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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 1 hour 47 min ago

Meno tricolore nella nuova Europa

Wed, 05/06/2019 - 00:00

Ci vorrà del tempo perché l’Europa rinata dalle urne del 26 maggio acquisisca la fisionomia dei nuovi eletti: il tempo tecnico della prima riunione del neonato Parlamento (il 2 luglio), della elezione del suo nuovo presidente, della costituzione delle Commissioni (tra il 2 e il 4 luglio), del nuovo presidente della Commissione (tra il 15 e il 18 luglio).
Nell’Europa che i sovranisti non hanno conquistato e che prenderà forma nel corso dell’estate ci saranno dunque volti nuovi, alcune assenze e diversi equilibri che delle elezioni sono figli.
Una presenza con data di scadenza è quella degli inglesi che la Brexit, dagli stessi votata, rende possibile fino al 31 ottobre. Theresa May ha annunciato la resa per il 7 giugno, toccherà a chi verrà dopo portare a compimento l’iter dell’uscita, che farà scendere i parlamentari europei da 751 a 705.
Noi italiani, oltre che in bilico sul fronte interno, vi ricopriremo un ruolo diverso rispetto agli ultimi anni, nei quali avevamo portato un bel po’ di tricolore nell’azzurro stellato del vessillo europeo. Le ragioni sono molteplici.
Prima: cambieremo posto nell’emiciclo parlamentare, passando dagli scanni della maggioranza a quelli della minoranza.
Seconda: sarà ben difficile mantenere il peso avuto nella legislatura che va a spegnersi, nella quale erano nostro vanto ben tre italiani tra le cinque cariche top dell’Ue: il presidente del Parlamento europeo (Antonio Tajani dal 2017), il presidente del Consiglio europeo, il presidente della Commissione, la guida della Bce (Mario Draghi dal 2011) e l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (Fedrica Mogherini dal 2014). Cariche a fine corsa alle quali, dai banchi della minoranza, sarà più difficile ambire. Lo sa bene l’ungherese Orbàn che ha scelto, a sorpresa, di stare con i popolari europei e non con i sovranisti come l’Italia della Lega.
Terza: l’Italia resta osservata speciale a motivo della situazione economica. La lettera arrivata all’indomani del voto ne è la prova: l’Europa di ieri (dove pur eravamo maggioranza) ha messo nero su bianco l’annunciata preoccupazione circa la tenuta dei nostri conti: “L’Italia non ha fatto sufficienti progressi”. Destano allarme il debito italiano (salito dal 131,4% del 2017 al 132,2 del 2018 e previsto al 135,2 per il 2020); il peggioramento del deficit dello 0,1% del Pil nel 2018 e 0,2% nel 2019; le scelte di un governo che, a fronte di una mancata crescita, e con uno spread dalle salite facili, ha mantenuto un oneroso programma di spesa (reddito di cittadinanza, quota cento, non aumento dell’Iva, promessa flax tax).
Quarta, tutta interna al Paese: il continuo tiro alla fune tra le due forze al governo fa aleggiare su tutto il fantasma di una crisi che blocca e non slancia lo Stivale.
Non va dimenticato che, se anche l’Europa di Moscovici si è dichiarata aperta al dialogo, resta ferma sulle regole e il loro rispetto: dall’Italia attende una manovra correttiva o, almeno, rassicurazioni tanto convincenti da fermare l’apertura di una procedura di infrazione che graverebbe moltissimo su Italia e italiani.
Sono dunque giorni carichi di attesa: per la nuova Unione europea, per la decisione che la stessa prenderà, per la tenuta del governo. C’è troppo da fare per pensare alle vacanze e al mare. E noi, al momento, siamo non sulla cresta ma nella gola dell’onda.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Sano realismo

Wed, 05/06/2019 - 00:00

Quella di lunedì scorso è stata una serata di grande passione politica. Qualcuno ha scritto anche con tifo da stadio, quello che si è visto al palazzo del Ridotto, all’incontro organizzato dal nostro giornale con i due sfidanti alla poltrona da sindaco, per Cesena.
Noi potremmo aggiungere sul tifo da stadio, come dicono i giovani di oggi, che “ci sta”. Quando i toni si alzano e si avvicinano le scadenze, è inevitabile che gli animi si
accendano più del normale. È giusto che sia così. In vista del ballottaggio di domenica prossima (si voterà, nel nostro territorio, a Cesena e a Savignano) il dibattito si alza sempre di più.
Nelle famiglie si è tornati a parlare di politica. Accade anche fra amici. E pure tra i ragazzi, checchè ne dicano i soliti bene informati.
Se a livello nazionale si è a un passo da una crisi di governo, a livello locale, dopo la scorpacciata della Lega compiuto alle europee del 26 maggio e il controribaltone per l’elezione dei sindaci nei Comuni minori, ora per i ballottaggi la posta in gioco è davvero alta. La gente, ancora una volta, ha dimostrato di sapere selezionare e distinguere tra i messaggi da mandare all’Ue e al governo di Roma e il voto che aveva un’attinenza solo locale.
Ancora una volta, da queste colonne, invitiamo alla partecipazione. Anche non votare ormai ha assunto un’espressione di volontà, ma poter dire la propria forse può essere ancora più di valore.
Al ballottaggio Cesena ci arriva per la prima volta. A Savignano ci si andò anche la tornata scorsa. Per i cesenati si tratta di un’esperienza nuova. E anche per noi, oltre che per i politici coinvolti e per i cittadini.
Papa Francesco, il primo ottobre di due anni fa in piazza del Popolo, richiamò tutti a una politica “né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa e avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che
non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali”.
Una consegna forte, insieme a quella a “non balconare”, a non criticare e basta, ma mettere le mani in pasta. A immischiarsi nelle faccende della città, sapendo che “la bacchetta magica non funziona in politica” e che “un sano realismo sa che anche la migliore classe dirigente non può risolvere in un baleno tutte le questioni”.
Allora, in bocca al lupo a tutti. Non solo ai due candidati in lizza ma anche a chi con loro siederà in Consiglio comunale e ambisce ad amministrare la città. Il buon politico è un martire del servizio che deve avere, sono sempre parole di Bergoglio a Cesena, la prospettiva del bene comune.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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A 30 anni da piazza Tian An Men la Cina è più ricca e controllata

Tue, 04/06/2019 - 18:24

Il 2019 non si presenta come un anno di ricorrenze festose, in Cina. Nella prima settimana di giugno si ricordano i giorni sanguinosi di piazza Tian An Men: centinaia (migliaia, forse) di persone rimaste uccise dalla repressione scatenata contro le manifestazioni degli studenti. Ma nello stesso 1989 entrò in vigore la legge marziale in Tibet; e giusto 60 anni fa il Dalai Lama dovette abbandonare il suo paese per sfuggire all’invasione dell’Esercito di Liberazione. E ancora: sono passati vent’anni dall’inizio della persecuzione sistematica dei “Falun Gong”, il movimento religioso “colpevole” di non adeguarsi alla disciplina del partito.

Su queste date “nere” del calendario cinese si tace, in tutto il Regno di Mezzo.

Anche perché la Cina di oggi scommette che niente di simile a quanto accadde nel giugno 1989 oggi sarebbe possibile. Il Paese in mano a Xi Jinping è infinitamente più solido (e più controllato) di 30 anni fa. E, soprattutto, è molto più ricco. Nel 1989 il prodotto interno lordo cinese era di 347 milioni di dollari, oggi (2018) è ben al di sopra degli 8mila miliardi. Soprattutto, al di là della cifre, esiste oggi in Cina quel che 30 anni fa non c’era: una classe media che, col lavoro e il risparmio, si è conquistata una casa e un’automobile, che investe sulle scuole dei figli e che, dunque, è ancor meno disposta a rischiare il benessere acquisito in cambio di un diverso sistema politico.

Tian An Men, 30 anni dopo, potrebbe essere proprio il simbolo di questa svolta: furono gli studenti di “BeiDa”, la più prestigiosa delle università della Repubblica Popolare, a contestare, discutere, scendere in piazza. Ma loro erano già la crema della futura classe dirigente, e dunque potevano permettersi il “lusso” di interpellare la politica e le istituzioni, nel contesto di un mondo che, tutto intero, si stava capovolgendo: Gorbaciov era segretario del Pcus, e 5 mesi dopo Tian An Men cadeva (9 novembre) il Muro a Berlino. Lo “Stato dei contadini e degli operai” forse rimase poco coinvolto dalla protesta – o ne fu tenuto all’oscuro.

I diritti umani brutalmente violati a Tian An Men pesano sulla coscienza dei dirigenti del Partito Comunista Cinese ma sono anche un fardello imbarazzante per l’Occidente:

che prima e dopo il 4 giugno 1989 ha continuato a fare affari con la “fabbrica del mondo” e che sempre più oggi deve valutare attentamente ogni passaggio della strategia cinese in tutti i campi decisivi dove si costruisce il futuro, dalla “via della seta” e delle nuove tecnologie alla penetrazione cinese nel cuore stesso dei sistemi occidentali: in Europa con gli acquisti “strategici” di imprese, in America con il mantenimento delle enormi quote di debito pubblico statunitense. I dazi americani (che stanno costando già abbastanza agli Usa) hanno innescato un meccanismo pericoloso di ritorsioni. Per fare un solo esempio, Pechino ha annunciato un giro di vite sul mercato delle “terre rare” (litio, cobalto, …), divenute componenti indispensabili per tutti i nostri prodotti tecnologici.

