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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 49 min ago

Papa Francesco: Napoli “capitale” della teologia “in uscita”

Thu, 20/06/2019 - 09:07

(da Napoli) Un papa convegnista e relatore di se stesso. Non era mai accaduto prima. Per un’altra delle sue ormai celebri “prime volte”, Francesco ha scelto Napoli, che il 21 giugno diventerà la capitale del dialogo e dell’accoglienza, in puro spirito partenopeo dilatato verso il mondo. Il luogo di questo singolarissimo “viaggio” di Bergoglio è via Petrarca, gioiello della collina di Posillipo e sede al n. 115 della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, sezione San Luigi, che dopo tre anni di un sapiente restauro ha visto rientrare i suoi studenti in sede proprio all’inizio di questo anno accademico. “C’è molto attesa per questo appuntamento”, racconta al Sir il decano, padre Pino Di Luccio: “il Papa ascolterà per circa tre ore e poi sarà lui a tenere una conferenza”, dal titolo “La teologia dopo Veritatis Gaudium nel contesto del Mediterraneo”, lo stesso tema della “due giorni” organizzata dalla Facoltà, che vedrà la presenza del Santo Padre nella giornata conclusiva. Il 21 giugno – festa di San Luigi – proprio da Napoli, dalla sezione della Facoltà teologica che porta il suo nome, partirà un messaggio destinato alle facoltà teologiche dei cinque continenti.  Sarà la prima volta che Bergoglio parlerà della riforma teologica, quasi un anno e mezzo dopo la pubblicazione dell’enciclica dedicata a questo tema.

“Lo dica lei, il perché…”. Quando lo incontriamo, padre Pino ci precede rispondendo in anticipo alla nostra prima domanda: perché il Papa ha scelto Napoli? “Forse perché, come scrive nella Veritatis gaudium, auspica una teologia che parta anche ‘dal basso’, dalla vita concreta con tutte le sue contraddizioni. O forse perché Napoli è un avamposto del Mediterraneo. O magari perché tutti la conoscono nel mondo perché si caratterizza per la cultura del dialogo, ed il dialogo è il criterio indicato dal Papa per riformare gli studi teologici…”. Nessuna di queste risposte, ci confessa il decano, soddisfa mai in pieno gli interlocutori. “Ho chiesto al Santo Padre: lo dica lei, perché ha scelto Napoli!”, ci rivela il gesuita: “Non so se lo farà”, aggiunge subito dopo riguardo ai possibili contenuti della conferenza del Papa.

Sponde. Quella della sua Facoltà, sintetizza il decano, è una teologia “in contesto” e “in uscita”, perfettamente in linea con la riforma delineata da Bergoglio nella Veritatis gaudium. La sezione San Luigi dal 2016 promuove iniziative in questa direzione, all’insegna della convivenza, dell’interculturalità e del dialogo con i musulmani e gli ebrei, anch’essi tra i relatori del convegno del 21 giugno.

Uno dei frutti di questo percorso è la collana “Sponde”, pubblicata da Il pozzo di Giacobbe, i cui volumi verranno consegnati nelle mani del Papa in occasione dell’evento di cui è l’ospite illustre.

“Ripensare – a partire dalla teologia – la categoria del Mediterraneo e le sue opportunità”, l’obiettivo della collana: da mare di morte, di respingimenti, annegamenti e porti chiusi, a transito e traversata per nuovi approdi. A guidare la navigazione, otto “libri-faro” – di cui l’ultimo è la traduzione di un’opera di Edgar Morin, “Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Da luogo di conflitti a incontro di sapienze” – che aiutano a tenere la rotta “tra i gorghi dei nazionalismi, delle intolleranze religiose, delle persecuzioni pretestuosamente giustificate”. Libri “compagni di viaggio e mezzi per il passaggio delle frontiere, contributo per trovare parole e pensieri adatti a neutralizzare i confini, ad abbattere i muri invisibili dell’indifferenza e dei nuovi razzismi, a rendere comprensibili le lingue altre e dominare le paure, ad avviare processi di liberazione e di incontro”. Libri, infine, come “ponti” che portano scritta, in filigrana, la parola “pace”.

Prima i laici. Da quando è arrivato l’annuncio dell’arrivo del Papa, una trentina di studenti laici della San Luigi, in maggioranza donne, si riuniscono in un gruppo di lavoro coordinato dai professori Sergio Tanzarella e Anna Carfora, che prenderanno la parola il 21 giugno prima del Papa. Il risultato è un documento che gli consegneranno in quell’occasione, ma che in realtà gli hanno fatto già pervenire in questi giorni, sperando che ne tenga conto nel suo intervento.

Al centro del testo, la condizione dei laici che studiano teologia e le loro difficoltà concrete, ma soprattutto la loro voglia di cambiamento.

“Spero che lo legga, e con interesse”, ci dice Caterina Costanzi, che oltre a studiare al San Luigi fa l’insegnante di religione in un liceo classico di Frattamaggiore, nei sobborghi di Napoli: “Chiediamo al Papa che i nostri titoli siano più spendibili, e per questo proponiamo un maggior collegamento tra il mondo del lavoro e della teologia. Nello stesso tempo, vorremmo avere più spazio nella ricerca scientifica: il laico che studia teologia è più libero, sceglie questo tipo di percorso per passione, non per la carriera”. Anche soltanto arrivare a Posillipo, a volte, può essere un’impresa: Raffaella Preziosi è una studentessa disabile in carrozzella.  “Sono ammirata – ci rivela – per il coraggio che mostra Papa Francesco, mettendosi in gioco nella nostra università. Abbiamo voluto consegnargli qualcosa di nostro, per dare il nostro contributo a migliorare i servizi e a fare rete tra le università di teologia”.

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La Regione si mette in ascolto?

Thu, 20/06/2019 - 00:00

Il 19 giugno ho partecipato, presso l’Assemblea Regionale Siciliana, ad una audizione della Commissione parlamentare per l’esame delle questioni concernenti l’attività dell’Unione europea. Convocati dal presidente on. Giuseppe Compagnone, alla presenza dell’on. Giuseppe Lupo, era presente una delegazione della Conferenza episcopale siciliana (Cesi), capeggiata dal vicepresidente mons. Michele Pennisi. L’incontro si inserisce in una serie di audizioni, promosse dall’Ars, rivolte agli attori che operano sul territorio per il superamento delle criticità. Il presidente, riconoscendo nella Chiesa uno dei soggetti attivi sul territorio ha voluto sentire i referenti di alcuni uffici pastorali.
Per la scuola è intervenuto mons. Pennisi che ha evidenziato soprattutto le problematiche relative alle difficoltà della scuola paritaria e della formazione professionale “sana”, gestita dai diversi soggetti ecclesiali, riaffermando la necessità di garantire il diritto allo studio di tutti, così come sancito dalle leggi europee e già attuato in diversi Paesi dell’Unione.
Don Giuseppe Pontillo rappresentava l’ambito dei Beni culturali e l’edilizia di culto. Ha sottolineato le difficoltà di accesso ai finanziamenti per i restauri dei tanti immobili di valore artistico posseduti dalla Chiesa, legate soprattutto alla burocrazia, al continuo cambiamento dei vertici delle Soprintendenze e le difficoltà relative alla fruizione dei suddetti beni. In sintonia con i beni culturali l’altro settore pastorale che si occupa della pastorale del turismo e del tempo libero. A rappresentarlo mons. Rosario Dispenza, vice direttore della Commissione regionale, il quale ha ricordato che tra i due Enti, la Regione e la Cesi è già in atto un dialogo avanzato per quanto riguarda i parchi culturali e i Cammini al fine di addivenire alla stipula di una convenzione che valorizzi anche le tante eredità immateriali, peraltro già riconosciute dalla Regione.
Agnese Gagliano, presidente regionale del Centro sportivo italiano ha presentato la situazione e la difficoltà da parte delle parrocchie circa la creazione e gestione degli oratori e degli impianti sportivi, un settore in sofferenza a causa dei pochi fondi disponibili, ma di alto valore educativo per le giovani generazioni, come dimostra la fiorente attività oratoriana delle parrocchie del Nord.
Salvo Pennisi, della commissione di Pastorale sociale e del progetto Policoro ha evidenziato l’opera di formazione alla cultura dell’imprenditorialità e del superamento della ricerca del posto fisso promossa dal Policoro, nonché delle difficoltà dei giovani legate all’accesso al credito per l’avviamento di progetti imprenditoriali.
Don Gaetano Gulotta, direttore regionale della Pastorale giovanile si è fatto portavoce del sentire dei giovani in rapporto alle istituzioni, caratterizzato da sfiducia e scetticismo, specialmente nei confronti della Regione e della continua emorragia migratoria che fa perdere alla Sicilia le sue forze migliori. Infine è toccato alla Pastorale familiare, rappresentata da Giovanni Pillitteri di Palermo e dai coniugi Angela e Nino D’Orsi di Monreale, i quali hanno presentato il progetto, in fase di definizione da parte della Commissione regionale per la famiglia, di creare una scuola per accompagnatori familiari che possa essere di aiuto per le famiglie in difficoltà relazionali.
I rappresentanti della Regione hanno ascoltato con attenzione le istanze e i progetti presentati auspicando ulteriori contatti per dare concretezza alle possibili soluzioni.
Che finalmente i politici abbiano capito che bisogna ascoltare i territori e la gente? Forse questa potrebbe essere la via che può finalmente avvicinare una Regione, sentita distante e chiusa nelle sue beghe di partito, ai problemi reali e alla vita delle persone.

(*) direttore “Settegiorni dagli Erei al Golfo” (Piazza Armerina)

