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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 18 min ago

“Prima le mamme e i bambini”: Medici Cuamm, “cerchiamo di essere fermento per far camminare l’Africa sulle sue gambe”

Sat, 17/11/2018 - 11:45

117.541 parti assistiti, 526.650 visite pre e post natali, 4.794 bambini malnutriti gravi presi in carico. Sono alcuni dei numeri del programma “Prima le mamme e i bambini. 1000 di questi giorni”, promosso da Medici con l’Africa Cuamm. A don Dante Carraro, direttore del Cuamm, chiediamo un bilancio dei primi due anni del programma quinquennale, partito a novembre 2016, alla conclusione del primo progetto che aveva obiettivi simili anche se più ridotti.

Don Dante, come sta andando il progetto?

Il target quinquennale che ci siamo dati come obiettivo è di 320mila parti assistiti che vuol dire 320mila mamme accompagnate durante il parto e anche 320mila neonati assistiti. 7 Paesi coinvolti, rispetto agli 8 in cui siamo presenti e 10 ospedali rispetto ai 24 dove siamo. Abbiamo scelto gli ospedali e le aree dove abbiamo un lavoro più consolidato.

In questi primi due anni abbiamo ottenuto 117.541 parti assistiti, ovvero il 37% dell’obiettivo da raggiungere in 5 anni.

Questo vuol dire che siamo “on track”, cioè in linea. Lo stato d’animo è, perciò, di profonda consolazione e motivazione perché il cammino che si sta facendo è molto buono e siamo fiduciosi di poter raggiungere l’obiettivo di quei 320mila parti. Noi siamo operativi con il progetto in Etiopia, Sud Sudan, Uganda, Tanzania, Mozambico, Angola e Sierra Leone. Abbiamo lasciato fuori la Repubblica Centrafricana, perché questo è l’ultimo Paese dove abbiamo iniziato a operare nel 2018: anche lì realizzeremo il progetto, ma lo conteggiamo fuori dal programma perché si è inserito dopo.

Per raggiungere l’obiettivo di oltre 117mila partiti assistiti come avete operato?

Abbiamo concretamente garantito anche molte visite prenatali. Infatti, la mamma viene a partorire in ospedale se l’hai accompagnata in tutto il percorso. Questo è un lavoro fatto di prevenzione e di educazione. In questi due anni abbiamo fatto 526.650 visite pre e post natali, numero che corrisponde al 72% del target promesso; infatti la mamma va educata prima e accompagnata dopo il parto. Tante volte, infatti, il problema non è prettamente medico, ma culturale.

Tra le novità del progetto, la lotta alla malnutrizione…

In totale ci occuperemo di 60mila bambini. Come obiettivo in questi cinque anni cureremo 10mila bambini malnutriti gravi, cioè che sono a rischio di vita, e altri 50mila per prevenire la malnutrizione cronica. Dopo due anni, dei 10mila gravi sono 4.794 bambini malnutriti gravi trattati, che è circa il 50% dell’obiettivo dell’intero programma. Abbiamo raggiunto, poi, 41mila bambini dei 50mila cronici per i quali bisogna educare le mamme su come dare un pasto bilanciato.

In questo caso abbiamo già raggiunto quasi al 100% l’obiettivo.

Uno dei problemi è anche la collocazione geografica dei villaggi dove le future madri vivono?

Molte donne e bambini vivono in maniera geograficamente molto disagiata rispetto alla struttura ospedaliera. Perciò, abbiamo anche calcolato quanti trasporti in ambulanza siamo riusciti a fare in questi due anni: 7.658 trasporti in ambulanza. Questo è un dato importante perché non c’è dubbio che le famiglie tante volte vivono talmente lontane dal centro sanitario e dall’ospedale che le mamme preferiscono partorire a casa. Se è vero che vogliamo garantire un parto sicuro e protetto alle mamme, la differenza la fa anche poterle raggiungere con un’ambulanza, un’auto o una barca.

Quanto è importante la formazione?

Importantissima. Abbiamo formato 1.816 operatori comunitari, cioè quelli che sono più vicini alla gente che vive nelle capanne e nelle zone più remote. Diamo un piccolo salario e facciamo una formazione semplice per un primo filtro che fa da ponte tra la mamma che partorisce e il centro sanitario. Poi abbiamo formato 1.191 operatori sanitari, cioè coloro che gestiscono le strutture periferiche, i dispensari e i centri sanitari. Hanno un livello formativo più elevato con corsi più approfonditi e costituiscono un collegamento con l’ospedale. Quando il progetto terminerà, queste persone continueranno a svolgere questa attività.

Qual è l’importanza di questo progetto?

“Prima le mamme e i bambini” è il cuore del nostro intervento in Africa,

cioè la salute materno infantile, per tre grandi motivi. Il primo perché è un valore etico: di mezzo c’è il diritto sacrosanto di una mamma di mettere alla luce un bambino senza perdere la vita. Il secondo motivo è di natura “epidemiologica” perché va a toccare il maggior problema sanitario dell’Africa, che è la salute delle mamme quando partoriscono e quella dei neonati. A livello internazionale è riconosciuto da tutti come il collo di bottiglia della sanità africana. Il terzo è che per far partorire in sicurezza una mamma per esempio con un cesareo, devo allestire una sala operatoria funzionante 24 ore su 24 in maniera minimale, ma qualitativamente efficiente. La stessa sala operatoria servirà anche per altri tipi di interventi. Quindi, grazie al progetto si rafforza il sistema sanitario del Paese.

Quali sono gli altri principali campi di intervento del Cuamm in Africa?

Interveniamo su un altro grande problema dell’Africa, che è costituito dalle malattie infettive: la tubercolosi, l’hiv e la malaria. Negli ultimi tempi, poi, stanno crescendo anche le malattie cronico-degenerative: l’ipertensione, il diabete, le ipercolesterolemie, specie nelle capitali, perché, da un lato, non è entrata ancora la cultura del cibo e, dall’altro, c’è l’invasione da parte delle multinazionali del cibo, che favoriscono gli alimenti dolci, di cui i nostri amici africani vanno pazzi ma che sono bombe glicemiche dannose per la salute. Gli africani hanno pochi soldi, perciò le multinazionali vendono questi prodotti a prezzi molto bassi. Le malattie cardiovascolari stanno aumentando soprattutto nelle capitali africane. Anche di questo ci stiamo occupando, basti pensare al progetto più grosso in Mozambico, dove a livello nazionale stiamo aiutando il ministero della Sanità ad affrontare anche questo problema.

Cosa si può fare oggi non tanto “per”, ma “con “l’Africa?

Se noi andiamo in Africa con un approccio neocolonialista, alla fine coltiviamo solo il nostro ego. Nessuno di noi va là come salvatore del mondo, andiamo lì a condividere un cammino, delle scelte, delle responsabilità reciproche. Solo così crei futuro, altrimenti sviluppi un approccio assistenzialistico che fa male a noi e a loro. Perché

il vero approccio è “con” l’Africa:

insieme si affrontano i problemi, insieme si leggono le situazioni, si tenta di trovare soluzioni condivise, facciamo molta formazione del personale locale. Se semini, dopo 15/20 anni quell’ospedale cammina sulle sue gambe ed è in grado di farlo perché tu sei stato lievito dentro quella pasta che è cresciuta. Non vai là a sostituirti e a fare tutto tu. Insieme si cresce. È questo anche l’obiettivo del Cuamm: essere medici “con”. È la ricchezza vera dell’Africa, quello che ti dà in cambio. Per tutto quello che hai ricevuto senti una grande gratitudine nei confronti di un Continente che spesso, purtroppo, è umiliato malgrado le ricchezze e le risorse. Viviamo in un mondo arrabbiato, invece i problemi vanno affrontati con la capacità di non perdere il sorriso e il gusto della vita che l’Africa ci dona.

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Come raccontare la città? Ad Assisi la Scuola annuale di formazione dell’Ucsi

Sat, 17/11/2018 - 11:44

Come si può raccontare la città? Con quali strumenti, con quali linguaggi, con quale consapevolezza? Con quali fini?
Sono gli interrogativi che hanno animato ieri pomeriggio alla Cittadella di Assisi il primo momento della Scuola Annuale di Formazione dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) intitolata a Giancarlo Zizola, che da giovane giornalista seguì il Concilio Vaticano II, dando vita alla figura del “vaticanista” così come la conosciamo oggi. L’appuntamento, che durerà fino a domenica, ha visto l’apertura della presidente nazionale Ucsi, Vania De Luca, che ha introdotto il tema di quest’anno “Raccontare la città”, sul quale è anche incentrato l’ultimo numero di Desk, la rivista dell’associazione. Oggi, mentre i consiglieri nazionali si riuniranno per ridefinire lo Statuto, i giovani si confronteranno nei vari laboratori di comunicazione. Domani, invece, un convegno lancerà le iniziative con le quali nel 2019 saranno festeggiati i sessant’anni dell’Ucsi e i venticinque di Desk.
Nel suo saluto, il sindaco, Stefania Proietti, ha illustrato le motivazioni della mozione che lunedì sarà presentata in Consiglio comunale per un impegno di tutti contro le bombe in Yemen. “Perché tutti devono fare la propria parte, anche una città piccola come Assisi, ma ‘città della pace'”.
Per il giornalista e scrittore Mario Marazziti, i giornalisti cattolici devono contribuire a creare empatia verso aree urbane “frammentate di individualismo e solitudini”, devono “rifiutare la tentazione della creazione del nemico” anzi, “aiutare ognuno a ritrovare il gusto e il piacere di guardare all’altro senza averne paura.

Bisogna creare simpatia verso le periferie del mondo. Perché per noi cristiani le periferie sono il centro del mondo.

Un mondo che nel 2030 vedrà il 70% della popolazione vivere nelle megalopoli. Io credo che questo sia il compito del giornalismo oggi, in particolare del giornalismo cattolico”.
Ha ribadito l’importanza del giornalismo locale, Vincenzo Morgante, direttore Tv2000. “Occuparsi di informazione nell’ambito di un territorio essendone parte, è dal mio punto di vista una grande chance professionale. L’appartenenza ad una comunità territoriale è un’appartenenza forte, profonda, perché è la vita di una persona nell’intera giornata. Il giornalista territoriale è un componente di quella città le cui notizie ha il compito di raccontare. La prossimità è fatta di una conoscenza approfondita dei luoghi e delle persone, ma richiede la capacità di operare sempre con la schiena dritta, perché molte volte si corre il rischio di ritrovarsi sotto casa la persona della quale si sono denunciati i misfatti”. La buona notizia è che “l’informazione locale è l’unica che sta reggendo l’impatto con i social, perché dà voce a fatti che non si trovano altrove”.

“Io penso che la nostra professione sia una vocazione”,

ha concluso il padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore de “La Civiltà Cattolica” e consulente spirituale Ucsi. “Il giornalismo va pensato come un ritorno ad una bottega artigiana dove si trasmette per osmosi un mestiere”. Ma qual è il segreto di un buon giornalismo? “La prima dimensione è connettere le solitudini sul territorio. Significa mettere insieme le ricchezze di tutte le persone che vi vivono. La seconda è l’inculturazione, ovvero capire quali sono i processi, senza imporre le nostre categorie a comunità altre, che non vi si riconoscono. A noi interessa un giornalismo che sogna, che costruisce. Ci interessa la dialettica centro-periferia. Per noi vicinanza vuol dire attenzione a non usare le parole come pietre. Anche perché un atteggiamento scorretto finiremmo col pagarlo in termini di credibilità, oltre che dover fare i conti con la nostra coscienza. E poi la priorità delle notizie.

Non è possibile che non faccia notizia il fatto che un anziano muoia assiderato per strada e lo faccia invece la diminuzione di due punti spread. La persona va riportata al centro.

Come si può essere empatici se non riusciamo a gerarchizzare ciò che è umano e ciò che non lo è? Non posso credere nel Cristo morto e risorto se non costruisco giustizia. Come giornalisti credenti, le nostre dimensioni sono la fede e la giustizia, che insieme ci permettono di crescere umanamente e di aiutare la costruzione di una comunità pensante”.

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Pro-Vocati dal Vangelo. Crediamo ancora alla santità?

Sat, 17/11/2018 - 10:02

Come ogni anno, all’inizio di questo mese, abbiamo celebrato la solennità dei Santi: abbiamo vissuto la festività solo come giorno di riposo oppure come momento opportuno per rivisitare il nostro cammino di santità? In questo tempo in cui viviamo l’omologazione a tutti i livelli e, contemporaneamente, siamo spinti dalla ricerca spasmodica di apparire per essere sulla cresta dell’onda, affiorano delle domande: chi sono per noi i Santi e quale significato hanno nel nostro cammino di fede? Ed ancora: quale risonanza ha in noi l’invito di Dio ad essere santi come Egli è santo in tutta la nostra condotta (cfr.1Pt 1,15-16)?

