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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 48 min ago

Papa a Camerino. Mons. Massara: “Si rinasce se si lavora insieme”

Wed, 12/06/2019 - 08:17

(da Camerino) Arrivando a Camerino,  la prima e l’ultima cosa che Papa Francesco vedrà sarà quello che resta del campanile di Santa Maria in Via, crollato su una palazzina – per fortuna senza provocare vittime – subito dopo la scossa delle 21.18, quella più violenta del 26 ottobre 2016 e ora collocato proprio sulla strada, accanto alla chiesa della Madonna delle Carceri.  A rivelarlo al Sir è l’arcivescovo di Camerino-San Severino Marche, Francesco Massara, insediatosi da otto mesi ma già con gli occhi e col cuore vicino alla situazione di disagio – e nello stesso tempo alla voglia di riscatto – che sta vivendo la sua gente, anche a causa di quelle che il presule definisce “promesse mancate”. “Si rinasce se si lavora insieme”, l’appello. Il sogno più grande? “Ritornare nelle proprie case”. Sarebbe molto bello se il Papa, il 16 giugno, riuscisse ad attraversare la città fino al Santuario di Santa Maria in Via. Quello che è certo è che il viaggio a Camerino comincerà con la  sosta alle strutture abitative emergenziali (Sae) in Località Cortine, dove Francesco entrerà in alcuni alloggi per intrattenersi con le famiglie.

“Sarà un momento di condivisione e di speranza”, annuncia mons. Massara. Poi, in forma privata, il Papa si recherà in piazza Cavour per visitare in forma privata la cattedrale e verificare di persona i danni provocati del terremoto.  A seguire l’incontro con i sindaci dei comuni della diocesi, “come forma di solidarietà e di vicinanza alle istituzioni locali”, spiega il vescovo. Alle 10.30 la celebrazione della Messa e l’Angelus, prima del pranzo al Centro San Paolo con i sacerdoti. Prima di ripartire, l’incontro al Palasport con i bambini della Prima Comunione, “per dare gioia a coloro che saranno il futuro del territorio”, conclude mons. Massara.

Siamo ormai alla vigilia dell’arrivo del Papa. Qual è il clima che si respira nella sua diocesi?
C’è un clima positivo, di gioia. La presenza del Santo Padre è una grazia per tutto il territorio, perché rappresenta la volontà di riconfermarci nella fede e soprattutto nella speranza, in un territorio martoriato dal terremoto, dove al terremoto strutturale si è affiancato un territorio dell’animo e, coas ancora più grave, delle promesse mancate.

Per la seconda volta in pochi mesi, dopo Loreto Papa Francesco torna in una zona colpita dal terremoto che tre anni fa ha devastato il Centro Italia. Perché ha scelto proprio Camerino?
Per il Santo Padre, visitare la diocesi di Camerino-San Severino Marche è come visitare tutti i territori provati dal terremoto. Quel giorno Camerino rappresenterà tutti i territori martoriati in questo momento, anche se materialmente il successore di Pietro sarà qui.

Che tipo di “popolo” si troverà davanti, quasi tre anni dopo il sisma?
Un popolo che ha sofferto molto, che si è aggrappato alla propria famiglia, che nonostante la prova è un popolo forte, combattivo, di grandi lavoratori. E che ha un grosso desiderio del cuore: poter vedere rinascere quello che ha perso.

Si tratta di un obiettivo realistico da raggiungere, secondo lei?
Dipende da quello che farà ognuno di noi. Se la Chiesa, le istituzioni, la società civile, ciascuno per ciò che gli compete, faranno quello che devono fare, niente è impossibile.

Si rinasce se si lavora insieme.

La visita del Papa arriva dopo l’incontro del premier Conte con i vescovi delle zone terremotate, in occasione del quale sono stati stanziati 800 milioni di euro per 600 chiese. È un segnale di speranza?
La ricostruzione è un fenomeno molto complesso. Ci troviamo di fronte ad una burocrazia che non aiuta, nello snellimento delle pratiche e delle procedure, e questo purtroppo blocca molto l’intero processo. Ci aspettiamo maggiore attenzione alla burocrazia, che non può arrivare al punto  di “burocratizzare” la vita delle persone.

Il 16 giugno Francesco comincerà dalle “casette” ed entrerà in alcune di esse. Sarà un’occasione per ascoltare anche la voce del disagio e della stanchezza della gente?
Io sono qui soltanto da otto mesi, ma ho potuto constatare come il disagio di chi vive su questo territorio , in questi tre anni, abbia portato ad un notevole aumento degli ansiolitici e degli antidepressivi. Ci sono stati casi di suicidio e di suicidi indiretti, quelli degli anziani che si lasciano morire. Una di loro, ad esempio, che non è di Camerino mi ha raccontato: “Ho perso la mia casa e tutto quello che c’era dentro. Sono andata alle Sae (Strutture abitative emergenziali) e poco dopo sono dovuta uscire di nuovo per il problema elle muffe. Il terzo trasloco lo farò al cimitero”. Alle Sae non sono previsti centri di aggregazione, e tutto questo provoca isolamento e quindi solitudine. Qui le casette le chiamano “eterne”…

Cosa chiede la gente al suo vescovo, per la ricostruzione?
Il sogno più grande, che alberga nel cuore di tutti, dal bambino all’anziano, è quello di

ritornare nelle loro case, che significa ritrovare le proprie radici.

Anche la ricostruzione delle chiese ha un ruolo importante: grazie a fondi privati, ad esempio, a metà dicembre riapriremo la basilica di San Venanzio, il nostro santo patrono. Le chiese, infatti, non hanno un valore soltanto religioso o artistico, ma sono un luogo fondamentale di aggregazione e quindi di grande socializzazione, di incontro e di relazione con l’altro.

Quali “frutti” si augura per la visita del Papa?
Che ci confermi nella fede; che ci dia parole di coraggio e di conforto, che aiuti la comunità e il territorio a rivedere la luce che le macerie hanno provato a seppellire. Da quelle macerie, come Cristo Risorto, rinascerà anche questa comunità.

 

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Femminicidio: diciamo basta a ogni tipo di violenza

Wed, 12/06/2019 - 00:00

Come ogni settimana anche in questa c’è l’imbarazzo della scelta sul tema da scegliere per l’editoriale. Purtroppo, però, non abbiamo alternativa.
In questi giorni sono state uccise altre due donne e come tante altre volte dal proprio ex. Sabato scorso a Montegaldella, nella nostra provincia, Marianna Sandonà, 43 anni, è caduta vittima della violenza omicida del proprio ex Luigi Segnini, 38 anni. Due giorni dopo a Cisterna di Latina Fabio Trabacchin, 35 anni, il marito dal quale si stava separando, ha ucciso Elisa Ciotti anche lei 35 anni.
Di fronte a questi due ennesimi femminicidi non possiamo girarci dall’altra parte. Ancora una volta dobbiamo scrivere di tutto questo per non abituarci a queste tragedie, perché come maschi dobbiamo battere un colpo, perché evidentemente è stato fatto molto in questi anni ma non ancora abbastanza e dunque tanto rimane da fare affinché non dobbiamo più dare notizie simili, perché c’è una violenza generale anche nel nostro Paese che va contrasta innanzitutto a livello culturale.
Sono 120 le donne uccise tra il primo agosto 2017 e il 31 luglio 2018: di queste 92 sono state ammazzate in ambito familiare per mano del partner, dell’ex partner o di un altro familiare.
I dati in termini assoluti, pur rimanendo tantissimi (anche uno solo sarebbe troppo!) sono in calo, invece se si guarda il dato percentuale si nota, come rileva il rapporto Eures del 2018, che mentre nel 2000 i femminicidi erano il 26,4 per cento del totale, nel 2016 sono il 37,1 per cento. Questo significa che gli altri omicidi sono calati in modo più marcato dei femminicidi. Nel 2017, le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 123, una ogni tre giorni.
Aumenta l’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato nel 2018: 52 anni. Secondo l’Eures, oltre un terzo di queste ha subito nel passato ripetuti maltrattamenti.
Ma i femminicidi sono la punta estrema di una situazione di violenza più generale che le donne si trovano a subire. Eures registra che nei primi otto mesi del 2018, alle 2.977 violenze sessuali denunciate si aggiungono 10.204 denunce per maltrattamenti in famiglia, 8.718 denunce per percosse e 8.414 denunce per stalking. Le zone più a rischio risultano essere il Nord e Roma. I reati di genere, che continuano a mostrare cifre impressionanti tendono però a diminuire e aumentano le donne che si rivolgono alla rete dei centri antiviolenza, 49.152 nel 2017.
È evidente che l’azione di sensibilizzazione e di prevenzione va continuata e potenziata, ma è anche evidente che non basta. Il femmicidio e la violenza di genere rappresenta un indicatore di un contesto sociale e culturale in cui la violenza fa troppo parte della nostra quotidianità. D’altra parte se si guardano le qualità delle relazioni quotidiane si vede che gli episodi di violenza sono davvero tanti.
È quindi quanto mai necessario che la violenza venga condannata in modo deciso senza se e senza ma, sempre e comunque, a tutti i livelli, che si promuovano contesti positivi, in cui la risoluzione dei conflitti che fanno parte della vita di ciascuno e non possono certo essere cancellati, vengano promossa in modo pacifico e civile. Il rispetto della persona, qualsiasi persona, maschio o femmina, italiano o straniero, eterosessuale o omosessuale, dovrebbe essere il criterio fondamentale per i nostri comportamenti sempre. Non sempre invece, si vede una coesione su un principio che dovrebbe essere uno dei fondamenti del nostro vivere civile. In alcuni casi, insomma, la violenza viene tollerata.
Finché ci sarà un contesto culturale simile, la violenza di genere e quindi anche il femminicidio non potrà essere sconfitto.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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Mare nostrum

Wed, 12/06/2019 - 00:00

Papa Francesco nel viaggio in Romania ha chiesto perdono per le discriminazioni subite dai Rom, alle quali neanche i cattolici erano estranei. L’accettazione delle differenze e l’accoglienza sono l’antidoto a forme di razzismo crescenti. L’Europa sembra non cogliere i rischi di questo fenomeno, anzi, si chiude sempre più. È di questi giorni la denuncia contro l’Unione europea, presentata il 3 giugno alla Corte penale internazionale dell’Aia, dall’esperto di diritto internazionale dell’Istituto di studi politici di Parigi, l’israeliano Omer Shatz, e dal giornalista francospagnolo Juan Branco. L’accusa è “di aver volontariamente causato più vittime con l’abbandono di Mare Nostrum”. Così il Mediterraneo centrale si è trasformato nella rotta migratoria più letale del mondo, dove in tre anni sono morte oltre 14.500 persone.
Secondo la denuncia, dopo la caduta di Gheddafi, Bruxelles ha cambiato linea politica lasciando i migranti in difficoltà in mare, “al fine di dissuadere altri in simili situazioni dalla ricerca di un rifugio sicuro in Europa”. Di fronte a questo ci chiediamo: l’Unione Europea, l’Europa tutta, è ancora la culla della civiltà mediterranea? L’egoismo individualista e possessivo ci ha davvero reso così barbari? Non siamo più noi i cultori dei diritti umani universali proclamati dopo le stragi del ’900?
Ha ragione il Papa a chiedere di pregare per l’Europa: “Ai credenti dico: pregate per l’Europa, pregate, che il Signore ci dia la grazia. Ai non credenti chiedo l’augurio del cuore, la buona volontà, il desiderio che l’Europa torni a essere il sogno dei padri fondatori”. E ancora: “Qualcuno forse si chiederà: è la fine di un sogno durato 70 anni? L’Europa ha bisogno di riprendere se stessa, superare le divisioni. Stiamo vedendo delle frontiere, e questo non fa bene. Si rispettino le culture di tutti, ma tutti uniti. L’Europa non si lasci vincere dal pessimismo, perché è attaccata da ideologie non europee, vengono da fuori”. Come controprova sono arrivate le parole del presidente Usa, Donald Trump, che ha invitato il Regno Unito a uscire senza nessun accordo dall’Unione europea. Dividere l’Europa è una scelta strategica dell’attuale presidente Usa; in questa direzione va anche l’appoggio ai sovranismi. Il mercato europeo e l’euro sono concorrenti forti al mercato Usa e al dollaro.
Il Papa fa riferimento al sogno dei padri fondatori. Possiamo ricordare qui solo tre principi che hanno ispirato i patti e i passi concreti da quando il sogno è partito: pace, giustizia, solidarietà-sussidiarietà.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

