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Updated: 13 min 17 sec ago

Consiglio d’Europa: 70 anni di democrazia e diritti. Mons. Rudelli: “Trait d’union tra est e ovest”

Fri, 06/09/2019 - 11:34

“Il Consiglio d’Europa è la prima delle istituzioni europee nate dopo la seconda guerra mondiale con l’idea di favorire una unione più stretta tra i Paesi dell’Europa”. La Santa Sede dal 1970 ne fa parte con il suo Osservatore permanente. L’incarico è affidato dal 2014 a mons. Paolo Rudelli (qui sotto ritratto nella sua sede di Strasburgo – foto SIR/Marco Calvarese), appena nominato arcivescovo e nunzio apostolico. Nella sua attuale sede di Strasburgo, spiega al Sir il significato di questa presenza: l’obiettivo è “sostenere il processo di integrazione soprattutto per quanto riguarda i valori fondanti” che settant’anni fa, quando il Consiglio è nato, guardavano prioritariamente alla cultura e all’educazione.

Una parola importante. “Negli anni successivi il Consiglio si è più concentrato sulla tutela dei diritti umani e della democrazia e delle istituzioni democratiche in Europa” riferisce mons. Rudelli. “Anche lì la Santa Sede ha una parola importante da dire e che viene dalla visione cristiana dell’uomo, dal valore fondante della dignità della persona umana così come i Papi hanno declinato e concretizzato nell’insegnamento sociale della Chiesa, fino a Papa Francesco”, che ha visitato il Consiglio d’Europa nel 2014, “portando questo messaggio di apertura e di ritorno alle origini, al valore di ciò che tiene insieme la cultura e la civiltà dei popoli europei”. Ed era proprio questo l’auspicio di Papa Francesco, che lo stesso 26 novembre 2014 aveva scritto di suo pugno un piccolo biglietto che ora è appeso in uno dei corridoi del solenne edificio dove ha sede il Consiglio: “Di cuore auguro al Consiglio d’Europa di rispondere con creatività alla sua vocazione di unità per costruire una civiltà dell’incontro”.

I tre pilastri. Nato il 5 maggio del 1949 con la firma del Trattato di Londra da parte di 10 Paesi (Belgio, Danimarca, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito), il Consiglio in questi 70 anni di vita ha allargato i suoi confini fino a comprendere gli attuali 47 membri (più 6 Paesi osservatori tra cui la Santa Sede, appunto). Attorno a tre pilastri – diritti umani, democrazia e stato di diritto – la sua struttura e il suo spettro di attività si sono notevolmente arricchiti.

Ambiti di lavoro. Nell’elenco degli ambiti di lavoro del Consiglio c’è il rafforzamento dei diritti umani, la lotta contro ogni forma di discriminazione e il razzismo, la tutela della libertà d’espressione, l’uguaglianza di genere, la protezione dei diritti dei bambini, la difesa della diversità culturale, l’educazione ai diritti umani e alla democrazia. Tante le battaglie vinte su questi fronti.

La più emblematica: l’abolizione della pena di morte.

È dal 1997 che non ci sono esecuzioni capitali nei 47 Stati membri (la Bielorussia è l’unico Paese europeo dove la si applica ancora e anche per questo motivo non è membro del Consiglio). Tutte le “battaglie” avvengono attraverso la redazione e l’adozione di Convenzioni, che i Paesi membri sono chiamati a ratificare e la cui applicazione è poi monitorata dagli organismi competenti.

Le istituzioni. Il motore di questa complessa macchina è il Comitato dei ministri, organo decisionale composto dai ministri degli affari esteri degli Stati membri che lo presiedono a turno. Ora è il momento della Francia. Il Consiglio ha un segretario generale che ha la responsabilità della gestione strategica dell’organizzazione. In carica dal 2009 c’è il norvegese Thorbjørn Jagland, ma a ottobre il testimone passerà a Marija Pejčinović Burić, attuale ministro degli affari esteri ed europei per la Croazia. Vice segretario generale è l’italiana Gabriella Battaini-Dragoni. A scegliere le persone per questi incarichi, per il ruolo di commissario per i diritti umani e i giudici della Corte internazionale dei diritti umani, è l’Assemblea parlamentare, composta da 324 membri nominati e facenti parte dei parlamenti degli Stati membri. Altro organismo chiave è proprio la Corte, organo giudiziario permanente che garantisce ad ogni cittadino europeo i diritti sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il commissario per i diritti umani invece lavora in maniera indipendente per attirare l’attenzione sulle questioni relative alle violazioni dei diritti umani.

Identità continentale. Attualmente il Consiglio sta portando avanti una riflessione per ridefinire le proprie strutture e attività, per restare aderente ai propri principi in un contesto geopolitico mutato e per alleggerire meccanismi di funzionamento che nel tempo sono diventati troppo complessi, lenti e costosi. Le sfide di oggi, nelle parole dell’Osservatore mons. Rudelli, “sono da una parte il divario che ancora esiste tra i Paesi dell’est Europa e dell’ovest”, nel tentativo di trovare “la maniera di respirare con i due polmoni, come diceva Giovanni Paolo II”, per arrivare a “un’Europa che sia veramente integrante di tutte le componenti dell’identità europea”.

La voce della Chiesa. Altra grande sfida, sempre secondo Rudelli, “è il tema dei diritti umani e della dignità umana in un contesto che vede una sorta di parcellizzazione delle antropologie, cioè delle visioni dell’uomo, e l’emergere di nuove divisioni, per cui è più difficile oggi rispetto a 50 anni fa trovare un consenso sulle visioni fondanti della dignità umana”. “Siamo convinti che il contributo della dottrina sociale della Chiesa e del magistero del Papa possa essere d’aiuto anche in una società pluralista come è quella di oggi”, aggiunge mons. Rudelli, a cui, in questi anni è spettato il compito di esprimere “la voce della Chiesa in tutta la sua integralità e in particolare la visione cristiana della dignità della persona umana, così come deriva dal Vangelo e che è parte dell’identità della cultura e della civiltà europea così come noi la conosciamo”.

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Council of Europe: 70 years of democracy and rights. Msgr. Rudelli: “Linking up the East and the West”

Fri, 06/09/2019 - 11:34

“The Council of Europe is the first European institution created after the Second World War designed to bolster unity among European countries.” The Holy See has been a member since 1970 with its Permanent Observer. Msgr. Paolo Rudelli (below, in his offices in Strasbourg photo SIR/Marco Calvarese, ), recently appointed Archbishop and Apostolic Nuncio, has been holding this position since 2014. He explained the significance of this presence to SIR: the objective is “to support the integration process with special regard to the founding values” that seventy years ago, when the Council was established, viewed culture and education as a priority.

An important word. “With the passing of the years, the Council devoted greater attention to the protection of human rights and democracy and to democratic institutions in Europe,” said Msgr. Rudelli. “In this context too the Holy See has an important word to offer, emanating from the Christian vision of man, from the fundamental value of the dignity of the human person as defined and actualized by the Popes in the social teaching of the Church, bo Pope Francis”, who visited the Council of Europe in 2014, “bringing a message of openness and return to the origins, to the value that holds together the culture and civilization of the European peoples.” That was precisely the wish of Pope Francis, expressed on 26 November 2014 on a handwritten note which is now hanging on the wall of one of the corridors of the solemn building that houses the Council’s headquarters: “I heartfully wish the Council of Europe to respond creatively to its vocation of unity so as to develop a civilization of encounter.”

The three pillars. The Council was formed on 5 May 1949 under the Treaty of London signed by 10 countries (Belgium, Denmark, France, Ireland, Italy, Luxembourg, the Netherlands, Norway, Sweden and the United Kingdom). In the last 70 years the Council has expanded its boundaries to include its current 47 members (plus 6 observer Countries among which the Holy See). Its structure and scope of activity have been considerably enriched under three pillars – human rights, democracy and the rule of law.

Areas of activity. Areas of activity of the Council include the strengthening of human rights, the fight against all forms of discrimination and racism, the protection of freedom of expression, gender equality, the protection of children’s rights, the defence of cultural diversity, education in human rights and democracy. Many battles have been won in this context.

The most emblematic: the abolition of the death penalty.

No executions have been carried out in the 47 Member States since 1997 (Belarus is the only European country where it still exists, which is also why it is not a member of the Council). All the “battles” are fought with the drafting and adoption of Conventions, which the member countries are required to ratify and whose implementation is monitored by the competent bodies.

The institutions. The Committee of Ministers is the decision-making body of this complex apparatus. It comprises the Foreign Affairs Ministers of all the member states that chair it on a rotating basis. The presidency is currently held by France. The Council has a Secretary General tasked with strategic planning. The current Secretary General is Thorbjørn Jagland (Norway), in office since 2009. In October, the baton will be handed over to Marija Pejčinović Burić, currently Minister of Foreign and European Affairs for Croatia. The Deputy Secretary General is Gabriella Battaini-Dragoni (Italy). Selection for these positions, for the role of Commissioner for Human Rights and the judges of the International Court of Human Rights, is made by the Parliamentary Assembly, composed of 324 appointed members from the parliaments of the Member States. The Court is another key body, a permanent judicial institution that safeguards the rights enshrined in the European Convention on Human Rights for every European citizen. The Commissioner for Human Rights acts independently to bring attention to issues linked to human rights violations.

Continental identity. The Council is currently in the process of rethinking its structures and activities, so as to remain faithful to its principles in a changed geopolitical context and to simplify its operating mechanisms, which over time have become too complex, time-consuming and costly. The challenges of today, in the words of the Observer Msgr. Rudelli, “include the gap that still exists between the East-European and West-European countries”, in an attempt to identify “the way to breathe with two lungs, as John Paul II said”, in order to create a “Europe that truly integrates all segments of the European identity.”

The voice of the Church. For Archbishop Rudelli, a further challenge “is the question of human rights and human dignity in a climate that sees a degree of anthropological fragmentation, i.e. a fragmentation of the visions of man, along with the emergence of new divisions, whereby, compared to 50 years ago, today it’s more difficult to reach a consensus on the fundamental visions of human dignity.” “We firmly believe that the contribution of the social doctrine of the Church and of the Pope’s Magisterium can offer support even in a pluralistic society such as that of today”, adds Msgr. Rudelli, who, in recent years, was entrusted with the task of expressing “the voice of the Church in all its entirety and in particular the Christian vision of the dignity of the human person as inspired by the Gospel, that forms part of the identity of European culture and civilization as we know it.”

 

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L’esperienza dell’Hospice Cima Verde a Trento: dove il malato può sentirsi come a casa sua

Fri, 06/09/2019 - 11:33

Periferia sud di Trento. A due passi dal polmone verde del “Bosco della città” e all’ombra delle “torri” del vivace quartiere popolare di Madonna Bianca, un ampio viale ed un giardino ben curato accolgono nell’Hospice Cima Verde.

La cortesia del volontario alla reception e un clima silenzioso e disteso convincono presto – non senza sorpresa – che questa non è una struttura ospedaliera. Dalle dodici stanze, tutte singole e arredate con colori caldi e con sistemi-letto adeguati alle esigenze, vanno e vengono gli ospiti che si muovono con disinvoltura anche negli spazi comuni: alcuni sono qui per un periodo di tregua o per poter proseguire le cure palliative impossibili a casa, altri per un accompagnamento personalizzato

davanti ad una diagnosi di inguaribilità, ma non di incurabilità.

Una discreta normalità è garantita dal libero viavai dei familiari, mentre alcuni spazi specifici consentono letture, ascolti musicali o altre esperienze rilassanti – come la pet therapy con formidabili cagnolini – o spiritualmente arricchenti. Alcune porte restano chiuse, la riservatezza è ben garantita, ma nelle giornate più dure l’ambiente immerso nella natura può offrire sollievo: “Quando al mattino apro la finestra – osserva un malato – dagli alberi vicini mi sento arrivare tanta energia positiva per affrontare la giornata”.

