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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 48 min 4 sec ago

Gazzarra a Palazzo e umanità… al supermercato

Thu, 12/09/2019 - 00:00

“Colleghi, vi richiamo all’ordine! Non è questo il modo di intervenire! Rispettiamo il luogo in cui ci troviamo!”. Sono queste alcune delle frasi che ha ripetuto sin troppe volte il presidente Fico, quasi come un maestro che in classe i bambini non ascoltano più, mentre da una parte partivano scroscianti applausi e dall’altra si gridava: “Elezioni, elezioni!”. Uno spettacolo, quello della Camera dei deputati, andato in onda lunedì scorso – ma anche quello di martedì, in Senato, con lo stesso copione – che dovrebbe interpellare tutti noi, a cominciare dai nostri politici. Si ha un bel dire che è necessario introdurre di nuovo l’educazione civica nella scuola, quando i primi a non rispettare educazione e regole sono proprio i legislatori. “Le istituzioni non sono lo stadio – ha chiosato qualcuno – e anche alla Corrida si aspetta di fischiare solo quando il semaforo è verde”. Tuttavia, come spesso accade, il Paese reale è migliore di quello che si è visto e si sta vedendo in questi giorni sulla scena politica. Almeno, voglio tenacemente crederlo. Per rendersene conto è sufficiente, ad esempio, fare la spesa in un supermercato qualsiasi o in un qualsiasi negozio o al mercato della propria città. Trovo questo esercizio davvero molto efficace. Fare la spesa, in un certo modo, è come leggere un articolo o un saggio di antropologia e ha qualcosa da dire e insegnare a chiunque osservi, con un po’ di attenzione e di curiosità, quello che accade.
La cosa che mi colpisce di più è che ci sono tanti piccoli segni di umanità, che rincuorano e che fanno pensare che non è tutto perduto! Può capitare che, se fai la spesa in una zona vicino a casa, incontri persone che conosci e che è bello rivedere: persone che, magari, non vedi da un sacco di tempo e che si materializzano improvvisamente tra un corridoio e l’altro, tra un bancale di acqua e un espositore di biscotti, oppure durante l’attesa alla cassa. Ma penso anche alla signora che risponde con gentilezza alla tua domanda e ti svela dove si trovi il settore dedicato al latte e ai formaggi. Penso al commesso che ti sa dare – non so come faccia a ricordarle – tutte le informazioni sui tipi di pasta che sono esposti sugli scaffali. Penso ai tre bambini che si coordinano, da soli, per fare gli acquisti: il più grande con la lista della spesa della mamma e gli altri due, più piccoli, pronti ad eseguire le indicazioni del fratello maggiore… Poi – guarda un po’, fatto strano in tempi di rancore diffuso! – vedi anche gente che scherza e che ride: sono alcuni commessi e clienti che si fanno vicendevolmente delle battute simpatiche, distensive. E, se saluti l’addetta delle pulizie o qualche altra persona ai carrelli, vedi che questa pure ti risponde. Ci sono anche degli stranieri, di vari colori e provenienze, dall’Est Europa, all’Africa, sino all’Asia… Fanno la spesa, come te, e pensi che – al di là di tutti i dibattiti pro e contro immigrazione – anche loro hanno una famiglia e hanno le stesse esigenze fondamentali di ogni essere umano. Poi ti vien da pensare che anche loro, a partire da una semplice spesa, contribuiscono a far girare l’economia del nostro territorio. Certo, in ogni supermercato (come in qualsiasi altro negozio o mercato di paese), c’è pure dell’altro: ci sono persone scontrose e villane, come pure i furbetti e i delinquenti… C’è di tutto. Lo sappiamo. Ma c’è anche questo universo di relazioni positive che profumano di umanità. Ogni tanto credo sia bene che noi tutti – insieme ai nostri politici – ce lo ricordiamo: è un’ottima lezione di educazione civica.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Ed ora, buon lavoro!

Thu, 12/09/2019 - 00:00

Incassato il “sì” di Camera e Senato (qui con due voti in meno rispetto al precedente esecutivo), il secondo governo Conte – quello giallo-rosso – è nel pieno delle sue funzioni, anche se manca il completamento della pletora di sottosegretari, per la quale si sarebbe scatenata un’ulteriore “corsa alle poltrone” specie all’interno del pur sempre “distaccato” M5S. In realtà anche da questa corsa si può dedurre che il Movimento si sta, per così dire, “normalizzando”. Sperando tuttavia che la sua più vera “costituzionalizzazione”, dopo i tempi goliardici dell’anti-sistema, si caratterizzi per aspetti più positivi. Un preannuncio in tal senso fu senz’altro il voto determinante accordato alla presidente della Commissione europea: punto discriminante e premonitore dell’allontanamento dalla Lega e dell’avvicinamento al Pd. Ora però si tratta proprio di governare e, possibilmente, in modo meno conflittuale rispetto alla “prova” del Conte 1. Un Parlamento che sembrava senza maggioranze ragionevoli e che nel giro di pochi mesi ne ha invece espresse ben due di segno opposto, dovrà ora lavorare sodo per accreditarsi presso il popolo che lo elesse un anno e mezzo fa. Lo spettacolo offerto da Camera e Senato in occasione del voto di fiducia non è stato dei migliori, con la bagarre persistente delle opposizioni e i richiami reiterati dei presidenti spazientiti. Sta di fatto che, con la sorta di capriola realizzata dal presidente del Consiglio, il Conte bis ha ottenuto un insperato (o meglio ben cercato) favore dei mercati e dell’Europa, il che non depone necessariamente per la tesi di Salvini (che lo accusa di essere figlio dei poteri forti), ma invece apre prospettive positive per la nazione che si era vista prima chiudere parecchie porte. In particolare in Ue, dove l’Italia sembrava marginalizzata, il nuovo governo può giocare un ruolo chiave: presidenza del Parlamento europeo (David Sassoli) e posto prestigioso di Commissario all’economia (Gentiloni), insieme al più pienamente legittimato Conte – che ha già iniziato a intrecciare nuovi rapporti, a cominciare dall’incontro con Ursula von der Leyen – costituiscono basi, non illusorie ma significative, per un dialogo sicuramente più proficuo rispetto alle deleterie contrapposizioni della fase precedente. Si tratterà dunque di concordare con l’Ue (pur consapevoli della rigidità di alcuni partner) una maggiore flessibilità, del resto già delineata, a livello economico sul “patto di stabilità”, nonché una revisione – anche questa già annunciata – della Convenzione di Dublino per quanto riguarda l’immigrazione. Sono i due punti fondamentali che potrebbero dare una svolta alla situazione italiana e spuntare le armi ad un’opposizione accanita. Il lavoro più duro e duraturo dovrà poi essere fatto in Italia su tutti i 29 punti che dovranno passare dal generico al concreto. Non ci resta che augurare alla nuova squadra – per il bene di tutti – un buon cammino; mentre va suggerito a Lega e FdI che la loro attività di opposizione, certo decisa e doverosa, non travalichi i limiti, evitando quella delegittimazione dell’avversario che alla fine si ritorce contro tutti.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Aver cura dei più deboli fa bene a tutti

Thu, 12/09/2019 - 00:00

Il Centro Speranza di Fratta Todina da trent’anni organizza una “Camminata della speranza” pensata non tanto “per” ma “con” i disabili gravi, e le loro famiglie, che ogni giorno frequentano il Centro.
Nella presentazione dell’iniziativa alla stampa la parola che più è echeggiata è stata proprio “speranza”, e non solo perché è il nome del Centro voluto dalla beata Madre Speranza, fondatrice del santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza.
“Speranza” è, in realtà, quello che si respira nel racconto di chi opera con persone che fin dalla nascita hanno dei limiti fisici e psichici importanti e con il proprio lavoro riesce a far stare meglio il disabile e la sua famiglia.
“Dal Centro nessuno esce guarito, non facciamo miracoli, ma in questo Centro accogliamo e curiamo, e ci piace paragonarlo ad una Spa dove si va per stare meglio”. Il paragone sembra temerario, ma a farlo è madre Maria Grazia Biscotti, la religiosa delle Ancelle dell’Amore Misericordioso fondate da Madre Speranza, responsabile del Centro.
Il disabile, infatti, ripetono, “non è un malato, non ha una malattia da cui può guarire, perché la disabilità è una condizione”. E il disabile lì è una persona accolta e amata per quello che è.
Questo quotidiano accogliere persone che nella società“normale” sono indicate come “ultimi”, se non inutili, è un elemento di speranza per tutti, anche per i “normali” che spesso non si sentono amati per ciò che sono, sono messi sotto pressione per fare, apparire, competere…
E allora l’altra osservazione che dovremmo tenere presente è che una città o paese in cui i disabili possono muoversi in autonomia sulle strade e negli edifici perché non ci sono più barriere architettoniche, è una città sicura e vivibile anche per i “normali”.
Una sanità che mette al centro dei suoi protocolli la persona, con tutte le sue disabilità, è una sanità che mette al centro del sistema la persona e non le sue malattie, con beneficio anche dei “normali”.
E gli esempi potrebbero continuare per dire una cosa semplice, ma non scontata: la società che ha cura dei suoi membri più fragili è una società in cui tutti vivono meglio. Non è questione di soldi, di investimenti (o meglio, non solo) è questione anzitutto di cultura, di organizzazione, di modalità di approccio.
Infine, ma non ultimo, la disabilità che si acquisisce nel corso della vita è una condizione sempre più diffusa perché legata all’invecchiamento, e dunque potrebbe essere la condizione in cui ciascuno di noi potrebbe trovarsi.
Ragione in più per chiedere alla politica di mettere al centro dei programmi le persone, a cominciare dalle più fragili.

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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Eutanasia e suicidio assistito. Card. Bassetti: “La vita umana è intangibile. Urgente il dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali”

Wed, 11/09/2019 - 16:14

“Per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare”. Ne è convinto il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, intervenuto all’incontro di riflessione “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?” in corso questo pomeriggio a Roma per iniziativa del Tavolo famiglia e vita istituito presso la Cei, a pochi giorni dal 24 settembre, data dell’udienza della Corte costituzionale in materia.
“La via più percorribile – spiega il porporato – sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso”. Se si andasse nella linea della depenalizzazione, avverte, “il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito” con “una prevedibile moltiplicazione dei casi”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Tuttavia, chiosa il presidente della Cei, prima che sul reato di suicidio,

“i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni anticipate di trattamento”.

Per il porporato, la legge 219/2017 andrebbe rivista laddove comprende nutrizione e idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, “che in quanto tali possono essere sospesi”, andrebbero chiarite le circostanze stabilite per la sedazione profonda e “dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza”. Infine, andrebbe rafforzato il ricorso alle cure palliative.

Secondo il presidente della Cei,

l’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe “un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana,

secondo la quale ‘la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo’, il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile”, con “enormi conseguenze sul piano sociale”. Per Bassetti, “si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato”. Uno scenario devastante “nei passaggi difficili dell’adolescenza”, e che “indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto”. In una società nella quale “i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati”, il monito del porporato, “le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo”. Verrebbe inoltre trasformato il senso della professione medica, la sanità diventerebbe “a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno”. Di qui il richiamo all’insegnamento di Papa Francesco nel discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per la dottrina della fede, il 26 gennaio 2018:

“La vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Anche in caso di grave malattia, prosegue il cardinale, “darsi la morte” non è “una scelta di autentica libertà” e “non esiste un diritto” in tal senso. La Chiesa, da parte sua, è chiamata a far sentire “la propria voce senza timore”. La volontà di togliersi la vita, spiega, rivela piuttosto “una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso” per la famiglia e per la società ma, a ben vedere, “questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico”. Di qui un monito: “Svegliamoci dal cinismo economicista” e “circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere”. Il presidente della Cei respinge un presunto “diritto a darsi la morte” e sottolinea che la Chiesa deve “rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna”. Questi valori la Chiesa “deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese”. “Doveroso” e “atteso” dalla società “il contributo culturale dei cattolici”. Di qui, sottolinea Bassetti, “il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle associazioni”. “Al mondo della politica – conclude – assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico” affinché non si “smarrisca la dignità di ogni essere umano” né si ceda a “tentazioni selettive”. Infine l’auspicio che “la preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto”.

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Casa Santa Chiara a Padova: per malati oncologici e di Aids la grande paura è il dolore

Wed, 11/09/2019 - 16:09

Una casa per accompagnare le persone nelle ultime fasi della loro vita. Nata nel 1994 per accogliere i malati di Aids, dal 2006 casa Santa Chiara ha aperto le sue porte ai malati oncologici in fase terminale. 7 i posti letto, in convenzione con l’azienda Ulss 6, in questa struttura aperta a tutti in modo incondizionato. All’interno operano 21 professionisti affiancati da due medici, una psicologa, un sacerdote e due suore dell’ordine delle Terziarie francescane elisabettine. Suor Chiara e suor Lia non vivono nella casa ma ci passano molta parte del loro tempo. Nei loro sguardi e nelle loro parole si respira aria di un pratico infinito: “Quando arriva un nuovo ospite accogliamo la persona e la famiglia, perché in hospice arrivano tutti e due, uno per un verso, uno per l’altro – spiegano insieme – quindi ci prendiamo cura di chi soffre ma anche di chi gli sta accanto. Un lavoro in sinergia, fatto tante volte solo di sguardi e intese”.

Se il dolore fisico è la grande sfida, la giornata di chi opera in casa Santa Chiara trascorre con le “antenne” ben ritte.

“Consapevoli che la parte clinica del malato è garantita e seguita immediatamente – raccontano le due elisabettine – facciamo grande attenzione alla sfera spirituale. Se accanto al malato c’è una mamma, un marito, una moglie, un figlio, il dolore è totale. Lo ‘stare male’ di cui si lamentano i nostri ospiti è uno stato di sofferenza legato al sentire che la vita e le energie se ne vanno. Una persona tecnicamente non sa che sta morendo, ma matura una consapevolezza delle tappe che qualcuno riesce anche ad esplicitare. Noi abbiamo poco da fare e molto da stare, per usare un gioco di parole”. L’ingresso in Casa Santa Chiara è regolato da una convenzione stipulata con l’Azienda Ulss 6. Sette posti di hospice e sette per i malati di Aids, liste d’attesa gestite dal Cot, la centrale operativa territoriale dell’azienda. Attualmente stanno aspettando un posto quindici persone. “Spesso i familiari – precisano suor Chiara e suor Lia – accompagnano il loro caro con un senso di colpa per non essere riusciti a tenerlo a casa, soprattutto se si tratta di persone giovani. Qui però si riesce a vivere la ricchezza della relazione anziché doversi occupare di tutta la parte medica e infermieristica che alimenta grande ansia e preoccupazione. In questo momento i nostri ospiti hanno tra i sessanta e gli ottant’anni, ma abbiamo avuto un periodo con persone molto giovani”.

