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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 44 min ago

La regina è tornata. Su Netflix la serie evento “The Crown” alla terza stagione con cast rinnovato a cominciare dal premio Oscar Olivia Colman

Tue, 19/11/2019 - 17:44

“God Save the Queen” recita l’inno nazionale del Regno Unito, inno che vale anche per il colosso dello streaming Netflix. Da domenica 17 novembre, infatti, è online sulla piattaforma la terza, attesissima, stagione della serie “The Crown” (dal 2016) firmata da Peter Morgan, che racconta la storia della corona inglese sotto Elisabetta II. Tante le novità a cominciare dal cambiamento quasi totale del cast, per segnare un cambio di passo temporale-narrativo. Tra i nuovi ingressi il premio Oscar Olivia Colman nei panni della regina, Helena Bonham Carter in quelli della principessa Margaret e Tobias Menzies nel ruolo del principe Filippo. Il Sir e la Commissione nazionale valutazione film della Cei hanno subito visto i primi episodi.

La storia inglese dal 1964 al 1977. Con le prime due stagioni di “The Crown” abbiamo assistito all’ascesa al trono di Elisabetta II nell’immediato Secondo dopoguerra, tra incertezze iniziali, tensioni muscolari con il primo ministro Wiston Churchill – divenuto poi prezioso consigliere per la sovrana –, e il complesso equilibrio nel matrimonio con il principe Filippo nonché il vorticoso rapporto con la sorella Margaret, in cerca di un suo ruolo alla luce del sole a palazzo.

Nella terza stagione entriamo negli anni della maturità di Elisabetta II, dal 1964 al 1977, ormai madre e padrona della scena politica inglese e internazionale. Le sfide cui si trova davanti all’età di quarant’anni non sono poche a cominciare dalla crisi finanziaria dello Stato, con la richiesta di un prestito agli Stati Uniti sotto la presidenza Johnson, ma anche i problemi occupazionali interni e il cambio di primo ministro, con l’arrivo a Downing Street di Harold Wilson, esponente del Labour Party.

Ancora, Elisabetta è chiamata a fronteggiare anche tragedie che sconvolgono il Paese, come il disastro di Aberfan nel Galles nel 1966, dove un’ondata di fango da estrazione di carbone provoca la morte di oltre un centinaio di bambini. Non da ultimo, la sfida più grande per la regina sembra ricondurla sempre a palazzo, impegnata a gestire e soprattutto contenere la crescente irrequietezza della famiglia, su tutti l’insofferente marito Filippo e la sorella Margaret, cui va stretto il ruolo di seconda.

Il cast da Oscar. Non poche erano le perplessità su questa terza stagione di “The Crown”, a cominciare dal cambio di cast. A portare al successo le prime due stagioni erano stati Claire Foy (Golden Globe), Matt Smith, Vanessa Kirby e John Lithgow (Emmy Award). In particolare la Foy aveva reso un’interpretazione della giovane regina Elisabetta con impressionante bravura e aderenza, tanto nell’aspetto che nella gestualità, ma anche nel lasciar trasparire con grande contegno tutta la conflittualità interiore della donna, tra impulsi giovanili e doveri istituzionali.
Dai primi episodi di “The Crown 3” non emerge alcun passo falso, anzi. I nuovi volti si inseriscono alla perfezione in un racconto sempre di grande forza e fascino. A catalizzare l’attenzione è soprattutto lei, Olivia Colman, una delle più importanti e versatili interpreti inglesi del momento, che ha trovato grande popolarità in Tv con “Broadchurch” (2013-17), “The Night Manager” (2016), imponendosi poi a Hollywood con i film “Assassinio sull’Orient Express” (2017) e “La favorita” (2018), che le ha permesso di vincere il suo primo Oscar.

La Colman ha raccolto egregiamente il testimone da Claire Foy, non facendo emergere alcuno scalino tra le due interpretazioni. È entrata anche lei nei panni della regina, tratteggiando il personaggio con acume, ironia e compostezza. Le sue movenze sono controllate, il suo sguardo è penetrante, alternando toni algidi e lampi di brillantezza. Da applauso.

Le penna di Peter Morgan. La scrittura di Peter Morgan, geniale autore londinese che per il cinema ha firmato i copioni di “The Queen” (2006), “Frost/Nixon” (2008) e “Hereafter”, è robusta, puntuale e incalzante. Morgan, prendendo le mosse dal suo spettacolo teatrale “The Audience” (2013), ha costruito un racconto della monarchia inglese sotto il regno di Elisabetta II esplorando dinamiche del Paese, tra fratture e cambiamenti, e gli accadimenti familiari a Buckingham Palace. La Storia del Novecento viene letta quindi attraverso lo sguardo di una donna, di una sovrana, stretta nel difficile ruolo tra sfera personale e irreprensibile condotta richiesta dalla corona (“The Crown must always win”, si sente ripetere continuamente). Peter Morgan in questa terza stagione, a giudicare dai primi episodi, oltre a confermare la qualità della scrittura e la compattezza della narrazione, sembra essersi persino superato, raccordando ogni passaggio nel dettaglio, alla perfezione, grazie anche a una regia che tiene bene il passo e a impunture musicali sfiziose.

“Pure British drama”. “The Crown 3” rappresenta il meglio della produzione audiovisiva di matrice inglese oggi, che ha elevato di fatto il livello della qualità narrativa in generale delle serialità Tv ed è divenuta modello di riferimento nel racconto storico.
“The Crown” è un prodotto, come indicato, dalla scrittura presente e vigorosa, cui si raccorda un cast solido e assolutamente convincente. A ben vedere, però, la cosa che si apprezza forse di più è l’eccellenza della messa in scena, con una cura formale di rara bellezza e meticolosità – superlativi i costumi e le ambientazioni, la scenografia –, che permette allo spettatore di essere totalmente rapito nelle maglie della Storia, senza temere lungaggini o smarrimenti d’attenzione. Gli snodi narrativi, tra politica, economia e scene da mélo familiare, si susseguono e amalgamano in maniera fluida, avvincente, tanto da spingere lo spettatore a passare con rapidità da un episodio all’altro in chiave “binge-watching”.
Già solo un titolo come “The Crown” vale il prezzo dell’abbonamento di un mese su Netflix, e questo il colosso dello streaming – che sta rivoluzionando anche il cinema – lo sa bene. La serie, infatti, è una delle più costose mai realizzate, con uno stanziamento di budget di oltre 100 milioni di sterline a stagione (ognuna è da 10 episodi). In tempi di profonda incertezza Oltremanica, con la Brexit che morde ai fianchi e una società sempre più smarrita, la corona, o meglio la regina Elisabetta, rimane la vera certezza. È proprio il caso di dire “God Save the Queen”!

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Usa dichiara “non illegali” le colonie israeliane in Cisgiordania. Mons. Marcuzzo (patriarcato): “Pessima notizia per la pace”

Tue, 19/11/2019 - 17:40

“Una pessima notizia per la pace. Una dichiarazione da condannare”: non usa mezzi termini mons. Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, per commentare al Sir la dichiarazione del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, di non considerare più illegali gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Una affermazione che di fatto ripudia il Memorandum Hansell del 1978 con il quale gli Usa giudicavano l’occupazione dei Territori “incompatibile con il diritto internazionale”. Definire “gli insediamenti civili incompatibili con il diritto internazionale non ha favorito la causa della pace – ha spiegato Pompeo – la dura verità è che non vi sarà mai una soluzione legale del conflitto e le argomentazioni su chi ha ragione e chi ha torto dal punto di vista delle leggi internazionali non porteranno mai la pace”. Questo per dire anche che “la legalità degli insediamenti deve essere decisa dai tribunali israeliani”. L’annuncio di Pompeo – che va ad aggiungersi ad altri provvedimenti pro-israeliani, come lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconosciuta così capitale d’Israele, e il riconoscimento dell’occupazione d’Israele delle Alture del Golan – marca una netta rottura sia rispetto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 2016, che definì una “flagrante violazione” delle leggi internazionali le colonie israeliane in Cisgiordania, e sia ripudiando la quarta Convenzione di Ginevra che sancì l’illegalità del trasferimento di popolazione da parte di una potenza occupante.

Mons. Marcuzzo

Una dichiarazione disastrosa. “Si tratta di una dichiarazione disastrosa che va in direzione opposta alla pace, ai diritti dei popoli e delle persone. Come è possibile annettersi terre che appartengono ai palestinesi senza il loro consenso? Chi sono gli Usa per deciderlo?”   rimarca il vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina.

“La comunità internazionale deve reagire prontamente”.

La decisione Usa di non considerare più illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania “contraddice totalmente” il diritto internazionale, ha dichiarato Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Rudeineh ha lanciato un appello agli altri Paesi affinché “dichiarino la loro opposizione” alla decisione di Washington. Per la Russia la posizione Usa sugli insediamenti è una “minaccia per la pace”. “Nessun Paese è al di sopra del diritto internazionale. Le dichiarazioni sullo stile del fatto compiuto non hanno validità nel diritto internazionale”, ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Di segno opposto le reazioni in Israele. Per il leader del Partito Blu e Bianco, Benny Gantz, “il futuro dei residenti della Giudea e della Samaria (la Cisgiordania) dovrebbe essere deciso in accordi che servano entrambe le parti e riflettano la situazione sul terreno”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sottolineato che la dichiarazione di Washington “riflette una verità storica. Il popolo ebraico non è un colonialista straniero in Giudea e Samaria (Cisgiordania), noi ci chiamiamo ebrei perché siamo il popolo della Giudea”. Un’affermazione rigettata da mons. Marcuzzo:

“Non accettiamo letture politiche della Bibbia”

Federica Mogherini

“e non vogliamo strumentalizzazioni politiche. Ben sappiamo, infatti, l’attenzione che la Bibbia ha nei confronti di questa terra e dobbiamo tenerne conto, ma non si stabilisca un diritto di proprietà”. L’Ue, tramite il capo della sua diplomazia, Federica Mogherini, ha ribadito la propria condanna della politica di insediamento di Israele: “La posizione dell’Ue sulla politica di insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati è chiara e rimane immutata: qualsiasi attività di insediamento è illegale ai sensi del diritto internazionale e compromette la fattibilità della soluzione dei due Stati e le prospettive di pace duratura, come riaffermato dalla risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Anche i principali giornali europei hanno dato risalto alla notizia evidenziando, in modo particolare, il “cambio di posizione che ribalta quattro decenni di politica estera americana” e che adesso rischia di allontanare definitivamente la soluzione dei due popoli, due Stati, aprendo la strada ad Israele per annettersi i territori palestinesi. Una posizione condivisa anche da mons. Marcuzzo:

“La dichiarazione di Mike Pompeo potrebbe rappresentare la pietra tombale a questa soluzione perseguita dalla Comunità internazionale e appoggiata dalla Chiesa, come più volte ribadito da Papa Francesco”.

Statistiche. Secondo B’Tselem, ong israeliana che si definisce “Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati”, dal 1967 (guerra dei Sei Giorni) alla fine del 2017, più di 200 insediamenti israeliani sono stati stabiliti in Cisgiordania: 131 insediamenti ufficialmente riconosciuti dal Ministero degli Interni israeliano; circa 110 insediamenti costruiti senza autorizzazione ufficiale ma con supporto e assistenza governativi (noti come “avamposti illegali”); numerose enclave all’interno della città di Hebron; 11 quartieri nelle aree della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusalemme nel 1967 e diverse enclave all’interno dei quartieri palestinesi a Gerusalemme est. Altri 16 insediamenti stabiliti nella Striscia di Gaza e 4 nella Cisgiordania settentrionale, furono smantellati nel 2005 come parte del Piano di disimpegno. Più di 620.000 cittadini israeliani attualmente risiedono negli insediamenti. Di questi, circa 209.270 vivono nelle parti della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusalemme e 413.400 vivono in tutto il resto della Cisgiordania (dati fine 2017).

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Bilancio Ue, compromesso raggiunto. Fondi per clima, giovani, migrazioni

Tue, 19/11/2019 - 14:37

All’indomani dell’accordo tutti parlano di “successo”, di “passo avanti”… Le autorità di bilancio dell’Ue – ossia Parlamento e Consiglio dei ministri – hanno raggiunto nella tarda serata di lunedì 18 novembre un punto di equilibrio per il budget 2020, anche se la cifra complessiva annuale di quanto i Paesi membri sono disposti a investire insieme non va oltre, neanche questa volta, l’1% del Pil europeo. Comunque si tratta di oltre 150 miliardi di euro che, tolto il 7% di spese amministrative, tornano sui territori dell’Unione sotto forma di investimenti.

Le due cifre-chiave. Le autorità di bilancio dell’Unione europea, supportate dalla Commissione, hanno dunque concordato anzitutto le due cifre di riferimento: 168,69 miliardi di euro in impegni e 153,57 miliardi in pagamenti. Gli impegni sono obblighi giuridici di spesa firmati in un determinato esercizio (contratti, convenzioni, sovvenzioni); gli importi non sono necessariamente versati lo stesso anno ma possono estendersi su più esercizi. Invece i pagamenti coprono le spese previste per l’esercizio in corso. Occorre poi ricordare che il bilancio annuale è inserito nella programmazione settennale (Qfp, Quadro finanziario pluriennale): il budget 2020 conclude il Qfp in corso, che ha preso avvio nel 2014, e apre la strada al successivo – attualmente in fase di discussione in sede Ue – per il periodo 2021-2027. I fondi del bilancio derivano principalmente da trasferimenti dei Paesi aderenti, a secondo della capacità economica, oltre che da Iva e dazi.