Foto Gianni Zotta/Vita Trentina

Non ci si nasconde la prospettiva faticosa, ma si è favoriti nel guardare al tempo con fiducia e il desiderio di viverlo in ogni momento con pienezza, come confermano gli scritti di ringraziamento dei familiari di quanti sono passati nei mesi precedenti all’Hospice. I loro biglietti e le loro lettere raccolti su un tavolino nell’atrio del primo piano sono forse la testimonianza più valida e più sincera di quanto questa struttura nei primi due anni di attività (il taglio del nastro risale al gennaio 2017) abbia risposto molto bene ad un bisogno profondo, sempre più diffuso.
Tante persone si sono alternate – accolte all’Hospice in base alla valutazione dell’unità operativa delle Cure palliative dell’Azienda sanitaria con cui “Cima Verde” è convenzionato – trovandovi quello che già in un documento del 2011 si era auspicato: “Un ambiente dove il malato può sentirsi come a casa sua; dove è libero di avere vicino le persone care e circondarsi delle cose che desidera. Una casa che si spera possa diventare presto realtà, con il sostegno di quanti nutrono sensibilità verso i bisogni del malato inguaribile”.
Ha preso forma e spessore umano questo progetto partecipato che è partito una decina di anni fa dalla neocostituita Fondazione Trentina Hospice Onlus, nata da varie realtà del privato sociale anche con il sostegno della Chiesa trentina.Un’iniziativa peraltro non confessionale, ma attenta ai bisogni spirituali degli ospiti, che ha trovato collaborazione fra volontari di varia provenienza culturale a conferma di come il terreno della cura e del fine vita possa essere favorevole per una crescita e un arricchimento reciproco all’insegna della comune umanità.
“La nostra Fondazione Hospice Trentino Onlus avviata ancora nel 2007 – spiega la presidente Milena di Camillo, giornalista in pensione che ha dedicato a questo servizio anche un utile libro-testimonianza – non solo per realizzare e gestire l’Hospice , ma anche per svolgere attività di sensibilizzazione, informazione, ricerca e formazione sulla cura e l’accompagnamento delle persone in fase avanzata di malattia e delle loro famiglie”.

Foto Gianni Zotta/Vita Trentina

E’ una dimensione culturale – ben presente anche nella Carta dei Servizi dell’Hospice – che ha portato a varie iniziative sul territorio e che ha contaminato anche le altre due strutture trentine di Hospice, Villa Igea e Mori (28 posti complessivamente in tutta la Provincia autonoma) .
L’ambito particolarmente delicato è quello della ricerca e della qualificazione dei volontari che – dopo un percorso mirato ad acquisire competenze relazionali indispensabili – vengono gradualmente inseriti per alcune ore dentro la “casa”. Spiega Di Camillo:

“Molti volontari scoprono in questo servizio un motivo di vita, una ricompensa forse impensabile.  Alcuni sono volontari del ‘fare’ operativo, altri dello ‘stare’, altri ancora del ‘fantasticare’ che pensano al futuro”.Uno degli elementi decisivi, che fanno dell’Hospice Trentino una delle realtà più apprezzate e “copiate” a livello nazionale, è la qualità e la motivazione del personale: 11 infermieri (1 coordinatore infermieristico) e 6 operatori sanitari che collaborano con una psicologa, due fisioterapiste, un direttore sanitario e il direttore operativo Stefano Bertoldi: “La selezione del personale è stata particolarmente accurata – spiega Bertoldi, pioniere dell’auto mutuo aiuto in Trentino e in Italia – per poter rispondere al meglio ai bisogni di relazione dei malati. L’equipe multidisciplinare gestisce anche la rete dei volontari formati in questi anni attraverso appositi corsi ma anche con l’ esperienza in altri hospice”.
Questi primi due anni, preceduti peraltro da almeno sette anni di “progettazione partecipata” della struttura e della sua gestione, dicono che nella misura in cui l’hospice è avvertito non come un’isola ma come un ambito della comunità e per la comunità allora anche la sua frequentazione sarà più “normale” e, alla fine, proficua per tutti.

Contribuendo a guardare anche al percorso del fine vita non come una sfortunata “faccenda privata” ma come una stagione in cui farsi accompagnare dagli altri o in cui “prendersi cura” degli altri.

Anche nel nome – Cima verde, come uno dei monti ad est, ben visibili dal terrazzo – l’hospice manifesta questo stretto legame con la comunità di Trento.

(*) direttore “Vita Trentina”

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Venezia76: nono giorno alla Mostra. In concorso “Gloria Mundi” di Guédiguian e “A Herdade” di Guedes. Fuori gara la serie Tv Sky-Amazon “ZeroZeroZero” firmata Sollima

Thu, 05/09/2019 - 23:01

Nono giorno di concorso alla 76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Giovedì 5 settembre sono scesi in gara al Lido il francese Robert Guédiguian con “Gloria Mundi”, storia di lavoratori precari e famiglie in affanno, e “A Herdade” di Tiago Guedes, mélo familiare che racconta la storia portoghese del XX secolo. Fuori competizione presentate poi le prime due puntate della serie Tv “ZeroZeroZero” firmata Stefano Sollima, produzione internazionale targata Sky, Amazon Studios, Canal+ e Cattleya. Il punto sulle proiezioni con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“Gloria Mundi”

Nato a Marsiglia nel 1953, il regista e sceneggiatore francese Robert Guédiguian si è affermato nel cinema europeo come autore dallo sguardo sociale appassionato e profondo. Il suo sodalizio professionale e sentimentale con l’attrice Ariane Ascaride gli ha permesso di mettere a segno un campionario di stori di rara incisività e poesia; tra i titoli più recenti “Le nevi del Kilimangiaro” (2011) e “La casa sul mare” (2017). A Venezia 76 presenta “Gloria Mundi”, film dove ritornano anche altri volti noti del suo cinema come Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan. Siamo a Marsiglia oggi, è appena nata la piccola Gloria in una famiglia di operai dallo stile di vita semplice e precario, sempre in attesa di un rinnovo contrattuale. Fulcro dell’azione è la mamma sessantenne, la nonna della piccola Gloria, che cerca di tenere compatto il nucleo familiare soggetto a frequenti inciampi o vere e proprie disgrazie.
“Ambientando l’azione a Marsiglia” – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis al Festival – “Guédiguian fotografa le difficoltà di vivere in una grande città portuale tra flussi migratori, assenza del lavoro e precarietà degli impieghi. Il regista si concentra sulla vicenda di una famiglia umile e ben di sposta alla fatica, su cui si abbatte una sequela di sventure che fanno mettere tutto in discussione. La famiglia che rappresenta il porto sicuro nella vita sembra in verità perdere la sua forza e capacità di tenuta. La paura per il domani e i piccoli (grandi) egoismi fanno concentrare i protagonisti su se stessi, perdendo di vista il prossimo. Non mancano slanci di fiducia e gesti di solidarietà”.
“Con ‘Gloria Mundi’ Guédiguian accorcia la distanza dal cinema di Ken Loach e dei fratelli Dardenne” – rimarca Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis alla Mostra – “Assistiamo infatti al calvario degli ultimi, dei dimenticati dalla società e dalle istituzioni, che arrancano per portare a casa un magro stipendio e provare a tenere in equilibrio la traballante dimensione familiare. È soprattutto il personaggio della Ascaride a virare in positivo, ad arginare le tensioni e le incomprensioni fra le due figlie, a lavorare fino allo sfinimento pur di assicurare il suo contributo a casa. Lei ha fatto di tutto per la sua famiglia ed è disposta a tutto pur di salvarla. Lei, come del resto la bimba Gloria, sono le luci che brillano in una storia amara e dolente”.
Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“A Herdade”

Il regista Tiago Guedes, nato Porto nel 1971, è un esordiente dalla lunga esperienza teatrale e televisiva. A Venezia 76 presenta il suo primo lungometraggio, “A Herdade” (“La tenuta”), una saga familiare intinta nel mélo che racconta la storia del Portogallo dagli anni ’40 a oggi. In una grande fattoria lungo il fiume Tago il capo famiglia è una figura dura e carismatica, che tiene sotto controllo tutta la gestione dell’azienda e anche coloro che vi abitano. Lui è la legge e la regola. Nel corso del tempo sopraggiungono i venti della contestazione e del cambiamento di matrice politico-sociale.
“Nonostante il film sia prodotto da Paulo Branco” – indica Massimo Giraldi – “figura centrale del panorama cinematografico portoghese, produttore di quasi tutti i film di Manoel De Oliveira, ‘A Herdade’ di Guedes soffre di una durata fin troppo eccessiva (164 minuti) che toglie respiro all’azione e conduce a una prevedibile convenzionalità. Lo stile del racconto si fa monotono, incappando anche in banalità narrative. Alcune soluzioni poi sembrano apparentarlo più a una miniserie televisiva che a un prodotto da festival internazionale”.
Dal punto di vista pastorale, il film è complesso e problematico.

“ZeroZeroZero”

Figlio del regista Sergio Sollima e con una solida carriera tra Tv e cinema – suoi sono i film “Acab”, “Soldado” nonché le serie “Romanzo Criminale” e “Gomorra” –, il regista-sceneggiatore Stefano Sollima (classe 1966) sbarca a Venezia 76 alla guida di un importante progetto internazionale, la serie Tv in 8 puntate “ZeroZeroZero”, prodotta da Cattleya, Sky, CANAL+ e Amazon Prime. Nel cast Andrea Riseborough, Dane DeHaan, Gabriel Byrne e Giuseppe De Domenico. Prendendo le mosse dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, la serie mette in scena i flussi internazionali della droga tra America Latina, USA e Italia. Un racconto che sposa diverse prospettive, esplorando il lato feroce della malavita disposta a tutto per conquistare potere e denaro.
“La serie ‘ZeroZeroZero’ ha una modalità di racconto senza dubbio potente e accattivante” – sottolinea Sergio Perugini – “A Sollima va riconosciuta una robusta capacità di gestire un set internazionale, mettendo a segno un racconto concitato, nervoso e magnetico. Nei due episodi mostrati in anteprima, il regista ci accompagna nelle pieghe del Male, come del resto aveva fatto anche con la serie ‘Gomorra’; una discesa negli inferi della criminalità organizzata asciutta e brutale: c’è violenza, tanta, senza sconti. La cifra è quella del thriller d’azione, che tiene avvinti alle immagini. Si segnala purtroppo un continuo richiamo ai simboli religiosi da parte dei mafiosi (è tipico anche del cinema, su tutti “Il Padrino” di Coppola), che accostano al rosario la mano insanguinata. Nell’insieme la serie è un prodotto visivamente valido, ma con tematiche problematiche e disturbanti, da gestire con attenzioni per i minori”.

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Papa in Mozambico. Don Giorgio Ferretti (parroco della cattedrale): “Abbiamo vissuto la tenerezza di Francesco”

Thu, 05/09/2019 - 19:22

“Abbiamo vissuto la tenerezza del Papa, la felicità di essere stati visitati dal ‘pastore’. Quando è andato via la gente non finiva di ballare”: così don Giorgio Ferretti, parroco della cattedrale dell’Immacolata Concezione a Maputo, in Mozambico, descrive al Sir l’emozione di aver accolto nella sua parrocchia Papa Francesco, questo pomeriggio, durante l’incontro con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i catechisti e gli animatori. “C’erano tanti giovani, bambini, famiglie – racconta -. Il Papa si è voltato e ha salutato tutti. C’è stata una grande energia perché la gente ha capito che si stava rivolgendo a loro”. Un altro momento “molto commovente”, prosegue, “è stato l’incontro con l’anziano cardinale e alcuni anziani religiosi che hanno lavorato più di 50 anni in questo Paese. Abbiamo vissuto la tenerezza che lui predica”. Don Giorgio Ferretti, è fidei donum della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino dal 2017. Guida una parrocchia che comprende la gran parte della capitale del Mozambico. I circa 150 catechisti della parrocchia si occupano di 2000 bambini e adolescenti, tra cui molti ragazzi di strada. A Maputo lo chiamano “padre George”.

don Giorgio Ferretti

Don Giorgio, una impressione a caldo: quali passaggi l’hanno più colpita del discorso del Papa?

Il Papa ha richiamato la nostra Chiesa mozambicana alla compassione e su questo punto si è soffermato molto. Questa sera visiterà le persone che vivono per strada alla casa Matteo 25 e domattina incontrerà i malati di Aids nel centro Dream della Comunità di Sant’Egidio.

Il Papa ci esorta, come cristiani, a combattere un mondo materialista e una religione della prosperità con l’arma della compassione.

Ci parla di compassione e la vive insieme a noi. L’altro messaggio è evangelizzare e non fare proseliti. In un mondo plurireligioso dobbiamo testimoniare la bellezza di essere seguaci di Cristo. Essere testimoni veri e onesti e incontrare nelle altre religioni i semi di bene e di pace, perché Dio è Dio di tutta l’umanità.