Un accompagnamento discreto e non confessionale, nonostante la presenza delle due suore e del sacerdote. “Non proponiamo l’unzione degli infermi – raccontano suor Chiara e suor Lia – per non invadere una sfera personale. Sono le persone a chiederla.

Siamo molto attente alla dimensione della spiritualità e lo è anche il sacerdote che opera con noi.

Le persone la esprimono in molti modi. Abbiamo avuto giramondo che hanno fatto una vita di viaggi approcciandosi alle religioni orientali, persone senza fissa dimora, alcune badanti straniere che non avevano alcun familiare vicino. Nell’accoglienza privilegiamo, e questo è scritto nella convenzione, persone senza rete sociale o con una rete sociale insufficiente”. Un lavoro di relazione che chiede molto anche agli operatori, che per questo ogni due settimane si incontrano con una psicologa/psicoterapeuta per una supervisione.

I ricordi di suor Chiara e suor Lia vanno ai volti di tante persone, ognuna delle quali ha lasciato un segno: un ospite che ha voluto ricevere l’unzione degli infermi con tutta la famiglia e con la figlia che aveva appena fatto la prima comunione, una donna che ha chiesto di pregare con lei perché non ricordava le parole, la pietà ricca di simboli dipinta nella loro chiesa da un malato.

Più della morte fa paura il dolore.

“La morte è un passaggio che distilla la vita – concludono suor Chiara e suor Lia – e ci porta ad affidarci. Ogni situazione è una palestra. Quello che si teme è il dolore. Se il familiare vede il suo caro dormire nel letto non desidera che se ne vada. La sofferenza fisica è insopportabile da affrontare e si desidera porvi fine. Su questo tema i dubbi etico-morali sono tanti. Si vivono momenti delicatissimi che noi cerchiamo di superare con il dialogo continuo con la famiglia, informando e parlando molto con il paziente, se è in grado, e con chi gli è accanto”.

(*) “La Difesa del Popolo” (Padova)

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What is happening in Hong Kong? An analysis of the protests and the international situation

Wed, 11/09/2019 - 10:10

Is smashing a window in Hong Kong any different from doing it in Paris? It is for a certain school of thought of Western media: the French “casseurs” have an air of hooliganism, while Asia’s insurgents are the emblems of freedom, human rights and the like. The same happened in the past with the “Arab Spring”, with the protests in Venezuela; and more recently with the demonstrations during the municipal elections in Moscow… We should perhaps be more aware of the fact that information, and the manipulation of information, are part of politics – especially when it comes to making a massive impact on public opinion.

The extradition law that spawned last spring’s protests has been withdrawn. Governor Carrie Lam’s position appears to be watered down further: the people of Hong Kong continue to see her as an obliging executor of orders from Beijing; and promises of new investments in “social spending” have not sufficed to defuse the uprisings.

The reasons for the protests in Hong Kong are complex. First of all, there is a delicate balance in a territory “without a future.” In fact, following the transfer of the sovereignty to the People’s Republic in 1997, the next deadline is 2047, with the full handover of the former colony to mainland China. In the first 22 years of implementation of the “One country, two systems” agreement, Hong Kong continued to grow: its gross domestic product per capita was USD 46,109 (Italy’s was USD 32,000, France’s USD 39,000 and the People’s Republic USD 8,643: 2018 figures from the International Monetary Fund). But there are major inequalities: 20% of the population of the former colony live below the poverty line. Indeed, the poor are not the ones who are protesting, but the bourgeoisie, who see their prosperity threatened, not so much because of the “interference” of the People’s Republic as because of the changed international economic scenario. When the “poor” took to the streets, like the Filipino women coming to Hong Kong as maids, hundreds of thousands of them, nobody thought of addressing the issue – in the Western world and in the Eastern world alike.

The many billionaires (in US dollars) and the vast financial milieu of the island seem to be more concerned about the island’s trade and financial global ranking than about the “freedoms” and the human rights of its 7 million inhabitants. When they were subjects (never citizens) of the British Crown, the possibilities of unlimited enrichment were guaranteed, and no one protested… In 1997, 27% of commercial transactions to and from the People’s Republic passed through Hong Kong: today, this percentage has dropped to 3%; Shanghai’s financial market has grown at exponential rates. Shenzhen – the satellite city built from nothing on the border of the New Territories – has absorbed a large part of the manufacturing process. This is where, inter alia, the head office of Huawei, the Chinese mobile phone giant, is located.

Hong Kong is fragile also as a result of current international politics. The former colony is a pawn, and not the least important, in the global confrontation between China and the United States: a challenge that is equally of an economic and financial, geopolitical and military nature, where neither of the two superpowers seems willing to recognize that the bottom line is the growing interdependence of the two systems. There is the question of US Government debt, almost half of which is in the hands of Chinese investors (i.e. the government of the People’s Republic). Similarly, Beijing is attempting to maintain “double-digit” economic growth even when world markets appear to be saturated with Chinese products and global demand is decelerating. Thus Beijing applies these sovereign State rules that the United States has adopted for decades, and that were previously the prerogative of the European powers: to devalue its currency inorder to increase exports competitiveness. More specifically, Beijing has started to allow modifications in the yuan’s fixed parity rate, and fluctuating exchange rate has already brought some “respite” to the economic system. On top of this, there is the economic – and political – issue of the dollar. Since 1919 (or 1945, depending on the reasoning behind it) the US currency has been the main international trading currency: for example, the price of oil is referred to in dollars. For various reasons, the euro has failed to undermine its primacy (and thereby reap related benefits). However, Beijing might want to propose its own currency for this role. Or it could – the plan has been disclosed in the last few days – launch a digital sovereign currency, such as the ” Facebook Libra”, to replace the dollar in international payments… The weight and scope of these issues help explain the extent of the US President’s media frenzy, and China’s corresponding silence…

Territorial disputes are another sensitive issue. Since the 1958 crises, the United States has been formally committed to guaranteeing the freedom and independence of Taiwan and the other small islands, which are very close to the coast of mainland China; and Taiwan has virtually unlimited military forces. The People’ s Republic of China has also been playing a delicate game of territorial claims in the South China Sea, notably with regard to the Paracel Islands, also claimed by Vietnam and the Philippines. The disputes have been ongoing for decades, but from one day to the next they could become a pretext for anyone who wished to take advantage of diplomatic weakness. Thanks to Trump, the world has lost touch with multilateralism and with a supranational vision of the problems, relying on “bilateral agreements” that have not yet yielded great results: neither in the Middle East nor in Afghanistan, nor in the confrontation with North Korea. Not to mention Iran.

How is Hong Kong involved in these scenarios? The island and the New Territories are present in each of these scenarios; at the moment they appear to be the ground where indirect clashes of global policies and financial interests can be conducted without too much collateral damage. If the new Cold War is mainly economic, Hong Kong is indeed – unfortunately – the ideal battlefield.

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Cosa succede a Hong Kong? Un’analisi delle proteste e della situazione internazionale

Wed, 11/09/2019 - 10:10

Spaccare una vetrina a Hong Kong è diverso che farlo a Parigi? Per una certa scuola mediatica occidentale sì, certamente: i “casseurs” francesi profumano di teppismo, mentre chi insorge in Asia è un portabandiera delle libertà, dei diritti umani, ecc. Nel passato è stato così anche per le “primavere arabe”, per le proteste in Venezuela; e ancor più recentemente per le manifestazioni in occasione delle elezioni amministrative a Mosca… Forse dovremmo ricordare più sovente che l’informazione, e la manipolazione dell’informazione, fanno parte della politica – soprattutto quando si tratta di incidere in modo massiccio sull’opinione pubblica.

La legge sull’estradizione che aveva dato origine alle proteste, la primavera scorsa, è stata ritirata. La posizione della governatrice Carrie Lam appare ulteriormente indebolita: la gente di Hong Kong continua a vedere in lei una esecutrice obbediente di ordini che vengono da Pechino; e non sono certo bastate le promesse di nuovi investimenti nel “sociale” a raffreddare il clima delle proteste.

Le ragioni delle manifestazioni a Hong Kong sono, però, più complesse. C’è, prima di tutto, l’equilibrio fragile di un territorio “senza futuro”: dopo il ritorno sotto la sovranità della Repubblica popolare nel 1997 la prossima scadenza è il 2047, quando l’ex colonia dovrebbe tornare integralmente a far parte della Cina continentale. Nei primi 22 anni di applicazione dell’accordo “un Paese, due sistemi” Hong Kong ha continuato a crescere: il suo Prodotto interno lordo pro capite è di 46.109 dollari americani (l’Italia è a 32 mila, la Francia a 39 mila; e la Repubblica popolare a 8.643: dati 2018 del Fondo Monetario Internazionale). Ma le disuguaglianze sono enormi: il 20% della popolazione dell’ex colonia vive sotto la soglia di povertà. E non sono i poveri a protestare, piuttosto i borghesi che vedono messa a rischio la propria prosperità, non tanto a causa delle “ingerenze” della Repubblica popolare quanto per il mutato contesto economico internazionale. E quando vi furono le manifestazioni dei “poveri”, come le donne filippine che a Hong Kong vengono a fare le domestiche, a centinaia di migliaia, a nessuno venne in mente di parlarne – in Occidente come in Oriente.

Dal punto di vista dei numerosi miliardari (in dollari americani) e del vasto milieu finanziario, più che le “libertà” e i diritti umani dei 7 milioni di abitanti sembra pesare il posizionamento dell’isola ai vertici mondiali del commercio e della finanza. Quando erano sudditi (mai cittadini) della Corona britannica le possibilità di arricchimento illimitato erano garantite, e nessuno protestava… Nel 1997 il 27% delle transazioni commerciali da e per la Repubblica popolare passava per Hong Kong: oggi questa percentuale si è ridotta al 3%; la piazza finanziaria di Shanghai è cresciuta in modo esponenziale. E la stessa Shenzen, la città satellite costruita dal nulla al confine dei Nuovi Territori, ha acquisito gran parte delle lavorazioni manifatturiere – qui si trova, per esempio, la sede principale di Huawei, il colosso cinese della telefonia cellulare.

Hong Kong è fragile, poi, a causa del particolare momento della politica internazionale. L’ex colonia è una pedina, e non la meno importante, del confronto globale fra Cina e Stati Uniti: una partita che è insieme economica e finanziaria, geopolitica e militare. E in cui nessuna delle due superpotenze sembra pronta a prendere atto che il dato di fondo è la crescente interdipendenza fra i due sistemi. C’è la questione del debito pubblico americano, che quasi per metà è in mano ad investitori cinesi (cioè al governo della Repubblica popolare); così come ci sono i tentativi di Pechino di continuare a mantenere una crescita economica “a due cifre” anche quando i mercati mondiali appaiono saturi di prodotti cinesi e la domanda globale rallenta. Così Pechino applica quelle regole da Stato sovrano che gli Stati Uniti adottano da decenni, e che prima di loro furono proprie delle potenze europee: svalutare, per rendere competitive le esportazioni. In specifico, Pechino ha già cominciato a uscire dalla parità fissa per lo yuan, e la sola fluttuazione permette di “respirare” all’intero sistema economico. C’è poi, sul piano economico ma politico insieme, la questione del dollaro. Dal 1919 (o dal 1945, a seconda di come si voglia ragionare) la moneta americana è il principale strumento di scambio internazionale: in dollari è nominato, per esempio, il prezzo del petrolio. L’euro non è riuscito, per vari motivi, a scalzare questo primato (e a incassarne i relativi vantaggi). Ma Pechino potrebbe provare a candidare la propria moneta per questo ruolo. O potrebbe – la proposta è stata fatta uscire in questi giorni – lanciare una valuta virtuale sovrana, come la “libra” di Facebook, per sostituire il dollaro nei pagamenti internazionali… Il peso e la portata di tali questione aiutano a comprendere il grande agitarsi mediatico del presidente americano, e il simmetrico silenzio cinese…

Le questioni territoriali sono un altro capitolo caldo. Gli Stati Uniti, fin dalle crisi del 1958, sono formalmente impegnati a garantire la libertà e l’indipendenza di Taiwan e delle altre piccole isole, vicinissime alla costa della Cina continentale; e a Taiwan dispongono di forze militari praticamente illimitate. Nello stesso Mar Cinese meridionale, per altro, la Repubblica popolare ha avviato una delicata partita di rivendicazioni territoriali, in particolare sulle isole Paracelso, contese anche da Vietnam e Filippine. I contenziosi sono aperti da decenni: ma possono diventare da un giorno all’altro pretesto per chiunque volesse approfittare della fragilità diplomatica. Grazie a Trump il mondo ha perso di vista il multilateralismo e una visione sovranazionale dei problemi, per affidarsi invece ad “accordi bilaterali” che, per adesso, non hanno fruttato grandi risultati: né in Medio Oriente né in Afghanistan, né nel confronto con la Corea del Nord. E ancor meno con l’Iran.

Che c’entra Hong Kong con questi scenari? L’isola e i Nuovi Territori sono presenti in ciascuno di essi; e in questo momento sembrano essere il terreno su cui lo scontro indiretto delle politiche globali e degli interessi finanziari possono essere celebrati senza troppi danni collaterali. Se la nuova guerra fredda è soprattutto economica, la piazza di Hong Kong è davvero – purtroppo – il campo di battaglia ideale.