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Per una medicina senza bufale

Wed, 12/06/2019 - 00:00

Hanno giurato di guarire per questo non ce l’hanno fatta più ad ascoltare, senza far niente, le convinzioni di pazienti indottrinati da una rete ricca di fake news. Così il 5 giugno all’Università Statale di Milano luminari e medici hanno stretto un “Patto trasversale per la Scienza. La salute basata sulle evidenze”. Tra essi Roberto Burioni, noto per la campagna informativa sulle vaccinazioni, e Silvio Garattini, veterano della diffusione medico scientifica anche in tv.
La molla è scattata in Burioni all’ennesimo episodio di perplessità sui vaccini. Dopo aver spiegato a una mamma quelli da fare al figlio, si è sentito rispondere: “Prima voglio ascoltare l’altra campana”. È stato lì che il fastidio per la sfiducia si è fatto allarme: di fake si muore. Anche in Italia, tanto è vero che ci è voluta una legge per rendere le vaccinazioni obbligatorie, dopo che le coperture erano scese (86%) molto al di sotto di quella soglia di sicurezza (95%) che serve a tutti e in particolare a quei bambini affetti da patologie che impediscono loro la regolare profilassi.
Troppi oggi sembrano aver dimenticato che la scienza non è opinabile: “È come la matematica – ha spiegato Burioni – . Due più due fa quattro. Non c’è un’altra campana”. Non valgono i sondaggi né i “secondo me”.
Accade anche per altre questioni, forse meno gravi, ma ricorrenti riguardo teorie naturaliste, complottiste, anche “fantasiste”, spesso affariste. Viaggiano veloci in una rete a cui si rivolgono 9 pazienti su 10 (88%) ancor prima di andare dal medico.
Già nel 2018, era stato creato un sito (www.dottoremaeveroche.it) per condire di scienza alcuni dei luoghi comuni più diffusi sulle cure fai da te: dal riso rosso contro il colesterolo alla curcuma cura cancro. Ma se ci sono convinzioni, supportate più dall’emotività che dalla scienza, che rischiano di far male solo al borsellino, ce ne sono altre che portano a conseguenze gravi e senza ritorno.
È il caso di due genitori che nei giorni scorsi sono stati condannati per concorso in omicidio colposo aggravato per aver “curato” l’otite del figlio dall’omeopata. L’otite, non fermata in tempo, è diventata un’encefalite fatale. O la diciottenne padovana colpita da leucemia a cui nulla sono servite le terapie alternative alla chemio.
Il Patto di Milano non è un unicum. Solo pochi giorni prima è nato a Trieste il “Manifesto della comunicazione non ostile per la scienza”, che sarà il documento ufficiale di Trieste città europea della scienza 2020. Tra i firmatari l’astronauta Guidoni, Luigi Mercalli, Mario Tozzi e ancora Roberto Burioni. Obiettivo: una narrazione corretta, semplice e non ostile anche in campo scientifico. Perché è questo che oggi si respira: tra presunzione, ingenuità e arroganza l’opinione domina sul metodo.
In più, il documento di Milano contiene un “Appello a tutte le forze politiche italiane, affinché sottoscrivano il seguente Patto Trasversale per la Scienza e s’impegnino formalmente a rispettarlo, nel riconoscimento che il progresso della Scienza è un valore universale dell’umanità, che non può essere negato o distorto per fini politici o elettorali”.
Lo hanno firmato in quasi seimila: medici, ricercatori, cittadini, politici (da Grillo a Renzi) e giornalisti (Mentana). Possiamo farlo anche noi: www.pattoperlascienza.it.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Sanità cattolica. Al via un “cantiere sinodale” per ridefinirne identità e ruolo. Bassetti: “Farsi carico delle fragilità del territorio”

Tue, 11/06/2019 - 17:02

A 40 anni dall’istituzione del Sistema sanitario nazionale e a quasi 20 dalla pubblicazione nel 2000, da parte della Cei, di un documento di riferimento sulla sanità cattolica, l’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Chiesa italiana chiama a raccolta le strutture sanitarie cattoliche (oltre 260 su tutto il territorio) invitandole a interrogarsi su carisma, identità e ruolo, alla luce del principio di sussidiarietà e dei loro rapporti con lo Stato italiano e le Regioni. Parole d’ordine eccellenza delle cure, carità e sostenibilità economica.  Ma anche intelligenza organizzativa e formazione del personale tra progressi scientifici e sfide bioetiche.

 

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Quello che si è aperto oggi a Roma, presso la Pontificia Università Lateranense, è

un vero e proprio “cantiere sinodale”,

ha spiegato nel suo intervento mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei. “Chiediamo a voi, responsabili e operatori delle strutture sanitarie cattoliche – ha proseguito -, di definire insieme a noi, vescovi, un’identità che ci consegna un mandato preciso e che trova il suo compimento nell’azione pastorale in sanità della Chiesa nel prossimo decennio. Immaginiamo insieme i tratti comuni cui sia possibile fare riferimento e ridefinire quella che non è solo una veste, ma un habitus”.

Un “cammino sinodale di un anno”, avviato presso l’Ateneo del Papa attraverso sette workshop tematici sulle “parole d’ordine” già citate, ha precisato don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute. “Tra dieci mesi – ha annunciato – verrà fatta sintesi del lavoro di questi mesi e verrà elaborato un documento che costituirà la carta della sanità cattolica in Italia per i prossimi dieci anni”. “Convergere” è il verbo consegnato dal sacerdote:

“Nel rispetto di storia, identità e scelte delle strutture, occorre individuare e fissare obiettivi comuni”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

E a rilanciare il “comandamento della carità” che deve ispirare l’impegno di queste strutture perché

“ciascuno di noi è chiamato a prendersi cura dell’altro in forza del battesimo”,

è il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, che invita a “reimparare a essere vicini ai malati e ai sofferenti, rispettosi della sofferenza degli altri, ma non distanti: farci prossimi a loro”. Oggi, di fronte ad una sanità “profondamente cambiata”, a molte persone che si trovano “a dover affrontare sofferenza e malattia senza alcun sostegno” mentre “mancano servizi sanitari territoriali adeguati, servizi domiciliari, sistemi di accompagnamento anche economico”, la pastorale della salute dovrà sempre più “farsi carico di queste fragilità”, il monito di Bassetti. Di qui l’invito ad attivare nelle parrocchie ministri straordinari della comunione, volontari e associazionismo cattolico per “costruire una rete di vicinanza, accoglienza e sostegno a malati e anziani soli” affinché nessuno si senta più abbandonato, e ad accompagnare con com-passione che si trova nella fase terminale dell’esistenza.

Un riconoscimento all’impegno delle realtà cattoliche viene dal ministro della Salute Giulia Grillo nel messaggio affidato a Marcella Marletta, direttore generale del dicastero: “Il vero segno della civiltà di un paese è poter accedere a cure di eccellenza e la sanità cattolica senza dubbio le offre”. Il rettore della Lateranense, Vincenzo Buonomo, annuncia l’avvio di un “cammino di formazione specifica per chi opera nel mondo della salute; un percorso di teologia pastorale della cura e della salute” sulla scorta di sfide come la bioetica, il management, la ricerca e alla luce della Veritatis gaudium.

Con lo sguardo rivolto al futuro delle strutture cattoliche, mons. Luigi Mistò, presidente della Commissione per le attività del settore sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa presso la Segreteria di Stato della Santa Sede, auspica “una riflessione approfondita e scelte coraggiose”. Non è più tempo di individualismi:  per “continuare ad avere una presenza qualificata come sanità cattolica”, l’unico modello sostenibile è

“realizzare sinergie” e “fare squadra perché il carisma di ciascuno sia ricchezza per gli altri”.

Guardando all’estero e, in particolare, all’esperienza di rete maturata negli Stati Uniti, Mistò annuncia che l’organismo vaticano ha allo studio una sorta di “contratto di rete”.

 

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, traccia un’ampia panoramica del Sistema sanitario nazionale rileggendo il principio di sussidiarietà alla luce della Costituzione italiana e dell’evolversi del Sistema stesso, sottoposto alla regolamentazione Stato-Regioni e messo a dura prova dal progressivo invecchiamento della popolazione e dall’aumento delle cronicità. La vera emergenza, tuttavia avverte, “è costituita  dall’aumento delle patologie mentali, anche nei più giovani”. Diverse le sollecitazioni offerte: tra le priorità, combattere le disuguaglianze. Che cosa si aspettano i pazienti dalle “nuove generazioni di medici”?. “Etica, coraggio morale, umiltà e valorizzazione dell’opinione del paziente, compassione”.

 

 

 

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Porti aperti alle armi e chiusi alle persone? Simoncelli (Archivio Disarmo): “È solo questione di volontà politica “

Tue, 11/06/2019 - 09:48

“Aprire i porti alle persone, chiuderli alle navi che trasportano armi”: si può sintetizzare così il monito di Papa Francesco, durante il discorso ai membri della Roaco (Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali). Il pensiero va alla situazione italiana (i porti chiusi alle Ong che salvano i migranti) ma anche ad un caso internazionale recentemente assurto agli onori delle cronache: la mobilitazione delle società civili di diversi Paesi europei e poi dei portuali di Genova, contro la nave saudita Bahri Yanbuc, destinata a caricare armi che rischiano di essere impiegate nel conflitto in Yemen. La nave proveniva dagli Usa, poi ha fatto altri carichi di armi nel nord Europa tra le proteste delle società civili locali, per proseguire verso l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è a capo di una coalizione implicata nella guerra in Yemen, una delle peggiori crisi umanitarie di questi tempi. In Italia la legge 185/90 vieta espressamente di vendere armi a Paesi in guerra, come previsto anche nel Trattato internazionale sul commercio delle armi (Att) ratificato dal nostro Paese. La Bahri Yanbuc ha poi caricato a Cagliari, in totale segretezza e impiegando personale privato, quattro container di bombe prodotte dalla Rwm Italia, l’azienda con sede a Ghedi, Brescia, e stabilimento a Domusnovas in Sardegna. Secondo i dati della Relazione al Parlamento pubblicata nel maggio 2019 il 72,8% dell’export di armi italiano è destinato a Paesi che non fanno parte del blocco euro-atlantico (quindi extra-Ue ed extra-Nato). Nel 2018 i primi quattro Paesi importatori di armi dall’Italia sono stati il Qatar (1,923 miliardi di euro), il Pakistan (682,9 milioni), la Turchia (362,3 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (220,3 milioni). Nel complesso, le autorizzazioni per le esportazioni destinate ai Paesi dell’area mediorientale e nordafricana è stato di 2,306.818.566 miliardi di euro, contro i 4,641.778.539 miliardi registrati nel 2017. Vi è stato dunque un calo del 50,3%. A livello mondiale l’Italia è tra i primi dieci Paesi esportatori di armi. La parte del leone spetta a Stati Uniti (36%), Russia, Francia, Germania e Cina, che coprono i tre quarti del mercato internazionale. Ne abbiamo parlato con Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo, da anni in prima linea nel contrasto alla produzione e commercio di armi. A livello informale si è costituito un coordinamento tra varie organizzazioni, tra cui Amnesty international, Oxfam Italia, Medici senza frontiere, Movimento dei Focolari Italia, Pax Christi Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Save the Children Italia che sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente Archivio Disarmo

L’appello del Papa dà maggiore forza alla vostra azione civile?

E’ un appello che si basa su uno slogan che condividiamo totalmente: no porti chiusi alle persone, sì porti chiusi alle armi. Soprattutto perché

l’Italia esporta i tre quarti delle sue armi ai Paesi che non appartengono alla Nato né all’Unione europea. E molti sono Paesi in situazione di instabilità o con regimi dittatoriali.

Siamo fortemente sbilanciati verso l’Asia e il Medio Oriente, circa la metà delle nostre esportazioni. Sappiamo anche che le armi vanno nel Paese limitrofo e poi da lì transitano verso le zone di conflitto. Non è casuale che, da quando sono scoppiate le “primavere arabe”, nei conflitti in Siria e in Libia siano state acquistate armi anche dall’Italia. Sono vasi comunicanti. Pensiamo alla Libia, con il generale Haftar talmente armato da poter minacciare il presidente Serraj.