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Clima: il tempo stringe…

Thu, 20/06/2019 - 00:00

“Il presente Dialogo si svolge in un momento critico. L’odierna crisi ecologica, specialmente il cambiamento climatico, minaccia il futuro stesso della famiglia umana, e questa non è un’esagerazione”. Sono queste le preoccupate battute iniziali dell’appello che lo scorso 14 giugno Papa Francesco ha rivolto ai partecipanti all’incontro promosso in Vaticano dal Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale sul tema “La transizione energetica e cura della nostra casa comune”. Una settantina di dirigenti di imprese nel settore petrolifero e del gas naturale (tra cui Eni, Shell, Total, Bp, Chevron, Exxon, ConocoPhillips, Oxy), assieme ad alcuni investitori internazionali (Bnp Paribas, BlackRock e altri) ed esperti in campo energetico. Questo tavolo di lavoro e di dialogo – al suo secondo appuntamento – nasce come naturale conseguenza della “Laudato si’” di Papa Francesco: l’enciclica del 2015 sulla cura della casa comune, citata anche nell’appello che il Pontefice ha rivolto ai partecipanti, ricorda che fa parte della missione della Chiesa intervenire sulle questioni vitali per l’intera famiglia umana, come la salvaguardia del creato, e anche proporre dei tavoli in cui, chi ha delle responsabilità in materia possa dialogare e cercare concrete soluzioni. Forse pensare che la Chiesa possa interagire con dei colossi economici, come quelli sopra citati, e conseguentemente possa contribuire a mutare le politiche industriali del pianeta potrà apparire una cosa ingenua, ma di fronte alla gravità della situazione nulla va lasciato intentato.
Il problema cruciale, posto sul tavolo, è l’emissione di anidride carbonica (C02), che si genera soprattutto dalla combustione degli idrocarburi (il petrolio e i suoi derivati) e in modo del tutto particolare dal carbone, ancora molto utilizzato in alcune parti del mondo per il riscaldamento delle abitazioni e per la produzione di energia elettrica dalle centrali a carbone. Uno degli effetti dell’immissione nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica, tramite le attività umane, è l’innalzamento della temperatura globale. Sebbene alcuni politici e qualche sparuto studioso si ostinino a negarlo, è ormai un dato di fatto – riconosciuto e provato dalla comunità scientifica – la correlazione tra la produzione umana di anidride carbonica e l’innalzamento delle temperature. L’aumento di qualche grado centigrado della temperatura globale ha degli effetti enormi sull’ambiente, con pesanti ripercussioni sull’intero ecosistema e, conseguentemente, anche sull’uomo. Si tratta pertanto di cambiare il modello di sviluppo delle nostre società, ancora in massima parte basato sulla combustione degli idrocarburi, e passare a nuove forme di approvvigionamento energetico, più rispettose dell’ambiente e meno impattanti dal punto di vista della produzione di anidride carbonica. I grandi della terra ne parlano ormai da anni in sontuosi e altisonanti simposi: basti ricordare la Cop 21, cioè gli accordi della conferenza di Parigi del 2015, in cui furono fissati, a livello mondiale, dei parametri per ridurre l’innalzamento della temperatura. Tuttavia sembra che la transizione energetica verso nuovi modelli di sviluppo proceda troppo a rilento, ostacolata – se non addirittura bloccata – dagli enormi interessi economici delle nazioni produttrici di petrolio e di carbone e dalle compagnie petrolifere. Nell’appello del 14 giugno, il Papa ha esortato i suoi interlocutori ad andare avanti con rapidità e con coraggio: “Il tempo stringe… Non possiamo permetterci il lusso di aspettare che altri si facciano avanti, o di dare la priorità a vantaggi economici a breve termine. La crisi climatica richiede da noi un’azione determinata, qui e ora, e la Chiesa è pienamente impegnata a fare la sua parte… Oggi è necessaria una transizione energetica radicale per salvare la nostra casa comune”. E noi, gente comune, abbiamo davvero a cuore l’ambiente? Siamo disponibili a rivedere il nostro stile di vita e quindi anche a rinunciare ad alcune comodità acquisite nel corso degli anni? A volte ho l’impressione che semplicemente si attenda che siano altri (i grandi della terra o qualche altra categoria) a fare qualcosa e si deleghi ad altri la questione, lavandosene pilatescamente le mani. A volte mi sembra che si pretenda che solo alcuni (ma in ogni caso sempre “gli altri”) debbano modificare il proprio stile di vita o il proprio metodo di lavoro e di produzione… “ma noi no”! In realtà, la questione del rispetto del creato riguarda proprio tutti e richiede a tutti, urgentemente, una nuova mentalità e un nuovo modello di sviluppo, se vogliamo garantire un futuro ai giovani di oggi e di domani: “Loro, i nostri figli, i nostri nipoti – ha detto ancora il Papa – non dovranno pagare! Non è giusto che paghino loro il costo della nostra irresponsabilità”.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Opportunità d’estate

Thu, 20/06/2019 - 00:00

Inizia proprio in questi giorni l’estate astronomica, che però già abbiamo sentito anticipare dalle recenti alte temperature (per altro inferiori alla media fino a qualche settimana fa…). A Chioggia la “stagione” viene sempre in qualche modo preannunciata dalla festa dei santi Patroni Felice e Fortunato e, a livello più propriamente turistico, dal “Palio della Marciliana”, che ad essa pure fa riferimento, vissuto quest’anno con speciale intensità di partecipazione. Una bella kermesse che coinvolge ogni anno centinaia di figuranti e collaboratori, adulti, anziani, giovani, ragazzi e bambini e che ha la sua eco significativa anche in ambito nazionale. Ma questo è solo l’inizio perché l’amministrazione comunale, in collaborazione con Pro Loco e varie associazioni, ha stilato un fitto programma di iniziative e di proposte (nell’elenco era compreso pure il recente Festival della Comunicazione, organizzato con la diocesi): tante opportunità di incontro e di svago offerte a cittadini e turisti per i prossimi mesi condensati nello slogan “Un mare di emozioni”. Non sono da meno altri Comuni del territorio che hanno predisposto, a loro volta, appuntamenti popolari o anche di particolare livello artistico-culturale per la popolazione locale e per i sempre numerosi visitatori, compresi i nostri emigrati che, soprattutto da Piemonte e Lombardia, ritornano per qualche periodo alla loro terra d’origine incontrando i familiari e gli amici di un tempo. Da Cavarzere a Loreo, da Rosolina a Porto Viro, da Taglio di Po a Porto Tolle, senza dimenticare anche Pettorazza e il litorale di Pellestrina, è tutto un fervore – più o meno intenso e più o meno pubblicizzato – di feste, di sagre, di concerti, di incontri… La bellezza dell’estate per molti è proprio quella di offrire tante occasioni di conoscenza di nuove persone e di fruizione di nuovi luoghi che arricchiscono il proprio bagaglio umano e culturale nello scambio reciproco e nella serenità della vacanza. Tra le altre proposte, merita una speciale menzione l’attenzione rivolta a bambini e ragazzi dalle nostre comunità – in genere le comunità ecclesiali, ma in alcuni casi anche le comunità civili – con le specifiche iniziative ricreativo-educative. Abbiamo in mente, in modo speciale, l’“Estate Ragazzi” che viene avviata proprio in questi giorni in molte zone della città e della diocesi. La comunità cristiana non trascura certo la dimensione spirituale-religiosa che dà una marcia in più ed un’ulteriore chance positiva alle vacanze. Facciamo eco al vescovo Adriano che, nel suo messaggio ai villeggianti, ribadisce la disponibilità delle comunità ad offrire spazi e occasioni opportune per alimentare anche la vita spirituale. Un impegno e una sfida! Senza dimenticare il sostegno e la simpatia per quanti, in questi mesi, lavorano di più…

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Unhcr: oltre 70 milioni di persone in fuga, raddoppiate in vent’anni. La metà dei rifugiati sono bambini

Wed, 19/06/2019 - 18:27

E’ di nuovo record di persone in fuga nel mondo: sono state 70,8 milioni nel 2018, con un aumento di 2,3 milioni di persone rispetto all’anno precedente, il dato più alto degli ultimi 70 anni, pressoché raddoppiato rispetto a vent’anni fa. Di questi 25,9 milioni hanno lo status di rifugiati (500.000 in più del 2017), 41,3 milioni sono sfollati interni ai Paesi (soprattutto in Colombia e Siria), 3,5 milioni sono richiedenti asilo. L’80% delle persone in fuga vive in Paesi confinanti con i propri Paesi di origine, quindi prevalentemente nei Paesi a medio o basso reddito. E non nel primo mondo come si pensa. Per il quinto anno consecutivo è infatti la Turchia, con 3,7 milioni di persone ad accogliere il numero più elevato di rifugiati nel mondo, seguita dal Pakistan (1,4 milioni), dall’Uganda (1,2 milioni), dal Sudan (1,1 milione) e dalla Germania con 1 milione. Complessivamente il 60% di tutti i rifugiati provengono da soli 5 Paesi: Siria (6,7 milioni), Afghanistan (2,7 milioni), Sud Sudan (2,3 milioni), Myanmar (1, 1 milione), Somalia (0,9 milioni). I nuovi sfollati nel 2018 sono stati 13,6 milioni, tra i quali oltre 10 milioni di sfollati all’interno del proprio Paese e 2,8 milioni nuovi rifugiati e richiedenti asilo. Il numero più elevato di domande d’asilo è stato presentato dai venezuelani: 341.800 a fronte di circa 4 milioni di persone che hanno lasciato il loro Paese a causa della grave crisi politica e umanitaria. Sono le principali cifre dei Global trends 2018, le tendenze globali delle migrazioni, presentate oggi a Roma dall’Alto commissariato per le Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato che si celebra domani, 20 giugno, in tutto il mondo.

La conferenza stampa dell’Unhcr alla Sala Stampa estera di Roma

37.000 persone al giorno costrette a fuggire. 37.000 persone al giorno sono dunque costrette a fuggire dalle proprie case: il 16% dei rifugiati sono stati accolti in Paesi sviluppati ma un terzo della popolazione (6,7 milioni) si trovava nei Paesi meno sviluppati. Nel 2018 però anche 2,9 milioni di persone hanno fatto ritorno alla loro casa, anche se i reinsediamenti nei paesi terzi sono stati solamente 92.400. Tra i nuovi richiedenti asilo il numero più elevato è rappresentato dai venezuelani: 341.800. I paesi ad alto reddito accolgono solo 2,7 rifugiati ogni 1000 abitanti. I Paesi a reddito medio e medio basso accolgono 5,8 rifugiati ogni 1000 abitanti. I paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale. Tra i rifugiati 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione.

La metà dei rifugiati sono minori (+41%). La metà dei rifugiati sono minori, una percentuale in aumento rispetto al 41% del 2009. Di questi

138.600 sono minori soli, separati dalle famiglie e non accompagnati,

che hanno presentato domanda di asilo individualmente.

5,5 milioni di rifugiati palestinesi. Tra i 25,9 milioni di rifugiati su scala mondiale, almeno 5,5 milioni sono palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations relief and works agency/Unrwa). “La crescita complessiva del numero di persone costrette alla fuga è continuata a una rapidità maggiore di quella con cui si trovano soluzioni in loro favore – ha spiegato Carlotta Sami, portavoce di Unhcr Italia -. La soluzione migliore è rappresentata dalla possibilità di fare ritorno nel proprio Paese volontariamente, in condizioni sicure e dignitose. Altre soluzioni prevedono l’integrazione nella comunità di accoglienza o il reinsediamento in un Paese terzo”. Tuttavia, nel 2018 solo 92.400 rifugiati sono stati reinsediati, meno del 7% di quanti sono in attesa. Circa 593.800 rifugiati hanno potuto fare ritorno nel proprio Paese, mentre 62.600 hanno acquisito una nuova cittadinanza per naturalizzazione. La migrazione è un fenomeno prevalentemente urbano: è più probabile che un rifugiato viva in paese o in città (61%), piuttosto che in aree rurali o in un campo rifugiati.

Un terzo di tutti i rifugiati accolti dai Paesi poveri. Un dato eclatante è che

i Paesi ad alto reddito accolgono mediamente 2,7 rifugiati ogni 1.000 abitanti;

i Paesi a reddito medio e medio-basso ne accolgono in media 5,8 ogni 1.000 abitanti; i Paesi più poveri accolgono un terzo di tutti i rifugiati su scala mondiale. Il Paese dove il rapporto tra rifugiati e popolazione è maggiore è

in Libano: 156 rifugiati ogni 1.000 abitanti.

Un rifugiato ogni 6 libanesi. A seguire Giordania e Turchia.

In Italia, dove vivono 130.000 rifugiati (non riempirebbero nemmeno il Circo Massimo), il rapporto è di 3 rifugiati ogni 1.000 abitanti.

