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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 58 min 29 sec ago

Comece da Papa Francesco: “Preoccupato per l’Europa, la pace, i migranti, il pericolo dei populismi”

Fri, 07/06/2019 - 09:09

Uno sguardo preoccupato per le derive di disintegrazione che si avvertono in Europa e per le conseguenze che questo processo può avere sull’equilibrio di pace in Europa e nel mondo. Ma anche un grandissimo interesse per tutto quanto sta avvenendo dentro i grandi confini del continente europeo. Con questi sentimenti Papa Francesco ha ricevuto il 6 giugno il Comitato permanente della Comece, la Commissione degli episcopali dell’Unione europea. Il Papa è stato informato dai vescovi sugli esiti delle elezioni europee e sulla forte partecipazione al voto. “E’ stato un momento di dialogo profondo”, racconta al Sir l’arcivescovo di Lussembrugo, mons. Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece.

“Si sentivano le preoccupazioni profonde del Santo Padre per l’Europa, per la pace, per i migranti, per il pericolo dei populismi. Tutto questo ha un posto grande nel suo cuore”.

È di soli pochi giorni fa l’appello che il Santo Padre ha lanciato all’Europa, parlando ai giornalisti al ritorno dal suo viaggio apostolico in Romania. “Per favore, l’Europa non si lasci vincere dal pessimismo o dalle ideologie. Perché l’Europa è attaccata, non con cannoni o bombe in questo momento, ma con le ideologie… Pensate anche voi all’Europa divisa e belligerante del ‘14 e del ‘32 e del ‘33, fino al ‘39 quando è scoppiata la guerra. Ma non torniamo su questo, per favore, impariamo dalla storia, non cadiamo sullo stesso buco”. Il Papa dunque è preoccupato. Mons. Hollerich spiega che il pericolo che il Santo Padre ravvede è soprattutto quello di “tornare indietro sull’integrazione europea e non perché il Papa sia un federalista europeo. Non è compito degli ecclesiastici fare politica, ma perché sa che questa integrazione europea ha dato la pace all’Europa ed è stato anche un fattore di pace nel mondo”. Un’Europa senza Unione europea? “A perderci – incalza l’arcivescovo lussemburghese – sono prima di tutti gli europei perché i conflitti tra Paesi purtroppo ci sono e se non c’è più questo legame di integrazione che ci tiene insieme, c’è il rischio che l’Europa prenda direzioni diverse. A perderci è anche la pace nel mondo, perché l’Unione europea agisce nel mondo secondo il principio del multilateralismo e con un metodo che non prevede l’uso delle forze armate. Penso che questo sia un elemento di stabilità per l’ordine mondiale.

E poi a perderci sono soprattutto i poveri. E’ quello che Papa Francesco ci insegna, la nostra prima attenzione deve essere sempre sui più deboli”.

L’incontro dei vescovi Ue è avvenuto nel giorno in cui i leader mondiali si sono incontrati a Portsmouth, nel Regno Unito, per le celebrazioni per il 75° anniversario del D-Day, lo sbarco in Normandia, punto di svolta cruciale della Seconda guerra mondiale. Il Papa ha inviato un messaggio in cui ha lanciato un invito all’Europa, ai “cristiani di tutte le confessioni, credenti di altre religioni e uomini di buona volontà, a promuovere una vera fraternità universale, favorendo una cultura dell’incontro e del dialogo, attenta ai piccoli e ai poveri”. “L’Unione europea – commenta fr. Olivier Poquillon, segretario generale della Comece – è un progetto di pace che si costruisce tra antichi nemici e su una esperienza comune di dolore. Un dolore che è diventato il terreno della vita delle generazioni future. Oggi noi viviamo una fraternità per capillarità. Siamo già insieme, che lo vogliamo o meno, siamo tutti uniti in un destino comune”.

È arrivata proprio in queste ore come un macigno la notizia che la Commissione europea ha raccomandato l’apertura per l’Italia della procedura di infrazione per debito eccessivo. Sul tavolo degli imputati c’è l’aumento del debito pubblico, salito dal 131,4% del Pil nel 2017 al 132,2% nel 2018 e destinato a salire ancora al 133,7% per il 2019 e al 135,2% nel 2020. Numeri che significano una violazione del patto europeo di stabilità e crescita. Mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e vice-presidente della Comece, si rivolge alla classe politica. “Si chiedono due cose”, dice: “Anzitutto di non approfittare di queste tensioni per fare lotta politica, quasi ancora lotta elettorale. Questo non giova a nessuno e in questo ci vuole anche una serenità nei toni e nelle argomentazioni. E poi si chiede di non farsi prendere da una reazione puramente emotiva, che fa perdere di vista il giudizio adeguato, la valutazione opportuna sui problemi e la capacità di comprenderli e cercare una soluzione.

Il nostro interesse non è che vinca una parte politica. Ma che vinca l’Italia, vinca il bene del Paese”.

In gioco – osserva il vescovo – “c’è sempre il bene di tutti. Perché quando le cose non funzionano, ci soffriamo tutti. E’ chiaro che ogni parte ha una visione diversa, però il metodo è cercare l’incontro e il dialogo, all’interno e con l’esterno. Non è con la contrapposizione o lo scontro che si risolvono i problemi. In gioco – conclude Crociata – c’è il benessere della Nazione, il benessere di tutti i cittadini, a cominciare da quelli che sono più deboli perché sono loro quelli che pagano per primi e il prezzo più alto”.

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COMECE to Pope Francis: “Concerns about Europe, peace, migrants, the populist threat”

Fri, 07/06/2019 - 09:09

A concerned gaze on the drifts of disintegration in Europe and the consequences they may have on the stability of peace in Europe and the world. But also great interest in everything that is happening within the large borders of the European continent. With these sentiments Pope Francis received on 6 June the Standing Committee of COMECE, the Commission of the Bishop’ s Conferences of the European Union. The Pope was informed by the bishops on the outcome of the European elections and on the high voter turnout. “It was a moment of intense dialogue”, the Archbishop of Luxembourg, Msgr. Jean-Claude Hollerich, President of COMECE, told SIR.

“We could perceive the Holy Father’s serious concerns about Europe, peace, migrants, the danger of populism. All this has an important place in his heart.”

Only a few days ago, during his in-flight press conference from Romania, the Pope sent a message to Europe. “Please, do not let Europe be overcome by pessimism and ideologies. Because Europe is attacked not with cannons or bombs at the moment, but yes, with ideologies… Think of the divided and belligerent Europe of ‘14 and of ‘22-23 until ‘39, when the war broke out. But let’s not go back to this, please. We learn from history, we do not fall into the same hole.” The Pope is evidently concerned. Msgr. Hollerich pointed out that the Holy Father perceives the risk of backtracking on European integration and not because the Pope is a European federalist. It is not the task of the clergy to engage in politics, but it’s a reminder that European integration has delivered peace in Europe and it has also been a source of peace in the world.”

 

What would be of Europe without the European Union? “First and foremost it would severely impact Europeans – the Luxembourg Archbishop pointed out –because unfortunately conflicts between countries do still exist and if we no longer have this bond of integration that holds us together, Europe risks taking different directions. It would also impact world peace, because the European Union operates in the world according to the principle of multilateralism and with a procedure that doesn’t involve the use of armed forces. I consider this to be an element of stability for world order.

Most of all, it would have negative repercussions on the poor. Following Pope Francis ‘ teachings our primary focus must always be on the most vulnerable.”

The meeting of EU bishops took place on the day that world leaders met in Portsmouth, UK, for the commemorations of the 75th anniversary of D-Day, the Normandy landings, the crucial turning point of World War II. The Pope sent a message with an invitation to Europe, to “Christians of all denominations, believers of other religions and men of good will, to promote true universal fraternity, fostering a culture of encounter and dialogue, sensitive to the last and to the poor.” “The European Union – commented Fr Olivier Poquillon, Secretary General of COMECE – is a peace project between former enemies based on a common experience of sorrow. That sorrow was transformed into the foundations of life of future generations. Today we live a fraternity by capillarity. We are already together, whether we want it or not, we are all united by a shared destiny.”

 

In the past hours the European Commission released a shocking decision warranting an excessive-deficit infringement procedure for Italy. The charges include increased public debt, which rose from 131.4% of GDP in 2017 to 132.2% in 2018 and is set to rise again to 133.7% in 2019 and 135.2% in 2020. These figures represent an infringement of the European Growth and Stability Pact. Msgr. Mariano Crociata, bishop of Latina, Vice-President of COMECE, addresses the political world. “There are two requests”, he said. “First of all, not to exploit these tensions to engage in political struggles, as if there were still an electoral challenge. This does good to no one. And it must be also accompanied by serene language and arguments. In addition, our request is to avoid purely emotional reactions, resulting in a loss of appropriate judgment, in the failure to make a proper assessment of the problems and the ability to understand them and seek a solution.

Our interest is not the victory of a given political faction but for Italy to win, for the good of the Country to win.”

The common good is the matter at stake – the bishop remarked – for when things go wrong everyone suffers. Clearly, each party has a different vision, but the ideal approach is to seek encounter and dialogue, inside and outside.  It is not through confrontation or conflict that problems are solved.  The well-being of the nation, the well-being of all citizens – and notably the weakest ones for they are those who pay the highest price – is at stake,” concluded Crociata.”

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 6 giugno

Thu, 06/06/2019 - 21:17

Giugno ha fatto il suo ingresso e nonostante i primi segnali della calura estiva, che sono spesso un disincentivo alla frequentazione della sala, al cinema continuiamo a trovare proposte di qualità. C’è infatti l’impegno con l’iniziativa “Moviement” per mantenere le nostre sale attive tutto l’anno. Scopriamo dunque le principali novità da giovedì 6 giugno nella consueta rubrica del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei: anzitutto l’animazione per piccoli e famiglie “Pets 2. Vita Da Animali” targata Illumination; il thriller poliziesco “American Animals” di Bart Layton; la rom-com (romantic comedy) americana “Juliet, Naked. Tutta un’altra musica” di Jesse Peretz; e l’action fantasy con cast all star “X-Men: Dark Phoenix”.

“Pets 2. Vita da Animali”

Non c’è solo la saga “Cattivissimo me” o il suo spin-off “Minions”: la Illumination Entertainment (Universal) nel corso degli anni Duemila ha messo a segno infatti una serie di cartoon di grande successo adatti a tutta la famiglia, da “Pets. Vita da animali” a “Sing” sino al recente “Il Grinch”. Ora nelle sale italiane troviamo il sequel del fortunato cartoon sugli animali domestici, “Pets 2”, diretto nuovamente da Chris Renaud. L’impianto narrativo è il medesimo e richiama per certi versi il modello di “Toy Story” della Disney.
In “Pets 2” c’è sempre il simpatico Jack Russell Max (doppiato da Alessandro Cattelan), che vive un momento di “crisi” quando la sua padrona Katy diventa mamma. Tra i suoi compagni di avventure ritroviamo Duke (Lillo), il coniglio Nevosetto (Francesco Mandelli) e la cagnetta Gidget (Laura Chiatti). Il film compone una serie di riusciti quadri tra la vita di Max e quella della sua famiglia – esilarante la scena dal veterinario, con animali in preda di paure e fobie – e quella degli altri coinquilini a quattro zampe del palazzo. Il film, dal garbato umorismo, è senza dubbio godibile e ben strutturato; dal punto di vista pastorale è da valutare come consigliabile, brillante e adatto per tutti.

“American Animals”

Presentato alla 13a edizione della Festa del Cinema di Roma, “American Animals” di Bart Layton è un thriller poliziesco che si basa su una storia vera, il furto di un prezioso libro antico all’interno di un campus universitario degli Stati Uniti. La storia: Kentucky, due amici e compagni di università, Spancer (Barry Keogan) e Warren (Evan Peters), cresciuti nella provincia americana, studiano un piano dettagliato per trafugare un antico volume nella biblioteca di Ateneo. La rapina però trova molti imprevisti. “Il regista Bart Layton – sottolinea Massimo Giraldi, presidente della Commissione nazionale valutazione film della CEI – costruisce il film ricorrendo a un registro serrato e incalzante, attingendo ai ritmi della suspense spionistica tipici del cinema americano. Il meccanismo nel complesso è ben congeniato, sorretto da un valida sceneggiatura che dosa con efficacia i colpi di scena. Il film riesce a mantenere un ritmo compatto fino alla fine, grazie al lavoro dinamico e solido del regista, ma anche dal cast ben in parte”. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile e problematico.