In occasione dell’arrivo a Genova della nave Bahri Yanbuc c’è stata addirittura una mobilitazione dei portuali di Genova. Un fatto nuovo e significativo?

Sì, questo è l’elemento nuovo ed importante. Finalmente, dopo tanti anni, c’è un’attenzione delle forze sindacali. Non va dimenticato che la nave si è diretta a Cagliari, dove ha caricato in totale segretezza e ad opera delle manovalanze che erano sulla nave, probabilmente bombe della RWM. Ma in quel caso i portuali sono stati esclusi, proprio per timore che potrebbero bloccare il carico. Quindi sono stati scavalcati da un accordo a livello istituzionale.

Con quale frequenza le navi cariche di armi circolano nei porti del Mediterraneo?

Sono percorsi abbastanza frequenti.

Il fatto positivo è che in questi anni si è formato questo coordinamento tra soggetti che operano in settori molto diversi, non solo il mondo pacifista di antica data. Si è creata una rete informale tra organizzazioni laiche, cristiane e sindacati e stiamo monitorando questi passaggi. L’appoggio del sindacato è fondamentale perché la partecipazione dei lavoratori dei porti mette molto in difficoltà le compagnie.

In questa mobilitazione trasversale, che coinvolge anche realtà cattoliche, che margini di azione ci sono?

Ci fa sperare che si allarghi all’opinione pubblica una sensibilità su questi temi. Anche se a livello governativo in questi anni non mi sembra ci sia stata grande sensibilità. La politica è stata sempre quella di vendere le armi, purtroppo. Ora

stiamo premendo perché in Commissione esteri si discuta una mozione del Parlamento europeo che chiede ai governi nazionali di mettere embarghi sulla vendita di armi ai sauditi.

Sul finire della scorsa legislatura furono fatte una serie di proposte che poi non passarono. Con il “governo del cambiamento” abbiamo provato a riproporre una presa in carico delle mozioni del Parlamento europeo, approvate già tre volte, ma da due o tre mesi la discussione in Commissione viene rimandata.

Si sta aggirando la legge 185 che vieta la vendita di armi ai Paesi in guerra?

La legge lo dice chiaramente e, nel caso, il governo dovrebbe sentire il parere delle Camere. Cosa che nessun governo ha mai fatto.

Sono state vendute armi tranquillamente.

Questo è il primo vulnus. Inoltre negli articoli successivi c’è un comma che dice che le norme della legge 185 non si applicano ai Paesi con cui ci sono accordi di cooperazione. Il Parlamento italiano, nel corso degli anni, ha approvato accordi di cooperazione militare che sulla carta sono molto generici, con decine e decine di Paesi, tra i quali l’Arabia Saudita. Quindi

da un punto di vista giuridico non c’è una violazione della legge ma un aggiramento della legge.

Tanto è vero che lo stesso Sergio Mattarella, quando non era ancora presidente della Repubblica, in una seduta al Parlamento dichiarò che questa era una formula per aggirare la 185. Anni fa pubblicammo un report che già elencava almeno 50/60 accordi di cooperazione militare con Paesi africani, mediorientali, asiatici, latinoamericani. Abbiamo anche sottoscritto un altro impegno a livello internazionale, l’Arm treaty (Att), il trattato internazionale sul commercio delle armi, che dice chiaramente: se un governo presume che le armi possono servire per violare i diritti umani – e sullo Yemen vi è la certezza – si potrebbe sospendere l’invio delle armi. Ma siccome l’Att non prevede sanzioni per chi non lo rispetta siamo al punto di partenza.

Le navi sono il mezzo di trasporto preferenziale per le armi? In che altri modi si muovono?

Sì in linea di massima viaggiano via mare, però ci sono anche trasporti via aereo.

Le bombe prodotte dalla Rwm viaggiano anche sugli aerei. Inizialmente partivano dagli aeroporti civili, poi sono stati spostati sugli aeroporti militari per evitare occhi indiscreti.

Poi c’è tutto il discorso del commercio illecito di armi e della criminalità organizzata: in quel caso le rotte europee sono prevalentemente via terra perché nel Mediterraneo, con il controllo dell’immigrazione illegale, diventa rischioso portare armi. Si tratta di piccole partite: ma se ogni giorno passano 10 fucili mitragliatori alla fine dell’anno si costituisce un vero e proprio arsenale. E’ il cosiddetto “commercio formica” usato quotidianamente e che dà i suoi frutti nel tempo.

Ci sono altre navi di armi in arrivo nei porti italiani?

A giorni dovrebbe arrivarne un’altra della stessa compagnia, la Bahri,

già nota come National Shipping Company of Saudi Arabia, anche se non si sa quale carico contenga. E’ una flotta di navi che periodicamente fa questo percorso.

Il trasporto ufficiale è noto ma a volte sono navi commerciali che magari trasportano armi e non lo sappiamo.

Poi in questi casi vige la massima segretezza da parte delle autorità italiane ed è difficile avere informazioni in merito.

C’è quindi una doppia morale: porti chiusi per i migranti e aperti per il trasporto delle armi?

Sì. E contemporaneamente gettiamo benzina sul fuoco che divampa nelle zone di provenienza dei profughi, che però non vogliamo accogliere.

Aiutiamoli a casa loro: certamente il tipo di aiuto che stiamo dando adesso non è quello che li fa rimanere a casa loro.

Sarebbe davvero possibile chiudere i porti alle navi che trasportano armi: ci sono dei precedenti?

Sono decisioni politiche. Precedenti ci sono: lo stesso governo italiano a suo tempo bloccò la vendita di navi militari all’Iraq di Saddam Hussein, nonostante fosse già stata in parte pagata con un congruo acconto. Gli equipaggi iracheni si stavano già addestrando sulle nostre navi, ferme nei porti, poi scoppiò la guerra del Golfo, quando l’Iraq attaccò il Kuwait e l’Italia bloccò la vendita. In parte le prese la Marina militare, in parte sono state vendute ai Paesi dell’Estremo Oriente.

Quando c’è la volontà politica questo può avvenire senza problemi.

 

 

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Hong Kong protests. Sisci (sinologist): “The problem is not the law but the lack of trust”

Tue, 11/06/2019 - 09:12

One million people took to the streets of Hong Kong protesting the extradition of criminal suspects to China. Francesco Sisci, sinologist: “The people of Hong Kong fear that with this amendment Beijing could easily request the extradition – on more or less fabricated charges – of political dissidents living in Hong Kong. The problem, therefore, is not the law itself. The problem is the degree of public confidence in China.”

“It is feared that this law could facilitate the extradition of criminals from Hong Kong to China. While extradition is a civilised and fair matter, the problem is trust, or rather Hong Kong’s current, escalating feeling of mistrust with regard to China.” Francesco Sisci, Italian leading sinologist and expert in China, explains what drove a million people to take to the streets to protest a bill presented in Beijing, envisaging the forced extradition of criminal suspects to mainland China, where the trials would be held. “The people of Hong Kong fear that with this amendment Beijing could easily request the extradition – on more or less fabricated allegations – of political dissidents living in Hong Kong. They are afraid first of all of China per se and because there have been cases of abductions of writers brought from Hong Kong to China in dubious circumstances.”

One million people is a huge number…  

Hong Kong has a population of 7-8 million. It can be said that the whole city has protested. It means that people are afraid, and that’s a fact.

How will Beijing react to the protest?

Taking a step back shows that China does not control the situation. If, on the other hand, China keeps insisting, then the Hong Kong issue is due to become an international affair. The protests in Hong Kong made the headlines all over the world. If China insists, it means that it wants to subjugate Hong Kong and send a strong message to the world.

What is China afraid of?

China fears that in this situation of increasing tension Hong Kong may act as a revolutionary platform to subvert its ruling power.

It would like to extinguish all potential flames that risk flaring up in its territory. But such a harsh and direct course of action simply does not work; on the contrary, it would intensify the fires and multiply the protests. All this is happening at a time of soaring tensions with the United States, while trade negotiations are underway. All of these issues could flare up one after the other and in the coming months we could witness a dramatic increase in international tensions over China.

What ‘s the situation in Hong Kong today?

In 1997, Hong Kong was restored to Chinese sovereignty and for a 50-year period, i.e. until 2047, China pledged to honour the policy of “one Country, two systems” enshrined in the agreement with Hong Kong. The issue concerns the “two systems.” Accordingly, Hong Kong is entitled to have its own laws, and to enjoy a high degree of freedom and autonomy. If, however, this amendment on extradition is introduced, the people of Hong Kong fear it would jeopardize the ‘two systems.’

 Until now, people were free to criticize, to say what they wanted about China. If this extradition law passes tomorrow, what will the people of Hong Kong be allowed to do or not do?

People are saying that this amendment changes the very nature of Hong Kong. At the same time, China does not want Hong Kong to spark off a revolt against China with the pretext of “one country, two systems.”

At this point how much room to manoeuvre does China have?  

It has two options. The first is to take a backwards step, which would calm down the situation.  But this option has a cost. China, or those in China who have responsibility for Hong Kong, could be exposed to hash internal criticism. Taking a step backwards could mean losing face, showing weakness. The other option is for the Chinese Government not to back down and to continue to impose this amendment. In this case, external tensions around China would mount, and it would be seen as a blatantly arrogant system that ignores the will of the people.

Is there a third way out?

The problem at this point is that China cannot fail to admit that things went wrong in Hong Kong and it must bear the responsibility. By taking a step backwards, China shows the world that it is being reasonable. But I don’t know if it will succeed. We must bear in mind that Hong Kong is only the tip of the iceberg of a larger problem, which involves structural and political reforms. China should start to address this problem. But it also fears unpredictable outcomes once the reforms process is launched. It is indeed a risk, but

political reforms need to be addressed. The country can not proceed in these conditions if it intends to interact with the rest of the world.

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Manifestazione ad Hong Kong. Sisci (sinologo): “Il problema non è la legge ma la mancanza di fiducia”

Tue, 11/06/2019 - 09:12

“C’è un timore e il timore è che questa legge faciliti l’estradizione di criminali da Hong Kong alla Cina. Ora, l’estradizione è una cosa civile e giusta. Il problema è la fiducia, o meglio la mancanza di fiducia che c’è ed è cresciuta ad Hong Kong verso la Cina”. Parte da qui Francesco Sisci, uno dei maggiori sinologi ed esperti di Cina in Italia, per spiegare cosa ha spinto un milione di persone a scendere per strada per manifestare contro un progetto di legge presentato a Pechino che vorrebbe imporre l’estradizione forzata dei sospetti criminali verso la Cina continentale, dove verrebbero svolti i processi. “La gente di Hong Kong – spiega Sisci – teme che con questo emendamento Pechino possa facilmente chiedere l’estradizione, con l’accusa più o meno inventata, anche di dissidenti politici che vivono ad Hong Kong. Lo teme perché intanto la Cina è la Cina e perché ci sono stati casi di rapimenti di alcuni scrittori che da Hong Kong sono stati portati in circostanze non chiare in Cina”.

Un milione di persone sono tante?

Ad Hong Kong ci sono 7/8 milioni di abitanti. Si può dire che tutta la città ha protestato. Vuol dire che la gente ha paura e questo è un dato.

E Pechino, di fronte a questa protesta, come reagirà?

Se fa un passo indietro, dimostra che non sa dominare la situazione. Se invece continua ad insistere, a quel punto la questione Hong Kong diventa una vicenda internazionale. La manifestazione di Hong Kong ha attirato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Se la Cina insiste, vuol dire che vuole sottomettere Hong Kong e lanciare un messaggio forte al mondo.

Cosa teme la Cina?

Teme che in questa situazione di tensione crescente, Hong Kong possa diventare una base rivoluzionaria per sovvertire il suo potere costituito.

Vorrebbe spegnere tutti i possibili fuochi nel territorio, solo che questo modo di agire così duro e diretto, non funziona, anzi moltiplica i fuochi e moltiplica le proteste. Tutto ciò avviene in un momento di grande tensione con gli Stati Uniti, mentre cioè ci sono trattative commerciali in corso. Tutte questioni che si possono infiammare una dietro l’altra e potremmo vedere nei prossimi mesi un aumento verticale della tensione internazionale intorno alla Cina.