Bisogni e risorse. Secondo la Commissione (cui si deve, stando ai trattati, la proposta dello schema di bilancio e, in seguito, l’attuazione e il controllo delle spese) l’accordo definito consentirà all’Ue di “concentrare le proprie risorse sulle priorità che contano per i cittadini: cambiamenti climatici, occupazione, giovani, sicurezza e solidarietà nell’Unione”. Günther H. Oettinger, commissario per il bilancio, ha dichiarato: “il budget permetterà di indirizzare le risorse verso i bisogni dei cittadini, contribuendo a creare posti di lavoro, ad affrontare i cambiamenti climatici e a realizzare investimenti in tutta Europa”.

“Investirà nei giovani e nel rendere l’Europa più sicura”.

Dopo che il Consiglio avrà formalmente adottato il compromesso, il bilancio 2020 sarà votato dal Parlamento europeo durante la sessione della prossima settimana a Strasburgo.

Ambiente, ricerca, Galileo. Il 21% del bilancio complessivo Ue per il 2020 “andrà a misure per far fronte ai cambiamenti climatici”, sottolinea una nota. Il budget del prossimo anno prevede ad esempio in questo ambito che il programma Life per l’ambiente e i cambiamenti climatici riceverà 589,6 milioni di euro (+5,6% rispetto al 2019). Orizzonte 2020, programma generale per la ricerca targata Ue, “che offre un contributo sostanziale al raggiungimento degli obiettivi climatici”, otterrà 13,46 miliardi di euro (+8,8% rispetto al 2019). Altri investimenti nel campo della tutela ambientale riguardano energia e trasporti. Ampia la parte degli investimenti – 83,93 miliardi di impegni (+4,1% rispetto al 2019) – per “rendere la nostra economia più competitiva”. Di questi, 58,65 miliardi di euro (+2,5% rispetto al 2019) “andranno a ridurre le lacune economiche negli e tra gli Stati membri, promuovendo la crescita, la creazione di posti di lavoro e la ‘convergenza’ attraverso i fondi strutturali”. Il sistema di navigazione satellitare europeo Galileo sarà supportato con 1,2 miliardi di euro “per espandere la sua diffusione sul mercato mondiale e raggiungere 1,2 miliardi di utenti entro la fine del 2020”.

Giovani e programma Erasmus+. Al programma Erasmus+, per la formazione dei giovani, il bilancio 2020 dell’Unione europea stanza 2,89 miliardi di euro (+3,6% rispetto al 2019). È il più consistente tra gli stanziamenti che il budget comunitario del prossimo anno dedica ai giovani. Il Corpo europeo di solidarietà – anch’esso programma giovanile – “creerà opportunità di volontariato o di lavoro”, spiega la Commissione, “in progetti in patria o all’estero con 166,1 milioni di euro” (+15,9% rispetto al 2019): una cifra, in realtà, piuttosto modesta se si pensa che andrà ripartita tra 27 Stati.

Gli agricoltori europei beneficeranno di 58,12 miliardi di euro:

come sempre agricoltura, allevamento, foreste e tutela ambientale ricevono una parte consistente (ben oltre un terzo) dei fondi Ue. La gestione della sicurezza e della migrazione continuerà a ricevere supporto dal bilancio: ad esempio, 2,36 miliardi di euro andranno al Fondo Asilo, migrazione e integrazione, al Fondo sicurezza interna e alle agenzie che operano in questo campo (Europol, Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera-Frontex, Easo).

“Approccio realistico”. “Il bilancio del prossimo anno rafforza il sostegno alle aree prioritarie dell’Ue e ai programmi più efficaci”, commenta Kimmo Tiilikainen, sottosegretario alle finanze della Finlandia, capo negoziatore del Consiglio (dove sono rappresentati i governi degli Stati aderenti all’Ue) per il bilancio 2020. A suo avviso l’accordo raggiunto “garantisce un approccio realistico, tenendo conto degli interessi dei contribuenti e della necessità di far fronte alle nuove sfide che potrebbero sorgere nel 2020”. In realtà ancora una volta in sede Ue i governi degli Stati membri decidono di impiegare una cifra totale modesta rispetto ai compiti assegnati all’Ue dai trattati e alle attese che gli stessi cittadini depongono nelle istituzioni comunitarie.

“Un buon segnale”. Per Jan Van Overtveldt, eurodeputato, presidente della commissione Bilancio dell’Europarlamento, il compromesso raggiunto “è un buon segno offerto dalle istituzioni Ue”. Un giudizio forse eccessivamente ottimistico… Senza accordo, peraltro, la Commissione Ue avrebbe dovuto presentare un nuovo schema di bilancio, per essere poi votato all’inizio del prossimo anno, compromettendo una serie di progetti e finanziamenti utili agli enti locali, alle imprese, ai centri di ricerca e università, e, in definitiva, ai cittadini.

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EU budget, leaders reach agreement. Funds for climate, youth, and migration

Tue, 19/11/2019 - 14:37

In the aftermath of the agreement, there is talk of “success”, of “progress”… On the evening of Monday, November 18, EU budgetary authorities – i.e. Parliament and the Council of Ministers – reached a deal on the 2020 budget, even though the overall annual amount that member States are willing to invest collectively will not exceed, once again, 1% of European GDP. However, it amounts to over €150 billion which, after a 7% deduction for administrative costs, returns to EU countries in the form of investments.

Two key figures. The budgetary authorities of the European Union, with the support of the Commission, have thus agreed on the two main figures: EUR 168.69 billion in commitments and EUR 153.57 billion in payments. Commitments are the legal obligations to spend money that are signed in a given financial year (contracts, grant agreements and decisions). The amounts are not necessarily paid out in the same year but may be spent over several financial years. Payments cover expenditure due in the current year. It should be remembered that the annual budget is included in the EU’s Multiannual Financial Framework (MFF): the 2020 budget concludes the current long-term MFF, which started in 2014, and opens the next – currently under discussion in the EU – for the period 2021-2027. The source of the EU Budget mainly consists in Member Countries’ contributions according to economic capacity, besides VAT and duties.

Needs and resources. According to the Commission (which, pursuant to the Treaties, proposes the draft budget and is responsible for its implementation and for monitoring expenditure) the compromise reached on the EU budget for 2020 “will allow the EU to focus its resources on the priorities that matter to citizens: climate change, jobs, young people, security and solidarity in the EU.” Günther H. Oettinger, Commissioner for Budget, declared: “the budget will channel resources to where the needs are. It will help create jobs, address climate change, and leverage investments all over Europe.”

“It will invest in young people and in making Europe more secure.”

Following the formal approval by the Council, the European Parliament will vote on the 2020 budget during the session in Strasbourg next week.

Environment, research, Galileo. 21% of the overall EU budget for 2020 “will go to measures to address climate change”, is stated in a release. Next year’s budget envisages, for example, that the LIFE Programme for the Environment and Climate Change will receive €589.6 million (+5.6% compared to 2019). Horizon 2020, which traditionally makes a substantial contribution to reaching climate targets, will get €13.46 billion (+8.8% compared to 2019). Other investments for environmental protection include energy and transport sectors. A large part of the investments – €83.93 billion in commitments (+4.1% compared to 2019) –“ will help making our economy more competitive.” Of them, €58.65 billion (+2.5% compared to 2019) “will go to narrowing economic gaps in and between Member States, boosting growth, job creation and fostering convergence via the European Structural and Investment Funds.” The European global satellite navigation system Galileo will be supported with €1.2 billion (+74.7% compared to 2019) “to expand its worldwide market uptake to reach 1.2 billion users by the end of 2020.”

Young people and Erasmus+.  Erasmus+ educational programme for youths will receive €2.89 billion (+3.6% compared to 2019). It’s the greatest allocation that next year’s EU budget dedicates to young people. The European Solidarity Corps – also a programme for young people – “will create opportunities to volunteer or work”, states the Commission, “in projects at home or abroad with €166.1 million” (+15.9% compared to 2019): a rather modest sum, considering that it will be distributed among 27 Countries.

European farmers will benefit from €58.12 billion:

As customary, a large share of the EU budget (more than a third) goes to agriculture, rearing, forests and environmental protection. Security and migration management will continue to receive support. For example, €2.36 billion will go to the Asylum, Migration and Integration Fund, the Internal Security Fund, and the agencies that work in this field (Europol, the European Border and Coast Guard Agency (Frontex), EASO).

“Realistic approach.” “Next year’s budget strengthens support for the EU’s priority areas and best-performing programmes”, said Kimmo Tiilikainen, State Secretary, Ministry of Finance of Finland, chief negotiation on the Council side (that brings together EU member States’ governments) for the 2020 budget. In his view, the negotiated agreement “ensures a realistic approach, taking into account the interests of taxpayers and the need to cater for new challenges that may arise in 2020.” In reality, once again at EU level, Member State governments have decided to allocate a modest total amount considering the tasks conferred on the EU by the Treaties and the citizens’ own expectations of the EU institutions.

“A good sign.” For Jan Van Overtveldt, MEP, Chair of the EU Parliament Committee on Budgets, the agreement reached is “a good sign showing that the EU institutions can deliver.” Perhaps an excessively optimistic view … Without an agreement, however, the EU Commission would have had to present a new draft budget, to be adopted at the beginning of next year, thereby jeopardising a number of projects and funds that benefit local communities, businesses, research centres and universities, and, ultimately, citizens.

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Noi della “Bahnhofmission” dello zoo di Berlino che aiutiamo le persone a sopravvivere

Tue, 19/11/2019 - 10:16

La stazione dello zoo di Berlino è una città nella città, diventata famosa in tutto il mondo grazie a Kai Hermann e Horst Rieck, giornalisti della rivista “Stern” che nel 1978 firmarono il libro autobiografico di Christiane Vera Felscherinow. Pagine in cui viene descritta una periferia nel cuore della città tedesca, divenuta fin dagli anni Settanta punto di ritrovo per lo spaccio di droga e la prostituzione di strada.
Dieci i binari della stazione, quattro dei quali dedicati alla metropolitana, lungo i quali ogni giorno si incrociano le strade di migliaia di persone. E ai margini di queste strade vive una popolazione di persone “invisibili”. Difficile dire con precisione quanti sono. Non hanno un tetto, ma sanno che possono contare su una “casa”, la Bahnhofmission am Berliner Zoo.
“La stazione dello zoo di Berlino venne aperta nel 1882 come semplice stazione ferroviaria – spiega il direttore della Bahnhofmission, Willi Nadolny –. Sei anni più tardi, nel 1894, per venire incontro ai bisogni delle persone che fin da allora vivevano attorno alla stazione, la Chiesa evangelica ha fondato la Bahnhofmission. Proprio nei giorni scorsi abbiamo festeggiato il 125° anniversario”.
Oggi a Berlino le Bahnhofmissionen sono tre e in tutta la Germania se ne contano 104.

“Cosa facciamo? Ogni giorno aiutiamo le persone a sopravvivere”.

Willi Nadolny è diretto. Dopo aver studiato per anni informatica e dopo aver imparato come districarsi nella rete virtuale, il 33enne tedesco è arrivato alla Bahnhofmission, dove prima come assistente sociale di strada e da gennaio di quest’anno come direttore, opera quotidianamente nella rete reale di strade e vicoli popolati da centinaia di “invisibili”, dove l’urgenza dei bisogni quotidiani non lascia spazio a tanti giri di parole.
Lunedì scorso ha raccontato l’esperienza della Bahnhofmission durante il convegno “Bolzano senzatetto – Per sentirsi a casa non basta avere un tetto sopra la testa”, organizzato dall’Università di Bolzano in collaborazione con la S. Vincenzo e l’associazione Volontarius. A invitarlo nel capoluogo altoatesino Lissi Mair, per anni giornalista nella sede dell’Ansa a Bolzano e che ora che è in pensione, è impegnata in prima linea nella promozione della cultura dell’accoglienza delle persone senza fissa dimora.
“A Berlino – spiega Nadolny – ci sono circa 3,6 milioni di abitanti. Di queste 50mila sono senza fissa dimora, vale a dire l’1,4%. Si stima che siano tra 6 e 12mila le persone senza tetto a tutti gli effetti. Ma è difficile avere un quadro preciso della situazione”.

Alla Bahnhofmission dello zoo di Berlino lavorano 19 persone stipendiate e 220 volontari. “Siamo aperti 24 ore su 24 – racconta Nadolny –. Ogni giorno alla nostra porta bussano da 600 a 700 persone. Non chiediamo loro i documenti. Li aiutiamo e basta. Abbiamo solo due regole: nella missione non c’è spazio per la violenza e per la droga. Persone violente o sotto l’effetto di stupefacenti non possono entrare”. Tre sono i servizi che la Bahnhofmission mette a disposizione: la mensa, il centro igienico-sanitario e l’assistenza di strada. Dall’inizio di ottobre operano nella missione anche un assistente sociale e uno psicologo.

