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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 30 min ago

Papa in Romania. P. Militaru (diocesi ortodossa d’Italia): “Il popolo romeno farà tesoro di ogni parola di bene e di speranza”

Wed, 29/05/2019 - 09:21

La Romania, Paese per l’80% ortodosso. Popolo “ferito ma fiero”, “carico di umanità”, che sa accogliere ogni “messaggio di bene” e “farne tesoro per portare frutti di speranza in questo mondo”. Abbiamo chiesto alla diocesi ortodossa romena d’Italia di raccontarci con quali attese il mondo ortodosso romeno guarda alla visita di Papa Francesco in Romania. Ci ha risposto padre Gheorghe Militaru, del Dipartimento per le relazioni pubbliche. La presenza di romeni di rito ortodosso in Italia è molto cresciuta dopo l’ingresso della Romania nell’Unione europea. Ha superato quota un milione, diventando così la comunità ortodossa più numerosa d’Italia. Una presenza importante che ha richiesto 12 anni fa, nel 2007, la costituzione della diocesi ortodossa romena d’Italia che attualmente è composta da 20 decanati, 250 parrocchie, 4 monasteri, 2 eremi, 5 cappelle diocesane e 2 centri pastorali missionari (Termoli e Bari). Una realtà viva seguita su tutto il territorio nazionale da 275 clerici diocesani, di cui 260 sacerdoti e 15 diaconi. Il Papa arriverà il 31 maggio a Bucarest e ripartirà da Sibiu il 2 giugno. Appena atterrato, incontrerà il Patriarca ortodosso Daniel nel Palazzo del Patriarcato e subito dopo il Sinodo permanente della Chiesa ortodossa romena, nella nuova cattedrale ortodossa. “Bisogna dire subito – spiega padre Militaru – che la visita del Papa in Romania ha il carattere di ‘Visita di Stato’, essendo stata voluta e organizzata dall’apparato statale. Questo non toglie il valore anche pastorale di questa visita”.

Che Paese troverà Papa Francesco?
La Romania, come tutti sappiamo, pur essendo a maggioranza di confessione ortodossa, è caratterizzata da una molteplicità di espressioni religiose, cristiane e non, e tra queste la Confessione romano-cattolica e greco-cattolica occupa un posto di rilievo. Detto questo va sottolineato che, nonostante le piccole o grandi differenze del credo, tutti i romeni sono partecipi di una medesima realtà sociale che esprime, paradossalmente, due sviluppi opposti. Lo sviluppo economico-industriale, che però arricchisce pochi e, di conseguenza, il decadimento di un’altra parte (forse la più numerosa). A causa di questo impoverimento socio-economico, favoriti dall’illusione di un mondo migliore, più ricco, molti sono i romeni che decidono di partire per cercar fortuna in altri Paesi (tra i quali c’è anche l’Italia), causando lo spopolamento di una nazione che per cultura e risorse naturali, per millenni è stata punto di attrazione di eserciti dominatori.

Il Papa troverà un popolo ferito ma fiero; un popolo che, come ci dimostra la sua storia, ha saputo sollevarsi dalle sue rovine e ricostruirsi proprio partendo dalla sua unità di “fede” e di “nazione”.

Nel 1999, esattamente 20 anni fa, Giovanni Paolo II fu accolto da un grido inaspettato che è rimasto alla storia, “Unitate, Unitate”. Fu un fatto storico, inaspettato. Che ricordo si ha di quella giornata e di quel grido?
Non erano ancora trascorsi dieci anni dagli eventi di dicembre 1989 quando Papa Giovanni Paolo II visitava la Romania. Il clima era assolutamente differente da quello di oggi. Intanto la visita del vescovo di Roma fu organizzata in sinergia tra l’apparato statale e la Chiesa ortodossa romena che rappresenta la maggioranza confessionale (oltre il 80%). Il clima sociale aveva un altro volto o, potremmo dire, un’altra speranza. Dopo decenni di dittatura comunista il Paese respirava un’aria di libertà: era animato da un forte desiderio di rinascita, da una grande aspirazione di riscatto non solo morale ma anche economico. Il primo decennio dopo la rivoluzione è stato il periodo dei sogni in cui ognuno pensava di dare il proprio contributo per riportare la nazione a quello splendore e ricchezza che il comunismo aveva annichilito. Questo entusiasmo lo si respirava ovunque.

E Giovanni Paolo II intercettò questo clima di rinascita. Perché l’unità?
La visita di Giovanni Paolo II, che come tutti sappiamo ha dato un contributo significativo alla caduta del comunismo, era vista anche come un incoraggiamento a non fermarsi, a non piangere sui ricordi di un passato doloroso ma a ritrovare la forza di risollevarsi e costruire un mondo migliore. Certo in questo clima di euforico slancio verso un domani migliore, entrava anche l’aspirazione all’unità. Vedete, indipendentemente da fanatiche posizioni, la Chiesa ortodossa ha sempre cercato l’Unità e forte è il desiderio di vedere la Chiesa di Cristo unita. L’invocazione all’unità della fede è presente sistematicamente nei formulari di preghiera: dalla Divina Liturgia alla più piccola, ma non insignificante, funzione rituale. È chiaro che, e lo ribadiva lo stesso Giovanni Paolo II, l’unità si costruisce nella verità e nella carità.

Si sapeva che alla verità ci si doveva arrivare, ma si rallegravano tutti dell’unità nella carità: almeno quella era davanti ai propri occhi.