Qual è oggi lo stato di Hong Kong?

Nel 1997, Hong Kong è ritornata alla Cina e per un periodo di 50 anni, cioè fino al 2047, la Cina si è impegnata a mantenere con Hong Kong un accordo basato su “un Paese, due sistemi”. Il punto è i “due sistemi”. Hong Kong dovrebbe mantenere le sue leggi, la sua libertà, la sua autonomia. Se però si introduce questo emendamento sull’estradizione, la gente di Hong Kong teme che in realtà i due sistemi saltino. Fino ad oggi, le persone sono state libere di criticare, di dire quello che volevano sulla Cina. Se domani passa questa legge sull’estradizione, la gente di Hong Kong cosa potrà o non potrà più fare? Loro dicono che questo emendamento cambia la natura stessa di Hong Kong. D’altro canto, la Cina non vuole che Hong Kong con la scusa di “un Paese, due sistemi” diventi la base della sovversione contro la Cina stessa.

A questo punto, che margine di movimento ha la Cina?

Ha due opzioni. La prima è fare un passo indietro. In questo modo la situazione si calma, ma questa opzione ha un costo. La Cina o chi in Cina ha responsabilità su Hong Kong, possono essere duramente criticati all’interno. Fare un passo indietro può significare perdere la faccia, dimostrarsi debole. L’altra opzione è che il governo cinese non faccia marcia indietro e continui a imporre questo emendamento. In questo caso, aumentano le tensioni esterne attorno alla Cina, che passa per sistema palesemente arrogante che ignora la volontà popolare.

C’è una terza via di uscita?

Il problema a questo punto è che la Cina non può non riconoscere che le cose ad Hong Kong sono andate storte e deve assumersene la responsabilità. Facendo un passo indietro dimostra al mondo di essere ragionevole. Se riesce a farlo, non lo so. Teniamo conto che Hong Kong è solo la punta di un iceberg di un problema più grande che è quello delle riforme strutturali e politiche. La Cina dovrebbe cominciare ad affrontare questo problema. Teme però che quando si apre il rubinetto delle riforme politiche, non si sa mai cosa viene fuori. Effettivamente è un rischio ma

le riforme politiche vanno affrontate. Il Paese non può andare avanti in queste condizioni se vuole interloquire con il resto del mondo.

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I mini-Bot tornano nel cassetto. E sul tavolo resta un dubbio

Tue, 11/06/2019 - 08:57

La proposta di introdurre mini-Bot, intesi come tagli minimi di nuove banconote più che obbligazioni che danno un interesse, ha avuto vita brevissima. Criticata subito da Mario Draghi e sostenuta con un po’ di fatica, per qualche giorno, dalle due formazioni di Governo. Ora è nel cassetto. Non è ancora chiaro se sia stata un’estemporanea uscita di un economista leghista, Claudio Borghi, da tempo nemico dell’euro. Oppure un segnale che il Governo ha voluto mandare minacciando una possibile rottura con i partner europei mentre si accinge a discutere di conti pubblici e di rientro nei parametri concordati. Nell’uno e nell’altro caso la proposta è crollata sul nascere, nonostante l’impegno di Borghi che è pur sempre Presidente della Commissione Bilancio della Camera. Hanno espresso pareri contrari, oltre al presidente della Bce, anche il responsabile del Ministero dell’Economia e Finanze, Giovanni Tria e lo stesso Premier, Giuseppe Conte. Con loro il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli e le associazioni degli imprenditori cui forse aveva voluto rivolgersi Borghi.

Ma perché mai chi deve incassare dovrebbe accettare invece di normali euro, fogli di carta rappresentativi di un cambio 1 a 1 con l’euro ma spendibili solo per chi li accetta o forse buoni per pagare soltanto le stesse amministrazioni pubbliche? Ma a quel punto basterebbe una compensazione crediti/pagamenti di tasse o altro.

Il mini-Bot non sarebbe paragonabile a un pagamento in titoli di Stato perché i Bot (Buoni Ordinari del Tesoro) e i BTp (Buoni del Tesoro poliennali) hanno una scadenza e un tasso di interesse. Volendo, si possono vendere senza fatica ad altri con prezzi di mercato visibili a tutti. I mini-Bot, per chi ha voluto ironizzare, ricordano i miniassegni bancari degli anni ’70 (servivano a pagare i resti, gli spiccioli erano spariti) o alle piccole fotocopie del gioco dei Monopoli. La sola proposta di una valuta alternativa all’euro ha messo in allarme l’agenzia di rating Moody’s: “L’emissione di mini-Bot sarebbe considerata come un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e una mossa preparatoria all’uscita dell’Italia dall’Eurozona”.

In Italia il debito commerciale delle amministrazioni e dei soggetti pubblici nei confronti dei fornitori è di circa 57 miliardi, per metà scaduto. Imprese e professionisti che hanno lavorato e faticano a ottenere gli euro di spettanza.

I ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione sono sempre stati vistosissimi e solo recentemente, con formule diverse, si è riusciti a ridurre il ritardo. Nel 2018 il dato medio di pagamento è risultato inferiore di un giorno ai 30 (che diventano 60 in casi motivati) fissati per legge. Due anni fa il ritardo era di 16 giorni. La semipubblica Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e le società di factoring private rendono più fluidi gli incassi dei fornitori. La proposta di mini-Bot avrebbe avuto più successo in passato. Ora lascia solo il dubbio della provocazione per misurare il grado di agitazione in Europa.

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Papa in Iraq. Card. Sako: “Una gioia immensa per tutto il popolo”. Padre Yousif (parroco): “Ci sentiremo meno soli”

Mon, 10/06/2019 - 19:28

“Un pensiero insistente mi accompagna pensando all’Iraq – dove ho la volontà di andare il prossimo anno –, perché possa guardare avanti attraverso la pacifica e condivisa partecipazione alla costruzione del bene comune di tutte le componenti anche religiose della società, e non ricada in tensioni che vengono dai mai sopiti conflitti delle potenze regionali”. Lo ha detto stamattina Papa Francesco, parlando ai partecipanti alla Riunione delle opere di aiuto alle Chiese Orientali (Roaco). La notizia ha suscitato gioia ed emozione nella comunità cattolica, ma non solo, come spiegano il card. Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, e padre Samir Yousif, parroco di 5 villaggi a nord di Amadya, raggiunti telefonicamente dal Sir.

“Una immensa gioia”. Questo il sentimento espresso dal card. Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei caldei, raggiunto telefonicamente a Erbil dove si trova per l’insediamento di Nechirvan Barzani come nuovo presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Un sentimento condiviso da tutto il popolo iracheno: “Anche il presidente era qui a Erbil: quando la notizia si è diffusa, tutti sono stati molto contenti, per noi è una gioia molto grande. Noi non abbiamo ancora i dettagli della visita, ma

sarà per tutto il popolo iracheno un’occasione di preghiera, di riconciliazione, di perdono, di unità,

come è successo altrove: ad Abu Dhabi, in Marocco, in Egitto la visita del Papa ha cambiato tante cose nei rapporti tra cristiani e musulmani, ha promosso il dialogo. Papa Francesco è un uomo di pace, dello spirito. Per noi sarà una benedizione grandissima”.

“Io penso che la visita – prosegue il card. Sako – aiuterà a progredire verso la pace, la stabilità, la riconciliazione. Per i cristiani e i musulmani quella di Francesco è una testimonianza della vera fede, che è profonda, una fede con amore. Sarà un’occasione anche per tanti musulmani di seguire la liturgia, i discorsi del Papa. Tutto aiuterà alla convivenza. La visita di Francesco sarà soprattutto un appoggio molto grande alla comunità cristiana. È la prima volta nella storia”. Il patriarca caldeo di Baghdad sottolinea: “La situazione in Iraq è migliorata rispetto alla sicurezza, l’unica paura è la tensione tra l’Iran e l’Iraq, ma speriamo che il dialogo sia la maniera per risolvere i problemi e non la guerra. Noi abbiamo pregato anche per questo. Tutti hanno paura di una nuova guerra che rovinerà l’Iran e l’Iraq, la gente è stanca delle guerre”. Anche l’annuncio della visita del Papa può essere un aiuto: “È una persona stimata da tutti: dai musulmani molto. Forse alcuni cristiani lo criticano, ma i musulmani hanno un rispetto molto profondo per il Santo Padre, la sua apertura, la sua maniera, la sua umiltà, la sua semplicità. È vicino a tutti: questo per loro è una novità.

La sua venuta sarà per noi un tempo di grazia”.

“Bellissimo. Davvero una bella notizia”: reagisce così padre Samir Yousif, quando riceve dal Sir la notizia che il Papa stamattina ha espresso il desiderio di andare, il prossimo anno, in Iraq. “Da anni – ricorda il parroco – c’è la volontà del Papa di venire, ma la situazione non era molto tranquilla dal punto di vista della sicurezza. C’era l’idea che potesse venire quando è andato in Egitto e a Dubai, ma un ostacolo è sempre stata la questione della sicurezza, ora se l’ha annunciato il Papa vuol dire che si sta preparando per questa visita”. Padre Samir ricorda i conflitti tra sunniti e sciiti, le devastazioni prodotte dall’Isis: “Ancora oggi la comunità cristiana, quella yazida e altre minoranze stanno soffrendo perché non c’è un dialogo di vita, non è solo una questione religiosa”. In realtà, spiega il parroco, “tra la gente non ci sono problemi, che si registrano, invece, tra i gruppi, appoggiati dai vari politici, solo per avvantaggiarsi della tensione tra la gente e guadagnarci, ad esempio, vendendo armi”.

Secondo padre Yousif, “il problema del mondo oggi, malgrado i tanti mezzi di comunicazione, è la mancanza di dialogo, non c’è convivenza intellettuale e di vita.

Il ruolo della Chiesa è far incontrare questi gruppi, di aiutare la gente a vivere insieme.

In Iraq oggi non c’è solo il problema della costruzione delle case o delle chiese: è necessaria la ricostruzione dell’uomo, della vita, delle scuole, degli ospedali. La visita del Papa, allora, è molto importante perché darà un incoraggiamento alle persone di buona volontà, cristiani e non solo, a costruire una società dove vivere in pace. La pace non è solo dove non c’è guerra, pace significa che la gente può pregare, vivere la propria fede, andare al lavoro, mandare i figli a scuola, tornare a casa, senza avere paura per il giorno dopo. Il Medio Oriente ha bisogno dell’incoraggiamento dell’Europa, dei politici, non bastano manifestazioni: quello che è successo in Iraq ai cristiani e agli yazidi è terribile. Nella Piana di Ninive ancora tante case e chiese sono bruciate e distrutte, le persone hanno perso il lavoro e i soldi in banca”. In questa situazione così difficile “la visita del Papa darà un aiuto concreto anche nel periodo che la precederà. Ci sentiremo meno soli. Dopo la sua venuta a maggior ragione:

la sua visita sarà un segnale molto forte.

Qui in Kurdistan, ma anche a Mosul e a Baghdad, ci sono molti musulmani che vogliono che venga il Papa, vogliono la Chiesa cattolica e la rispettano, malgrado l’Isis e i fondamentalisti. La gente comune ci chiede di non lasciare l’Iraq. Qualche giorno fa una persona mi ha chiamato da Mosul e mi chiedeva di tornare. Anche gli sciiti hanno sofferto per l’Isis, tutto il popolo ha bisogno della visita del Papa, di ascoltare le sue parole di incoraggiamento. Speriamo”. E, conclude, “grazie per avermi dato questa bella notizia”.

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Ballottaggio alle elezioni comunali 2019: 7 sindaci al centrodestra, 6 al centrosinistra, uno al M5S

Mon, 10/06/2019 - 16:06

Nei quindici comuni capoluogo di provincia andati al ballottaggio domenica 9 giugno, il centrodestra ha eletto sette sindaci (Ferrara, Forlì, Vercelli, Biella, Ascoli Piceno, Foggia, Potenza), il centrosinistra sei (Cremona, Verbania, Livorno, Prato, Reggio Emilia, Rovigo), il M5S uno (Campobasso). L’elenco si completa con il neo-sindaco di Avellino, un esponente “civico” di area progressista. Nel primo turno della tornata amministrativa erano già stati eletti sei sindaci di centrosinistra (Firenze, Bari, Bergamo, Modena, Pesaro, Lecce) e quattro di centrodestra (Perugia, Pavia, Pescara, Vibo Valentia).