Per non parlare dell’Africa, abbandonata – con deboli eccezioni – dai Paesi ex coloniali europei e “raccattata” dalla Cina, che ci costruisce di tutto, dalle strade e ferrovie alle fabbriche di trasformazione delle materie prime; e che vende armi a tutti: il 68% degli eserciti dei Paesi africani ha in dotazione armi cinesi; dal 2000 l’export in questo settore è aumentato del 120% (“Avvenire”, 22 aprile 2018). ​

A Tian An Men, ha dichiarato il 2 giugno scorso a Singapore il ministro cinese della Difesa, la repressione fu necessaria proprio per garantire la sicurezza dello Stato. E l’Occidente deve continuare a interrogarsi su una frase magari molto enfatica ma anche inquietante, scritta in cinese e in inglese su un gigantesco tabellone all’ingresso della città di Juquan:

“Senza fretta, senza paura, conquistiamo il mondo”.

La evocò lo scrittore Simon Winchester, commentando così: “Dopo cinquemila anni di paziente attesa, di diligenti osservazioni e di studio, il momento per la Cina è arrivato” (S. Winchester, “L’uomo che amava la Cina”, Adelphi 2010).

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Corridoi umanitari: a Fiumicino per l’arrivo di 58 profughi dalla Siria. “Fare bene il bene è possibile”

Tue, 04/06/2019 - 15:50

“Siete arrivati in Italia e trovate ad accogliervi un Paese unito. I corridoi umanitari sono il segno di un’Italia unita attorno a voi e mostrano la grande tradizione umanistica, civile e cristiana del nostro popolo”. Con queste parole unite all’augurio di “Eid Mubarak” ai musulmani che oggi festeggiano la fine del mese sacro del Ramadan, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha dato il benvenuto ai 58 profughi siriani arrivati a Roma con un volo dal Libano, grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese, in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri. Con loro sono oltre 2.500 le persone fino ad oggi accolte e integrate in Europa con questo progetto. Il gruppo giunto questa mattina è composto da tantissimi bambini. Entrano nell’hangar dell’aeroporto con palloncini colorati in mano. “Viva l’Italia!”, gridano con gioia. Le loro famiglie sono originarie di Aleppo, Damasco e Homs (è presente anche un iracheno) ed hanno trascorso gli ultimi anni nei campi profughi in Libano.

Tantissime le storie di vita che qui si intrecciano. C’è la storia di Simon Alhabib, 25 anni, originario di Homs, arrivato con un corridoio umanitario due anni fa. Accolto a Trastevere dalla Comunità di Sant’Egidio, oggi parla italiano e lavora in un ristorante. Ha in mano un mazzo di fiori rossi. Sono per la sua fidanzata Rodina, anche lei di Homs. Bloccata in Libano, Simon ha fatto di tutto per farla imbarcare su un volo aereo e ora la abbraccia tra lacrime e commozione. Il loro sogno è quello di tutti i ragazzi della loro età: essere semplicemente una famiglia. C’è anche la storia di Majd e Naher e il loro figlioletto di un anno Razan. Sono qui a Fiumicino per accogliere la sorella di lui e i suoi 4 figli. Per loro è già pronta una casa grande a Fiano Romano. Arrivano invece da Aleppo Waafà e Mohammad Dib e i loro tre figli. “Siamo felicissimi di essere finalmente in Italia – dicono in arabo -. Era il nostro sogno.

In Siria, la guerra ha distrutto tutto e in Libano, per i nostri ragazzi non c’era futuro”.

Ad accoglierli all’aeroporto ci sono associazioni, rappresentanti di movimenti e chiese ma anche singoli cittadini. Interessante la storia di Anna Pagliaro di Cosenza che nel 2017 era già venuta qui a Roma ad accogliere una famiglia siriana armena che oggi è perfettamente integrata in città e le loro tre figlie sono inserite a scuola con ottimi risultati. Aveva sentito parlare dei corridoi sui media e il progetto l’aveva convinta. “Vivevo con un senso di impotenza le immagini in tv della Siria e dei migranti e mi sono sentita interpellata”, racconta.

“E’ stato all’inizio un tuffo nel buio ma poi si sono aperte porte e disponibilità inaspettate e sconosciute prima e questo mi ha incoraggiato ad andare avanti.

Ora c’è una piccola rete di supporto per questa seconda famiglia”. I luoghi di destinazione per i nuovi arrivati sono Messina, Firenze, Genova, Roma, Cosenza e Benevento. “Attorno al tema dei profughi il mondo è diviso”, dice Marco Impagliazzo. “Ma con i corridoi umanitari si dimostra che fare bene il bene è possibile”. Sono storie di successo, di accoglienza e di integrazione che hanno anche aiutato l’Italia. “Voi qui rappresentate milioni di siriani che sono ancora profughi tra Turchia Giordania e Libano. Voi oggi siete una piccola fonte di speranza che vorremmo diventi un grande fiume di solidarietà europeo.

Siete l’avanguardia di un popolo che deve trovare pace e sicurezza. E noi vi accogliamo con questo spirito”.

Il pensiero va in questo giorno di festa a tutti coloro che non ci sono più, a chi è finito nelle mani dei trafficanti e chi nel viaggio ha perso la vita. “La morte in mare non può essere un’opzione per l’Europa”, dice Impagliazzo. “L’unica opzione possibile sono i corridoi umanitari”. Gli fa eco Luca Negro , presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia che cita la parabola del Buon Samaritano, “l’unico che non gira la testa dall’altra parte ma si ferma a soccorrere l’uomo ferito. Non possiamo girare la testa dall’altra parte. Per questo siamo qui. E per questo chiediamo che l’Italia si faccia promotrice di corridoi umanitari europei”. Emanuela del Re, sottosegretario del ministero degli Esteri, promette: “Continueremo a promuovere i corridoi umanitari, ci crediamo talmente tanto che l’Italia lo proporrà all’Europa”.

Lo sguardo ora è rivolto a Lesbo. L’Isola dove qualche settimana fa, papa Francesco – a tre anni dalla sua visita sull’isola – ha inviato una delegazione guidata dal cardinale Konrad Krajewski, per capire la situazione, portare la sua vicinanza ai migranti e soprattutto avviare procedure che possano rendere possibile l’avvio anche qui di corridoi umanitari. Della delegazione hanno fatto parte anche l’arcivescovo di Lussemburgo, mons. Jean-Claude Hollerich (a nome anche dei vescovi dell’Ue) e Daniele Pompei della Sant’Egidio. “La situazione è seria”, dice Pompei. “Nelle isole Lesbo e Samos si contano 14mila persone, di cui 7mila solo a Lesbo con campi sovrappopolati e tantissimi bambini: più di 2.500 minori e molti non accompagnati. La sensazione è quella di vivere intrappolati”.

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Da Atene a Londra, passando per Roma: Europa politica in fibrillazione

Tue, 04/06/2019 - 15:44

Elezioni europee… con ricadute nazionali. Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media continentali si concentrava, giustamente, nei mesi scorsi sulla tornata per il rinnovo dell’Euroassemblea (23-26 giugno), parlamenti e governi nazionali entravano in fibrillazione: in qualche caso per elezioni legislative (ad esempio in Spagna, 28 aprile), in altri per turbolenze politiche interne; su tutti Regno Unito (Brexit) e Austria (scandalo che ha travolto il vicepremier Strache). Così a 10 giorni dal voto per Strasburgo, il quadro nei Paesi Ue è in movimento, la “stabilità” tanto invocata resta una chimera, e questa situazione va a pesare sulle trattative in corso a livello europeo tra i Ventotto per dipanare la matassa dei “top job” (presidenti di Parlamento, Commissione, Consiglio europeo, Banca centrale di Francoforte, e Alto rappresentante) e la composizione del collegio dei commissari.

Il 5 giugno la Danimarca torna alle urne per le elezioni legislative. Il governo del premier uscente, Lars Løkke Rasmussen, che guida una coalizione di centrodestra, nei sondaggi è dato perdente. A differenza di altri Stati, qui la socialdemocrazia regge, anzi è data in recupero. Ai seggi sarà chiamata anche la Grecia, il 7 luglio: le europee hanno portato cattive notizie al premier Alexis Tsipras, con l’avanzata del principale partito di opposizione, Nea Demokratia, confermatosi vincitore pure al secondo turno delle amministrative, il 2 giugno. Le legislative, anticipate, potrebbero segnare il passaggio di testimone al governo di Atene.

