ai giorni di lutto ufficiale, si stanno moltiplicando le manifestazioni di generosa solidarietà, e questo parla molto bene di un popolo che è appena stato ferito gravemente.

Anche le chiese diocesane e le comunità parrocchiali si riuniscono in preghiera a beneficio delle vittime e delle loro famiglie, chiedendo allo stesso tempo al Signore un cambiamento del cuore dei colpevoli.

(*) vescovo emerito di Lleida, Spagna

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Barcellona nel mirino del terrore. Sospesa tra apertura culturale, immigrazione e minaccia identitaria

Sat, 19/08/2017 - 09:53

Gli attacchi terroristici nella regione catalana di giovedì 17 agosto rientrano nella “basilare dinamica del terrore”. Riaccendono domande e preoccupazioni che solo parzialmente possono essere risolte da una strategia europea di difesa contro il terrorismo, che pure in questi mesi l’Ue sta faticosamente sviluppando. Accanto alla eliminazione del rischio-attentati, prioritario è lavorare per un contesto sociale ed economico che sappia integrare e coinvolgere le comunità immigrate. Joan Baptista Giménez I March, esponente della Uniò democràtica de Catalunya, già deputato nel Parlamento della Catalogna, profondo conoscitore della sua regione e della realtà spagnola, ha risposto ad alcune domande del Sir, all’indomani degli eventi di Barcellona e Cambrils.

Perché un attentato così devastante proprio a Barcellona?
Si tratta della basilare dinamica del terrore. Barcellona è una città mediterranea, aperta al mondo, oggi come nel corso della sua storia, al pari dei nostri vicini che si affacciano sul Mediterraneo. Siamo un Paese di transito; come altri Paesi europei, accogliamo persone provenienti da tutto il mondo, appartenenti a religioni diverse, con un’alta presenza di musulmani.

Allo stesso tempo Barcellona è una città importante in termini di turismo e di cultura. Attualmente è attraversata da un processo politico che tende all’indipendenza che è a sua volta fonte di attrazione.

I terroristi si scagliano contro la democrazia, contro i valori europei e contro la pacifica convivenza che caratterizza la città, unitamente alla prospettiva di un futuro basato su equità e solidarietà. Dietro queste parole si nascondono interessi che coinvolgono il potere a livello globale, purtroppo più in termini economici che politici.

Qual è il clima sociale in Catalogna?
Lo Stato spagnolo della Catalogna è stato colpito da una drammatica crisi economica; si può dire che nel corso degli anni è stato fortemente punito da una severa politica fiscale. Ma la società catalana è vitale, partecipativa, forte della sua particolare cultura che è stata adottata dagli immigrati arrivati dal resto della Spagna, e più recentemente dal resto del mondo. Tuttavia, è più che mai evidente che

una parte della popolazione immigrata non si è adattata alla nostra cultura

e continua a vivere secondo un’altra cultura che vede come propria, separata dal resto della realtà sociale. In situazioni di difficoltà alcune di queste persone si attaccano alla loro religione con un atteggiamento vendicativo. Benché si tratti di una minoranza, queste persone vivono all’interno delle nostre comunità e intendono governarle. D’altra parte, l’indipendenza della Catalogna, in attesa di una soluzione politica nel breve periodo, rappresenta un fattore positivo per i nuovi arrivati, in quanto li rendiamo partecipi di una nuova rivoluzione, di un qualcosa che può essere d’aiuto anche a loro, una nuova possibilità per tutti, una possibilità di prosperità, per dar vita a un percorso nuovo, a una nuova identità, in Catalogna, in Europa.

L’alto tasso di immigrazione, in Catalogna come in Europa, deve preoccupare?
Certamente sì. L’Europa, la Catalogna e le altre comunità, trovano fondamento nella loro identità. L’identità in questo caso significa collocazione geografica, cultura e affermazione.

Ogni cultura che ci visita oggi o nel passato lascia la propria impronta, ma questa impronta diventa parte integrante e non un elemento distinto o separato.

È un qualcosa che si va ad aggiungere al resto. Ciò che non è possibile gestire è il fatto che una maggioranza fra gli immigrati intenda preservare il 100% della propria identità attraverso la soppressione e l’eliminazione della nostra cultura e rendendoci inferiori: non lo permetteremo.

Quali risposte possono essere adottate rispetto a tale situazione?
La prima risposta verso i terroristi è quella delle forze dell’ordine. Come abbiamo visto c’è stata una risposta efficace che ha evitato danni ulteriori. Ho qualche perplessità sulla risposta di tipo militare di alcuni Paesi. Credo poi che occorra riflettere sull’origine del problema migratorio: a chi interessa l’immigrazione di massa quando ci troviamo ad affrontare alti livelli di disoccupazione? E poi: quali sono i nostri governi, quali i politici, e perché sono così tristi e grigi, quando nel nostro Paese ci sono così tante persone piene di talento e creatività?

C’è bisogno di un maggior coinvolgimento della classe politica e maggiori investimenti nel settore educativo.

Le minoranze violente esisteranno sempre, ma si tratta di minoranze che vincono solo attraverso il populismo, la mancanza d’istruzione e lo scarso impegno.

E il resto dell’Europa?
Chi più, chi meno, abbiamo tutti gli stessi problemi, e dovremmo avere le stesse soluzioni, ma i dati sull’immigrazione in alcuni Paesi non sono noti. Abbiamo bisogno di più Europa, ma gli euroscettici non ci offrono la soluzione, né ce la offre il sistema burocratico europeo. Abbiamo bisogno di più democrazia e meno Stati. Ora tutto questo è un paradigma, e come catalani desideriamo essere coinvolti per una soluzione reale ed efficace.

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Terrorismo: pronti a tutto, a uccidere e dare la vita. Le vie della radicalizzazione sono infinite

Fri, 18/08/2017 - 07:31

Per essere definito “attacco terroristico”, ci deve essere una rivendicazione, deve essere un atto deliberato e avere una chiara motivazione ideologica. Molto difficile se non impossibile delineare un percorso unico di radicalizzazione. È chiaro però che occorre sfatare il “mito” del terrorista-immigrato così come del terrorista povero e non integrato: la maggior parte degli attentatori sono nati e cresciuti nei Paesi in cui hanno compiuto l’attentato e alcuni di loro hanno alle spalle percorsi di studio anche di alto livello. Di fatto, sono pronti a tutto, anche a dare la vita: la maggior parte di loro muore in seguito all’attacco o perché suicida o perché ucciso dalle forze dell’ordine. È di nuovo l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) a tracciare un’analisi sul fenomeno del terrorismo e della radicalizzazione in un Rapporto edito in questi giorni dall’Istituto condotto da Lorenzo Vidino, Francesco Marone ed Eva Entenmann.

Definizione. Per attacco terroristico si intende un atto di violenza deliberato contro persone, commesso da uno o più individui, con intenzione di fare il maggior numero di vittime, intimidire l’opinione pubblica. Tre i criteri che determinano e caratterizzano l’atto terroristico: l’atto di violenza deve essere attivo e deliberato e deve essere condotto contro persone e cose; la violenza deve avere una motivazione ideologica (nel nostro caso jihadista); la violenza non può essere legata a obiettivi o motivazione puramente personali.

La rivendicazione. L’atto terroristico deve essere rivendicato. Solo quando un gruppo jihadista dichiara che gli attentatori di un determinato attacco hanno agito perché supportati o ispirati da quel gruppo, l’attacco può dirsi terroristico e rivendicato. La rivendicazione può essere fatta direttamente dall’attentatore oppure in seguito via media tramite per esempio Amaq, che è un’agenzia di stampa che offre informazioni sulle principali operazioni dello Stato Islamico o riviste online come Dābiq, pubblicata sempre dallo Stato Islamico a scopo di propaganda.

La data. Se nell’arco di tre anni (dal giugno 2014 a giugno 2017), ci sono stati 51 attacchi terroristici, il picco degli attentati c’è stato nel mese di luglio 2016, quando ci furono due attacchi in Francia e due in Germania. A questi, purtroppo, hanno fatto seguito i due in Spagna, compiuti ieri (17 agosto) a Barcellona e a Cambrils.

Il Paese. Il Paese che in questo periodo di tempo, ha subito il maggior numero di attentati è stata la Francia con 17 azioni terroristiche, seguita da Stati Uniti (16), Germania (6), Regno Unito (4), Belgio (3). Dei 51 attacchi terroristici compiuti dal giugno 2014, anno in cui lo Stato Islamico si è autoproclamato, al giugno 2017, 32 sono stati compiuti in Europa (63%), 19 in Nord America (19%).

I luoghi. La maggior parte degli attacchi ha preso di mira i centri urbani. La città che ha subito il numero maggiore di attentati è Parigi (5, più due nelle sue immediate vicinanze). Seguono Bruxelles (3), Berlino (2) e Londra (2). Quattro, secondo il Rapporto Ispi, le ragioni per cui i terroristi preferiscono le città: l’elevato livello di accessibilità in anonimato ai luoghi; la possibilità di massimizzare il numero delle vittime; la possibilità di massimizzare i danni materiali ed economici e, infine, l’alto valore simbolico o politico che l’atto di violenza può assumere.