20 anni dopo, che fine ha fatto quell’aspirazione all’unità delle Chiese e dei popoli?
La Chiesa ortodossa romena, prima di tutto è una fedele obbediente alla parola del Vangelo e soprattutto alla preghiera di Cristo stesso nel Getsemani, prima della Sua passione. Una supplica rivolta al Padre: “… che tutti siano una cosa sola come tu sei in me, O Padre ed io in te” (Gv 17,20-26). In secondo luogo, oggi come ieri, la Chiesa ortodossa si adopera a lavorare per l’unità, perché l’unità è la risposta più eloquente a un mondo, soprattutto quello occidentale, che ha decretato la morte di Dio, a una società che non riconosce più l’origine dei suoi valori e che ha eretto sé stessa ad anfitrione del bene. Questa “cultura” contemporanea che, come la torre di Babele, si innalza arrogante verso le altezze del proprio orgoglio, cadrà su se stessa perché si è auto-privata delle fondamenta, le sue radici cristiane.

Oggi più che mai l’unità rappresenterebbe una risposta di speranza e di salvezza.

Ma, per la Chiesa ortodossa romena, come per tutto il Pleroma ortodosso, l’unità è condizionata dalla Verità di fede, perché, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Quindi ciò che dà senso al mondo, alla vita, alla storia, non è ciò che appare ma ciò che salva è la Verità, Cristo stesso è la salvezza. Tutto questo per noi cristiani rappresenta la bellezza mistica che abbraccia tutto e tutti in una sinfonia liturgica: la “bellezza salverà il mondo”, come dice Solov’ev.

Con quali attese e speranze si guarda a questa visita? Riuscirà Papa Francesco a toccare i cuori dei romeni?
Il popolo romeno sa riconoscere il bene, indipendentemente da dove esso proviene. Sa fare tesoro di una parola buona, di una parola di speranza: non ha importanza quale sia l’autorità che la proferisce. Sa accogliere il forestiero e il bisognoso, senza che gli chieda di che religione sia, né da dove provenga. Questa apertura gli ha dato la caratteristica di essere denominato “Umano”, termine tradotto dal rumeno che non dice tutta la sua portata (in romeno omenie = carico di umanità). Ma è anche un popolo che sa lottare e morire per la sua fede, per la sua patria. Quindi crediamo che la Romania accoglierà ogni messaggio di bene e di speranza. E con le ragioni del proprio patrimonio culturale e di fede, integrato a tutto ciò che fa bene ed è il vero bene, saprà farne tesoro per portare frutti di speranza in questo mondo che, in fondo, è abitato da noi ma appartiene a Dio, e noi romeni a Dio vogliamo rendere gloria per ogni bene.

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Papa in Romania. Padre Teleanu (Patriarcato ortodosso di Romania): “Non abbiate paura è il messaggio che attendiamo anche da Francesco”

Wed, 29/05/2019 - 08:52

“Questa visita di Papa Francesco si pone in continuità con la visita di Giovanni Paolo II nel 1999. Come allora, anche oggi si respira la stessa atmosfera perché ad accogliere oggi Francesco è lo stesso popolo. Un popolo che si può definire con due parole-chiave: ospitalità e accoglienza”. È padre Teleanu Bogdan-Aurel, dell’Ufficio stampa del Patriarcato ortodosso romeno, a descrivere al Sir l’atmosfera che si respira anche nel mondo ortodosso alla vigilia della visita di Papa Francesco in Romania. Il Papa sarà ricevuto nel palazzo patriarcale romeno il giorno stesso del suo arrivo a Bucarest il 31 maggio e incontrerà in privato il Patriarca Daniel e subito dopo il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa romena. Poi sarà ricevuto nella cattedrale nazionale dove ci sarà una preghiera al centro della quale si è scelto il Padre Nostro. “Il nostro Patriarca Daniel – spiega il religioso – era presente quando venne in Romania Giovanni Paolo II. Conosce molto bene il mondo occidentale europeo e anche la Chiesa romano cattolica. È molto aperto a questo dialogo e a questo sentimento di ospitalità. Accoglierà il Papa con questo stato d’animo”.

Teleanu Bogdan-Aurel

Era il 9 maggio 1999, esattamente venti anni fa, quando dal parco Podul Izvor di Bucarest, al termine della celebrazione eucaristica presieduta da Papa Wojtyla, alla presenza del patriarca Teoctist, cattolici e ortodossi elevarono inaspettato un grido: Unitate, unitate” (unità, unità). Quelle immagini oggi sono rimaste nella storia, insieme al viaggio di un Papa – Giovanni Paolo II – che per la prima volta visitava un Paese a maggioranza ortodossa. Anche allora padre Teleanu Bogdan-Aurel lavorava per l’ufficio stampa. Ricorda molto bene quel momento. “Fu un messaggio forte di unità”, racconta. “Ricordo che la piazza stava intonando un canto salmico della tradizione romena quando si unì quel grido, ‘unitate’.

Questa simbiosi della gente che gridava unità e la gente che cantava, ‘Dio (è) con noi!’, è stato un momento bello.