In questo periodo in cui tutto sembra appiattito su un piano orizzontale, non manifestiamo facilmente il desiderio di conoscere la santità feriale di chi ci ha preceduto, di chi ha testimoniato, durante il cammino terreno. Non sempre, inoltre, ci impegniamo a curare il cammino di fede che porta a coinvolgerci anche oggi, con passione e con speranza, nella storia degli uomini e delle donne del nostro tempo, come Gesù Cristo.

Molte volte, abbiamo creduto che i santi sono persone lontane dalla vita reale, spesso irraggiungibili, eteree, rarefatte, disincarnate, incomprensibili, e quindi inimitabili, perciò noi battezzati abbiamo maturato, giorno dopo giorno, la convinzione che il Cristianesimo si identifica con un comportamento intimistico che allontana dalla storia, oppure con un’ideologia che spinge a buttarsi in tante cose da fare… il grande assente spesso è il Signore!

Trascurando l’impegno a vivere nel quotidiano secondo lo Spirito, non abbiamo la costanza di curare la vita in Dio, di assumere come stile la coerenza evangelica, di amare senza condizioni, di santificare le realtà temporali. Ancora oggi stiamo rischiando di vagare fuori del tempo, alla ricerca dell’appagamento dei nostri bisogni, di un idolo di un dio scolpito con le nostre mani, senza preoccuparci della nostra significatività aderente alla storia. Fatichiamo ad essere presenti a noi stessi nel qui e ora, a fare discernimento su ciò che la vita ci presenta, per scegliere secondo Dio; rimanendo bloccati sui nostri manufatti, pensieri e sentimenti, non custodiamo l’armonia della vita che richiede il coniugare sempre il particolare con l’universale.

Quanto più ci impegniamo, durante la vita terrena, ad essere santi, tanto più dispieghiamo la bellezza dell’umanità donata da Dio.

Siamo chiamati a vivere, perciò, una santità che contagia per la gioia del dono della vita e della propria corporeità, luogo di comunicazione, di comunione e di relazione, vivificata dalla presenza dello Spirito.

Dio che ci ha pensati, voluti, creati, amati, inviati perché potesse passare, attraverso il nostro essere, la Sua azione nella storia, ci chiede di vivere l’esistenza come Gesù, riconoscendo nel quotidiano le meraviglie che compie in ciascuno. Ci invita ad abbandonare ogni critica, pregiudizio, risentimento, mormorazione, come ci ripete Papa Francesco, per incontrare ogni altro con il linguaggio dell’amore, determinato da un serio cammino di fede che si sviluppa nel tempo senza mai considerarlo concluso. Il cammino di santità ordinaria che coltiva la meraviglia, lo stupore per l’incontro con l’Altro e gli altri, testimonia la dimensione contemplativa del battezzato che è chiamato a vivere, in virtù del Battesimo.

Svegliarsi la mattina sotto lo sguardo di Dio e ringraziarlo per il nuovo giorno, per il dono della Parola che cadenzerà le mille occupazioni della giornata; avvertire l’aria ossigenata che invita a mettere in moto le giunture del proprio corpo, per collaborare laddove siamo collocati nella costruzione del Regno di Dio; recarsi al lavoro consapevoli che si può collaborare personalmente per l’edificazione del bene comune; essere costruttori di pace e di giustizia, anche andando controcorrente; donare amicizia e mettersi in ascolto di chiunque altro, senza la pretesa di essere capiti, compresi, apprezzati; scoprire la bellezza dell’esserci anche nella momentanea confusione dei ruoli, riconoscendo di essere sempre capaci di generatività e, quindi, di essere madri o padri; imitare Gesù Cristo per stabilire relazioni umane ed evangeliche;

visitare chi è solo ed emarginato e condividere un pezzo di strada con chi non ha nulla;

imparare nel quotidiano a morire a se stessi nella certezza che il frutto nasce dal seme marcito; diffondere la speranza che scaturisce dalla certezza che Gesù Cristo ha amato i suoi fino alla morte di Croce ed è veramente risorto; fissare lo sguardo su di Lui che ci indica la strada per vivere il Vangelo; tenere desto il filo che ci lega sempre al Signore e scegliere di rimanere nel suo amore e a servizio degli altri… questa è santità feriale!

Una santità, quindi, tangibile, umana, che si nutre della Parola di Dio, che rende concreta la possibilità di amare come Gesù. È una santità non studiata a tavolino o frutto di una elaborazione mentale, ma una santità che si sviluppa nel tempo, che abbraccia tutta la persona che cerca costantemente in ogni situazione il volto del Signore e quello degli uomini e delle donne di oggi.

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I poveri inquietano, interrogano e ci costringono a essere “Chiesa in uscita”

Sat, 17/11/2018 - 10:00

Papa Francesco inizia la sua riflessione sulla II Giornata mondiale dei poveri con la frase: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta” (Sal 34,7). Citando questo passaggio il Papa ci esorta a “comprendere chi sono i veri poveri verso cui siamo chiamati a rivolgere lo sguardo per ascoltare il loro grido e riconoscere le loro necessità”. Seguire questo invito significa anzitutto farsi sollecitare dalla prossimità e dalla condivisione. Francesco aggiunge subito dopo: “Il Signore ascolta i poveri che gridano a Lui ed è buono con quelli che cercano rifugio in Lui” e questo ci restituisce un forte richiamo al tema della preghiera. Prossimità e  condivisione, la preghiera: tutti elementi che ci fanno riscoprire un Dio Padre che ci vuole bene.

Allora il tema della povertà si pone come luogo teologico, dove si manifestano il cammino e l’incontro con il Signore Gesù. Riguarda noi come Chiesa, ma è un approccio che sta dentro lo sguardo sull’umanità intera. È la fedeltà al Vangelo delle Beatitudini a consegnarci questa sintonia, che non si riduce a una lettura sociologica, ma si apre in quella che si chiama “dinamica contemplativa” e che ci fa avvertire come i poveri sono davvero il luogo e la relazione col Signore Gesù che si è fatto povero.

In questa tensione vi è anche la tematica della fraternità dell’umanità, nella quale dobbiamo ritrovare il sentimento profondo di appartenere a un’unica famiglia, che si manifesta pure nel prendersi cura della Terra che ci è affidata, nella custodia del Creato. Si rinsalda così il cammino della Chiesa.

In questa Giornata, infatti, non dobbiamo raccontarci quello che facciamo in aiuto dei poveri, ma occorre mettersi in ascolto respingendo la tentazione di utilizzarli come affermazione del nostro essere cristiani. I poveri inquietano, interrogano, ci costringono a essere “Chiesa in uscita”.

Il Salmo richiama tre verbi che caratterizzano l’atteggiamento del povero e che ci chiedono di essere una “Chiesa povera, con i poveri”: gridare, rispondere, liberare. Tre termini estremamente attuali e carichi di intensità nel periodo che stiamo vivendo. Il passaggio fondamentale è stare dalla parte dei poveri diventando noi stessi poveri, cioè entrando in sintonia, in amicizia, con loro. È dunque un messaggio che riguarda noi stessi, siamo invitati a farci inquietare da questo Vangelo annunciato ai poveri e che ci chiede di cambiare stili di vita, il nostro modo di essere, di attraversare l’indifferenza. La Beatitudine della povertà va vissuta profondamente come dimensione contemplativa imparando anche ad andare “controcorrente”, come ci spiega ancora il Pontefice nella “Gaudete et exsultate“. Ripeto,

questa Giornata non è elencare tutte le iniziative di soccorso, ma occasione per una consegna impegnativa, dove il nostro essere Chiesa si fa richiesta imperativa e urgente di ascoltare il grido dei poveri, in un tempo in cui i poveri sono senza voce e senza potere, dove sono addirittura “scarti”,

come li definisce Papa Francesco nella “Evangelii gaudium“. Ecco pertanto che tutto lo straordinario patrimonio di umanità e solidarietà che nasce dal Vangelo deve far trasparire questa dimensione spirituale profonda e contemplativa. La Chiesa diventa perciò una realtà che sta in questo mondo, non come una Ong, ma come importante laboratorio di condivisione dove è possibile cogliere la testimonianza evangelica. È con questo impulso, ad esempio, che abbiamo fatto nascere le Reti della carità, un insieme di realtà impegnate a riconoscere valore e dignità agli ultimi, condividendo con loro sofferenze e speranze.

Ascoltare il grido dei poveri vuol dire rispondere.

Anzitutto contrastando il sentimento di indifferenza e di rassegnazione. Si tratta non solo di consolare, ma di fare un tratto di strada con loro, come ci insegna la stessa parabola evangelica. Essere Chiesa che ascolta il grido dei poveri e pregare con loro è possibile se frequentiamo le tante situazioni di povertà, che sono complesse e che non sono solo quelle degli immigrati. Sofferenza psichica, solitudini, abbandoni, rottura dei legami e di reti amicali di prossimità sono altrettante emergenze che richiedono una cultura della solidarietà vivace e appassionata. Dobbiamo in questo senso contrastare, come ci richiama sempre il Papa, quella cultura che ci fa accudire oltremodo noi stessi pensando che un gesto di altruismo possa bastare. Questo invito a comprometterci direttamente ci interroga e richiama ancora una volta a una conversione degli stili di vita. Appassionare alla vicenda dei poveri non è una ossessione, ma una sfida antropologica che riguarda l’annuncio del Vangelo, quella evangelizzazione per attrazione che si può fare a tutti, nella universalità, proprio se facciamo nostro il grido dei poveri come comunità di discepoli che sa incontrare, giorno dopo giorno, un Gesù povero, sconfitto e svuotato della sua onnipotenza. Il verbo liberare ci restituisce infine il tema della dignità da cui si evince che la povertà non è cercata, ma creata da “egoismo, superbia, avidità, ingiustizia”, per ricorrere ancora alle parole di Francesco. Pertanto, nel clima di rancore che viviamo, nel tempo in cui si affermano slogan come “Prima gli italiani”, dobbiamo ribadire che tutto ciò non appartiene alla formazione di un credente e che dobbiamo impegnarci per risvegliare le nostre comunità dalla deriva dell’indifferenza.

(*) presidente Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani” di Milano

 

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Primi arrivi della Carovana dei migranti a Tijuana. L’accoglienza al centro degli Scalabriniani: “Il 65% sono donne e bambini”

Fri, 16/11/2018 - 15:33

Stanno arrivando in questi giorni a Tijuana, la città messicana al confine con il Texas, le prime centinaia di persone della Carovana dei migranti. Stanno percorrendo migliaia di chilometri a piedi per chiedere asilo negli Stati Uniti. Sono partiti un mese fa da San Pedro Sula in Honduras, in una data simbolica: 12 ottobre. Sono tra le 10.000 e le 17.000 persone, in quattro gruppi sparsi tra Città del Messico e gli Stati interni di Oaxaca e Veracruz. Vengono da Honduras, Guatemala, El Salvador, tra cui migliaia già espulsi dagli Stati Uniti, tutti in fuga da povertà e violenza nei loro Paesi.

Padre Patrick Murphy

“Il 65% sono donne e bambini”, raccontano al Sir José Carlos Yee Quintero, coordinatore dei programmi della Casa del migrante a Tijuana, diretta dallo scalabriniano padre Patrick Murphy. A Tijuana ci sono già 2.500 migranti che stanno aspettando una risposta alla domanda d’asilo. Molti rischiano di diventare vittime dei feroci cartelli del crimine organizzato che controllano le frontiere. A questi si aggiungeranno quelli della Carovana, che continueranno ad arrivare nei prossimi giorni e settimane. La Casa del migrante, che fa parte di una rete di 30 centri di assistenza ai migranti alla frontiera nord del Messico, si sta attrezzando in queste ore per potenziare l’accoglienza e i servizi, “nei limiti nelle nostre possibilità”: “Abbiamo 150 letti a disposizione dove ospitiamo ogni giorno migranti e messicani rimpatriati dagli Stati Uniti. Ma ogni giorno 130 letti sono occupati”.

José Carlos Yee Quintero

Di fronte all’esodo impressionante di donne, bambini e uomini che camminano 10 ore al giorno, o che a tratti riescono a salire su camion per percorrere le distanze maggiori, gli Stati Uniti rispondono schierando 7.000 uomini alla frontiera e rafforzando filo spinato, barriere e transenne. Dal 10 novembre scorso il presidente Donald Trump ha perfino annunciato il blocco del diritto d’asilo per 90 giorni.

La Casa del migrante di Tijuana aiuta circa 8.000 migranti l’anno, con un modello di reinserimento sociale che sviluppa abilità e lavora sui conflitti emotivi dei migranti.

“Riusciremo a dare alloggio e servizi solo ad una parte dei migranti della Carovana, nonostante il nostro centro sia il più grande di tutta la regione”.