Il tema del proselitismo è d’attualità in Mozambico?

Viviamo in un mondo multireligioso. Nella mia parrocchia ci sono tanti matrimoni misti tra cattolici, anglicani, neopentecostali. Vedo che quando una moglie e un marito testimoniano in famiglia la bellezza di una messa domenicale, di una catechesi ai bambini fatta bene, di una gioia, uno dei due coniugi si avvicina alla Chiesa cattolica chiedendo il battesimo senza essere minimamente forzato ma come libera scelta. Vogliono far parte di una bella comunità.

Questa è la differenza tra insistere sulla conversione del coniuge e testimoniare la vita bella che si vuole scegliere.

Altro messaggio significativo è l’invito del Papa a “non correre dietro ai benefici personali” e alla “mondanità spirituale”

In Mozambico siamo poveri, lo stipendio medio di un parroco si aggira intorno agli 80/100 dollari. Tutti noi saremmo anche tentati di cercare di più. Ma il Papa ha ragione: prima il Signore, perché tanto non ci mancherà niente. Il denaro diventa un dio e non si possono servire due padroni. Questo purtroppo è vero ovunque. Il Papa l’ha detto in diverse occasioni e a diversi livelli della Chiesa.

Il denaro è il diavolo, rovina la spiritualità della gente e la piega al materialismo. Noi dobbiamo cercare di restare più liberi possibili.

Nel suo discorso alle autorità Papa Francesco ha anche invitato a difendere la terra dalla “tendenza a saccheggiare e depredare”. 

Questo è un Paese in cui c’è tanta terra da coltivare. Avremmo bisogno di più mezzi, di più sviluppo. Il Mozambico ha un potenziale enorme dal punto di vista della terra. Perché ci sono ancora lande non coltivate. Secondo imperativo: non rovinare il pianeta, in Africa e ovunque. Io vedo in giro tanta plastica, dobbiamo insegnare ai giovani a curarci di più della casa comune.

 

 

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Governo Conte Bis: ecco i 29 punti dell’accordo tra M5s e Pd

Thu, 05/09/2019 - 18:50

Nei 29 punti dell’accordo per il secondo governo Conte c’è un po’ di tutto, come quasi sempre accade nei programmi politici. Al di là dei buoni propositi su cui sarebbe difficile dissentire, ci sono però delle sottolineature e degli impegni più specifici che segnano l’identità programmatica del nuovo esecutivo e in alcuni casi marcano le differenze con il governo precedente.

I temi economici sono ovviamente in primo piano,

a cominciare dal punto 1 che contiene una sorta di dichiarazione generale di politica economica e offre una chiave di lettura del resto del programma. Riferendosi alla prossima legge di bilancio si afferma che “tutte le previsioni saranno comunque orientate a perseguire una politica economica espansiva, in modo da indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e sviluppo sostenibile, senza mettere a rischio l’equilibrio di finanza pubblica”. “Prioritari” vengono considerati “la neutralizzazione dell’aumento dell’Iva, le misure di sostegno alle famiglie e ai disabili, il perseguimento di politiche per l’emergenza abitativa, le misure di deburocratizzazione e di semplificazione amministrativa, il rafforzamento degli incentivi per gli investimenti privati, nonché l’incremento della dotazione per la scuola, per l’università, per la ricerca e per il welfare”. Un forte accento è posto sul tema dell’innovazione “connessa a una convincente transizione in chiave ambientale del nostro sistema ambientale, allo sviluppo verde per creare lavoro di qualità, alla piena attuazione dell’economia circolare, alla sfida della quarta rivoluzione industriale”. Si parla di un “Green New Deal”, vale a dire “un radicale cambio di paradigma culturale” che orienti “tutti i piani di investimento pubblico” e “porti a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale”. Anche l’ammodernamento delle infrastrutture attuali e la realizzazione di nuove, necessari per “una nuova strategia di crescita fondata sulla sostenibilità”, deve mirare a “un sistema moderno, connesso, integrato, più sicuro, che tenga conto degli impatti sociali e ambientali delle opere”.

Per quanto riguarda le tasse, il programma si propone di “potenziare” la lotta all’evasione e di varare una riforma all’insegna della semplificazione e di una “rimodulazione delle aliquote”, in linea “con il principio costituzionale della progressività”,  con il risultato di “alleggerire la pressione fiscale”, nel rispetto dell’equilibrio dei conti pubblici.

In evidenza ci sono la riduzione delle tasse sul lavoro, il cosiddetto cuneo fiscale, “a totale vantaggio dei lavoratori” e l’individuazione di “una retribuzione giusta” che passa anche attraverso l’istituzione di un “salario minimo”.

Il governo si impegna a “promuovere una più efficace protezione dei diritti della persona, rimuovendo tutte le forme di disuguaglianza”. In particolare si tratta di “intervenire con più efficaci misure di sostegno in favore delle famiglie (assegno unico), con particolare attenzione alle famiglie numerose e prive di adeguate risorse economiche e a quelle con persone con disabilità”. Analogamente ci si propone “una razionale unificazione normativa della disciplina in materia di sostegno alla disabilità”. Si prevede altresì “un piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro al Sud” e “un piano di edilizia residenziale pubblica volto alla ristrutturazione del patrimonio esistente e al riutilizzo delle strutture pubbliche dismesse, in favore di famiglie a basso reddito e dei giovani”. Nell’ambito dell’impegno a “tutelare i beni comuni”, in primo luogo sanità e scuola, si sottolinea la necessità di “approvare subito una legge sull’acqua pubblica”.

Sulla questione migratoria, nella programma si ritiene indispensabile “promuovere una forte risposta europea, soprattutto riformando il Regolamento di Dublino” e superare “una logica puramente emergenziale a vantaggio di un approccio strutturale, che affronti la questione nel suo complesso, anche attraverso la definizione di una organica normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e all’immigrazione clandestina, ma che – allo stesso tempo – affronti i temi dell’integrazione”.

A proposito dei due decreti-sicurezza varati dal precedente governo, la disciplina “dovrà essere rivisitata, alla luce delle recenti osservazioni formulate dal Presidente della Repubblica” in occasione della promulgazione delle relative leggi di conversione.

L’Europa, citata per la gestione dei flussi migratori, è presente nel programma già al punto 2, laddove di afferma che “l’Italia deve essere protagonista di una fase di rilancio e di rinnovamento” dell’Unione. “Il governo – viene sottolineato – si adopererà per promuovere le modifiche necessarie a superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei, che rendono le attuali politiche di bilancio pubblico orientate prevalentemente alla stabilità e meno alla crescita, in modo da tenere conto dei complessivi cicli economici e di evitare che si inneschino processi involutivi”. In politica estera, più in generale, gli “interessi nazionali” saranno tutelati “promuovendo un nuovo equilibrio globale basato sulla cooperazione e la pace e rafforzando il sistema della cooperazione allo sviluppo, nel quadro di un ‘multilateralismo efficace’, basato sul pilastro dell’alleanza euroatlantica, con riferimento dell’opera delle Nazioni Unite, e sul pilastro dell’integrazione europea”.

Sul piano delle riforme istituzionali, la nuova maggioranza si impegna a “inserire, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, la riduzione del numero dei parlamentari” (alla cui approvazione definitiva manca, appunto, soltanto il secondo voto di Montecitorio), “avviando contestualmente un percorso per incrementare le opportune garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale”, anche attraverso una riforma del sistema elettorale. Si richiama inoltre il completamento del processo di “autonomia differenziata” (richiesta com’è noto da tre Regioni), ma valutando con la “massima attenzione” le ricadute, coinvolgendo in maniera sostanziale il Parlamento e soprattutto salvaguardando “il principio di coesione nazionale e di solidarietà” e “la tutela dell’unità giuridica ed economica”.

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Nuovi cardinali. Jean-Claude Hollerich: “Europa apriti al mondo”

Thu, 05/09/2019 - 11:45

“Sono rimasto molto commosso soprattutto da un messaggio tra i tanti ricevuti. Ce n’era uno che mi arrivava direttamente dalla nave Mare Jonio. Mi dicevano che erano contenti della mia nomina, insieme a quella di padre Michael Czerny e dell’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi. Siamo tutte persone a fianco dei rifugiati e mi dicevano, ‘il Papa non ci ha dimenticati’”. A raccontarlo al Sir è l’arcivescovo di Lussemburgo Jean-Claude Hollerich. Le sue parole dimostrano come l’annuncio fatto da Papa Francesco con la lista dei nuovi 13 cardinali sia arrivato nel mezzo del Mediterraneo, fino a raggiungere la nave della ong Mediterranea che per giorni e con burrasca è rimasta bloccata alle porte di Lampedusa. Presidente della Comece (la Commissione che riunisce a Bruxelles gli episcopati dell’Ue), Hollerich fece parte a maggio di una delegazione che si recò nell’isola di Lesbo per una missione voluta da Papa Francesco dopo il suo viaggio nel 2016 tra i profughi. Della delegazione facevano parte anche il card. Konrad Krajewski e mons. Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene. All’indomani dell’annuncio, il Sir ha intervistato l’arcivescovo.

Perché Papa Francesco ha scelto proprio lei e quale significato ha questa nomina?

Bisognerebbe chiederlo al Santo Padre. Penso che sia anche per onorare la Comece e il suo lavoro. Per il Papa, l’Unione europea è importante ed è importante per l’equilibrio della pace nel mondo.

Cosa preoccupa il Papa rispetto all’Europa?

Penso che sia preoccupato per la Brexit e per il populismo che ha fatto presa in molti Paesi membri dell’Ue. Il populismo è contrario all’anima dell’Europa. Su questa terra ci sono state due guerre che sono diventate mondiali. Bisogna quindi avere una umiltà come europei nel mondo. Ma proprio perché abbiamo conosciuto gli effetti tragici della guerra, oggi l’Europa è chiamata a svolgere una missione di pace nel mondo.È anche vero che tanti Paesi dell’Unione europea sono impegnati nell’accoglienza dei profughi e questo è molto importante per il Papa.

Cosa spinge l’Europa al populismo?

Il populismo è il contrario di ciò che è europeo. Perché ricrea artificialmente una identità e la scaglia contro gli altri. Ma l’identità cambia in continuazione. Non è mai fissa. Inoltre, anche come europei, noi apparteniamo a una realtà composta in cui coesistono tanti gruppi con tante identità. Se tutto questo viene ignorato e negato, fa male.

E’ l’atteggiamento di chi è contro gli altri, di chi ha bisogno di trovare sempre nemici, di chi pronuncia discorsi di odio. Chi fa questo, va contro il Vangelo.

Lei prima parlava della Brexit. In questo delicato passaggio che sta attraversando il Regno Unito per scongiurare l’uscita dall’Ue senza accordo, ha un messaggio da dare ai politici e al popolo inglese?

Ai politici vorrei chiedere di fare tutto il possibile perché non si spezzi l’amicizia e la collaborazione proficua tra il Regno Unito e l’Unione europea.

Non bisogna creare nemici tra l’Unione europea e il Regno Uniti. Sarebbe fatale.

E sarebbe contro l’idea stessa dell’Europa. Al popolo inglese invece vorrei dire: ci dispiace ma rispettiamo il voto che avete espresso. Le persone degli Stati membri dell’Unione europea non sono vostri nemici ma vostri amici. Saremmo più poveri senza di voi. Perché abbiamo bisogno di quello che è l’Inghilterra, il Galles, la Scozia, l’Irlanda del Nord. Abbiamo bisogno della vostra storia e della vostra cultura. Ci mancherete. Senza di voi saremo più poveri.

La gente è preoccupata che la Brexit porti rialzi di prezzi anche su farmaci e alimenti.

Spero che ci saranno politiche per proteggere i più deboli della società.

È come per la crisi ecologica: sono sempre i più poveri che devono pagare di più. Non è giusto.

Cosa chiede il Papa all’Europa oggi?

Leggendo i suoi discorsi, penso che il Papa desidererebbe un’Europa sociale, per i più deboli. Un’Unione dove le persone trovano lavoro, soprattutto i giovani. Il Papa vorrebbe un’Europa solidale con i poveri nel mondo. Un’Europa senza il capitalismo selvaggio ma con un sistema economico che guarda all’etica e ai diritti delle persone. Credo anche che il Papa auspichi un’Unione europea dove i Paesi membri non si implichino nel commercio di armi, soprattutto verso i Paesi che si trovano in conflitto armato. Il Papa vorrebbe un’Europa impegnata per l’ecologia.