Ricordo anche molto bene la Divina Liturgia, celebrata dal Patriarca Teoctist nella Piazza Unirii insieme ai membri del Santo Sinodo e alla presenza del Papa e l’abbraccio tra Giovanni Paolo II e il Patriarca. Mi colpì la loro età, mi sembrava il segno di una infinita saggezza”. Salutando la Romania, nel suo discorso di congedo Giovanni Paolo II disse: “Voi che vi siete liberati dall’incubo della dittatura comunista, non lasciatevi ingannare dai sogni fallaci e pericolosi del consumismo. Anch’essi uccidono il futuro. Gesù vi fa sognare una Romania nuova, una terra ove l’Oriente e l’Occidente possano incontrarsi con fraternità. Questa Romania è affidata alle vostre mani. Costruitela assieme, con audacia. Il Signore ve l’affida”. Ma non finì così. Nel 2002, il Patriarca Teoctist ricambiò la visita andando a trovare a Roma Giovanni Paolo II e, in quella occasione, i due leader religiosi firmarono una “Dichiarazione congiunta” in cui ribadivano l’impegno a “pregare e operare per giungere alla piena unità visibile di tutti i discepoli di Cristo. Il nostro scopo e il nostro desiderio ardente è la comunione piena, che non è assorbimento, ma comunione nella verità e nell’amore. È un cammino irreversibile, che non ha alternative: è la via della Chiesa”.

Sono passati 20 anni e quell’aspirazione all’unità è “una priorità nell’agenda di tutte le istituzioni, non solo religiose”, commenta padre Teleanu Bogdan-Aurel. Si tratta però di un traguardo difficile da raggiungere.

“La difficoltà siamo noi. Noi con i nostri peccati, il nostro individualismo, la secolarizzazione”.

E aggiunge: “Apprezziamo molto il messaggio di Papa Francesco per la fraternità. Lo abbiamo ricevuto e siamo impegnati sulla stessa linea. Il mondo è alle prese con tanti problemi, con la povertà e le conseguenze della povertà nella vita delle persone. Tutti siamo chiamati a lavorare per l’unità di tutto il genere umano, per la solidarietà, per la pace”. Il religioso racconta quanto la Chiesa ortodossa di Romania è impegnata soprattutto a stare vicino e sostenere le famiglie, prendendosi cura soprattutto dei bambini che rimangono soli nel Paese perché le loro mamme e i loro papà sono obbligati ad andare all’estero per lavorare e mandare i soldi a casa. Li chiamano gli “orfani bianchi”: secondo le stime, sarebbero 350mila, di cui più di un terzo (126mila) sarebbero stati privati di entrambe i genitori e 400mila avrebbero sperimentato, per un periodo della loro vita, una forma di solitudine. Quindi

su 5 milioni di bambini romeni sarebbero 750mila quelli colpiti più o meno violentemente dalla partenza dei loro genitori.

C’è poi anche il fenomeno delle migrazioni che comincia anche qui a bussare alle porte delle parrocchie. Che parola vi attendete da Papa Francesco? “In questo momento, tutti – cattolici e ortodossi – abbiamo bisogno di coraggio”, risponde padre Teleanu. “Ricordo le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura. Questo messaggio credo che sia ancora oggi il fondamento dell’unità e la via perché i cristiani possano portare frutti di pace e solidarietà nel mondo e nel nostro Paese”.

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Pope in Romania. Father Teleanu (Orthodox Romanian Patriarchate): “’Don’t be afraid’: we look forward to hearing this message also from Francis.”

Wed, 29/05/2019 - 08:52

“This visit by Pope Francis is in continuity with the visit of John Paul II in 1999. That same atmosphere can be found today, because today Francis is welcomed by the same people. A people that can be defined with two key words: hospitality and welcome.” Father Teleanu Bogdan-Aurel, from the Press Office of the Romanian Orthodox Patriarchate, described to SIR the climate in the Orthodox world ahead of Pope Francis’ visit to Romania. The Pope will be received in the Romanian Patriarchal Palace on the same day of his arrival to Bucharest on 31 May for a private meeting with Patriarch Daniel, followed by a meeting with members of the Holy Synod of the Romanian Orthodox Church. He will then be received at the national cathedral with recitation of prayers. Our Father was chosen as the main prayer. “Our Patriarch Daniel – said Fr Teleanu Bogdan-Aurel – was present during the visit to Romania of John Paul II. He has a good knowledge of the West-European world and also of the Roman Catholic Church. He is very open to this dialogue and to this sentiment of hospitality. He will welcome the Pope with this spirit.”

Teleanu Bogdan-Aurel

On 9 May 1999, exactly twenty years ago, in Podul Izvor Park in Bucharest, at the end of the Eucharistic celebration officiated by Pope Wojtyla in the presence of Patriarch Teoctist, Catholics and Orthodox unexpectedly raised a cry: ” Unitate, unitate” (unity, unity). Those images made history, along with the journey of a Pope – John Paul II – who for the first time visited a country with an Orthodox majority. Even then Father Teleanu Bogdan-Aurel was working in the press office. He fondly remembers that moment. “It was a strong message of unity”, he said. “I remember that people were singing a Psalm of the Romanian tradition when that cry, ‘unitate’, was heard.

The symbiosis of people calling for unity and people singing, ‘God (is) with us!’, was a beautiful moment.