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Restiamo umani. Sempre

Wed, 11/09/2019 - 00:00

L’uscita di scena del governo giallo-verde dovrebbe (speriamo di poter usare presto il passato prossimo) portare alla revisione dei cosiddetti “decreti sicurezza”, provvedimenti simbolo del sovranismo salviniano. Speriamo così di non dover più assistere agli spettacoli disumani di porti chiusi e di navi cariche di povericristi che attendono, di poter attraccare. Ci auguriamo che, dopo aver attraversato ed essere sopravvissuti ad ogni sorta di disumanità, questi profughi non debbano più implorare un po’ di umanità per toccare la terra italica.
Di fronte a questa deriva che ha negato e umiliato ripetutamente la dignità di centinaia di bambini, donne, uomini in cerca, semplicemente (si fa per dire), di un futuro, se possibile anche migliore, in questi mesi ci siamo mobilitati in tanti al grido “Restiamo umani”.
Queste sono quelle situazioni tipiche in cui si deve prendere posizione. Anche il nostro giornale ha dato ripetutamente voce a chi non ha voce e a chi si è dato da fare per chi non ha voce.
Ma ora non è finita.
Guai abbassare la guardia e disperdere quella consapevolezza che certe assurdità hanno contribuito ad alimentare circa la soglia sotto la quale si tocca la disumanità, si calpesta uno dei principi fondamentali sul quale si fonda la nostra società liberale e democratica. L’essere umani, il riconoscere nell’altro un valore intangibile, non è (o non dovrebbe essere) né di destra, né di sinistra. Per questo “la buona battaglia” va continuata.
Basta porti chiusi dunque.
Ma anche basta pullman che “scaricano” i profughi in qualcuno dei nostri Comuni (senza che i sindaci non fossero neanche informati) come avveniva ai tempi del Governo Renzi.
Basta un’Europa colpevolmente inerme.
Non basta, dunque, cancellare l’assurdità dei decreti sicurezza per ripristinare l’umanità.
Il governo giallo-rosso è atteso a una prova di efficienza e lungimiranza. L’accoglienza diffusa si era dimostrata una risposta intelligente, sostenibile, rassicurante per le nostre comunità. Lo Sprar che il ministro Salvini ha cercato di smantellare va ripensato e riattivato. Va sviluppata una politica estera degna di questo nome nei confronti dei Paesi africani, non barattando l’impegno a trattenere i potenziali migranti in luoghi assolutamente disumani in cambio di qualche soldo.
Vogliamo credere che la buona battaglia per rimanere umani, portata avanti anche da diversi ambienti cattolici, continui, senza sconti.
Da parte nostra assicuriamo che questo impegno e questa vigilanza continueranno perché è questione di civiltà che, ripetiamo, non ha colore politico. Anzi, vorremmo impegnarci a contribuire ad alzare il livello di attenzione rispetto a ciò che nel nostro Paese è disumano, a ciò che nega la dignità di una donna o di un uomo.
Purtroppo, infatti, non ci sono solo le condizioni disumane in cui si trovano tanti profughi e migranti. Ci sono anche le condizioni dei carcerati che vivono situazioni di permanente sovraffollamento in condizioni non tollerabili per un Paese civile.
Ancora, ci sono le condizioni gravissime in cui vivono tanti Rom, in campi che rimangono delle bombe sanitarie a cielo aperto.
Ancora ci sono i lavoratori schiavizzati (anche italiani) che devono sottostare alla violenza del caporalato e della delinquenza organizzata.
Tutto questo è disumano e per questo inaccettabile.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Dalla vita al cinema

Wed, 11/09/2019 - 00:00

Dalla vita alla libreria e ora al cinema: due belle storie nate in Veneto si apprestano a girare l’Italia. Lo avevano in parte fatto quando, ciascuna per la sua strada, erano state scritte. Adesso sono sbarcate entrambe al Festival del Cinema di Venezia come film. Due storie da libro cuore ma vere e vicine.
La prima è quella di una famiglia nella quale arriva il quarto figlio. I genitori lo annunciano ai fratelli vestendo di specialità la sua diversità, tanto che a casa i bambini lo credono un alieno. La storia è nata da un racconto scritto per la scuola da Giacomo, il fratello grande di Giovanni nato con la sindrome di Down. Il testo è talmente disarmante, insolito e divertente, che lo incoraggiano a farne un libro. E a diciannove anni Giacomo Mazzariol pubblica “Mio fratello rincorre i dinosauri” (Einaudi, 2016). Un caso editoriale da 150mila copie e centinaia di presentazioni nelle scuole, merito di una penna fresca e leggera quanto della verità che gronda dalle sue pagine. Anche dure – Giacomo, vergognandosi di quel fratellino troppo strano per un periodo ha pure finto che fosse morto – ma autentiche come poche. Con lo stesso titolo il cinque settembre è stato presentato il film: regia di Stefano Cipani, interpreti Alessandro Gassman e Isabella Ragonese. La storia mette al centro come ci si sente a vivere con un fratello Down. Tra il riso e il pianto, Giacomo matura la convinzione: sì, la spiegazione dei suoi era stata la migliore possibile e suo fratello è davvero l’essere più speciale che lui abbia mai conosciuto.
La seconda storia è quella scritta da Fulvio Ervas col titolo “Se ti abbraccio non avere in paura” (Marcos Y Marcos editore, 2012). Racconta la vicenda di Franco, un padre coraggio che, come un nuovo cavaliere dalle imprese impossibili, parte dalla sua Castelfranco per l’America per un giro in moto di tre mesi con Andrea, figlio ventenne bellissimo e inarrivabile, chiuso dalla corazza dell’autismo, che lui cerca in ogni modo di forzare. Come libro ha vinto un sacco di premi, ora con il titolo “Tutto il mio folle amore” è un film che vanta la regia di Gabriele Salvatores.
Sono due storie belle in sé che ricordiamo perché, per chi vive come noi tra Veneto e Friuli, non rappresentano che la punta di un iceberg familiare: la cura e la dedizione alla disabilità sono di casa. Autismo e Pordenone sono legate: qui c’è un centro che è stato il primo per la diagnosi a livello nazionale e ancora è una fucina di sperimentazione e amore. Lo stesso dicasi per la sindrome di Down: la città è stata pioniera dell’autonomia abitativa grazie ai ragazzi della Casa al Sole.
E poi ci sono le tante realtà sparse nel territorio: dalla Cjasa Luna di San Giovanni al Piccolo Principe di Casarsa, da Il Gabbiano Jonathan di Fossalta a Il Ponte di Ghirano, solo per dirne alcune. Quanto bene si compie ogni giorno senza libri e senza film.
Ma i film sono i benvenuti se sensibilizzano chi deve stanziare fondi e aiuti, indispensabili a supportare esistenze più fragili ma non meno ricche che, al momento, sono spesso lasciate alle sole forze delle famiglie, luoghi dove simili miracoli possono ancora accadere.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Si parte…

Wed, 11/09/2019 - 00:00

Partiti. La campanella è tornata a suonare per gli studenti del Piemonte, e in questi giorni riprenderà in tutte le scuole d’Italia. Un nuovo anno, per tanti la continuazione di un percorso con compagni di viaggio che sono ormai amici, volti familiari, per altri l’inizio di qualcosa di nuovo, con tutto il carico di emozione, eccitazione, ma anche magari con qualche timore. L’inizio di scuola è uno di quei momenti che ti muovono dentro, scandiscono la vita, ti segnano e che già sai che ricorderai a lungo. C’è l’attesa, la voglia di camminare, a volte di anticipare le tappe o intuirne già il risultato finale. E ci sono pure le fatiche, un po’ di competizione, qualche delusione pronta dietro l’angolo. Come nella vita. Perché la scuola è specchio della vita. Una grande responsabilità, per chi sta dietro il banco, per chi è alla cattedra… e anche per chi è a casa, la famiglia. Il materiale umano protagonista di questo processo è delicato, va maneggiato con cura. Non si tratta soltanto di instillare nozioni, formule e contenuti come si farebbe in un tutorial su youtube. C’è il rapporto umano. Prima di tutto. In un mondo che ti obbliga a vivere in un clima di costante lotta a chi sgomita di più, dove chi urla ha ragione e chi è più furbo è un vincente, tutti coloro che si occupano di formazione, famiglia e scuola in primis, hanno il compito di non perdere di vista la persona. Competitività e risultato sì, ma anche gestione delle sconfitte, valore della fatica, attenzione a chi resta indietro. C’è tanto da lavorare. Buona scuola a tutti, qualsiasi ruolo abbiate in questo percorso.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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Papa Francesco in Mozambico, Madagascar e Mauritius. La conferenza stampa in volo

Tue, 10/09/2019 - 21:01

Papa Francesco, due ore e mezza dopo il decollo del volo Air Madagascar da Antananarivo a Roma, ha incontrato i giornalisti al seguito e si è intrattenuto con loro per circa un’ora e mezza rispondendo alle loro domande. Riportiamo la trascrizione di VaticanNews.

Julio Mateus Manjate (Noticias, Mozambico)
Nel passaggio in Mozambico lei si è riunito con il presidente della Repubblica e con i due presidenti dei due partiti presenti in Parlamento. Mi piacerebbe sapere qual è la sua aspettativa per il processo di pace, e quale messaggio vorrebbe lasciare al Mozambico. E due commenti veloci su due fenomeni: la xenofobia che c’è in Africa e l’impatto delle reti sociali nell’educazione dei giovani.

Il primo punto sul processo di pace. Oggi si identifica il Mozambico con un lungo processo di pace che ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, ma alla fine sono riusciti a concluderlo con un abbraccio storico. Io mi auguro che questo vada avanti e prego per questo. Invito tutti a fare uno sforzo affinché questo processo di pace vada avanti. Perché tutto si perde con la guerra, tutto si guadagna con la pace, ha detto un Papa prima di me (Pio XII, ndr). Questo è chiaro, non bisogna dimenticarlo. È un processo di pace lungo perché ha avuto una prima tappa, poi si è interrotto, poi un’altra… E lo sforzo dei capi di partiti contrari non dire nemici è di andare l’uno incontro all’altro. È uno anche sforzo pericoloso, rischiavano la vita alcuni, ma alla fine si è arrivati alla conclusione. Io vorrei ringraziare in questo processo di pace tutta la gente, tutta la gente che ha dato un aiuto. A cominciare dal primo, che ha iniziato con un caffè… C’era gente lì, c’era un sacerdote della Comunità di Sant’Egidio, che sarà fatto cardinale il prossimo 5 ottobre (monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna ndr). E poi con l’aiuto di tanta gente, anche della Comunità di Sant’Egidio, sono arrivati a questo risultato, Noi non dobbiamo essere trionfalistici in queste cose. Il trionfo è la pace. Noi non abbiamo il diritto di essere trionfalistici, perché la pace ancora è fragile nel tuo Paese, come nel mondo è fragile. La si deve trattare come si trattano le cose appena nate, come i bambini, con molta, molta tenerezza, con molta delicatezza, con molto perdono, con molta pazienza, per farla crescere e che sia robusta. È il trionfo del Paese: la pace la pace è la vittoria del Paese, dobbiamo capire questo…. E questo vale per tutti i Paesi, che si distruggono con la guerra. Le guerre distruggono, fanno perdere tutto. Io mi dilungo un po’ su questo tema della pace perché ce l’ho a cuore. Quando alcuni mesi fa c’è stata la celebrazione dello sbarco in Normandia, si è vero c’erano i capi dei governi a fare memoria di quello che era l’inizio della fine di una guerra crudele, anche di una dittatura antiumana e crudele come il nazismo e il fascismo… ma su quella spiaggia sono rimasti 46 mila sodati, è il prezzo della guerra. Confesso che quando sono andato a Redipuglia per la commemorazione della Prima Guerra mondiale io ho pianto: “Per favore mai più la guerra!”. Quando sono andato ad Anzio a celebrare il giorno dei defunti, nel cuore sentivo che dobbiamo creare questa coscienza: le guerre non risolvono niente, anzi fanno guadagnare le persone che non vogliono (la pace) dell’umanità. Scusatemi per questa appendice ma dovevo dirlo davanti a un processo di pace, per il quale prego e farò di tutto perché vada avanti e vi auguro che cresca con forza.
Secondo punto, il problema della gioventù. L’Africa è un continente giovane, ha vita giovane, se noi facciamo il paragone con l’Europa, ripeterò quello che ho detto a Strasburgo: la madre Europa è quasi diventata la “nonna Europa”. È invecchiata, stiamo vivendo un inverno demografico gravissimo in Europa. Ho letto – non ricordo di quale Paese, ma si tratta di una statistica ufficiale del governo – che nel 2050 in quel Paese ci saranno più pensionati che gente che lavora, questo è tragico. Qual è l’origine di questo invecchiamento dell’Europa? Io, è un’opinione personale, penso che il benessere sia alla radice. Attaccarsi al benessere – “Ma, stiamo bene, non faccio figli perché devo comprare la villa, devo fare turismo, sto bene così, un figlio è un rischio, non si sa mai…”. Benessere e tranquillità ma è un essere che ti porta a invecchiare. Invece l’Africa è piena di vita. Ho trovato in Africa un gesto che avevo trovato nelle Filippine e a Cartagena in Colombia. La gente che alzava in alto i bambini come a dire “questo è il mio tesoro, questa è la mia vittoria, il mio orgoglio”. È il tesoro dei poveri, il bambino. Ma è il tesoro di una patria, di un Paese. Lo stesso gesto l’ho visto in Europa orientale, a Iasci, soprattutto quella nonna che faceva vedere il bambino: questo è il mio trionfo… Voi avete la sfida di educare questi giovani e di fare leggi per questi giovani, l’educazione in questo momento è prioritaria nel tuo Paese. È prioritario che si cresca avendo delle leggi sulla formazione. Il primo ministro di Mauritius mi aveva parlato di questo. Diceva di avere in mente la sfida di far crescere il sistema educativo gratuito per tutti. La gratuità del sistema educativo: è importante perché ci sono centri educativi di alto livello, ma a pagamento. I centri educativi ci sono in tutti i Paesi ma vanno moltiplicati perché l’educazione arrivi a tutti. Le leggi sull’educazione e la salute in questo momento sono la priorità lì.
Terzo punto, la xenofobia. Ho letto sui giornali di questo della xenofobia, ma non è un problema solo dell’Africa. È una malattia umana, come il morbillo… È una malattia che entra in un Paese, entra in un continente, e mettiamo muri. Ma i muri lasciano soli quelli che li fabbricano. Sì, lasciano fuori tanta gente, ma coloro che rimangano dentro i muri rimarranno soli e alla fine della storia sconfitti per via di grandi invasioni. La xenofobia è una malattia. Una malattia “giustificabile” ad esempio per mantenere la purezza della razza, tanto per nominare una xenofobia del secolo scorso. E tante volte le xenofobie cavalcano l’onda dei populismi politici. Ho detto la settimana scorsa, o l’altra, che delle volte in alcuni posti sento fare discorsi che somigliano a quelli di Hitler nel ’34. È come se in Europa ci fosse un pensiero di ritorno.
Ma anche voi in Africa avete un problema culturale che dovete risolvere. Ricordo di averne parlato in Kenya, il tribalismo. Lì ci vuole un lavoro di educazione, avvicinamento fra le diverse tribù per creare una nazione. Abbiamo commemorato il 25.mo della tragedia del Rwanda poco tempo fa: è un effetto del tribalismo. Ricordo in Kenya, nello stadio, quando ho chiesto a tutti di alzarsi e darsi la mano e dire “no al tribalismo, no al tribalismo…” Dobbiamo dire no. Si tratta di una chiusura. E c’è anche una xenofobia domestica, ma comunque una xenofobia. Si deve lottare contro questo: sia la xenofobia di un Paese verso l’altro, sia la xenofobia interna, che nel caso di alcuni luoghi dell’Africa e con il tribalismo porta alla tragedia come quella del Rwanda.