Gli attentatori. Nonostante la radicalizzazione faccia presa soprattutto sui giovanissimi, l’età media degli attentatori è di 27,3 anni e quasi un terzo dei terroristi impiegati sul campo ha una età superiore ai 30 anni. Sebbene poi stia aumentando la presenza delle donne nella rete jihadista, solo due se ne contano sui 65 terroristi. Le donne assumono piuttosto un ruolo “ausiliare”, sostenendo le attività di reclutamento, logistica e supporto dei terroristi. La maggioranza degli attentatori (43 sui 65, 66%) muore nel corso dell’attacco o perché suicida o perché ucciso dalle forze dell’ordine.

Terrorismo, immigrazione, micro-criminalità, detenzione. Si tratta di un argomento delicato e complesso, utilizzato spesso per polarizzare il dibattito politico. Dal Rapporto emerge innanzitutto che è praticamente inesistente il legame del fenomeno del terrorismo con quello dell’immigrazione: il 73% degli attentatori erano cittadini del Paese nei quali hanno compiuto le azioni terroristiche. Solo il 17% si è convertito all’Islam mentre sale fino al 57% la percentuale degli attentatori che avevano trascorsi di delinquenza e al 34% la cifra di coloro che hanno avuto un passato di detenzione. Il Rapporto evidenzia pertanto lo stretto legame tra terrorismo, detenzione e micro-criminalità (crimini legati al possesso e spaccio di droga; possesso di armi, violenza fisica, furti e omicidi). Significativo da questo punto di vista anche il fatto che l’82% degli attentatori erano conosciuti alle forza dell’ordine, prima dell’attentato.

Le reti della radicalizzazione. Individuare i percorsi che conducono un ragazzo sulla via della radicalizzazione è lo sforzo maggiore che stanno cercando di fare gli analisti e gli studiosi del fenomeno terroristico: capire come e in che modo un giovane decide di abbracciare l’ideologia jihadista e, in alcuni casi, di uccidere e farsi uccidere in nome di questa “fede”. Sull’argomento hanno condotto studi esperti di diverse discipline, sociologi, criminologi, psicologi. E molte sono le teorie finora elaborate: si va dai problemi di discriminazione e integrazione, alla mancanza di percorsi formativi e scolastici, agli ambienti poveri e degradati. Oggi sono sempre di più gli esperti che affermano che il processo di radicalizzazione è in realtà un percorso complesso e individuale e come tale sfugge a letture sociologiche pre-ordinate. Molti dei jihadisti europei, per esempio, provengono da ambienti economicamente di successo ed hanno conseguito livelli di educazione medio/alti. Insomma: l’enorme eterogeneità dei profili che emergono dai jihadisti europei, dimostra che non c’è un unico background demografico e socio-economico; non c’è un profilo psicologico evidente né un unico percorso che può caratterizzare gli individui che si radicalizzano.

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Quando la poesia spezza le catene. Mauro: la morte

Fri, 18/08/2017 - 07:17

Un pensiero con cui prima o dopo tutti ci si confronta: cos’è la morte? Quanto può fare paura? Eppure, nella solitudine della cella e nel trascorrere del tempo, diventa un’amica da non temere.

La morte

Morte è una parola misteriosa
quando ci pensi diventa uno specchio
dove vedi il tuo presente
e stai male
come nella notte
quando resti da solo a fissarla nei buio.
La morte fa paura
a tutti
nessuno ne è esente.
Ma quando ti avvicini alla vecchiaia
piano piano ti lasci andare
scivoli verso di lei
affidandoti al Mistero.

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Ricollocazione reliquia san Giovanni Bosco. Don Attard: “Non è spiritualismo ma è proiezione verso il sacro che ognuno si porta dentro”

Thu, 17/08/2017 - 14:50

E’ stata ricollocata ieri, 16 agosto, nella basilica del Colle Don Bosco (Asti) la reliquia di San Giovanni Bosco, trafugata lo scorso 2 giugno e ritrovata dopo una decina di giorni dai carabinieri nella casa di un pregiudicato di Pinerolo (Torino). La ricollocazione è avvenuta nel corso di una solenne Eucaristia presieduta dal rettor maggiore dei salesiani, don Ángel Fernández Artime, alla presenza delle autorità civili e militari che hanno collaborato al recupero – tra queste il generale dei carabinieri Riccardo Amato – e del cardinale salesiano Tarcisio Bertone. L’urna con la reliquia, una scheggia del cervello di don Bosco, è stata portata dai due carabinieri che l’avevano recuperata. Alla cerimonia hanno partecipato centinaia di fedeli, tra i quali 250 giovani animatori del Movimento giovanile salesiano (Mgs) d’Europa e del Medio Oriente, nell’ambito del “Confronto Mgs 2017”. Abbiamo raccolto le impressioni e i sentimenti di don Fabio Attard, maltese, consigliere generale per la pastorale giovanile, presente alla ricollocazione.

“Anzitutto – esordisce don Attard – voglio esprimere profonda gratitudine all’Arma dei carabinieri per il suo impegno. Ieri il generale Amato ha raccontato il grande sforzo compiuto per il ritrovamento della reliquia dopo questo furto così triste, compiuto lo scorso 2 giugno, primo venerdì del mese, e che ha avuto grande risonanza mediatica in tutto il mondo”. “Dopo il ritrovamento – prosegue il salesiano – si è pensato, a conclusione delle procedure legali necessarie, a come ricollocarla al suo posto. In questi giorni al Colle don Bosco si sono riuniti, in occasione del ‘Confronto Mgs 2017′, 250 giovani da 25 paesi, in maggioranza dall’Europa ma anche da Siria, Libano, Egitto, Palestina, Giordania”. Il raduno, che si svolge ogni quattro anni, finisce sempre il 16 agosto, “compleanno del nostro padre don Bosco, quest’anno il 202°”. Coincidenza “provvidenziale” e “grande opportunità”, fa notare, per “collocare la reliquia all’interno di un cammino pastorale all’insegna della sua accoglienza da parte degli stessi giovani, così amati da don Bosco”. “La sua presenza tra noi,  come ha sottolineato il rettor maggiore nell’omelia, è ‘una presenza donata’ e il coronamento del cammino percorso con i giovani”.

Don Attard si sofferma anche sulla “simpatia e convergenza” che don Bosco suscita in ogni ambiente e torna con il pensiero all’Arma dei carabinieri che “non solo promuove il buon ordine ma anche i valori umani”. “La convergenza tra l’impegno dell’Arma e il nostro impegno di salesiani per il sociale sul territorio, questo mettersi insieme in un’azione comune, anche se con modalità diverse, al servizio dell’uomo avendo a cuore il suo bene, è

una luce in quello che potrebbe sembrare uno scenario senza speranza.

Una dimensione – afferma – che questo evento così triste ha fatto emergere e che noi diamo normalmente per scontata”.

Ma qual è oggi il valore di una reliquia, del pezzo del corpo di un santo? “La società può rimuovere l’immagine di Dio dal foro pubblico – replica – ma non può eliminare la sete di Dio dal cuore di una persona, e questo trascendente i giovani lo stanno cercando.

La reliquia di un santo è allora quella cosa concreta che ci proietta e ci apre al sacro di cui costituisce una parte visibile.

Se vengono loro offerti senso di appartenenza in un gruppo, proposte alte e testimoniate, visione e progetto per il futuro, accompagnamento di adulti autentici e significativi, i giovani iniziano a intravedere quello che stanno cercando”. In questa prospettiva

“la reliquia non è spiritualismo ma è proiezione di sé verso il sacro che ognuno si porta dentro”.

Per questo “il Sinodo è più che mai attuale. I giovani li abbiamo messi in un deserto senza mappe, senza acqua e senza cibo”. Per don Attard, “sulla scorta di don Bosco, uomo innamorato di Dio ma anche della storia e della vita, illuminato da una gioia contagiosa che aveva la sua radice nella relazione con il Signore, e alla luce del costante incoraggiamento di Papa Francesco,

la società globalizzata e post-moderna di oggi è per noi, ma non solo per noi, uno spazio eccellente per la testimonianza cristiana”.