L’Italia è anche al 10° posto nel mondo per nuove domande di asilo: 48.900, un numero dimezzato rispetto ad un anno prima, quando era al terzo posto dopo Stati Uniti e Germania. Ora i primi destinatari di richieste d’asilo sono Stati Uniti, Perù (dal Venezuela) e Germania. Quasi 4 rifugiati su 5 hanno vissuto da rifugiati almeno per cinque anni. Un rifugiato su 5 è rimasto in tale condizione per almeno 20 anni.  “Sono cifre molto preoccupanti – ha detto Luigi Maria Vignali, del Ministero degli affari esteri -. Confermano una difficoltà maggiore ad accoglierli e a proteggerli”. Vignali ha ricordato che l’Italia ha realizzato 700 evacuazioni umanitarie dalla Libia in un anno e mezzo e reinsediato 2.500 rifugiati negli ultimi anni. “I corridoi umanitari – ha detto – sono una eccellenza italiana, un partenariato tra società civile e istituzioni che ha successo. E’ ora il momento di pensare a corridoi umanitari europei”.

Caritas, “governo faccia la sua parte”. “I corridoi umanitari non possono essere l’unico strumento legale per entrare in Italia in modo legale e sicuro – ha obiettato durante la conferenza stampa Caterina Boca, dell’ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas italiana -. Il governo italiano deve individuare politiche di governance per le persone che chiedono protezione e assistenza e avviare un processo che consenta di favorire gli ingressi in maniera legale. Le organizzazioni e gli enti del terzo settore non possono essere caricate, a proprie spese, di responsabilità che devono essere una prerogativa governativa. Il governo deve fare la sua parte, nel rispetto delle direttive internazionali e della Convenzione di Ginevra”. Boca ha ricordato che dal settembre 2015 ad oggi (quando Papa Francesco lanciò l’appello ad accogliere i profughi a parrocchie e comunità), sono state portate in Italia 500 persone con i corridoi umanitari, principalmente dall’Etiopia. Si tratta di eritrei, somali, sud sudanesi in fuga da persecuzioni e conflitti, che vivevano da anni in campi profughi in condizioni di grande vulnerabilità.

La Campagna #IoAccolgo”. Durante l’incontro Caritas italiana ha distribuito a tutti i presenti le coperte termiche usate per proteggere i migranti tratti in salvo, oggetto simbolico della campagna #IoAccolgo, lanciata la scorsa settimana avanti da 46 organizzazioni della società civile “per raccontare i tanti presidi sanitari, sociali, di legalità che già esistono, nonostante il fenomeno sia raccontato in maniera ostile”. L’invito è a stendere sul proprio balcone una coperta termica. Domani e nei prossimi giorni, per la Giornata mondiale del rifugiato, sono previste in tutta Italia moltissime iniziative artistiche, culturali e gastronomiche, tra cui le giornate “Porte aperte” dei centri di accoglienza, per favorire l’incontro tra i rifugiati e le comunità. Info: www.unhcr.it/withrefugees

A sinistra e in primo piano: Caterina Boca e Oliviero Forti, Caritas italiana. Al centro Luigi Maria Vignali, Ministero affari esteri.

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Bambini e ragazzi in Italia. Garante infanzia: “Non lasciamoli soli”

Wed, 19/06/2019 - 13:38

“Non lasciamo soli i nove milioni e 800mila minorenni che vivono in Italia”.

Questo l’appello rivolto alla responsabilità degli adulti – genitori, comunità e istituzioni – dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, in occasione della presentazione della Relazione al Parlamento sull’attività dell’Agia nel 2018 oggi, mercoledì 19 giugno, nella Sala della Regina, a Montecitorio, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dopo i saluti del presidente della Camera, Roberto Fico, la garante illustra i

sette “cantieri aperti” per l’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia

sui quali richiamare l’attenzione come ambiti prioritari di intervento per le istituzioni e il mondo degli adulti in generale a tutela di bambini e ragazzi che vivono nel nostro Paese. Riguardano i rapporti familiari, la violenza sull’infanzia, l’inclusione, il rapporto dei minorenni con la giustizia, le dipendenze e la salute, l’educazione e l’Autorità garante, che chiede maggiore autonomia e indipendenza.

Ruolo di guida. “La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza – ricorda Albano – ha trasformato bambini e ragazzi da oggetto di protezione a soggetti titolari di diritti, ponendo le basi per un cambiamento nella relazione tra generazioni”, ma resta essenziale “il ruolo di guida nei confronti dei più piccoli da parte di genitori, comunità e istituzioni”. Infatti, l’aver assegnato dei diritti a bambini e ragazzi non li ha resi “automaticamente capaci di orientarsi da soli nel mondo”.

“Responsabilità”

è la parola chiave della Relazione della garante. Responsabilità che sorgono, ad esempio, quando la coppia va in crisi. Per questi casi l’Autorità garante ha elaborato la “Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori”, che invita a tener conto del punto di vista dei più piccoli. Oppure responsabilità che entrano in gioco, sempre per gli adulti, quando lasciano i ragazzi avventurarsi da soli nella rete senza un’adeguata consapevolezza.

Non mancano le responsabilità delle istituzioni. Quasi un minorenne su otto secondo l’Istat vive oggi in condizioni di povertà assoluta, l’offerta di servizi per l’infanzia tra regione e regione è disomogenea e ha bisogno di standard minimi uguali in tutto il territorio. “Servono più asili nido e più mense scolastiche di qualità e spazi gioco accessibili a tutti i bambini e una banca dati sulla disabilità”, la richiesta di Albano a Parlamento e istituzioni competenti attraverso la definizione di livelli essenziali delle prestazioni previsti dalla Costituzione.

Sempre alle istituzioni l’Autorità garante domanda di rendere effettiva l’applicazione della legge sugli orfani di crimini domestici e di intervenire prima che le tragedie si consumino:

“La violenza nei confronti dei bambini è prova che il sistema di protezione non ha funzionato.

Sono troppi i casi, registrati anche negli ultimi giorni, di bambini maltrattati e uccisi da chi li avrebbe dovuti proteggere”. È indispensabile “intercettare situazioni di fragilità, dare supporto alla genitorialità e far emergere il sommerso”: il che significa, per i più piccoli, sapere di potersi sempre rivolgere a una persona di cui si fidano e, per gli adulti, farsi “sentinelle” del loro benessere. Ma significa anche rispondere all’esigenza di una raccolta dati costante e aggiornata sul fenomeno dei maltrattamenti e delle violenze.

Genitori in carcere. Ci sono poi, denuncia l’Autorità garante, “bambini e ragazzi per i quali la condanna di un genitore rischia di divenire la propria: a loro va garantito il diritto a mantenere relazioni affettive e educative. Ma anche bimbi che non dovrebbero crescere in carcere: ad aprile ce n’erano ancora 55 negli istituti detentivi”.

C’è anche la richiesta di un impegno alle istituzioni per recuperare i ragazzi alla legalità e al rispetto delle regole: “La mediazione penale può essere una risposta per accompagnare i minorenni autori di reato verso la consapevolezza delle azioni compiute e il riconoscimento della sofferenza delle vittime”. “Ciò vale anche per i ragazzi più piccoli, che non hanno ancora compiuto 14 anni”, precisa Albano.

Per i minorenni stranieri che arrivano soli nel nostro Paese, infine, l’Autorità ricorda

“il principio di non respingimento, il divieto di espulsione e il diritto a un’adeguata accoglienza”.

In questo i tutori volontari rappresentano “una possibilità di integrazione e di argine verso rischi di marginalità sociale”.

Qualche numero delle attività svolte nel 2018: circa 7.000 bambini e ragazzi coinvolti, attraverso la partecipazione a progetti promossi dall’Autorità garante in circa 60 scuole di ogni ordine e grado, in tutto il territorio nazionale; circa 80 ragazzi in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni del ministero della Giustizia (a Torino, Milano, Venezia, Perugia, Roma, Napoli, Reggio Calabria e Trapani) coinvolti in attività di ascolto istituzionale; 8 incontri con i servizi minorili dell’Amministrazione della Giustizia e con i Tribunali per i minorenni e le rispettive procure della Repubblica (distretti di Torino, Milano, Venezia, Perugia, Roma, Napoli, Reggio Calabria e Trapani); 7 strutture di prima e seconda accoglienza per minori stranieri non accompagnati visitate, per un totale di 69 minori coinvolti in 32 sessioni partecipative; 11 pubblicazioni realizzate o diffuse, 50.000 copie distribuite del volume “Geronimo Stilton e la Costituzione italiana raccontata ai ragazzi”, 4.000 copie distribuite della “Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori”.

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Maturità 2019. Savagnone (tuttavia.eu): “La scuola dà un segnale importante e si conferma luogo di riflessione”

Wed, 19/06/2019 - 13:04

E’ in corso la prima prova scritta dell’esame di maturità 2019, ossia la prova di italiano. I 520.263 candidati hanno potuto scegliere tra tre tipologie di tema: analisi e interpretazione di un testo letterario italiano; analisi e produzione di un testo argomentativo; riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità. Le tracce propongono “Risvegli”, breve poesia tratta da “Il porto sepolto”, confluito nella raccolta “L’allegria”, di Giuseppe Ungaretti. Poi Leonardo Sciascia, con un brano tratto dal romanzo “Il giorno della civetta”. E ancora Corrado Stajano con “Eredità del Novecento”, un testo storico dell’artista e saggista Tomaso Montanari, “Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà”; un discorso del prefetto Luigi Viana in occasione dei 30 anni dall’uccisione, per mano della mafia, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e, infine, una riflessione sul ruolo dello sport nella storia e nella società, partendo da un articolo dedicato al ciclista Gino Bartali.

“Temi interessanti che stimolano la riflessione”. E’ soddisfatto Giuseppe Savagnone, già insegnante di liceo ed oggi responsabile di Tuttavia.eu, il blog della pastorale della cultura dell’arcidiocesi di Palermo. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nel capoluogo siciliano per una “lettura a caldo” delle tracce d’esame. “La mia – precisa – è un’impressione immediata, senza avere letto in profondità i testi, e devo dire che il mio giudizio è positivo.

La scuola, con la scelta di queste tracce, dà un segnale importante e continua a essere un luogo dove si può ancora fare un discorso di riflessione”.

Entrando nello specifico, Savagnone osserva che la poesia di Ungaretti proposta come prima traccia “suggerisce lo stupore esistenziale di fronte all’universo e alla domanda su Dio. E’ una bella poesia perché spinge alla comprensione di qualcosa che oggi manca molto, la meraviglia. A mio avviso non è tanto una riflessione sul male, ma un invito ad aprire gli occhi al mistero della vita e dell’universo dal quale nasce il discorso su Dio.

Potrebbe costituire per i ragazzi uno spunto per riscoprire lo stile dello stupore e della meraviglia”.

Evidente, per Savagnone, il fil rouge che collega altre due tracce: quella al romanzo di Sciascia, suo conterraneo, e quella dedicata alla figura del generale Dalla Chiesa. “Una scelta molto opportuna – commenta – perché stimolano a ragionare sul problema della mafia e della criminalità organizzata, argomento di cui si oggi si parla poco e che invece merita di essere oggetto di riflessione, anzi di meditazione, da parte dei ragazzi”. Per lo studioso manca il tema di storia “ma c’è un’attenzione all’attualità e ai problemi dell’oggi. In questa direzione vanno l’illusione della conoscenza, riflessione importante sull’ambiguità della scienza e sulle sue possibili derive”. La conoscenza, spiega, “è un fatto ambiguo, come afferma il Libro della Sapienza. Se mal gestita può portare a disastri; in particolare oggi che il progresso scientifico e tecnologico ha raggiunto dei traguardi per cui si corre il rischio che tutto ciò che è tecnicamente possibile venga considerato lecito”.