“Juliet, Naked. Tutta un’altra musica”

Il film “Juliet, Naked. Tutta un’altra musica” diretto da Jesse Peretz con Ethan Hawke e Rose Byrne prende le mosse dal romanzo “Tutta un’altra musica” del 2009 dello scrittore inglese Nick Hornby (tra i suoi titoli trasposti sul grande schermo ricordiamo “Alta fedeltà”, “About a Boy” e “Non buttiamoci giù”). La storia: l’incontro inatteso tra Annie e l’idolo musicale del suo fidanzato, il cantante pop Tucker Crowe; tra imprevisti e pennellate romantiche, è il racconto della ricerca di senso nella vita e nei legami affettivi. “Dopo un inizio un po’ troppo rapido e confuso – sottolinea sempre Massimo Giraldi, presidente della Cnvf – il film rivela un bel crescendo di interesse e coinvolgimento, dove situazioni e personaggi acquistano lucidità e personalità. Se è vero che alcuni passaggi appaiono dei cliché, la regia imprime alla narrazione verve e brio garantendo così originalità e godimento”. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“X-Men: Dark Phoenix”

“X-Men: Dark Phoenix” di Simon Kinberg è il dodicesimo titolo della saga dedicata ai supereroi mutanti X-Man dai fumetti della Marvel. Il titolo fa parte del ciclo di prequel inaugurato con “X-Men. L’inizio” nel 2011, seguito poi da “X-Men. Giorni di un futuro passato” e “X-Men. Apocalisse”. Al centro del racconto c’è il personaggio controverso della mutante Jean Grey, interpretata dalla britannica Sophie Turner, la regina Sansa Stark nella serie “Game of Thrones”. Del cast fanno parte anche James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult e Jessica Chastain. Grandi effetti speciali, narrazione hollywoodiana di sicuro impatto e uno zoccolo duro di fan assicurano al film un esito al botteghino di sicuro successo.

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Call centres and home-delivered cocaine: the new frontiers of drugs in Europe

Thu, 06/06/2019 - 15:45

Home delivery perhaps with the support of a call centre is the new frontier of illicit drugs. The drug market is particularly “creative”, innovative, constantly seeking new “customers” (or victims, depending on viewpoint), and does not stop at anything. It uses digital platforms, mobilises capital, invests in new forms of production and trade. All this is complemented by traditional illegal “methods”, from smuggling to violence. For this reason, when it comes to contrast, it requires an equal capacity of response. “The 2019 European Drug Report – Trends and developments”, published on 6 June by the European Drugs Agency in Lisbon. provides a snapshot of this phenomenon.

Staggering figures. “Drugs remain a constantly evolving, multi-faceted threat to our societies, affecting the life of millions of citizens around the world.” It’s a “complex phenomenon” and therefore “we need a more coordinated approach that tackles both supply and demand.” Dimitris Avramopoulos, EU Commissioner for Home Affaris, illustrated and commented the Report released by the EU Drug Agency headquartered in Lisbon (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, Emcdda). The Commissioner declared: “Our efforts are bearing fruit with our new rules to ban psychoactive substances and our enhanced cooperation with international partners. But we also need to look at the role of digitalisation in the drug market.” From the its opening pages the Report highlights the continuing “high availability”, “of cocaine, with seizures of the drug at record levels.”

Data shows that in EU 28, Norway and Turkey over 1 million seizures of illicit drugs are reported annually.

According to the Agency, “Around 96 million adults in the EU (15–64 years) have tried an illicit drug in their lifetime.” An estimated “1.2 million people receive treatment each year for illicit drug use.” In 2018, “55 new psychoactive substances (NPS) were detected in the EU for the first time, bringing the total number monitored by the agency to 730.”

A growing market. The Report on drugs in Europe provides a detailed analysis – of some 100 pages – on the production, trade, consumption and impact on public health of cocaine, cannabis, ecstasy, amphetamines, opiates in the EU countries plus Turkey and Norway.

A worrying picture emerges, regarding which Alexis Goosdeel (in the photo with Commissioner Avramopoulos), Director of the Agency, said: “‘The challenges we face in the drugs area continue to grow. Not only are there signs of increased availability of established plant-based drugs like cocaine, but we are also witnessing an evolving market where synthetic drugs and drug production within Europe are growing in importance.” This situation “can be seen in problems associated with the use of highly potent synthetic opioids, in new production techniques for MDMA and amphetamines, and in recent developments in the processing of morphine into heroin inside Europe’s borders.”

Numerous trafficking routes. In the chapter on cocaine, it is reported that both the number of seizures and the quantities of cocaine seized are on the rise. Over 104 000 cocaine seizures were reported in the EU in just one year, amounting to 140.4 tonnes seized by law enforcement officials.

“Cocaine enters Europe through numerous routes and means – said the EMCDDA experts – but the growth in large-volume trafficking, using maritime shipping containers, stands out as a major challenge.”

 “There is evidence that the use of social media, darknet marketplaces and encryption techniques are playing an increasing role in enabling smaller groups and individuals to engage in drug dealing.” The Report highlights the spread of “innovative distribution methods”: “One example is the existence of cocaine ‘call centres’, with couriers providing fast and flexible delivery.” The document thus   (using a somewhat inappropriate term … ) speaks of a “uberization” of the cocaine trade, “indicative of a competitive market in which sellers compete by offering additional services beyond the product itself.”

Increasing death rates … The Lisbon agency survey provides a profusion of data and examples. Thus it gives evidence that cocaine the “commonly” consumed by 2.6 million people, starting with 15 year-olds. As regards heroin – just to mention an aspect – seizures amount to over 5 tonnes a year, with an additional 22 tonnes seized by Turkey. There are also new synthetic opioids, trafficked from the United States and Canada, currently representing only a small share of the drug market in Europe but whose use is “linked to poisonings and deaths” (indeed, people continue being killed by drugs!)

Cannabis, “the most widely used illicit drug in Europe”: is commonly used by some 17.5 million European citizens.

It is also be worth noting that Europe is not only a consumer market, but also an area of drug production, with a particular ‘vocation’ for synthetic drugs (the report mentions the Netherlands in particular).  Laura D’Arrigo, Chair of the EMCDDA Management Board, said in the concluding remarks: “Over this past period, Europe has faced some dramatic changes in the drug phenomenon, including the appearance of scores of non-controlled substances” or unknown to date; “the understanding of current drug problems allows us to prepare for future challenges in this fast-changing and complex area.”

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Call center e cocaina a domicilio: le nuove frontiere della droga in Europa

Thu, 06/06/2019 - 15:45

La nuova frontiera della droga? La consegna a domicilio, passando magari per un call center. Il “mercato” degli stupefacenti è particolarmente “creativo”, innovativo, cerca sempre nuovi “clienti” (o vittime, a seconda dei punti di vista), e non si ferma di fronte a nulla. Passa attraverso il digitale, mobilita capitali, investe in nuove forme produttive e commerciali. Il tutto affiancato dai tradizionali “metodi” fuorilegge, dallo spaccio alla violenza. Per questo richiede, sul fronte del contrasto, altrettanta capacità di risposta. Una sintesi del fenomeno emerge dalla “Relazione europea sulla droga 2019. Tendenze e sviluppi”, pubblicata il 6 giugno dall’Agenzia europea delle droghe di Lisbona.

Numeri da capogiro. “La droga rimane una minaccia variegata e in costante evoluzione nella nostra società, che coinvolge la vita di milioni di cittadini in Europa e in tutto il mondo”. Si tratta di un “fenomeno complesso” e per questo “abbiamo bisogno di un approccio più coordinato che ne contrasti l’offerta e la domanda”. Dimitris Avramopoulos, commissario Ue per gli affari interni, illustra e commenta il rapporto dell’Agenzia Ue con sede a Lisbona (European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, Emcdda). Il commissario afferma: “I nostri sforzi stanno portando frutto attraverso le nuove regole per bandire le sostanze psicoattive e la nostra cooperazione rafforzata con partner internazionali. Tuttavia abbiamo pure bisogno di guardare al ruolo della digitalizzazione del mercato della droga”. Il documento denuncia sin dalle prime pagine “un aumento della disponibilità”, diffusa e generalizzata, “di cocaina, come evidenziato dal fatto che i sequestri hanno raggiunto livelli record”. Nell’Ue28 (più Norvegia e Turchia) si registrano più di un milione di sequestri l’anno di sostanze illecite. Secondo l’agenzia, “96 milioni di adulti nell’Ue, di età compresa tra i 15 e i 64 anni, hanno provato una sostanza illecita nel corso della loro vita”. Si stima che “1,2 milioni di persone siano sottoposte ogni anno a trattamento in seguito al consumo di droghe”. Nel 2018 “sono state individuate per la prima volta nell’Ue 55 nuove sostanze psicoattive portando il numero totale di sostanze monitorate dall’osservatorio a 730”.

Mercato in espansione. Il rapporto sulle droghe in Europa si sofferma ad analizzare – in un centinaio di pagine – produzione, commercializzazione, consumo e ricadute sulla salute pubblica di cocaina, cannabis, ecstasy, anfetamine, oppiacei nei Paesi Ue più Turchia e Norvegia. Salta agli occhi un quadro preoccupante a proposito del quale Alexis Goosdeel (nella foto assieme al commissario Avramopoulos), direttore dell’agenzia, afferma: “Le sfide che affrontiamo nel settore della droga divengono sempre più impegnative. Non solo vi sono segnali di una maggiore disponibilità di droghe di origine vegetale come la cocaina, ma assistiamo anche all’evoluzione di un mercato in cui le droghe sintetiche e la produzione di droghe in Europa acquisiscono una crescente importanza”. Tale situazione “è evidenziata dai problemi associati al consumo di oppiacei sintetici molto potenti, dalle nuove tecniche usate per la produzione di ecstasy e amfetamine e dai recenti sviluppi nella trasformazione della morfina in eroina all’interno dei confini europei”.

Numerose rotte di traffico. Nel capitolo riguardante la cocaina si apprende che sono in forte aumento sia il numero di sequestri sia i quantitativi sequestrati. Nell’Ue si segnalano in un solo anno oltre 100mila sequestri, con 140 tonnellate di sostanze ritirate dalle forze dell’ordine. “La cocaina – spiegano gli esperti di Emcdda – entra in Europa attraverso numerose rotte di traffico, con molti sistemi, ma la crescita del traffico di grandi quantitativi, mediante container marittimi, si evidenzia come problema principale”. “Risulta evidente che l’utilizzo dei social media, dei mercati presenti sul darknet, e delle tecniche di crittografia abbiano un ruolo sempre crescente nel consentire a piccoli gruppi e a singoli individui di cimentarsi nello spaccio di droga”. La relazione parla dunque di “metodi di distribuzione innovativi”: “un esempio è costituito dall’esistenza di call center dedicati all’acquisto di cocaina, con corrieri che assicurano consegne rapide e flessibili”. A questo punto il documento parla (con termine forse improprio…) di “uberizzazione” del commercio della cocaina, realizzando un mercato competitivo “in cui gli spacciatori competono tra loro offrendo servizi aggiuntivi oltre al prodotto stesso”.

Si continua a morire… Lo studio dell’agenzia di Lisbona è una miniera di dati e di esempi. Si scopre che la cocaina è “comunemente” consumata da 2,6 milioni di persone a partire dai 15 anni in avanti. Segue il capitolo sull’eroina: in tal caso i sequestri – per soffermarsi su un solo aspetto – superano le 5 tonnellate l’anno, oltre alle 22 bloccate dalle sole autorità turche. Poi ci sono i nuovi oppiacei, provenienti per ora da Stati Uniti e Canada, non molto diffusi, ma il cui consumo “è collegato ad avvelenamenti e decessi” (perché di droga si continua a morire!). Quindi la cannabis, “sostanza illecita più diffusa in Europa”: ne fanno uso pressoché regolare oltre 17 milioni di cittadini Ue. Andrebbe inoltre approfondito il fatto che l’Europa non è solo un mercato di consumo, ma anche un’area di produzione di stupefacenti, con una particolare “vocazione” per le droghe sintetiche (la relazione segnala in particolare i Paesi Bassi). Laura D’Arrigo, presidente del Consiglio di amministrazione di Emcdda, rilascia un commento conclusivo: “Durante l’ultimo periodo l’Europa ha affrontato alcuni drammatici cambiamenti nel fenomeno della droga, compresa la comparsa di varie sostanze non controllate” o finora sconosciute; “la comprensione degli attuali problemi di droga ci consente di prepararci alle sfide future in questo settore in rapida evoluzione”.

