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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 29 min ago

Prevenzione suicidio. Petra (Telefono Amico): “Non far finta di nulla quando ci sono i primi segnali di disagio”

Tue, 10/09/2019 - 15:34

Ottocentomila vittime, una ogni 40 secondi, a livello mondiale, quattromila in Italia, ogni anno:

sono i dati, allarmanti, che l’International Association for Suicide Prevention (Iasp), all’interno dell’Organizzazione mondiale di sanità (Oms), offre su un fenomeno del suicidio. Martedì 10 settembre ricorre la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Per l’occasione l’organizzazione di volontariato Telefono Amico Italia, che da oltre 50 anni si prende cura, al telefono e via mail, di chi ha bisogno di aiuto garantendo il totale anonimato, promuove una street action: “Ad ogni ostacolo Telefono Amico sempre in linea”. L’organizzazione mette a disposizione il numero unico 199.284.284 e il servizio MailAmica, al quale è possibile accedere attraverso la compilazione di un form sul sito. Di prevenzione al suicidio e delle attività di Telefono Amico Italia parliamo con la sua presidente, Monica Petra.

Quanto pesa sui suicidi l’isolamento emotivo di chi è in difficoltà?

Si è compreso che il fenomeno non è esclusivamente una questione di salute mentale, ma è legato al benessere complessivo ed emozionale della persona. Questo è il nostro campo di intervento, cioè affrontare le situazioni di disagio, di malessere, di isolamento, di emarginazione che vengono prima della scelta definitiva del suicidio.

Vivere da soli non è gratificante.

È bello poter fare pezzi di strada con qualcun altro, raccontandosi e sapendo che l’altro ha un interesse per quello che stiamo dicendo.

Oltre alla solitudine quali altri fattori spingono al suicidio?

I motivi per i quali una persona si suicida o pensa di suicidarsi sono i più disparati, dalla difficoltà ad affrontare una situazione contingente, ad esempio i problemi economici, a dolori fisici o dell’anima. A monte, dunque, i fattori possono essere tantissimi, ma nel momento in cui si decide di togliersi la vita, l’isolamento è un elemento determinante.

Quali sono le fasce più a rischio?

Noi abbiamo maggiori segnalazioni telefoniche dalle donne (65%), tra i 36 e i 55 anni (46%). Si tratta della fascia di utenti che cerca il contatto con noi soprattutto attraverso la linea telefonica. Si tratta di persone che ci chiamano per se stesse o per loro familiari o amici. Negli ultimi anni stiamo registrando una maggiore sensibilità sul tema e più attenzione alle manifestazioni di disagio di chi ci sta intorno.

Ci sono Regioni da cui ricevete più chiamate?

Soprattutto dal Nord Ovest, seguito da Centro, Sud e Nord Est.

Questi sono però solo i dati forniti spontaneamente perché noi rispettiamo l’anonimato. Il servizio mail riceve tante richieste di dialogo da parte di ragazzi anche molto giovani, ma questo rende ancora più difficile individuare la provenienza.

Quante segnalazioni ricevete all’anno?

In media riceviamo circa 2.500 segnalazioni relative al suicidio: non significa che sono 2.500 persone che tentano il suicidio, ma che hanno pensieri suicidari. Il nostro obiettivo è di esserci prima che quel pensiero si trasformi in un’azione, dando ascolto a chi vive un disagio che ha, così, la possibilità di parlare di se stesso e del suo momento di crisi emozionale.

Come funziona Telefono Amico Italia?

Abbiamo 20 sedi territoriali distribuite in tutta la Penisola, con una maggiore concentrazione al Nord, tra Lombardia e Veneto. Per ora abbiamo il telefono unico e la mail, ma è nostra intenzione essere disponibili anche attraverso i canali di comunicazione che utilizzano la forma scritta veloce come la chat. Noi siamo tutti volontari, circa 500: tutte le persone che rispondono al nostro numero unico lo fanno da pari, da individuo a individuo, garantendo l’anonimato di chi ci chiama per consentire a chi ci contatta di sentirsi libero di raccontarsi. Il nostro servizio si svolge dalle 10 alle 24 tutti i giorni. I nostri volontari partecipano prima di iniziare a un percorso di formazione e poi a un percorso di formazione durante la permanenza in servizio per essere preparati ad affrontare qualsiasi tipo di conversazione: attraverso il dialogo e l’empatia aiutano le persone in difficoltà a ritrovare il benessere emozionale e, quando necessario, le indirizzano verso strutture o enti specializzati.

Per la prevenzione del suicidio è, quindi, importante arrivare “presto”?

La cosa fondamentale è non far finta di nulla.

Trascurare o lasciar correre perché alcune frasi, quando le sentiamo da persone alle quali siamo affezionati, ci colpiscono e ci fanno fare un passo indietro per paura, è sbagliato: al contrario, la prevenzione si fa proprio essendo presenti quando il pensiero sorge perché allora è possibile costruire dialogo e dare sollievo alla persona sofferente.

Il 10 settembre organizzate la street action “Ad ogni ostacolo Telefono Amico sempre in linea”: cosa farete esattamente?

L’iniziativa prevede l’installazione in diverse città italiane di strisce adesive catarifrangenti che indicano il pericolo, di simboli del sostegno offerto da Telefono Amico e di informazioni per poter accedere al servizio. In ciascuna delle città aderenti dalle 18 alle 19 sarà anche possibile parlare con i volontari di Telefono Amico Italia. L’hastag è #adogniostacolo per indicare che non bisogna far crescere un sentimento di difficoltà, ma è possibile individuarlo all’origine, per impedire il crescere del pericolo fin da subito, senza arrivare all’“ambulanza che suona”.

Avete mai avuto qualche riscontro di persone che vi hanno chiamato e poi ugualmente hanno compiuto il gesto estremo?

No, qualche volte abbiamo avuto il sospetto. Mentre di persone che hanno già assunto farmaci o che si trovano in una condizione di grosso pericolo e poi ci hanno chiamato e che al termine della telefonata hanno chiesto un intervento abbiamo dei riscontri perché ci rivolgiamo in questi casi a chi è preposto a fare il salvataggio, come il 118.

Quale messaggio vuole lanciare per la Giornata mondiale della prevenzione al suicidio 2019?

Prestare attenzione alle parole degli altri, ascoltare quello che quotidianamente le persone ci comunicano, prendersi il tempo per dialogare con chi ci sta intorno. Inoltre, se si sperimenta un dialogo, anche nel ruolo di ascoltatore si vive un’esperienza veramente forte di senso.

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Tv2000: il palinsesto per la stagione 2019/2020. Morgante: “Attenzione all’informazione e sinergia con i media Cei”

Tue, 10/09/2019 - 12:00

“La stagione appena trascorsa è stata molto positiva, abbiamo dati in crescita su tutti i fronti, questo ci conforta, ma allo stesso tempo ci sprona a lavorare sempre di più. Siamo sulla strada giusta. Tv2000 e InBlu Radio sono due realtà che stanno crescendo, forti del proprio spirito di appartenenza”. Lo ha detto al Sir Vincenzo Morgante, direttore di rete di Tv2000 e InBlu Radio e direttore del Tg2000 che, questa mattina ha presentato a Milano il nuovo palinsesto dell’emittente televisiva e della radio della Conferenza episcopale italiana per la stagione 2019/2020. Alla conferenza stampa, nel corso della quale sono state svelate le novità e resi noti i progetti ancora in cantiere hanno preso parte, tra gli altri, il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, il direttore dell’Ufficio nazionale delle comunicazioni sociali, don Ivan Maffeis e l’amministratore delegato di Tv2000-InBlu Radio, Massimo Porfiri.

Confermati tutti i volti popolari di rete: Licia Colò con “Il mondo insieme”; Paola Saluzzi, con “L’ora solare”; Cesare Bocci con “Segreti”; Beatrice Fazi con “Per Sempre” e “Beati Voi”; Luigino Bruni ed Eugenia Scotti con “Benedetta economia”; Andrea Monda (da dicembre 2018 direttore dell’Osservatore Romano) con “Buongiorno professore”. Restano immutati anche i pilastri del palinsesto di Tv2000: i quotidiani “Bel tempo si spera”; “Il mio medico”; “Quel che passa il convento”; “Siamo Noi”; “Il diario di Papa Francesco”; “Attenti al lupo”. Confermato anche “Io credo”, il programma, con la partecipazione di Papa Francesco, condotto sempre da don Marco Pozza, che lo scrive insieme al regista Andrea Salvadore. L’idea del progetto resta quella di “tornare alla radice di queste antichissime parole attraverso incontri e interviste, che possano stimolare domande sui grandi misteri dell’uomo e del suo destino”.

Numerose saranno le novità della prossima stagione. In particolare, Simone Cristicchi e don Luigi Verdi sono gli autori e i protagonisti di “Le poche cose”,  due serate televisive tra musica e parole per “provare a raccontare la via dell’essenziale che conduce alla felicità vera”. Molti documentari, serie tv e docufilm, alcuni dei quali realizzati da “Tv2000Factory”, la fabbrica del racconto della realtà che, utilizzando e valorizzando professionalità interne, sperimenta linguaggi alternativi e nuove tecnologie. Nata lo scorso anno, ha già prodotto docufilm sui grandi temi e problemi del nostro tempo (mafia, migrazioni, fede e ricerca di spiritualità, guerre di religione, giovani e attualità). Tra le novità più significative c’è la crescente attenzione verso l’informazione. Oltre alle tre edizioni del telegiornale, in onda dal lunedì al sabato alle 12, alle 18.30 e alle 20.30, si aggiunge la domenica con le edizioni delle ore 12 e 18.30.

InBlu Radio sbarca sul Dab. Rivoluzioni anche nel circuito InBlu Radio, che ha avviato il processo per il passaggio al Digital audio broadcasting, meglio conosciuto come il Dab. È la novità più importante dell’emittente della Cei per la stagione 2019/2020 che per l’occasione presenta un palinsesto rinnovato: l’informazione si conferma perno cardine dell’emittente con 11 edizioni quotidiane del giornale radio e vi saranno numerosi programmi con diversi ospiti che affronteranno i temi di attualità, vita religiosa, politica, cultura e molti altri.

Un grande gruppo con un progetto comune. “Stiamo cercando di consolidare la nostra presenza in televisione in un’ottica di servizio pubblico. Da privati vogliamo fare servizio pubblico e quindi abbiamo messo a punto un palinsesto orientato in questo senso”, ha spiegato Morgante nel commentare la stagione alle porte. “I nostri programmi e i nostri presentatori storici rimangono – ha detto -. Naturalmente non mancherà la parte del informazione religiosa, perché comunque l’identità della tv e della radio sono note e c’è una parte di pubblico che reclama tale servizio”. Un servizio che “verrà affiancato da molte novità come il telegiornale anche la domenica e l’apertura di un ufficio di corrispondenza da Gerusalemme”. Per Morgante, sotto il profilo dell’informazione, è importante e necessario

“muoversi in sinergia con il portale Cei News e gli altri media della Cei. C’è una forte volontà di iniziare delle collaborazioni operative – ha spiegato – perché ci sentiamo parte di un grande gruppo con un progetto comune”.

Quest’anno “grande attenzione sarà rivolta anche ai nuovi media e ai social network. Anche perché uno dei segnali di maggior soddisfazione che abbiamo avuto è che tra il pubblico di Tv2000 sono in costante crescita gli spettatori i giovani. Stiamo iniziando a essere interessanti anche per una fascia dalla quale storicamente ci sentivamo lontani”.

Un luogo d’incontro. “Penso alle nostre due emittenti Tv2000 e InBlu Radio come a strumenti che permettono di arrivare nelle case, e sui dispositivi digitali, con un messaggio di qualità, uno sguardo rispettoso e profondo sulle persone e le loro storie”. Questo, invece, la riflessione di mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei che ha invitato gli addetti ai lavori a

pensare “alla nostra televisione e alla nostra radio come a un luogo di incontro dove il mondo, la grande attualità e la quotidianità di ciascuno, trova ascolto, considerazione e ospitalità”.

Mentre Massimo Porfiri, amministratore delegato di Tv2000 e InBlu Radio ha commentato: “Il percorso di crescita di Tv2000 continua a registrare risultati sempre migliori. Siamo una televisione sana con radici forti proiettata sempre in avanti. Negli ultimi anni la nostra emittente ha sviluppato e sta sviluppando un percorso di adeguamento anche tecnologico per essere al passo con le tecnologie più avanzate richieste dai processi di integrazione multimediale con le altre piattaforme”. “In questo percorso non ci si può fermare – ha concluso Porfiri – e, forti anche delle sinergie che riusciremo a fare con gli altri mezzi di comunicazione che fanno capo al nostro editore”.

