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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 12 min 15 sec ago

Tornare a Lampedusa… I morti nel Mediterraneo, le migrazioni e i muri d’Europa

Sat, 31/08/2019 - 14:20

Nei mesi estivi tantissime persone vivono belle vacanze al mare o nelle zone collinari e montuose dei Paesi mediterranei, visitandone il patrimonio artistico e archeologico ereditato dalle civiltà ebraica, egiziana, cretese, greca, romana, nate e sviluppate sulle sponde del Mare Nostrum. Il Mediterraneo è conosciuto e riconosciuto nel mondo intero per uno stile di vita, la sua “dieta” (enogastronomia), l’importanza del suo patrimonio: non a caso è la prima destinazione turistica mondiale. Mare e terra nello stesso tempo: la regione mediterranea stupisce par la sua bellezza naturale e storica.
Il simbolo riconosciuto di questa area del mondo è l’olivo. Il suo tronco, spesso tortuoso, sembra riassumere le sofferenze del passato, ma il suo frutto, piccolo e potente per l’olio che ne è estratto, è nutritivo, e nutre l’eredità intrinseca della civiltà mediterranea.
Al crocevia di tre continenti il mar Mediterraneo è la terra per eccellenza degli incontri, pacifici o conflittuali, tra differenti culture, religioni, identità. “Mediterraneo” è il mare dentro le terre. Mare di collegamento tra Europa, Africa e Asia, è delimitato da più di venti nazioni, con altrettante tradizioni e occasioni di meraviglia per i turisti e non solo.
Però il tempo della pace estiva è turbata troppo spesso da brutte notizie che vengono dal mare. Da tanto tempo, purtroppo, il Mediterraneo è diventato un ostacolo per migliaia di rifugiati che cercano in Europa una vita migliore, vedendo la stessa Europa come un eldorado. Le acque del mare sono un cimitero per numerosi disperati: bambini, donne, uomini. Un cimitero nel profondo del mare, dove i corpi spariscono nel nulla, senza nessuna cerimonia. Le cronache ci hanno raccontato di un mese d’agosto carico di drammi, ma anche di belle e coraggiose azione di salvataggio.

Tale cimitero è una sfida per l’Europa.

È, ad esempio, la sfida di Lampedusa, isola diventata icona dei drammi del Sud, e delle difficoltà identitarie del Nord d’Europa che mostra evidenti difficoltà nel comprendere la portata “europea” delle pressioni migratorie in un mondo globale.
Lampedusa è una piccola isola italiana, di venti chilometri quadrati, con seimila abitanti che vivono soprattutto di turismo e pesca. È il territorio più a Sud d’Italia, il più vicino all’Africa, a 177 chilometri dalle costa della Tunisia, e 355 da quelle della Libia. Porta dell’Europa, rappresenta la speranza di vita migliore per gli africani del Nord come dell’Africa Subsahariana. Si imbarcano su natanti in pessime condizioni, vittime di trafficanti senza scrupoli che sfruttano la povertà. Tanti fra loro non giungono mai in un porto: barche e gommoni si rovesciano durante il viaggio senza che nessuno sia in grado di stimare esattamente il numero dei morti annegati.
Dopo l’ennesimo dramma, nel giugno 2013, Francesco, appena eletto Papa, decise di andare sul posto, l’8 luglio: “Ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta”. L’omelia che pronunciò fu di una forza eccezionale, dal punto di vista umano e politico come dal punto di vista spirituale. Era una sfida per i governi tentati di irrigidire le legislazioni nazionali, e per i cristiani stessi. Il Papa denunciava i trafficanti di esseri umani e rendeva omaggio alle piccole comunità dell’isola e delle isole vicine, come Linosa, confrontate da anni ai flussi incessanti, senza aiuti. Denunciava “la cultura del benessere” che “ci rende insensibili alle grida degli altri”, e anche “la globalizzazione dell’indifferenza” perché “ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.
Tale intervento risuona ancora oggi, sei anni dopo, come un monito particolarmente rivolto ai cristiani attraverso una domanda: “Dov’è il tuo fratello?”, e un’ingiunzione: “Non dimenticare la carne di Cristo che è la carne dei rifugiati; la loro carne è la carne di Cristo”.Sei anni dopo, questo discorso di Papa Francesco non è affatto invecchiato. Purtroppo conserva una estrema attualità nel momento in cui sono al potere in diversi Paesi europei partiti nazionalisti, populisti, talvolta xenofobi, e quando l’Unione europea è in difficoltà nel definire una politica di solidarietà tra gli Stati membri dell’Unione, per l’accoglienza dei migranti.

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Europa. Poquillon (Comece): “Più vicina ai cittadini, così si batte il populismo”

Sat, 31/08/2019 - 10:12

Sta preparando le valigie padre Olivier Poquillon: oggi, sabato 31 agosto, termina il suo servizio triennale come segretario generale della Comece (Commissione degli episcopati dell’Unione europea) e la nuova meta è Erbil, nel nord dell’Iraq. Il suo, in realtà, è un ritorno nel Paese asiatico: in passato vi era già stato per insegnare all’università di Mosul. “Una delle grandi sfide, oggi, in quella regione del mondo è il ritorno dei cristiani”, spiega al Sir. La guerra, poi il Daesh: la comunità è stata forzatamente dispersa e costretta ad abbandonare la piana di Ninive, “eppure la presenza cristiana in quei territori ha una funzione importante, di riconciliazione e di dialogo” tra le diverse componenti del Paese e tra le religioni. Domenicano, classe 1966, Poquillon vanta una notevole esperienza internazionale: prima di approdare a Bruxelles aveva svolto il suo ministero nei Balcani, in Africa, in Medio Oriente, presso le Nazioni Unite e a Strasburgo. Dal 1° settembre il segretario generale Comece sarà lo spagnolo don Manuel Barrios Prieto.
Dunque dopo l’impegno ecclesiale su scala europea, torna in Iraq. Un primo bilancio?
Qui alla Comece ho vissuto anni intensi, interessanti. La Chiesa cattolica intende dare il suo positivo contributo al dibattito europeo, seguendo da vicino il processo istituzionale e legislativo, portando la voce della gente, raccogliendo le attese delle comunità territoriali, incoraggiando la riflessione politica in vista di decisioni da ricondurre al bene comune. La persona – ogni donna e ogni uomo – dev’essere sempre posta al centro della politica: anche per questo la dimensione spirituale e culturale dell’identità europea va valorizzata. La Comece si muove in tale direzione nel suo rapporto con le istituzioni Ue. Auguro al mio successore, don Manuel, soddisfazioni e successi in questo lavoro, cui assicurerò il mio costante incoraggiamento e la mia preghiera. Il mio prossimo lavoro, invece, sarà anzitutto tra la gente – molti poveri e rifugiati – della parrocchia latina a Erbil e, inoltre, sarà indirizzato alla ricostruzione del convento domenicano di Mosul.

Padre Poquillon, quali sono le principali sfide che l’Unione europea ha di fronte oggi?
A mio avviso la prima questione riguarda il funzionamento delle istituzioni europee, il rapporto tra le istituzioni e i cittadini e, di conseguenza, la capacità di rispondere alle grandi attese delle persone. Tenendo conto delle rapide trasformazioni sociali che stiamo vivendo – accelerate dall’era digitale – bisogna ripensare le forme della democrazia: è importante che le istituzioni decidano non per conto dei cittadini, ma con i cittadini. Su questo terreno è possibile costruire una risposta ai populismi. C’è inoltre, in relazione a ciò, un problema di legittimità delle istituzioni, nazionali ed europee. Così diviene assolutamente rilevante il rapporto che si instaura tra l’Europa e le realtà locali, i Comuni, le Regioni, i corpi intermedi, i territori e le popolazioni che vi risiedono. Se poi dovessi citare un tema specifico che richiede una rinnovata e puntuale attenzione è l’ambiente: esso ha a che fare con la tutela del Creato, con il territorio nel quale viviamo, con le risorse della natura, con l’economia e i sistemi di produzione e di consumo, e richiede necessari cambiamenti nei nostri stili di vita, come ha indicato papa Francesco nella “Laudato si’”.

L’Unione europea ha avviato, con l’articolo 17, un dialogo con le Chiese e le comunità religiose presenti nei Paesi Ue. La voce delle Chiese è ascoltata dai responsabili delle istituzioni politiche?
Questo dialogo è sottoposto agli attacchi di varie lobby e correnti politiche di destra e di sinistra, le quali non hanno però compreso il ruolo costruttivo e propositivo che possono giocare le Chiese e le comunità religiose all’interno della società europea, soprattutto per la costruzione di solide relazioni sociali e per dare voce a chi non ne ha. Inoltre, tali lobby attaccano un diritto fondamentale: ovvero la libertà religiosa, componente essenziale della vita umana. L’articolo 17 – osserverei – non è faccenda da specialisti, ma un processo che dovrebbe interessare tutti. Le Chiese e le comunità religiose non intendono affatto invadere il campo della politica né tanto meno sostituirsi ai decisori politici: possono invece arricchire il dibattito pubblico, provocando riflessioni a partire dall’impegno concreto che esse svolgono sul campo a favore delle famiglie, dei giovani, delle persone più fragili…

In un’epoca di ritorno dei muri e dei nazionalismi, quale contributo originale possono portare i cristiani alla costruzione della “casa comune”?
Sottolineerei, anzitutto, che la comunità cristiana non è un monolite. Al suo interno comprende persone di tutte le età e condizioni sociali, che vivono in ogni parte d’Europa. Le nostre comunità sono un esempio di “unità nella diversità” (il motto dell’Unione europea, ndr.), non sono un cenacolo di puri ma assemblee di peccatori in cammino che hanno a cuore la costruzione del bene comune a partire da valori universali: pace, rispetto reciproco, dedizione agli altri, apertura al mondo. Si tratta di elementi che risiedono anche nel Dna dell’Unione europea e che Papa Francesco ha più volte sottolineato parlando di Europa. Occorrono però cristiani formati, competenti e impegnati nella società, nell’economia, nella politica. Argomenti e stili – questi – che i vescovi europei condividono e per i quali la Comece è fortemente impegnata.

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Venezia76: terzo giorno alla Mostra. In concorso “Ad Astra” di Gray, “J’accuse” di Polanski e “Il sindaco del rione Sanità” di Martone

Fri, 30/08/2019 - 20:50

Terzo giorno al Lido, venerdì 30 agosto, per la 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Ancora una volta titoli forti e autori di primo piano: anzitutto “Ad Astra” di James Gray, presentato ieri sera alle 22.00 al pubblico, “J’accuse” di Roman Polanski sul caso Alfred Dreyfus e “Il sindaco del rione Sanità” di Mario Martone, su copione di Eduardo De Filippo. Il punto sulle proiezioni direttamente da Venezia con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“Ad Astra”

È un thriller spaziale a sfondo esistenziale “Ad Astra” diretto da James Gray, regista newyorkese classe 1969, e prodotto da Brad Pitt, che si ritaglia anche il ruolo di protagonista assoluto. Del cast fanno parte inoltre Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, Liv Tyler e Ruth Negga. La vicenda: un maggiore degli Stati Uniti accetta una missione spaziale rischiosa che lo conduce sin ai margini dello Spazio. “Il regista Gray” – indica Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis al Festival – “si appropria della tematica dell’avventura spaziale, genere caro alla storia del cinema, per mettere a fuoco il rapporto uomo-Infinito, con richiami alla narrativa di Arthur C. Clarke e cinema di Stanley Kubrick. Il racconto è molto dettagliato e suggestivo, secondo i consueti canoni di Hollywood, industria che si conferma leader nella messa in scena per la fantascienza: sguardi immersivi, effetti speciali sorprendenti e stilisticamente seducenti. Il regista lavora molto anche sui dettagli, sui primi piani dell’astronauta Pitt, indubbiamente bravo ma talvolta legnoso”. “Non c’è traccia solo di Kubrick” – aggiunge Sergio Perugini, segretario della Cnvf e giurato Signis – “ma anche del Cuarón di ‘Gravity’ e del Nolan di ‘Interstellar’, persino del Malick di “The Tree of Life”. Il film ‘Ad Astra’ ci conduce negli angoli più nascosti nel nostro sistema solare, una conquista fisica, ma anche nelle profondità delle pieghe dell’animo umano. Il protagonista si perde nello Spazio per ritrovare se stesso, per capire che il senso del proprio (nostro) vivere è racchiuso negli affetti e nella condivisione. A portata di mano. Il film è poi un confronto con gli irrisolti personali e le mancanze familiari, soprattutto della figura paterna”. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e da proporre in occasioni di dibattito.