Con riferimento al tema tratto dal testo di Staiano, Savagnone definisce “molto azzeccata l’idea di mostrare la problematicità dello sviluppo della società italiana, situazione che resta tuttora problematica e stimola con intelligenza a riflettere sull’oggi. E’ importante, nel generale spaesamento di oggi, risvegliare l’attenzione dei ragazzi sull’attualità alla luce di più ampi fenomeni del passato: dalla complessità di allora a quella odierna per comprendere che non c’è futuro senza una radice nel passato”.

“Mi è piaciuta molto – prosegue lo studioso – anche la traccia dedicata a Bartali che sottolinea l’importanza della capacità di andare oltre le leggi in un momento in cui queste siano disumane: un tema attualissimo.

Allora gli ebrei, ora i migranti: anche oggi ci sono leggi altrettanto discriminatorie e chiuse alla realtà dell’essere umano. E uno come Bartali le ha sfidate.

Occorre chiedersi anche oggi: se la legge è contro l’uomo merita di essere rispettata?”. Per Savagnone quest’ultima è “una traccia in un certo senso rivoluzionaria; sottolinea l’ambiguità delle leggi che non sono la misura ultima del bene del male, soprattutto quando criminalizzano persone che non hanno commesso nulla di male ma sono fuorilegge per il solo fatto di essere ebrei o migranti”. Di fronte alle attuali ondate di antisemitismo “non si può tacere. Siamo in un’epoca di ritorno delle discriminazioni: contro ebrei, neri, migranti; contro tutti quelli che sono come noi. E Bartali è un bell’esempio: un uomo semplice, umile, non di grande cultura ma che ha fatto onestamente quello che è umano, la difesa dell’umano. Un esempio di cui oggi c’è estremo bisogno”. Di Ginettaccio si ricorda anche un importante gesto inconsapevolmente pacificatore per l’Italia quando nel 1948, subito dopo l’omicidio di Palmiro Togliatti, la sua vittoria al Tour de France contribuì a riconciliare un clima incandescente. “Quelle come lui – conclude Savagnone – sono figure umili e preziose per la società; non mandano grandi messaggi espliciti ma testimoniano con la loro vita semplice e silenziosa la forza dell’umanità e l’importanza della pace in un momento di grande conflittualità come l’attuale”.

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Maturità 2019: essere veramente uomini e lasciarsi provocare dal tempo in cui si vive

Wed, 19/06/2019 - 13:03

Confesso che commentare le tracce della maturità è compito tutt’altro che facile, a cominciare dal fatto che si fatica a orientarsi tra le mille informazioni che escono in proposito.

Facendo ordine: anzitutto le tracce sono sette. E cioè due per la tipologia A (analisi di un testo in prosa o poesia scritto da un autore vissuto dall’Unità d’Italia a oggi), tre per la tipologia B (testo argomentativo, che sostituisce il saggio breve) e due per la tipologia C (tema d’attualità).

Per la tipologia A sono stati suggeriti i testi di due autori come Ungaretti e Sciascia, mentre per la tipologia B, quella che riguarda l’analisi e produzione di un testo argomentativo  gli studenti hanno potuto scegliere tra un brano di Corrado Stajano, sull'”Eredità del Novecento”, uno di Tommaso Montanari su “l’uso del futuro”, oppure uno di Fernbach, da “L’illusione della conoscenza”.

Infine la Tipologia C, cioè il tema di attualità ha proposto due tracce: la prima chiede agli studenti di scrivere un tema a partire da un testo del prefetto Luigi Diana, scritto in occasione del trentesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il generale e prefetto, vittima della mafia, ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo in via Carini, a Palermo, il 3 settembre del 1982. La seconda traccia invece è una riflessione sullo sport e la storia a partire da un articolo di Cristiano Gatti, incentrato su Gino Bartali, campione di ciclismo noto anche per aver infilato nel telaio della sua bici documenti falsi che consegnava agli ebrei per salvarli dai campi di sterminio.

Si può naturalmente commentare in vario modo, magari addentrandosi nei dettagli delle richieste delle diverse prove della maturità. Qui però vale la pena di raccogliere una suggestione che viene guardandole quasi a volo d’uccello, dall’alto, insieme. Si coglie quasi il suggerimento – o la necessità – che i nostri ragazzi si facciano sempre più “parte” del mondo in cui vivono. Attraversiamo a volte generazioni sconnesse per troppa connessione, cioè ragazzi e giovani immersi nel “particolare” del proprio interesse, fisicamente isolati da auricolari invadenti e smartphone onnipotenti.

La scuola, invece, anche con i temi di maturità, chiede loro di aprire occhi e orecchie, di alzare lo sguardo. Per contemplare o lasciarsi rapire dalle suggestioni poetiche di un “Porto sepolto” che è metafora della ricerca di sé, o dall’intrigante trama di Sciascia che disegna complessità e misteri di una realtà a diversi piani. Ma anche per riflettere con lucidità sul presente, sul rapporto tra cultura, storia e futuro, su coscienza e conoscenza in un tempo in cui entrambe inciampano nelle “fake”.

Forse però la suggestione più forte viene dalle provocazioni di attualità e dall’accostamento – casuale? – di due personaggi che paiono diversissimi tra loro ma in fondo portano a una meta comune. Il generale Dalla Chiesa ucciso dalla Mafia apre alla considerazione di una stagione della nostra storia italiana ricca di tragedie e pure di impegno civile. Bartali, il Gino, ciclista e campione di umanità, quell’impegno civile lo traduceva in gesti semplici e difficilissimi allo stesso tempo, nella cosa per lui più normale e quotidiana. Pedalava il Bartali, ma non solo sui tracciati delle gare, bensì sulla salita impervia e rischiosa dell’impegno ad essere veramente uomo, cristiano – come ha ben ricordato un libro delle edizioni Ave – appassionato della vita e delle altre persone.

Le tracce della maturità, tutte insieme e ciascuna per sé, con le caratteristiche che lasciamo ai cultori delle materie, lanciano questa suggestione ai maturandi di oggi: occorre cercare di essere veramente uomini, lasciarsi provocare dal tempo in cui si vive, leggerne le contraddizioni, evitare di perdere la bussola che porta alla scoperta di se stessi, anzitutto, per poter essere, poi, uomini veri in mezzo agli altri.

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EU Summit: a flying meeting. EU 28 leaders’ agenda and the role of Italy

Wed, 19/06/2019 - 10:49

Less than a day. To be precise, 23.5 hours is the scheduled timeframe of the European Council meeting of 20-21 June according to the official program. EU 28 heads of Government and State will convene in Brussels to address – according to the registered agenda – a wide range of issues critical to the future of the EU integration. Even if the Summit lasted all night there would hardly be any time for reflection, discussion and decisions. There is a strong need for in-depth debates and farsighted resolve.

Work programmes. The website of the European Council states: “EU leaders will meet in Brussels to take the relevant decisions on appointments for the next institutional cycle and to adopt the EU’s strategic agenda for 2019-2024.” This “Strategic Agenda” (there is no shortage of pretentious language) “will be used to plan the work of the European Council, and will provide the basis for the work programmes of the other EU institutions.” Furthermore, EU leaders “will also revert to the issue of the 2021-2027 multiannual financial framework (MFF)”, they will discuss “climate change ahead of the United Nations Secretary-General’s Climate Action Summit on 23 September 2019.” Furthermore, “in the context of the European semester, the European Council will also discuss the country-specific recommendations”, including an infringement procedure against Italy for excessive debt. In addition,  “the leaders will take note of a report on disinformation and elections.” Finally, on Friday, after the European Council,  “EU27 leaders will meet for a Euro Summit.”

Across the board. But there is more going on behind the scenes, where it’s clear for everyone that the summit cannot ignore the growing rifts on the nominations for EU “top jobs” i.e. the new heads of EU institutions (President of EU Council, Commission, Parliament, ECB, and the High Representative for Foreign Affairs). The heads of Government and State will also have to take stock of the fact that a Member Country – the United Kingdom – is deadlocked re EU membership/exit. They cannot ignore the fact that the “strategy” for the future must concretely involve a multiannual budget commensurate with the challenges facing Europe. Indeed,  the budget reflects the course of action and the ability to deliver the results that 500 million citizens expect from the EU and its Member States. These results concern several areas including security and defence policy, migration management, economic competitiveness and employment, competition rules, banking union and the strengthening of the euro currency, the energy sector and climate change, public health and consumer protection, the creation of the planned “social pillar”, the problem of disinformation threatening European democracy, EU enlargement to the Western Balkans, the Union’s presence on the world stage, with a special focus on Africa and the Middle East.

Affinities and alliances. The leaders of acceding countries should seriously address these issues (and keep absent-minded public opinions alert), in terms of a rediscovered collaboration, in order to “team up” and jointly address these and other challenges Europe is faced with in the present historical phase. Yet clearly such a tight schedule will only allow enough time for the Council to draw a few superficial considerations and take an even small number of decisions, adjourning the most important ones. Perhaps the first thought of Presidents and PMs arriving in Brussels will be to share the cake of EU institutions leadership, forming alliances based on political affinities and concrete interests. In this respect Italy’s role is yet to be ascertained.

What are Italy’s future prospects? Clearly, Italian PM Giuseppe Conte is unlikely to be given a red carpet welcome. The pending infraction procedure for excessive deficit; the polemics against Community rules repeatedly sparked off by the two deputy-Prime Ministers; the outcome of the May 26 elections that identify Italy – whether or not corresponding to the truth – as “the most Eurosceptic country in Europe” risk cornering Italy at the negotiating table of EU28 leaders, where it’s (almost) sure to lose the leading positions the Country had obtained also thanks to the previous governments, namely, the President of the European Parliament, President of the Central Bank, High Representative. Italy’s new role in Europe depends on this weekend’s summit and on the daily life of politics that ensure that the Country remains (without isolating it) within the group of “European powers”.

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Summit Ue: toccata e fuga. L’agenda dei 28 leader e il ruolo dell’Italia

Wed, 19/06/2019 - 10:49

Neppure un giorno intero. Precisamente 23 ore e mezza. Tanto dovrebbe durare, stando al programma ufficiale, il Consiglio europeo del 20-21 giugno. I 28 capi di Stato e di governo arriveranno a Bruxelles per affrontare – sempre stando all’agenda protocollata – un’amplissima serie di questioni dirimenti per il futuro dell’integrazione europea: e se anche rimanessero attorno al tavolo del summit l’intera notte, avrebbero ben poco tempo per riflettere, discutere, decidere. Eppure di confronti serrati e di scelte lungimiranti c’è un gran bisogno.