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Crisi economica e sociale in Argentina: la Chiesa sostiene la popolazione

Tue, 10/09/2019 - 11:18

La Chiesa argentina ha vissuto sabato e domenica la Colletta nazionale “Más por Menos”, giunta alla cinquantesima edizione e promossa per sostenere oltre mille progetti in tutto il territorio e soprattutto nelle regioni più povere e periferiche. Un appuntamento che si colorava quest’anno di particolare urgenza. La crisi economica e sociale attanaglia sempre di più il Paese, tanto che l’emergenza, ormai, è arrivata a essere alimentare. La scorsa settimana dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e del lavoro della Chiesa argentina è, infatti, arrivata questa precisa richiesta al Governo: dichiarare “l’emergenza alimentare e nutrizionale”. In una nota l’organismo pastorale, presieduto da mons. Jorge Lugones, vescovo di Lomas de Zamora, scrive che negli ultimi mesi “avvertiamo che, dato la grave crescita dell’indigenza, della povertà, della disoccupazione e l’aumento indiscriminato del prezzo del cibo nel paniere di base, ci troviamo in una situazione di emergenza alimentare e nutrizionale”.

Secondo la Pastorale sociale è necessario decidere con urgenza “un paniere di base per la prima infanzia, con prodotti essenziali che possono essere distribuiti gratuitamente o a costi convenzionati, per garantire sicurezza alimentare e nutrizionale, salute e assistenza di qualità per ragazze e ragazzi”. Alla richiesta si è prontamente associata la Caritas argentina, nelle ultime ore, la Federazione delle chiese evangeliche dell’Argentina

Padre Pepe: “Manca il lavoro”. La conferma di una situazione sempre più insostenibile arriva sia attraverso lo sguardo di prossimità e condivisione dal pastore che ogni giorno è a contatto con la gente delle baraccopoli nella periferia di Buenos Aires, sia attraverso il rigore della sociologa dell’Università Cattolica Argentina (Uca). Padre José Maria di Paola, noto come padre Pepe, è forse il più conosciuto (opera nella villa La Carcova) tra i “curas villeros” che prestano servizio nelle “Villas miserias” o “Villas de emergencia”, i quartieri più poveri dell’enorme periferia della capitale. Fu proprio l’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio a incaricarlo di prestare questo servizio. E dal suo “osservatorio” non può che confermare al Sir:

“È vero, molte famiglie non ce la fanno a pagarsi i pasti, ci sono molti bambini che vengono mandati a letto presto, senza cena”.

E spiega: “La povertà è un fenomeno consolidato, dura da decenni. Ultimamente, una politica da una forte impronta liberale ha deciso l’aumento di molte tariffe e questo ha coinciso con il momento di crisi, che ha coinvolto anche la classe media. È un momento difficile, non solo per la povertà ma anche per la difficoltà di trovare lavoro. E questo vale anche per le occupazioni informali, non ufficiali, i piccoli affari. Il lavoro cala e i costi aumentano”. Sulla richiesta di emergenza alimentare, padre Pepe aggiunge: “La Conferenza episcopale ha una visione globale su tutto il Paese, e la situazione è peggiorata in molte zone”.

L’infanzia è la più colpita. I numeri, del resto, sono eloquenti, e vengono portati al Sir da Ianina Tuñón, ricercatrice responsabile del “Barometro del disagio sociale dell’infanzia”, nell’ambito del’Osservatorio sul disagio sociale dell’Uca. “Attraverso il programma dell’Osservatorio – spiega – abbiamo messo a punto i dati della situazione alimentare a partire dal 2010. Nel periodo tra il 2017 e il 2018 l’insicurezza alimentare è aumentata in modo significativo, in particolare per l’infanzia. Nel 2018, il 13% dei bambini argentini si trovava in insicurezza alimentare. Il 40% ricorreva a mense scolastiche o comunitarie per potere consumare, almeno, un pasto al giorno. Tra il 25% della popolazione povera, la percentuale dei bambini in insicurezza alimentare aumenta al 25,4%. Il fenomeno, evidentemente è in stretta relazione con il generale peggioramento della situazione economica”. La ricercatrice prosegue spiegando che, numeri alla mano “l’infanzia che vive nella periferia di Buenos Aires è particolarmente colpita. L’insicurezza alimentare cresce al 17% e al 28,9% nel 25% della popolazione che si può definire povero”. Nel breve termine, conclude Ianina Tuñón, la possibilità più concreta d’azione è di “calibrare meglio l’offerta alimentare diretta attraverso l’implementazione di mense per i settori sociali più vulnerabili. Esiste un’ampia copertura alimentare che però non si focalizza adeguatamente sugli strati sociali più bassi e in contesti residenziali più segregati”.

Aiuto e speranza nelle “Villas”. È quello che si cerca di fare nelle “Villas de emergencia”: “Abbiamo mense, centri di distribuzione, mense solo per ragazzi”. E oltre a queste, molte altre iniziative, per togliere i giovani dalla droga e dalle dipendenze (padre Pepe è stato più volte minacciato dai narcotrafficanti), per insegnare un lavoro, per dare speranza. “C’è bisogno di stabilità di dare una prospettiva”, prosegue padre Pepe. Inevitabile chiedergli un parere sulle imminenti elezioni presidenziali, che si terranno il 27 ottobre: “Noi – dice – non entriamo in temi strettamente politici, ma cerchiamo di stare vicini alla gente, viviamo nei quartieri, i nostri temi sono la lotta alle dipendenze, il lavoro, la prevenzione. Il nostro compito è aiutare la gente a livello sociale e spirituale”. Certo, è però essenziale “dare speranza e invertire la direzione. Chiunque sarà il presidente avrà davanti a lui una grande sfida, quella di avviare un cammino diverso”. Portare speranza, insomma, resta una sfida necessaria. E un aiuto formidabile potrebbe venire dall’attesa visita di Papa Francesco nel suo Paese, nella sua città e nelle “sue Villas de emergencia”. Si è parlato di una possibilità che ciò avvenga il prossimo anno. “Claro, la gente lo aspetta, se lo sta chiedendo continuamente. C’è chi continua a strumentalizzare la figura del Papa, ma il popolo semplice lo aspetta nei quartieri!”.

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Immigrati ucraini in Italia. Mons. Dionisio Lachovicz: “Vi racconto cosa è la Sindrome Italia”

Tue, 10/09/2019 - 11:14

“Siamo fratelli. Abbiamo lo stesso Cristo, la stessa fede. Abbiamo una liturgia ed una spiritualità diversa. Ma questo nostro patrimonio è parte di quel polmone dell’Oriente, che come diceva Giovanni Paolo II, insieme a quello dell’Occidente, fa respirare la Chiesa in Europa. Non vogliamo essere un ghetto. Vogliamo lavorare insieme per evangelizzare questa terra, l’Italia”. Si presenta così mons. Dionisio Lachovicz, delegato “ad omnia” per l’Esarcato Apostolico per i fedeli ucraini di rito bizantino residenti in Italia. Il Sir lo ha incontrato a Roma a conclusione del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina. L’Esarcato in Italia è stato appena eretto a luglio da Papa Francesco. Per questo motivo al Sinodo hanno preso la parola sia il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, sia il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti. Ad oggi il numero di fedeli cattolici ucraini di rito bizantino presenti nel nostro Paese ha raggiunto le 70mila unità. L’Esarcato conta 148 comunità e 6 parrocchie personali, sparse in tutta l’Italia (comprese Sicilia e Sardegna), e 64 sacerdoti. Sono parte di quel piccolo popolo ucraino che si è stabilito ed integrato in Italia: le cifre ufficiali parlano di 300mila persone ma il loro  numero può salire tranquillamente a 500mila se si considera che molti non hanno il permesso di soggiorno. Sono invece 20mila i bambini ucraini iscritti nelle scuole italiane.

La popolazione ucraina che vive nel nostro territorio è per lo più composta da donne. Ci sono comunità praticamente frequentate solo da donne. Nell’incontrare i vescovi ucraini, il cardinale Angelo De Donatis ha fatto riferimento alla loro presenza nelle famiglie italiane. “Si prendono cura delle necessità dei più deboli, di anziani e di bambini, o lavorano a sostegno della vita quotidiana dei nuclei familiari”. Questa esperienza, ha aggiunto, ha reso “il popolo ucraino particolarmente vicino a quello italiano”. “Le donne ucraine lavorano bene – conferma il vescovo Dionisio – e sono religiose. Tante di loro sono riuscite a riportare alla Chiesa gli anziani che hanno in cura. Con questo spirito, li preparano anche alla morte”.

Oggi però devono far fronte ad un nuovo problema. Si chiama “Sindrome Italia”. E’ il vescovo Dionisio a spiegare di cosa si tratta. “Queste donne sono arrivate in Italia per lavorare all’età di 30-40-50 anni ma dopo 20 anni di immigrazione, oggi si ritrovano anziane. Per venire qui hanno lasciato a casa il marito e i figli e tante famiglie si sono distrutte. Esaurito la loro esperienza lavorativa in Italia, rientrano a casa, ma sono rifiutate. Ho sentito con le mie orecchie dire: ‘mia madre non c’è mai stata quando eravamo piccoli, non la vogliamo più con noi”. Tutto il denaro che hanno guadagnato, lo hanno inviato a casa. Con quei soldi hanno potuto mandare i figli a scuola, costruire una casa. Ma per loro oggi in Ucraina non c’è più posto”. “All’inizio – aggiunge Dionisio – ci siamo confrontati con il problema degli “orfani bianchi”, i bambini lasciati in patria. Ora abbiamo il problema delle donne, anziane, sole, senza lavoro che non sanno cosa fare e dove andare”. Un grido di aiuto che l’esarcato in Italia insieme alla Cei cercheranno di accogliere, pensando a predisporre case dove accogliere le donne anziane e dar loro tutte le cure necessarie.

Per l’Italia – dice il vescovo Dionisio – noi vogliamo essere un dono. Essere testimoni della universalità della Chiesa, vissuta ciascuno con le proprie identità ma in comunione fraterna”. La presenza dei cattolici ucraini di rito bizantino porterà qui in Italia la “novità” dei sacerdoti sposati, che le Chiese greco-cattoliche contemplano. “La loro presenza è un dono”, dice subito mons. Dionisio Lachovicz. “Lavorano benissimo. Spesso anche le loro mogli collaborano alla vita della comunità. Insieme aiutano a formare la comunità, la Chiesa domestica, la famiglia della Chiesa”. Alla domanda se questi sacerdoti sposati possono essere un modello anche qui in Italia e quindi una risposta al calo del vocazioni, il vescovo risponde: “Oltre ad essere un dono, la presenza di questi sacerdoti sposati nella Chiesa è anche una domanda. All’inizio c’era una opposizione molto forte contro questa realtà. Adesso avvertiamo una certa apertura. Diciamo allora che i sacerdoti sposati in questo momento non sono la soluzione ad un problema che è complesso ma rappresentano una domanda aperta per la Chiesa”.

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Ukrainian immigrants in Italy. Msgr. Dionisio Lachovicz: “We are facing an ‘Italy Syndrome’”

Tue, 10/09/2019 - 11:14

“We are brethren. We have the same Christ, the same faith. Our liturgy and spirituality are different, but this heritage we share forms part of the Eastern lung, which, as John Paul II said, together with the Western lung makes the Church breathe in Europe. We don’t want to be confined in a ghetto. We wish to work together for the evangelization of this land, Italy.” Msgr. Dionisio Lachovicz, delegate “ad omnia” of the Apostolic Exarchate for the Ukrainian faithful of the Byzantine rite residing in Italy, introduces himself with these words. SIR met him in Rome at the end of the Synod of the Ukrainian Greek Catholic Church. The Exarchate in Italy was erected in July by Pope Francis. Hence both the Cardinal Vicar of Rome, Angelo De Donatis, and the President of the Italian Episcopal Conference, Card. Gualtiero Bassetti, took the floor at the Synod. To date a total of 70,000 Ukrainian Catholic faithful of Byzantine rite are living in Italy. The Exarchate has 148 communities and 6 parishes, distributed throughout Italy (including Sicily and Sardinia), and 64 priests. They form part of the small Ukrainian community that has settled and integrated itself in Italy: some 300,000 people according to official figures, but this figure could well rise to 500,000 if we consider that many are without residence permits. Twenty thousand Ukrainian children are enrolled in Italian schools.

Most Ukrainians living in the country are women. Some communities are virtually frequented only by women. In his meeting with the Ukrainian bishops, Cardinal Angelo De Donatis spoke about their presence in Italian families. “They take care of the needs of the weakest, the elderly and children, or help in the daily life of the families.” This experience, he added, has brought “the Ukrainian people into close contact with the Italian people.” “Ukrainian women are hardworking – Bishop Dionisio pointed out – and they are religious. Many have managed to bring back to the Church the elderly people they are taking care of. With this spirit, they also prepare them for death.”

But today they are facing a new problem. It’s called “Italy Syndrome.” Bishop Dionisio explained: “These women arrived in Italy to work when they were 30,40, or 50 years-old. But after 20 years as immigrants, now they are elderly women. They left their husbands and children behind, and many families have broken up. When their working experience in Italy was over, they returned home, but they were rejected. I heard it myself: ‘My mother was never there when we were kids, we don’t want her with us anymore’.

