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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 12 min 58 sec ago

Papa in Africa: in Mozambico, Madagascar e Maurizio per “seminare speranza”

Wed, 04/09/2019 - 11:01

A 50 anni dalla prima visita di un papa in Africa – Paolo VI, che visitò l’Uganda dal 31 luglio al 2 agosto 1969 – Papa Francesco compirà il suo quarto viaggio apostolico nel continente africano, tra il 4 e il 10 settembre, durante il quale visiterà Mozambico, Madagascar e Maurizio. Sarà il quarto pontefice a raggiungere l’Africa: Giovanni Paolo II, tra il 1980 e il 2000, ha scelto l’Africa come méta dei suoi viaggio apostolici 16 volte per visitare 42 Paesi, a cui va aggiunto il territorio francese d’oltremare, la Réunion. Alcune di queste nazioni dell’Africa sono state raggiunte da Papa Wojtyla due o tre volte durante i suoi quasi 27 anni di pontificato. Benedetto XVI invece è stato in Africa due volte: nel 2009 per visitare Camerun e Angola e poi nel 2011, destinazione Benin. Fino al prossimo settembre i pellegrinaggi di Bergoglio in Africa saranno 4 e le nazioni visitate ammonteranno a 8: Kenia, Uganda, Repubblica Centrafricana, Egitto, Marocco, Mozambico, Madagascar e Mauritius.

50 anni del Secam. Il 2019 sarà l’anno delle celebrazioni del 50° del Secam, il Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar: difficile ipotizzare che il Papa non ne farà riferimento, nei discorsi che pronuncerà visitando i tre Paesi del suo prossimo. “La Chiesa africana ha davanti a sé un compito originale ed immenso”, le parole pronunciate 50 anni fa da Paolo VI: “essa deve rivolgersi come una ‘madre e maestra’ a tutti i figli di questa terra del sole; essa deve offrire loro un’interpretazione tradizionale e moderna della vita; esse deve educare il popolo alle forme nuove dell’organizzazione civile, purificando e conservando quelle sapienti della famiglia e della comunità; essa deve dare impulso pedagogico alle vostre virtù individuali e sociali dell’onestà, della sobrietà, della lealtà; essa deve sviluppare ogni attività in favore del pubblico bene, la scuola specialmente, e l’assistenza ai poveri e ai malati; essa deve aiutare l’Africa allo sviluppo, alla concordia e alla pace”. Imperativi che suonano attuali ancora oggi, in attesa del messaggio di Papa Francesco per l ’importante anniversario. Le conferenze episcopali membri del Secam sono 40, divisi in 6 Conferenze episcopali regionali e 34 Conferenze episcopali nazionali o interregionali.

“Speranza, pace e riconciliazione”. È il motto scelto per la visita in Mozambico. “Queste parole del Santo Padre hanno un grande eco nei cuori di tutti noi, perché ci incoraggerà a superare con coraggio i traumi causati dalla tragica devastazione dei cicloni tropicali ADL e Kenneth, e per affrontare con fede e speranza la difficile situazione nella quale vive la popolazione della Provincia di Cabo Delgado, per i ripetuti attacchi perpetrati da gruppi non ancora ufficialmente identificati”, scrivono i vescovi in un messaggio all’indomani dell’annuncio del viaggio papale. L’evangelizzazione del Mozambico inizia col XVI secolo e l’arrio dei Gesuiti nel 1560. Nel 1612 Paolo VI erige il territorio del Mozambico a prelatura territoriale suffraganea dell’arcidiocesi di Goa in India, situazione che resta immutata fino al 1940 quando è eretta l’arcidiocesi di Lourenco Marques. Nel 1988 papa Giovanni Paolo II compie la prima visita pastorale alla Chiesa cattolica del Mozambico e nomina il primo cardinale autoctono. Il 9 dicembre 1911 Santa Sede e Mozambico hanno per la prima volta sottoscritto un accordo bilaterale che consolida i vincoli di amicizia e collaborazione tra i due Paesi e regola lo statuto giuridico della Chiesa cattolica in Mozambico, presente sul territorio con 3 sedi metropolitane e 9 diocesi suffraganee. Alla fine del 2004 la Chiesa cattolica in Mozambico contava 294 parrocchie, 507 preti, 956 religiose, 295 istituti scolastici e 178 istituti di beneficenza.

Martiri e cardinali. La Chiesa cattolica in Madagascar deve la sua evangelizzazione prima ai domenicani (1580) e poi ai Gesuiti (1610). La missione cattolica subisce un primo brutale arresto con l’uccisione di tutti i missionari francesi nel 1674. All’inizio del XIX secolo il cattolicesimo è bandito dall’isola, fino alla nascita di due vicariati apostolici, tra il 1896 e il 1898, del Madagascar del Nord e del Madagascar del Sud. Nel 1925 le prime ordinazioni di sacerdoti locali, uno dei quali diventerà il primo vescovo malgascio nel 1939. Il 16 aprile 1947 il catechista Lucien Botovasoa fu ucciso in odio alla fede, in un clima di ostilità da parte dei capi locali. Nel 1969 il Madagascar avrà anche il suo primo cardinale: Jerome Louis Rakomatala. Giovanni Paolo II ha compiuto nel 1989 la sua prima visita apostolica in Madagascar, dove la Chiesa cattolica è presente sul territorio con 5 diocesi e 17 diocesi suffraganee e può contare sulla presenza di 317 parrocchie, 1134 preti, 3771 religiose, 3316 istituti scolastici, 349 istituti di beneficenza.

Una diocesi e un vicario apostolico. L’ultima giornata del viaggio in Africa di Papa Francesco prevede la visita alla comunità cattolica di Maurizio, presente sul territorio con una diocesi, quella di port-Louis, ed un vicario apostolico, quello di Rodrigues. La Chiesa cattolica è presente a Maurizio agli inizio del XVIII secolo, con l’arrivo della congregazione della Missione, che per più di un secolo si incarica da sola dell’evangelizzazione del Paese: nasce nel 1772 la prefettura apostolica, che diventa vicariato apostolico nel 1819. Nel 1847 è eretta la diocesi di port-Louis. Giovanni Paolo II ha visitato Maurizio nel 1989, e nel 2002 viene eretto il vicariato apostolico di Rodriguez, la cui popolazione è per il 91% cattolica. L’episcopato locale è membro di diritto della Conferenza episcopale dell’Oceano indiano, che raggruppa i vescovi di Comore, Mauritius, Riunione, Mayotte e Seychelles.

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Ciò che servirebbe…

Wed, 04/09/2019 - 00:00

Al di là del televoto, che rischia di far sembrare la politica un talent show e confondere gli elettori con gli eletti, come se rappresentante e rappresentato fossero la stessa persona, ci sono priorità nel Paese che non possono più sopportare ritardi, deroghe, rinvii e giochetti di palazzo. Non è necessario essere economisti per capire che serve un seria politica di interventi per fare ripartire l’economia, stanca e senza stimoli. Serve soprattutto stabilità, condizione imprescindibile perché si muova qualcosa e si torni ad investire. Le oscillazioni dei mercati, che reagiscono in modo positivo ogni qual volta si profila un barlume di speranza che vada in questa direzione, sono una cartina di tornasole piuttosto precisa e inequivocabile. Ma la stabilità è frutto di una visione un po’ più ampia che punta al futuro, che sa progettare con lungimiranza. Pare invece che si sia più interessati ai risultati immediati, capaci di creare consenso, in una logica molto più vicina a quella dei social in cui le mosse “acchiappa like” sono l’unica strategia. E durano il tempo di una visualizzazione. Serve tornare a mettere al centro la persona. Tutte le persone. Disinnescando le dinamiche di scontro e contrapposizione fine a se stesse e le paure vere o – più spesso – indotte. E poi servirebbe una politica seria per l’ambiente, per arginare la vera invasione, che non è fatta di persone, ma di plastica e veleno. Ma questo punto sembra essere sempre a margine, tra le “varie ed eventuali”. Ed ora, stop al televoto… sperando in una serie presa di coscienza da parte di chi ci dovrebbe governare.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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Scuola, specchio del Paese, facciamo il tifo per te!

Wed, 04/09/2019 - 00:00

Siamo al conto alla rovescia. Tra pochi giorni si riparte!
Mercoledì 11 settembre migliaia di alunni, studenti, insegnanti, personale ausiliario torneranno ad animare le circa 860 scuole sparse in tutta la provincia (la data di inizio non è uguale su tutto il territorio nazionale ndr): dalle scuole dell’Infanzia a quelle Superiori. Migliaia le famiglie coinvolte per il “rito” del Primo giorno di scuola che, comunque lo si guardi, rappresenta un punto di passaggio tra un prima e un dopo, la chiusura di una stagione e l’apertura di un tempo nuovo e anche per questo porta con sé speranza e timori.
Se è vero che, come qualcuno afferma, il sistema scolastico è uno degli indicatori della qualità di un Paese, possiamo dire che in Italia “resiste” nonostante la precarietà in cui la politica da tempo (colpevolmente) lo costringe.
Da anni la Scuola deve sopportare e poi gestire riforme, mezze riforme, aggiustamenti in corsa, pseudo riforme, riforma della riforma approvate dai vari governi che si sono susseguiti, il più delle volte senza che i vari attori che frequentano gli ambienti scolastici fossero minimamente consultati e ascoltati.
Certo la scuola è un mondo difficile perché complesso, dove coabitano idee, spinte, esigenze, passioni diverse e talvolta contrapposte. Anche in questo senso è uno spaccato significativo della nostra società e, se non altro per questo, dovrebbe essere considerato con un’attenzione tutta speciale.
La precarietà in cui la scuola è costretta è, per fortuna, spesso superata o perlomeno nascosta, dalle tante eccellenze “ordinarie” delle donne e uomini che la abitano. “Ordinarie” perché tanti ragazzi e ragazzi o genitori o insegnanti o dirigenti o collaboratori scolastici considerano normale spendersi al massimo, al di là di quanto previsto e richiesto per l’ambiente che, per molta parte dell’anno, è un po’ la loro “seconda casa”. Certo, c’è anche chi non fa neanche il minimo previsto, ma per fortuna le eccellenze non sono una rarità e rappresentano la vera speranza per la Scuola e per il nostro Paese. Sì perché in quelle aule (lo scriviamo perché il suo significato è più forte della retorica che rischia una frase simile) si costruisce il futuro dell’Italia, il nostro futuro. Basterebbe questa consapevolezza. che non è né di destra né di sinistra, per capire che qualsiasi esecutivo dovrebbe davvero mettere la scuola tra le prime tre priorità (le altre due dovrebbero essere la denatalità e l’ambiente) sulle quali investire con decisione, in modo stabile, condiviso e lungimirante.
La scuola, dicevamo, è lo spaccato di quello che siamo come Italia. Lo è nello sperimentare una dimensione multiculturale con la presenza sempre maggiore di bambini, ragazzi, giovani di seconde e terze generazioni di immigrati, nati in Italia, cresciuti in Italia con genitori immigrati e che per questo ancora non possono (vergognosamente) avere la cittadinanza italiana.
La scuola è, ancora, lo spaccato di un Paese che non riesce ad uscire dalla glaciazione demografica e così calano il numero delle classi, si cominciano a chiudere le scuole.
È, infine, lo spaccato di una nazione che ha bisogno estremo di sentirsi più comunità, di percepirsi di più come un “noi” e non solo, quando va bene, come un insieme di eccellenze. In questa prospettiva la scuola è una grande opportunità per contribuire a far crescere il senso di comunità, la consapevolezza dell’importanza di avere un codice minimo di valori condivisi. Anche in questo senso nella scuola si semina il futuro.
Per tutti questi motivi e molti altri ancora, che ciascuno di noi si porta nel cuore magari come ricordo dei tempi in cui ciascuno ha abitato un’aula, un cortile,una scuola, esprimiamo la nostra simpatia a tutti gli abitanti del microcosmo scolastico. Noi ci impegneremo a fare concretamente il tifo per la “nostra” scuola, perché se migliora lei, migliora il Paese.
Buon anno scolastico!

