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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 48 min ago

Il racconto da Hong Kong di padre Renzo Milanese (Pime), “è solo un rinvio. Le decisioni vengono prese sempre da Pechino”

Fri, 14/06/2019 - 09:54

“La sensazione che ha la gente è che è in atto un tentativo continuo di ridurre lo spazio di libertà a Hong Kong. Questo è quello che si respira. Alla manifestazione di domenica scorsa si vedevano persone normalissime sfilare per le strade. Coppie giovani con i bambini, persone anziane, moltissimi giovani. Il problema è la preoccupazione per le future generazioni. Si era detto che fino al 2047, la situazione sarebbe rimasta normale e invece a quanto pare ci sono segni che vogliono portare Hong Kong sotto il controllo di Pechino e questo preoccupa”. A parlare è padre Renzo Milanese, missionario del Pime, parroco della parrocchia Madre del Buon Consiglio di Kawloon in San Po Kong. Da 47 anni ad Hong Kong, il religioso descrive al Sir l’atmosfera che si respira in questi giorni in questo angolo di mondo. Prima la manifestazione domenica scorsa con un milione di persone scese per strada contro la legge sulla estradizione. Poi le violenze con almeno 81 persone, fra i 15 e i 66 anni, rimaste ferite. E infine la notizia che il governo di Hong Kong ha deciso di rinviare la discussione sulla controversa legge sull’estradizione. “Vedremo cosa succede, non è che questo rinvio comporti grande speranza”, dice il missionario. “Purtroppo questo genere di cose non vengono decise da Hong Kong, ma molto più in alto, da Pechino. Non so come si svilupperà la situazione. Al momento oggi è stata una giornata più tranquilla”. La diocesi cattolica di Hong Kong ha lanciato un secondo appello pubblico. “Purtroppo – si legge nel comunicato – la controversia sulla “legge sull’estradizione” è arrivata ad una fase di violenza e spargimento di sangue. Pertanto, ancora una volta facciamo un appello urgente perché  il governo della Sar (Special Administrative Region, n.d.r.) e la gente esercitino moderazione e cerchino una soluzione al dilemma attuale attraverso canali pacifici e razionali”.

Padre Milanese, dunque è solo un rinvio?

Hanno detto così. Il capo dell’esecutivo, Carrie Lam, aveva rilasciato nei giorni scorsi un’intervista molto dura. Ma questa mattina, ha dichiarato che c’è stata una mancanza di attenzione e di ascolto delle opinioni di Hong Kong ed una mancanza di comunicazione. Sono affermazioni che potrebbero indicare un ripensamento ma qui, non si avverte una grande fiducia da parte della gente in quello che viene detto. Siamo in una situazione di attesa. Vediamo cosa può succedere. Ma non si vedono segni particolari che possono aprire ad uno sviluppo positivo.

Ma la gente di Hong Kong cosa pensa?

L’opinione diffusa è  che le decisioni più importanti vengono prese a Pechino e che il governo di Hong Kong sia solo un esecutore di quanto si decide lì. La proposta di questa legge, per esempio, è decisamente venuta da Pechino. Un modo per evitare che gli avversari politici potessero trovare rifugio ad Hong Kong. Se è così, non è che ci siano prospettive di miglioramento.

La cosa interessante è che a manifestare sono stati soprattutto i giovani. A parte le frange più violente, questi ragazzi sono cresciuti in un clima diverso rispetto a Pechino. Come può, in futuro, la Cina fare i conti con questa nuova generazione?

L’atmosfera ad Hong Kong è decisamente diversa da quella che è in Cina. Questi giovani sono abituati ad un certo grado libertà anche se non si può dire che ad Hong Kong ci sia una democrazia di tipo occidentale. Cosa abbia in mente Pechino nei riguardi di questi giovani, è difficile da dire.

Il problema principale è che a Pechino interessa soprattutto poter controllare la situazione e non avere una opposizione che possa criticare apertamente chi è al potere.

Invece la comunità internazionale che margine di movimento e pressione ha su questa vicenda?

L’impressione che ho è che la Cina non si piega facilmente alle pressioni internazionali. In questi anni il Paese è riuscito a diventare una potenza economica seguendo politiche proprie. Anche le ultime dichiarazioni di Trump sono state bollate come interferenza negli affari interni cinesi. Non saprei dire se queste pressioni internazionali possano portare a qualcosa a meno che non ci siano convergenze di interessi molto forti. A Pechino interessa Hong Kong come centro finanziario mondiale e non può permettersi di rovinare o distruggere questo importante polo di interesse economico. Al tempo stesso la Cina, anche in passato – penso al movimento degli ombrelli del 2014 per l’elezione diretta del capo dell’esecutivo ad Hong Kong – la Cina non ha ceduto di un millimetro.

Che atmosfera si respira oggi ad Hong Kong? La gente ha paura, si temono evoluzioni violente?

La vita va come tutti i giorni. La gente lavora, i bambini sono andati a scuola, i negozi sono aperti. Non si vedono segni di tensione per le strade. Il punto è che ci possono essere altri incidenti nel caso in cui ci siano ulteriori manifestazione e proteste. C’è stato qualcosa questa mattina sulla linea della metropolitana ma sono a mio avviso azioni controproducenti. C’è piuttosto una preoccupazione diffusa per il futuro che va avanti da anni. L’emigrazione da Hong Kong verso l’estero che era stata molto alta subito dopo il 1997, è ancora relativamente diffusa.

Chi può e ha delle possibilità interessanti, cerca di andare altrove per dare un futuro ai propri figli. La preoccupazione è per le future generazioni.

E la Chiesa di Hong Kong, che posizione ha preso?

Si sta pregando per la pace e la speranza di dialogo. In questi giorni la diocesi ha invitato le parrocchie e le diverse comunità ad organizzare incontri di preghiera e messe per il benessere di Hong Kong. Non c’è una presa di posizione politica netta nello specifico di questa legge. Si dice che si tenga presente dell’opinione della gente, che ci sia sempre un dialogo aperto e che soprattutto si cerchi di evitare la violenza.

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Siria: le persone disabili de l’Arche di Damasco in guerra con le armi della fragilità e della tenerezza, “così ricostruiamo il nostro Paese”

Fri, 14/06/2019 - 09:49

Al Safina, in arabo significa “barca”. Il termine, accompagnato dall’immagine stilizzata di un’arca, con tre persone a bordo, campeggia in un grande logo posto all’ingresso di alcune antiche case, una attaccata all’altra, nel cuore della Damasco vecchia che si snoda lungo la Via Recta, il decumano romano citato negli Atti degli Apostoli in riferimento alla conversione di san Paolo. Al Safina è la sede siriana de L’Arche, la grande famiglia delle comunità di accoglienza di disabili, fondata agli inizi degli anni ‘60 da Jean Vanier. Non molto distante da qui si trova Bab Touma, la piazza della porta dell’apostolo Tommaso, uno dei luoghi più colpiti da razzi e mortai durante la guerra. Oggi la porta è ricoperta di foto di soldati siriani che hanno perso la vita in combattimento. Un check point militare vigila e controlla ogni auto che transita.

Ricordi di guerra. “Sui muri di casa non abbiamo segni visibili della guerra, ma certo che nella mente e nei cuori di tutti noi ce ne sono di invisibili”, spiega la responsabile di Al Safina, la signora Ghada Touma mentre chiama gli 8 ospiti della casa, aperta nel 1995. I primi ad arrivare sono Randa, Gaby, Karim e Imad. Tutti con gravi disabilità fisiche ed intellettive. Con loro due operatori, Ashraf e Fadi, coordinatori rispettivamente del foyer e dei laboratori. Riaffiorano i ricordi degli anni più duri della guerra, quelli delle bombe e dei mortai: “Da aprile dello scorso anno la situazione è decisamente migliorata.

Non si sente sparare più ma la paura è ancora tanta.

Ogni volta che cadevano bombe e razzi qui nei dintorni si udivano boati e frastuono. I vetri tremavano. Per distrarre i nostri ragazzi alzavamo il volume della musica e cercavamo di continuare a giocare. E quando gli scontri si facevano più duri ci radunavamo tutti in una camera interna della casa, quella più protetta, o in una specie di piccolo bunker sotterraneo dove c’erano viveri e medicinali sufficienti per resistere tre settimane. Avevamo anche pensato di trasferire i nostri ospiti in un’altra casa in Libano ma poi la decisione di restare a Damasco e di combattere la guerra con le armi di Jean Vanier, l’amore, la tenerezza e l’amicizia.

Abbiamo scelto di rispondere alle bombe con l’arma più potente che abbiamo, la fragilità”.

Una casa aperta a tutti. “Da quel momento in poi – continua Touma – abbiamo spalancato le porte della nostra casa a tutti coloro che avevano bisogno ma soprattutto siamo usciti per andarli a cercare”. Sulla barca di Al Safina sono così saliti tanti disabili, molti dei quali sfollati interni nei campi intorno a Damasco, ed emarginati provenienti dalle zone rurali più povere della capitale. Così l’esperienza di Jean Vanier, “santo della porta accanto” come lo ha definito Papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata dei poveri (17/11/2019), ha dato “amore e restituito il sorriso a tante persone deboli e fragili offrendo loro una vera arca di salvezza contro l’emarginazione e la solitudine”. “Siamo andati tra le tende abbiamo vissuto tutti insieme dei momenti di animazione e di gioco. E ora che i campi sono stati chiusi – racconta Touma – molti di questi disabili vengono a trovarci a casa. Ce ne sono 32 che frequentano i nostri laboratori 3 volte a settimana per tre ore. Vengono accompagnati dalle loro mamme. In questo tempo si impegnano, secondo le proprie capacità e possibilità, nel disegno, nel riciclaggio di carta, nella lavorazione di vimini, nel ricamo, nella produzione di cioccolato e liquori e nella creazione di piccola bigiotteria. Tutti prodotti che a fine anno vendiamo in una esposizione di due giorni per autofinanziare le nostre attività”.

Niente eroismi. Ma c’è una cosa di cui Touma e i suoi ragazzi di Al Safina vanno particolarmente fieri, la collaborazione con la Caritas damascena:

“durante questi anni di guerra abbiamo lavorato con la Caritas per preparare e distribuire pacchi viveri agli sfollati. Poter aiutare chi è nelle nostre stesse condizioni a superare un momento difficile è stato davvero importante. Siamo consapevoli – conclude la responsabile de L’Arche siriana – che si tratta solo di piccoli mattoni nella ricostruzione della Siria, ma su questa strada ci guidano le parole di Jean Vanier, ‘l’amore non è fare cose straordinarie o eroiche ma fare cose ordinarie con tenerezza’”.

Anche nella Siria segnata dalla guerra.