I also vividly recall the Divine Liturgy, celebrated by Patriarch Teoctist in Unirii Square together with the members of the Holy Synod and in the presence of the Pope, and the embrace between John Paul II and the Patriarch. I was struck by their age, I felt it was a sign of infinite wisdom.” In his farewell speech to Romania John Paul II said: “You who have been freed from the nightmare of communist dictatorship, do not let yourselves be deceived by the false and dangerous dreams of consumerism. They also destroy the future. Jesus enables you to dream of a new Romania, a land where East and West can meet in brotherhood. This Romania is entrusted to your hands. Boldly build it together. The Lord is entrusting it to you.” In 2002, Patriarch Teoctist reciprocated that visit by paying a visit to John Paul II in Rome. On that occasion, the two religious leaders signed a “Common declaration” in which they reiterated the commitment “to pray and to work to achieve the full and visible unity of all the disciples of Christ. Our aim and our ardent desire is full communion, which is not absorption but communion in truth and love. It is an irreversible journey for which there is no alternative: it is the path of the Church.”

Twenty years have gone by and that aspiration to unity “is a priority in the agenda of all institutions, religious and non-religious alike”, remarked Father Teleanu Bogdan-Aurel. However, it is indeed a challenging goal.

“We are the challenge. We with our sins, our individualism, our secularisation.”

He added: “We deeply appreciate Pope Francis’ message of fraternity. We received it and we are committed along the same lines. The world is struggling with so many problems, with poverty and the consequences of poverty in people’s lives. We are all called to work for the unity of the whole human race, for solidarity, for peace.” The cleric described the extent of the commitment of the Orthodox Church of Romania to be close to and supportive of families, taking care above all of the children who are left alone in the country because their mothers and fathers are forced to go abroad to work and remit money home. They are called the “white orphans”: 350,000 according to estimates, with more than a third (126,000) of them deprived of both parents and 400,000 having experienced, at some point in their lives, a form of loneliness. Thus

out of 5 million Romanian children, 750,000 are more or less violently affected by the departure of their parents.

Furthermore, here too, the migration phenomenon is knocking at the doors of parishes.
Which words do you expect from Pope Francis? “At this moment, everyone – Catholics and Orthodox – needs courage,” replied Father Teleanu. “I remember the words of John Paul II: do not be afraid. I believe that this message remains the foundation of unity and the pathway for Christians to bring fruits of peace and solidarity throughout the world and in our country.”

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Dal mouse alla stretta di mano

Wed, 29/05/2019 - 00:00

La comunicazione è nata da uno sguardo, poi ha scoperto la parola, quindi la scrittura. E oggi? Basta un like o il suo contrario. Papa Francesco lo sa bene e per la cinquantatreesima Giornata per le comunicazioni sociali – che si ricorda il giorno dell’Ascensione, domenica 2 giugno -, ha centrato il suo messaggio su rete e social media. Non solo, traccia un percorso che suggerisce fin dal titolo: “Dalle social network communities alla comunità umana”.
Se un giorno si passava dal reale (la comunità della piazza di paese) al virtuale (un computer dentro una stanza), è tempo, suggerisce Francesco, di imboccare un sentiero nuovo che porta dai social alle comunità concrete, dagli schermi degli smartphone alla stretta di mano, dal like all’abbraccio.
Non è una retromarcia, come potrebbe sembrare. Francesco è ben immerso in questo tempo e consapevole, come infatti scrive, che “l’ambiente mediale è talmente pervasivo da essere indistinguibile dalla sfera del vivere quotidiano”. Ma sa pure che è un luogo esposto alla disinformazione, alla voluta distorsione dei fatti. E che aumentare le connessioni non significa aumentare la comprensione reciproca.
Il testo che il Papa ci affida possiede abbondanza di significati a cui attingere.
Usa la metafora della rete: vale per quelle virtuali che ci permettono di comunicare con tutto il mondo come per quelle reali con cui i pescatori riempiono le reti. Una rete funziona se le maglie sono a posto e i nodi ben saldi: “La rete funziona grazie alla compartecipazione di tutti gli elementi”. Lo stesso vale per la comunità: “È tanto più forte, quanto più è coesa e solidale”.
È qui che si innesta il percorso che Francesco indica: le comunità virtuali non sempre corrispondono a una comunità vera, non sempre diventano incontro di persone che, almeno, si conoscono e, magari, fanno qualcosa insieme fino, addirittura, ad aiutarsi. Le virtuali sono comunità che condividono un interesse, dove si scambiano pareri e informazioni, ma nelle quali è facile manchi il dialogo con chi la pensa diversamente. Sono comunità che escludono, non comunità inclusive e accoglienti. A queste ultime, invece, il Papa mira e, affinché il messaggio sia chiaro, aggiunge una citazione che alza di molto l’asticella dell’impegno di ciascuno di noi: “Siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4,25).
Questa è la vita vera, la comunità modello. Solo con l’impegno l’altro si fa parte di me. Se così fosse, si sgretolerebbero i punti oscuri della rete: i commenti cattivi, gli insulti in tutte le sfumature fino alle vessazioni (non dimentichiamo che ci sono persone che non hanno retto al linciaggio mediatico).
Francesco scrive di una rete che non è autoisolamento, che non bullizza (un ragazzino su quattro ne è stato vittima almeno una volta), non inganna con finte personalità che possono vivere nella menzogna solo perché si nascondono dentro uno schermo.
Scrive di una rete che è a servizio dell’uomo: che moltiplica connessioni come presenze amiche, che si tengono in contatto quando sono lontane ma per progettare un incontro vero; come famiglie che durante la giornata si raccontano quello che fanno ma che poi siedono a tavola insieme; come comunità che si informano di quanto accade ma che sanno stare e fare e costruire fianco a fianco – proprio come membra dello stesso corpo – qualcosa di buono per tutti.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Il controribaltone