Marie Fredeline Ratovoarivelo (Radio Don Bosco, Madagascar)
Lei ha parlato dell’avvenire dei giovani durante la sua visita apostolica, io penso che la fondazione di una famiglia è molto importante per il futuro. I giovani in Madagascar i giovani vivono in situazioni di famiglia molto complesse, a causa della povertà. Come può la Chiesa accompagnare i giovani di fronte al fatto che i suoi insegnamenti sono considerati superati e di fronte rivoluzione sessuale di oggi?

La famiglia certamente ha la responsabilità dell’educazione dei figli. È stato toccante il modo di esprimersi dei giovani del Madagascar, lo abbiamo visto anche in Mauritius e pure con i giovani del Mozambico dell’incontro interreligioso per la pace. Dare dei valori ai giovani, farli crescere. In Madagascar il problema della famiglia è legato al problema della povertà, alla mancanza di lavoro e tante volte anche allo sfruttamento del lavoro. Per esempio, nella cava di granito gli operai guadagnano un dollaro e mezzo al giorno… Sono fondamentali le leggi che tutelano il lavoro e la famiglia. E anche i valori familiari, che ci sono ma tante volte poi vengono distrutti dalla povertà: non i valori ma il poterli trasmettere e portare avanti l’educazione dei giovani. Abbiamo visto in Madagascar l’opera di Akamasoa, il lavoro che si fa con i più piccoli perché possano crescere in una famiglia che non è quella naturale, sì, ma è l’unica possibilità Ieri in Mauritius, dopo la Messa, ho trovato monsignor Rueda con un poliziotto, alto, grande, che teneva per mano una bambina, aveva due anni più o meno. Si era persa e piangeva perché non si trovavano i genitori. Era stato dato l’annuncio e intanto il poliziotto la accarezzava e lì ho visto (capito) il dramma di tanti bambini e giovani a cui capita di perdere il legame familiare benché vivano in una famiglia – in questo caso si era trattato di un incidente soltanto. E anche il ruolo dello Stato per proteggerli e portarli avanti. Lo Stato deve prendersi cura della famiglia, dei giovani. E è un dovere dello Stato, un dovere portarli avanti. Poi, ripeto, per una famiglia avere un figlio è un tesoro. E voi avete questa coscienza, avete la coscienza del tesoro. Ma adesso è necessario che tutta la società abbia la coscienza di far crescere questo tesoro, per far crescere il Paese, far crescere la patria, far crescere i valori che daranno sovranità alla patria. Una cosa dei bambini che mi ha colpito in tutti e tre i Paesi è che la gente salutava. Cerano bambini piccolini che pure salutavano, erano nella gioia. Ma sulla gioia vorrei parlare dopo.

Jean Luc Mootoosamy (Radio One, Mauritius)
Il Primo ministro delle Mauritius l’ha ringraziata per la sua preoccupazione per la sofferenza dei nostri concittadini che sono stati costretti ad abbandonare il proprio arcipelago dal Regno Unito dopo l’illecito separazione di questa parte del nostro territorio prima dell’indipendenza. Oggi sull’isola di Diego Garcia c’è una base militare americana. Santo Padre, i chagossiani in esilio forzato da cinquant’anni vogliono tornare alla loro terra e le rispettive amministrazioni di Stati Uniti e Regno Unito non permettono che questo accada nonostante ci sia una risoluzione delle Nazioni Unite del maggio scorso. Come può lei sostenere la volontà dei chagossiani e aiutare il popolo di Chagos a tornare a casa?

Io vorrei ripetere ciò che dice la Dottrina della Chiesa su questo. Le organizzazioni internazionali, quando noi le riconosciamo e attribuiamo loro la capacità di giudicare su scala mondiale – pensiamo al tribunale internazionale dell’Aja o alle Nazioni Unite – nel momento i cui fanno delle affermazioni se siamo un’umanità (un consesso civile) abbiamo il dovere obbedire. È vero che non sempre le cose che sembrano giuste per tutta l’umanità lo saranno per le nostre tasche, ma si deve obbedire alle istituzioni internazionali, per questo sono state create le Nazioni Unite, sono stati creati i tribunali internazionali. Poi c’è un altro fenomeno che però, lo dico chiaramente, non so se ha attinenza con questo caso. Quando arriva una liberazione di un popolo (un popolo ottiene l’indipendenza) e lo Stato dominante deve andare via – in Africa si sono verificati molti processi di indipendenza, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dall’Italia, tutti hanno dovuto lasciare, alcune sono maturate bene – ma in tutti c’è sempre la tentazione di andarsene con qualcosa in tasca: sì io dò la libertà a questo popolo ma qualche briciola me la porto… Do la libertà al Paese ma dal pavimento in su, il sottosuolo rimane mio. È un esempio, non so se è vero, ma per dire: sempre c’è quella tentazione… Io credo che le organizzazioni internazionali debbano fare un processo di accompagnamento, riconoscendo alle potenze dominanti quello che hanno fatto a quel Paese e riconoscendo la buona volontà di andare via e aiutandoli a lasciare totalmente, con libertà, in spirito di fratellanza. È un lavoro culturale lento dell’umanità e in questo le istituzioni internazionali ci aiutano tanto, sempre, e dobbiamo andare avanti rendendo forti le istituzioni internazionali: le Nazioni Unite che riprendano bene il loro ruolo, che l’Unione Europa sia più forte, non nel senso del dominio, ma nel senso della giustizia, della fratellanza, della unità per tutti. Questo credo sia una delle cose importanti. E c’è un’altra cosa che io vorrei approfittare per dire dopo il suo intervento. Oggi non ci sono colonizzazioni geografiche – almeno non tante… ma ci sono colonizzazioni ideologiche, che vogliono entrare nella cultura dei popoli e cambiare quella coltura e omogeneizzare l’umanità. È l’immagine della globalizzazione come una sfera, tutti i punti equidistanti dal centro. Invece la vera globalizzazione non è una sfera, è un poliedro dove ogni popolo conserva la propria identità ma si unisce a tutta l’umanità. Invece la colonizzazione ideologica cerca di cancellare l’identità degli altri per farli uguali e ti vengono con proposte ideologiche che vanno contro la natura di quel popolo, la storia di quel popolo, contro i valori di quel popolo. E dobbiamo rispettare l’identità dei popoli, questa è una premessa da difendere sempre. Va rispettata l’identità dei popoli e così cacciamo via tutte le colonizzazioni.

Prima di dare la parola a EFE – che è privilegiata, è “vecchia”, ha 80 anni – io vorrei dire qualcosa di più sul viaggio che mi ha colpito tanto. Del tuo Paese mi ha colpito tanto la capacità di la capacità di unità interreligiosa, di dialogo interreligioso. Non si cancella la differenza delle religioni ma si sottolinea che tutti siamo fratelli, che tutti dobbiamo parlare. Questo è un segnale di maturità del tuo Paese. Parlando con il primo ministro ieri sono rimasto stupito di come loro, voi, abbiano elaborato questa realtà e la vivano come necessità di convivenza. C’è una commissione inter-cultuale che si raduna… La prima cosa che io ho trovato ieri entrando in episcopio – un aneddoto – è stata un mazzo di fiori bellissimo. Chi l’ha inviato? Il grande Imam. Si è fratelli, la fratellanza umana che è alla base e rispetta tutte le credenze. Il rispetto religioso è importante, per questo ai missionari dico di non fare proselitismi. Il proselitismo fale per il mondo della politica, dello sport – tifa per la mia squadra, per la tua… – ma non per la fede. Ma cosa significa per lei, Santo Padre, evangelizzare? C’è una frase di S. Francesco che mi ha illuminato tanto. Francesco d’Assisi diceva ai suoi frati: “Portate il Vangelo, se fosse necessario anche con le parole”. Cioè evangelizzare è quello che noi leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli: testimonianza. E quella testimonianza provoca la domanda: “Ma tu perché vivi così, perché fai questo?”. E lì spiego: “È per il Vangelo”. L’annuncio viene prima dalla testimonianza. Prima vivi come cristiano e se ti domandano parla. La testimonianza è il primo passo e il protagonista dell’evangelizzazione non è il missionario ma lo Spirito Santo che porta i cristiani e i missionari a dare testimonianza. Poi verranno le domande o non verranno, ma conta la testimonianza di vita. Questo è il primo passo. È importante per evitare il proselitismo. Quando vedete proposte religiose che seguono la strada del proselitismo, non sono cristiane. Cercano proseliti, non adoratori di Dio in verità. Io ne approfitto per sottolineare questa vostra esperienza interreligiosa che è tanto bella. Anche il primo ministro mi ha detto che quando uno chiede un aiuto uno, diamo lo stesso aiuto a tutti, e nessuno si offende, perché si sentono fratelli. E questo fa l’unità del Paese. È molto, molto importante. Anche negli incontri non solo c’erano cattolici, c’erano cristiani di atre confessioni, e c’erano musulmani, indù e tutti erano fratelli. Questo l’ho visto anche in Madagascar abbastanza e anche nell’Incontro interreligioso per la pace dei giovani, con giovani di diverse religioni che hanno voluto esprimere come vivono loro il desiderio per la pace. Pace, fraternità, convivenza interreligiosa, niente proselitismo, sono cose che dobbiamo imparare per la pace. Questa è una cosa che devo dire. Poi un’altra cosa che mi ha colpito – l’ho vista in tre Paesi ma faccio riferimento al Madagascar, siamo partiti di lì – il popolo, per le strade c’era il popolo, autoconvocato. Alla Messa allo stadio sotto la pioggia c’era il popolo, che danzava sotto la pioggia, era felice… E anche nella veglia notturna, la Messa – che dicono abbia sorpassato il milione, io non so, lo dicono le statistiche ufficiali, io vado un po’ sotto, diciamo 800 mila. Ma il numero non interessa, interessa il popolo, la gente che è andata a piedi dal pomeriggio prima, è stata alla veglia, ha dormito lì – io ho pensato a Rio de Janeiro nel 2013 (la Giornata Mondiale della Gioventù, ndr) che dormivano sulla spiaggia – era il popolo che voleva stare col Papa. Io mi sono sentito umile, piccolissimo davanti ala grandezza della sovranità popolare. È qual è il segno che un gruppo di gente è popolo? La gioia. C’erano poveri, c’era gente che non aveva mangiato quel pomeriggio per stare lì, erano gioiosi. Invece quando le persone o i gruppi si staccano dal quel senso popolare della gioia, la perdono. È uno dei primi segnali, la tristezza dei soli, la tristezza di coloro che hanno dimenticato le loro radici culturali. Avere coscienza di essere un popolo è avere coscienza di avere una identità, di avere una coscienza, di avere modo di capire la realtà e questo accomuna la gente. Ma il segnale che tu sei nel popolo e non in una élite, è la gioia, la gioia comune. Questo ho voluto sottolinearlo. E per questo i bambini salutavano così, perché i genitori li contagiavano con la gioia.

Cristina Cabrejas (dell’agenzia spagnola EFE che celebra gli ottant’anni dalla fondazione)
Prima di tutto diamo per con consolidato che uno dei suoi piani futuri è venire in Spagna, e speriamo sia possibile. La prima domanda che voglio farle: per questi ottant’anni di EFE abbiamo domandato a diverse persone, a leader mondiali: come crede che sarà l’informazione del futuro?

Avrei bisogno della palla di cristallo… Ci andrò in Spagna, se vivo, ma la priorità dei viaggi in Europa è per i Paesi piccoli, poi i più grandi. Non so come sarà la comunicazione del futuro. Penso come era per esempio la comunicazione quando ero ragazzo, ancora senza tv, con la radio col giornale, anche col giornale clandestino che era perseguitato dal governo di turno, si vendeva di notte con i volontari… e anche orale. Se facciamo il paragone con questa, era una informazione precaria e questa di oggi sarà forse precaria rispetto a quella del futuro. Quello che rimane come costante della comunicazione è la capacità di trasmettere un fatto, e di distinguerlo dal racconto, dal riportato. Una delle cose che danneggia la comunicazione, del passato, del presente e del futuro è ciò che viene riportato. C’è uno studio molto bello, uscito tre anni fa, di Simone Paganini, una studiosa di linguistica dell’Università di Aquisgrana e parla del movimento della comunicazione tra lo scrittore, lo scritto e il lettore. Sempre la comunicazione rischia di passare dal fatto al riportato e questo rovina la comunicazione. È importante che sia il fatto e sempre avvicinarsi al fatto. Anche nella Curia lo vedo: c’è un fatto e poi ognuno lo addobba mettendoci del suo, senza cattiva intenzione, questa è la dinamica. Dunque l’ascesi del comunicatore è sempre di tornare al fatto, riportare il fatto, e poi dire la mia interpretazione è questa, mi hanno detto questo, distinguendo il fatto da ciò che viene riportato. Tempo fa mi hanno raccontato la storia di Cappuccetto Rosso ma sulla base di ciò che veniva riportato, e terminava con Cappuccetto rosso e la nonna che mettevano il lupo in pentola e lo mangiavano il lupo. Il racconto cambiava le cose. Qualsiasi sia il mezzo di comunicazione, la garanzia è la fedeltà: “dice che” si può usare? Sì, si può usare nella comunicazione ma stando sempre all’erta per constatare l’obiettività del “si dice che…”. È uno dei valori che bisogna perseguire nella comunicazione. In secondo luogo, la comunicazione deve essere umana, e nel dire umana intendo costruttiva, cioè deve far crescere l’altro. Una comunicazione non \può essere usata come uno strumento di guerra, perché è anti-umana, distrugge. Poco fa ho passato un articolo a padre Rueda che ho trovato una rivista, che si intitolava: le gocce di arsenico della lingua. La comunicazione deve stare al servizio della costruzione, non della distruzione. Quando la comunicazione è al servizio della distruzione? Quando difende progetti non umani. Pensiamo alla propaganda delle dittature del secolo passato, erano dittature che sapevano comunicare bene, ma fomentano la guerra, le divisioni e la distruzione. non so che cosa dire tecnicamente perché non sono ferrato nella materia. Ho voluto sottolineare dei valori ai quali la comunicazione di qualsiasi mezzo, deve mantenersi sempre di mantenersi coerente.

Cristina Cabrejas (seconda domanda)
Passiamo al viaggio. Uno dei temi di questo viaggio è stata la protezione dell’ambiente, degli alberi, minacciati dalla deforestazione e dagli incendi. In questo momento sta accadendo in Amazzonia. Lei pensa che i governi di queste aree stanno facendo di tutto per proteggere questo polmone del mondo?