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Amoris Laetitia, un anno dopo. Nuova alleanza tra diritto e pastorale per accompagnare le persone “ferite”

Thu, 17/08/2017 - 07:00

È passato oltre un anno dalla pubblicazione, l’8 aprile 2016, dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia di Papa Francesco. Rispondendo ad una richiesta pervenuta dalla Segreteria del Sinodo sulla recezione del documento, l’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Cei ha avviato un’inchiesta in due tappe (da ottobre 2016 a maggio 2017) che ha coinvolto le diverse realtà della Chiesa italiana presenti sul territorio e ha stilato un dossier, autentico “mosaico” dell’accoglienza di Amoris Laetitia e delle iniziative in corso per la sua diffusione e attuazione. La prima delle cinque sezioni nelle quali si articola il documento è dedicata agli incontri tenuti su tutto il territorio dal direttore dell’Ufficio Cei, don Paolo Gentili, o dai suoi collaboratori. Momenti “forti” il convegno nazionale dei responsabili diocesani di pastorale familiare (Assisi, 11-13 novembre 2016) e la XIX Settimana nazionale di studi su “Strade di felicità nell’alleanza uomo-donna alla luce di Amoris Laetitia n.38”. La seconda parte, della quale il Sir ha già dato conto, rileva come il documento sia stato accolto nelle Regioni ecclesiastiche e nelle Chiese locali. La terza fa il punto sul cosiddetto “ponte giuridico-pastorale” al quale si riferisce il n.244 dell’esortazione – che al riguardo rimanda agli artt. 2-3 del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus – dedicato a chi intraprende il percorso per la dichiarazione di nullità matrimoniale. Ai percorsi formativi, ai dibattiti e alle pubblicazioni promossi dalle Facoltà teologiche e dagli Istituti superiori di scienze religiose è dedicata la quarta parte mentre l’ultima raccoglie iniziative e progetti messi in campo nel Forum delle associazioni familiari e da altre realtà e movimenti.

“Il processo di recezione e attuazione delle indicazioni di Amoris Laetitia richiederà molto tempo”, spiega don Paolo Gentili, ma “in gran parte delle diocesi il documento è stato oggetto di una vivace attenzione” e “molti vescovi hanno deciso di impostare il loro piano pastorale annuale” sull’esortazione del Pontefice “sottolineando la dimensione della famiglia come ‘soggetto’ nell’azione pastorale delle Chiese locali”. Secondo il direttore dell’Ufficio Cei,

a suscitare maggior interesse “e anche qualche timore, soprattutto fra i sacerdoti che ne vivono in primis la responsabilità”, è il tema del discernimento pastorale.

Per questo, “alcune Conferenze episcopali regionali e alcuni singoli vescovi hanno ritenuto opportuno offrire a sacerdoti e laici delle indicazioni sull’ottavo capitolo approfondendo i quattro verbi: accogliere, accompagnare, discernere, integrare”.

Di particolare interesse sono i tentativi e i progetti nati per camminare verso quel “ponte giuridico-pastorale” che mons. Roberto Malpelo, vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico regionale etrusco (Tere), definisce

“mezzo a disposizione di coloro che desiderano verificare la validità del loro matrimonio ormai ferito da separazioni, divorzi, abbandoni”.

Uno strumento che si pone in un’area di confine tra pastorale e diritto, “spronandoci – prosegue mons. Malpelo – ad una creatività innovativa”.

L’orizzonte è quello del realismo e della concretezza, “di un’alleanza non solo tra teologia e pastorale ma anche tra diritto e pastorale”.

Dalle risposte pervenute da un’ottantina di diocesi emerge una pluralità di modalità organizzative. Tra le diverse iniziative, Biella, Casale Monferrato, Novara, Vercelli hanno costituito un “Centro interdiocesano di accompagnamento dei fedeli separati” per l’accoglienza e l’accompagnamento di coppie/singoli sposi che desiderano avviare un percorso di verifica della nullità del proprio matrimonio, la cui équipe dovrà mantenere una stretta collaborazione con il Tribunale ecclesiastico interdiocesano e la Commissione regionale per la famiglia.

A Cefalù il vescovo ha istituito il “Servizio diocesano per l’accoglienza e l’accompagnamento dei fedeli nelle loro fragilità matrimoniali” analogo al “Sostegno alle fragilità familiari” messo in campo a Livorno, mentre a Concordia-Pordenone il vescovo ha nominato un responsabile del Servizio di consulenza giuridico-pastorale per la famiglia ed è stato celebrato il primo processo brevior con sentenza in data 15 settembre 2016. La diocesi di Padova ha curato un piccolo dépliant informativo sullo svolgimento del processo di nullità matrimoniale, oltre a promuovere percorsi di spiritualità per persone che vivono un legame spezzato o una nuova unione. A Frosinone-Veroli-Ferentino, grazie alla disponibilità a titolo gratuito di due avvocatesse rotali sono stati istituiti

un Centro d’ascolto per chi voglia verificare la nullità del proprio matrimonio e un numero dedicato.

Ad oggi sono 35 le persone ascoltate: di queste tre hanno proseguito l’iter giuridico. Nella diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia sono oltre dieci i casi di procedura normale introdotti negli ultimi nove mesi, sei già risolti positivamente, due in itinere. L’auspicio, si legge nel dossier, è che “i processi di accompagnamento non si concludano con l’emanazione del decreto di dichiarazione di nullità, ma proseguano anche nel ‘dopo’ per poter operare sempre nella logica della misericordia”.

Misericordia che sa accogliere le persone ferite dal fallimento del proprio matrimonio e farsene carico, orientando nella verità la loro ricerca di risposte.

In questa stessa logica, oltre che luogo fecondo per reperire le prime prove testimoniali per il processo breve, la cui durata è due mesi, per don Gentili “il ponte giuridico-pastorale potrebbe accompagnare coloro che in seconda istanza hanno ricevuto una dichiarazione definitiva e negativa sulla possibilità di considerare nullo il proprio matrimonio. Anche queste persone, come diceva Papa Benedetto all’VII incontro mondiale delle famiglie a Milano, c’è bisogno che si sentano accolte nella Chiesa”.

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Quando la poesia spezza le catene. Tino: in bilico a volare

Thu, 17/08/2017 - 06:57

Un volo del sogno o dell’anima? Di sicuro è la Fede ritrovata che sostiene chi si affida a Lui, che soccorre e rialza l’uomo regalando nuove ali.

In bilico a volare

Tu non sai cosa sia la notte
illuminata dalla pace
luce di quel silenzio oscuro
e infinito,
tu non sai cosa sia il silenzio
quel luogo dove si trova
la ragione.
In bilico,
dalla vertigine dei pensieri,
mi lancio nel vuoto
cielo stellato,
ci sono riuscito!
Anch’io riesco a volare,
la discesa
nelle profondità
infinite
interminabili,
riesco a sentire la mia forza
che emerge
è Lui!
Mi sorregge
e così
anch’io riesco a volare.

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Lamp: una famiglia al servizio dei poveri di New York

Wed, 16/08/2017 - 09:12

I capelli di Tom e Lynn Scheuring sono striati di grigio e di bianco. Erano neri e biondi nel 1981 quando insieme hanno deciso di fondare Lamp: l’associazione di laici apostolici con i poveri, che da 36 anni è una luce di speranza e di rinascita accesa su New York.

Quel “con i poveri” è la “magna charta” di Lamp perché nella loro organizzazione caritativa non si fa niente per gli ultimi ma tutto va vissuto con loro: la strada, l’ospedale, la casa di riposo, i ricoveri dei barboni l’inferno dell’alcol e della droga, la miseria.

I volontari di Lamp conoscono ogni centimetro di questi luoghi oscuri ed è lì che accendono la luce della fede fornendo cibo, cure mediche o un percorso di accompagnamento ma è la preghiera, la chiave con cui arrivano al cuore delle persone. “Nella nostra lunga esperienza – spiega Lynn Scheuring – ci siamo accorti che ci si prodiga tanto per gli aiuti materiali ma è inesistente il sostegno nella fede, eppure lì è tutto, perché l’incontro con Dio è la fonte di un benessere totale della persona che, se sperimenta l’amore, cambia radicalmente la sua vita”. È accaduto a Marco che non osava avvicinarsi al LampCafè, un furgoncino ambulante color argento che distribuisce cibo nelle parrocchie più povere della city. Marco puzzava e non osava avvicinarsi anche se nei suoi occhi la fame gridava. Una volontaria lo ha avvicinato offrendogli del cibo e dopo aver placato la fame è arrivata l’offerta della preghiera.

Nessuno gli aveva mai proposto di pregare insieme: lui schiavo dell’alcol non pensava di aver diritto al sacro, alla gentilezza, all’amore. E invece quelle invocazioni sono state il primo scalino del suo cambiamento.

Lo stesso per Dolores, ridotta in una sedia a rotelle in una povera casa di riposo e consumata dall’odio contro il marito o per Lilian che viveva in un ricovero per senza tetto: l’incontro con i missionari di Lamp ha restituito senso alla loro esistenza e novità di vita.

Nella città di New York sono più di 14mila le famiglie senza tetto e 23mila sono i bambini che vivono senza fissa dimora ed è soprattutto da loro che Tom e Lynn hanno cominciato aiutando Dorothy Day, l’attivista cattolica che proprio nel Greenwich village aveva aperto una delle sue case di ospitalità.

“Quando lei incontrava i poveri rispondeva alle loro domande – spiega Lynn – e le sue risposte erano solo Vangelo. Non polemizzava con alcuno, ma donava parole di Giovanni, Luca, Marco”. “Volevamo essere dei missionari laici e sentivamo come un imperativo questa chiamata verso gli ultimi ma non sapevamo come fare e cercavamo strumenti e formatori”, continua Tom. E così sposati da pochi anni e con tre bambini ancora piccoli lasciano New York alla volta di El Paso in Texas: 60 ore di pullman per partecipare ad una missione di un gesuita.