Nel complesso, quindi, il centrosinistra si trova ora ad amministrare dodici comuni capoluogo contro gli undici del centrodestra, ma rispetto alla situazione precedente – in un quadro politico nazionale completamente diverso – il centrosinistra ha perso cinque comuni e il centrodestra ne ha guadagnati altrettanti.

Se il centrosinistra può vantare l’affermazione nei comuni più popolosi (cominciando da Firenze e Bari) e resta avanti nell’insieme di tutti i comuni con più di 15mila abitanti, anche in quest’ultimo caso la tendenza è in calo: da 149 a 109, mentre il centrodestra passa da 39 a 75. Il M5S aveva vinto in tre comuni e ora soltanto in uno.
I nuovi sindaci eletti nei comuni capoluogo di provincia ma anche di regione sono Mario Guarente (Potenza) e Roberto Gravina (Campobasso). Negli altri comuni capoluogo di provincia i ballottaggi hanno registrato il successo di Gianluca Galimberti (Cremona), Luca Salvetti (Livorno), Matteo Biffoni (Prato), Alan Fabbri (Ferrara), Luca Vecchi (Reggio Emilia), Gian Luca Zattini (Forlì), Andrea Corsaro (Vercelli), Claudio Corradino (Biella), Silvia Marchionini (Verbania), Edoardo Gaffeo (Rovigo), Marco Fioravanti (Ascoli Piceno), Franco Landella (Foggia), Gianluca Festa (Avellino). Da segnalare i risultati di Cesena (provincia di Forlì-Cesena), dove si è imposto Enzo Lattuca del centrosinistra, e di Urbino (provincia di Pesaro-Urbino), dove al primo turno era stato eletto Maurizio Gambini del centrodestra.

A livello storico-politico hanno fatto scalpore i successi della Lega a Ferrara e a Forlì, città amministrate dal centrosinistra rispettivamente da settanta e cinquant’anni.

E’ tornata invece alla tradizione di centrosinistra Livorno, dopo la parentesi a guida M5S. Tra i temi politici dell’insieme dell’ampia tornata amministrativa (coinvolti circa 17 milioni di italiani) si conferma la ripresa del bipolarismo centrodestra-centrosinistra e la grande diffusione delle liste civiche. Tutto da approfondire il discorso di un’ipotetica convergenza di elettori del Pd e del M5S in chiave anti-Lega nel caso dei ballottaggi. Le prime analisi sui flussi elettorali in alcune città effettuate dal Cise (il centro studi specializzato della Luiss) rilevano una forte convergenza dei primi sul candidato grillino a Campobasso e dei secondi sul candidato del Pd a Cremona. Ma a Ferrara e a Forlì gli elettori pentastellati hanno preferito il candidato della Lega. A Livorno il voto in libera uscita del M5S ha premiato moderatamente il candidato di centrosinistra, ma è finito in larghissima misura nell’astensione. A proposito di partecipazione al voto, ancora in calo l’affluenza alle urne negli oltre 130 comuni impegnati nei ballottaggi: è andato a votare il 52,1% degli aventi diritto, sedici punti in meno rispetto al primo turno.

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Venezuela: si riaprono le frontiere, ricomincia l’esodo. L’impegno della Chiesa colombiana

Mon, 10/06/2019 - 10:46

Impressionanti e al tempo stesso già “vecchi”. La notizia, diffusa venerdì dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che è stato sfondato il muro dei quattro milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese a partire dal 2015, è coincisa con la notizia della riapertura della frontiera tra Colombia e Venezuela, anche se solo per i pedoni.

“Assalto” alla frontiera riaperta. La decisione di Maduro ha così provocato un nuovo esodo nel fine settimana, quando almeno 15mila persone hanno varcato il confine, mettendo a dura prova le strutture di accoglienza colombiane, soprattutto nella città frontaliera di Cúcuta, come conferma al Sir il vescovo della diocesi colombiana, mons. Víctor Ochoa Cadavid: “L’apertura era attesa dai venezuelani, che erano costretti a passare per gli accessi illegali, anche se qui c’è chi ha continuato a passare per i ponti internazionali. Sabato, dopo la notizia, l’afflusso è molto aumentato. Si sono formate lunghe code perché il passaggio è largo un metro, visto che sono ancora sulla strada i container che sono stati messi nei mesi scorsi per bloccare l’arrivo degli aiuti internazionali. Le strutture di assistenza e accoglienza hanno aumentato il loro servizio, sabato abbiamo distribuito 6.500 pasti e 1.500 colazioni. Siamo veramente in una situazione di emergenza”.

Insomma, il fenomeno dell’emigrazione dal Venezuela non conosce soste e anzi si rafforza di giorno in giorno. Basti pensare che in soli sette mesi, dal novembre 2018, il numero degli emigrati venezuelani sia cresciuto di un milione di unità, dai 3 ai 4 milioni.

Secondo le due organizzazioni, la maggior parte dei venezuelani si ferma in Colombia (1,3 milioni). Seguono Perù (768mila), Cile (288mila), Ecuador (263mila), Brasile (168mila) e Argentina (130mila).

Ma lo stesso, comunque altissimo numero relativo alla Colombia è in realtà sottostimato, come spiega al Sir mons. Misael Bacca Ramírez, vescovo di Duitama – Sogamoso, responsabile della Conferenza episcopale colombiana per le migrazioni: “Sono di più rispetto al numero di un milione e 300mila, molti evitano di registrare il proprio ingresso non avendo i requisiti per essere regolarizzati. Durante il periodo di chiusura della frontiera è aumentato il flusso nei punti senza controllo ufficiale e, invece, controllati da gruppi armati al margine della legge. In questo modo peggiora la situazione di vulnerabilità dei migranti e rifugiati, che sono sottomessi a dinamiche di economie illegali, come il narcotraffico, il contrabbando, il traffico di armi, la tratta di esseri umani”.

Tanti giovani e mamme lasciano il Paese, molti minori restano soli. “Confermo che anche secondo le nostre stime il numero di chi lascia il Paese continua ad aumentare – dice al Sir padre Yovanny Bermúdez, direttore del Servizio gesuita ai rifugiati (Jsr) del Venezuela -. Il Paese è al collasso e andarsene appare come l’unica possibilità per migliorare la propria vita. Il fenomeno continua a lasciare aperta la questione sul sistema di protezione che possiamo garantire a queste persone”.

Non esistono statistiche ufficiali aggiornate sull’età media e il grado d’istruzione di chi emigra. “Ma posso dire – prosegue il gesuita – che

si tratta soprattutto di giovani e di donne, spesso con basso livello d’istruzione.

I giovani perché non vedono alcuna possibilità di futuro rimanendo qui in Venezuela. Le donne perché hanno fame e sperano di guadagnare qualcosa per far mangiare i loro figli, per dare loro qualche prospettiva. Intanto, però, molte donne sono costrette a lasciare da soli qui in Venezuela i loro figli, si tratta di un problema molto rilevante, che siamo chiamati ad affrontare. Aumenta il numero di bambini che vivono soli, abbandonati, che non vanno a scuola”.

Dalla Chiesa colombiana “tutte le azioni solidali possibili”. Gli effetti del gigantesco esodo si avvertono non solo in Venezuela ma anche nei Paesi d’arrivo, a cominciare dalla Colombia, sempre più messa a dura prova. Prosegue mons. Bacca: “Questi flussi migratori si sommano a quelli interni, dato che la Colombia sta ancora superando la crisi umanitaria dovuta a decenni di conflitto armato. Le due crisi si sommano creando una forte crisi umanitaria, per la quale non si vede una rapida soluzione”. La risposta della Chiesa colombiana è stata comunque sollecita e diffusa in tutte le 76 giurisdizioni ecclesiastiche del Paese.

“Lungo i quasi 2.200 chilometri di frontiera tra Colombia e Venezuela le diocesi più coinvolte hanno messo in atto tutte, sottolineo tutte, le azioni solidali possibili, fino a rischio di superare la propria capacità di risposta”prosegue il vescovo, che aggiunge: “E’ necessario trovare alternative in grado di alleviare la pressione delle comunità, dei governi locali e delle diocesi di frontiera, per poter concretizzare azioni integrali. Nonostante la collaborazione con le Nazioni Unite e le organizzazioni non governative, la situazione va al di là di qualsiasi capacità di risposta”. Le preoccupazioni sono varie: “Anzitutto siamo preoccupati per lo sfruttamento di giovani e bambini”, spiega mons. Bacca. E poi, c’è la situazione dei molti bimbi figli di venezuelani nati in Colombia, che sono senza cittadinanza. Ancora, “vanno elaborate strategie di inclusione e integrazione possibili. Questa è una crisi lunga, non mi pare ci possa essere una rapida soluzione”.

Al primo posto le necessità di base.  “Sono stato da poco alla frontiera tra Colombia e Venezuela e il ritmo di uscita dal Paese è impressionante – spiega Marco Rotunno, responsabile dell’ufficio comunicazione dell’Unhcr Italia -. Ero al confine settentrionale, nel dipartimento colombiano di La Guajira e ogni giorno entravano 600-700 persone in modo regolare”. La prima preoccupazione, di fronte a queste persone che arrivano, “sono le necessità di base, dare loro alimentazione, un tetto, assistenza sanitaria”.

C’è poi quella legata alle sacche di delinquenza, irregolarità, tratta e contrabbando al confine tra i due Paesi. “Tra i venezuelani – prosegue l’operatore dell’Unhcr – la paga di una giornata costa in Colombia come tre caramelle, è grande la possibilità di cadere in situazioni di schiavitù forzata, ci sono ragazze venezuelane costrette a prostituirsi per 2.000 pesos, cioè per poco più di 50 centesimi di euro”.

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Kosovo 20 anni dopo, il miraggio della pace. Molte ferite rimangono aperte

Mon, 10/06/2019 - 09:51

Il 10 giugno 1999 le truppe della Nato firmavano un accordo importante con l’allora esercito della Yugoslavia: i serbi si sarebbero ritirati dal Kosovo, facendo entrare nella regione, due giorni dopo, la missione di pace Kfor (Kosovo Force, missione internazionale con il compito di riportare la pace). Era la fine della guerra e del governo di Belgrado sul piccolo vicino balcanico. Venti anni dopo molte cose sono cambiate, ma le ferite del passato non sono dimenticate. E com’è il Kosovo oggi? Quali i problemi e le sfide attuali? Sir ne parla con mons. Lush Gjergji, direttore di Radio Maria Kosovo, e con l’esperto dei Balcani Nikolay Krastev.

Le tappe successive. La storia del più giovane Stato balcanico è proseguita con la unilaterale dichiarazione d’indipendenza, proclamata il 12 febbraio 2008 e finora non riconosciuta dalla Serbia, dalla Russia ma anche da cinque Stati Ue. “È cambiato tanto da quel momento, per non dire tutto: il sistema politico, economico, sociale, culturale”, sintetizza mons. Lush Gjergij. “Dal punto di vista politico – precisa – c’è il pluralismo, ci sono le elezioni libere”. E racconta del lungo periodo di amministrazione da parte delle forze dell’Onu, “un’esperienza assai difficile e complessa”.

Le ferite del passato. Come nel resto dei Balcani però anche nel Kosovo si conferma un senso di “giustizia mancata” riguardo violenze subite, persone scomparse, criminali non puniti. “Né il Tribunale dell’Aja né quelli locali hanno soddisfatto le vittime e i parenti”, spiega mons. Gjergij, che racconta come “in occasione del 20° anniversario dell’intervento della Nato, ci sono troppe manifestazioni che ricordano le cose peggiori della guerra, i massacri, le atrocità, riaprendo vecchie ferite”.

Il Kosovo oggi. La vita a Pristina è migliorata molto, sono state ricostruite le case distrutte e la rete autostradale, i centri urbani sono cresciuti, è stato adottato l’euro e il tenore di vita è aumentato. Ma nonostante questo, “le aspettative della gente non sono soddisfatte” rileva Gjergij, spaventato dal “materialismo occidentale e dal consumismo esagerato arrivati anche da queste parti”. Tra le sfide maggiori il sacerdote kosovaro elenca “la disparità sociale, la grande emigrazione, la disoccupazione giovanile ma anche la corruzione dilagante e la mancanza di fiducia nei politici”. “Purtroppo – afferma – anche la speranza nell’adesione europea è venuta meno dopo il problema con la liberalizzazione dei visti e lo stand by dei negoziati”.