Programmi di lavoro. Il sito del Consiglio europeo afferma: “I leader dell’Ue si riuniranno a Bruxelles per prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale e adottare l’Agenda strategica per il periodo 2019-2024”. Questa “Agenda strategica” (la pomposità nei termini non difetta) sarà “utilizzata per pianificare il lavoro del Consiglio europeo e rappresenterà la base dei programmi di lavoro delle altre istituzioni dell’Unione”. Inoltre i leader Ue “torneranno sulla questione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027”, discuteranno “di cambiamenti climatici in vista del vertice sull’azione per il clima convocato dal Segretario generale delle Nazioni Unite per il 23 settembre 2019”. Non basta: “Nel contesto del semestre europeo il Consiglio europeo discuterà delle raccomandazioni specifiche per Paese”, compresa la eventuale procedura d’infrazione per debito eccessivo verso l’Italia. “I leader prenderanno poi atto di una relazione sulla disinformazione e le elezioni”. Infine venerdì, dopo il Consiglio europeo, “i leader dell’Ue a 27 si riuniranno per un Vertice euro”.

A tutto campo. Fin qui l’ufficialità. Ma dietro le quinte è a tutti chiaro che il summit non potrà ignorare le lacerazioni che vanno crescendo in vista della nomina dei “top job” dell’Ue (presidenti di Consiglio, Commissione, Parlamento, Bce, più l’Alto rappresentante per la politica estera). I capi di Stato e di governo non potranno neppure trascurare il fatto che un Paese membro – il Regno Unito – è politicamente in panne proprio in relazione alla sua appartenenza/uscita dalla stessa Ue. Non dovranno ignorare che la “strategia” per il futuro deve concretamente passare per un bilancio pluriennale all’altezza delle sfide che attendono l’Europa: perché un bilancio è lo specchio di una direzione di marcia e della capacità di produrre quei risultati che 500 milioni di cittadini si attendono dall’Ue e dagli Stati membri. Risultati che hanno a che fare – solo per fare qualche esempio – con la sicurezza e la politica di difesa, la gestione delle migrazioni, la competitività economica e l’occupazione, le regole della concorrenza, l’unione bancaria e il rafforzamento dell’euro, il nodo energetico e il contrasto ai cambiamenti climatici, la tutela della salute pubblica e dei consumatori, la costruzione dell’annunciato “pilastro sociale”, il problema della disinformazione che minaccia la democrazia europea, l’allargamento dell’Ue ai Balcani occidentali, la presenza dell’Unione sulla scena mondiale, con uno sguardo particolare verso Africa e Medio Oriente.

Affinità e alleanze. Temi, questi, che dovrebbero interrogare seriamente i leader dei Paesi aderenti (e tener deste le distratte opinioni pubbliche), in chiave di una ritrovata collaborazione, capace di “fare squadra” e di affrontare, insieme, queste stesse e altre sfide poste all’Europa nella presente fase storica. Ma è chiaro che in poche ore il Consiglio europeo non potrà che procedere a poche, superficiali analisi, assumere ancor meno decisioni, rimandandone altre di assoluta rilevanza. Forse il primo pensiero di presidenti e premier che giungono a Bruxelles è quello di spartire la torta delle altre cariche comunitarie, tessendo alleanze sulla base di affinità politiche e di interessi concreti. E su questo aspetto sarebbe interessante verificare il ruolo dell’Italia.

Quali prospettive per il Belpaese? È chiaro che, arrivando al vertice Ue, il premier Giuseppe Conte non troverà ad attenderlo un tappeto rosso. La latente procedura d’infrazione per i conti pubblici fuori controllo; le insistenti polemiche dei vicepremier verso ogni regola comunitaria; i risultati delle elezioni del 26 maggio che assegnano all’Italia – giusto o sbagliato che sia – il ruolo di Paese “più euroscettico d’Europa”, rischiano di porre l’Italia in un angolo del tavolo per le trattative fra i 28, con la (quasi) certezza di perdere quei ruoli apicali che finora il Paese aveva ottenuto anche grazie ai governi passati: presidente del Parlamento europeo, presidente della Banca centrale, Alto rappresentante. Il nuovo ruolo dell’Italia in Europa si gioca al summit di questo fine settimana, così pure nella quotidianità di una politica che mantenga (non isoli) il Paese nel novero delle “potenze europee”.

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Yemen, il grido del funzionario Onu: “Conflitto sempre più violento, se non fermato in tempo avremo 500.000 morti”

Wed, 19/06/2019 - 09:22

La peggiore crisi umanitaria del XXI secolo. Un conflitto che diventa sempre più violento, con migliaia di vittime tra i bambini. Secondo studi dell’Università di Denver, se la guerra nello Yemen non sarà fermata, nel 2022 si potrebbe arrivare a 500.000 morti, tra cui oltre 300.000 a causa della fame e della mancanza di cure mediche. E’ l’ennesimo grido d’allarme quello lanciato il 17 giugno, davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, da Mark Lowcock, sottosegretario Onu per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza in Yemen. Come ogni mese Lowcock ha presentato il suo resoconto al Consiglio di sicurezza. E come ogni mese è costretto ad implorare un’azione concreta per riportare la pace nel Paese, giunto oramai al quarto anno di conflitto. E a chiedere risorse economiche per garantire gli aiuti umanitari necessari. Le cifre di questa guerra dimenticata sono sempre più impressionanti, al punto da suonare incredibili: 70.000 morti dal 2016, 24 milioni di persone (ossia l’80% della popolazione) bisognosa di assistenza e protezione. Tra questi, oltre 10 milioni non riescono a sopravvivere senza aiuti alimentari d’emergenza. Gli sfollati sono 3 milioni e 300 mila. Lo scorso anno più di 100 ospedali e scuole sono stati colpiti da azioni di guerra (bombardamenti aerei, granate, mortai). 600 attacchi al mese riguardano strutture civili. Ci sono 30 fronti di guerra aperti, dove combattono le parti in conflitto: gli insorti huthi, fedeli a all’ex presidente Ali Abdullah Saleh che hanno formato l’organizzazione armata Anṣār Allāh, e la coalizione a guida saudita che appoggia le forze leali al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, fuggito ad Aden nel 2015. Il 13 dicembre scorso è stato firmato a Stoccolma un accordo che prevedeva il cessate il fuoco ma i combattimenti sono subito ripresi a Hodeida.

“Lo Yemen sta diventando sempre più violento e il conflitto peggiora, anziché migliorare”,

denuncia Lowcock: “I combattimenti hanno costretto quest’anno 250.000 persone a lasciare le proprie case. Le uccisioni e i ferimenti dei bambini sono più che triplicati dagli ultimi 4 mesi del 2018 e i primi 4 del 2019. In questi ultimi giorni abbiamo visto un pericoloso e riprovevole aumento di attacchi sull’Arabia Saudita, e bombardamenti aerei su Sana’a e altre zone”.  Oggi la maggior parte degli yemeniti vive in aree controllate dai ribelli huthi e dai loro alleati. “Dopo decine di migliaia di bombardamenti aerei, colpi di mortaio e scontri in prima linea la situazione è cambiata solo marginalmente dal 2016. La guerra non solo è brutale, ma nessuno vince. Sono tutti d’accordo su questo, almeno nelle dichiarazioni pubbliche. Eppure la guerra continua”.

Economia distrutta, bambini malnutriti, colera. Lo scenario sociale vede una economia devastata, con una contrazione del 40%, e un aumento del 50% di persone bisognose di assistenza rispetto alla situazione precedente alla guerra. Un quarto dei bambini sono malnutriti, il 40% ha dovuto smettere di andare a scuola. Le precarie condizioni igieniche hanno portato alla diffusione di una

epidemia di colera con 364.000 casi sospetti e 639 morti dall’inizio del 2019.

Fortunatamente gli interventi sanitari delle organizzazioni internazionali hanno contribuito alla diminuzione di nuovi casi. Senza contare che giorni fa 80.000 persone sono state colpite da piogge torrenziali e alluvioni. Le già misure tende e baracche dove vivevano sono state distrutte, e l’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha dovuto provvedere a ripari d’emergenza e forniture di materiali per riparare le case danneggiate.

Mark Lowcock, Ocha

Su 4,4 miliardi di dollari necessari ricevuti solo il 27%. Il funzionario Onu non si stanca di ripetere i suoi continui appelli, e di richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità: “Quest’anno abbiamo bisogno di 4,2 miliardi di dollari ma ne abbiamo ricevuti solo 1,15 (il 27%)”. La Conferenza internazionale dei donatori a Ginevra, lo scorso mese di febbraio, si era impegnata per 2,6 miliardi di dollari. Soldi che non sono ancora arrivati, a distanza di quattro mesi. Lowcock elenca altre quattro priorità, oltre a quella degli

aiuti umanitari: cessate il fuoco immediato, facilitare l’ingresso di aiuti umanitari bloccati da impedimenti burocratici, attuare misure per sostenere l’economia yemenita afflitta da una incessante svalutazione e impegnarsi per “progressi significativi verso la pace”.

“L’accordo di Stoccolma è stato un passo cruciale nella giusta direzione – osserva -. Ma rischiamo di perdere quel momento”. “Nulla cambierà in Yemen – conclude – finché ciascuno non sarà pronto a fare le cose in maniera diversa. Questi sono i passaggi da cui partire. Altrimenti non potremo aspettarci che più combattimenti, più morti, più distruzione, più fame, più malattie, più appelli e conferenze dei donatori”.

(Foto: Unicef)

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Facebook lancia Libra: una criptovaluta per i pagamenti di mezzo mondo

Wed, 19/06/2019 - 09:02

Di Libra si sa ancora poco. L’obiettivo è però chiaro: far diventare Facebook, e le controllate Instagram e WhatsApp (oltre 2 miliardi di utilizzatori al mondo), un luogo per scambiare denaro in una nuova valuta fra i cittadini privati, fra i privati e gli esercizi commerciali, fra i fornitori e le imprese.
Come era facilissimo prevedere, sulla Rete che connette potenzialmente tutti, si parte dal piacere di scambiarsi le case quando si è in vacanza e si arriva a delle maxipiattaforme turistiche alla Airbnb; dalla disponibilità di un’auto alle vetture a chiamata di Uber; dai libri a casa ad Amazon e così via. E’ la “disruption”, cioè la capacità con piattaforme aperte di andare a trovare clienti strappandoli agli operatori tradizionali. Un movimento anche di sharing economy (utilizzare più che possedere), che parte giocoso può diventare – e diventa – in pochi anni una multinazionale. Non a caso fra le società più capitalizzate (cioè di maggior valore secondo i parametri di valutazione delle Borse, che non sono necessariamente i migliori) ci sono società di ecommerce (commercio online), di messaggistica, motori di ricerca e di tecnologie collegate. Hanno liquidità, preferiscono pagare le tasse dove la fiscalità è più bassa, accettano le regole e l’etica dopo che furti di dati, denunce, critiche politiche mettono in dubbio il loro modo di agire. Mostrano il volto buono. Con i regimi preferiscono gli accordi.
Il tentativo di Facebook con Libra è il più complesso, da seguire con attenzione perché al momento non è una sfida a tutto e a tutti come era stato il Bitcoin. Una misteriosa costruzione, frutto di un creatore pure misterioso con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, osteggiata dalle banche centrali e sospettata di tutto: dalla “semplice” speculazione (il valore è fortemente volatile, quindi si è passati dai 20mila dollari a meno di 4mila, ora è fra 8-9mila dollari) al riciclaggio. Questa volta Libra, promossa da Facebook con l’apporto di circuiti di carte di credito e gruppi internazionali, propone dal 2020 di ancorare il suo valore a un paniere di valute internazionali per evitare variazioni di prezzo troppo vistose (un contratto diventa difficile da gestire se la cifra pattuita in pagamento nei mesi cambia troppo di valore, qualcuno ci perde) e non sembra voler sfidare le banche centrali (Bce, Fed eccetera che controllano e regolano i flussi finanziari anche in funzione anti-inflazione). Il progetto di Facebook conferma che chi controlla le modalità di pagamento possiede le chiavi della miniera dove tutti vogliono entrare: per sapere, in forma aggregata, cosa le persone stanno cercando (è chiarissimo ai motori di ricerca), dove stanno spendendo (è chiarissimo a chi offre la modalità di pagamento o addirittura la valuta Libra) e quindi per intuire con algoritmi dove spenderanno. L’oro della miniera è il dato, se il progetto andrà in porto saranno i dati di 1,5-1,7 miliardi di persone.