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Venezia76: settimo giorno alla Mostra. In concorso “The Painted Bird” di Marhoul, “About Endlessness” di Andersson e fuori gara l’hollywoodiano “The King” di Michôd

Tue, 03/09/2019 - 21:12

Settimo giorno alla 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Ecco i titoli in competizione martedì 3 settembre al Lido: il ceco “The Painted Bird” di Václav Marhoul, film storico in bianco e nero dal romanzo di Jerzy Kosiński, e il dramma grottesco “About Endlessness” dello svedese Roy Andersson. Fuori concorso poi c’è il dramma storico targato Netflix “The King” di David Michôd di respiro hollywoodiano; film presentato lunedì 1° settembre in tarda serata. Il punto sulle proiezioni con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“The King”

Seppur fuori gara, il dramma storico “The King” merita un approfondimento, raccontando l’ascesa di Enrico V sul trono di Inghilterra. Il film prodotto da Netflix è diretto dal regista australiano David Michôd, autore di “The Rover” (2014) e sceneggiatore della serie “Catch-22”; cast di alto livello secondo gli standard hollywoodiani Timothée Chalamet, Joel Edgerton, Robert Pattinson e Lily-Rose Depp. Ambientato nell’Inghilterra del XV secolo, in pieno Medioevo, l’opera racconta il momento in cui il giovane Enrico eredita il titolo di sovrano; un impegno verso il quale è inizialmente incerto e riluttante. Mosso da senso di responsabilità, Enrico V inizia a prendere le prime decisioni sostenuto da una Corte sospettosa e pronta al tradimento. La situazione precipita con la guerra alla Francia. “Se gli avvenimenti storici sono conosciuti” – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis – “del tutto nuovo è il modo con cui il regista li ripropone. Scritto insieme al collegato attore Joel Edgerton, Michôd rilegge la storia in maniera incisiva e cruda con una messa in scena di grande impatto spettacolare. Nelle sequenze della battaglia emerge la potenza del racconto cinematografico e la inevitabile follia della guerra. Stile fluido, pulizia di immagine e presenza scenica degli attori fanno il resto. Film appassionante e per approfondimenti”. “La veste è quella del dramma storico di ambientazione medievale” – aggiunge Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis – “ma il film di Michôd acquista una forte carica di attualità spingendo il racconto sui temi della verità e della verifica dei fatti. Enrico V è tormentato perché si sente immerso in un ambiente abitato dalla menzogna e dalla corruzione; compie dunque scelte avventate, come l’adesione alla guerra, perché incapace di ascoltare e andare alla radice dei problemi. Il film di fatto umilia le ragioni belligeranti, lasciandole apparire flebili e animate da piccoli egoismi. Il prezzo finale purtroppo sono sempre le vite umane”. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“The Painted Bird”

Nato a Praga nel 1960, il regista Václav Marhoul con “The Painted Bird” firma il suo terzo lungometraggio, in concorso a Venezia 76. Prendendo le mosse dal noto romanzo “L’uccello dipinto” di Jerzy Kosiński del 1965, il film racconta il calvario di un bambino ebreo nell’Europa dell’Est durante gli anni aspri della Seconda guerra mondiale. In affidamento presso una vecchia zia, il bambino ben presto rimane solo e si mette in viaggio nelle desolate campagne circostanti imbattendosi in contadini violenti e superstiziosi, ambigue guaritrici, così come in truppe sovietiche e tedesche. Ogni tappa del viaggio è una discesa agli inferi tra angherie e violenze ripetute. “Non è la prima volta che il cinema affronta i temi della Guerra e della Shoah” – indica Massimo Giraldi – “in questo caso però ci troviamo dinanzi a un’opera che sposta ancora più avanti il limite della violenza esibita. Questo ripetersi di crudeltà senza sconti per il protagonista e lo spettatore fa sorgere spontanea la domanda su quale sia il limite tra narrazione e rispetto dello sguardo. I buoni propositi del film di Marhoul annegano nel mare di brutalità insistite, enfatizzate, che disturbano lo spettatore invece che attivare un percorso di sensibilizzazione nei confronti dell’argomento”. “La domanda se sia giusto rappresentare il Male sullo schermo” – rimarca Sergio Perugini – “rimanda agli inizi della storia del cinema; è anche nei primi documenti pontifici, nei ‘Discorsi sul film ideale’ di Pio XII. Bisogna sì dare nome e volto al Male, per riconoscerlo nella Storia e fare memoria per il domani (questo ce lo insegna anche il grande filone su cinema e Shoah); il film di Marhoul si inserisce in questo scenario con validi intenti, ma traballa nel suo percorso sbilanciandosi in una rappresentazione della violenza feroce e gratuita. Lo sguardo dello spettatore diventa sconvolto, incapace di sostenere a lungo lo schermo. Stilisticamente l’opera è elegante, di pregio, con un suggestivo bianco e nero; peccato però che la violenza sfugga di mano e contamini tutto”. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti per un pubblico adulto.

“About Endlessness”

Il regista svedese Roy Andersson (Göteborg 1943) ha trovato grande consenso internazionale nel 2014 con il suo film “Il piccione seduto su un ramo che riflette sull’esistenza”, titolo con cui ha vinto il Leone d’oro a Venezia 71. La sua inconfondibile commedia amara, un cortocircuito tra dramma e umorismo grottesco, è il sentiero anche del suo ultimo film “About Endlessness” in gara al Lido. In uno scenario europeo non meglio identificato, con salti temporali lungo il XX secolo, Andersson racconta storie di umanità colte nell’attimo della vita quotidiana. “Lo svedese Andersson” – sottolinea Giraldi – “filtra la rappresentazione della realtà attraverso la maschera di uno sguardo grottesco. Gli episodi messi in scena rimandano a una società che vive sul limite della follia; personaggi che strappano sì un sorriso, ma lasciano l’impressione di vivere in una profonda solitudine. Il racconto si struttura come un mosaico sfaccettato e sfrangiato. Un puzzle difficilmente ricostruibile”. “La sua dark comedy” – dichiara Perugini – “era apparsa folgorante nel suo film del 2014. Il ritrovare quel medesimo stile, la stessa modalità di racconto, anche qui in ‘About Endlessness’ appare forse un’operazione stanca e di corto respiro. Innegabile è la bellezza di regia e fotografia, un’opera pittorica di matrice scandinava, ma la narrazione è affannata, a tratti delirante. Un film che si regge sull’immediatezza delle suggestioni, che perdono tuttavia di vigore e incisività lungo i 76 minuti”. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e per dibattiti.

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Beauty e Lawrence tumulati nella tomba dei marchesi di Barolo a Torino

Tue, 03/09/2019 - 14:42

Tomba 197. Vuota fino a pochi giorni fa e adesso strumento di misericordia corporale per chi la crudezza della vita riduce ad essere uno scarto della società. Non un fatto banale. E nemmeno consueto. Sicuramente qualcosa che dice molto a chi sa leggere un segno di carità fuori dal comune, soprattutto in tempi difficili come questi. Accade a Torino, nel cimitero generale della città.

Occorre un po’ di storia. Quella tomba ha ospitato il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo: certamente un moderno per i suoi tempi, che ha lasciato il segno. Così come lo è stata la moglie: Giulia Colbert de Maulevrier. Per capire, basta sapere che Carlo e Giulia (marchesi di Barolo, appunto), sono stati una coppia fuori dall’ordinario: ricca, colta, cosmopolita, poliglotta, con una rete internazionale di rapporti. Nati sul finire del XVIII secolo e vissuti nella prima metà del XIX, si incontrano alla corte di Napoleone e vivono in un periodo certo non facile. Illuministi, appassionati di cultura, pedagogia, economia, arte e politica, sono anche profondamente religiosi.

Oggi, la migliore sintesi della loro vita è forse quella data dall’ente (l’Opera Barolo), che ne prosegue l’attività:

erano “appassionati di umanità”.

Con un atteggiamento “scandaloso” allora (forse anche oggi), i due non solo hanno condiviso il loro patrimonio con i più poveri, ma lo hanno fatto cercando di rispondere ai bisogni emergenti di una società che non era ancora quella italiana e moderna, ma che rispecchiava già problemi che in seguito sarebbero diventati pesantissimi: la necessità di avere un’istruzione e quindi un lavoro e così una dignità che altrimenti sarebbe impossibile da raggiungere. Non contenti di agire così in vita, Carlo e Giulia posero le condizioni affinché il loro disegno potesse proseguire nel futuro con la creazione nel 1864 di quella che oggi è l’Opera Barolo.

E la tomba vuota?

Carlo fu lì fino al 2013, quando avvenne la sua traslazione nella Chiesa di Santa Giulia in Vanchiglia (uno degli storici e più popolari quartieri della città), dove, dal 1899, riposa Giulia. Ma, come si è detto, anche una tomba vuota può essere strumento di carità. Così l’Opera Barolo – presieduta da mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino -, ha disposto nel 2018 di destinarla alla tumulazione delle persone decedute più sfortunate, senza parenti e senza alcun residuo affetto. Gli ultimi che diventano i primi. D’altra parte, dare degna sepoltura agli ultimi fa parte – spiegano in Opera Barolo -, “delle sette opere di misericordia ed è espressione dell’impegno sociale dei marchesi a favore dei più vulnerabili, protetti dagli inizi dell’Ottocento, soprattutto nel distretto sociale Barolo, la Cittadella della solidarietà attiva ininterrottamente dal 1823 tra via Cigna e via Cottolengo (un altro crocevia storico della città, ndr), con oltre 20mila servizi annui alle persone in difficoltà”.

Sbrigate quindi le formalità necessarie con l’amministrazione comunale, dal mese di agosto la tomba 197 accoglie Lawrence Irimoren, cittadino nigeriano, arrivato in Italia negli anni ’80, senza famiglia, con un lavoro prima e poi, dal 2012, inghiottito dalle strade della città che erano diventate la sua casa. In autunno arriverà la salma di Beauty, una donna nigeriana, gravemente ammalata, di 31 anni, morta in ospedale nel marzo di un anno fa circa, dopo aver dato alla luce Israel il cui padre era stato fermato al confine con la Francia. Altri arriveranno.

Il senso di tutto lo spiega con chiarezza l’arcivescovo: “Alla dignità di ogni persona appartiene anche la disponibilità di una sepoltura decorosa: nella morte siamo ugualmente chiamati a riconoscere e rispettare il dono e la memoria della vita! È un ‘diritto’ di ogni uomo o donna, al di là della sua nazionalità, religione e censo, che va dunque salvaguardato e promosso anche in questa circostanza. E vale soprattutto per quelli che vivono per strada, senza famiglia e amici, scartati dalla società: non ci si preoccupa di loro da vivi, e tanto meno quando muoiono”. E poi ancora: “La scelta di rendere disponibile uno spazio nel terreno sepolcrale dei marchesi di Barolo come è avvenuto a Torino, per il nigeriano Lawrence, rientra dunque pienamente in quel dovere di accoglienza di cui ha tanto bisogno oggi la nostra società, e che rappresenta un obbligo morale per ogni cristiano, e civile per ogni cittadino”.

E il marchese? Sulla sua tomba è scritto: “Fece del bene a molti. Avrebbe voluto farne a tutti. Anime cristiane dategli il bene delle vostre orazioni”.

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“I will be the voice of Guatemala”: interview with Msgr. Ramazzini Imeri, the frontier bishop to be created cardinal

Tue, 03/09/2019 - 10:53

“This morning I was awakened by a priest friend who lives in Rome. He told me that the Pope had just announced that I was among the new cardinals. Obviously, it came as a great surprise to me.” Msgr. Álvaro Leonel Ramazzini Imeri, bishop of Huehuetenango, in Guatemala, speaks to SIR of how he was informed, at 4 in the morning, on this important news.

Even this time, as has become customary practice, Pope Francis has elevated to cardinalship bishops who proclaim and bear witness to the Gospel from the periphery. Such is the diocese of Huehuetenango (almost one million faithful, out of 1.2 million inhabitants), in the west of Guatemala, near the border with the Mexican State of Chiapas. Msgr. Ramazzini is certainly no stranger to Guatemala, nor to the Latin American Church. He is known as the “frontier bishop.” For decades he has been courageously working for the good of the poorest in the Central American country, for their rights, for migrants and indigenous people in particular. In the past he was even the object of death threats as a result of his commitment.

Álvaro Leonel Ramazzini Imeri was born in Ciudad de Guatemala on 16 July 1947. He was ordained priest on 27 June 1971, for the archdiocese of Guatemala. He obtained his Doctorate in Canon Law at the Pontifical Gregorian University. On 15 December 1988 he was nominated bishop of San Marcos and received episcopal consecration in Rome by Saint John Paul II on 6 January 1989. He held many positions at the Bishops’ Conference of Guatemala, of which he was president from 2006 to 2008.