They sent home all the money they earned. That money allowed them to get their children into school, build a house. But there is no place for them in Ukraine today.” 

“At the beginning – Dionisio continues – we had to face the problem of the “white orphans” – the children left in their homeland. Now there is the problem of elderly, lonely, unemployed women who don’t know what to do and where to go.” The exarchate in Italy, together with the Italian Bishops’ Conference, will attempt to respond to this cry for help. The idea is to provide homes for these elderly women, offering all the care they need.

In Italy,” said Bishop Dionisio, “we want to be a gift. We want to be witnesses of the universality of the Church, lived by each one with his/her own identity but in fraternal communion.” The presence of Ukrainian Catholics of Byzantine rite will bring to Italy the “novelty” of married priests, envisaged by the Greek-Catholic Churches. “Their presence is a gift,” said Msgr. Dionisio Lachovicz. “They do a wonderful job. Their wives often cooperate in the life of the community. Together they help form the community, the domestic Church, the family of the Church.” When asked if these married priests could also be a model in Italy and thus an answer to the decline in vocations, the bishop replied: “Besides being a gift, the presence of these married priests in the Church is also a question. At the beginning there was a very strong opposition against this reality. Now we perceive a certain degree of openness. So let’s say that married priests are not the solution to a complex problem at the moment, but they represent an open question for the Church.”

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Migranti e Conte Bis. P. Ripamonti (Centro Astalli): “Ci aspettiamo un cambio di rotta” per l’Italia e l’Europa

Mon, 09/09/2019 - 18:45

“Un cambio di rotta” sostanziale sulle questioni che riguardano le migrazioni. Una Repubblica italiana capace di parlare su questi temi con “una lingua mite” e con un approccio umano, così come descritto oggi dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso alla Camera per il voto di fiducia. E’ l’auspicio di padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, il centro dei gesuiti che da anni accoglie a Roma migliaia di rifugiati. “Il decreto sicurezza va affrontato rivedendolo nel complesso e va dato un segnale che stiamo riacquistando un volto umano”, afferma il sacerdote, commentando alcuni passi del discorso del premier riguardanti l’immigrazione. Padre Ripamonti spera che “il governo si dimostri coraggioso da questo punto di vista e riveda la materia nel suo complesso e a più livelli”. Tutto ciò mentre la nave Ocean Viking di Sos Mediterranée, che ha soccorso 50 persone al largo delle Libia ed è ora in acque internazionali, è in attesa di un porto sicuro. Sarà il primo banco di prova per il nuovo governo.

Padre Camillo Ripamonti

Oggi il premier Conte ha annunciato che il nuovo governo rivedrà la disciplina in materia di sicurezza “alla luce delle osservazioni critiche” del Presidente della Repubblica. Un segnale positivo?

Vorrei sottolineare due punti del discorso significativi: Conte ha parlato di “lingua mite” e “volto umano” della Repubblica. In tema di immigrazione queste due indicazioni sono fondamentali. Negli ultimi tempi sulle questioni migratorie siamo stati invece abituati ad un clima molto più aspro, più duro, polemico, al limite del violento.

Il riferimento al “linguaggio mite” mi fa ben sperare che i toni possano diventare ragionevoli:

su alcune questioni si può non essere d’accordo ma mi auguro ci si possa confrontare ragionevolmente. Il volto umano della Repubblica è in riferimento alla Costituzione, al rispetto dei trattati internazionali, all’importanza dei diritti dell’uomo. Questi due presupposti sono importanti anche in materia di immigrazione. Riguardo al riferimento al decreto sicurezza auspico che ci sia una rivisitazione anche più organica della legislazione in materia migratoria e che

il governo si dimostri coraggioso da questo punto di vista e riveda la materia nel suo complesso e a più livelli,

che tenga conto delle tante questioni che il fenomeno migratorio pone in campo: dagli arrivi all’integrazione. Spero che il decreto sicurezza rivisitato secondo le indicazioni del Presidente della Repubblica possa muoversi in questa direzione, nel rispetto delle normative internazionali,

in una Italia che vuole essere sì rigorosa ma anche dal volto umano.

In ballo c’è anche il tema della solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione europea, non sempre condivisa, riguardo agli arrivi anche se è di oggi la notizia di un prossimo summit europeo, straordinario, cui, oltre l’Italia, dovrebbero partecipare anche , Germania, Malta e Finlandia. 

Quando si comincia un governo l’auspicio è che si vada in una direzione diversa rispetto a quanto accaduto nell’ultimo anno. Molte volte gli Stati membri hanno fatto dichiarazioni ed avevano preso responsabilità sulla suddivisione dei migranti ma spesso alle dichiarazioni non sono seguiti i fatti. Certamente

auspichiamo che questa sia la volta buona e che con il nuovo governo europeo si possa avviare un dialogo effettivo ed efficace.

Spero che gli arrivi in territorio italiano, e in genere nel Sud dell’Europa, possano essere veramente condivisi con tutti gli Stati membri dell’Unione. Sarebbe una svolta importante e decisiva nell’ambito della solidarietà tra gli Stati.

Conte ha fatto anche riferimento alla possibilità di corridoi umanitari europei, come richiesto da tempo da molte organizzazioni che lavorano con i migranti.

Sarebbe una delle vie per affrontare il fenomeno migratorio nella sua complessità. Non transigere sul salvataggio delle vite in mare e fare in modo che i salvataggi siano soltanto residuali. Fare in modo che le persone possano arrivare in Europa attraverso vie legali. I corridoi umanitari europei

possono essere una via importante da perseguire

perché garantirebbe alle persone di non doversi affidare ai trafficanti mettendo a rischio la loro vita.

Un approccio non più emergenziale ma strutturale alla questione migratoria significherebbe anche rivedere la legge Bossi-Fini?

Insieme ad altre associazioni abbiamo depositato in Parlamento una legge di iniziativa popolare per una revisione della Bossi-Fini. Quello

potrebbe essere un ottimo punto di partenza

per tornare ad affrontare in modo complesso il  fenomeno migratorio. Negli ultimi tempi siamo stati abituati a risposte semplicistiche e semplificate invece la questione è complessa e va affrontata con rigore e responsabilità, a diversi livelli. Questa potrebbe essere l’occasione buona.

La nave di Sos Mediterranée è in attesa di un porto di sbarco. E noi in attesa di vedere cosa farà il nuovo ministro Luciana Lamorgese. Quale auspicio?

Speriamo che quello sguardo e quel volto umano della Repubblica cominci a farsi strada partendo da queste piccole grandi cose.

Questo potrebbe essere un segnale importante di un modo nuovo di approcciare alla questione migratoria rispetto agli ultimi 14/15 mesi. Auspico che non si arrivi a questi bracci di ferro ai quali ci stiamo abituando. Prima ci facevano effetto pochi giorni di stallo, ora passano più giorni e le condizioni delle persone si aggravano, assistiamo a scene drammatiche di persone sbarcate in condizioni terribili. Non dobbiamo abituarci a questo.

Un cambio di rotta potrebbe essere un segnale.

Il decreto sicurezza va affrontato rivedendolo nel complesso e va dato un segnale che stiamo riacquistando un volto umano.

Abbiamo assistito ad anni di lenta criminalizzazione delle Ong. Siamo ancora in tempo per recuperare?

Si può e si deve, già partendo con

un linguaggio mite che non criminalizzi, non crei capri espiatori e criminali,

non facendo violenza, utilizzando i media per informare e non dare informazioni  distorte come le famose invasioni. Ci vorrà tanto tempo perché una volta che il vaso è rotto ricostruire non è semplice. Ma tutto questo può contribuire a ricreare un clima più sereno e una situazione più accettabile, ridando la giusta collocazione a chi fa il bene: chi salva le vite in mare non è un criminale ma una persona o realtà che si mette al fianco delle organizzazioni pubbliche perché vuole un mondo diverso.

Stesso discorso vale per l’imbarbarimento della società verso atteggiamenti razzisti. Quali anticorpi mettere in campo come cattolici?

Assumendoci le nostre responsabilità e non facendo lotte interne sul tema dell’accoglienza, che è un dettato evangelico. Sappiamo che l’atteggiamento dei miti ci permetterà di ereditare una terra più umana, più solidale, più equilibrata e sostenibile per tutti.

 

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The Pope in Mauritius. “Welcome migrants and protect the environment.”

Mon, 09/09/2019 - 17:19

“What must one do to be a good Christian?.” “The answer is clear. We have to do, each in our own way, what Jesus told us in the Sermon on the Mount.” The Pope celebrated Holy Mass in Port Louis, on the esplanade that surrounds the Monument of Mary Queen of Peace. While over 100,000 people – arrived from across the Indian Ocean – acclaim him by waving palm branches, he cites the “apostle of Mauritian unity”, Blessed Jacques-Désiré Laval, “so greatly venerated in these lands”, whose relics are on the altar. It’s a national holiday in the Mauritian islands, and everyone flocks to see the successor of Peter who pays homage to the Blessed whom Christians, Hindus, Muslims and Buddhists consider the father of the nation. In a multi-ethnic, multi-religious and multicultural land known worldwide for its tourist attractions, the homage chosen by the Mauritians to mark this historic day is truly in “Laudato sì” style: in fact, 100,000 trees will be planted in response to Bergoglio’s call for an integral ecology, blessed by the Pope in the second and final public event of the day and of the entire journey to Africa, after the stops in Mozambique and Madagascar. The address to authorities ends with an invitation to

“move forward with that constructive approach that works for an integral ecological conversion”,

a central goal in Bergoglio’s Encyclical, “that seeks not only to avoid terrible climatic phenomena or extreme natural catastrophes, but also to promote a change in the way we live, so that economic growth can really benefit everyone, without the risk of causing ecological catastrophes or serious social crises.” The Holy Father’s last speech in Africa, marked by political emphases, begins with a reference to the decisive question, in what Bergoglio defines as “an epochal change” and not an epoch of change: migrations.

“To take up the challenge of welcoming and protecting those migrants who today come looking for work and, for many of them, better conditions of life for their families”, is the imperative.

“Your people’s DNA – the Pope said from the Presidential Palace of Port Louis – preserves the memory of those movements of migration that brought your ancestors to this island and led them to be open to differences, to integrate them and to promote them for the benefit of all”: “Make an effort to welcome them, following the example of your ancestors, who welcomed one another. Be protagonists and defenders of a true culture of encounter that enables migrants (and everyone) to be respected in their dignity and their rights”, is the heart of Francis’ message. For the Pope, the island nation of Mauritius bears evidence to the fact that

“it is possible to achieve lasting peace when we start with the conviction that diversity is a beautiful thing when it can constantly enter into a process of reconciliation and seal a sort of cultural covenant resulting in a ‘reconciled diversity’. This in turn serves as a foundation for the opportunity to build true fellowship within the greater human family, without feeling the need to marginalize, exclude or reject anyone.”

In order to continue being a “haven of peace” Mauritius must preserve “the democratic tradition that took root following your independence.” “Be examples to the men and women who count on you, and in particular to the young”: is the Pope’s appeal to political leaders, who are also called “to combat all forms of corruption.” The Pope pointed out that “that economic growth does not always profit everyone and even sets aside a certain number of people, particularly the young.” The Pope’s encouragement is “to promote an economic policy focused on people and in a position to favour a better division of income, the creation of jobs and the integral promotion of the poor”, and “not to yield to the temptation of an idolatrous economic model that feels the need to sacrifice human lives on the altar of speculation and profit alone, considering only immediate advantage to the detriment of protecting the poor, the environment and its resources.”

“Young people are the primary mission”,

is Francis’ recommendation in the Mass that opened the day, in the wake of the special attention devoted to “our young people” – the population majority – highlighted in all the legs of the journey to Africa. We must learn “to acknowledge the presence of the young and to make room for them in our communities and in our society”, the Pope said. “It is a hard thing to say, but, despite the economic growth your country has known in recent decades, it is the young who are suffering the most. They suffer from unemployment, which not only creates uncertainty about the future, but also prevents them from believing that they play a significant part in your shared history”, the cry of alarm: “Uncertainty about the future often forces them to feel that they have live their life on the fringes of society; it leaves them vulnerable and helpless before new forms of slavery in this twenty-first century.” “Let us not deprive ourselves of the young face of the Church and of society. Let us not allow those who deal in death to rob the first fruits of this land!” is the central appeal of the homily, with a denunciation: “our young people, and all those who, like them, feel voiceless, simply living from day to day.”