“J’accuse”

Si tratta di una prova di grande cinema per il regista franco-polacco Roman Polanski, classe 1933. Scritto dallo stesso Polanski insieme a Robert Harris – autore del romanzo originario – “J’accuse” propone la storia vera dello scandalo che coinvolse i vertici militari, la politica e la società tutta in Francia sul finire del ‘800. Si tratta dell’accusa di tradimento per il capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus (Louis Garrel), di origini ebraiche, condannato in direttissima e spedito in esilio in un’isola africana. Tempo dopo il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin) si insospettisce sulle procedure adottate per le indagini contro Dreyfus, così inizia a riesaminare il caso scoprendo una serie di omissioni e falsificazioni di prove. Una notizia che fa tremare lo stato maggiore dell’esercito e i palazzi del governo. “Ancora una volta Polanski” – afferma Giraldi – “dimostra una vitalità e una forza espressiva fuori dal comune, riportando alla luce un caso storico che a suo tempo scosse la Francia e che oggi ripropone con una carica di forte attualità. I temi della giustizia e della verità si dimostrano quanto mai necessari e urgenti. Polanski manovra queste tematiche spinose con una regia robusta e grintosa, che ricostruisce con meticolosità la Francia sulla cerniera tra Ottocento e Novecento. La messa in scena, dalla grande forza espressiva, regge bene il confronto con il miglior cinema hollywoodiano”. “A oggi è il film più solido e importante visto in Concorso a Venezia76”, dichiara Perugini che poi aggiunge: “’J’accuse’ si muove su una sceneggiatura ben congeniata, evitando le insidie tipiche dei film storici. È un thriller giudiziario che mette a tema la verità ma anche la discriminazione verso la comunità ebraica nella Francia del tempo. Il cast risponde con intensità al suo direttore di orchestra, Polanski, soprattutto Jean Dujardin offre un’interpretazione grintosa e decisa da premio. Un film che aiuta a recuperare un’importante pagina della Storia, capace di parlare con efficacia anche all’oggi”. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti e approfondimenti educational.

“Il sindaco del rione Sanità”

Il soggetto è una commedia di Eduardo De Filippo del 1960. Parliamo del “Sindaco del rione Sanità” che è stato riadattato per il teatro nel 2017 dal regista napoletano Mario Martone (classe 1959) insieme a Ippolita di Mayo. Ora a distanza di due anni il regista ne ha fatto un film ambientato sempre nella città partenopea, esplorando le zone più difficili abitate da un’umanità stanca e dispersa. La storia: Antonio Barracano (Francesco Di Leva) tiene le fila del rione Sanità a Napoli. Tutto si decide con il suo consenso, nulla può avvenire senza che lui veda o autorizzi. La vicenda si svolge nel corso di un’intera giornata, dagli incontri con i familiari e fedelissimi alle richieste che vengono dalle gente del rione. “È senza dubbio interessante l’operazione che fa Martone” – sottolinea Giraldi – “recuperando un classico di Eduardo e mettendolo in scena nello spirito del tempo, della criminalità di oggi ampiamente raccontata da cinema e serie Tv. Seppure sia un film, la recitazione risente molto del clima teatrale, essendo girato quasi tutto in interni. La storia può apparire piana, persino scontata, ma acquista densità lungo il racconto; c’è persino l’impressione di poter cogliere dei rimandi cristologici nel finale, passaggio forse un po’ insistito da parte del regista”. “Alle prime battute del film – rimarca Perugini – sembra di assistere a una versione sottotono di ‘Gomorra’ o ‘La paranza dei bambini’, quando l’intensità nera del racconto sbanda con toni ironici o persino umoristici. Poi il film decolla verso un altro orizzonte, orientandosi verso un dramma shakespeariano giocato tra bene-male, amore-odio, con monologhi finali densi di pathos e carichi di desiderio di riconciliazione, di abbandonare la strada del sangue a favore di un orizzonte di pace. Siamo però sempre in ambito malavitoso e questo non va dimenticato”.
Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e adatto per dibatti.

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Crisi Israele-Iran. Bressan (Lumsa): “Strategia massima pressione potrebbe portare al conflitto”. Importante il ruolo dell’Unifil

Fri, 30/08/2019 - 14:51

Il Medio Oriente rischia di diventare il campo aperto di battaglia tra Israele e Iran. Anzi, per certi versi, il conflitto, sembra essere già in corso come dimostrano i raid israeliani in Siria contro milizie sciite e reparti delle Guardie della Rivoluzione, i pasdaran iraniani impegnati, secondo Israele, ad organizzare attacchi contro lo Stato ebraico. Nel contempo, stando a quanto riferito da Hezbollah, il Partito di Dio, due droni israeliani sono stati abbattuti mentre volavano su Beirut. Israele sotto accusa anche per un suo coinvolgimento in attacchi contro obiettivi iraniani in Iraq risalenti al 19 luglio.

Matteo Bressan

Siamo davanti solo ad una pericolosa escalation militare o davvero si può parlare di conflitto tra Israele e Iran? Lo abbiamo chiesto a Matteo Bressan, docente di Relazioni internazionali presso la Lumsa, analista e componente del Comitato Scientifico del Nato Defense College Foundation.

“Lo scontro tra Teheran e Tel Aviv – afferma Bressan – si dispiega in Siria, in Libano con Hezbollah, il Partito di Dio, e in Iraq con le milizie sciite. Dal 2018 Israele ha intensificato i raid aerei sulla Siria cui sono seguiti, in tempi più recenti, attacchi in Libano e in Iraq. Per gli osservatori che sono sul posto Hezbollah potrebbe rispondere a Israele ma non è dato sapere dove, come e quando. Abbiamo visto spesso il leader del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, promettere rappresaglie contro lo Stato ebraico”.

La storia del confronto tra Israele e Hezbollah sembra partire da più lontano…
È già avvenuto, per esempio, a gennaio nel 2006, quando, al confine tra Israele e Libano, militanti Hezbollah catturarono alcuni soldati israeliani provocando la reazione dello Stato ebraico e un conflitto militare durato 34 giorni. E poi ancora nel 2015 sul Golan, quando un missile anti-carro fu sparato contro un veicolo dell’esercito israeliano uccidendo due soldati.

Cosa è cambiato, invece, nella crisi tra Israele e Siria?
A causa delle difficoltà politiche interne dovute alla guerra e alla presenza sul campo di battaglia di Isis e Al Nusra, il presidente siriano Assad non ha avuto la capacità di rispondere militarmente agli attacchi israeliani. Con l’arrivo di russi e iraniani, il panorama è cambiato. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a raid israeliani ma anche alle risposte della contraerea di Damasco. Questo significa che ora Assad, grazie ai suoi alleati, ha la capacità di difendersi. Non certo di attaccare. La forza militare israeliana è evidente e, nell’ambito di una guerra convenzionale, sbaraglierebbe l’esercito siriano in poco tempo. Diverso il discorso se si considera il rafforzamento della presenza iraniana in Siria e Libano in termini di uomini e istallazioni.

Il 17 settembre Israele tornerà di nuovo alle urne per eleggere il  Parlamento. L’‘allarme rosso’ circa un possibile conflitto con l’Iran potrebbe favorire la vittoria del premier Netanyahu?
È probabile. Lo abbiamo già visto nella tornata elettorale del 9 aprile scorso. A una settimana dal voto ci fu l’assist del presidente Usa Trump che decise di inserire i Pasdaran iraniani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

Andare avanti con questa strategia della massima pressione sull’Iran potrebbe aiutare Netanyahu ma senza un Piano B il rischio di arrivare a un conflitto vero tra Israele e Iran è concreto e potrebbe avere conseguenze imprevedibili. A quel punto qualcuno dovrebbe fare un passo indietro…

Per Piano B intende, forse, lasciare aperto un canale di contatto con i Pasdaran?

Se si chiude a un dialogo con i Pasdaran, che in Iran giocano un ruolo importante, si preclude il dialogo con qualsiasi interlocutore iraniano. Un fatto molto pericoloso. Esemplare a riguardo è una locandina apparsa nei giorni scorsi in cui il comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana, generale Qasem Soleimani, ammoniva Israele di non proseguire con gesti scellerati perché sarebbe stata l’ultima volta. Uno scontro non solo evocato. Soleimani è un personaggio controverso, fu lui a indicare agli Usa, dopo l’11 settembre, dove bombardare i talebani. È stato anche un interlocutore importante del generale Usa David Petraeus in Iraq. Di lui si parla anche come del possibile prossimo leader iraniano. Voci ogni volta smentite.

(Foto: AFP/SIR)

C’è poi la questione dell’accordo sul nucleare iraniano che gli Usa hanno abbandonato. Al recente G7 in Francia si è visto anche il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif…
Questo clima di alta tensione potrebbe incrociarsi con un non impossibile ritorno al negoziato di Usa e Iran sul nucleare. Spiragli in tal senso sembrano essersi aperti a Biarritz dove Trump ha lanciato dei messaggi apparentemente distensivi. Il presidente americano ha fatto trapelare l’interesse per un nuovo accordo nel quale dovrebbero essere inseriti il controllo e la limitazione dei missili balistici iraniani e un riferimento al ruolo regionale dell’Iran. Quest’ultimo potrebbe essere eventualmente reinserito in un ordine internazionale a condizione che non vada a destabilizzare la regione e a minacciare gli alleati degli Usa. Dal canto suo l’Iran ha posto come condizione preliminare per negoziare la revoca immediata delle sanzioni.

Nei giorni scorsi il premier libanese Hariri ha aperto a un cessate-il-fuoco con Israele. Che ne pensa? I due Paesi sono formalmente in guerra…
Il Libano è da sempre il termometro della tensione regionale e, in molti casi, è il Paese dove si consumano crisi, conflitti e tentativi di mediazione tra gli attori regionali. È un’ipotesi quanto mai positiva – impensabile fino a qualche anno fa – per la stabilità regionale e che ci fa comprendere meglio l’importanza della missione Unifil, oggi guidata dal generale Stefano Del Col, con il generale Bruno Pisciotta del comando del settore Ovest, che ha visto da giugno 2006 i nostri militari protagonisti nel garantire oltre 13 anni di stabilità lungo la linea di demarcazione più instabile del Medio Oriente.