Why do you think Pope Francis chose you? What is the message behind this choice, for the Church of Guatemala and beyond?

It is a mystery that only the Pope could solve. I think that one of the reasons is the Pope’s concern, his pastoral love for our country, which suffers as a result of difficult political and social circumstances, such as migration, which affects many of my fellow countrymen and people in Central America. Today we are experiencing a complex situation, also because of the narrow attitude of the United States and, lately, even Mexico. Other issues include the recognition of the rights of indigenous peoples, and the environmental question, given that in Guatemala there are still vast stretches of forest to be protected. These are very important issues and choices.

What does this elevation to cardinal mean to you?

It implies an ever greater commitment:

I feel called and mandated to persevere in my pastoral choices,

especially as regards the above-mentioned issues. It’s an opportunity to give voice to so many forgotten and poor people, to make this voice heard, so to speak, closer to the Vatican.

The Pope’s choice also implies special attention to Central America.

It does. Now there will be a cardinal for almost every country: a Guatemalan cardinal was missing, while there was one in El Salvador, Honduras, Nicaragua and Panama. Only Costa Rica is lacking its cardinal. These are small countries, but it’s important that the voice of these faithful be heard.

Your designation comes at a time of transition for Guatemala. The election of the new President of the Republic, Alejandro Giammattei, was received with scepticism by those who expect concrete changes. What is your opinion?

There is always hope, but there are structural difficulties here, which also largely depend on the choices of the global economy. We must remain hopeful and hope that the government will do its best.

Corruption is one of the most controversial issues in Guatemala. Outgoing president Jimmy Morales has expelled the United Nations-backed anti-corruption mission – (Cicig). Are there hopes that the Commission will be reinstated?

In fact, the new President Giammattei declared that he intends to replace it with a new state commission. In truth, I do not know if it will work, if it will be able to perform its duties with the required independence. But even in this case, we have to wait. It’s hard to talk about what has yet to happen.

You criticized the agreement signed by the outgoing president with the US to make Guatemala the “tercer Pais seguro”, where immigrants could wait for the answer to their asylum application in the US. Do you confirm this criticism?

There are two intersecting perspectives. On the one hand, as a Church we will be called to engage in charity and solidarity. But having said that, what form of security can Guatemala offer today? The president did not ask for advice and proceeded along his own path. But that was not the best decision.

The Consistory for the creation of the new cardinals will coincide with the opening of the Synod for the Amazon. What effects could this ecclesial event have on the Central American Church, on the pastoral care of the indigenous peoples and of creation?

A meeting with various bishops will be held in Mexico City at the beginning of October to form a Mesoamerican Network which, modelled on the Pan-Amazonian Ecclesial Network, will work for the integral ecology of our countries. This will require major efforts.

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Pope Francis’ visit to Mauritius. Félicité (Caritas): “Pilgrim of peace in a multiracial and multi-confessional country”

Tue, 03/09/2019 - 10:53

The family, the declining number of vocations and the ageing of the clergy constitute a major concern for the Catholic population of Mauritius. The island is known worldwide for the beauty of its tropical shores, with its growing tourism industry. Pope Francis will visit the island on 9 September, the last leg of the Apostolic journey from 4 to 10 September that will take him also to Mozambique and Madagascar. In the mid morning the Pope will be in the capital Port Louis, the only diocese on the island nation, headed by Cardinal Maurice E. Piat,  where the Holy Father will celebrate Mass at the Monument to Mary Queen of Peace, followed by a meeting with the bishops, local authorities, and then proceed to the shrine of Père Laval, the Spiritan missionary who brought the faith among the natives in the 19th century, proclaimed Blessed by John Paul II in 1979. Pope Woityla visited the island in 1989. “Major preparations are under way, coupled by great expectations,” said Patrizia Adèle Félicité, Secretary General of Caritas Ile Maurice from Port Louis. “People will be arriving even from the Seychelles and South Africa. Ours is a multiracial, multi-confessional country. The presence of Pope Francis among us as a pilgrim of peace will further strengthen the unity of the Mauritian population. The island has 1.250 million inhabitants, half of whom are Hindus. Catholics account for 28%, while Muslims represent less than a fifth. The official language is English but most people commonly speak Mauritian Creole. French is spoken in ecclesial institutions.  Since independence in 1968, Mauritius has maintained an annual economic growth rate of around 5%-6%, making it one of the African countries with the highest GDP per capita, a major exception in the region. Thus, the poverties addressed by Caritas are very different from those found in the rest of the Continent.

A politically, socially stable Country. “Fortunately, Mauritius is a stable country politically and socially – points out the Caritas Secretary General -. There are no major problems or conflicts amongst the population. There are not many poor people but pockets of poverty exist as a result of the pay gap between rich and poor.” Caritas activity primarily focuses on development and support to people and families in difficulty, in partnership with institutions and private enterprises. It is present in all 47 parishes of the diocese, providing services and assistance of various kinds.

The Catholic Church runs nurseries, centres for the elderly, the disabled, the sick, drug addicts and alcoholics.

“We assist thousands of people, we provide accommodation to those who cannot afford high rents, we help families and children.” Poverty has multiple causes: drugs, alcoholism, lack of education. “English is the official language in schools,” she explained, “but many children only speak Creole and have difficulties. There are jobs but often companies delocalize or resort to cheaper foreign labour.”

Popular Catholicism. “The Catholic Church – continues Félicité – is known and recognized for her contribution to Mauritian society, especially with regard to the education and accompaniment of the most disadvantaged.”

“We work extensively with families and believers belonging to other religions and Christian denominations.”

In fact, in Mauritius there is a Council of Religions. The island is home to a very popular form of Catholicism, rooted in its ancient colonial past. The origins of the Church date back to the 17th century with the first Mass was celebrated by the Jesuits in 1616. In the 19th century, Père Laval worked extensively with slaves, promoting the enculturation of Christianity into local traditions. The texts and songs of the liturgies are in the Creole language. “The clergy are ageing and there are not many vocations – she said – but we are working well with young people, who actively participate in ecclesial life. There used to be European missionaries, now they are mostly Malagasy and Asian.”

“Looking forward to welcoming him with our hearts.” All parishes, associations and movements are involved in the preparations for 9 September. News media have been reporting on the event for some time already. “We are fond of Pope Francis’ simple and direct approach, his concern for the poor. We are preparing to receive him with our hearts”, declared Patricia Adèle Félicité: “We are very happy to be able to receive a Pope who devotes such great attention to the peripheries of the world. We are ready to embrace his messages, to pursue with renewed vigour and motivation our activity among the poorest.”

Les boutiques Solidaire de Lkl Caritas Solitude, vêtements et alimentations.

Pubblicato da Caritas Ile Maurice su Domenica 7 luglio 2019

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Papa Francesco all’isola Maurizio. Félicité (Caritas): “Pellegrino di pace in un Paese multirazziale e multiconfessionale”

Tue, 03/09/2019 - 10:53

La famiglia, il calo delle vocazioni e l’invecchiamento del clero sono al centro delle preoccupazioni dei cattolici di Maurizio (Mauritius). L’isola è nota in tutto il mondo per la bellezza delle spiagge tropicali, con l’industria del turismo in continua crescita. Qui sarà in visita Papa Francesco il 9 settembre, ultima tappa del viaggio africano che dal 4 al 10 settembre lo porterà anche in Mozambico e Madagascar. Nella capitale Port Louis, che è anche l’unica diocesi, guidata dal cardinale Maurice E. Piat, il Papa arriverà a metà mattinata e celebrerà subito la messa al Monumento di Maria Regina della Pace. Poi incontrerà i vescovi, le autorità e si recherà al santuario di Père Laval, il missionario spiritano che portò la fede tra gli indigeni nel XIX secolo, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1979. Papa Woityla visitò l’isola nel 1989. “Ci sono grandi preparativi e tanta attesa – dice da Port Louis Patrizia Adèle Félicité, segretaria generale di Caritas Ile Maurice -. Verranno persone anche dalle Seychelles e dal Sudafrica. Noi siamo un Paese multirazziale, multiconfessionale. La presenza di Papa Francesco tra noi come pellegrino di pace rafforzerà ancora di più l’unità tra i mauriziani”. L’isola conta 1 milione e 250 mila abitanti, la metà sono induisti. I cattolici sono il 28%, meno di un quinto i musulmani. La lingua ufficiale è l’inglese  ma la gente comune parla il creolo mauriziano. Nelle istituzioni ecclesiali si usa invece il francese.  Dall’indipendenza, ottenuta nel 1968, Maurizio ha mantenuto un tasso di crescita economica annua intorno al 5%-6%, tanto da renderla tra i Paesi africani con il maggiore Pil pro capite, una vera eccezione nella regione. Perciò le povertà che si trova a intercettare la Caritas sono molto diverse dal resto del continente.

Patricia Adele Félicité, segretaria generale Caritas Ile Maurice

Un Paese stabile politicamente e socialmente. “Fortunatamente l’isola Maurizio è un Paese stabile politicamente e socialmente – ricorda la segretaria generale della Caritas -. Non abbiamo grandi problemi né conflitti interni alla popolazione. Non ci sono molti poveri ma sacche di povertà dovute alla differenza salariale tra ricchi e poveri”. Caritas lavora principalmente nell’ambito dello sviluppo e nell’accompagnamento delle persone e famiglie in difficoltà, in partenariato con le istituzioni e le imprese private. E’ presente in tutte le 47 parrocchie della diocesi, fornendo servizi e aiuti di diverso tipo.

La Chiesa cattolica gestisce asili nido, centri per anziani, disabili, malati, tossicodipendenti e alcolisti.

“Seguiamo migliaia di persone, mettiamo a disposizione alloggi per chi non è in grado di pagare affitti molto alti, aiutiamo le famiglie e i bambini”. Le cause della povertà sono molteplici: la droga, l’alcool, la mancanza di istruzione. “La lingua ufficiale utilizzata a scuola è l’inglese – spiega – ma molti bambini parlano solo creolo e hanno difficoltà. Il lavoro c’è ma spesso le imprese delocalizzano o fanno ricorso alla manodopera straniera meno cara”.

 

 

Un cattolicesimo popolare. “La Chiesa cattolica – prosegue Félicité  – è conosciuta e riconosciuta per il contributo che porta alla società mauriziana, soprattutto nell’educazione e nell’accompagnamento delle persone più vulnerabili”.

“Lavoriamo molto con le famiglie e con credenti di altre religioni e confessioni cristiane”.

A Maurizio esiste infatti un Consiglio delle religioni. Nell’isola si vive un cattolicesimo molto popolare, con radici antiche nella colonizzazione. Le origini della Chiesa risalgono al XVII secolo e la prima messa venne celebrata dai gesuiti nel 1616. Nel XIX secolo Père Laval lavorò molto con gli schiavi, inculturando il cristianesimo nelle tradizioni locali. I testi e i canti delle liturgie sono in lingua creola.  “Il clero sta invecchiando e non abbiamo molte vocazioni – dice – ma facciamo un buon lavoro con i giovani, che partecipano attivamente alla vita ecclesiale. Prima erano presenti missionari europei, ora ci sono più malgasci e asiatici”.

Isola Maurizio

“Pronti a riceverlo con il cuore”. Tutte le parrocchie, le associazioni e i movimenti si stanno mobilitando in vista del 9 settembre. Nei media se ne parla già da tempo. “Amiamo i modi semplici e immediati di Papa Francesco, la sua attenzione per i poveri. Ci stiamo preparando a riceverlo con il cuore”, afferma Patricia Adèle Félicité: “Siamo molto contenti di poter ricevere un Papa che dà tanta attenzione alle periferie del mondo. Siamo pronti ad accogliere i messaggi che ci darà, per continuare con più forza e motivazione la nostra azione tra i più poveri”.

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Pubblicato da Caritas Ile Maurice su Domenica 7 luglio 2019

 

 

 

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“Sarò la voce del Guatemala”: intervista a mons. Ramazzini Imeri, il vescovo di frontiera che sarà cardinale

Tue, 03/09/2019 - 10:53

“Stamattina sono stato svegliato da un amico sacerdote che vive a Roma. Mi ha detto che il Papa aveva appena annunciato che facevo parte dei nuovi cardinali. Ovviamente, è stata per me una grande sorpresa”. Così mons. Álvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenango, in Guatemala, racconta al Sir come ha saputo, alle 4 del mattino, l’importante novità.