Torno sull’Africa. L’ho già detto in un altro viaggio, c’è nell’inconscio collettivo un motto: l’Africa va sfruttata. Noi non pensiamo mai: l’Europa va sfruttata. Dobbiamo liberare l’umanità da questo inconscio collettivo. Il punto più forte dello sfruttamento è sull’ambiente, con la deforestazione, la distruzione della biodiversità. Un paio di mesi fa, ho ricevuto i cappellani del mare e all’udienza c’erano sette ragazzi pescatori che pescavano con una barca che non era più lunga di questo aereo. Pescavano con mezzi meccanici come si fa adesso, un po’ avventurieri. Mi hanno detto: in alcuni mesi abbiamo preso 6 tonnellate di plastica… In Vaticano abbiamo proibito la plastica, stiamo in questo lavoro. Questa è una realtà soltanto dei mari. L’intenzione di preghiera di questo mese è proprio la protezione degli oceani, che ci danno anche l’ossigeno che respiriamo. Poi ci sono i grandi polmoni, in Centro Africa, tutta la zona Panamazzonica, e poi altri più piccoli. Bisogna difendere l’ecologia, la biodiversità, che è la nostra vita, difendere l’ossigeno, che è la nostra vita. A me conforta che a portare avanti questa lotta siano i giovani, che hanno una grande coscienza e dicono: il futuro è nostro, col tuo fa quello che vuoi, ma non col nostro! Credo che essere arrivati all’accordo di Parigi è stato un passo avanti buono, e poi anche gli altri… Sono incontri che aiutano a prendere coscienza. Ma l’anno scorso d’estate, quando ho visto quella foto della nave che navigava al Polo Nord come se niente fosse, ho sentito angoscia, e poco tempo fa abbiamo visto tutti la fotografia dell’atto funebre simbolico per quel ghiacciaio che non c’era più in Groenlandia. … Tutto questo avviene fretta, dobbiamo prendere coscienza cominciando dalle cose piccole. I governanti stanno facendo tutto? Alcuni di più, alcuni di meno. È vero che c’è una parola che devo dire e che sta alla base dello sfruttamento ambientale. Io sono rimasto commosso dall’articolo sul Messaggero di Franca (Giansoldati, ndr), che non ha risparmiato parole e ha parlato di manovre distruttive e di rapacità, e questo non solo in Africa ma anche nelle nostre città, nelle nostre civiltà. E la parola brutta brutta è corruzione: io ho bisogno di fare questo e per farlo devo deforestare e ho bisogno del permesso del governo o del governo provinciale. Vado dal responsabile – e qui ripeto letteralmente ciò che mi ha detto un imprenditore spagnolo – e la domanda che noi sentiamo dire quando vogliamo far approvare il progetto è “Quanto per me?”, sfacciatamente. Questo succede in Africa, in America Latina e anche in Europa. Dappertutto, quando si prende la responsabilità socio-politica come un guadagno personale, lì si sfruttano valori, la natura, la gente. L’Africa va sfruttata… Ma pensiamo a tanti operai che sono sfruttati nelle nostre società; il caporalato lo abbiamo in Europa, non l’hanno inventato gli africani. La domestica pagata un terzo di quello che si deve, non l’hanno inventato gli africani, le donne ingannate e sfruttate per la prostituzione nel centro delle nostre città, non l’hanno inventato gli africani. Anche da noi c’è questo sfruttamento, non solo ambientale, anche umano. E questo è per corruzione. E quando la corruzione è dentro nel cuore, prepariamoci, perché arriva di tutto.

Jeason Drew Horowitz (The New York Times, Stati Uniti)
Nel volo verso Maputo lei ha riconosciuto di essere sotto attacco di un settore della Chiesa americana, ovviamente ci sono forti critiche da alcuni vescovi e cardinali, ci sono tv cattoliche e siti web americani molto critici, e persino alcuni dei suoi alleati più stretti hanno parlato di un complotto contro di lei. C’è qualcosa che questi critici non capiscono del suo pontificato? C’è qualcosa che lei ha imparato dalle critiche? Lei ha paura di uno scisma nella Chiesa americana? E se sì, c’è qualcosa che lei potrebbe fare – un dialogo – per evitarlo?

Prima di tutto, le critiche sempre aiutano, sempre. Quando uno riceve una critica subito deve fare l’autocritica e dire: questo è vero o non vero? Fino a che punto? E io sempre dalle critiche traggo vantaggi. A volte ti fanno arrabbiare… Ma i vantaggi ci sono. Nel viaggio di andata a Maputo uno di voi mi ha dato quel libro in francese su come gli americani vogliono cambiare il Papa. Sapevo di quel libro, ma non l’avevo letto. Le critiche non sono soltanto degli americani, ci sono un po’ dappertutto, anche in Curia. Almeno quelli che le dicono hanno il vantaggio dell’onestà di dirle. A me non piace quando le critiche stanno sotto il tavolo: ti fanno un sorriso facendo vedere i denti e poi ti danno il pugnale da dietro. Questo non è leale, non è umano. La critica è un elemento di costruzione, e se la tua critica non è giusta, tu stai preparato a ricevere la risposta e fare un dialogo e arrivare a un punto giusto. Questa è la dinamica della critica vera. Invece la critica delle pillole di arsenico, di cui parlavamo a proposito di questo articolo che ho dato a padre Rueda, è un po’ buttare la pietra e nascondere la mano… Questo non serve, non aiuta. Aiuta ai piccoli gruppetti chiusi, che non vogliono sentire la risposta alla critica. Invece una critica leale – io penso questo, questo e questo – è aperta alla risposta, questo costruisce, aiuta. Davanti al caso del Papa: questo del Papa non mi piace, lo critico, parlo, faccio un articolo e gli chiedo di rispondere, questo è leale. Fare una critica senza voler sentire la risposta e senza fare il dialogo è non voler bene alla Chiesa, è andare dietro a un’idea fissa, cambiare il Papa, o fare uno scisma. Questo è chiaro: sempre una critica leale è ben ricevuta, almeno da me. Secondo, il problema dello scisma: nella Chiesa ci sono stati tanti di scismi. Dopo il Vaticano I, ad esempio, l’ultima votazione, quella dell’infallibilità, un bel gruppo n’è andato e ha fondato i Vetero-cattolici per essere proprio “onesti” verso la tradizione della Chiesa. Poi loro hanno trovato uno sviluppo differente e adesso fanno le ordinazioni delle donne. Ma in quel momento erano rigidi, andavano dietro un’ortodossia e pensavano che il concilio avesse sbagliato. Un altro gruppo se n’è andato zitti zitti, ma non hanno voluto votare… Il Vaticano II ha avuto tra le conseguenze queste cose. Forse il distacco post-conciliare più conosciuto è quello di Lefebvre. Sempre c’è l’opzione scismatica nella Chiesa, sempre. Ma è una delle opzioni che il Signore lascia alla libertà umana. Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, perché c’è in gioco la salute spirituale di tanta gente. Che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino dello scisma non è cristiano. Pensiamo all’inizio della Chiesa, come ha cominciato con tanti scismi, uno dietro l’altro: ariani, gnostici, monofisiti… Poi mi viene di raccontare un aneddoto: è stato il popolo di Dio a salvare dagli scismi. Gli scismatici sempre hanno una cosa in comune: si staccano dal popolo, dalla fede del popolo di Dio. E quando nel Concilio di Efeso c’era la discussione sulla maternità divina di Maria, il popolo – questo è storico – era all’entrata della cattedrale quando i vescovi entravano per fare il concilio. Erano lì con dei bastoni. Li facevano vedere ai vescovi e gridavano “Madre di Dio! Madre di Dio!”, come per dire: se non fate questo vi aspettano… Il popolo di Dio sempre aggiusta e aiuta. Uno scisma sempre è un distacco elitario provocato da un’ideologia staccata dalla dottrina. È un’ideologia, forse giusta, ma che entra nella dottrina e la stacca… Per questo prego perché non siano degli scismi, ma non ho paura. Questo è un risultato del Vaticano II, non di questo o di quell’altro Papa. Per esempio le cose sociali che dico, sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II, le stesse! Io copio lui. Ma dicono: il Papa è comunista… Entrano delle ideologie nella dottrina e quando la dottrina scivola nelle ideologie, lì c’è la possibilità di uno scisma. C’è l’ideologia della primazia di una morale asettica sulla morale del popolo di Dio. I pastori devono condurre il gregge tra la grazia e il peccato, perché la morale evangelica è questa. Invece una morale di un’ideologia così pelagiana ti porta alla rigidità, e oggi abbiamo tante scuole di rigidità dentro al Chiesa, che non sono scismi ma vie cristiane pseudo scismatiche, che finiranno male. Quando voi vedete cristiani, vescovi, sacerdoti rigidi, dietro ci sono dei problemi, non c’è la santità del Vangelo. Per questo dobbiamo essere miti con le persone che sono tentate da questi attacchi, stanno passando un problema, dobbiamo accompagnarli con mitezza.

Aura Vistas Miguel (Radio Renascença, Portogallo)
Noi sappiamo che a lei non piace visitare Paesi durante la campagna elettorale, eppure lo ha fatto in Mozambico, a un mese dalle elezioni, essendo il presidente che l’ha invitata uno dei candidati. Come mai?

Sì. Non è stato uno sbaglio, è stata un’opzione decisa liberamente, perché la campagna elettorale incomincia in questi giorni e passava in secondo piano rispetto al processo di pace. L’importante era aiutare a consolidare questo processo. E questo è più importante di una campagna che ancora non è incominciata. Facendo il bilancio tra le due cose, bisognava consolidare il processo di pace. E poi ho incontrato anche i due avversari politici, per sottolineare che l’importante era quello, e non fare il tifo per il presidente ma sottolineare l’unità del Paese. Quello che dice lei è però vero: dobbiamo staccarci un po’ dalle campagne elettorali.

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Asili nido. Una famiglia media spende quasi 400 euro al mese. Ma solo 1 bimbo su 4 trova posto in quelli pubblici

Tue, 10/09/2019 - 16:57

“Questo Governo, quale prima misura di intervento a favore delle famiglie con redditi bassi e medi, si adopererà, con le Regioni, per azzerare totalmente le rette per la frequenza di asili-nido e micro-nidi a partire dall’anno scolastico 2020-2021 e per ampliare, contestualmente, l’offerta dei posti disponibili, soprattutto nel Mezzogiorno. E’ una delle varie misure che introdurremo anche al fine di sostenere la natalità e contrastare così il declino demografico”. Lo ha detto ieri il premier Giuseppe Conte nel suo discorso programmatico in Aula alla Camera per ottenere la fiducia. “Rafforzare l’offerta e la qualità di un’educazione fin dal nido è un investimento strategico per il futuro della nostra società perché combatte le diseguaglianze sociali, che purtroppo si manifestano sin nei primissimi anni di vita, e favorisce una più completa integrazione delle donne nella nostra comunità di vita sociale e lavorativa”, ha sottolineato.

 

Un nodo davvero urgente e cruciale quello degli asili nido. Senza entrare nello specifico, il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo, accoglie positivamente l’annuncio del premier ma precisa: “L’asilo nido gratuito funziona se è parte di un progetto più ampio che metta al centro una riforma fiscale per le famiglie come l’#assegnoXfiglio”. Il Codacons, da parte sua, commentando le parole di Conte informa che in Italia

una famiglia media di tre persone con Isee inferiore ai 20mila euro spende quasi 400 euro al mese per mandare il proprio figlio all’asilo.

Alla retta di circa 300 euro vanno infatti aggiunti mediamente 80 euro di servizio mensa. Ma permangono fortissime differenze territoriali: la regione più economica è la Calabria (160 euro al mese); quella più costosa è il Trentino Alto Adige (470 euro circa). Fra i capoluoghi di provincia Catanzaro è la più economica (100 euro), Lecco la più costosa (515 euro).

D’altra parte non c’è alternativa perché, spiega ancora l’associazione a difesa dei consumatori,

solo un bambino su quattro riesce ad accedere agli asili nido pubblici.

Nell’anno scolastico 2016/17 l’Istat ha infatti censito sul territorio nazionale 13.147 servizi socio-educativi per l’infanzia – di cui 11.017 asili nido – per un totale di circa 354mila posti, pubblici in poco più della metà dei casi. Posti che però coprono solo il 24% dei bimbi sotto i 3 anni, dato ben lontano dall’obiettivo minimo del 33% fissato dall’Ue per sostenere la conciliazione tra vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Una copertura sul territorio anch’essa a macchia di leopardo:

solo il 7,6% dei piccoli trova posto negli asili pubblici della Campania, contro il 44,7% in Valle D’Aosta.

Sulla scorta di questi dati, il presidente di Codacons Carlo Rienzi auspica che finalmente “si metta mano al settore degli asili riducendo la spesa a carico delle famiglie e incrementando i posti disponibili nei Comuni”.

Sulla stessa linea Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva che ha diffuso il Dossier “Servizi in…Comune. Tariffe e qualità di nidi e mense” con i dati per singola Regione e capoluogo di provincia. La copertura media nazionale dei nidi sulla fascia di età 0-2 anni, si legge nel rapporto, è del 21,7%. Al Centro primato positivo con una copertura del 30,2%, seguito dal Nord Est (28,1%), Nord Ovest (24,2%), fanalino di coda Sud e isole all’11,2%. Per questo, Gaudioso aggiunge l’auspicio che “si avviino le procedure per la costruzione dei poli dell’infanzia 0-6 anni, previsti dal 2017 in tutte le Regioni, che allo stato attuale risultano al palo nella gran parte del Paese” e venga riconosciuta centralità anche al servizio mensa “per il quale ad oggi le famiglie italiane pagano in media 82 euro al mese, con tariffe molto diversificate a seconda dei territori”.

 

Intanto, lo scorso 7 settembre Save the children Italia ha lanciato un allarme e un appello attraverso il report “Il miglior inizio. Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita”. Solo 1 bambino su 10 – denuncia il rapporto – può accedere a un asilo nido pubblico, ma in alcune regioni la copertura è pressoché assente. In particolare,

in Calabria solo il 2,6% dei bambini frequenta un nido pubblico.