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EU Budget, Oettinger’s numbers. Focus on employment, climate and security

Fri, 14/06/2019 - 09:00

“To continue supporting EU’s priorities- jobs, growth, young people, climate change, security and solidarity- and prepare the transition to the next budgetary cycle.” Günther H. Oettinger (in the photo, during a break), European Commissioner for Budget, illustrated the guidelines of the EU budget for 2020, whose scheme will be then proposed to the budgetary authorities – Parliament and EU Council – for approval. It is the seventh and last budget under the current 2014-2020 long-term EU budget. For the Commission, “it is designed to optimise funding for existing programmes as well as new initiatives and to boost the European added value in line with the Juncker Commission’s priorities.”
Areas of action. The budget is an indispensable tool to identify the European Union’s political priorities, the areas where more investment is needed, and the programmes that meet citizens’ needs. As always, the draft budget is drawn up by the Commission to give enough time to Parliament and Commission to reach an agreement by November-December and ensure its adoption by January next, with appropriations covering EU policies which range – according to the competences demarcated in the Treaties – from research to environment protection, from security to trade, from competition to support to SMEs, from agriculture and fisheries to public health and consumer protection, up to civil protection in EU member States and humanitarian assistance in Third Countries.
Climate and environment. According to the Commission’s proposal, “the money under the 2020 budget will go to the following priority areas: competitive economy and young people; strengthening security and solidarity in the EU; climate change and beyond.” 21% of the overall proposed budget for 2020 will go to tackle climate change. In technical terms, the draft 2020 EU budget includes two amounts for each programme to be financed – commitments and payments. “Commitments” refers to the funding that can be agreed in contracts in a given year; “payments” to the money actually paid out. The proposed 2020 EU budget amounts to €168.3 billion in commitments (+1.3% compared to 2019) and €153.7 billion in payments (+3.5% compared to 2019). The 2020 budget and the long-term budget (2021-2027) will be negotiated in parallel between the Member States and the newly elected European Parliament. As always, national governments will try to reduce the scale of the budget, most of which is formed by financial transfers from Member States according to population size and GDP.
Erasmus+, Galileo. The items of the Commission’s budget proposal include more than €83 billion in commitments to boost economic growth, European regions and support young people. Of this amount €13.2 billion go to research and innovation across Europe under Horizon 2020; €2.8 billion are for education under Erasmus+; €117 million for the Youth Employment Initiative; €1.2 billion (+75% compared to 2019) for Europe’s own global satellite navigation system Galileo; €255 million for the European Defence Industrial Development Programme (EDIDP).

Civil protection. Central administrative costs of the EU 2020 budget make up around 6% of the budget (amounting to roughly 1% of EU GNI), the remaining 94% is spent in investment that goes back to Member States in the form of funding. Notably, €420.6 million are investments for the European Border and Coast Guard Agency; €156.2 million for the new rescEU programme, “an upgrade of the existing Civil Protection Mechanism to better respond to earthquakes, wildfires and other disasters”; €560 million for people in need inside Syria as well as refugees and their host communities in the region.”

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Budget Ue, i numeri di Oettinger. Priorità a lavoro, clima e sicurezza

Fri, 14/06/2019 - 09:00

“Mantenere il sostegno alle priorità comunitarie – occupazione, crescita, giovani, cambiamenti climatici, sicurezza e solidarietà – e preparare la transizione verso il prossimo ciclo di bilancio”. Günther H. Oettinger (nella foto, in un momento di svago), commissario europeo per il bilancio, spiega le linee guida del prossimo budget comunitario per il 2020, il cui schema viene proposto dalla Commissione alle due autorità di bilancio: Parlamento e Consiglio Ue. Si tratta del settimo e ultimo bilancio nell’ambito dell’attuale Quadro finanziario a lungo termine dell’Ue per il periodo 2014-2020. Secondo la Commissione, “è inteso a ottimizzare i finanziamenti per i programmi esistenti e per le iniziative nuove e a rafforzare il valore aggiunto europeo in linea con le priorità della Commissione Juncker”.
Campi d’azione. Il bilancio è elemento essenziale per comprendere quali sono le priorità politiche dell’Unione europea, quali i settori che richiedono maggiori investimenti, quali i programmi che devono essere realizzati per rispondere alle esigenze dei cittadini. Come sempre, lo schema di bilancio viene delineato in questo periodo dalla Commissione, per dar tempo a Parlamento e Consiglio di trovare un accordo entro ottobre-novembre e così poter partire, dal 1° gennaio successivo, con tutti i finanziamenti necessari alle politiche dell’Unione, che spaziano – secondo le competenze Ue stabilite nei Trattati – dalla ricerca all’ambiente, dalla sicurezza al commercio, dalla concorrenza al sostegno alle piccole e medie imprese, dalla promozione agricola e della pesca alla salvaguardia della salute pubblica e dei consumatori, fino alla protezione civile negli Stati Ue e agli aiuti umanitari nei Paesi terzi.
Ambiente e clima. Secondo la proposta della Commissione, le risorse del bilancio 2020 “saranno destinate ai seguenti settori prioritari: economia competitiva e giovani; rafforzamento della sicurezza e della solidarietà nell’Ue, cambiamenti climatici”. Il 21% del bilancio complessivo proposto per il 2020 sarà destinato proprio alla lotta ai cambiamenti climatici. Il progetto di bilancio per il 2020 comprende, tecnicamente, due importi (impegni e pagamenti) per ciascun programma da finanziare. Per “impegni” si intendono i finanziamenti che possono essere stabiliti nei contratti in un determinato anno, mentre i “pagamenti” sono gli importi effettivamente erogati. Il progetto di bilancio per il 2020 ammonta a 168,3 miliardi di euro in impegni (+1,3% rispetto al 2019) e a 153,7 miliardi in pagamenti (+3,5% rispetto al 2019). Il bilancio 2020 e il bilancio a lungo termine (2021-2027) saranno negoziati in parallelo tra gli Stati membri e il neoeletto Parlamento europeo. Come sempre i governi nazionali cercheranno di ridurre l’entità del bilancio che per la massima parte è composto da trasferimenti finanziari degli Stati membri in ragione del peso demografico e del Pil.

Erasmus+, Galileo. Osservando alcuni capitoli della proposta della Commissione, spiccano impegni per più di 83 miliardi di euro per incentivare la crescita economica e le regioni europee e i giovani. Di tale importo, 13,2 miliardi andrebbero alla ricerca e all’innovazione (programma Orizzonte 2020); 2,8 miliardi per l’istruzione nell’ambito di Erasmus+; 117 milioni all’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile; 1,2 miliardi (+75% rispetto al 2019) andranno a Galileo, il sistema globale di navigazione satellitare europeo; 255 milioni al programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa.

Protezione civile. Scorrendo ancora la proposta di budget per il 2020 della Commissione (la cui cifra totale si aggira, come sempre, attorno all’1% del Pil europeo; il 6% del bilancio va in spese amministrative, il restante 94% si trasforma in investimenti che, sotto forma di fondi, ritornano nei Paesi membri), si notano 420 milioni per l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera; 156,2 milioni al nuovo programma rescEu, “potenziamento dell’attuale meccanismo di protezione civile per rispondere più efficacemente a terremoti, incendi e altre catastrofi”; 560 milioni raggiungerebbero “le persone bisognose e i rifugiati in Siria e le comunità che li ospitano nella regione”.

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Via libera al Ddl “Concretezza”: dai controlli biometrici alle assunzioni più veloci, ecco cosa prevede

Thu, 13/06/2019 - 14:42

Migliorare le capacità e l’efficienza della Pubblica amministrazione, considerata in Italia in più casi un freno allo sviluppo del Paese, è un obiettivo perseguito da legislatori e governanti da molti decenni. Con l’approvazione del disegno di legge “Concretezza”, voluto fortemente dal ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, il governo Conte prova a dare una nuova sferzata al pubblico impiego. Non senza polemiche da parte di chi ritiene il provvedimento di carattere troppo punitivo, frutto di un pregiudizio verso i dipendenti pubblici.

Nasce il “Nucleo concretezza”. La prima novità introdotta riguarda l’istituzione del cosiddetto “Nucleo per la concretezza”. Si tratta di

un team composto da 53 persone che sarà chiamato a vigilare sul corretto funzionamento delle amministrazioni, con visite e sopralluoghi, accompagnandole verso un miglioramento delle prestazioni rese ai cittadini.

Il Nucleo lavorerà in collaborazione con il prefetto territorialmente competente che potrà segnalare al Nucleo stesso eventuali irregolarità dell’azione amministrativa degli enti locali e chiederne l’intervento. Non sono esenti da verifiche anche istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, oltre che Regioni, enti strumentali regionali, enti del Servizio sanitario regionale ed enti locali.

Lotta ai “furbetti”. Il provvedimento approvato ieri prevede un ulteriore giro di vite nei confronti degli assenteisti e dei “furbetti del cartellino”. Per verificare l’osservanza dell’orario di lavoro dei propri dipendenti, le Amministrazioni pubbliche introdurranno sistemi di verifica biometrica dell’identità e di videosorveglianza degli accessi al posto della tradizionale timbratura del cartellino. A tal fine è stato istituito nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze un apposito fondo con una dotazione di 35 milioni di euro per l’anno 2019 ma servirà un successivo decreto a fornire i dettagli per la realizzazione vera e propria del nuovo sistema di verifica.

Non verranno interessati dalla novità le forze dell’ordine, la magistratura, i prefetti e gli insegnanti, mentre i dirigenti scolastici dovranno sottoporsi alla nuova forma di controllo, esclusivamente ai fini della verifica dell’accesso.

Ricambio generazionale. Altro ambito affrontato è quello relativo ad uno “svecchiamento” della Pubblica amministrazione, non solo dal punto di vista anagrafico ma anche da quello delle competenze digitali. Con l’articolo 3, infatti, vengono previste misure per accelerare le assunzioni mirate e il ricambio generazionale nelle amministrazioni statali, le agenzie e gli enti pubblici non economici. In alcuni casi, si potrà procedere all’assunzione a tempo indeterminato di vincitori o allo scorrimento delle graduatorie vigenti, nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione mentre i concorsi saranno più facili e immediati grazie a test a risposta multipla sia per le prove preselettive sia per gli scritti. La correzione potrà essere effettuata mediante l’ausilio di sistemi informatici e telematici e potranno essere costituite sottocommissioni nel caso in cui i candidati superino le 250 unità. Vengono semplificate le procedure di accesso al pubblico impiego: è infatti previsto da parte del Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri lo sviluppo di

un portale del reclutamento per la raccolta e la gestione delle domande di partecipazione ai concorsi pubblici e delle fasi delle procedure concorsuali, anche mediante la creazione del fascicolo elettronico del candidato.

Confermato, a decorrere dall’anno 2019, il turnover al 100% con assunzioni di personale a tempo indeterminato. Per accrescere l’efficienza dell’organizzazione e dell’azione amministrativa viene introdotto come criterio anche quello di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in digitalizzazione, gestione dei fondi strutturali, razionalizzazione e semplificazione dei processi e dei procedimenti amministrativi, controllo di gestione e attività ispettiva.

Con il provvedimento, inoltre, viene estesa la possibilità di mobilità tra le pubbliche amministrazioni anche a personale non dirigenziale.

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 13 giugno

Thu, 13/06/2019 - 14:41

Due titoli molto attesi dalle recenti edizioni del Festival di Cannes e della Festa del Cinema di Roma impreziosiscono le uscite in sala nel fine settimana 13-16 giugno. Ecco tutte le principali novità nella rubrica del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei: il dramma familiare a tinte mélo “Beautiful Boy” di Felix Van Groeningen con Timothée Chalamet; lo zombie movie colto “I morti non muoiono” firmato Jim Jarmusch; l’esordio alla regia di Giorgio Tirabassi “Il grande salto”; e il documentario “Christo. Walking On Water” sull’installazione dell’artista bulgaro nel lago di Iseo.