Se oggi si arriva a ipotizzare un simile scenario rispetto al quale la politica e la diplomazia molto dovranno ancora fare, lo si deve al lavoro e alle condizioni create con pazienza, abnegazione e professionalità dai nostri militari, dai nostri Comandanti e dai militari degli altri paesi che compongono la missione Unifil.

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Ordinazioni episcopali in Cina. Kin Sheung Chiaretto Yan (Pechino): “Favorisce la riconciliazione e promette speranza”

Fri, 30/08/2019 - 12:39

“Abbiamo accolto questa notizia con gioia piena e al tempo stesso intima nel cuore”. Così da Pechino Kin Sheung Chiaretto Yan, commenta al Sir la notizia delle due ordinazioni episcopali in Cina, avvenute il 26 e il 28 agosto scorso, con l’approvazione di papa Francesco. Le prime dopo l’Accordo tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese del 22 settembre scorso. Si tratta dell’ordinazione, “con mandato pontificio” di padre Antonio Yao Shun, nuovo vescovo della diocesi di Ulanqab e di padre XU Hongwei della diocesi di Hanzhong. Kin Sheung Chiaretto Yan è coordinatore del Padiglione della Santa Sede all’Expo di Pechino 2019. “Tanti cattolici hanno fatto circolare la notizia”, racconta al Sir ma ciò che più ha colpito la comunità cattolica cinese è la “novità” che è stata inserita nella cerimonia. Durante le due ordinazioni “è stato sottolineato ufficialmente che ‘il candidato è stato approvato dal Papa’. È stato quindi dichiarato pubblicamente il mandato papale, la nomina cioè del Papa con l’accettazione del governo cinese. Queste ordinazioni sono quindi un frutto dell’Accordo stipulato un anno fa. Potremo vivere in comunione con il successore di Pietro con serenità e senza lacerazioni”.

È il primo segno di una comunione possibile. Quale futuro sperano i cattolici cinesi?

Ci sono segni molto positivi. Questo nuovo modello di ordinazione da una parte, favorisce la riconciliazione e risana le situazioni del passato. Dall’altra, è un buon inizio che promette speranza. Le sfide ci saranno sempre. Ma il punto fermo è la comunione con il successore di Pietro. Papa Francesco ha augurato che i futuri vescovi in Cina siano autentici Pastori secondo il cuore di Gesù, e Gesù desidera l’unità. Il ruolo del vescovo nella guida della comunità della Chiesa locale ha compiti civili e spirituali, ma soprattutto ha il compito di favorire l’unità nella guida della comunità della Chiesa locale. Preghiamo lo Spirito Santo e viviamo proiettandoci verso questa direzione.

Per la prima volta nella storia un Padiglione della Santa Sede è presente all’Expo di Pechino 2019. Anche questo è un frutto del dialogo avviato tra Cina e Santa Sede. Il 14 settembre si terrà la giornata della Santa Sede. Come la state preparando?

Il 14 settembre è la festa dell’Esaltazione della Croce per noi cristiani. Per la giornata della Santa Sede all’Expo di Pechino, ci sarà una conferenza scientifica sul tema delle sfide ambientali. Ci sarà anche un programma pensato per i bambini con dei workshops dal titolo “apprezzare la natura attraverso l’arte”. Questi programmi hanno un taglio culturale piuttosto che religioso. Vogliamo dare la testimonianza che la bellezza e i valori comuni ci uniscono. C’è la possibilità che la Santa Sede possa donare e lasciare il padiglione con gli oggetti esposti alla Chiesa Cattolica in Cina. Molto significativa è l’istallazione di un albero dorato di olivo con una citazione del Laudato Si’ di Papa Francesco.

Una metà dell’albero sarà esposto permanentemente in Cina, l’altra meta sarà portata in Vaticano.

L’idea è di mantenere questo legame duraturo nel tempo. Un proverbio cinese dice: ‘Ci vogliono dieci anni per far crescere un albero, ma cento anni per allevare una generazione di nuovi uomini’. Questa opera rimane come segno tangibile che siamo tutti parte dello stesso albero della Chiesa, e abbiamo l’impegno comune di vivere la comunione e la cultura d’incontro per le future generazioni.

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Papa in Mozambico. Don Bolzon (missionario a Beira): “Pochi si arricchiscono da sfruttamento delle risorse ma la gente è povera e soffre”

Fri, 30/08/2019 - 11:05

In Mozambico le donne già avvolgono intorno alla vita la tradizionale capulana, le stoffe stampate con il logo e il motto della visita di Papa Francesco il 5 e 6 settembre, nell’ambito di un viaggio che toccherà anche Madagascar e Maurizio (4-10 settembre). Il Papa viene a portare “Speranza, pace e riconciliazione” in una società in profonda trasformazione dal punto di vista religioso, una situazione politica ancora fragile e in alcune zone violenta, una corruzione altissima, uno sfruttamento senza regole delle risorse della natura e tantissima povertà. Tutto aggravato dalle catastrofi ambientali, come gli ultimi cicloni Idai e Kenneth della primavera scorsa, che hanno ucciso centinaia di persone e seminato distruzione. Ne sa qualcosa don Maurizio Bolzon, 50 anni, fidei donum della diocesi di Vicenza, che vive da due anni a Beira insieme a due confratelli veneti, accolti dall’arcivescovo don Claudio Dalla Zuanna,  dehoniano vicentino. Una delle sue parrocchie era stata completamente rasa al suolo dal ciclone Idai ed è stata ricostruita dai fedeli. I tre sacerdoti veneti condividono fino in fondo la vita della popolazione dei bairros, i quartieri più poveri. A distanza di quattro mesi i tetti scoperchiati dal vento sono stati sistemati in maniera approssimativa, ma quando arriverà di nuovo la stagione delle piogge il problema si riproporrà. “Come fanno a riparare le case se le persone nemmeno lavorano? Ai poveri vengono date solo briciole”, dice al Sir, al telefono da Beira.

La “capulana” per la visita del Papa indossata dalle donne

Le violenze nella provincia di Capo Delgado. Don Maurizio descrive in maniera accorata il cronico problema dell’Africa:

“I Paesi che hanno delle ricchezze diventano luoghi di distruzione e morte. Ma i poveri non beneficiano mai dei proventi di queste risorse”.

Nella provincia settentrionale di Capo Delgado, ad esempio, da un anno e mezzo ci sono continui attacchi da parte di gruppi armati che uccidono uomini, donne e bambini. Bruciano i villaggi, le scuole, le chiese, le moschee, con centinaia di vittime e migliaia gli sfollati. Una crisi ignorata da tutti. Il governo ha militarizzato la zona, arrestato 400 sospetti e attribuito le violenze a gruppi estremisti islamici provenienti dall’estero. Ma i dubbi sono tanti. Anche perché il territorio è ricchissimo di risorse del sottosuolo, soprattutto rubini, ed è zona di traffici illeciti. Monsignor Luiz Fernando Lisboa, brasiliano, vescovo della diocesi di Pemba, ha denunciato nei giorni scorsi “poteri occulti che pretendono di imporre i propri interessi”: “Come fantasmi – scrive monsignor Lisboa in una lettera aperta -, i ribelli (contro chi o contro cosa?) appaiono e scompaiono senza farsi vedere, nei momenti più inaspettati, lasciando dietro di sé  solo tracce di disastri. Ma sappiamo che i fantasmi non esistono. E’ un pezzo di lenzuolo che nascondo qualcosa o qualcuno”.

Il Mozambico è da tempo terra di conquista di materie prime, tra cui 2.400 miliardi di gas scoperto dall’italiana Eni, subappaltato a multinazionali americane. Ma anche sabbie pesanti, legname, pietre preziose e terreni agricoli da destinare a monocolture, oggetto del cosiddetto land grabbing. I Paesi più ricchi del mondo qui fanno affari d’oro. Le lingue più parlate tra gli investitori sono il cinese e l’arabo. Ma anche se il Pil aumenta ancora, al ritmo del 3,5%, la popolazione rimane poverissima, priva di infrastrutture sociali, educative e sanitarie. Il Mozambico è tra i primi Paesi per presenza del virus Hiv/Aids e per diffusione della malaria. I due terzi dei 29 milioni di abitanti vivono al di sotto della soglia della povertà. “Non c’è produzione, per cui non si crea lavoro – spiega il missionario -. A Beira ci sono solo magazzini enormi di stoccaggio delle merci, che poi vengono lavorate altrove”.

“Mi piacerebbe che il Papa puntasse l’attenzione sul problema dello sfruttamento delle risorse del Mozambico e la sofferenza della popolazione”.

“Solo lui può far conoscere queste situazioni. Qui chi difende la verità rischia. Bisogna usare prudenza per continuare a stare vicino alla popolazione”.

6 milioni di cattolici e “tanta frammentazione religiosa”. Durante la due giorni Papa Francesco toccherà solo la capitale Maputo. Non sono previsti grandi numeri negli eventi pubblici, anche perché i viaggi in bus sulle disastrate strade mozambicane sono un’impresa. Il Paese conta 6 milioni di cattolici (pari all’8% della popolazione) e le 12 diocesi del Paese potranno mandare solo 50 persone ciascuna (20 giovani e 30 adulti). Per chi non riuscirà a partecipare alle celebrazioni ci saranno maxischermi per le strade. “Non sono mai stato a Maputo, ci vogliono almeno 16 ore – dice don Bolzon -. Dal nord anche due o tre giorni di viaggio”.

Dal punto di vista della fede il Papa troverà “una grossa frammentazione religiosa e tanta confusione”.

La società è cambiata in seguito all’arrivo in massa delle “piccole Chiese” (così vengono chiamate in Mozambico), ossia sette pentecostali che usano strategie di marketing made in Usa per attirare fedeli. “Affittano capannoni nei mercati e trascinano dentro le persone– racconta -. Stiamo perdendo tanti giovani, attirati da un approccio che promette miracoli (lavoro, soldi, automobile, fidanzata) senza esigenze morali. Invece la Chiesa cattolica continua a richiedere uno stile di vita evangelico”. Intanto la missione sta cambiando volto anche lì: “Oramai nelle riunioni dei missionari è difficile trovare volti bianchi – confida -. Vengono quasi tutti dal Congo, dal Burundi, dal Rwanda. Con la conseguenza che non arrivano più tanti finanziamenti dall’Europa per i progetti di sviluppo”.

A livello politico una situazione ancora fragile. A livello politico, dopo 16 anni di guerra civile che si è conclusa con gli accordi del 1992 nella sede romana della Comunità di Sant’Egidio, “il processo di democratizzazione è ancora in fieri”, ammette il missionario: “In un Paese con due eserciti (l’altro è del partito di opposizione) è difficile parlare di riconciliazione. Anche su questo avrà sicuramente qualcosa da dire”.