“In mensa distribuiamo i pasti tre volte al giorno – prosegue – la colazione è dalle 6 alle 7; il pranzo va dalle 14 alle 18 mentre la cena è dalle 22 a mezzanotte”. Nei 150 metri quadrati della mensa ci sono 60 posti a sedere. Si mangia a turni. “Chi entra per mangiare prende posto e viene servito al tavolo – spiega Lissi Mair, che ha visitato la Bahnhofmission –. Non viene messa fretta a nessuno. I volontari guardano queste persone negli occhi, si prendono cura di loro. Poi, una volta che il gruppo ha finito di mangiare, viene fatto entrare il gruppo successivo. Questo non è solo offrire un pasto, questo è dare dignità a persone che per gran parte della società sono degli ‘invisibili’”.

Alla Bahnhofmission i senza fissa dimora hanno anche la possibilità di lavarsi. “Al centro igienico-sanitario che si trova accanto alla mensa – spiega Nadolny – ogni giorno cento persone possono fare la doccia. Noi mettiamo a disposizione della biancheria nuova, alla pulizia dei loro vestiti devono provvedere da soli. Questa è una forma per responsabilizzarli e per fargli comprendere che anche loro devono fare la loro parte”.

C’è un piccolo guardaroba, ma solo per casi eccezionali. La struttura dispone anche di 4 posti letto, ma vengono messi a disposizione solo per i viaggiatori. “E questo perché – chiarisce il direttore della Bahnhofmission – quando ti ritrovi davanti alla porta 150 persone che ti chiedono di dormire non vogliamo dover scegliere a chi dare un letto”.

“Alla nostra porta bussano persone che hanno circa 40 anni, 80% delle quali sono uomini – prosegue Nadolny –. In Germania tre quarti dei senza fissa dimora sono uomini. Pochi sono gli immigrati. La maggior parte sono persone dell’Europa dell’Est, della Polonia o dei Balcani. Ognuno di loro ha una storia e spesso è difficile comprendere veramente come siano finiti a vivere in strada. Noi li accogliamo così come sono. Con la loro storia e con le loro scelte. Quando incontriamo qualcuno che cerca di andare via dalla strada, allora li indirizziamo ad altri servizi, dove possono trovare aiuto”.
La Bahnhofmission dello zoo di Berlino è finanziata per tre quarti dal governo tedesco, il resto delle spese è coperto con offerte.Nadolny, come “motto” del suo intervento a Bolzano, ha scelto un versetto tratto dal libro del profeta Geremia: “Cercate il bene della città e pregate il Signore per essa, poiché dal bene di questa dipende il vostro bene”. “E questo – conclude – è quello che cerchiamo di fare ogni giorno alla Bahnhofmission”.

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Insulti a disabili. Don Albanesi: “Frutto di ignoranza e frustrazione”. Il papà di Valerio Catoia: “Un dono per la mia famiglia”

Tue, 19/11/2019 - 10:16

Un ristorante, a Livorno, per protestare contro i sigilli posti alla pedana esterna del locale, affigge un cartello in cui viene usata la sindrome di down come offesa contro chi ha scritto l’esposto. Su una pagina chiusa di Facebook insulti al diciannovenne Valerio Catoia, con sindrome di down, divenuto noto per aver salvato due anni fa, a Sabaudia (in provincia di Latina) una bambina di dieci anni che stava affogando in mare. Per il suo atto eroico il presidente Sergio Mattarella lo ha nominato Alfiere della Repubblica, ma l’ammirazione che ha suscitato in tutto il Paese per il suo coraggio non è bastata per proteggerlo dagli attacchi di hater sui social.

“Queste persone che insultano sono ignoranti e arroganti: si credono lupi e invece sono coyote. Non se ne può più di tanta superficialità e arroganza che non solo offendono le persone con la sindrome di down, ma che dovrebbero far vergognare chi lancia queste offese.

Insultare così è indice di un basso livello di civiltà”.

Ne è convinto don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco. “Ognuno ha la sua dignità, la sua storia -prosegue il sacerdote -. Tutti da anziani potremmo diventare bisognosi di aiuto: queste persone offendono l’umanità perché non siamo sempre belli, forti e capaci”. Per il presidente di Capodarco, “dietro tanta aggressività si nasconde anche la frustrazione”: “C’è il decimo comandamento – non desiderare le cose degli altri – eppure tutti vogliono essere belli, ricchi, sani, potenti, noti, ma spesso quello che si desidera non si traduce in realtà e lì nasce la frustrazione. Non ci accetta quello che si è. Si vive in una cultura, infatti, che spinge verso la superiorità: se non si riesce ad acquisirla, ingiustamente si riversa la rabbia su quelli che sono, erroneamente, ritenuti inferiori”.

“Un gruppo chiuso su Facebook ha fatto uno screenshot della pagina Sostenutori.info in cui si applaudiva Valerio per l’atto eroico e l’hanno pubblicato sulla loro pagina chiusa dove sono iniziati i commenti con insulti, del tipo ‘sembra un cane’, ‘si doveva sparare’. L’ho saputo, il 12 agosto, da un medico che mi ha informato e mi ha fatto conoscere un giornalista che si era infiltrato nel gruppo chiuso che diceva di fare ‘satira nera’”. A raccontarlo al Sir è Giovanni Catoia, papà di Valerio. Dopo aver visto, grazie agli screenshot inviati dal giornalista gli insulti, Giovanni ha contattato su Messenger gli autori delle offese “per chiedere conto di quanto stavano facendo”: “Hanno iniziato a sbeffeggiare anche me. Non contenti, sulla loro pagina chiusa si vantavano di essere diventati famosi e di quello che avevano scritto”. Catoia ha sporto querela alla polizia postale. Ora la pagina è sparita. Solo adesso l’episodio è stato conosciuto. “La gente sembra incattivirsi sempre di più – commenta Giovanni -. In questo caso non so se pensare alla cattiveria delle persone o all’ignoranza o alla noia. Quanto è avvenuto non mi fa stare tranquillo”. Di qui l’auspicio che “queste persone siano individuate e capiscano il male che hanno compiuto”. Valerio, all’oscuro di quanto avvenuto sui social, qualche settimana fa ha ricevuto il premio nazionale Fair Play del Coni e precedentemente quello internazionale a Baku. “Per noi – ricorda il papà –

la nascita di Valerio è stata un dono.

Probabilmente se non fosse nato la mia famiglia si sarebbe sfasciata perché eravamo in un momento di crisi, poi superato: ora abbiamo anche una seconda figlia di 14 anni. Valerio ci ha tenuti uniti: è stato proprio un dono, all’inizio, quando è nato, e tuttora ci dà tantissimo, più di quello che noi riusciamo a dargli.

Valerio mi capisce al volo, ha un sesto senso”.

https://www.agensir.it/wp-content/uploads/2019/11/downValerio19nov2019.mp4

Con la vicenda degli insulti “mi sembra di rivivere i primi mesi dopo la nascita di Valerio. Allora io e mia moglie eravamo molto giovani e non conoscevamo bene la sindrome di down. Perciò, siamo andati da parecchi medici e uno di loro disse: ‘Valerio è come un fiore che non sboccerà mai’. Se mi avessero dato una pugnalata al cuore mi avrebbero fatto meno male. Adesso sto vivendo un po’ le stesse sensazioni, anche se meno dolorose perché ormai sono vaccinato: in questi 19 anni ne ho sentite tante, ma è pesante”.

“Contro gli stereotipi mi arrabbio, certamente, ma

quello che mi preoccupa è il clima generale culturale che si respira nel nostro Paese: si semplifica e si esclude

e questo comporta gravi problemi all’accettazione dell’altro che vediamo diverso. Il tutto si innesta in una situazione europea ma soprattutto italiana di difficoltà finanziaria che diventa una giustificazione per l’inasprimento degli animi”. A parlare è Stefano Menghini, presidente dell’Aipd (Associazione italiana persone down) di Roma, papà di una giovane donna con la sindrome di down: Benedetta, di 31 anni. I coniugi Menghini hanno anche un figlio maggiore di 34 anni. “Quello che è avvenuto a Livorno non mi preoccupa più di tanto: solo una persona ignorante può comportarsi così – sostiene Menghini -. Mi spaventa di più l’atteggiamento generale che tende a sottovalutare gli episodi di intolleranza, da quanto è successo contro Liliana Segre alle offese ai ragazzi con sindrome di down. Nel cartello è stata usata la parola mongoloide, che, di per sé, non è una parolaccia, ma ha assunto un significato dispregiativo per una serie di luoghi comuni”. Ma occorre andare oltre i pregiudizi: “Quando è nata Benedetta abbiamo avuto paura anche io e mia moglie. Ora quando guardo mia figlia non penso più alla sindrome di down, vedo solo Benedetta. Le persone disabili danno moltissimo: non è un modo di dire, è proprio vero. Hanno una sensibilità e un’attenzione all’altro che non si riscontrano in nessun altro membro della famiglia. Nella mia esperienza, Benedetta mi guarda e mi capisce”. La ragazza lavora dal 2013 in un asilo nido del comune, “Villa Chigi”, dopo aver superato un concorso rivolto a disabili nel 2012.

“Mia figlia è una ragazza felice.

Tiene moltissimo al lavoro, non vuole mancare un giorno – dice il padre -. Questo asilo, grazie anche alla coordinatrice che ha favorito in ogni modo l’inclusione, è un modello positivo di integrazione”. Benedetta pratica anche sport, in particolare judo: “Anche in palestra hanno agevolato l’integrazione. Inoltre, è autonoma negli spostamenti abituali e nella cura personale”. “La nostra è un’esperienza positiva – aggiunge Stefano – anche se non manca la preoccupazione per il dopo di noi: il loro futuro, dopo la nostra morte, è veramente quello che fa la differenza tra un figlio normodotato e non”.

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Papa in Giappone. La voce dei buddisti: “Francesco è l’icona del dialogo per la pace”

Tue, 19/11/2019 - 09:30

Un viaggio nel cuore del Giappone per parlare al mondo di pace e rilanciare la cultura del dialogo e dell’incontro. Per farlo Papa Francesco anche qui chiamerà accanto a sé i leader delle grandi religioni perché la costruzione della pace è un lavoro lungo e paziente che ha bisogno di tutti. All’incontro per la pace di Hiroshima ci saranno rappresentanti dello shintoismo, del buddismo, musulmani ed ebrei. Per le chiese cristiane metropoliti ortodossi e pastori protestanti. Ad Hiroshima parteciperà per i buddisti un rappresentante del movimento Rissho Kosei-Kai. Fondato nel 1938 da Nikkyo Niwano, il movimento conta oggi 1,4 milioni di famiglie, 238 centri Dharma (spesso seguiti da ministri donne), presenti in 19 aree geografiche del mondo. Siamo a Suginami nella periferia di Tokyo. È qui che si trova il quartier generale della Rissho Kosei-Kai. Un insieme di uffici, templi e una grande “casa del pellegrino”. Al centro spicca un enorme edificio a 8 piani. È la “Grande Aura Sacra” che può arrivare a contenere fino a 1.400 persone. Ci sono voluti 8 anni per costruirla e la sua architettura oggi unisce simboli e tradizioni appartenenti a religioni diverse in sintonia con l’apertura al dialogo che caratterizza questo movimento.

Ci accoglie la Rev. Yoshie Nishi, responsabile della sezione giovanile del RKK. È stata recentemente a Roma, ospite di un simposio organizzato dal Movimento dei Focolari. Ha potuto incontrare e parlare in piazza San Pietro con papa Francesco. Un colloquio breve che le ha lasciato il segno. “Lui mi ha ascoltato con grande attenzione e serietà. Il dialogo per lui è uno stile di vita. Si può dire che il dialogo sia una icona di papa Francesco perché ha capito che oggi in un mondo diviso e sempre più frammentato e in conflitto, il dialogo è cruciale. Noi pensiamo la stessa cosa e questa comune convinzione ci unisce profondamente”.

Fin dalle sue origini, la Rissho Kosei-Kai ha fatto del dialogo interreligioso la sua cifra. Una vocazione che nasce dall’idea che gli uomini sono fratelli tra loro, abitanti dell’unica terra. Viaggiatori nell’unica barca della vita che procede nella stessa direzione. “L’impegno per la pace nel mondo parte da questa visione del mondo come unico posto dell’umanità”. Il suo presidente Niwano ha sostenuto progetti e conferenze di pace in tutto il mondo. Ha lavorato intensamente per il disarmo nucleare. Ha collaborato con le Nazioni Unite e la World Conference of Religions for Peace. Nel 1997 è andato in Bosnia e Erzegovina riunendo per la pace i 4 leader delle principali religioni del Paese per tentare di facilitare il processo di pacificazione in quel conflitto. Un’amicizia profonda lega la Rissho Kosei-Kai al Vaticano. Il suo fondatore Niwano è stato invitato primo buddista nella storia della Chiesa a partecipare al Concilio Vaticano II nel settembre del 1945 e nel corso di una udienza Paolo VI gli conferma e lo incoraggia nel suo impegni per il dialogo interreligioso.