Nel frattempo in Austria si è insediato il governo tecnico della cancelliera Brigitte Bierlein: rimarrà in carica fino alle elezioni anticipate che si terranno a settembre. Nel frattempo l’ex premier popolare Sebatian Kurz prepara un nuovo successo per tornare – almeno lui spera – timoniere a Vienna. Altro quadro in Spagna: il socialista Pedro Sanchez aveva vinto le elezioni politiche ad aprile, e a maggio ha confermato l’ottimo stato di salute del suo partito socialista. Ma trovare una soluzione per governare a Madrid non è semplice, data la consistenza degli altri principali partiti – popolari, ciudadanos e podemos – e la rilevanza politica delle forze minori e regionali, a partire da quelle catalane.

In Francia il presidente Emmanuel Macron fa i conti con il successo europeo del Rassemblement di Marine Le Pen e l’ormai irrilevante presenza di repubblicani e socialisti, mentre lo stato di salute dei verdi è evidente. Ciò vale anche in Germania, dove i Grünen non solo hanno tallonato la Cdu della cancelliera Merkel alle europee, ma sono tuttora dati in crescita nei sondaggi. Invece la crisi dei socialdemocratici tedeschi è sotto gli occhi di tutti e dopo il modestissimo esito del 26 maggio si è dimessa la leader Spd Andrea Nahles: una brutta notizia per la Grosse koalition che regge le sorti a Berlino.

Tra fine maggio e primi giorni di giugno in altri Paesi sono arrivati al pettine tanti nodi politici. Tutt’altro che tranquilla si può definire, ad esempio, la situazione in Romania, presidente di turno Ue, dopo la sconfitta alle europee del partito socialdemocratico al governo, e l’arresto per corruzione del presidente dello stesso partito, Liviu Dragnea. I Paesi Bassi registrano la vittoria socialdemocratica, trainata dal vicepresidente della Commissione Frans Timmermans; in Polonia regge il governo euroscettico guidato da Diritto e giustizia, mentre l’opposizione europeista e moderata si va rafforzando; sussulti – per ragioni differenti – si registrano anche in Scandinavia, nei Paesi baltici, in Slovenia e Croazia, mentre il dominio del premier dell’Ungheria Viktor Orban appare incontrastato.

Ci sono, non ultimi, i due casi aperti – secondo l’opinione prevalente nelle sedi europee – di Londra e Roma. Il Regno Unito è politicamente nel caos: il 7 giugno, dopo la visita del presidente americano Trump (che in questi giorni appare come un elefante nella cristalleria britannica), la premier Theresa May lascerà l’incarico. La partita si giocherà, sul filo dell’irrisolto Brexit, tra conservatori, puniti alle europee, laburisti, tutt’altro che rafforzati, liberali europeisti in ottimo stato di salute, e la vera stella della politica inglese, il brexiteer per eccellenza Nigel Farage. E poi c’è l’Italia: il 5 giugno arriva il verdetto della Commissione sui conti pubblici tricolori, dopo che, il 3 giugno, Giuseppe Conte ha chiesto ai partiti della maggioranza giallo-verde di chiarire se intendono proseguire seriamente l’esperienza di governo: altrimenti il premier potrebbe rassegnare le dimissioni.

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Danimarca alle urne, il vento sta cambiando. I migranti non spaventano più, clima in primo piano

Tue, 04/06/2019 - 12:29

La Danimarca torna alle urne mercoledì 5 giugno per rinnovare il proprio Parlamento. Alle recenti elezioni europee, la Danimarca ha sorpreso l’Europa con un’affluenza del 66% (tanti danesi così non erano mai andati alle urne per una elezione Ue) e un voto che ha segnato la vittoria del partito Venstre (liberali moderati, 23,5%) e dei Socialdemocratici (21,48%) e un crollo del Partito popolare danese, sceso a poco oltre il 10% dei consensi, mentre alle elezioni parlamentari del 2015 era risultato il secondo partito con il 21,1% dei voti. Alla vigilia delle elezioni, il Sir ha intervistato Jeppe Duva, caporedattore del Kristeligt Dagblad, quotidiano di ispirazione cristiana.

Anzitutto una curiosità. Perché in Danimarca non si sono svolte in contemporanea le elezioni per il Parlamento europeo e per quello nazionale?
Il vero motivo è una questione tattica da parte del primo ministro in carica, Lars Løkke Rasmussen. Il suo partito porta il nome Venstre, che significa Sinistra, anche se da quattro o cinque generazioni è considerato un partito di centrodestra. Prima che Rasmussen il 7 maggio convocasse le elezioni generali – che si svolgeranno appunto domani – la maggior parte degli analisti si attendeva che indicesse le elezioni legislative nella stessa data di quelle per il Parlamento europeo, cioè il 26 maggio. Secondo la legge danese, l’ultima data utile per le elezioni sarebbe stata il 17 giugno. Quindi sembrava ragionevole unire le due votazioni nello stesso giorno. Ma il premier ha scelto, evidentemente, di puntare sulla possibilità che una campagna elettorale prolungata aumenti le chances del suo blocco politico. Rasmussen in passato si è dimostrato bravo nel reggere campagne di lungo periodo. Adesso però si starebbero registrando cambiamenti dell’ultimo minuto nell’umore degli elettori, che segnerebbero il fallimento delle sue tattiche. Diversi sondaggi sono concordi nel dire che mercoledì il centrodestra subirebbe una sconfitta relativamente pesante.

Che atmosfera c’è nel Paese, dopo i risultati delle europee?
Il partito di Lars Løkke Rasmussen ha avuto un risultato sorprendentemente buono il 26 maggio, ma questo pare non servirà a salvare la sua coalizione nelle elezioni generali. La maggior parte dei commentatori ha registrato negli ultimi giorni l’inizio di un clima di disfattismo tra i partiti di centrodestra che negli ultimi quattro anni hanno sostenuto la maggioranza parlamentare attorno a Rasmussen. Si potrebbe parlare di “tristezza” sia all’interno di Venstre sia negli altri partiti di centrodestra. In questi giorni, il principale partito di opposizione, il partito socialdemocratico, e i partiti di centrosinistra più piccoli stanno trattenendo il fiato per non far capovolgere la barca ed erodere quella che i sondaggi danno come loro futura guida politica del Paese.

Attorno a quali temi si è giocata la campagna elettorale?
Il clima è diventato un elemento nuovo e molto determinante nella politica danese. L’economia danese è molto buona al momento, la disoccupazione pressoché vicina allo zero. Ciò potrebbe in parte spiegare perché la questione ambientale è stata così dominante. Inoltre nessuno ha avuto voglia di parlare di questioni più pratiche come tagli e pensioni o riforme del mercato del lavoro. L’immigrazione è stato un altro tema dominante, ma questa volta è risultato meno efficace per i partiti di centrodestra, dal momento che il principale partito di opposizione, il partito socialdemocratico, ha adottato un atteggiamento restrittivo nei confronti dell’immigrazione e quindi ha neutralizzato tale questione divisiva.

Come spiega il coinvolgimento senza precedenti dei danesi alle elezioni europee?
Molto probabilmente la ragione è stata il Brexit, che ha suscitato un interesse molto più vivo nella partecipazione della Danimarca all’Ue. Inoltre, l’enorme affluenza del 66% degli elettori potrebbe essere dovuta al fatto che la campagna in corso per le elezioni generali ha migliorato la consapevolezza politica generale dei danesi.

Sono previste sorprese in relazione al partito nazionalista: meno voti alle elezioni europee implica che ne avranno anche meno domani o il risultato potrebbe essere diverso?
I sondaggi parlano di una pesante perdita di voti per il Partito popolare danese, spesso descritto come partito nazionalista o populista, che nelle elezioni del 2015 aveva ottenuto il sostegno totalmente inaspettato di un quinto dei votanti nel Paese. Il motivo è probabilmente duplice: il partito non ha più il monopolio nel difendere un atteggiamento restrittivo nei confronti dell’immigrazione e dell’islam in Danimarca. Allo stesso tempo, il Partito popolare danese ha subito una pressione da destra: due partiti più duri verso l’immigrazione e più scettici sull’islam sembrano raccogliere il sostegno del 3-5% circa dell’elettorato, come indicano molti sondaggi.

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Elections in Denmark, winds of change. People are no longer afraid of migrants, spotlight on climate

Tue, 04/06/2019 - 12:29

Denmark is holding a general election on Wednesday June 5th to renew the national parliament. In the recent European elections, Denmark surprised Europe with a 66% turnout ( a record-breaking number for a EU election in Denmark) with a vote that saw the victory of the Venstre party (moderate liberals, 23.5%) and the Social Democrats (21.48%) with losses for the Danish People’s Party, which fell to just over 10% of the vote, while in the parliamentary elections in 2015 it ranked second with 21.1% of the vote. On the eve of the elections, SIR interviewed Jeppe Duva, editor-in-chief of Kristeligt Dagblad, a daily newspaper of Christian inspiration.