Ue e rapporti con Belgrado. Il giornalista di BloombergTV Bulgaria, ed esperto dei Balcani, Nikolay Krastev, concorda che “come per la Bosnia-Erzegovina, la prospettiva di adesione all’Unione europea rimane lontana”. “La gente non vede speranza per il futuro – rileva – e questo porta allo spopolamento delle campagne, standard di vita basso e favorisce le idee radicali”. A marzo sono stati fermati i negoziati per la normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia, condizione indispensabile per Belgrado per arrivare all’Ue. “La Serbia contesta la questione irrisolta con lo stato delle municipalità a maggioranza serba nel Nord del Kosovo”, spiega l’esperto, preoccupato dal fatto che “vent’anni dopo la fine della guerra, nei Balcani di nuovo si parla di spartizione dei territori, cercando una rivincita per le perdite del passato”. Lo confermano l’introduzione dei dazi che Pristina ha imposto a Belgrado e l’ostacolo della Serbia ad ogni tentativo di Kosovo di entrare in qualsiasi istituzione internazionale. “I serbi fanno fatica ad accettare un dato di fatto – afferma Krastev –: che il Kosovo esiste come stato sovrano” (nelle foto sotto, l’ingresso delle forze Nato a Pristina, capitale del Kosovo; un’immagine della città; il santuario cittadino dedicato a Madre Teresa).

Cambiare i confini? A suo avviso, l’unica via d’uscita dalla situazione di stallo è “tornare al tavolo dei negoziati e creare l’atmosfera necessaria per il dialogo”. “Qui si intrecciano molti interessi, la Russia, gli Stati Uniti, che sembrano disponibili a una spartizione dei territori in base alla composizione etnica della popolazione”, sostiene. Ma “cambiare i confini è pericoloso perché creerebbe un precedente di cui si avvarrebbero Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord eccetera”.

Il ruolo-chiave della Chiesa cattolica. Nel processo di riconciliazione e dialogo un ruolo-chiave è ricoperto dalla Chiesa cattolica nel Paese, impegnata a promuovere la pace e il perdono. “Oltre all’evangelizzazione e alla rievanegelizzazione delle persone, siamo vicini ai bisognosi con la Caritas e la Fondazione Madre Teresa”, racconta don Lush Gjergij. “Siamo molto impegnati inoltre nel dialogo interreligioso con i fratelli albanesi musulmani (la maggioranza) e in quello ecumenico con i serbo-ortodossi – aggiunge –, cercando di essere una Chiesa ‘ponte’ per creare l’unità nella diversità fra nazioni, culture, religioni e per una convivenza pacifica e fraterna”.

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Kosovo 20 years later, the mirage of peace. Many open wounds

Mon, 10/06/2019 - 09:51

On June 10, 1999, NATO troops signed an important agreement with the then Yugoslavian army: Serbs were to withdraw from Kosovo, allowing the KFOR peacekeeping force (Kosovo Force, an international mission tasked with peacekeeping operations) to enter the region two days later. Serbia’s war with its small Balkan neighbour was over. Twenty years later many things have changed, but the wounds of the past are still open. What’s the situation in Kosovo today? What are the current problems and challenges? SIR addressed the issue with Msgr. Lush Gjergji, director of Radio Maria Kosovo, and with Balkan expert Nikolay Krastev.

The following stages. The history of the youngest Balkan State was thus marked by the unilateral declaration of independence, proclaimed on 12 February 2008 and hitherto not recognised by Serbia, Russia nor by five EU states. “A lot has changed since then, if not everything: the political, economic, social, cultural system as a whole”, remarked Msgr Lush Gjergij. “From the political point of view – he pointed out – there is pluralism, there are free elections”. He recalled the long period of administration by the UN forces, “a very difficult and complex experience”.

The wounds of the past. However, as in the rest of the Balkans, Kosovo too “is marked by a flawed judicial system” with regard to violence, missing persons and unpunished criminals. “Neither the Hague Court nor the local courts have compensated the victims and their families”, added Monsignor Gjergij, who explained: “upon the 20th anniversary of NATO’s intervention, too many demonstrations remind us of the worst aspects of the war, the massacres, the atrocities, thereby reopening old wounds”.

Kosovo today. Life in Pristina has greatly improved, houses and motorway networks have been rebuilt, urban centres have been developed, the Euro currency has been adopted and living standards have risen. But nevertheless, “people’s expectations are not being met”, pointed out Msgr. Gjergij, concerned about “Western materialism and exaggerated consumerism that have reached this part of the world.” For the Kosovan cleric major challenges include “social inequalities, high levels of emigration, youth unemployment, as well as widespread corruption and a lack of confidence in politicians.” “Unfortunately, he said, the hopes of EU accession waned as a result of the problem with visa liberalisation and the standstill in the negotiations.”

EU and the relations with Belgrade. For BloombergTV Bulgaria journalist and Balkan expert Nikolay Krastev, “as occurred with Bosnia and Herzegovina, there is still a long way to go before joining the European Union.” “People see no hope for the future,” he remarked. “This causes rural depopulation, low living standards, while fostering radical views. Negotiations for the normalization of relations between Kosovo and Serbia, a prerequisite for Belgrade to join EU, were suspended last March. “Serbia raises the unsolved issue with the State regarding Serb majority municipalities in the North of Kosovo” the expert said, voicing worries over the fact that “twenty years after the end of the war, the Balkans have returned to talk about territorial division, seeking compensation for the losses of the past. This can be seen in the introduction of tariffs that Pristina has imposed on Belgrade and Serbia’s impeding every attempt by Kosovo to enter international institutions. “The Serbs find it hard to accept the fact that Kosovo exists as a sovereign state”, Krastev said. (in the photos below, NATO forces arriving in Pristina, capital of Kosovo; an image of the city; the city’s shrine dedicated to Mother Teresa).

Are border changes an option? In his view, the only way out of the stalemate is “to return to the negotiating table and create the appropriate climate for dialogue.” “There are many intertwined interests here, Russia, the United States, seemingly willing to divide the territories according to the ethnic composition of the population,” he said. But “border change could be dangerous, as it would create a precedent for Bosnia-Herzegovina, North Macedonia and so on.”

The key role of the Catholic Church. The Catholic Church in the country, engaged in the promotion of peace and forgiveness, plays a key role in the process of reconciliation and dialogue. “In addition to the evangelization and re-evangelisation of people, we support the needy through Caritas and the Mother Teresa Foundation,” said Fr Lush Gjergij. “We are also deeply involved in fostering inter-religious dialogue with our Muslim Albanian brothers (the majority) and in ecumenical dialogue with the Serbian Orthodox Church – he added -, aiming to act as a ‘bridging Church’ to build unity in the diversity of nations, cultures, religions and for the establishment of peaceful and fraternal coexistence”.

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Legittima difesa: il corpo medio della società si sente sempre più minacciato

Mon, 10/06/2019 - 08:54

Marcellino Iachi Bonvin, per tutti Franco, ha esploso diversi colpi di revolver contro tre rapinatori e Ion Stavila è rimasto sul marciapiede, a pochi metri dalla tabaccheria di Via Torino, a Pavone Canavese.
Non è il primo caso e non sarà probabilmente l’ultimo. È tuttavia la prima volta che capita sotto l’egida della legge 26 aprile 2019, n. 36, che modifica il codice penale a proposito di legittima difesa, un provvedimento accompagnato da molte discussioni, che passa ora alla prova dell’applicazione concreta.
Spetterà alla magistratura esprimersi: la legge prevede la valutazione di dati che necessariamente sfuggono ad una meccanica quantificazione, come il “grave turbamento psichico” dell’offeso. Nella legittima difesa (peraltro tanto prima che dopo la riforma di quest’anno) in questione c’è proprio il bilanciamento, la necessità e la proporzionalità appunto tra offesa e difesa. Dunque una valutazione sul caso concreto. Per questo

ogni storia fa storia a sé e buttarla in politica comunque non serve e non aiuta.

Tanto più perché sembra ci sia un forte discrepanza tra i dati su alcuni crimini e quelli sulla percezione degli stessi. Sembra che il numero dei reati, in particolare omicidi e rapine, sia in costante diminuzione, mentre la percezione dell’insicurezza – peraltro giustificata anche sulla criminalità di tipo mafioso e dai tanti reati contro il patrimonio che non sono nemmeno più oggetto di denuncia – cresce in modo inversamente proporzionale. Questo non avviene soltanto perché quelli che con un orrendo neologismo sono chiamati i “cattivisti” soffiano sul fuoco, ovvero manipolano l’opinione pubblica per creare rendita politica. E perché, almeno in questa fase, i “buonisti” sono in ritirata.

La questione della sicurezza è in realtà un capitolo di una più ampia questione sull’ordine, ovvero su un assetto stabile e condiviso delle regole, dei comportamenti e del sistema sociale, che è uno dei presupposti della democrazia e in particolare della democrazia europea.

In drammi come quello di Franco e Ion risaltano diritti e doveri fondamentali: la vita, innanzi tutto, e la giustizia. E di conseguenza la sicurezza, l’ordine, insomma il buongoverno nelle democrazie.
Che è il vero convitato di pietra di questo tempo complicato.
Il corpo medio delle società europee e occidentali, ovvero coloro che stanno nel mezzo, si sente sempre di più disorientato, dunque minacciato e impaurito. Non sono solo motivi economici: la psicologia sociale ci avverte che

quando vengono meno riferimenti e nessi morali collettivi la confusione si accresce.

Questo malessere, questo problema di dis-ordine non si può superare semplicemente curando i sintomi, cosa che peraltro resta necessaria. Prima o poi bisognerà affrontarlo in profondità, prenderlo sul serio e riconnetterlo con lo sviluppo delle democrazie. Consapevoli però che questo implica, come peraltro Papa Francesco ci pungola a fare in tutti campi, un cambio di passo e anche un cambio di paradigma.

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Latino: una lingua per il futuro?

Sat, 08/06/2019 - 08:20

Potrebbe sembrare un nostalgico ritorno, ma non lo è. A tornare esattamente dove si era potrebbero attenderci delle delusioni, come sapeva Proust. In Vaticano sono ben coscienti di questo, e quando hanno deciso di ripristinare un notiziario settimanale in latino sulle attività di Papa Francesco, hanno semplicemente messo in atto ciò che da secoli molti sostengono, e con ragione, gli esperti.

Il latino è una lingua unificante e quindi comunitaria.

Ancora oggi in molti convegni internazionali oratori, danesi come cileni, preferiscono parlare in latino ad un pubblico italiano come inglese o russo senza che nessuno sollevi il cipiglio, anzi. E non c’è molta circolazione di cuffie per la traduzione. Quando Dante segnò il passaggio “ufficiale” verso il volgare, lo fece sapendo che la base della lingua del popolo (questo significa volgare) era l’antica parlata di un Europa unita non solo dalle leggi romane, ma anche dalla lingua dei legionari. E il padre nobile della nostra cultura riteneva che questo latino portasse con sè la “traduzione” romana di un messaggio iniziato più di mille e duecento anni prima in Palestina. Se il Fiorentino ha tenuto conto della necessità di far leggere anche le fasce popolari, ha scritto però opere fondamentali, come il De vulgari eloquentia o il De monarchia, in latino, che rimaneva la lingua, allora già internazionale, dei dotti. Il sospetto di alcuni è che la lotta contro il latino abbia radici ideologiche -e ignoranti, nel senso (guarda caso) etimologico del termine- e che venga dalla convinzione che sia lingua dei preti e della Chiesa. Ma non solo questo. Se qualcuno pensasse che la lingua dei romani sia un fossile da riesumare solo nei musei linguistici (licei, e mica tutti, Lettere, magari solo quelle classiche) sbaglierebbe di grosso. Intanto serve tantissimo nelle facoltà linguistiche:

le lingue cosiddette romanze, sviluppatesi con la trasformazione del latino a contatto con le lingue delle varie popolazioni, e quelle “indoeuropee” che provengono, come il latino da un ceppo linguistico comune, hanno ancora molto in comune: il loro studio all’università è facilitato dalla conoscenza del latino.