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Papa nelle isole Maurizio: “Accogliere i migranti e proteggere l’ambiente”

Mon, 09/09/2019 - 17:19

“Come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano?”. “La risposta è semplice: è necessario fare, ognuno a suo modo, quello che dice Gesù nel discorso delle Beatitudini”. Il Papa celebra la Messa a Port Louis, nella spianata che fa da cornice al Monumento di Maria Regina della Pace, e mentre oltre 100mila persone in festa, provenienti da tutto l’Oceano Indiano, lo acclamano agitando rami di palme, cita subito l’ “apostolo dell’unità mauriziana”, il beato Jacques-Désiré Laval, “tanto venerato in queste terre”, le cui reliquie sono sull’altare. È festa nazionale, nelle isole Maurizio, e tutti accorrono a vedere il successore di Pietro che rende omaggio a colui che cristiani, indù, musulmani e buddisti, considerano il padre della nazione. In una terra multietnica, multireligiosa e multiculturale conosciuta nel mondo per le sue attrazioni turistiche, l’omaggio scelto dai mauriziani per rendere indelebile questa giornata storica è in puro stile “Laudato sì”: sono 100mila, infatti, gli alberi che saranno piantati aderendo all’appello di Bergoglio per una ecologia integrale, e che il Papa ha benedetto nel secondo e ultimo appuntamento pubblico della giornata e dell’intero viaggio in Africa, dopo le tappe in Mozambico e in Madagascar. E il discorso alle autorità termina proprio con l’invito ad

“andare avanti con quell’atteggiamento costruttivo che spinge a incentivare una conversione ecologica integrale”,

obiettivo centrale nell’enciclica di Bergoglio, che “mira non solo a evitare terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma cerca anche di promuovere un cambiamento negli stili di vita in modo che la crescita economica possa davvero giovare a tutti, senza correre il rischio di provocare catastrofi ecologiche o gravi crisi sociali”. L’ultimo discorso del Santo Padre in terra d’Africa, dai forti accenti politici, è cominciato con la menzione della questione decisiva, in quello che Bergoglio definisce “un cambiamento d’epoca”, e non un’epoca di cambiamento: le migrazioni.

“Accettare la sfida dell’accoglienza e della protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro, e, per molti di loro, migliori condizioni di vita per le loro famiglie”, l’imperativo.

“Il Dna del vostro popolo – ricorda il Papa dal palazzo presidenziale di Port Louis – conserva la memoria di quei movimenti migratori che hanno portato i vostri antenati su questa isola e che li hanno anche condotti ad aprirsi alle differenze per integrarle e promuoverle in vista del bene di tutti”: “Abbiate a cuore di accoglierli come i vostri antenati hanno saputo accogliersi a vicenda, quali protagonisti e difensori di una vera cultura dell’incontro che consente ai migranti – e a tutti – di essere riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti”, la consegna di Francesco. Le isole Maurizio, nelle parole del Papa, sono una dimostrazione che

“è possibile raggiungere una pace stabile a partire dalla convinzione che la diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una ‘diversità riconciliata’. Questa è base e opportunità per la costruzione di una effettiva comunione all’interno della grande famiglia umana senza la necessità di emarginare, escludere o respingere”.

Per continuare ad essere “un’oasi di pace”, le isole Maurizio devono conservare ”la tradizione democratica instaurata a partire dall’indipendenza”. “Essere un esempio per coloro che contano su di voi, specialmente per i giovani”, l’appello ai politici, insieme a quello a “combattere tutte le forme di corruzione”. “La crescita economica non vada sempre a vantaggio di tutti e che lasci da parte un certo numero di persone, specialmente i giovani”, il monito per riuscire a “sviluppare una politica economica orientata alle persone e che sappia privilegiare una migliore distribuzione delle entrate, la creazione di opportunità di lavoro e una promozione integrale dei più poveri”, senza “cedere alla tentazione di un modello economico idolatrico che ha bisogno di sacrificare vite umane sull’altare della speculazione e della mera redditività, che tiene conto solo del beneficio immediato a scapito della protezione dei più poveri, dell’ambiente e delle sue risorse”.

“I giovani sono la nostra prima missione”,

la raccomandazione di Francesco nella Messa che ha aperto la giornata, sulla scia dell’attenzione speciale riservata al “popolo” giovane – la maggioranza della popolazione – mostrata in tutte le tappe della sua trasferta in Africa. Bisogna imparare “a riconoscere e fornire ad essi un posto in seno alla nostra comunità e alla nostra società”, dice il Papa. “Com’è duro constatare che, nonostante la crescita economica che il vostro Paese ha avuto negli ultimi decenni, sono i giovani a soffrire di più, sono loro a risentire maggiormente della disoccupazione che non solo provoca un futuro incerto, ma inoltre toglie ad essi la possibilità di sentirsi protagonisti della loro storia comune”, il grido d’allarme: “Futuro incerto che li spinge fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI”. “Non lasciamoci rubare il volto giovane della Chiesa e della società! Non permettiamo ai mercanti di morte di rubare le primizie di questa terra”, l’appello centrale dell’omelia, insieme a una denuncia: “I nostri giovani e quanti come loro sentono di non avere voce perché sono immersi nella precarietà”.

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Nuovo Governo. Il discorso di Conte alla Camera: “un progetto riformatore che mira a far rinascere il Paese”

Mon, 09/09/2019 - 15:38

Non “una mera elencazione di proposte eterogenee”, né “la mera sommatoria delle diverse posizioni assunte dalle forze politiche”, ma “un progetto di governo del Paese”. Nel discorso con cui si è presentato alla Camera per il voto di fiducia, Giuseppe Conte ha voluto subito marcare una differenza rispetto al metodo del “contratto” che aveva finito per ingessare il lavoro dell’esecutivo giallo-verde. Il Presidente del Consiglio ha insistito molto sul carattere di “ampio respiro”, di “lungo periodo” del programma del governo. Una prospettiva di durata che ovviamente coincide con le ambizioni politiche dei protagonisti ma che corrisponde anche a un’esigenza di stabilità di cui il Paese ha bisogno per la natura degli interventi necessari, non riducibili a provvedimenti occasionali o elettoralistici. Conte ha parlato di “un progetto riformatore che mira a far rinascere il Paese nel segno dello sviluppo, dell’innovazione, dell’equità sociale”, per cogliere “l’opportunità storica di imprimere una svolta profonda nelle politiche economiche e sociali che restituisca una prospettiva di sviluppo, di speranza ai giovani, alle famiglie a basso reddito, oltre a tutto il sistema produttivo”. “La sfida sul piano interno – ha sottolineato – è quella di ampliare la partecipazione alla vita lavorativa delle fasce di popolazione finora escluse” che “si concentrano soprattutto tra i giovani e le donne, particolarmente nel Mezzogiorno”. In questa chiave “scuole e università di qualità, asili nido, servizi alle famiglie, specialmente quelle con figli, saranno le prime levi sulle quali agire”. E a questo proposito Conte ha annunciato che il governo “si adopererà con le Regioni per azzerare totalmente le rette per la frequenza di asili nido e micro nidi”.

Per il suo discorso programmatico, il Presidente del Consiglio ha naturalmente attinto ai 29 punti dell’accordo politico fra i tre partiti (M5S, Pd e Leu) che rappresentano la nuova maggioranza, con una particolare accentuazione per i temi dell’innovazione e della sostenibilità ambientale.

Troviamo quindi l’indicazione di una politica economica espansiva ma rispettosa delle compatibilità finanziarie, fin dalla prossima legge di bilancio; il taglio delle tasse sul lavoro (il cosiddetto “cuneo fiscale”) unito a una rimodulazione delle aliquote per alleggerire il carico sui contribuenti e a una lotta più efficace all’evasione; una politica estera fondata su un ruolo costruttivo e da protagonista dell’Italia in Europa, per promuovere le riforme necessarie a partire dal patto di stabilità, e sul rapporto tradizionale con gli Stati Uniti, ma senza chiudersi al dialogo con tutti, all’insegna di un “multilateralismo efficace”; una revisione delle politiche di gestione dei flussi migratori, che coniughi rigore e lotta ai trafficanti da un lato, capacità di integrazione dall’altro, ipotizzando anche “corridoi umanitari europei”; misure di sostegno alla natalità e per contrastare il declino demografico, a cominciare dall’assegno unico per le famiglie; e poi via via tutti gli altri temi, compreso il completamento di un pacchetto di riforme istituzionali, in primis la riduzione del numero dei parlamentari, da integrare con una modifica della legge elettorale. Sul terreno di queste riforme, del resto, si giocherà molto del futuro del secondo governo Conte, della sua capacità di rivitalizzare il nostro sistema democratico e di arginare la spinta dei sovranismi e dei populismi, che restano forti nonostante qualche battuta d’arresto.

Non è un caso che il Presidente del Consiglio abbia fatto precedere l’esposizione dettagliata dei punti programmatici dal richiamo a quei principi iscritti nella Costituzione che ha definito “non negoziabili” perché si collocano “in una dimensione sovragovernativa” e “non hanno colore politico”: il primato della persona, i doveri di solidarietà, il lavoro come supremo valore sociale, l’uguaglianza, il principio di laicità e la libertà religiosa, il ripudio della guerra.

Così pure il proposito di lasciarsi alle spalle “il frastuono dei programmi inutili, delle dichiarazioni bellicose e roboanti” e di adottare “un lessico più rispettoso delle persone e della diversità delle idee”, è chiaramente funzionale a individuare uno stile radicalmente alternativo a quello di Salvini, che resta il riferimento negativo di tutta la narrazione del premier.
Mentre fuori da Montecitorio Lega e Fratelli d’Italia portavano in piazza la loro protesta contro il nuovo esecutivo, anche all’interno dell’Aula della Camera i deputati leghisti hanno rumoreggiato più volte, interrompendo ripetutamente il discorso di Conte e costringendo il presidente dell’Assemblea, Roberto Fico, a continui richiami. A un certo punto, mentre dai banchi della Lega si gridava a squarciagola “elezioni, elezioni”, Fico ha chiesto che fosse consentito al Presidente del Consiglio di proseguire e tagliato corto con una frase lapidaria: “E’ democrazia parlamentare, questa”. Appunto.

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“Curare” la politica per battere i populismi. E i cittadini facciano un passo avanti

Mon, 09/09/2019 - 11:15

Di sicuro non mancano studi e contributi che aiutano a far luce sui termini “sovranismo” e “populismo”, che da tempo segnano il vocabolario politico in Italia e in Europa. Queste due tendenze cultural-politiche (che secondo varie voci si sovrappongono e si completano a vicenda) trarrebbero linfa dai timori alimentati negli ultimi 20/25 anni con l’imporsi della globalizzazione, cui si sommano le ricadute della pesante recessione economica giunta in Europa nel 2008, dei flussi migratori, del terrorismo. La capillare diffusione – e l’uso spregiudicato – dei social completerebbe il quadro, moltiplicando all’infinito paure reali o irrazionali, approssimazioni politiche, vere e proprie fake news, vuote parole d’ordine, discorsi d’odio (“hate speech”), egoismi sociali, chiusure localistiche o nazionali.
Sovranismi (o più esplicitamente “nazionalismi”) e populismi di varia marca e bandiera hanno così messo le radici nelle dinamiche politiche europee, sbarcando in tutti i Paesi del continente, pur con “pesi” elettorali differenti.Nel Regno Unito si fanno i conti col Brexit – e le sue già ora evidenti conseguenze –, generalmente indicato come un emblematico successo populista: dal referendum del 2016 il Paese è in affanno, la politica sprofonda di giorno in giorno ai livelli più bassi della storia del Paese che ha inventato la democrazia parlamentare. La società britannica è lacerata, la politica paralizzata, la nazione divisa (e si allargano le distanze tra inglesi, scozzesi, gallesi, irlandesi). Le famiglie si spaccano al loro interno: le dimissioni da ministro di Jo Johnson, fratello del premier Boris, la dice lunga in questo senso…
L’Italia, fino a pochi giorni fa indicata, a torto o a ragione, nelle sedi europee come il top del populismo assurto a guida di un grande Paese (lo Stivale veniva accostato all’Ungheria di Orban), non può certo esimersi dal riflettere su quanto sia cambiata – pochi sostengono in meglio – la politica tricolore dagli anni Novanta ad oggi. Ugualmente Francia e Germania (basti rileggere gli esiti del recente voto in Sassonia e Brandeburgo) misurano i pur parziali successi di partiti indicati come nazionalisti o populisti, con i rispettivi “casi” di Rassemblement national e Alternative für Deutschland.
Le imminenti elezioni in Polonia del 13 ottobre, e il probabile ritorno alle urne della Spagna (si voterà in autunno se il socialista Sanchez non riuscisse a dar vita a un nuovo esecutivo entro il 23 settembre) costituiranno nuove prove per partiti considerati populisti: Diritto e giustizia (Pis) attualmente al governo a Varsavia, e Vox, destra estrema nella penisola iberica.
Se i fenomeni targati come populisti e/o sovranisti – diffusisi in tutti i Paesi occidentali, fra cui Stati Uniti e Russia – saranno passeggeri o meno, lo diranno sul piano istituzionale le urne, e il successivo giudizio della storia. Di certo occorre riconoscere sin da ora che stanno segnando nel profondo le cosiddette democrazie liberali, sollecitando necessarie revisioni e innovazioni laddove i “palazzi” della politica erano divenuti “fortezze” chiuse e sorde alle attese dei cittadini, incapaci di produrre quei risultati che la gente comune si attende dalla stessa politica.Possibili risposte e auspicabili inversioni di tendenza – imposte dagli stessi populismi – potrebbero derivare da una seria riforma della politica che, fra l’altro, richiede: anzitutto il rispetto della democrazia sostanziale e delle sue regole costituzionali; in secondo luogo la necessità di ridare centralità ai processi istituzionali (il voto mediante la piattaforma Rousseau ne è una lampante negazione); terzo, il rilancio della forma partito – trait d’union tra cittadini e istituzioni – così come configurata dall’articolo 49 della Costituzione italiana; quarto punto, un “palazzo” che si ponga in ascolto dei cittadini e dei corpi sociali, per guidare il Paese secondo le più profonde esigenze espresse dal “popolo sovrano”; quinto, la capacità di definire un programma di riforme e di azioni per aiutare ciascun Paese a rinnovarsi stando al passo coi tempi che cambiano; sesto, la paziente costruzione di una classe dirigente all’altezza delle sfide imposte a ogni nazione. Settimo ingrediente, un uso prudente dei media e, soprattutto, dei social da parte degli stessi esponenti politici (siano essi sindaci, consiglieri comunali o regionali, parlamentari, ministri…). Ottavo: la definizione di una politica estera volta alla costruzione di una comunità internazionale pacificata, aperta a reciproche collaborazioni, pronta a sostenere i Paesi più poveri perché possano anch’essi sperimentare pace e sviluppo e offrire una vita dignitosa ai propri popoli (tutto ciò anche in chiave di prevenzione delle migrazioni forzate).
Non dovrebbe nemmeno mancare – come fattore prioritario e centrale – un rinnovato protagonismo politico degli stessi cittadini, basato sull’informazione e sulla formazione di una vera coscienza democratica volta alla costruzione del bene comune, che è ben più della somma di interessi personali o particolari che attraversano ciascun Paese. Italia compresa.