Anche qui nel quartier generale di Suginami ci sono grande aspettative per l’arrivo in Giappone di Papa Francesco. “Spero – dice Nishi – che la sua visita e le sue parole possano incoraggiare, soprattutto i giovani, a lavorare per l’unità della famiglia umana in un mondo diviso, sempre più in conflitto. La nostra speranza è che questo viaggio possa essere non solo per il Giappone ma per il mondo intero una luce di speranza che possa incoraggiare leader politici ad abbandonare tutto ciò che divide per promuovere ovunque una cultura dell’incontro”.

C’è un altro appuntamento al quale la Rissho Kosei-Kai è stata invitata ed è l’incontro che a Tokyo il papa avrà con  i giovani. Il movimento – spiegano alla Rissho Kosei-Kai – nasce con lo scopo di aiutare le persone a “fare del mondo un posto migliore”.  Lo fanno seguendo gli insegnamenti del Lotus Sutra che è il loro Libro di riferimento e riunendosi regolarmente in piccole comunità chiamate “Hoza” dove si siedono in cerchio e a turno confidano propositi e obiettivi di vita, difficoltà e fallimenti nella convinzione che se la persona raggiunge serenità e saggezza diventa a sua volta agente di cambiamento nella società. L’insegnamento del Lotus Sutra è fondato sui valori della dignità umana e della pace per tutti gli uomini. È il carisma di Buddha dispiegato al tempo moderno. Per questo il movimento spende grandi sforzi per i giovani. Una generazione – dicono – alle prese oggi con problemi e sfide nuove: il cambiamento climatico, la crisi economica, il vento delle nuove tecnologie. “I giovani in Giappone – racconta Nishi – hanno una bassissima auto-stima. Soffrono spesso e in maniera devastante crisi di inferiorità che li porta spesso alla depressione e purtroppo anche al suicidio. Hanno perso la speranza di vivere e guardare al futuro”. È da qui che parte il lavoro della Rissho Kosei-Kai con i giovani. Un lavoro alla scoperta di sé stessi, fatta insieme ad altri.

I giovani aspettano solo che qualcuno che dica loro: “tu sei prezioso”.

Anche questo modo di vedere e agire per i giovani è in profonda sintonia con papa Francesco. “Anche il papa guarda in ogni persona che incontra, il bene che è scritto dentro di lui. Speriamo che il Papa possa illuminare in questi giorni il bene e il bello presente nel cuore dei giovani e spronare anche loro a lavorare per la pace e il dialogo. A lavorare perché il loro futuro sia migliore del nostro presente”.

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Papa in Giappone: nel Paese con il più alto tasso di suicidi al mondo e giovani “hikikomori”. Un prete per amico

Tue, 19/11/2019 - 09:23

(da Tokyo) – In Giappone un’amicizia tra un giovane “hikimori” e un prete italiano può salvare una vita. E’ accaduto a padre Andrea Lembo, 45 anni di Treviglio (Bergamo), superiore generale del Pime, da 10 anni a Tokyo. Il missionario parla il giapponese bene come l’italiano e quando racconta le sue intense giornate si accende di entusiasmo. Nella sua amata terra di missione, che sognava già prima di partire, padre Andrea ha incontrato un popolo da evangelizzare e ne ha conosciuto anche le ombre. Il Giappone è il Paese con il più alto tasso di suicidi al mondo (uno ogni 15 minuti, 30-35.000 l’anno nonostante una campagna di prevenzione governativa). Spesso nelle più affollate fermate della metro di Tokyo – la vita qui si svolge nelle stazioni – si vedono alte barriere di cemento per impedire alle persone di gettarsi sotto le rotaie.

“Purtroppo sono diminuiti i numeri ma l’età si è abbassata fino a 12 anni – riferisce il missionario -. Ho saputo di insegnanti che leggono in classe avvisi di questo tipo: se scegliete di suicidarvi non su quelle linee e in quegli orari”. Il governo prevede perfino multe ai familiari di chi si suicida perché rallentano il servizio pubblico. Inammissibile nella megalopoli di 30 milioni di abitanti più tecnologica ed efficiente del mondo, con le sue 28 metropolitane e i suoi impeccabili treni urbani. “Non c’è famiglia che non abbia attraversato una tragedia di questo tipo”, confida il missionario.

Gli “hikikomori” che si isolano dal mondo. E’ qui che nasce anche il fenomeno degli “hikikomori”, i giovani che scelgono volontariamente di isolarsi dal mondo rinchiudendosi in una stanza, per cui l’unico contatto con l’esterno avviene tramite internet.

Gli “hikikomori” sono circa 500.000 in Giappone (su 127 milioni di abitanti), e il triste trend si va diffondendo anche in Italia.

Spesso sono vittime di bullismo, giovani che vivono come un fallimento insuperabile gli insuccessi scolastici, la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro o un licenziamento. Dai primi anni di scuola fino all’azienda, il giapponese medio va incontro ad aspettative altissime, con ritmi di studio e lavoro fortemente stressanti. A scuola tutti i giorni della settimana, 12 ore al giorno di lavoro, pochissimi giorni di ferie. Non è un caso che nei vagoni delle metropolitane, dove è assolutamente proibito parlare al cellulare, quasi tutti dormano, perfino in piedi. L’ansia quasi maniacale di perfezione, e una gentilezza formale che non lascia trapelare le emozioni, rendono questo popolo spesso incapace di gestire la crisi e l’insuccesso, visto come un’onta.

E a volte dall’isolamento alla depressione, fino al suicidio, il passo è breve.

Un argomento che rientra bene nel tema della visita di Papa Francesco in Giappone dal 23 al 26 novembre prossimo: “Proteggere ogni vita”.

padre Andrea Lembo e una volontaria

Un prete per amico.

“I ragazzi non sanno cosa è un prete. Gli diciamo che è uno che si intende di cose del cuore”,

racconta padre Andrea parlando dei suoi incontri con i giovani a cena, davanti al sushi e ad una birra. E’ nella sua prima parrocchia alle porte di Tokyo che padre Andrea incontra Ko He, appena ventenne. Al secondo anno di università decide di lasciare gli studi, la famiglia ed affittare un gabbiotto in un internet café a 500 yen al giorno (circa 4 euro) per ritirarsi dal mondo. Padre Andrea viene a sapere che le sue uniche uscite all’esterno sono per prostituirsi con altri ragazzi. E’ l’unico modo che ha pagarsi le spese della sua autoreclusione. “Veniva sfruttato e umiliato durante stupide feste che chiamano ‘Love party’. Era sul punto di suicidarsi”, confida: “Per convincerlo a desistere gli ho fatto capire che io e i suoi familiari non meritavamo di soffrire perché lui voleva togliersi la vita”.

“E’ nata un’amicizia molto bella e dopo due anni sono riuscito a farlo uscire dall’internet café. Ora mi aiuta come volontario in parrocchia e lavora in un centro per anziani”.

Povertà nascoste. I cattolici iscritti alla sua piccola parrocchia sono 800. E’ l’unica chiesa cattolica di Fuchu, una zona benestante di Tokyo dove le povertà sono molto nascoste.

Quelle interiori sono le più pesanti, anche perché non c’è l’abitudine di andare da uno psicanalista.

In alcuni casi si va dallo psichiatra, che cura con psicofarmaci: “Le mamme dicono alle maestre di ricordarsi le pillole per i loro figli di sei o sette anni, perché devono essere perfetti”. Solo da poco iniziano a nascere centri “per la cura del cuore” con psicologhe volontarie. “Per me è un grande peso confrontarmi con i suicidi giovanili – ammette -. Ogni volta che succede bisogna rielaborare a livello interiore quanto accaduto, si sente il fallimento del proprio lavoro”. Un prete giapponese che aveva vissuto un lutto di questo tipo in famiglia gli disse: “Tu non puoi capire perché sei straniero”. In Giappone il suicidio deriva infatti da una antica consuetudine dei guerrieri sconfitti in battaglia, per questo è forse ancora culturalmente e socialmente accettato. “Dicono che è un modo per liberarsi dall’inferno di una vita che, con la modernità e i ritmi di lavoro stressanti, è costretta a subire una pressione sociale troppo forte – spiega il missionario -. In una società fondata sul confucianesimo, nella quale l’individuo è al servizio della comunità, significa togliere il disturbo dal mondo, non essere più un peso per gli altri”.

La scelta del futuro. Un’altra caratteristica della società giapponese è voler indirizzare i propri figli verso la scelta del proprio futuro scolastico e lavorativo in giovanissima età, intorno ai 10 anni.

“I giovani dovrebbero avere la libertà di scegliere da soli la propria strada”,

auspica invece Yumi Takahashi, insegnante e fondatrice della “Scuola della gioia”, il doposcuola parrocchiale che ogni sabato aiuta i ragazzi che non possono pagarsi questo tipo di studi. “Spero che la visita di Papa Francesco abbia un impatto positivo non solo sui cattolici ma su tutti i giovani, anche quelli che ancora non lo conoscono – afferma l’insegnante -. E’ un uomo di pace, può aiutarli ad allargare gli orizzonti sul mondo intero e ad interessarsi dei problemi della società”.

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The Pope in Japan: the Country with the highest suicide rates in the world and young “hikikomori.” The priest as a friend

Tue, 19/11/2019 - 09:23

(from Tokyo) – In Japan, the friendship between a young “hikimori” and an Italian priest can save a life. It happened to Father Andrea Lembo, 45, from Treviglio (Bergamo), PIME Superior General, in Tokyo for the past ten years. The missionary is fluent in Japanese as he is in Italian, and talks about his intense days with great enthusiasm. In his beloved land of mission, which he dreamt of long before his departure, Father Andrea met a people to be evangelized and experienced its shadows. Japan has the highest suicide rate in the world (one every 15 minutes, 30-35,000 a year despite government prevention campaigns). Safety barriers are often seen in the busiest subway stations in Tokyo – stations occupy a central place in Japan’s everyday life – to prevent people from throwing themselves on the tracks.  

“Sadly, the numbers have decreased along with age group – now involving 12 year-olds” – said the missionary – “I learned that there are teachers who read notices of this kind in class: ‘if you choose to commit suicide, you should avoid certain trains and hours’. The government is even imposing fines on the families of persons who commit suicide because they delay public service. This is unacceptable in the world’s most high-tech and efficient megalopolis of 30 million inhabitants, with 28 subways and flawless urban trains. “No family is immune to this of tragedy”, said the missionary.

“Hikikomori”, withdrawn from the world. The “hikikomori” phenomenon – describing the condition of youths who isolate themselves from society shutting themselves up in their rooms with the Internet as the only contact with the outside world – first emerged in Japan. 

It is estimated that in the Country there are 500 thousand hikikomori – on a population of 127 million. And this sad trend is spreading also in Italy.

They are often victims of bullying, teenagers unable to cope with school failures, with difficulties connected to finding a job or to being fired. From early school years to business, the average Japanese citizen has high expectations, with extremely stressful work and study patterns. They go to school every day of the week, with a 12-hour workday and a few days off. It is no coincidence that in the subways, where it is absolutely forbidden to use a mobile phone, almost everyone sleeps, even standing. An almost maniacal anxiety for perfection, coupled by a formal courtesy that shuts off emotions, make these people often incapable of managing crises and failures, viewed as a shame.

Sometimes isolation and depression are a short step from suicide.

This subject is in perfect accord with the theme of Pope Francis’ visit to Japan from 23 to 26 November: “Protecting all life.”  

A priest as a friend

“Youths here know nothing about priests. We explain that priests are those who understand all things felt with the heart”,

said Father Andrea describing his meetings with young people at dinner, over sushi and a beer. Father Andrea met twenty-year-old Ko He in his first parish church on the outskirts of Tokyo. In his second year at university Ko He decided to quit his studies, leave his family and rent a booth at an internet café at 500 yen a day (about 4 Euros) to withdraw from the world. Father Andrea learned that his only outdoor activities involved prostitution with other boys, the only way he could pay for his own self-reclusion. “He was exploited and humiliated during some stupid ‘Love parties’. He was on the verge of committing suicide,” remarked Fr Andrea: “To persuade him to stop, I made him understand that I and his family did not deserve to suffer because he wanted to take his own life.”

“A very beautiful friendship was born and after two years I managed to make him leave the Internet Cafe. Now he helps me as a volunteer in the parish and is working in a home for the elderly.”  

Invisible poverties. There are 800 Catholics registered in his small parish, the only Catholic church in Fuchu, an affluent area of Tokyo where poverty is unseen.

Inner poverties are the most burdensome, also because people don’t have the habit of consulting a psychoanalyst.

In some cases they see a psychiatrist, who treats them with psychoactive drugs: “Mothers remind the teachers to remember the pills for their six or seven-year-old children, because they must be perfect”. “Heart treatment” centres with voluntary psychologists have only just been created.

“Having to deal with juvenile suicides is a great burden to me”, he admitted. “Every time it happens, we need to reprocess what happened internally, we feel the failure of our efforts.” A Japanese priest who had experienced this kind of loss in his family once told to him: “You cannot understand because you are a foreigner.” Suicide in Japan originates from an ancient custom of warriors defeated in battle, which is probably why it is still culturally and socially accepted. “They say that it’ s a way to free oneself from a hellish life that, with modernity and stressful work schedules, is forcibly subjected to excessive social pressure – the missionary explained -. In a society based on Confucianism, where the individual is at the service of the community, it means removing discomfort from the world, no longer being a burden to others.” 