“Beautiful Boy”

L’ingresso nell’industria del cinema hollywoodiano per il regista belga Felix Van Groeningen è avvenuto nel 2014, in corsa per l’Oscar come miglior film straniero con il suo struggente “Alabama Monroe” (“The Broken Circle Breakdown”, 2012); la statuetta è andata poi a Paolo Sorrentino con “La grande bellezza”. Nelle sale ora esce la sua prima regia a stelle e strisce “Beautiful Boy”, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma lo scorso ottobre. Protagonisti sono Steve Carrell e Timothée Chalamet chiamati a interpretare la storia vera di David e Nic Sheff, padre e figlio che hanno raccontato in una serie di libri il dramma familiare della caduta nella droga. David è un padre separato e apprensivo che va in stallo quando scopre che il figlio maggiore Nic, da sempre solare ed estroverso, è finito nei sentieri delle dipendenze; per tutta la famiglia inizia un periodo buio, tra cadute e risalite, dentro e fuori strutture di disintossicazione. “È certamente un autore europeo capace e incisivo Felix Van Groeningen – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film della CEI – abile nell’esplorare le complesse sfumature dell’animo umano. Toccando un tema attuale nel mondo americano ma non solo, l’uso di droghe nei giovani, il film non sembra però trovare il giusto tono narrativo, mantenendosi a metà strada tra denuncia e mélo. Bravissimi gli interpreti, ma da soli non possono reggere l’impianto del racconto. Film valido ma non perfettamente riuscito”. Da rilevare l’importanza anche educativa della proposta per dibattiti e riflessioni sull’argomento, il film punto di vista pastorale è complesso e problematico.

“I morti non muoiono”

Ha sorpreso molti la notizia dell’apertura del 72° Festival di Cannes affidata a uno zombie movie “I morti non muoiono” (“The Dead Don’t Die”). In verità il film di Jim Jarmusch è molto di più di un esercizio di stile nel genere horror, perché Jarmusch non è un autore scontato o banale; della sua filmografia si ricordano “Coffee and Cigarettes” (2003), “Broken Flowers” (2005) e il bellissimo “Paterson” (2016). “I morti non muoiono” si apre con l’invasione di zombie in una cittadina americana dell’Ohio e l’impegno della polizia nel contenere questa avanzata; nel corso della narrazione i toni più scuri lasciano il posto a momenti di commedia grottesca, grazie alla robusta regia di Jarmusch e all’abilità degli interpreti: Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi, Tom Waits. “Il racconto è senza dubbio visionario e metaforico – dichiara ancora Massimo Giraldi – un’indagine della provincia americana e delle sue paure, a partire dal tema della morte. Nella riflessione centrale è anche l’apprensione per il cambiamento climatico, cui si deve proprio il ritorno dei morti. Menzione speciale per la componente musicale, note country che offrono respiro profondo al film”. Dal punto di vista pastorale l’opera è complessa, problematica e adatta per dibattiti per un pubblico adulto e consapevole.

“Il grande salto”

Per tanti anni la coppia di attori Giorgio Tirabassi e Ricky Memphys è stata associata alla longeva serie tv “Distretto di polizia”. Ora i due amici si sono ritrovati sul set del primo film diretto da Tirabassi, “Il grande salto”. Si tratta di una commedia a sfondo sociale, nelle periferie di Roma, con protagonisti due ladri “sfortunati”. Tra omaggi alla storia del cinema, il film trova una dimensione anche corale con i tanti colleghi coinvolti nel progetto: Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Lillo, Paola Tiziana Cruciani, Roberta Mattei.

“Christo. Walking On Water”

In chiusura, si segnala il documentario “Christo. Walking On Water” di Andrey Paounov, in sala dal 16 al 19 giugno. È la ricostruzione della grande installazione dell’artista bulgaro Christo, “The Floating Piers”, una passerella gialla percorribile sul lago di Iseo nell’estate del 2016, che ha raggiunto in pochi giorni oltre un milione di visitatori.

 

 

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Papa Francesco: ridare “speranza” ai poveri, vittime della “battuta di caccia” dei ricchi

Thu, 13/06/2019 - 14:36

Poveri come “discarica umana, trattati da rifiuti, giudicati parassiti della società”. Nel messaggio per la terza Giornata mondiale dei poveri, che quest’anno si celebra il 17 novembre sul tema “La speranza dei poveri non sarà mai delusa”, il Papa traccia un parallelo tra “la condizione del povero e l’arroganza di chi lo opprime”, presente nei Salmi ma purtroppo ancora dolorosamente attuale. “Restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie, sofferenze e precarietà della vita”, il compito allora come oggi. Quello dei Salmi “era il tempo in cui gente arrogante e senza alcun senso di Dio dava la caccia ai poveri per impossessarsi perfino del poco che avevano e ridurli in schiavitù. Non è molto diverso oggi. Passano i secoli ma la condizione di ricchi e poveri permane immutata, come se l’esperienza della storia non insegnasse nulla”. “Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta”, la profezia di don Primo Mazzolari.

L’elenco delle “molte forme di nuove schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini” è dettagliato: “famiglie costrette a lasciare la loro terra per cercare forme di sussistenza altrove; orfani che hanno perso i genitori o che sono stati violentemente separati da loro per un brutale sfruttamento; giovani alla ricerca di una realizzazione professionale a cui viene impedito l’accesso al lavoro per politiche economiche miopi; vittime di tante forme di violenza, dalla prostituzione alla droga, e umiliate nel loro intimo”.

“Come dimenticare, inoltre, i milioni di immigrati vittime di tanti interessi nascosti, spesso strumentalizzati per uso politico, a cui sono negate la solidarietà e l’uguaglianza?”,

scrive ancora Francesco: “E tante persone senzatetto ed emarginate che si aggirano per le strade delle nostre città?”. “Quante volte vediamo i poveri nelle discariche”, la denuncia: “Diventati loro stessi parte di una discarica umana sono trattati da rifiuti, senza che alcun senso di colpa investa quanti sono complici di questo scandalo. Giudicati spesso parassiti della società, ai poveri non si perdona neppure la loro povertà”.

Per i poveri, il “dramma nel dramma” consiste nel “non vedere la fine del tunnel della miseria”: “si è giunti perfino a teorizzare e realizzare

un’architettura ostile in modo da sbarazzarsi della loro presenza anche nelle strade, ultimi luoghi di accoglienza”.

Così, “vagano da una parte all’altra della città, sperando di ottenere un lavoro, una casa, un affetto… Ogni eventuale possibilità offerta, diventa uno spiraglio di luce; eppure, anche là dove dovrebbe registrarsi almeno la giustizia, spesso si infierisce su di loro con la violenza del sopruso”.

Il Papa traccia anche il ritratto dei braccianti agricoli, che “sono costretti a ore infinite sotto il sole cocente per raccogliere i frutti della stagione, ma sono ricompensati con una paga irrisoria; non hanno sicurezza sul lavoro né condizioni umane che permettano di sentirsi uguali agli altri. Non esiste per loro cassa integrazione, indennità, nemmeno la possibilità di ammalarsi”.

Per i ricchi, è come se “si trattasse di una battuta di caccia, dove i poveri sono braccati, presi e resi schiavi, trattati con retorica e sopportati con fastidio”. È in questo modo che “diventano trasparenti e la loro voce non ha più forza né consistenza nella società. Uomini e donne sempre più estranei tra le nostre case e marginalizzati tra i nostri quartieri”.

“Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre”.

Ne è sicuro Bergoglio: il giorno del Signore, come descritto dai profeti, “distruggerà le barriere create tra Paesi e sostituirà l’arroganza di pochi con la solidarietà di tanti”. “La condizione di emarginazione in cui sono vessati milioni di persone non potrà durare ancora a lungo”, tuona il Papa: “Il loro grido aumenta e abbraccia la terra intera”. Poi la citazione di don don Primo Mazzolari:

“Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera. Se le dai fuoco, il mondo salta”.

“Dare speranza ai poveri”. È la “responsabilità” affidata ad ognuno di noi, a partire dalla prima delle beatitudini, che col passare dei secoli “appare sempre più paradossale; i poveri sono sempre più poveri, e oggi lo sono ancora di più”. “La promozione anche sociale dei poveri non è un impegno esterno all’annuncio del Vangelo”, ricorda Francesco esortando a non “rinchiudersi in un individualismo asfissiante”. L’esempio citato è quello di “un grande apostolo dei poveri”, Jean Vanier, scomparso da poco: un “santo della porta accanto” ha offerto alle persone deboli e fragili “una vera ‘arca’ di salvezza contro l’emarginazione e la solitudine”.

“I poveri hanno bisogno delle nostre mani per essere risollevati, dei nostri cuori per sentire di nuovo il calore dell’affetto, della nostra presenza per superare la solitudine. Hanno bisogno di amore, semplicemente. A volte basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare”.

“Per un giorno lasciamo in disparte le statistiche”, l’invito finale.

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Giornata mondiale poveri: togliamoci di dosso la polvere borghese che non confessiamo nemmeno a noi stessi

Thu, 13/06/2019 - 14:34

Le parole che Francesco affida al messaggio per la III Giornata Mondiale dei poveri vorrei non averle lette. Non si possono dimenticare. Non si possono eludere.
Nel senso che devono diventare quello che sono: è noto che parola, quando venga intesa in senso evangelico, significa fatto, fatto concreto, come esprime chiaramente l’ebraico davar.
Non si può quindi rispondere solo con una lettura, magari anche attenta e partecipe. Deve scattare un quid diverso. Un mutamento, una svolta di mentalità che non lascia il povero, ogni povero, nel suo… brodo e lo soccorre con quanto, in realtà, rappresenta lo scarto del superfluo del proprio quotidiano.
La conseguenza perciò o si innesta nel profondo e trova la sua realizzazione concreta oppure diventa una farsa deleteria.

Una conseguenza che sappia tessere rapporti con le persone, che sappia vincere nel proprio microcosmo la sperequazione fra classi sociali che sfacciatamente esibiscono ricchezze e poveri che non riescono a dormire sotto un tetto o a sfamarsi.

Colpevolizzarsi è inutile? In questo caso è doveroso. Bisogna cercare di sbaragliare delle sovrastrutture che incombono e impediscono di intervenire.
Jean Vanier lo ha fatto. Perché noi, ognuno a proprio modo, non potrebbe farlo? O non dovrebbe farlo?
Le realizzazioni concrete sono preziose, salvano le vite dal degrado, danno loro quel poco che consente di superare la giornata. È necessario però scendere più profondamente e scavare più a fondo nell’animo umano: dovremmo vergognarci di schiavizzare, in tanti modi, le persone. Abbiamo tutti e tutte un Padre comune, l’Unico che ci ha creati.
Come raggiungere quello zoccolo duro? Francesco, per chi crede, impugna l’unica arma che non uccide ma conduce a salvezza: la forza salvifica.
Sembra una contraddizione palese: proprio nel povero, nel misero che non ha niente trovare non una forza ma la forza? Si passa dall’avere all’essere.
La radice si trova nella stessa Parola di Dio:

Non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio (1 Cor 1,26-29).

Inserirsi quindi in quest’ottica significa approdare là dove si può attingere, là dove si può sostare per guardare con occhi nuovi e procedere con mani operose.
Occhi certamente immersi in un bagno fecondo:

Con gli occhi umani non si riesce a vedere questa forza salvifica; con gli occhi della fede, invece, la si vede all’opera e la si sperimenta in prima persona. Nel cuore del Popolo di Dio in cammino pulsa questa forza salvifica che non esclude nessuno e tutti coinvolge in un reale pellegrinaggio di conversione per riconoscere i poveri e amarli.