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Facebook launches Libra cryptocurrency for transactions across the globe

Wed, 19/06/2019 - 09:02

Little is still known about Libra. But the purpose is clear: to transform Facebook subsidiaries Instagram and WhatsApp, (over 2 billion users worldwide) into platforms for transactions between private individuals, between individuals and businesses, between suppliers and businesses carried out with a new currency. As could easily be imagined, the Web where we are all potentially connected starts from the pleasure of exchanging holiday homes and reaches as far as Airbnb tourist maxi-platforms; from the availability of a car to Uber ridesharing services or home-delivered Amazon books and so on. It’s the so-called “disruption”, i.e. the ability to find customers via open platforms, stripping them of their traditional operators. It is also a sharing economy movement (“using” as opposed to “owning”), which starts out unpretentiously with the potential of developing into– and it actually happens – a multinational after a few years.

It is no coincidence that the companies with the largest market capitalization (i.e. with the highest value calculated on the current market price of one share, which is not necessarily the best) include e-commerce, instant messaging, search engines and related technologies. They have liquidity, they prefer to pay taxes where taxation rates are low, they accepted regulations and ethical standards after data theft, complaints, political criticism questioned their behaviour. They show a good face. With regimes they prefer reaching an agreement.

Facebook’s attempt with Libra is more complex. It deserves being attentively followed since at the moment it does not represent a global challenge comparable to Bitcoin, the mysterious cryptocurrency developed by its equally mysterious creator who goes under the pseudonym of Satoshi Nakamoto, which central banks warned against and is object of countless allegations that range from “mere” speculation (it has a high volatile value, falling from 20 thousand to less than 4 thousand dollars, currently at 8-9 thousand dollars) to money-laundering schemes. This time Libra, launched by Facebook in partnership with payment networks and international groups,

Claims that by its launch in 2020 its value will be backed by a reserve of assets designed to mitigate volatility fluctuations

​(a contract is hard to manage if the amount agreed in payment is subjected to a great change in value after a few months) and there appears to be no intention to challenge the central banks (ECB, Fed etc. that control and regulate the financial flows also for anti-inflation purposes).

The Facebook project reconfirms that whoever controls payment methods owns the keys of a goldmine that everyone wants to have access to in order to aggregate data on what people are looking for (it is very clear to search engines), where they are spending (it is very clear to the providers of payment methods or even the Libra currency) and deduce from algorithms where they will be purchasing. The gold of the mine is the data, if the project is successful it will count 1.5-1.7 billion people.

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Povertà. La carità non basta, serve il lavoro

Wed, 19/06/2019 - 00:00

Dove stanno andando gli umbri? Non è la domanda sulla destinazione delle vacanze. No. È la domanda che si impone quando si mettono in fila i vari rapporti e indagini sulla situazione economica e sociale della nostra regione. L’ultimo è il report “Le statistiche sulla povertà” presentato dall’Istat martedì scorso. Una tabella riassume l’incidenza della povertà relativa delle singole regioni mettendo a confronto gli anni 2017 e 2018 mostrando un dato medio italiano dell’11,8% di “poveri relativi”, in leggera diminuzione (0,5%) rispetto al 2017. E l’Umbria? Dal 12,6% del 2017 passa al 14,3% del 2018: la povertà relativa aumenta dell’1,7%.
Il Report Istat conferma l’analisi del Rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia umbra presentato a Perugia la settimana scorsa con dovizia di dati sulla nostra regione tra cui anche quelli che ci dicono che aumenta il numero di persone in povertà assoluta e cresce la distanza tra chi ha e chi non ha. L’elenco potrebbe allungarsi con le analisi periodicamente proposte dai sindacati e dagli organismi di rappresentanza delle diverse categorie economiche. Ma a chi servono questi dati? Certo non ai giovani che sperimentano sulla loro pelle la difficoltà di trovare o di crearsi un lavoro, né ai liberi professionisti che perdono clienti o hanno clienti che non pagano la parcella, né ai lavoratori delle aziende che chiudono e licenziano … Per tutte queste persone l’economia che non va e la povertà che cresce non sono numeri ma vita concreta.
Potremmo dire anche che questi dati non servono neppure alle realtà caritative delle nostre Chiese che incontrano le persone concrete, conoscono le loro difficoltà e sperimentano anche il limite dell’aiuto che possono dare.
Il limite, appunto. Perché la carità non può essere la sola risposta che una società mette in campo di fronte all’impoverimento di una parte sempre più numerosa dei suoi componenti. C’è bisogno di lavoro, e il lavoro viene dal sistema economico.
Lo Stato può incentivare o ostacolare, può indirizzare di più o di meno, può fare tante cose, ma non può sostituirsi all’imprenditore né ai sindacati. Insomma la politica deve fare la sua parte, gli operatori economici la loro, la società la sua. Un numero sempre maggiore di umbri non riesce ad immaginare un futuro nella propria terra. Il direttore dell’Agenzia Umbria ricerche Giuseppe Coco, nel Focus “L’Umbria delle fragilità” pubblicato sul sito dell’Aur l’11 giugno scorso, ha evidenziato l’inversione di tendenza nella crescita della popolazione in Umbria: positiva fino al 2010 quando abbiamo raggiunto i 906mila abitanti e poi negativa con una perdita di 20 mila abitanti, per lo più in età lavorativa.
“Un serio elemento di preoccupazione – commenta in quanto può risultare molto difficile riuscire ad impostare strategie di sviluppo economico se diminuiscono le persone in età lavorativa e aumentano gli anziani”.
Occorre una risposta politica ma sembra che i politici siano in tutt’altro affaccendati. Nel numero della scorsa settimana il segretario generale Cisl Ulderico Sbarra concludeva il suo contributo facendo appello al “mondo libero e responsabile che pure esiste nel lavoro, nel sociale, nell’ambientalismo, nella produzione” per “elaborare proposte concrete per affrontare il futuro”. Queste proposte saranno sul tavolo del dibattito politico quando in autunno gli umbri saranno chiamati a eleggere il Consiglio regionale?

(*) direttrice “La Voce” (Umbria)

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Una scarsa offerta politica

Wed, 19/06/2019 - 00:00

Cinque partiti (Movimento 5 Stelle, Lega, Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia) si dividono oggi 592 dei 630 seggi della Camera dei deputati, vale a dire il 94 per cento dei seggi disponibili. I restanti 38 seggi sono divisi tra Gruppo Misto, Leu e altri gruppi assolutamente minori.
Si tratta di una situazione molto diversa da quella alla quale eravamo abituati, con la presenza di una decina di partiti che potevano pesare nei giochi parlamentari e altri gruppi minori che comunque spesso rientravano in gioco in caso di maggioranze risicate (ricordiamo i cosiddetti “Responsabili”?).
Anche il Governo presenta una situazione inedita con due soli partiti. È vero, nella cosiddetta Seconda Repubblica ci sono stati il Popolo delle Libertà o l’Ulivo, ma erano coalizioni che all’interno ospitavano posizioni non sempre convergenti.
Da punto di vista dell’Esecutivo la Prima Repubblica conobbe anche la stagione del Pentapartito. È la coalizione che governò il Paese negli anni ’80. Era composta dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialista, dai Socialdemocratici, dai Repubblicani e dai Liberali. Allora c’erano anche molti piccoli partiti favoriti dalla legge elettorale proporzionale. Era il tempo in cui un partito con il 2-3 per cento dei voti poteva condizionare il governo di turno.
La Seconda Repubblica, all’inizio degli anni ’90, garantì quell’alternanza politica che fino ad allora era mancata. Anche allora, pur con partiti nuovi, la scelta politica non mancava. E anche quando il bipolarismo si consolidò con l’Ulivo da una parte e il Pdl dall’altra, comunque l’offerta politica restava significativa.
Oggi il quadro è totalmente diverso. A fronteggiare in Parlamento le due forze di governo ci sono solo tre partiti: Forza Italia, Fratelli d’Italia e Partito democratico. Le ultime elezioni politiche (fatte con il sistema proporzionale) hanno portato al potere le forze estreme. Oggi nel nostro Paese (e anche in buona parte dell’Europa) sembrano scomparse, o comunque fortemente ridimensionate le forze cosiddette moderate. Ci hanno spiegato che la crisi ha incattivito gli animi, esasperato le posizioni, accentuato le contrapposizioni. Forza Italia continua, senza successo, a inseguire Salvini per convincerlo a “tornare a casa”, ma lui non ci sente proprio. Il partito di Berlusconi, per giunta, continua ad essere il partito di Silvio Berlusconi e questo oggi rappresenta il suo limite maggiore (vista anche l’età del suo leader), che gli impedisce di riproporsi come forza moderata credibile e alternativa ai populismi.
Fratelli d’Italia ha un piede dentro e un piede fuori dal Governo e trepida per poter convolare a nozze con la Lega salviniana con la quale spera di approdare al governo.
Il Partito Democratico, impegnato in quella che hanno definito la “ripartenza”, fatica a trovare una strategia e una proposta politica capaci realmente di metterlo in condizione di allargare sufficientemente il bacino elettorale da ambire a diventare maggioranza. Le categorie di “destra” e “sinistra”, poi, sono più deboli.
In tutto questo la cultura politica cattolica sembra essersi presa una pausa. Antonio Polito recentemente sul Corriere scriveva al riguardo, in modo interessante, “Quest’area ha smesso di far politica, forse bruciata dalle troppe delusioni del passato”.
La sensazione complessiva è che siamo di fronte a una scarsità di offerta politica (nel senso di numero di proposte e soggetti). Un sistema politico non può stare a lungo senza uno o più soggetti che si rifanno a una cultura moderata e, aggiungiamo, senza una presenza politica dei cattolici significativa. Certo per far nascere una nuova formazione politica ci vuole coraggio, un progetto, soldi, dei leader e molto altro. E poi oggi i partiti non vanno di moda, la rappresentanza è in crisi… Eppure, non hanno inventato niente di meglio.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Anche Superman era un rifugiato