Saranno assistiti come tutti gli altri migranti. Una schiera di operatori sociali, psicologi, avvocati, medici fornirà gratuitamente pasti, cure mediche, indumenti, un letto per dormire. Ma soprattutto corsi e formazione, perché dovranno trascorrere almeno tre mesi in città, visto che gli uffici frontalieri statunitensi sono saturi di pratiche. Ogni anno arrivano flussi di centinaia di migliaia di persone ma gli Stati Uniti accettano numeri ridotti. Molti dei richiedenti asilo vengono rinchiusi nei centri, i nuclei familiari separati, i minori trattenuti in spazi appositi. Migliaia vengono rimandati indietro. “Il nostro progetto educativo – spiega Yee Quintero  – vuole fornire competenze e motivarli in attesa dell’esito della domanda d’asilo: corsi di inglese, di alfabetizzazione digitale, di pasticceria, gruppi di auto-aiuto guidati da un seminarista, catechesi. L’obiettivo è promuovere solidi piani di vita, realisti e pieni di speranza, in modo che i migranti della carovana prendano le decisioni migliori per il benessere della loro famiglia a medio e lungo termine”.

Casa del migrante a Tijuana – foto dalla pagina Facebook

A piedi e sui camion per evitare “La bestia”, il treno della morte. L’esodo a piedi dei migranti centroamericani ha procurato ferite e vesciche ai piedi, disidratazione, mal di gola e mal di stomaco e stanchezza profonda. I più vulnerabili sono ovviamente i bambini, che mostrano segni di angoscia e disagio psicosociale. Per fortuna la maggior parte dei migranti ha viaggiato sui camion e non è salita sul famigerato treno che collega sud e nord del Messico chiamato “La bestia”.

“Su questa rotta da decenni i migranti sono vittime di violenza, estorsioni, sequestro, abusi, stupri, mutilazioni”.

“Nonostante questi pericoli continuano a fuggire dai loro Paesi per gravi situazioni in cui si trovano a vivere. Non solo uomini ma anche donne sole, bambini e bambine. Mettono sul piatto della bilancia la vita attuale e i rischi che corrono e alla fine decidono di salire sulla ‘bestia’”.

Casa del migrante a Tijuana – foto dalla pagina Facebook

A Città del Messico assistiti nello stadio cittadino. Il gruppo di 1.600 persone giunto a Città del Messico sta invece ricevendo cure presso uno stadio cittadino convertito in centro di soccorso. Ma sono le organizzazioni umanitarie ad occuparsi dell’assistenza. Forniscono cibo, indumenti, cure mediche, acqua, aiuti per l’igiene e sali per la reidratazione orale. “Una sfida importante e prioritaria per il governo del Messico sarebbe di dare alloggio e proteggere queste persone – afferma il direttore del Centro -. Storicamente il governo non offre spazi di accoglienza per far dormire in sicurezza i migranti, né fornisce cibo o cure mediche. Scarica completamente le sue responsabilità sulla società civile, invece di tutelare le persone all’interno del suo territorio”.

Come reagiranno gli Stati Uniti? Cosa accadrà una volta che la maggior parte dei migranti della Carovana arriverà alla frontiera? C’è il rischio di una repressione violenta? “Le azioni da parte degli Stati Uniti sono difficili da prevedere”, risponde Yee Quintero.

“Dobbiamo sperare che rispettino i trattati internazionali e assumano decisioni a favore della protezione e rispetto della vita umana”.

A suo avviso sarà difficile che una azione di questo tipo, seppur altamente simbolica, possa migliorare le politiche di accoglienza nei confronti dei migranti. Tra il 2010 e il 2015 gli Stati Uniti hanno espulso oltre 2 milioni di migranti.

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Giornata mondiale dei poveri. Mons. Fisichella: “Dal cuore di piazza San Pietro l’abbraccio a tutti i poveri del mondo”

Fri, 16/11/2018 - 12:31

Da semplice tensostruttura, com’era lo scorso anno, a vero e proprio prefabbricato di 300 metri quadri, che al suo interno riproduce in tutto e per tutto, ma in scala, la struttura di un ospedale. È il “Presidio sanitario solidale”, allestito questa settimana nel cuore di piazza San Pietro, in occasione della Giornata mondiale dei poveri, nata alla fine del Giubileo per volontà di Papa Francesco. Ad organizzare e promuovere l’evento nelle diocesi di tutto il mondo è il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Abbiamo intervistato il prefetto, mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio, proprio nel momento in cui ha benedetto i locali, a disposizione delle persone, italiane e straniere, che per le loro storie di vita hanno difficoltà ad accedere alle cure mediche.

Un momento di “evangelizzazione, preghiera e condivisione” con gli ultimi, gli emarginati, gli affamati. Così il Papa ha definito la Giornata mondiale dei poveri, giunta alla seconda edizione. Come è andata lo scorso anno, e quali le novità di questa edizione?
Lo scorso anno eravamo all’inizio, e si può dire che abbiamo quasi “improvvisato”, in questa iniziativa voluta dal Papa al termine del Giubileo della misericordia. Eppure il successo è stato grandissimo, abbiamo avuto un fortissimo riscontro non solo a Roma ma anche nelle altre diocesi sparse nel mondo, nei movimenti, nelle associazioni e soprattutto nelle parrocchie. Quest’anno ci siamo messi subito al lavoro, e il Santo Padre già a giugno ha reso pubblico il suo messaggio, dal titolo: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”. Il presidio sanitario, questa volta, è stato collocato proprio nel cuore di piazza San Pietro, sul lato sinistro, adiacente al Braccio di Carlo Magno, per offrire cure gratuite a tutte le persone bisognose che normalmente avrebbero molte difficoltà ad accedervi.

È un segno tangibile della carità del Papa, che il Papa stesso ha voluto qui, in questa piazza, per poter accogliere con un abbraccio, come fa il colonnato del Bernini ogni giorno con milioni di turisti da ogni parte del mondo, tutti coloro che si trovano in condizioni disagiate.

Il presidio sanitario, per tutto l’arco di questa settimana, sarà aperto giorno e notte, finché è aperta la piazza, dalle ore 10 alle ore 22. Quest’anno l’orario è stato volutamente prolungato per andare incontro alle esigenze di persone che spesso, per loro diversa natura ed esigenze preferiscono muoversi di notte.

I due momenti in cui è articolata la Giornata di domenica sono la Messa celebrata dal Papa nella basilica di S. Pietro e il pranzo con i poveri in Aula Paolo VI. Come si svolgeranno?
Per quanto riguarda la Messa con il Santo Padre, in programma alle ore 10, la basilica è già tutta piena: ci saranno 6mila poveri, accompagnati dai volontari, oltre ad esponenti delle numerose realtà che hanno a cuore queste persone bisognose. Poi 1.500 di loro saranno ospiti del Santo Padre nell’Aula Paolo VI per il pranzo – offerto da Rome Cavalieri-Hilton Italia, in collaborazione con l’Ente Morale Tabor – mentre gli altri saranno ospitati nelle mense di molte parrocchie, università, realtà assistenziali e associazioni di volontariato che hanno aderito all’iniziativa. Non è possibile accogliere tutti gli ospiti in Vaticano, perché come sappiamo l’Aula Paolo VI non è in piano, ed impossibile mettere dei tavoli in tutta l’area.

Sarà un pranzo semplice, festivo, che oltre a svolgersi qui a Roma verrà “replicato” nelle varie diocesi, che nella loro attività quotidiana sono già accanto ai poveri, ma per un giorno sono mobilitate tutte insieme per mettere ancora una volta i poveri, da protagonisti, al centro della comunità ecclesiale.

L’organizzazione di questa giornata è stata resa possibile grazie anche al concreto sostegno di alcuni benefattori: lo storico Pastificio Rummo, ad esempio, distribuirà ai poveri e alle associazioni di carità 9mila confezioni di pasta, corrispondenti a circa 4.5 tonnellate di pasta.

Sabato sera, alle 20, è in programma la Veglia a San Lorenzo fuori le mura per i volontari. Qual è il loro “peso specifico”, nella diocesi del Papa?
I volontari, che quotidianamente lavorano nel silenzio, offrono una parte del loro tempo per dare un aiuto nelle varie aree dove c’è maggiormente bisogno della loro presenza. Sono un patrimonio insostituibile, e qui a San Pietro svolgono la loro attività nella piazza e nella zona del colonnato, soprattutto per le persone senza fissa dimora. Molti di loro, inoltre, girano per Roma per intercettare le domande di aiuto in zone molto frequentate da chi non può contare su un tetto sulla testa, come la zona della stazione Termini. Nel presidio sanitario che abbiamo allestito per la Giornata mondiale dei poveri, sono tutti volontari: i medici che prestano la loro attività – provenienti dal Policlinico Gemelli, dall’azienda ospedaliera San Giovanni-Addolorata e dall’Università Tor Vergata – così come il Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, le “Crocerossine”, che accolgono i pazienti all’entrata ad orario continuato ed eseguono un primo “triage”, insieme ad un medico, prima di indirizzare la persona alle otto specializzazioni: medicina generale, cardiologia, infettivologia, ginecologia e ostetricia, podologia, dermatologia, reumatologia, oculistica, oltre al laboratorio di analisi cliniche, aperto dalle 8 alle 13. Chi deciderà di sottoporsi anche alle analisi cliniche, potrà ritirare personalmente i risultati il giorno seguente o delegare le associazioni presso le quali è normalmente assistito. Un’ambulanza sarà sempre presente e disponibile presso il Presidio per chi avesse bisogno di cure particolari che non possono essere effettuate all’interno del presidio stesso.

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World Day of the Poor. Msgr. Fisichella: “An embrace to all the poor in the world from the heart of Saint Peter’s Square”

Fri, 16/11/2018 - 12:31

Last year’s makeshift tensile structure is now a veritable prefabricated 330 square-meter facility replicating the structure of a hospital.  The “solidarity health clinic” was set up a few days ago in the heart of Saint Peter’s Square on the occasion of the World Day of the Poor established by Pope Francis at the end of the Jubilee. The event is coordinated and promoted in dioceses worldwide by the Pontifical Council for Promoting New Evangelization. We interviewed the Prefect, Msgr. Rino Fisichella, President of the Pontifical Council, after the blessing of the facility set up for all those – Italians and foreigners alike – whose life experiences make it difficult for them to access medical care.
A moment of “evangelization, prayer and sharing”, with the last, with the outcast, with the hungry. Thus the Pope defined the World Day of the Poor, now in its second year. How did it go last year and what are the novelties of this year’s event?
Last year it was just the beginning, and it could be said that we practically “improvised” this initiative established by the Pope at the end of the Jubilee of Mercy. Yet it was a huge success, there was enormous participation not only in Rome but also in other dioceses worldwide, within movements, associations, and especially inside the parishes. This year we got to work immediately, and as early as June the Holy Father released his message titled: ” This poor man cried, and the Lord heard him.” This year the mobile health clinic was placed in the heart of Saint Peter’s Square, on the left-hand side of the square, adjacent to the Charlemagne Wing of Bernini’s colonnade, to offer free medical exams to all those in need who normally encounter many difficulties in accessing medical treatment.

It’s a concrete sign of the Pope’s Christian love, which the Pope asked to be expressed here in this square to welcome and embrace – as Bernini’s colonnade does every day with millions of tourists from world countries – all those people experiencing difficult circumstances. The free health care facility will be open from morning to evening, until the square remains open, that is, from 10:00 a.m. to 10:00 p.m. This year it was decided to extend the opening hours to meet the needs of people who for various reasons prefer to move around in the evening.