Wed, 29/05/2019 - 00:00

È stato un ribaltone. La Lega guidata da Matteo Salvini ha fatto incetta di voti e ha sbaragliato tutti gli avversari sul campo. A cominciare dagli alleati di governo, quelli del movimento 5 Stelle con a capo Luigi Di Maio. L’ondata sovranista è stata fortissima e ha sfiorato il 35 per cento, un percentuale accreditata da pochi alla vigilia del voto. Il raddoppio rispetto alle politiche del marzo 2018 e quasi sei volte tanto rispetto alle Europee del 2014.
In calo di due punti l’affluenza alle urne in Italia, in controtendenza rispetto a quasi tutto il resto dell’Unione. Il Pd non è franato, è risalito dalle politiche 2018 e ha superato i grillini. Anche questo un dato forse insperato per Zingaretti e i suoi. A destra non bene Forza Italia che recuperava Berlusconi. Meglio quelli di Fratelli d’Italia della Meloni che ottengono una buona affermazione. Male tutti gli altri che non entrano al Parlamento europeo, neppure i Verdi e quelli di Alde (da noi +Europa) che sono andati molto bene in diversi Paesi.
Letti lunedì mattina i risultati alle Europee, come molti hanno fatto, anche in redazione li abbiamo proiettati sulle amministrative. Nel pomeriggio dello stesso giorno è arrivata la pesante smentita da parte degli elettori. Se il voto continentale è andato dietro ai proclami e al desiderio di fornire un deciso messaggio alle istituzioni Ue e al governo giallo-verde, nell’urna per eleggere i sindaci gli elettori ha guardato bene in faccia i candidati. Questa è l’impressione che si trae a caldo dal controribaltone evidente uscito dal voto locale.
La Lega perde circa un terzo dei consensi intercettati da Salvini e il centrodestra locale non riesce a trattenere quanti hanno messo la croce sulla scheda marrone. È così che sono arrivate diverse conferme insperate fino a poche ore prima. La Garbuglia a San Mauro Pascoli o la Rossi a Mercato Saraceno parevano già sconfitte. Anche a Gambettola sembrava tutto facile, letti i risultati della notte, per Remigio Pirini. Così come a Roncofreddo e in diverse altre situazioni. Invece l’elettore ha selezionato, così pare di interpretare, e ha differenziato il voto in maniera così vistosa come non era facile attendersi. Anche le riconferme di Marco Baccini a Bagno di Romagna e di Fabio Molari a Montiano sono una conquista costruita tutta sui mandati precedenti e sul lavoro svolto premiato da un largo consenso.
A Cesena si andrà al ballottaggio, per la prima volta. E il fatto è già storico e poteva rappresentare un successo per la coalizione di centrodestra guidata da Andrea Rossi. Invece, per come si è maturata dopo l’illusione di una notte, appare quasi una mezza bocciatura con la lista della Lega che perde dieci punti e gli alleati che arrancano, eccezion fatta per quella del candidato sindaco che ottiene un ottimo 8,42 per cento con il boom di preferenze (926) per il cattolico Enrico Castagnoli che segna un vistoso successo personale doppiando tutti.
Da notare la buona affermazione di Vittorio Valletta che supera, con il 9,51 il candidato dei 5 stelle fermi all’8,70. Note amare per quasi tutti gli altri, con Casapound che non raggiunge nemmeno l’un per cento.
Ora lo scontro si sposta al 9 giugno, anche per Savignano sul Rubicone, con il sindaco uscente Filippo Giovannini che parte dal 42,25 per cento contro Marco Foschi del centrodestra fermo al 37,81 per cento.
I giochi sono ancora tutti aperti. Si riparte da zero. Ogni voto è da riconquistare. Molto si giocherà sulle possibili alleanze da stringere da qui al ballottaggio, anche se ormai la tendenza è quella di rimanere sulle proprie posizioni. Quindici giorni che potranno essere proficui per gli elettori chiamati a esprimersi una seconda volta per decidere sul primo cittadino.
Un’ultima annotazione per i cattolici impegnati in diverse formazioni. All’ingrosso si può dire, sfogliando le liste e le preferenze di singoli candidati che si richiamano più o meno agli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, che assieme avrebbero potuto rappresentare una forza che poteva attestarsi almeno all’8 per cento dei votanti, con oltre 4 mila voti. Forse un elemento, per nulla secondario, sul quale si può avviare un confronto serio e pacato. C’è materia su cui meditare.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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Aree interne. Il loro rilancio passa anche attraverso scuole sicure e innovative

Tue, 28/05/2019 - 19:16

Scuole nuove ma soprattutto innovative nella didattica, nell’utilizzo di nuove tecnologie, nella riformulazione degli spazi, nel rapporto con il territorio e le comunità di riferimento. Sono le esperienze condotte nell’ambito della Snai (Strategia nazionale per le aree interne) e presentate oggi a Roma durante l’incontro “Rimuovere ostacoli a scuole nuove nelle aree interne”. Ad organizzare l’evento Cittadinanzattiva e il Forum disuguaglianze diversità (ForumDD), con la partecipazione di Snai, nell’ambito della terza edizione del Festival dello sviluppo sostenibile, promosso dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS).