Ma l’utilità della lingua non riguarda solo le materie umanistico-linguistiche. Quanti medici affermati ringraziano i genitori di averli iscritti ad un liceo, soprattutto classico? Tantissimi, e il motivo è che, conoscendo il latino e il greco, impieghi molto meno tempo a studiare, perché quasi tutti i nomi di organi e malattie provengono dal latino (suffissi, parole come “decubito”, “placebo”, “videat”, “trigemino” e migliaia di altri termini) e dal greco. E questo vale per la psicologia e la psicoanalisi, con parole che fanno parte ormai della parlata quotidiana come “libido”, “ego”, “super-ego”.

Per non parlare dell’archeologia (si pensi ai siti romani sparsi in tutto il mondo di allora), della storia dell’arte, dove è necessario analizzare frasi inserite nel quadro stesso, iscrizioni e finanche libri di pagamento per far luce sull’attribuzione di alcune opere.

Se si dà acqua alle radici, il tronco e la chioma ringraziano. Il “ritorno” di un latino piegato tra l’altro alle nuove necessità linguistiche è uno sguardo verso il futuro, per capire meglio, per migliorare se stessi e il mondo. Oltre che aprire la mente e lo spirito.

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Venezia e grandi navi. Occorre un cambio di rotta ma non esistono soluzioni ottimali

Sat, 08/06/2019 - 08:16

Una città mutevole, dalla bellezza fragile struggente. Fatta di pietra, acqua e luce, con una laguna e un ecosistema delicato il cui equilibrio viene messo sempre più a dura prova. Con canali certamente non idonei al passaggio di navi che possono sfiorare anche le 90 mila tonnellate di stazza. E la collisione avvenuta domenica scorsa nel Canale della Giudecca tra la nave Msc Opera (65 mila tonnellate) e il battello fluviale River Contess – bilancio 4 feriti e molto spavento – è stata un disastro annunciato e una tragedia sfiorata. Quanto accaduto potrebbe ripetersi, e con conseguenze ben più gravi. Mentre Procura di Venezia e Capitaneria di porto hanno aperto le indagini e in città è aperto il dibattito fra levate di scudi e interessi politici ed economici, abbiamo raccolto la voce di un veneziano doc, nato e residente a Venezia, nonostante numerosi viaggi internazionali, e che vive ogni giorno la città sulla sua pelle: Lorenzo Colovini, ingegnere e redattore della testata on line Luminosi Giorni. 

Il turismo è una risorsa vitale per la città. C’è chi sostiene che l’allontanamento delle navi da crociera costituirebbe un danno economico e provocherebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro.
Secondo autorevoli esperti, il sistema delle crociere e l’indotto generano un impatto economico di circa 330 milioni di euro. Di questi circa 180 sono le ricadute sul normale turismo: poiché Venezia è un home port, molti crocieristi prima o dopo la crociera si fermano in città, fanno acquisti, vanno al ristorante, pernottano in albergo. Introiti, questi ultimi, sostituibili da qualsiasi altro turismo (di cui peraltro non si sente il bisogno). Assai più pregiati sono i circa 150 milioni direttamente collegati all’operatività delle crociere e quindi irrecuperabili nell’ipotesi che le crociere cessassero del tutto; 150 milioni che impattano su circa l’1% del Pil della città. Ritengo sarebbe un taglio doloroso ma non folle.

Secondo i dati di un rapporto di “Transport & Environment”, anticipati ieri da un quotidiano nazionale, l’inquinamento causato dalla presenza di queste navi è allarmante. Venezia, dopo Barcellona e Palma di Maiorca, è la terza città – porto più inquinata d’Europa.
L’impatto sulla qualità dell’aria è significativo perché queste navi hanno bisogno di grandi quantità di energia elettrica per garantire il funzionamento dei servizi interni. Energia prodotta dai gruppi elettrogeni di bordo (giocoforza inquinanti) anche a nave ferma in banchina, a Venezia come quasi in tutti i porti del mondo, anziché provenire dalla rete elettrica pubblica. E si tratta di potenze enormi poiché una grande nave impegna la potenza di circa 5 mila appartamenti. Tuttavia è un problema risolvibile: oggi la tecnologia offre la possibilità di collegare le navi alla rete pubblica, seppure con significativi investimenti (più di 5 milioni per singolo stallo).

La realizzazione di un “porto elettrico” amico dell’ambiente è imprescindibile e certamente fattibile

ma ad una condizione: visti gli ingenti investimenti, è pensabile solo previa certezza della localizzazione definitiva della stazione marittima.

Quali potrebbero essere le possibili opzioni con relativi costi e tempi?
La prima è l’opzione zero: continuare così. Ottimizza tempi e costi (evidentemente li azzera) ma il recente incidente la rende ormai impercorribile. Un’altra è l’estremo opposto: no navi, né dentro né fuori della laguna. Anche questa ottimizza i tempi ma, come ho già detto, costa un 1% di Pil. Poi ci sono le varie ipotesi fuori bocca di Porto, tutte con il vantaggio di non scavare in laguna ma con l’enorme problema di trasportare uomini e approvvigionamenti in luoghi poco accessibili; quella più aggressiva è quella alla bocca di Lido: impatterebbe moltissimo sulla qualità delle spiagge e della balneazione e infatti gli abitanti di quest’area la vedono come fumo negli occhi. Un’alternativa interessante è quella che sfrutterebbe l’enorme manufatto alla bocca di Malamocco (lato S. Piero in Volta) per situarvi la stazione marittima, ma anche questa presenta gravi problemi di accesso logistico. Infine le soluzioni interne: ingresso da Malamocco, percorso lungo il canale dei Petroli che però comporterebbe la necessità di un suo allargamento e marginalmento con muraglie ai lati che dividerebbero la laguna in due parti non comunicanti, interferenza con il traffico del porto commerciale e una stazione da costruire da zero a Marghera. A meno di non implementare la variante che, allargando l’esistente Canale Vittorio Emanuele, consentirebbe di arrivare in Marittima, all’esistente e attrezzatissima stazione. Un’ipotesi, quest’ultima, che prevede più scavo di tutti ed è particolarmente invisa agli ambientalisti.

Non esiste una soluzione ottimale.

Personalmente la soluzione più equilibrata mi sembra Marghera, un onorevole compromesso.

Questo è uno dei tanti nodi da sciogliere a Venezia. Come è lo stato di salute di una città simbolo di unicità e bellezza nel mondo? Di che cosa avrebbe realmente bisogno?
Nonostante la grande eco mediatica, le grandi navi non sono il problema con la P maiuscola di Venezia. Problema è lo svuotamento, la perdita continua di residenti. Venezia non è solo pietre e palazzi, è un tòpos della mente, una creatura complessa di cui gli abitanti, le botteghe e bottegucce, i rapporti chiassosi e “amicali” tra vicini in calli e campielli sono parte essenziale.

Altrimenti Venezia diventa un non luogo.

La progressiva perdita di abitanti, accelerata dal devastante fenomeno delle locazioni turistiche, incide nella carne viva della città, è un attentato alla sua stessa esistenza.

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Santuario di Lourdes. Mons. Hérouard (delegato del Papa): “Non è una bocciatura ma una sollecitudine per la cura dei pellegrini”

Fri, 07/06/2019 - 16:20

“Il Papa è molto attento alla realtà dei santuari in generale e al santuario di Lourdes in particolare, perché è attento a tutto ciò che concerne le forme di religiosità popolare”. È questo il motivo che ha spinto il Santo Padre ad inviare un suo delegato “per la cura dei pellegrini” al santuario mariano di Lourdes, nella persona di mons. Antoine Hérouard, vescovo ausiliare di Lille. È mons. Hérouard a spiegarcelo di persona. “Religiosità popolare – tiene subito a precisare – non è un termine peggiorativo. Rimanda piuttosto a ciò che esprimono nella loro fede i malati, i poveri, i piccoli. Le persone vengono a Lourdes per affidare alla Vergine Maria le loro difficoltà, la loro vita, le loro speranze”. L’annuncio è stato dato dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, il dicastero che da due anni ha ricevuto da Francesco l’incarico di valorizzare la pastorale dei santuari.

Nel testo che accompagna l’annuncio si spiega che Papa Francesco “desidera accentuare il primato spirituale rispetto alla tentazione di sottolineare troppo l’aspetto gestionale e finanziario”. Mons. Hérouard, cosa significa esattamente?
Lourdes esce da un periodo difficile. Intanto perché ha subito due volte delle inondazioni che hanno richiesto la ricostruzione di un certo numero di luoghi. Ricostruzioni che hanno in qualche modo influito sui pellegrinaggi. Ci sono poi state altre difficoltà più importanti legate soprattutto al fatto che il numero di pellegrinaggi è da qualche tempo ormai in diminuzione, in particolare i gruppi italiani sono diminuiti e a mio avviso per diverse ragioni. Il fatto che ci sono in Italia altri luoghi di santuari più vicini e che la crisi economica rende il costo del viaggio troppo pesante per un numero crescente di persone. D’altro canto, però,

c’è un aumento netto del numero di pellegrini individuali, persone che arrivano Lourdes per una giornata, magari perché sono in vacanza nella Regione.

Si tratta allora di capire come accogliere al meglio queste persone pensando anche a percorsi che non siano solo turistici, ma occasioni per un cammino spirituale.

La Lettera del Papa, la missione di mons. Fisichella, la decisione di inviare un delegato. Si ha l’impressione di una bocciatura della Santa Sede alla gestione del santuario. È così?
Ma no, non è una bocciatura. Parlerei al contrario di un’attenzione e una sollecitudine perché il Santuario di Lourdes possa rispondere meglio alla sua vocazione. È questo che il Santo Padre ha voluto esprimere facendo in modo che alcune cose possano essere avviate nei mesi e negli anni a venire.

La mia missione è quella di aiutare, con uno sguardo esterno, questo processo fino a che altre persone potranno prendere questo incarico.

“A seguito delle verifiche” condotte da mons. Fisichella, scrive il Papa, “desidero comprendere quali ulteriori forme il santuario di Lourdes possa adottare, oltre alle molteplici già esistenti, per divenire sempre di più un luogo di preghiera e di testimonianza cristiana corrispondente alle esigenze del Popolo di Dio”. Come pensate concretamente di realizzare questa chiamata?

Credo che Lourdes lo sia già. Si tratta pertanto di partire da ciò che già esiste ma non arriverò con un piano già precostituito o con misure già decise.

Vorrei cominciare con l’ascoltare le persone che sono responsabili del Santuario, penso al cappellano, al rettore, al responsabile economico, al responsabile dei pellegrinaggi diocesani, ecc. per capire insieme quali piste intraprendere per migliorare le cose.

E solo in seguito e in funzione dei risultati della missione di mons. Fisichella quando è venuto questo inverno, si dovranno prendere un certo numero di decisioni ma ci si arriverà in maniera progressiva e pragmatica.

Ci sono in Europa moltissimi santuari mariani. Quale il loro ruolo in questo continente?
Penso che il messaggio della Vergine Maria presente dappertutto nei santuari è un messaggio di prossimità e di fiducia. A Lourdes questo messaggio è particolarmente visibile. Attraverso i malati, attraverso la gente, spesso molto semplice, che viene, che non ha informazioni teologiche particolarmente elaborate ma arriva perché ha fiducia nella Vergine Maria e le affida la sua vita, le sue preoccupazioni, le sue speranze. Maria li conduce a suo Figlio Gesù e le persone ripartono più forti nelle fede e con più speranza. Oggi, in un tempo in cui la pratica religiosa diventa più difficile, i santuari sono luoghi che permettono a persone che sono lontane dalla vita della Chiesa di venire e affidare a Maria ciò che abita nel loro cuore. ​

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Nuovo servizio del Rinnovamento carismatico. Moens (Charis): “Il nostro desiderio è fare comunione”

Fri, 07/06/2019 - 14:30

“Il Rinnovamento carismatico non ha l’esclusività dello Spirito Santo, è la Chiesa ad averla. Siamo figli della Chiesa e vogliamo servirla dove il Signore ci ha posto, nell’umiltà”. Così Jean-Luc Moens, professore belga nominato primo moderatore di Charis, tratteggia il profilo del Catholic Charismatic Renewal International Service che, in occasione della Pentecoste, diventa operativo a tutti gli effetti. In questi giorni 650 leader del movimento carismatico prevenienti da 69 Paesi si sono ritrovati in Vaticano, nell’Aula Paolo VI, per una conferenza internazionale. Domani incontreranno Papa Francesco.