The Holy Mass celebrated by the Pope in St.Peter’s Basilica and the lunch with the Poor in the Paul VI Hall are two salient moments of next Sunday’s programme. What are the details of these events?
As relates to Holy Mass with the Holy Father, scheduled at 10:00 a.m., the basilica is already fully booked: there will be 6 thousand poor people accompanied by volunteers, along with representatives of various organizations that have at heart the wellbeing of these needy people. 1 500 of them will be the guests of the Holy Father in the Paul VI Hall for lunch – offered by Rome Cavalieri-Hilton Italia, in conjunction with Tabor charitable trust – while others will be offered lunch by canteens in parishes, universities, and charity organizations that support the initiative. It is not possible to welcome all the guests inside the Vatican for as you know the Paul VI Hall has an uneven surface, thus tables cannot be placed across the whole area.
It will be a simple, festive lunch, which after Rome will be “replicated” in various dioceses where assistance to poor people is already a part of the daily activities, but on the Day they will act in unison to give the poor, once again, a central role inside the Church community. The organization of the Day has become possible also thanks to the support of several benefactors. For example, the historical Rummo pasta manufacturer will distribute 9 thousands packs of pasta to the poor and to charities, amounting to 4.5 tons of pasta.
A prayer vigil for volunteers will take place on Saturday evening, at 8 pm, at St. Lawrence Outside the Walls. What is their “specific weight”, in the Pope’s diocese?
The volunteers, who carry out their daily work in silence, offer some of their time to provide assistance in places where they are most needed. They are an irreplaceable patrimony and here in Saint Peter’s they carry out their services inside the square and in the area of the collonade, especially for the homeless. On top of this, many of them go around the city of Rome to meet requests for help in areas frequented by people without a roof over their head, like the Termini train station area. In the health clinic for the needy set up for the World Day of the Poor, all workers are volunteers. This includes doctors – from the Gemelli General Hospital in Rome, San Giovanni- Addolorata Hospital and Tor Vergata medical campus – as well as Italian Red Cross Voluntary Nurses who will welcome patients at the entrance all day long and perform a first medical assessment with a physician, after which the patient will be directed to one of eight specialized medical wards: general medicine, cardiology, infectious diseases, gynecology and obstetrics, podiatry, dermatology, rheumatology, ophthalmology, in addition to the clinical analysis laboratory, open from 8 to 13. Those who have blood tests can pick up the results the following day in person or ask the associations that regularly assist them to pick them up. An ambulance will be always present and available outside the health Clinic for all those in need of special treatment that can’t be administered inside the clinic itself.

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A Torino la terza Agorà del sociale per costruire un nuovo modello di convivenza e di “crescita”

Fri, 16/11/2018 - 10:14

La locandina è un foglio a quadretti di scuola elementare. Tema: “III Agorà del sociale”. Svolgimento: “Giusto + incluso + istruito + accolto = Welfare”. Perché welfare non significa solo “star bene”, non è neppure soltanto un progresso materiale ed economico. Per la Torino che sabato 17 novembre si confronta al Centro Congressi del Santo Volto, welfare è l’orizzonte su cui giocare le possibilità concrete di costruire un nuovo modello di convivenza e di “crescita” che tenga conto dei cambiamenti reali avvenuti nella società torinese. L’arcivescovo Cesare Nosiglia ha lanciato il cammino dell’Agorà nel 2014: c’era bisogno di uno spazio di confronto aperto – e sincero, e disinteressato – tra le istituzioni pubbliche, le forze sociali, il sindacato e gli imprenditori, il sistema del credito, le agenzie educative, per affrontare insieme la crisi della città e dell’area metropolitana. Una crisi che ha origini ormai antiche e si collega direttamente alla fine della città – fabbrica e alle scelte “globali” compiute da Fiat-Fca.

Sabato al Santo Volto, con l’arcivescovo ci saranno il sindaco Appendino, il presidente della Regione Chiamparino; e anche il prefetto Palomba, il presidente degli industriali Gallina, il capo della Asl di Torino Alberti e il presidente dell’associazione tra le fondazioni bancarie del Piemonte Quaglia. Moderatore Tarcisio Mazzeo, caporedattore di Rai – Piemonte. È in qualche modo un “vertice” che si trova raramente riunito in pubblico: ed è anche, quindi, la misura dell’importanza dell’occasione. Le sofferenze di Torino approdano sempre più sovente alle cronache anche nazionali: per le vicende della Tav, per i problemi del Moi, l’ex villaggio olimpico diventato un rifugio per l’immigrazione illegale e per le infiltrazioni della delinquenza organizzata (E proprio sullo sgombero del Moi si sono messi alla prova, nei mesi scorsi, i progetti delle istituzioni con quelli della Chiesa torinese e di altre associazioni: mandare via la gente è facile, ma occorre creare il contesto in cui queste persone possano recuperare ambienti vitali – lavoro, casa… – senza dover tornare in situazioni di ghetto).

Anche la perdita della candidatura olimpica, o i problemi di governance legati alla gestione del Salone del Libro segnalano un disagio che tocca un po’ tutti i segmenti della vita cittadina.

Non tocca all’Agorà trovare le risposte ai problemi della città: il ruolo dell’Assemblea di sabato è piuttosto quello di sottolineare il valore del confronto fra tutte le parti in gioco e di mettere in atto quegli strumenti che tengano aperti i canali di informazione reciproca, collaborazione, verifica comune dei progetti tra istituzioni e territorio. È il metodo dell’Agorà a presentarsi come innovativo. Ricorda don Paolo Fini, delegato arcivescovile per l’area sociale della diocesi di Torino: “Si arriva all’Assemblea dopo oltre 6 mesi di incontri intorno a 4 grandi tematiche: lavoro, migrazioni, aree socio-sanitarie, aree caritative. Insieme alla gente delle nostre parrocchie hanno lavorato assessori e dirigenti di Comune, Area Metropolitana, Regione; e rappresentanti di tutte le forze vive del territorio torinese. I risultati sono alcune proposte concrete che presentiamo all’Assemblea. Ma è anche un ‘metodo di lavoro comune’ che abbiamo avuto modo di sperimentare e affinare nel corso degli incontri. Questo percorso, poi, è stato un modo di conoscersi meglio tra chi opera negli stessi settori e coltiva ‘interessi’ comuni”.

Nella situazione attuale, osserva ancora don Fini, si tratta anche di ribaltare certe logiche dominanti: la scommessa dell’Agorà è di trasformare la fragilità in risorsa: partire cioè dalle difficoltà di vita delle persone e andare a innovare contesti che non siano più solamente “assistenziali” ma sappiano creare nuovi modi di relazioni personali e sociali.

Il criterio e l’orizzonte dell’Agorà è, in qualche misura, semplice: uno strumento per perseguire il bene comune, come ha ricordato l’arcivescovo Nosiglia nell’ultimo incontro preparatorio della “cabina di regia” (il gruppo che ha coordinato il lavoro di questi mesi). “Il nostro cammino ha avuto, fin dall’inizio, un centro e una bussola: il bene comune. L’individualismo è il peggior nemico del Welfare di inclusione sociale: gli interessi (economici, culturali, di tempo libero) del singolo, il soddisfacimento dei desideri personali diventano l’unico obiettivo esistenziale e l’orizzonte da cui guardare il mondo. Anche la solidarietà e l’aiuto fraterno, in un contesto individualistico, rischiano di essere puramente strumentali: si dona un po’ di denaro o un po’ di tempo libero, ma non si impegna mai il cuore…

Non possiamo illuderci di ricreare oggi a tavolino ‘maggioranze’ né elettorali né culturali.

Ma dobbiamo dotarci di quegli strumenti di dialogo, di quei modelli che mostrino di poter superare la prospettiva solo individualistica della vita sociale”.

Bene comune, primato della persona, partecipazione alla vita della comunità: prima e più delle ricette “tecnologiche” la Chiesa torinese intende ripartire dal primato di questi, che non sono valori religiosi né ecclesiali ma punti fermi di una piattaforma comune che l’intera popolazione del territorio può condividere. Certo, non basta affermare tali criteri a parole. Il percorso dell’Agorà è servito appunto a coinvolgere direttamente le persone e le comunità locali in questa “logica comunitaria”, che è già per se stessa una scelta cultura e politica alternativa sia agli “interessi individuali” sia alla logica del “non nel mio giardino”.

Anche per questo, ha sottolineato Nosiglia, l’accoglienza è il valore decisivo. Accoglienza di forze nuove in un territorio sempre più vecchio, anche demograficamente; e accoglienza come possibilità di “investire” su giovani e famiglie attraverso condizioni di vita meno precaria.

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Dopo le manifestazioni di Roma e Torino. Pombeni: “Si allarga il fossato tra società civile e società politica”

Fri, 16/11/2018 - 09:54

La delicatissima fase politica che il Paese sta attraversando, tra i problemi interni e internazionali collegati alla manovra di bilancio e il varo di provvedimenti legislativi molto controversi, registra anche un fatto nuovo sul fronte della partecipazione: le manifestazioni autoconvocate che a Roma e a Torino hanno espresso il dissenso di una parte dell’opinione pubblica nei confronti dei sindaci in carica. E’ proprio da qui che partiamo per fare il punto della situazione con Paolo Pombeni, storico e politologo, uno dei più autorevoli analisti della politica italiana.

Le manifestazioni di Roma e di Torino, nate per un’iniziativa di cittadini “dal basso”, rivelano che qualcosa si è messo in movimento nel Paese o si tratta di episodi isolati? E dove possono portare?
Credo che qualcosa si sia messo veramente in moto sull’onda di quel cambio di atteggiamento nei confronti della politica che è anche all’origine dell’attuale assetto politico. Dove questo possa portare è una questione tutta definire.

Non sempre questi movimenti preludono a trasformazioni radicali, tanto meno in tempi brevi.

Persino il ’68, di cui si sta ricordando il cinquantenario, per molti anni non ha determinato cambiamenti rilevanti.

Colpisce che in entrambi i casi questa mobilitazione si sia rivolta contro due sindaci la cui elezione ha rappresentato a suo tempo il primo importante segnale di una nuova fase politica.
Direi che il problema è ancora una volta l’allargamento del fossato tra società civile e società politica.

Sì, ma a parti invertite rispetto a poco tempo fa.
E’ abbastanza normale quando si mettono in moto certi meccanismi. Non si può pretendere, poi, di poterli cavalcare a comando. C’è un motto latino che viene attribuito a Bismarck, uno che di politica si intendeva, e che così recita: unda fert nec regitur, l’onda ti porta e non la puoi governare.

Se alle manifestazioni di Roma e Torino aggiungiamo anche le proteste per il mancato blocco della Tap in Puglia, si nota che è sempre il M5S a esserne il bersaglio politico e non la Lega.
La Lega è una forza conservatrice, com’è tipico di un movimento di destra, ed è quindi più attenta agli equilibri sociali, magari anche a quelli meno commendevoli. E poi governa da molto tempo e con successo in tante realtà. Il M5S, invece, cavalca una protesta generica e spesso sostiene tutto e il contrario di tutto, il che lo espone più facilmente all’accusa di aver tradito le promesse. Però, quando si allontana dal sentire comune com’è accaduto con il disegno di legge Pillon sull’affido condiviso, anche la Lega può diventare bersaglio di una reazione collettiva.

Al momento i problemi principali per Salvini sembrano arrivare dal contesto internazionale. Il progetto di un fronte “sovranista” si scontra con sempre maggiore evidenza con le chiusure dei potenziali alleati, che anche sulla manovra economica – dopo la questione migranti – si sono rivelati gli avversari più duri della posizione italiana.
E’ inevitabile che sia così. Con il sovranismo ogni Stato si chiude nella sua cittadella.

Soltanto se c’è un nemico terzo che tutti possono tenere fuori è possibile pensare a un sovranismo internazionale.

Altrimenti ognuno torna ai propri egoismi e a quelli che ritiene gli interessi del proprio elettorato nazionale.

Con la legge di bilancio, come si temeva, i nodi sono venuti al pettine. La situazione economica si fa stagnante, il braccio di ferro con l’Europa ci isola e sui mercati si bruciano ogni giorno risorse ingenti. Le cronache politiche cominciano a registrare interrogativi sulla durata del governo. Lei che cosa ne pensa?
Il governo finché può regge perché a nessuno dei due alleati conviene rompere. La prospettiva di elezioni anticipate a breve è difficile e rischiosa per entrambi. E poi comunque servirebbe un governo per gestire i tempi necessari e nessuno dei due partiti vuole un esecutivo tecnico. La situazione economica è pesante ma non è ancora insostenibile.

L’Italia sta già pagando un prezzo salato sui mercati internazionali, ma questo l’opinione pubblica ancora non lo percepisce.

Con l’Europa siamo al teatro dell’assurdo. Il governo italiano sembra che stia dicendo: lasciateci fare, tanto quello che abbiamo dichiarato non lo faremo realmente. A sua volta l’Europa minaccia sanzioni ma è come se dicesse: lasciateci gridare, tanto poi non vi puniremo. Il problema kafkiano è che ognuna delle parti ha bisogno di salvare la faccia e non si vede come uscirne. Così ci ritroviamo in una palude in cui è molto difficile governare e con un Paese in bilico. Un Paese, mi lasci dire, che appare sempre più disamorato di tutto. E questa è la situazione peggiore.

Abbiamo parlato dei partiti di maggioranza. Ma le opposizioni dove sono finite?
Sono praticamente scomparse. Forza Italia non ha una linea né una guida, con Berlusconi che è un leader sopravvissuto a se stesso e gli eletti che appartengono a un certo mondo, come ha rivelato la vicenda del voto favorevole al condono per Ischia da parte di alcuni senatori. Il Pd è prigioniero delle lotte tra le sue fazioni, di cui non interessa a nessuno al di fuori del partito, e appare sempre più incapace di dire una parola all’esterno. Non si tratta di avere un progetto alternativo in teoria, il vero nodo di un partito è quali spazi intenda dare realmente alle forze profonde del Paese perché possano agire attraverso di esso.