Curiosity first. Why did the elections for the European Parliament and the national parliament not take place at the same time in Denmark?
The true reason is a strategic move on the part of the incumbent Prime Minister, Lars Løkke Rasmussen. His party is called Venstre, which means Left, even though for the past four/ five generations it has been regarded as a centre-right party. Before Rasmussen called the general elections on 7 May, which will take place tomorrow, most analysts expected him to hold the general elections on the same date as the European Parliament elections, namely 26 May. According to Danish law, the last permissible date for elections was 17 June. So it seemed reasonable to combine the two votes on the same day. But the Prime Minister clearly chose to invest in the possibility that a prolonged election campaign could increase the chances of his political bloc. In the past, Rasmussen has proved to be good at running long-term campaigns. Now, however, there appear to be last-minute changes in the voters’ decisions, which would mark the failure of his tactics. Several opinion polls show that on Wednesday the centre-right is likely suffer relatively heavy losses.

What’s the climate in the Country after the results of the European vote? Lars Løkke Rasmussen’s party fared surprisingly well on May 26, but polls suggest that this won’t be enough to save his coalition in the general elections. Most commentators have noted the onset of a climate of defeatism among the centre-right parties that in the last four years have supported Rasmussen’s parliamentary majority. One could speak of “sadness” both within Venstre and in the other centre-right parties. These days, the main opposition party, the Social Democratic party, and the smaller centre-left parties, are holding their breath so as not to undermine what the polls indicate to be their future political leadership of the country.

Which were the main themes of the election campaign?
Climate-related issues are now a new and very important factor in Danish politics. Danish economy is currently thriving and unemployment is close to zero. This may partly explain why the environmental issue has played such a leading role. Moreover, no one wanted to discuss more practical issues such as cuts and pensions or labour market reforms. Immigration was another prevailing theme, but this time it proved less effective for the centre-right parties, since the main opposition party, the Social Democratic Party, adopted a restrictive attitude towards immigration and thus offset this divisive issue.

How do you explain the unprecedented participation of Danish citizens in the European elections?
Most likely the reason was Brexit, which attracted considerable interest with regard to Denmark’s participation in the EU. Moreover, the huge voter turnout of 66% may be due to the fact that the ongoing general election campaign has increased Danish citizens’ political awareness as a whole.

Surely there will be surprises with respect to the nationalist party: do the fewer votes in the European elections mean that even fewer are to be expected tomorrow or could the result be different?

Polls suggest that the Danish People’s Party – often described as a nationalistic or populist party that unexpectedly gained over a fifth of the vote in the 2015 elections –  is likely to suffer heavy losses. This is probably for two reasons: the party lost its exclusive defence of a restrictive stance on immigration and Islam in Denmark. At the same time, the Danish People’s Party has been put under pressure by the right. In fact many polls indicate that two right-wing parties that took a tougher line on immigration and Islam reportedly enjoy the support of about 3-5% of the electorate.

 

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Dopo Mercatone Uno: superare le crisi aziendali con la solidarietà

Tue, 04/06/2019 - 09:19

Il recente fallimento del Mercatone Uno segnerà certamente la vita e il destino di tante famiglie. A queste deve perciò andare tutta la nostra solidarietà e vicinanza. Tra dipendenti e indotto si parla di circa diecimila lavoratori sparsi per l’Italia e di un passivo, accumulato in meno di un anno, da quando l’azienda è stata rilevata dalla procedura di amministrazione straordinaria, pari a circa novanta milioni di euro. Numeri da capogiro con conseguenze pesanti in un’economia che non solo non cresce ma che continua a perdere competitività anche in settori in cui avremmo in realtà tutte le carte in regola per essere leader.
Vista nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, la vicenda del Mercatone Uno può essere analizzata secondo diverse prospettive.
La prima è, ovviamente, quella del lavoro che, in quanto opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacita di collaborare all’opera creativa di Dio, non può che essere un diritto per tutti. Come si sa però, in un contesto di mercato, questo non sempre è possibile.

A tal fine servono imprese competitive, capaci di innovare e di rinnovarsi, lavoratori competenti e dediti allo svolgimento delle proprie mansioni e, infine, imprenditori e manager in grado di fare il Bene della propria azienda, coniugando al meglio tutti gli interessi in gioco.

Come per vicende analoghe a quella del Mercatone Uno, il fallimento di un’impresa e le sue conseguenze pratiche (disoccupazione, fallimento di altre imprese, depressione economica, ecc…) rappresentano una perdita per tutti, una spirale degenerativa e disumanizzante dalla quale non è possibile tirarsi fuori senza solidarietà e istituzioni.
La seconda è, appunto, quella della solidarietà. La dottrina sociale della Chiesa ci insegna infatti che, tra Stato e mercato c’è una dimensione fondamentale nell’ambito della quale lo scambio sociale avviene secondo la logica del dono. Più solidarietà un popolo è in grado di esprimere e di porre in cima ai valori di fondo del proprio stare insieme, più il mercato da un lato e le istituzioni dall’altro saranno in grado di funzionare correttamente, creando le condizioni per realizzare il bene comune. Laddove c’è sofferenza, tristezza e paura del futuro, solo la capacità di essere solidali l’un l’altro, di esprimere a chi ci è più prossimo una vicinanza autentica animata da quello spirito di carità che viene da Dio, possono alleviare le preoccupazioni di coloro che perdono il proprio lavoro tramutandole in speranza.
La terza, infine, è quella fondamentale delle istituzioni. Ad esse spetta il compito di intervenire rendendo la società in cui viviamo più umana, capace di rispettare i diritti fondamentali della persona e di creare le condizioni per un autentico sviluppo, che deve certamente avere una matrice economica, ma che richiede lo sviluppo integrale della persona.

Dallo Stato non ci si aspetta che esso si sostituisca all’impresa e alle dinamiche del mercato, bensì che esso sia in grado di prevenirne i fallimenti ponendo in essere azioni efficaci sia sul fronte delle regole che su quello delle politiche a sostegno delle persone in difficoltà, aiutandole a rialzarsi e a seguire la propria vocazione lavorativa.

Quando queste tre sfere (mercato – solidarietà – istituzioni) smettono di dialogare e di supportarsi reciprocamente, con la conseguenza di far perdere di vista, a coloro che vi operano, quello spirito di servizio che – come ci insegna Francesco – è il cuore della santificazione in mezzo al mondo, il sistema si inceppa provocando conseguenze gravi sul fronte della coesione sociale.
E allora, vicende come quella del Mercatone Uno, devono da un lato spronarci a ricercare strumenti e soluzioni diverse per risolvere le crisi aziendali, nella consapevolezza che non è possibile far gravare sulla fiscalità generale il costo di aziende divenute ormai non competitive o non sostenibili finanziariamente. E, dall’altro, ad aiutarci a riflettere sulla necessità di riscoprire le ragioni del nostro stare insieme, di condividere le nostre risorse materiali e umane cooperando per raggiungere, tutti insieme, ciascuno con il proprio lavoro, obietti di crescita economica e sociale. Solo così potremo sperare in una società più inclusiva e solidale.

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Migranti. Belluccio (Asgi): “Esposto contro Ue a Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità è un fatto gigantesco”

Tue, 04/06/2019 - 09:08

Sarà presentato alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja un esposto che accusa l’Unione europea e gli Stati membri di “crimini contro l’umanità” per le politiche migratorie che hanno causato morti in mare e i respingimenti in Libia attraverso la pratica dell’esternalizzazione delle frontiere: si tratta di un documento di 250 pagine elaborato dall’esperto di diritto internazionale Juan Branco, che ha lavorato in passato alla Cpi e Omer Shatz, avvocato israeliano che insegna all’università Sciences Po di Parigi. La denuncia prende in esame il periodo dal 2014 – anno della chiusura dell’operazione “Mare nostrum” – ad oggi, una scelta che ha trasformato il Mediterraneo centrale nella “rotta migratoria più letale al mondo”, con oltre 14.500 persone morte fino alla fine di luglio 2017. L’esposto cita messaggi diplomatici e commenti di leader nazionali, tra cui politici italiani, tedeschi e francesi. L’ufficio della procura dell’Aja dovrà decidere ora se acquisire la denuncia, un primo passo che potrebbe portare all’apertura di una inchiesta. Nel frattempo sei Paesi europei – Portogallo, Irlanda, Romania, Francia, Germania e Lussemburgo – si sono resi disponibili ad accogliere alcuni dei 100 migranti sbarcati a Genova dalla nave della Marina militare. Per Dario Belluccio, avvocato, membro del consiglio direttivo dell’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), l’esposto alla Corte penale è “un fatto gigantesco”: se l’inchiesta venisse aperta costituirebbe “un precedente unico”. Una portavoce della Commissione europea non ha voluto commentare “procedure che ancora non sono cominciate” ma ha affermato che “salvare le vite umane nel Mediterraneo resta una delle nostre principali priorità”.

Come valuta questo esposto alla Corte penale internazionale?

E’ un fatto gigantesco. Noi anche ci siamo interessati della questione dei respingimenti indiretti  e ce ne stiamo ancora interessando. Riteniamo che indubbiamente possa essere configurata una responsabilità, in particolar modo dell’Italia, per quanto configurato a seguito degli accordi del 2017 con il governo libico di Fayez al Sarraj e tutte le attività successive.