The choice for the future. Another feature of Japanese society is the tendency to want children to choose their educational and professional future at a very young age, when they are 10 years-old.

“Young people should have the freedom to decide their own paths”,

is the advice of Yumi Takahashi, teacher and founder of the “School of Joy”, the parish after-school program that every Saturday assists children who cannot afford to pay for this type of education. “I hope that the visit of Pope Francis will have a positive impact not only on Catholics but on all young people, even those who still don’t know him – the teacher said -. He is a man of peace, he can help them to broaden their horizons on the whole world and become involved in the problems of society.” 

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Il globo in subbuglio

Tue, 19/11/2019 - 00:04

Altro che fantasma che si aggira per l’Europa, oggi si aggira per l’intero globo. In America latina sono in subbuglio, con sussulti e impennate: il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador e il Cile. Un po’ ovunque c’è fermento, mentre i nativi si ribellano a situazioni di esclusione sociale. Ci sono moti in Algeria, Sudan, Mali e nel corno d’Africa. In Medio Oriente c’è un mix esplosivo di orgoglio etnico e di identità religiosa. C’è uno stato belligerante fra Israele e Palestina, disordini in Siria, in Iraq e Iran, in Jemen e sottotraccia c’è l’Isis, che continua a spaventare. Chissà quante altre situazioni vivono momenti di fermento con l’Arabia Saudita, sostenuta dagli States, che non favorisce certamente la pace. In Usa ci si sta preparando all’Impeachment per il presidente. Più scaltro è Putin che mira, sostenendo i nostri sovranismi, ad un’egemonia sull’Europa. In luoghi distanti tra loro si sono alzati contemporaneamente moti di protesta popolare, suscitati dal disagio sociale. Ci sono elementi comuni fra queste ribellioni popolari, a prescindere dalle differenze tra le singole manifestazioni? Le crisi globali che si ripetono non fanno che accrescere le distanze fra i pochi ricchissimi e i molti poveri e impoveriti. È in atto un cambiamento dell’intero sistema economico, di cui non si intravvede l’esito finale. La tentazione, in una situazione complessa e conflittuale, è quella della semplificazione e dell’estremizzazione. Questo è vero in Cile come nei Paesi europei. In Italia c’è una destra neonazionalista che vuole dare sicurezza alla gente proponendo la chiusura dei confini con nuovi muri, proprio ora che festeggiamo la caduta di quello di Berlino; una destra che guarda sempre più alle estreme senza disdegnare appoggi ricevuti da chi fa il saluto romano. Questo può servire per conquistare consenso, ma non per governare. Una lezione per tutti coloro che si occupano di politica, però, la nuova Lega la dà. Ha ascoltato il disagio e il malcontento, quello che una volta faceva la sinistra. In questo spazio, forse, può prendere corpo un progetto etico culturale, che superi la riduzione della politica a dibattito su immigrazione, tasse, autonomie regionali. Un progetto che abbia un’idea fondata sul binomio libertà-giustizia, sulla dignità della persona e dei suoi diritti-doveri, che non abbia paura di affrontare i disagi con misure di governo efficaci, senza ridursi a denunciare solo gli errori degli altri. Il fermento presente nel mondo cattolico sembra mirare a questo: non a rifondare una Dc, legata ad altre esperienze storicamente chiuse.

(*) direttore de “Il Momento” (Forlì)

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La moglie di Cesare ovvero: giù la maschera!

Tue, 19/11/2019 - 00:02

Mio Dio, che cosa sta accadendo? È un crescendo di imbarbarimento in tutto il Paese.
Il linguaggio è stato sdoganato, è cinico, becero, volgare, pieno di odio e nel complesso manifesta una superficialità in cui fanno a gara luoghi comuni e slogan di manifesta ignoranza e cattiveria.
I comportamenti sono conseguenti e se possibile, anche peggiori. Sempre più frequenti sono i fatti di violenza estrema: dal disprezzo per lo straniero -tanto più se negro- e dall’esclusione degli ultimi, dalla pratica della disonestà e dell’arbitrio, dalla corruzione e dalla prevaricazione, e giù giù fino alla vendetta e all’assassinio. “Non vuoi più essere mia, allora non sarai più di nessuno”.
L’odio crea continuamente il nemico, per far gonfiare il petto degli idioti senza valori; non potendo salire sullo sgabello, tagliano le gambe agli altri e infine uccidono.
Le vittime immediate sono i deboli, ma poi anche tutti quelli che rappresentano la legalità: le forze dell’Ordine, i medici, quelli che hanno una Autorità, anche se piccola.
È pur vero che molta responsabilità l’hanno i politicanti che cercano l’effimero successo del voto e dell’applauso delle piazze e irridono al Bene Comune e da tempo non affrontano la più difficile strada della concordia, del dialogo e della tolleranza; e che la occhiuta banalizzazione ed emarginazione della cultura priva tanti del senso critico e di orizzonti più vasti: ma c’è una radice maligna e profonda che avvelena la nostra società, e dobbiamo rendercene conto.
Il crescente abbandono della Fede e della pratica religiosa apportatrice di valori e proposte positive fatta da una parte significativa della popolazione, che però non trova nemmeno una alternativa morale ed etica laica, fa piombare tutti quelli che hanno perso il senso del vivere e della convivenza civile nella morte della ragione e del cuore.
Quando si perdono i valori, emergono i surrogati fasulli dell’egocentrismo: il denaro, il potere, il sesso, la violenza.
Ma non basta proporre e sostenere i valori positivi: bisogna che ciascuno li viva e le sue parole non siano in contraddizione con la sua vita, anche privata, anche nascosta.
Questo vale per tutti: certamente nella società e nella famiglia e a maggior ragione per chi, nella Chiesa, laico o religioso (fosse ben prete o vescovo), è posto come guida. Come già affermavano i Romani, chiediamo che sia senza macchia anche la moglie di Cesare.
Non basta condannare le grandi disonestà, bisogna anche evitare quelle piccole, le opacità, i silenzi compiacenti e complici.
Giù la maschera, allora! Dio non si ferma all’apparenza, non si lascia ingannare dall’esteriorità ma vede nel cuore, nel profondo di quell’anima in cui tanti temono di guardarsi.
Non illudiamoci di trovare la soluzione indicando le colpe negli altri; la risposta giusta è vicina.
Per cambiare il mondo prima bisogna che ciascuno cambi sé stesso. La società è malata perché sono malati i suoi componenti.
Dopo la diagnosi, la terapia non si può rimandare e se non basta la amara medicina bisogna passare al bisturi del chirurgo.
Gesù ci accompagna nella via della verità e della vita che fa di ogni creatura il capolavoro di Dio.

(*)  direttore de “La Vita Casalese” (Casale Monferrato)

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E se il prete non arriva in tempo?

Tue, 19/11/2019 - 00:01

Nei giorni scorsi ha fatto un qualche scalpore la notizia che in una parrocchia della diocesi, a causa di un fraintendimento organizzativo, il sacerdote non sia arrivato per celebrare la messa domenicale. Presi in contropiede, i fedeli non sapevano cosa fare e così, perplessi e un po’ interdetti, sono rimasti senza messa: qualcuno ha pregato personalmente, qualcun altro ha preso la macchina ed ha raggiunto la chiesa più vicina (solo a qualche chilometro di distanza, per la verità) per partecipare alla messa della parrocchia confinante…
Il caso in questione, di per sé, era dovuto solo a un difetto di organizzazione o meglio ad una svista (tipo: non essersi appuntato l’orario corretto sull’agenda) di uno dei presbiteri che collaborano in quell’unità pastorale. Tuttavia, prendendo spunto da questo episodio, si possono fare delle considerazioni un po’ più profonde. Stando alle lamentele, emerse “a botta calda”, da parte dei fedeli presenti che non capivano le ragioni dell’assenza del sacerdote, la prima considerazione che vien da fare è che i cristiani che partecipano – pochi o tanti che siano – ci tengono ancora alla messa: è sentita come qualcosa di importante. E questo non è una cosa di poco conto!
La seconda considerazione è che in futuro situazioni del genere, nonostante la migliore organizzazione possibile che si possa mettere in campo, potranno presentarsi con maggiore frequenza. Basti pensare al fatto che il numero di sacerdoti (diocesani e religiosi) è in costante diminuzione: pur cercando le migliori geometrie e i più arditi equilibri tra preti, messe e orari, sarà sempre più difficile garantire la celebrazione della messa a tutte le comunità parrocchiali. Pensiamo, infatti, se una domenica un prete improvvisamente sta male o ha un imprevisto, come un guaio alla macchina o un qualsiasi altro accidente, che gli impedisce di spostarsi e di raggiungere la chiesa: c’è qualche altro prete “libero” che può essere avvisato all’ultimo momento perché lo sostituisca? La risposta, purtroppo, è tendenzialmente no. E la situazione sarà sempre più difficile nel prossimo futuro.
Allora, che fare? Un giornale i giorni scorsi titolava che “perdere messa non è così grave”. Non mi sembra questa la direzione giusta da intraprendere. La messa domenicale è il momento di incontro con il Signore risorto e con la propria comunità: abbiamo bisogno di questo momento per vivere la nostra fede, per sostenerla e per alimentarla. Il cristianesimo è vissuto per secoli, soprattutto nella sua prima fase, semplicemente grazie alla celebrazione eucaristica: “Senza di essa – dicevano i cristiani dei primi secoli, molti dei quali “martiri” – non possiamo vivere”.
Ma se il prete non arriva? In questi casi, in realtà, ci sono varie opzioni da attuare in modo emergenziale. Un tempo, molto probabilmente, gli anziani presenti avrebbero suggerito di recitare insieme il rosario. Oggi ci sono anche altre possibilità che permettono di apprezzare e valorizzare ulteriormente i ministeri laicali. Ad esempio, con il coinvolgimento del diacono permanente (qualora ci fosse) o dei ministri della comunione, è possibile celebrare una dignitosa liturgia della parola, con la proclamazione delle letture della domenica, i canti adeguati, magari un breve commento alle letture e, infine, la distribuzione della comunione. Anche la comunicazione degli avvisi ha una sua importanza, perché ricorda alla comunità i momenti salienti che è chiamata a vivere nella settimana che si apre. Tutto questo, però, non può essere improvvisato o lasciato all’iniziativa e alla buona volontà di qualcuno, ma va adeguatamente preparato e accompagnato, coinvolgendo i laici più impegnati e sensibili delle comunità. Grazie a loro, anche se il prete – in situazioni emergenziali e per qualche grave motivo – non arriva, si potrà santificare la festa e vivere comunitariamente la domenica, “Pasqua della settimana”.

(*) direttore de “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Tavolo ecclesiale dipendenze. Don Zappolini: “L’Open day occasione per andare incontro all’altro ed essere Chiesa in uscita”

Mon, 18/11/2019 - 11:30

Vincere la solitudine, l’abbandono e l’invisibilità e offrire, allo stesso tempo, un modo concreto per essere Chiesa in uscita attraverso esperienze di volontariato. In sintesi potrebbe essere questo, nella parole di don Armando Zappolini, il senso del 2° Open day, promosso intorno a sabato 9 e 16 novembre dalle organizzazioni che aderiscono al Tavolo ecclesiale dipendenze (Ted): Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Casa dei Giovani, Compagnia delle Opere-Opere sociali, Comunità Emmanuel, Comunità di Sant’Egidio, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca), Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict), Salesiani per il sociale-Federazione Scs/Cnos, in collaborazione con la Caritas italiana. “Vivere la relazione per motivare la speranza” è stato lo slogan dell’edizione di quest’anno. Don Armando è stato tra i promotori del Tavolo ecclesiale dipendenze.

“È stato molto bello organizzare il nostro secondo Open day affiancandolo alla terza Giornata mondiale dei poveri – dice il sacerdote -. È stata un’idea indovinata e abbiamo avuto un riscontro positivo: infatti, la povertà, tra i suoi vari volti, assume anche quello della solitudine e dell’abbandono. Molte delle nostre organizzazioni hanno anche progetti internazionali, quindi sappiamo cosa vuol dire la povertà intesa come fame e altre povertà che sono devastanti. Ma nei nostri paesi c’è una povertà che uccide lo stesso: quella della gente sola e abbandonata”. Le iniziative promosse per questa seconda edizione dell’Open day sono state svariate: “Ci sono state comunità che hanno ricevuto visite delle Istituzioni, altre che hanno organizzato incontri con giovani, scuole, parrocchie; spettacoli teatrali; visite guidate alle strutture; momenti di convivialità a vantaggio dei più poveri ma anche rivolte ai giovani, perché, secondo noi, una delle emergenze del nostro tempo è anche l’abbandono educativo”. Lo slogan di questo secondo Open day, ricorda don Zappolini, “ha puntato proprio sull’importanza della relazione per riaccendere la speranza: molte volte l’incontro, la persona che ti ascolta e che ti offre un’occasione per non essere invisibile davvero riaccende una speranza anche nelle solitudini più grandi. Su questo aspetto abbiamo voluto richiamare l’attenzione per l’edizione 2019”. Ed “è bello – prosegue don Armando – che una volta all’anno strutture e gruppi, che sono più abituati a vivere con discrezione e con rispetto le situazioni di fatica delle persone che accompagnano in un cammino di recupero, si aprano al territorio per farsi conoscere. D’altra parte, il Tavolo ecclesiale dipendenze è stato costituito proprio per dare l’occasione alla comunità cristiana di conoscere le potenzialità offerte dai nostri servizi che possiamo condividere con le parrocchie, i gruppi”.