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European weapons in the hands of Da’esh. EU Parliament denounces “illegal exports”

Fri, 16/11/2018 - 09:35

Arms made in factories based in EU Countries have ended up in the hands of Da’esh, fuelling wars and instability in Syria and Iraq as well as conflicts afflicting the Arabian peninsula for the past years to the detriment of the Yemenite people in particular. Thus on November 14, in a non-legislative resolution, MEPs put forward the request to adopt a mechanism to enforce sanctions on EU member Countries that break the rules on arms exports.

Common regulations. During the plenary meeting in Strasbourg the European Parliament approved a resolution – by 427 votes to 150, with 97 abstentions – that draws the attention of Member States to the fact that EU-made weapons are illegally sold beyond European borders and are being used in armed conflicts throughout world regions. In fact the EU has commonly agreed rules, setting the criteria on arms exports, that is the only is the only legally binding region-wide arrangement on conventional arms exports. Yet member States have systematically failed to apply them and the manufacturers of rifles, bombs, and missiles bypass insufficient state controls; hence the request for penalties to whoever supplies arms to belligerent countries or even to terrorist groups.

Worrying figures. The 13-page Resolution and the debate in the EU Assembly in Strasbourg highlighted the figures released by the 19th Annual Report on arms exports which states that the EU “is the second largest arms supplier in the world (27% of global arms export), after the USA (34%) and before Russia (22%).” In 2016, 40.5 % of licences for arms exports (amounting to 78 billion) “were granted to countries in the Middle East and North Africa”. Saudi Arabia, Egypt and the United Arab Emirates (UAE) “account for the bulk of those exports” (EUR 57.9 billion).

Eight criteria. German MEP Sabine Lösing, Rapporteur of the adopted document, declared: “Arms exports do not stabilise foreign countries or regions, neither do they help create peace. Arms amplify conflicts” and they are “fundamentally responsible for the war taking place.” Lösing underlined the urgent need for the effective implementation of sanction mechanisms, (while not repealing the prerogative of European war material production), reiterated once again in 2018 by the EU Council, with 8 specific criteria which member States have to apply when taking a decision on arms export licence to avoid that war materials “are not diverted to undesirable end-users.” The Resolution points out that many States are failing to apply this provision and explicitly points the finger at Bulgaria and Romania.

Wasted money. Local conflicts and terrorism, which cause death and material devastation; violations of human rights; political instability: these are situations that, in various countries, often already afflicted by violence and poverty, are further fuelled by arms imports from the United States, Russia, Europe, China, with disbursements of huge financial resources that could instead be used for economic investments , social or educational interventions. MEPs underlined that EU-made weapons have been used against EU and UN peace-keeping activity.

In terrorist hands. The Resolution adopted by MEPs mentions several cases that include, inter alia, Saudi Arabia: “even though arms exports to the country violated six out of eight criteria” established by the EU, “it got a green light from EU member States, thus undermining the entire European arms control effort.” Exported warships “helped to reinforce a naval blockade on Yemen, while aircraft and bombs were fundamental to the air campaign, leading to the ongoing suffering of people in Yemen.” Positive examples are given by Germany and the Netherlands, “which stopped selling arms to Saudi Arabia. MEPs said they are “shocked at the amount of EU-made weapons and ammunition found in the hands of Da’esh, in Syria and Iraq.”
EU “ambitions.” The Resolution “points out “the EU’s ambitions to become a global actor for peace;” takes the view that “the EU should meet its increased responsibility for peace and security in Europe and the world by means of further improved export control mechanisms and disarmament initiatives”, and that, ” as a responsible global player, it should lead the way, i.e. the EU should play an active role, with Member States doing their utmost to seek a common position in the areas of non-proliferation of arms, global disarmament and arms transfer controls, as well as in enhancing research and development into technologies and processes for conversion from military to civil use structures, and by measures such as granting export advantages for the goods concerned.”

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Armi europee nelle mani dell’Isis. La denuncia del Parlamento di Strasburgo: “esportazioni illegali”

Fri, 16/11/2018 - 09:35

Armi provenienti dalle fabbriche di alcuni Paesi dell’Unione europea sono finiti nelle mani dell’Isis, alimentando guerre e instabilità in Siria e Iraq oppure il conflitto che da anni imperversa nella penisola araba a danno soprattutto della popolazione yemenita. Da qui la richiesta, emersa mercoledì 14 novembre con una risoluzione non legislativa del Parlamento europeo, di imporre sanzioni agli Stati Ue che violano le regole comuni in materia di esportazione di armi.

Regole comuni. Riunita in plenaria a Strasburgo, l’Euroassemblea ha approvato una risoluzione (427 voti a favore, 150 contrari e 97 astensioni) che richiama l’attenzione degli Stati membri sul fatto che le armi prodotte nell’Ue e illegalmente vendute oltre i confini continentali sono impiegate in conflitti in diverse regioni del mondo. In realtà l’Ue si è data regole comuni in materia di esportazioni di armi, mediante l’unico accordo giuridicamente vincolante su scala regionale relativo ad armi convenzionali. Tali regole non vengono però rispettate, e i produttori di fucili, bombe, missili e mezzi pesanti aggirano gli insufficienti controlli statali; da qui la richiesta di procedure verso chi fornisce armi a Paesi belligeranti oppure addirittura a formazioni terroristiche.

Dati preoccupanti. La risoluzione (13 pagine) e il dibattito in emiciclo a Strasburgo hanno messo in luce i dati forniti dalla 19ma relazione annuale sulle esportazioni delle armi, secondo la quale l’Ue “è il secondo maggior fornitore di armi al mondo” (27% delle esportazioni totale di armamenti di vario genere), “dopo gli Stati Uniti (34%) e prima della Russia (22%)”. Nel 2016, il 40,5% delle licenze di esportazione delle armi (per un valore di 78 miliardi) “è stato concesso a Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa”. Arabia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti “rappresentano la maggior parte di tali esportazioni”, per un valore di quasi 58 miliardi di euro.

Otto criteri. L’eurodeputata tedesca Sabine Lösing, relatrice del testo passato in aula, ha dichiarato che “le esportazioni di armi non stabilizzano i Paesi o le regioni straniere, né contribuiscono a creare la pace, semmai amplificano i conflitti” e “sono fondamentalmente responsabili della guerra in corso nello Yemen”. La stessa Lösing ha insistito perché l’Unione attui un vero e proprio meccanismo di sanzioni. Anche perché l’Ue si è data, nel 2008, una “posizione comune” sulle esportazioni di armi (non vengono invece negate le prerogative delle produzioni belliche europee), richiamata ancora quest’anno dal Consiglio Ue, composta da otto precisi criteri che gli Stati membri devono applicare quando prendono una decisione sulla licenza di esportazione di armi da assegnare a un’azienda nazionale, per evitare che gli strumenti bellici finiscano nelle mani di “utenti finali indesiderati”. La risoluzione segnala che molti Stati omettono questi controlli ed esplicitamente puntano l’indice verso Bulgaria e Romania.

Soldi spesi male. Conflitti locali e terrorismo, con vittime, ferimenti e devastazioni materiali; violazioni dei diritti umani; instabilità politiche: tutte situazioni che, in varie nazioni, spesso già segnate da violenze e povertà, sono ulteriormente alimentate dall’importazioni di armi da Stati Uniti, Russia, Europa, Cina, con esborsi di ingenti risorse finanziarie che invece potrebbero servire per investimenti economici, interventi sociali o educativi. A Strasburgo si è sottolineato il fatto che armi di provenienza europea sono state usate contro le operazioni di peacekeeping sotto bandiera dell’Ue o delle Nazioni Unite.

Nelle mani dei terroristi. Tra gli esempi sui quali si sofferma il documento approvato dagli eurodeputati figura l’Arabia Saudita: “nonostante il Paese violasse sei degli otto criteri stabiliti” dall’Ue, “quasi tutti gli Stati membri hanno dato il via libera all’esportazione di armi, compromettendo così l’intero sforzo europeo di controllo degli armamenti”. Le navi da guerra esportate “hanno contribuito a rafforzare il blocco navale nello Yemen, mentre gli aerei e le bombe sono state fondamentali per la campagna aerea, causando sofferenze continue alla popolazione dello Yemen”. Fanno eccezione, si specifica, Germania e Paesi Bassi, “che hanno cessato di vendere armi all’Arabia”. Secondo la risoluzione, i deputati sono inoltre “sconvolti per la quantità di armi e munizioni di fabbricazione europea trovate nelle mani di Da’esh in Siria e in Iraq”.

Le “ambizioni” dell’Ue. La risoluzione fra l’altro richiama, in senso positivo, “le ambizioni dell’Unione di agire come un attore globale per la pace”; ritiene che l’Ue “debba assumersi maggiore responsabilità per quanto concerne la pace e la sicurezza in Europa e nel mondo, adottando altre iniziative volte alla limitazione degli armamenti e al disarmo”, e che, “in qualità di attore globale responsabile, debba fungere da guida, vale a dire assumere un ruolo attivo, sostenuta dal massimo impegno degli Stati membri, nel raggiungere una posizione comune nel campo della non proliferazione degli armamenti, del disarmo mondiale e dei controlli sui trasferimenti di armi, nonché nell’ambito del potenziamento di ricerca e sviluppo in materia di tecnologie e processi di conversione da strutture di uso militare a strutture di uso civile, e adottando misure quali agevolazioni per l’esportazione di tali beni”.

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Perché speranza non muoia…

Fri, 16/11/2018 - 00:00

Piccola Amal, che significa “speranza”, lo sai che la tua foto ha fatto il giro del mondo? Il fotografo che l’ha scattata dice che l’ha fatto “perché il mondo deve conoscere” e così ha vinto l’ambito premio Pulitzer. Come mi disse un amico giornalista: “Io, certe foto, non riesco proprio a farle!”. Si rasenta il gossip volgare di chi sbircia dalla serratura o di chi indugia morboso sulle tragedie degli altri. Sai, come i curiosi che si fermano lungo le strade, intasandole, per guardare gli effetti devastanti degli incidenti oppure si fanno i selfie tra i rottami e i feriti (sì, purtroppo c’è anche questo…). Ma forse ha ragione il fotografo americano e i giornalisti – “prostitute e sciacalli” che non sono altro, come qualche politico ci ha definiti in questi giorni – servono proprio a questo “sporco lavoro”: a rappresentare quello che va in scena nel mondo e a far capire come vanno le cose. Servono a mostrarci il cono d’ombra della nostra coscienza, per aprirci gli occhi sui drammi che non vogliamo vedere, soprattutto quando fa più male e si vorrebbe girare la testa altrove.
E allora forse ha ragione chi ti ha scattato la foto, perché quello scatto è importante, anche se è troppo doloroso vederti così. Sei un mucchietto di ossa di una bimba di sette anni, che ne dimostra di meno, tanto che ci si chiede come fai ad essere ancora in vita. Ti ha portato in ospedale tua mamma, in un campo profughi nello Yemen. Tuo padre vi ha abbandonate e vive da un’altra parte. Lì dove siete voi non c’è cibo a sufficienza né l’indispensabile per le cure sanitarie che potrebbero salvarti la vita. Dopo qualche giorno di tentativi, vi hanno rimandate nella tenda-rifugio del tuo campo. Tua madre ce l’ha fatta. Tu no, piccola Amal, tu non ce l’hai fatta: il tuo corpo non era più in grado di reagire alle deboli cure cui ti avevano sottoposto. I tuoi grandi occhi, senza lacrime, si sono chiusi come quando si entra nel sonno, senza un sussulto, senza un lamento. Così dicono che sia andata quelli che ti sono stati vicino. Piccola Amal, che significa “speranza”, tu sei una dei tanti poveri del mondo, che in questi giorni il Papa ci chiede di ascoltare. Una delle tante vittime delle assurde guerre che insanguinano il pianeta: nel tuo caso, lo scontro nello Yemen tra due fazioni: una vicina all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi, l’altra all’Iran. Un altro dramma – quello nello Yemen – che si consuma da anni nel disinteresse generale. Gli osservatori prevedono il rischio di una carestia dalle proporzioni bibliche in quella regione della penisola araba. E che dire delle tue piccole sorelle e dei tuoi piccoli fratelli, Amal, nel Sud Sudan? Che dire dei tuoi fratellini e delle tue sorelline nell’isola di Lesbo, il campo profughi che accoglie circa 9 mila persone: qui non c’è bisogno di recinti, perché ci pensa il mare e tenerli lontani dalla terra. Lo sai che diversi di loro sono talmente stanchi di star lì, in mezzo al nulla, che hanno perso la speranza di un futuro? Occhi persi nel vuoto, senza una prospettiva, senza un sogno per il domani, senza più un passato, in un presente oscuro e immobile, senza sbocchi. Lo sai che cosa aveva scritto un’altra tua piccola sorellina, Desirée, 16 anni uccisa in un quartiere di Roma, dalle droghe e dagli abusi di uomini infami? Aveva scritto pochi giorni prima della morte sul suo profilo Facebook che la vita “non è come nelle favole: qui i cattivi vincono”. Qui, cioè in questo mondo: qui in Italia, come in Sud Sudan, a Lesbo, in Siria… nello Yemen. Anche per Desirée la “speranza” era morta, uccisa dai grandi, prima che fosse ammazzata nel suo corpo. Piccola Amal, vedi quanta cattiveria c’è nel mondo? Ma per questo è importante raccontare la tua storia e quella di questi tuoi tanti fratelli e sorelle. Anche a questo servono i fotografi e giornalisti, perché possono fare arrivare il tuo grido muto a più orecchi possibile. E, alla faccia dei cattivi che portano la morte, anche qui, in questo mondo – cioè nella nostra Italia, nello Yemen, in Sud Sudan – un domani non troppo lontano possa rinascere una nuova “speranza”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Chiesa “prossima”