Da lì si spostano a Città del Messico e poi di nuovo in Texas, a Sant’Antonio, ed è lì che maturano l’idea di scrivere al cardinal Cooke di New York e di proporsi come missionari nelle parrocchie più povere della città. Il 25 febbraio 1981 arriva la benedizione del cardinale e Lamp riceve il suo battesimo ufficiale ma Lynn e Tom non hanno una casa per i loro tre bambini e un lavoro che li possa sostenere. Poi il primo maggio dello stesso anno Mike Burke, un vecchio negoziante nella zona di Riverdale del Bronx decide di offrirgli un appartamento gratuitamente per un anno a patto che pagassero le utenze. Quell’appartamento a distanza di 36 anni è ancora la sede ufficiale di Lamp ed un via vai di gente la riempie quotidianamente di cibo da distribuire ai poveri.

Altre due case per le missionarie e per i missionari ospitano le persone che scelgono di offrire almeno un anno della loro vita al servizio degli ultimi. In queste case si riceve la formazione spirituale e anche il training necessario ad avvicinare chi vive in strada.

La preghiera e l’adorazione eucaristica sono punti cardine della giornata di un missionario mentre una volta a settimana ci si ritrova per uno scambio di testimonianze e di esperienze.

A loro si uniscono poi i volontari che magari possono offrire solo un giorno alla settimana o al mese. Nel 2014, sempre nel Bronx, Lamp ha lanciato un nuovo progetto: “A Lamp for life- Una lampada per la vita”. Leggendo che il 94% dei centri pro-aborto sono dislocati nei quartieri poveri, la famiglia Scheuring offre attraverso i suoi missionari un supporto spirituale ma anche la possibilità di esami clinici che possano favorire la scelta per la vita. Non sono poche le donne che, dopo averli incontrati, decidono di tenere il bambino. “Noi non le giudichiamo, né le costringiamo. Gli offriamo solo un’altra possibilità e una guida: la preghiera e il Vangelo”.

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Quando la poesia spezza le catene. Aurelio: l’attesa

Wed, 16/08/2017 - 09:00

Aspettare scartavetra l’anima, fa sentire nudi, senza protezione. Per ingannare l’angoscia ci si rifugia nel pensare a chi si ama, per scaldarsi al fuoco vivo del ricordo.

L’attesa

L’attesa mi spaventa
mi tiene sospeso
teso tra le sue grinfie
mani invisibili toccano
la mia anima
facendomi sentire inerme
senza corazza né pelle
nudo
cerco nei miei pensieri i loro sorrisi
per non sentire l’attesa
ascolto, ascolto le loro voci
così lontane
e così vicine al cuore
tutto si plasma e diviene voci
pensieri coraggio
coraggio di vincere quest’attesa
e d’un tratto tutto finisce
ecco, ecco è finito
ma è finito quello che deve iniziare
tornare a casa per vivere
e viversi
viversi l’amore.

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Assunzione: Maria di Nazareth è una di noi. Di noi fatti di terra

Tue, 15/08/2017 - 07:00

Il dualismo imputato al cristianesimo, quella scissione fra corpo e anima che pare renda il credente estraneo alle vicende terrestri e sociali e lo rende succube dello spostamento di ogni evento e di ogni difficoltà al “al di là”, viene clamorosamente smentito dall’Assunzione di Maria Vergine in cielo.
Salviamo le anime e lasciamo perire i corpi? Suona proprio come un vocabolario oscurantista e ormai superato da chiunque si muova sui binari della fede riflessa e del sentire cum Ecclesia.
In paradiso tutto si risolverà e io (e non gli altri!) avrò ragione: manifesta il più banale e maldestro tentativo di far quadrare il cerchio che non si lascia quadrare.

Eppure abbiamo sotto gli occhi un mistero, quello di Maria Assunta in cielo, che ci offre la chiave migliore e più diretta per far sì che la nostra fede possa ardere e la nostra ragione godere di luce.

Maria di Nazareth è una di noi. Di noi fatti di terra. Ha ricevuto il grande dono di essere stata, sempre e comunque, trasparente alla grazia di Dio, vale a dire di non essersi allontanata da Lui e, quindi, di non aver vagato per strade errate e aver fallito il bersaglio: significato ultimo e primo, biblicamente parlando, del peccato.

Non ci viene detto dalla grande tradizione secolare della Chiesa che l’anima di Maria fu assunta. Ci viene trasmesso che tutta lei, la sua persona, fatta di terra ma pervasa dalla Ruach, dal Soffio, non è entrata in una tomba, per quanto fosse un mausoleo artistico, non è stata consegnata alla sepoltura con la terra che l’abbia ricoperta, ma è stata portata dagli angeli, dai messaggeri, tutta e integra, alla visione del Volto di Dio.
Se ci lasciamo compenetrare da questo mistero, riceviamo un grande dono, non la pretesa di concludere il nostro ritorno al Padre allo stesso modo ma di godere del suo accompagnamento per pensare e vivere concretamente la nostra umanità di figli di Dio, di creature del Padre.
Non salviamo le anime ma salviamo tutti (sempre tutti) quelli che il sangue del Redentore ha salvato ed ha affidato a noi nel nostro arco di tempo storico.
Non proiettiamo un vago sentire a momenti migliori, non ci lasciamo attrarre né dal romanticismo, né dal buonismo, bensì incarniamo delle scelte precise: oggi e qui.
Siamo tutti e tutte figli e figlie del Padre.

Dobbiamo delineare la nostra umanità guardando alla sua umanità. Se la Vergine Maria è Madre, è Madre di tutti.

Non Madre stolida che seleziona i figli e abbandona alcuni allo scarto e li considera esclusi dalla partecipazione della vita terrena con lei al fianco e della glorificazione della Sua umanità una volta giunti al Regno.

Non Madre che distoglie lo sguardo dai brulicanti gruppi di migranti che cercano libertà e vita degna di essere umani.

Non Madre che trattiene la sua ricchezza di comunione amorosa con Dio e di provvida mano soccorritrice nelle necessità per riversarla solo su qualcuno ma Donna che richiama a Sé ogni povero, ogni indigente, ogni bisognoso.

Non è una Regina Madre che si gode le sue prerogative sociali e assapora le sue benemerenze magnetizzando il popolino con il fasto della dinastia o il sangue blu, Maria è Madre Regina. Una Madre dal cui grembo tutti, indistintamente dalla nascita, dall’estrazione sociale, dalla cultura, tutti abbiamo avuto e avremo vita.

Sembra un dire idillico, forse anche presuntuoso perché non tiene conto della realtà e si astrae dal considerare gli emarginati e i perseguitati.

Non è utopia, è fede sperimentata che sa guardare all’umanità trasfigurata e gloriosa che, invisibilmente, solca il nostro tempo e la nostra storia, lasciando quella traccia che può diventare per noi essenziale nel cammino.

Da quel giorno in cui Maria fu Assunta, siamo stati resi capaci, noi umani, di guardarci non solo da un’altra prospettiva ma dal traguardo disponibile per noi, a portata di mano. Da quella umanità per cui è Sorella nella fede e Madre glorificata, dono di luce al nostro essere terra che non distrugge e rifiuta di essere distrutta da chi in Lei non si riconosce.

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Quando la poesia spezza le catene. Piero: madre

Tue, 15/08/2017 - 06:44

L’infanzia dei giochi poveri ma felici, la voce di una mamma forse troppo giovane per saper esprimere il suo amore, ma che il bambino ora cresciuto riconosce nel semplice gesto del preparare la cena.

Madre

Nella solitudine dell’anima
riaffiorano ricordi
legati insieme dal tempo
di quando ancora bambino
correvo a perdifiato
dietro ad una palla
fatta di stracci e di speranza
e alle prime stelle della sera
la tua voce di madre acerba
arrivava, dalla finestra della cucina
giù, nel cortile
a dirmi che quell’amore
che non sapevi dare
era dentro un piatto caldo
pronto da mangiare…

https://agensir.it/wp-content/uploads/2017/08/07MadrePiero.mp4
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In Lettonia l’Assunta “ecumenica”. Cattolici, luterani e ortodossi insieme al santuario di Aglona

Mon, 14/08/2017 - 17:27

“L’Assunzione della Madonna è per i lettoni la festa più importante dell’anno. Il 14 e 15 agosto cattolici, luterani e ortodossi insieme si recano in pellegrinaggio al santuario mariano di Aglona dove, per celebrare la Vergine, arrivano anche le massime cariche dello Stato”, racconta al Sir il gesuita padre Tadeusz Cieslak, che a Riga, la capitale della Lettonia, da due anni dirige gli esercizi spirituali secondo le regole di sant’Ignazio. “Non sono i soli cattolici però a partecipare a questi incontri. Molto spesso – racconta padre Cieslak – formiamo dei gruppi misti insieme ai luterani che sono la maggioranza fra i cristiani lettoni”.