La controprova è possibile, immediatamente possibile: chi escludo dalla mia vita? Chi non ascolto? Mi rendo conto che così facendo io stessa mi escludo dal Cuore di Dio?
Certo. Vorrei non averle lette queste parole perché mi inquietano ma forse mi tolgono di dosso quella polvere borghese che si stenta a confessare anche a se stessi.
Se ascolto e dimoro nel Cuore di Dio seminerò segni tangibili di speranza, minuscoli ma fecondi, non mi rinchiuderò in un egoismo saccente e imparerò a camminare “in un reale pellegrinaggio di conversione per riconoscere i poveri e amarli”.

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Dilemma in London: Brexit or no-Brexit? Moore (political analyst), “Boris Johnson is the leader we need”

Thu, 13/06/2019 - 11:11

Boris Johnson (large picture) is running for Tory leadership and future PM, backed by a majority of party members. While the former mayor of London promises to complete the process of Britain’s withdrawal from the EU even at the cost of severing relations with Brussels, the Labour opposition presented a motion to Westminster – rejected yesterday –asking parliament to block a no-deal Brexit. Charles Moore (photo below), ex editor of the “Daily Telegraph”, biographer of Margaret Thatcher, former Anglican converted to Catholicism, renowned political columnist, explained why the Tories risk imploding should they fail to ensure full support to Johnson.

The electoral system. “Unlike proportional voting systems, in the UK’s first-past-the-post electoral system the party that receives the most votes wins the elections. Now that party is the Conservative party. Normally the government is formed by the political party that won the elections because that party has a majority at the House of Commons. There ensues that today the Tory leader is automatically the Prime Minister”, said Charles Moore.

Accusing finger pointed at Theresa May. For Moore, “Theresa May – not the Conservative party – is the one to blame for the Brexit chaos. The outgoing Premier has been extremely unforthcoming. She failed to get a Parliamentary majority to back her withdrawal deal negotiated with the EU and refused to explain to voters what was happening. The attempt to forge an agreement with Labour was the straw that broke the camel’s back and led the party to oust her”. The biographer of Mrs. Thatcher believes that the outgoing PM could have negotiated a better deal with the EU. “Theresa May should not have accepted Northern Ireland to be treated differently than the rest of the UK after Brexit”, Moore said. “Unionists in Northern Ireland who want to stay part of the U.K oppose the Irish backstop. That’s why a majority rejected Theresa May’s deal.”.

“It would be an utter disaster…” According to the expert, although the Conservative party has lost many of its seats in the European and local council elections alike, it doesn’t risk disappearing – unless it fails to complete the Brexit process. Charles Moore describes the worst case scenario for the Tories – that might occur in the coming weeks. “The House of Commons could decide to reject the deal with the EU proposed by the next government, as has already happened with Theresa May’s negotiated agreement. At that point the new leader could decide to block Brexit by revoking Article 50, although it would have to be backed by a majority in Parliament. However, this option would cause the Tories to implode and split up between those pro and against Brexit. Although a number of Conservative MPs are Remainers, its activist base supports Brexit. Members of the various local sections of the party would then ask those deputies who revoked Article 50 to resign. Other MPs may decide to join Nigel Farage’s Brexit Party, thereby leaving the Conservatives. It would be a complete disaster for the party.”

In search of a leader. But for Moore this scenario is extremely unlikely and the Tories will jointly back a pro-Brexit leader. “If Boris Johnson – whom I support – becomes the leader, he will do everything in his power to ensure that the Brexit process is completed by October 31”, he added. “He will try to renegotiate the agreement signed by Theresa May with the EU, in order to obtain a more favourable one and if he fails he will decide to leave without a deal. At that point, MPs may try to block a rift with Brussels, but the new Prime Minister could respond by holding new general elections that he has a good chance of winning.”

“Boris is the best”. “Johnson is the most popular choice among Conservative activists but not among MPs”, Moore explained. “His strength is his energy, his enthusiasm, his determination to leave the EU. Although he is unreliable as a person, these qualities ensure the support of Tory voters, which is very important at the moment.” The ex-editor of the “Daily Telegraph” believes that if Boris became Prime Minister he would try to conclude a free trade agreement with the EU, allowing Great Britain to import and export to Europe and the rest of the world, as is currently the case of exports to Canada. “Many members of the Conservative party are rooting for him”, Moore went on, “because he can reunite us and finally complete the Brexit process. Many UK citizens have felt betrayed by the elites that failed to fulfil the promises made during the 2016 referendum. That’s why they support Johnson: he has a clear message and knows how to reach out to the people.”

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Dilemma a Londra: Brexit o non Brexit? Moore (politologo), “Boris Johnson è il leader che ci vuole”

Thu, 13/06/2019 - 11:11

È il giorno della candidatura di Boris Johnson (foto grande), favorito dalla base conservatrice per la guida del partito e per Downing street. Mentre l’ex sindaco di Londra promette che completerà il processo di recesso della Gran Bretagna dalla Ue anche a costo di rompere con Bruxelles, l’opposizione laburista presenta una mozione a Westminster – bocciata ieri – con l’obiettivo di ottenere che il parlamento intervenga per fermare una frattura netta con l’Europa. Charles Moore (foto sotto), ex direttore del “Daily Telegraph”, biografo di Margaret Thatcher, anglicano diventato cattolico, noto commentatore politico spiega al Sir perché i Tories rischiano di implodere se non si riuniranno dietro a Johnson.

Il sistema elettorale. “Il nostro processo politico, basato sul sistema elettorale first past the post (sistema uninominale secco, ndr.), anziché sul sistema proporzionale, assegna il potere soltanto a un partito che prevale alle elezioni: in questo momento, è quello conservatore. Il governo viene formato, di solito, dalla forza politica che ha vinto le elezioni perché esso detiene la maggioranza alla Camera dei Comuni. Di conseguenza il leader dei Tory è anche automaticamente, in questo momento, il primo ministro”, spiega Charles Moore.

Dito puntato su Theresa May. Secondo Moore, “la colpa del mancato Brexit è tutta di Theresa May, non del partito conservatore. La premier uscente è stata molto chiusa e non ha saputo trovare una maggioranza che approvasse l’accordo che aveva concluso con la Ue, né spiegare agli elettori che cosa stesse succedendo. Cercare un accordo con i laburisti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e convinto il partito a mandarla via”. Il biografo della Thatcher è convinto che la premier uscente avrebbe potuto firmare un accordo con la Ue più conveniente di quello che ha ottenuto. “Theresa May non doveva acconsentire al fatto che il Nord Irlanda fosse trattato in un modo diverso dal resto del Regno Unito, una volta completato il Brexit”, spiega Moore. “Il backstop non può essere accettato dalla fetta unionista della popolazione nordirlandese che vuole rimanere con il Regno Unito e, per questo motivo, Theresa May non ha trovato la maggioranza necessaria a far approvare il suo accordo”.

“Sarebbe un disastro completo…”. Secondo l’esperto, anche se il partito conservatore ha perso molti voti, sia alle elezioni europee che all’ultima consultazione locale, non corre il rischio di scomparire tranne nel caso in cui non riesca a portare a compimento il processo del Brexit. Charles Moore racconta lo scenario peggiore per i Tories, che potrebbe verificarsi nelle prossime settimane. “La Camera dei Comuni potrebbe decidere di rifiutare l’accordo con la Ue, che viene proposto dal prossimo governo, come è già capitato con il trattato di Theresa May. A quel punto il nuovo leader potrebbe decidere di fermare il processo di Brexit, revocando l’articolo 50, anche se avrà bisogno del sostegno del parlamento. Scegliere questa strada, però, comporterà l’implosione dei Tories che si divideranno tra chi è a favore e chi è contro Brexit. Anche se una parte dei parlamentari conservatori vogliono rimanere con la Ue, la base è contro questa eventualità. I membri delle varie sezioni locali del partito chiederanno, a questo punto, ai deputati che hanno revocato l’articolo 50 di dimettersi. Altri parlamentari potrebbero decidere di unirsi al Brexit Party di Nigel Farage, lasciando i conservatori. Sarebbe un disastro completo per il partito”.

Alla ricerca del leader. Tuttavia, secondo Moore, questo scenario, quasi sicuramente, non si verificherà e i conservatori si uniranno dietro un leader a favore di Brexit. “Se Boris Johnson, che sostengo, diventerà leader, farà di tutto perché il processo di Brexit venga completato entro il 31 ottobre”, continua il commentatore, “Cercherà di rinegoziare l’accordo firmato da Theresa May con la Ue, per ottenerne uno migliore, e, se non riuscisse, deciderà di andarsene senza un trattato. A quel punto, il parlamento potrebbe tentare di opporsi a una frattura così netta con Bruxelles ma il nuovo premier potrebbe rispondere indicendo nuova elezioni generali che ha buone probabilità di vincere”.

“Il migliore è Boris”. “Johnson è popolarissimo con i membri del partito, anche se non gradito a tanti parlamentari”, spiega ancora Moore. “Credo che la sua forza sia la sua energia, l’entusiasmo, la convinzione con la quale vuole lasciare la Ue. Anche se è inaffidabile come persona, queste sue qualità gli garantiscono il sostegno della base che è molto importante in questo momento”. L’ex direttore del “Daily Telegraph” è convinto che se “Boris il rosso” diventasse premier cercherebbe di ottenere dalla Ue un accordo di libero commercio, che consenta alla Gran Bretagna di importare ed esportare in Europa e nel resto del mondo, come avviene in questo momento verso il Canada. “Nel partito conservatore molti fanno il tifo per lui”, dice ancora Moore, “perché ci può riunire e fare finalmente Brexit. Nel Regno Unito moltissimi si sentono traditi dalle élites che non hanno garantito loro quello per cui hanno votato durante il referendum del 2016. Per questo amano Johnson che ha un messaggio chiaro e sa parlare alla gente”.

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“Laureato a Bari, anestesista a Parigi”. Ordini dei medici in campo contro la fuga dei camici bianchi

Thu, 13/06/2019 - 11:09

“Laureato a Bari, anestesista a Parigi. Offre l’Italia”. “Laureata a Milano, medico a Berlino. Offre l’Italia”. Come dire: il nostro Paese paga il percorso universitario dei giovani medici e poi li “regala” all’estero perché solo lì possono fare la specializzazione. Sono gli slogan della campagna nazionale lanciata dalla Fnomceo (Federazione degli ordini dei medici) con l’adesione, per ora, di alcuni Ordini locali. La campagna è sui social ma da qualche giorno a Bari e negli altri capoluoghi pugliesi sono comparsi anche manifesti sui muri. Immagini di giovani in camice bianco e dati che evidenziano la fuga dei medici all’estero.

Ogni anno, 1.500 medici vanno a specializzarsi all’estero. E non tornano. Costano all’Italia oltre 225 milioni.

“Ogni anno – spiega al Sir Filippo Anelli, presidente della Fnomceo e dell’Ordine dei medici di Bari – si laureano in medicina tra i 9 mila e i 10 mila studenti, ma non tutti riescono poi a completare il percorso formativo con la specializzazione. Ogni anno ne restano esclusi circa 1.500 che decidono di andare a specializzarsi all’estero. E molti di loro non tornano più, anche perché trovano condizioni retributive e organizzative migliori delle nostre”.

Una fuga di cervelli non più sostenibile per il nostro Paese

“Il loro percorso di studi fino alla laurea – spiega ancora Anelli – costa allo Stato italiano circa 150 mila euro per ogni ragazzo; se sono 1.500 quelli che se ne vanno ogni anno questo si traduce in una perdita di 225 milioni. Non a caso lo slogan della campagna è ‘Offre l’Italia’, ossia l’Italia paga per gli altri”.