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Caos sul Csm. Mirabelli (presidente emerito Corte costituzionale): “Servono regole di costume e linee di deontologia”

Thu, 06/06/2019 - 14:57

“Bisogna guardare avanti, bisogna avere lo sguardo rivolto al futuro per capire, al di là dell’accertamento delle responsabilità individuali, che cosa fare, quali rimedi apportare. L’indipendenza della magistratura va tutelata in ogni direzione, dev’essere anche indipendenza dalle correnti”. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, alla fine degli anni Ottanta è stato anche vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno delle toghe oggi al centro di una bufera politico-giudiziaria senza precedenti. Con lui parliamo delle implicazioni di una vicenda in cui si intrecciano storie di corruzione, di killeraggi a danno di altri giudici, di accordi tra le correnti dell’Associazione nazionale magistrati e con esponenti di primo piano del mondo politico, per incidere sulle nomine di alcuni dei più importati uffici giudiziari del Paese. Storie che, naturalmente, devono essere ancora verificate sul piano giudiziario e disciplinare, ma che hanno già sconvolto l’attività del Csm e suscitato sconcerto nell’opinione pubblica. L’attuale vicepresidente del Csm, David Ermini, ha parlato di una “ferita profonda e dolorosa” inferta alla magistratura.

Professore, davanti a quanto sta emergendo l’impressione è che ci sia qualcosa che non vada proprio a livello di sistema…
Anche. Ma non sottovalutiamo la necessità di modificare il costume. Ogni sistema può essere corrotto dai comportamenti dei singoli.

Il Csm è un organo a composizione mista; a parte i membri di diritto, un terzo dei suoi componenti è di nomina parlamentare, gli altri due terzi sono eletti dai magistrati. È a questo livello che viene fuori il ruolo sempre più determinante delle correnti dell’Anm, il “sindacato” dei magistrati.
Bisogna intervenire per cercare di limitare e, meglio ancora, di eliminare la presa delle correnti sulle nomine.

Il Consiglio non può essere l’espressione mediata delle correnti dell’Anm.

Esse sono nate come luoghi di confronto e di dibattito ma c’è il rischio che si trasformino in strumenti di occupazione delle istituzioni.

Un altro terreno che richiede una messa a punto, in tutta evidenza, è quello delle modalità con cui il Csm nomina gli uffici direttivi.
In base alle leggi e ai regolamenti sono tre i criteri fondamentali di cui il Consiglio deve tenere conto nelle nomine: anzianità, merito e attitudine. Si tratta quindi di applicare questi criteri con la massima trasparenza e oggettività. Un altro criterio da definire o comunque da mettere in pratica è quello di un rigoroso ordine di precedenza ed è altresì molto importante provvedere con tempestività agli incarichi man mano che si determina la necessità di effettuare delle nomine. Viceversa

sono da evitare le cosiddette nomine ‘a pacchetto’, con cui si affrontano insieme diverse situazioni così da compensare una scelta con un’altra e garantire gli equilibri tra le correnti.

Avere delle ambizioni professionali è legittimo, ma dal punto dei vista dei cittadini non è uno spettacolo edificante – per usare un eufemismo – osservare i magistrati che si fanno la guerra per occupare una certa poltrona…
È stata una grande conquista della magistratura l’idea, che trova riscontro anche nella Costituzione, secondo cui i magistrati sono tutti uguali e si distinguono soltanto per le funzioni. Purtroppo

nelle carriere reali non è così, ci si affanna per la nomina in un ufficio che darà più prestigio o il cosiddetto ‘potere’.

E magari anche più visibilità attraverso i rapporti con la stampa. E’ per questo che vengono privilegiate le procure, la cui attività è sempre sotto i riflettori. Al contrario, per esempio, nessuno conosce i nomi dei giudici della Cassazione che pure hanno emesso sentenze della massima rilevanza giudiziaria.

Le vicende più recenti hanno riproposto, sia pure da un’angolazione diversa, il problema annoso del rapporto tra magistratura e politica.
Servono regole di costume e linee di deontologia per allentare il rapporto bidirezionale – sottolineo: bidirezionale – tra i magistrati e la politica. E ciò sia nei rapporti personali che nell’esercizio delle funzioni. L’indipendenza della magistratura è un valore fondamentale che va declinato in tutti i suoi aspetti. La Costituzione, infatti, afferma che i giudici sono soggetti soltanto alla legge. In questo modo, però, sottolinea anche che alla legge sono soggetti davvero. Non sono creatori di norme.

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Sudan, l’appello dell’arcivescovo di Khartoum: “Il Paese ha bisogno di pace”

Thu, 06/06/2019 - 14:31

100 morti in pochi giorni a Khartoum, in Sudan, secondo fonti ospedaliere. Per il ministero della salute invece sono 46. Dal 3 giugno è questo il bilancio delle vittime della repressione compiuta dalle forze paramilitari sui manifestanti che portano avanti un sit-in pacifico davanti al quartier generale dell’esercito. I militari avevano prima appoggiato le rivendicazioni della popolazione, riuscendo a mettere in atto una rivoluzione non cruenta, che ha portato alla deposizione del presidente Omar Al Bashir, dopo trent’anni di dittatura.  Il Consiglio militare ha invece cancellato tutti gli accordi raggiunti con le organizzazioni che guidano la protesta e annunciato elezioni tra 9 mesi. Ma la piazza non è d’accordo e continua a manifestare. In questi giorni, racconta al Sir monsignor Michael Didi Adgum Mangoria, arcivescovo di Khartoum, la tensione è ancora alta in città. I negozi sono chiusi e la gente non riesce a trovare cibo, molte strade sono interrotte. L’arcivescovo di Khartoum, guida una delle due diocesi del Sudan (l’altra è la suffraganea di El Obeid), che comprende ben 10 Stati, per un totale di circa 2 milione di cattolici su oltre 40 milioni di abitanti. Molti sono rifugiati sud sudanesi. La Chiesa cattolica sta preparando, insieme ai leader delle Chiese cristiane del Sudan, una lettera da indirizzare al Consiglio militare e a chi rappresenta le proteste di piazza, per chiedere la pace.

Michael Adgum Didi Mangoria,  arcivescovo di Khartoum

Com’è oggi la situazione a Khartoum?

La situazione è precipitata da lunedì mattina. Le persone, tra cui moltissimi giovani, stavano protestando davanti ai militari. Sono stati attaccati dalle forze di sicurezza. Anche oggi si sono radunati, e pregano per le vittime.

Era stato raggiunto un accordo tra la piazza e i militari. Perché poi è tutto precipitato?

I leader militari hanno detto che avrebbero cancellato l’accordo così le persone hanno risposto con le proteste di piazza. La tensione è alta.

Come comunità cattolica vi sentite al sicuro o siete preoccupati per quanto sta accadendo?

Io non vivo nella cattedrale perché è danneggiata, l’episcopato è in un’altra sede. Sono andato domenica mattina in cattedrale per celebrare la messa, le strade erano bloccate ma le persone sono venute lo stesso. Abbiamo avuto comunque molti fedeli alla messa delle 7.30 in arabo e a quella delle 9.30 in arabo.

Quali sono le vostre speranze riguardo al futuro del Sudan?

Il Consiglio militare deve pensare bene a come relazionarsi alla popolazione sudanese e trovare un modo per trattare con la gente senza versare altro sangue.

Tante persone sono morte, molti sono arrabbiati e continuano a manifestare in strada. Non sembra che la situazione potrà risolversi tanto presto, ci sarà bisogno di un po’ di tempo perché torni la calma. Noi invitiamo alla preghiera e alla prudenza.

Pensa che ci possano essere ingerenze da parte di altri Paesi?

Penso di sì, è già accaduto tempo fa. Purtroppo ci sono interessi che non tengono conto del bene della popolazione.

Come vescovi del Sudan avete fatto un appello per la pace?

Non ancora. Al momento stiamo preparando, insieme al Consiglio delle Chiese cristiane in Sudan,

una lettera da indirizzare al Consiglio militare e a chi rappresenta le proteste di piazza.

I cattolici prendono parte alle proteste della piazza?

Prima di tutto siamo sudanesi, quindi sicuramente ci saranno anche molti giovani cattolici tra loro. In piazza ci sono soprattutto le nuove generazioni, che sono la maggioranza della popolazione.

Qual è il suo appello alla comunità internazionale?

Il mio appello è:

aiutate la popolazione del Sudan non solo per gli interessi economici ma per risolvere i problemi e trovare la pace.

Devono parlare della gente che soffre, dei rifugiati, il Paese ha bisogno di pace. E pregate per noi, non vi dimenticate di noi.

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Fca-Renault, l’affaire mancato. Sfuma per ora la prospettiva di un colosso da 8,7 milioni di auto

Thu, 06/06/2019 - 12:00

Niente affaire Fca-Renault, almeno per ora. Contrariamente a quanto tutti (o quasi) pensavano, l’offerta partita da Torino alla volta di Boulogne-Billancourt, alle porte di Parigi, per la creazione del terzo gruppo automobilistico mondiale, non ha convinto i francesi. Anzi, il governo francese che ha quindi chiesto alla Renault (nel cui consiglio siede anche l’esecutivo d’oltralpe), di prendere ancora tempo. Una posizione che non è piaciuta agli italiani, che hanno ringraziato per l’attenzione ma immediatamente ritirato l’offerta.

Che si tratti di una “lunga” pausa di riflessione, oppure di un no definitivo è difficile dirlo. Rimane il fatto: sfuma la prospettiva di un colosso da 8,7 milioni di auto, sinergie possibili per oltre 5 miliardi di euro all’anno, un portafoglio marchi costituito (solo per dire dei principali) da Fiat, Renault, Nissan, Mitsubishi, Maserati, Ferrari, Alfa Romeo, Jeep, Dacia e Lada.

La nuova holding avrebbe dovuto essere paritetica fra Italia e Francia, mantenere stabilimenti e occupazione, se possibile crearne di nuova. I punti di forza dell’intesa, almeno per Fca, stavano nella possibilità di dare vita ad un’offerta commerciale pressoché completa (dal gran lusso al veicolo di base), forte anche di elementi tecnici come la convergenza delle piattaforme produttive, gli investimenti nei sistemi di propulsione e nell’elettrificazione, le economie di scala. Percorso non certo facile, ma possibile, anche se forse da fare con grande attenzione.

Di “decisioni coraggiose per cogliere su larga scala le opportunità che si sono create nel settore automobilistico in campi come la connettività, l’elettrico e i veicoli a guida autonoma”, aveva parlato una nota di Fca del 27 maggio annunciando la lettera inviata oltralpe. Mentre l’Amministratore delegato del gruppo, Mike Manley, in una lettera ai dipendenti scriveva: “Nel gruppo Renault abbiamo trovato un partner affine che vede il futuro come noi”. Un orizzonte che era piaciuto anche alle organizzazioni sindacali italiane, attente comunque alle conseguenze sul fronte dell’occupazione: un atteggiamento comune ai sindacati francesi che, più di quelli italiani, hanno però messo le mani avanti chiedendo garanzie. E la stessa cosa ha fatto il governo d’oltralpe. Lo scorso fine settimana, infatti, della possibile unione Fca-Renault si è intensamente parlato in una serie di incontri fra il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, il presidente di Fca, John Elkann, e il presidente di Renault, Jean-Dominique Senard. Uno solo il tema: la Francia, pur approvando in linea generale l’idea della super-società, ha voluto da subito maggiori garanzie sul ruolo dell’esecutivo all’interno della possibile futura compagine, oltre che maggiori garanzie per l’occupazione. Oltre a questo,

Parigi ha chiesto che il quartier generale operativo del nuovo gruppo fosse in Francia e che agli azionisti Renault venisse pagato un dividendo straordinario.

Richieste piuttosto pesanti che, nelle ore immediatamente precedenti l’inizio della riunione del consiglio di amministrazione di Renault, lunedì scorso, parevano in qualche modo accolte anche se fonti del ministero francese dell’Economia spiegavano come l’offerta di Fca fosse vista come “amichevole” ma sottolineavano che “lo Stato francese non è senza scelta”. Mentre il presidente del consiglio Giuseppe Conte spiegava: “Spetta al governo avere premura per i livelli occupazionali” ma non “orientare l’operazione”. E Luigi di Maio, vicepresidente del consiglio, aggiungeva: “Lo Stato ha già supportato e supporta Fca in Italia. Lo ha fatto prima di tutto nel rispetto della tradizione di un marchio indissolubilmente legato all’Italia e alla sua storia e che ci auguriamo continui a essere rispettato, perché solo in quel caso staremmo parlando di un’operazione di crescita e sviluppo aziendale come da noi intesa”.
Poi, alle 15 di martedì, l’inizio della riunione del Cda di Renault sospeso in tarda serata e ripreso alle 18 di mercoledì fino a notte fonda e al comunicato finale: “Il Cda non è stato in grado di prendere una decisione a causa dell’auspicio espresso dai rappresentanti dello Stato francese di rinviare il voto ad un consiglio ulteriore”. Dopo pochi minuti la risposta: il consiglio di amministrazione di Fiat Chrysler Automobiles presieduto da John Elkann ha deciso “di ritirare con effetto immediato la proposta di fusione avanzata a Groupe Renault”.

