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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 39 min ago

Gmg 2019. Sindaco di Panama: “Con questa Giornata confermiamo la nostra vocazione all’incontro”

4 hours 18 min ago

(da Panama) “Panama è incontro” e “la Giornata mondiale della gioventù confermerà questa vocazione di servizio del mondo intero”. Con queste parole, il sindaco di Panama City, José Isabel Blandón, dà il benvenuto ai giovani pellegrini giunti in città per il via della Gmg, in attesa di accogliere oggi Papa Francesco. La festa è cominciata. Concerti, esposizioni, manifestazioni teatrali, una coppa di calcio. La città è pronta. Tutto da oggi fino al 27 gennaio è messo a disposizione dei giovani della Gmg e per la visita di Papa Francesco, soprattutto lungo la Cinta Costera.

Sindaco, ci siamo. Papa Francesco arriverà oggi all’aeroporto Tucumen di Panama. Cosa gli vorrebbe dire?

La prima cosa: lo vorrei ringraziare per aver scelto il nostro Paese e per aver dato una boccata di aria fresca alla Chiesa. Il suo messaggio ha raggiunto milioni di giovani del mondo ed ho molto apprezzato specialmente il suo impegno per la protezione dell’ambiente, che è un messaggio potente e necessario in questo momento.

foto SIR/Marco Calvarese

Chi è papa Francesco?

È per me una ispirazione, una persona che ha saputo conquistare il cuore non solamente dei cattolici, ma anche di persone che professano fedi e convinzioni diverse e che vedono in lui un modello di umiltà e di bontà.

Il Papa visiterà il carcere minorile di Pacora e la Casa Hogar Buen Samaritano. Quale messaggio secondo lei il papa vuole dare con queste due visite?

La sua preoccupazione per i più umili.

Noi, come governo locale, abbiamo lavorato molto con la Casa Hogar Buen Samaritano dove ci sono situazioni veramente drammatiche, non solamente di persone malate di Aids ma anche giovani che hanno sofferto casi di stupro e situazioni di scarto che meritano l’azione dello Stato, della fede, dei cristiani e dei credenti. Credo che sia estremamente importante che con questa visita il Papa possa aiutare a dare visibilità a questo lavoro e a questo sforzo che necessita dell’aiuto di tutti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Qual è il suo sogno per la città di Panama dopo la visita del Papa?

Già si sta sentendo l’effetto della Giornata mondiale della gioventù a Panama e della visita di papa Francesco. In questi giorni si sta respirando un clima di ottimismo, di fraternità in tutto il Paese. È veramente emozionante  per tutti, per i panamensi, vedere arrivare pellegrini da tutte le parti del mondo, non solo qui nella capitale ma in tutto il Paese. Ed è stato toccante vedere come famiglie anche molto umili li hanno accolti con cuore aperto , condividendo con loro quel poco che avevano.  D’altronde, questa accoglienza caratterizza Panama: la sua multiculturalità, l’incontro tra persone di  differenti paesi del mondo. Panama è un Paese di migranti. E oggi con questa Giornata riconfermiamo la nostra vocazione di servizio del mondo.

Che parola rimarrà a Panama?

Panama è incontro. Incontro tra i due Oceani, incontro di culture. Incontro di persone di tutte le parti del mondo. Questa è la parola che meglio esprime quanto stiamo già vivendo.

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Si apre la Gmg 2019: a Panama i giovani che sognano un futuro di pace per il Centro America

4 hours 29 min ago

(da Panama) È la Gmg del Centro America. È la Gmg dei giovani che sognano un futuro di pace per questa Regione. È un tripudio di bandiere nel Campo santa Maria la Antigua nella Cinta Costera. È qui che i giovani si sono dati appuntamento per la messa di inizio della Giornata mondiale della gioventù. Sulla baia che si affaccia sull’Oceano pacifico, è stato allestito un mega palco dove i ragazzi sono stati accolti da una serie di gruppi musicali che si sono alternati per tutto il pomeriggio del 22 gennaio.

È una festa, con balli, canti e urla di gioia. È l’energia del Latino America. I giovani si divertono. Sventolano le bandiere. Ballano. Gridano il loro entusiasmo. Ma nel profondo hanno tutti, senza differenza di colori e confini, la stessa preoccupazione e lo stesso desiderio di pace e di giustizia. Arrivano da contesti provati da profondi problemi sociali e situazioni politiche che stanno avendo un profondo impatto sulla vita delle popolazioni. Migrazioni, povertà, disperazione. Emmy, per esempio, ha 17 anni. Viene dall’Honduras. Parla della Gmg come di una esperienza che “merita di essere vissuta al massimo” e racconta che dalla sua parrocchia sono arrivati 40 giovani. Ma subito aggiunge: “Anche il mio Paese vive una situazione politica difficile, segnata da delinquenza e corruzione. Siamo qui per pregare per i nostri Paesi perché sappiamo che la preghiera è l’unica luce che può toccare i cuori dei nostri presidenti. Papa Francesco è una santità che noi ammiriamo. È una persona vicina a Dio e, quindi, vicina nella preghiera al nostro Paese”. Felix viene invece dal Salvador ed ha 23 anni. Dice di aspettarsi da Papa Francesco “un messaggio di pace e di amore. Ci sono tanti problemi nei nostri Paesi, politici ed economici. Ci sono tante persone che soffrono e sognano un Paese migliore. La nostra  speranza è in Dio perché è Lui che porta la pace. Solo con il Suo aiuto possiamo andare avanti”.

È la terza Gmg in Latino America (la prima fu in Argentina nel 1987) e la seconda per il Papa latinoamericano, dopo Rio 2013. La vicinanza geografica facilita i viaggi. I ragazzi messicani raccontano di aver lavorato due anni per poter venire qui e per la prima volta nella storia sono quasi 500 i giovani cubani arrivati a Panama, per partecipare alla grande festa della Gmg. Un piccolo segno delle recenti aperture avute grazie anche a papa Francesco e ai recenti colloqui tra Santa Sede e L’Avana. Ma che la situazione nell’isola non sia così semplice lo dimostra il fatto che davanti ai microfoni i ragazzi cubani preferiscono non parlare. Guatemala, Honduras, Venezuela, Nicaragua. Michelle, del Costa Rica, parla di “un futuro possibile in questa Regione solo se i Paesi si stringono in una profonda unione. Abbiamo molte cose in comune, condividiamo lo stesso destino.

La nostra speranza per il futuro che non esistano frontiere”.

I giovani guardano a Papa Francesco, al Papa latinoamericano, al Papa che “sa parlare ai giovani e ai cuori delle persone. Ci aspettiamo molte cose da lui. Siamo sicuri che ci sorprenderà”.

Alle 17 in punto il grande coro, al lato dell’altare, comincia a cantare. Anche la liturgia mostra tutta la vivacità e il ritmo dei giovani. L’arcivescovo di Panama, mons. José Domingo Ulloa Mendieta concelebra con 400 vescovi e un migliaio di sacerdoti. Nella sua omelia parla di una Gmg “per i giovani delle periferie esistenziali e geografiche”, definendola “un balsamo per la difficile situazione in cui versano molti  di loro che vivono senza speranza, specialmente quelli indigeni e afro-discendenti, quelli che emigrano a causa della risposta quasi nulla dei loro Paesi di origine che partendo si espongono al traffico di droga, alla tratta di esseri umani, alla criminalità e a molte altre malattie sociali”. La strada indicata dal presule “per affrontare le sfide della vita” è l’Eucarestia, “nutrimento spirituale”. Ribadisce che “la chiamata di Cristo è  valida, perenne, intensa, piena di tenerezza”.

“Forse come Chiesa – è l’ammissione di mons. Ulloa – non siamo stati in grado di esprimere questo abbastanza chiaramente, perché a volte gli adulti pensano che i giovani non vogliono ascoltare, che sono sordi e vuoti. Tuttavia, la realtà è diversa. Hanno bisogno di guida, accompagnamento e, soprattutto, di chi li ascolti. Essi cercano testimoni pieni di contenuti ed esperienze. Non cercano un Dio colto e intellettualizzato ma cercano chi lo testimonia con la vita”.

È la via alla santità, la stessa indicata dai santi patroni della Gmg. L’arcivescovo li elenca uno ad uno, fino a citare san Oscar Romero, scatenando l’ovazione dei 75mila presenti. “Questi santi ci mostrano che la santità è possibile, in tutte le culture e gruppi etnici, senza differenze di sesso o età. Il generoso dono della loro vita a Dio e al prossimo li ha portati alla santità”. Il resto della giornata, la prima della Gmg, è una festa che continua nelle strade e nelle piazze. In attesa di Papa Francesco.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

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Papa Francesco: a Panama per la “rivoluzione del servizio”

4 hours 40 min ago

“Uscire da se stessi e mettersi al servizio degli altri”, perché “la nostra vita trova significato solo nel servizio a Dio e al prossimo”. È l’invito del Papa ai giovani, nel videomessaggio per la XXXIV Giornata mondiale della gioventù, ai nastri di partenza a Panama. Alle centinaia di migliaia di giovani attesi alla sua terza Gmg, Francesco raccomanda la “rivoluzione del servizio”, sulla scia del “sì” coraggioso e generoso di Maria, che dà il “là” alla Giornata: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).

In attesa di ascoltare le parole del Papa a Panama, ripercorriamo quelle indirizzate ai giovani a Rio e a Cracovia. In entrambi gli appuntamenti precedenti, parlando a braccio, Francesco ha esortato i giovani a “fare chiasso” per farsi sentire da un mondo spesso sordo e distratto alle loro richieste.

Non guardate dal balcone la vita

“Non guardate dal balcone la vita, immergetevi in essa come ha fatto Gesù. Non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Voi… Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non guardate dal balcone la vita”. (27 luglio 2013, Gmg di Rio de Janeiro)

Giocate in attacco

“Ragazzi e ragazze, per favore: non mettetevi nella ‘coda’ della storia. Siate protagonisti. Giocate in attacco! Calciate in avanti, costruite un mondo migliore, un mondo di fratelli, un mondo di giustizia, di amore, di pace, di fraternità, di solidarietà. Giocate in attacco sempre! Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Voi… Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore”. (27 luglio 2013, Gmg Rio de Janeiro)

Per tutti, non per alcuni

“Il Vangelo è per tutti e non per alcuni. Non è solo per quelli che ci sembrano più vicini, più ricettivi, più accoglienti. È per tutti. Non abbiate paura di andare e portare Cristo in ogni ambiente, fino alle periferie esistenziali, anche a chi sembra più lontano, più indifferente. Il Signore cerca tutti, vuole che tutti sentano il calore della sua misericordia e del suo amore. (28 luglio 2013, Gmg Rio de Janeiro)

Lasciare un’impronta

“Non siamo venuti al mondo per ‘vegetare’, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. È molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà! Proprio qui c’è una grande paralisi, quando cominciamo a pensare che felicità è sinonimo di comodità, che essere felice è camminare nella vita addormentato o narcotizzato, che l’unico modo di essere felice è stare come intontito”. (30 luglio 2016, Gmg Cracovia)

Dio fa il tifo per noi

“Dio ci ama così come siamo, e nessun peccato, difetto o sbaglio gli farà cambiare idea. Per Gesù – ce lo mostra il Vangelo – nessuno è inferiore e distante, nessuno insignificante, ma tutti siamo prediletti e importanti: tu sei importante! E Dio conta su di te per quello che sei, non per ciò che hai: ai suoi occhi non vale proprio nulla il vestito che porti o il cellulare che usi; non gli importa se sei alla moda, gli importi tu, così come sei. Ai suoi occhi vali e il tuo valore è inestimabile.
Quando nella vita ci capita di puntare in basso anziché in alto, può aiutarci questa grande verità: Dio è fedele nell’amarci, persino ostinato. Ci aiuterà pensare che ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi, che crede in noi più di quanto noi crediamo in noi stessi, che fa sempre il tifo per noi come il più irriducibile dei tifosi. Sempre ci attende con speranza, anche quando ci rinchiudiamo nelle nostre tristezze, rimuginando continuamente sui torti ricevuti e sul passato”. (31 luglio 2016, Gmg Cracovia)