Che cosa chiedete allora alle istituzioni?
Che venga garantita ad ogni studente che si iscrive al primo anno una borsa di specializzazione post-laurea – la risposta del presidente di Fnomceo -. Fino all’anno scorso le borse sono state 7000 – 7.500. Ora il ministro Grillo le ha aumentate portandole a 8 mila ma nel frattempo il numero dei medici laureati nel nostro Paese negli ultimi 10 anni, e poi costretti ad ‘emigrare’, sfiora le 10 mila unità.

Un conto è scegliere liberamente di andare all’estero; altra cosa è essere obbligati a farlo.

Nella sola Germania se ne contano 3mila. Non possiamo più permettercelo, soprattutto ora che iniziano a mancare i medici negli ospedali. La carenza di specialisti, ma anche di medici di medicina generale, era prevista da almeno dieci anni. Noi da tempo abbiamo lanciato l’allarme in tutte le sedi ed ora, quando l’ondata di pensionamenti toccherà il suo apice – per il 2025 è attesa la cosiddetta “gobba pensionistica” – se non arriveranno nuove leve a sostituire i sanitari andati a risposo, il Servizio sanitario nazionale rischia di rimanere senza chirurghi, anestesisti, ortopedici, ginecologi, medici di famiglia.

Che cosa non ha funzionato e quale potrebbe essere la soluzione?
Nel nostro Paese resiste il paradosso del non vedere i problemi seri e di muoversi solo di fronte a scenari emergenziali. Ma con soluzioni “creative”, non strutturali e pertanto poco efficaci. Dall’idea, in Veneto, di richiamare in servizio i medici pensionati a quella di impiegare neolaureati negli ospedali al posto degli specialisti; di far arrivare medici dalla Romania ed ora, in Molise, di “arruolare” medici della sanità militare. E’ purtroppo mancata una programmazione seria, efficace e lungimirante da parte del Miur e del ministero della Salute sul fabbisogno di specialisti. Ora occorrerebbe un piano a carattere straordinario e “a scadenza” che, in attesa della formazione di un numero adeguato di nuovi specialisti, permetta agli ospedali di assumere gli specializzandi dell’ultimo anno. Questo metterebbe subito a disposizione 5 mila medici pronti ad essere impiegati nel Servizio sanitario nazionale e, nel contempo, consentirebbe di liberare 5 mila borse per formare colleghi già laureati e che non trovano posto nelle scuole di specializzazione. Permetterebbe inoltre a questi specializzandi dell’ultimo anno di fare esperienza diretta sul campo.

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Siria: viaggio negli ospedali cattolici di Damasco e Aleppo, “la sofferenza è la malta per ricostruire il Paese”

Thu, 13/06/2019 - 09:31

Un crocifisso insanguinato, privo di arti, coronato da proiettili e bossoli sparati durante la guerra. Che non è ancora finita. Impossibile non guardarlo mentre si passa nel lungo corridoio che dalla cappella porta ai padiglioni dell’antico (1905) ospedale cattolico di Saint Louis di Aleppo (60 posti letto), città martire siriana, gestito dalle suore di San Giuseppe dell’Apparizione. Un’immagine che meglio di ogni parola descrive quanto avviene in questo nosocomio e in altri due, quello italiano e l’altro francese – sempre dedicato a Saint Louis – di Damasco, gestiti rispettivamente dalle suore salesiane e dalle Figlie di san Paolo. Veri e propri “ospedali da campo”, per dirla con Papa Francesco, che fanno parte del progetto “Ospedali aperti”, avviato in Siria nel 2017, per iniziativa del nunzio apostolico, card. Mario Zenari, con l’apporto sul campo di Avsi. Lo scopo è uno solo: offrire cure gratuite ai più poveri e ai più vulnerabili. Bombardati, danneggiati, vessati dalle sanzioni di Usa e Ue, ma sempre aperti e pronti a curare.

“A chi arriva non viene chiesto se è cristiano o musulmano, oppositore o governativo, oppure un terrorista. Sono tutte creature di Dio, povere e bisognose di cure”.

Dal novembre 2017 ad oggi i tre nosocomi hanno erogato 22.779 servizi medici gratuiti con moderne attrezzature sanitarie. E adesso, per la fine del 2020 si punta a quota 50 mila. “Poche gocce nell’oceano”, verrebbe da dire, guardando la drammatica situazione sanitaria della Siria, dove a causa della guerra più della metà degli ospedali pubblici e dei centri di prima assistenza sono chiusi o parzialmente agibili e dove quasi due terzi del personale sanitario ha lasciato il Paese. Ma poi camminando nelle corsie di questi ospedali ci si accorge che non è così.

Tre gocce. Una di queste gocce è Ibrahim. Oggi balla, salta, solleva le gambe, muove la caviglia. E sorride. Il tempo di risistemarsi i capelli impomatati e poi torna a sedersi a terra sui cuscini. Quel giorno, di due anni fa, nella zona di Ghouta, alle porte di Damasco, quando un razzo gli fece crollare la casa addosso provocandogli fratture scomposte alla gamba, sembra oramai solo un brutto ricordo. “Sono stato lunghi mesi fermo, non potevo camminare e lavorare – ti racconta mentre si carezza la gamba operata piena di cicatrici – non avevo soldi nemmeno per comprare una caramella a mio figlio.

Se oggi posso tornare a sognare un futuro per me e per la mia famiglia è anche grazie a chi mi ha permesso di curarmi e ai medici dell’ospedale francese di Damasco”.

Un’altra goccia è Evangelina Strambouli, anziana signora di origini greche, cristiana ortodossa. All’ospedale cattolico di Aleppo le hanno salvato la vita due volte. Non ha più nessuno, il marito è morto, ed è vegliata ogni giorno dal suo vicino di casa musulmano dal nome che è tutto un programma, Fadi, ovvero “Angelo”. E poi c’è Ahmed che dal suo letto non cessa mai di ringraziare i medici che lo hanno curato invocando su di loro la benedizione di Allah, seguito a ruota dal figlio, Imaad. Vengono da Hama, nella Siria centrale. Senza le cure nell’ospedale cattolico di Aleppo, dice “sarei già morto. Non ho parole per ringraziarvi”. Il primario dell’ospedale aleppino, George Theodory, risponde a tutti con un sorriso. Ma poi non nasconde le difficoltà che ci sono nel portare avanti questa missione. “Dei 141 ospedali e centri clinici attivi ad Aleppo prima della guerra ne sono rimasti funzionanti solo 44.

I pazienti sono tanti e l’embargo Usa e Ue li costringe a lunghe attese per avere esami diagnostici.

I nostri macchinari hanno bisogno di manutenzione e di pezzi di ricambio che non arrivano. Ma grazie al progetto del nunzio Zenari ora possiamo disporre di nuove apparecchiature, molte delle quali donate dalla Conferenza episcopale italiana. Cerchiamo di curare al meglio con ciò che abbiamo”.

Il sogno dei siriani. Ibrahim, Evangelina e Ahmed sono solo alcune delle migliaia di siriani che hanno ricevuto cure gratuite nell’ambito del progetto “Ospedali aperti”. I loro sogni sono quelli di tutti i siriani: “vedere la fine della guerra, tornare a condurre una vita serena con un lavoro e una casa”. A raccogliere questi sogni sono un team di assistenti sociali, tra loro Dhalia, Boshra, Shaza, Rama, Tala e Rima, guidate dal coordinatore del progetto, George N. e dalla capo progetto Flavia C. Sono loro per prime ad accogliere le persone che vengono a chiedere assistenza medica e ad ascoltare i drammi della guerra, della povertà. Ma anche i loro sogni, il primo su tutti:

“guarire e vedere il nostro Paese risorgere”.

E sono sempre loro ad accompagnarle nel percorso di cura che non è solo fisica ma anche morale e spirituale. La cosa più bella? “Vedere la persona guarita e pronta a ripartire con nuova forza e speranza”. Come il piccolo Amer, 11 anni di Deir Ezzor, rimasto ustionato dopo un bombardamento, impossibilitato a camminare e oggi sulla via della guarigione grazie anche ai sacrifici della madre che per restare con lui a Damasco si alza all’alba per vendere pagnotte di pane in strada. Non mancano i ringraziamenti che a volte assumono le sembianze di piccoli dolci o di profumi. “Il loro grazie – dichiara George – è anche per tutti quei donatori, piccoli e grandi, che da ogni parte del mondo contribuiscono al progetto. Senza di loro non potremmo fare molto”.

Tra disperazione speranza. Lo sanno bene suor Carol Tahhan, salesiana, e suor Fekria Mahfouz, vincenziana, che dirigono rispettivamente l’ospedale italiano (55 posti letto) e quello francese della capitale siriana. Quest’ultimo con i suoi 101 posti letto è il più grande dei tre nosocomi del progetto che ha da pochi giorni avviato la sua seconda fase che pone tra i suoi obiettivi anche un software gestionale per mettere in rete i tre ospedali e la formazione tecnica con corsi di aggiornamento e training per il personale sanitario. “Con il progetto del card. Zenari abbiamo aumentato le prestazioni mediche” afferma suor Fekria mentre scruta il display con le immagini delle 36 telecamere a circuito chiuso messe a protezione del nosocomio colpito da 40 colpi di mortaio (ben 4 volte nel gennaio 2018) durante gli ultimi anni. Nel suo pc mostra anche le foto dei feriti e dei morti portati in ospedale dopo un attacco, le fasi concitate nel pronto soccorso, le cure, le operazioni di urgenza, “la disperazione per una vita persa e la gioia per una salvata”.

“Oggi – racconta – la situazione è molto cambiata. Non si combatte più se non nella zona di Idlib, ma c’è un’altra guerra che stiamo fronteggiando e si chiama povertà. Nel Paese il salario minimo mensile si aggira sui 50 dollari, circa 18 mila lire siriane (government salary). Una miseria”.

Anche la religiosa punta l’indice contro le sanzioni Usa e Ue che di fatto, afferma, “hanno conseguenze pesanti sulla popolazione. Elettricità, gas e benzina sono razionati. Problemi anche a livello sanitario dove il divieto di transazioni con banche internazionali impedisce a molte aziende farmaceutiche estere di commerciare con la Siria provocando mancanza di medicinali e difficoltà nel reperire forniture e macchinari sanitari. Nonostante tutto andiamo avanti, il nostro carisma è quello di accogliere i poveri. La popolazione si fida di noi, ha rispetto della nostra missione. Cerchiamo di stare al loro fianco curando e dando conforto e ascolto”. “Curare la persona significa anche curare la sua famiglia – conferma suor Carol, direttrice dell’Ospedale italiano.

“La sofferenza accomuna tutti senza distinzione. Può diventare la malta per cementare la ricostruzione del nostro Paese”.

“Le prime medicine che somministriamo sono la fraternità e l’accoglienza. Tutti vengono trattati con la dignità che meritano, sono malati bisognosi di cure” ribadisce il primario del nosocomio italiano, Joseph Fares, specialista in chirurgia generale e laparoscopica, mentre compie il suo giro tra le camere e i laboratori molti dotati di nuovi macchinari donati dalla Cei grazie ai fondi dell’8×1000. “La guerra lascia segni e ferite difficilmente rimarginabili.

La medicina più efficace è l’umanità.