Com’è nata l’idea di vivere insieme gli esercizi di sant’Ignazio?
È stata un’idea dell’arcivescovo luterano di Riga, Janis Vanags. Il presule, che per altro è grande amico dell’arcivescovo cattolico di Riga, Zbigniew Stankiewicz, aveva vissuto gli esercizi personalmente. Ed era giunto alla conclusione che siano un valido insegnamento per tutti. La Chiesa luterana in Lettonia è fedele alla tradizione, piuttosto conservatrice e poco incline ad adottare atteggiamenti “moderni” delle Chiese protestanti dell’Occidente. Difende la famiglia, il matrimonio tradizionale e spesso, insieme alla Chiesa cattolica, s’impegna nel sociale.

In una cittadina lettone, dove ci sono una accanto all’altra le parrocchie cattolica, luterana e ortodossa, a turni si organizzano i pasti per i più poveri.

Così per nessuna delle parrocchie, che sono generalmente povere, l’impegno diventa troppo gravoso; e al contempo, esse riescono ad aiutare i più bisognosi.

Ci sono anche delle iniziative comuni a favore dei giovani?
A Lipava c’è una scuola originariamente cattolica la quale tuttavia, essendo considerata una delle migliori nel Paese, è frequentata anche dai ragazzi provenienti da famiglie luterane, ortodosse e di non credenti. In quella scuola si svolgono regolarmente anche le lezioni di catechesi. In altre scuole pubbliche tali corsi non ci sono, e quindi i ragazzi vengono a contatto con la catechesi solo se frequentano una chiesa. Di domenica si svolgono funzioni specifiche per i giovani con, a seguire, gli incontri di catechesi; ma una volta fatta la prima comunione,

l’interesse dei giovani per l’aspetto religioso e spirituale diminuisce.

Quest’anno abbiamo avuto a Riga l’incontro internazionale di Taizé al quale hanno partecipato molti giovani da tutta Europa, ma il gruppo dei giovani lettoni era piuttosto ristretto. Ed è sempre lo stesso gruppo che partecipa anche ad altre iniziative ecclesiali come il Campo Jesus o il Magis che dovrebbe preparare i componenti all’impegno sociale nello spirito della fede cristiana. Nonostante gli sforzi volti ad attrarre dei giovani, questi preferiscono i loro smartphone alle relazioni dirette in seno a una comunità di fedeli.

Ma per la festa dell’Assunzione ad Aglona arrivano anche i giovani?
Sì, arrivano numerosi. Forse anche perché il pellegrinaggio è spesso una vera e propria avventura. Bisogna attraversare il Paese dove spesso non si trovano posti né per pernottare né per mangiare. In Lettonia è facile trovare luoghi disabitati… Nonostante il Paese sembri piccolo, sulla carta ha la superficie di 60mila chilometri quadrati e solo 2 milioni di abitanti, poiché almeno un quinto della popolazione ha lasciato il Paese per andare a lavorare in Europa occidentale.

Zbigniew Stankiewicz

In Lettonia i cattolici sono circa un quinto della popolazione, i luterani un quarto. Ci sono inoltre molte altre Chiese presenti sul territorio: la Chiesa anglicana, la greco-cattolica, gli ortodossi. E tutti assieme festeggiano ad Aglona?
Proprio così. L’ho visto con i miei occhi. L’anno scorso al termine della funzione cattolica celebrata da mons. Stankiewicz egli ha invitato l’arcivescovo luterano Vanags a pronunciare un discorso che ha preceduto la preghiera comune di tutti i cristiani e quindi anche gli ortodossi ed altri.

L’arcivescovo Vanags ha offerto un’importante testimonianza evangelica invitando tutti i cristiani ad uscire con la loro fede in strada e incoraggiando loro a viverla nella quotidianità e senza timori.  

Si può parlare, quindi, di una rinascita del cristianesimo in Lettonia, dopo la fine del regime comunista caratterizzato dall’ateismo di Stato?
Negli anni Novanta c’erano delle speranze per una rinascita. Sono state riordinate le strutture ecclesiali, costruite le chiese. Oggi però in quelle chiese mancano sacerdoti. E nel seminario di Riga, che una volta era uno dei più importanti in Unione sovietica, studiano solo nove alunni. Mons. Stankiewicz pertanto invita volentieri dei sacerdoti stranieri a venire a lavorare in Lettonia. Questi però spesso hanno delle grosse difficoltà poiché il lettone è difficile e non assomiglia a nessuna delle lingue più conosciute e poi bisogna anche conoscere il russo, visto che molta gente è abituata a usarlo, anche se non è una lingua ufficiale.

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Pope Francis and young people: ten phrases for a new “spring” inside the Church

Mon, 14/08/2017 - 07:00

2018 will be the year of the Synod on young people. “To encounter, accompany and care for every young person, without exception” is the prospect of the preparatory document of the second Synod called by Pope Francis after the one on the family, to be held in October 2018, which features a dedicated website.

Dear young people, you are the hope of the Church. Do you dream about your future? Then take part in #synod18! https://t.co/XNDm29yp3s

— Pope Francis (@Pontifex) August 12, 2017

At a time marked by uncertainty, precariousness, insecurity, Francis constantly seeks – just as a year ago in Krakow – the embrace of the young, to whom he often addresses impromptu remarks. Follow some of the more recent reflections, summarised in “ten phrases.”

The eyes, the mirror, and the armchair

“This impressive history should not tempt you to keep looking back, or in the mirror, or resting comfortably in an armchair! Keep this in mind: don’t keep looking over your shoulder, because you will trip and fall!  Don’t keep looking at yourself in a mirror: so many of us are unsightly, so it is better not even to look!  And don’t rest in an armchair: it will make you put on weight and that won’t help your cholesterol!”. (April 30 2017, address to Italian Catholic Action)

The grandparents, the parish and the oratory

“Speaking with grandparents, playing with friends and going to the parish and the oratory, because, with these three things, you will pray more.” (March 25 2017, pastoral visit to the archdiocese of Milan)

Politics in the noblest sense of the term

“Continue to feel a great sense of responsibility for sowing the good seed of the Gospel in the life of the world, through your charitable work, through your involvement in political life – but please, politics in the noblest sense of the world, politics with a capital P!” (April 30 2017, address to Italian Catholic Action)

“Immersed” in people.

“Following this path means being ‘immersed’ in people, sharing their lives and coming to know their interests and their desires, their deepest longings and their hurts, but also what it is they need from us. This is fundamental, in order to avoid wasting time answering questions that nobody asks.” (April 27 2017, address to Participants in the Congress of the International Forum of Catholic Action)  

The courage to take risks …

“We are on the march, towards the Synod and towards Panama. And this march has its risks, but when young people don’t take risks, they are already old.  We have to take risks. As young people, you have to take a risk in life.  You have to prepare for tomorrow today.  The future is in your hands. In the Synod, the entire Church wants to listen to young people: to what they are thinking, to what they want, to what they criticize and to what they are sorry for.  Everything.  The Church needs lots more springtime, and springtime is the season of the young.” (April 8 2017, prayer vigil in preparation of World Youth Day)

…and to seek the truth

“One of the first acts of courage is to ask yourselves: ‘“Is this normal, or is this not normal?”. The courage to seek the truth. Is it normal that every day that sense of indifference increases? I don’t care what happens to others: indifference with friends, neighbours, in our neighbourhood, at work, in school… Is it normal that many of our peers, migrants or from distant, difficult countries, bloodied by selfishness that leads to death, that they live in our cities in truly difficult situations? Is this normal? Is it normal that the Mediterranean has become a cemetery? Is this normal? Is it normal that many, many countries – and I am not saying Italy, because Italy is very generous – is it normal that many countries are closing their doors to these people who are wounded and flee from hunger, from war, these exploited people, who come in search of a little security … is it normal? If it is not normal, I must get involved to make sure it doesn’t happen.” (May 27, pastoral visit to Genoa)

There is no future without sacrifices

“The new generations have the right to be able to work towards important goals and the fullness of their destiny, so that, driven by noble ideals, they may find the strength and courage to make in turn the necessary sacrifices to reach the target, to build a future worthy of man, in relationships, in work, in the family and in society.” (June 10 2017, visit to the President of the Italian Republic)

Adolescence is not a pathology

“Adolescence is not a pathology that we must combat. It is a normal, natural part of growing up, of the life of our young people. Where there is life there is movement; where there is movement there are changes, seeking, uncertainty; there is hope, joy and also anguish and desolation.” (June 19 2017, address at the Conference of the Diocese of Rome)

Reaching out to every periphery

“Go forth, reach out to every periphery! Go forth and be Church there, with the strength of the Holy Spirit!” (April 30 2017, address to Italian Catholic Action)

Leaving an imprint

“Like the young woman of Nazareth, you can improve the world and leave an imprint that makes a mark on history, your history and that of many others. The Church and society need you. With your plans and with your courage, with your dreams and ideals, walls of stagnation fall and roads open up that lead us to a better, fairer, less cruel and more humane world.” (March 21 2017, video message for the next WYD)

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Papa Francesco e i giovani: dieci frasi per una nuova “primavera” nella Chiesa

Mon, 14/08/2017 - 07:00

Il 2018 sarà l’anno del Sinodo dei giovani. “Incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso”, la prospettiva del documento preparatorio del secondo Sinodo convocato da Papa Francesco dopo quello sulla famiglia, che comincia ad ottobre 2018 e può già contare su un apposito sito. Lo ha ricordato il 12 agosto proprio il Papa, con un tweet, invitando alla partecipazione: “Cari giovani, voi siete la speranza della Chiesa. Come sognate il vostro futuro? Partecipate al #sinodo18! http://goo.gl/WghUvl“.