No al “virus” della tristezza

“Affezionarci alla tristezza non è degno della nostra statura spirituale! È anzi un virus che infetta e blocca tutto, che chiude ogni porta, che impedisce di riavviare la vita, di ricominciare. Dio, invece, è ostinatamente speranzoso: crede sempre che possiamo rialzarci e non si rassegna a vederci spenti e senza gioia. È triste vedere un giovane senza gioia. Perché siamo sempre i suoi figli amati. Ricordiamoci di questo all’inizio di ogni giornata. Ci farà bene ogni mattina dirlo nella preghiera: ‘Signore, ti ringrazio perché mi ami; sono sicuro che tu mi ami; fammi innamorare della mia vita’. Non dei miei difetti, che vanno corretti, ma della vita, che è un grande dono: è il tempo per amare ed essere amati”. (31 luglio 2016, Gmg Cracovia)

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Castelnuovo di Porto: la marcia silenziosa contro la chiusura del Cara. “I rifugiati sono nostri fratelli e sorelle”

Tue, 22/01/2019 - 23:30

Marciano silenziosamente fianco a fianco nel crepuscolo umido delle campagne romane. In cima al corteo il sindaco che crede nell’integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati e protesta contro la chiusura del Cara di Castelnuovo di Porto e il vescovo di Porto-Santa Rufina. A seguire il parroco di Santa Lucia, i bambini delle scuole e i gruppi parrocchiali, suore, sindacalisti, i lavoratori del Cara gestito dalla cooperativa Auxilium a rischio licenziamento, volontari, giovani e anziani. Sono diverse centinaia di persone e camminano costeggiando l’alta rete che separa la via Tiberina dal secondo Cara più grande d’Italia, immensi casermoni grigi che hanno ospitato finora oltre 500 persone, tra cui 40 nuclei familiari, 120 donne e 14 bambini. Qui andò Papa Francesco per la lavanda dei piedi il Giovedì Santo del 2016. La mattina del 22 gennaio, per ordine del Viminale, senza preavviso, sono iniziati i trasferimenti degli ospiti verso Toscana, Umbria e Lombardia ma non si sa ancora verso quali strutture e città.

Oltre 200 persone finiranno in strada per effetto del decreto sicurezza. Oltre un centinaio di operatori del centro rischiano di perdere il posto di lavoro. Ma la società civile del territorio, guidata dal sindaco di Castelnuovo Riccardo Travaglini, ha scelto di reagire. Questa sera si è riunita per esprimere solidarietà ai migranti, la maggior parte dei quali aveva iniziato promettenti percorsi di integrazione: i giovani sono stati coinvolti in lavori socialmente utili, i bambini frequentavano le scuole del territorio, andavano all’oratorio, alcuni ragazzi collaboravano in parrocchia, due donne si stavano preparando al battesimo. Inizialmente la marcia doveva partire dal piazzale antistante l’antica parrocchia di Santa Lucia ma la prefettura all’ultimo momento non ha dato il permesso. I manifestanti si sono spostati verso il retro del Cara, e hanno camminato vicino alla rete di cinta che in alcuni tratti diventa stenditoio di panni appesi, fino all’ingresso. In silenzio, con bandiere della pace e dei sindacati, e striscioni che invitavano al rispetto della dignità delle persone. Una ragazza con un cartello arancione: “L’unica legge giusta è la non violenza”. Un bambino della parrocchia di Santa Lucia: “Siamo tutti rifugiati. Gesù era un rifugiato”.

All’entrata del Cara, vigilato dalle forze di polizia e dall’esercito, tanti richiedenti asilo e rifugiati molto spaesati, ignari del proprio destino futuro. Nigeriani, pakistani, curdi, siriani, molti africani sub-sahariani. Pochi parlano italiano, qualcuno accenna poche parole in inglese. John, 20 anni, giubbotto rosso e cappellino bianco, è al Cara da sei mesi ma prima ha viaggiato attraverso la Grecia, la Macedonia, la Serbia e Trieste e ha varcato il confine italiano a piedi. E’ stordito: “Dopodomani mi porteranno a Napoli ma non sono contento perché qui stavo bene”, ci dice.

Al grido di “Viva il sindaco”, “Viva il vescovo”, il sindaco di Castelnuovo di Porto Riccardo Travaglini decide di prendere la parola: “Questa marcia dimostra che esiste un’altra Italia pronta ad accogliere – dice -. Siamo stati un modello virtuoso: i ragazzi sono stati coinvolti in attività nel museo di arti e mestieri, hanno pulito il centro storico, spalato la neve”.

“Speriamo che il governo ripensi questa scelta”.

Travaglini ricorda con commozione una ragazza somala che in poche ore è stata costretta ad abbandonare il centro. “Andava a scuola e faceva volontariato con noi, ha frequentato un corso di fotografia, le sue foto sono state esposte al Maxxi – racconta -. E’ molto brava e vuole imparare. Da questa sera non può più rientrare al centro. L’unica soluzione è portarla a casa mia, poi chiederemo alla cittadinanza se qualcuno vorrà accoglierla. Non abbiamo altre possibilità”. A Castelnuovo di Porto, prosegue, “abbiamo toccato con mano gli effetti del decreto sicurezza, che prima immaginavamo soltanto”.

“Oggi vedere questi ragazzi andare via con la valigia, senza una meta, è stata una brutta pagina per l’Italia”.

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Il vescovo, “siamo stati la loro famiglia”.  Il vescovo di Porto-Santa Rufina mons. Gino Reali ricorda al Sir: “Siamo qui per dire che

sono nostri fratelli e sorelle e vengono strappati ad un luogo e una comunità

che è stata la loro famiglia in questo periodo”. Il parroco di Santa Lucia padre José Manuel Torres è preoccupato “per quelli che rimarranno sulla strada. Cercheremo di accompagnarli e trovare soluzioni per far fronte a questa emergenza”. Tra i partecipanti alla marcia anche molti volontari della Comunità di Sant’Egidio e il consigliere regionale Paolo Ciani, che ribadisce: “È una scelta improvvisa e sbagliata perché interrompe un percorso d’integrazione scolastica, lavorativa e di fede già ben avviato, senza tener conto del territorio e di tanti lavoratori che così rischiano di perdere il posto di lavoro”. Contro gli effetti negativi del decreto sicurezza la Regione Lazio, ricorda, “ha stanziato il 24 dicembre 600.000 euro in due annualità, per provare a rispondere ai bisogni dei migranti che saranno esclusi dall’accoglienza. Questa è la prima occasione”.

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Gmg 2019: le fragilità dei nostri giovani di fronte alla vita reale

Tue, 22/01/2019 - 17:54

Questa notte è arrivata una telefonata alle tre: due ragazze urlavano al telefono perché c’erano degli insetti nella stanza. Va bene: non siamo abituati agli scarafaggi sotto al letto. Ma veniva giù il mondo e pretendevano di uscire di casa e che gli trovassimo una nuova sistemazione. – Perché non chiami il tuo accompagnatore? – Ma sono le tre di notte! – Sì anche per noi…
Ovviamente serviva solo un po’ di calma: avevano bisogno di essere rassicurate. Questa mattina la questione appariva molto più piccola. Però un pensiero l’ho fatto: a grandi competenze tecnologiche, questi ragazzi stanno contrapponendo grandi fragilità. La vita reale (sì, questa volta scrivo proprio “reale”) diventa una montagna da scalare appena si presenta un gradino da superare.

È interessante portare i ragazzi dall’altra parte del mondo, perché lo sguardo sulla natura, sulla cultura, le tradizioni e le abitudini di altri uomini aprono loro orizzonti diversi e sorprendenti.

Pensavo che – di per sé – non ci sarebbe bisogno di portarli dall’altra parte del mondo: basterebbe aiutarli ad aprire gli occhi ogni giorno, ad alzare gli occhi dallo smartphone. Se solo anche noi, come loro, non avessimo gli occhi incollati a un piccolo schermo.

In questi giorni stiamo vedendo la bellezza della disponibilità: i panamensi non sono abituati a grandi eventi e non sono organizzati come una delle nostre città. Ma di fronte a un problema non si scoraggiano e non si lasciano prendere dall’ansia: sorridono e si mettono a risolvere la questione. Questo sento proprio che a noi italiani manca, l’abbiamo perso per strada.

Cent’anni fa siamo venuti dall’altra parte del mondo a risolvere un problema a cui nessuno aveva saputo trovare una soluzione: il dislivello degli oceani. Abbiamo portato qui le chiuse di Leonardo. Cent’anni dopo hanno usato la stessa tecnologia per il raddoppio del canale e sono venuti in Italia a chiedere di costruire le paratie. Perché siamo così scoraggiati nell’affrontare la vita quotidiana a casa nostra? Perché non crediamo più di potercela fare? Penso alla società, alla politica e ovviamente anche alla Chiesa che (Vangelo nel cuore) avrebbe più di una ragione per continuare a seminare speranza con sempre maggiore efficacia.

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Adeguamento cattedrali. Dalla Cei arriva il Bando nazionale. Mons. Russo: “Sia frutto di lavoro sinodale che coinvolga tutta la comunità”

Tue, 22/01/2019 - 17:37

A poco più di un mese dalla riflessione e dal dibattito internazionale sulla dismissione delle chiese che hanno prodotto le Linee guida per il loro riutilizzo, pubblicate lo scorso 17 dicembre dal Pontificio Consiglio della cultura, la Chiesa italiana si interroga sulla questione dell’adeguamento liturgico delle cattedrali. Occasione ne è la pubblicazione del Bando nazionale per l’adeguamento liturgico delle cattedrali da parte dell’ Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto e dell’ Ufficio liturgico nazionale della Cei. Il tema è stato al centro della giornata di formazione promossa oggi a Roma dai due uffici. Sullo sfondo la convinzione che il progetto di adeguamento liturgico di una cattedrale sia un atto ecclesiale e culturale e possa costituire una preziosa occasione di coinvolgimento dell’intera comunità diocesana nell’elaborazione di un piano pastorale condiviso.

“Deve essere il frutto di un lavoro sinodale, di un lavoro di Chiesa”,

avverte mons. Stefano Russo, vescovo di Fabriano-Matelica, segretario generale della Cei e presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto. Riconoscendo che in questo ambito “non si può improvvisare né prendere scorciatoie”, e che “quanto avvenuto fino ad oggi non è sempre stato all’altezza delle aspettative”, il segretario Cei rivolge l’invito ad “operare in conformità con la riforma liturgica scaturita dal Concilio Vaticano II” e a “fare sempre più un lavoro di Chiesa dove i diversi attori in campo sono coinvolti con uno stile sinodale e la comunità è cosciente di quanto si va a fare”.

Di adeguamento come

“atto di fedeltà al Concilio e atto di tradizione e di fede, di amore”,

parla don Franco Magnani, direttore Ufficio liturgico nazionale Cei. “Non partiamo da zero”, osserva citando la nota pastorale “L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica” del 1996. Lo spazio architettonico, spiega, “è parte integrante del rito”. Per questo, conclude, “siamo chiamati a intervenire su un nuovo hardware sul quale far funzionare il software della riforma liturgica. Il bando intende rendere possibile questa sfida”.

“Un progetto culturale di ampia portata” che “richiede la partecipazione attiva di varie competenze, il pastore, il liturgista, l’architetto, l’artista, lo storico dell’arte e dell’architettura, lo storico della Chiesa”, chiosa mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta (Taranto) e presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei, secondo il quale occorre “dare il primato alle celebrazioni dei sacramenti”; ad uno spazio “in cui la Chiesa si riunisce attorno all’altare e all’ambone a celebrare la santa Eucaristia”. E la cattedrale deve essere icona visibile “della chiesa locale” ed

“espressione della chiesa delineata dal Concilio e auspicata da Papa Francesco: in uscita e povera e per i poveri”.

Dunque il progetto deve essere “essenziale, solido e senza sprechi”. Si devono immediatamente individuare i suoi simboli fondamentali: fonte battesimale, altare, ambone; deve essere inoltre accessibile a tutti, illuminata, sicura; soddisfacente dal punto di vista climatico, dell’acustica e della luminosità.

La sfida, secondo mons. Fabio Trudu, docente di liturgia e teologia dei sacramenti presso la Pfts di Cagliari, “è armonizzare la conservazione con l’adeguamento”. La cattedrale è “immagine della Chiesa radicata nel territorio”, ma è anzitutto “un monumento della fede cristiana”; uno “spazio che celebra’”. E la cattedra episcopale non deve essere “un trono” bensì “un seggio semplice e solenne al tempo stesso”. Nelle cattedrali “la storia ha lasciato le sue tracce” eppure “riescono a risultare contemporanee ad ogni tempo”. Alla nostra generazione, conclude, è chiesto di “ricevere questa eredità e aggiungere una pagina che accoglierà la sfida di

armonizzare la conservazione con l’adeguamento”.