Professore, a Pentecoste entrerà in vigore lo statuto di Charis. In che cosa consiste questo servizio del Rinnovamento carismatico cattolico, istituito per volontà di Papa Francesco?
Il desiderio di Charis è di fare comunione. Ci sono tanti servizi già esistenti, un po’ dappertutto nel mondo. Facendo conoscere le realtà che esistono, gli uni potranno aiutare gli altri. A questo si aggiungerà la formazione per il leader del movimento carismatico. E poi abbiamo una commissione teologica che lavorerà per esempio su come possiamo vivere un vero ecumenismo.
Da mons. Miguel Delgado del Dicastero per i laici, famiglia e vita, siamo stati paragonati ad un’area di servizio, un luogo dove un’automobile che viaggia in autostrada può fermarsi in caso di necessità – e i servizi offerti sono diversi – o andare oltre proseguendo la marcia.

Quale missione vi è stata affidata e quale sentite di dover svolgere?
La missione è chiara.

Il Papa ci chiede tre cose importanti che si riassumo in una quarta. Si tratta della diffusione del Battesimo nello Spirito Santo, dell’unità dei cristiani, e del servizio ai poveri. Tre dimensioni che sono a servizio dell’evangelizzazione.

Dimensioni non nuove nella vita della Chiesa. Ci aiuta a capire la novità di quanto vi è stato chiesto?
Innanzitutto ci è affidato il compito di far conoscere il Battesimo nello Spirito Santo a tutta la Chiesa: il Papa è convinto che questa esperienza è per tutti, non è che sia riservata ad una parte dei cristiani. Si tratta di vivere la pienezza del Battesimo. Tutti i battezzati sono chiamati a vivere questa vicinanza allo Spirito Santo che hanno ricevuto nel Battesimo. Poi c’è l’unità dei cristiani: il Papa è convinto che il Battesimo nello Spirito Santo ha creato una “corrente di grazia” che è ecumenica. È più larga della sola Chiesa cattolica, tocca gli evangelici, i pentecostali… Addirittura, i cattolici non sono stati i primi a ricevere questa esperienza. Questa “corrente di grazia” è un luogo di comunione, di unità tra cristiani. Il terzo impegno è il servizio ai poveri:

sappiamo bene che Papa Francesco è vicino ai poveri, ripete sempre che si deve toccare i poveri. Lo Spirito Santo è uno spirito di amore. E se l’abbiamo veramente ricevuto allora si deve vedere attraverso il fatto che ci amiamo gli uni gli altri e abbiamo una predilezione verso i poveri.

Il tutto orientato all’evangelizzazione…
I tre elementi appena descritti si radunano in una spinta ad evangelizzare, perché

non c’è evangelizzazione senza carismi, senza la potenza dello Spirito Santo.

L’unità dei cristiani è una necessità dell’evangelizzazione e, evidentemente, se vogliamo che chi vive al nostro fianco possa capire che Dio è amore, lo dobbiamo mostrare negli atti, servendo i poveri.

In questi giorni (6 e 7 giugno) state vivendo in Vaticano una conferenza mondiale con centinaia di leader-servitori del Rinnovamento carismatico. Cosa sta emergendo?
Sicuramente la gioia della comunione. Ci sono leader che servono il Rinnovamento carismatico da anni ma non sempre sono stati uniti. Non che fossero l’uno contro l’altro, semplicemente non si conoscevano. Adesso hanno capito che fanno parte di un’unità, della stessa “corrente di grazia” e questo dà una gioia davvero bellissima. Proprio oggi fratelli cristiani di altre denominazioni ci hanno detto che “per noi essere in contatto con voi ci ha arricchito e, nella ‘corrente di grazia’ la comunione ci arricchisce”.

In questo momento storico pensa che sia più difficile fare passi per una maggiore comunione?
Credo che i cambi siano sempre difficoltosi. Nel nostro caso, Charis è voluto dal Papa e contestualmente cessano d’esistere la Catholic Fraternity (Fraternità cattolica delle Comunità carismatiche di alleanza) e l’Iccrs (International Catholic Charismatic Renewal Services). Non è facile ma, anche attraverso questa conferenza, abbiamo capito che

siamo in un momento storico nel quale la Chiesa riconosce l’importanza della “corrente di grazia” e del Rinnovamento carismatico. Ieri, il card. Kevin Farrell ha detto che “la Chiesa ha bisogno del Rinnovamento carismatico”. Non avrei mai immaginato di sentire una sentenza simile.

Un bel riconoscimento ma anche una chiamata all’impegno, non è così?
Siamo convinti che c’è un tempio nuovo anche in una Chiesa che soffre, nella quale ci sono i problemi che tutti consociamo. Chi ci salverà da tutto questo? La stessa persona che ci ha portato qui, lo Spirito Santo. Solamente lui può salvarci, farci uscire da tutti questi problemi. Perché è lui che guida la Chiesa. Una Chiesa che riconosce i carismatici, che a volte sembrano un po’ pazzi e che hanno la reputazione di essere emotivi o di vivere in superficie. La Chiesa scopre che ci sono frutti solidi e importanti. E li vuole per lei.

Domani incontrerete Papa Francesco. Cosa gli direte e cosa vi aspettate vi dirà?
A lui ribadiremo la nostra disponibilità e la nostra fedeltà a seguire ciò che ci ha chiesto. Vogliamo metterci al servizio della Chiesa per ciò che la Chiesa ci chiede. Il mio impegno e quello del Servizio internazionale di comunione (una sorta di consiglio di Charis) è quello di obbedire al Papa. Relativamente a quello che ci dirà, credo che

la parola di Papa Francesco sarà come una chiave che aprirà la Chiesa ancora più largamente all’esperienza del Battesimo nello Spirito Santo

per far sì che sacerdoti e vescovi capiscano che la “corrente di grazia” del Rinnovamento carismatico è a loro disposizione per evangelizzare con loro.

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Allarme povertà in Argentina: 1 minore su 3 non riesce a soddisfare le esigenze di base. Quasi la metà vive in case senza acqua potabile o fognature

Fri, 07/06/2019 - 10:51

Più di un minore su due in Argentina può essere considerato povero. Quasi uno su tre non riesce a soddisfare esigenze di base. Uno su dieci vive in indigenza. Il 13% soffre la fame e va a letto alla sera senza cena. Sono i numeri snocciolati dagli esperti dell’Osservatorio del disagio sociale dell’Università Cattolica argentina (Uca). Il rapporto presentato ieri riguarda l’infanzia e la diseguaglianza. I dati fotografano una situazione in peggioramento rispetto ai precedenti rilevamenti. In qualche caso, i numeri sono i più negativi della serie “storica” delle indagini portate avanti dall’Osservatorio. Una situazione preoccupante per due motivi: perché i minori sono una parte fragile e preziosa della società; e perché risulta con chiarezza che minori poveri sono la conseguenza di famiglie povere. Un disastro sociale, che vede “i minori come principali vittime”, del quale “i politici devono farsi carico”, ha ammonito il coordinatore dell’Osservatorio, il sociologo Agustín Salvia.

Aumentano indigenza, fame e violazioni dei diritti. Lo studio, coordinato dalla ricercatrice Ianina Tuñon, prende in esame la situazione di otto diritti dei minori: all’alimentazione, alla salute, alla vita in un ambiente dignitoso, alla sussistenza, a spazi e processi educativi e di socializzazione, all’informazione, all’istruzione, alla tutela rispetto al lavoro minorile. Il rischio di carenza alimentare è cresciuto del 35% nell’ultimo biennio, il 29,3% non soddisfa le esigenze alimentari per problemi economici, il 13% vive direttamente l’esperienza della fame. Si tratta dei numeri peggiori del decennio.

Due bambini o adolescenti su dieci non hanno avuto accesso a visite mediche, oltre il 40% non hanno potuto fare una visita dentistica. Quattro minori su dieci (quasi 6 nella zona di Buenos Aires) hanno vivono in abitazioni senza acqua potabile o fognature.

Quasi 4 bambini su 10 sotto i 12 anni non hanno mai sentito raccontare una storia o leggere una favola, 6 su 10 non possono fare sport, oltre 8 non hanno possibilità di coltivare un’espressione artistica. Praticamente la metà dei minori non ha accesso a internet nella propria abitazione. Di contro, oltre 4 milioni di ragazzi, su un totale di 6 milioni e mezzo, sono davanti alla tv o ai videogiochi per oltre due ore al giorno, senza fare attività fisica. Il 15% svolge lavori domestici intensivi equiparabili a lavoro infantile. Insomma, ha commentato Ianina Tuñon, “la situazione di crisi colpisce ancora una volta maggiormente i minori” e la cosa dev’essere portata a conoscenza di “coloro che elaborano le politiche pubbliche”.

Nelle “villas” di Buenos Aires la presenza della Chiesa. La situazione è ancora peggiore nelle grandi periferie urbane, soprattutto di Buenos Aires, nelle cosiddette “villas miserias”, dove la povertà monetaria coinvolge il 63% dei minori e il livello di indigenza supera il 15%. Un dato che non sorprende padre Adrián Bennardis, responsabile per l’infanzia e l’adolescenza a rischio dell’arcidiocesi di Buenos Aires, cura villero, cioè sacerdote in servizio pastorale nelle villas, i quartieri poveri periferici di Buenos Aires. Parroco dell’Immacolata a Villa Soldati, nella sterminata periferia bonarense, padre Adrián non ha bisogno delle ricerche sociologiche per sapere che la situazione sta peggiorando. Basta e avanza il suo “osservatorio” in prima linea. “Da due anni – spiega al Sir – la crisi è sempre più grande. Aumenta il numero di chi si rivolge a noi per gli alimenti. Nella mia piccola parrocchia aiutiamo 170 famiglie”. La situazione dei minori impatta pesantemente in zone dove i minori di 17 anni costituiscono il 47% della popolazione. Il sacerdote è colpito da uno dei dati rilevati dall’Uca:

“Nella periferia di Buenos Aires il 13,8% dei minori va a letto senza cena. Ma non dobbiamo dimenticarci che se non può mangiare il bambino, già da tempo non mangiano neppure i genitori. Affrontare il problema dei minori significa affrontare quello della famiglia, che a sua volta dipende dalla tragica mancanza di lavoro. Perciò, se si vuole cambiare questa situazione, bisogna fare scelte economiche che aiutino l’occupazione”.

Di fronte a questa situazione, risalta in positivo l’attività dei curas villeros. Un’opera pastorale e di promozione umana che parte proprio da quei diritti così spesso negati, che il rapporto dell’Osservatorio ben delinea. “Esemplifichiamo la nostra attività con una tripla ‘C’, cui se ne è aggiunta una quarta. Le tre parole sono Capilla, Club e Colegio. Capilla come parrocchia e attività pastorale e formativa tradizionale; Club come l’attività sportiva e ricreativa: da noi ci sono 600 bambini iscritti che praticano gratuitamente otto sport. Colegio come scuola, una presenza garantita, anche in questo caso gratuitamente, dalla Chiesa”. Insomma, senza la Chiesa in queste zone ci sarebbe il deserto. Ma prevenire con le tre ‘C’, purtroppo, non è sufficiente. Occorre anche “curare”. Ecco allora i Centros barriales Hogar de Cristo, “dove ospitiamo i ragazzi che hanno problemi di dipendenze. Una scelta fatta 11 anni fa, dentro una pastorale che vuole essere di ascolto e vicinanza”.

L’appello del Nobel Pérez Esquivel. Come è accaduto sabato scorso, quando oltre mille persone hanno partecipato alla giornata #NoMásChicosDescartables, “Mai più ragazzi oggetto di scarto”, coincisa con il secondo Festival di arte giovanile dei quartieri. Padre Bennardis è stato uno degli organizzatori. Nell’occasione il premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, che ha detto: “Per cambiare questa situazione di violazione dei diritti di bambini e giovani, mancanza di rispetto per i trattati internazionali, dobbiamo essere ribelli di fronte all’ingiustizia, ribelli per cambiare la realtà. Serve una ribellione delle coscienze”.

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