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L’Europa dei giovani e la sua vocazione alla cura dell’uomo

Fri, 30/08/2019 - 00:00

Cammino per le strade di Bruxelles. Sento parlare in varie lingue. Dal francese, all’inglese, al fiammingo, al tedesco… Non mancano gli accenti delle lingue slave e di quelle medio-orientali od africane. Non mancano nemmeno gli italiani, anzi sembrano particolarmente numerosi. Molti senza dubbio sono turisti. Altri sono lì per lavoro, come i due amici che mi hanno accolto e mi stanno mostrando le bellezze della città: come molti altri, entrambi lavorano negli organismi della Comunità europea. Guardando le cose da questo punto di prospettiva, l’impressione che ricevo, il pensiero che mi accompagna, è che l’Unione europea è un processo avviato e notevolmente consolidato: ha messo radici, ha mescolato popoli, ha trovato equilibri, ha coinvolto vite, ha portato benefici… Non è una semplice idea, ma un dato di fatto, una realtà.
Noto i tanti giovani che si muovono, a loro agio, per le ampie strade del centro di Bruxelles e che sono lì per un semplice viaggio oppure per un progetto “Erasmus” o – come succede spesso – per un posto di lavoro più promettente rispetto a quelli che si possono trovare in Italia. Voler cancellare tutto questo o disprezzarlo sull’onda della diffusa retorica sovranista sembra davvero fuori del tempo e appare come una forzatura violenta, un tornare indietro.
Da queste parti, poi, la vocazione all’unità delle nazioni europee si mostra con maggiore evidenza: il Belgio, per sua natura, è un crogiolo dove si mischiano vari popoli: un luogo di incontro di diverse nazioni. Lo è stato da sempre. Anche nel tanto vituperato medioevo, quando i confini nazionali non erano ancora fissati e – ad esempio – un monaco di Liegi poteva spostarsi a Cambrai oppure a Colonia e sentirsi a casa sua, senza che ci fosse alcuna soluzione di continuità.
Certo, non sono mancate nel passato e non mancano oggi motivi di scontro, contraddizioni e fatiche in questo processo di integrazione europea, che non deve assolutamente cancellare le peculiarità di ogni nazione: l’unità, infatti, non deve sacrificare i tratti precipui di ogni Stato, ma piuttosto evidenziarli. Né si vuole negare che sia necessario apportare delle migliorie perché il sistema Europa possa funzionare meglio. Tuttavia quello che mi pare innegabile è che il cammino verso l’unità è un dato di fatto e i nostri giovani vi sono già convintamente dentro. Rallentare o svalutare tutto questo significa fare uno sgambetto soprattutto a loro e inceppare il cammino che porta verso il futuro.
Nel mese di agosto, a Isola Vicentina, si è tenuto un importante convegno su Romano Guardini, il pensatore italo-tedesco, di salde origini italiane e di cittadinanza tedesca, scomparso nel 1968 e per il quale è in corso il processo di beatificazione. Al convegno il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e grande conoscitore di Guardini, ha messo in evidenza l’attualità della sua riflessione in qualità di “uomo europeo”. Per Guardini infatti l’Europa, in virtù delle sue radici greco-romane e cristiane, ha una vocazione del tutto unica nel futuro della storia mondiale, vale a dire quella della cura della dignità dell’uomo per difenderlo dagli eccessi del potere e della tecnica. O l’Europa si mostra all’altezza di questo compito, che nel mondo solo lei può realizzare grazie alla peculiarità della sua storia e della sua cultura, o fallisce la sua vocazione ed è destinata all’oblio. Questa l’esigente profezia guardiniana, richiamata dall’arcivescovo di Monaco.
Forse il problema più grande in Europa è proprio questo. Non tanto e non semplicemente riassettare e inquadrare in modo migliore le mansioni tecnico-organizzative e le aspettative economico-finanziarie dei singoli Paesi, ma ritrovare un’anima, una dimensione interiore e spirituale, che ridesti i popoli europei al proprio compito squisitamente “umanistico”. Qui il cristianesimo e la Chiesa, come il magistero dei Pontefici non ha mancato di ribadire, hanno qualcosa di straordinario da offrire. Però, bisogna farlo presto, prima che scenda la notte e si perda la capacità di decifrare la grammatica della fede cristiana: quest’ultimo è un rischio, soprattutto per le giovani generazioni di europei, tutt’altro che lontano e puramente ipotetico.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Venezia76: secondo giorno alla Mostra. I film in concorso “The Perfect Candidate” e “Marriage Story”

Thu, 29/08/2019 - 19:59

Secondo giorno, 29 agosto, alla 76ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Il direttore artistico Alberto Barbera schiera subito l’“artiglieria pesante” con tre film di forte impatto: “The Perfect Candidate” di Haifaa Al Mansour e “Marriage Story” di Noah Baumbach. Il punto sulle proiezioni direttamente dal Lido di Venezia con il Sir e la Commissione nazionale valutazione film (Cnvf) della Cei.

“The Perfect Candidate”

È una pioniera del cinema arabo la regista Haifaa Al Mansour (classe 1974), la prima autrice a girare a Riyad con il suo film d’esordio “La bicicletta verde” (2012). La Mansour ha presentato oggi a Venezia 76 il suo nuovo film “The Perfect Candidate”, con cui si confronta nuovamente con la condizione della donna nella società araba. È la storia di una giovane dottoressa che lavora in un ospedale di provincia, tra resistenze e molti pregiudizi. Per una serie di circostanze, decide di candidarsi al consiglio comunale battendosi perché venga asfaltata la strada di accesso alla struttura ospedaliera – da tempo inagibile – e principalmente perché la voce delle donne sia ascoltata anche in politica.
“Haifaa Al Mansour” – sottolinea Massimo Giraldi, presidente della Cnvf e membro della giuria cattolica Signis al Festival – “mette ancora una volta al centro della vicenda un personaggio femminile moderno, che si ribella contro le rigidità del sistema sociale e familiare. Una ribellione, però, che non assume le forme della dura rivendicazione, ma sceglie la via della morbidezza, la semplicità della fiaba. Girato con padronanza e leggerezza, il film è uno sguardo locale dal potente respiro internazionale in un momento di forte attenzione alla condizione femminile”.
“I temi alla Ken Loach ci sono tutti, ma la declinazione è prudente e composta smarrire incisività” – rilancia Sergio Perugini, segretario della Cnvf e membro della giuria Signis – “La regista non si scontra a viso aperto con la tradizione socio-culturale del proprio Paese, ma avanza un’idea di progresso e libertà. L’opera indaga con efficacia lo scenario sociale, lavorativo, ma anche il tessuto domestico e familiare. Il film propone significativi guadagni sul rapporto di solidarietà tra sorelle nonché di comprensione e accoglienza tra padre e figlia”.
Dal punto di vista pastorale il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto senza dubbio per dibattiti.

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“Marriage Story”

Noah Baumbach è un regista e sceneggiatore newyorkese classe 1969. Al suo attivo ha una decina di film tra cui “Il calamaro e la balena” (2005) e “Frances Ha” (2012). Qui alla Mostra presenta “Marriage Story”, produzione Netflix, un mélo sulla crisi di coppia, che si configura quasi come un omaggio hollywoodiano al classico di Ingmar Bergman “Scene da un matrimonio” (1973). La storia: Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) sono sposati da anni, con un bambino preadolescente. Lui è un regista teatrale in forte ascesa nel panorama di New York, lei è la sua musa nonché fulcro della dimensione familiare. Un quadro perfetto che si incrina quando emergono insoddisfazioni e silenzi.
“Non calca solo tasti drammatici il regista Baumbach” – dichiara Giraldi – “Il film infatti è sì un confronto serrato tra due persone che si amano e ora non si trovano più, ma offre inoltre delle istantanee ironiche e godibili sulle dinamiche familiari così come sulla società statunitense, in costante ricerca della ribalta nel mondo dello spettacolo. Il regista fa muovere i protagonisti tra New York e Los Angeles, richiamando il diverso standard socio-culturale tra le due città”.
“È vero, c’è traccia di Bergman nel film di Baumbach, ma anche di Woody Allen”. Così rimarca Perugini, che aggiunge: “È la storia di un matrimonio che implode, analizzato in ogni sua sfaccettatura, compresa l’estenuante e tragicomica trafila giudiziaria. Il film oltre a essere ben scritto e diretto acquista forza grazie all’eccellente prova degli attori Driver e Johansson. Soprattutto Adam Driver si rivela versatile e sorprendente, ipotecando una nuova Coppa Volpi qui al Festival dopo quella vinta nel 2014”.
Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e adatto per dibattiti.

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Crisi di governo, nuovo incarico a Conte. Pombeni: “Il sovranismo è un mito che non è mai esistito”

Thu, 29/08/2019 - 17:15

Con uno sguardo alla cronaca politica e uno alla storia, proviamo a rileggere le vicende dell’agosto politicamente più imprevedibile della vita della Repubblica. Ci aiuta in questo percorso Paolo Pombeni, storico e analista politico di grande autorevolezza ed esperienza.

Adesso che la crisi è avviata a soluzione torniamo per un attimo all’inizio, a quell’8 agosto in cui Salvini ha deciso di rompere pubblicamente l’accordo di governo: ma perché ha scelto proprio quel momento, apparentemente stravagante, dopo che nei due mesi successivi alle elezioni europee aveva avuto molte occasioni e altrettante sollecitazioni dall’interno del suo partito?
Una spiegazione razionale è difficile da trovare.

Si può sospettare un eccesso di furberia, l’idea di approfittare del rallentamento della vita istituzionale e della distrazione collettiva per le vacanze.

Forse ha pensato che fosse il momento più opportuno per cavalcare l’opinione pubblica a proprio favore e per cogliere una diminuzione delle difese del sistema.

Conte scioglierà la riserva nei prossimi giorni, comunque il suo tentativo appare sotto tutti i punti di vista destinato al successo. Che cos’è che ha sbloccato la situazione?
Al di là di altre considerazioni possibili, c’è da avere ben chiara la spinta fortissima che è venuta dalle classi dirigenti nazionali e internazionali di fronte alla prospettiva di elezioni trasformate in una sfida all’ok corral in un momento politico ed economico delicatissimo per tutti. Questa spinta ha aiutato Conte e ha costretto alla ragionevolezza il M5S.
Alla faccia del sovranismo, mi consenta di dire.
Vede,

la questione del sovranismo dimostra tra l’altro la profonda mancanza di formazione storica di quote considerevoli delle classi politiche.

Basterebbe un minimo di dimestichezza con la storia per sapere che il sovranismo è una costruzione ideologica, un mito. Nella realtà non è mai esistito. Lei pensa che l’unità d’Italia si sarebbe potuta realizzare non ci fosse stato l’interesse di Francia e Inghilterra alla dissoluzione dell’impero austroungarico? E si potrebbero fare tanti altri esempi, della storia più recente e in quella più remota.

La domanda che tutti si pongono sul nascente Governo Conte II è se sarà in grado di durare nel tempo e fino a quando. Una domanda che ne presuppone un’altra, se cioè sarà l’attuale Parlamento con i suoi equilibri a eleggere il Capo dello Stato all’inizio del 2021 o se la legislatura si interromperà prima.
La risposta non può prescindere dalla considerazione che ci sono delle scadenze elettorali regionali molto ravvicinate. Entro l’anno si voterà in Emilia-Romagna, Umbria e Calabria, altre regioni andranno alle urne nel 2020. A mio avviso il nuovo governo durerà se in queste elezioni non vincerà il centro-destra. E’ un passaggio arduo soprattutto per la difficoltà del M5S a stringere alleanze, tanto più a livello regionale. Se questo passaggio fosse superato positivamente, secondo me il governo potrebbe andare avanti sino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e forse anche di più.