Sta parlando di responsabilità italiane riguardo all’esternalizzazione delle frontiere?

Certo. Da questo punto di vista sono state depositati da alcuni avvocati di Asgi alcuni ricorsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo in favore di diversi cittadini stranieri che abbiamo incontrato:  hanno testimoniato che nonostante avessero chiamato le autorità italiane mentre erano in una situazione di pericolo in alto male, sono stati invece intercettati dalla cosiddetta guardia costiera libica e rinviati in Libia. Fortunatamente queste persone sono riuscite a salvarsi e a fare rientro nei loro Paesi di origine attraverso i programmi di rimpatrio assistito dalla Libia. C’è una questione che emerge pochissimo ed invece è fondamentale: quella della responsabilità di uno Stato per i crimini commessi da un altro Stato. E’ l’articolo 16 del progetto di articoli sulla responsabilità dello Stato della commissione del diritto internazionale che fa riferimento ad una norma che pare avere natura consuetudinaria, per cui applicabile. Questo articolo dice che uno Stato è corresponsabile se è a conoscenza ed agevola un altro Stato nella commissione di crimini previsti e punibili dal diritto internazionale, quindi questa complicità è sostanzialmente equiparata alla commissione del crimine. Il punto è questo: se l’Italia – e dispiace dirlo perché ci riguarda –  è consapevole di quello che avviene ed agevola quegli avvenimenti attraverso la fornitura di supporto logistico, tecnico e conoscitivo ad un altro Stato, questo deve necessariamente comportare una denuncia di responsabilità da parte dell’Italia. Il progetto di diritti sulla responsabilità degli Stati è molto importante e significativo sotto questo punto di vista.

In passato le sentenze della Corte penale internazionale non hanno avuto grande efficacia, pensiamo a Omar al-Bashir in Sudan. Cosa significherebbe, invece, avviare una inchiesta sulla Ue – Italia compresa – in questo momento?

La rilevanza di una vicenda del genere è che stiamo parlando dell’Italia e dei più alti rappresentanti a livello europeo. 

Non stiamo parlando di Gheddafi o al-Bashir. Stiamo parlando di uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea, uno dei Paesi che più ha contribuito, dopo la seconda guerra mondiale, alla diffusione e crescita della democrazia nel mondo, volendo costituire un esempio. La nostra Costituzione e il nostro sistema democratico testimonia questo. L’accostamento a regimi dittatoriali di per sé è qualcosa che fa rabbrividire, perché noi queste cose le abbiamo già passate e superate. Il fatto che oggi qualcuno dica: l’Italia potrebbe aver commesso dei reati per i quali possono essere condannati e perseguiti dalla Corte penale internazionale fa spavento.

Ci sono possibilità che l’esposto venga accettato dalla Corte penale internazionale?

Da quel che ho letto sui giornali credo che l’esposto sia sicuramente ben strutturato. Mi sembra molto documentato.  Tra le denunce degli ultimi mesi ci sono anche tutte le ultime raccomandazioni e lettere inviate dagli Special Rapporteurs delle Nazioni Unite molto rilevanti, anche se vengono minimizzate.

Seguirete l’iter dell’esposto?

Lo seguiremo come associazione interessata a queste vicende e come giuristi che tengono alla democrazia e alla tenuta dello stato di diritto.

Se fosse avviata l’inchiesta sarebbe un precedente…

Sarebbe un precedente unico.

Anche perché in passato molte inchieste sono state aperte dopo che i fatti sono stati commessi e non mentre sono ancora in corso.

Parliamo di qualcosa che indubbiamente è già avvenuto e continua. I numeri forniti dalle Nazioni Unite su quello che è avvenuto e avviene nel Mediterraneo sono sotto gli occhi di tutti. Non possiamo dimenticare che nel 2013 fu proprio a seguito di due gravissimi naufragi nel Mediterraneo che venne realizzata l’iniziativa “Mare nostrum” con il contributo dell’Ue.

L’esposto cita anche la decisione di espellere le navi delle Ong dai salvataggi nel Mediterraneo. 

Credo sia un percorso iniziato tanti anni fa che ha visto progressivamente le autorità e le istituzioni dell’Italia e dell’Ue ritrarsi rispetto a precisi obblighi giuridici, che sono quelli di salvare le persone e di garantire loro il diritto alla vita, prima di qualsiasi altra questione. A fronte di questo se il ritrarsi viene seguito dall’intervento delle navi private, e poi questo privato viene esplicitamente contrastato, noi dobbiamo leggere il percorso, che origina almeno dal 2017 e culmina oggi nella discussione del decreto Salvini bis. E’ evidente che c’è la possibilità di leggere in maniera continuativa una serie di fatti che singolarmente non possono essere posti sullo stesso piano ma che complessivamente non sfuggono alla storia.

 

 

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Carenza medici in Molise. Ricciardi (Osservasalute): “L’arrivo dei militari non risolve un problema strutturale. Servono più specializzati e migliori stipendi”

Mon, 03/06/2019 - 18:06

In Molise, in regime di commissariamento della sanità da dodici anni, potrebbero arrivare medici militari nelle corsie degli ospedali per evitare la chiusura di alcuni reparti. L’idea è del commissario alla sanità Angelo Giustini: per almeno cinque mesi i medici militari specialisti sarebbero impiegati in quei reparti dove non ci sono più dottori. Di questa notizia non è per niente sorpreso Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane (nato su iniziativa dell’Istituto di sanità pubblica-Sezione di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore). “Da anni e anni – afferma al Sir – denuncio questi problemi. Ma la soluzione prospettata in Molise non è giusta. Infatti, è una soluzione emergenziale che può servire a gestire la situazione per qualche mese, ma certamente non risolve il problema strutturale di un Paese che non ha saputo fare la programmazione dei propri medici, non permettendo a un numero importante di laureati in medicina di specializzarsi. E questo perché la politica non ha messo a disposizione risorse assolutamente accessibili. Perciò, negli anni passati abbiamo prodotto circa 10mila medici l’anno, dando la possibilità a soli 6/7mila di specializzarsi e, così facendo, abbiamo incentivato l’esodo di questi ragazzi. Di fatto, troviamo i medici italiani all’estero e non nel nostro Paese”. Per Ricciardi, la colpa sta, dunque, “nell’incapacità di programmazione dei due ministeri dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e della Salute: avrebbero dovuto mettersi d’accordo su quante borse di studio finanziare e quanti posti bandire, invece è stata vista sempre come una questione teorica, senza pensare che i medici andavano in pensione e che per formare gli specialisti sono necessari dieci anni. Quanto è stato sbagliato dieci anni fa si paga ora o nel prossimo futuro”.

Retribuzioni basse. Se non piace a Ricciardi la soluzione pensata in Molise, neppure va bene quanto previsto in altre regioni “come trattenere i pensionati o immettere negli ospedali neolaureati non specializzati: come si fa a dare i pazienti in mano a giovani che stanno imparando, soprattutto nella medicina d’urgenza?

È un modo irrazionale e irresponsabile di affrontare il problema”.

In questo senso, ricorda Ricciardi, “qualcosa il Governo attuale ha fatto: rispetto alle 6.500 borse precedenti ne ha approvate 8mila. Questo significa che tra quattro anni, o cinque per la chirurgia, avremo 8mila specialisti”. E nel frattempo? “Bisogna incentivare a tornare i medici che sono andati all’estero, aumentando gli stipendi, ma non mi sembra che si stia pensando a questo, per le ovvie ragioni.

Gli stipendi dei medici italiani sono tra i peggiori in Europa.

Alla fine, quindi, un ragazzo che sta all’estero, guadagna bene, ha buone prospettive di carriera prima di tornare nel nostro Paese ci pensa due volte”. Quello del Molise non resterà un caso isolato: “Ogni giorno – avverte il direttore dell’Osservatorio – ci sarà una nuova emergenza. In Veneto per 80 posti di medici di Pronto soccorso hanno fatto domanda in tre, in Molise non ci sono gli ortopedici, per non parlare dappertutto della carenza di anestesisti, pediatri, otorinolaringoiatri, ortopedici. Mancano anche medici di Direzione sanitaria”. Il fenomeno è diffuso in tutta Italia, “ma saranno soprattutto le città o le zone del Paese più rurali e meno sviluppate a soffrire di più. Ci saranno difficoltà per quei piccoli ospedali che sono meno attrattivi per i giovani che vogliono avere la possibilità di lavorare bene e con elevata tecnologia, fermo restando che il problema dello stipendio è uguale dappertutto”.

Nel breve periodo come si risolve la carenza di medici? “La Gran Bretagna ha fatto lo stesso nostro errore negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso: per correggerlo hanno importato medici dalle zone del Commonwealth, soprattutto da Pakistan e India. Anche per noi l’unico mezzo è l’importazione, ma questo è fattibile solo se siamo attrattivi. In Gran Bretagna gli stipendi erano buoni, invece da noi vengono solo medici provenienti da nazioni dove sono pagati ancora peggio, come Moldavia, Romania e Ucraina. Anche questo flusso durerà poco perché ben presto preferiranno all’Italia Paesi dove la retribuzione è migliore, come Francia e Germania”.