Wed, 19/06/2019 - 00:00

Enea, Dante Alighieri, Rudolf Nureyev, Marlene Dietrich, Nadia Comaneci, Miriam Makeba, Joseph Conrad, Marc Chagall, Hanna Arendt e Freddie Mercury avevano una cosa in comune pur essendo persone delle più disparate epoche, provenienze, capacità. Hanno tutti vissuto la condizione che pesa oggi come una gogna: rifugiati. Persone che due grandi istituzioni hanno messo al centro.
Da una parte l’Onu che il 28 luglio 1951 ha istituito una Giornata internazionale loro dedicata. Ricorre ogni anno il 20 giugno, memoria della “Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati” firmata a Ginevra, ma festeggiata solo dal suo 50°, ovvero dal 2001.
Dall’altra parte la Chiesa, che si è mossa fin dal dicembre 1914, quando il neoeletto Papa Benedetto XV istituì la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato come segno di vicinanza alle migliaia di emigranti italiani che cercavano migliori condizioni di vita e di lavoro in Europa, America, Australia. E che presto abbracciò anche i tantissimi profughi causati dall’orrore della Grande guerra. Giornata che Papa Francesco ha quest’anno spostato da gennaio a fine settembre. Tema: “Non si tratta solo di migranti”.
L’intento può dirsi condiviso: sensibilizzare sulla condizione di 70 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati che oggi nel mondo fuggono da guerre e persecuzioni, lasciando casa, affetti e tutto quanto disegnava la loro vita. L’invito pure: non di numeri ma di persone si tratta, ciascuna con una storia unica. Anche se a questa parte del mondo paiono interessare di più le impronte digitali.
Assolvono a questo scopo i nomi citati in apertura, che un libro dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) abbina a storie di oggi. Persone legate dalla medesima sorte: andarsene per salvare la propria vita e il proprio sogno. Leggerlo è un bel modo di mettersi alla prova: è tanto facile tifare per la fuga dell’artista russo Chagall o commuoversi per la vicenda della ginnasta romena Comaneci, quanto restare indifferenti di fronte alle vicende – tutte uguali ai nostri occhi – di chi oggi attraversa deserti, soffre privazioni, sopporta caldo e sporco; di chi ha galleggiato a stento nelle infinite ore nere del mare di notte.
Ragazzi venuti dall’inferno: come Mohamed Keita, dalla Costa D’Avorio: “La guerra che ho conosciuto io ha deciso di abitare la mia terra, prendersi mia madre e mio padre. Ha stabilito per me la fame e la sete, ha deciso che i miei piedi dovevano mettersi in viaggio, ha deciso che avrei dovuto per sempre fare i conti con la nostalgia”. O quella di Dagmawi Yimer dall’Etiopia che: “Ha attraversato un deserto, ha attraversato la sua paura e poi ha attraversato pure un mare intero… E il mare ha i denti di uno squalo, che fanno male”.
Anche il premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, pakistana, ha scritto da poco il libro: “Siamo tutti profughi”. Lei lo è stata a undici anni. Ricordando che nel mondo milioni di persone vivono immerse nella guerra, ha ribadito: “Non ho lasciato la mia patria per mia volontà, per mia volontà ci sono tornata”. Perché non è facile essere migrante, perché chi arriva in un paese straniero si trova diverso da tutti, guardato come se fosse un extraterrestre. Il libro dell’Onu ha proprio questo titolo: “Anche Superman era un rifugiato”. E pure lui, per farsi stimare, ha avuto bisogno dei superpoteri.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Sanità: mancano gli infermieri e negli ospedali pediatrici aumenta il rischio di mortalità per i bambini

Tue, 18/06/2019 - 18:16

Per rientrare negli standard di sicurezza internazionali, ogni infermiere dovrebbe seguire 4 pazienti, mentre la media negli ospedali pediatrici del nostro Paese è di un infermiere ogni 6,6 pazienti; in pratica ogni infermiere segue 2,6 pazienti in più di quanto dovrebbe. Su 13 funzioni assistenziali giudicate necessarie sono state in media 5 quelle che ciascun professionista dichiara di aver dovuto tralasciare per mancanza di tempo nell’ultimo turno. A rivelarlo è uno studio sull’impatto dell’assistenza infermieristica sulla qualità delle cure in pediatria realizzato dall’ Aopi, l’Associazione di 12 ospedali pediatrici italiani aderente alla Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie pubbliche), presentato questo pomeriggio al Senato.

Secondo la Fnopi (Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche), per ogni piccolo paziente in più, il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce, con 2,5 pazienti in più, in un aumento del rischio di circa il 17-18%. Sommando a questo le attività infermieristiche mancate,

il rischio di mortalità per i piccoli pazienti può toccare il 25-26%,

avverte la presidente Barbara Mangiacavalli, definendolo “inaccettabile”. L’indagine, realizzata dai ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped attraverso una survey che ha coinvolto infermieri e care giver, specifica che il rapporto pazienti-infermiere dovrebbe essere di 3 o 4 a 1 nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le aree critiche come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine. Per Mangiacavalli,

 i rischi si sono finora scongiurati“grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende”

ma il livello di allarme è alto e se ne deve tenere conto al momento della scelta delle politiche di programmazione. “Oggi – avverte la presidente della Federazione – abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno dei posti per i corsi di laurea, dove la Fnopi è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha evidenziato che rispetto alla domanda dei cittadini

ci sono circa 30 mila infermieri in meno che diventeranno 58 mila in meno nel 2023; circa 71 mila nel 2028 e quasi 90 mila nel 2033”.

Nei 12 ospedali pediatrici aderenti all’Aopi, rivela ancora lo studio, il 32% degli infermieri si dice a rischio “burnout”; tuttavia si ritiene soddisfatto del proprio lavoro il 73,5% degli infermieri dell’area chirurgica e, rispettivamente, il 74 e il 77,1% di quelle medica e critica. Peccato che a causa della carenza di personale, questi operatori debbano svolgere anche attività che nulla hanno a che fare con la professione: reperire materiali e dispositivi, compilare moduli per servizi non infermieristici, svolgere attività burocratiche e rispondere al telefono.

Ottima la capacità di comunicazione e relazione tra care giver (familiari dei piccoli pazienti) e infermieri e personale medico. Il 62,8% dei care giver ha affermato che gli infermieri hanno sempre prestato ascolto con attenzione; il 59,7% che hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile; il 73,8% che hanno sempre mostrato cortesia e rispetto. Particolarmente apprezzata la preparazione al ritorno a casa.

Per Paolo Petralia, presidente Aopi e Dg dell’Irccs “Gaslini” di Genova che ha partecipato allo studio, “una buona organizzazione aziendale può sopperire in buona parte alle carenze di personale e permettere di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”. “Senza il contributo fondamentale dei professionisti e di un management all’altezza il nostro Ssn sarebbe già naufragato da un pezzo”, rilancia il presidente di Fiaso, Francesco Ripa di Meana. “Abbiamo fatto un miracolo operando tra ristrettezze economiche e di personale. Ora – conclude – occorre cambiare passo, dando priorità a

un grande piano per le assunzioni e per l’ammodernamento tecnologico delle strutture”.

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Armi in casa. Beretta (Opal): “Sono un grave pericolo. Necessaria una revisione della legge sulle licenze”

Tue, 18/06/2019 - 13:23

Legittima difesa o no, detenere armi in casa, ancorché legalmente, è molto pericoloso perché spinti dall’emotività si è portati ad usarle con troppa facilità e in modo improprio. Lo confermano – ma non sono che gli ultimi, tragici episodi di cronaca – la vicenda del tabaccaio di Ivrea e quella dell’anziano che la notte tra il 15 e il 16 giugno a Palma Campania, in provincia di Napoli, infastidito dal chiasso è sceso in strada armato di pistola semiautomatica calibro 9 regolarmente detenuta, uccidendo il titolare di un chiosco e ferendo altre due persone. Al momento dell’arresto l’arma aveva ancora un colpo in canna e uno nel caricatore. A casa dell’anziano i carabinieri hanno trovato un vero e proprio arsenale: 5 fucili, una pistola semiautomatica Beretta “Px4 Storm”, una rivoltella Colt, tutti regolarmente denunciati, e circa 290 munizioni di vario calibro. E intanto in alcuni campi da tiro vengono allestiti ambienti che simulano stanze di casa per allenarsi a sparare al buio contro un eventuale aggressore armato che tenti un’intrusione.

Mentre si conosce il numero delle auto immatricolate in Italia – l’ultimo dato è stato reso noto proprio oggi –  non esistono dati ufficiali e pubblici sul numero delle licenze rilasciate per armi. Solo su richiesta, il ministero dell’Interno fa sapere che tra porto d’armi e licenze di diverse tipologie sono 1.315.700 (dati aggiornati a luglio 2018). Altre fonti non ufficiali parlano di circa un milione e mezzo ma non esiste un censimento delle armi, un data base che raccolga tutte le denunce di possesso effettuate a livello di questura o di stazione dei carabinieri. Non si conosce pertanto il numero effettivo di quelle custodite legalmente nelle abitazioni dei cittadini, ma “fonti di polizia parlano anche di 10 – 12 milioni di armi in circolazione”, rivela al Sir Giorgio Beretta, analista dell’ Opal, l’Osservatorio sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa di Brescia che, membro della “Rete Italiana per il Disarmo”, svolge attività di ricerca e di informazione sulla produzione e il commercio di sistemi militari e di armi leggere e di piccolo calibro. Paradossalmente, afferma, Beretta,

“oggi è più facile ottenere una licenza per detenzione di arma da fuoco che la patente di guida”

Dunque, quante sono le armi in circolazione in Italia?
I “porto d’armi per difesa personale”, rilasciati dal Prefetto a fronte di motivate ragioni, sono circa 20 mila cui vanno ad aggiungersi le licenze per “attività venatorie” (circa 700 mila) e per guardie giurate (circa 50 mila). Negli ultimi anni sempre più persone hanno fatto richiesta di licenze per uso sportivo (oltre 560 mila): queste ultime, aumentate negli ultimi tre anni del 27%, sembrano essere divenute la modalità più semplice per poter tenere un’arma anche per scopi di difesa personale, della propria abitazione o esercizio commerciale. Essere incensurati, non soffrire di problemi psichici, non avere dipendenze croniche (droga o alcol), fare un esame presso l’Asl e un esame di maneggio delle armi sono le condizioni per ottenere queste licenze, ognuna delle quali consente di detenere tre pistole con caricatore fino a 20 colpi, 12 armi per uso sportivo tra cui i fucili semi automatici AR 15 tristemente noti perché utilizzati in diverse stragi negli Usa, un numero illimitato di fucili da caccia, oltre a 200 munizioni per armi corte e armi sportive e 1500 munizioni per fucili da caccia.

 

Quindi, con una semplice licenza di detenzione si può tenere a casa un vero e proprio arsenale come quello dell’anziano di Palma Campania?
Sì, e a queste licenze si aggiunge quella per mera detenzione, il cosiddetto “nulla osta” che si può richiedere anche on line e consente di tenere lo stesso numero di armi delle altre, probabilmente la più diffusa ma sulla quale, inspiegabilmente, non sono mai stati resi noti dati numerici.

Armi, dimostrano di continuo le cronache, utilizzate non solo per “legittima difesa” o per respingere un ladro, ma per compiere omicidi familiari, interpersonali, femminicidi o per “risolvere” in modo tragico liti di diversa natura. Come se la mera detenzione legale giustificasse in qualche modo il loro utilizzo.
Questo è infatti il vero pericolo. Come è allarmante il messaggio che sembra essere passato in parte dell’opinione pubblica con l’entrata in vigore di una legge dannosa e pericolosa come quella sulla legittima difesa.