Trattare le persone con umanità rispettando la loro dignità. Il bene è contagioso, si trasmette e ricostruisce corpo e anima. Nei nostri ospedali cattolici combattiamo la povertà e la guerra a colpi di bisturi, medicine e tanto amore”. Se vinceremo questa guerra? “Stiamo già vincendo. Ogni volta che un malato viene curato nel corpo e nello spirito per noi è una vittoria”. Come ricorda il Crocifisso insanguinato di Aleppo…

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Dieci anni importanti

Thu, 13/06/2019 - 00:00

Con l’abbraccio riconoscente e amichevole di tutta la città, autorità civili e militari comprese, e di tutta la diocesi martedì scorso 11 giugno, solennità dei santi Martiri Patroni Felice e Fortunato, il vescovo Adriano ha ricordato i dieci anni del suo ministero episcopale tra noi. Un periodo di tempo significativo in cui egli si è dedicato totalmente, con le sue doti e il suo stile, al servizio della gente di questo territorio. La folla che ha seguito la processione pomeridiana e la folta assemblea che, insieme ad una cinquantina di sacerdoti, ha partecipato al pontificale in cattedrale hanno tributato, unitamente all’onore dovuto ai Patroni, stima e apprezzamento per l’opera portata avanti, con pazienza e insieme con determinazione, da mons. Tessarollo nella nostra diocesi a vari livelli, sia nell’ambito pastorale che in quello sociale, nel dialogo con la gente e con i sacerdoti, con le istituzioni e con il mondo della cultura, anzi, diremmo, con il “mondo della vita”, che pullula nelle nostre città e nelle campagne, nelle attività artigianali e nelle imprese turistiche o nelle tante iniziative che l’hanno visto invitato gradito e positivamente presente. Non è semplice, di questi tempi, fare il vescovo; e a volte abbiamo visto e vediamo sul suo volto i segni di un’opera impegnativa e faticosa, insieme alla decisa volontà di superare gli ostacoli con la collaborazione di tutti. Nel ringraziare il Signore per il ministero di questi dieci anni, al pontificale in cattedrale, il vescovo ha voluto aggiungere anche la richiesta a Lui della sua misericordia e a noi, Chiesa clodiense, “pazienza e benevolenza” per il decennio concluso e per il tempo in cui resterà ancora tra noi. Segno di umiltà che abbiamo avuto modo di cogliere anche in altre occasioni, che avvalora ulteriormente la sua piena disponibilità e aiuta a superare eventuali incomprensioni che possono insorgere nei rapporti tra le numerose persone che s’incontrano. È a tutti evidente l’intenzione positiva del cuore del nostro pastore, che, al termine della sua omelia, ha invocato Maria e i Santi Patroni perché possiamo vivere sempre “nella comunione tra di noi nelle nostre comunità e nell’intera diocesi e nella pace con tutti”. Emblematico al riguardo il suo modo di partecipare all’annuale processione dei Santi quando, lasciando i ranghi, si porta a salutare – confortando o rallegrandosi – persone anziane in carrozzina o bambini con i loro genitori o giovani presenti lungo il tragitto: è proprio il rapporto diretto con la gente l’aspetto più eloquente del suo stile pastorale, come abbiamo potuto constatare nella sua Visita in diocesi, conclusa appunto in questa circostanza, ma aperta ora ad ulteriori impegni. La croce pettorale che gli è stata donata – ha assicurato – resterà in diocesi; come a dire che il suo servizio è in tutto e per tutto gratuito. Grazie, vescovo Adriano!

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Una “benedizione” per sé e per gli altri

Thu, 13/06/2019 - 00:00

Sabato prossimo in cattedrale sarà ordinato presbitero un giovane diacono della nostra diocesi: don Luca. Per una diocesi come la nostra, piuttosto piccola, il fatto si configura come un evento. Certo, un’ordinazione sacerdotale è poca cosa rispetto alle esigenze delle comunità diocesane, ma in ogni caso è un dono prezioso e un piccolo miracolo. Un miracolo, sì, perché sui giovani di oggi l’immagine del prete – dobbiamo ammetterlo – non ha più l’appeal, il fascino, la forza attrattiva di un tempo. Il prete oggi si presenta come una “figura umile”, la cui autorevolezza deve essere ogni volta “riconquistata” sul campo, perché non è più un dato di fatto, garantito dalla tradizione e da una certa religiosità devozionale, a volte solida e vissuta virtuosamente. Ora il prete deve dimostrare il suo valore in chiesa, in oratorio, nelle relazioni con le persone, con quello che dice, con quello che fa, soprattutto con quello che è. Non c’è più spazio per le “finte” e non esiste più la “forza d’inerzia” della tradizione che giustifica e dà significato, quasi da sola, ad un ruolo, ad una missione, ad una vocazione. Certo, un po’ dispiace: per chi era abituato al rispetto e alla riverenza di un tempo, riservati al “sior Piovàn”, i tempi attuali sembrano una iattura. Insieme al potere – e questo è decisamente un bene – è andata persa anche una certa “aura” spirituale e poetica che “proteggeva” l’uomo di Dio, lo staccava dal resto del popolo e gli conferiva una identità assolutamente definita. Oggi non è più così. Il prete è in mezzo alla gente, senza filtri e senza barriere, così come lo sono le altre persone. Con o senza veste, il risultato è lo stesso: il prete è sul “campo di battaglia” della vita, come tutti gli altri, e come in ogni campo di battaglia a volte si vince e a volte si perde. Proprio come tutti. Il tempo in cui viviamo consegna il prete alla sua umanità, insieme fragile e preziosa: una consegna totale, senza sconti. Da questo punto di vista, il nostro è senza dubbio un tempo di grazia, difficile e scarnificante, ma anche bello e affascinante perché umanissimo.
Tuttavia – è chiaro – non basta che il prete sia “umano”: ogni persona è chiamata ad essere tale. Al prete è chiesto di portare Gesù ai fratelli e alle sorelle che gli sono affidati attraverso le forme che gli sono proprie. Anche in questo suo compito a volte riesce e a volte fallisce: è un fatto che va accettato. In un tempo in rapida trasformazione, come quello di oggi, il rischio più grave che corre il prete è quello di smarrire la propria identità e di perdere il senso del suo agire. Pur spinto da ottime motivazioni può fare troppo e perdersi in un attivismo sterile o – di converso – chiudersi in se stesso e cercare comode forme compensative. Il pericolo che incombe sul presbitero – mi sembra – è quello di non vedere più il bene che fa e che può fare. Già, anche il prete oggi può fare tanto del bene a chi gli è affidato, ma – lui per primo – deve saperlo riconoscere e chiamare per nome. A volte si tratta di cose molto semplici, piccole cose belle che danno sapore e gusto alla sua vita: una predica riuscita che ha toccato il cuore di qualcuno dei presenti; una confessione in cui il penitente avverte il passaggio della misericordia di Dio; un momento di preghiera vissuto in semplicità che fa assaporare il senso di famiglia della comunità; un articolo, scritto bene, sul foglietto parrocchiale; un incontro con una persona, magari casuale e affatto imprevisto, che rivela inaspettate ricchezze umane e spirituali… Se il prete, pur in mezzo a tante fatiche e contraddizioni, riesce a vedere il bene che nel suo ministero gli è dato di compiere, mettendosi semplicemente al servizio del Vangelo, vivrà una vita intensa e ricca: una “benedizione” per sé e per gli altri.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Via libera al Decreto Sicurezza bis: ecco cosa prevede

Wed, 12/06/2019 - 19:05

In testa l’immigrazione, poi le norme contro la violenza nelle manifestazioni di piazza e in occasione di eventi sportivi. Purtroppo, al di là del merito delle singole norme, ancora una volta l’immigrazione viene trattata come se fosse essenzialmente un problema di ordine pubblico. Il cosiddetto “decreto sicurezza bis”, caldeggiato con forza dal vicepremier e ministro dell’Interno Salvini, ha visto finalmente la luce in Consiglio dei ministri dopo una lunga serie di rinvii e ripetute limature. Del resto già il 15 maggio, di fronte alle bozze di cui ampiamente e pubblicamente di discuteva, era intervenuto l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, sottolineando in una lettera formale il rischio di gravi violazioni da parte dell’Italia in conseguenza delle nuove norme in gestazione. Lettera a cui il governo italiano ha risposto contestando tutte le osservazioni critiche.

Tra i 18 articoli del decreto legge, il primo stabilisce che il ministro dell’Interno (però con il “concerto” dei colleghi della Difesa e delle Infrastrutture, nonché informando il Presidente del Consiglio) “può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica”.

In pratica la norma riguarda le navi delle Ong. Prevista una multa da 10 a 50 mila euro per il comandante che non rispetta l’eventuale ordine e, in caso di recidiva, la confisca della nave. Un altro articolo, il terzo, estende anche ai reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina la competenza delle procure distrettuali antimafia, sottraendola quindi alle procure ordinarie. Questo implica, inoltre, la possibilità di effettuare intercettazioni preventive e di utilizzare agenti sotto copertura.
Sul versante dei cortei, si prevede la reclusione da uno a cinque anni per chi “distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili cose mobili o immobili altrui in occasioni di manifestazioni”. Carcere da uno a quattro anni per chi durante i cortei in piazza usa in modo da creare “pericolo per le persone o l’integrità delle cose razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi” ma anche fumogeni,”spray urticanti, castoni, mazze, oggetti contundenti”. Pene più severe per chi ricorre a caschi o ad altri mezzi per rendere difficoltoso il riconoscimento. Stabilite delle aggravanti in caso “violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale” e “interruzione di un ufficio o servizio pubblico”.

Per quanto riguarda l’ambito sportivo, il decreto prevede un deciso allargamento del Daspo. Il divieto di accesso alle manifestazioni sportive si estende a chi è denunciato o condannato per rissa. Viene inoltre riproposta tutta una serie di reati che consentono di infliggere tale divieto anche se commessi al di fuori. Tra questi non solo devastazione, saccheggio e lesioni, ma anche – a titolo di esempio – porto abusivo di armi, reati razziali e violenze, estorsioni e spaccio di stupefacenti. Introdotto anche un aumento delle pene per le minacce e le violenze agli arbitri, mentre la vendita non autorizzata di biglietti, anche telematicamente, farà scattare una sanzione amministrativa.

Con il decreto vengono inoltre autorizzati l’impiego di 500 militari per le Universiadi di Napoli e l’assunzione di 800 impiegati amministrativi per assicurare la tempestiva esecuzione delle sentenze penali.

Il testo approvato dal Consiglio dei Ministri entrerà in vigore dopo la promulgazione da parte del Presidente della Repubblica (che nel caso del primo decreto sicurezza accompagnò la firma con una nota di puntualizzazioni di carattere costituzionale) e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Dovrà poi essere convertito in legge dal Parlamento entro due mesi.

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Hong Kong. P. Criveller (Pime): “Tutti sono contro l’emendamento sull’estradizione. Il governo con la sua politica esaspera i giovani”

Wed, 12/06/2019 - 17:51

“Ci sarebbe anche una persona ferita piuttosto seriamene da una pallottola di gomma” durante le proteste stamattina a Hong Kong dove molti manifestanti hanno cercato di impedire l’ingresso al Parlamento nel quale oggi si sarebbe dovuto votare per l’emendamento riguardante l’estradizione, grazie al quale cittadini di Hong Kong potranno essere estradati in Cina per questioni che in Cina sono considerate reati. Lo riferisce al Sir padre Gianni Criveller, missionario a Hong Kong del Pontificio Istituto missioni estere (Pime) da quasi trent’anni, adesso in Italia, a Monza, in quanto preside del Seminario teologico internazionale. Padre Criveller continua a insegnare a Hong Kong, dove è stato a febbraio e marzo, e a breve tornerà lì e in altri Paesi dell’Asia dove insegna. E da Hong Kong il missionario riceve continui aggiornamenti.