Proiezioni preoccupanti. Ad aprile 2019 le proiezioni dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane (basate sui dati del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e del ministero della Salute) avevano messo in luce che

dei 56mila medici che il Servizio sanitario nazionale perderà nei prossimi 15 anni saranno rimpiazzati solo il 75%, cioè 42mila.

Questo dato si avvererà considerato l’attuale numero di posti per i corsi di laurea in medicina e chirurgia e delle scuole di specializzazione messi a bando ogni anno. Sempre secondo le proiezioni dell’Osservatorio, per rimpiazzare i 56mila medici in 15 anni saranno necessarie 13mila e 500 immatricolazioni ai corsi di laurea in medicina e 11mila posti di specializzazione.

Progressivo invecchiamento. “La riduzione del personale medico è assai preoccupante – aggiunge Ricciardi – in quanto si accompagna a un progressivo invecchiamento”. Infatti, nel 2016, quasi il 52% del personale medico ha oltre 55 anni, sale al 61% tra gli uomini, tra le donne si attesta al 38%. La dinamica temporale osservata dal 2013 al 2016 è allarmante, infatti è aumentata di quasi il 10% la quota di medici ultra sessantenni, prossimi alla pensione. “Mi aspetto che questa emergenza nazionale venga presa in carico dalla Presidenza del Consiglio, con la convocazione di un tavolo di lavoro che operi sulla base di analisi oggettive come le nostre in grado di fare proiezioni per i prossimi dieci anni per prendere le decisioni opportune: aumentare gli specializzandi e anche i posti a Medicina e chirurgia”.

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Aperti al Mab. Mons. Russo (Cei): “Chiesa apportatrice di bellezza in dialogo con il mondo contemporaneo”

Mon, 03/06/2019 - 16:30

“Aperti al Mab è la tappa di un percorso iniziato da tempo e mette in campo la straordinaria azione che da sempre caratterizza la Chiesa attraverso i propri istituti culturali – musei, archivi, biblioteche – diocesani ed ecclesiastici. La giornata odierna è un momento di incontro, confronto e dialogo; una sorta di consapevole uscita a vita pubblica di queste realtà che sempre più interagiscono tra loro con lo stile di comunione che appartiene alla Chiesa e con linguaggi nuovi e universali”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Lo dice al Sir mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei e amministratore apostolico della diocesi di Fabriano-Matelica, già direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, a margine della Giornata in corso a Roma per inaugurare l’iniziativa nazionale “Aperti al Mab. Musei Archivi Biblioteche ecclesiastici” (3-9 giugno).

Il progetto, che punta a dare risalto al ruolo centrale svolto da ogni Istituto culturale nel proprio territorio a servizio della comunità, è promosso dal suddetto Ufficio Cei insieme all’Associazione musei ecclesiastici italiani (Amei), all’Associazione archivistica ecclesiastica (Aae) e all’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani (Abei), con il patrocinio del coordinamento Mab-Italia Musei Archivi Biblioteche e in collaborazione con l’International archives day e con le Giornate nazionali dei musei ecclesiastici. Aperti al Mab, prosegue il segretario generale della Cei, “non è solo un momento di incontro e di confronto; sono state molte le attività concentratesi attraverso il Mab in un disegno comune che dice la vivacità culturale di questi istituti – 1.684 – dietro i quali ci sono persone che si occupano di questo patrimonio in modo competente e lo leggono tentando di renderlo leggibile agli uomini del nostro tempo”. Che legame hanno i beni culturali con il territorio e la comunità civile? “Un rapporto fondamentale – risponde mons. Russo –. Si tratta di migliaia di documenti, volumi, reperti, opere d’arte disseminati in tutto il Paese, risalenti spesso all’inizio del cristianesimo e che raccontano la storia della nostra nazione e della Chiesa, una storia di bellezza”. “Per me – conclude –

il Mab è la Chiesa, da sempre apportatrice di bellezza perché chi incontra Cristo incontra il bello, in dialogo con il mondo contemporaneo”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Preceduta dalla Notte dei santuari, la settimana di Aperti al Mab si chiuderà con la Lunga notte delle chiese”, spiega don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto, introducendo la sessione plenaria della Giornata. “Aperti al Mab – aggiunge – esprime attraverso iniziative, eventi e collaborazioni tra comunità la fierezza di un patrimonio che vuole mostrarsi e fare rete”. Di qui una battuta: “Le trecento iniziative registrate sulla sezione dedicata nella pagina di BeWeb non sono i muscoli del patrimonio della Chiesa, ma esprimono la volontà di

essere presenti, visibili, aprirsi sempre più tra loro e alla gente”.

Parole chiave comunicazione e narrazione, i temi dei due interventi della mattina.
E se comunicazione oggi fa rima con web, per meritare (o recuperare) fiducia nella comunicazione digitale occorre

“pensare alle nostre piattaforme in una logica di relazione, trasparenza, fiducia”

con lo sguardo attento “ai bisogni delle persone alle quali vogliamo rivolgerci”. Non ha dubbi Federico Badaloni, responsabile aree di Progettazione e grafica della divisione digitale Gruppo editoriale Gedi. Presupposto essenziale “guardare al web come a un fenomeno culturale, non tecnologico, un ambiente in cui vanno costantemente inscritti i nostri valori e che va ‘addomesticato’ e benedetto”. “Noi – avverte – comprendiamo la realtà attraverso le relazioni che siamo in grado di intessere”, perciò è essenziale “la fiducia che nasce dal dialogo”. Un dialogo fondato sulla testimonianza che richiede anzitutto “trasparenza”: nei processi di “produzione dell’informazione, nella selezione delle persone coinvolte, nella gestione dei propri errori e delle regole”. Relazione è anche “riscoprire i bisogni delle persone e delle comunità alle quali vogliamo rivolgerci”. E la parola chiave è “discernimento”.

Dalla comunicazione alla narrazione:

“La public history può restituire agli storici e alla storia un ruolo centrale nell’interpretazione della società contemporanea e costruire reti per promuovere il patrimonio culturale”,

sostiene Serge Noiret , presidente dell’Associazione italiana di public history (Aiph). Attraverso questa disciplina, spiega, “la storia si racconta e si comunica con e per ‘pubblici’ diversi”, le comunità valorizzano sul territorio “il loro patrimonio culturale” e “s’interrogano sulle loro identità collettive”. Verbo chiave, “fare”: “fare storia con e per il pubblico”, secondo i tratti caratteristici di ogni territorio per “proporre una storia utile nel presente, in grado di sviluppare una cultura civica e di partecipazione”. E questo grazie ai “public historian”, coloro che operano nelle istituzioni culturali (musei, archivi, biblioteche), nei media, nel turismo, nelle scuole, nel volontariato culturale e di promozione sociale. Ma anche “gli storici universitari” che interagiscono con pubblici esterni alla comunità accademica per fare “storia che si comunica ai cittadini”.

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Padre Riggio: dalla Romania il richiamo del Papa ai politici. “No all’odio, seminate speranza”

Mon, 03/06/2019 - 14:45

Libertà, speranza, fraternità le parole ricorrenti. No deciso alla “cultura dell’odio”, no alle “trincee”. Sì a una società inclusiva. E, ancora, giovani e famiglie in primo piano, il cammino ecumenico, la condanna del comunismo, la costruzione della “casa comune” europea. Sono innumerevoli i temi sollevati da Papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Romania, svoltosi dal 31 maggio al 2 giugno. Ne parliamo con padre Giuseppe Riggio, gesuita, caporedattore della rivista “Aggiornamenti sociali”, analista politico ed esperto di temi europei.

Padre Riggio, la prima sottolineatura al ritorno di Bergoglio dalla Romania potrebbe riguardare i momenti vissuti con i rappresentanti della Chiesa ortodossa. Il Pontefice ha affermato che l’incontro si fonda sul “pregare” e “camminare” insieme. Un messaggio, rispettoso e amichevole, che apre a nuove relazioni soprattutto nei Paesi in cui la minoranza cattolica si confronta con una Chiesa ortodossa maggioritaria?
Fin dall’inizio del suo pontificato Papa Francesco si è speso con generosità per far avanzare il dialogo fraterno con le altre confessioni cristiane. L’insistenza sull’avverbio “insieme” esprime in modo sintetico la sua visione: non c’è vero cammino se non vi è il contributo di tutti. Fare propria questa visione significa passare da una logica della contrapposizione e rivalità tra confessioni, preoccupate di preservare i propri spazi, a una logica del mutuo riconoscimento e della stima per l’originalità dell’apporto di ciascuno. Camminare, pregare, lavorare insieme con gli ortodossi diventa allora la via concreta per concentrarsi sui tanti elementi che uniscono invece che sui pochi che dividono. Un approccio di questo tipo, se assunto fino in fondo, può cambiare in modo radicale le relazioni tra cattolici e ortodossi, aprendo la strada a collaborazioni ancor più ampie e diffuse di quelle già in atto.