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Whirlpool, quando la multinazionale vuole i soldi pubblici

Thu, 06/06/2019 - 10:49

Prepariamoci. Il caso Whirlpool non è il primo e non sarà l’ultimo. La gara per attrarre aziende e creare lavoro nazionale o locale resterà accesa e potrà aumentare quando le aziende diventeranno ancora più leggere, meno impianti pesanti da spostare e rimontare altrove. Più saranno leggere, più potranno spostarsi a costi ridotti, lasciando a terra famiglie in un Paese e, si spera, dando occupazione altrove.
Eppure

il caso del gruppo statunitense che riduce le presenze in Campania (e in prospettiva altrove) la dice lunga sui tanti gruppi internazionali che si muovono seguendo il mercato ma anche le agevolazioni pubbliche. Cioè i soldi tutti. Molte compagnie aeree hanno aperto rotte dagli aeroporti dove le Regioni hanno finanziato fino a entrare nel mirino per aiuti di Stato. Hanno cancellato i voli quando i sostegni pubblici sono finiti.

Quindi una prima differenza è fra chi ha scelto di produrre localmente per conquistare il mercato ( in questo caso elettrodomestici) e chi vi ha visto solo un accesso a quei soldi pubblici. Se un soggetto pubblico ha messo dei soldi non dovrebbe permettere che centinaia di posti di lavoro, e molti anche nell’indotto, possano essere messo in pericolo da una comunicazione aziendale pochi giorni dopo una consultazione elettorale . Un posto di lavoro porta in sé ben più di uno stipendio. Da lì si parte per la pianificazione della vita familiare, per la ridistribuzione parziale di quel reddito nelle attività commerciali, nei trasporti e di capacità di generare nuove imprese. Il lavoro esprime una cultura.

La cancellazione di centinaia di posti deprime un territorio.

Nei prossimi giorni si capirà se il disimpegno verrà confermato o se si troveranno accordi intermedi. In sostanza ora il Governo minaccia di non dare i contributi pubblici (27 milioni) che nell’ormai lontano 2014 avevano favorito l’insediamento industriale. Emergono scarse verifiche sugli impegni presi dalla multinazionale, c’era qualche segnale premonitore ora più interpretabile. Se Whirlpool sarà una battaglia sindacale aperta, dall’esito incerto, almeno serva da lezione per il futuro; per selezionare quelle imprese che inseguono quote di mercato in Italia e non quelle a caccia dei contributi pubblici. Anche perché incentivi statali ce ne saranno pochi, preziosi, e in quella competizione vinceranno i Paesi con i conti pubblici più in ordine.

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Zamagni: “Per il Papa non basta proclamare i principi, bisogna cambiare le strutture di peccato”

Thu, 06/06/2019 - 09:09

“La giustizia non è la declamazione della lettera della legge, ma l’attuazione del suo spirito”. Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, “rilegge” così per il Sir il vertice svoltosi in questi giorni in Vaticano, alla presenza del Papa – che ha tenuto il discorso conclusivo – e di 120 giudici provenienti dalle tre Americhe. Il risultato tangibile è stata la “Carta di Roma”, siglata all’unanimità dai partecipanti per portare a compimento un percorso avviato da Bergoglio tre anni fa. Le prossime tappe, per la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, saranno dedicate all’economia – con l’evento “The economy of Francesco”, in programma ad Assisi a marzo 2020 alla presenza del Santo Padre – e all’educazione, con un incontro in programma a maggio del prossimo anno a Roma, al quale sono convocate “tute le autorità formali e informali” impegnate sul campo, per firmare un Patto globale in questo ambito.

Il Papa, nel suo discorso, ha denunciato il divario tra “uguaglianza nominale” e “disuguaglianza sostanziale”. È questo il panorama giuridico in cui i partecipanti all’incontro si trovano oggi ad operare, a livello mondiale?
L’evento che si è concluso ieri è stato il punto di arrivo di un percorso iniziato tre anni fa, nel 2016, ed era rivolto in maniera specifica agli operatori della giustizia, cioè ai giudici e agli ufficiali giudiziari. Questo perché il Papa è convinto che

non basta declinare i principi: bisogna cambiare quelle che Giovanni Paolo II definiva “strutture di peccato”.

Una di queste è rappresentata dal sistema giuridico, quando non riesce a tradurre nelle applicazioni delle sentenze i diritti sostanziali, a differenza dei diritti formali. Per il Papa, inoltre,

non basta insistere sui diritti civili, bisogna occuparsi anche dei diritti sociali ed economici.

I diritti civili sono diritti in negativo, mentre i diritti sociali ed economici sono diritti in positivo. Per rispettare i diritti civili, infatti, la società non deve frapporre ostacoli o discriminazioni di sorta, cioè non deve impedirne l’esercizio: l’esempio classico è quello della libertà di espressione. I diritti sociali ed economici, invece, sono diritti in positivo, cioè rivolti ad assicurare l’accesso, la fruizione di quel diritto. Non è sufficiente, in altre parole, dire che ognuno ha il diritto di mangiare, se poi il potere di acquisto dei poveri è vuoto. Il diritto di mangiare, come il diritto alla salute, implica il poter accedere alle risorse necessarie per soddisfare quel bisogno: altrimenti, esercitare quel diritto diventa impossibile.

I diritti, quindi, non vanno solo declamati, ma resi fruibili, cioè vanno esercitati.

E’ questo il presupposto della “Carta di Roma”, la Dichiarazione con cui si è concluso il summit di ieri, firmata all’unanimità dai 120 giudici delle tre Americhe (del Nord, del Centro e del Sud), di cui erano rappresentati tutti i Paesi, tranne il Venezuela e Cuba.

Come risponde all’obiezione strisciante, in alcuni consessi internazionali, per cui i diritti sociali “sono vecchi”?
Se per “vecchio” si intende “antico”, può avere un fondamento. Se, invece, per “vecchio” si intende “sorpassato”, si tratta di una grave sciocchezza, da qualunque parte essa provenga.

Il Papa ha messo in guardia, tra l’altro, dal “lawfare” come rischio di svuotamento della democrazia. In che consiste, e come evitarlo?
La democrazia si regge sul “rule of law”, e non sul “rule by law”, espressioni inglesi intraducibili in italiano. Molti le confondono. Il rule “by” law consiste nell’utilizzare la legge per facilitare l’azione governativa, e dunque per i propri scopi. Il rule “of” law concepisce, invece, la legge come qualcosa al di sopra di ogni parte politica e governativa.

Una legge che scivola nel “rule by law” è destinata all’eutanasia. A meno che non si voglia dare corpo ad una dittatura, cosa che purtroppo in alcune parti del mondo è avvenuto e avviene.Nella parte finale del suo intervento, Papa Francesco cita la nozione di “popolo”, come possibile correttivo dello svuotamento delle procedure legali e democratiche. È una categoria tipicamente sudamericana, o può diventare un utile riferimento per l’attività dei giudici?
La categoria di “popolo” è sempre esistita: basti pensare a quante volte la parola “popolo” ricorre nell’Antico Testamento. È vero, però, che nell’ultimo mezzo secolo è stata strattonata per la giacca per portarla verso forme di neo o puro populismo. Ma il populismo è la degenerazione del concetto di popolo, così come il nazionalismo è la degenerazione della categoria di nazione.

Bisogna vigilare, perché dalla nazionalità non si scenda nel nazionalismo e dal popolarismo non si scada nel populismo.

In Italia, il nostro riferimento è il popolarismo di stampo sturziano, in base al quale il termine “popolo” è una categoria morale, e non sociologica o populistica. Il populismo è una degenerazione per cui si ritiene che il popolo contiene la verità, ma non è in grado di partorirla, e dunque c’è bisogno di una sorta di “levatrice” che è il leader carismatico. Il popolarismo, nella visione di Sturzo, afferma invece che il potere risiede nel popolo, ma in una forma che non va a intaccare i principi fondamentali della convivenza.

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Il dovere di ricordare la “primavera” del 1989

Thu, 06/06/2019 - 00:00

Il 1989 me lo ricordo bene, forse perché avevo vent’anni. Era chiara la percezione che stesse accadendo qualcosa di straordinario e di unico, che avrebbe segnato per sempre la storia. Sul soglio pontificio sedeva san Giovanni Paolo II, il Papa “polacco”, mentre presidente degli Stati Uniti era l’ex attore Reagan, la Thatcher – la Lady di ferro – era a capo del governo inglese e Gorbaciov, il fautore della Glasnost (“Trasparenza”), era il presidente di quella che si chiamava ancora Urss: l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. In Polonia, il generale Jaruzelski presiedeva il Partito comunista che, grazie soprattutto all’azione di Solidarnosc guidata da Lech Walesa, mostrava i primi timidi segni di disponibilità al dialogo, forse per lungimiranza o forse semplicemente perché era ormai palese la fragilità dell’intero sistema. Con un incalzare stupefacente di eventi, a partire dal febbraio di quel 1989, come le tessere di un domino, tutti i governi comunisti della “cortina di ferro” vennero giù, uno dopo l’altro: prima la Polonia, poi via via l’Ungheria, la Repubblica Cecoslovacca (le due nazioni erano unite!), la Germania dell’Est, la Bulgaria, la Romania (dove si è recato recentemente papa Francesco e che pagò allora un tributo di sangue molto alto)… Poi fu la volta anche della Jugoslavia, che andò letteralmente in frantumi, con la terribile guerra civile che ne seguì. Nel 1990 toccò all’Albania, con la conseguente ondata di sbarchi in l’Italia. Nel 1991 arrivò anche l’indipendenza dall’Urss dei Paesi Baltici: Lituania, Lettonia ed Estonia.
Simbolo degli eventi del 1989 divenne la “caduta” del muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre di quell’anno. In quella notte straordinaria, sotto gli occhi impotenti dei militari comunisti, il muro si popolò progressivamente di giovani, anziani e bambini e, da luogo di morte e di divisione, si trasformò in luogo di festa, di commozione, di incontro. Chi non ricorda lo sguardo trasognato, quasi incredulo, dei tedeschi dell’Est che, facendosi coraggio, un po’ alla volta attraversavano il confine e si dirigevano, stupiti, a Berlino Ovest? Fino al giorno prima, chi avesse tentato di avvicinarsi per superare quel muro, che era munito di un complessissimo sistema di sorveglianza, sarebbe stato freddato sul posto senza pietà. Chi ha vissuto quegli anni ricorda il clima di tensione e di paura che caratterizzava l’Europa. Si viveva nell’angoscia di un conflitto nucleare tra le due superpotenze, che puntavano i loro missili con testate nucleari, sempre più potenti, le une contro le altre: l’Urss, da un lato, con il blocco sovietico dell’Est Europa, e gli Usa, con i Paesi Occidentali e la Nato, dall’altro. È del 1983 il film “The day after” (“Il giorno dopo”), un film drammatico e scioccante che prefigurava che cosa sarebbe potuto accadere “il giorno dopo” le esplosioni nucleari, qualora le due superpotenze avessero dato il via alla terza guerra mondiale. Due anni dopo uscì la canzone “Russians” (“I Russi”) di Sting, anch’essa testimonianza eloquente dell’isteria collettiva di quel tempo e del desiderio di una pacificazione tra i due schieramenti. Da quel 1989 l’Europa cambiò profondamente. Cambiarono gli equilibri internazionali, con ricadute fortissime anche sulla politica delle singole nazioni, ad Est come ad Ovest, compresa l’Italia, con la frantumazione progressiva della Dc e del Pci. Non tutto, però, è stato un bene, come si è visto: nel giro di poco tempo emersero forti tendenze nazionalistiche e, dai Balcani ai Carpazi, scoppiarono sanguinose guerre locali. Nella primavera del 1989, però, anche un’altra parte del mondo era in fermento: la Cina. Nel mese di aprile, a seguito della morte di Hu Yaobang, il segretario generale del Partito comunista cinese e capo del governo, ebbero luogo delle timide espressioni di protesta contro il Partito, che crebbero via via e culminarono con le manifestazioni di migliaia di studenti a Pechino, in piazza Tienanmen. Gran parte del mondo occidentale, allora, pensò che la Cina, come tutto il blocco sovietico, fosse prossima ad un cambiamento radicale nel nome dei valori della libertà e della democrazia. Simbolo di quei giorni fu il “rivoltoso sconosciuto”: un ragazzo in camicia bianca che si pose dinanzi ad una fila di carri armati, fermandoli. Non si sa che fine abbia fatto il giovane: se sia libero o se sia in prigione o se sia stato giustiziato. Non si sa – e forse non si saprà mai – che cosa accadde realmente tra il 3 e 4 giugno 1989, quando il governo cinese decise di inviare l’esercito per liberare la piazza. Non si conosce il numero delle vittime: il governo cinese fino ad oggi ha sempre minimizzato ed ha cancellato ogni segno che ricordi gli eventi di piazza Tienanmen. Sta di fatto che la piazza fu ben presto vuotata e ripulita dagli effetti degli scontri tra studenti e forze armate. Sta di fatto che il partito comunista cinese – a differenza dei partiti comunisti dell’Europa dell’Est – è ancora saldamente al potere e la Cina è diventata, a trent’anni di distanza, una potenza militare ed economica di prima grandezza, che si sta imponendo, a tutti i livelli, sui vari settori dello scacchiere internazionale. Chi ha fatto un viaggio in Africa, dove la Cina ha messo radici molto profonde, si sarà certo reso conto di che cosa abbia realizzato e stia realizzando il Paese asiatico nel continente africano. Forse è sufficiente dare uno sguardo alle nostre città, in cui interi rioni sono popolati da comunità cinesi, che vivono e gestiscono significative attività imprenditoriali. In Cina, tuttavia, il progresso economico non è andato di pari passo con il rispetto dei diritti umani: le richieste di democrazia e di “trasparenza”, che gli studenti cinesi della primavera del 1989 reclamavano, sono ancora ampiamente disattese. Ora i cinesi sono molto più ricchi, certo, ma sono anche più controllati da un regime ferreo e onnipervasivo, con importanti ricadute anche sulla vita religiosa dei singoli cittadini (compresi i cattolici): oggi una nuova Tienanmen sembra davvero impossibile. Spetta alla comunità internazionale custodire la memoria della “primavera” del 1989 e pungolare il Colosso asiatico perché, accanto al progresso economico, promuova il rispetto della persona e dei suoi diritti. Ma spetta anche a ciascuno di noi fare memoria di quanto è accaduto, per orientarsi nell’oggi e capire più adeguatamente la nostra Europa.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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E liberaci anche dalla ripetitività