Le aree che partecipano alla sperimentazione della Strategia nazionale coordinata dal dipartimento per le Politiche di coesione sono 72, coprono oltre il 60% del Paese, raggruppano 4.261 Comuni (il 53%) in cui vivono 13,5 milioni di abitanti. A disposizione per queste aree, secondo la relazione consegnata al Cipe a inizio maggio dal ministro per il Sud Barbara Lezzi, circa 566 milioni: 126 milioni dallo Stato e quasi 440 provenienti per la maggior parte dai programmi operativi dei fondi strutturali e di investimento dell’Unione europea.

All’interno di questo scenario si collocano

le “piccole scuole”, oltre 12 mila in tutta Italia con un milione di alunni e alunne,

ma dal confronto tra sindaci e coordinatori tecnici di Abruzzo, Sardegna, Emilia Romagna, Piemonte e Calabria emerge che

il cambiamento e il rilancio delle aree interne passa necessariamente per la realizzazione in queste aree di un’offerta di istruzione di qualità,

sostituendo plessi scolastici dispersi e obsoleti con istituti nuovi e “innovativi” per restituire motivazione e orgoglio ai ragazzi e le ragazze di questi territori. In sei delle 72 aree-progetto della Snai, cittadini, insegnanti e sindaci hanno trovato coraggio e forza per unificare l’istruzione in poli scolastici di qualità.

 

Abruzzo. La strategia per il Basso Sandro-Trigno prevede la realizzazione di un nuovo plesso scolastico che sia riferimento per 6 Comuni dell’area e che sarà caratterizzato da una didattica inclusiva, innovativa, ispirata alle caratteristiche del territorio e soprattutto aperto alla comunità. “E’ stata una scelta coraggiosa – racconta il sindaco di Carunchio (Chieti), Gianfranco Disabella – Ma adesso i tempi sono fondamentali. Dal 2015, quando c’è stata la dichiarazione d’intenti dei sindaci coinvolti, abbiamo avuto lo scorso 24 maggio il parere positivo da parte del Miur e l’inaugurazione è prevista per il 2025. Tempi troppo lunghi”.

Emilia – Romagna. Nell’area interna dell’appennino emiliano, invece, l’esperienza illustrata dal coordinatore tecnico dell’area Giampietro Lupatelli ha puntato alla creazione del micronido che ha riportato tante famiglie dal fondo valle.

Piemonte. Nell’arroccata valle Maira e Grana, in provincia di Cuneoi, cittadini, insegnanti e sindaci “hanno avuto il coraggio di portare il nuovo plesso scolastico a Prazzo, in alta valle, prevendendo anche una sezione dell’infanzia” e, “fiore all’occhiello, una foresteria per ospitare studenti e docenti ‘fuori sede’”, riferisce il sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Sardegna. Diversa la scelta operata nell’area del Gennargentu-Mandrolisai (Nuoro). Piuttosto che puntare ad un polo scolastico unico, riferisce il sindaco di Tonara, Flavia Giovanna Chiara Loche, si è deciso di investire sul sistema di trasporto locale “per consentire anche a chi viene da altri paesi di raggiungere i cinque istituti superiori e nello stesso tempo farli diventare un’eccellenza, puntando sull’innovazione della didattica, sia nella strumentazione che negli spazi, e in una offerta formativa focalizzata sulla vocazione turistica e agro-alimentare della zona”. Previsti incentivi economici per i docenti.

Calabria. Due esperienze a confronto, una “fallimentare”, come la definisce Giovanni Soda, responsabile regionale della Strategia per le aree interne, e una virtuosa. La prima ha interessato l’area del Reventino-Savuto, in provincia di Cosenza, dove la nuova scuola è stata bloccata dopo che la regione Calabria ha approvato una deroga che consentiva di mantenere in vita i plessi scolastici anche con solo 10 alunni. La seconda, nella Grecanica, in pieno Aspromonte, ha permesso invece di adeguare sismicamente un grande istituto scolastico non utilizzato, e con l’impegno degli 11 Comuni della zona, si è puntato alla Smart school, un modello di scuola innovativa e molto vicina alle tradizioni linguistiche e culturali della zona.

Tre, per Annalisa Mandorino, vice segretario generale di Cittadinanzattiva, le “pietre di inciampo che vanno rimosse perché le aree interne siano risorsa per il futuro, una risorsa che non possiamo sprecare: tempi troppo lunghi per l’approvazione dei progetti, norme poco flessibili e non ‘personalizzate’ sui luoghi, mancato confronto tra le istituzioni che spesso sembrano remare in direzioni opposte”. Da Fabrizio Barca, coordinatore del Forum DD, il monito a prendere sul serio l’abbandono dei territori rurali. “La sfida – assicura – è fare tesoro e portare a sistema le esperienze che funzionano. Le esperienze raccontate oggi dimostrano che

la scuola nelle aree interne può rispondere a quei criteri di qualità, diversità e innovatività che il futuro ci chiede”.

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Gioco d’azzardo e pubblicità. Simeone (esperto): “Linee guida Agcom da cassare, il Parlamento intervenga”

Tue, 28/05/2019 - 18:31

A partire da luglio nessuna pubblicità, sponsorizzazione o logo concernenti il gioco d’azzardo dovrebbero vedersi su carta stampata, internet, radio, magliette, gadget, in televisione o negli eventi e spettacoli. Infatti, l’articolo 9 del decreto-legge n. 87 del 2018 vieta qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse, nonché al gioco d’azzardo, comunque effettuata e su qualunque mezzo. Ora la fase transitoria per i contratti pubblicitari in vigore al momento dell’approvazione del decreto dignità sta per concludersi. Eppure, le linee guida attuative del divieto di pubblicità emanate il 18 aprile scorso dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) destano preoccupazioni. Ne parliamo con Attilio Simeone, coordinatore del cartello “Insieme contro l’azzardo”, costituito all’interno della Consulta nazionale antiusura.