“C’è stato un fiorire di esperienze: gli appuntamenti organizzati, dalla Sicilia passando per la Romagna e fino al Trentino e persino in Brasile, per quanto riguarda la Comunità Papa Giovanni XXIII”, intorno al 9 e al 16 novembre per l’Open day “sono stati molto partecipati, malgrado il tempo inclemente in alcune regioni. Magari, qualche evento pensato all’aperto è stato spostato nelle strutture interne. C’è molta soddisfazione per chi ha aperto le porte della propria comunità: le persone vengono e scoprono un mondo di cui non sapevano l’esistenza”. Perciò, “gli Open day non restano un evento a sé: permettono ai territori di conoscere quel determinato servizio e questo va a beneficio non solo di chi ha bisogno e sa a chi rivolgersi, ma di tutti.

Si creano legami che si traducono anche in esperienze di volontariato”.

Don Zappolini ricorda che “il Tavolo ecclesiale dipendenze organizza, oltre all’Open day, anche un momento di confronto e riflessione a giugno, a ridosso della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droghe. Il tema di quest’anno è stato proprio sulla speranza, messaggio che abbiamo cercato di portare sul territorio attraverso l’Open day. Sul sito c’è la mappa dell’Italia con l’indicazione di tutti i luoghi dove è stata organizzata un’iniziativa per invitare tutti a unirsi a noi per costruire un mondo più giusto e solidale. Un messaggio rivolto soprattutto ai cristiani per vivere nella concretezza la Chiesa in uscita come ci indica Papa Francesco, magari facendo solo due passi dalla propria casa o parrocchia. Io sono parroco di una piccola chiesa, ma quando facciamo le processioni è come se attraversassimo la vita della gente, con un simbolo, una presenza. Non ci imponiamo a nessuno ma mostriamo che ci siamo.

È una sorta di processione laica che attraversa i nostri mondi: mentre i santi tornano in chiesa, gli altri si accorgono che ci siamo”.

Così è “l’Open day che vuole anche aiutare a superare pregiudizi e preconcetti, che è il male del nostro tempo: quando la storia la vivi ti accorgi che ha un altro sapore. Anche con i ragazzi la prevenzione più efficace è quella di far vivere esperienze, mentre con le lezioni, le raccomandazioni e le prediche i cuori non si raggiungono”.

Il “Tavolo ecclesiale dipendenze” nasce nel 2014 per rispondere all’“esigenza di costruire un luogo di confronto permanente per condividere le diverse sensibilità e i molteplici percorsi evolutivi maturati nel contrasto alle dipendenze, all’interno della comunità cristiana e insieme agli organismi pastorali della Conferenza episcopale italiana, non solo per rinsaldare dei legami, ma per avviare percorsi che promuovano la diffusione di conoscenze, competenze e sensibilità come patrimonio comune delle Chiese locali”.

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Le suore di frontiera di Ventimiglia: tra i respinti, con sorrisi e fede

Mon, 18/11/2019 - 11:30

“Portare ai migranti il sorriso della patria e il conforto della fede. Questo era il mandato che il beato Giovanni Battista Scalabrini dava ai religiosi e alle religiose inviati a prestare assistenza alle migliaia di migranti, in quegli anni italiani, che a cavallo tra Otto e Novecento partivano per l’Europa e le Americhe. Ed è lo stesso mandato che noi oggi sentiamo di dover vivere qui, a Ventimiglia, tra i respinti alla frontiera francese”.

Suor Lina Guzzo ha il sorriso acceso e vispo di chi, nonostante oltre cinquant’anni di missione, continua a vivere con gioia e entusiasmo la propria vocazione. L’abbiamo incontrata a Ventimiglia dove, dal 24 settembre scorso, partecipa al nuovo progetto del Servizio itinerante delle suore missionarie scalabriniane: un gruppo di pronto intervento inviato nelle frontiere più ‘calde’ del mondo per fornire aiuto a chi si trova costretto a emigrare.

La scelta di Ventimiglia è maturata da un viaggio alla frontiera italo-francese di padre Fabio Baggio, anche lui scalabriniano, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. “Su sollecitazione di Papa Francesco – racconta al Sir suor Lina – padre Baggio ha fatto visita al parco Roja, il grande centro gestito dalla Croce Rossa dove sono accolti i migranti che arrivano in città, e n’è rimasto profondamente colpito. Da lì la richiesta al ramo femminile della congregazione per un impegno pastorale da vivere in città”.

Suor Lina è così arrivata a Ventimiglia insieme a due consorelle: suor Zenaide Guarnieri, brasiliana, e suor Antoniette Jabao, filippina. Insieme a loro ha preso dimora a “Casa Carmela Moroni” un edificio nel cuore della cittadina, recentemente ristrutturato grazie fondi 8 per mille messi a disposizione dalla Conferenza episcopale italiana.

“L’edificio donato anni fa alla diocesi – precisa al Sir il direttore della Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, Maurizio Marmo – è stato, per volontà del vescovo Antonio Suetta, destinato alla Caritas

 con l’obiettivo di trasformarlo in un condominio solidale.

Qui trovano spazio nove appartamenti che ospiteranno famiglie in condizioni di fragilità, persone con disagio psichico e, in una prima fase, anche alcuni richiedenti asilo”.

Per la missionaria scalabriniana, l’impegno tra i migranti a Ventimiglia appare in stretta continuità con l’esperienza vissuta per tre anni a Reggio Calabria nel pieno dell’emergenza sbarchi. “Non potrò mai dimenticare – racconta suor Lina – i volti delle persone che scendevano dalle navi dei soccorritori: le facce stanche e gli occhi svuotati, le ustioni alla pelle per il carburante, le ferite. Per non parlare dei bambini…”.

Volti simili a quelli che le tre suore incontrano tutti i giorni nei luoghi dove prestano servizio. “Qui a Ventimiglia, nonostante non se ne parli più, il flusso di persone dirette verso la Francia è continuo, così come proseguono i respingimenti da parte delle guardie di frontiera francesi. Si incontrano molti giovani, alcuni giovanissimi, ma ci sono anche donne con bambini piccoli o in gravidanza costrette a tornare a piedi dal valico fino alla città”, racconta la religiosa impegnata allo sportello cittadino della Caritas.

I giovani attivisti del gruppo “Kesha Niya”, che in lingua curda significa “nessun problema”, provano a censire quotidianamente i respingimenti alla frontiera e parlano di 1.855 casi registrati al valico di Mentone nel solo mese di ottobre (in molti casi può trattarsi della stessa persone respinta più volte).

“Non è facile avere dati precisi sulle presenze a Ventimiglia – ci spiega il direttore Marmo – sicuramente sono numeri più contenuti rispetto ai picchi del 2016 o 2017, ma nelle ultime settimane abbiamo registrato un lieve aumento. Nel mese di ottobre sono state 104 le nuove persone che si sono rivolte allo sportello legale, mentre sono circa 300 i migranti attualmente al parco Roja”.

Ad aumentare sono soprattutto i migranti provenienti dalla rotta balcanica – afghani, pakistani e iracheni – insieme ai migranti, da tempo in Italia, che sono usciti dal sistema di accoglienza e cercano la via del nord Europa.

“Il nostro – conclude la missionaria – è soprattutto un compito di accompagnamento non solo dei migranti, ma anche degli operatori che spesso vivono la fatica di doversi fare carico di situazioni sempre più complesse. Qui, ogni giorno, riscopriamo l’importanza che può avere una parola di conforto, magari pronunciata nella propria lingua nativa, o di un sorriso. È quel calore della patria che il nostro fondatore ci chiedeva di portare ai migranti italiani nel mondo. Una testimonianza di fede che cerchiamo di portare anche qui, tra questi uomini respinti alla frontiera”.

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Fukushima victim to Pope Francis: “Time stopped there. The world must know what happened”

Mon, 18/11/2019 - 09:51

He first looked for him among the photos of the dead bodies, taken from waist up to facilitate recognition by family members. Then, not finding him, he went to explore the areas near his house and eventually found him dead inside the car, submerged by the tsunami. Dead bodies, destroyed houses, devastation, the fury of nature. Satou Yukio agrees to recount those tragic days that have forever changed his country’s recent history. On March 11, 2011, at 14:46 local time, a magnitude-9 earthquake shook the northeastern coast of Japan, in the Tōhoku region, unleashing a devastating tsunami that travelled at 700 km/h with a wave height of up to 10 meters. This fury destroyed everything, including the Fukushima Dai-ichi nuclear power plant in Ōkuma. It was a compounding tragedy. According to data from Caritas Japan, 19,689 people were killed with 2,563 missing. Most of them died as a result of the tsunami. In addition to these deaths, 3,723 people have died in the past eight years as a result of poor living conditions as evacuees. Many committed suicide.

Satou Yukio is now Caritas president in the Holy Family parish-church in the Fuchu district, 20 kilometres from Tokyo. We met him here a few days before the arrival of Pope Francis in Japan. Despite a tight schedule, the Pope will have the opportunity to speak with the victims of that “triple disaster”. It’s an eagerly awaited encounter, laden with unforgettable memories, in harmony with the theme chosen for this papal visit: “Protect all life.” “We want Pope Francis, and with him the whole world, to know what happened”, said Satou Yukio, “and that people continue suffering to this day. Some have lost their children, others a brother, or a parent. There are broken families that lost everything they had. Many children are orphaned. However, when we meet, we no longer talk about it. We have difficulty remembering. Time stopped there.”

Satou Yukio’s thoughts go Ishinomaki, the city where he was born. It was among the communities most severely hit by the earthquake and tsunami. Waves reached a 10-meter height and travelled inland as far as 5 kilometres from the coast. About 46% of the city was flooded. Satou Yukio was working in the hospital that day. As soon as he learned of the earthquake, he started following the news on the Internet. “I realized from the images that the streets had all been swallowed by the sea. Even the area where I lived had been swept away. Since I knew my father was at home, I wanted to go there right away, but roads were closed off and phone reception was cut.” Even the military struggled to reach the affected areas in the aftermath of the disaster and could only do so two days later when the water level lowered. Satou Yukio was able to return only 10 days later.

“A cousin accompanied me to go find my father,” he said. “As soon as we arrived, all we saw around us were dead bodies. Bodies everywhere: inside the houses, on the road. Everywhere. 

Amidst utter devastation. Houses, warehouses, factories. Everything was destroyed. A kindergarten was entirely swept away. Cars were swept on rooftops. It was such a shock that I was unable to take a picture. Even the TV avoided broadcasting the most tragic footage. We never saw an image.”

For three to four months, gas and electricity were cut off in the area. Satou Yukio recalls the situation in the city of Namie-machi, one of the most severely hit by the tsunami. Firefighters and civil protection were among the first to enter the city to help the population, but they were called back to the area of the nuclear power plant accident and were forced to leave the city, promising they would return. They did so only a month later, but for many it was too late. “People in this city didn’t die from the tsunami but from hunger, disease and injuries.” As many as 274 people in Namie died of hunger, according to official figures.

A disgrace for a country which values and demands efficiency, an incident which the government placed under “state secrecy.”

Searching for loved ones still missing among the corpses was the “the most tragic thing” for everyone, remembers Satou Yukio. “My father died in the car carried away by the water. We learned that when the earthquake occurred, he was worried about a friend of his. He took the car to reach him, but it was washed away by the tsunami. Japanese people are reluctant to share emotions and feelings. You must ask for permission before asking a question. Yukio agrees to do so and shares a thought that still gives him consolation today: “while the pictures of the dead bodies clearly showed that those people had suffered because they had died of suffocation, my father’s face was serene”.

Reconstructing. An intensive reclamation project is still underway in the area to decontaminate the affected areas and decommission the power plant. This process is estimated to last no less than 40 years. Despite the reassurances by TEPCO and the government, eight years after the nuclear disaster Greenpeace Japan is sounding the alarm: investigation shows radiation levels in many areas five to over 100 times higher than the recommended maximum, and that they will remain so for decades, exposing citizens to significant risks. A survey published a few days ago found an increase in thyroid cancer across the country but “the government – added Satou Yukio – said that there is no connection. The fact is that evacuees are afraid to return to their home cities, despite pressure from the government and the risk of losing their subsidies before long. Some people even deny being “a survivor of Fukushima.”

“What happened after the Hiroshima and Nagasaki attacks is somewhat happening again.” “People are ashamed to say where they come from to avoid being considered contaminated. 

Especially young people. They are afraid that their past could one day prevent them from finding a partner and getting married.” After the interview, Satou Yukio shows us a big box. It’s full of clean white rags to be shipped to the evacuees. There are also constant shipments of fresh vegetables and uncontaminated foodstuffs. “These are small signs, maybe unnoticeable, of support from Caritas.” Like always in this country, it’ s a simple and delicate way to let Fukushima know that here in Tokyo nobody has forgotten.