Lei è andato su invito di Papa Francesco nell’isola di Lesbo. Cosa si ricorda di quell’esperienza e cosa Lesbo dice oggi all’Europa?

Per me è stata un’esperienza molto forte. Quando sono in preghiera, rivedo i volti delle persone che abbiamo incontrato. Sono rimaste nel mio cuore e vorrei ritornarci con i giovani della mia diocesi. C’è una buona notizia: il governo lussemburghese ha dato l’autorizzazione affinché due famiglie di Lesbo siano accolte a Lussemburgo. La Chiesa provvederà all’alloggio e a tutto quello di cui avranno bisogno, anche dal punto di vista finanziario, senza quindi oneri per lo Stato. Vorrei fare un appello per i profughi e chiedere anche alle altre Chiese in Europa di fare qualcosa. Abbiamo tante diocesi in Europa, se ciascuna si impegna ad accogliere 2 o 3 famiglie, sarebbe un grande contributo alla emergenza. Faccio riferimento ai corridoi umanitari di Sant’Egidio. Tutta la Chiesa dovrebbe collaborare. Anche il Papa una volta ha domandato alle parrocchie e agli istituti religiosi di accogliere i rifugiati.

Quale voce poterà nel cuore della Chiesa?

L’Europa ha bisogno di un rinnovamento spirituale, di una nuova evangelizzazione. Tutto l’insegnamento di Papa Francesco – l’impegno per i poveri, per i rifugiati, per l’ambiente – è una chiamata a cambiare la nostra vita a partire dal quotidiano. Rinnovamento spirituale e impegno nel quotidiano sono due spinte che devono unirsi. Solo così ci sarà una nuova evangelizzazione in Europa.

 

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New cardinals. Jean-Claude Hollerich: “Europe, open yourself up to the world”

Thu, 05/09/2019 - 11:45

“I was deeply moved, especially by one of the many messages I received. It came from the Mare Jonio  vessel. They expressed their joy for my nomination, along with that of Father Michael Czerny and the Archbishop of Bologna Matteo Zuppi. We are all persons who stand by the refugees, they said: ‘the Pope has not forgotten us'”, the archbishop of Luxembourg Jean-Claude Hollerich told SIR. His words show that Pope Francis’ announcement to create 13 new cardinals arrived all the way to the Mediterranean Sea, reaching the ship of the NGO Mediterranea anchored offshore near the island of Lampedusa for days in the midst of a storm. Past May Msgr. Hollerich, President of COMECE – the Commission representing EU Bishops’ Conferences in Brussels – took part in a delegation that visited the island of Lesbos on the initiative of Pope Francis after his journey in 2016, when he visited the refugee population. The delegation also included Card. Konrad Krajewski and Msgr. Sevastianos Rossolatos, Archbishop of Athens. SIR interviewed the archbishop shortly after the announcement.

 

Why has Pope Francis chosen you and what is the significance of this appointment?

You should ask the Holy Father. I believe it is also to honour Comece and its work. The European Union is important to the Pope and it is important for the stability of peace in the world.

What are the Pope’s concerns with regard to Europe?

I think he is concerned about Brexit and the growth of populism across a number of EU Member Countries. Populism is counter to the spirit of Europe. Two world wars have been fought on this land. Thus, it is necessary to show humbleness as Europeans in the world.

But precisely because we have experienced the tragic effects of war, Europe today is called upon to undertake a mission of peace in the world.

It should also be said that many countries of the European Union are working for the reception of refugees, and this is very important for the Pope.

What drives Europe towards populism?

Populism is the opposite of what is European. It artificially recreates an identity and turns it against others. However, identity is constantly changing. It is never permanent. Moreover, even as Europeans, we belong to a diverse reality in which many groups with many identities coexist. If all this is ignored and denied, it becomes painful.

It’s the attitude of whoever is opposed to others, of those who always need to identify an enemy, those who disseminate hate speech. Whoever acts in this way goes against the Gospel.

You mentioned Brexit. What is your message to British politicians and citizens in this delicate process which the UK is experiencing to prevent leaving the EU without a deal?

I would ask politicians to do everything they can to preserve the friendship and the fruitful cooperation between the United Kingdom and the European Union.

There must be no enemies between the European Union and the United Kingdom. It would be fatal.

And it would be contrary to the very idea of Europe. To the English people, I would like to say: we regret it, but we respect the vote you have cast. People in the Member States of the European Union are not your enemies but your friends. We would be poorer without you. We need what England, Wales, Scotland, Northern Ireland have to offer. We need your history and your culture. We will miss you. Without you we will be poorer.

People are worried that Brexit will affect prices, including higher costs for medicines and foodstuffs.

I hope that policies will be put in place to protect the most vulnerable.

It’s like the environmental crisis: the poorest are always the ones who pay the highest price. It’s not fair.

What does the Pope ask of Europe today?

On the basis of his speeches, I believe that the Pope would like to see a social Europe, for the most disadvantaged. A EU where people will be employed, especially the young. The Pope would like to see a Europe that shows solidarity with the poor in the world. A Europe devoid of unbridled capitalism but with an economic system that values ethics and people’s rights. I also think that the Pope would like a European Union where Member States are not involved in the sale of weapons, especially to countries that are involved in armed conflicts. The Pope would like to see an environmentally responsible Europe.

On the Pope’s invitation you have visited the island of Lesbos. What do you remember of that experience and what is Lesbos’ message to today’s Europe?

It was a very powerful experience. When I gather in prayer I can see the faces of the people we met. I treasure them in my heart and I hope to return there with the youths of my diocese. There is some good news: Luxembourg’s government has given permission for two families from Lesbos to be accepted in Luxembourg. The Church will provide for accommodation and everything they need, also financially, at no cost for the State. I would like to make an appeal for refugees and also call on the other Churches in Europe to take action. We have many dioceses in Europe, if each one pledges to receive 2 or 3 families, it would be a great contribution to the emergency situation. I am referring to the humanitarian corridors of Sant’Egidio. The whole Church should collaborate. Even the Pope once asked parishes and religious institutes to welcome the refugees.

Which voice will you bring to the heart of the Church?

Europe needs spiritual renewal, a new evangelization. All the teachings of Pope Francis – dedication to the poor, to refugees, to the environment – are a call to change our lives starting from our everyday life. Spiritual renewal and daily commitment are two forces that must be combined. Only in this way will there be a new evangelization in Europe.

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È necessario migliorare la distribuzione postale!

Thu, 05/09/2019 - 00:00

“Poste Italiane è oggi la più grande realtà del comparto logistico in Italia”: così si presenta Poste Italiane nel suo sito, che si definisce anche “leader nei settori finanziario, assicurativo e dei servizi di pagamento”. Una realtà importante, quella di Poste Italiane, che ha un impatto significativo – in termini diretti e indiretti – sull’intera economia italiana e sul Pil nazionale. Nessun dubbio, certamente.
Dal nostro punto di vista, tuttavia, si scorge anche un altro lato della medaglia e, nella fattispecie, la questione dei ritardi della consegna postale: con oscillazioni più e meno marcate, a seconda del periodo e delle zone, il disservizio si è fatto e si fa sentire – come i nostri lettori segnalano – anche nella distribuzione del nostro settimanale.
È sempre più evidente che Poste Italiane deve dare maggiore sostegno e forza per rispondere alla richiesta accorata di migliorare la distribuzione postale. Una richiesta che in questi anni e, in particolare, in questi ultimi mesi abbiamo rinnovato più volte a Poste Italiane, inviando puntualmente il resoconto delle ritardate o mancate consegne del giornale, segnalateci dai lettori, nella consapevolezza che molti di più sono coloro che hanno patito disservizi rispetto a quanti ce li hanno effettivamente manifestati.
Tutto questo ci rammarica e ci penalizza perché alcuni lettori, a motivo dei ritardi di consegna, minacciano di non rinnovare più l’abbonamento. Gli abbonamenti sono per noi vitali e L’Azione, per vivere, ha bisogno del sostegno convinto di tanti: è ingiusto che a indebolire la sua più che centenaria voce sia non un mancato gradimento ma i ritardi della consegna postale. Dov’è il rispetto degli accordi? Dove la lealtà nel lavoro? Chi difende il diritto di chi paga per un servizio che viene così spesso e così diffusamente disatteso?
Tale sofferenza – sia ben chiaro – è condivisa da tutti i settimanali diocesani del Nordest, che monitorano il persistere del disagio e che non sono stati con le mani in mano: da oltre un anno un nostro rappresentante ha più volte incontrato i vertici di Poste italiane Nordest e, nel mese di maggio, direttori e amministratori di tutte le sedici testate dei settimanali diocesani del Triveneto hanno partecipato a Mestre ad un tavolo con i medesimi vertici. Il confronto è stato aperto e schietto: la relazione dei disservizi testata per testata, l’ascolto da parte dei funzionari presenti, l’ammissione della mancanza di personale (postini), l’apertura ad accogliere l’elenco dei disagi al fine di monitorare e migliorare le criticità più cogenti. Promesse al momento in parte disattese, come la mancata indicazione di un referente specifico al quale far pervenire le segnalazioni dei ritardi dei nostri lettori.
Non si mette in discussione l’impegno personale dei postini e degli altri operatori di Poste Italiane, ma sta di fatto che il sistema di distribuzione, così come è strutturato, mostra gravi limiti: essi vanno superati in primo luogo per rispetto dei cittadini. Il punto di partenza di ogni considerazione deve essere il riconoscimento che la distribuzione postale rappresenta un servizio essenziale per la vita delle persone e, per questo, va assicurato nel modo migliore possibile. L’impressione, invece, è che sia sempre più determinante una considerazione di ordine economico che spinge a ridurre le spese e, conseguentemente, la qualità del servizio.
Ci sembra urgente e necessario che Poste Italiane cambi registro. Non basta qualche aggiustamento, come non è sufficiente la buona volontà delle singole persone. Bisogna investire nella distribuzione postale e garantire le giuste risorse economiche ed umane.
Confidiamo che Poste Italiane accolga questo appello e garantisca con più puntualità quello che è stabilito per contratto, vale a dire la consegna dei nostri settimanali nei giorni di giovedì o venerdì. Ai nostri lettori chiediamo, oltre alla pazienza, di sfruttare la nostra nuova edizione digitale su web e app, per leggere il giornale con immediatezza, e di continuare a segnalarci eventuali disservizi e ritardi.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Governo alla prova

Thu, 05/09/2019 - 00:00

Nella giornata di mercoledì dunque la salita al Quirinale da parte del presidente incaricato Giuseppe Conte per sciogliere la riserva e per presentare al presidente della Repubblica la lista dei ministri. I due nuovi “alleati” – con il determinante ruolo di Conte – sono riusciti nell’impresa che appariva senz’altro ardua, ma quasi “obbligata”. Dopo le lunghe trattative sui programmi e soprattutto sulle poltrone, si conclude così anche il totoministri con i nomi finalmente definiti dal premier e accolti dal Colle. In realtà, tutta la vicenda ha un che di surreale, se si pensa ai punti di partenza, cioè allo sgambetto di Salvini in pieno agosto e soprattutto alla ferma e conclamata decisione del M5S e del Pd di non mettersi “mai” insieme. Come si sa, è stata la spregiudicatezza di Renzi a “spingere” Zingaretti e la intuizione tragicomica di Grillo a “costringere” Di Maio sulla strada dell’accordo. Così il neosegretario dem e il capo politico del Movimento hanno dovuto procedere controvoglia ma alla fine adeguandosi all’ineluttabile. L’uno e l’altro hanno perso qualcosa e guadagnato qualcos’altro. Zingaretti che proclamava la “discontinuità” si è ritrovato con un Conte bis, ma in compenso ha piazzato imprevedibilmente il suo partito in buona posizione al governo; ha dovuto cedere alla pesante inventiva di Renzi, ma ha condotto in prima persona le trattative. Di Maio che pretendeva il vicepremierato, ha dovuto accontentarsi di un ruolo più defilato, ma ha tenuto il punto sui suoi …20 punti (che poi sono diventati 26…); ha perso prestigio all’interno del Movimento a favore di Conte (che si ostina a definire “super partes”), ma ha avuto la soddisfazione di far funzionare alla perfezione la piattaforma Rousseau. A proposito, curiosa davvero questa storia – definita con orgoglio un “unicum” in tutto l’Occidente (anzi in tutto il mondo…) – con un parere vincolante affidato a circa 100.000 iscritti e col responso favorevole del 79% (cioè, come rileva beffardamente la Meloni, lo 0,5% degli elettori del M5S) più importante rispetto al parere del Parlamento: emblema delle assurde pretese della democrazia diretta sulla democrazia rappresentativa! A questo punto, comunque, non si può negare che le due formazioni politiche – l’erede dei partiti storici e l’alfiere dei movimenti antisistema – hanno già avviato una fase di evoluzione che li porta ad un’inevitabile mutazione. Il Pd si acconcia ad un impensabile accordo col M5S, a suo tempo rifiutato e demonizzato, e dovrà trasformare le sue politiche per concordare linee comuni con chi ha sempre avversato votandogli contro in aula per oltre un anno ai vari provvedimenti. I cinquestelle (per quanto cerchino di mascherare la realtà…) hanno già cominciato a rimangiarsi gran parte del detto e dell’operato precedente (ad esempio in tema di europeismo…). In ogni caso il nuovo governo, atteso ora alla prova non scontata del Parlamento, dovrà trovare la quadra su molti punti controversi, a partire dalla questione migranti (su cui cercare un difficile equilibrio) e dalla incalzante stagnazione economica (nonostante il vento favorevole dei mercati). Salvini intanto li attende al varco delle non lontane elezioni regionali, primo utile test per Conte e per il Paese.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Ponti “malati”, Pavia paga anche con il lavoro