Il protagonista politico di questa fase è indubbiamente Giuseppe Conte. Un anno fa gli hanno dato del “burattino”, del “prestanome”, e invece ora…
E’ proprio la tipica situazione in cui il ruolo crea il personaggio. A trasformare uno stimabile professore e professionista in un politico vero è stata soprattutto la sua esperienza a livello internazionale.

Rappresentare l’Italia all’estero gli ha consentito di acquisire competenze e conoscenze e di costruirsi una credibilità. Adesso la sfida che ha davanti è quella di riuscire a trasferire tale esperienza nella gestione dei rapporti politici interni.

Si tratta di una sfida molto impegnativa. Persino un personaggio come Prodi, che a livello internazionale ha raggiunto i massimi livelli e ha acquisito un profilo che gli viene ancora riconosciuto, in politica interna ha incontrato scogli talvolta insuperabili.

Anche M5S e Pd hanno davanti sfide molto impegnative.
Il Pd deve uscire dalla sudditanza nei confronti dell’onda para-demagogica del populismo e dall’illusione che si possa tornare ai vecchi sistemi. Bisogna tutelare i diritti veri, non quelli che vengono definiti tali e che in realtà sono posizioni acquisite in una fase di affluenza economica che non esiste più; altrimenti il risultato è che si tagliano fuori i giovani e tutti coloro che non hanno beneficiato di quella stagione. Il M5S deve uscire dall’adolescenza e diventare un soggetto politico vero, dotato di strutture di produzione di pensiero e capace di interloquire in maniera non episodica e non strumentale con le competenze presenti nella società.

Il caso italiano è l’ultimo di una serie in cui il sovranismo ha mostrato di perdere colpi. Ritiene che si possa parlare dell’inizio di un declino o invece siamo ancora nel bel mezzo della temperie?
Siamo ancora nel mezzo, purtroppo. Il fatto è che viviamo all’interno di una transizione storica enorme, paragonabile al passaggio dal medio evo all’età moderna, e questo genera paure che a loro volta producono reazioni scomposte. Questo processo non finirà da sé. Il suo superamento dipenderà piuttosto dalla capacità degli uomini di rimodellare i loro rapporti con un grande impegno culturale. La storia ci insegna che è possibile farlo.

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Card. Achille Silvestrini. P. Lombardi: “Grande apertura di orizzonti e capacità di entrare in dialogo con gli interlocutori”

Thu, 29/08/2019 - 15:38

Si è spento oggi a Roma, all’età di 95 anni, il card. Achille Silvestrini, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali e una delle figure più rappresentative della diplomazia e della Segreteria di Stato vaticana della seconda metà del Novecento. Era ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli. Nato a Brisighella, diocesi di Faenza, nel 1923, ordinato sacerdote nel 1946, dopo gli studi alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, entra nel 1953 in Segreteria di Stato dove rimane ininterrottamente per 35 anni fino al 1988 al servizio di cinque Pontefici. Nel 1971 accompagna il cardinale Agostino Casaroli nella visita a Mosca per depositarvi lo strumento di adesione della Santa Sede al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari. Successivamente ricopre l’incarico di sotto-segretario e poi di segretario della sezione per i Rapporti con gli Stati, una sorta di “ministro degli Esteri” della Santa Sede. In tale ruolo, dal 1979 guida la Delegazione della Santa Sede per la Revisione del Concordato lateranense, conducendo le trattative con le autorità italiane fino alla firma dell’Accordo del 18 febbraio 1984. Creato cardinale nel 1988, dal 1991 al 2000 ricopre l’incarico di prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Terminato il suo servizio diretto nella Santa Sede il porporato si dedica alla “Comunità” sorta da un gruppo di ex-alunni laureati, professionisti e amici di Villa Nazareth, da cui nel 1986 è nata la Fondazione “Comunità Domenico Tardini”. Tra i giovani “formati” a Villa Nazareth anche il premier Giuseppe Conte.

Esprime dolorosa sorpresa p. Federico Lombardi, già direttore della Sala Stampa della Santa Sede e oggi presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Ratzinger-Benedetto XVI, alla notizia della morte del porporato. Raggiunto telefonicamente dal Sir, il gesuita precisa di essere fuori Roma da alcuni giorni e che il suo sarà un ricordo spontaneo, immediato, “a caldo”. “Sono stato preso di sorpresa”, riconosce prima di iniziare il racconto. “Lo avevo conosciuto di persona quando ero ero a La Civiltà Cattolica e lui all’epoca era il vice di Agostino Casaroli. Per noi era un grande amico e un esperto consigliere per tutto ciò che riguardava le questioni diplomatiche e dei rapporti con gli Stati. In quegli anni Silvestrini era sottosegretario e io

ho avuto con lui un rapporto di grande amicizia, stima e fiducia”.

Degli anni del cardinale alla Segreteria di Stato, Lombardi richiama in particolare

“l’importante ruolo svolto nella questione della revisione del Concordato, nella quale ha messo a frutto tutta la sua esperienza di carattere diplomatico in una situazione delicata e nella conduzione di una trattativa estremamente complessa”.

Con riferimento al suo incarico alle Chiese Orientali, il gesuita sottolinea che pur non essendo Silvestrini “uno specialista di Oriente, vi ha profuso grande impegno, anche con una particolare attenzione per gli aspetti del dialogo ecumenico che, pur non essendo impegno diretto della Congregazione, per alcuni aspetti la tocca. Nel ruolo di prefetto ha compiuto diversi viaggi e avuto un ruolo importante nella vita della Congregazione”.

Padre Lombardi si sofferma infine su un tratto “molto caratteristico dell’esistenza e dell’attività” del porporato: l’interesse per i giovani e il suo rapporto con loro, testimoniato “in particolare con l’attività di Villa Nazareth cui ha dedicato per moltissimi anni tutto il suo cuore il suo impegno, coinvolgendo persone di sua fiducia – laici e laiche – nella formazione dei giovani. Villa Nazareth è stato un punto di riferimento fondamentale per numerosi studenti che lì sono formati e successivamente hanno ricoperto ruoli anche importanti nella vita culturale e nella vita pubblica del nostro Paese”. Silvestrini

“ebbe sempre una grandissima attenzione all’aspetto della formazione culturale dei giovani, alla sua importanza nella comunità cristiana e nella società.

Per questo invitava figure qualificate del panorama culturale italiano affinché dialogassero con i ‘suoi’ ragazzi”.

Certamente “è stato uno degli ecclesiastici italiani più apprezzati da parte di autorevoli esponenti della cultura, dell’arte della società; ne ha seguiti molti personalmente con grande sensibilità pastorale, alcuni fino alla morte. Si è guadagnato il rispetto e la stima del mondo culturale italiano per la grande apertura di orizzonti e la capacità di entrare in un dialogo rispettoso e impegnato con gli interlocutori”. “Del mondo di Villa Nazareth – conclude Lombardi – ha fatto parte anche il premier Giuseppe Conte che con Silvestrini ha avuto uno stretto rapporto personale”.

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Ludopatia: la Chiesa di Nardò-Gallipoli scende in campo al fianco delle famiglie

Thu, 29/08/2019 - 13:50

Una vera e propria emergenza sociale che non accenna ad arrestarsi e manda in rovina le persone più vulnerabili: è il fenomeno del gioco d’azzardo. Dalla prima indagine epidemiologica effettuata nell’ottobre 2018 dall’ Istituto superiore di sanità (Iss) nel quadro dell’accordo scientifico con l’ Agenzia delle dogane e dei monopoli, emerge che

nel 2017 hanno giocato almeno una volta oltre 18 milioni di italiani, di cui 700 mila minorenni aggirando la legge, ma sono oltre un milione e mezzo i giocatori “problematici”.

E si calcola che nello stesso anno sia ammontata a

101 miliardi e 850 milioni la raccolta – intesa come il numero delle giocate registrate in un anno –

raccolta che nel 1998 era pari a 12,5 miliardi. Da qui alla dipendenza patologica il passo è breve. E con la ludopatia – riconosciuta come patologia a tutti gli effetti dal Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali (Dsm 5) e dall’American Psychiatric Association – c’è poco da scherzare. Quanto sia in grado di portare al collasso intere famiglie e di creare disgregazione sociale e disperazione soprattutto fra soggetti più fragili, anziani e giovani, lo sanno bene sia i nuclei familiari dei giocatori colpiti, sia gli enti e le organizzazioni che se ne fanno carico.

Insomma, l’azzardo è tutt’altro che un gioco ed è in grado di rendere schiavo soprattutto chi, sempre più spesso, di fronte alla crisi economica viene abbagliato dalle sirene del “Vincere facile”. Per prevenire e curare questa piaga, nei giorni scorsi la Chiesa di Nardò-Gallipoli, in accordo con il suo vescovo mons. Fernando Filograna, è scesa in campo al fianco delle famiglie.

Nel solo 2017, fa sapere la Caritas diocesana, nel Comune di Nardò sono stati giocati 55,7 milioni di euro (1771 euro a testa) tra slot machine, gratta e vinci, lotto e scommesse sportive. A Gallipoli e Casarano, rispettivamente quasi 30 e 37,4 milioni. Di qui il progetto intitolato significativamente “Non m’illudo”, finanziato con i fondi 8xmille della Chiesa cattolica italiana e con fondi della diocesi salentina, avviato coinvolgendo parrocchie, scuole, associazioni, Comuni e la Asl di Lecce con la quale è stato siglato un protocollo.
L’obiettivo è infatti quello di offrire alle vittime di questa piaga una rete di centri di ascolto localizzati nelle parrocchie del territorio e in contatto con i Serd (servizi Asl per le dipendenze patologiche) ed eventualmente anche un sostegno economico. Ma anche di creare una rete di prevenzione e contrasto al fenomeno.

Il progetto, spiega al Sir il direttore della Caritas di Nardò-Gallipoli don Giuseppe Venneri, “è nato dall’osservazione del territorio attraverso l’importantissima opera dei centri d’ascolto parrocchiali e del centro d’ascolto diocesano. Ascoltando e accompagnando le tante persone che si sono rivolte a noi abbiamo constatato che il dramma della povertà, che investe trasversalmente giovani, adulti e anziani, non è dato solo dalla mancanza di lavoro ma anche dalla perdita di speranza.

E quando viene meno la speranza si generano illusioni. Una di queste illusioni, ormai piaga sociale, è il gioco d’azzardo”.

Il sacerdote definisce “sconfortanti” i dati forniti dall’Agenzia dei monopoli di Stato. A preoccuparlo sono soprattutto i giovani, tra i quali aumentano le scommesse sportive e on line. Dalle risposte ad alcuni questionari anonimi predisposti dalla Caritas salentina e distribuiti nelle parrocchie, emerge infatti che
“la loro percezione del problema è pressoché nulla e si evidenzia solo quando lo sperpero delle finanze familiari ha causato un forte indebitamento”.
Per questo, il progetto “Non m’illudo” si sviluppa in due direzioni. Da una parte “una forte e costante sensibilizzazione attraverso media, social media, tv locali, laboratori nelle scuole di istruzione secondaria di Copertino, Nardò, Gallipoli e Casarano”; dall’altra, “attraverso i centri d’ascolto, prevede l’accoglienza e l’accompagnamento di quanti si riconoscono vittime del problema in stretta collaborazione con i Serd e quindi le Asl locali, grazie agli operatori volontari tra cui anche psicologi, avvocati, educatori e commercialisti”. Chi invece preferisse garantirsi l’anonimato può rivolgersi alla Caritas diocesana compilando questo Form di contatto o all’indirizzo mailto:caritas@diocesinardogallipoli.it.