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Vittima di Fukushima a Papa Francesco: “Il tempo si è fermato lì. Il mondo deve sapere cosa è successo”

Mon, 18/11/2019 - 09:51

Lo ha prima cercato tra le foto scattate dei cadaveri, ripresi dal busto in su per favorire la loro ricerca da parte dei familiari. Poi, non trovandolo, è andato a perlustrare da solo i luoghi vicino casa e alla fine lo ha trovato morto dentro la macchina, travolto dallo tsunami. I cadaveri, le case distrutte, la devastazione, la furia della natura. Non si tira indietro Satou Yukio ed accetta di raccontare quei tragici giorni che hanno cambiato per sempre la storia recente di questo Paese. Era l’11 marzo del 2011 quando al largo della costa della regione di Tōhoku, nel Giappone settentrionale, alle ore 14.46 locali uno sisma di magnitudo 9 scuote la terra. Alla scossa, seguì uno tsunami violentissimo con onde alte oltre 10 metri ed una velocità di circa 750 chilometro orari. Una furia che distrusse tutto, anche la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi a Ōkuma. E’ la tragedia nella tragedia. Secondo i dati della Caritas Giappione le vittime sono state 19.689 alle quali si aggiungono 2.563 dispersi. La maggior parte ha perso la vita a causa dello tsunami. A questi morti si aggiungono 3.723 persone che hanno perso la vita in questi 8 anni a causa delle cattive condizioni di vita da rifugiati. Molti si sono suicidati.

Satou Yukio è oggi presidente della Caritas nella parrocchia della Sacra Famiglia che si trova nel quartiere di Fuchu, a 20 chilometri da Tokyo. Lo incontriamo qui a pochi giorni dall’arrivo di Papa Francesco in Giappone. Nonostante un serrato programma, il Papa potrà parlare con le vittime di quel “triplice disastro”. E’ un colloquio atteso, carico di emozioni mai dimenticate, in sintonia con il tema scelto per questa visita papale: “Protect all life” (Proteggere ogni vita). “Noi vorremmo che Papa Francesco e con lui il mondo sappia cosa è successo”, dice Satou Yukio, “e riesca a capire che ancora oggi ci sono persone che stanno soffrendo. C’è chi ha perso i figli, chi un fratello, chi un genitore. Ci sono famiglie dimezzate che hanno perso tutto. Molti bambini sono rimasti orfani. Ma quando ci si incontra, non se ne parla più. Facciamo fatica a ricordare. Il tempo si è fermato lì”.

Il pensiero di Satou Yukio va a Ishinomaki, la città dove è nato. E’ stato tra i comuni più colpiti dal terremoto e dallo tsunami. Le onde anche qui hanno raggiunto 10 metri di altezza ed hanno viaggiato verso l’interno spingendosi fino a 5 chilometri dalla costa. Circa il 46% della città è stata inondata. Satou Yukio era al lavoro in ospedale quel giorno. Saputo del terremoto, ha cominciato a seguire le notizie su Internet. “Dalle immagini mi rendevo conto che le strade erano state tutte mangiate dal mare. Anche il luogo dove abitavo, era stato spazzato via. Sapendo che in casa c’era mio padre, avrei voluto andare lì subito ma le vie di comunicazioni erano interrotte e le linee telefoniche bloccate”. Anche i militari faticarono a raggiungere i luoghi colpiti nelle ore successive al disastro e lo poterono fare solo due giorni dopo quando il livello dell’acqua si abbassò. Passarono 10 giorni quando Satou Yukio potè fare ritorno. “Accompagnato da un cugino sono andato a cercare papà”, racconta. “Appena arrivati abbiamo visto attorno a noi solo corpi. Corpi dappertutto: dentro le case, sulla strada. Dappertutto. Ai cadaveri si aggiungeva la devastazione. Le case, i capannoni, le fabbriche. Era tutto distrutto. Un asilo intero fu spazzato via. Ricordo che anche le macchine era volate sui tetti. Era talmente forte lo choc che non sono riuscito a scattare una foto. Anche la tv ha evitato di riprendere le scene più cruenti. Non abbiamo mai visto una immagine”.

Per 3 addirittura 4 mesi la zona è stata tagliata fuori da luce e gas. Il racconto di Satou Yukio si sposta nella città di Namie-machi tra le più colpite dallo Tsunami. I vigili del fuoco e la protezione civili furono tra i primi ad entrare in città per aiutare la popolazione ma l’incidente alla centrale nucleare li richiamò e furono costretti a lasciare la città con la promessa di ritornare . Lo fecero solo un mese dopo, ma ormai per molti era troppo tardi. “In questa città la gente non è morta per lo tsunami ma è morta per la fame, le malattie, le ferite”. Le statistiche lo confermano: nella città di Namie i morti per fame furono  274. Una vergogna per un Paese che ama ed esige efficienza. Una vicenda sulla quale “il governo ha messo il segreto di Stato”.

Cercare tra i cadaveri i propri cari ancora dispersi è stata per tutti “la cosa più brutta”, ricorda Satou Yukio. “Papà è morto dentro la macchina travolto dall’acqua. Abbiamo saputo che quando c’è stata la scossa, era preoccupato per un suo amico. Ha preso quindi la macchina per raggiungerlo, ma è stato spazzato via dallo tsunami”. I giapponesi sono restii a confidare emozioni e sentimenti. Bisogna chiedere il permesso per fare le domande. Yukio accetta di farlo e confida una cosa che gli dà oggi ancora consolazione: “mentre dalle foto dei cadaveri, si vedeva chiaramente che quelle persone avevano sofferto perché erano morte per soffocamento, il volto di papà era sereno”.

La ricostruzione. Nella zona, ancora oggi è in corso un intenso programma di bonifica per decontaminare le aree colpite e dismettere l’impianto. Un procedimento che secondo le stime, impiegherà non meno di 40 anni. Nonostante le rassicurazioni della TEPCO e del governo, a otto anni dal disastro nucleare Greenpeace Giappone lancia un allarme: dall’indagine emergono livelli di radiazione in molte aree da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato, e che rimarranno così per decenni diventando un rischio significativo per i cittadini. Un’indagine pubblicata in questi giorni ha attestato un aumento nel Paese di tumori alla tiroide ma “il governo – aggiunge Satou Yukio – dice che non c’è alcuna connessione”. Sta di fatto che le persone sfollate hanno paura a ritornare nelle città di origine, nonostante le pressioni del governo e il rischio di perdere da qui a breve il sussidio. C’è addirittura chi nega di essere “un sopravvissuto di Fukushima”. “Si sta ripetendo un po’ quello che è successo dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki”. “Le persone si vergognano a dire la loro origine per non essere visti come contaminati. Lo sono soprattutto i giovani per paura che questo passato possa impedire un giorno di trovare un compagno e sposarsi”. Finita l’intervista, Satou Yukio ci fa vedere un grande scatolone. E’ pieno di stracci puliti bianchi da spedire agli sfollati. Ci sono anche spedizioni costanti di verdura fresca e cibo non contaminato. “Sono piccolissimi segni, forse impercettibili dell’aiuto che la Caritas sostiene”. Un modo, come sempre in questo Paese, semplice e delicato, per far sapere a Fukushima che qui a Tokyo non hanno mai dimenticato.

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Siria. Padre Ayvazian (Qamishli): “Il martirio di abuna Ibrahim Hanna e di suo padre è un battesimo di sangue destinato a portare frutti”

Sat, 16/11/2019 - 16:00

“È stato un battesimo di sangue. Il sangue versato di questi martiri farà germogliare frutti di fede, di amore, di pace e di bene per tutti”. Non si placa l’emozione e lo sdegno della popolazione di Qamishli (provincia siriana nord orientale di Hassake) per l’attentato terroristico, l’11 novembre scorso, in cui sono rimaste vittime il parroco armeno-cattolico di san Giuseppe, ‘abuna’ Ibrahim (Hovsep) Hanna, e suo padre.

Padre Ibrahim Hanna, Qamishli (Siria)

Una vera e propria esecuzione compiuta nel distretto di Busayra, nella regione sotto controllo delle forze curdo-siriane, nel villaggio di Zar, a est di Deir ez-Zor e rivendicata dallo Stato Islamico. Tre giorni fa i funerali nella cattedrale di san Giuseppe, a Qamishli, davanti a una folla di fedeli commossi. A celebrarli padre Antonio Ayvazian, vicario episcopale della comunità armeno-cattolica dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord che al Sir racconta lo stato d’animo della popolazione locale. “Queste morti – dice – hanno provocato tanto sdegno in tutta la popolazione. Migliaia di persone in questi giorni, in continuazione, sono venute a porgere le condoglianze e ad esprimerci solidarietà. È un segno chiaro di quanto la nostra Chiesa sia amata, apprezzata e rispettata da tutti, senza distinzione di etnia o fede. È stato commovente – rivela padre Antonio – vedere tante donne musulmane buttarsi in ginocchio davanti alla moglie e ai figli del nostro sacerdote. Un dolore comune a tantissimi perché siamo una famiglia. Sono venuti a dare le condoglianze alti rappresentanti del presidente siriano Assad e – rivela – anche esponenti dell’opposizione, quest’ultimi coscienti del pericolo che avrebbero corso con la loro presenza”.

“Nessuna vendetta”. “Il martirio di padre Hanna e del suo papà è un ulteriore segno di testimonianza dell’amore che Gesù ha riversato su tutti gli uomini” aggiunge il vicario episcopale che ha una certezza:

“la mano che ha ucciso è venuta da fuori. Non vogliamo vendetta ma giustizia”.

“Abbiamo perdonato, come ci insegna Gesù Cristo”. Ma in padre Antonio resta il dubbio che forse troverà una spiegazione se e quando i colpevoli di questo delitto saranno scoperti: “Allora – dice – chiederò loro: perché lo avete fatto? Che male vi abbiamo fatto? Siamo al servizio di tutti, perché questo male? Questo per noi rimane un gesto incomprensibile, avvenuto peraltro in una zona sotto controllo militare di Stati Uniti e Curdi. L’esplosione causata alla macchina, il giorno dopo, è avvenuta non distante da un check point curdo”.

Siria, l’auto esplosa dopo l’uccisione di padre Hanna

“Nessuno ci ha mai fatto del male anche quando qui la presenza di milizie jihadiste composte da ceceni, daghestani, afghani, pakistani era notevole. I loro superiori ci rispettavano. Adesso invece tutto è cambiato. La situazione è davvero complessa. Mi hanno raccomandato di usare prudenza, di essere cauto ma io continuo a fare tutto quello che facevo prima insieme ai miei collaboratori. E se possiamo anche meglio”.

Il primo frutto. “Dobbiamo riprendere la strada interrotta e portare avanti il nostro impegno a favore del bene, della pace, del perdono e della riconciliazione. È il modo migliore – rimarca il vicario – per onorare la memoria dei nostri martiri. Abbiamo oltre 20 istituzioni che in tutta la regione si adoperano nel campo dell’istruzione, dei servizi sociali e sanitari. Un servizio offerto a tutti, senza eccezioni. Non smetteremo di impegnarci a favore del bene, questa è la risposta più forte che possiamo dare a gesti efferati come l’omicidio di padre Hanna”. La paura non sembra vincere sulla comunità cristiana locale.

Oggi a vigilare sulle chiese ci sono “i nostri giovani”, e in alcuni momenti anche macchine della polizia locale. Ma ciò che rende la comunità cristiana ancora più forte in questo momento è il senso di “una mai sopita unità”. Padre Antonio la descrive rivelando “l’immagine più bella dei funerali: vedere la bara del nostro confratello portata a spalla, a turno, da tutti i sacerdoti di ogni rito e confessione cristiana. È stata una fortissima testimonianza di ecumenismo e di unità”. Ed è proprio da questo “ecumenismo del sangue” che potrebbe nascere il primo frutto di questo martirio:

“inviterò – dice padre Antonio – tutti i capi delle chiese cristiane di questa regione a celebrare la prossima Pasqua insieme. Sono certo che questa proposta verrà accettata e sarà un frutto bellissimo di questo martirio. Stiamo vivendo questo Calvario tutti insieme, e insieme vogliamo celebrare la Resurrezione e la sconfitta della morte”.

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Le armi da fuoco negli Stati Uniti. Mons. Dewane (vescovi Usa): “La violenza non cala se si possiedono in casa”

Sat, 16/11/2019 - 15:55

“Nella nostra nazione abbiamo una piaga”. Il vescovo Frank J. Dewane, presidente della Commissione giustizia interna e sviluppo umano della Conferenza episcopale Usa, non usa mezzi termini nel descrivere le vittime e le conseguenze del possesso di armi negli Usa. Anche in questi giorni la California ha pianto i suoi morti: due ragazze di una scuola superiore sono state uccise da un compagno che aveva deciso di festeggiare il compleanno seminando morte tra gli studenti di Santa Clarita. Ha portato un fucile nello zaino e sparato con precisione uccidendo e ferendo altri tre compagni. “Ogni anno 40mila persone muoiono a causa di un’arma da fuoco: due terzi sono suicidi e un terzo sono omicidi”, spiega mons. Dewane all’assemblea dei vescovi, condensando la tragedia della violenza delle armi in numeri, leggi, azioni da intraprendere. In un’intervista al Sir delinea le prospettive legislative e pastorali sostenute dai vescovi e lancia un appello ai politici, alle comunità e ai singoli per fermare questi bollettini di morte.