Thu, 05/09/2019 - 00:00

Le gravi carenze di cui soffre il sistema delle infrastrutture della provincia di Pavia sono oggetto, da tempo, di un acceso dibattito tra politici e mondo dell’economia locale. A più riprese le associazioni imprenditoriali (in particolare la Confindustria) ricordano che nell’attuale situazione, con i ponti “malati” e la rete stradale disastrata, diventa molto difficile sostenere l’attività delle aziende esistenti e sperare che qualche impresa decida di trasferirsi nel nostro territorio. A un quadro di per sé già desolante si è aggiunto ora il grido di allarme lanciato da Cna Pavia, la più importante realtà associativa, in provincia, per l’artigianato e la piccola e media impresa. La disastrosa situazione della rete infrastrutturale ha mandato in crisi il settore dell’autotrasporto: negli ultimi 10 anni in provincia di Pavia hanno chiuso 220 imprese, il 20 per cento del totale, e si sono persi 610 posti di lavoro. Solo poco più del 30 per cento di questi lavoratori è riuscito a trovare una nuova occupazione. Nel 2008 le imprese dell’autotrasporto sul territorio provinciale erano 1.021, con 2.360 addetti; alla fine del 2018 sono scese a 802, con soli 1.750 addetti. Certo, in questa flessione ha inciso anche la crisi economica; ma lo stato pietoso in cui versano ponti e strade ha inferto un colpo durissimo. Sono numeri di fronte ai quali bisogna reagire. Per il nuovo Ponte della Becca sembrava che si fosse finalmente intrapresa la strada giusta: speriamo che con il cambio di governo non si blocchi l’iter di un’opera vitale per il futuro della nostra provincia.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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Venezia76: ottavo giorno alla Mostra. In concorso “Saturday Fiction” di Lou Ye, “Babytheet” di Murphy e “Guest of Honour” di Egoyan

Wed, 04/09/2019 - 20:03

76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, ottavo giorno di concorso. Mercoledì 4 settembre per corsa al Leone d’oro troviamo l’australiano “Babytheet” dell’esordiente Shannon Murphy, il cinese “Saturday Fiction” firmato Lou Ye con la diva asiatica Gong Li, e il canadese “Guest of Honour” di Atom Egoyan, passato in tarda serata martedì 2 settembre. Il punto sulle proiezioni con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“Saturday Fiction”

Nato a Shanghai nel 1965 da due artisti di teatro, il regista cinese Lou Ye presenta a Venezia 76 “Saturday Fiction”. Ambientato nella Shanghai del 1941, a poca distanza dall’attacco di Pearl Harbour, è il racconto della messa in scena di uno spettacolo teatrale con la famosa attrice Jean Yu (Gong Li); nelle pause della lavorazione, l’azione si sposta poi nell’albergo internazionale dell’artista, che diventa a sua volta palcoscenico di incontri segreti e operazioni di spionaggio. “Strizzando l’occhio al coevo cinema americano” – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria del premio cattolico Signis – “citato soprattutto nel prezioso bianco e nero, il regista Lou Ye mette insieme un thriller spionistico sullo sfondo della Seconda guerra mondiale. Il racconto prende il via in maniera pulita e lineare, per diventare in seguito fin troppo sovraccarico di vicende collaterali di non facile lettura. Tuttavia il film riesce a convergere verso un finale di grande tensione e pathos, in ossequio alla grande tradizione del giallo a stelle e strisce”. “L’ambientazione è senza dubbio elegante ed enigmatica, cui la scelta del bianco e nero imprime ancora più suspense” – afferma Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis – “Interessante la sovrapposizione tra la dimensione della messa in scena teatrale e la ‘partita a scacchi’ spionistica. A dire il vero, il tutto poteva essere amalgamato meglio, in maniera più fluida e meno verbosa. A conferire forza narrativa al racconto è l’interpretazione di Gong Li, la più famosa attrice cinese che conferma intensità e capacità mimetiche. Un bel ritorno a Venezia per Gong Li, che potrebbe portarla a una nuova Coppa Volpi”. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“Babytheet”

La seconda regista in competizione è un’esordiente. Stiamo parlando dell’australiana Shannon Murphy, che a Venezia 76 presenta “Babytheet” (“Denti da latte”). Il film racconta la vicenda di Milla, adolescente colpita da un cancro aggressivo; Milla è circondata dalle attenzioni dei genitori, che la stimolano verso una quotidianità sana e attiva. Quasi a voler scardinare questa calma apparente, Milla si getta in un’amicizia appassionata con il ventenne Moses, fuggito di casa e dedito alla droga. “Dopo una lunga attività teatrale e televisiva, la regista Shannon Murphy passa dietro alla macchina da presa” – sottolinea Massimo Giraldi – “Il racconto si sottrae alle consuete modalità narrative dell’argomento, per concentrarsi sulla nascita di un sentimento tra due giovani. Un sentimento destinato a crescere e farsi valore di vita. Uno dei temi centrali è il rapporto di Milla con i genitori, tra momenti di intesa e accesi contrasti; tale rapporto è tratteggiato in maniera credibile, segnato da grande spontaneità”. “Si fa sempre più nutrito il filone su cinema e malattia” – rimarca Sergio Perugini – “che oltre al registro drammatico negli ultimi dieci anni si è caricato anche di una vis ironica e umoristica, quasi a sfidare tale tabù narrativo. Il racconto della Murphy funziona dal punto di vista stilistico, con soluzioni visive originali e di grande freschezza. Cuore della storia è il sentimento d’amore e accoglienza, capace di squarciare orizzonti di speranza lì dove si fatica a trovarne traccia. Milla sente che la malattia la incalza e vede nel problematico Moses una via d’uscita, un modo per sottrarsi alla pressione schiacciante. In Moses però scopre di più: un giovane disperso da amare e cui ridare fiducia nella vita, nei legami familiari, nel domani”. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti anche tra adolescenti.

“Guest of Honour”

Canadese, classe 1960, Atom Egoyan non è nuovo al concorso veneziano. Ritorna ora alla Mostra con un thriller psicologico dal titolo “Guest of Honour” con David Thewlis, Luke Wilson e Laysla De Oliveira. È una storia sfumata ed enigmatica quella del film, che mette a tema la ricerca della verità: Veronica è in conflitto con il padre Jim, un integerrimo ispettore sanitario schivo e silenzioso; la donna, insegnate di musica in liceo canadese, incappa in una situazione imprevista che la conduce drammaticamente in prigione. Il padre non accetta la versione ufficiale dei fatti, pertanto cerca di andare in profondità nella vicenda. “Quasi tutto giocato in flashback” – afferma Giraldi – “il film di Egoyan non è sempre coerente con la linea narrativa, inciampando in alcuni momenti di confusione. Il regista resta comunque a galla grazie alla sua notevole esperienza, che gli permette di mostrare personaggi robusti e credibili. Nel complesso il film possiede capacità attrattiva notevole, in primis per la linea mistery ben alimentata”. “Un giallo non solo giudiziario ma anche dei sentimenti” – aggiunge Perugini – “Finisce sotto la lente d’ingrandimento il rapporto padre-figlia, che deraglia spesso per ingombranti silenzi o taciute verità. Verità apparentemente solide che però rischiano di vacillare spostando la prospettiva di osservazione. E in questo è molto talentuoso il regista Egoyan, che smonta le certezze e allarga il campo di osservazione. L’ambientazione autunnale canadese e la componente musicale incidono particolarmente nel racconto, aggiungendo atmosfera ed eleganza”. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso e problematico.

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Via al Governo Conte Bis: le parole del presidente del Consiglio e la lista dei ministri

Wed, 04/09/2019 - 20:00

“Forti di un programma che guarda al futuro dedicheremo con questa squadra le nostri migliori energie e competenze, la nostra passione a rendere l’Italia migliore nell’interesse di tutti i cittadini, da Nord a Sud”. Sono queste le brevi parole che Giuseppe Conte ha pronunciato dopo aver letto la lista dei ministri del secondo governo da lui presieduto, dopo aver avuto il via libera del Capo dello Stato. Un governo di “tutti i cittadini”. Del popolo, verrebbe da dire, se il termine non fosse stato logorato da un prolungato uso strumentale. Sì, perché anche questo governo nasce da una manifestazione della volontà popolare, secondo quanto prevede la nostra Costituzione. Senza una maggioranza in Parlamento, dove siedono i rappresentanti eletti dai cittadini, nessun governo potrebbe infatti sussistere.

Dei 21 ministri, dieci sono espressione del M5S, nove del Pd, uno di Leu (la cui piccola rappresentanza è però decisiva al Senato) e la lista si completa con un tecnico in un ruolo di primissimo piano, quello di ministro degli Interni.

Al Viminale sarà Luciana Lamorgese, già prefetto di Milano, a ricoprire l’incarico che nel precedente esecutivo è stato di Matteo Salvini. Con Lamorgese ci sono altre sei donne nella compagine di governo, che nel complesso si presenta piuttosto giovane, anche se con persone di grande esperienza in alcuni posti strategici. Come il ministero dell’Economia, appannaggio di Roberto Gualtieri (Pd), presidente della commissione economica del Parlamento di Strasburgo e uno degli italiani più conosciuti e stimati a livello europeo.

Se è giusto mettere in evidenza il dosaggio degli equilibri faticosamente raggiunti (ma è stato ancor più faticoso nella precedente occasione) tra le forze della nuova maggioranza, la sfida che ha davanti Conte è proprio quella di far lavorare un governo unitario con un programma condiviso. L’esperienza da non ripetere è quella dei due governi in uno, tenuti insieme da un “contratto” in cui erano giustapposte le istanze dei due partiti premiati dalle elezioni a cui però – è sempre bene ricordarlo – avevano partecipato in competizione tra loro.

E’ una sfida, non un risultato già conseguito, e molto dipenderà proprio della figura del Presidente del Consiglio che rispetto al suo debutto in politica ha acquisito uno spessore e una rilevanza addirittura sorprendenti. Di sé ha detto di essere stato indicato dal M5S, ma di non appartenere al Movimento i cui iscritti, peraltro, lo hanno appoggiato in misura massiccia con il voto telematico sulla piattaforma Rousseau.