Fantasia creativa, realismo, umiltà. Queste le parole d’ordine proposte da mons. Roberto Filippini, vescovo di Pescia (Pistoia), portando alla giornata di studio l’esperienza del restauro della cattedrale di Santa Maria Assunta e dell’adeguamento liturgico del suo presbiterio. Il presule sottolinea il parallelismo tra adeguamento dei luoghi di culto e rinnovamento delle prassi pastorali “perché la Chiesa sia all’altezza della sua missione” e spiega che i restauri realizzati anche in vista del giubileo diocesano dei 500 anni, “sono diventati una sorta di allegoria di ciò che dovremmo fare nella nostra Chiesa locale”. Ripercorrendo l’iter di restauro e adeguamento della cattedrale, mons. Filippini precisa che si è trattato di “un’impresa impegnativa da ogni punto di vista, ma più delicato e complesso è stato l’adeguamento liturgico del nuovo presbiterio: nuovi altare, ambone, cattedra”. La spesa per quest’ultimo “si aggira sui 200 mila euro mentre la ristrutturazione è molto più impegnativa”.

“Il contributo assegnabile” per l’adeguamento liturgico delle cattedrali “può arrivare fino al 75% della spesa massima ammissibile di 400mila euro”,

spiega don Valerio Pennasso, direttore Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, presentando nella seconda sessione della giornata il relativo Bando nazionale pubblicato in applicazione delle disposizioni concernenti la concessione di contributi finanziari della Cei per i beni culturali e l’edilizia di culto. il bando è unico, a due livelli: diocesano e nazionale”. Si parte con la candidatura diocesana a livello regionale per una prima verifica dell’adeguatezza agli indicatori del bando nazionale, cui seguirà la valutazione di ammissibilità ai bandi diocesani. Il 7 maggio 2019 è l’ultimo termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse all’indirizzo concorsi.bce@chiesacattolica.it. in modo da poter selezionare entro il 29 maggio quelle che saranno effettivamente coinvolte nel progetto e per le quali verranno avviate le procedure per i bandi diocesani.

Andrea Zappacosta, ingegnere e collaboratore del suddetto Ufficio, definisce “indispensabile” per ogni progetto uno studio di fattibilità: “confronto con la comunità diocesana, raccolta di tutte le informazioni e di tutte le esigenze, verifica sulle possibilità di intervento”. Al tempo stesso “attenta analisi di scopi e contenuti e strumento di controllo”. Don Umberto Bordone, direttore Scuola Beato Angelico, laboratorio di formazione per l’adeguamento delle cattedrali, ne descrive obiettivi, metodi e iniziative.

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Atene e Skopje ancora divise dal nome Macedonia. Il nazionalismo taglia la strada all’accordo

Tue, 22/01/2019 - 15:53

È forse giunta la puntata finale della serie ventennale che ha diviso Atene da Skopje sul nome della Macedonia? Una risposta positiva è già arrivata dal Parlamento macedone che il 12 gennaio ha adottato gli emendamenti costituzionali previsti dall’accordo di Prespa, firmato con la Grecia il giugno scorso. Skopje che finora era riconosciuta ufficialmente dalle Nazioni Unite come Fyrom (Former Yugoslav Republic of Macedonia) si chiamerà Macedonia del Nord e accetterà una serie di richieste da parte di Atene. Il pegno è l’entrata nell’Ue e nella Nato alla quale la Grecia si oppone dal 1991, anno in cui Skopje si distaccò dall’allora Jugoslavia.

Decisione cruciale. “È un passo storico di grande significato per i Balcani. Il nostro Parlamento ce l’ha fatta, ma non è stato facile”, ha affermato il premier macedone Zoran Zaev dopo il sì dei deputati macedoni. Il suo auspicio è “che anche i legislatori greci abbiano la forza di prendere questa decisione cruciale, tenendo conto dell’importanza dell’accordo di Prespa”.

Il politologo Kostadin Filipov

“Infatti, ora la palla passa ad Atene – spiega al Sir l’analista politico dei Balcani Kostadin Filipov -; probabilmente il voto finale per la ratifica si svolgerà il 24 gennaio”. A suo avviso, “anche il Parlamento greco adotterà l’intesa, è il passo della ragione, quello auspicato dalla comunità internazionale, decisivo per il futuro di Skopje ma anche per dimostrare una certa maturità da parte di Atene”.

Le proteste ad Atene. Intanto però sia in Parlamento che sulle piazze di Atene gli animi non si placano. E se il nuovo nome del vicino balcanico settentrionale sarà accettato, questo non avverrà senza ripercussioni. “La settimana scorsa si è dimesso il ministro della difesa Panos Kammenos, leader del partito nazionalista di destra, parte della coalizione del governo”, ripercorre le vicende Filipov, commentando che “si è trattato di un atto che ha fatto tremare il governo di Alexis Tsipras”. Il primo ministro è però poi riuscito a ottenere un voto di fiducia. Secondo l’analista, Tsipras troverà in aula i 151 deputati necessari per approvare il patto con Skopje.

Tsipras e le opposizioni. “Certo, le pressioni sia su Tsipras sia su Zaev sono enormi – chiosa Filipov –. Sanare le ferite profonde e pulire pregiudizi accumulatisi da decenni è un affare molto gravoso”. Non a caso, domenica scorsa, 20 gennaio, nel cuore di Atene sono affluiti migliaia di manifestanti da tutto il Paese che ripetevano il vecchio ritornello che Skopje non ha diritto di usare neanche parzialmente il nome Macedonia, ritenuto dai contestatori un patrimonio di esclusiva appartenenza greca. “Tutto questo accade sullo sfondo di un nazionalismo crescente, sotto le forti pressioni dell’opposizione”, chiarisce il politologo. Se si aggiungono i dati economici non rosei di Atene, le prossime elezioni europee e municipali in programma a maggio, emerge una vera e lunga sfida per Alexis Tsipras. “Non è esclusa anche la possibilità di elezioni anticipate e, in questo caso, la disputa per il nome è un’ottima arma nelle mani dell’opposizione”.

Un passo per la riconciliazione. “La verità è che l’accordo richiede tanti compromessi da ambedue le parti”, afferma Filipov. “Le concessioni da parte di Skopje sono maggiori e forse è arrivato il momento in cui anche i nazionalisti ellenici possano capire che non ci sono alternative ad accettare la realtà storica”. E mentre i rapporti tra Atene e Skopje stanno cercando di trovare la strada giusta, la comunità internazionale – soprattutto l’Ue e la Nato alle cui porte Skopje busserà appena si libererà dal veto greco – sta guardando con attenzione e preoccupazione verso i Balcani. Perché la fine di questa lunga discussione diplomatica sarà un segnale forte di pace e riconciliazione per tutta la regione.

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Sale la protesta contro lo smantellamento del Cara di Castelnuovo. Il vescovo e il parroco: “Assurdo interrompere percorsi d’integrazione”

Tue, 22/01/2019 - 15:42

A Castelnuovo di Porto, comune sulla via Tiberina, è scattata la protesta della società civile per esprimere solidarietà a centinaia di bambini, donne e uomini che saranno trasferiti in altre regioni italiane a seguito della chiusura del Cara da parte del Viminale. Anche stavolta, come accaduto a Riace, viene smantellato un sistema di inserimento e inclusione sociale dei migranti che funzionava bene. Si tratta del secondo centro per rifugiati più grande d’Italia, lo stesso visitato da Papa Francesco il giovedì santo del 2016. Una protesta che serve anche a testimoniare vicinanza agli oltre cento lavoratori italiani (medici, psicologi, mediatori culturali e insegnanti) del Cara a rischio licenziamento. Stasera alle 17 si svolgerà una marcia silenziosa dalla parrocchia di Santa Lucia in Pontestorto fino al centro per rifugiati. Ci saranno anche parroci, gruppi parrocchiali, ragazzi delle scuole dove studiavano i bambini del Cara, volontari, associazioni del territorio, sindacalisti. Lo smantellamento del Cara, ufficialmente chiuso per lo scadere al 31 gennaio dell’appalto gestito dalla cooperativa Auxilium, risentirà degli effetti del decreto sicurezza: su 535 ospiti (401 uomini, 120 donne e 14 bambini) i titolari di protezione internazionale saranno trasferiti in altre strutture ma non si sa in quali città, solo le regioni: Toscana, Umbria e Lombardia. Ma molti rischiano di finire in strada perché hanno i permessi scaduti e non potranno accedere alla seconda accoglienza. Il sindaco di Castelnuovo di Porto, Riccardo Travaglini, la Chiesa locale e gran parte della cittadinanza non ci stanno a veder trattare le persone come pacchi o come “bestiame”, interrompendo percorsi di integrazione efficaci. “Dopo tanti anni d’impegno della comunità locale – commenta al Sir monsignor Gino Reali, vescovo di Porto-Santa Rufina – mi pare assurdo interrompere progetti di integrazione ben avviati,  con la partecipazione di tanti cittadini e volontari della diocesi”. Il vescovo contesta anche “il metodo di trasferimento, che non mi pare dignitoso per donne, uomini e bambini che hanno alle spalle storie drammatiche. Quale futuro offriamo a queste persone?”

“Quale immagine di civiltà stiamo dando?”

Mons. Reali conclude con una preghiera “perché questa gente non perda la speranza e trovi la giusta accoglienza”.

Il parroco di Santa Lucia, dove partirà la marcia silenziosa. “Siamo dispiaciuti e preoccupati”.

“Chiediamo che non vengano trattati come bestiame”,

afferma al Sir il parroco di Santa Lucia padre José Manuel Torres, messicano, dei Servi di Gesù, che ospiterà l’inizio della marcia sul piazzale antistante l’antica sede parrocchiale, a pochi passi dalla scuola elementare dove studiavano alcuni bambini del Cara, “strappati all’improvviso dal percorso che avevano iniziato”. “Con la marcia pacifica vogliamo esprimere solidarietà a questi poveri ragazzi. Non sappiamo dove andranno a finire almeno 200 persone. Hanno voluto sgomberare il centro velocemente in modo un po’ misterioso: basti pensare che l’autista del pullman nemmeno sapeva dove doveva andare, forse in Basilicata”.

(Foto: AFP/SIR)

Un percorso di integrazione esemplare. Padre Torres conferma quanto il sindaco di Castelnuovo di Porto si sia impegnato nel cammino di promozione umana ed integrazione di molti giovani del Cara, coinvolgendoli in lavori socialmente utili, ad esempio nel Museo di arti e mestieri. “Il Comune stava dando un segnale forte di accoglienza e integrazione che contrasta con l’idea generale di cacciare i migranti”, afferma.

“Ci preoccupano molto gli effetti del decreto sicurezza su coloro che non hanno ottenuto lo status di rifugiati e hanno i permessi umanitari in scadenza. Dove andranno?”,

si chiede. Uno di loro, Anthony, nigeriano, faceva perfino il sagrestano in parrocchia. “Era bravissimo. È un dono che ci è stato tolto”.  La parrocchia seguiva anche due donne, una del Kenya e l’altra nigeriana, che si stavano preparando al battesimo. “Ora dovranno andare via”, dice il parroco, ricordando anche i tanti bambini del Cara coinvolti nei centri estivi all’oratorio di san Gabriele, “anche musulmani”. “Per noi è stata una grande occasione di scambio tra culture – osserva – ma tra noi c’è anche gente un po’ chiusa che non vedeva di buon occhio questa situazione. La comunità è divisa: c’è chi è disposto all’accoglienza, chi è indifferente e chi invece rifiuta questa presenza”.

Ora alcuni parroci si stanno interrogando: “Almeno due si dicono disponibili ad accoglierli se c’è bisogno”.

C’è poi il grande problema degli operatori del centro che perderanno il posto di lavoro. “Si parla di 107/120 lavoratori di cui 40 della zona”, ricorda il parroco di Santa Lucia. La cooperativa Auxilium si sta chiedendo come ricollocare queste persone. Intanto i sindacati hanno deciso di dare battaglia e appresteranno un presidio sotto il Ministero del lavoro e dello sviluppo economico dal 24 gennaio.