Thu, 06/06/2019 - 00:00

All’inizio della Messa per un gruppo parrocchiale di famiglie, domenica scorsa a Trento, il celebrante ha invitato i presenti a scambiare con la persona vicina un motivo di pentimento o di ringraziamento al Signore. Pur nell’imbarazzo della sorpresa, quel tempo di due minuti è piaciuto (poi l’hanno ammesso pure i giovani sul sagrato) e ha valorizzato la formula penitenziale spesso recitata meccanicamente: Signore pietà/Cristo pietà/Signore pietà.
Nella verifica di fine anno pastorale, appesantita dalla stanchezza e dall’afa, proviamo a cogliere anche i segnali inediti, le innovazioni rivitalizzanti. Diciamoci quanto funziona bene, diamoci coraggio per togliere quella cappa che fa da spegnitoio sullo Spirito di Pentecoste: la fredda ripetitività.
Quanto essa sia un pericolo per l’annuncio gioioso del Vangelo è descritto con leggerezza in un libriccino appena uscito per Bompiani, che prende ad esempio lo scambio del segno di pace. “Tu ti giri e allunghi la mano verso la minuta signora anziana al tuo fianco; lei fa la stessa cosa e mentre dice “lapascc”, o anche solo “ascc”, non stringe la tua mano ma la sfiora con diffidenza e ti guarda dritto sotto il pomo d’Adamo. L’operazione dura circa due secondi e mezzo. I più motivati si voltano anche verso chi è seduto dietro. Scambio della pace finito, la Messa continua. Quell’anziana signora non la rivedrai mai più”.
Commenta l’autore, il parrocchiano Alberto Porro: “Il pericolo è pensare che quei due secondi e mezzo ti abbiano riconciliato con tutta una comunità che in realtà nemmeno conosci. In un piccolo gesto dovrebbe esplodere la fraternità di persone amiche nel senso evangelico, fratelli e sorelle che ti aiutano a portare i tuoi pesi. Un gesto è il segno di qualcosa che però non c’è (Catechismo Chiesa Cattolica 1145). E la riprova è che finita la Messa te ne esci di corsa per andare a informare l’arrosto e altri fanno lo stesso. Il precetto è assolto. Buon appetito a tutti”.
In questo pamphlet, ben recensito su Avvenire, c’è molta autoironia, tanto Concilio Vaticano II e altrettanto anticlericalismo, con una spruzzata di sano umorismo, ingrediente raro. Sotto il titolo paradossale (Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede), il libretto offre idee fresche (vissute da Porro nella sua comunità di accoglienza) per ravvivare la parrocchia con entusiasmo e fantasia.
“Prima di dire ‘La pace sia con te’, prendete la mano della vecchietta e tenetela ben stretta – scrive Alberto nei suoi consigli ‘tattici’ –. Non mollate la presa e iniziate a fare domande. Come si chiama, signora? Dove abita? Suo marito non c’è? Io abito qui vicino e questa è mia moglie Pippa. Abbiamo cinque figli ma non riusciamo più a portarli a messa. Lei ha figli? E oggi cosa cucina di buono? Alla fine chiudete con la formula magica, completa e arricchita: ‘La pace sia con te, e buona domenica!’. Magari le prime volte vi prenderanno per matti e si passeranno la voce per non sedersi accanto a voi: poi però piano piano la faccenda dilagherà e vedrete gente che si ferma a chiacchierare, mostra le foto dei figli e si passa la ricetta dell’arrosto… Sentire insieme, trovarsi bene con un altro essere umano, anche se basso e anziano. In una parola, essere comunità. Forse chi si è inventato il gesto dello scambio della pace a messa voleva proprio questo”.
La ripetitività, che si ricicla noiosamente alla domenica in tante prediche purtroppo astratte o che si replica in generici appelli a fare offerte per la Chiesa, non sfinisce solo in ambito liturgico. Anche nei calendari pastorali, quando la regola dell’“abbiamo sempre fatto così” spegne perfino l’entusiasmo del consigliere appena sbarcato da fuori rione.
La ripetitività è amica di una certa comodità, garantisce sicurezza, evita (forse) passi falsi; è certamente nemica della forza rigeneratrice del Vangelo e dello Spirito che – ce lo diciamo in questa Pentecoste – “fa nuove tutte le cose”. “Vietato lamentarsi” sta scritto sul cartello più amato da Papa Francesco e contro la fredda consuetudine forse dovremo ricorrere alle tattiche suggerite da Porro. Ad esempio, se il corso per fidanzati è stato un noioso monologo del parroco, perché non tenere i contatti con le altre coppie e proporre di rivedersi e organizzare un altro pranzo di nozze con tutti gli sposi novelli. Oppure, celebrato il battesimo, se la parrocchia non vi contatta più fino in seconda elementare, perché non rivedersi invece con gli altri genitori a raccontarsi l’educazione alla fede in fascia 0-6 anni? Se la messa domenicale non dice più nulla ai figli adolescenti, perché non parlarne con i loro animatori e trovare occasioni più coinvolgenti, che facciano vibrare il cuore?
Ecco, la ripetitività è di colore grigio spento. Chi incontrava Gesù invece provava i colori dell’emozione, dell’attrazione, dell’umanità comune. In che modo tenerli accesi, come singoli e come comunità?

(*) direttore “Vita Trentina” (Trento)

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Debito, Italia fuori dalle regole Ue. Moscovici a Conte: “la mia porta è aperta”

Wed, 05/06/2019 - 16:30

L’economia dei Paesi europei è, per ora, in un trend ascensionale e l’occupazione a livelli pre-crisi: ma nel frattempo si infittiscono nubi legate al quadro internazionale. Per questa ragione gli Stati Ue devono serrare i ranghi, procedere con riforme strutturali, favorire gli investimenti, tenendo al contempo sotto controllo i conti pubblici. Sono alcune delle “raccomandazioni” presentate oggi dalla Commissione Ue nell’ambito della procedura conosciuta come “semestre europeo”, ovvero il ciclo semestrale di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio nell’ambito dell’Unione europea. La Commissione tiene sotto esame le riforme strutturali, le politiche di bilancio (l’obiettivo è la sostenibilità delle finanze pubbliche), gli eventuali squilibri macroeconomici: e oggi traccia la situazione economica dell’Ue, per poi procedere con alcune “raccomandazioni” a tutti gli Stati membri: tali indicazioni saranno ora valutate dal Comitato economico finanziario (i rappresentanti diplomatici dei governi, i cosiddetti “sherpa”) e infine eventualmente adottate, o rigettate, dai 28 ministri economici e finanziari (Ecofin), nella riunione fissata il 9 luglio.

Luci e ombre. “L’economia europea cresce per il settimo anno consecutivo ed è destinata a continuare a espandersi nel 2020: le economie di tutti gli Stati membri sono in crescita, malgrado le condizioni meno favorevoli e le incertezze sullo scenario mondiale. Il numero di persone occupate non è mai stato così elevato e la disoccupazione è scesa a un livello record”. Sono le prime righe del quadro sintetico dell’economia Ue diffuso dall’esecutivo di Bruxelles. Nel testo si afferma però che, “allo stesso tempo, persistono differenze significative tra i Paesi, le regioni e i gruppi di popolazione”. La Commissione “esorta” dunque gli Stati membri “a fare tesoro dei progressi compiuti negli ultimi anni”. “Riforme efficienti, accompagnate da strategie di investimento mirate e politiche fiscali responsabili, continuano a costituire una strategia vincente per modernizzare l’economia europea”.

Valdis Dombrovskis

Il vicepresidente dell’esecutivo, Valdis Dombrovskis, afferma che la procedura del “semestre europeo ha contribuito in modo decisivo a migliorare la situazione economica e sociale in Europa. Rimangono però sfide notevoli da affrontare, mentre si appesantiscono i rischi per le prospettive economiche. Preoccupa vedere che in alcuni Paesi il ritmo delle riforme sta rallentando”.

Debito, inflazione… Per il capitolo degli squilibri macroeconomici, “alcuni Stati membri continuano a registrare livelli storicamente elevati di debito privato e pubblico, che riducono il margine di manovra per assorbire shock negativi. In altri Stati membri si profila un possibile surriscaldamento legato alla crescita dinamica dei prezzi degli alloggi e all’aumento del costo del lavoro per unità di prodotto”. Tutti gli Stati hanno invece “bisogno di misure supplementari per rafforzare la produttività, incentivare gli investimenti e promuovere la crescita potenziale”.

Pierre Moscovici

Pierre Moscovici, commissario per gli affari economici e monetari, sottolinea a sua volta: “ribadiamo il nostro impegno per un’applicazione intelligente del Patto di stabilità e crescita. Le nostre decisioni non si basano su un’applicazione meccanica o formale delle regole, bensì sulla loro utilità o meno per la crescita, l’occupazione e l’equilibrio delle finanze pubbliche”. Nel febbraio scorso la Commissione aveva concluso che 13 Stati presentavano squilibri (Bulgaria, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Portogallo, Spagna, Paesi Bassi, Romania e Svezia) e che tre di essi registravano squilibri eccessivi (Cipro, Grecia e Italia). La Commissione raccomanda ora di “chiudere la procedura per i disavanzi eccessivi per la Spagna. Quando il Consiglio avrà adottato questa decisione, saranno chiuse tutte le procedure per disavanzi eccessivi risalenti alla crisi”. Nel 2011, 24 Stati erano soggetti al braccio correttivo del Patto: il quadro è evidentemente migliorato da allora. La Commissione ha comunque adottato relazioni nei confronti di Belgio, Francia, Italia e Cipro, in cui esamina la conformità di questi Paesi con i criteri relativi al disavanzo e al debito previsti dal trattato. Per l’Italia il giudizio più severo: “la relazione conclude che è giustificata una procedura per disavanzi eccessivi per il debito”.

Dati problematici. “I dati del 2018 per l’Italia sono problematici su due fronti: invece di essere ridotto, il debito sale dal 131 al 132% e il deficit strutturale, che avrebbe dovuto scendere dello 0,3% peggiora dello 0,1%, creando un gap di 0,4%”. È il commissario Moscovici a commentare la situazione dei conti italiani. L’esecutivo ha appena segnalato che “la regola del debito non è stata rispettata” lo scorso anno, e neppure, stando alle previsioni, lo sarà nel 2019 e nel 2020: per questo la Commissione ritiene “giustificata” la richiesta della procedura d’infrazione per debito eccessivo, il quale “pesa per 38.400 euro ad abitante, oltre ai mille euro a testa per rifinanziarlo”. Per Valdis Dombrovskis non basta invocare, per l’Italia, il rallentamento dell’economia a giustificare conti fuori asse rispetto ai parametri europei, perché esso, “spiega solo in parte l’ampio gap” fra i conti italiani e le regole comunitarie. Dombrovskis aggiunge: “Quando guardiamo all’economia italiana vediamo i danni che stanno facendo le recenti scelte politiche”: e lo sguardo si sposta sulle pensioni (quota 100) e, forse, sul reddito di cittadinanza.