Sono giuste le preoccupazioni suscitate dalle linee guida dell’Agcom?

L’Agcom, Autorità “indipendente”, nell’emanare le linee guida attuative del divieto di pubblicità come disciplinato dal decreto, non si è limitata a un’interpretazione letterale, logica e sistematica, come normalmente dovrebbe farsi, ma si è lanciata in una vera e propria crociata contro una misura decisa dal Parlamento rendendo, potenzialmente, vano il tentativo di porre un argine a una patologia di massa. Si aprono di fatto nuovi scenari in cui possono certamente trovare posto forme dirette e indirette di pubblicità dell’azzardo legale e illegale. Vorrei sottolineare l’eccesso di potere dell’Agcom frutto, anche, di un difetto di istruttoria. In un Paese “normale” gli organi dello Stato si interfacciano, oltre che tra essi, anche con le formazioni sociali ammesse dalla nostra Costituzione. Non con interessi privati, dunque, ma l’Agcom avrebbe dovuto audire il Ministero della Salute, le relative Commissioni parlamentari, le Associazioni di tutela di interessi diffusi, non certo le concessionarie che, al contrario, sono chiamate a prendere atto della legge dello Stato. Addirittura, tra i soggetti auditi, vi sono società che hanno sede all’estero e che, oggettivamente, non hanno alcun interesse a tutelare i soggetti vulnerabili, come, al contrario, avrebbe imposto l’art. 9 del d.l. 87/2018. Questa premessa è fondamentale per comprendere l’errore in cui è incorsa l’Agcom le cui linee guida rischiano di aprire nuovi e infiniti conflitti giudiziari.

Qual è l’idea di fondo delle linee guida?

Le linee guida rischiano di limitare fortemente il divieto di pubblicità voluto dal Parlamento facendo unicamente leva su una paventata violazione della libertà di iniziativa economica come prevista dall’art. 41 della Costituzione. Anche qui, dobbiamo intenderci: nel caso che ci riguarda l’art. 41 della Costituzione non sarebbe affatto invocabile in quanto proprio

la nostra Costituzione tutela solo l’iniziativa economica, anche privata, che non sia in contrasto con l’utilità sociale:

requisito, quest’ultimo, totalmente compromesso dal modello attuale di offerta di azzardo. Inoltre, non vi è alcuna attinenza tra l’art. 41 della Costituzione e la materia dei giochi che, come si sa, è di riserva esclusiva dello Stato, il quale la esercita attraverso concessioni e non autorizzazioni, nel qual caso sarebbe richiamabile la disposizione costituzionale. Tra l’altro, anche per le ultime pronunce della Corte costituzionale è da ritenere non applicabile l’art. 41 alla materia in quanto la limitazione della pubblicità sarebbe costituzionalmente legittima perché è finalizzata a tutelare la salute dei soggetti più vulnerabili. Oltretutto, non è affatto dimostrato che il gioco legale faccia ridurre il gioco illegale. Al contrario, gli esperti concordano nel ritenere che non ci sia alcuna differenza tra le due forme e che, in realtà, si autoalimentano a vicenda: all’aumento del consumo del gioco legale, aumenta anche quello illegale.

In che modo le linee guida aprono a forme di promozione del gioco d’azzardo?

Le linee guida, come deliberate, aprono a diverse forme di pubblicità: sarà possibile pubblicizzare le vincite presso i punti vendita; sarà possibile pubblicizzare l’operatore concessionario dell’azzardo dietro la giustificazione di volersi distinguere da chi lo offre illegalmente; sarà possibile effettuare comunicazioni per finalità sociali contenenti tratti distintivi della pubblicità; sarà possibile pubblicizzare il nome dell’azienda (ciò che accade come sponsorizzazione delle società di calcio) in quanto tale forme è ritenuta pubblicità “neutra”; sarà possibile reclamizzare pubblicità sulle quote di scommesse con inevitabile incentivo indiretto alla scommessa.

Di fronte a queste linee guida, allora, come Consulta nazionale antiusura e Cartello “Insieme contro l’azzardo” cosa chiedete?

È pensabile che l’Agcom non abbia gli strumenti per valutazioni tanto scontate quanto banali per una Autorità specifica? Perché emanare delle linee guida che palesemente violano lo spirito della legge? La vulnerabilità come condizione psicologica non è mai valutabile a priori mentre ogni forma di comunicazione ha in sé un aspetto promozionale. Nel caso specifico l’interesse di Agcom, sul piano della mission oltre che su quello giuridico, dovrebbe essere proprio il contrario di quello riportato nelle linee guida.

Va cassata su tutta la linea l’intera impostazione e speriamo che il Parlamento intervenga il prima possibile.