Numerosi i moniti di Francesco su temi a carattere storico e politico. Si pensi al “no alla cultura dell’odio, sì alla fraternità”, l’invito a edificare una “società inclusiva”, a prendersi cura dei più svantaggiati, alla richiesta di perdono alla comunità rom… Quali, a suo avviso, le preoccupazioni di fondo che traspaiono da queste parole del Papa?
Lo sguardo di Papa Francesco abbraccia tutto il mondo ed è evidente per lui che i segni della “terza guerra mondiale a pezzi” non cessano di moltiplicarsi. Sono tanti, troppi, i conflitti attualmente in corso nel mondo, il più delle volte lontani dai riflettori mediatici, che causano numerose vittime e costringono migliaia di persone a lasciare le loro case. E poi ci sono anche i conflitti di tipo sociale e ambientale, dovuti all’approfondirsi di diseguaglianze e ingiustizie all’interno della società, che sperimentiamo anche in realtà a noi vicine. Non sono conflitti immediatamente violenti, ma sono in grado di dividere una comunità nel profondo e finiscono con alimentare il senso di sfiducia nei confronti delle istituzioni, incapaci di dare una risposta alle richieste di chi paga il prezzo più alto. Da qui nasce il senso di ingiustizia che prende le forme di una rivendicazione “contro” chi riveste ruoli di responsabilità – ed è considerato all’origine della situazione attuale – e chi è visto come un concorrente minaccioso, perché appartiene a un’altra comunità ed esprime una richiesta di aiuto o invoca un diritto che possono “danneggiarmi”. Di fronte al moltiplicarsi dei conflitti e delle divisioni, il richiamo continuo di Francesco è per il dialogo e l’unità. È un dato di fatto innegabile – e anche inevitabile – che vi siano posizioni e interessi contrapposti all’interno della società o tra gli Stati, ma la ricerca di una soluzione positiva e duratura nel tempo a questi conflitti non è data dall’alimentare le divisioni, bensì dall’impegno effettivo sul piano della collaborazione e della solidarietà. Chiudere le porte non risolve i problemi di nessuno, né di chi si rinchiude nella paura di dover difendere uno spazio minacciato né di chi resta tagliato fuori e farà tutto ciò che gli è possibile per mettere al sicuro la propria vita o quella dei suoi cari.

“Il politico non deve seminare odio ma speranza”: in un’Europa attraversata da nazionalismi e nuovi muri, quale vorrebbe essere l’indicazione di Bergoglio?
Possiamo dire che con questa frase – molto forte e netta – Papa Francesco si rivolge direttamente ai politici, che per il loro ruolo di responsabilità possono e devono spendersi perché vengano meno i motivi che alimentano la divisione e la violenza della chiusura tra clan che si combattono.

Parlare di speranza significa invitare ad alzare lo sguardo,

a non concentrarsi sull’immediato, sulle urgenze dell’ultimo minuto o sulle scelte considerate più “popolari” tra i propri elettori grazie ai sondaggi. Ai politici il Papa chiede di tornare a guardare al presente della società come un bene da coltivare a beneficio di tutti, sognando in grande, immaginando quale modello di società si desidera per il domani. Seminare la speranza significa anche ridare fiducia, ricostruire la fiducia tra cittadini e classe politica, perché senza questo elemento nessuna società può pensare di avere un domani.

L’Europa torni al “sogno dei padri fondatori”: Francesco chiede di volgere lo sguardo al futuro, altrimenti “l’Europa appassisce” e invita i popoli e gli Stati del continente a lavorare insieme per la pace e il benessere dei cittadini. Un richiamo rivolto ai politici dopo le elezioni per il rinnovo dell’assemblea Ue?
Nel corso di questi anni gli interventi di Papa Francesco sono stati tra i contributi più significativi nel dibattito ancora aperto sul senso e il futuro delle istituzioni europee. Le parole pronunciate in Romania ribadiscono con forza il pensiero di Francesco ed è tanto più importante che ciò avvenga in uno dei Paesi dell’ex blocco comunista, tra gli ultimi che hanno aderito all’Unione europea. Con le elezioni di pochi giorni fa si è aperta una nuova fase nella politica europea: non è più possibile mantenere il passo che si è tenuto nell’ultimo periodo ed è importante che si affrontino dossier fino ad oggi secondari, come in campo sociale, ma ancor prima di mettere a punto nuove e più efficaci politiche, la classe dirigente a livello europeo e nazionale è chiamata a discutere insieme quale idea di Unione europea vogliamo costruire nell’immediato futuro. Ma questo lavoro non può essere fatto senza passare per la memoria del passato, riconoscendo il valore di un’intuizione che ha assicurato decenni di pace e sviluppo. Per questo il richiamo ai padri fondatori non è una mera formula, svuotata di senso a furia di ripeterla, ma esprime la forza di un progetto che è stato capace di attrarre progressivamente la maggior parte dei Paesi europei.

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Papa in Romania: un messaggio all’Europa

Mon, 03/06/2019 - 09:25

Messaggio all’Europa il viaggio di Papa Francesco in Romania, a venti anni dalla visita compiuta da san Giovanni Paolo II e a trenta anni dalla fine dei regimi dell’Est. Il prossimo 9 novembre ricorderemo la caduta del muro di Berlino, che per quasi trenta anni ha tagliato in due il vecchio continente: “dolorosa divisione” la definì nel giugno 1996 a Berlino Papa Wojtyla. Una porta murata, disse, per paura della libertà. Proprio questo termine, libertà, è una delle parole simbolo del viaggio, appena concluso, di Papa Francesco. Libertà che si coniuga con la volontà di dialogo, con la capacità di accogliere l’altro, diverso per cultura e religione; ma proprio nei suoi mille volti è la ricchezza di un popolo. Di qui l’invito, anzi la preghiera, che formula parlando ai giornalisti nell’aereo che lo riporta in Vaticano: “Ai credenti dico: pregate per l’Europa. Ai non credenti chiedo l’augurio del cuore, la buona volontà, il desiderio che l’Europa torni a essere il sogno dei padri fondatori”; i quali “desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente”, come disse nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo, il 25 novembre 2014. Ogni paese “ha una propria identità e deve custodirla”, ma il continente non deve lasciarsi “vincere da pessimismo e dalle ideologie” dei gruppetti; no a nuove frontiere, no all’Europa divisa: “impariamo dalla storia, non torniamo indietro”.

Le radici sono importanti, dice ai giovani incontrati a Iasi, perché “non siamo esseri anonimi, astratti, esseri senza volto, senza storia, senza identità”.

Le radici sono la memoria di un popolo, e la trama di un amore che unisce gli uni agli altri: quando le persone “non ameranno più, sarà davvero la fine del mondo, perché senza amore e senza Dio nessun uomo può vivere sulla terra”. È proprio Dio a dire che “il peggio viene quando non ci saranno sentieri dal vicino al vicino, quando vediamo più trincee che strade”.
In questa Europa dove nuovi muri sorgono per separare popoli, alimentati da voci che seminano paura e divisione, trenta anni dopo la fine dei regimi, Francesco chiede che cresca “la positiva collaborazione delle forze politiche, economiche, sociali e spirituali”, per “camminare insieme, camminare in unità”, per costruire il futuro del vecchio continente, “una società inclusiva, che non segua l’agenda imposta dal “dilagante potere dei centri dell’alta finanza”, protagonista del bene comune; una società dove “i più deboli, i più poveri e gli ultimi non sono visti come indesiderati, come intralci che impediscono alla ‘macchina’ di camminare, ma come cittadini, come fratelli da inserire a pieno titolo nella vita civile”.

Una società può dirsi “veramente civile” quanto più “si prende a cuore la sorte dei più svantaggiati”.

Una “società inclusiva” che non segua l’agenda imposta dal “dilagante potere dei centri dell’alta finanza”.
Allora ecco la seconda parola, messaggio ecumenico in questo viaggio: misericordia. Parola cara a Papa Francesco, che in Romania chiede di mettere da parte le divisioni per tendere a costruire l’unità. Il grido – “unitate” – che venti anni fa Giovanni Paolo II e il patriarca ortodosso Teoctist ascoltarono, torna, oggi, nelle parole di Francesco che può visitare la Transilvania: “pellegrinare significa sentirsi chiamati e spinti a camminare insieme, chiedendo al Signore la grazia di trasformare vecchi e attuali rancori e diffidenze in nuove opportunità per la comunione”; pellegrinare significa “non aver timore di mescolarsi, di incontrarci e aiutarci”; significa ancora far “prevalere la fraternità e il dialogo sulle divisioni”. Pellegrinare è “guardare non tanto quello che avrebbe potuto essere, e non è stato, ma piuttosto tutto ciò che ci aspetta e non possiamo più rimandare”.