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“To heal” politics in order to defeat populism. Citizens must step forward”

Mon, 09/09/2019 - 11:15

There is no shortage of studies and contributions that help shed light on the terms “sovereignism” and “populism”, which have long marked the political vocabulary in Italy and Europe. These two cultural-political trends (which, according to various sources, intertwine and complement each other) draw strength from the fears fuelled in the last 20/25 years with the emergence of globalisation, together with the repercussions of the severe economic recession that hit Europe in 2008, migratory flows and terrorism. The extensive dissemination – and the unscrupulous use – of social media completes the picture, endlessly amplifying real or irrational fears, political inaccuracies, veritable fake news, hollow slogans, hate speech, social selfishness, national or local closures.

Sovereignisms (or, more appropriately, “nationalisms”) and populism of various kinds and symbols have thus taken root in European political processes, extending across all countries of the continent, albeit with different electoral “weight.”

The United Kingdom is confronted with Brexit – and its evident consequences -, generally referred to as an emblematic populist success. Since the 2016 referendum the country has been in a state of distress, politics is collapsing day by day to the lowest levels in the history of the country that created parliamentary democracy. British society is torn apart, politics is paralysed, the nation divided (with growing distance separating the English, Scots, Welsh and Irish). Families are breaking up internally: the resignation as minister of Jo Johnson, brother of Prime Minister Boris, speaks volumes…

Italy, hitherto referred to, rightly or wrongly, as the top populist nation in Europe (it was compared to Orban’s Hungary), cannot fail to reflect on the extent to which Italian politics have changed – few say for the better – from the 1990s to the present day. Likewise, France and Germany (one need only look at the results of the recent vote in Saxony and Brandenburg) assess the albeit limited successes of parties indicated as nationalist or populist, with their respective “cases” of Rassemblement national and Alternative für Deutschland.

The upcoming elections in Poland on 13 October, and the prospect of Spain’s return to the polls (elections will take place next fall if Socialist PM Sanchez fails to create a new executive by 23 September), will provide new evidence for so-called populist parties: Law and Justice (PIS) currently in power in Warsaw, and Vox, representing the far right in the Iberian Peninsula.

Elections, and history’s subsequent evaluation, will determine whether or not the phenomena branded as populist and/or sovereignist – diffused in all Western countries, including the United States and Russia – are transitory. Indeed, it should be acknowledged that the so-called liberal democracies are being severely impacted, requiring revisions and innovations in areas where

the political “palaces” had become inaccessible fortresses that turned a deaf ear to citizens’ expectations, unable to deliver the results that ordinary people expect from the political realm. 

Possible responses and desirable reversals of trends – caused by populisms – could emerge from a serious policy reform that requires, inter alia, first of all the respect for substantial democracy and its constitutional rules; secondly, restoring a central role to institutional processes (online vote on the Rousseau platform is a clear denial of this); thirdly, re-launching party politics – linking citizens and institutions – as enshrined in Article 49 of the Italian Constitution; fourth point, a “palace” that listens to citizens and social bodies, to guide the country in accordance with the deeper needs expressed by the “sovereign people”; fifth, the ability to define a plan of reforms and measures in support of each Country’s renewal in keeping with the current developments; sixth, the patient creation of a ruling class commensurate with the challenges each nation is confronted with. The seventh ingredient is

a cautious use of communications tools, notably regarding the use of social media by political leaders (be they mayors, municipal or regional councillors, MPs, ministers…).

Eighth: the definition of a foreign policy aimed at creating a peaceful international community, open to mutual collaboration, ready to support the poorest countries so that they too may experience peace and development and offer a dignified life to their peoples (also in terms of prevention of forced migrations).

A renewed political involvement of citizenry, based on information and on the creation of a true democratic conscience directed at the development of the common good, which is much more than the sum of personal or particular interests present in each country – Italy included – must likewise constitute a priority and a central feature.

 

 

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Corpi intermedi. Costalli (Mcl): “Il loro rilancio sia una priorità per i cattolici”

Mon, 09/09/2019 - 10:28

“Le sfide che i corpi intermedi hanno di fronte sono grandi, ma non si giocano sul fronte della sopravvivenza, piuttosto su quello, ben più ampio, della creazione di un nuovo modello di democrazia sociale, capace di riattivare il tessuto civico e partecipativo delle molteplici istanze presenti nel nostro Paese. La società è liquida, ma, oggi, ha comunque bisogno di nuovi strumenti per creare comunità, coesione sociale, vera rappresentanza: i corpi intermedi possono rappresentare la flotta principale per navigare nel mare in tempesta di fronte a noi”. Di questo è convinto Carlo Costalli, presidente del Movimento cristiano lavoratori, che abbiamo intervistato in occasione del Seminario nazionale di studi e formazione, promosso da Mcl a Senigallia dal 5 al 7 settembre. “I corpi intermedi e la sfida al populismo e alla tecnocrazia” il tema scelto per l’appuntamento.

Presidente Costalli, se in pochi scatti dovesse fornire una fotografia dell’Italia oggi, quali problemi evidenzierebbe?

C’è un problema di sfiducia generale nei confronti delle istituzioni.

Il nostro, poi, è un Paese rancoroso e questo è preoccupante

per chi, come me, ha a cuore l’interesse dell’Italia e soprattutto il futuro dei nostri giovani: non possiamo consegnare alle nuove generazioni un Paese sfiduciato, impaurito del futuro e rancoroso. Abbiamo bisogno, inoltre, di un’economia che ci riporti a un trend di crescita accettabile perché noi abbiamo due problemi grossi: un debito pubblico pauroso, che blocca qualsiasi possibilità di riforma, e la mancanza di lavoro. Sono due questioni che dobbiamo affrontare in un clima di coesione e inclusione e non di rancore e battagliero. Altrimenti, ci sono ripercussioni, a partire dal fatto che la gente non va a votare. L’ultima volta ha votato il 51% degli aventi diritto e c’era il traino delle elezioni amministrative!

La nostra società è segnata da disuguaglianze, lotte tra poveri e, come dice lei, crisi della politica. Tutto ciò è terreno fertile per populismi e sovranismi, razzismo, xenofobia…

Nella crisi economica c’è chi ci ha guadagnato e chi ci ha rimesso di più, aumentano le disuguaglianze e i rancori. La sfiducia nei corpi intermedi, in primis nei partiti politici e nelle istituzioni, porta, appunto, rancore: la gente vota arrabbiata badando a chi urla di più. Si vota con la “pancia” e non con la ragione. A populismi e sovranismi la risposta deve essere ragionata, non una polemica alternativa. Anche sull’immigrazione bisogna trovare un equilibrio tra i numeri di chi arriva e una politica di accoglienza seria. Comunque, chi sta in mezzo al mare va salvato.

In questo clima è in pericolo la nostra democrazia?

C’è un rischio per una democrazia legata ai meccanismi di partecipazione, mentre non penso alle dittature o, almeno, me lo auguro.

È un rischio diverso: una caduta della rappresentanza politica.

Nel momento in cui i governi vengono ratificati dalla piattaforma Rousseau, il ruolo dei corpi intermedi, che sono i meccanismi di partecipazione democratica sul territorio, va rilanciato.

Come ridare forza ai corpi intermedi?

Di questo clima hanno grandi responsabilità la politica e gli stessi corpi intermedi che non si sono riformati né si sono adeguati. Ma dobbiamo porci l’obiettivo di rilanciarli e anche per il mondo cattolico, che deve essere più attivo e propositivo, deve essere una priorità un ruolo importante dei corpi intermedi.

In questo panorama sembra sparito il bene comune: come rilanciare l’impegno dei cattolici per una riscoperta di questo valore?

È una conseguenza della perdita di credibilità delle organizzazioni, del mancato impegno su alcuni temi, di una società diventata divisiva: è ciò che i sociologi chiamano la società liquida. Allora, dobbiamo recuperare uno spazio a partire dai territori, dove ci sono ancora persone impegnate, comunità che fanno volontariato, buone pratiche messe in atto: questo mondo va rivalutato, valorizzato e messo in rete. È una battaglia in salita, ma è un ruolo che spetta al mondo cattolico. Anche

l’impegno politico, se lo facciamo con serietà, non va demonizzato: è legato a un fine che è il bene comune.

Dobbiamo smettere di fare i qualunquisti anche noi. È il nostro mondo che deve riportare la pace, il confronto, mentre oggi anche nel mondo cattolico c’è tanta autoreferenzialità.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sabato 7 settembre, nel messaggio al Forum Ambrosetti ha sostenuto che in Europa l’Italia è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano, partecipando con convinzione e responsabilità a un progetto europeo lungimirante…

Sono pienamente d’accordo.

Il nostro spazio è in Europa:

noi non vogliamo un’Italia che sia “infinocchiata” da Bruxelles o da Parigi, ma lavoriamo dentro l’Europa. L’Unione europea va riformata, ma è folle uscire dall’Europa. Non c’è alternativa: le battaglie si fanno dal di dentro, perché, indubbiamente, ci sono tante cose da migliorare.

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Associazioni cattoliche alla politica. No a eutanasia e suicidio assistito. Cure palliative siano diritto effettivo per tutti

Mon, 09/09/2019 - 10:28

L’ultimo monito di Papa Francesco risale a due giorni fa. “La pratica dell’eutanasia, divenuta legale già in diversi Stati, solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale; in realtà essa si basa su una visione utilitaristica della persona, la quale diventa inutile o può essere equiparata a un costo, se dal punto di vista medico non ha speranze di miglioramento o non può più evitare il dolore”. Parole senza sconti quelle rivolte ai membri dell’Associazione italiana oncologia medica (Aiom) ricevuti il 2 settembre in udienza in Vaticano, accompagnate dalla sottolineatura dell’importanza delle cure palliative: “L’impegno nell’accompagnare il malato e i suoi cari in tutte le fasi del decorso, tentando di alleviarne le sofferenze mediante la palliazione, oppure offrendo un ambiente familiare negli hospice, sempre più numerosi, contribuisce a creare

una cultura e delle prassi più attente al valore di ogni persona”.

Si avvicina il 24 settembre – termine indicato al Parlamento dalla Corte costituzionale con l’ordinanza n. 207/2018 per modificare la norma sull’aiuto al suicidio, ossia l’art. 580 del Codice penale – e in quella data, in assenza di atti del Parlamento stesso, è attesa una pronuncia della Consulta in materia di suicidio assistito. Al riguardo, lo scorso 13 luglio il cardinale presidente della Cei Gualtiero Bassetti aveva espresso “profondo turbamento di fronte alla possibilità che anche nel nostro Paese si aprano le porte all’aiuto al suicidio, tramite una legge o attraverso le sentenze di tribunali ordinari o della Corte Costituzionale”, e aveva esortato la politica a mettere

“al primo posto un concreto accesso per tutti a cure adeguate, a partire da quelle palliative e dalla terapia del dolore”.