“Nell’ultima settimana ci sono stati almeno tre avvenimenti molto importanti: il 4 giugno la veglia commemorativa per i trent’anni di piazza Tienanmen a cui hanno partecipato più di 200mila persone, per la prima volta una manifestazione di più di tremila avvocati di Hong Kong contro la legge sull’estradizione e domenica la manifestazione contro l’emendamento, a cui ha partecipato più di un milione di persone, che su 7 milioni di abitanti è un segnale molto forte”, evidenzia il missionario. Per padre Criveller,

“l’emendamento sull’estradizione è una tragedia: tutti sono contro.

A favore c’è solo il regime di Pechino e questo governo che non è espresso dal popolo. Anche il Parlamento non è votato democraticamente, solo un terzo dei parlamentari sono votati dal popolo, gli altri sono nominati da gruppi pro Pechino”. Nel 2014, ricorda, “c’erano state le manifestazioni della cosiddetta rivolta degli ombrelli, durate più di due mesi. Nel 2015 alcuni giornalisti, piccoli editori e scrittori sono stati rapiti e portati di nascosto in Cina. Qualche mese fa ci sono state manifestazioni pacifiche, ma gli organizzatori sono stati messi in prigione: si chiedeva che a Hong Kong venisse introdotta la democrazia, come pure era stato promesso dalla legge base che governa Hong Kong. Purtroppo, Hong Kong sta diventando sempre di più una città come le altre della Cina. Certo, non è mai stata democratica ma è sempre stata libera: le persone potevano esprimere i loro pensieri”.

“Sono molto contento che Hong Kong abbia conservato un’anima”,

sostiene padre Gianni, come dimostra “la manifestazione di popolo di domenica”. Le proteste di ieri e oggi, invece, “vedono come protagonisti i giovani, prevalentemente studenti delle scuole medie superiori e in parte delle università che hanno un’agenda politica diversa da quella della gente che è scesa in piazza domenica scorsa: molti di questi giovani vogliono l’indipendenza dalla Cina, che è un suicidio politicamente parlando, anche se si può ammirare e apprezzare che abbiano questo sogno”. Il problema, avverte il missionario, “è il governo che non ascolta, è lontanissimo dalla gente, non rappresenta in nessun modo il sentimento popolare e con la sua politica esaspera i giovani. Leggevo proprio in questi giorni che un terzo dei giovani di Hong Kong vorrebbe andare via: il motivo non è economico perché lì si vive bene, meglio che in Italia, ma i giovani temono di finire sotto un regime liberticida. Stiamo tornando, infatti, al clima che si respirava negli anni Novanta, quando la gente aveva paura. Non saranno tanti, comunque, quelli che andranno via, ma solo quelli che possono permettersi studi all’estero – negli Stati Uniti, Canada e Australia, Inghilterra e Francia – dai costi astronomici e, quindi, proprio i figli dei governanti, che poi mandano la polizia a sparare sui ragazzi manifestanti”.

Il capo della polizia ha classificato gli scontri come “rivolta”: “Questo implica che per chi partecipa è prevista una pena molto pesante, anche dieci anni di galera”. Il missionario evidenzia: “Io non escludo che ci sia qualche studente molto esagitato, ma è una forzatura da parte della polizia considerare questi scontri come una rivolta. La polizia usa varie tattiche per esasperare le persone in modo che siano dichiarate violente e, poi, tra i giovani ci sono alcuni lì a provocare; i regimi fanno così, nel passato lo abbiamo visto decine di volte: non sappiamo da dove vengano le persone più esagitate, sono mandate da chi vuole che queste manifestazioni siano presentate come violente”.Cosa si aspetta adesso? “La situazione è in evoluzione – risponde padre Gianni –, a essere sincero non mi aspettavo neanche il milione di persone alla manifestazione di domenica, anche se c’è un precedente del 2003, quando si è tentato di far passare una legge sulla sicurezza nazionale che avrebbe deprivato Hong Kong delle sue libertà. Anche allora sembrava che nessuno potesse fermare l’approvazione della legge, ma le persone scesero in piazza – si parlò di mezzo milione ma erano di più –, dopodiché il governo ritirò la proposta di legge. Nessuno sperava che si potesse ottenere quel risultato. Nel 2014, invece, la ‘rivoluzione degli ombrelli’, che mirava all’introduzione della democrazia a Hong Kong, non ha avuto successo. Oggi il Parlamento doveva iniziare la discussione finale sull’estradizione, ma la discussione è stata rinviata. Ora non è chiaro se il rinvio è legato solo al fatto che non si può entrare in Parlamento oppure a una scelta politica. Questo è il particolare decisivo. Comunque, il fatto che la discussione sia stata rinviata è positivo, mentre è negativo, anche se non è una novità, che la polizia spari lacrimogeni e gas urticanti. Lo aveva già fatto nel 2014: per questo, gli studenti portano le mascherine.

Il comportamento della polizia non mi sorprende, ma mi indigna: è inaccettabile”.

Il missionario ricorda che ieri “la Chiesa di Hong Kong ha rilasciato una dichiarazione con un triplice appello: nel primo punto c’è un invito alla calma sia al governo sia alla popolazione, nel secondo si chiede al governo di posticipare l’approvazione di questa legge e di ascoltare tutti per trovare una via accettabile anche per la popolazione e nel terzo si chiede di pregare”. Oggi c’è stato un nuovo appello della diocesi di Hong Kong, in cui, davanti al deteriorarsi della situazione, ancora una volta chiede al governo e alla popolazione di “cercare una soluzione al dilemma attuale attraverso canali pacifici e razionali”. “Nella zona dove ora ci sono le manifestazioni dei giovani e le cariche della polizia – ricorda padre Criveller – dal 2014 padre Franco Mella, un mio confratello che si trova a Hong Kong, e io abbiamo continuato a celebrare messa sulla strada in ricordo della rivoluzione degli ombrelli. Pur essendo oggi la situazione molto grave, è consolante vedere che abbiamo mantenuto una luce accesa che ha portato frutto. La Chiesa cattolica è in prima linea. Il card. Joseph Zen, come al solito, è stato in prima linea nella manifestazione di domenica, come tantissimi preti e missionari”. D’altra parte, precisa padre Gianni, anche “il numero uno di Hong Kong, Carrie Lam, è cattolica, anche se ora non è molto popolare tra i cattolici. Ha studiato nella scuola delle canossiane, dove sono state raccolte 1.500 firme contro la politica che sta portando avanti.

La posizione dei cattolici, infatti, è contro la politica del governo.

Io spero che almeno lei che si dichiara cattolica non usi la violenza e non dia l’autorizzazione a sparare contro la folla. Sarebbe una criminale”.

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In ricordo di Anna Frank. Liliana Segre: “Non so se oggi avrebbe avuto ancora la speranza”

Wed, 12/06/2019 - 12:09

Parole tristi. Pronunciate con un filo di voce. Cariche di amarezza per come in Italia facilmente si perde la memoria e facilmente si cade negli stessi errori di tanti anni fa. Magliette offensive, svastiche, atti vandalici, discorsi impregnati di odio. Nel giorno in cui Anna Frank nasceva, il 12 giugno di 80 anni fa, la senatrice Liliana Segre ripercorre il suo messaggio: “Ho partecipato a mostre su Anna Frank. Quanti ricordi, quanti discorsi. Sono una sopravvissuta, una testimone, sono come sarebbe stata lei oggi se fosse stata risparmiata”.

Chi è Anna Frank per lei?

Anna Frank è morta prima di diventare quella donna che sarebbe stata. Non ha potuto diventare sposa, mamma e non ha potuto diventare nonna. E’ rimasta la ragazza del rifugio segreto, nel cuore di tutti.

Come si fa a dimenticare Anna Frank? Come si fa a mettere Anna Frank sulle magliette di quelli che vanno nelle curve degli stadi? Come si fa a esprimere una bestemmia di questo genere? E’ ignoranza, oltre che insensibilità.

Vuol dire non aver letto e studiato la storia. Mettere quelle magliette è uccidere di nuovo Anna Frank, tante volte quante sono le persone che le indossano.

Cosa è stata per lei Anna Frank?

Abbiamo avuto storie simili e so cosa è successo nel seguito del diario di Anna Frank. C’è questa grande differenza tra me e chi ha letto il suo diario. Io conosco il seguito. Ci sono state quindi da parte mia riflessioni che sono impossibili per gli altri. Una ragazza in fiore che passa gli ultimi due anni della sua vita nel segreto di quell’appartamento. L’amore per suo padre mi commuove sempre per quello che è stato per me il mio. Uno la segue, ma io so il seguito. A me ha fatto un effetto assolutamente diverso dagli altri.

Quale effetto?

Sono stata in un posto simile al suo. E’ logico che io posso oggi immaginare il suo calvario là dentro, con la malattia, con il terrore di perdere la sorella. L’ultimo, meraviglioso e stupendo affetto della famiglia che le era rimasto.

Doveva essere stato un filo di terrore tutti i giorni perché la morte era ad un passo, ogni attimo, ogni momento poteva essere morte.

Siamo in un’Italia dove sono tornate le svastiche negli stadi e dove le pietre di inciampo, poste sulle strade in memoria delle persone che furono vittime della Shoah, vengono periodicamente deturpate. Quale messaggio lancerebbe oggi Anna Frank?

Il messaggio di Anna Frank è stato sempre positivo fino all’ultimo. Lo vogliamo rovinare, lo vogliamo distruggere non solo con le magliette, ma facendole capire dopo tanti anni che il suo messaggio è stato inutile, che non è stato raccolto? Purtroppo è così.

Le pietre di inciampo oltraggiate fanno morire ogni volta quella persona che è già morta solo per la colpa di essere nata. E anche Anna Frank è morta per la colpa di essere nata.

E siccome si cancella la storia dai libri, rimarranno solo le tracce. Poi moriranno tutti. Saremo morti tutti, carnefici e vittime ancora superstiti. Rimarrà, forse, una riga in un libro storia e poi non ci sarà più neanche quella. Il messaggio di Anna Frank? Io non so se avrebbe avuto ancora la speranza.

Cosa fare? Cosa chiede ai giovani che hanno ancora futuro davanti a loro?

Quando sono arrivata in Senato, ho fatto subito un disegno di legge contro le parole di odio, “hate of speech”. Credo profondamente in questo disegno di legge. Spero che sia raccolto. Perché dalle parole dell’odio che si rincorrono in tutte le situazioni con una frequenza che fa paura, si può passare ai fatti. Fatti che ho personalmente conosciuto. Allora c’è una strada, che è proprio quella di studiare la storia. Invece di stare al telefonino o immerso nelle sciocchezze che viaggiano in tv e sul web, chiedo ai giovani di fare una scelta, una scelta nella vita di tutti i giorni e di tutti i minuti.

E’ la scelta di seguire la coscienza. Solo allora, la via è sicura perché non saranno gli altri a scegliere per te.

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Honouring Anne Frank’s memory. Liliana Segre: “I don’t know if she would still have been hopeful today”

Wed, 12/06/2019 - 12:09

Sad words. Spoken in a faltering voice; loaded with sadness over the way in which the past is easily erased from memory in Italy and past mistakes tend to be repeated. Offensive t-shirts, swastikas, vandalism, hate speeches. On the anniversary of the birth date of Anne Frank, June 12 1929, Senator Liliana Segre  reiterates her message: “I attended exhibitions on Anne Frank. How many memories, how many speeches. I am a survivor, a witness, I am what she would have been like today, if her life had been spared…”.