Cari giovani, voi siete la speranza della Chiesa. Come sognate il vostro futuro? Partecipate al #sinodo18! https://t.co/OepaOOkfeF

— Papa Francesco (@Pontifex_it) August 12, 2017

In un tempo segnato dall’incertezza, dalla precarietà, dall’insicurezza, Francesco – come un anno fa a Cracovia – cerca continuamente l’abbraccio con i giovani, con i quali dialoga spesso a braccio. Ecco alcuni degli interventi più recenti, raccolti in “dieci frasi”.

Gli occhi, lo specchio e la poltrona

“Avere una bella storia alle spalle non serve per camminare con gli occhi all’indietro, non serve per guardarsi allo specchio, non serve per mettersi comodi in poltrona! Non dimenticare questo: non camminare con gli occhi all’indietro, farete uno schianto! Non guardarsi allo specchio! In tanti siamo brutti, meglio non guardarsi! E non mettersi comodi in poltrona, questo ingrassa e fa male al colesterolo!”. (30 aprile 2017, discorso all’Azione Cattolica Italiana)

I nonni, la parrocchia e l’oratorio

“Parlare con i nonni, giocare con gli amici e andare in parrocchia e in oratorio. Perché, con queste tre cose, tu pregherai di più”. (25 marzo 2017, visita pastorale a Milano)

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La “grande” politica

“Sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico. Mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola”. (30 aprile 2017, discorso all’Azione Cattolica Italiana)

Un bagno di popolo

“È bene ricevere un bagno di popolo. Condividere la vita della gente e imparare a scoprire quali sono i suoi interessi e le sue ricerche, quali sono i suoi aneliti e le sue ferite più profonde; e di che cosa ha bisogno da noi. Ciò è fondamentale per non cadere nella sterilità di dare risposte a domande che nessuno si fa”. (27 aprile 2017, discorso al Congresso del Forum internazionale dell’Azione Cattolica)

Il coraggio di rischiare…

“Noi siamo in cammino, verso il Sinodo e verso Panama. E questo cammino è rischioso. Ma se un giovane non rischia, è invecchiato. E noi dobbiamo rischiare. Voi giovani dovete rischiare nella vita. Oggi dovete preparare il futuro. Il futuro è nelle vostre mani. Nel Sinodo, la Chiesa, tutta, vuole ascoltare i giovani: cosa pensano, cosa sentono, cosa vogliono, cosa criticano e di quali cose si pentono. Tutto. La Chiesa ha bisogno di più primavera ancora, e la primavera è la stagione dei giovani”. (8 aprile 2017, discorso alla Veglia di preparazione alla Gmg)

…e quello di cercare la verità

“Una delle prime forme di coraggio che voi dovete avere è domandarvi: ‘Ma questo è normale o questo non è normale?’. Il coraggio di cercare la verità. È normale che ogni giorno cresca quel senso di indifferenza? Non mi importa quello che succede agli altri; l’indifferenza con gli amici, i vicini, nel quartiere, al lavoro, nella scuola… È normale che molti dei nostri coetanei, migranti o provenienti da Paesi lontani, difficili, insanguinati da egoismi che conducono alla morte, vivono nelle nostre città in condizioni veramente difficili? È normale questo? È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale questo? È normale che tanti, tanti Paesi – e non lo dico dell’Italia, perché l’Italia è tanto generosa – tanti Paesi chiudono le porte a questa gente che viene piagata e fugge dalla fame, dalla guerra, questa gente sfruttata, che viene a cercare un po’ di sicurezza… è normale? Se non è normale io devo coinvolgermi perché questo non succeda”. (27 maggio, visita pastorale a Genova)

Non c’è futuro senza sacrifici

“Le nuove generazioni hanno il diritto di poter camminare verso mete importanti e alla portata del loro destino in modo che, spinti da nobili ideali, trovino la forza e il coraggio di compiere a loro volta i sacrifici necessari per giungere al traguardo, per costruire un avvenire degno dell’uomo, nelle relazioni, nel lavoro, nella famiglia e nella società”. (10 giugno 2017, discorso al Quirinale)

L’adolescenza non è una patologia

“L’adolescenza non è una patologia che dobbiamo combattere. Fa parte della crescita normale, naturale della vita dei nostri ragazzi. Dove c’è vita c’è movimento, dove c’è movimento ci sono cambiamenti, ricerca, incertezze, c’è speranza, gioia e anche angoscia e desolazione”. (19 giugno 2017, discorso al Convegno della diocesi di Roma)

In missione nelle periferie

“Andate, raggiungete tutte le periferie! Andate, e là siate Chiesa, con la forza dello Spirito Santo”. (30 aprile 2017, discorso all’Azione Cattolica Italiana)

Lasciare un’impronta

“Come la giovane di Nazareth, potete migliorare il mondo, per lasciare un’impronta che segni la storia, quella vostra e di molti altri. La Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano”. (21 marzo 2017, videomessaggio per le prossime Gmg)

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Quando la poesia spezza le catene. Oggey: io sono

Mon, 14/08/2017 - 06:11

Il carcere come una casa, dove, nel sentirsi abitante, è possibile farsi domande sul senso della propria vita e sui percorsi del bene e del male.

Io sono

Io sono un nuovo arrivato
in questa casa
un nuovo abitante di questa zona

qui dentro
in questo posto
c’è tanto da scoprire.
Pieno di stupore
ogni giorno scorgo
le meraviglie del cielo:
qui
ogni giorno
maturano le fragole.

*

Se mi domando chi ero
non riesco a rispondere.

Ero uno che poteva
entrare in casa tua a rubare
ferire o ammazzare,
lo stesso uomo che porgeva i fiori,
che abbracciando sanava il male;
ero lo stesso capace di amare.

https://agensir.it/wp-content/uploads/2017/08/08IoSonoOggey.mp4
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Tensione in Corea: vescovi, parlare di guerra è già un’azione di violenza contro l’umanità

Sat, 12/08/2017 - 19:29

Un’Esortazione per la pace nella Penisola Coreana. A rivolgerla, in occasione del 72° anniversario del giorno commemorativo dell’indipendenza della Corea (15 agosto 2017), è la Conferenza episcopale nazionale (Sud e Nord).

In un messaggio, pervenuto al Sir, mons. Lazzaro You Heung-sik, vescovo di Daejeon e presidente della Commissione della giustizia e pace, tra i firmatari del documento, parla di una “situazione molto particolare e delicatissima”, esprimendo l’auspicio che “non scoppi la guerra in Corea”. Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’Esortazione:

Esortazione della Conferenza episcopale per la pace della Penisola Coreana

“Camminiamo nella luce del Signore” (Is 2,5)

La Conferenza episcopale coreana, dinanzi alla recente situazione di accresciuta tensione attorno alla Penisola, rivolge la seguente esortazione:

1. Ai Leader politici della Corea del Sud e della Corea del Nord

Dopo il lancio del missile Hwasong-14, la Penisola Coreana si trova in una situazione tesa e, potenzialmente, di grande rischio. Il test delle armi nucleari della Corea del Nord rappresenta evidentemente una violazione contro la risoluzione presa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed è un’azione che nuoce seriamente la pace dell’Asia del Nord-Est incitando l’armamento nucleare dei Paesi limitrofi. La Chiesa in Corea, pertanto, denuncia decisamente tutte le provocazioni imprudenti della Corea del Nord e si oppone a tutte le azioni che sollevano tensioni nella Penisola Coreana indietreggiando, in effetti, nel cammino della promozione della pace. Si afferma che non è realizzabile, in assoluto, la pace vera e definitiva attraverso l’armamento nucleare. Si esorta, dunque, che i leader politici della Corea del Sud e della Corea del Nord favoriscano il dialogo per la pace e facciano del loro meglio per stabilire un sistema istituzionale per garantire la pace nella Penisola Coreana tramite la cooperazione con le Nazioni limitrofe.

2. Ai leader politici dei Paesi limitrofi alla Penisola Coreana

Parlare di guerra senza dovuta considerazione è già un’azione di violenza contro l’umanità. Le azioni precipitose senza freni, che dimostrano la barbarie e la follia, non ci lasceranno che la morte di innumerevoli persone, la fatale devastazione di entrambe le parti, la regressione della storia umana e le piaghe profonde all’intera umanità. La Conferenza episcopale coreana, pertanto, esorta tutti i Paesi limitrofi a non prendere decisioni imprudenti che minaccerebbero l’amore e lo sviluppo morale e spirituale dell’umanità. Si auspica che i leader politici dei Paesi limitrofi risolvano l’attuale situazione in modo maturo e armonioso affinché contribuiscano alla pace e alla coesistenza dell’umanità, che è, infatti, il principale scopo della diplomazia e della politica.