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Carcere minorile di Pacora: le storie di Samuel, Randy e Luis. “Racconteremo al Papa la nostra vita difficile”

Tue, 22/01/2019 - 13:11

Una ragazza di soli 15 anni con alle spalle un omicidio aggravato. Sarà lei uno dei tre ragazzi che al carcere minorile di Pacora (Centro de Cumplimiento de Minores Las Garzas) venerdì 25 gennaio sarà confessata da papa Francesco. Sono in tutto 12 i ragazzi che riceveranno il sacramento della riconciliazione. Sono stati scelti – spiega Emma Alba Tejada, direttrice nazionale dei centri di reclusione minorile panamensi – da una equipe di esperti e non tra chi ha già percorso un cammino di trasformazione, ma tra chi ha bisogno di una spinta decisiva per cambiare vita. La ragazza che confesserà papa Francesco, ha fatto un lungo percorso di guarigione che l’ha gradualmente portata a riconoscere il male commesso. Ma il perdono è più difficile da trovare. Forse con papa Francesco riuscirà a ritrovare la pace. “Se potessi tornare indietro – dice – vorrei abbracciare la persona uccisa”.

Ci sono storie di vita forti al carcere di Pacora. Un’oasi immersa in una periferia povera a 50 chilometri da Ciudad de Panamà. Filo spinato, controlli severi  all’ingresso, grate alle finestre e ad ogni porta.  Il Papa ha scelto di venire qui per celebrare, nell’ambito della Gmg, la liturgia penitenziale con i giovani privati della libertà.

Le loro sono storie di abbandoni, delinquenza, omicidi, stupri. Errori che possono rovinare per sempre una vita.

Qui si scommette invece nella possibilità di riscattarsi. Anche Samuel, 18 anni, ha sbagliato.  Faceva parte del coro ufficiale della Gmg. Ma poi si è lasciato prendere da amici sbagliati ed ha commesso un furto. E’ stato portato nel carcere di Pacora. Ha pianto molto. Si rendeva conto di aver perso la possibilità di suonare davanti al Papa. “Dopo quello che avevo fatto, non ne avevo più il diritto”, racconta. “Poi ho saputo che papa Francesco sarebbe arrivato proprio qui a Pacora e allora ho capito che Dio mi ha chiamato un’altra volta ed ora voglio sfruttare al massimo questa opportunità perché

“se il Signore è tornato a cercarmi, vuol dire che Lui ha un progetto su di me”.

Randy invece ha 25 anni. Anche lui ha sbagliato e deve scontare una pena di 6 anni. E’ lui, insieme ad altri tre compagni, ad aver scolpito nel legno il pastorale che sarà donato al Papa. “La mia famiglia ora è orgogliosa di me”, dice Randy. Ed è orgogliosa perché l’arrivo del Papa nella casa dove il figlio è recluso, è un evento che qui considerano “storico”. Il sogno di Randy è di poter parlare con papa Francesco. “Vorrei raccontargli tante cose, vorrei fargli conoscere la mia storia.

“Ero perso nel mondo. E ho preso la strada sbagliata. Gli chiederò la sua benedizione”.

Il Centro per questi ragazzi rappresenta l’inizio di una vita nuova. Qui ricevono una educazione, una formazione al lavoro, una guida psicologica. “Ci insegnano – racconta Randy – a pensare nel modo giusto, ma soprattutto a dare valore alle persone, alla vita umana. Un giorno racconterò ai miei figli tutto quello che ho vissuto prima fuori e poi qui dentro”.

Sarà Luis Martinez, di 21 anni, a dare al papa la sua testimonianza. E’ qui per un caso di stupro e sta scontando una pena che lo ha portato a Pacora dopo essere stato nel Centro di custodia per minori Arco Iris di Tucumen. Luis ci tiene a leggere l’inizio di quanto dirà a Papa Francesco. “Santo Padre ben venuto al Centro de Cumplimiento de Minores di Pacora. Il mio nome è Martin Martinez ed ho 21anni. La mia vita è stata difficile. Ad un anno di vita, mio padre ha abbandonato mia madre e lei ha continuato a combattere la battaglia della vita non solo per me anche per mia sorella e mio fratello. Man mano che crescevo, sentivo che mi mancava dentro qualcosa, che c’era un vuoto dentro di me.

“Oggi so che quel qualcosa che mi mancava era la voce di un papà che mi chiama per nome con amore”.

Mentre Luis parla, si sentono da lontano le prove dei canti per la messa con il papa. Con i ragazzi, ad intonare l’inno della Gmg dedicato quest’anno alla Madonna,  ci sono anche le guardie penitenziarie. Alcuni non sono credenti. Molti sono evangelici. Hanno studiato con l’aiuto di un gruppo religioso esterno, il significato delle canzoni, parola per parola. Si sono impegnati e con il tempo hanno cominciato a cantare con il cuore e a capire che Papa Francesco non verrà a Panama solo per i cattolici ma per incontrare tutta la gioventù del mondo e per incoraggiarla. Un messaggio di amore e di speranza, che giungerà anche tra le grate di questo carcere.

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Papa Francesco nel carcere minorile di Pacora tra i “giovani privati della libertà”

Tue, 22/01/2019 - 13:09

Un grande cuore colorato, con alcuni simboli di arti e mestieri, e una colomba bianca con un ramoscello di pace. Poco più in basso il logo della Gmg. Si presenta così la porta carraia del Centro de Cumplimento de menores, il carcere minorile di Pacora, 50 km da Panama City.

La vernice è ancora fresca e il suo odore si sente un po’ ovunque. Molti operai sono al lavoro per tirare al lucido il penitenziario, fiore all’occhiello del sistema carcerario panamense. È qui, infatti, che Papa Francesco verrà il 25 gennaio per fare visita e confessare i giovani detenuti che stanno scontando la loro pena. “Liturgia penitenziale con i giovani privati della libertà” recita il programma papale: un canto, “Oracion del pobre” (la preghiera del povero), una breve testimonianza di un giovane recluso, la lettura del Vangelo tratto da Luca 15 “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte”, le confessioni e per chiudere la benedizione i saluti e lo scambio dei doni. Il Papa confesserà almeno tre detenuti, tra questi una ragazza di 15 anni.

Nel piazzale interno si montano le tende dove verranno sistemati i confessionali e si allestisce l’area che ospiterà i 150 giovani detenuti, 80 quelli di Pacora, il resto da altri penitenziari minorili del Paese. Da lontano arrivano le note dell’inno della Gmg e il canto del coro che prova.

Lidia Castaneda

Niente viene lasciato al caso perché l’attesa per questa visita è alta, come conferma al Sir la direttrice del Centro, Lidia Castaneda: “la speranza è che da questo incontro i ragazzi ricevano pace e serenità e una spinta a cambiare davvero. Sarà una gioia grandissima”. “I nostri detenuti – spiega la direttrice dall’alto dei suoi 26 anni di servizio – sono in larghissima parte giovani dai 15 ai 18 anni, qualcuno anche più grande. Vengono da quartieri molto poveri e hanno gravi problemi familiari alle spalle, sono privi di istruzione. Sono detenuti per aver commesso reati contro il patrimonio, furti, rapine, stupri e omicidi”.

Nel Centro scontano la pena in un percorso di risocializzazione integrale attraverso interventi di tipo educativo, familiare, sanitario, ricreativo, accompagnati da medici, psicologi e assistenti sociali. La Chiesa cattolica locale e quella evangelica non fanno mancare il loro aiuto. Ma ciò che è più importante, aggiunge Castaneda, è che “nel centro i nostri giovani reclusi vengono avviati ai laboratori di falegnameria, cucina, informatica, tappezzeria e costruzioni”. Ed è proprio da questi ‘atelier’ che usciranno i doni da offrire a Papa Francesco: una pagnotta di pane, un bastone pastorale, un poggiapiedi, un quadro.

Emma Alba Tejada, direttrice nazionale dei carceri minorili panamensi

“La speranza in una vita migliore è concreta se si ha un mestiere tra le mani. Se il Papa ha scelto questo Centro è perché vuole mandare un messaggio diretto: una vita migliore è possibile, riscattarsi è possibile”. Ne è convinta anche Emma Alba Tejada, direttrice nazionale dei carceri minorili panamensi: “la visita del pontefice è un messaggio di amore e di speranza per aiutare i nostri ragazzi in questo processo di trasformazione. I giovani sono felici che il Papa viene a fare loro visita e averlo qui in mezzo a noi, vicino, è motivo di grande gioia”.

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Usa, 31° giorno di shutdown. I vescovi chiedono a Trump e al Congresso di porre fine alla chiusura del governo

Tue, 22/01/2019 - 09:29

I musei sono chiusi e serrati sono anche i parchi. La metropolitana è quasi deserta e all’ora di pranzo i ristoranti hanno quasi dimezzato i loro clienti. Washington sotto l’effetto dello shutdown è una città fantasma. Siamo al 31° giorno di chiusura del governo, o meglio di una serie di agenzie governative ad esso collegate e oltre 800mila persone o lavorano gratis o non stanno percependo alcun salario, con gravissime ripercussioni sul conto in banca, sui pagamenti del mutuo, sull’acquisto dei beni di prima necessità. “Come impiegati federali riceviamo lo stipendio due volte al mese – spiega Lucia, che lavora nella commissione per elezioni – e nella cultura americana non c’è la logica del risparmio, per cui le persone continuano ad usare la loro carta di credito anche se il conto è in rosso e si troveranno a pagare interessi di passivo spaventosi, anche perchè molto spesso sono marito e moglie a lavorare per un’agenzia governativa”. Nonostante lo stallo tra il presidente Trump e il Congresso sull’approvazione della legge di bilancio, proprio due giorni fa è stata varata la norma che assicura lo stipendio a tutti i lavoratori federali colpiti dallo shutdown, sebbene in questi giorni non abbiano lavorato. “Non abbiamo deciso noi di stare a casa – continua Lucia – e quindi quei pagamenti ci sono dovuti, ma non sappiamo quando li riceveremo. Se la questione sul muro non si sblocca potremmo andare avanti così fino alle prossime elezioni”. Un rischio che al momento non viene escluso, se si guarda alla polarizzazione estrema interna alle Camere e al rapporto sempre più conflittuale con la presidenza.

Le Caritas cattoliche, in alcune diocesi hanno visto raddoppiare le persone in fila per un aiuto e non sono poche le agenzie di beneficenza che stanno offrendo cibo e un piccolo contributo per l’alloggio.

Preoccupa non poco, poi, la situazione dei cosidetti contractors, cioè le ditte che hanno ricevuto un appalto governativo e che al momento lavorano gratis, ma stanno già mettendo in atto una drastica riduzione del personale. Gli addetti alla pulizia dell’ufficio dove Lucia lavorava, ad esempio, sono dimezzati: “Non andando al lavoro non c’è niente da pulire e l’agenzia delle pulizie ha già tagliato il personale che lavorava di notte. Alcuni dei miei colleghi in altre agenzie poi lavorano gratuitamente e alcuni hanno fatto ricorso alla corte, equiparando la loro situazione a quella degli schiavi, costretti a faticare senza ricevere alcun salario. La corte ha bocciato il ricorso, ma questo testimonia la tensione che si respira ovunque”. Già perché a risentirne non è solo Washington, nella diocesi di Salt Lake City nello Utah sono circa 5mila i lavoratori federali rimasti a casa con disagi enormi che le agenzie di assistenza cattolica non sono in grado di supportare adeguatamente. I servizi sociali cattolici di Dayton, in Ohio, hanno iniziato a inviare camion di prodotti alimentari nelle aree periferiche con maggiore frequenza, mentre il responsabile della Caritas di Spokane aggiunge che “decine di migliaia di persone che finora hanno vissuto sulla soglia di povertà potrebbero scivolare ancora più in basso”. Il sindaco di New York, proprio nel weekend ha annunciato che la città perderà 500 milioni di dollari a settimana e questo metterà a rischio una serie di programmi di assistenza, a partire dai buoni pasto per 1.6 milioni di newyorkesi, alle facilitazioni abitative per i malati di Hiv, fino alle mense scolastiche e all’assistenza dei senzatetto.

Tra i costi invisibili dello shutdown ci sono la cancellazione di sette milioni di visite ai parchi nazionali e di due milioni ai musei; c’è la mancanza di controlli negli accessi agli stadi e l’annullamento delle esercitazioni per spegnere gli incendi; lo stop alle sperimentazioni sui vaccini e alle attività di controllo per bloccare l’invasione di alcune specie di cavallette che stanno attaccando alberi e raccolti in alcuni stati.