Anche stavolta, come ormai abituale prassi, Papa Francesco ha scelto come cardinali vescovi che annunciano e testimoniano il Vangelo a partire dalla periferia. Tale è la diocesi di Huehuetenango (quasi un milione di fedeli, su 1 milione e 200mila abitanti), nell’occidente del Guatemala, quasi ai confini con lo Stato messicano del Chiapas.  In Guatemala, ma anche nella Chiesa latinoamericana, mons. Ramazzini non è certo uno sconosciuto. Sempre considerato “vescovo di frontiera”, è impegnato con coraggio da decenni a favore delle popolazioni più povere del Paese centroamericano, dei loro diritti, e in particolare dei migranti e degli indigeni. In passato ha ricevuto anche minacce di morte per il suo impegno.

Álvaro Leonel Ramazzini Imeri è nato a Ciudad de Guatemala il 16 luglio 1947 ed è stato ordinato sacerdote il 27 giugno 1971, per l’arcidiocesi di Guatemala. Ha conseguito il Dottorato in Diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana. Il 15 dicembre 1988 è stato nominato vescovo di San Marcos ed ha ricevuto la consacrazione episcopale a Roma da san Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1989. Ha ricoperto molti incarichi nella Conferenza episcopale di Guatemala, della quale è stato presidente dal 2006 al 2008.

Perché, a suo avviso, papa Francesco ha scelto proprio lei? E qual è il messaggio di questa scelta, per la Chiesa del Guatemala e non solo?

Perché il Papa mi abbia scelto è un mistero che solo lui potrebbe risolvere. Penso che un significato sia l’attenzione, l’amore pastorale del Papa per il nostro Paese, che soffre di situazioni politiche e sociali così difficili. Penso alle migrazioni, che riguardano molti miei connazionali e molte persone dell’America Centrale. Oggi si vive una situazione complessa, anche per l’atteggiamento di chiusura degli Stati Uniti e, ultimamente, anche del Messico. E poi c’è il tema del riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, e quello ambientale, dato che in Guatemala esistono ancora vaste zone di foresta da custodire. Si tratta di temi e di scelte molto importanti.

Cosa significa per lei questa nomina a cardinale?

Direi soprattutto più impegno:

mi sento chiamato e obbligato a proseguire nelle mie scelte pastorali,

in particolare sulle questioni cui facevo cenno. E’ un’opportunità per dare voce a tante persone dimenticate e povere, di far sentire questa voce, per così dire, vicino al Vaticano.

La scelta del Papa significa anche un’attenzione particolare all’America Centrale.

Sì, ora quasi ogni Paese avrà un cardinale: mancava un cardinale guatemalteco, mentre già c’era in El Salvador, Honduras, Nicaragua e Panama. Manca solo la Costa Rica. Si tratta di Paesi piccoli, ma è importante che si senta la voce di questi fedeli.

La sua nomina arriva in un momento di transizione per il Guatemala. L’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Alejandro Giammattei, è stata salutata con scetticismo da chi si aspetta reali cambiamenti. Cosa ne pensa?

Le speranze ci sono sempre, certo qui esistono dei mali strutturali, che dipendono molto anche dalle scelte dell’economia globale. Ma dobbiamo mantenere viva la speranza e sperare che il Governo faccia del suo meglio.

Uno dei temi di cui più si è discusso in Guatemala è quello della corruzione. Il presidente uscente, Jimmy Morales, ha cacciato dal Paese la Cicig, la Commissione anticorruzione promossa in collaborazione con l’Onu. Spera che la Commissione possa tornare?

Per la verità, il nuovo presidente Giammattei ha dichiarato che intende dare vita a una nuova commissione, tutta nazionale. Io, per la verità, non so se potrà funzionare, se potrà operare con la necessaria indipendenza. Ma anche in questo caso, bisogna aspettare. E’ difficile parlare di quello che deve ancora accadere.

Lei ha già criticato l’accordo firmato dal presidente uscente con gli Usa per fare del Guatemala il “tercer Pais seguro”, nel quale gli immigrati potranno attendere la risposta alla loro richiesta di asilo negli Usa. Conferma questa critica?

Ci sono due prospettive incrociate. Da una parte, come Chiesa saremo chiamati a esercitare carità e solidarietà. Ma detto questo, che tipo di sicurezza può offrire oggi il Guatemala? Il presidente non ha chiesto consigli ed è andato avanti per la sua strada. Ma non è stata la scelta migliore.

Il Concistoro per la creazione dei nuovi cardinali coinciderà con l’apertura del Sinodo per l’Amazzonia. Che effetti potrà avere questo momento ecclesiale anche per la Chiesa centroamericana, e per le attenzioni pastorali agli indigeni e al creato?

A inizio ottobre ci sarà una riunione con vari vescovi a Città del Messico, per strutturare una Rete Mesoamericana che, sul modello della Rete ecclesiale panamazzonica, opererà per l’ecologia integrale nei nostri Paesi. Su questo dobbiamo lavorare molto.

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Venezia76: sesto giorno alla Mostra. In concorso “Martin Eden” di Marcello e “N. 7 Cherry Lane” di Yonfan

Mon, 02/09/2019 - 20:41

Inizia la seconda settimana della 76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Lunedì 2 settembre in concorso al Lido passano il secondo film italiano in gara, “Martin Eden” di Pietro Marcello con Luca Marinelli e Carlo Cecchi, così come l’animazione di Hong Kong “N. 7 Cherry Lane” del regista Yonfan. Il punto sulle proiezioni con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“Martin Eden”

Classe 1976, Pietro Marcello si è fatto conoscere con alcuni documentari di taglio sociale; si ricorda in particolare “La bocca del lupo” (2009) con cui ha vinto il Torino Film Festival, il David di Donatello e il Nastro d’argento. A Venezia 76 presenta “Martin Eden”, un film di finzione che trae le mosse dall’omonimo romanzo del 1909 dello scrittore statunitense Jack London. Marcello recupera il cuore della vicenda, l’avventurosa e amara vita del protagonista, che da marinaio si appassiona a libri e scrittura al punto da sognare un futuro come intellettuale; un desiderio di conoscenza e ascesa sociale spinto anche dall’amore combattuto per una giovane donna borghese. Questi elementi vengono poi calati nel panorama politico-sociale dell’Italia del Novecento, cogliendo i fermenti del pensiero socialista, le rivendicazioni di marinai e classe operaia, così come la sorda distanza della classe borghese o governativa. Protagonista assoluto è il talentuoso Luca Marinelli, che condivide la scena con il veterano Carlo Cecchi e la giovane Jessica Cressy.
“Il cambio di scenario dalla California a Napoli” – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis alla Mostra – “permette al regista Pietro Marcello di ancorare la vicenda al tessuto del nostro Paese, preservando comunque un forte respiro internazionale. Il giovane Marin attraversa le fratture lavorative e sociali del XX secolo senza tuttavia trovare una sua identità o collocazione precisa. Prova disperatamente ad attivare l’ascensore sociale, ma ne viene sempre respinto. La regia è controllata e visionaria insieme, mettendo in atto un’operazione antropologica valida e suggestiva. Forse non tutto torna, ma questo poco importa, perché il film funziona e appassiona”.
“Come nella sua opera precedente ‘La bocca del lupo’” – rimarca Sergio Perugini, segretario della Cnvf e giurato Signis – “Pietro Marcello compone un potente racconto di denuncia, tra storie di emarginati e lavoratori sfiancati, mescolando alla narrazione inserti di repertorio del cinema delle origini. Anche in ‘Martin Eden’ ci sono i volti e luoghi portuali, il rimando a spazi di frontiera dove regna la voglia di abbandono o di approdi disperati. Il regista dà voce agli scartati, sottolineando come l’educazione sia la via per la risalita; un percorso però che deve essere accompagnato da un rispetto verso se stessi e il prossimo. Martin si mette in gioco con la vita con cuore puro, ma la società lo giudica, lo schernisce, persino lo sfrutta e infine lo abbandona (nuovamente) ai margini. Un’opera dura e intensa con una punteggiatura poetica”.
Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti.

“N. 7 Cherry Lane”

È un regista di Hong Kong di 71 anni Yonfan, autore di 14 lungometraggi; a Venezia presenta il suo primo film di animazione ambientato nella sua città nella metà degli anni Sessanta, in concomitanza con le agitazioni del 1967. Il film mostra il giovane studente universitario Ziming che si affaccia alla vita, scontrandosi con le agitazioni di protesta e i primi sentimenti. Ziming, nel dare ripetizioni di lingua inglese alla studentessa Meiling, si invaghisce (ricambiato) della madre della ragazza, la signora Yu.
“L’elemento portante del film” – indica Massimo Giraldi – “è fornito da continui riferimenti al cinema e alla letteratura europea nonché statunitense (“Jane Eyre”, “Cime tempestose”, il film “Il laureato”, ecc.). È un racconto d’amore decadente e romantico, cui la musica imprime particolare pathos. Vengono messi in scena i tormenti di una relazione impossibile, facendo uso di sguardi e silenzi. Seppur muovendosi lungo chiari presupposti, il film smarrisce intensità per eccessive divagazioni e citazioni. Il film si sovraccarica di suggestioni, al punto da faticare a comprenderne il senso dell’operazione”.
“Non si tratta di un film di animazione secondo i canoni del cinema giapponese, primo riferimento nella cultura asiatica e non” – afferma così Sergio Perugini – “Lo stile visivo che adotta Yonfan è chiaramente elegante e in cerca rimandi poetici, ma rischia di apparire poco credibile e autoreferenziale. L’opera prova a coniugare il tormento del cuore dei protagonisti con i fermenti della società esterna; un ribollire di tensioni, uno scontro tra modernità e tradizioni socio-culturali, che non sempre trova il giusto accordo ed equilibrio”.
Dal punto di vista pastorale il film è complesso e problematico.

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Londra, settimana cruciale. Longley (opinionista), “dal Brexit una crisi politica che durerà anni”

Mon, 02/09/2019 - 16:00

Un primo ministro “fanatico” che minaccia i membri del suo partito di escluderli dalle prossime elezioni se questa settimana non lo appoggiano in parlamento. Clifford Longley (nella foto sotto), ex corrispondente religioso dei quotidiani “Times” e “Telegraph” e consulente cattolico del settimanale “Tablet”, non ha dubbi. La democrazia, nel Regno Unito, in questo momento, “è a rischio” e il prezzo potrebbe essere pagato da molti cittadini europei. Longley analizza la situazione nel suo Paese nel momento in cui non placano le proteste di piazza – e le diffuse preoccupazioni istituzionali – per le ultime mossed di Johnson: chiusura del parlamento, marcia spedita verso il “no deal”.

Come ha reagito la Chiesa cattolica alla decisione di Boris Johnson di sospendere il parlamento per portare a termine il “no deal” ovvero l’uscita senza accordo della Gran Bretagna dall’Unione europea?
In molte chiese i parroci hanno invitato i fedeli a rileggere il comunicato redatto dai vescovi lo scorso dicembre, quando questi ultimi avevano espresso solidarietà con i cittadini che vivono qui nel Regno Unito e gratitudine per il loro contributo alla vita di questo Paese. La conferenza episcopale aveva, già allora, espresso preoccupazione per il fatto che i diritti dei cittadini europei potessero essere violati e anche che il sistema di registrazione fosse troppo complicato. Quando Boris Johnson ha annunciato che intendeva anticipare il termine ultimo per il sistema di registrazione al 31 ottobre anziché alla fine del 2020 i vescovi cattolici hanno ribadito la loro preoccupazione: nel caso di un “no deal”, ovvero un’uscita senza accordo dall’Unione europea, i diritti degli europei verrebbero violati e questi ultimi non avrebbero tempo sufficiente per registrarsi. Tuttavia sembra, dalle ultime notizie, che il governo si stia allontanando da questa politica e la ragione è la protesta dell’opinione pubblica la quale non intende tollerare una politica di questo tipo che escluderebbe dalla vita del Paese i due milioni di europei che non si sono ancora registrati, la maggioranza dei quali sono cattolici.