3. Ai connazionali coreani

La diffusione delle armi nucleari è “l’azione cattiva” che minaccia fondamentalmente la pace della Penisola Coreana, nonché quella del mondo intero. La guerra, che non permette mai la ritrattazione della situazione, lascerà al Popolo Coreano solamente piaghe profonde e devastazione irreparabile. L’armamento nucleare e il rafforzamento militare non possono garantire la pace della nostra cara Penisola; invece, si può raggiungere la pace vera solo per mezzo dello sforzo che mira alla realizzazione della giustizia, attraverso il dialogo, che favorisce la riconciliazione e lo sviluppo cooperativo del Popolo Coreano, perché “la pace è il frutto della giustizia” (Is 32,17). Noi, Popolo Coreano, siamo chiamati a resistere al potere diabolico che tenta di aggravare l’attuale crisi. Perché non si pensa di ridurre il budget della spesa militare della Corea del Sud e della Corea del Nord al fine di utilizzarlo, invece, per lo sviluppo umano e culturale? Si assicurino, dunque, i nostri connazionali che noi promuoviamo le varie iniziative per la pace e la giustizia sia della nostra Penisola sia dell’umanità.

4. Ai Cristiani e a tutti i Popoli del mondo

La pace nella Penisola Coreana riguara non solo il Nord-Est Asia, ma il mondo intero perché detta Penisola, attesa la presenza dei Paesi potentissimi limitrofi, funge il ruolo di “bilanciamento” della pace nel mondo. La situazione attuale, pertanto, esige uno sforzo di collaborazione che coinvolge strettamente la coscienza, l’intelligenza, la solidarietà, la pietà e il mutuo rispetto. Non restiamo nell’atteggiamento d’indifferenza o di silenzio irresponsabile, ma proviamo a cercare insieme (con l’intelligenza, la coscienza e il pensiero critico-razionale) una saggezza che paleserebbe la radice del problema e che porrebbe la soluzione adeguata. Ci rivolgiamo, innanzitutto, a tutti i cristiani che sono chiamati collaboratori dell’opera creatrice e redentrice di Dio: la realizzazione della denuclearizzazione e della stabilizzazione della pace nella Penisola Coreana contribuirà, come “turning-point”, alle generazioni future proponendo loro una visione del mondo in cui il valore delle creature si realizza pienamente con l’amore e la giustizia reali e concreti. Rimaniamo nella ferma solidarietà della preghiera e dell’azione affinché vi sia il cambiamento del “forgiare le spade in vomeri, le lance in falci” (cfr. Is 2,4) nelle zone di conflitti, inclusa la Penisola Coreana. In tale solidarietà: che la luce della giustizia e dell’amore di Dio vinca i menzionati conflitti e la diffusione dell’odio attraverso le nostre preghiere che vanno insieme alle azioni concrete!
Invitiamo, in modo particolare, i fedeli coreani a chiedere alla Madonna la sua intercessione per la pace nella Penisola, in occasione della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Siamo chiamati a essere collaboratori di pace. Infine, esortiamo tutti i fratelli e le sorelle del mondo a un attento interessamento, una preghiera, una risposta di buon discernimento e una cordiale collaborazione per risolvere la crisi della nostra Penisola. La Chiesa in Corea non mancherà mai di coinvolgersi in questo problema, più di tutto, nella continua preghiera.

“Signore, abbia pietà di noi! Dona a noi la pace. Amen”

In occasione del 72° anniversario del giorno commemorativo dell’indipendenza della Corea

15 agosto 2017

Mons. Peter Lee Ki-heon, vescovo di Uijeongbu e presidente della Commissione della riconciliazione del popolo coreano della Conferenza episcopale coreana

Mons. Lazzaro You Heung-sik, vescovo di Daejeon e presidente della commissione della giustizia e pace della Conferenza episcopale coreana

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Jihadism, 10 things worth knowing. Who’s behind it and how it can be fought

Sat, 12/08/2017 - 07:01

Armed with Kalashnikovs and knives. Strapped with explosives. Alone or in organized groups. Terrorism has entered our homes, and since it started inflicting its first mortal blows the challenge has been how to defeat it, and most of all, how to stop it from overwhelming our lives through fear.

According to a recent Report drawn up and published by ISPI (Institute for International Political Studies), since June 2014 – the year when ISIS declared itself and independent Islamic State – to June 2017, there have been 51 terror attacks committed by 65 terrorists in 8 world Countries. In the 51 attacks, 395 people died are 1549 were left wounded (without counting the attackers). But who are the Jihadists? To whom and to which current of thought do they refer to? Against who are we fighting and how can this battle be won? We asked Professor Paolo Branca, expert in Islamic Studies, Professor of Arab Language and Literature at the University of Milan, to compile a ten-point guideline on everything that needs to be known on the phenomenon of Jihadism.

  1. What it is (definition of the phenomenon). It’s an ideology and a practice characterising radical Islamic groups that wage veritable wars (as in the case of ISIS) or forms of terrorism against enemies inside and outside the Islamic world with the purpose of re-establishing the Caliphate or imposing an Islamic form of government, also in political and juridical terms, whose territories are mostly inhabited by Muslims.
  2. The root “jihad”, what does it mean. The root of this term means “effort.” In the Koran, that dates back to 12 years previous to Prophet Mohammed’s preaching in his hometown – Mecca – jihad never refers to “war”, rather, it means the commitment and zeal of the new monotheistic faith opposed by the pagans.
  3. When the term “jihad” took on a different meaning.Only after the forced migration of the Prophet and his followers in Medina, in the following 10 years of his mission, the term took on also the meaning of armed combat. However, it was primarily intended as a reactive and defensive form of combat. After Prophet Mohammed’s death, the Caliphate was established, comparable to what for us was the Holy Roman Empire. The jihad thus also became a war of expansion and conquest, but only the established authority could proclaim it, and it had to respect limits enshrined in Islamic Law which forbids, for example, to harm women, children, old people, sick people and monks.

  1. When “jihad” turned into terrorism. Terrorism is an invention of modernity. Jihadists say they intend to re-establish the ancient Caliphate, but in reality their behaviour resembles that of all contemporary extremist movements, to the extreme right and to the extreme left, marked by indiscriminate and destructive forms of violence. This escalation reveals an internal contradiction and an ideological drift (like the Red Brigades vis a vis the Communist Party). It originates from the major ideologists of 20th century Islamic movements, Egyptian, Pakistani, up to Bin Laden and to today’s ISIS leaders who argue that “the present system must not be changed, it must be destroyed.” Sadly, this ideology is causing a high death toll, especially among the Muslim population.
  2. Their goal.They delude themselves into thinking that they can remove the present ruling classes in most Muslim Countries and re-establish the Caliphate. The reality is that they are financed and manipulated by regional and world powers for hegemonic purposes that bring ethnic and religious divisions pertaining to that context to their extreme consequences.
  3. Who are their “enemies.” Most of their enemies are Muslims who don’t think like them. By striking at the West they are expressing their hatred for a system that is diametrically opposed to their ideal one. Naturally they don’t plan to conquer the United States by striking against New York. However, they intend to undermine the alliances between the US, and, for example, Saudi Arabia.
  4.  Can they be identified? And how? They obviously dissimulate: if they had long beards and wore specific garments they would be immediately recognized. Not even intense religious practice is a sign. In fact they tend to remain secluded, they don’t go to Mosque and grow radicalised on the Internet.
  5. How does one become a Jidahist? The involution often escalates very rapidly. In most cases, youths with serious problems and who are not very religious, sometimes after having served a prison sentence, accumulate anger and a desire for revenge that is cleverly exploited by others who deceivingly offer them a chance to legitimize their claims and make them feel empowered.
  6. Are all jidahists dangerous? In addition to prevention and repression there must always have been a past contact with other forms of terrorism (as in the case of Italy’s Red Brigades), especially to remove those who support the “cause” but not the ways in which its ends are pursued.
  7. How to counter the Jihadist drift. Those who take up arms must be fought also with military means, to ensure that they can do no harm. But they will be truly defeated when they will be alienated from the majority of Muslim believers who don’t identify with their claims. The claims of the latter must be represented by others who do exist, but who lack equal amount of coverage by media outlets.
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Uganda: il lavoro di Radio Pacis tra i profughi del Sud Sudan

Sat, 12/08/2017 - 07:00

Per noi la radio è diventata quasi un sottofondo. L’ascoltiamo in macchina, per far passare il tempo nei nostri trasferimenti, o per distoglierci dai “cattivi pensieri” quando ci troviamo in coda e siamo in ritardo. O ancora quando siamo a casa, alle prese con le pulizie e le faccende di ogni giorno. Un sottofondo che serve a vincere la convivenza (non sempre facile) con il silenzio.
Ma in altre zone del mondo, la radio è uno strumento prezioso per favorire il dialogo e la convivenza pacifica tra popolazioni.
È il caso di Radio Pacis, l’emittente diocesana dell’Uganda, che dal 2004 ad oggi è diventata un vero e proprio punto di riferimento nel Paese africano. E non solo per i cristiani. Anche per la popolazione musulmana.