Anche i vescovi americani, ieri, hanno chiesto al presidente e al Congresso di porre fine alla chiusura del governo, invitando tutti gli attori coinvolti a trovare una soluzione bipartisan che tenga conto non solo delle famiglie dei lavoratori federali, ma anche di tutti quei programmi di assistenza alimentare e abitativa che lo shutdown ha messo in crisi. La possibilità del muro, causa della discordia legislativa, è solennemente bocciata anche da loro: “I nostri fratelli vescovi su entrambi i lati del confine statunitense con il Messico si oppongono e suggeriscono cambiamenti nella legislazione attuale perché rende più difficile ai richiedenti asilo e ai minori non accompagnati accedere alla protezione”, ribadiscono il card. Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale, e mons. Joe S. Vásquez, presidente della Commissione per le migrazioni. Nonostante l’opposizione al muro la proposta di Trump sulle concessioni ai giovani del programma Daca, cioè gli immigrati arrivati bambini a seguito di genitori senza documenti, ha trovato nei vescovi un incoraggiamento al dialogo.

“Siamo incoraggiati dall’apertura del presidente a fornire assistenza legislativa ai titolari di status di protezione temporanea e ai beneficiari del Daca – hanno spiegato i vescovi -. Tuttavia, comprendiamo che la proposta fornirebbe solo un temporaneo sollievo, lasciando molti in uno stato di continua vulnerabilità. Crediamo occorra una soluzione legislativa permanente”. Ancora una volta, poi, i presuli offrono la loro assistenza nello stilare una riforma delle migrazioni e non sono disponibili a barattarla con il muro, ma al momento tutti gli input ricevuti sono caduti nel vuoto e questo vale sia sul fronte migratorio che su quello dello shutdown.

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USA, at its 31st day the Bishops urge Trump and the US Congress to end the shutdown

Tue, 22/01/2019 - 09:29

Museums and parks have been closed. Subways are virtually empty and restaurants have almost halved their lunchtime customers. Washington under the effect of the shutdown is a ghost city. It’s the 31st day of the government’s closure, i.e. the shutdown of various government agencies with over 800 thousand employees on unpaid leave or working without pay, seriously affecting their bank accounts, mortgage payments, and the purchase of basic necessities.” “As federal civilian employees we receive our paycheck twice a month – explains Lucia, who works in the Election Committee -. Furthermore, American culture does not have a saving mentality, so people continue to use their credit card even if their bank account is in the red and they will have to pay huge interests, also because in many cases married couples work for the same government agency.” Despite the stalemate between President Donald Trump and congressional leaders, a few days ago a new bill was passed into law guaranteeing back pay for federal employees impacted by the shutdown. “It’s not us who decided no to go to work – Lucia  pointed out – those payments are due, but we do not know when we will be paid. If the wall issue is not solved this situation could drag on until the next elections.” It’s a risk that can’t be ruled out as things stand today, considering also the growing political polarization of the two Chambers and the increasingly conflictual relationship with the Presidency.
In a number of dioceses Catholic Caritas saw a twofold increase of people standing on line for assistance, while many charities are offering food and a small contribution to cover housing expenses. There is great concern also within the Federal contracting community, with workers left without funding and radical staff reductions. Cleaning services in the office where Lucia used to work have been reduced by fifty percent: “Since we don’t go to office there is nothing to be cleaned and the cleaning agency has cut staff working night shifts. Some of my colleagues in other agencies were working with no pay while others have appealed to the Court of Justice, lamenting that their situation is comparable to that of slaves, forced to work with no pay. The Court rejected their appeal, yet this case testifies to the atmosphere across the Country.” In fact the impact of the shutdown is felt not only Washington. Approximately 5 thousand federal employees in the diocese of Salt Lake City and in Utah are on unpaid leave, experiencing huge difficulties that Catholic welfare organizations are unable to minister to in full. Catholic support services in Dayton, Ohio, have started sending an increasing number of trucks loaded with foodstuffs to suburban neighbourhoods. The Caritas Spokane Director added: “tens of thousands of people living on the poverty threshold risk falling below the poverty line.” This past weekend the mayor of New York announced that the city will lose 500 million dollars a week thereby jeopardizing a number of relief programs, starting with food stamps for 1.6 million New Yorkers, housing facilities for people affected by HIV, school canteens and homelessness services.

Seven million tours to national parks and two million visits to museums have been cancelled: these are some of the less-known repercussions of the government shutdown. Other consequences include lack of security checks in entries into stadiums, while firefighter training sessions have been called off, along with the testing and creation of vaccines and monitoring activity to thwart the invasion of certain types of locusts infesting trees and crops in some US States.

Yesterday the US bishops urged the President and Congress to end the shutdown, calling upon all parties involved to identify a bipartisan solution that takes into account the situation that families are facing including those dependent on federal workers and those assisted by critical nutrition and housing programs. The bishops equally rejected the construction of the wall, the primary cause of the legislative discord: “Our brother bishops on both sides of the U.S. border with Mexico oppose it, and it suggests changes in current law that would make it more difficult for unaccompanied children and asylum seekers to access protection”, declared Card. Daniel DiNardo, President of U.S. Conference of Catholic Bishops (USCCB) and Bishop Joe S. Vásquez, of Austin, Texas, Chairman of USCCB Committee on Migration. Despite opposition to the wall, Trump’s proposal on concessions to DACA youth holders, i.e. undocumented immigrants who were brought to the US as children, was met as an encouragement to dialogue by the bishops.

“We are encouraged by the President’s openness to providing legislative relief for Temporary Protected Status (TPS) holders and existing Deferred Action for Childhood Arrival (DACA) recipients”, the bishops said -. “However, we understand that the President’s proposal would only provide temporary relief, leaving many in a continued vulnerable state. We believe that a permanent legislative solution is vital.” The prelates renewed their openness to assist in the drafting of an immigration reform and they will not accept that it be replaced by a wall. But as for now, all proposals have faded to nothing – this is true with regard to migration and to the ongoing shutdown alike.

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Hogar Buen Samaritano. P. Escobar (Director): “The Pope say to people with HIV that their life has immense value”

Tue, 22/01/2019 - 09:01

(from Panama) Panama has two faces: there is a rich, visible, dazzling Panama with its glass skyscrapers. But that face of Panama is not the real one, for it represents only a small minority of the population. The real Panama is poor, covered in sand and clutter. It’s populated by people who struggle every day to find a job, to access healthcare services, education, drinking water. Far and beyond the political games of the Country, Pope Francis has decided to travel all the way over here. He decided that on Sunday January 27 he will visit Casa Hogar El Buen Samaritano that  provides assistance and care to people affected by HIV/AIDS. The Centre is located in “Corigimiento de Juan Diaz”, only 3 km from the city centre, near the parish church of Santa Maria del Camino.
It all began in 2005, with an idea developed in the parish during the Holy Week. “If we believe in the Resurrection of our Lord Jesus we must also believe that life is greater than death, anywhere in the world.” In order to give concrete witness to this intuition, it was decided to open the doors of the Centre to people with AIDS. They are the poorest of all.

They are victims of discrimination and prejudice, left alone, often abandoned by their own families.

This scourge affects 1% of the Panamanian population (especially indigenous peoples) totalling 30 to 40 thousand HIV/positive people.

Casa Hogar houses 16 people (11 men and 6 women), whose age range goes from 18 to 76-year-olds. Those are the most serious cases. The live in clean rooms, provided with basic necessities. A man is lying on a bed. He is suffering from withdrawal symptoms: high fever, tremors. Casa Hogar is also this. But there is also a dining hall, a kitchen, a laundry room, as well as a canteen that offers 60 free meals to poor people in the neighbourhood every day. In addition to residents, the Casa assists approximately 30 “external” families with a family member affected by AIDS but without the financial means to ensure medical treatment. The Centre had adopted a sexual education and prevention program addressed to youths in schools.

Dignity. In August Father Domingo Escobar, Director of the Casa, received a phone call from archbishop Ulloa Mendieta. He thought he was being contacted to be transferred to another parish. Instead, unexpectedly, he was told that Pope Francis would be visiting Casa Hogar during the WYD. “By coming here  – he said – the Holy Father gives value not only to what we do but also to all those who live here. People with HIV/AIDS feel that they are worthless.

Once they contract the virus they feel that everything is lost, including their dignity.

With his presence Pope Francis will show that this is not true, that their life has immense value and that everyone can and must have a place in society. It helps them recover self-esteem.” Father Domingo is also the parish priest of Santa Maria del Camino , where he created an educational centre for children and adolescents at risk along with a carpentry workshop where he is working (he used to be a carpenter before entering the priesthood) on the creation of the chair and the kneeler that will be used by the Pope.

The program. The Centre is preparing for the Pope’s visit with a major revamp and cleaning up of the whole compound. The Pope will be welcomed at the main entrance by the directors of four Charity organizations of the Church. These include the Mother Teresa Sisters of Charity as well as homes for orphaned children and homeless people. The Pope will be meeting the guests of the Centre in a dedicated cloister. Father Domingo Escobar will welcome the Holy Father in person. We will thank him – he said – “on behalf of all people suffering in the Country and on behalf of the merciful face of the Panamanian Church, a Church that embraces the suffering Christ.” The Pope will be given a painting of the Holy Virgin depicted with the typical features of the indigenous people and wearing typical Panamanian garments. “We expect a strong message”, Rodriguez said, “focused on the poor, on those who are discarded, on people with HIV/AIDS. A message that touches people’s hearts with a gaze of Mercy to people living in the peripheries, that include the existential peripheries of our world.”

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Hogar Buen Samaritano: Raul, “a Papa Francesco dirò che la malattia mi ha aperto gli occhi

Tue, 22/01/2019 - 09:01

(da Panama) “Una benedizione, solo una benedizione”: la risposta è secca, senza tentennamenti ma accompagnata da un sorriso. Raul esprime così la sua felicità. Da pochi giorni ha saputo che sarà proprio lui a offrire una testimonianza di vita davanti a Papa Francesco in visita alla casa “Hogar del Buen Samaritano”, il 27 gennaio, penultima tappa del suo viaggio apostolico a Panama per la Gmg. L’Hogar è una fondazione nata nel 2005 per iniziativa della Chiesa panamense per fornire assistenza a giovani e adulti affetti dal morbo dell’Haiv-Aids, privi di un sostegno familiare o economico. Si stima che a Panama siano oltre 30mila le persone sieropositive e 70mila le donne che ogni anno partoriscono in regime di infezione conclamata.

Sembra passata una vita da quando 4 anni fa scoprì di essere sieropositivo. Le conseguenze della malattia oggi lo costringono su una sedia a rotelle. E la fisioterapia non basta per rimettersi in piedi come vorrebbe. 31 anni, Raul è un ‘nativo’ proveniente da Ngäbe-Buglé, la più grande e popolosa delle tre comarche indigene di Panama. La sua storia è quella di tanti altri suoi coetanei indigeni che cadono nella dipendenza di droghe e alcool. La racconta così: “Mia madre mi ha abbandonato quando ero ancora piccolo e così ho cominciato a cercare quell’affetto mancante in altre persone, anche sbagliate. Non avevo possibilità economiche e ho frequentato la scuola fino alla terza elementare.

Mi sono buttato nell’alcool credendo che mi rendesse forte e indipendente.

Invece, in poco tempo mi sono ritrovato dipendente. Ho cominciato da ragazzo a bere il ‘chica fuerte’, un succo alcoolico estratto dal mais per poi passare ad altre bevande sempre più pesanti. Una vita dissoluta”.

Raul è entrato nell’Hogar due anni e mezzo fa, accolto dal direttore padre Domingo Escobar. “Non è stato facile affrontare la mia vita passata. Non ero credente.

La mia malattia mi ha aperto gli occhi.

Adesso ho una seconda opportunità da sfruttare al meglio. Sono stato abbandonato dalla mia famiglia e qui ne ho trovato un’altra che riesce a darmi quel calore e quella forza che non ho mai avuto”. È una sfida continua che Raul affronta con impegno ogni giorno partecipando alle attività della casa sin dal mattino presto e coltivando una passione: creare a ferri delle piccole borse.