Che cosa si sono detti la Regina e il premier Boris Johnson quando quest’ultimo ha chiesto alla sovrana di sospendere il parlamento?
Al momento dell’incoronazione, nel 1953, quando la Regina ha giurato sulla Bibbia di dedicarsi completamente a Dio e al Paese, Elisabetta II aveva promesso solennemente di rispettare la costituzione. Avrà, quindi, detto a Boris Johnson: “Seguirò la convenzione costituzionale che dice che la corona deve acconsentire a qualunque suggerimento fatto dal premier, purché costituzionale e legale. Tuttavia è molto importante che questi limiti non vengano superati”. Insomma la Regina o, per conto della Regina, il suo segretario privato avranno avvertito il primo ministro che i limiti legali e democratici erano stati raggiunti e se avesse insistito oltre, nel limitare il potere del parlamento, la sovrana avrebbe potuto licenziarlo, come è nelle sue prerogative.

Pensa che, durante il loro colloquio, Boris Johnson abbia chiesto un periodo più lungo di sospensione del parlamento e la Regina abbia detto di no?
È molto probabile. Possiamo immaginare che il premier abbia chiesto alla Regina di sospendere Westminster oltre il 31 ottobre, cosi da rimuovere qualunque rischio al “no deal”, ovvero l’uscita senza accordo dall’Unione cui mira Johnson.

La Regina non mostra alcuna opinione sul Brexit, vero? Ovvero non è pro o contro Brexit?
No. Elisabetta II personifica, rappresenta e difende la costituzione e ha poteri di riserva che può usare nel caso in cui la costituzione venga minacciata, come potrebbe capitare in questo momento.

Pensa che Boris Johnson ce la farà a portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea senza un accordo il prossimo 31 ottobre?
Anche in questo caso dico no. Credo che il parlamento riuscirà, questa settimana, a far approvare la legislazione che costringe il premier a chiedere un’estensione all’Unione europea oltre il 31 ottobre. Seguiranno elezioni generali. Il “Brexit party” di Nigel Farage conquisterà molti voti incolpando i conservatori di non aver portato a termine il processo di Brexit. Questi ultimi potrebbero tornare al potere perché sono il partito più importante anche se non è detto che avranno la maggioranza in parlamento. Insomma il Regno Unito si trova in una situazione di crisi politica che durerà per anni.

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Hong Kong: le campane delle chiese cristiane suonano all’unisono per la pace e per i giovani

Mon, 02/09/2019 - 15:40

Alle 13 in punto di ieri, domenica 1 settembre, le campane delle chiese cristiane di Hong Kong hanno cominciato a suonare in segno di pace e di preghiera per il futuro della città e per i suoi giovani. “Ring the bell and pray for Hong Kong”: all’iniziativa hanno aderito 40 chiese e parrocchie della città (cattoliche e protestanti), dopo un weekend di fuoco e violenza. Tutto è cominciato quando le autorità dell’ex colonia britannica hanno arrestato alcuni tra gli attivisti più in vista dei movimenti protagonisti delle proteste che ormai da quasi quattro mesi scuotono la città. Due di loro, probabilmente i più noti anche a livello internazionale, Joshua Wong e Agnes Chow, sono stati liberati con la cauzione. A causa della tensione sempre più alta, il governo aveva proibito le manifestazioni ma la gente è ugualmente scesa per le strade e gli scontri fra la polizia e i manifestanti all’interno del distretto governativo sono stati violentissimi.

“Stiamo vivendo un momento molto difficile”, racconta al Sir Theresa Lee, la persona che ha lanciato l’iniziativa delle campane: “Sono nata a Hong Kong e non ho mai sperimentato uno sconvolgimento sociale come questo prima. La città è totalmente divisa tra giusto e sbagliato, giustizia e ingiustizia. Ci sono manifestazioni ogni fine settimana per le strade”. Nasce così l’idea di suonare all’unisono tutte le campane delle chiese cristiane presenti in città per “risvegliare le coscienze delle persone, dare coraggio ad Hong Kong, invitare alla preghiera perché Dio continui a proteggere Hong Kong e le future generazioni”. Nel giro di due settimane, hanno aderito 40 chiese.

Lee spiega che il popolo di Hong Kong “sta ancora lottando disperatamente perché  il governo risponda alle nostre cinque richieste che non sembrano essere ascoltate”. Sono il ritiro definitivo del disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina; le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam; un’inchiesta indipendente sulla brutalità della polizia durante le proteste; il rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati; riforme per maggiori libertà democratiche. “Solo il Padre celeste può salvarci”, aggiunge Lee: “C’è sempre spazio per la preghiera”.

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Hanno fatto il giro del mondo provocando uno sdegno globale i video postati sui social che riprendono le azioni della polizia nella stazione della metro Prince Edward. Si vedono poliziotti rincorrere e aggredire con manganelli manifestanti e passeggeri che si trovavano sulla banchina e a bordo di una carrozza ferma al binario. “Le persone a terra, le si arrestano, non si picchiano”, dice sempre da Hong Kong padre Renzo Milanese, missionario Pime.

“Abbiamo assistito sabato sera ad una vera e propria caccia all’uomo. Una brutalità da parte della polizia mai vista prima e difficile da capire”.

Queste azioni sono giustificate come metodi necessari per gestire la sicurezza ma la realtà è ben diversa e il risultato finale è che “la gente è spaventata”. La polizia ha perso credibilità e la brutalità è tale da fomentare il dubbio – “anche se non ci sono prove” – di infiltrazioni dalla Cina nelle file di polizia ed esercito. La percezione ad Hong Kong è quella di vivere in “una situazione confusa e complessa” e di essere nelle mani di “una polizia fuori controllo”, assolutamente incapace di gestire l’ordine. Impossibile prevedere vie di uscita. Una cosa pare certa: “il destino di Hong Kong – riflette il missionario – è legato a Pechino. Solo se si cambia qualcosa a Pechino, c’è la speranza che cambi qualcosa anche ad Hong Kong”.

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Lunedì 2 settembre, dopo le vacanze estive, sono riprese le scuole. Ma anche nel primo giorni di riapertura, migliaia di studenti delle scuole superiori sono scesi in piazza a sostegno delle manifestazioni, segno che sono i giovanissimi i protagonisti delle proteste. Secondo gli organizzatori, più di 10mila alunni della regione amministrativa speciale cinese si sono uniti alle proteste e in varie scuole sono state organizzatori minuti di silenzio e catene umane. Cinque studentesse hanno manifestato anche davanti alla scuola in cui ha studiato il capo dell’esecutivo Carrie Lam alla quale i manifestanti stanno rivolgendo le loro richieste.

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Ennesima sparatoria in Texas. Vescovi Usa: “Sradicare le cause di tali crimini”

Mon, 02/09/2019 - 14:16

“Dobbiamo ripensare la nostra cultura, non possiamo accettare una cultura che permette di continuare all’infinito questi massacri”. Viola Hayhurst è uno dei membri della parrocchia di santa Elisabetta Ann Seton a Odessa, uno dei luoghi più vicini alla scena dell’ennesima sparatoria di massa che ha insanguinato il Texas, lo scorso sabato. Stavolta le vittime sono 9 e i feriti 21 e tra questi una bambina di appena 17 mesi. Seth Ator, 36 anni, di Lorena è l’autore di questa tragedia. L’uomo è stato fermato dalla polizia per una violazione del codice della strada. In risposta ha sparato agli agenti, uccidendone ben due, ha sequestrato un furgone postale, sparando alla postina e armato di fucile automatico ha cominciato a colpire a caso tutte le persone che incontrava lungo la 42ma strada, il suo tragitto insensato, prima di essere ucciso nel parcheggio di un cinema in un centro commerciale tra Odessa e Midland. Il capo della polizia di Odessa si è rifiutato di pronunciare il nome dell’assassino “poiché non voleva dargli notorietà”, ma alcuni membri del dipartimento hanno fatto trapelare che l’uomo aveva già precedenti penali e che una volta era già sfuggito agli arresti. Intanto il parroco di santa Elisabetta, Mark Woodruff, ha fatto diramare un comunicato a tutta la comunità attraverso i social media, allertandoli sul percorso da compiere per arrivare a messa, poiché quattro delle arterie principali che portano in chiesa sono state chiuse perché sono i 18 luoghi in cui si è svolta la carneficina e su cui la polizia continua a raccogliere reperti e fare rilievi per comprendere la dinamica del crimine.

“Fortunatamente le persone in servizio nella parrocchia, pur vicini al centro commerciale si sono salvate e molti dei parrocchiani che si trovavano nei negozi a fare spese sono illesi”,

ha commentato mons. Woodruff, che nelle sue preghiere non ricorda solo chi è stato ferito fisicamente, ma chi è stato provato psicologicamente ed è soprattutto a questi ultimi che raccomanda, con un post su Facebook, di rivolgersi al dipartimento di sostegno psicologico della città che offrirà una consulenza ed un accompagnamento gratuito. “Non ci sono risposte facili sul come porre fine a questa epidemia di violenza armata nel nostro stato e nel nostro paese”, ha dichiarato il vescovo Michael Sis di San Angelo, la diocesi texana colpita dalla tragedia. Sa che non bastano solo le preghiere e i comunicati ed ha chiesto a tutte le chiese locali di aprire le porte per accompagnare la comunità nel percorso di guarigione da “una tragedia insensata”. Non è ancora trascorso un mese dall’ultima sparatoria di El Paso, dove a morire in un sabato qualunque, in un centro commerciale sono state 22 persone e tra queste due mamme con bambine neonate.

Dall’inizio dell’anno il dipartimento di giustizia ha contato ben 38 sparatorie di massa, indicando con questa definizione sparatorie dove sono morte tre o più persone.

Ed è proprio in risposta alle sparatorie di massa vissute nella chiesa di Sutherland Spring e nella scuola di Santa Fè, che i legislatori del Texas, uno tra gli stati più permissivi in termini di possesso delle armi, ha varato proprio ieri primo settembre, ben 12 nuove leggi che consentiranno di portare armi anche nelle chiese, nelle sinagoghe, nei luoghi di culto, nei campus scolastici, nei parcheggi dei distretti scolastici e nelle case famiglia che ospitano ragazzi per l’adozione. Inoltre i proprietari di un appartamento non potranno impedire che gli affittuari posseggano armi, né si effettueranno controlli sulle persone che in fuga da disastri naturali portino con sé fucili e pistole E così mentre lo stato di New York poche settimane fa ha approvato leggi ancora più severe nei riguardi dei controlli medici sugli acquirenti di armi; il governatore del Texas Greg Abbot ha firmato per una maggiore liberalizzazione, in piena contraddizione con quanto dichiarato, davanti alle telecamere, dopo la sparatoria di Odessa e Mindland. “Troppi texani sono in lutto. Troppi texani hanno perso la vita”, aveva affermato: “Lo status quo in Texas è inaccettabile ed è necessaria un’azione”. Purtroppo non ha avuto il coraggio di riconvocare i legislatori statali e rivedere le proposte di legge, e si è limitato alla creazione di Commissione per la sicurezza del Texas, a cui ha chiesto di elaborare proposte politiche per il futuro, poiché fino al 2021 i legislatori statali non si riuniranno più. Esulta la Nra, la lobby delle armi che ha salutato le nuove norme “come un grande successo”, specificando che il problema delle sparatorie di massa è da collegarsi a “cuori senza Dio” e non tanto alle armi. Di parere opposto diverse organizzazioni no profit contro la violenza armata, come Texas Gun Sense e Brady, secondo cui le leggi “renderanno le scuole e le comunità meno sicure”; mentre per il capo della polizia di San Antonio, “semplicemente non funzioneranno” come deterrente. E questo mentre Walmart, che ha visto colpito uno dei suoi centri commerciali ad El Paso, sta rivalutando la sua politica vendita delle armi sia nei negozi che online. Il card. Daniel DiNardo, presidente della Conferenza episcopale Usa, ha confessato di aver celebrato le messe domenicali con “il cuore pesante, rattristato dal vedere ancora una volta scene di violenza e disprezzo per la vita umana che si ripetono sulle strade della nostra nazione”. Il cardinale ha invitato con determinazione, “leader e fedeli cattolici, a lavorare instancabilmente per sradicare le cause di tali crimini: orribili assalti che dimostrano inequivocabilmente l’esistenza innegabile del male”.