La lista dei ministri vede in un posto tradizionalmente di prestigio, gli Esteri, il capo politico dei Cinquestelle, Luigi Di Maio, che pare sia il più giovane titolare della Farnesina della storia repubblicana. I due incarichi che Di Maio aveva nel precedente esecutivo sono stati separati, ma sono rimasti in casa grillina, con Nunzia Catalfo al Lavoro e Stefano Patuanelli allo Sviluppo economico. Alla Difesa c’è Lorenzo Guerini (Pd), mentre alla Giustizia è stato confermato Alfonso Bonafede (M5S). Alle Infrastrutture e alle Politiche agricole troviamo rispettivamente Paola De Micheli e Teresa Bellanova, entrambe del Pd. Lorenzo Fioramonti (M5S) è il nuovo ministro dell’Istruzione dopo essere stato vice nella precedente compagine. Sergio Costa (M5S) conserva l’incarico all’Ambiente. Alla Salute il ministro è Roberto Speranza (Leu). Del M5S sono i titolari dei Rapporti con il Parlamento (Federico D’Incà), del nuovo dicastero dell’Innovazione (Paola Pisano), della Pubblica amministrazione (Fabiana Dadone), dello Sport e delle politiche giovanili (Vincenzo Spadafora). Del Pd sono i ministri dei Beni culturali e Turismo (Dario Franceschini), degli Affari regionali (Francesco Boccia), del Sud (Giuseppe Provenzano), di Pari opportunità e famiglia (Elena Bonetti), degli Affari europei (Vincenzo Amendola). Il pentastellato Riccardo Fraccaro sarà il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, un ruolo molto delicato su cui si sarebbe consumato l’ultimo braccio di ferro nella fase di formazione dell’esecutivo.

E ora “una volta che, in base alle indicazioni di una maggioranza parlamentare, si è formato un governo, la parola compete al Parlamento e al Governo”. E’ stato lo stesso Capo dello Stato a sottolinearlo, con un sintetico quanto efficace richiamo alla Costituzione, in un saluto ai giornalisti che a fine giornata ancora affollavano la sala stampa del Quirinale. Un Sergio Mattarella finalmente sorridente, dopo essere riuscito ancora una volta a consentire che i partiti rappresentati in Parlamento assicurassero un governo al Paese in un quadro politico a dir poco complicato. Il Presidente ha anche colto l’occasione per riaffermare “l’importanza e il valore della libera stampa”. “Per me – ha raccontato – è stato di grande interesse leggere ogni mattina, sui giornali stampati oppure on-line, o ascoltare la sera in tv, le cronache e le interpretazioni dei fatti da diversi punti di vista. Questo confronto tra prospettive differenti, opinioni diverse e diverse valutazioni, è prezioso per me, come per chiunque”.

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Hong Kong: Carrie Lam ritira l’emendamento ma per i manifestanti la “lotta per la libertà” non è finita

Wed, 04/09/2019 - 14:36

4 promesse dopo 13 settimane di scontro, per placare violenze e proteste.  Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong, sceglie di fare un passo indietro nel tentativo, disperato, di riportare ordine e tranquillità ad Hong Kong. La prima misura annunciata in un attesissimo video-messaggio  è “il ritiro completo dell’emendamento alla legge sull’estradizione. E’ stato questo a spingere per settimane milioni di persone per le strade di Hong Kong:  contrastare una legge che rischiava di mettere in pericolo l’indipendenza di Hong Kong verso la Cina. La Lam ha anche promesso che verranno eletti nuovi membri nel Consiglio indipendente per le denunce contro la polizia (Ipcc); che funzionari del governo ascolteranno le opinioni del pubblico e che il governo inviterà persone provenienti da diversi settori della società a svolgere un’indagine indipendente sui recenti eventi politici.

Nonostante le promesse della Lam e il volo al rialzo delle borse, i manifestanti si dicono delusi e promettono ancora battaglia. “Sebbene il disegno di legge sia stato formalmente ritirato, la lotta per la libertà di Hong Kong non è terminata. Tutte e cinque le nostre richieste devono essere soddisfatte, con uguale importanza”. Inizia così una dichiarazione dei “Guardians of Hong Kong”, uno dei gruppi che in questi mesi è sceso in piazza per protestare e che comunica via telegram. “Quali sono le differenze essenziali tra il fatto che il Bill sia ‘morto’ e che sia ‘ritirato’?, chiedono.

“Il ritiro formale del disegno di legge non significa che la lotta per la libertà di Hong Kong sia finita. La nostra posizione in tutti questi mesi è stata chiara: tutte e cinque le richieste devono essere soddisfatte”.

Le richieste sono, oltre al ritiro definitivo dell’emendamento, l’implementazione del suffragio universale in entrambe le elezioni del capo del governo e del consiglio legislativo; la soppressione da parte del governo della definizione degli scontri violenti come semplici “sommosse”; l’avvio di un’indagine completamente indipendente sulle azioni della polizia; e infine il rilascio incondizionato  di tutte le persone arrestate in relazione agli scontri. “Cinque richieste, non una in meno”, incalzano. “Nessun compromesso. Liberare Hong Kong. Rivoluzione dei nostri tempi. Combattere per la libertà. Stare con Hong Kong”.

Il popolo di Hong Kong è rimasto colpito dalla violenza usata dalla polizia contro i manifestanti. La lista delle denunce è lunga:  dal 12 giugno al 4 settembre, sono state arrestate 1138; sono state utilizzate oltre 2.500 bombole di gas lacrimogeni; sparati 500 proiettili di gomma; almeno 2 persone sono state colpite agli occhi. C’è anche il dubbio che poliziotti si siano infiltrati tra i manifestanti ed abbiano agito come “agenti provocatori”. A dare voce ai giovani di Hong Kong, c’è Edwin Chow della Federazione degli studenti cattolici. “Sì, sono preoccupato per la reazione della polizia”, dice al Sir. “Continua a usare violenza eccessiva nei confronti delle persone, come picchiare cittadini innocenti all’interno della metropolitana o usare gas lacrimogeni anche in luoghi chiusi. Si continuano ad arrestare persone innocenti. Questi atti mirano a creare terrore”. E poi confessa: “riguardo alla mia persona, ho paura di essere arrestato dalla polizia, ma ciò nonostante continuo a protestare, non mi arrenderò mai al governo”. Edwin ricorda che la protesta è nata per contrastare l’emendamento alla legge sulla estradizione ma aggiunge anche che cinque sono le richieste della gente. “Il mio sogno – confida – è che Hong Kong possa davvero raggiungere la democrazia e la libertà”. E poi lancia una serie di appelli. “A Carrie Lam, che è cattolica. Spero che ricordi la sua identità di cattolica e di serva di Dio, ma non di serva del PCC. Spero che possa ascoltare Dio e il suo popolo. Rivolgiamo un appello anche alla polizia di Hong Kong, perché possano avere un giudizio saggio su ciascuna delle loro azioni, e perché seguano non solo gli ordini, ma anche i loro cuori. E infine ai giovani cattolici del mondo: per favore, pregate per Hong Kong e in solidarietà con noi”.

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Brexit, tension in Westminster. Stuart (political analyst): populism is winning over

Wed, 04/09/2019 - 14:28

Lack of written legislation and “deeply tribal” politics, which means that the two most important parties, Labour and Conservative, are not used to working together: these are the reasons for the chaos that is wreaking havoc in Westminster according to Mark Stuart, Professor of Politics and International Relations at the University of Nottingham. “Britain is not used to coalition governments in the national interest and Brexit is bringing to the fore all existing divisions within political parties and in the country,” the expert explained. “The Europe-issue has always produced great tensions in our country. Even in June 1975, when Britain decided to enter the single market for the first time, Labour Prime Minister Harold Wilson left his ministers free to vote as they wished because his cabinet was divided on the issue. That’ s what happened with David Cameron – promoter of the referendum on Brexit – in 2016, when 52% of British citizens chose to withdraw from the European Union.”

Is it hard to predict what will happen next, after Tory PM Boris Johnson lost his majority at the House of Commons?
I can imagine what will happen between now and tomorrow. Boris Johnson will propose a motion for general elections but, according to the 2011 Fixed-term Parliaments Act, government will need a majority of two-thirds of MPs to trigger an election, and therefore it needs the Labour votes. I believe that Jeremy Corbyn (Labour leader Ed.’s note) will choose to abstain, unless the Prime Minister agrees on a specific date for the vote, such as October 14.

Labour leader fears the prime minister may change election day, even at the last minute,

by using powers of “proclamation”  – whereby MPs call for a given solution. If Johnson manages to move polling day to after 31 October the UK will leave the European Union without a deal, as the PM is hoping.”

There is talk of a vote of no-confidence whereby Tory party members would vote against their government in order to return to the polls.  What is your view?
It could happen, although under the 2011 Act if a on a motion of no-confidence is defeated, a period of reflection of fourteen days is needed, when any party or coalition can go to power, provided it obtains the support of the House of Commons. It is entirely possible that, in this period of time, a coalition government will be formed with Labour, rebel Conservatives and Liberal Democrats – led by Kenneth Clarke, a Conservative Pro-European Member of Parliament with the most years of service, or Harriet Harman, Labour MP, who has also served in the House of Commons for many years – with the sole aim of delaying withdrawal from the European Union.

Prime Minister Boris Johnson wants general elections because he thinks he can win them since, according to the latest polls, the Tory party, with 35%, is ten points ahead of Labour, projected at 25%.

The truth is that election results would almost certainly produce a “hung parliament”, i.e. a parliament where no party has a majority.

Boris Johnson has decided to expel from the Conservative Party twenty-one experienced, highly respected parliamentarians simply because they disagree with his strategy of severing relations with the European Union. The governing party thus appears to be internally divided …
We are witnessing a “purge” of moderates or, it could be described as a “Ukipification” of the Tories (UKIP is a populist party and one of the main supporters of the United Kingdom’s exit from the EU, Ed.’s note). Moreover, the Conservative Party increasingly resembles a populist and nationalist movement that wants Brexit at all costs. It’s a dramatic and extremely rapid change that leaves me speechless.

I can’t believe that what has always been a party of businessmen is not concerned about the dreadful economic consequences of a no-deal

exit from the EU. Unfortunately, these are survival strategies. While Labour is increasingly becoming the party of whoever intends to remain in the EU, since the majority of its members have chosen this position, Conservatives have not made a choice and thus they now represent the voice of the Brexiteers. The Tories were shocked by the results of the last European elections when they only gained 9% of the votes. I’m afraid we are on our way to a no-deal Brexit on 31 October next, and I am stockpiling up on food and preparing for the worst.

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Brexit, scontro a Westminster. Stuart (politologo): sta vincendo il populismo

Wed, 04/09/2019 - 14:28

Mancanza di una legislazione scritta e una politica “profondamente tribale” che fa sì che i due partiti più importanti, laburisti e conservatori, non siano abituati a collaborare: queste sarebbero le ragioni del caos che sta travolgendo il parlamento di Westminster secondo Mark Stuart, docente di politica e relazioni internazionali all’Università di Nottingham. “La Gran Bretagna non è abituata a governi di coalizione nell’interesse nazionale e Brexit sta mettendo in evidenza tutte le divisioni che esistono dentro i partiti e nel Paese”, spiega l’esperto. “La questione-Europa ha sempre generato grosse tensioni nel nostro Paese. Anche nel giugno del 1975, quando la Gran Bretagna decise di entrare, per la prima volta, nel mercato unico, il premier laburista Harold Wilson lasciò i suoi ministri liberi di votare come volevano perché il suo gabinetto era diviso sulla questione. Proprio come è successo con David Cameron – promotore del referendum sul Brexit – nel 2016, quando il 52% dei cittadini britannici hanno scelto il recesso dall’Unione europea”.

È molto difficile, quindi, fare previsioni su quello che succederà, dopo che il premier conservatore Boris Johnson sembra aver perso la maggioranza alla camera dei Comuni?
Posso immaginare che cosa capiterà tra oggi e domani. Boris Johnson proporrà una mozione per ottenere elezioni generali ma, secondo la legislazione introdotta nel 2011 sui tempi parlamentari, il governo deve avere i due terzi dei voti di Westminster per farla approvare e ha, quindi, bisogno dei voti laburisti. Ritengo che Jeremy Corbyn (leader laburista, ndr) sceglierà l’astensione, a meno che il premier non si impegni su una data precisa per il voto come il 14 ottobre. Il leader Labour ha paura che il primo ministro possa cambiare il giorno delle elezioni, anche all’ultimo momento, con una procedura di acclamazione con la quale i deputati urlano per ottenere una certa soluzione. Se Johnson riesce – posticipando la data delle elezioni – a estendere la campagna elettorale oltre il 31 ottobre, infatti, il Regno Unito uscirà dall’Unione europea senza un accordo, come vuole il premier”.