Fri, 16/11/2018 - 00:00

“Un Paese in sospeso”, così ha definito la realtà italiana attuale il presidente dei vescovi italiani, card. Gualtiero Bassetti, nel suo discorso introduttivo dell’assemblea dei vescovi italiani svoltasi nei giorni scorsi a Roma, alla quale ha partecipato anche il nostro vescovo.
Ormai sulla scia delle indicazioni e soprattutto dell’atteggiamento di Papa Francesco, le diverse componenti ecclesiali nelle loro riunioni e nelle indicazioni che ne seguono vanno dritto al problema e ai possibili percorsi da intraprendere per la soluzione. Da tempo ormai la Chiesa ha abbandonato il genere letterario del burocratese e tantomeno del politichese, per scegliere invece, anche nei discorsi e interventi ufficiali, la strada della “prossimità”, alle persone e ai problemi.
Lo hanno fatto anche i vescovi americani, che hanno tenuto la loro assemblea proprio negli stessi giorni dell’assise della Cei, quando hanno affrontato senza remore e a viso aperto la piaga degli abusi che ha sconvolto non solo la Chiesa ma tutta la società americana.
Ebbene, il cardinale Bassetti ha messo chiaramente e coraggiosamente sul tavolo di confronto quelle che egli ha chiamato “fragilità”, che purtroppo oggi caratterizzano la società italiana e non solo.
Le ha elencate con schiettezza: la fragilità valoriale, la fragilità culturale, la fragilità del lavoro, della famiglia, quella degli anziani, della sanità…
Il presidente dei vescovi italiani non ha elencato queste problematiche della società di oggi e in particolare del nostro Paese, come semplice denuncia, ma ha voluto accompagnare le sue parole assicurando che la Chiesa non starà certo alla finestra. Una discesa in campo esplicita, che non può essere tacciata (come taluni spesso cercano di fare) come intromissione nella laicità dello Stato, ma che vuole significare che è compito della Chiesa anche “sporcarsi le mani” per farsi prossimo di ogni persona e di ogni situazione e soprattutto “farsi prossimo” nei confronti quelle culture che minano il concetto stesso di persona e della sua dignità.
Certamente questo atteggiamento della Chiesa si dovrà intersecare con le scelte della politica, ma proprio per questo dovrà essere sempre schietta, vera, coraggiosa nel denunciare, ma anche nel proporre.
Prima della parte dedicata alla situazione del nostro Paese, il cardinale Bassetti aveva parlato del recente Sinodo sui giovani svoltosi a Roma nel mese di ottobre, sottolineando che l’atteggiamento della Chiesa non dovrà essere semplicemente di “attenzione ai giovani”, ma soprattutto quello di una “Chiesa giovane”,… giovane nella sua missione, nella sua testimonianza, nella capacità di rapportarsi alla gente e soprattutto nel compito di annunciare il vangelo.

(*) direttore “L’Araldo Lomellino” (Vigevano)

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Tenderci le mani

Fri, 16/11/2018 - 00:00

Domenica scorsa, questa volta proprio in coincidenza con l’11 novembre, festa di S. Martino, tradizionale punto di riferimento per il mondo agricolo, si è celebrata a livello nazionale e in molte comunità parrocchiali la “Giornata del Ringraziamento”, che però continua a celebrarsi, a vari livelli, per tutte le domeniche di novembre. Il 18 novembre, ad esempio, il vescovo Adriano presiede la Giornata provinciale della Coldiretti rodigina nella chiesa di Ca’ Tiepolo. Una giornata che, attorno al tema suggerito dai vescovi “Secondo la propria specie: per la diversità, contro l’uguaglianza”, ci ha ricordato l’urgenza di rispettare la biodiversità nella natura come pure di riconoscere ad ogni individuo il valore del suo contributo personale nella società. A ridosso di quella Giornata nazionale, in questa domenica siamo invitati a celebrare anche la 2ª Giornata mondiale dei poveri. Eloquente consequenzialità: tra saper ringraziare e saper donare il legame dovrebbe essere automatico. Il messaggio che il Papa ha voluto firmare il 13 giugno scorso nella memoria liturgica di S. Antonio di Padova, amico universale dei poveri, prende spunto dal Salmo 34, 7: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta”. Il “grido”, espressione di sofferenza, solitudine, delusione, è sempre ascoltato dal Signore, ma chiede di essere ascoltato anche da noi, fuggendo da ogni tentazione di indifferenza o, peggio, di deliberata esclusione secondo la mentalità del mondo che “loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza”, considerando i poveri “uno scarto e una vergogna”. Il Signore ascolta e “risponde”, come dovrebbe rispondere ciascuno di noi, con “una partecipazione piena d’amore alla condizione del povero”, “per curare le ferite dell’anima e del corpo, per restituire giustizia e per aiutare a riprendere la vita con dignità”. Proprio questa Giornata – auspica papa Francesco – vuole essere una “piccola risposta” della Chiesa intera “ai poveri di ogni tipo e di ogni terra”. E il Signore – ricorda ancora il salmo citato – “libera” il povero da una situazione non certo cercata quanto invece indotta “dall’egoismo, dalla superbia, dall’avidità e dall’ingiustizia” che lo circonda; ma questa liberazione deve arrivare anche attraverso di noi: una mano tesa che “offre accoglienza, protegge e permette di sentire l’amicizia di cui ha bisogno”. Un’opera che non va mai portata avanti con protagonismo, ma nella reciproca collaborazione con quanti – anche non cristiani e non credenti – agiscono per umana solidarietà, senza venir meno al nostro compito specifico di orientare tutti a Dio e alla santità. Il grido del povero è anche grido di speranza come ultimo epilogo. Una Giornata che diventa “evangelizzazione”, in cui a evangelizzarci sono i poveri stessi, nel tenderci le mani “l’uno verso l’altro”.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 15 novembre

Thu, 15/11/2018 - 18:39

Puntuali, come ogni giovedì, sono le nuove uscite al cinema. Il Sir e la Commissione nazionale valutazione film della Cei offrono una rubrica che approfondisce quattro titoli di rilievo. Ecco cosa vedere dal 15 novembre: la crisi del lavoro oggi nel drammatico “In guerra” di Stéphane Brizé, il mondo magico di J.K. Rowling in “Animali fantastici: I crimini di Grindelwald” firmato David Yates, il mélo da Ian McEwan “Chesil Beach” di Dominic Cooke e il docufilm sugli oratori “Qui è ora” di Giorgio Horn.

“In guerra”

Presentato al 71° Festival di Cannes, “In guerra” (“En guerre”) è una nuova opera di denuncia e dal forte impegno civile firmata da Stéphane Brizé; suo è anche “La legge del mercato” del 2015. Siamo nella Francia odierna e oltre mille operai rischiano di perdere il lavoro quando un’azienda decide di chiudere lo stabilimento per delocalizzare la produzione. Nascono così apprensione, proteste e forti tensioni. A gridare il dissenso per i diritti negati è Laurent, in prima linea nelle contestazioni degli operai, i nuovi ultimi della società. Brizé getta uno sguardo asciutto e rigoroso sul mondo del lavoro; il copione è stato scritto sulla base di documenti, testimonianze, evitando accuratamente ideologie, riferimenti politici, citazioni storiche. Il regista compie la scelta di uno scarto visionario, l’incalzare di un ritmo forte e aggressivo, mettendo in campo anche i richiami al linguaggio delle inchieste televisive, riuscendo a far “vedere” quelle immagini che il piccolo schermo spesso omette. Bravissimo Vincent Lindon a tratteggiare il personaggio di Laurent, grintoso, nervoso e pronto a reggere l’onda d’urto dei fatti. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come problematico, complesso e da approfondire con opportuni dibattiti.

“Animali fantastici: I crimini di Grindelwald”

Nel 2016 la scrittrice J.K. Rowling ha portato al cinema lo spin-off del mondo di “Harry Potter”, “Animali fantastici e dove trovarli”, ambientato negli Stati Uniti degli anni ’20. Ora ecco arrivare il secondo capitolo, “I crimini di Grindelwald”, firmato nuovamente da David Yates. Proseguono le avventure del mago zoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne), chiamato a fronteggiare l’oscuro Grindelwald (Johnny Depp). Al fianco di Newt c’è un gradito ritorno “potteriano”, il mago Albus Silente (Jude Law). Pur mantenendo inalterato il tono di fiaba fantastica, la narrazione fatica a trasmettere quel fascino di ricerca del mistero visto nel primo film. Il regista Yates, non sempre sorretto da una scrittura centrata, rischia di rendere troppo ridondanti i personaggi, accumulando fatti e azioni senza una logica chiara; spesso la dinamica dei protagonisti è stretta in una girandola di effetti speciali non del tutto necessari, anzi in più momenti capaci di produrre più distrazione che fascinazione. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e per dibattiti.

“Chesil Beach”

Dal romanzo dello scrittore Ian McEwan del 2007 proviene il mélo “Chesil Beach” diretto da Dominic Cooke, con protagonisti Billy Howl e Saoirse Ronan. Siamo nell’Inghilterra di inizio ’60 e due giovani, Edward e Florence, si conoscono e si sposano; il loro è un amore delicato, che però fatica a trovare slancio e serenità. È un ritratto della società britannica in cui i giovani sono ancora prigionieri di paure e idiosincrasie, incapaci di saper leggere con chiarezza il proprio animo e la verità dei sentimenti. Bene la regia, anche se non è particolarmente incisiva, e soprattutto belle le atmosfere, così suggestive e dense di pathos. A dire il vero però è la protagonista Saoirse Ronan – neanche 25 anni e già candidata agli Oscar per “Espiazione”, “Brooklyn” e “Lady Bird” – a fare la differenza nel racconto: aderisce con intensità e precisione al personaggio, un’innamorata incapace di capire i dubbi dell’amore. Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come complesso, problematico e da affidare a dibattiti.

“Qui è ora”

È stato presentato ad Alice nella Città – Festa del Cinema di Roma 2018 il film “Qui è ora” di Giorgio Horn, documentario prodotto dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e da Odielle. Il film è un’istantanea degli oratori lombardi e del loro attivismo sul territorio, in linea con la riflessione del Sinodo 2018 su e con i giovani. Il documentario propone uno sguardo sulla quotidianità degli oratori attraverso cinque storie dalle parrocchie di Como, Brescia, Bergamo e Milano. C’è un’attenzione ai volti, ai legami che si instaurano e ai processi emotivi e spirituali che emergono. Il docufilm si propone come un prodotto di grande attualità, non come inchiesta bensì come sguardo fresco e positivo. Pagine belle del nostre Paese attraverso il lavoro di tanti giovani sacerdoti e delle comunità. Un film senza dubbio di forte interesse e di buona fattura; dal punto di vista pastorale consigliabile, problematico e adatto certamente per dibattiti.

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Oltre 35mila richiedenti asilo e rifugiati nei centri Sprar. L’allarme dell’Anci: “Con decreto Sicurezza più migranti in strada”

Thu, 15/11/2018 - 18:23

Oltre 35mila posti di accoglienza in 877 centri Sprar distribuiti in più di 1.800 comuni (il 22% del totale). Il 70% dei richiedenti asilo e rifugiati accolti, dopo un periodo medio di sei mesi trascorso in piccoli gruppi in case, appartamenti, sparsi in maniera equilibrata nei territori, ha acquisito gli strumenti necessari per integrarsi ed essere autonomo. Ha imparato l’italiano, ha fatto corsi di formazione professionale, volontariato, comprende meglio la cultura del Paese di accoglienza. Una buona percentuale trova lavoro facilmente. I risultati positivi del sistema Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, un modello di buone prassi tra i più brillanti in Europa, rischiano oggi di essere vanificati dagli effetti del decreto Sicurezza e Immigrazione (dl 113/2018) se passerà anche alla Camera dei deputati dopo l’approvazione in Senato. I sindaci di tutta Italia riuniti nell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) non ci stanno a smantellare un sistema virtuoso che funziona e mitiga possibili conflitti sociali. Per questo hanno esposto le loro preoccupazioni e perplessità a governo e parlamento e presentato una serie di emendamenti considerati “imprescindibili” per evitare che il provvedimento produca “conseguenze gravi e imprevedibili” sui territori. La fotografia della situazione contenuta nell’Atlante Sprar 2017 è stata presentata oggi pomeriggio a Roma, nella sede dell’Anci.