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Confine pericoloso. Tra Venezuela e Colombia, la frontiera calda del conflitto e del narcotraffico

Thu, 29/08/2019 - 13:50

Si cerca di uscire dalla povertà e ci si trova in mezzo a una sparatoria. Da una parte la fame, la mancanza di medicine e carburante, il peso della dittatura. Dall’altra un conflitto armato che, nonostante le speranze, non è finito. La somma tra queste due realtà genera terrore, violenze di ogni tipo, estorsioni, tratta, narcotraffico. E’ questa la situazione della frontiera tra il Venezuela e la Colombia, se solo si scava un po’ rispetto all’immagine, già di per sé drammatica, delle lunghe file di venezuelani che (in qualche caso fuggendo in altri facendo la spola) attraversano i ponti internazionali al confine tra i due Paesi.

Violenza e terrore ai due lati della frontiera. Sono vari gli studi che, di recente, hanno gettato l’allarme su quello che sta succedendo in quella che è una delle frontiere più calde del pianetada sempre attraversata non solo dalla gente comune, ma anche da contrabbandieri, trafficanti e guerriglieri. Un primo report si intitola “Il volto della violenza. Il post-conflitto colombiano e il suo impatto nella frontiera colombo-venezuelana”; è stato promosso dall’Università cattolica del Táchira (Ucat), dall’Osservatorio di ricerche sociali della frontiera e dal Centro Gumilla di Caracas; il secondo studio è un report sulla Mobilità umana in Venezuela, promosso dal Servizio gesuita ai rifugiati (Sjr), dalla stessa Ucat e dal Centro Gumilla. Un terzo lavoro, “Presenza di gruppi armati irregolari in Venezuela”, è stato presentato dall’ong Fundaredes, che ha gettato l’allarme sulla presenza sempre più attiva della guerriglia colombiana in Venezuela e sul reclutamento di bambini soldato. Le tre ricerche sono uscite nelle ultime settimane.

La coordinatrice dei primi due lavori è una sociologa dell’Ucat, Rina Mazuera. Il suo è il racconto di chi opera sul campo, condividendo il passaggio alla frontiera con i migranti, realizzando numerosi interviste, venendo a contatto con situazioni di rischio e di criminalità.

“Si leggono tante cose – dice al Sir – ma quello che si vede in presa diretta è un’altra cosa”.

Dal racconto della sociologa emergono tante chiavi di lettura. Si parte da un racconto che pare banale, e invece già dice molto sulla condizione di chi emigra: “Io ho i capelli lunghi, e ogni volta che attraverso il ponte tra San Antonio del Táchira e Cúcuta, entrando in Colombia, me li devo raccogliere”. Il primo “traffico”, infatti, è quello dei capelli, che molte venezuelane si fanno tagliare i capelli, che vengono rivenduti per farne parrucche.

Poche centinaia di metri, e si trovano molte giovani venezuelane che vendono pane. “E’ una copertura – spiega la ricercatrice – molte sono in schiavitù, sono costrette a prostituirsi. La tratta di persone è la prima conseguenza di questa migrazione massiccia”.

In Colombia è finita la guerra, non il conflitto. Ma l’altro grande fattore, che impatta sulla violenza alla frontiera e nelle zone circostanti, non viene dal Venezuela. E’ il conflitto colombiano, che gli accordi di pace con le Farc non hanno fatto cessare. Lo studio dell’Università Cattolica del Táchira porta numerosi dati ed elementi, rispetto a questa realtà.

E’ finita la guerra, ma non il conflitto, che ha cambiato volto.

I civili continuano a morire, o a essere sfollati. I desplazados, gli sfollati appunto, dalla zona del Catatumbo, che si trova proprio nel dipartimento del Norte de Santander, ai confini con il Venezuela, nel 2018 sono stati quasi diecimila. Il Catatumbo è uno degli epicentri della violenza colombiana. Qui si fronteggiano diversi gruppi, dalle guerriglie dell’Eln e dell’Epl alle bande di narcotrafficanti.  “Le sparatorie – spiega la professoressa Mazuera – sono all’ordine del giorno. Ho parlato con venezuelani che fanno la spola tra Venezuela e Colombia. Mi dicono che tutto sommato preferiscono restare in Venezuela, dove soffrono la fame ma non rischiano di venire uccisi. E anche molti colombiani un tempo sfollati nel Paese di confine, anche se oggi spesso sono costretti a tornare indietro, per il futuro pensano di ristabilirsi in Venezuela”.

La guerriglia si riorganizza sotto la protezione di Maduro. I problemi di Venezuela a Colombia, insomma, si sommano e amplificano. La frontiera diventa il luogo di transito di qualsiasi traffico illegale. E il Venezuela di Maduro diventa il luogo dove la guerriglia dell’Eln e i dissidenti delle Farc possono rifugiarsi e riorganizzarsi.

Da tempo, il direttore dell’ong venezuelana Fudaredes, Javier Tarazona, denuncia che gruppi di guerriglieri appartenenti all’Eln o alla dissidenza Farc operano indisturbati in vari Stati del Venezuela, “continuano a fare uso di spazi pubblici e privati, attraverso i quali portano avanti riunioni e incontri strategici”. Varie realtà educative, in particolare, “sono utilizzate da gruppi irregolari colombiani per lo sviluppo di attività di carattere ideologizzante e formativo”. E non mancano i sospetti che nell’ambito di questa attività ci sia in Venezuela il reclutamento di bambini soldati, pratica odiosa che non è ancora stata del tutto sradicata nell’ambito del conflitto colombiano. Riprende la professoressa Mazuera: “Credo di essere stata in tutte le scuole del Táchira. Devo dire che non ho visto reclutamenti, ma ho visto come i ragazzi sono sottomessi rispetto ad alcuni personaggi”.

In questa situazione intricata, assicura però la docente, “non manca la speranza”, data dalla presenza di “una miriade di organizzazioni umanitarie, che cercano soprattutto di creare comunità e di puntare sull’attività educativa e sui diritti e doveri”. Tuttavia, resta la situazione intricata di due Paesi legati a doppio filo, che per motivi diversi non riescono a dare una svolta alla loro storia.

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Orientare la bussola e guardare alle stelle

Thu, 29/08/2019 - 00:00

Il pianeta ha la febbre climatica e anche l’umanità sembra in difficoltà a mantenere la calma e orientare il futuro su ampi orizzonti. Quando la storia ci presenta queste situazioni, emergono i migliori e i peggiori tra gli uomini, sia tra i governanti che i cittadini. Il secolo XX ha visto le peggiori atrocità commesse da capi popolo eletti democraticamente e che via via hanno preso il completo controllo sulla stampa e sulle informazioni. A spianare la strada a Hitler era stato il suo devoto ministro della propaganda, Goebbels. Più attenuati ma altrettanto nefasti i fascismi di Italia con il Duce Benito Mussolini e della Spagna col Caudillo Francisco Franco. Altrettanto nella dittatura sovietica con Stalin e in quella fanatica dell’ateismo comunista di Enver Hoxha in Albania.
Tuttavia nella cupezza del delirio di onnipotenza dei tiranni, sono emerse le figure luminose dei tanti umili personaggi che si sono opposti al male e alla prevaricazione e a costo della vita hanno dato una speranza e poi una realizzazione di pace e di libertà.
È facile dimenticare la lezione della storia, fare in modo che non sia insegnata e trasmessa. Osserviamo lo squallore dell’egoismo, della cattiveria, della prepotenza in cui tanta gente comune è caduta. Troppo facile dare ad altri le colpe.
Ognuno di noi proprio quando c’è più buio sappia che se ognuno accende un cerino, la luce si farà strada. È ancora il messaggio di Gesù nel Vangelo di questa domenica: “Non cercate i primi posti nel mondo ma nel Regno dei Cieli”.
Allora è l’adesione alla verità, alla giustizia, al servizio, alla condivisione, alla pace, alla fraternità e al bene comune. Che programma per ciascuno di noi, e magari anche per i governi!

(*) direttore “La Vita Casalese” (Casale Monferrato)

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La città ha bisogno di cura

Thu, 29/08/2019 - 00:00

L’alberata lungo corso Marconi abbattuta senza nemmeno un pannello di spiegazioni e magari un disegno illustrativo di come sarà la nuova pista ciclabile una volta ripiantati gli alberi. La rete metallica collocata sul muretto al santuario degli Angeli per ragioni di sicurezza dall’effetto estetico incerto. L’isola pedonale sul Viale abolita più volte e senza troppe spiegazioni. Un generale aumento della sporcizia su strade e viali dovuto soprattutto ai cani (o ai loro padroni) senza che ci sia un reale e severo controllo, magari con le giuste sanzioni. Persino fotografie di ratti attivi e indisturbati su piazze e aree verdi centrali.
Sono soltanto alcune delle situazioni di (quasi) normale vita cittadina che un numero crescente di lettori de La Guida ci segnala con atteggiamenti che vanno dallo sdegno alla protesta all’amarezza. E a lamentarsi non sono (o non soltanto) i soliti inossidabili guastatori di professione. Quelli a cui non va mai bene niente. Sono per lo più cittadini “comuni”. Quelli che semplicemente amano la loro città e vogliono vederla pulita e curata sempre e in ogni quartiere. Che chiedono anche di essere ascoltati e magari coinvolti.
Certo, si tratta di questioni di carattere ambientale e di decoro urbanistico che possono apparire minori, rispetto ai grandi interventi che hanno molto migliorato la bellezza e la funzionalità della nostra città rendendola più attrattiva e godibile. Piccole cose, se considerate una per una. Ma nel loro insieme diventano più significative. Dicono di qualcosa che nella macchina comunale e nelle relazioni con i cittadini non funziona come dovrebbe. O come potrebbe.
Lungi da noi l’intento di giudicare chi, spesso con fatica e impegno amministra il bene pubblico. Ma certo non si può fare orecchio da mercante alle crescenti richieste di attenzione nelle scelte che riguardano e toccano la vita e la qualità di vita di tutti i cuneesi.
La ripresa autunnale può essere momento proficuo per uno sforzo nuovo di confronto, maggiore informazione, ascolto. L’esercizio di una democrazia realmente partecipativa è faticosa e impegnativa. Non esimerà da scelte anche impopolari o non condivise da tutti. Ma certo è che una democrazia sana per una convivenza civile, serena e responsabile, ha bisogno che tutti ci si prenda cura della casa comune. Cominciando dalle piccole cose.