E proprio un intervento del card. Bassetti costituirà il momento cardine dell’incontro di riflessione “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?” in programma il prossimo 11 settembre a Roma (Centro congressi Cei, via Aurelia 796, ore 15 – 19) per iniziativa del Tavolo famiglia e vita istituito presso la Cei e composto da Aippc, Amci, Forum associazioni familiari, Forum sociosanitario, Movimento per la vita e Scienza & Vita che lo scorso luglio hanno pubblicato un documento congiunto per ribadire un fermo no ad eutanasia e accanimento terapeutico e per chiedere una maggiore implementazione delle cure palliative su tutto il territorio .

 

“All’evento hanno già assicurato la propria partecipazione oltre 50 associazioni, tra le quali le 32 che lo scorso 11 luglio hanno rilanciato un grido forte e appassionato per la vita, sempre degna di essere vissuta”, dice al Sir Tonino Cantelmi, presidente Aippc (Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici), che auspica da parte del nuovo governo maggiore attenzione per questi temi. “Non intendiamo giudicare nessuno – spiega –; vogliamo piuttosto avere autentica compassione per tutti quelli che soffrono a causa di malattie inguaribili o disabilità importanti”.

E la risposta da offrire a chi teme di essere abbandonato o di costituire un peso è fatta di accoglienza, prossimità, accompagnamento.

Un abbraccio che disperda le tenebre dello sfinimento e della disperazione

perché cure palliative e terapia del dolore offerte con competenza e umanità – come accade in molti hospice – prevengono la domanda di essere uccisi o aiutati a morire. Per questo

la richiesta di garantire a tutti l’accesso a queste cure non è una questione cattolica ma una battaglia di civiltà

per superare una disuguaglianza che colpisce malati in condizione di estrema fragilità umiliandone la dignità.

 

Diversamente, avverte il giurista Alberto Gambino, presidente di  Scienza & Vita , “sarebbero soprattutto le persone più vulnerabili e più deboli a essere spinte verso forme di interruzione della propria esistenza prima del suo spirare naturale”. Di qui l’importanza di una società e di una cultura improntate a solidarietà, rispetto di ogni persona, dovere di prendersi cura dei suoi membri più deboli. Su questo si misura il suo grado di civiltà.

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Cristiani perseguitati. Card. Bassetti: “La strumentalizzazione delle religioni può provocare danni incalcolabili”

Mon, 09/09/2019 - 10:26

“Bisogna trovare soluzioni politiche e attuare la giustizia in quegli Stati del mondo dove i cristiani sono ancora esposti a persecuzione”. Lo ripete più volte il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana, da pochi giorni ritornato in Italia da una visita in Sri Lanka durante la quale ha visitato le chiese colpite nel giorno di Pasqua da sanguinosi attentati terroristici.

Perché un viaggio in Sri Lanka?
Sono partito su invito del card. Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, arcivescovo di Colombo. Ho partecipato all’inaugurazione di due complessi realizzati anche grazie ai fondi dell’8xmille: un centro agricolo dove lavorano decine di giovani che si dedicano all’allevamento dei bovini e alla produzione casearia e un grande istituto di formazione dedicato a Benedetto XVI in un villaggio dove sorgeva una scuola dei Maristi. Con l’occasione sono andato a visitare anche le chiese di Sant’Antonio a Colombo e di San Sebastiano a Negombo teatro dei terribili attentati.

Che Paese ha trovato?
Lo Sri Lanka è un Paese che ha registrato un forte progresso dal punto di vista sociale. Attorno a Colombo e alle altre grandi città non ci sono baraccopoli. Lo Stato ha realizzato migliaia di case popolari.

La Chiesa rappresenta circa il 10% della popolazione, ma è un’istituzione molto apprezzata anche grazie alla leadership del card. Ranjith che per tutti è un punto di riferimento.

Ho visto con i miei occhi lo spessore del dialogo con i buddisti, che rappresentano la religione principale nel Paese. I capi e i fedeli buddisti hanno grande stima del cardinale, che quando si voleva eliminare il buddismo da religione di Stato ha preso le loro parti intuendo il disastro che avrebbe comportato una visione laica per lo Sri Lanka.

Secondo i dati più recenti, i cristiani perseguitati nel mondo sono oltre 245 milioni (circa un decimo del totale) e il fenomeno è in peggioramento. A cosa è dovuto?
I cristiani sono perseguitati per il nome di Cristo. Nella lettera a Diogneto, si legge che sono portatori di principi e di una spiritualità che cozza con la mentalità del mondo: “Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere”. Tutte le confessioni cristiane. Dice infatti il Papa con molta chiarezza, che

quando ti uccidono non ti domandano se sei cattolico o ortodosso.

Anche per i cristiani uccisi il giorno di Pasqua si può parlare di vera martiria.

Se c’è chi viene perseguitato, c’è anche chi perseguita. Ci sono religioni più violente di altre?
“Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me”. Ogni religione, che in se stessa è buona e con la quale possiamo dialogare, ha i suoi aspetti di fanatismo. “Gott mit uns” era scritto sulle fibbie delle cinture dei soldati del Reich: “Dio è con noi”. Certamente non era il nostro Dio. Anche la strumentalizzazione delle religioni può provocare danni incalcolabili. È quasi accertato che le stragi in Sri Lanka abbiano avuto lo scopo di suscitare i cristiani contro l’islam. Alcuni gruppi di cristiani si stavano già armando per vendicarsi, il cardinale è riuscito a calmare gli animi facendo comprendere che erano tutti strumentalizzati.

(Foto: AFP/SIR)

Le persecuzioni peggiori non avvengono soltanto in Paesi sottoposti a dittature militari o in condizioni di grave instabilità, ma anche in nazioni considerate democratiche come l’India. C’è una responsabilità politica?
Bisogna trovare soluzioni politiche e attuare la giustizia in quegli Stati del mondo dove i cristiani sono ancora esposti a persecuzione. Ci sono dinamiche perverse da parte della politica su cui occorre porre la massima attenzione. Il card. Ranjith ha chiesto una commissione di inchiesta per fare chiarezza sui fatti accaduti in Sri Lanka.

Vede pericolo anche in un’Europa divisa tra populismi e rigurgiti nazionalisti?
È sempre pericoloso soffiare sulla rabbia delle persone, perché

la rabbia porta all’odio.

Ripeto da sempre che bisogna pacificare, ricucire, dialogare.

Cosa fare per questi fratelli nella fede?
La Chiesa italiana è in prima linea nella difesa dei cristiani perseguitati nel mondo. È la Chiesa che gode della guida dello stesso vicario di Cristo ed è vicina al Santo Padre nella missione di annunciare il Vangelo e di portare la pace.

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Persecuted Christians. Card. Bassetti: “Instrumental use of religions can cause incalculable damage”

Mon, 09/09/2019 - 10:26

“Political solutions must be found and justice implemented in those States of the world where Christians are still exposed to persecution”, repeats Card. Gualtiero Bassetti, archbishop of Perugia-Città della Pieve, President of the Italian Bishops’ Conference, upon his return to Italy from a visit to Sri Lanka during which he visited the churches struck by deadly terrorist attacks on Easter Day.

What brought you to visit Sri Lanka?
I left at the invitation of Card. Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, Archbishop of Colombo. I participated in the inauguration of two facilities built also with the Eight-Per-Thousand tax devolution to the Church, consisting in a farm with dozens of young people working in cattle breeding and dairy production, along with a large education centre dedicated to Benedict XVI in a village where once stood a Marist school. I also visited the churches of St. Anthony in Colombo and of St. Sebastian in Negombo, the sites of the horrific attacks.

What Country did you find?
Sri Lanka is a country that has made considerable social progress. No slums are to be found anywhere near Colombo and other major cities. The State has built thousands of social housing units.

The Church represents approximately 10% of the population, yet it is a highly appreciated institution thanks also to the leadership of Card. Ranjith, a point of reference for all.

I personally experienced the depth of the dialogue with the Buddhists, representing the leading religion in the country. Buddhist leaders and faithful have great esteem for the cardinal. Indeed, when attempts were made to eliminate Buddhism as a state religion he stood up for them, perceiving the disastrous consequences of a secular vision for Sri Lanka.

Recent findings show that 245 million Christians worldwide face high levels of persecution (amounting to 10% of all Christians) and the situation grows worse every day. What are the causes?
Christians are persecuted for the name of Christ. In the letter to Diognetus, we read that they are bearers of principles and of a spirituality that clashes with worldly mentality: “Christians love all men, but all men persecute them. Condemned because they are not understood, they are put to death, but raised to life again.” This involves all Christian denominations. The Pope tells us in clear terms that

executioners never ask, “Are you Anglican, Catholic, Orthodox…”

Even the Christians killed in Sri Lanka on Easter Day can be said to be true martyrs.

If there are victims of persecution, there are also those who persecute. Are some religions more violent than others?

“If the world hates you, remember that it hated me first.” Every religion, which is inherently good and with which we can dialogue, has its own fanatical elements. “Gott mit uns” was carved on the belt buckles of the Reich soldiers: “God is with us”. He was certainly not our God. The instrumental use of religions can inflict incalculable damage. It is almost certain that the massacres in Sri Lanka were meant to incite Christians against Islam. Some groups of Christians were already arming themselves for revenge, the Cardinal succeeded in calming the spirits by making them understand that they were all being manipulated.

The worst forms of persecution occur not only in countries under military dictatorship or in conditions of severe instability, but also in countries considered democratic, such as India. Is there a political responsibility?
Political solutions must be found and justice established in countries of the world where Christians are still under persecution. There are perverse dynamics emanating from politics that require the utmost attention. Card. Ranjith has requested a fact-finding committee to shed light on the incidents in Sri Lanka.

Do you perceive danger in a Europe divided between populism and nationalist resurgence?

It’s always dangerous to incite people’s anger, as

anger leads to hatred.

I have always said that we need to reconcile, to heal, to dialogue.

What can be done for these brothers and sisters in the faith?

The Italian Church at the forefront of protecting persecuted Christians in the world. It is the Church that enjoys the guidance of the Vicar of Christ and is close to the Holy Father in the mission of proclaiming the Gospel and bringing peace.

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Papa in Madagascar: “La povertà non è una fatalità”

Sun, 08/09/2019 - 22:45

“La povertà non è una fatalità”. Papa Francesco pronuncia questa frase davanti al miracolo terreno compiuto da un suo ex alunno, padre Pedro Opeka. È lui che, alla periferia di Antananarivo, da un ex discarica ha fatto sorgere la “Città dell’amicizia”, oggi popolata di 25mila persone che ora hanno un lavoro dignitoso, una casa, le scuole per i loro figli, l’ospedale. In Madagascar, dove il 70% della popolazione – perlopiù giovane – vive al di sotto della soglia di povertà, la cava di pietra di Akamasoa diventa l’occasione per pronunciare un’intensa preghiera per i lavoratori: “Dio di giustizia, tocca il cuore di imprenditori e dirigenti: provvedano a tutto ciò che è necessario per assicurare a quanti lavorano un salario dignitoso e condizioni rispettose della loro dignità di persone umane. Prenditi cura con la tua paterna misericordia di coloro che sono senza lavoro, e fa’ che la disoccupazione – causa di tante miserie – sparisca dalle nostre società”. “Quanti uomini e donne, giovani, bambini soffrono e sono totalmente privi di tutto! Questo non fa parte del piano di Dio”, il grido del Papa dal Campo diocesano di Soamandrakizay, mentre celebra la Messa davanti a un milione di persone. “Il cristiano non può stare a braccia conserte” di fronte alla povertà, aggiunge esortando a combattere le “idolatrie” del potere, della carriera e del denaro, così come “ogni ideologia che finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione”.

I temi sociali e politici sono al centro già del primo discorso in terra malgascia, rivolto alle autorità. “Lottare con forza e determinazione contro tutte le forme endemiche di corruzione e di speculazione che accrescono la disparità sociale e ad affrontare le situazioni di grande precarietà e di esclusione che generano sempre condizioni di povertà disumana”, l’appello di Francesco, che chiede di

“introdurre tutte le mediazioni strutturali che possano assicurare una migliore distribuzione del reddito e una promozione integrale di tutti gli abitanti, in particolare dei più poveri”.

Nel corso dell’incontro con i vescovi del Paese, nella cattedrale di Antananarivo, il Papa fotografa così le contraddizioni del Paese: “Una terra ricca con molta povertà; una cultura e una saggezza ereditate dagli antenati che ci fanno apprezzare la vita e la dignità della persona umana, ma anche la constatazione della disuguaglianza e della corruzione”. “La collaborazione matura e indipendente tra la Chiesa e lo Stato è una sfida continua”, spiega esortando ad una “proficua collaborazione con la società civile” che

“include la preoccupazione per tutte le forme di povertà: non solo assicurare a tutti il cibo, o un decoroso sostentamento, ma che possano avere prosperità nei suoi molteplici aspetti”.

Tutto ciò, spiega Francesco tramite un elenco dettagliato, “implica educazione, accesso all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita”.

“Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune”,

sostiene il Papa.

“Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. In Madagascar, paradiso naturale, quarta isola del mondo per grandezza, Francesco dal palazzo presidenziale di Antananarivo cita la Laudato si’ per riaffermare che “non possiamo parlare di sviluppo integrale senza prestare attenzione alla nostra casa comune e prendercene cura”. “La vostra bella isola del Madagascar è ricca di biodiversità vegetale e animale, e questa ricchezza è particolarmente minacciata dalla deforestazione eccessiva a vantaggio di pochi”, la denuncia del Papa, secondo il quale “il suo degrado compromette il futuro del Paese e della nostra casa comune”. Incendi, bracconaggio, taglio incontrollato di legname prezioso, ma anche contrabbando e esportazioni illegali: la lista delle minacce alla biodiversità animale e vegetale è chirurgica.

“Non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela dell’ambiente senza giustizia sociale”,

la tesi sulla sostenibilità ambientale.

Davanti a 130 suore contemplative, radunatisi nel monastero di San Giuseppe, Francesco illustra la morale non di una favola, ma di una storia autentica. Consegnando il testo scritto per l’occasione, racconta a braccio la storia di due suore – una giovanissima e una vecchia – e solo alla fine rivela il nome della suora giovane: Santa Teresa di Lisieux: “Questa Teresa adesso accompagna un vecchio: lei mi ha accompagnato ad ogni passo, mi accompagna. E’ un’amica fedele”. “Non staccarsi dal popolo”, l’imperativo raccomandato incontrando il clero nel Collége Sant Michel: no ai “professionisti del sacro”.

Uno dei valori fondamentali della cultura malgascia è racchiuso in una parola: fihavanana, usata dal Papa nella lingua locale fin dalle sue prime parole nel Paese. Il suo significato, intraducibile in italiano, ha a che fare con la coesione, la solidarietà, la fraternità. Come quella tra Francesco e il suo “popolo giovane”, che durante la Veglia al Campo diocesano di Soamandrakizay, al termine del suo discorso, lo ha amabilmente accerchiato, a sorpresa, sul palco per farlo ballare. “Nessuno può dire: non ho bisogno di te”, attraverso di voi il futuro entra nel Madagascar e nella Chiesa”, aveva detto poco prima il successore di Pietro.

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Venezia76: “Joker” incoronato miglior film. I premi, le sorprese e il bilancio finale

Sun, 08/09/2019 - 17:29

Un Leone che ha messo tutti d’accordo.

Il seducente e disturbante “Joker” di Todd Philips, con un superlativo Joaquin Phoenix, ha ottenuto il premio più importante alla 76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Visibilmente contenta la presidente della giuria Lucrecia Martel, che così spazza via ogni ombra di tensione sui verdetti. Si piazza secondo il veterano del cinema europeo Roman Polanski con il suo “J’accuse”. Grandi applausi poi ai migliori attori Luca Marinelli (“Martin Eden”) e Ariane Ascaride (“Gloria Mundi”), che sul palco fanno due dichiarazioni simili, due vibranti messaggi sulla condizione dei migranti oggi, ricordando i tanti marinai che non si stancano di compiere salvataggi tra le onde ma anche tutti coloro che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Ecco un bilancio sulla premiazione di Venezia 76 dell’Agenzia Sir e della Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei, che per undici giorni hanno raccontato film ed eventi in diretta dal Lido.

 

“Joker”, un Leone anticamera dell’Oscar

Lo hanno capito tutti subito quando Luca Marinelli ha alzato la Coppa Volpi come miglior attore, lasciando all’asciutto in sala il divo americano Joaquin Phoenix: il suo “Joker” diretto da Todd Philips aveva agguantato il Leone d’oro. Serviva solo l’annuncio ufficiale. Quando si è infatti incoronati vincitori del Festival con il premio più importante, non vengono assegnati ulteriori riconoscimenti al film. Un “sacrificio” quello di Phoenix che sarà certamente ripagato con la lunga e fruttuosa corsa verso l’Oscar 2020.

“Joker” è un film ad alto budget della Warner, che prende le mosse dai fumetti DC e dalla saga cinematografica di Batman. Ma non ha nulla a che vedere con quell’universo narrativo. È una storia introspettiva incentrata sulla figura del comico squattrinato Arthur Fleck, vessato sul lavoro, dalla vita solitaria. Uno scartato dalla società, con un curriculum di traumi infantili senza precedenti, che prova a rompere il muro di gomma con il prossimo, con il mondo fuori, ma viene sempre respinto a calci. Così, Arthur cede a se stesso e trasforma la sua maschera da clown gioioso in quella di un pagliaccio folle e vendicativo: Joker. Film dalla regia convincente e visionaria, che poggia per più della metà sulla performance di Phoenix: imbarazza per quanto è bravo. Resta solo perplessità sull’assenza di speranza nel racconto, sul forzare lo spettatore ad aderire alla tesi che non ci sia altra via per Arthur che la violenza. E questo è problematico.

Le conferme del palmares

Venezia76 – J’ACCUSE – Goldman, Seigner, Barbareschi (Credits La Biennale di Venezia – Foto ASAC)

Nel resto della premiazione tra le conferme il super favorito “J’accuse” di Roman Polanski, Gran premio della giuria, che con il secondo riconoscimento più prestigioso della Mostra azzera le polemiche inziali per la figura del regista, innescate dalla presidente Martel. Al di là di tutto, quella di Polanski rimane una grande lezione di cinema, con una regia solida e competente nonché una gestione del plot narrativo di grande rigore e trasporto. Polanski ha preso un caso storico, lo scandalo Alfred Dreyfus nella Francia di fine XIX secondo, trasformandolo in un serrato legal thriller con un bravissimo Jean Dujardin paladino di verità e giustizia.

Abbiamo già indicato le Coppe Volpi a Luca Marinelli e Ariane Ascaride.

Vebezia76 – Luca Marinelli premiato con la Coppa Volpi per “Martin Eden” (Credits La Biennale di Venezia – Foto ASAC)

Il primo segna così un punto di svolta nella propria carriera dopo un decennio di ruoli in crescendo; ora si apre per lui la fase della maturità artistica. Per la Ascaride è invece il riconoscimento di una grande carriera, condivisa soprattutto con il marito regista Robert Guédiguian, che le ha regalato il ruolo di nonna-madre coraggio nel film “Gloria Mundi”.

 

Grande applauso in sala per il premio Marcello Mastroianni all’attore rivelazione Toby Wallace, protagonista del dramedy “Babyteeth” di Shannon Murphy, opera che ha vinto anche premio cattolico internazionale Signis. Un racconto di formazione che supera malattia e smarrimento nelle droghe per abbracciare un orizzonte di speranza.

Le sorprese e chi è rimasto fuori dal podio

La prima sorpresa è la vittoria per la miglior regia di Roy Andersson con il suo “About Endlessness”. L’autore rivelazione della Mostra 2014 con “Il piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, omaggiato dal Leone d’oro, si presenta in concorso con un film sullo stesso binario del precedente, con il medesimo stile amaro e grottesco che però incede con stanchezza e poca incisività. La trama poi è fin troppo sfilacciata. Rimanendo sulla migliore regia, ci si chiede perché sia stato ignorato Steven Soderbergh con l’acuto “The Laundromat” o lo stesso Guédiguian. Anche l’autore del noir cinese “Saturday Fiction”, Lou Ye, poteva ben concorrere al premio.

L’Osella per la migliore sceneggiatura è stata assegnata al film d’animazione di Hong Kong “N. 7 Cherry Lane” di Yonfan. L’opera ha grande fascino e passaggi poetici, ma non spicca tra quelle con la miglior scrittura. Il premio ha un sapore più politico, perché il regista Yonfan dal palco ha lanciato un messaggio accorato per la sua tumultuosa Hong Kong.Pur cogliendo l’importanza di questa operazione di sensibilizzazione, a nostro avviso però il film “Marriage Story” scritto e diretto dallo statunitense Noah Baumbach poteva essere più adatto: i suoi dialoghi sulla crisi di coppia sono frizzanti e intensi. Peccato.

Senza dubbio nobili le intenzioni del documentario di inchiesta dell’italiano Franco Maresco, “La mafia non è più quella di una volta”, che fotografa la persistenza della malavita nella Palermo a 25 anni da Capaci e via D’Amelio. È senza dubbio bello e importante trovare l’Italia sul podio del Festival, ma per noi il suo film non era tra i più riusciti.

Punto finale su Venezia 76

Anche quest’anno la Mostra del Cinema della Biennale di Venezia ha confermato di essere viva e in splendida forma. Il lungo lavoro di rilancio e riposizionamento operato dal presidente Paolo Baratta e dal direttore artistico Alberto Barbera ha portato meritati frutti:

la qualità della selezione, in primis Concorso e Orizzonti, è stata elevatissima;

lode poi alla pianificazione di film e star al Lido, che ha permesso una costante tensione e attrazione sul Festival. Le giornate per giornalisti, addetti ai lavori ma anche studenti e appassionati di cinema sono state dai ritmi febbrili ma segnate da incanto ed emozione. Un grande evento che si conferma tra i più importanti al mondo con Cannes e Berlino. Appuntamento allora a settembre 2020 con Venezia77.

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Limare il cuneo fiscale è un segnale all’economia

Sat, 07/09/2019 - 11:59

La riduzione del cuneo fiscale è un obiettivo condiviso dalle forze che si accingono a formare il nuovo Governo. Non si oppongono le altre forze politiche e, ovviamente, i sindacati e le imprese. Innanzitutto, per cuneo fiscale (termine non chiarissimo e interpretato per il mercato del lavoro con qualche modifica di perimetro dagli economisti) si intendono comunemente quegli oneri che divaricano lo stipendio lordo dallo stipendio netto.

Dentro ci sono le trattenute anche a carico del lavoratore per fini contributivi, tasse varie, costi assicurativi e voci diverse. L’ampiezza del cuneo segnala la grande differenza fra quanto un lavoratore costa all’impresa e quanto lo stesso lavoratore porta a casa a fine mese.

L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) misura nel 47,9% l’ampiezza del cuneo italiano, cioè quasi metà del costo complessivo mensile non diventa liquidità immediata per il destinatario. In alcuni contratti, per voci varie, se ne va fino al 57 percento. Ridurre il cuneo vuol dire dare più introito mensile alla famiglia del lavoratore e un minor costo alle aziende che potranno rendere più competitivi i loro prodotti. In un periodo di scarsi consumi e di economia debole, export frenato, è certamente un grande incentivo. Ma come fare e come includere una platea più vasta del lavoratore dipendente? Come intervenire senza appesantire le casse pubbliche con un vantaggio per gli occupati? Meglio intervenire sulla tassazione a valle quando tutte le voci di introito sono – o dovrebbero essere – comprese? Le modalità di riduzione del cuneo dovranno tenere presente che in busta paga ci sono contributi previdenziali che saranno fondamentali per il post-lavoro e che intanto reggono i sistemi pensionistici. Nelle voci di contributi previdenziali circa il 33% è a carico dell’azienda e meno del 10% a carico dei lavoratori.

Il nascente governo giallorosso sembra intenzionato ad affrontare la questione nella legge di Bilancio da presentare entro il 15 ottobre e qualche ipotesi è già filtrata. E’ possibile che il cuneo possa essere limato di un punto ogni 12 mesi per i prossimi cinque anni. Sembra prevalere l’alleggerimento a vantaggio del lavoratore per la sua quota parte, si vedrà.

Per le aziende che assumono giovani verrebbe ridotto del 50% il costo dei diversi oneri in busta paga. Oppure fra le altre ipotesi il supporto alle famiglie, non solo ai lavoratori, verrebbe da un ampliamento del bonus da 80 euro per quasi 12 milioni di italiani che hanno un reddito fino a 26mila euro, raddoppiando la soglia entrerebbero nel sostegno altri 5 milioni di individui. Più proposte si affacciano a un primo esame pubblico (salario minimo, taglio dei contributi Naspi – Nuova assicurazione sociale per l’impiego – delle imprese che sostiene l’indennità di disoccupazione). Tante buone idee che dovranno fare i conti con la coperta corta delle compatibilità di bilancio: servono 23 miliardi per non far scattare l’aumento dell’Iva, sono operativi gli impegni presi dal precedente Governo, servono risorse post terremoto e Ponte Morandi, quelli indifferibili per le fasce deboli e per tenere in efficienza la macchina pubblica di cui i cittadini hanno bisogno e per questo pagano tasse.

Come ridurre l’evasione fiscale, che premia i furbi ai danni della collettività, è l’altro passaggio conseguente che guadagna urgenza nell’agenda politica. Come per il cuneo tutti, nuova maggioranza e nuova opposizione, sono d’accordo. Modulare gli interventi è una questione più complessa.

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Venezia76: i “nostri” Leoni d’Oro. Miglior film è “J’accuse” di Polanski, attori Phoenix e Cruz. Attenzione per Guédiguian e l’esordiente Murphy

Sat, 07/09/2019 - 11:49

Chi sarà il vincitore del Leone d’oro? In queste ore tutti, tra addetti ai lavori e appassionati, si chiedono chi porterà a casa il premio più ambito della 76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, assegnato dalla giuria presieduta dalla regista argentina Lucrecia Martel. Occhi puntati sulla cerimonia di chiusura alle ore 18.45 in diretta sul canale Rai Movie. Nell’attesa come Sir e Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei, avendo raccontato per 11 giorni film ed eventi del Festival, tracciamo un bilancio del concorso Venezia 76, scommettendo sui “nostri Leoni”.