Vanno riscritte con legge le regole attinenti alle comunicazioni sociali e soprattutto convocando soggetti istituzionali preposti alla tutela di interessi sociali diffusi. Questo è un goffo tentativo di forzare la legge, usando una istituzione (Agcom) debole e in scadenza di mandato. Il Governo intervenga recuperando lo spirito iniziale e gli impegni assunti nella campagna elettorale. Di certo, questi tentativi così come le parole del sottosegretario Mef con delega ai giochi Alessio Villarosa (M5S) pronunciate alla manifestazione dell’8 maggio organizzata dalla Federazione italiana dei tabaccai non sono affatto rassicuranti (“L’azzardo legale sconfigge quello illegale”, “Serve un riordino nazionale contro le normative a macchia di leopardo”, “Non siamo proibizionisti”, tra le frasi che hanno suscitato polemiche, ndr).

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Elezioni amministrative 2019: i risultati del voto

Tue, 28/05/2019 - 18:14

La guida della Regione Piemonte va al centrodestra. Nei comuni capoluogo, dieci sono i sindaci eletti al primo turno, per altri quindici è necessario il ballottaggio. Tra i sindaci già eletti, sei sono espressione del centrosinistra che vince nelle città più grandi, quattro del centrodestra che però parte in vantaggio nella maggior parte dei ballottaggi. Nessun sindaco, al momento, per il M5S che è presente in una sola delle sfide del secondo turno. Sono questi, in estrema sintesi, i risultati principali della tornata di voto amministrativo che si è svolta in contemporanea alle elezioni europee, coinvolgendo circa 17 milioni di cittadini e quasi la metà dei Comuni italiani.
Il nuovo presidente della Regione Piemonte è Alberto Cirio, candidato dal centrodestra, che con il 49,85% ha sfiorato la maggioranza assoluta (nelle regionali si vota in un unico turno e per essere eletti è sufficiente la maggioranza relativa). Il presidente uscente Sergio Chiamparino, del centrosinistra, si è fermato al 35,80%. Giorgio Bertola del M5S ha raccolto il 13,62% dei voti e Valter Boero del Popolo della famiglia lo 0,73%. Passando ai sindaci già eletti nei Comuni capoluogo, a Firenze Dario Nardella (centrosinistra) è stato confermato con il 57,05% dei consensi. A Bari conferma anche per Antonio Decaro (centrosinistra) con il 66,27%. Ancora conferme a Perugia – Andrea Romizi (centrodestra) ha ricevuto il 59,80% dei voti – e a Bergamo, dove Giorgio Gori (centrosinistra) ha ottenuto il 55,33%. Hanno già un sindaco Pavia – Mario Fracassi (centrodestra) ha raggiunto il 53,04% – e Modena, con il primo cittadino uscente, Giancarlo Muzzarelli (centrosinistra), che ha raccolto il 53,42% dei suffragi. A Pescara il nuovo sindaco è Carlo Masci (centrodestra) con il 51,33% mentre a Pesaro Matteo Ricci (centrosinistra) è stato confermato con il 57,32%. A Lecce Carlo Salvemini (centrosinistra) torna sindaco a quattro mesi e mezzo dalle dimissioni (50,87%). A Vibo Valentia l’unica donna sindaco eletta al primo turno nei Comuni capoluogo: è Maria Limardo del centro destra (59,54%).
Vanno al ballottaggio due Comuni che sono anche capoluogo di Regione. A Potenza la sfida è tra Mario Guarente (centrodestra, 44,73%) e Valerio Tramutoli (lista civica, 27,41%), a Campobasso tra Maria Domenica D’Alessandro (centrodestra, 39,71%) e Roberto Gravina (M5S, 29,41). A Cremona confronto tra Gianluca Galimberti (centrosinistra, 46,37%) e Salvatore Malvezzi (centrodestra, 41,65%), a Livorno tra Luca Salvetti (centrosinistra, 34,20%) e Andrea Romiti (centrodestra, 26,64%), a Prato tra Matteo Biffoni (centrosinistra, 47,16%) e Daniele Spada (centrodestra, 35,12%). Tre sfide in Emilia-Romagna: a Ferrara tra Alan Fabbri (centrodestra, 48,44%) e Aldo Modonesi (centrosinistra, 31,75%), a Reggio Emilia tra Luca Vecchi (centrosinistra, 49,13%) e Roberto Salati (centrodestra, 28,22%), a Forlì tra Gian Luca Zattini (centrodestra, 45,80%) e Giorgio Calderoni (centrosinistra, 37,21%). Tre sfide anche in Piemonte: a Vercelli la competizione è tra Andrea Corsaro (centrodestra, 41,89%) e Maura Forte (centrosinistra, 24,66%), a Biella tra Claudio Corradino (centrodestra, 39,95%) e Donato Gentile (lista civica (27,57%), a Verbania tra Giandomenico Albertella (centrodestra, 45,81%) e Silvia Marchionni (centrosinistra, 37,50%).
A Rovigo sono in lizza Monica Gambardella (centrodestra, 38,17%) ed Edoardo Gaffeo (25,42%), ad Ascoli Piceno Marco Fioravanti (centrodestra, 37,38%) e Piero Celani (lista civica, 21,43%). A Foggia la sfida è tra Franco Landella (centrodestra, 46,11%) e Giuseppe Cavaliere (centrosinistra, 33,71%), ad Avellino tra Luca Cipriano (centrosinistra, 32,43%) e Gianluca Festa (lista civica, 28,67%)
L’appuntamento con i ballottaggi, che riguarda tutti i comuni con più di 15 mila abitanti in cui il sindaco non sia stato eletto al primo turno, è per domenica 9 giugno.

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