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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Italia, un Paese sempre meno per giovani

Thu, 29/08/2019 - 00:00

Stiamo per lasciarci alle spalle un agosto difficile e tormentato. Il mese da sempre consacrato alle vacanze, è stato segnato da una crisi di governo che ha sottolineato il clima di confusione nel quale si dibattono i partiti. Al di là dell’esito finale delle trattative in corso, qualche riflessione è doverosa. Prima di tutto la situazione di precarietà che da troppo tempo condiziona le principali istituzioni del Paese, finisce con l’influenzare negativamente non solo l’attività delle pubbliche amministrazioni ma anche la vita dei cittadini: basta pensare a quanto ci costano le ormai quotidiane oscillazioni dello spread. Ma a ferirci maggiormente è la totale indifferenza di gran parte dei politici italiani di fronte alle aspettative dei nostri giovani. Illuminante, a tale proposito, è stato l’editoriale pubblicato il giorno di Ferragosto dal “Corriere della Sera” a firma dell’economista Francesco Giavazzi e dal titolo “Le speranze (ignorate) dei ragazzi”. Nella sua analisi Giavazzi fa notare che “una quota elevata della nostra spesa pubblica (circa un quarto del totale) è spesa sociale e di questa beneficiano soprattutto gli anziani, che infatti nelle elezioni contano più dei giovani, come i partiti ben sanno”. L’editorialista sottolinea che “non può essere la paura del futuro, offuscato dai debiti che stiamo lasciando in eredità ai giovani, a guidarci nelle nostre scelte”. È questa la politica che vorremmo vedere attuata: non più annunci dettati solo dal desiderio di raccattare voti, ma decisioni che possano garantire un domani meno incerto ai nostri figli.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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Il Creato al centro

Thu, 29/08/2019 - 00:00

L’Amazzonia brucia e con essa parte dell’aria buona del pianeta. Dopo gli incendi di agosto lo grida mezzo mondo, ma il fenomeno non è nuovo: rispetto al 2018 l’incremento dei fuochi è stato di circa il 70%. È un doppio guaio: in terra ha mandato in fumo poco meno di due milioni di ettari di foresta; in cielo ha creato una coltre nera e una produzione di anidride carbonica che accelera il cambiamento climatico.
Chi ha da tempo acceso i riflettori sulla questione ambiente e su quella parte delicatissima e preziosa del mondo è la Chiesa: dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (2015) al programmato Sinodo dell’Amazzonia (6-27 ottobre), fino alla Giornata del Creato che domenica 1° settembre celebra la sua XIV edizione dedicata a “Imparare a Guardare alla biodiversità per prendercene cura”.
Il richiamo non è fuori luogo: e per le foreste (lì si trova un terzo di quelle presenti nel pianeta) e per l’acqua (lì si trova un quinto dell’acqua dolce non congelata) e per la biodiversità naturale e umana. Sì anche umana, dato che su 34 milioni di persone che la abitano, 3 milioni discendono da popolazioni indigene, il resto è un mix di 390 diversi gruppi etnici. Una biodiversità a cui raramente si pensa.
L’uomo occidentale è solito colonizzare per standardizzare, livellare consumisticamente a sé, cosicché tutti si trovino immersi in quello stile unico e condiviso che si acquista al centro commerciale e non si eredita più, come è accaduto per millenni, da un patrimonio di usi e costumi che ci rendeva tutti unici, ogni popolo a modo suo.
Se così si può fare dell’uomo, tanto più facile è estirpare la biodiversità da flora e fauna (da lì viene il 25% delle piante usate in medicina). Papa Francesco ha fatto appello al mondo domenica scorsa all’Angelus, ma già nella Laudato si’ aveva scritto: “Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere” (cap. I, III, 33). Perdere una specie significa togliere un elemento costitutivo ad un ecosistema; significa alterare quanto il Creato aveva in sé di funzionante e perfetto. Anche l’uomo ne fa parte.
Il Papa ricorda anche che, quando si studia l’impatto ambientale di un’azione umana, lo si fa prima su base economica, poi su quella ambientale nei termini di risorse d’acqua, terra, verde. Ma chi si interroga sulla biodiversità? Il discorso è complesso, richiede lo sguardo proteso ai tempi lunghi delle evoluzioni più che a quelli umani di una risposta rapida per un veloce tornaconto.
Sono temi importanti a cui ci invitano oggi parte della società civile e da tempi più lontani la Chiesa.
Anche la Chiesa diocesana, che domenica 1° settembre ci dà appuntamento al parco delle Torrate per camminare all’alba, celebrarne l’incanto di verde e acqua, ricordarcene l’unicità.
Anche quella parrocchiale di Bibione che per tutta l’estate ha seguito il filo rosso dell’Estate responsabili, tra la Laudato Sì e il Sinodo sull’Amazzonia. E che la sera di venerdì 30 agosto ospita in anteprima Lucia Capuzzi e Stefania Falasca con il libro: “Frontiera Amazzonia. Un viaggio al centro della terra ferita”.
Anche queste proposte sono una ricchezza da cogliere per proteggere e vivere, con l’incanto di figli, le meraviglie che ci circondano.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Crisi di governo: Mattarella convoca Conte al Quirinale per ricevere il nuovo incarico

Wed, 28/08/2019 - 22:52

Con la convocazione al Quirinale di Giuseppe Conte – ovviamente per ricevere l’incarico di formare il nuovo governo – arriva a una svolta la crisi provocata l’8 agosto dalla Lega con una dichiarazione politica diffusa pubblicamente. Il secondo giro di consultazioni, infatti, ha fatto emergere la volontà di M5S, Pd, Leu e gruppo delle autonomie al Senato (queste sono le forze della potenziale maggioranza parlamentare) di concorrere al tentativo di costruire un nuovo esecutivo guidato, appunto, da Conte.

Il Capo dello Stato ha potuto registrare questo accordo politico e ha quindi provveduto alla convocazione dell’interessato.

L’affidamento dell’incarico – è bene ricordarlo – non è l’atto di nascita di un nuovo governo. Adesso toccherà a Conte cercare di risolvere i molti nodi aperti sul piano programmatico e della compagine ministeriale. Quindi il Presidente del Consiglio incaricato tornerà al Quirinale per riferire al Presidente della Repubblica e sciogliere in positivo o in negativo la riserva con cui secondo la prassi si accetta l’incarico di formare il governo. Per Conte si tratta di una terza volta: la prima – era il 23 maggio dello scorso anno – finì con una rinuncia. La seconda – il 31 maggio successivo – fu quella che portò alla nascita del governo M5S-Lega, la cui esperienza si è conclusa formalmente con le dimissioni del Presidente del Consiglio il 20 agosto scorso.
Dell’incarico a Conte si parlava da giorni, ma il cammino è stato comunque tortuoso e irto di difficoltà. L’ultimo intoppo è venuto dalla possibilità che il M5S condizionasse l’assunzione di un impegno politico all’esito di una consultazione telematica degli iscritti sulla piattaforma Rousseau.

Ferma la libertà di ogni partito di organizzare autonomamente le procedure decisionali interne, dal Quirinale era stata fatta filtrare la puntualizzazione che il Capo dello Stato avrebbe preso in considerazione le indicazioni formalmente espresse dai gruppi parlamentari nelle consultazioni al Colle.

Visto l’esito, tali indicazioni sono andate nella direzione che ha portato alla convocazione di Conte.
Nel discorso al termine del primo giro di consultazioni, il 22 agosto, Mattarella aveva sottolineato il “dovere ineludibile” di consentire fino in fondo la verifica dell’esistenza di una maggioranza parlamentare, prima di ricorrere allo scioglimento delle Camere e a nuove elezioni. E questo “dovere” costituzionale lo ha esercitato modulando saggiamente i passi concreti in relazione alla situazione generale e alle esigenze del Paese. Lo scorso anno, dopo il voto del 4 marzo, aveva lasciato un tempo molto lungo a Lega e M5S per approfondire il programma e arrivare, alla fine del percorso, a indicare un nome condiviso per la presidenza del Consiglio.
Aveva scongiurato, in questo modo, la prospettiva altamente rischiosa di dover riportare il Paese alle urne dopo due-tre mesi. Stavolta ha impresso all’iter un ritmo molto serrato, mettendo i partiti nelle condizioni di una tempestiva assunzione di responsabilità che consentisse di arrivare rapidamente a un incarico. Un metodo più tradizionale – se così si può dire – che mette nelle mani del Presidente del Consiglio incaricato il compito di verificare e definire gli accordi di governo.

Si è così riusciti a evitare che l’ambiguità delle forze politiche creasse un pericoloso stallo in una situazione che, sul piano interno e internazionale, impone “decisioni chiare” e “in tempi brevi”.

La possibilità di elezioni anticipate resta comunque sullo sfondo perché è l’unica via d’uscita nel caso in cui il Parlamento non riesca ad esprimere una maggioranza, ma adesso c’è in campo un tentativo concreto e costituzionalmente corretto di dare un governo al Paese. Un governo che, se vedrà la luce, nascerà in Parlamento come il precedente e come tutti i governi della Repubblica.

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Cinema d’estate: sei pagine di Storia per riflettere

Wed, 28/08/2019 - 18:41

Filo rosso di questo sesto Focus è “pagine di Storia per riflettere”, declinato in sei film: “Peterloo”, “Maria regina di Scozia”, “First Man”, “The Front Runner. Il vizio del potere”, “Vice. L’uomo nell’ombra” e “Il traditore”.

Peterloo”

Mike Leigh è uno degli autori più importanti del cinema del Regno Unito; nel 2019 è uscito nei cinema con “Peterloo”, che rievoca il massacro di Manchester nel 1819. Il film ripercorre la grande manifestazione di protesta – una folla di 60mila persone tra contadini e cittadini – per chiedere più diritti e sostegno contro la povertà; dinanzi a tali richieste però la classe dirigente dell’epoca sceglie la repressione. Leigh mette in campo una grande ricostruzione storica, costruendo una narrazione attenta allo spirito dell’epoca e con rimandi alla società odierna, per la condizione degli ultimi e la distanza della politica. Leigh è un autore che non si può non apprezzare, soprattutto se portatore di un importante messaggio sociale; è da rilevare solo una lunghezza forse eccessiva del racconto (154’), che smorza il pathos. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Maria regina di Scozia”

Ispirato al racconto di John Guy e diretto dalla regista teatrale Josie Rourke, il film “Maria Regina di Scozia” ripercorre le origini del conflitto tra Maria Stuart e Elisabetta I, nell’ambito delle più generali tensioni tra scozzesi e inglesi, tra cattolici e protestanti. A vestire i panni delle due regine sono le attrici Saoirse Ronan (Maria Stuart) e Margot Robbie (Elisabetta I), che dimostrano intensità espressiva e magnetismo. Suggestiva poi è la ricostruzione storica, con scenografie e costumi curati meticolosamente; di fatto, l’accuratezza formale riesce a sorreggere il racconto anche nei punti in cui è più debole, mantenendolo sempre appassionante e godibile. Il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“First Man”

È uscito nei cinema nell’anno del 50° anniversario dell’allunaggio. Parliamo di “First Man” di Damien Chazelle, film inaugurale della 75a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. A un primo sguardo, “First Man” risulta come l’avvincente racconto di un uomo-Nazione alle prese con una missione apparentemente impossibile: esplorare la volta celeste e mettere piede su quel pianeta a lungo oggetto di sogni e ambizioni dell’uomo sin dall’antichità. Andando poi in profondità, il film mette in scena il confronto uomo-tecnologia, uomo-natura, uomo-spiritualità. In più, Chazelle racconta da vicino la figura di Neil Armstrong (Ryan Gosling), esplorandone dimensione professionale e private, scandagliando tensioni, emozioni e tormenti dell’animo di un uomo al cospetto con l’infinito. Ancora, sullo sfondo si coglie bene lo scenario dell’America degli anni ’60 in piena Guerra fredda, l’ansia di USA e URSS di mettere per prime lo stendardo sul suolo lunare. Chazelle è un regista capace e di indiscusso talento, abile nell’imprimere una carica visionaria all’opera, che si rivela potente e poetica. Il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“The Front Runner. Il vizio del potere”

Finalmente ritroviamo Jason Reitman in pieno vigore creativo (suoi sono “Juno” e “Tra le nuvole”): nel 2019 è infatti al cinema con “The Front Runner. Il Vizio del Potere” sulla storia vera del politico USA Gary Hart. L’opera ricostruisce il percorso elettorale di Hart come senatore del Colorado, pronto a sfidare George Bush nel 1988 nella corsa per la Casa Bianca; una maratona elettorale interrotta a causa di uno scandalo privato amplificato della stampa del tempo. Il fatto compiuto da Hart, una caduta nella vita familiare, diventa un boomerang di portata elettorale; il regista è abile nell’alternare la storia dell’uomo con il ritratto del Paese, dove si va affermando una spettacolarizzazione della politica senza più controllo. Film dall’andamento narrativo serrato, con attori in parte, in primis Hugh Jackman. Complesso, problematico e per dibattiti.