Oltre 165.000 posti nel sistema d’accoglienza, tra cui 35.881 nei centri Sprar. Attualmente il sistema di accoglienza per i migranti che sbarcano in Italia è di 165.773 posti: 129.904 sono nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e in strutture di prima accoglienza, ossia i centri più grandi, che impattano maggiormente e a volte in maniera negativa sui territori. Il sistema dello Sprar, con i suoi 35.881 posti in continuo aumento negli anni, ha incontrato il favore di tanti sindaci di tutti gli schieramenti, perché consente di gestire il fenomeno in maniera trasparente, con piccoli gruppi proporzionati alla popolazione, mirati all’integrazione sociale. “Non riesco a capire la ratio del decreto – ha affermato Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci all’immigrazione -. Non c’è una emergenza numeri perché gli arrivi quest’anno sono diminuiti dell’80%, non c’è una emergenza risorse”. “Smantellare in maniera insensata lo Sprar vuol dire riportare la lancetta della storia indietro di anni, tornando ai grandi centri gestiti dalla prefetture, senza la collaborazione dei sindaci”.

I potenziali effetti del decreto nei prossimi due anni “sono centinaia di migliaia di persone in strada, che lavoreranno in nero o diventeranno manovalanza della criminalità”.

L’Anci ha presentato una serie emendamenti che prevedono l’assenso del sindaco per l’apertura dei centri di accoglienza di qualsiasi natura, l’accesso allo Sprar dei più vulnerabili (compresi nuclei familiari), servizi di accoglienza per i minori non accompagnati, norme che consentano l’accesso a chi è già titolare di protezione umanitaria o ne definiscano le modalità, introduzione di una nuova tipologia di permesso speciale di soggiorno per “volontà di integrazione”. “Non sono emendamenti sovversivi ma ridanno senso alle cose – ha sottolineato Biffoni -. Confidiamo nella discussione alla Camera e speriamo ci sia la volontà di ascoltare le preoccupazioni dei territori”. Altrimenti, ha avvertito, “faremo il possibile per spiegare alla popolazione che noi sindaci non ci sobbarcheremo il peso di decisioni non nostre”.

8.000 persone vulnerabili nei centri Sprar. La particolarità del sistema Sprar è anche l’attenzione speciale data alla persone più vulnerabili, quasi 8.000 ogni anno: famiglie, minori soli, donne incinte o donne sole con bambini piccoli, vittime di tortura e violenze, di tratta, persone malate o affette da disturbi psichiatrici. Ogni anno vengono accolte in media 2.000 nuclei familiari (pari a 6.500 persone inclusi i minori), il 35% di queste è formato da quattro o più persone.  Nel 2018 i progetti presentati dai Comuni sono stati 877, ossia 100 in più dell’anno precedente, con 6.000 posti in più rispetto al 2017. Lo scorso anno, ad esempio, sono stati accolti 4.584 minori, di cui 3.127 senza famiglia (minori stranieri non accompagnati). 25.480 hanno frequentato almeno un corso di lingua, 15.976 un corso di formazione professionale e svolto un tirocinio formativo, 4.265 hanno trovato una occupazione lavorativa”.  “Nel 2013 c’era un totale di posti pari a quelli disponibili oggi solo a Roma, cioè 2.500  – ha spiegato Daniela Di Capua, direttrice del Servizio centrale dello Sprar -. Partecipano al sistema tutte le città metropolitane e la grande rete dei piccoli comuni sotto i 5.000 abitanti”. Di Capua ha ricordato che negli ultimi anni “abbiamo registrato un aumento delle vulnerabilità dovuto alla permanenza nei centri di detenzione in Libia”. A fronte di tante situazioni difficili, ha proseguito, “è bene mettere in risalto il valore dei professionisti dell’accoglienza specializzati nel lavoro con i minori, con le donne, con le vittime di tortura, i mediatori culturali. Tanti giovani hanno fatto in questi anni percorsi formativi che prima non esistevano”.

A Caserta rifugiati africani accompagnano i bimbi a scuola. Tra le tante buone prassi di successo, l’iniziativa Piedibus, un progetto gratuito di mobilità sostenibile: richiedenti asilo o rifugiati accolti nel centro Sprar di Caserta accompagnano a titolo volontario i bambini nel tragitto da casa a scuola. Durante l’itinerario i bambini hanno la possibilità di fare multe morali alle automobili e segnalazioni, insieme agli accompagnatori, richiedendo l’intervento alle istituzioni locali. I piccoli segnalano anche al sindaco le manutenzioni da fare (strisce pedonali, cestini, marciapiedi rovinati, barriere architettoniche) perché la loro città sia più vivibile. Un modo per creare senso di appartenenza alla comunità e coscienza civica. Ma soprattutto è un gesto di grande valore simbolico. La maggior parte dei volontari sono senegalesi.

“E’ un progetto rivoluzionario in termini culturali: i bambini vengono affidati a rifugiati africani, adulti e musulmani, proprio quelli su cui si costruiscono paure e pregiudizi”.

 

 

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Il “decreto Genova” è legge: ecco cosa prevede

Thu, 15/11/2018 - 17:55

È diventato legge il cosiddetto “decreto Genova” o “delle emergenze”. Nel testo approvato in via definitiva dal Senato, infatti, sono stati aggiunti altri interventi, in particolare per le zone terremotate a Ischia e nell’Italia centrale. Nel testo compare anche il ritorno della cassa integrazione straordinaria per cessazione dell’attività aziendale, anche se in tutta evidenza non ha niente a che vedere con il resto del provvedimento.
Ma cominciamo dalle misure per Genova, adottate in seguito alla tragedia del crollo del Ponte Morandi. Il primo passaggio fondamentale sarà il decreto del Presidente del Consiglio per formalizzare, in virtù della legge, la nomina del sindaco di Genova, Marco Bucci, come commissario straordinario per la ricostruzione. Saranno inoltre nominati i 20 componenti della struttura che affiancherà il commissario. Questi, a sua volta, nominerà i due sub-commissari. I poteri del commissario sono amplissimi, con possibilità di deroga a ogni norma di legge esclusa la materia penale. Il commissario dovrà comunque rispettare il Codice Antimafia, con procedure però accelerate per il rilascio del certificato antimafia da parte delle Prefetture, da stabilire con decreto del ministro dell’Interno entro 15 giorni dalla legge di conversione.

Una norma impone alla società Autostrade per l’Italia di pagare tutti gli oneri per la ricostruzione del ponte e la viabilità connessa, così come gli indennizzi agli sfollati per trasferirsi e ricomprare casa.

Per l’affidamento degli appalti (demolizione, progettazione del nuovo ponte, lavori di ricostruzione), il commissario non potrà assegnare alcun incarico ad Autostrade o società controllate o collegate e dovrà altresì individuare subito i tratti autostradali A7 e A10 «funzionalmente connessi al viadotto Polcevera» che Autostrade per l’Italia dovrà immediatamente consegnare allo stesso commissario.
L’articolo 1-bis stabilisce che i proprietari di case da demolire, e che stipulino un atto di cessione volontaria del bene con il commissario, hanno diritto (entro 30 giorni dalla trascrizione degli atti) a un’indennità pari a 2.205,50 euro al metro quadrato (circa il 40% superiore ai prezzi di mercato in quella zona di Genova), più l’indennizzo forfettario di 45mila euro a unità abitativa previsto dalla legge regionale e altri 36mila euro ad abitazione per “indennità di improvviso sgombero”.

La gestione è tutta affidata al commissario, ma gli oneri sono a carico di Autostrade per l’Italia.

Un capitolo importante del provvedimento riguarda gli indennizzi e il rilancio economico di Genova (stanziati 234 milioni, di cui 60 di esenzioni fiscali, 20 per sostegno al Traposto pubblico locale, 20 per la nuova Zona franca urbana, 35 per sostegno alle imprese danneggiate); la serie di norme per la sicurezza delle infrastrutture stradali e autostradali (la nuova Agenzia, l’archivio delle opere, gli obblighi per i concessionari); le norme per la ricostruzione post-terremoto a Ischia nel 2017 (stanziati 60 milioni di euro), tra le quali le contestate misure sulle domande dei vecchi condoni edilizi; il mini-condono e altre misure per il post terremoto nel Centro Italia; il ritorno per due anni della Cassa integrazione straordinaria per cessazione aziendale. In tutto il decreto legge stanzia circa 900 milioni di euro, tutti ricavati riducendo fondi di bilancio già esistenti (585 milioni a valere sul “Fondo Investimenti” dei governi Renzi-Gentiloni, comma 140 legge di Bilancio 2017). Queste le destinazioni dei fondi, per macro-capitoli: 1) 520 milioni complessivi per demolizione e ricostruzione del ponte Morandi e indennizzi agli sfollati (la spesa effettiva è stimata in 360 milioni, ma altri 160 sono stanziati per il 2018 e il 2019); 2) 234 milioni per misure economiche per Genova; 3) 60 milioni per la ricostruzione a Ischia; 4) 84,3 milioni per far funzionare le strutture per la sicurezza delle infrastrutture.
E veniamo alla controversa vicenda dei condoni, in particolare quello per Ischia, che ha spinto al voto contrario alcuni parlamentari del M5S e a quello favorevole alcuni senatori di Forza Italia.

La nuova legge contiene “interventi a favore dei comuni di Ischia interessati dal sisma del 21 agosto 2017 e dei territori dell’Italia centrale interessati dagli eventi sismici del 2016 e del 2017”.

Qui si trovano le misure sulle domande dei vecchi condoni edilizi (che saranno valutate in base alle norme del condono Craxi del 1985 e non con la normativa attuale più stringente) e un “contributo fino al 100 per cento” per sistemare le case crollate “non totalmente abusive”. I comuni dovranno decidere entro sei mesi sulle istanze di condono ancora non risolte relative agli immobili distrutti dal terremoto e presentate ai sensi di tre leggi successive: del 1985, del 1994 e del 2003. Ma per tutte le richieste trovano esclusiva applicazione, come si diceva, i criteri della legge n.47 del 1985: anche per domande successive, quindi, si applicano i criteri di oltre trent’anni fa, quando non esistevano ancora molte norme di tutela del territorio, del paesaggio, di contrasto del rischio sismico, vulcanico e idrogeologico.

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Emozioni e denuncia, il Premio Lux rilancia il cinema europeo

Thu, 15/11/2018 - 16:30

È stato il film islandese “Woman at war” di Benedikt Erlingsson ad aggiudicarsi la dodicesima edizione del premio Lux per il cinema del Parlamento europeo. Coprodotto insieme a Francia e Ucraina, racconta la vicenda di Halla, che vive a Reykjavik, ama la natura meravigliosa della sua terra e per questa combatte una battaglia solitaria ma agguerrita contro un’industria che produce alluminio. Fino al giorno in cui arriva la notizia che stravolge la sua vita: la sua disponibilità ad adottare un bambino è stata accolta e la piccola Nika, in Ucraina la sta attendendo. Nella rosa dei tre film finalisti del premio c’erano anche “Styx” di Wolfgang Fischer, coproduzione austriaca-tedesca, a cui è andato il secondo premio, e “L’altro lato di ogni cosa” di Mila Turajlic (co-prodotto da Serbia, Francia e Qatar), che ha meritato il terzo. “Difficile scegliere un vincitore” tra i tre film in concorso, ha affermato il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani prima della proclamazione del vincitore, perché tutti e tre sono “originali” e affrontano tematiche “attuali” (nazionalismi, clima, migrazioni), ma con un punto in comune: sono “storie di donne forti e determinate”.