Si parla di una mozione di sfiducia con la quale gli stessi membri del partito Tory voteranno contro il loro governo per poter tornare alle urne. Cosa ne pensa?
È possibile, anche se la legislazione del 2011 dice che se un voto su una mozione di sfiducia viene sconfitto, occorre un periodo di riflessione di quattordici giorni, quando qualunque partito o coalizione può andare al potere, purché ottenga il sostegno della Camera dei Comuni. È perfettamente possibile che, in questo lasso di tempo, un governo di coalizione venga formato con laburisti, ribelli conservatori e liberaldemocratici – guidato da Kenneth Clarke, un conservatore europeista che è il deputato con più anni di servizio, o Harriet Harman, una laburista, anche lei da moltissimi anni alla Camera dei Comuni – con l’unico obiettivo di ritardare il recesso dall’Unione europea. Il premier Johnson vuole elezioni generali perché pensa di poterle vincere dal momento che, secondo gli ultimi sondaggi, il partito Tory, con il 35%, è di dieci punti avanti rispetto a quello laburista, che è dato al 25%. La realtà è che il risultato elettorale, quasi sicuramente, produrrebbe un “hung parliament”, ovvero un parlamento dove nessun partito ha la maggioranza.

Boris Johnson ha deciso di espellere dal partito conservatore ventun parlamentari con grande esperienza, molto stimati, soltanto perché non appoggiano la sua strategia di rottura con l’Unione europea. Il partito di governo appare dunque lacerato al suo interno…
Stiamo assistendo a una “purga” dei moderati o, si potrebbe anche dire, a una “Ukipificazione” dei Tory (l’Ukip è il partito populista che è stato tra i grandi sostenitore dell’uscita del Regno Unto dall’Ue, ndr). Insomma il partito conservatore assomiglia sempre di più a un movimento populista e nazionalista che vuole il Brexit a tutti i costi. Si tratta di un cambiamento drammatico e rapidissimo che mi lascia senza parole. Non riesco a credere che quello che è, da sempre, il partito degli uomini d’affari non si preoccupi delle tremende conseguenze economiche del “no deal”, l’uscita senza accordo dalla Ue. Si tratta, purtroppo, di strategie di sopravvivenza. Mentre i laburisti stanno diventando il partito di chi vuole rimanere nell’Unione, perché la maggioranza dei suoi membri ha scelto questa posizione, i conservatori non hanno scelto e diventano così la voce di chi vuole andarsene dall’Unione. I Tory sono rimasti scioccati dai risultati delle ultime elezioni europee quando hanno ottenuto soltanto il 9% dei voti. Sono convinto che ci stiamo avviando verso una rottura con l’Unione europea senza accordo, il prossimo 31 ottobre, e sto facendo provviste di cibo preparandomi al peggio.

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Poland, Catholic media sees new growth. Fr Pawlaszczyk: “The quality challenge”

Wed, 04/09/2019 - 12:17

An sales increase of more than 3% of the Catholic weekly Gość Niedzielny (Sunday Visitor), in April 2019, compared to those of the previous year may appear to be a rather insignificant market success were it not referred to print media. With more and more readers turning to the Internet for information and abandoning newsstands, coupled with an overall decline in sales of newspapers and magazines in Europe, this is a significant result, considered exceptional by some. Another Catholic weekly, Tygodnik Powszechny, recorded an equally significant increase in sales (over 3%) in Poland.

Fact-finding, unbiased reporting. “Despite the world-wide decline in the circulation of printed media – said Fr Adam Pawlaszczyk (in the large photo), editor-in-chief of Gość Niedzielny since February 2018 – the real crisis stems from the decline of journalism as a profession of public confidence, based on scrupulous verification of the facts, seeking the truth with unbiased reporting.  Nowadays, he remarked, “the work of journalists is often replaced by that of marketing specialists, with outcomes that fail to attract readers’ trust. Gość Niedzielny is

“a Europe-wide phenomenon: I know of no other Catholic weekly magazine ranking first among national opinion weeklies on a regular basis”,

said Fr Adam Pawlaszczyk during the latest Council of diocesan Polish bishops whilst presenting the figures on the first six months of 2019 with an average of almost 120,000 copies sold, while the most popular, structurally a-religious Polish weekly Polityka sold just over 90,000 copies.

News reports and in-depth analysis. The latest issue of “Gość Niedzielny”, dated 1 September, is primarily dedicated to education, as 2 September marked the beginning of the school year in Poland. The issue does not fail to cover the 80th anniversary of the Second World War along with an interesting survey on young Poles aged between 17 and 24 who “don’ t trust politicians”, and prefer the opponents of the current government, but consider a well-off and relaxed life more important than public activity. They want comforts, professional gratification – reads the article – and the possibility to enjoy their free time in a relaxed way; they are focused on how to improve their own future without worrying about the needs of others, while the State should provide well-paid jobs, low taxes and efficient schooling system. In the first September issue, Gosc features an article on the tragedy in the Tatra mountains, where two adults and two children died in a thunderstorm while a hundred or so tourists were left injured, and an interview with Italian 95-year-old Emma Morosini who went on a pilgrimage to Jasna Góra, along with directions to devote one hour a day to the Guard of Honour to the Sacred Heart of Jesus.

Monthly publication for children. The editorial staff of Gość is composed of 135 people from all over Poland and a large number of full-time or occasional collaborators who enrich each issue with their contributions, sometimes dedicated to strictly topical issues and, in other cases, to other broader issues.

The first issue of the magazine was published on September 9, 1923. Compared to its initial 8 pages, today Gość consists of 76 pages.

In addition, besides 20 diocesan 8-page supplements, every issue includes a 16-page TV insert. The weekly is completed by a monthly magazine supplement for young readers, Mały Gość Niedzielny, whose annual sales total over half a million copies. Both magazines are published by Instytut Gość Media, which is also the owner of the news portal www.wiara.pl with the support of the Gość Niedzielny Foundation, which aims to “develop and promote Christian culture in the awareness that a false image of man, regardless of his religious dimension, is the main cause of cultural decadence.”

The support of parishes. Speaking at the Bishops’ Council, Fr Adam Pawlaszczyk pointed out that Gość long-standing top-ranking is also a result of the publication’s distribution in parishes, as it offers pastoral assistance to priests. “But today we need a greater commitment from priests; without it, the Catholic press would disappear from the market”, observed the priest-journalist, stressing that 78% of sales of Gość takes place through its 8,500 parishes in 26 dioceses throughout the territory of Poland, while only 19% through traditional retail networks.

Universal language. The other Catholic weekly, Tygodnik Powszechny, which, as confirmed by the Polish Institute for Press Control, is the opinion weekly with the fastest growth since 2013, selling almost 1.4 million copies over the last year (July 2018 – June 2019), is distributed exclusively through newsstands sales.

“We seek to be the voice of the Church of Pope Francis and present the faith and the Church in Poland and the world with a universal language” 

above “party and political divisions, free of the drama intended to stir up an emotional response”, Paweł Bravo (in the photo), director of the local news desk, told SIR. The magazine is primarily directed at readers over-20 who live in towns with more than 50,000 inhabitants.

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Mezzogiorno e giovani. De Giovanni (scrittore): “La cultura l’unico baluardo contro la criminalità”

Wed, 04/09/2019 - 12:17

Il nostro Mezzogiorno è stato culla della cultura, crocevia di molte civiltà che lungo i secoli hanno arricchito il nostro bagaglio culturale. Oggi può ambire ancora a questo ruolo? La risposta non è così semplice: ci sono giovani, preparati, che per avere un futuro scappano da questa terra e ce ne sono altri che, abbandonato il percorso scolastico e senza prospettive, vanno a ingrossare le fila della criminalità organizzata. La povertà educativa, con tutte le sue conseguenze negative,  è un problema che affligge il Sud: nel report di Tuttoscuola, pubblicato in occasione della riapertura delle scuole a settembre, sono richiamati i dati Invalsi che mostrano forti carenze, tra gli studenti meridionali anche dell’ultimo anno delle superiori, nella comprensione di un testo in italiano. Nel mese di luglio, poi, sono morti Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo, siciliano il primo, napoletano il secondo, maestri che hanno saputo parlare, con lucidità e sensibilità, di questa nostra epoca e dei suoi mali. Hanno lasciato eredi? Di questo Sud, con le sue contraddizioni millenarie, parliamo con uno scrittore noto ed amato per i personaggi che ha creato, dal commissario Ricciardi ai “bastardi di Pizzofalcone”: Maurizio De Giovanni.

Il Sud culla della cultura ha perso oggi questo ruolo?

Non credo che abbia perso questo ruolo, ma che sia una questione di punti di vista. Oggi il plurale, cioè il confronto tra le culture nel rispetto reciproco, è passato di moda, prevalgono l’intolleranza, il pensiero unico, lo slogan, la semplificazione che implica, per forza di cose, il pregiudizio. Il plurale viene schiacciato dall’omologazione, che è un problema dove sussistono le multi-culture. Se io in casa non parlo italiano ma la mia lingua sia essa il dialetto o altra di derivazione dalla cultura da cui provengo, la pretesa dell’italiano diventa problematica. In questo contesto la caratteristica positiva della pluralità del Sud diventa negativa.

Non la scandalizzano quindi i risultati delle prove Invalsi?

Non possiamo giudicare l’effetto senza tener conto delle cause. A Napoli registriamo il 46% di dispersione scolastica. Parliamo di un problema endemico sociale che ha risvolti ben più gravi dei risultati delle prove Invalsi, parliamo di carne di manovalanza per la criminalità organizzata. Questi ragazzi che non vanno a scuola cosa fanno in alternativa? Non passano il tempo in piscina. Dispersione scolastica vuol dire un’apertura alle stese di camorra, alla criminalità minorile, al traffico di stupefacenti. Larghe fasce del territorio di questo Paese non sono sotto il controllo dello Stato, il porto di Gioia Tauro incamera oltre il 50% degli stupefacenti che alimentano il mercato europeo e rendono la ‘ndrangheta, che gestisce il porto come fosse cosa propria, la struttura di criminalità organizzata più ricca del mondo. Non sono questi problemi che dovrebbe essere all’attenzione di tutti?

La cultura può essere la risposta a illegalità e criminalità organizzata?

È l’unico baluardo possibile contro la criminalità:

la cultura è fonte di reddito pulito, è rispetto della tradizione, di una storia, di un’archeologia più che millenaria che abbiamo e potremmo utilizzare. Napoli, “capitale” del Meridione, ha il 106% in più di presenze turistiche nell’ultimo decennio. Questa è un’opportunità: i turisti vengono per la cultura che la città offre. Se questa cultura dovesse diventare finalmente una fonte di reddito, con il sostegno delle istituzioni, sarebbe un bene.

Concretamente come si contrasta la povertà educativa al Sud?

Facendo proprio della cultura economia: facendo in modo che la gente che viene a vedere i luoghi dove sono ambientati i bastardi di Pizzofalcone o l’amica geniale e perfino Gomorra possa scoprire che sono posti anche molto accoglienti. Il turismo, lo spettacolo, la cultura sono l’unica opportunità in un luogo in cui l’industria e il grande commercio hanno fallito. Dobbiamo prendere dal territorio quello che può offrire: un agroalimentare, ad esempio, unico, un enogastronomico che non c’è altrove.

La Fondazione con il Sud ha lanciato un bando per la valorizzazione delle biblioteche comunali nel Mezzogiorno. Come incentivare la lettura?

La lettura va introdotta insieme alla scuola, con questa dispersione scolastica l’incentivo alla lettura è come preoccuparsi del trucco senza avere il vestito. Ribadisco che

la dispersione scolastica è il vero problema

non solo per la diffusione della cultura, ma proprio per il controllo del territorio.

Come si combatte?

Con i maestri di strada, con i vigili urbani, con la polizia che va a prendere i bambini a casa quando non si presentano a scuola, come si fa ovunque: questo è un luogo abbandonato al proprio destino e non da oggi. Se non si capisce questo e non ci si regola di conseguenza, il Meridione continuerà a essere una zavorra, un motore spento: se è acceso è un grande propulsore, se è spento è un ammasso di ferro pesantissimo.

Non si sorprende, quindi, della fuga dei giovani dal Sud?

No, è una necessità, anche se oggi con la globalizzazione e le tecnologie lo stesso lavoro lo fai da Napoli, dal paesino della Basilicata e da Milano. È un inutile, vano mito.