Leone d’oro a “J’accuse” di Polanski

Nonostante una partenza in salita per il film “J’accuse” di Roman Polanski, per alcune polemiche con la presidente della giuria di Venezia 76, il film sul caso Alfred Dreyfus nella Francia di fine ‘800 ha una riconoscibile potenza visiva e narrativa, confermandosi una lezione di grande cinema. Racconta uno scandalo politico-giudiziario del passato, riuscendo però a trovare una carica di forte attualità sui temi della verità e contro ogni manifestazione di intolleranza. Jean Dujardin offre un’interpretazione magistrale, da premio, ma si trova di fronte al Joker di Joaquin Phoenix. Qualora a Polanski venisse assegnato un altro premio, il Leone d’oro potrebbe incoronare Steven Soderbergh (“The Laundromat”), Todd Phillips (“Joker”) o anche l’Italiano Pietro Marcello (“Martin Eden”).

Leone d’argento miglior regia a Shannon Murphy

Due sole registe in gara, Haifaa al-Mansour con “The Perfect Candidate”, bella favola sociale sui diritti delle donne in Arabia Saudita, e l’esordiente australiana Shannon Murphy con il dramedy su famiglia, adolescenza e malattia “Babyteeth”. Proprio quest’ultima potrebbe colpire la giuria per la capacità di raccontare con intensità e originalità una lotta tra vita e morte, tra sofferenza e speranza. Un ritratto di giovani sul crinale dell’esistenza, che si abbracciano per farsi forza e sostenersi. La giuria di Venezia 76 potrebbe essere convinta da questo sguardo audace e giovanile, di senso. Il film ha già ottenuto il premio cattolico internazionale Signis; nella motivazione si legge: “(…) La morte rimane un mistero, ma l’amore sboccia dalla morte, e la famiglia dalle emozioni paralizzate diventa un’autentica comunità d’amore”.

Gran premio della giuria a Guédiguian o Soderbergh

Anche se non compreso da tutti, il film del francese Robert Guédiguian “Gloria Mundi” meriterebbe un premio speciale per le urgenti tematiche affrontate e per la regia così attenta a cogliere l’affanno degli ultimi. Lo scenario in cui si muove Guédiguian è lo stesso di Ken Loach e dei fratelli Dardenne, ossia cinema di impegno civile che dà volto e voce agli scartati, ai precari del lavoro che danno battaglia per arrivare a fine mese. Un film non perfetto, ma di chiara onestà e intensità. Seppur rappresenti un viaggio nelle pieghe della sofferenza quotidiana, il film regala una luce di speranza con la figura della nonna, interpretata con rara bravura da Ariane Ascaride, e dalla neonata Gloria, per cui tutti si sacrificano”.
Sulla stessa linea, tra denuncia e attenzione ai cittadini, è il film statunitense “The Laundromat” di Steven Soderbergh, che meriterebbe lo stesso premio. Soderbergh stupisce per la sua versatilità e per la capacità di prendere di petto, tra inchiesta e ironia, lo scandalo dei Panama Papers. Supportato da una sempre magistrale Meryl Streep, il film affronta un tema spinoso e complesso, rendendolo accessibile a tutti con grande padronanza e scioltezza narrativa.

Marcello o Guerra per il premio speciale della giuria

La Mostra di Venezia ha anche un premio speciale. Pensando ai 21 titoli del concorso, ci sentiamo di puntare su “Martin Eden” dell’italiano Pietro Marcello oppure “Waiting for the Barbarians” del colombiano di Ciro Guerra. Il primo prende le mosse dall’omonimo romanzo di inizio ‘900 dello scrittore statunitense Jack London; Marcello lo adatta all’Italia del XX secolo, mostrando il volto disperato e sognatore di chi cerca di emergere dalle periferie della vita grazie a istruzione e amore per la letteratura. Lo slancio audace e positivo si interrompe con amarezza, dinanzi a una società sorda e rigida. Marcello compone una denuncia poetica nei confronti della società, di ieri e di oggi.
Ancora, con “Waiting for the Barbarians”, dal romanzo del premio Nobel John M. Coetzee, il colombiano Guerra offre un racconto altrettanto metaforico che sa parlare all’oggi. È un’opera che evidenza come le paure e l’intolleranza per il prossimo, per il lontano e diverso, generi mostri incontrollabili nella comunità. È stato già insignito della menzione speciale della giuria cattolica Signis.

Coppa Volpi a Joaquin Phoenix e Penélope Cruz

Non c’è dubbio e non ci dovrebbero essere sorprese. La Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile è per lo statunitense Joaquin Phoenix, protagonista assoluto del film “Joker” di Todd Phillips. Non era un’impresa facile la sua, dare volto credibile all’antagonista di Batman interpretato già con efficacia da Jack Nicholson e Heath Ledger. Phoenix fa un lavoro straordinario, di imbarazzante bravura, scavando nei traumi infantili e nelle violenze subite dal comico squattrinato Arthur Fleck, che cedendo alla disperazione angosciante abbraccia la pistola e vira in maniera fosca vero il folle Joker. Un racconto, come abbiamo già sottolineato, visivamente suggestivo e intrigante, ma dalla dimensione problematiche per eccessi di violenza e assenza di “vie di fuga” narrative dalla vendetta.
Tra le attrici la partita è più aperta. Ci sono infatti la diva cinese Gong Li nell’affascinante noir “Saturday Fiction” di Lou Ye così come la casalinga disperata Meryl Streep in “The Laudromat”. Noi ci sentiamo però di puntare sulla sempre intensa Penélope Cruz nel film “Wasp Network” del francese Olivier Assayas. La Cruz dona pathos e densità di sentimenti a una narrazione forse troppo incalzante; la sua è un’espressività luminosa e dolente che conquista.
C’è poi il Premio Marcello Mastroianni per il miglior debutto. Se non è possibile assegnarlo alla sorprendente Eliza Scanlen per “Babyteeth” – ha già lavorato in alcune serie tv –, il verdetto della giuria potrebbe cadere su Petr Kotlár, struggente bambino protagonista della dramma storico dalla violenza indicibile “The Painted Bird” di Václav Marhoul.

Migliore sceneggiatura a “Marriage Story”

Lo statunitense Noah Baumbach ha scritto e diretto “Marriage Story”, mélo che richiama “Scene da un matrimonio” di Bergman ma in salsa americana, tra New York e Los Angeles. Sorretto da un cast talentuoso e in grande forma, Scarlett Johansson e Adam Driver, il film meriterebbe il riconoscimento per la miglior sceneggiatura, per qualità di scrittura e intensità dei dialoghi di due trentenni che si amano, ma non riescono più a vivere insieme.

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Venezia76: decimo giorno alla Mostra. In concorso “La mafia non è più quella di una volta” di Maresco e “Waiting for the Barbarians” di Guerra. Fuori gara “Tutto il mio folle amore” di Salvatores

Fri, 06/09/2019 - 22:27

76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, decimo e ultimo giorno di gara. Venerdì 6 settembre sono stati presentati gli ultimi due titoli: l’italiano Franco Maresco con il documentario di inchiesta “La mafia non è più quella di una volta” e il colombiano Ciro Guerra con “Waiting for the Barbarians”, tratto dal romanzo di M. Coetzee. Al Lido è anche il giorno di Gabriele Salvatores che presenta fuori competizione “Tutto il mio folle amore”, ispirato alla storia vera di Andrea e Franco Antonello. Il punto sulle proiezioni con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“La mafia non è più quella di una volta”

Palermitano del 1958, Franco Maresco si è affermato come regista insieme al collega Daniele Ciprì dalla metà degli anni ’90 con un stile graffiante e sarcastico. Arriva a Venezia 76 con un documentario da lui scritto e diretto “La mafia non è più quella di una volta”, indagine sull’ingombrante presenza della mafia nella vita sociale del Paese, cogliendo l’occasione dei 25 anni nel 2017 dell’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
“Maresco torna alle stragi di Capaci e di via D’Amelio – sottolinea Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis al Festival – accostando il personaggio vero di Letizia Battaglia, fotografa di successo oggi ottantenne, a quello di finzione di Ciccio Mira, già comparso in un precedente film del 2014; il regista immagina che Mira organizzi una festa di piazza alla quale invita una serie di artisti del filone neomelodico. Per quanto però si sforzi di apparire originale, Maresco non riesce a staccarsi da un racconto di poca vivacità; il copione si muove infatti intorno ad alcuni cliché narrativi già visti in passato: domina una galleria di personaggi evanescente e irritante, sempre al limite dell’assurdo, che si lega ai mostri umani e antropologici tanto cara a Maresco sin dalla collaborazione con Ciprì. Nel complesso, si ha l’impressione che la scrittura del film sia sfuggita di mano al regista e che l’umorismo nero si sia chiuso in un vicolo cieco”.
Dal punto di vista pastorale il film è complesso e problematico.

“Waiting for the Barbarians”

Nato nel 1981 in Colombia, il regista Ciro Guerra ha trovato grande popolarità nel 2018 con “Oro verde”, film che ha inaugurato la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes. A Venezia 76 si presenta in concorso con il suo primo film in lingua inglese, “Waiting for the Barbarians”, un debutto a tutti gli effetti nel cinema hollywoodiano – a produrre però è l’italiano Andrea Iervolino – con nel cast Mark Rylance, Johnny Depp e Robert Pattinson. Prendendo le mosse dal romanzo del premio Nobel John M. Coetzee, il film racconta di un avamposto di frontiera nel deserto. La cittadella è governata da un magistrato (Rylance) saggio e pacifico; l’arrivo improvviso del colonnello Joll (Depp), dai mezzi duri e irreprensibili, turba l’equilibrio della fortezza. È l’inizio di una caccia alle streghe verso gli stranieri.
“Imponente è la messa in scena del film di Guerra – indica Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis –. In verità è una storia ‘piccola’, densa e universale, centrata sul senso di accoglienza e rispetto. Si guarda oltre confine con sospetto, con astio, rapportandosi all’‘altro’ non con desiderio di ascolto e comprensione, ma ricorrendo a una violenza feroce e gratuita. Nel film ci si domanda quando arrivino i barbari, in verità i barbari sono già all’interno della fortezza, impersonati dal colonnello Joll e dai suoi ufficiali provenienti dal cuore dello Stato con arroganza e spregiudicatezza. È certamente valido il racconto, che poggia su una regia robusta; la narrazione in alcuni passaggi appare forse segnata da lungaggini e momenti di stasi. Significativo è il personaggio del magistrato interpretato da Rylance, l’unico in grado di mostrare autentica umanità e misericordia”.
Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e per dibattiti, con attenzione ai minori per le scene di violenza.

“Tutto il mio folle amore”

Napoletano classe 1950, Gabriele Salvatores è un regista che non ha bisogno di presentazioni: si ricordano i circa venti film all’attivo e l’Oscar per il miglior film straniero nel 1992 con “Mediterraneo”. A Venezia 76 presenta fuori competizione la commedia a tinte drammatiche “Tutto il mio folle amore”, dal romanzo di Fulvio Ervas che racconta la storia vera di Andrea e Franco Antonello. È l’incontro tra un padre e un figlio sedicenne, quest’ultimo con sindrome di autismo; un ritrovarsi insieme voluto e respinto, che apre fortuitamente a un viaggio on the road tra Nord d’Italia, Slovenia e Croazia. Il film si avvale di un cast prestigioso e bene in parte: Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono e il debuttante Giulio Pranno.
“Siamo in una zona geografica poco battuta dal cinema italiano – afferma Massimo Giraldi – che consente una pluralità di incontri all’insegna dell’imprevisto e delle sorprese. Il cuore del film risiede però nel lento ma costante recupero del rapporto tra padre e figlio, che Salvatores gestisce con grande maestria e sensibilità. Il regista adotta uno stile agile e svolazzante, non per questo smarrendo profondità; anzi, l’opera offre materia consistente su cui riflettere in ambito familiare ed educativo, dando grande fiato a importanti valori come comprensione, tenerezza, perdono e reciproco sostegno”.
“Si parte con il sorriso e si giunge alla commozione nel film di Salvatores – rimarca Perugini – un dialogo intermittente tra padre e figlio desiderosi di conoscersi, ritrovarsi, amarsi. Il tema dell’autismo è affrontato con delicatezza e rispetto, tanto nella prospettiva dei genitori, con tutti gli affanni, quanto dei figli, rifuggendo da rischiosi pietismi. Un on the road movie rocambolesco a tratti inverosimile sino ai confini della fiaba, che trova le pagine più intense e poetiche grazie alle interpretazioni degli attori: Claudio Santamaria tratteggia un padre vigoroso e tenero insieme, che conquista con simpatia e autentica emozione”.
Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

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