Lo studio raccoglie i risultati di un’indagine condotta su 653 bambini di età compresa tra 3 anni e mezzo e 4 anni e mezzo, ai quali sono stati sottoposti i quesiti dello strumento Idela (International Development and Early Learning Assessment, sviluppato da Save the Children International nel 2014 e utilizzato in più di 40 Paesi al mondo) che opera una valutazione su quattro aree di sviluppo: fisico-motorio, linguistico, matematico e socio-emozionale. Dal rapporto emerge che i piccoli che hanno frequentato l’asilo nido hanno un grado di sviluppo maggiore rispetto a quelli che hanno frequentato servizi integrativi o sono rimasti a casa. Per questo anche Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa dell’organizzazione, giudica positivamente l’impegno annunciato dal premier. Ma non c’è tempo da perdere: le disuguaglianze e la povertà educativa che rischiano di emarginare ed escludere i bambini delle famiglia più vulnerabili vanno combattute “a partire dai primi anni di vita, attraverso solide politiche di sostegno alla prima infanzia e alla genitorialità, oggi assolutamente carenti nel nostro Paese”.

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Prevenzione suicidio. Petra (Telefono Amico): “Non far finta di nulla quando ci sono i primi segnali di disagio”

Tue, 10/09/2019 - 15:34

Ottocentomila vittime, una ogni 40 secondi, a livello mondiale, quattromila in Italia, ogni anno:

sono i dati, allarmanti, che l’International Association for Suicide Prevention (Iasp), all’interno dell’Organizzazione mondiale di sanità (Oms), offre su un fenomeno del suicidio. Martedì 10 settembre ricorre la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Per l’occasione l’organizzazione di volontariato Telefono Amico Italia, che da oltre 50 anni si prende cura, al telefono e via mail, di chi ha bisogno di aiuto garantendo il totale anonimato, promuove una street action: “Ad ogni ostacolo Telefono Amico sempre in linea”. L’organizzazione mette a disposizione il numero unico 199.284.284 e il servizio MailAmica, al quale è possibile accedere attraverso la compilazione di un form sul sito. Di prevenzione al suicidio e delle attività di Telefono Amico Italia parliamo con la sua presidente, Monica Petra.

Quanto pesa sui suicidi l’isolamento emotivo di chi è in difficoltà?

Si è compreso che il fenomeno non è esclusivamente una questione di salute mentale, ma è legato al benessere complessivo ed emozionale della persona. Questo è il nostro campo di intervento, cioè affrontare le situazioni di disagio, di malessere, di isolamento, di emarginazione che vengono prima della scelta definitiva del suicidio.

Vivere da soli non è gratificante.

È bello poter fare pezzi di strada con qualcun altro, raccontandosi e sapendo che l’altro ha un interesse per quello che stiamo dicendo.

Oltre alla solitudine quali altri fattori spingono al suicidio?

I motivi per i quali una persona si suicida o pensa di suicidarsi sono i più disparati, dalla difficoltà ad affrontare una situazione contingente, ad esempio i problemi economici, a dolori fisici o dell’anima. A monte, dunque, i fattori possono essere tantissimi, ma nel momento in cui si decide di togliersi la vita, l’isolamento è un elemento determinante.

Quali sono le fasce più a rischio?

Noi abbiamo maggiori segnalazioni telefoniche dalle donne (65%), tra i 36 e i 55 anni (46%). Si tratta della fascia di utenti che cerca il contatto con noi soprattutto attraverso la linea telefonica. Si tratta di persone che ci chiamano per se stesse o per loro familiari o amici. Negli ultimi anni stiamo registrando una maggiore sensibilità sul tema e più attenzione alle manifestazioni di disagio di chi ci sta intorno.

Ci sono Regioni da cui ricevete più chiamate?

Soprattutto dal Nord Ovest, seguito da Centro, Sud e Nord Est.

Questi sono però solo i dati forniti spontaneamente perché noi rispettiamo l’anonimato. Il servizio mail riceve tante richieste di dialogo da parte di ragazzi anche molto giovani, ma questo rende ancora più difficile individuare la provenienza.

Quante segnalazioni ricevete all’anno?

In media riceviamo circa 2.500 segnalazioni relative al suicidio: non significa che sono 2.500 persone che tentano il suicidio, ma che hanno pensieri suicidari. Il nostro obiettivo è di esserci prima che quel pensiero si trasformi in un’azione, dando ascolto a chi vive un disagio che ha, così, la possibilità di parlare di se stesso e del suo momento di crisi emozionale.

Come funziona Telefono Amico Italia?

Abbiamo 20 sedi territoriali distribuite in tutta la Penisola, con una maggiore concentrazione al Nord, tra Lombardia e Veneto. Per ora abbiamo il telefono unico e la mail, ma è nostra intenzione essere disponibili anche attraverso i canali di comunicazione che utilizzano la forma scritta veloce come la chat. Noi siamo tutti volontari, circa 500: tutte le persone che rispondono al nostro numero unico lo fanno da pari, da individuo a individuo, garantendo l’anonimato di chi ci chiama per consentire a chi ci contatta di sentirsi libero di raccontarsi. Il nostro servizio si svolge dalle 10 alle 24 tutti i giorni. I nostri volontari partecipano prima di iniziare a un percorso di formazione e poi a un percorso di formazione durante la permanenza in servizio per essere preparati ad affrontare qualsiasi tipo di conversazione: attraverso il dialogo e l’empatia aiutano le persone in difficoltà a ritrovare il benessere emozionale e, quando necessario, le indirizzano verso strutture o enti specializzati.

Per la prevenzione del suicidio è, quindi, importante arrivare “presto”?

La cosa fondamentale è non far finta di nulla.

Trascurare o lasciar correre perché alcune frasi, quando le sentiamo da persone alle quali siamo affezionati, ci colpiscono e ci fanno fare un passo indietro per paura, è sbagliato: al contrario, la prevenzione si fa proprio essendo presenti quando il pensiero sorge perché allora è possibile costruire dialogo e dare sollievo alla persona sofferente.

Il 10 settembre organizzate la street action “Ad ogni ostacolo Telefono Amico sempre in linea”: cosa farete esattamente?

L’iniziativa prevede l’installazione in diverse città italiane di strisce adesive catarifrangenti che indicano il pericolo, di simboli del sostegno offerto da Telefono Amico e di informazioni per poter accedere al servizio. In ciascuna delle città aderenti dalle 18 alle 19 sarà anche possibile parlare con i volontari di Telefono Amico Italia. L’hastag è #adogniostacolo per indicare che non bisogna far crescere un sentimento di difficoltà, ma è possibile individuarlo all’origine, per impedire il crescere del pericolo fin da subito, senza arrivare all’“ambulanza che suona”.

Avete mai avuto qualche riscontro di persone che vi hanno chiamato e poi ugualmente hanno compiuto il gesto estremo?

No, qualche volte abbiamo avuto il sospetto. Mentre di persone che hanno già assunto farmaci o che si trovano in una condizione di grosso pericolo e poi ci hanno chiamato e che al termine della telefonata hanno chiesto un intervento abbiamo dei riscontri perché ci rivolgiamo in questi casi a chi è preposto a fare il salvataggio, come il 118.

Quale messaggio vuole lanciare per la Giornata mondiale della prevenzione al suicidio 2019?

Prestare attenzione alle parole degli altri, ascoltare quello che quotidianamente le persone ci comunicano, prendersi il tempo per dialogare con chi ci sta intorno. Inoltre, se si sperimenta un dialogo, anche nel ruolo di ascoltatore si vive un’esperienza veramente forte di senso.

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Tv2000: il palinsesto per la stagione 2019/2020. Morgante: “Attenzione all’informazione e sinergia con i media Cei”

Tue, 10/09/2019 - 12:00

“La stagione appena trascorsa è stata molto positiva, abbiamo dati in crescita su tutti i fronti, questo ci conforta, ma allo stesso tempo ci sprona a lavorare sempre di più. Siamo sulla strada giusta. Tv2000 e InBlu Radio sono due realtà che stanno crescendo, forti del proprio spirito di appartenenza”. Lo ha detto al Sir Vincenzo Morgante, direttore di rete di Tv2000 e InBlu Radio e direttore del Tg2000 che, questa mattina ha presentato a Milano il nuovo palinsesto dell’emittente televisiva e della radio della Conferenza episcopale italiana per la stagione 2019/2020. Alla conferenza stampa, nel corso della quale sono state svelate le novità e resi noti i progetti ancora in cantiere hanno preso parte, tra gli altri, il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, il direttore dell’Ufficio nazionale delle comunicazioni sociali, don Ivan Maffeis e l’amministratore delegato di Tv2000-InBlu Radio, Massimo Porfiri.

Confermati tutti i volti popolari di rete: Licia Colò con “Il mondo insieme”; Paola Saluzzi, con “L’ora solare”; Cesare Bocci con “Segreti”; Beatrice Fazi con “Per Sempre” e “Beati Voi”; Luigino Bruni ed Eugenia Scotti con “Benedetta economia”; Andrea Monda (da dicembre 2018 direttore dell’Osservatore Romano) con “Buongiorno professore”. Restano immutati anche i pilastri del palinsesto di Tv2000: i quotidiani “Bel tempo si spera”; “Il mio medico”; “Quel che passa il convento”; “Siamo Noi”; “Il diario di Papa Francesco”; “Attenti al lupo”. Confermato anche “Io credo”, il programma, con la partecipazione di Papa Francesco, condotto sempre da don Marco Pozza, che lo scrive insieme al regista Andrea Salvadore. L’idea del progetto resta quella di “tornare alla radice di queste antichissime parole attraverso incontri e interviste, che possano stimolare domande sui grandi misteri dell’uomo e del suo destino”.

Numerose saranno le novità della prossima stagione. In particolare, Simone Cristicchi e don Luigi Verdi sono gli autori e i protagonisti di “Le poche cose”,  due serate televisive tra musica e parole per “provare a raccontare la via dell’essenziale che conduce alla felicità vera”. Molti documentari, serie tv e docufilm, alcuni dei quali realizzati da “Tv2000Factory”, la fabbrica del racconto della realtà che, utilizzando e valorizzando professionalità interne, sperimenta linguaggi alternativi e nuove tecnologie. Nata lo scorso anno, ha già prodotto docufilm sui grandi temi e problemi del nostro tempo (mafia, migrazioni, fede e ricerca di spiritualità, guerre di religione, giovani e attualità). Tra le novità più significative c’è la crescente attenzione verso l’informazione. Oltre alle tre edizioni del telegiornale, in onda dal lunedì al sabato alle 12, alle 18.30 e alle 20.30, si aggiunge la domenica con le edizioni delle ore 12 e 18.30.

InBlu Radio sbarca sul Dab. Rivoluzioni anche nel circuito InBlu Radio, che ha avviato il processo per il passaggio al Digital audio broadcasting, meglio conosciuto come il Dab. È la novità più importante dell’emittente della Cei per la stagione 2019/2020 che per l’occasione presenta un palinsesto rinnovato: l’informazione si conferma perno cardine dell’emittente con 11 edizioni quotidiane del giornale radio e vi saranno numerosi programmi con diversi ospiti che affronteranno i temi di attualità, vita religiosa, politica, cultura e molti altri.

Un grande gruppo con un progetto comune. “Stiamo cercando di consolidare la nostra presenza in televisione in un’ottica di servizio pubblico. Da privati vogliamo fare servizio pubblico e quindi abbiamo messo a punto un palinsesto orientato in questo senso”, ha spiegato Morgante nel commentare la stagione alle porte. “I nostri programmi e i nostri presentatori storici rimangono – ha detto -. Naturalmente non mancherà la parte del informazione religiosa, perché comunque l’identità della tv e della radio sono note e c’è una parte di pubblico che reclama tale servizio”. Un servizio che “verrà affiancato da molte novità come il telegiornale anche la domenica e l’apertura di un ufficio di corrispondenza da Gerusalemme”. Per Morgante, sotto il profilo dell’informazione, è importante e necessario

“muoversi in sinergia con il portale Cei News e gli altri media della Cei. C’è una forte volontà di iniziare delle collaborazioni operative – ha spiegato – perché ci sentiamo parte di un grande gruppo con un progetto comune”.

Quest’anno “grande attenzione sarà rivolta anche ai nuovi media e ai social network. Anche perché uno dei segnali di maggior soddisfazione che abbiamo avuto è che tra il pubblico di Tv2000 sono in costante crescita gli spettatori i giovani. Stiamo iniziando a essere interessanti anche per una fascia dalla quale storicamente ci sentivamo lontani”.

Un luogo d’incontro. “Penso alle nostre due emittenti Tv2000 e InBlu Radio come a strumenti che permettono di arrivare nelle case, e sui dispositivi digitali, con un messaggio di qualità, uno sguardo rispettoso e profondo sulle persone e le loro storie”. Questo, invece, la riflessione di mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei che ha invitato gli addetti ai lavori a

pensare “alla nostra televisione e alla nostra radio come a un luogo di incontro dove il mondo, la grande attualità e la quotidianità di ciascuno, trova ascolto, considerazione e ospitalità”.

Mentre Massimo Porfiri, amministratore delegato di Tv2000 e InBlu Radio ha commentato: “Il percorso di crescita di Tv2000 continua a registrare risultati sempre migliori. Siamo una televisione sana con radici forti proiettata sempre in avanti. Negli ultimi anni la nostra emittente ha sviluppato e sta sviluppando un percorso di adeguamento anche tecnologico per essere al passo con le tecnologie più avanzate richieste dai processi di integrazione multimediale con le altre piattaforme”. “In questo percorso non ci si può fermare – ha concluso Porfiri – e, forti anche delle sinergie che riusciremo a fare con gli altri mezzi di comunicazione che fanno capo al nostro editore”.

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Crisi economica e sociale in Argentina: la Chiesa sostiene la popolazione

Tue, 10/09/2019 - 11:18

La Chiesa argentina ha vissuto sabato e domenica la Colletta nazionale “Más por Menos”, giunta alla cinquantesima edizione e promossa per sostenere oltre mille progetti in tutto il territorio e soprattutto nelle regioni più povere e periferiche. Un appuntamento che si colorava quest’anno di particolare urgenza. La crisi economica e sociale attanaglia sempre di più il Paese, tanto che l’emergenza, ormai, è arrivata a essere alimentare. La scorsa settimana dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro della Chiesa argentina è, infatti, arrivata questa precisa richiesta al Governo: dichiarare “l’emergenza alimentare e nutrizionale”. In una nota l’organismo pastorale, presieduto da mons. Jorge Lugones, vescovo di Lomas de Zamora, scrive che negli ultimi mesi “avvertiamo che, dato la grave crescita dell’indigenza, della povertà, della disoccupazione e l’aumento indiscriminato del prezzo del cibo nel paniere di base, ci troviamo in una situazione di emergenza alimentare e nutrizionale”.