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Papa Francesco: 13 nuove porpore per “esprimere la vocazione missionaria della Chiesa”

Mon, 02/09/2019 - 13:43

“Non ne sapevo nulla, stavo celebrando la messa qui a Lourdes…”. Così l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, colto di sorpresa come gli altri candidati al cardinalato, ha commentato la scelta di Papa Francesco, annunciata ieri – giorno in cui la Chiesa celebrava la Giornata mondiale del creato – al termine di un rocambolesco Angelus cominciato in ritardo a causa del blocco di un ascensore. È l’unico italiano che il 5 ottobre prossimo riceverà la porpora: gli altri 12  vengono da Europa, America Latina, Asia e Africa. Unica parte del mondo assente nella geografia delineata dal sesto Concistoro convocato da Bergoglio – in programma il 5 ottobre, alla viglia del Sinodo sull’Amazzonia – è quella nordamericana. “Mi è subito venuto in mente il Vangelo di oggi”, ha proseguito Zuppi, che si è formato nella Comunità di Sant’Egidio: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Sono grato a Papa Francesco per aver pensato a me e lo considero come un invito a pregare e lavorare ancora di più per l’unità della Chiesa. Il cardinale è rosso perché deve testimoniare fino al sangue. Speriamo di essere buoni testimoni del Vangelo: quello di oggi è chiarissimo”.

Missionarietà, dialogo interreligioso e responsabilità verso il creato. Sono tre parole chiave che accomunano le tredici nuove porpore, tra cui spiccano, e sono la maggioranza assoluta, otto religiosi.

Dal prossimo 5 ottobre, il 52% dei cardinali elettori saranno uomini scelti da Papa Francesco nei suoi sei Concistori, dal 2014. Il Collegio cardinalizio sarà quindi formato in totale da 228 cardinali, di cui 128 elettori e 100 non elettori. Tra le future porpore, 10 saranno assegnate a cardinali elettori e tre a non elettori, cioè ultraottantenni. Tra i 128 cardinali elettori vi saranno: 55 europei (di cui 22 italiani); 23 latinoamericani; 13 nordamericani; 17 africani, 16 asiatici e 4 provenienti dall’Oecania.

“Esprimere la vocazione missionaria della Chiesa che continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra”,

il mandato affidato dal Santo Padre ai nuovi porporati. Miguel Ángel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso dallo scorso 25 maggio, è nato a Siviglia il 17 giugno 1952. Comboniano e missionario in Egitto e Sudan fino al 2002, dal 1989 è stato professore di islamologia prima a Khartoum, poi al Cairo e, quindi al Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica, dove ha ricoperto fino al 2012 l’ufficio di preside. José Tolentino Calaça de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa dal giugno 2018, è portoghese, di Madeira, dove è nato il 15 dicembre 1965. E’ stato rettore del Pontificio Collegio Portoghese a Roma. Docente Invitato presso le Università Cattoliche di Pernambuco e Rio de Janeiro e presso la Facoltà di Filosofia e Teologia di Belo Horizonte, è consultore del Pontificio Consiglio della Cultura dal 2011. Ignatius Suharyo Hardjoatmodjo, arcivescovo di Jakarta e presidente della Conferenza episcopale dell’Indonesia, è nato il 9 luglio 1950 a Sedayn ed è stato ordinato sacerdote il 26 gennaio 1976. Dal 2 gennaio 2006 è anche Ordinario Militare in Indonesia. Juan de la Caridad García Rodríguez, arcivescovo di San Cristóbal de la Habana, è nato a Camagüey l’11 luglio 1948. Ordinato sacerdote il 25 gennaio 1972, è stato nominato arcivescovo Metropolita di San Cristóbal de La Habana da Papa Francesco il 26 aprile 2016. Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa, è nato il 24 gennaio 1960 a Boto. Ordinato sacerdote il 14 agosto 1988, è vescovo di Bokungu-Ikela dal 6 marzo 2005. Dal giugno 2016 è Vice-Presidente della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo. Jean-Claude Höllerich, arcivescovo di Lussemburgo, è nato il 9 agosto 1958 a Differdange. Nel 1981 è entrato nella Compagnia di Gesù. E’ stato tra l’altro delegato della Conferenza episcopale giapponese per la  Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia nel 2005. Il 12 luglio 2011 Papa Benedetto XVI lo ha nominato arcivescovo di Lussemburgo. Alvaro L. Ramazzini Imeri, vescovo di Huehuetenamgo, nato a Ciudad de Guatemala il 16 luglio 1947, è stato ordinato sacerdote il 27 giugno 1971 e ha ricevuto la consacrazione episcopale a Roma da san Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1989. E’ stato presidente della Conferenza episcopale del Guatemala dal 2006 al 2008. Matteo Zuppi,   arcivescovo di Bologna dal 2015, è nato a Roma l’11 ottobre 1955. Ordinato presbitero per la diocesi di Palestrina il 9 maggio 1981 ed incardinato a Roma il 15 novembre 1988, dal 2000 al 2012 è assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant’Egidio; dal 2010 al 2012 parroco della parrocchia dei SS. Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela e dal 2011 al 2012 prefetto della XVII prefettura di Roma. Nominato vescovo titolare di Villanova e Ausiliare di Roma il 31 gennaio 2012, ha ricevuto la consacrazione episcopale il 14 aprile dello stesso anno. Cristóbal López Romero, arcivescovo di Rabat da dicembre 2017, è nato il 19 maggio 1952 a Vélez-Rubio Diocesi di Almeria Spagna. È entrato nella Famiglia Salesiana nel 1964 ed è stato ordinato sacerdote il 19 maggio 1979.  Michael Czerny, sotto segretario della Sezione Migranti – Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è nato nell’allora Cecoslovacchia nel 1946 ed ha fatto il suo ingresso nella Compagnia di Gesù nel 1963. Nel 1973 è stato ordinato sacerdote per la Provincia Canadese dei Gesuiti. Nel 2009, Papa Benedetto XVI lo ha nominato adiutor (esperto) al Sinodo dei vescovi per l’Africa. Completanol’elenco tre vescovi emeriti: Michael Louis FitzgeraldSigitas Tamkevičius ed Eugenio Dal Corso. 

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Pope Francis: 13 new cardinals “who express the missionary vocation of the Church”

Mon, 02/09/2019 - 13:43

“I knew nothing about it, I was celebrating Mass here in Lourdes…”. The Archbishop of Bologna, Matteo Zuppi, caught by surprise like the other candidates to the cardinalate, commented on the choice of Pope Francis, announced yesterday – when the Church celebrated the World Day of Creation – at the end of a challenging Angelus prayer that began late since Francis was stuck in a Vatican elevator. He is the only Italian prelate who will be created Cardinal on October 5: the remaining 12 come from Europe, Latin America, Asia and Africa. The only part of the world absent in the map outlined by the sixth Consistory convened by Bergoglio – scheduled for October 5, in the wake of the Synod on the Amazon – is North America. “I was immediately reminded of the Gospel today,” continued Zuppi, who was formed in the Community of Sant’Egidio: “Whoever exalts himself will be humiliated and whoever humbles himself will be exalted. I am grateful to Pope Francis for thinking of me and I consider it as an invitation to pray and work even more for the unity of the Church. The cardinal’s garment is red for his witness extends to the point of the shedding of his blood. We hope to be good witnesses of the Gospel: that of today is very clear.”

Missionary vocation, inter-religious dialogue and responsibility towards creation. These are three key-traits shared by the thirteen new cardinals, eight of whom are members of religious congregations.

From 5 October next, 52% of the voting cardinals will have been chosen by Pope Francis in his six Consistories, since 2014. The College of Cardinals will hence be composed of 228 cardinals altogether, 128 of whom will be cardinal electors and 100 non-electors. Of the new red hats, 10 will go to cardinal electors and three to non-electors, i.e. over eighty. The 128 cardinal electors will include: 55 Europeans ( 22 Italians); 23 Latin Americans; 13 North Americans; 17 Africans, 16 Asians and 4 from Oceania.

They express “the missionary vocation of the church that continues to proclaim the merciful love of God to all men and women of the earth”,

is the mandate entrusted by the Holy Father to the new cardinals.

Miguel Ángel Ayuso Guixot (1), president of the Pontifical Council for Interreligious Dialogue since 25 May last, was born in Seville on 17 June 1952. Comboni missionary in Egypt and Sudan until 2002, he served as Professor of Islamology from 1989 first in Khartoum, then in Cairo and then at the Pontifical Institute for Arabic and Islamic Studies, where he held the office of dean until 2012. José Tolentino Calaça de Mendonça (2), archivist and librarian of the Holy Roman Church since June 2018, is Portuguese, from Madeira, where he was born on December 15, 1965. He was the rector of the Pontifical Portuguese College in Rome, Lecturer at the Catholic Universities of Pernambuco and Rio de Janeiro and at the Faculty of Philosophy and Theology of Belo Horizonte. He served as consulter at the Pontifical Council for Culture since 2011. Ignatius Suharyo Hardjoatmodjo (3), Archbishop of Jakarta and President of the Bishops’ Conference of Indonesia, was born on 9 July 1950 in Sedayn and ordained priest on 26 January 1976. He was appointed Military Ordinary in Indonesia on 2 January 2006. Juan de la Caridad García Rodríguez (4), Archbishop of San Cristóbal de la Habana, was born in Camagüey on 11 July 1948. Ordained priest on 25 January 1972, he was appointed Metropolitan Archbishop of San Cristóbal de La Habana by Pope Francis on 26 April 2016. Fridolin Ambongo Besungu (5), Archbishop of Kinshasa, was born in Boto on 24 January 1960. Ordained priest on 14 August 1988, he has served as bishop of Bokungu-Ikela since 6 March 2005. In June 2016 he became Vice-President of Congo’s National Bishops’ Conference.

Jean-Claude Höllerich (6), Archbishop of Luxembourg, was born on 9 August 1958 in Differdange. In 1981 he joined the Society of Jesus. Among other things, he was the delegate of the Japanese Bishops’ Conference for the World Youth Day in Cologne in 2005. Pope Benedict XVI appointed him Archbishop of Luxembourg on 12 July 2011. Alvaro L. Ramazzini Imeri (7), Bishop of Huehuetenamgo, born in Ciudad de Guatemala on 16 July 1947, was ordained priest on 27 June 1971. He received episcopal consecration in Rome from Saint John Paul II on 6 January 1989. He served as President of the Bishops’ Conference of Guatemala from 2006 to 2008. Matteo Zuppi (8),   Archbishop of Bologna since 2015. He was born in Rome on 11 October 1955 and was ordained for the Diocese of Palestrina in 1981 and incardinated in Rome on 15 November 1988. He was Assistant Ecclesiastic General of the Community of St Egidio from 2000 to 2012; Parish of Sts Simon and Jude parish in Torre Angela from 2010 to 2012, and from 2011 to 2012 Prefect of the 17th Prefecture of Rome. He became an Auxiliary Bishop of Rome on 31 January 2012 with the titular see of Villanova, he received his episcopal consecration on 14 April of the same year. Cristóbal López Romero (9), nominated archbishop of Rabat in December 2017. He was born on May 19 1952 in Vélez-Rubio of the Diocese of Almería in Spain. He entered the Salesians in 1964 and was ordained priest on May 19 1979.  Michael Czerny (10), Undersecretary of the Migrants and Refugees Section of the Dicastery for Promoting Integral Human Development, – was born in the former Czechoslovakia in 1946 and entered the Society of Jesus in 1963. In 1973 he was ordained a priest of the Canadian Province of Jesuits. In 2009, Pope Benedict XVI nominated him an adiutor (expert) for the Second Synod of African Bishops. Three bishops emeritus complete the list. They are: Michael Louis FitzgeraldSigitas Tamkevičius and Eugenio Dal Corso. 

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“O dia do fogo”: un nome feroce per la chat di gruppo dei fazendeiros che bruciano l’Amazzonia

Mon, 02/09/2019 - 10:58

“O dia do fogo”, “il giorno del fuoco”. Si chiamava proprio così, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche locali, prese molto seriamente dalla magistratura dello Stato amazzonico brasiliano del Pará, il gruppo whatsapp attraverso il quale i fazendeiros, i grandi produttori rurali, si sarebbero accordati per appiccare incendi nella foresta, nel cuore dello Stato amazzonico brasiliano.

E “dia do fogo” è stato.