A luglio sono morti Camilleri e De Crescenzo: che eredità lasciano ai giovani?

Lasciano soprattutto un vuoto immenso, un salto generazionale pauroso,

lasciano un’eredità grandissima ma nessun erede.

Camilleri ci lascia in eredità la sensibilità civile, il coraggio di parlare, la capacità di contrapporsi al potere costituito, la forza di guardare in faccia la realtà chiamandola per nome e di vedere come questo Paese sia precipitato in una stagione oscura. Di De Crescenzo ricordiamo il sorriso dolce e dolente nel guardare la bellezza di certi valori peculiari di una terra. Con loro ricordiamo anche altre due grandi icone di questo Paese che sono scomparsi a luglio: Francesco Saverio Borrelli e Ilaria Occhini.

Lei è uno scrittore molto amato: ci può anticipare qualcosa dei suoi prossimi lavori?

A novembre uscirà un nuovo libro dei bastardi di Pizzofalcone, mentre da poco, il 29 agosto, è uscito un libro per Sellerio: ho voluto scrivere per questa casa editrice per essere nello stesso catalogo di Andrea Camilleri: “Dodici rose a settembre”, con il nuovo personaggio di Mina Settembre.

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Polonia, cresce la stampa cattolica. Don Pawlaszczyk: “La sfida della qualità”

Wed, 04/09/2019 - 12:17

L’aumento delle vendite di oltre il 3 per cento ad aprile 2019, rispetto al risultato ottenuto nell’anno precedente dal settimanale cattolico “Gość Niedzielny” (Ospite della domenica), potrebbe sembrare un successo neppure tanto rilevante di mercato, se non si trattasse di carta stampata. Visto però che sempre più lettori scelgono di informarsi in rete rinunciando all’edicola, con un calo generalizzato in Europa nelle vendite di quotidiani e riviste, si tratta di un esito significativo, qualcuno ritiene addirittura eccezionale. L’aumento delle vendite altrettanto rilevante (sempre oltre il 3 per cento) è stato registrato in Polonia anche da un altro settimanale cattolico: “Tygodnik Powszechny”.

Verifica dei fatti, racconto imparziale. “Nonostante in tutto il mondo abbiamo a che fare con cali di diffusione della carta stampata – afferma don Adam Pawlaszczyk (nella foto grande), dal febbraio 2018 direttore di “Gość Niedzielny” – la vera crisi scaturisce dal tramonto del giornalismo come professione di fiducia pubblica, basata sulla scrupolosa verifica dei fatti, nella ricerca della verità e dell’imparzialità del racconto”. Oggi, osserva, “il lavoro dei giornalisti viene spesso sostituito da quello di specialisti di marketing, con esiti che non suscitano la fiducia dei lettori”. “Gość Niedzielny” è “un fenomeno su scala europea, poiché non conosco un altro settimanale cattolico che sia stabilmente al primo posto tra i settimanali di opinione su scala nazionale”, ha rilevato don Adam Pawlaszczyk durante il recente Consiglio dei vescovi diocesani polacchi, presentando i risultati raggiunti nel primo semestre del 2019 che indicano in media quasi 120mila copie vendute, mentre il settimanale polacco più noto e programmaticamente areligioso “Polityka” di poco supera i 90mila.

Cronaca e approfondimenti. L’ultimo numero di “Gość Niedzielny”, che porta la data del 1° settembre, è dedicato soprattutto all’educazione visto che il 2 settembre in Polonia è iniziato l’anno scolastico. Il numero non trascura però l’80° anniversario della seconda Guerra mondiale. Il settimanale pubblica inoltre un’interessante analisi della generazione dei polacchi tra i 17 e i 24 anni che “non si fidano dei politici”, preferiscono gli oppositori dell’attuale governo ma considerano una vita comoda e agiata più importante dell’attività a carattere pubblico. Desiderano comfort, soddisfazione professionale – si legge sulla rivista – e possibilità di usufruire gioiosamente del tempo libero; sono concentrati su come migliorare il proprio futuro senza preoccuparsi dei bisogni degli altri, mentre lo Stato dovrebbe garantire loro un lavoro ben retribuito, poche tasse e un efficiente sistema educativo. Accanto all’articolo di stretta attualità, dedicato alla tragedia nelle montagne di Tatra dove, a causa di un temporale, sono morti due adulti e due bambini mentre un centinaio di turisti sono rimasti feriti, “Gość” nel primo numero di settembre pubblica anche un’intervista all’italiana Emma Morosini che a 95 anni è arrivata in pellegrinaggio a Jasna Góra, e delle indicazioni riguardanti l’offerta di un’ora al giorno dedicata alla Guardia d’onore al Sacro Cuore di Gesù.

Il mensile dedicato ai più piccoli. La redazione di “Gość” è composta da 135 persone di tutta la Polonia e da un grande numero di collaboratori fissi o occasionali che arricchiscono ciascun numero con i loro contributi dedicati a volte a questioni di stretta attualità e, in altri casi, a problematiche di più ampio respiro. Il primo numero della rivista fu pubblicato il 9 settembre del 1923. Dalle iniziali 8 pagine, oggi “Gość” conta 76 pagine. In più, oltre a 20 supplementi diocesani di 8 pagine ciascuno, ogni numero acclude anche l’inserto Tv di 16 pagine. Completa il settimanale un supplemento mensile dedicato ai piccoli lettori “Mały Gość Niedzielny” le cui vendite annue ammontano a oltre mezzo milione di copie. Entrambe le riviste sono pubblicate da Instytut Gość Media che è anche proprietario del sito di notizie www.wiara.pl ed è sostenuto dalla Fondazione Gość Niedzielny che si prefigge lo scopo di “costruire e promuovere la cultura cristiana nella consapevolezza che una falsa visione dell’uomo che prescinde dalla sua dimensione religiosa è fonte principale di decadimento della cultura”.

Il sostegno delle parrocchie. Parlando al Consiglio dei vescovi, don Adam Pawlaszczyk ha sottolineato che il primato di “Gość”, che persiste da anni, viene mantenuto anche grazie alla distribuzione del settimanale nelle parrocchie poiché la rivista fornisce un aiuto pastorale ai sacerdoti. “Oggi però è necessario un impegno ancora maggiore da parte dei sacerdoti; senza di esso la stampa cattolica sparirebbe dal mercato”, ha osservato il prete-giornalista, sottolineando che il 78 per cento delle vendite di “Gość” avviene tramite le 8.500 parrocchie nelle 26 diocesi su tutto il territorio della Polonia, mentre solo il 19 per cento tramite le reti comuni di vendita.

Linguaggio universale. Solamente tramite le vendite nelle edicole invece avviene la distribuzione dell’altro settimanale cattolico “Tygodnik Powszechny” che, come afferma l’Istituto polacco per il controllo della stampa, è il settimanale d’opinione che dal 2013 cresce più velocemente, vendendo nell’arco dell’ultimo anno (luglio 2018 – giugno 2019) quasi 1,4 milioni di copie. “Cerchiamo di essere la voce della Chiesa di Papa Francesco e di descrivere la fede e la Chiesa in Polonia e nel mondo con un linguaggio universale”al di sopra “delle divisioni dei partiti e dei schieramenti politici, privo della drammaticità atta a suscitare facili emozioni”, spiega al Sir Paweł Bravo (nella foto), direttore del servizio interno. La rivista si rivolge principalmente alle persone che hanno almeno 20 anni e risiedono nei centri con più di 50mila abitanti.

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Pope in Africa: in Mozambique, Madagascar and Mauritius “to sow hope”

Wed, 04/09/2019 - 11:09

Pope Francis will make his fourth apostolic journey to the African continent from 4 to 10 September, 50 years since the first visit of a pope to Africa – Paul VI, who visited Uganda from 31 July to 2 August 1969. Francis will visit Mozambique, Madagascar and Mauritius and will be the fourth pontiff to visit Africa: from 1980 to 2000 John Paul II chose Africa as the destination of his apostolic journey 16 times for visits to 42 countries plus La Réunion, an overseas department of France. Some of these African nations were visited by Pope Wojtyla two or three times during his almost 27 years of pontificate. Benedict XVI was in Africa twice: in 2009 to visit Cameroon and Angola and then in 2011 to visit Benin. By next September Bergoglio will have made four pilgrimages to Africa, visiting eight nations: Kenya, Uganda, the Central African Republic, Egypt, Morocco, Mozambique, Madagascar and Mauritius.

SECAM’s 50th anniversary. 2019 will mark the 50th anniversary of SECAM, the Symposium of the Episcopal Conferences of Africa and Madagascar: it is likely that the Pope will refer to this event in his speeches while visiting the three Countries. “The African Church is confronted with an immense and original undertaking”, declared Paul VI 50 years ago: “like a “mother and teacher” she must approach all the sons of this land of the sun; she must offer them a traditional and modern interpretation of life; she must educate the people in the new forms of civil organization; while purifying and preserving the forms of family and community; she must give an educative impulse to your individual and social virtues: those of honesty, of sobriety, of loyalty; she must help develop every activity that promotes the public good, especially the schools and the assistance of the poor and sick; she must help Africa towards development, towards concord, towards peace.” These imperatives still preserve their topical relevance, while looking forward to Pope Francis’ message for this important anniversary. SECAM encompasses 40 member Episcopal Conferences, 6 regional Episcopal Conferences and 34 national or interregional ones.

“Hope, peace and reconciliation”, is the motto of the visit to Mozambique. “These words of the Holy Father have a great echo in the hearts of us all.  They will encourage us to overcome with courage the traumas caused by the tragic devastation of the tropical hurricanes ADL and Kenneth, and to face with faith and hope the difficult conditions of the population of the Province of Cabo Delgado caused by repeated attacks perpetrated by groups that have not yet been officially identified”, the bishops wrote is a message following the announcement of the Papal visit. The evangelization of Mozambique began in the 16th century, with the arrival of the Jesuits in 1560. In 1612 Paul VI elevated the territory of Mozambique as a suffragan Territorial Prelature of the archdiocese of Goa in India, a situation that remained unchanged until 1940 when it was promoted as Archdiocese of Lourenco Marques. In 1988 Pope John Paul II made his first pastoral visit to the Catholic Church of Mozambique and appointed the first native cardinal. For the first time, on 9 December 1911, the Holy See and Mozambique signed a bilateral agreement consolidating the bonds of friendship and collaboration between the two countries and regulating the legal status of the Catholic Church in Mozambique, present in the territory with 3 metropolitan seats and 9 suffragan dioceses. At the end of 2004 the Catholic Church in Mozambique comprised 294 parishes, 507 priests, 956 women religious, 295 schools and 178 charities.

Martyrs and cardinals. The Dominicans in 1580, and then the Jesuits (1610) played a central role in the Catholic evangelization of Madagascar. The Catholic mission suffered its first violent setback with the assassination of all French missionaries in 1674. At the beginning of the 19th century Catholicism was banned from the island, until the creation of two Apostolic Vicariates, between 1896 and 1898, in northern and southern Madagascar. The first local priests were ordained in 1925, one of whom was to become the first Madagascan bishop in 1939. Catechist Lucien Botovasoa was killed in hatred of his faith on April 16 1947, in a climate of hostility fomented by local leaders. In 1969 Jerome Louis Rakomatala was created first cardinal of Madagascar. In 1989 John Paul II made his first apostolic journey to Madagascar, where the Catholic Church is present with 5 dioceses and 17 suffragan dioceses, 317 parishes, 1134 priests, 3771 women religious, 3316 schools, 349 charities.

A diocese and an apostolic vicar. The last day of Pope Francis’ journey to Africa envisages a visit to the Catholic community of Mauritius, present on the territory with the diocese of Port-Louis, and the apostolic vicar of Rodrigues. The presence of the Catholic Church in Mauritius dates back to the early 18th century, marking the arrival the Congregation of the Mission that carried out its ministry of evangelization in the Country for over a century. The Apostolic Prefecture was established in 1772, it was promoted as Apostolic Vicariate in 1819. The diocese of Port Louis was elevated in 1847. John Paul II visited Mauritius in 1989, the Apostolic Vicariate of Rodriguez was established in 2002, with 91% of the population being Catholic. The local episcopate is a member by right of the Episcopal Conference of the Indian Ocean, which comprises the bishops of Comoros, Mauritius, Reunion, Mayotte and Seychelles.

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