Secondo la Pastorale sociale è necessario decidere con urgenza “un paniere di base per la prima infanzia, con prodotti essenziali che possono essere distribuiti gratuitamente o a costi convenzionati, per garantire sicurezza alimentare e nutrizionale, salute e assistenza di qualità per ragazze e ragazzi”. Alla richiesta si è prontamente associata la Caritas argentina, nelle ultime ore, la Federazione delle chiese evangeliche dell’Argentina

Padre Pepe: “Manca il lavoro”. La conferma di una situazione sempre più insostenibile arriva sia attraverso lo sguardo di prossimità e condivisione dal pastore che ogni giorno è a contatto con la gente delle baraccopoli nella periferia di Buenos Aires, sia attraverso il rigore della sociologa dell’Università Cattolica Argentina (Uca). Padre José Maria di Paola, noto come padre Pepe, è forse il più conosciuto (opera nella villa La Carcova) tra i “curas villeros” che prestano servizio nelle “Villas miserias” o “Villas de emergencia”, i quartieri più poveri dell’enorme periferia della capitale. Fu proprio l’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio a incaricarlo di prestare questo servizio. E dal suo “osservatorio” non può che confermare al Sir:

“È vero, molte famiglie non ce la fanno a pagarsi i pasti, ci sono molti bambini che vengono mandati a letto presto, senza cena”.

E spiega: “La povertà è un fenomeno consolidato, dura da decenni. Ultimamente, una politica da una forte impronta liberale ha deciso l’aumento di molte tariffe e questo ha coinciso con il momento di crisi, che ha coinvolto anche la classe media. È un momento difficile, non solo per la povertà ma anche per la difficoltà di trovare lavoro. E questo vale anche per le occupazioni informali, non ufficiali, i piccoli affari. Il lavoro cala e i costi aumentano”. Sulla richiesta di emergenza alimentare, padre Pepe aggiunge: “La Conferenza episcopale ha una visione globale su tutto il Paese, e la situazione è peggiorata in molte zone”.

L’infanzia è la più colpita. I numeri, del resto, sono eloquenti, e vengono portati al Sir da Ianina Tuñón, ricercatrice responsabile del “Barometro del disagio sociale dell’infanzia”, nell’ambito del’Osservatorio sul disagio sociale dell’Uca. “Attraverso il programma dell’Osservatorio – spiega – abbiamo messo a punto i dati della situazione alimentare a partire dal 2010. Nel periodo tra il 2017 e il 2018 l’insicurezza alimentare è aumentata in modo significativo, in particolare per l’infanzia. Nel 2018, il 13% dei bambini argentini si trovava in insicurezza alimentare. Il 40% ricorreva a mense scolastiche o comunitarie per potere consumare, almeno, un pasto al giorno. Tra il 25% della popolazione povera, la percentuale dei bambini in insicurezza alimentare aumenta al 25,4%. Il fenomeno, evidentemente è in stretta relazione con il generale peggioramento della situazione economica”. La ricercatrice prosegue spiegando che, numeri alla mano “l’infanzia che vive nella periferia di Buenos Aires è particolarmente colpita. L’insicurezza alimentare cresce al 17% e al 28,9% nel 25% della popolazione che si può definire povero”. Nel breve termine, conclude Ianina Tuñón, la possibilità più concreta d’azione è di “calibrare meglio l’offerta alimentare diretta attraverso l’implementazione di mense per i settori sociali più vulnerabili. Esiste un’ampia copertura alimentare che però non si focalizza adeguatamente sugli strati sociali più bassi e in contesti residenziali più segregati”.

Aiuto e speranza nelle “Villas”. È quello che si cerca di fare nelle “Villas de emergencia”: “Abbiamo mense, centri di distribuzione, mense solo per ragazzi”. E oltre a queste, molte altre iniziative, per togliere i giovani dalla droga e dalle dipendenze (padre Pepe è stato più volte minacciato dai narcotrafficanti), per insegnare un lavoro, per dare speranza. “C’è bisogno di stabilità di dare una prospettiva”, prosegue padre Pepe. Inevitabile chiedergli un parere sulle imminenti elezioni presidenziali, che si terranno il 27 ottobre: “Noi – dice – non entriamo in temi strettamente politici, ma cerchiamo di stare vicini alla gente, viviamo nei quartieri, i nostri temi sono la lotta alle dipendenze, il lavoro, la prevenzione. Il nostro compito è aiutare la gente a livello sociale e spirituale”. Certo, è però essenziale “dare speranza e invertire la direzione. Chiunque sarà il presidente avrà davanti a lui una grande sfida, quella di avviare un cammino diverso”. Portare speranza, insomma, resta una sfida necessaria. E un aiuto formidabile potrebbe venire dall’attesa visita di Papa Francesco nel suo Paese, nella sua città e nelle “sue Villas de emergencia”. Si è parlato di una possibilità che ciò avvenga il prossimo anno. “Claro, la gente lo aspetta, se lo sta chiedendo continuamente. C’è chi continua a strumentalizzare la figura del Papa, ma il popolo semplice lo aspetta nei quartieri!”.

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Immigrati ucraini in Italia. Mons. Dionisio Lachovicz: “Vi racconto cosa è la Sindrome Italia”

Tue, 10/09/2019 - 11:14

“Siamo fratelli. Abbiamo lo stesso Cristo, la stessa fede. Abbiamo una liturgia ed una spiritualità diversa. Ma questo nostro patrimonio è parte di quel polmone dell’Oriente, che come diceva Giovanni Paolo II, insieme a quello dell’Occidente, fa respirare la Chiesa in Europa. Non vogliamo essere un ghetto. Vogliamo lavorare insieme per evangelizzare questa terra, l’Italia”. Si presenta così mons. Dionisio Lachovicz, delegato “ad omnia” per l’Esarcato Apostolico per i fedeli ucraini di rito bizantino residenti in Italia. Il Sir lo ha incontrato a Roma a conclusione del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina. L’Esarcato in Italia è stato appena eretto a luglio da Papa Francesco. Per questo motivo al Sinodo hanno preso la parola sia il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, sia il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti. Ad oggi il numero di fedeli cattolici ucraini di rito bizantino presenti nel nostro Paese ha raggiunto le 70mila unità. L’Esarcato conta 148 comunità e 6 parrocchie personali, sparse in tutta l’Italia (comprese Sicilia e Sardegna), e 64 sacerdoti. Sono parte di quel piccolo popolo ucraino che si è stabilito ed integrato in Italia: le cifre ufficiali parlano di 300mila persone ma il loro  numero può salire tranquillamente a 500mila se si considera che molti non hanno il permesso di soggiorno. Sono invece 20mila i bambini ucraini iscritti nelle scuole italiane.

La popolazione ucraina che vive nel nostro territorio è per lo più composta da donne. Ci sono comunità praticamente frequentate solo da donne. Nell’incontrare i vescovi ucraini, il cardinale Angelo De Donatis ha fatto riferimento alla loro presenza nelle famiglie italiane. “Si prendono cura delle necessità dei più deboli, di anziani e di bambini, o lavorano a sostegno della vita quotidiana dei nuclei familiari”. Questa esperienza, ha aggiunto, ha reso “il popolo ucraino particolarmente vicino a quello italiano”. “Le donne ucraine lavorano bene – conferma il vescovo Dionisio – e sono religiose. Tante di loro sono riuscite a riportare alla Chiesa gli anziani che hanno in cura. Con questo spirito, li preparano anche alla morte”.

Oggi però devono far fronte ad un nuovo problema. Si chiama “Sindrome Italia”. E’ il vescovo Dionisio a spiegare di cosa si tratta. “Queste donne sono arrivate in Italia per lavorare all’età di 30-40-50 anni ma dopo 20 anni di immigrazione, oggi si ritrovano anziane. Per venire qui hanno lasciato a casa il marito e i figli e tante famiglie si sono distrutte. Esaurito la loro esperienza lavorativa in Italia, rientrano a casa, ma sono rifiutate. Ho sentito con le mie orecchie dire: ‘mia madre non c’è mai stata quando eravamo piccoli, non la vogliamo più con noi”. Tutto il denaro che hanno guadagnato, lo hanno inviato a casa. Con quei soldi hanno potuto mandare i figli a scuola, costruire una casa. Ma per loro oggi in Ucraina non c’è più posto”. “All’inizio – aggiunge Dionisio – ci siamo confrontati con il problema degli “orfani bianchi”, i bambini lasciati in patria. Ora abbiamo il problema delle donne, anziane, sole, senza lavoro che non sanno cosa fare e dove andare”. Un grido di aiuto che l’esarcato in Italia insieme alla Cei cercheranno di accogliere, pensando a predisporre case dove accogliere le donne anziane e dar loro tutte le cure necessarie.

Per l’Italia – dice il vescovo Dionisio – noi vogliamo essere un dono. Essere testimoni della universalità della Chiesa, vissuta ciascuno con le proprie identità ma in comunione fraterna”. La presenza dei cattolici ucraini di rito bizantino porterà qui in Italia la “novità” dei sacerdoti sposati, che le Chiese greco-cattoliche contemplano. “La loro presenza è un dono”, dice subito mons. Dionisio Lachovicz. “Lavorano benissimo. Spesso anche le loro mogli collaborano alla vita della comunità. Insieme aiutano a formare la comunità, la Chiesa domestica, la famiglia della Chiesa”. Alla domanda se questi sacerdoti sposati possono essere un modello anche qui in Italia e quindi una risposta al calo del vocazioni, il vescovo risponde: “Oltre ad essere un dono, la presenza di questi sacerdoti sposati nella Chiesa è anche una domanda. All’inizio c’era una opposizione molto forte contro questa realtà. Adesso avvertiamo una certa apertura. Diciamo allora che i sacerdoti sposati in questo momento non sono la soluzione ad un problema che è complesso ma rappresentano una domanda aperta per la Chiesa”.

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Ukrainian immigrants in Italy. Msgr. Dionisio Lachovicz: “We are facing an ‘Italy Syndrome’”

Tue, 10/09/2019 - 11:14

“We are brethren. We have the same Christ, the same faith. Our liturgy and spirituality are different, but this heritage we share forms part of the Eastern lung, which, as John Paul II said, together with the Western lung makes the Church breathe in Europe. We don’t want to be confined in a ghetto. We wish to work together for the evangelization of this land, Italy.” Msgr. Dionisio Lachovicz, delegate “ad omnia” of the Apostolic Exarchate for the Ukrainian faithful of the Byzantine rite residing in Italy, introduces himself with these words. SIR met him in Rome at the end of the Synod of the Ukrainian Greek Catholic Church. The Exarchate in Italy was erected in July by Pope Francis. Hence both the Cardinal Vicar of Rome, Angelo De Donatis, and the President of the Italian Episcopal Conference, Card. Gualtiero Bassetti, took the floor at the Synod. To date a total of 70,000 Ukrainian Catholic faithful of Byzantine rite are living in Italy. The Exarchate has 148 communities and 6 parishes, distributed throughout Italy (including Sicily and Sardinia), and 64 priests. They form part of the small Ukrainian community that has settled and integrated itself in Italy: some 300,000 people according to official figures, but this figure could well rise to 500,000 if we consider that many are without residence permits. Twenty thousand Ukrainian children are enrolled in Italian schools.

Most Ukrainians living in the country are women. Some communities are virtually frequented only by women. In his meeting with the Ukrainian bishops, Cardinal Angelo De Donatis spoke about their presence in Italian families. “They take care of the needs of the weakest, the elderly and children, or help in the daily life of the families.” This experience, he added, has brought “the Ukrainian people into close contact with the Italian people.” “Ukrainian women are hardworking – Bishop Dionisio pointed out – and they are religious. Many have managed to bring back to the Church the elderly people they are taking care of. With this spirit, they also prepare them for death.”

But today they are facing a new problem. It’s called “Italy Syndrome.” Bishop Dionisio explained: “These women arrived in Italy to work when they were 30,40, or 50 years-old. But after 20 years as immigrants, now they are elderly women. They left their husbands and children behind, and many families have broken up. When their working experience in Italy was over, they returned home, but they were rejected. I heard it myself: ‘My mother was never there when we were kids, we don’t want her with us anymore’.

They sent home all the money they earned. That money allowed them to get their children into school, build a house. But there is no place for them in Ukraine today.” 

“At the beginning – Dionisio continues – we had to face the problem of the “white orphans” – the children left in their homeland. Now there is the problem of elderly, lonely, unemployed women who don’t know what to do and where to go.” The exarchate in Italy, together with the Italian Bishops’ Conference, will attempt to respond to this cry for help. The idea is to provide homes for these elderly women, offering all the care they need.

In Italy,” said Bishop Dionisio, “we want to be a gift. We want to be witnesses of the universality of the Church, lived by each one with his/her own identity but in fraternal communion.” The presence of Ukrainian Catholics of Byzantine rite will bring to Italy the “novelty” of married priests, envisaged by the Greek-Catholic Churches. “Their presence is a gift,” said Msgr. Dionisio Lachovicz. “They do a wonderful job. Their wives often cooperate in the life of the community. Together they help form the community, the domestic Church, the family of the Church.” When asked if these married priests could also be a model in Italy and thus an answer to the decline in vocations, the bishop replied: “Besides being a gift, the presence of these married priests in the Church is also a question. At the beginning there was a very strong opposition against this reality. Now we perceive a certain degree of openness. So let’s say that married priests are not the solution to a complex problem at the moment, but they represent an open question for the Church.”

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Migranti e Conte Bis. P. Ripamonti (Centro Astalli): “Ci aspettiamo un cambio di rotta” per l’Italia e l’Europa

Mon, 09/09/2019 - 18:45

“Un cambio di rotta” sostanziale sulle questioni che riguardano le migrazioni. Una Repubblica italiana capace di parlare su questi temi con “una lingua mite” e con un approccio umano, così come descritto oggi dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso alla Camera per il voto di fiducia. E’ l’auspicio di padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, il centro dei gesuiti che da anni accoglie a Roma migliaia di rifugiati. “Il decreto sicurezza va affrontato rivedendolo nel complesso e va dato un segnale che stiamo riacquistando un volto umano”, afferma il sacerdote, commentando alcuni passi del discorso del premier riguardanti l’immigrazione. Padre Ripamonti spera che “il governo si dimostri coraggioso da questo punto di vista e riveda la materia nel suo complesso e a più livelli”. Tutto ciò mentre la nave Ocean Viking di Sos Mediterranée, che ha soccorso 50 persone al largo delle Libia ed è ora in acque internazionali, è in attesa di un porto sicuro. Sarà il primo banco di prova per il nuovo governo.

Padre Camillo Ripamonti

Oggi il premier Conte ha annunciato che il nuovo governo rivedrà la disciplina in materia di sicurezza “alla luce delle osservazioni critiche” del Presidente della Repubblica. Un segnale positivo?