“Fonte di vulnerabilità”. Dalle raccomandazioni inviate a Roma emerge che “il debito italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia”; alcune nuove misure, assieme “al trend demografico avverso “capovolgono in parte gli effetti positivi delle riforme pensionistiche del passato” e “indeboliscono la sostenibilità a lungo termine” del sistema previdenziale e delle finanze statali. Nel 2018 “la spesa per interessi sul debito si attestata a circa 65 miliardi di euro, pari al 3,7% del Pil, ovvero la stessa quantità di risorse pubbliche destinate all’istruzione”. Proprio per questa ragione la riduzione del debito dovrebbe “rimanere una priorità nell’interesse dell’Italia”. Tra le raccomandazioni rivolte al governo di Roma, figurano inoltre una seria lotta all’evasione fiscale e al lavoro nero, la minore tassazione sul lavoro, il rilancio degli investimenti, la lotta alla corruzione, la digitalizzazione nella pubblica amministrazione.

La replica da Roma. A stretto giro di posta giungono fino a Bruxelles le dichiarazioni di alcuni esponenti del governo italiano. Su tutte, il premier Giuseppe Conte, in visita in Vietnam, fa sapere: “farò il massimo sforzo per scongiurare una procedura che sicuramente non fa bene al Paese. Il monitoraggio dei nostri conti, in particolare nel 2019, sta però evidenziando delle maggiori entrate tributarie e contributive, e anche non tributarie, rispetto alle stime. Questo ci permette di avere dei margini e di reagire meglio alla congiuntura economica non favorevolissima”. Da Bruxelles la mano tesa di Moscovici che, in conferenza stampa al palazzo Berlaymont, scandisce in italiano: “la mia porta rimane aperta”. La volontà di dialogo è dichiarata dalle due parti.

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Debt, Italy violates EU rules. Moscovici to Conte: “my door is open”

Wed, 05/06/2019 - 16:30

For now, the economy of European countries continues to grow and employment is at pre-crisis levels, but there are increasing dark clouds linked to the international situation. For this reason, EU countries must close ranks, proceed with structural reforms, encourage investment, while keeping public spending in check. These are some of the “recommendations” presented today by the EU Commission in the framework of the procedure known as “European semester”, namely the six-month cycle semester of economic and fiscal policy coordination within the European Union. The Commission monitors structural reforms, budgetary policies (the objective is the sustainability of public finances), possible macroeconomic imbalances: today it outlined the economic situation of the EU, it will then proceed to make specific policy recommendations to each Member State: these indications will now be evaluated by the Economic and Financial Committee (the diplomatic representatives of governments, the so-called “sherpas”) and eventually adopted, or rejected, by the 28 economic and financial ministers (ECOFIN) at their meeting on 9 July.

Lights and shadows. ” The European economy is growing for the seventh consecutive year and is set to continue expanding in 2020, with all Member States’ economies growing despite less favourable conditions and global uncertainties. The number of people in employment is at a record high and unemployment at a record low.” These are the opening lines of the summary statement on EU economy released by the Executive in Brussels. The document equally points out that “at the same time, there are still significant differences between countries, regions and population groups.” Thus the Commission “calls on” Member States “to build on the progress made in recent years.” “Effective reforms, accompanied by well-targeted investment strategies and responsible fiscal policies, continue to provide a successful compass for modernising the European economy.”

Valdis Dombrovskis

Commission Vice-President Valdis Dombrovskis declared: “The European Semester has made a real contribution to improving the economic and social situation in Europe. Yet, some important challenges remain, and now risks to the economic outlook are growing. It is worrying to see reform momentum weakening in some countries.”

Debt, inflation… As relates to macroeconomic imbalances, “Some Member States continue to record private and public debt at historically high levels, which reduces the room for manoeuvre to address negative shocks. Some other Member States see signs of possible overheating related to the dynamic house price growth and raising unit labour costs. All Member States require further measures to enhance productivity, boost investment, and promote potential growth.”

Pierre Moscovici

Pierre Moscovici, Commissioner for Economic and Financial Affairs, underlined: “we reaffirm our commitment to an intelligent application of the Stability and Growth Pact. That means basing our decisions not on a mechanistic or legalistic application of the rules, but on whether they are good for growth, jobs and sound public finances.” This past February, the Commission found that 13 Member States were experiencing imbalances (Bulgaria, Croatia, France, Germany, Ireland, Portugal, Spain, the Netherlands, Romania and Sweden) and three of them recorded excessive imbalances (Cyprus, Greece and Italy). Now the Commission recommends “that the Excessive Deficit Procedure (EDP) be abrogated for Spain. Once the Council takes this decision, all the excessive deficit procedures dating from the crisis will be closed.” In 2011, 24 Member States were in the corrective arm of the Pact, the situation has clearly improved since then. However, the Commission also adopted reports for Belgium, France, Italy and Cyprus, in which it reviews their compliance with the deficit and debt criteria of the Treaty. For Italy, the report concludes that “a debt-based EDP is warranted.”

Problematic data. “The 2018 data for Italy are problematic on two fronts: instead of being reduced, the debt rises from 131% to 132% and the structural deficit that should have fallen by 0.3% worsens by 0.1%, creating a 0.4% gap.” Commissioner Moscovici commented on the situation of the Italian debt. The executive signalled that “the debt rule has not been respected” last year, in 2019, and will not be in 2020, and therefore for the Commission a procedure for excessive debt is “justified.” For Valdis Dombrovskis it is not enough to invoke, for Italy, the economic slowdown to justify public finances that are not in line with European parameters, because this “only partially explains the wide gap” in respect of the rule. Dombrovskis added: “When we look at the Italian economy we see the damage that recent policy choices are doing”: an evident reference to the so-called ‘quota 100’ pension reform and perhaps to the citizenship income scheme.

“Major source of vulnerability.” The EU recommendations for Italy state that “Italy’s large public debt remains a major source of vulnerability for the Italian economy”; a set of recent measures, coupled by “adverse demographic trends, partly reverse the positive effects of past pension reforms and weaken Italy’s long-term fiscal sustainability.” In 2018 “Italy’s interest spending stood in 2018 at around EUR 65 billion or 3.7% of GDP, i.e. broadly the same amount of public resources that are devoted to education.” Precisely for this reason “decisively reducing the debt should remain a priority in the best interest of Italy.” Recommendations to Rome’s government include fight against tax evasion and black labour, relaunching public investment, fight against corruption, the digitization of public administration.

The reply from Rome. The statements of some members of the Italian Government were rapidly delivered to Brussels. Above all, Prime Minister Giuseppe Conte, currently visiting Vietnam, said: “I will make every effort to avoid a procedure that is certainly not good for the country. The monitoring of our public finances, in particular in 2019, is, however, evidencing higher tax and social security revenues, as well as non-tax revenues, compared to estimates. This allows us to have some margins and to react better to the unfavourable economic situation.” From Brussels, during a press conference at the Berlaymont building, Moscovici said in Italian: “my door remains open” and “our hand is outstretched.” The willingness to engage in dialogue is declared by both sides.

 

 

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Noa Pothoven. De Rose (psichiatra): “Nel cervello in crescita c’è sempre uno spazio di apertura e speranza”

Wed, 05/06/2019 - 14:51

Ha scritto la parola fine. A 17 anni. Per dire basta all’abisso di dolore che l’ha inghiottita dopo i tre episodi di violenza subiti tra gli 11 e i 14 anni. Non è difficile immaginare questa bambina devastata, cresciuta annaspando per non affogare, desiderosa ma forse incapace, o forse non aiutata abbastanza, nonostante i ricoveri ospedalieri e le terapie, di urlare un dolore che toglie il respiro, e accompagnata a renderlo più lieve. Depressione, anoressia, disturbo da stress post traumatico. Noa Pothoven aveva chiesto di morire per le sue sofferenze psichiche ormai insopportabili, in un Paese dove una legge mascherata di falso pietismo ammette l’eutanasia anche per bambini e malati mentali. Domenica 2 giugno se ne è andata. Alcuni organi di stampa hanno parlato di morte avvenuta a casa, con l’assistenza medica fornita da una clinica specializzata, circondata dall’amore dei familiari. Altre fonti, invece, di morte causata da interruzione volontaria di alimentazione e idratazione, senza alcun intervento medico. Comunque sia andata, la vicenda lascia l’amaro in bocca ed è una sconfitta per l’umanità. Nella sua autobiografia, “Vinnen of leren” (Vincere o imparare), Noa lamentava l’assenza in Olanda di strutture specializzate per adolescenti gravemente traumatizzati. Ne parliamo con Paola De Rose, neuropsichiatra all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Con la sua équipe ha offerto in primavera consulenza scientifica durante la realizzazione di “Jams”, la prima serie prodotta da Rai Ragazzi e Stand By Me, che, rivolta ai giovani, affronta il tema delle molestie e degli abusi sui bambini.

Che cosa esplode o si spezza nella mente di una bambina abusata?
Il maltrattamento e l’abuso determinano un fortissimo stress che provoca alterazioni biochimiche a livello cerebrale modificando il funzionamento di alcune aree con conseguenze a breve e a lungo termine. Ovviamente esistono variabili legate alla frequenza con cui viene subita la violenza e all’età della vittima, ma anche alla capacità di attivazione di risorse personali e ambientali in risposta. A breve termine queste modifiche biochimiche causano disturbi dell’umore e alterazione della percezione di sé accompagnata da senso di “sporcizia” e vergogna. Le giovanissime vittime di abuso si svalutano, presentano isolamento sociale, difficoltà a stabilire relazioni di fiducia, calo del rendimento scolastico, apatia. Oppure, altro volto del disturbo post traumatico, eccessi di aggressività e comportamenti dirompenti. A distanza di tempo portano invece al rischio di sviluppare un’ideazione suicidaria – rischio triplicato rispetto alla popolazione normale – e psicosi, soprattutto se gli abusi sono stati subiti fra i cinque e i 12 – 13 anni come nel caso di Noa, quando le risorse cognitive sono ancora scarse.

Nella autobiografia della ragazza si avverte una sorta di “solitudine” legata alla mancanza di strutture specializzate. Poteva essere aiutata meglio a portare questo peso insopportabile? Quali interventi sono necessari in questi casi?
E’ essenziale la rilevazione precoce dei sintomi del disagio dando uno spazio ai ragazzi in cui poter parlare. La campagna legata alla fiction “Jams” si chiama non a caso “Meglio parlarne”. I ragazzi devono poterne parlare in famiglia e tra amici; invece avviene troppo spesso, purtroppo, che non vengano creduti né dai genitori né dai pari. Così si chiudono in sé e la richiesta di aiuto arriva molto tardi, quando i sintomi sono già strutturati. Per questo è importante sensibilizzare famiglia, scuola, associazioni.

Quale il passo successivo?
L’attivazione di adeguati percorsi. Esistono linee guida specifiche, validate dall’Oms sulle vie più efficaci per gestire i sintomi post traumatici da abuso: psicoterapia di sostegno e trattamenti farmacologici per aiutare la regolazione dell’umore contrastando i propositi di suicidio. Diversi ragazzi ricoverati nel nostro reparto hanno subito violenze molto gravi. Spesso all’interno dell’abuso sessuale c’è anche una famiglia trascurante e altre forme di violenza psicologica. Gli interventi devono includere anche un lavoro sulla famiglia che, sostenuta, può costituire un potentissimo fattore di protezione. Occorre anche considerare i fattori genetici protettivi personali, cognitivi ed emotivi che favoriscono un percorso favorevole in questi ragazzi. Insomma,

non si tratta di un destino segnato per sempre.

Noi abbiamo visto molti casi risolversi in modo positivo.

È presumibile che a Noa questo tipo di accompagnamento sia mancato…
Il nostro cervello è progettato per essere felice e per ripararsi, come tutti i nostri organi e tessuti. Il problema nasce quando mancano una corretta elaborazione di quanto accaduto. Senza un accompagnamento adeguato il cervello può andare in tilt. Non ho abbastanza elementi per esprimere un giudizio, ma una corretta terapia farmacologica e un supporto intensivo, insomma una presa in carico integrale, avrebbero sicuramente potuto aiutarla.