Adesso la visita del Papa a Panama per la Gmg e all’Hogar, un incontro insperato, inimmaginabile. “Ho seguito grazie a internet la Giornata indigena di Soloy – dice Raul – una novità assoluta per le Gmg. È importante che le popolazioni indigene si incontrino e parlino tra loro.

Il mio essere indigeno, cioè nativo di questo Paese, mi ha dato un senso di appartenenza unico alla mia terra, siamo un popolo che crede molto alla cura e alla difesa della natura. Siamo agricoltori, allevatori e amiamo tutto ciò che viene dalla terra”.

Da una busta, che tiene sulle gambe, tira fuori due delle sue piccole borse mostrandole con orgoglio: una con la bandiera di Panama e l’altra blu e rossa, i colori della ‘camiseta’ del San Lorenzo de Almagro, la squadra argentina di cui Papa Bergoglio è tifoso. “Le donerò al Pontefice per ringraziarlo per essere arrivato all’Hogar. Mai avrei pensato di vederlo proprio qui. Stento a credere che potrò parlare con lui. Spero che l’incontro con il Papa mi aiuti a fare le scelte giuste così da affrontare le tentazioni, perché sono tante. Gli uomini sono deboli e possono sempre ricadere negli stessi errori. Papa Francesco viene a portare la Parola di Dio che ci dona la luce per andare avanti. Spero che questo incontro possa arrivare al cuore di tanti giovani che sono tra i più vulnerabili della nostra società”.

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L’altra faccia della Gmg. Il Centro America segnato da violazioni di diritti umani, persecuzioni e crisi politiche

Tue, 22/01/2019 - 09:00

È la seconda Gmg in America Latina (su un totale di tre) del primo Papa latinoamericano. Dopo Rio 2013, ecco Panama 2019. Per la prima volta tocca a una città dell’America Centrale. Una festa attesa, che però si sta tingendo in molti casi di agrodolce, macchiata da tante situazioni che rimbalzano dentro questo grande evento, condizionando la stessa partecipazione, anche a livello numerico. Se nel 2013 quella di Rio era stata la Gmg nella quale la città mostrava il suo biglietto da visita, in attesa di ospitare in rapida successione Mondiali di calcio e Olimpiadi, in un contesto di ottimismo e crescita che coinvolgeva tutto il continente, le cose sono ben diverse in questo inizio di 2019: violazioni di diritti umani, popolazioni indigene e afro spesso perseguitate e cacciate dai loro territori, deforestazione in aumento, corruzione generalizzata, gravissime di crisi, come quelle che si vivono in Venezuela e in Nicaragua, intere economie a picco (è il caso dell’Argentina).

America centrale: tra gioia e paura. A proiettare la sua ombra sulla festa di Panama è per esempio la situazione che stanno vivendo i Paesi centroamericani: il Guatemala affronta un grave crisi politico-istituzionale e i 10mila partecipanti di quel paese sono partiti con il cuore in gola, molti giovani dell’Honduras, coetanei di coloro che partecipano alla Gmg, sono partiti con le carovane di migranti disperatamente in cerca di fortuna, il Nicaragua è sotto la cappa di un regime, quello di Ortega, sempre più oppressivo. Ligia Elena Matamoros Bonilla, giovane della Costa Rica, è la referente della Pastorale giovanile per l’intero Centroamerica. “Tra i Paesi dell’America centrale ci sono molte cose in comune, i confini tra i singoli Paesi non ci dividono e possiamo dire, tutti noi giovani centroamericani, che la Gmg si svolge a casa nostra! E saranno con noi tutti i vescovi dell’America centrale. In queste settimane molti giovani sono già accolti non solo in tutte le diocesi di Panama, ma anche in quelle della Costa Rica”. Certo, prosegue la giovane,

“la situazione è molto dura in vari Paesi. La croce della Gmg in questi due anni ha peregrinato in Messico, in America centrale e nelle isole del Caribe. Ovunque è stata segno della presenza di Cristo e di speranza”.

Ancora non sono noti i numeri dei partecipanti centroamericani: “Siamo tanti e abbiamo tanto entusiasmo. Dalla Costa Rica siamo in 10mila”.
Saranno molti di meno, purtroppo, per motivi che prescindono dalla volontà dei giovani, i partecipanti nicaraguensi. “Quando nel 2016 è stata data la notizia che la Gmg si sarebbe tenuta a Panama, tra i giovani del Nicaragua, c’è stato grande entusiasmo – dice al telefono da Managua Belkis Guevara, referente della Pastorale giovanile della Chiesa nicaraguense -. I nostri sono Paesi poveri e poco conosciuti, per noi è difficile partecipare a una Gmg in Europa. Purtroppo, in questo momento la situazione è quella che è, i partecipanti al momento iscritti sono circa 2.150. In un primo momento era previsto che gruppi di giovani di diversi Paesi venissero accolti nelle diocesi del Nicaragua, come accade per la Costa Rica, ma questo non è stato possibile”.
I giovani nicaraguensi vivono dunque questo momento con sentimenti contrastanti:

“Tanti giovani hanno paura perfino a mostrare e a sventolare la bandiera del proprio Paese, dopo che qui le manifestazioni sono state vietate. Speriamo che il Papa ci dia coraggio e ci mostri la sua vicinanza, come ha sempre fatto, esortandoci ad andare avanti. Speriamo che dica qualche parola specifica sulla situazione che viviamo in Nicaragua”.

Argentini “decimati” dalla crisi. A migliaia di chilometri ci sono i giovani di un altro Paese che vivono sentimenti contrastanti: si tratta degli argentini, che per tempo si erano organizzati per partecipare numerosi alla Gmg di Panama, un’occasione per poter incontrare il Papa argentino. Poi è arrivata la crisi economica. Racconta al Sir Milagros Dominici, referente della Pastorale giovanile della Chiesa argentina, durante uno scalo del lungo viaggio aereo che la sta portando a Panama: “All’inizio gli iscritti erano 6mila, attualmente siamo circa 1.600. E quelli che partecipano hanno fatto mille sacrifici, sono stati aiutati con raccolte, vendite di torte e altre iniziative”. Conferma Darío Díaz, responsabile della comunicazione della delegazione argentina:

“Speriamo di arrivare a 2mila, ci sono state molte iniziative per aiutare i partecipanti. E’ un viaggio lungo, ci sono pochi voli diretti e per trovare tariffe più basse molti hanno scelto voli che fanno tre o quattro scali. Alcuni hanno scelto di raggiungere Panama in automobile, facendo un viaggio lunghissimo”.

Continua Milagros Dominici: “Ho partecipato anche a Rio 2013, una Gmg ti cambia la vita, è qualcosa di speciale. In questo caso ho partecipato anche ai vari incontri di preparazione”. C’è attesa anche per l’incontro con il Papa: “Noi giovani la pensiamo diversamente da coloro che in Argentina criticano Francesco perché non visita il nostro Paese. Il Papa è il successore di Pietro, con noi ha una relazione paterna e di grande affetto, ci offre un grande accompagnamento”.
La pensa così anche Mariano García, che ha partecipato recentemente al Sinodo dei Vescovi sui giovani: “Il Papa ha voluto mettere i giovani al centro della Chiesa, ringiovanire la Chiesa. La Gmg si pone in continuità con quell’evento”.

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Hogar Buen Samaritano. P. Escobar (direttore): “Il Papa dirà ai malati di Hiv che la loro vita ha un valore immenso”

Tue, 22/01/2019 - 08:57

(da Panama) Ci sono due Panama: una ricca, visibile, splendente nei suoi grattacieli vetrati. Ma è una Panama non reale, perché qui vive solo una esigua minoranza. L’altra invece è vera ed è povera, sabbiosa, disordinata. È popolata da persone che ogni giorno devono combattere per trovare un lavoro, accedere ai servizi sanitari, all’educazione, all’acqua potabile. Fuori dai giochi politici del Paese. Papa Francesco ha scelto di venire qui. Ha deciso di visitare domenica 27 gennaio la Casa Hogar El Buen Samaritano dove sono accolti, curati e seguiti malati affetti dall’Hiv/Aids. Si trova nel “Corigimiento de Juan Diaz”, a solo 3 chilometri dal centro della città, vicino alla parrocchia di Santa Maria del Camino.

Tutto nasce nel 2005, da un’idea maturata in parrocchia dopo la Settimana Santa. “Se crediamo nella Resurrezione di Gesù, dobbiamo credere anche che la vita è più forte della morte, ovunque”. Per dare un segno forte a questa intuizione, si sceglie di aprire le porte ai malati di Aids. Sono le persone più povere.

Vittime di discriminazioni e pregiudizi, lasciati soli, spesso abbandonati dalla loro stessa famiglia.

Una piaga che a Panama colpisce l’1% della popolazione (soprattutto le popolazioni indigene) per un totale complessivo di 30/40mila persone siero positive.

Casa Hogar accoglie 16 persone (11 uomini e 6 donne), dai 18 ai 76 anni. Sono i casi più gravi. Vivono in stanzette pulite, dotate dell’essenziale. Su un lettino, è sdraiato un uomo. È in piena crisi di astinenza: febbre alta, tremori. Casa Hogar è anche questo. Ma c’è anche una sala pranzo, una cucina, una lavanderia. E anche una mensa dove ogni giorno, da lunedì a venerdì, si offrono 60 pranzi gratis ai più poveri del quartiere. Oltre ai residenti, la Casa segue anche una trentina di famiglie “esterne” che hanno un malato di Aids in casa ma non i mezzi finanziari per curarlo. E sempre dal Centro è partito un programma di educazione sessuale e prevenzione, rivolto ai giovani e nelle scuole.

 

La dignità. Era agosto quando padre Domingo Escobar, direttore del Centro, riceve una telefonata dall’arcivescovo Ulloa Mendieta. Pensava ad un cambio di parrocchia. E invece era l’annuncio a sorpresa che che Papa Francesco sarebbe andato a visitare, durante la Gmg, la Casa Hogar. “Venendo qui – dice – il Santo Padre da valore non solo a quello che facciamo ma anche a chi vive qui. I malati di Hiv sentono di non valere niente.

Contratto il virus sentono di perdere tutto, anche la dignità.

Papa Francesco con la sua presenza dirà invece che non è vero, che la loro vita ha valore immenso e che tutti possono e devono avere un posto nella società. Li aiuta a ritrovare stima in se stessi”. Padre Domingo è anche il parroco della parrocchia di Santa Maria del Camino dove ha costruito un centro educativo per bambini e ragazzi a rischio e un laboratorio di falegnameria dove sta lavorando (era falegname prima di diventare prete) alla costruzione della sedia e dell’inginocchiatoio che userà il Papa.

 

Il programma. Tra pulizie, ristrutturazioni, sistemazione dei locali, il Centro si prepara ad accogliere Papa Francesco. All’ingresso principale – spiega Eric Rodriguez, amministratore – il Papa sarà accolto dai direttori di 4 istituzioni caritative della Chiesa. Ci sono anche le Suore della Carità di Madre Teresa e centri di accoglienza per bambini orfani e persone di strada. E’ stato quindi adibito un cortile dove il Papa si soffermerà a parlare con gli ospiti. Sarà padre Domingo Escobar a dare il benvenuto al Santo Padre. Lo ringrazierà – dice – “a nome di tutti i sofferenti del Paese e a nome del volto caritativo della Chiesa panamense, di quella Chiesa che va incontro a Cristo sofferente”. Al Papa sarà dato in dono un quadro della Madonna, ritratta con la tipica fisionomia del volto indigeno e vestita con i tipici abiti tradizionali panamensi. “Ci aspettiamo un messaggio forte”, dice Rodriguez, “focalizzato sui poveri, gli scartati, i malati di Hiv. Un messaggio che tocca il cuore ed ha uno sguardo di Misericordia sulle persone che vivono nelle periferie anche esistenziali del mondo”.

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Migranti. Gatti (Open arms): “In Italia si sta falsando la realtà, accordi con criminali in Libia”. Nave bloccata a Barcellona tornerà presto in mare

Tue, 22/01/2019 - 00:04

Centosettanta morti nel Mediterraneo (solo quelli che si sanno), 200 vittime nei primi 21 giorni del 2019. “La storia ce lo ricorderà e ci indicherà da che parte stavano vittime e carnefici”. In un tweet di ieri l’Ong Open Arms riassume l’ennesima tragedia nel Mediterraneo passata quasi nell’indifferenza, mentre altre 393 persone sono state riportate in Libia, violando le Convenzioni internazionali perché tutti sanno che non è un porto sicuro perché le persone subiscono gravissime violazioni dei diritti umani. Nel 2018 almeno 2.262 persone hanno perso la vita in mare. Papa Francesco, domenica, dopo l’Angelus, ha espresso dolore per le vittime e ha pregato “per loro e per coloro che hanno la responsabilità di quello che è successo”. Dalla nave ferma a Barcellona per un provvedimento della Capitaneria di porto – doveva partire l’8 gennaio per una nuova missione nel Mediterraneo – parla Riccardo Gatti, comandante e capomissione di Open Arms. 