Vorrei sottolineare due punti del discorso significativi: Conte ha parlato di “lingua mite” e “volto umano” della Repubblica. In tema di immigrazione queste due indicazioni sono fondamentali. Negli ultimi tempi sulle questioni migratorie siamo stati invece abituati ad un clima molto più aspro, più duro, polemico, al limite del violento.

Il riferimento al “linguaggio mite” mi fa ben sperare che i toni possano diventare ragionevoli:

su alcune questioni si può non essere d’accordo ma mi auguro ci si possa confrontare ragionevolmente. Il volto umano della Repubblica è in riferimento alla Costituzione, al rispetto dei trattati internazionali, all’importanza dei diritti dell’uomo. Questi due presupposti sono importanti anche in materia di immigrazione. Riguardo al riferimento al decreto sicurezza auspico che ci sia una rivisitazione anche più organica della legislazione in materia migratoria e che

il governo si dimostri coraggioso da questo punto di vista e riveda la materia nel suo complesso e a più livelli,

che tenga conto delle tante questioni che il fenomeno migratorio pone in campo: dagli arrivi all’integrazione. Spero che il decreto sicurezza rivisitato secondo le indicazioni del Presidente della Repubblica possa muoversi in questa direzione, nel rispetto delle normative internazionali,

in una Italia che vuole essere sì rigorosa ma anche dal volto umano.

In ballo c’è anche il tema della solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione europea, non sempre condivisa, riguardo agli arrivi anche se è di oggi la notizia di un prossimo summit europeo, straordinario, cui, oltre l’Italia, dovrebbero partecipare anche , Germania, Malta e Finlandia. 

Quando si comincia un governo l’auspicio è che si vada in una direzione diversa rispetto a quanto accaduto nell’ultimo anno. Molte volte gli Stati membri hanno fatto dichiarazioni ed avevano preso responsabilità sulla suddivisione dei migranti ma spesso alle dichiarazioni non sono seguiti i fatti. Certamente

auspichiamo che questa sia la volta buona e che con il nuovo governo europeo si possa avviare un dialogo effettivo ed efficace.

Spero che gli arrivi in territorio italiano, e in genere nel Sud dell’Europa, possano essere veramente condivisi con tutti gli Stati membri dell’Unione. Sarebbe una svolta importante e decisiva nell’ambito della solidarietà tra gli Stati.

Conte ha fatto anche riferimento alla possibilità di corridoi umanitari europei, come richiesto da tempo da molte organizzazioni che lavorano con i migranti.

Sarebbe una delle vie per affrontare il fenomeno migratorio nella sua complessità. Non transigere sul salvataggio delle vite in mare e fare in modo che i salvataggi siano soltanto residuali. Fare in modo che le persone possano arrivare in Europa attraverso vie legali. I corridoi umanitari europei

possono essere una via importante da perseguire

perché garantirebbe alle persone di non doversi affidare ai trafficanti mettendo a rischio la loro vita.

Un approccio non più emergenziale ma strutturale alla questione migratoria significherebbe anche rivedere la legge Bossi-Fini?

Insieme ad altre associazioni abbiamo depositato in Parlamento una legge di iniziativa popolare per una revisione della Bossi-Fini. Quello

potrebbe essere un ottimo punto di partenza

per tornare ad affrontare in modo complesso il  fenomeno migratorio. Negli ultimi tempi siamo stati abituati a risposte semplicistiche e semplificate invece la questione è complessa e va affrontata con rigore e responsabilità, a diversi livelli. Questa potrebbe essere l’occasione buona.

La nave di Sos Mediterranée è in attesa di un porto di sbarco. E noi in attesa di vedere cosa farà il nuovo ministro Luciana Lamorgese. Quale auspicio?

Speriamo che quello sguardo e quel volto umano della Repubblica cominci a farsi strada partendo da queste piccole grandi cose.

Questo potrebbe essere un segnale importante di un modo nuovo di approcciare alla questione migratoria rispetto agli ultimi 14/15 mesi. Auspico che non si arrivi a questi bracci di ferro ai quali ci stiamo abituando. Prima ci facevano effetto pochi giorni di stallo, ora passano più giorni e le condizioni delle persone si aggravano, assistiamo a scene drammatiche di persone sbarcate in condizioni terribili. Non dobbiamo abituarci a questo.

Un cambio di rotta potrebbe essere un segnale.

Il decreto sicurezza va affrontato rivedendolo nel complesso e va dato un segnale che stiamo riacquistando un volto umano.

Abbiamo assistito ad anni di lenta criminalizzazione delle Ong. Siamo ancora in tempo per recuperare?

Si può e si deve, già partendo con

un linguaggio mite che non criminalizzi, non crei capri espiatori e criminali,

non facendo violenza, utilizzando i media per informare e non dare informazioni  distorte come le famose invasioni. Ci vorrà tanto tempo perché una volta che il vaso è rotto ricostruire non è semplice. Ma tutto questo può contribuire a ricreare un clima più sereno e una situazione più accettabile, ridando la giusta collocazione a chi fa il bene: chi salva le vite in mare non è un criminale ma una persona o realtà che si mette al fianco delle organizzazioni pubbliche perché vuole un mondo diverso.

Stesso discorso vale per l’imbarbarimento della società verso atteggiamenti razzisti. Quali anticorpi mettere in campo come cattolici?

Assumendoci le nostre responsabilità e non facendo lotte interne sul tema dell’accoglienza, che è un dettato evangelico. Sappiamo che l’atteggiamento dei miti ci permetterà di ereditare una terra più umana, più solidale, più equilibrata e sostenibile per tutti.

 

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The Pope in Mauritius. “Welcome migrants and protect the environment.”

Mon, 09/09/2019 - 17:19

“What must one do to be a good Christian?.” “The answer is clear. We have to do, each in our own way, what Jesus told us in the Sermon on the Mount.” The Pope celebrated Holy Mass in Port Louis, on the esplanade that surrounds the Monument of Mary Queen of Peace. While over 100,000 people – arrived from across the Indian Ocean – acclaim him by waving palm branches, he cites the “apostle of Mauritian unity”, Blessed Jacques-Désiré Laval, “so greatly venerated in these lands”, whose relics are on the altar. It’s a national holiday in the Mauritian islands, and everyone flocks to see the successor of Peter who pays homage to the Blessed whom Christians, Hindus, Muslims and Buddhists consider the father of the nation. In a multi-ethnic, multi-religious and multicultural land known worldwide for its tourist attractions, the homage chosen by the Mauritians to mark this historic day is truly in “Laudato sì” style: in fact, 100,000 trees will be planted in response to Bergoglio’s call for an integral ecology, blessed by the Pope in the second and final public event of the day and of the entire journey to Africa, after the stops in Mozambique and Madagascar. The address to authorities ends with an invitation to

“move forward with that constructive approach that works for an integral ecological conversion”,

a central goal in Bergoglio’s Encyclical, “that seeks not only to avoid terrible climatic phenomena or extreme natural catastrophes, but also to promote a change in the way we live, so that economic growth can really benefit everyone, without the risk of causing ecological catastrophes or serious social crises.” The Holy Father’s last speech in Africa, marked by political emphases, begins with a reference to the decisive question, in what Bergoglio defines as “an epochal change” and not an epoch of change: migrations.

“To take up the challenge of welcoming and protecting those migrants who today come looking for work and, for many of them, better conditions of life for their families”, is the imperative.

“Your people’s DNA – the Pope said from the Presidential Palace of Port Louis – preserves the memory of those movements of migration that brought your ancestors to this island and led them to be open to differences, to integrate them and to promote them for the benefit of all”: “Make an effort to welcome them, following the example of your ancestors, who welcomed one another. Be protagonists and defenders of a true culture of encounter that enables migrants (and everyone) to be respected in their dignity and their rights”, is the heart of Francis’ message. For the Pope, the island nation of Mauritius bears evidence to the fact that

“it is possible to achieve lasting peace when we start with the conviction that diversity is a beautiful thing when it can constantly enter into a process of reconciliation and seal a sort of cultural covenant resulting in a ‘reconciled diversity’. This in turn serves as a foundation for the opportunity to build true fellowship within the greater human family, without feeling the need to marginalize, exclude or reject anyone.”

In order to continue being a “haven of peace” Mauritius must preserve “the democratic tradition that took root following your independence.” “Be examples to the men and women who count on you, and in particular to the young”: is the Pope’s appeal to political leaders, who are also called “to combat all forms of corruption.” The Pope pointed out that “that economic growth does not always profit everyone and even sets aside a certain number of people, particularly the young.” The Pope’s encouragement is “to promote an economic policy focused on people and in a position to favour a better division of income, the creation of jobs and the integral promotion of the poor”, and “not to yield to the temptation of an idolatrous economic model that feels the need to sacrifice human lives on the altar of speculation and profit alone, considering only immediate advantage to the detriment of protecting the poor, the environment and its resources.”

“Young people are the primary mission”,

is Francis’ recommendation in the Mass that opened the day, in the wake of the special attention devoted to “our young people” – the population majority – highlighted in all the legs of the journey to Africa. We must learn “to acknowledge the presence of the young and to make room for them in our communities and in our society”, the Pope said. “It is a hard thing to say, but, despite the economic growth your country has known in recent decades, it is the young who are suffering the most. They suffer from unemployment, which not only creates uncertainty about the future, but also prevents them from believing that they play a significant part in your shared history”, the cry of alarm: “Uncertainty about the future often forces them to feel that they have live their life on the fringes of society; it leaves them vulnerable and helpless before new forms of slavery in this twenty-first century.” “Let us not deprive ourselves of the young face of the Church and of society. Let us not allow those who deal in death to rob the first fruits of this land!” is the central appeal of the homily, with a denunciation: “our young people, and all those who, like them, feel voiceless, simply living from day to day.”

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Papa nelle isole Maurizio: “Accogliere i migranti e proteggere l’ambiente”

Mon, 09/09/2019 - 17:19

“Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”. “La risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini”. Il Papa celebra la Messa a Port Louis, nella spianata che fa da cornice al Monumento di Maria Regina della Pace, e mentre oltre 100mila persone in festa, provenienti da tutto l’Oceano Indiano, lo acclamano agitando rami di palme, cita subito l’ “apostolo dell’unità mauriziana”, il beato Jacques-Désiré Laval, “tanto venerato in queste terre”, le cui reliquie sono sull’altare. È festa nazionale, nelle isole Maurizio, e tutti accorrono a vedere il successore di Pietro che rende omaggio a colui che cristiani, indù, musulmani e buddisti, considerano il padre della nazione. In una terra multietnica, multireligiosa e multiculturale conosciuta nel mondo per le sue attrazioni turistiche, l’omaggio scelto dai mauriziani per rendere indelebile questa giornata storica è in puro stile “Laudato sì”: sono 100mila, infatti, gli alberi che saranno piantati aderendo all’appello di Bergoglio per una ecologia integrale, e che il Papa ha benedetto nel secondo e ultimo appuntamento pubblico della giornata e dell’intero viaggio in Africa, dopo le tappe in Mozambico e in Madagascar. E il discorso alle autorità termina proprio con l’invito ad

“andare avanti con quell’atteggiamento costruttivo che spinge a incentivare una conversione ecologica integrale”,

obiettivo centrale nell’enciclica di Bergoglio, che “mira non solo a evitare terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma cerca anche di promuovere un cambiamento negli stili di vita in modo che la crescita economica possa davvero giovare a tutti, senza correre il rischio di provocare catastrofi ecologiche o gravi crisi sociali”. L’ultimo discorso del Santo Padre in terra d’Africa, dai forti accenti politici, è cominciato con la menzione della questione decisiva, in quello che Bergoglio definisce “un cambiamento d’epoca”, e non un’epoca di cambiamento: le migrazioni.

“Accettare la sfida dell’accoglienza e della protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro, e, per molti di loro, migliori condizioni di vita per le loro famiglie”, l’imperativo.

“Il Dna del vostro popolo – ricorda il Papa dal palazzo presidenziale di Port Louis – conserva la memoria di quei movimenti migratori che hanno portato i vostri antenati su questa isola e che li hanno anche condotti ad aprirsi alle differenze per integrarle e promuoverle in vista del bene di tutti”: “Abbiate a cuore di accoglierli come i vostri antenati hanno saputo accogliersi a vicenda, quali protagonisti e difensori di una vera cultura dell’incontro che consente ai migranti – e a tutti – di essere riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti”, la consegna di Francesco. Le isole Maurizio, nelle parole del Papa, sono una dimostrazione che

“è possibile raggiungere una pace stabile a partire dalla convinzione che la diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una ‘diversità riconciliata’. Questa è base e opportunità per la costruzione di una effettiva comunione all’interno della grande famiglia umana senza la necessità di emarginare, escludere o respingere”.

Per continuare ad essere “un’oasi di pace”, le isole Maurizio devono conservare ”la tradizione democratica instaurata a partire dall’indipendenza”. “Essere un esempio per coloro che contano su di voi, specialmente per i giovani”, l’appello ai politici, insieme a quello a “combattere tutte le forme di corruzione”. “La crescita economica non vada sempre a vantaggio di tutti e che lasci da parte un certo numero di persone, specialmente i giovani”, il monito per riuscire a “sviluppare una politica economica orientata alle persone e che sappia privilegiare una migliore distribuzione delle entrate, la creazione di opportunità di lavoro e una promozione integrale dei più poveri”, senza “cedere alla tentazione di un modello economico idolatrico che ha bisogno di sacrificare vite umane sull’altare della speculazione e della mera redditività, che tiene conto solo del beneficio immediato a scapito della protezione dei più poveri, dell’ambiente e delle sue risorse”.

“I giovani sono la nostra prima missione”,

la raccomandazione di Francesco nella Messa che ha aperto la giornata, sulla scia dell’attenzione speciale riservata al “popolo” giovane – la maggioranza della popolazione – mostrata in tutte le tappe della sua trasferta in Africa. Bisogna imparare “a riconoscere e fornire ad essi un posto in seno alla nostra comunità e alla nostra società”, dice il Papa. “Com’è duro constatare che, nonostante la crescita economica che il vostro Paese ha avuto negli ultimi decenni, sono i giovani a soffrire di più, sono loro a risentire maggiormente della disoccupazione che non solo provoca un futuro incerto, ma inoltre toglie ad essi la possibilità di sentirsi protagonisti della loro storia comune”, il grido d’allarme: “Futuro incerto che li spinge fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI”. “Non lasciamoci rubare il volto giovane della Chiesa e della società! Non permettiamo ai mercanti di morte di rubare le primizie di questa terra”, l’appello centrale dell’omelia, insieme a una denuncia: “I nostri giovani e quanti come loro sentono di non avere voce perché sono immersi nella precarietà”.

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