A prescindere da questo caso, a difesa della possibilità di eutanasia e/o suicidio assistito per gli adolescenti viene invocato il principio di autodeterminazione e di libero arbitrio, ma che libertà di scelta consapevole può esserci a 17 anni quando l’idea di suicidio si insinua in modo ossessivo nella mente di un’adolescente? Si può parlare di decisione assunta con lucidità?
Lo stress post traumatico è una condizione nella quale vengono disattivate le funzioni corticali deputate alla funzione cognitiva delle informazioni, ossia alla razionalità. Vengono invece attivate le funzioni emotive deputate alla fuga, alla difesa. È come se le nostre funzioni cerebrali non riuscissero a integrarsi bene perché alcune sono disattivate e

in mancanza di piena funzionalità cerebrale non vi può essere piena libertà.

Resta il dramma di una legge che permette anche a ragazzi di 12 anni di chiedere di poter mettere fine alla propria vita….
Pericolosa perché non tiene conto dei processi fisiologici di evoluzione del cervello che non è uguale a tutte le età. Solo dagli 11 – 12 anni cominciano infatti ad attivarsi le funzioni corticali anteriori responsabili dell’elaborazione cognitiva, ancora inattive nei bambini più piccoli. Insomma un cervello di 12 anni è molto meno maturo dal punto di vista dell’elaborazione cognitiva rispetto al cervello dell’adulto. Di questo si sarebbe dovuto tenere conto.

Qual è la sua posizione sul rischio che anche l’Italia possa aprire alla legalizzazione dell’eutanasia?
Come medico sono convinta che la vita debba sempre e comunque essere protetta, insieme alla tutela della guarigione, ossia alla possibilità di cercare in ogni caso strategie di cura.

E la cura non prevede mai l’interruzione della vita.

I percorsi terapeutici possono essere lunghi e complessi, più o meno efficaci; tuttavia se non tutti i casi sono risolvibili, tutti sono trattabili. Molti dei nostri ragazzi migliorano:

c’è sempre uno spazio di apertura e di speranza soprattutto in un cervello ancora in crescita.

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Giornata mondiale ambiente. Morandini (teologo e fisico): “Venezia? È un invito a tutti perché si cambi rotta”

Wed, 05/06/2019 - 13:51

“Non darei una pagella al pianeta terra che ci sostiene. Dovremmo dare piuttosto la pagella al modo in cui gli esseri umani abitano il pianeta e ne sfruttano le risorse”. E’ molto severo il giudizio di Simone Morandini, fisico e teologo, membro del gruppo “responsabilità per il creato” della Cei, docente all’Istituto San Bernardino di Venezia e membro della Fondazione Lanza. Oggi si celebra la giornata mondiale dell’ambiente dedicata quest’anno temi dell’inquinamento atmosferico e della crisi climatica. Morandini non ci gira attorno. “La situazione è preoccupante”, esordisce Morandini. “Registriamo segnali sempre più allarmanti sia dal punto di vista dell’osservazione scientifica – nel momento in cui ci dice che la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera continua a crescere – sia sul versante degli impegni politici visto che quelli presi a Parigi solo in parte sono stati confermati a Katowice e non c’è stato quel rilancio che sarebbe stato necessario.

Una novità positiva però nel 2019 c’è stata e sono stati i giovani scesi in tutto il mondo per strada, invitati da Greta, per chiedere politiche ambientali diverse. Che segnale è questo “grido dei giovani”?
E’ un segnale duplice. Da un lato di preoccupazione. I giovani ci stanno dicendo: “ci state rubando il futuro e ci costringerete a vivere in un pianeta assai meno accogliente e amichevole rispetto a quello che voi, generazione passata, avete avuto”. Ma è anche un segnale di volontà di intervento, di non accettare passivamente questa situazione e di chiedere invece cambiamenti. Cambiamenti che sono possibili e possono pilotarci verso una sostenibilità ambientale.

Perché allora non farlo, perché arenarci in questa inerzia, perché non dedicare anche qui in Italia l’agenda politica a queste grandi sfide da cui dipendono il futuro del pianeta ma anche il futuro del nostro Paese?

Parliamo del paese Italia. E’ di soli pochi giorni fa l’incidente a Venezia. Lasciando per ora da parte le cause che verranno presto accertate, cosa ha pensato?
Venezia, la città in cui ormai da 30 anni abito, è davvero una cifra della presenza umana sul pianeta. E’ una città nella quale si è stati capaci di costruire splendore e bellezza, interagendo con la natura ma è anche la cifra di questa incapacità dell’uomo di accontentarsi, nella totale assenza del senso del limite. Venezia è bella, tutti devono vederla, tutti devono entrarvi, inclusi questi mostri che sono completamente fuori scala rispetto alla realtà di una città delicata e fragile.

Un incidente come questo in cui fortunatamente non è morto nessuno e fortunatamente nessun monumento è stato danneggiato, è un sintomo che invita a cambiare strada, a cambiare rotta, a delimitare l’affluenza delle navi in laguna e ricordare all’umanità che in questo momento la potenza degli uomini è tale che rischia di spaccare la bellezza naturale e culturale, questo splendido intreccio che la storia umana è riuscita nel tempo a costruire.

Da esperto di tematiche ambientali, quanto è grave su Venezia l’impatto di queste grandi navi?
Ci sono almeno due versanti da considerare. A prescindere dal rischio incidenti, il passaggio quotidiano di mostri di centinaia di migliaia di tonnellate di stazza, attraverso canali costruiti e pensati per delle barche, ha un impatto progressivo e devastante sulle fondamenta della città che lentamente le erode. Secondo versante è l’inquinamento chimico. Queste sono navi che bruciano idro carburi ed emettono fattori inquinanti. E’ una situazione che davvero chiede di essere sanata.

Il problema è che su questi passaggi gravano incassi di milioni di Euro. Cosa scegliere allora: salvaguardare Venezia o rinunciare ad introiti economici importanti per la città?
Credo che la questione debba essere pensata ed affrontata in una prospettiva lungimirante. Nel senso  che Venezia non reggerà molti anni con questi ritmi e in questa situazione.

Noi oggi stiamo mettendo a rischio per profitti di breve cabotaggio, seppur ingenti, la possibilità di garantire il valore estetico, morale, culturale e anche economico sui tempi lunghi della città.

Non è economia versus ecologia. E’ economia di breve periodo versus economia a sguardo e azione lungimiranti.

Quindi in questa Giornata, cosa grida Venezia al mondo della politica?
Metteteci la testa, smettete di litigare e pensate alle cose importanti. Non usate anche la questione ambientale come strumento per una polemica politica di basso profilo. Cercate piuttosto di pensare ad orizzonti di una tutela del creato con profilo ampio. Ricordo fra l’altro che il veneto ha vissuto in questi 12 mesi la tragedia devastante dell’uragano Vaia di cui non c’è memoria che qualcosa di analogo sia mai avvenuto nella storia del nostro Paese. Non perdiamo la memoria perché quello che è successo nel bellunese, potrebbe succedere altrove.

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Trump a Londra. Marrone (Iai): “La chiave di questa visita è stata la Brexit”

Wed, 05/06/2019 - 09:18

Con la commemorazione, a Portsmouth, del 75° anniversario del D-Day si conclude oggi la visita di Stato del presidente americano Donald Trump nel Regno Unito. Tre giorni nei quali il tycoon, tra il banchetto formale offerto dalla regina Elisabetta, colloqui politici, gaffe, malumori e proteste, ha cercato, in ogni modo, di spingere il Paese verso la Brexit, anche promettendo un “accordo commerciale fenomenale” dopo l’uscita dall’Unione. Ad Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa” e responsabile di ricerca nel programma “Sicurezza” dell’Istituto affari internazionali (Iai), chiediamo un’analisi di questa visita.

Qual è stato l’obiettivo principale?

Per Trump visite come questa sono volte a cercare un accordo commerciale bilaterale, ovviamente vantaggioso per l’economia americana. Fin qui è normale politica commerciale. Il punto è che Trump spinge questo obiettivo con una forza e una rudezza tali da mettere in secondo piano una serie di legami, quadri multilaterali, accordi che altri presidenti statunitensi hanno tenuto in maggior considerazione. In particolare,

la chiave di questa visita è stata la Brexit,

perché Londra in quanto membro dell’Unione europea almeno fino al 31 ottobre 2019 non può negoziare accordi commerciali autonomi con Paesi extra Ue. Quindi, Trump è andato a negoziare un accordo che per ora non ha potuto firmare. Nel fare ciò, vuole spingere la Gran Bretagna fuori dall’Ue con un taglio netto e nei tempi più rapidi possibili. Il suo interlocutore, infatti, non è Theresa May, che si dimetterà il 7 giugno, ma chi vuole un’uscita più netta e rapida dall’Ue: parte del partito conservatore, Boris Johnson, o il leader e fondatore del Brexit Party, Nigel Farage. Le battute e i commenti forti di Trump durante la visita non sono stati solo estemporanei o dovuti al carattere e ai suoi modi di fare, ma erano finalizzati all’obiettivo.

Questa visita del presidente americano avrà effetti nell’immediato?

No, perché la Gran Bretagna da tre anni è in una situazione di stallo completo, di fallimento della classe politica, del governo e del Parlamento, di incapacità di trovare un modo per attuare quello che è stato deciso nel referendum di uscita dall’Unione. La visita di Trump ha potuto fare ben poco, perché il partito laburista, i verdi, i socialdemocratici, lo Scottish National Party, i nord irlandesi cattolici rimangono tutti estremamente contrari a un’uscita netta dall’Ue e in molti casi sono contrari tout court. Lo scontro tra queste forze politiche e Trump si allarga, poi, a tutta un’altra serie di temi: ambiente, ruolo delle donne, diritti sociali. Sull’altro versante, i fautori della Brexit, Farage e Johnson, saranno lieti di avere il sostegno del presidente americano, ma ciò non avrà un peso sulla maggioranza parlamentare attuale o sull’elettorato, perché comunque Trump, con i suoi modi inappropriati rispetto alla casa reale britannica, tocca delle corde che gli stessi conservatori, per un sentimento nazionale identitario, non vorrebbero vedere offese. Possono essere d’accordo sulla Brexit, ma non fa loro piacere il modo in cui Trump si pone, quindi

il presidente americano non rafforza chissà quanto il campo favorevole alla Brexit.

Quella di Trump a Londra è stata allora una “mission impossible”?

Ha comunque cercato di rafforzare le componenti più vicine alla sua visione del mondo, basata su una serie di rapporti bilaterali tra Stati sovrani e non su istituzioni sovranazionali, blocchi commerciali o organizzazioni multilaterali come l’Ue. Anche se non ottiene molto, Trump ci prova. In molti casi, ha compiuto mosse azzardate, che potevano portare a dei risultati oppure no. La sua amministrazione e la sua persona non ci hanno rimesso niente nella visita a Londra.

Trump, durante la visita, ha chiesto a May di non mollare…

Allo stesso tempo ha fatto i complimenti a Boris Johnson come candidato alla leadership del partito conservatore o addirittura ha proposto che sia Nigel Farage, che al momento non è parlamentare e non ha rappresentanti al Parlamento britannico, a negoziare con l’Ue per conto della Gran Bretagna. Si tratta più di un elemento di destabilizzazione del quadro politico britannico che di un asse con l’attuale governo, ormai giunto alla fine. Le Europee di maggio hanno sancito il minimo storico dei conservatori, scesi al 9% e passati da primo a quarto partito nel Paese, dopo Brexit Party, laburisti e liberaldemocratici.

Non sono mancate manifestazioni contro Trump durante la visita, anche se il presidente le ha bollate come fake news…

Con la Brexit la società britannica si è molto polarizzata. Già precedentemente le componenti più progressiste hanno criticato Trump – sia da candidato, sia da presidente- per una serie di dichiarazioni o decisioni, come gli accordi sul clima o l’ambasciata statunitense a Gerusalemme. La novità è che questi tre anni di Brexit hanno reso i conservatori più di destra e i laburisti più di sinistra. Inoltre, hanno visto emergere forze prima molto minoritarie. Come i verdi, che nelle ultime Europee hanno ottenuto l’8% o i liberaldemocratici che hanno ottenuto il 20%. Nell’attuale situazione c’è una maggiore tendenza nei cittadini britannici a manifestazioni di piazza, qualcosa che prima apparteneva di più alla tradizione della Francia e dell’Italia. In questo quadro

la visita di Trump è come se avesse toccato un nervo scoperto.

Sarebbe sbagliato pensare che tutta la popolazione sia contro Trump. Ma poiché la Brexit è diventata il tema dominante, nel momento in cui Trump ne parla tocca un argomento scottante.

Il presidente Usa ha parlato dei “legami di amicizia tra i nostri due Paesi”, “forgiati nel sangue” e destinati a durare per sempre. Dopo la visita cambia qualcosa?