200 persone annegate nei primi 21 giorni del 2019. E' ufficiale.
La storia ce lo ricorderà e ci indicherà da che parte stavano vittime e carnefici.#FreeOpenArms pic.twitter.com/kKgZ4FtaFz

— Open Arms IT (@openarms_it) January 21, 2019

Centosettanta morti, un’altra tragedia. Che effetto vi fa non poter stare in mare a salvarli?

Centosettanta morti sono quelli stimati ma la cifra reale non si sa perché c’era solo una nave della Marina militare che ne ha salvati 3 su 120. È ciò che noi denunciamo da sempre: se distruggi un operativo di soccorso in mare come è successo, visto che tutte le Ong operavano coordinate e dirette dalla guardia costiera italiana e funzionava benissimo. La nave Diciotti e Dattilo sono in porto e non le fanno partire, perciò ci sono più morti.

Altre 393 persone sono state riportate indietro dalla guardia costiera libica.

Sanno tutti che dietro la guardia costiera libica ci sono milizie coinvolte nel traffico di persone, fanno quello che vogliono, chiedono ancora più soldi, per le navi, per i carburanti. Hanno già 24 imbarcazioni e dal 21 dicembre l’Italia ha stanziato fondi per comprarne altre 20. L’Italia continua a fare accordi con dei criminali e riporta indietro le persone in Libia facendo passare questa operazione come se fosse in linea con le Convenzioni internazionali: ma sono menzogne. Perché vuol dire violare il diritto marittimo per riportarle in un posto che non è sicuro. Ci sono un’infinità di documenti, comunicati, rapporti delle Nazioni Unite sulle condizioni in Libia. Le riportano in un inferno. Le persone che salviamo ci dicono che preferiscono morire piuttosto che tornare in Libia. Li abbiamo visti buttarsi in acqua cercando di annegare alla vista di una motovedetta libica.

La Libia non è un posto sicuro e tra qualche anno l’Italia potrebbe essere condannata per questi respingimenti o facilitazione dei respingimenti.

Duecento vittime in 21 giorni nel 2019. In Italia c’è chi invece continua ad esultare dicendo “meno partenze, meno morti”.

Non commentiamo tutte le dichiarazioni del ministro dell’Interno o di altri esponenti politici.

In Italia si sta falsando la realtà.

Si sta creando una realtà che non ha niente a che vedere con la verità,  per creare un immaginario comune utile a guadagnare voti. Questo è il motivo di tutti i messaggi in cui si accostano le Ong ai trafficanti. Si dice che i porti sono chiusi ma non è vero perché non esiste nemmeno un decreto e sarebbe illegale. Il fatto che le Ong non siano in mare può portare solo più morti e qualcosa di ancora peggiore, ossia il silenzio assoluto su quanto sta succedendo perché in mare non ci sono testimoni scomodi. Che alla fine è ciò che interessa i governi europei, primo tra tutti il governo italiano che sta facendo

accordi criminali con la guardia costiera libica.

Anche i vari messaggi del ministro dei Trasporti non hanno niente a che fare con il diritto marittimo, mentre lui dovrebbe sapere di ciò che sta parlando. Povera Italia, sta vivendo veramente un momento buio.

Riccardo Gatti, comandante e capomissione di Open Arms

In questa situazione che peso possono avere le dichiarazioni che giungono in continuazione da chi riveste ruoli politici di primo piano?

Ci sono discorsi politici violenti che legittimano la violenza, e lo stiamo vedendo nelle nostre strade, ad esempio l’intolleranza verso le persone migranti.

Si sta legittimando una mancanza di cultura e di etica istituzionale.

Quando ministri vari fanno dichiarazioni senza alcun fondamento, la legittimazione diventa dannosa per la stessa cittadinanza italiana. Perché

continua la distruzione culturale e fa sì che le persone siano mosse secondo gli interessi di chi è al potere. Sta avvenendo qualcosa di molto triste.

Le Ong hanno avuto l’appoggio di buona parte della società civile, comprese le Chiese. Cosa vi potrebbe aiutare ancora di più?

Bisogna continuare a mandare messaggi proattivi e non avere un atteggiamento da vittime. Non fermarsi e mettere in campo tutte le azioni possibili. Ad esempio l’hashtag #facciamorete sta dando tanto fastidio. È vero che fa più rumore il padrone che morde il cane piuttosto che il cane che morde il padrone. Ma non è vero che sono tutti xenofobi e razzisti. È importante continuare ad andare avanti in maniera indipendente, senza stancarsi. I discorsi del governo italiano sono talmente vuoti che si sgonfieranno, anche grazie all’azione dei cittadini. Bisogna riappropriarsi un po’ della politica e non lasciare spazio aperto a chi si trova a governare.

È però una tendenza che si va diffondendo in tutta Europa?

L’Europa sta andando tutta in questa direzione. Non è qualcosa di casuale è tutto organizzato. I governi di Italia e Ungheria stanno facendo la voce grossa contro i migranti in maniera più criminale. L’Italia, per la sua posizione geografica, sembra sia la vittima di tutte le migrazioni; invece è semplicemente un punto nevralgico nel Mediterraneo perché numeri i più alti stanno arrivando in Spagna.

Intanto la vostra nave è stata bloccata a Barcellona. Ci sono novità?

Stiamo aspettando i tempi del ricorso ma anche una riconsiderazione da parte del governo spagnolo. Credo che il primo ministro spagnolo Sanchez abbia paura dell’Europa, di rimanere l’unico Stato che rispetta le Convenzioni internazionali. Ha paura dei voti che stanno arrivando ai partiti di estrema destra. Però l’appoggio della società civile spagnola ad Open Arms è forte. Alcuni deputati spagnoli hanno dichiarato che voteranno contro tutte le proposte del governo finché non verranno rilasciate l’Open arms e la nave di un’altra Ong che dovrebbe iniziare ad operare adesso, bloccata l’altro giorno. Io credo e spero che tutto ciò accada prima della decorrenza dei 30 giorni del ricorso, anche perché politicamente non è una scelta molto furba.

Speriamo che anche prima di febbraio la nave possa tornare in mare. Ogni giorno aspettiamo che arrivi questa comunicazione.

Intanto ci sono in vista le elezioni europee. Siete preoccupati che il dibattito sui migranti si inasprirà ancora di più?

Oramai da due anni vediamo azioni volte a ledere la dignità delle persone migranti e a criminalizzare le Ong. Ci insultano dicendo che portiamo stupratori o persone che vivono a sbafo degli italiani, sono tutti i messaggi del governo. C’è una responsabilità su tutto ciò. Non so se possono dormire tranquillamente ma

a me sembra che si stia distruggendo la base della società: non si possono schiacciare sempre gli altri per i propri interessi.

Non c’è più coscienza. Noi non siamo preoccupati di sparire presto, speriamo che non ci sia più bisogno di noi perché vorrà dire che ci sarà un operativo di soccorsi in mare.  Mi conforta il fatto che gli attacchi politici contro le Ong e i migranti sono sempre vuoti e falsi e vengono smentiti subito. Basta mettersi a studiare solo un po’ e informarsi su ciò che sta succedendo. L’appoggio che riceviamo è molto elevato a livello intellettuale e culturale. Quello per noi è importante, tutto il resto sono grida e slogan. Durerà quello che dovrà durare, perché i problemi delle persone non si risolvono con gli slogan. Sono sicuro che si tornerà ad una situazione di equilibrio.

Noi andiamo avanti e non ci scoraggiamo.

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Gmg 2019: a Panama freschezza e l’entusiasmo di cui abbiamo tanto bisogno

Mon, 21/01/2019 - 19:14

Hanno iniziato ieri sera, stanno continuando in queste ore. Ma con il fuso orario non ci intendiamo: sei ore di differenza. Insomma: sono momenti in cui i giovani italiani “sbarcano” nella città di Panamà, capitale dello stato panamense. Il clima è caldo: quello meteo, ovviamente, ma anche quello della gente che arriva e che accoglie. La parrocchia di Santa Maria di Guadalupe ha preparato un’accoglienza straordinaria: tutti i giovani sono accolti nelle famiglie e questo vuol dire che non dormiranno in situazioni posticce o di emergenza e soprattutto le case che li accolgono sono fatte di famiglie giovani piene di un grande spirito di ospitalità.

I panamensi sono un popolo mite e sereno: sorridono sempre.

Sembra sempre che sappiano di essere non all’altezza delle situazioni (effettivamente un incontro internazionale di questa portata è per loro un azzardo più che una sfida), ma non per questo si arrendono. Anzi, si mettono di impegno e provano a superare qualunque ostacolo. Sempre con il sorriso sulle labbra. Li guardo e un po’ li invidio: non avremmo bisogno anche noi, in Italia, di ritrovare in ogni luogo e qualunque cosa facciamo, un po’ di serenità nell’affrontare il nostro lavoro, i nostri impegni, le nostre relazioni?
Ieri mattina abbiamo partecipato alla Messa domenicale.

Forse qualche cosa avrebbe fatto rizzare i capelli ai nostri liturgisti, ma c’è davvero da restare ammirati: chiesa strapiena, famiglie giovani con bambini e ragazzi, l’intensità e la forza dei canti. Si passa in un secondo da un clima di vivace allegria (per il canto) a un silenzio impressionante che permette la preghiera. Un sogno.

Pensavo che loro ci guardano con ammirazione, perché veniamo da ciò che considerano l’origine e il cuore della fede: il Mediterraneo (su cui affaccia la Terra Santa), Roma (la tomba di Pietro e la Sede del Papa). Ma anche noi finiamo per ammirare loro: per quella freschezza, quell’entusiasmo, quella disponibilità nell’accogliere la fede, nel cercare di sentirsi coinvolti e di manifestarla. Sì, anche noi abbiamo bisogno di loro!

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Scuola cattolica. Il Barbarigo di Padova compie 100 anni e guarda al futuro. Il rettore Contarini: “Valorizzare ogni alunno e avere il coraggio di innovare”

Mon, 21/01/2019 - 13:28

L’ Istituto Barbarigo, scuola della diocesi di Padova, istituito nel 1919 dal vescovo Luigi Pellizzo, compie 100 anni. Attualmente comprende la Secondaria di primo grado, i Licei classico e scientifico (anche nell’opzione scienze applicate) e l’Istituto tecnico economico (ex Ragioneria). A guidarlo è don Cesare Contarini, già direttore de “La Difesa del Popolo”, nominato nel 2009 dall’allora vescovo di Padova Antonio Mattiazzo. Le celebrazioni per l’anno del centenario si sono aperte lo scorso 21 settembre con la Messa di inizio anno. Per la ricorrenza è stato pubblicato un bel volume, racconto per parole e immagini di un’avventura didattica che dura da un secolo e si proietta verso il futuro.

Don Contarini, che cosa ha rappresentato in questi 100 anni e che cosa rappresenta ancora il Barbarigo per la diocesi, la città e il territorio?
Un “bene comune”, un segno privilegiato dell’impegno e della tradizione educativa della Chiesa diocesana. Nella sua storia secolare il Barbarigo ha contributo a forgiare illustri personalità impegnate poi nella nostra realtà sociale e nel mondo (imprenditori, amministratori pubblici, ambasciatori, docenti universitari, missionari, politici, musicisti, sacerdoti…), e anche oggi intende proporre percorsi e stili educativi sempre più all’altezza delle esigenze dei giovani e delle famiglie del ventunesimo secolo.

Di fronte alle trasformazioni sociali e culturali in corso e alle difficoltà che le circa 8 mila scuole cattoliche oggi devono affrontare, in particolare per una parità più sulla carta che nei fatti, qual è il “segreto” di un successo che dura da un secolo?
Il Barbarigo, in quanto scuola paritaria e cattolica, ha una sua propria impronta, uno stile formato nei decenni e rimodulato secondo i tempi e le persone. Ci sono sì i documenti ufficiali, ma c’è anche una specie di “ambiente di apprendimento” più generale, fatto di clima e relazioni, partecipazione e senso di familiarità, accoglienza e libertà creativa che si tramandano rinnovandosi via via con il mutare delle generazioni.