Creatività e dibattito. “Il premio Lux per noi è molto importante perché è un’opportunità di mostrare la diversità dell’Europa, il significato delle diverse culture e renderle note all’interno dell’Unione” dice al Sir Evelyne Gebhardt, vicepresidente del Parlamento europeo, a margine della consegna del premio. Questa è anche “una via per mostrare la ricchezza che abita nelle nostre società e dimostrare che possiamo imparare qualcosa da ogni Paese”. Terzo aspetto: “II premio dà la possibilità di fare qualcosa di unico, particolare sul significato dell’Unione”. Gebhardt sottolinea la valenza politica che il premio incarna fin dal 2007, anno di nascita: “I temi affrontati nei film sono sempre temi di attualità nelle discussioni dell’Ue”: oltre alla salvaguardia dell’ambiente, del film vincitore, c’è il tema delle migrazioni in “Styx”, che racconta la drammatica vicenda di Rike che durante un viaggio in barca a vela incrocia un vecchio peschereccio carico di migranti, e quello dello stato di diritto nel docu-film “L’altro lato di ogni cosa” che ripercorre la vita della madre della documentarista, attivista politica nel tempo di Slobodan Milosevic. I film diventano così “uno strumento di collegamento e di coinvolgimento delle persone, per portarle a riflettere su quale sia la loro posizione o il loro rapporto con questi temi”. Per dirla con le parole del regista di Styx, Wolfgang Fischer, i film “creano un dialogo emotivo e creativo su questi temi”, raggiungendo una parte di opinione pubblica che altrimenti resterebbe estranea alla discussione.

Contro le discriminazioni. Particolarità dell’edizione 2018 del premio è il ruolo delle donne, che sono le protagoniste dei tre film. Così spiega Evelyne Gebhardt: “È una coincidenza, ma molto bella, che questi tre temi nei film abbiano a che fare con tre donne forti; diventano quindi anche uno strumento per riflettere sul tema della parità uomo-donna nell’Unione e mostrare che le donne hanno lo stesso valore degli uomini in un momento in cui molte vivono ancora una discriminazione che deve essere eliminata. Queste tre donne sono anche un esempio per molte ragazze giovani di come spendersi per le proprie idee”.

Identità comune. La proclamazione del vincitore avviene alla fine di un lungo processo: tra i numerosi film in concorso ne vengono selezionati dieci, e tra loro una giuria ne sceglie tre. È il voto dei membri del Parlamento a decretare il vincitore. “Arrivare nella terna finale – dice Gebhardt – è già una bella cosa”, perché implica che “tutti e tre questi film saranno sottotitolati con il contributo del Parlamento europeo nelle 24 lingue parlate nell’Ue, dando quindi la possibilità che vengano visti in tutta l’Unione, in contesti culturali diversi da quelli in cui nascono”. Il premio Lux è quindi un contributo alla distribuzione dei film in Europa, di per sé costosa e tanto più complessa a motivo delle differenze linguistiche. Ci sono addirittura due dei tre film che nascono in lingue e raccontano di Paesi che non sono nell’Ue: l’Islanda, il film vincitore, e la Serbia. Si tratta in realtà di “coproduzioni tra Paesi diversi, tra cui alcuni sono stati Ue”, per questo considerati a pieno titolo nel concorso. Vincere il premio quindi è un riconoscimento culturale significativo, spiega infine Evelyne Gebhardt: “La cultura crea identità e una identità comune nell’Ue c’è già, ma la sensazione dei cittadini, il lasciar emergere questa identità è una cosa che la politica non può fare, perché ha bisogno di una narrazione diversa. E questo lo si vede molto bene attraverso i tre film”.

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Save the Children: in Italia 1,2 milioni di bambini in povertà assoluta. Ma il riscatto deve partire dalle periferie

Thu, 15/11/2018 - 16:23

“Oggi ci vuole un cambio di mentalità” perché è davvero preoccupante “l’evidente svantaggio dei bambini e degli adolescenti che abitano le periferie del nostro Paese, periferie geografiche ma anche educative e sociali”. Così il presidente della Camera Roberto Fico, inaugurando l’incontro di presentazione, oggi 15 novembre a Montecitorio, del IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini” di Save the Children, pubblicato per il terzo anno consecutivo da Treccani e diffuso in anteprima il 13 novembre, del quale il Sir ha già dato un ampio resoconto.
Il principale dato, diffuso alla vigilia della seconda Giornata mondiale dei poveri, è un pugno nello stomaco:

In Italia 1,2 milioni di bambini e adolescenti vivono in povertà assoluta

Ma non sono solo le condizioni economiche del nucleo familiare a pesare sul loro futuro: ad avere un enorme impatto sulle loro opportunità di educazione e crescita, ha spiegato il curatore dell’indagine Giulio Cederna, è l’ambiente in cui vivono.

“Pochi chilometri di distanza, tra una zona e l’altra, possono significare riscatto sociale o impossibilità di uscire dal circolo vizioso della povertà.

Due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possono trovarsi a crescere in due universi paralleli” mentre “la segregazione educativa allarga sempre di più la forbice delle disuguaglianze, in particolare nelle grandi città, dove vivono tantissimi minori, ed è lì che bisogna intervenire con politiche coraggiose e risorse adeguate”.

A Napoli, i 15-25 enni senza diploma di scuola secondaria di primo grado sono il 2% al Vomero e quasi il 20% a Scampia, a Palermo il 2,3% a Malaspina-Palagonia e il 23% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, mentre nei quartieri benestanti a nord di Roma i laureati (più del 42%) sono 4 volte quelli delle periferie esterne o prossime al Gra nelle aree orientali della città (meno del 10%). Ancora più forte la forbice a Milano, dove a Pagano e Magenta-San Vittore (51,2%) i laureati sono 7 volte quelli di Quarto Oggiaro (7,6%). Nei quartieri svantaggiati, inoltre, aumentano i Neet e cala l’apprendimento scolastico di base, mentre quasi il 12% dei ragazzi che vivono in aree periferiche o quartieri dormitorio, si legge nell’Atlante, vedono strade scarsamente illuminate e piene di sporcizia, non respirano aria pulita e percepiscono un elevato rischio di criminalità.

Per questo Fico chiama in causa istituzioni e società civile:

“Affinché i diritti dell’infanzia siano effettivamente rispettati dobbiamo fare una grande squadra”,

mentre il presidente di Save the Children, Claudio Tesauro, sottolinea la “grandissima risorsa” rappresentata dalla “concentrazione demografica dei più giovani in questi luoghi” e assicura: “Continueremo a lavorare – perché ogni bambino ha il diritto di crescere al pieno delle proprie potenzialità”. “Che razza di paese, che razza di unità d’Italia abbiamo se la periferia è ancora così periferia?”, l’interrogativo posto dal direttore generale dell’organizzazione, Valerio Neri, chiedendo alla politica di fare il proprio compito “non solo destinando risorse, ma sviluppando un’attenzione reale, una vera cura”.

“La prima cosa da fare – sostiene – è portare offerta culturale nelle periferie”.

“Ci sono italiani di generazioni che non parlano bene l’italiano. Se abbandoniamo le periferie, le disintegriamo completamente dal Paese; dobbiamo invece integrarle all’interno della nostra società”. E conclude:

“L’integrazione di cui abbiamo bisogno è una sola e comprende sia i migranti in arrivo sia questi ragazzi ‘abbandonati’”.

“Solo partendo dai territori e puntando sui bambini e gli adolescenti è possibile ridisegnare le politiche di inclusione, dalla cultura allo sport, ai trasporti, l’ambiente e l’abitare”. E’ necessario un impegno straordinario” per “rigenerare le periferie dei bambini”. Per questo, spiega Raffaela Milano, direttrice Programmi Italia-Europa dell’organizzazione, Save the Children “è presente nelle periferie più svantaggiate di 18 città italiane grazie a una rete di 23 Punti luce nei quali offre a bambini e ragazzi tra i 6 e i 16 anni l’opportunità di partecipare ad attività formative ed educative che solo l’anno in corso hanno coinvolto oltre 8.130 minori”. Molti bambini arrivano a scuola pensando di non avere più nulla da perdere – denuncia Maria Elena Tramelli, dirigente scolastico I.c di Teglia (Genova) -. Per questi ragazzi bisogna che il centro vada in periferia”. “Portare offerta educativa nelle periferie è fondamentale, ma è importate anche la rigenerazione urbana dei territori più degradati”, conclude da parte sua Mariangela Di Gangi, presidente Associazione laboratorio Zen insieme di Palermo.

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Brexit, a “pyrrhic victory” for May? Imposed Brexit agreement divides the government. EU Summit November 25

Thu, 15/11/2018 - 10:18

“Nothing is agreed until everything is agreed”: May prefers to play it safe after last evening’S green light to the Brexit deal given by the British government. At the end of a five-hour meeting Premier Theresa May won Cabinet support and will address Parliament today. The 595-page document drafted by negotiators on both sides “covers all elements of the UK’s withdrawal from the EU: citizens’ rights, the financial settlement, a transition period, governance, Protocols on Ireland, Gibraltar and Cyprus, as well as a range of other separation issues”, the EU Commission clarified in a note. May had to renounce many expectations linked to a “hard Brexit” in order to avoid her Country’s isolation, but she paid the price of a divided government (Brexit Secretary Dominic Raab and Northern Ireland Minister Shailesh Vara have resigned today), the discontent of half of the Conservative party, the objections of the citizens of Northern Ireland as well as of the Scots – albeit for opposite reasons. “This has not been an easy decision”, Theresa May later exhaustedly remarked, but it acts “in the national interest.” From Brussels, MEP Nigel Farage hailed against “the worst agreement in history.”

“If nothing happens…” This morning Chief EU negotiator Michel Barnier had a meeting in Brussels with the President of the European Council Donald Tusk. In clear words, Tusk said he does not share “the prime minister’s enthusiasm about Brexit as such”, and described it as “a lose-lose situation” and that “our negotiations are only about damage control.” Tusk went on to illustrate the next steps: ” By the end of this week, the EU27 ambassadors will meet in order to share their assessment of the agreement. The Commission intends to agree the declaration about the future with the UK by Tuesday. Over the following 48 hours, the member states will have time to evaluate it.” Then, “if nothing extraordinary happens, we will hold a European Council meeting, in order to finalise and formalise the Brexit agreement. It will take place on Sunday 25th November.”

Decisive step forward. Today, EU Chief negotiator Michel Barnier will be reporting to the European Parliament, followed by a press conference with the President of the Assembly, Antonio Tajani and the spokesperson of the EP Brexit Steering Group European Guy Verhofstadt. “This agreement is a decisive and crucial step in concluding these negotiations”, said Michel Barnier. “Decisive progress have been made for an orderly withdrawal of Great Britain from the EU and to lay the grounds of future relations.” However, “there is still a lot of work. We still have a long and difficult road ahead of us.” The date of the “divorce” from the EU is on the horizon, set for May 29 2019, although after that day the UK will enter a “transition period” that ends in December 31 2020. Guy Verhofstadt remarked: “‘It is encouraging to see that we are moving towards a fair deal that should ensure an orderly withdrawal, including a backstop guaranteeing that there will be no hardening of the Northern Irish/Irish border and that the Good Friday Agreement will be safeguarded.” “This deal is a milestone towards a credible and sustainable future relationship between the EU and the UK.”“A capitulation.” At domestic level, the latest developments in Downing Street and the next steps of the Brexit hit front-page news. “May papers over the cracks and Cabinet backs the deal” titled the Times online describing a Premier who faced “party mutiny with the threat of ‘no Brexit.’” “A deal that pleases no one is the best May could get” is the comment on the The Times.”This is not a compromise- it’s a capitulation by our Prime Minister”, Nick Thimothy writes on the Telegraph: “British compromises were inevitable. But the proposal presented to Cabinet is a capitulation”, “not only to Brussels, but to the fears of the British negotiators themselves, who have shown by their actions that they never believed Brexit can be a success.” “Theresa May admits Brexit can be stopped by new referendum as cabinet back draft deal”, titles the Independent today. The Guardian’s live updates on Brexit: “Tusk confirms November summit on ‘lose-lose situation'”, with the following headline in the paper edition: “Theresa May’s Brexit plan: a split cabinet, a split party and a split nation.” The paper edition of the Daily mirror defined it a “War cabinet”, with eleven ministers “who rejected the proposal and 40 Tory rebels plotting to bring her down.” The Financial Times: “May braced for backlash after ferocious Brexit battle”; “Back May or sack May” is the headline on the free newspaper Metro.

Difficult days. In Northern Ireland the headline of the Belfast Telegraph is “Theresa May gets Cabinet backing for draft Brexit deal but ‘there will be difficult days ahead”, commenting: “Cabinet Brexit deal victory a pyrrhic one – Parliament is the real battleground” that awaits May today. In the same newspaper the comments section titles: ” ‘We won’t let EU break Northern Ireland – we didn’t let the IRA.” On this side of the Channel, Le Figaro: “Theresa May imposed” the deal, while Le Monde speaks of May’s “success.” The German daily Die Zeit reports the news with the comment of Foreign Minister Heiko Maas: “After months of uncertainty, we finally have a clear signal from Britain on how the leave could take place.” Frankfurter Allgemeine Zeitung:” The Brexit compromise agreement binds the British to the EU.” Spanish daily El Pais titles: ” Spain and UK must cooperate on Gibraltar under Brexit agreement”, explaining, “the protocol on Gibraltar creates a brand new cooperation framework between London and Madrid to address relations between the Rock and the surrounding Spanish territory.”

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