Quali azioni, come Chiesa americana, si stanno intraprendendo per fermare queste sparatorie di massa?
Devo confessare che a livello federale viviamo un tempo difficile e non ci sono margini per modifiche legislative importanti. Molto, invece, si può fare a livello statale. Abbiamo visto che supportare Stati nel varare leggi sulla messa in sicurezza delle armi in casa ha dato risvolti positivi: in Connecticut, ad esempio, il livello di suicidi per armi da fuoco è calato del 40% e del 15% gli omicidi; mentre in Missouri, dove le leggi sono diventate più permissive, c’è stato un incremento del 25% dei suicidi e del 16,1% degli omicidi. Come vescovi appoggiamo pienamente la Red Flag Law, una norma che consente alla polizia o ad un familiare di chiedere che venga impedito l’acquisto di armi o consentito il sequestro a una persona ritenuta pericolosa per la comunità.

Abbiamo fatto pressioni per la messa al bando dei fucili d’assalto e di quelle riviste che ne autorizzano la vendita senza controlli;

mentre dal 1995 continuiamo a chiedere il bando delle pistole personali, poiché non sono armi necessarie. Vediamo con quanta facilità si trasporti un’arma anche in aereo e senza controllare adeguatamente le licenze e se qualcuno l’ha dimenticata a casa non si blocca il trasporto.

E dal punto di vista pastorale come si sta intervenendo?
Lavoriamo a livello educativo ma come Chiesa, scuole cattoliche e agenzie varie dobbiamo fare di più. Uno dei temi legati al possesso di armi è quello della sicurezza nelle case. Io insisto molto che vengano custodite in luoghi appropriati che non consentano un facile accesso soprattutto ai ragazzi. Non serve che sappiano che ci sia un’arma in casa e dove i genitori la tengano. Purtroppo invece accade che l’accesso è facilitato e quando un ragazzo si sente bullizzato sui social media o soffre di depressione spesso si impadronisce di un arma non custodita e la usa contro di sé o contro altri. E invece con le armi si gioca e io lo vedo in Florida, dove sono vescovo. Soprattutto nel nord vedo genitori orgogliosi di insegnare ai figli come usare un fucile, magari per la caccia, ma poi non insegnano le norme minime di sicurezza e non si pensa alle conseguenze.

Anche i luoghi di culto sono diventati bersagli facili…
Nella mia diocesi durante le messe domenicali, appena la celebrazione inizia chiudiamo tutte le porte per non consentire nessun ingresso esterno. Rimane aperto solo un accesso laterale che è ben sorvegliato.

Come reagiscono i suoi parrocchiani quando parla di questi temi?
So per certo che alcuni di loro non sono contenti e me lo dimostrano non partecipando alla colletta, ma io ho l’obbligo di dire chiaramente che

è falso pensare che la violenza cali perché si possiedono le armi.

So anche che mentre parlo di vigilare sulle armi in casa, di evitare che i bambini ne entrino in contatto, di interrogarsi se è sicuro tenere fucili nel cofano e non nelle apposite custodie, alcuni di loro hanno una pistola nella tasca, nella borsetta o nel cappotto. Molti altri invece dimostrano empatia e le ricerche provano che vogliono una riforma seria sul possesso delle armi e su controlli più universali ed estesi.

La Nra, la lobby delle armi, non sarà dello stesso parere…
Ho ricevuto varie reazioni negative su Twitter dopo il mio discorso ai vescovi sulla violenza delle armi. La Nra sostiene che è sotto minaccia un diritto garantito dalla Costituzione, ma in quell’emendamento non c’è il diritto ad uccidere. Noi supportiamo il diritto alla vita e in questo versante abbiamo raccolto il favore di molti evangelici, propensi magari alla cultura delle armi, ma insieme abbiamo ingaggiato una battaglia sull’eccessiva disponibilità di questi mezzi di morte e di quali tragedie possono provocare dentro una famiglia e una comunità.

Perché i politici non riescono a varare delle leggi bipartisan in questa direzione?
Chi si espone in questo campo da solo incontra una grandissima opposizione, direi che viene bullizzato e non riceve alcun finanziamento per campagne e progetti.

Le lobby creano un’opposizione violenta e ti marchiano come uno contrario ai diritti garantiti dalla Costituzione.

A livello nazionale si è comunque aperto un dibattito sopratutto sui contatti regolari che il presidente ha con la Nra. Ci si chiede le ragioni degli incontri e se questi contatti garantiscano poi una reale indipendenza nelle decisioni a favore del bene comune e della sicurezza delle persone. Io non penso proprio che possedere più armi garantisca il bene comune.

Ci sono altri campi dove intervenire?
Anzitutto le vittime delle sparatorie di massa. E non parlo solamente dei morti, ma di chi è rimasto seriamente ferito e non può più dare un contributo alla società. C’è chi ha riportato danni celebrali, di mobilità e con costi enormi per le famiglie e le comunità: non possiamo dimenticare i feriti. Anche la pena di morte non è un deterrente e su quel campo non dobbiamo smettere di lottare. Ho incontrato la madre di una ragazza assassinata: l’omicida era stato condannato a morte. Dopo che la sentenza era stata eseguita questa donna è venuta da me in lacrime dicendomi che neppure questo le restituiva la figlia e che alla morte si era aggiunta altra sofferenza. L’unica soluzione è il perdono. Non è facile ma è l’unica arma che restituisce la pace.

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Povertà. Caritas, aumentano le fragilità e i giovani sono sempre più a rischio. Occorre rendere più efficaci le misure di contrasto

Sat, 16/11/2019 - 11:30

“Secondo l’Istat in Italia sono in stato di povertà assoluta un milione 800mila famiglie per un totale di oltre 5 milioni di individui; un dato stabile rispetto ad un anno fa ma confrontando la situazione con quella precedente alla crisi economica,

dal 2007 c’è stato un aumento di poveri del 181%”.

Lo dice al Sir Federica De Lauso, curatrice del “Flash report su povertà e esclusione sociale” di Caritas italiana, presentato questa mattina all’interno della quarta edizione del Festival dell’economia civile di Campi Bisenzio (Firenze), alla vigilia della Giornata mondiale dei poveri che ricorre domani. Don Francesco Soddu, direttore della Caritas, rileva che “l’aumento della cronicità e dell’intergenerazionalità della povertà” sono

“campanelli d’allarme della scarsa efficacia degli interventi di protezione sociale”.

Il volto dei poveri. Le categorie maggiormente svantaggiate, spiega De Lauso sfogliando con noi il report, “sono gli abitanti del mezzogiorno e delle isole dove si concentra quasi la metà di tutti poveri d’Italia; seguono gli stranieri, le famiglie numerose, in particolare con minori, i disoccupati ma anche coloro che svolgono un lavoro scarsamente qualificato”. Tra gli operai, ad esempio, nel 2018 la povertà è arrivata al 12,3%;

“più di un operaio su 10 non riesce ad accedere a un livello di vita dignitoso”.

Per povertà assoluta si intende l’impossibilità di accedere al paniere di beni e servizi che nel nostro contesto italiano garantisce una vita decorosa. I parametri sono ovviamente diversi in base alle macro regioni e alla dimensione dei Comuni. A titolo orientativo, in una città metropolitana del Nord una famiglia di due componenti adulti dai 18 ai 59 anni è povera se il suo livello di consumi è inferiore a 1.155 euro; livello che si abbassa a 1.096 euro per lo stesso nucleo residente al centro e a 887 euro al sud e nelle isole.

Giovani più a rischio. Oltre agli operai, fa notare la curatrice del report, “aumentano i cosiddetti working poor, nuova categoria figlia della crisi economica, e i giovani. La povertà assoluta tende ad aumentare tra i minori e gli under 34 e questo è un campanello d’allarme per il futuro, perché le povertà vissute da bambini influenzeranno inevitabilmente il futuro di questi ragazzi anche alla luce del fatto che in Italia c’è una scarsissima mobilità intergenerazionale, ossia i livelli di reddito e di istruzione sono strettamente collegati alla famiglia di origine”. Insomma, chi occupa gli scalini più bassi della scala sociale ha grosse difficoltà a migliorare la propria situazione.

Centri d’ascolto. Nel 2018, prosegue, “abbiamo incontrato 195mila persone nei 2.100 centri d’ascolto abilitati alla raccolta all’interno del totale di oltre 3.300. Delle famiglie in povertà assoluta che si sono rivolte a noi, al nord oltre il 60% è di cittadinanza straniera, mentre al sud i poveri assoluti sono per due terzi italiani. Uomini e donne chiedono aiuto in uguale misura.

Nesso bassa istruzione-povertà. Il 78% degli italiani che si rivolge ai centri d’ascolto è in possesso di licenza di scuola media inferiore e questo dimostra la stretta connessione tra povertà e basso livello di istruzione.

Più bassa è la scolarizzazione, più aumenta il rischio cronicizzazione della povertà.

Bisogni intercettati. Tra le fragilità incontrate nei centri d’ascolto prevale la povertà economica (76,6%), seguita da difficoltà occupazionali e abitative, fragilità familiari oppure legate a stati di salute – in particolare a disagio psicologico o patologie oncologiche o cardiovascolari. Talvolta nella stessa persona si sommano fragilità di diversa natura. Oltre il 60% manifesta due o più criticità.

Interventi realizzati. Al primo posto la distribuzione di beni o servizi materiali: pacchi viveri, vestiario, accesso alle mense (58,2%); quindi sussidi economici utili a sostenere spese abitative (affitti e bollette); in terza posizione interventi di tipo sanitario come distribuzione di farmaci o erogazione di visite mediche in ambulatori creati in ambienti Caritas grazie al supporto di medici volontari oppure convenzioni con centri medici.

Reddito di cittadinanza. Nella sezione del report dedicata alle politiche di contrasto alla povertà e curata da Nunzia De Capite, la Caritas sottolinea l’importanza di monitorare con attenzione l’attuazione della misura del Reddito di cittadinanza per evitare che si trasformi in “un’occasione perduta”. Secondo il report occorrono degli aggiustamenti “mirati ed incrementali per rendere efficace e adeguata la misura”. Due i processi da presidiare: “da una parte contribuire a rendere il Rdc efficace e adeguato; dall’altra garantire un supporto a chi non ne è coperto”. Quale ruolo per la Caritas? Tra le indicazioni, “favorire presso le amministrazioni comunali la realizzazione di progetti utili alla collettività in cui potranno essere coinvolti i beneficiari del Rdc e sperimentare percorsi di inclusione coordinati a livello territoriale”. E ancora: focalizzare l’attenzione sugli esclusi dalla misura “per capire quali sono le aree di intersezione e di mancata intersezione tra i beneficiari Caritas e i beneficiari Rdc”.Nell’ottica dell’ecologia integrale auspicata da Papa Francesco, il report presenta infine alcune anticipazioni di una ricerca congiunta di Legambiente e Caritas italiana che si concluderà nel 2020.

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Papa Francesco: domani i poveri protagonisti in San Pietro

Sat, 16/11/2019 - 09:00

La Giornata mondiale dei poveri, che quest’anno si celebra per la terza volta, è stata istituita da Papa Francesco nel 2016, al termine del Giubileo della Misericordia, nella lettera apostolica “Misericordia et misera”. Da allora in poi, in tutte le diocesi del mondo, la XXXIII Domenica del Tempo ordinario diventa l’occasione per

iniziative concrete di condivisione e di incontro con i mille volti della povertà,

elencati nel primo Messaggio del Santo Padre per la Giornata: dolore, emarginazione, sopruso, violenza, torture, prigionia e guerra, privazione della libertà e della dignità, ignoranza e analfabetismo, emergenza sanitaria e mancanza di lavoro, tratta e schiavitù, esilio e miseria.

Nella basilica di San Pietro, domani, protagonisti saranno ancora una volta i poveri, in prima fila come invitati del banchetto non solo eucaristico:

dopo la liturgia, infatti, in programma alle 10 nella basilica di San Pietro, Papa Francesco pranzerà in Aula Paolo VI – trasformata per l’occasione in una grande sala da pranzo – con 1.500 di loro, provenienti da Roma, dalle diocesi del Lazio e da altre diocesi.

Intanto, nella settimana che precede la Giornata viene allestito

nel lato sinistro del Colonnato di piazza San Pietro, come era già accaduto nelle altre edizioni, un presidio sanitario per offrire visite mediche specialistiche, cure, analisi cliniche ed esami gratuiti a tutte le persone indigenti.

La struttura polifunzionale è un prefabbricato di 300 metri quadri, che al suo interno riproduce in tutto e per tutto, ma in scala, la struttura di un ospedale. Grazie all’impegno di medici e volontari e al supporto di importanti strutture sanitarie, le persone che vi accedono hanno a disposizione fino a domani specializzazioni come medicina generale, cardiologia, diabetologia, dermatologia, reumatologia, infettivologia, ginecologia, oculistica, podologia, oltre all’ambulatorio di analisi cliniche, per la vaccinazione antinfluenzale e per le ecografie.

Ieri, l’ospite a sorpresa è stato il Papa, che ha scelto di passare lì uno dei suoi “Venerdì della misericordia”,

accompagnato da mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

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