La serietà della proposta educativa e il coraggio di “guardare avanti”

(innovazione si chiama oggi) hanno sempre caratterizzato la nostra scuola e sono ancor oggi il segreto della stima e dell’apprezzamento delle famiglie e degli studenti.

Più in generale, qual è lo stato di salute della scuola paritaria in Veneto?
In un contesto tradizionalmente ricco di scuole paritarie, ci sono istituti che “tengono” bene nonostante la crisi economica e la concorrenza di nuove proposte formative, alcuni mostrano anche capacità e coraggio d’innovazione (per esempio nei licei quadriennali), qualche altro boccheggia o chiude. Serve lungimiranza dei gestori (diocesi e congregazioni religiose) per impostare percorsi aperti al futuro e per …reperire i fondi necessari a sostenere e migliorare ambienti e attività didattiche. Serve la sensibilità delle comunità cristiane verso istituti che hanno fatto storia (locale) e seminato tanto bene, in modo da attivare sinergie e condivisioni utili a tutti.

Tornando al Barbarigo, quali i vostri punti di forza e la vostra mission?

La nostra mission è la formazione culturale, civica e umana di ragazzi e giovani d’oggi,

figli della contemporanea società “mondiale”, rendendoli capaci di inserirsi in un mondo in continua trasformazione, di cogliere le opportunità di impegno sociale, professionale e umano, di interpretare un significativo universo valoriale di riferimento ispirato all’antropologia cristiana. I punti di forza stanno soprattutto nell’attenzione personalizzata a ogni studente e studentessa, nel dialogo costante con la famiglia, nel clima inclusivo e sereno della vita scolastica, oltreché nella serietà della proposta didattica e formativa.

Come si articola il vostro progetto educativo?
Scuola, scuola cattolica, scuola cattolica diocesana e scuola per il territorio: le attività quotidiane e le iniziative straordinarie del progetto educativo ruotano attorno a questi poli di riferimento.

Ci sentiamo chiamati a uno stile educativo capace di valorizzare ogni singolo alunno,

riconoscendone la piena soggettività, la dignità e la libertà personale, la valorizzazione dei talenti e delle aspirazioni.

Che cos’è per lei l’educazione quali sfide pongono oggi i giovani?
I giovani di tutti i tempi chiedono adulti accoglienti e propositivi, capaci di proposte esigenti e insieme di “misericordia”, attenti a ciascuna persona. Particolarmente stimolante per me sacerdote,

la sfida che sento forte è far percepire il “di più” che viene dall’ispirazione cristiana

non solo attraverso le parole ma con gli atteggiamenti e comportamenti quotidiani, lo stile globale della scuola in tutte le sue componenti.

Che ruolo ha la famiglia nel vostro progetto educativo?
Poiché il compito educativo dei genitori è inalienabile e non delegabile, il patto educativo tra scuola e famiglia si fonda sulla fiducia reciproca, sulla disponibilità al dialogo e sulla coerenza fra scelte e comportamenti, in un’ottica di partecipazione attiva e responsabile alla vita della scuola.

Chiedo ai genitori di sentirsi non utenti o clienti, ma appunto “di casa”, in famiglia.

Pensate sia importante – o lo avere già fatto – attivare sinergie con altre realtà formative e, più in generale, con il territorio? Se sì, in che modo?
Il Barbarigo ha rapporti di collaborazione e partnership con università e associazioni datoriali, realtà culturali, ospita associazioni e gruppi… L’alternanza scuola-lavoro ha contribuito ad allargare le relazioni ed entrare in rapporto con altre realtà, pubbliche e private. Tanti nostri ex allievi aprono finestre sul mondo, grazie al racconto delle loro esperienze e percorsi di vita. Ci sentiamo dentro la città, nel territorio, in un orizzonte ormai globalizzato.

Quali i prossimi progetti?
Nella linea dell’innovazione didattica saranno da progettare, avviare e sperimentare le nuove discipline introdotte per il 2019-20 e individuare progetti e percorsi personalizzati nella logica di rispondere agli “obiettivi di vita” dei singoli studenti. I recenti interventi edilizi, che hanno rinnovato e abbellito l’istituto hanno riconsegnato spazi da abitare e rendere funzionali, con creatività mi auguro. Il vescovo Claudio Cipolla, in occasione del Centenario, ha chiesto che “il Barbarigo riesca a testimoniare sempre meglio l’impegno della Chiesa padovana nel quotidiano compito educativo e nella costante attenzione agli adolescenti e ai giovani; che sia sempre più scuola inclusiva, dove l’eccellenza di ciascuna persona sia espressa non dai successi e tantomeno dalle potenzialità economiche, ma dall’impegno, dal senso di responsabilità, dalla disponibilità a diventare ogni giorno un po’ migliori per il bene di tutti”.

Ora attendiamo qualche consegna dalle parole di papa Francesco, che incontreremo in udienza sabato 23 marzo.

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Teologia. Tanzella Nitti: “Confrontarsi con le scienze per una nuova apologetica”

Mon, 21/01/2019 - 12:00

Oggi siamo tutti un po’ “scienziati”, con gli smartphone e il web, ma conosciamo davvero “quanto le scienze ci dicono sul cosmo, sulla vita, sull’origine dell’essere umano e sulla sua evoluzione culturale”? A lanciare la provocazione, per una nuova “apologetica” all’altezza delle nuove sfide, è Giuseppe Tanzella Nitti,  ordinario di Teologia fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce, autore del progetto “Teologia fondamentale in contesto scientifico”, in quattro volumi, di cui il terzo è ora in uscita. Lo abbiamo intervistato.

Al centro del suo progetto di una “Teologia fondamentale in contesto scientifico” c’è la questione di come parlare oggi di Dio all’uomo di scienza. Come dimostrare la “plausibilità” della fede cristiana – per usare un termine di Benedetto XVI – all’uomo contemporaneo, che usa lo smartphone e cerca sul web le risposte alle sue domande?
Il volume appena uscito in libreria, Religione e Rivelazione, è il terzo del progetto. I primi due volumi, pubblicati un paio di anni fa, trattavano della Credibilità; il terzo e il quarto sono invece dedicati alla teologia della Rivelazione. Nel loro insieme intendono proporre, appunto, una Teologia fondamentale contesto scientifico. In fondo, scienziati oggi lo siamo un po’ tutti, perché impieghiamo largamente le applicazioni della ricerca scientifica e ascoltiamo volentieri cosa gli scienziati ci dicono, non solo su temi ambientali o legati alla nostra salute, ma anche su temi sociali, etici ed esistenziali.

Chi oggi vuole parlare di Dio e del suo venire incontro all’uomo, deve mostrare di conoscere quanto le scienze ci dicono sul cosmo, sulla vita, sull’origine dell’essere umano e sulla sua evoluzione culturale.

Così facendo, il discorso teologico diviene certamente più esigente, e in parte anche più difficile, ma anche tremendamente attraente. Chi professa Gesù Cristo centro del cosmo e della storia, potrà farlo con maggiore cognizione e chiarezza quando conosca davvero cosa siano il cosmo e la storia. Ed è proprio questa conoscenza che le scienze oggi ci dischiudono. Se, insegnando o predicando, ignorassimo questi orizzonti, renderemmo il messaggio cristiano circostanziale, esponendolo al rischio di perdere significato.

Tra le acquisizioni scientifiche che stanno provocando mutamenti nella declinazione della stessa antropologia c’è il vasto campo delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale, o anche l’emergere della robotica. Questi mutamenti stanno cambiando la “domanda religiosa” dell’uomo?
La domanda esistenziale non è soddisfatta dalle risorse tecnologiche, per quanto sofisticate siano. L’uomo non è un semplice cercatore di felicità, ma un cercatore di Dio, e continuerà a cercarlo sempre, fino a quando ne avrà le forze. In tal senso, i contesti ai quali si riferiva

non stanno cambiando la domanda religiosa dell’uomo, ma la rendono solo meno ingenua.

Se siamo immagine e somiglianza di Dio non è per la rapidità con cui sappiamo fare di calcolo o per l’abilità con cui sappiamo gestire operazioni tecnicamente complesse, tutte cose che le macchine fanno ormai assai meglio di noi. Questa immagine risiede nella libertà e nella donazione interpersonale, caratteri nei quali l’essere umano non sarà mai sostituito dalle macchine.

In una società sempre dove dominano il primato della tecnica e l’oblio del passato, in che termini si è modificato, e può essere riformulato, il rapporto tra natura e storia?
Il rapporto con la storia è fondamentale per la comprensione e la trasmissione della fede. Non soltanto perché Dio ci è venuto incontro in una storia di salvezza, ma anche perché l’identità e la libertà dell’essere umano sono radicate nella storia e si nutrono di essa.

Nell’ecologia integrale di Papa Francesco la custodia della storia e della tradizione è parte della custodia dell’ambiente, quello umano.

Non credo però che la tecnica, di per sé, ostacoli la nostra memoria storica. Dipende dall’impiego che ne facciamo. La scienza e la tecnica moltiplicano le nostre capacità di dialogo e di relazione, e ci fanno conoscere con maggiore profondità a quale storia apparteniamo, quale storia ci ha preceduto e ha condotto fino a noi.

La “teologia in uscita” auspicata da Papa Francesco è anche “narrazione”, per rispondere al desiderio di ricerca innato del cuore dell’uomo: ci vuole un linguaggio teologico nuovo, per parlare ai nostri contemporanei?
Dio ha parlato la lingua degli uomini, facendosi uomo. Pertanto, nell’annunciare il Vangelo la Chiesa dovrà sempre parlare il linguaggio dell’uomo. La mutata sensibilità e i mutati modi di vivere non devono spingerci a cambiare la sostanza dell’annuncio, bensì verso il modo di esporlo. Rileggere a oltre 50 di distanza il discorso con cui san Giovanni XXIII inaugurava il Concilio è ancora istruttivo. Diceva l’11 ottobre del 1962: “Una cosa è il deposito della fede, cioè le verità contenute nella nostra veneranda dottrina, e altra cosa è il modo della loro enunciazione”. La Teologia fondamentale può aiutare proprio nella ricerca di questa enunciazione adeguata.

Nel contesto scientifico in cui viviamo lo si dovrebbe fare seguendo la logica dell’inculturazione. Gli evangelizzatori che si recano in nuovi Paesi si preoccupano di imparare la lingua e la cultura del popolo al quale si dirigono. Il mondo delle scienze rappresenta anch’esso una cultura, una lingua, una sensibilità in cui il Vangelo va “inculturato”.

Direi che si tratta di un compito soprattutto affidato ai fedeli laici che lavorano nel campo della ricerca scientifica, un campo, però, nel quale anche i Pastori dovrebbero sapersi muovere con maggiore familiarità.

In che modo la Teologia fondamentale può offrire oggi un contributo alla pastorale e alla catechesi? È ancora possibile parlare di una preparazione alla fede, come faceva l’Apologetica di una volta?
Il progetto che mi è sempre stato a cuore e che ha ispirato i volumi ai quali mi sto dedicando, è quello di Teologia fondamentale che offrisse un raccordo con la Teologia pastorale e con la catechesi, sebbene con le dovute mediazioni. Sapere che le ragioni per credere in Gesù Cristo sono Gesù Cristo stesso, non ci esime dalla paziente analisi di tali ragioni e dal vagliarne il significato per l’uomo moderno. Una preparazione alla fede? Ce ne sarà sempre bisogno. I Padri della Chiesa preparavano l’annuncio del Vangelo partendo dal discorso su Dio che, nel modo pagano, già svolgevano la filosofia e la religione essi valorizzavano con discernimento la prima e purificavano la seconda.

Se l’Ottocento e il Novecento sono stati i secoli in cui la preparazione alla fede ha guardato principalmente alla filosofia, sono persuaso che nel secolo presente si dovrà guardare soprattutto alla religione.

Sono i desideri dell’homo religiosus quelli ai quali occorre prestare oggi ascolto, anche se espressi in modo confuso e talvolta perfino irrazionale. Bisogna mostrare all’uomo contemporaneo che Gesù Cristo è il compimento non solo della filosofia, ma anche della religione.

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