Who is Anne Frank for you?

Anne Frank died before becoming the woman she would have been. She never got to be a bride, a mother, and she couldn’t become a grandmother. She remained the girl from the secret shelter, in everyone’s hearts.

How is it possible to forget Anne Frank? How can football fans in stadiums mock Anne Frank on their t-shirts? Is it possible to express this kind of blasphemy? It’s ignorance, as well as insensitivity.

It means not having read and studied history. Wearing those t-shirts means killing Anne Frank a second time, as many times as the number of people wearing them.

What has Anne Frank been to you?

We share a similar past and I know what happened in the unwritten pages of Anne Frank’s diary. That’s the difference between me and those who read her diary. I know what happens next. I have therefore made reflections that are impossible for others. A young girl at the beginning of womanhood who spent the last two years of her life in the secrecy of an apartment. The love for her father always moves me as I remember my own. People sympathize, but I know the sequel. On me it had a completely different impact.

What impact did it have?

I’ve been to a place similar to hers. So of course today I can picture her ordeal in there, with her illness, with the terror of losing her sister. The last, wonderful affection of the family that was left. 

It must have been a constant stream of terror, for death was one step away, every second, every moment could bring death.

Italy is a country where swastikas are again brandished in stadiums and where the “stumbling stones” placed into pavements in remembrance of the victims of the Shoah, are periodically desecrated. What message would Anna Frank send out today?

Anne Frank’s message remained positive until the very last moment. Do we want to ruin it? Do we want to destroy it not only with T-shirts, but by showing that after so many years her message was useless, that it wasn’t received? Unfortunately, that’ s the case.

Whenever a stumbling stone is defaced it’s as if that person died a second time only for being born. Even Anne Frank died with the only fault of having been born.

And since history is being erased from history books, only its traces will remain. Then everyone will die. We will all have died, executioners and yet surviving victims alike. Perhaps a sentence will remain in a history book and subsequently not even that. The message of Anne Frank? I don’t know whether she would still have been hopeful.

What can be done? What is your request to youths who have a future ahead of them?

When I assumed office as Senator I immediately drew up a bill to counter hate speech. I deeply believe in this bill. I hope it passes, in order to take action against escalating words of hatred, expressed with a frightening recurrence. These are facts that I have personally experienced. Then there is a path to be pursued, which is precisely that of studying history. Rather than being on their mobile phones or immersed in the nonsense circulating on TV and throughout the web, I ask young people to make a choice, a choice for every day and minute of their life.

It’s the choice to follow one’s conscience. Only then will there be a safe path to tread on, for no one else will decide for you.

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Insulti a Falcone e Borsellino: abbiamo bisogno di guide, non di falsi idoli

Wed, 12/06/2019 - 10:35

Se dobbiamo avere come unico dio lo share, e cioè la visibilità a tutti i costi, allora siamo diventati pure atei, perché il 2,45 significa che anche la dea visibilità a tutti i costi non ha da rallegrarsi per il suo culto, perlomeno su un canale Rai. La polemica riguardante la frase del giovane cantante neomelodico su Borsellino e Falcone alla trasmissione “Siamo tutti protagonisti” – stiamo parlando di Rai 2 -, può essere utile se andiamo a vedere perché ci siamo arrivati. E perché la tv di Stato cavalca quell’onda che prima o poi torna indietro. Se fare informazione significa accentuare in tempo iper-reale la sbadataggine, la smorfia, il non essere d’accordo con il pensiero dell’altro con strilli e pure spintoni, la messa in mostra di una parte del corpo, il tatuaggio più total che ci sia, o la messa in onda di un omicidio o di un pestaggio, allora la risposta è chiara.

Non è tanto colpa di un conduttore o del fatto che è meglio andare in registrata: mamma Rai si è adeguata ad una tendenza in cui l’apparire regna sovrano, in cui lo scoop è a tutti i costi.

Il governo dei media presenti in casa, ormai lo sappiamo, non è più in mano dei genitori, e non è solo una questione di inadeguatezza, ma di situazioni familiari già al limite di per sé e che la crisi economica non fa altro che accentuare. Ci sono le droghe mediatiche a farci dimenticare per un attimo che non ce la facciamo a pagare l’affitto o il mutuo, o che la banca non ce lo fa proprio quel mutuo, che ho perso il lavoro a quarant’anni e chi glielo dice adesso a moglie e figli. Spettacolarizzare per vendere va di pari passo con quanto dal versante delle leadership economiche si sostiene ormai da anni: bisogna sbrigarsi a studiare, la valutazione dei test d’ingresso al lavoro deve avere il tempo soprattutto come criterio di sbarramento perché oggi si deve rispondere in tempi brevissimi alle sollecitazioni critiche e manageriali. Dimenticando colpevolmente che la ragione ha i suoi tempi e che la velocità eccessiva fa fuori quel margine critico che ci salverebbe dall’automazione degli esseri. O sei veloce, e automatico, o non lavori, amen.

Non è solo colpa di una trasmissione: quell’incidente è stata la punta di un iceberg che viene da un lento inabissamento iniziato dagli Ottanta del Novecento.

La vita non è nulla se non buchi lo schermo, se non ti fai notare, se non diventi un’icona, magari solo per lo spazio di qualche articolo su “quei” settimanali, e poi sparisci. La bellezza è diventata un puro fatto esteriore e amorale, da usare strumentalmente. Non è vero che alcuni serial violano l’intimità dei partecipanti, perché quell’intimità è consapevole, recitata, esibita. I valori della mente, dell’anima, della riflessione, della pacatezza sono messi in crisi da una deriva spettacolare, per cui è l’effetto che conta. Adesso è tempo che le ammiraglie radiotelevisive si tirino su le maniche e si impegnino nella ricostruzione di un immaginario collettivo che non sia solo muscoli mediatici, urla in faccia a chi urlare non sa o urla di meno, provocazione e richiesta di audience. Non meravigliamoci poi che le cronache criminali riguardino sempre di più ragazzini e minori, che avrebbero bisogno di guide vere, non di falsi idoli.

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Vescovi Usa sugli abusi: ricezione del Motu Propriu e spazio ai laici nelle commissioni giudicanti

Wed, 12/06/2019 - 09:10

Incrementare il Motu Propriu del Papa sulla questione degli abusi; dare spazio ai laici nelle commissioni che si trovano a giudicare le inadempienze dei vescovi sui casi e migliorare la Carta sulla protezione dei minori e dei giovani soprattutto a livello diocesano. Sono i temi che si sono imposti nell’agenda della prima giornata della Conferenza dei vescovi statunitensi a Baltimora. L’appuntamento è stato aperto da un messaggio del nunzio Christophe Pierre che essendo a Roma per un incontro con Papa Francesco ha incaricato un suo rappresentante di approfondire le ragioni che hanno spinto il Vaticano a chiedere, durante l’assemblea della Conferenza episcopale dello scorso novembre, di “posporre le votazioni su quelle norme e quei protocolli sulla protezione dei minori fino al Summit di febbraio”. Una richiesta che ha suscitato “alcune espressioni di dissenso”, ha dichiarato il nunzio senza mezzi termini, spiegando che le “ragioni del Santo Padre sono legate alla necessità che tutta la Chiesa cammini insieme”. Sgombrato il campo da una zavorra che non pochi si portano dietro dall’ultimo incontro di novembre, Pierre ha continuato specificando che “non possono essere i social media, la pressione delle autorità civili o dei membri del nostro gregge” a dettare i tempi di una decisione della Chiesa.

“E se conflitti o opinioni diverse emergono, serve non perdere di vista l’unità che condividiamo” ha precisato mons. Pierre, invitando i vescovi alla responsabilità di governo delle diocesi affidate soprattutto sul tema degli abusi perché spetta a loro “vegliare sul gregge ed esserne guida”.

Andare avanti nel prevenire, guarire e denunciare gli abusi è stato il tema centrale del dibattito di ieri animato dalla relazione del presidente del Consiglio nazionale di revisione per la protezione dei miniori, Francesco Cesareo, che ha chiesto un maggiore coinvolgimento dei laici nell’indagare accuse di abuso da parte dei vescovi o al contrario di valutarne la loro inefficace azione. Cesareo ha raccomandato la revisione esplicita della carta sulla protezione (Carta di Dallas) in modo da “includere esplicitamente i vescovi e la richiesta di una loro maggiore responsabilità” e ha incoraggiato l’implementazione del Motu Propriu di Francesco nella parte che riguarda le chiese locali a cui è lasciata la definizione di una politica comune. I vescovi americani, nell’ultimo giorno dell’assemblea, voteranno un documento dal titolo “Riconoscere i nostri impegni episcopali”. In quelle pagine i vescovi giurano di essere responsabili degli impegni della Carta di Dallas, compresa una politica di tolleranza zero per gli abusi, includendo la norma che qualsiasi codice di condotta del clero venga varato nelle rispettive diocesi, esso deve essere applicabile ai vescovi. Il card. Joseph Tobin, presidente della Commissione episcopale per il clero, la vita consacrata e le vocazioni, ha presentato alla revisione dei confratelli il documento e i punti in cui si esplicita la responsabilità dei vescovi e che la Carta di Dallas come altri documenti diocesani non li escludono dalle indagini. In questi punti, le vittime continuano a essere la priorità e la novità è rappresentata dall’articolo 10 che recita:

“Ci impegniamo anche ad includere, nelle valutazioni, il consiglio di uomini e donne laici, i cui background professionali sono indispensabili” alla Chiesa.

Purtroppo secondo Cesareo, il Motu Propriu non contiene indicazioni specifiche sul ruolo dei laici quando a essere accusato è un vescovo, ma allo stesso tempo non limita i vescovi statunitensi nello stabilire norme che tengano conto della laicità “per mantenere alti i principi di trasparenza, responsabilità e indipendenza”. Sull’assemblea di Baltimora pesa come un macigno il caso del vescovo Michael Bransfield di Wheeling-Charleston, in West Virginia, che un’indagine del Vaticano ha dichiarato colpevole di una moltitudine di scorrettezze finanziarie e sessuali (le accuse a riguardo risalgono agli anni ‘70 ma sono emerse nel 2012).

L’arcivescovo William Lori di Baltimora, nominato amministratore apostolico della diocesi, sovrintende alle indagini su Bransfield che lo scorso settembre si è dimesso. “Alcuni vescovi hanno fallito nel mantenere le promesse (fatte durante la loro ordinazione episcopale) e hanno commesso atti di abuso o hanno manifestato una cattiva condotta sessuale – ha spiegato il vescovo Lori -. Altri hanno fallito non rispondendo moralmente, pastoralmente ed efficacemente alle accuse di abuso o cattiva condotta perpetrati da altri vescovi, sacerdoti e diaconi. Sono questi insuccessi ad aver lasciato i fedeli indignati, inorriditi e scoraggiati”. Tuttavia

sono migliaia i cattolici che continuano a servire la Chiesa nelle scuole, nelle parrocchie, negli ospedali, nelle attività caritative, ha ricordato il nunzio a conclusione del suo discorso, a prova che “la Chiesa è viva e non bisogna temere”.

Intanto, fuori dall’hotel dove si svolge l’assemblea, solo dieci persone protestavano contro le misure che i vescovi adotteranno: numeri ben diversi da quelli della scorsa assemblea, a prova che qualcosa si è mosso e che il lavoro nelle diocesi a favore delle vittime non ha lasciato indifferenti.

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