“Vice. L’uomo nell’ombra”

Altro grande titolo del 2019 è “Vice. L’uomo nell’ombra” di Adam McKay, thriller politico dalla vena ironico-graffiante con uno straordinario Christian Bale (nominato all’Oscar per il ruolo) nei panni del vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney durante il mandato di George W. Bush. Il film esplora l’avvio della carriera politica di Cheney dal Wyoming all’ascesa a Washington, supportato fedelmente e ambiziosamente dalla moglie Lynne (una sempre brava Amy Adams). La sceneggiatura si muove tra passato e presente, tra un giovane Cheney e la sua evoluzione in politico duro e senza scrupoli; il racconto non appare mai frammentato bensì compatto e incisivo. Il film dosa con efficacia momenti di critica e denuncia, non scadendo mai nella semplice messa alla berlina del personaggio. Complesso, problematico e per dibattiti.

“Il traditore”

Protagonista al 72° Festival di Cannes, “Il traditore” di Marco Bellocchio è un film d’inchiesta dalla carica fortemente problematica che mette a fuoco il conflitto a corrente alternata tra Stato italiano e mafia. Bellocchio approfondisce la figura controversa di Tommaso Buscetta, esponente di spicco della mafia siciliana che negli anni ’80 inizia a collaborare con la magistratura, con il giudice Giovanni Falcone, in una delle stagioni più difficili e aspre dello scontro Stato-mafia. La regia è asciutta, dura, con toni visionari; l’autore compone immagini di una drammaturgia epica, istantanee di una Sicilia quasi mitica se non fosse realistica. Pier Francesco Favino è un Buscetta rabbioso e condiscendente, spietato e non riconciliato, perfetto nel ruolo del ‘traditore’. Complesso, problematico e per dibattiti.

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Striscia di Gaza. Suor Tighe (Caritas Gerusalemme): “Porre fine all’embargo, la violenza non può essere la soluzione”

Wed, 28/08/2019 - 17:17

“Gli abitanti di Gaza sono in mezzo a due conflitti: Hamas contro Israele, Hamas contro Fatah. Non hanno nessuna speranza di futuro, non credono più nella riconciliazione interpalestinese né tanto meno nel processo di pace con Israele. I più giovani crescono covando rabbia, hanno visto solo guerre e scontri, sono costretti a vivere in condizioni impossibili, senza mai poter uscire oltre il muro che li imprigiona, incapaci di socializzare con il resto del mondo. Così, disperati, protestano al confine, quasi suicidandosi”.

È quanto si legge sull’ultimo numero (agosto-settembre) di Italia Caritas (IC) che dedica un ampio servizio alla situazione nella Striscia di Gaza dove in queste ultime ore la tensione è altissima.

Razzi e raid aerei. La notte scorsa attacchi kamikaze, attribuiti all’Isis, sono stati condotti contro due check point a Gaza city, provocando la morte di tre poliziotti. Hamas, che controlla la Striscia, ha dichiarato lo “stato d’emergenza”. Continua, inoltre, il lancio di razzi contro Israele. Quest’ultimo ha risposto con raid aerei che hanno colpito una postazione dell’organizzazione islamista. A complicare ulteriormente la situazione sono le proteste, ogni venerdì, della “Marcia del ritorno” dei palestinesi iniziate nel marzo 2018. Il ministero della Sanità palestinese ha denunciato l’uccisione, in un anno di proteste, di 271 persone, di cui 44 minori, e il ferimento di 16.656. Caritas Gerusalemme è in prima linea nella cura dei feriti: “nel 2018 ha prestato assistenza medica a 141 persone colpite da arma da fuoco durante le proteste. Sono stati uccisi anche 8 disabili; alcuni di loro erano tra le 136 persone, quasi tutti giovani sotto i 30 anni, che hanno subito l’amputazione di almeno un arto a causa dei colpi dei cecchini”. Nei primi giorni dello scorso maggio la tensione ha raggiunto un nuovo culmine – costato la vita a 4 civili israeliani e circa 25 palestinesi di Gaza, ma il numero è incerto -, con lanci di razzi e la risposta dell’esercito di Tel Aviv, che ha bombardato la Striscia, colpendo 350 obiettivi sensibili in quattro giorni.

Numeri impietosi. I numeri riportati da Caritas Italiana nel numero di IC sono impietosi: “disoccupazione a livelli altissimi; circa 8 persone su 10 sopravvivono grazie agli aiuti internazionali; 80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà”. In campo medico, si legge, “il bisogno di assistenza è sempre più grave. Caritas Gerusalemme stima che almeno 900 mila persone siano bisognose di assistenza medica umanitaria, offerta gratuitamente, in aggiunta al sistema sanitario di base, che copre i bisogni di circa 300 mila persone. Per finanziare le cure sono necessari almeno 32 milioni di dollari, una cifra non enorme, ma che purtroppo le organizzazioni non governative locali o internazionali fanno fatica a trovare”. Un recente appello di Caritas Gerusalemme, che da anni lavora nella Striscia di Gaza con due cliniche mobili, “è stato coperto solo al 50%: mancano 75 mila dollari. La scarsità di fondi è aumentata “drammaticamente” in seguito alla decisione del presidente Usa, Donald Trump, di tagliare i fondi destinati all’assistenza umanitaria attraverso l’agenzia statunitense Usaid. “Un taglio talmente importante, che lo scorso febbraio l’agenzia ha chiuso tutte le attività a Gaza e in Cisgiordania, lasciando decine di progetti umanitari senza fondi”.

Casa israeliana colpita dai razzi lanciati da Gaza

“Stop embargo e aprire i valichi”. Spiega suor Bridget Tighe, direttrice di Caritas Gerusalemme: “dopo le ultime tre guerre, ravvicinate (2009, 2012 e 2014), la ricostruzione delle abitazioni e delle infrastrutture prosegue a rilento. Alcune famiglie sono rientrate in case parzialmente rifatte, altre attendono i lavori. L’energia elettrica viene erogata solo per 3 o 4 ore al giorno, insufficienti per far funzionare condizionatori e frigoriferi. La maggior parte dell’acqua disponibile non è potabile. In estate le condizioni di vita peggiorano ulteriormente, anche dal punto di vista igienico-sanitario. Soprattutto per i bambini, gli anziani, i disabili, i malati, i più deboli. Le strade sono inondate da immondizia, il sistema fognario è pressoché inesistente e i liquami sversano in mare”. Secondo suor Tighe,

“è assolutamente necessario porre fine all’embargo,

aprire i valichi così che le persone possano uscire per curarsi e lavorare. Questo è ciò che desidera la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza. Israele sarebbe assolutamente in grado di controllare e verificare ogni flusso. Caritas – ribadisce la direttrice – è contro la violenza, da qualsiasi parte essa venga.

La violenza non può essere la soluzione. Anche il blocco è una forma di violenza. Aprire i valichi e rimuovere il blocco potrebbe favorire un miglioramento delle condizioni di vita di Gaza. E allentare la tensione che si scarica su Israele”.

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Regno Unito più vicino al “no deal”. Johnson blinda il Parlamento, Londra si allontana dall’Europa

Wed, 28/08/2019 - 17:00

Ancora non si è compiuto il Brexit; e chissà per quanto tempo ancora questa storia infinita dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea si trascinerà, benché il termine ultimo e definitivo sia stato fissato per il 31 ottobre. Potrebbe anche non avvenire. Tutto è possibile.
È di oggi la notizia che il governo, guidato da Boris Johnson, ritiene necessario sospendere i lavori del Parlamento dalla seconda settimana di settembre al 14 ottobre (giorno del discorso della Regina), per “approntare una nuova legislazione” sul recesso dall’Ue, sostiene lo stesso premier.
L’opposizione denuncia un bavaglio per zittire i rappresentanti del popolo. Il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, parla di “golpe costituzionale”. L’autorevole speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, rincara la dose: “Questo è un oltraggio alla Costituzione”.Pur su un altro piano, interviene l’arcivescovo anglicano Justin Welby, capo della Chiesa d’Inghilterra, cui è stato chiesto di presiedere un’assemblea di cittadini sul Brexit, dicendosi disponibile.
Un ulteriore segnale viene dai mercati: la sterlina crolla, gli investitori, la City e il mondo produttivo d’oltre Manica esprimono sconcerto.
Di fatto Johnson intende evitare ogni iniziativa parlamentare, di una inedita e possibile maggioranza, volta a evitare il “no deal”, il recesso dall’Ue senza accordo. La richiesta di sospensione del Parlamento è rivolta dal governo alla Regina, la quale, in quanto Capo dello Stato britannico che “regna senza governare”, quasi certamente darà seguito a tale inusuale pretesa.
Si possono quindi avanzare – pur in questa situazione di incertezza – diverse osservazioni circail significato del Brexit per lo sviluppo futuro dell’Unione europea e gli sforzi politici britannici messi in campo, indipendentemente dalle turbolenze giuridiche e sociali e dalle conseguenze economiche che ne deriveranno.
È certo del resto che, a differenza del Regno Unito, nell’Ue non ci saranno turbolenze politiche a motivo del Brexit. Al contrario: nell’Unione c’è da aspettarsi che, nelle relazioni tra gli Stati membri e nel funzionamento della Comunità e delle sue istituzioni, ritorni un po’ di tranquillità, dal momento che si potrà tornare ad occuparsi delle questioni essenziali della politica europea.
Rimarchevole è l’unità con cui gli Stati membri hanno accompagnato tutte le fasi del processo negoziale sulle condizioni del ritiro della Gran Bretagna e il conseguente confronto nell’opinione pubblica, nel governo e nel parlamento britannici. A tutti i tentativi della diplomazia britannica e di alcuni media di portare gli Stati membri allo scontro tra loro, essi hanno risposto con stoica calma e responsabilità.
La competenza e l’obiettività del capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, hanno certamente avuto grande parte in questo. Il governo britannico non ha avuto sul campo una personalità del medesimo calibro.
Nel Regno Unito cresce intanto l’opposizione a un Brexit senza accordo con l’Ue, linea che sembra invece voler intraprendere il primo ministro Boris Johnson. In ogni caso, per il Regno Unito le conseguenze saranno pesanti. Non solo in termini materiali. Il processo, iniziato con l’infelice referendum del 23 giugno 2016, ha fatto tremare la stabilità democratica e scosso il sistema politico inglese che da secoli funzionava in modo esemplare.
Interpretare questo disastro come prezzo dell’irresponsabile leggerezza con cui i promotori si sono tuffati nell’avventura del Brexit per interessi politici di partito non è – oggi più che mai – fuori luogo.

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