Quello che è certo, infatti, è che il 10 agosto, il giorno che sarebbe stato indicato nella chat, si è assistito a un’incredibile escalation di roghi nel sudovest del Pará, nel territorio che ecclesialmente ricade sotto la giurisdizione della prelatura territoriale di Itaituba, città sulle rive del rio Tapajós, uno dei più grandi affluenti del Rio delle Amazzoni, e soprattutto nei municipi di Itaituba e Novo Progreso, oltre che più a est, in quello di Altamira. Tutti e tre i Comuni appaiono nella triste classifica dei dieci municipi con un maggior numero di fuochi dell’intero Brasile, secondo i dati dell’Impe, l’Istituto nazionale di ricerche spaziali.

I roghi del fatidico 10 agosto. Si tratta, forse, dell’epicentro o comunque di uno degli epicentri dell’immensa catena di incendi che stanno sconvolgendo vaste parti della foresta amazzonica e della savana del Mato Grosso. Una nota dell’ufficio comunicazione del Pubblico ministero federale (Mpf) del Pará, rivela che il procuratore della Repubblica Paulo de Tarso Moreira Oliveira sta indagando a Itaituba sul “dia do fogo”. E fornisce dati eloquenti, che mostrano un aumento notevole dei roghi proprio in corrispondenza del 10 agosto. Nel municipio del Novo Progreso ci sono stati 124 fuochi, con un aumento del 300% rispetto al giorno prima. Il giorno dopo i fuochi sono stati 203. Ad Altamira i satelliti hanno “visto” il 10 agosto 196 fuochi, 237 il giorno seguente, con un aumento del 743% degli incendi.

Si tratta, va detto, di territori vastissimi: il municipio di Itaituba ha una superficie (62mila chilometri quadrati), grande come la somma di Veneto, Lombardia ed Emilia; quello di Novo Progresso (38mila chilometri quadrati), come la somma di Toscana, Umbria e Marche. La prelatura di Itaituba (177mila chilometri quadrati) come mezza Germania.

Incendi provocati per allargare le piantagioni di soia. A parlare al Sir della chat è lo stesso vescovo prelato di Itautuba, dom Wilmar Santin: “Sì – spiega – un giornale locale ha pubblicato la notizia della chat, nella quale gli agricoltori si sarebbero accordati per appiccare il fuoco il 10 agosto. L’idea, forse, era quella di dare fuoco a una zona di pascolo, ma le fiamme si sono estese a tutta la foresta. Due sacerdoti che sono passati per la zona di Novo Progresso hanno visto tanto fumo. Nei giorni scorsi ho fatto un viaggio di sette ore in barca e per metà del tempo è caduta la pioggia, che ha aiutato a combattere il fuoco”.

Dom Santin prosegue: “Soprattutto a Novo Progresso si provocano gli incendi per ampliare le superfici agricole, per coltivare la soia e il mais o per dare spazio agli allevamenti di bestiame”.

A confermare le parole del vescovo è Raione Lima, referente della Commissione per la Pastorale della terra (Cpt) a Itaituba: “Le fiamme che si sono sprigionate a Novo Progresso hanno coinvolto anche alcune proprietà di piccoli agricoltori. Sono stati anomali e molto più estesi, rispetto ad altre volte. Le informazioni che abbiamo sono che a provocare gli incendi sono stati alcuni agricoltori, i fazendeiros, e gli imprenditori del legname, i madeireiros, attraverso un atto criminale. Purtroppo, è difficile avere delle prove”.

Territori “tagliati” dalla BR-163, il “corridoio della soia”. Quello che è certo, è che la zona amazzonica tra Itaituba, Novo Progresso e Altamira è da tempo “sotto attacco”, e non solo per gli incendi. Il “magnete”, per i produttori di soia, è la BR-163, l’autostrada che da Santarém passa proprio per questi territori, e corre poi verso sud tagliando in due il Brasile per migliaia di chilometri, attraversando altri Stati ad alto tasso di incendi, come il Mato Grosso. L’arteria è chiamata anche “corridoio della soia”. Se si osserva dalle mappe satellitari il territorio che corrisponde al passaggio dell’autostrada, si vede che il verde scuro e compatto della foresta viene incrinato, come si ci fosse passata sopra la carta vetrata. E’ il terribile effetto della deforestazione.

La Pastorale della terra di Itaituba ha registrato negli ultimi tempi attentati, 14 leader minacciati di morte, sfollamenti forzati di piccoli agricoltori. “La causa delle minacce di morte – precisa la Pastorale della terra – è direttamente correlata alla lotta per i diritti fondamentali e per la sopravvivenza e la difesa della terra e del territorio. Questi leader sono visti come un ostacolo all’accaparramento della terra, alla deforestazione e ad altri interessi volti alla distruzione dell’Amazzonia in nome del profitto”.

Prosegue Raione Lima: “L’aumento della deforestazione in questi Comuni lungo la BR-163, è allarmante e ha favorito il processo di combustione, mentre le Agenzie per il controllo ambientale sono state perseguitate da taglialegna e agricoltori, con numerosi attacchi. Se le agenzie federali di controllo ambientale vengono trattate con tale violenza in questa regione, abbiamo paura di ciò che potrebbe accadere agli operatori della Cpt che lavorano con le popolazioni delle campagne e delle foreste”. Un lavoro che, comunque, continuerà.

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Venezia76: quinto giorno alla Mostra. In concorso “The Laundromat” di Soderbergh, “Wasp Network” di Assayas. Anteprima di “The New Pope” di Sorrentino

Mon, 02/09/2019 - 10:54

Presentati in concorso due thriller politici dal graffio ironico: lo statunitense “The Laundromat” di Steven Soderbergh, con una sempre camaleontica Meryl Streep, e il francese “Wasp Network” con gli intensi Penélope Cruz e Édgar Ramírez. Fuori concorso presentata in anteprima la serie Sky-HBO “The New Pope” di Paolo Sorrentino con Jude Law e John Malkovich.

“The Laundromat”

Per fortuna ha cambiato idea il regista Steven Soderbergh, nato ad Atlanta nel 1963. Qualche anno fa infatti aveva deciso di lasciare la regia – ha un lungo curriculum e tra i suoi titoli più noti si ricordano “Erin Brockovich”, “Traffic” e la trilogia “Ocean’s” – per seguire progetti sul piano ideativo-produttivo. Di recente però è tornato dietro alla macchina da presa in gran forma, soprattutto con il suo film a Venezia76. “The Laundromat” si ispira a una storia vera, quella dei “Panama Papers”; è un’inchiesta dalla forte carica satirica che ricostruisce la deflagrazione dello scandalo politico-finanziario tra tangenti e società offshore venuto alla luce tra 2015 e 2016. Protagonisti sono tre attori di peso di Hollywood: Meryl Streep, Gary Oldman e Antonio Banderas.

“Lo scandalo dei Panama Papers” – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis al Festival– “ha messo in evidenza ancora una volta come denaro e potere fanno deragliare governanti e istituzioni. Soderbergh affronta questo argomento nella forma di una messa in scena teatrale dove si alternano dramma e ironia spumeggiante. In fondo non fa che riconfermare la sua marca autoriale, quel suo inconfondibile stile visivo; ciò dà la misura di quanto il regista sia capace di gestire con padronanza e genialità la macchina cinema”. “Soderbergh ha un grande talento anche nella valorizzazione degli attori” – aggiunge Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis – “Questa volta punta tutto su Meryl Streep, che mette in scena un’ampia gamma di sfumature: racconta una tipica pensionata americana dedita alla famiglia, che rimasta vedova per un incidente viene travolta dalla burocrazia assicurativa connessa ai Panama Papers. In lei vediamo accendersi costernazione, smarrimento, ma anche rabbia folle a tinte tragicomiche. Nel finale (che non sveleremo) l’attrice si mette poi a nudo come una pasionaria in difesa del cittadino inerme”. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e adatto di certo per dibattiti.

“Wasp Network”

Il bravo regista francese Olivier Assayas, nato a Parigi nel 1955, è stato in concorso a Venezia nel 2018 con “Il gioco delle coppie”, commedia satirica su rapporti umani e cambiamenti indotti dall’uso di digital e social media. Sorprende dunque vederlo nuovamente in gara a distanza di un anno con un film totalmente altro, un thriller politico da una storia vera, che richiama la costante frizione tra Cuba e Stati Uniti. È la vicenda di René González (Édgar Ramírez), un pilota cubano che diserta e si rifugia a Miami, lasciando la moglie (Penélope Cruz) e la figlia sull’isola. Dietro questo fatto si nasconde però un intricato gioco di spionaggio messo in campo tanto dall’FBI quanto dai servizi cubani.

“L’argomento Guerra fredda Usa-Cuba ha dato origine a moltissimi film” – indica Giraldi – “In questa nuova pagina cinematografica Assayas sorprende per l’impegno produttivo e il rigore narrativo, senza rinunciare al suo consueto umorismo pungente. La storia è presentata con accuratezza e persino qualche lungaggine, ma il piglio critico del regista emerge con chiarezza. L’autore fa sentire la sua presenza con intuizioni stilistiche ricercate”. “Assayas” – continua Perugini – “sceglie di raccontarci le tensioni internazionali tra Cuba e gli Stati Uniti adottando angolature originali e non scontate, cercando di mettere in evidenza colpe e ingerenze dei due Paesi. A funzionare bene sono gli attori, soprattutto Penélope Cruz, che offre una bella prova di interpretazione, aggiungendo pathos e densità di sentimenti a una narrazione forse troppo incalzante e dalle sterzate ironiche. Attraverso lo sguardo, l’espressività luminosa e dolente della Cruz, si coglie bene tutto l’orgoglio e l’affanno della vita del popolo cubano”. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e utile per approfondimenti.

“The New Pope”

Torna il “Papa rock” di Paolo Sorrentino. Dopo la prima serie “The Young Pope” (2016), nata dalla cordata internazionale tra Hbo, Sky e l’italiana Wildside, il regista napoletano (classe 1970), premio Oscar per “La grande bellezza”, gira una nuova stagione della serie Tv dal titolo “The New Pope”, a Venezia 76 in anteprima mondiale con due puntate, la 2a e la 7a. Mentre il rivoluzionario papa statunitense Lenny Belardo (Jude Law), Pio XIII, è ridotto in coma, i cardinali sono in cerca di un successore per la guida della Chiesa. A salire sul soglio di Pietro viene chiamato il britannico John Brannox (John Malkovich) con il nome di Giovanni Paolo III. Tutto si complica però quando Pio XIII si sveglia dal suo sonno al clamore del miracolo. “Va detto che due sole puntate non sono sufficienti per esprimere una valutazione adeguata e puntuale sulla serie” – sottolinea così Sergio Perugini – “Da una prima impressione, possiamo confermare che la regia di Sorrentino è sempre visionaria, sontuosa nonché seducente. Ha uno stile riconoscibile, magnetico e insieme provocatorio: costruisce dei quadri visivi (con la bella fotografia di Luca Bigazzi) dal lirismo felliniano, curando la messa in scena in maniera maniacale. Complessa e di difficile decifrazione è la narrazione: il racconto tanto dei due pontefici quanto di cardinali o personale vaticano alterna passaggi poetici a scene sovraccariche, confuse e persino respingenti. Se la forma è elegante e avvolgente, degna di un grande autore, il contenuto della serie rischia di perdersi tra incertezza e ricerca (gratuita?) di provocazione“.

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80 anni della Seconda guerra mondiale: il nemico è ancora il totalitarismo

Sat, 31/08/2019 - 19:37

Ottant’anni sono tanti. Questo anniversario rotondo dell’inizio della Seconda guerra mondiale è ormai segnato dalla progressiva scomparsa dei testimoni. Sono pochissimi i reduci, gli ex-combattenti, ma sono sempre meno coloro che, bambini e ragazzi, hanno vissuto il dramma di una guerra che per la prima volta nella storia, sistematicamente, colpiva, alla cieca, anche la popolazione civile.
Allora, proprio perché i protagonisti e i testimoni stanno venendo meno è ancora più importante ricordare: fare storia, ma anche fare memoria (consapevoli che i due processi sono strutturalmente diversi). Insomma,

bisogna capire, ricostruire gli avvenimenti, ma anche trarne moniti, indicazioni, un senso.