Il provvedimento legittima la difesa armata solo in caso di “aggressione” e intrusione con “violenza o minaccia di uso di armi”.
Questo prevede la legge; ma di fronte al diffuso sentimento di insicurezza cavalcato da alcune forze politiche, nella testa di molte persone sta entrando la percezione fuorviante che la difesa armata sia sempre lecita e che un’intrusione nella propria abitazione o nel proprio negozio possa giustificare una reazione con conseguenze potenzialmente letali.

Il rischio è che stia passando l’idea di una sorta di giustizia fai-da-te: tu entri in casa mia e io ti ammazzo

I fatti di Ivrea sembrano del resto dimostrarlo. Occorre ribadire che nessuno, nemmeno con la nuova legge, è legittimato ad uccidere un eventuale aggressore che receda e men che meno a sparare le spalle ad una persona in fuga.

Secondo lei, con questa legge si è verificata una “corsa alle armi”?
Non siamo in grado di dirlo perché il Viminale non ha ancora fatto sapere quante siano le nuove licenze rilasciate nel 2019. Personalmente ritengo il trend sia in crescita ma non credo si possa parlare di corsa alle armi. Gli italiano mi sembrano tutto sommato persone di buon senso, consapevoli dei pericoli di tenere un’arma in casa. Tuttavia

è necessaria una revisione in senso restrittivo della legge sulle licenze per armi

Ad ogni licenza dovrebbe essere riportata la sua ragione d’essere e non dovrebbe essere consentito la detenzione di munizioni in casa. Si potrebbe anche pensare, ad esempio, ad una specifica licenza per difesa abitativa o commerciale che preveda l’uso di armi e munizioni non letali (Taser, armi ad aria compressa) a mero scopo difensivo per “neutralizzare” l’aggressore in attesa delle forze dell’ordine.

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Giornate europee dello sviluppo: e a Bruxelles risuona la parola “amore”

Tue, 18/06/2019 - 13:22

In questi due giorni Bruxelles è teatro delle Giornate europee dello sviluppo (Edd), iniziativa della Commissione europea che ogni anno riunisce migliaia di persone che hanno idee ed esperienze da condividere, con l’obiettivo di ispirare nuove partnership e soluzioni innovative alle sfide più urgenti del mondo. “Affrontare le disuguaglianze: costruire un mondo che non dimentica nessuno” è il titolo generale dell’edizione 2019 che vuole mettere in relazione l’impegno dell’Unione europea nell’affrontare le disuguaglianze con l’obiettivo numero 10 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Gli oltre 8.000 partecipanti da 140 Paesi, voce di 1.200 organizzazioni del mondo dello sviluppo, insieme a capi di Stato o di governo, esperti, influencer e giovani leader sono già nel pieno del confronto in una articolata disamina dello stato di salute delle “disuguaglianze” dal punto di vista socio-economico e geografici: istruzione, sanità, nuove tecnologie, migrazioni, cambiamenti climatici, fame, consumi consapevoli, donne, pace, paradisi fiscali, sicurezza, sviluppo, sono alcuni dei temi che emergono nel fitto programma.

Pensaci due volte. Tre sono le direttrici principali attorno a cui sono articolati i confronti: il rapporto tra disuguaglianze e sviluppo sostenibile; le cause strutturali delle disuguaglianze; come migliorare la collaborazione per creare politiche più efficaci nell’affrontare le disuguaglianze.

Il motto delle giornate è “think twice”, pensaci due volte:

l’invito è a riflettere come “disuguaglianze spesso pericolose” esistono anche attorno agli oggetti e alle azioni più banali di ogni giornata, perché “comprendere le profonde disuguaglianze che ancora esistono è il primo passo verso la costruzione di un mondo che dimentica nessuno”.

Non sono belle parole… “L’Europa non esiste da sola ma ha degli obblighi verso altri Paesi”, ha affermato il presidente della Commissione Jean-Claude Junker, nell’apertura ufficiale dei lavori. “La solidarietà e l’uguaglianza non sono belle parole nei Trattati e nei discorsi, ma un dovere quotidiano che si impone” per ciascuno, ha richiamato Juncker, partendo dal presupposto che “il popolo del mondo è uno e se appaiono disuguaglianze al suo interno bisogna porre rimedio”:infatti “tutti coloro che sono sul nostro pianeta hanno la stessa dignità” e per questo sono parte di un unico popolo. Quanto all’Europa, non avrà raggiunto i propri obiettivi fino a quando, ad esempio, non sarà sradicata la fame perché i figli che ogni minuto muoiono di fame nel mondo, “sono anche figli nostri”. In questa direzione si muove il piano di investimenti che la Commissione ha lanciato per lo sviluppo: non è più tempo di fare “esercizi di carità”, ma è il momento di un esercizio di partenariato tra pari, che produce benefici per entrambe. Nel suo discorso, Juncker ha fatto riferimento anche a Erasmus+ e al significato strategico degli scambi tra studenti, perché imparino a conoscersi e a stimarsi. “Il mondo ha un deficit: manca l’amore”, ha dichiarato Juncker che nel suo augurio conclusivo ha auspicato che le giornate dell’Edd servano per amarsi un po’ di più, perché “l’amore non finisce mai”.

Giovani esempi. Tra gli ottomila partecipanti ci sono anche quindici “giovani leader”,

persone che nelle loro ancora brevi biografie hanno già lasciato il segno:

Rejoice Namale, dal Malawi, promuove la partecipazione di giovani e donne nei processi decisionali socio-economici e politici, attraverso la sua Youth Arise Network; Val Amiel Vestil ha fondato l’Associazione dei giovani giornalisti ambientali nelle Filippine; Sephutile Mhlongo lavora per una ong che si dedica a aumentare l’accesso alla sanità nel regno di Eswatini (già Swaziland); o ancora Yasmine Ouirhrane, italo-francese nominata “giovane europea del 2019” per il suo impegno per la giustizia sociale e di genere in Europa. Tutti loro sono chiamati a intervenire nel corso dell’evento in tavole rotonde e dibattiti per portare il proprio punto di vista sulla lotta contro le disuguaglianze, alla luce della propria esperienza.

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Papa Francesco nelle omelie di Santa Marta: “L’opposto più quotidiano all’amore di Dio, alla compassione di Dio è l’indifferenza”

Tue, 18/06/2019 - 09:38

Quando mi è stato chiesto di curare la prefazione alle Omelie di Papa Francesco, non pensavo fosse un compito così “pericoloso” e anche per certi aspetti così “inquietante”.

I temi affrontati dal Santo Padre sono, infatti, così aderenti alla vita, così concreti, per usare un’espressione a Lui cara, da imporre, anche al più refrattario peccatore, un serio esame di coscienza sull’autenticità della propria sequela di Gesù e sulle conseguenze che tale sequela comporta per le grandi scelte della vita e anche per quelle di cui è piena la nostra ferialità e quotidianità.

Esame di coscienza può essere il filo conduttore di queste omelie pronunciate in un tempo particolarmente turbolento della vita della Chiesa. Turbolenze affrontate con la serietà e la gravità che il momento comporta e al tempo stesso con uno sguardo sempre aperto alla speranza e orientato ad affrontare la crisi come un evento di purificazione e di rinnovamento della vita della Chiesa. […]

L’esame di coscienza che il Papa più volte raccomanda in queste omelie, vuole risvegliare la consapevolezza che il cristiano deve affrontare ogni giorno un combattimento spirituale e che il campo di battaglia è sempre il suo cuore che può lasciarsi guidare e plasmare dalla Parola di Dio, oppure può cedere alle lusinghe del demonio, più volte evocato dal Papa come origine di quel potere distruttivo delle relazioni, specialmente all’interno della comunità cristiana e delle stesse comunità religiose.

È un esame di coscienza per i Pastori del popolo di Dio, i Vescovi! A più riprese il Santo Padre si rivolge a loro, consapevole dell’importanza decisiva del loro servizio e ministero per la vita della Chiesa. Il Vescovo non deve dimenticare di essere stato gratuitamente scelto dal basso, deve coltivare la memoria di quella chiamata senza orgoglio e alterigia, essere immerso nella preghiera e nella vita della gente che gli è affidata, rivelando la tenerezza di Dio Padre, con la sua umiltà e mitezza. L’insidia a cui nemmeno il Vescovo è sottratto è quella, infatti, della mondanità, in cui il ministero si trasforma in un “affare”, dimenticando che egli è stato costituito come “amministratore di Dio” e non come un “affarista”. Il Vescovo, ricorda il Papa, “conta davanti a Dio non se è simpatico, se predica bene, ma se è umile, se è mite, se è servitore con tutte queste virtù”.

È un esame di coscienza per la vita delle nostre comunità cristiane che possono sprofondare in quell’indifferenza e apatia che sono la negazione stessa della vita cristiana, che al contrario è prossimità e coinvolgimento reale e concreto nell’esistenza di coloro che sono considerati “scarto” della nostra società. L’impegno di ogni credente è, infatti, contrastare quella cultura dell’indifferenza che all’inizio aveva contaminato gli stessi discepoli: “Ai discepoli non interessava la gente: interessava Gesù, perché gli volevano bene e non erano cattivi: erano indifferenti non sapevano che cosa fosse amare, non sapevano cosa fosse compassione, non sapevano cosa fosse l’indifferenza… L’opposto più quotidiano all’amore di Dio, alla compassione di Dio è l’indifferenza”. Queste riflessioni interpellano con forza la qualità delle nostre relazioni ecclesiali, anche in rapporto alle tante urgenze che quotidianamente bussano alle porte delle nostre Chiese. […]

Infine è un esame di coscienza su come noi affrontiamo la difesa di quella Verità che ci è stata consegnata e di cui siamo debitori nei confronti di quel mondo che, spesso, rifiuta e non vuole vedere la Verità. In questa luce mi sembrano eloquenti due riflessioni del Santo Padre sul silenzio. La prima, quando commentando l’inizio del ministero pubblico di Gesù nella sinagoga di Nazareth secondo il vangelo di Luca, il Papa ci ricorda che dinanzi all’ostilità dei suoi compaesani che volevano gettarlo giù dal monte, Gesù se ne va in silenzio. Il silenzio è la risposta a questo indurimento del cuore: “Con le persone che non hanno buona volontà, con le persone che cercano soltanto lo scandalo, che cercano soltanto la divisione, che cercano soltanto la distruzione, anche delle famiglie: silenzio e preghiera”.

La seconda, invece, riguarda San Giuseppe, l’uomo del silenzio che ha saputo accompagnare e far crescere. Giuseppe abbracciò nel silenzio il progetto di Dio. Con la sua capacità di sognare in modo reale senza diventare un “sognatore fantasioso”, Giuseppe può essere un riferimento per ogni cristiano: “Portiamo con noi questa figura di San Giuseppe: l’uomo che accompagna nel silenzio e l’uomo che sa sognare nel modo giusto”.

Con questa immagine di Giuseppe uomo del silenzio e del giusto sognare, auguro una buona lettura e meditazione di queste riflessioni pericolose del Santo Padre Francesco, con l’auspicio che possano inquietare anche voi almeno tanto quanto hanno inquietato me!

(*) segretario della Congregazione per la Dottrina della fede

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