A raccontarci il progetto che Radio Pacis sta portando avanti nei campi profughi ugandesi, dove da qualche mese vivono decine di migliaia di persone scappate dal Sud Sudan, messo a fuoco e fiamme dal conflitto armato, è il direttore dell’emittente, p. Tonino Pasolini, comboniano originario di Cesena, che opera in Uganda dal 1966.

“Il progetto che abbiamo avviato nei campi profughi è quello delle Community voices – spiega -. Ogni settimana percorriamo centinaia di chilometri e raggiungiamo i campi profughi dove registriamo delle trasmissioni che poi mandiamo in onda sulle nostre tre frequenze. Si tratta di vere e proprie tavole rotonde, in cui invitiamo le persone del campo a dialogare e a dire il proprio pensiero al microfono. Dopo una prima reticenza iniziale, la gente prende dimestichezza con il mezzo radiofonico e inizia a parlare”.

Nasce così il dialogo. Non solo tra gli uomini, ma anche tra le donne, che generalmente sono le più restie ad esprimersi.

“Le registrazioni le portiamo quindi nella nostra sede centrale e la mandiamo in onda (dopo averla opportunamente adattate ai tempi radiofonici) durante la settimana. Nelle diverse lingue e nei diversi dialetti. Perché anche la lingua è importante – prosegue p. Pasolini -. A fare questo lavoro, che richiede grandi energie e grande professionalità, ci sono insieme a me sempre un gruppo di giornalisti e un tecnico, che predispongono le attrezzature sul campo”.

La trasmissione è preceduta da un incontro con i responsabili del campo profughi, che contattano a loro volta i portavoce dei vari “villaggi” che si creano nei campi (che hanno grandi dimensioni) e che poi invitano la gente a partecipare.

Di fronte a un microfono, sollecitati a confrontarsi sui vari temi e problemi del loro quotidiano, le persone imparano a dialogare. E lo fanno senza violenza. Anche quando a dialogare o a raccontarsi ci sono persone di tribù diverse, che di là dal confine sono “nemiche” e di qua da esso si ritrovano accomunate nella lotta per la sopravvivenza quotidiana.

“La gente chiede riconciliazione e il nostro impegno, come radio diocesana è quello di educarli a vivere da riconciliati nei campi, anche per il futuro – spiega don Pasolini -. Dare un po’ di speranza, questo è quello che cerchiamo di fare. È gente scoraggiata: facce tristi, nessuno voleva andare via dalle proprie case, avevano le proprie case. Non sono venuti in Uganda per cercare un futuro migliore. Lì, in Sud Sudan, è questione di vita o morte”. Chiedono loro come si trovano nei campi, quali sono i loro desideri, i loro problemi.
Il giorno dopo il talk show, i giornalisti di Radio Pacis contattano i responsabili degli uffici governativi e delle organizzazioni, e proseguono con loro il confronto e il dialogo. “E sono loro per primi a ringraziarci, perché permettiamo loro, attraverso la radio, di conoscere meglio i bisogni di questa gente”, commenta don Pasolini.

A Bolzano in visita all’Ufficio missionario diocesano, con cui ha avviato un progetto di cooperazione allo sviluppo (uno è stato avviato anche con l’Ufficio cooperazione della Provincia di Bolzano), p. Pasolini non nasconde la fatica e le tante energie che questo servizio richiede. “Ma è un’opera importante, non solo dal punto di vista comunicativo, ma anche pastorale – aggiunge -. Questo progetto lo abbiamo avviato nei mesi scorsi anche nei vari villaggi dell’Uganda e ha da subito dato ottimi risultati. E non parlo solo di audience”.
A p. Pasolini l’audience importa, sì, ma molto meno che qui da noi. Il dialogo viene prima di tutto. Ed è il dialogo stesso che poi porta frutti. Anche da un punto di vista economico. Oggi Radio Pacis, tra giornalisti, tecnici e uomini impegnati in varie mansioni, dà lavoro a cento persone. E si finanzia per il 70% con la pubblicità. Perché anche il mondo economico sa bene, che la buona comunicazione porta frutto.

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Sette libri per l’estate. Intenso e salutare training dell’anima

Sat, 12/08/2017 - 06:55

Leggere un libro può essere anche una cura: la scoperta di un messaggio che aiuta in un momento di crisi o di smarrimento, o semplicemente di ricerca. Lettura come vita, in poche parole. Qui di seguito vi forniamo sette schede di libri “sempreverdi”, come in un intenso ma salutare training dello spirito. L’estate serve anche a questo.

“Discorso all’ufficio oggetti smarriti” di Wisława Szymborska (Adelphi)

La poetessa polacca spentasi nel 2012, premio Nobel 1996, emerge con tutta la sua grandezza: poesia a volte impegnata, come in “Campo di fame presso Jaslo”, a volte tesa a dire l’amore con i suoi limiti, ironica, profonda, capace di far vivere perfino le cose, come in una pinacoteca di notte, allorché al suono del telefono, i ritratti “superbamente assenti, con ricche vesti o senza/ trattano quell’allarme con noncuranza”.

“Il piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry (Ancora)

In apparenza libro per ragazzi, in realtà una splendida parabola, corredata da passi biblici che aiutano a comprendere alcuni “debiti” con le Scritture del narratore-pilota scomparso nel 1944. Una storia di incontri inaspettati e addii sofferti, e però, come tutte le cose del mondo, necessari. E che ci insegna una cosa: a non fissarci sul passato, nel tentativo di recuperarlo, semplicemente perché quel passato ha preso a vivere già dentro di noi.

“Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello (Einaudi)

L’ultimo romanzo dello scrittore siciliano, edito in rivista tra il 1925 e il ‘26, non esprime, come a molti è sembrato, il pessimismo “decadente”, ma, anzi, fa capire come sia possibile rinascere ad una vita nuova, se lo vogliamo. Un uomo capisce che la sua vita fatta di abitudini e di cose non ha un vero senso. Lascia tutto e si riappropria del suo vero sé. Il laicissimo Pirandello sembra subire il fascino senza tempo di un evento accaduto nella Assisi di più di settecento anni prima. Il che dimostra che, nella vera letteratura, le sorprese non finiscono mai.

“Il cantico di frate sole”, di san Francesco (in qualsiasi antologia della letteratura italiana e sul web)

Non è un romanzo, né una raccolta di liriche, ma una sola composizione, che però ha cambiato la storia di tante persone, oltre ad aver avuto un fascino incredibile sulla letteratura a venire. Visto che ne abbiamo parlato, eccolo il modello originario, composto forse nell’Eremo di san Damiano, secondo alcuni, nella chiesetta della Foresta presso Rieti, (o, nell’ultima parte, alla Porziuncola), tra il 1224 e il 1225. In questa serie di laudi legate da assonanze, influenzate dal Salmo 148 e dall’episodio biblico dei tre giovinetti nella fornace, Francesco privilegia lo stupore di fronte al mondo. L’uomo ha dentro di sé la capacità di godere della bellezza del creato, d’intuire che quello che gli altri cercano nella ricchezza e nel potere, è invece a portata di mano, messa sotto i nostri occhi.

“La leggenda del santo bevitore”, di Joseph Roth (Adelphi)

Il romanzo ha molto di autobiografico, nel senso che lo scrittore austriaco negli ultimi anni della sua esistenza di esule (era fuggito in Francia subito dopo la presa del potere di Hitler) era diventato preda dell’alcol. Il protagonista, un vagabondo, ha fatto una promessa, e, costi quel che costi, la vuole mantenere: porterà nella chiesa che gli è stata indicata il denaro che ha avuto in prestito. Provvidenza, immagine femminile salvifica, pietas verso gli ultimi e fede, in Dio e realtà della provvidenza, ecco il messaggio che affascina – anche dopo tanti anni – nella lettura di questo libro.

“Antologia di Spoon River”, di Edgar Lee Masters (Einaudi)

Conosciuta da molti perché ha “suggerito” a Fabrizio De Andrè il disco “Non al denaro non all’amore né al cielo”, è un’opera in cui compassione per le vittime senza nome delle ingiustizie, visione di un Altrove illuminato dalla misericordia divina, potenza delle descrizioni delle passioni umane, diventano tutt’uno, e acquistano una forza profetica che poche altre opere poetiche possiedono. Il commovente omaggio di un visitatore ai destini di una intera comunità, che celebra la memoria di chi non lascia apparentemente traccia.

“Il giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani (Mondadori)

Un racconto che riesce a dare un senso a ciò che apparentemente senso non sembra avere. Una amicizia profonda lega, fin dall’infanzia, il protagonista a Micòl Finzi-Contini e questo sembra essere il preannuncio di una storia d’amore e forse di una vita insieme. Ma Micòl lo rifiuta, apparentemente in modo brusco: sarà solo dopo la morte della fanciulla in un lager nazista che il narratore saprà che quel “no” è stato la sua salvezza. Un altro libro che ci fa capire come ci sia qualcosa di superiore alla brutalità della storia e che dà un senso alla nostra vita: la memoria come legame tra passato, presente ed eternità.

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