Quello che passa anche attraverso la narrazione, nelle famiglie, tra genitori e figli, nonni e nipoti, uan catena che deve continuare, per non dimenticare e per fare meglio, per continuare a riflettere e ribadire un impegno.
Due temi, tra i molteplici, risaltano, anche in relazione al mondo di oggi.
Il primo è la guerra, la guerra mondiale.
Abbiamo da poco ricordato i cento anni della prima, uan guerra europea che si combatte nel mondo, quella grande fornace che inghiottì, una generazione anche di italiani, milioni di uomini, ma anche, con l’epidemia di spagnola, donne e bambini. Poi la seconda, guerreggiata veramente in tutto il mondo, che unifica il mondo in un conflitto senza precedenti, come senza precedenti è l’atomica, che la conclude. Ma riaprendo la “guerra fredda”, ovvero l’equilibrio del terrore che congela la guerra tra i grandi, ma moltiplica i conflitti periferici. Infine, parola di Papa Francesco, la terza guerra mondiale “a pezzi”, sotto i nostri occhi, il nostro sguardo sempre più disincantato e assuefatto.

Solennemente abiurata nella carta delle Nazioni Unite la guerra è dunque presente, drammaticamente presente nel mondo: perché la pace non è assenza di guerra, ma costruzione concreta del bene comune.

Ecco allora il secondo tema, il significato profondo della seconda guerra mondiale, la prima totale, perché combattuta proprio contro, ma anche dai totalitarismi, il fatto nuovo del ventesimo secolo. Due totalitarismi innescano la guerra, che era cominciata tra Giappone e Cina, in Europa: nazisti e sovietici che il 1 settembre invadono e poi si spartiscono la Polonia. Ed è stato un grande polacco, che aveva vissuto l’oppressione dei due totalitarismi e scrivere, alla fine della “guerra fredda”, nell’enciclica Centesimus Annus (n. 46) che “una democrazia senza valori si converte in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come insegna la storia”.
Che non è maestra di vita, ma qualcosa può insegnarci. Sì, il monito è sempre quello: in questa terza guerra mondiale a pezzi, il nemico è ancora il totalitarismo, le sue forme “aperte”, ma soprattutto quelle “subdole”. Quelle del tempo presente, anche qui, davanti ai nostri occhi, nel nostro vissuto quotidiano.
Un nemico forte, ma che, come quelli di ottant’anni fa, si può vincere.

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Venezia76: quarto giorno alla Mostra. In concorso lo statunitense “Joker” di Todd Phillips e il cileno “Ema” di Pablo Larraín

Sat, 31/08/2019 - 19:35

Sabato 31 agosto alla 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Il concorso oggi è nel segno degli sguardi d’autore ad alto tasso di problematicità: è stato presentato infatti l’attesissimo “Joker” di Todd Phillips con Joaquin Phoenix, un viaggio alle radici del Male, e il dramma su maternità e famiglia in “Ema” diretto dal regista cileno Pablo Larraín. Il punto sulle proiezioni direttamente da Venezia con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“Joker”

Segna senza dubbio un punto di svolta nella carriera del regista newyorkese Todd Phillips (classe 1970) il film “Joker”, dopo titoli all’insegna di adrenalina e azione ma dalla sostanza più evanescente: suoi sono infatti i tre film “Una notte da leoni”. “Joker” prende le mosse dall’omonimo personaggio della DC Comics – al cinema in più occasioni, tra cui con i volti di Jack Nicholson e Heath Ledger –, uno dei più acerrimi e folli antagonisti dell’eroe Batman. Siamo distanti però dalle atmosfere da blockbuster cui la Marvel ci ha abituato negli ultimi decenni. Questo è un film d’autore sulla genesi del male, sulle cause hanno portato il comico squattrinato Arthur Fleck a imbracciare l’arma e a trasformare la maschera del pagliaccio gioioso in un feroce e rivoluzionario vendicatore, appunto il Joker. “Arthur è il prototipo dell’individuo solitario ed emarginato dalla società” – dichiara Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis al Festival – “Va incontro a una serie traumi ed eventi negativi che lo convincono di essere una vittima della cattiveria dominante, pertanto risponde con reazioni di crescente astio e pericolosità. La sua voglia di rivalsa si mescola poi con la sua ansia di protagonismo nel mondo dello spettacolo e attiva così uno show macabro, dove non c’è riconciliazione ma solo sangue. Per mettere in scena questa situazione così disperata il regista fa ricorso a una fotografia costantemente buia, notturna, che simbolicamente rimarca l’assenza di spiragli di luce, di futuro”. “Se visivamente Todd Phillips compone un film bellissimo, magnetico e struggente – aggiunge Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis – con un’interpretazione di Joaquin Phoenix di imbarazzante bravura, tanto da far presagire oltre che una Coppa Volpi a Venezia anche futuri Golden Globe e Oscar, il film ‘Joker’ si presenta tematicamente spinoso e insidioso. Nel film assistiamo all’origine del male all’interno della società, una società che però contribuisce lei stessa a generarlo: Arthur Fleck è un povero disgraziato cresciuto in cattività, solo e malmenato. Nessuno, famiglia, scuola o istituzioni comprese, riesce a salvarlo. Il film però prende una piega pericolosa, perché sembra quasi indulgere o parteggiare per la sua reazione violenta. Il Male così sembra una scelta obbligata e inevitabile per stare al mondo”. Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come complesso e problematico, da gestire con cautela alla presenza di adolescenti.

“Ema”

Pablo Larraín, nato a Santiago del Cile nel 1976, è uno degli autori dell’America Latina più in crescita, molto amato nei festival internazionali. I suoi film si sono imposti per uno stile innovativo e provocatorio, confrontandosi con tematiche sociali forti e spesso controverse: “Tony Manero” (2008), “No. I giorni dell’arcobaleno” (2012), “El Club” (2015) e “Jackie” (2016). Ora è in concorso a Venezia 76 con una storia “piccola”, ma di stratificata complessità: Ema è una giovane ballerina sposata a un coreografo quarantenne e madre affidataria di un bambino preadolescente, Polo. Dinanzi all’irrequietezza del bambino, Ema lo lascia prendere da un’altra famiglia. Immediatamente in lei deflagrano rimpianto e tormento, al punto da mettere in scena, come una pulsante coreografia di ballo reggaeton, un piano per ritrovare il proprio figlio. “Larraín conferma con questo film di aver acquisito una grande personalità nella messa in scena” – indica Giraldi – “mentre più deficitaria risulta la scrittura del testo, che indulge in alcune cadute di tono e in situazioni di grande superficialità, problematicità. La giovane protagonista cerca la maternità con ogni modo possibile, senza esitare nel compiere azioni spregiudicate. Nell’opera c’è una sessualità eccessiva e insistita, quasi a voler solleticare il voyeurismo dello spettatore al di là delle problemi rappresentati”. “L’opera di Larraín” – rimarca Perugini – “è seducente come una danza, capace di inebriare lo spettatore dal punto di vista visivo (dirige la macchina da presa in maniera notevole) con una scelta della componente musicale appropriata e incisiva. Il problema è che compone un ritratto della società odierna, della famiglia, così fragile, incostante e dispersa. Tutto segue un’istintività fluida, senza rispetto per persone o legami relazionali, affettivi. Per questo l’esito narrativo è rischioso e disturbante”. Dal punto di vista pastorale il film è complesso e problematico, adatto a un pubblico adulto.

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Giornata custodia creato. Mons. Santoro (Cei): “I bambini malati a causa dell’inquinamento sono un grido che non può essere fatto cadere”

Sat, 31/08/2019 - 18:37

“Qual è la ‘nostra Amazzonia’? Qual è la realtà più preziosa – da un punto di vista ambientale e culturale – che è presente nei nostri territori e che oggi appare maggiormente minacciata? Come possiamo contribuire alla sua tutela?”. Sono le domande al cuore quest’anno del messaggio che i vescovi italiani lanciano in occasione della 14ª Giornata nazionale per la Custodia del Creato. “Occorre conoscere il patrimonio dei nostri territori, riconoscerne il valore, promuoverne la custodia”, scrivono i vescovi. La Chiesa italiana si unisce così al “tempo del creato” che la grande famiglia cristiana ecumenica vive da settembre ad ottobre promuovendo una serie di iniziative in tutto il mondo finalizzate alla preghiera e alla azione per “proteggere la nostra casa comune”. Quest’anno la Giornata cade all’indomani degli incendi che prima hanno devastato la Siberia e subito dopo la foresta amazzonica. Mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, ha vissuto 27 anni in Brasile. “Questi incendi – dice subito – sono di fatto un attacco al cuore dell’Amazzonia, ad uno dei polmoni di del mondo. Sono una calamità. È evidente che oltre al fenomeno atmosferico della siccità, c’è sotto l’interesse del latifondismo ad approfittare di questa condizione per trarne profitto”.

Di fronte ai grandi interessi economici, cosa si può fare?

A me sembra esemplare da questo punto di vista la nota della Conferenza episcopale brasiliana che ha come titolo ”Si alzi la voce”.

E’ un invito forte a dire basta.

Basta con gli incendi, basta con questo tipo di cultura e di economia. E’ importante portare avanti un grido profetico. Alzare la voce significa indicare una direzione diversa da quella del profitto, del latifondismo, della eliminazione della biodiversità solo per fini economici e interessi particolari. Significa indicare la direzione della difesa della terra come dono di Dio che non può essere depredata e distrutta.

Le rivolgo la stessa domanda contenuta nel messaggio della Cei quest’anno: qual è la nostra Amazzonia qui in Italia?

Se io guardo alla situazione di Taranto, risponderei che è questa la nostra Amazzonia.

Ne è un pezzo perché in Italia ci sono diverse emergenze socio-ambientali. In questa nostra Amazzonia che è Taranto, dobbiamo fare la battaglia per superare la monocoltura dell’acciaio e favorire un ritorno alle varie ricchezze che ci sono sul nostro territorio: l’agricoltura, l’artigiano, il mare. La varietà delle cose belle che il Signore ha creato in questa terra.

La sua è una terra ferita. Ci può dare un’immagine concreta del male che più l’ha colpita in questi anni?

Sono qui da sette anni e l’immagine che più mi ha ferito, è la prima. Appena sono arrivato, sono stato all’Ospedale Nord a visitare i bambini ammalati di cancro a causa dell’inquinamento. Bambini piccolissimi. Subito dopo andai a celebrare il precetto pasquale nello stabilimento dell’Ilva e lì ho detto: porto negli occhi quell’immagine. Dobbiamo ripartire dal grido di quei bambini se vogliamo andare avanti.

I bambini feriti sono un grido che non può essere fatto cadere.

Stiamo vivendo un delicato passaggio di governo in Italia. Quale messaggio vuole lanciare al nostro Paese?

Il messaggio è che va prestata attenzione alla difesa della salute. Il tema ambientale deve essere prioritario, insieme al tema sociale, qualunque sia il governo. Aggiungo anche che non si può ignorare lo squilibrio che esiste tra Nord  e Sud. E’ uno squilibrio che nuoce al tutto il Paese. Nella Settimana sociale dei cattolici italiani che si è svolta a Cagliari, abbiamo indicato abbiamo indicato tante buone pratiche nel Sud che oggi chiedono di essere sostenute con grandi investimenti per favorire appunto il sorgere di buoni progetti. I due punti fondamentai sono: l’intervento ambientale insieme a quello sociale, con particolare attenzione al Sud. I Giochi del Mediterraneo che si terranno proprio qui a Taranto, sono in questo senso una grandissima opportunità. Il governo che deve venire, ha questo obbiettivo: difesa dell’ambiente, della salute, del territorio per dare una speranza fondata al nostro popolo.

Sta dicendo che c’è tanto da fare, è così?

Ci vuole un governo stabile, che regga, che metta al centro il bene comune, il bene della gente.

Un governo che ci metta il cuore e non la massimizzazione del profitto o gli interessi politici o ancora i giochi di partito. Un governo che pensi al bene del Paese con un programma che sia realmente una proposta che indichi un orizzonte, che faccia respirare la gente e che soprattutto investa sui giovani. Questa dell’emigrazione giovanile per studiare al Nord o fuori Italia è un altro disastro. Ma per fermarla, occorre investire e offrire opportunità di lavoro e di futuro sul nostro territorio. Un governo quindi che abbia questo sguardo, questo cuore, che susciti l’interesse per la vita pubblica e anche per l’azione politica.

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