I rapporti Usa-Gran Bretagna contano su una compenetrazione culturale, su una base comune economica, su tutta una serie di rapporti che riguardano strutture diplomatiche, forze armate, servizi di intelligence, industria e difesa, che coinvolgono politica e società, britannica e americana, in una misura tale che trascende dai presidenti e dai primi ministri di turno. Sono rapporti solidi e resistenti. Certo, l’amministrazione Obama aveva avvicinato ulteriormente gli Stati Uniti alla Gran Bretagna e all’Europa, mentre quella di Trump su molti temi si è distanziata dall’Europa e anche da una fetta consistente della società britannica.

Dopo questa visita i rapporti rimangono problematici.

Potrebbero cambiare, se Boris Johnson venisse eletto segretario del partito conservatore, quindi di fatto primo ministro. O se nelle prossime elezioni del Parlamento ci fosse un’affermazione del Brexit Party di Nigel Farage. Ma è tutto un’incognita.

La visita è stata o no un successo dal punto di vista politico?

Difficile dirlo, perché Trump è andato in un Paese che non ha, al momento, interlocutori politici in grado di stringere accordi. Potrebbe aver gettato delle fondamenta per accordi futuri. Ma il quadro politico britannico è così incerto per cui rimane per la famiglia Trump il piacere di aver visitato Londra e cenato a Buckingham Palace.

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End of Ramadan. Mons. Ayuso (Holy See): “Tenderness is key to overcome fears”

Wed, 05/06/2019 - 08:56

“Best wishes to the Muslims celebrating these days the great festivity marking the end of Ramadan”: Msgr. Miguel Ángel Ayuso Guixot, new President of the Pontifical Council for Interreligious dialogue renewed his wishes in this interview to SIR. In May he addressed a message to Muslims on the feast of Aïd el-Fitr, choosing as this year’s theme “Christians and Muslims: promoting human brotherhood”, with an invitation to “tear down the walls raised by fear and ignorance and jointly seek to build bridges of friendship that are fundamental for the good of all humanity.” “I wished to convey a positive word”, said Msgr. Ayuso. “I believe that in a world where many walls are erected and at a time in which people are prone to slip into pessimism, we must be proactive. Fears are inherent in our human nature but they must be overcome. Tenderness is the key to overcome them.

Tenderness means touching the other person’s humanity. It means being the travelling companions of every human being, of every creed and culture, collaborating hand in hand in building the common good.”

What does the festivity of Aïd el-Fitr represent for the Catholic community as a whole?

I noted that in certain environments this was somewhat unexpected. People wonder, why is it that we’re talking about Muslim holidays now, while before it didn’t happen? The reality is that even our world has changed and we live in contexts where the different members of humanity meet ever more frequently.  Aïd el-Fitr is the festival of breaking the fast that marks the end of Ramadan. It’s a great celebration that concludes a period during which the faithful seek to live out asceticism, conversion and submission to God through fasting, according to the tenets of the Muslim tradition.

With which spirit can one participate in this Muslim festival?

There are occasions that make circumstances and situations very special, such as the birth of a child or the death of a neighbour. We must seize these events as opportunities to express appreciation and for gestures of friendship as believers, participating in their meals or visiting the families.

Inspired by Pope Francis, we too can collaborate in spreading this culture of dialogue through gestures of openness, respect and gratitude.

 

 

Unfortunately this not happen.

If we look in another direction we will find opposition, with people who view this presence and these celebrations as a takeover of the territory. Unfortunately, these are negative attitudes that signal today’s fear of the other, the mistrust and concerns prompted by otherness. That’s not how it should be, for our societies should be built on diversity, whilst preserving our own identities. We are all citizens – while believers of various religious traditions – called to develop society on the foundations of the common good, social cohesion on the basis of difference, and respect for local regulations. It is thanks to common citizenship that we identify ourselves as a people, as a nation.

What is the antidote to overcome this feelings of diffidence and fear?

The culture of tenderness that Pope Francis refers to. It demands the courage to embrace the other, the one who is different from me, the one who is a believer but whose beliefs are different from mine. It also requires a commitment to build society together in a spirit of friendship and above all of universal brotherhood. Our humanity is crying, our world is scarred by wars, divisions, fears and populism. In Abu Dhabi, Pope Francis and the Great Imam of al-Azhar have jointly outlined three great values, three pillars on which to build our future, the only one possible: brotherhood, peace and coexistence.

A very important Document was signed in Abu Dhabi. What remains of that text today?

Abu Dhabi was a major event that must not be bound to the time, people or places that made it happen. It’s a universal message, open to all religious groups and traditions worldwide.

Everyone is invited to promote this spirit of collaboration and build a better world so much longed for but unfortunately perceived as being so distant today.

This text must become the object of study and reflection. It helps overcome opposition, difficulties and problems and achieve a respectful balance that starting from diversity recreates the harmony and unity that allow us to be and feel that we are all brothers and sisters in humanity.

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Fine Ramadan. Mons. Ayuso (Santa Sede): “La chiave per vincere le paure è la tenerezza”

Wed, 05/06/2019 - 08:56

“Tanti auguri ai musulmani che celebrano in questi giorni la grande festa della fine del Ramadan”. A rinnovarli in questa intervista al Sir è mons. Miguel Ángel Ayuso Guixot, nuovo presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Nel mese di maggio si era rivolto con un messaggio ai musulmani per la festa dell’Aïd el-Fitr, scegliendo quest’anno come tema “Cristiani e musulmani: promuovere la fratellanza umana” e invitando loro ad “abbattere i muri alzati dalla paura e dall’ignoranza e cercare insieme di costruire ponti di amicizia che sono fondamentali per il bene di tutta l’umanità”. “Ho voluto esprimere una parola positiva”, spiega mons. Ayuso. “Credo che in un mondo dove si costruiscono tanti muri e in un tempo in cui si sta facilmente scivolando nel pessimismo, dobbiamo essere propositivi. Le paure sono insite nella nostra natura umana ma devono essere vinte. E la chiave per vincerle è la tenerezza.

La tenerezza è toccare l’umanità dell’altro. E’ diventare compagni di viaggio di ogni essere umano, di qualsiasi credo e cultura, e collaborare mano nella mano alla costruzione del bene comune”.

Cosa rappresenta per la comunità cattolica in generale la festa di Aïd el-Fitr?

Vedo che in certi ambienti c’è una certa sorpresa. La gente si chiede, come mai ora si parla di feste musulmane, mentre prima non succedeva? La realtà è che anche il nostro mondo è cambiato e viviamo in contesti dove con sempre maggiore frequenza diverse componenti dell’umanità si incontrano.  Aïd el-Fitr è la festa della rottura del digiuno, che segna la fine del mese Ramadan. E’ una grande celebrazione al termine di un periodo dove il credente ha cercato di fare un’esperienza di ascesi, conversione, sottomissione a Dio attraverso il digiuno secondo i principi della tradizione musulmana.

Con quale spirito si può partecipare a questa festa musulmana?

Sono momenti che rendono le circostanze e le situazioni del tutto particolari, come può essere la nascita di un bambino o la morte di un vicino di casa. Dobbiamo cogliere questi eventi come occasioni per esprimere apprezzamento e come credenti per compiere gesti di amicizia, partecipando alle loro mense o visitando le famiglie.

Ispirati da Papa Francesco, anche noi possiamo collaborare a diffondere questa cultura del dialogo attraverso gesti di apertura, di rispetto e di riconoscenza.

Purtroppo, non è così.

Se guardiamo da un altro lato, possiamo trovare persone che sono più resistenti e vedono questa presenza e queste celebrazioni come una presa del territorio. Purtroppo, si tratta di un atteggiamento negativo, segno di quanta paura oggi c’è rispetto all’altro, quanta diffidenza e timore il diverso ci provoca. Non dovrebbe essere così, perché le nostre società devono essere costruite nella diversità, conservando la nostra identità. Siamo tutti cittadini – benché credenti di diverse tradizioni religiose – chiamati a costruire la società sul bene comune, la coesione sociale a partire dalla differenza, il rispetto delle leggi del luogo. È grazie alla cittadinanza comune che ci si identifica come popolo, come nazione.

Quale antidoto permette oggi di vincere questi sentimenti di paura e diffidenza?

La cultura della tenerezza di cui ci parla Papa Francesco. Chiede il coraggio di andare incontro all’altro, a chi è diverso da me, a colui che è credente ma il suo credo è diverso dal mio. Chiede anche l’impegno a costruire insieme la società nello spirito dell’amicizia e soprattutto della fratellanza universale. La nostra umanità grida, il nostro mondo è ferito da guerre, divisioni, timori e populismi. Papa Francesco ad Abu Dhabi, insieme al Grande Imam di al-Azhar hanno indicato tre grandi valori, tre pilastri su cui costruire il nostro futuro, l’unico possibile: la fratellanza, la pace e la convivenza.

Ad Abu Dhabi è stato firmato un Documento importantissimo. Cosa rimane oggi di quel testo?

Abu Dhabi è stato un grande evento che non deve essere legato né al tempo né alle persone né ai luoghi che lo hanno generato. È un messaggio universale, aperto a tutti i gruppi e le tradizione religiose sparse nel mondo.

Tutti sono invitati a promuovere questo spirito di collaborazione e costruire un mondo migliore così ambito e purtroppo oggi percepito così lontano.

Un testo che deve diventare oggetto di studio e di riflessione perché ci aiuta a vincere le resistenze, le difficoltà, i problemi e trovare quell’equilibrio rispettoso che dalla diversità ricrea quella armonia e quell’unità che ci permettono di essere e sentirci tutti fratelli e sorelle in umanità.

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L’Ue richiama l’Italia: sui BTp ogni giorno è un voto e si misura la credibilità Italia

Wed, 05/06/2019 - 08:53

Il rispetto degli accordi europei e la maggior rischiosità dei nostri titoli pubblici sono strettamente legati ma non sono la stessa cosa. Possono avere percorsi e tempi diversi. Nel primo caso le frizioni con la Commissione europea (in fase di rinnovo) hanno soluzioni in parte governabili dalla politica e dalle diplomazie. Missive, lettere di spiegazioni, raccomandazioni.
Nel secondo caso la rottura può avvenire rapidamente, qualora decine di migliaia di grandi investitori italiani e stranieri possessori di BTp (Buoni del Tesoro poliennali) decidessero di ridurre il rischio. Ma quale rischio? Quello che l’Italia non sia in grado di restituire il capitale ricevuto in prestito e non paghi gli interessi. Fra chi presta soldi allo Stato italiano ci sono le famiglie (che detengono direttamente o indirettamente un 5-10% del grande debito pubblico italiano) e ci sono soprattutto i grandi investitori istituzionali: banche, assicurazioni, fondi pensione, fondazioni ed altre entità che gestiscono gli investimenti e non possono permettersi di avere obbligazioni (italiane o straniere, obbligazioni di società o enti pubblici) che non ricevono interessi e non verranno rimborsate alla scadenza.

Quando annusano il rischio di ritrovarsi con carta straccia scappano via. Possono vendere i loro titoli prima della scadenza, possono arrivare alla meta e non sostituirli con altri targati Italia.

Possono andarsene, ognuno per conto proprio, e “scaricare” in vendita i titoli ritenuti più rischiosi. Qualcuno che compra c’è, per fortuna. Ma chi subentra vuole pagare poco perché i titoli sono, appunto, rischiosi. E se molti mettono in vendita contemporaneamente i loro BTp il prezzo scende; il meccanismo è lo stesso per le case o in un ortomercato.

L’eccesso di offerta deprime il valore.

In questi mesi i venditori sono stati più dei compratori e il valore dei nostri BTp è sceso. Cosa succederà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi non è prevedibile. Sono in scadenza fino a dicembre circa 233 miliardi di titoli di Stato, circa 95 fra settembre e ottobre. Per chiedere nuovi prestiti il Governo italiano dovrà essere credibile e confermare di essere “un buon pagatore”. Lasciar correre dubbi, mostrare una rissosità eccessiva al Governo o avviare elezioni anticipate, sarebbe pericoloso e costoso. Anche un contenzioso troppo duro con Bruxelles crea sfiducia.

Durante l’estate e a settembre-ottobre il Governo italiano dovrà spiegare nella legge di Bilancio come arginare e ridurre il debito pubblico.

Dovrà dirlo alla nuova Commissione europea e dovrà dirlo a chi presta i soldi, sapendo che in mano estera c’è circa un terzo del totale. La Commissione Ue non sarà tollerante con l’Italia ma almeno ci sarà. Gli investitori istituzionali potrebbero essere in ritirata: loro votano una fiducia quotidiana sull’Italia vendendo o comprando i suoi titoli di Stato. Ognuno di noi ha imparato a leggere i punti di spread (cioè la differenza di rendimento dei BTp decennali dello Stato italiano e quello tedesco). In questi giorni l’Italia ha visto aumentare lo spread a ridosso dei 300 punti. Quasi come la Grecia e non è un buon segnale.

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