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Pope Francis: “The worst comes when we see more trenches than roads”

Mon, 03/06/2019 - 08:47

“I ask forgiveness – in the name of the Church and of the Lord – “all those times in history when we have discriminated, mistreated or looked askance at you.” The historic “mea culpa” marked the conclusion of Pope Francis‘ 30th international journey, 30 years since the fall of the Berlin Wall and 20 years after the first-ever papal visit – by Saint John Paul II – to an Orthodox-majority country. Romania has a population of 20 million people, 80% of whom are Orthodox, and Catholicism is a minority religion, representing 7% of the faithful. Yet it breathes with two lungs, with its Latin-rite and Greek-rite Churches. Never before had a pontiff asked for forgiveness for the Roma community, whom he met in Blaj during the last leg of his journey: “Deep down we are not Christians, and not even good human beings, unless we are able to see the person before his or her actions, before our own judgments and prejudices.” Throughout the course of history humanity had to choose between Cain and Abel, between the “civilization of hate” and fraternity, between filling in trenches rather than roads, Francis said during his visit, whose landmark snapshots include the Lord’s prayer with Patriarch Daniel – individually but with a common liturgy in Latin followed by Romanian – and the beatification of seven Greek Catholic bishops who were martyred under the communist regime. Not to mention a crowd of 100 thousand people, mostly of Hungarian origin, who withstood the mud and rain in order to attend the Mass celebrated by the first Pope to visit Transylvania, in the Marian shrine of Sumuleu-Ciuc.

No more barriers and prejudice. “In Christ’s Church, there is room for everyone”, the Pope said in his address to the Roma community of Blaj, some 60 people gathered in the new church devoted to St. Andrew the Apostle and the Blessed Ioan Suciu, in the Barbu Lăutaru neighbourhood. Francis feels the burden of discrimination, segregation and ill-treatment suffered by a people too often ignored by history, even by Catholics. “Indifference breeds prejudices and fosters anger and resentment”, he said right after the “mea culpa.”

“How many times do we judge rashly, with words that sting, with attitudes that sow hatred and division! Whenever anyone is left behind, the human family cannot move forward.”

“May we not let ourselves be dragged along by the hurts we nurse within us; let there be no room for anger.” The appeal of His Holiness: “For one evil never corrects another evil, no vendetta ever satisfies an injustice, no resentment is ever good for the heart and no rejection will ever bring us closer to others.” In keeping with the motto of the visit, the invitation is “to journey together, in helping to build a more humane world, overcoming fear and suspicion, breaking down the barriers that separate us from others.”

Continue the struggle. A few hours earlier, presiding over the Divine Liturgy in the Field of Liberty in Blaj, albeit not explicitly mentioning the word “communism”, the Pope referred to the 50 years of dictatorship to which Romania was subjected. This was also the place where many Greek-Catholics were persecuted or killed in 1948 for having refused to join the Orthodox Church. Among them were the seven martyred bishops he beatified, all persecuted and imprisoned by a “dictatorial and atheistic regime.” “Continue, like these Beati, to resist these new ideologies now springing up”, his message to the Romanian people.

“Today, too, we witness the appearance of new ideologies that in a subtle way attempt to assert themselves and to uproot our peoples from their richest cultural and religious traditions”, Francis said, warning against “forms of ideological colonization that devalue the person, life, marriage and the family, with alienating proposals as atheistic as those of the past.”

Culture of encounter. “Building an inclusive society” is the task entrusted to the land that John Paul II had named “the Garden of the Mother of God.” “Only to the extent that a society is concerned for its most disadvantaged members, can it be considered truly civil”: this was the theme of Francis’ first address to public authorities in Bucharest. “We need to help one another not to yield to the seductions of a culture of hate, a culture of individualism – was his appeal during the meeting with the Permanent Synod of the Romanian Orthodox Church – that, perhaps no longer ideological as in the time of the atheist persecution, is nonetheless more persuasive and no less materialist.”

“We need to find the strength to leave the past behind us and, together, embrace the present”,

was the invitation before saying the Lord’s Prayer in the New Orthodox Cathedral in Bucharest.

“Culture of encounter” is not only the essence of ecumenism but also the focal term of the Mass in the Catholic Cathedral of Saint Joseph following the example of Mary and of “all those many women, mothers and grandmothers of these lands who, by their quiet sacrifices, devotion and self-denial, are shaping the present and preparing the way for tomorrow’s dreams.”
“Let not let ourselves be robbed of our fraternal love by those voices and hurts that provoke division and fragmentation”, the Pope said at the Marian Shrine of Sumuleu-Ciuc. We must “commit ourselves to ensuring that the stragglers of yesterday can become the protagonists of tomorrow, and that today’s protagonists do not become tomorrow’s strugglers.”

“The Evil one divides, scatters, separates; he sows discord and distrust. He wants us to live “detached” from others and from ourselves”, the Pope said during the meeting with youths and families in Iasi: “We belong to each other and our happiness is meant to make others happy. Everything else is nonsense.”

“The worst comes when we see more trenches than roads”,

was Francis’ cry of alarm.

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Papa Francesco: “Il peggio viene quando vediamo più trincee che strade”

Mon, 03/06/2019 - 08:47

“Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata”. È lo storico “mea culpa” con cui si è concluso il 30° viaggio internazionale di Papa Francesco, a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino e 20 anni dopo la visita del primo papa – San Giovanni Paolo II – in un Paese a maggioranza ortodossa: la Romania, dove vivono 20 milioni di persone, di cui l’80% ortodossi, e il cattolicesimo è religione di minoranza, con il 7% dei fedeli, ma respira a due polmoni, con la Chiesa di rito latino e quella di rito greco. Non era mai accaduto prima che un pontefice chiedesse perdono per la comunità rom, incontrata a Blaj durante l’ultima tappa del viaggio: “Non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi”. Lungo la storia, l’umanità si trova sempre di fronte a un bivio: scegliere tra Caino e Abele, tra la “cultura dell’odio” e la fraternità, tra l’alzare trincee e il costruire strade, ha detto Francesco nelle altre tappe del viaggio, che annovera tra le istantanee da conservare il Padre Nostro recitato fianco a fianco al patriarca Daniel – singolarmente ma in una liturgia comune, prima in latino e poi in romeno – e la beatificazione di sette vescovi martiri greco-cattolici vittime del regime comunista. Senza dimenticare la folla di 100mila persone, in maggioranza di origine ungherese, che hanno sfidato il fango e la pioggia pur di assistere alla Messa celebrata dal primo papa a raggiungere la Transilvania, nel santuario mariano di Sumuleu-Ciuc.

Mai più barriere e pregiudizi. “Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti”. Sono le parole di saluto con cui il Papa si rivolge alla comunità rom di Blaj, circa 60 persone radunata nella nuova chiesa dedicata a S. Andrea Apostolo e al Beato Ioan Suciu, nel quartiere Barbu Lăutaru. Francesco sente su di sé il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti da un popolo troppe volte negletto dalla storia, anche dai cattolici. “È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori”, dice subito dopo il suo “mea culpa”:

“Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina”.

“Non lasciamoci trascinare dai livori che ci covano dentro: niente rancori”, la proposta: “Perché nessun male sistema un altro male, nessuna vendetta soddisfa un’ingiustizia, nessun risentimento fa bene al cuore, nessuna chiusura avvicina”. Sulla scorta del motto del viaggio, l’invito è “a camminare insieme, nella costruzione di un mondo più umano andando oltre le paure e i sospetti, lasciando cadere le barriere che ci separano dagli altri”.

Continuare a lottare. Poche ore prima, presiedendo la Divina Liturgia nel Campo della Libertà di Blaj, pur senza usare la parola “comunismo” il Papa ha fatto riferimento ai 50 anni di dittatura a cui è stata sottoposta la Romania. E lo ha fatto proprio nello stesso luogo dove tanti greco-cattolici furono perseguitati o uccisi nel 1948 per aver rifiutato di entrare a far parte della Chiesa ortodossa. Tra di loro, anche i sette vescovi martiri che ha beatificato, tutti perseguitati e incarcerati dal “regime dittatoriale e ateo”. “Continuare a lottare, come questi Beati, contro queste nuove ideologie che sorgono”, la consegna al popolo romeno.

“Anche oggi riappaiono nuove ideologie che, in maniera sottile, cercano di imporsi e di sradicare la nostra gente dalle sue più ricche tradizioni culturali e religiose”, la tesi di Francesco, che cita le “colonizzazioni ideologiche che disprezzano il valore della persona, della vita, del matrimonio e della famiglia, con proposte alienanti, ugualmente atee come nel passato”.

Cultura dell’incontro. “Costruire una società inclusiva”, il compito affidato fin dall’inizio alla terra che Giovanni Paolo II aveva battezzato “il giardino della Madre di Dio”. “Quanto più una società si prende a cuore la sorte dei più svantaggiati, tanto più può dirsi veramente civile”, il tema del primo discorso di Francesco, rivolto da Bucarest alle autorità. “Abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una ‘cultura dell’odio’ e individualista – l’appello lanciato durante l’incontro con il Sinodo permanente della Chiesa ortodossa romena – che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno materialista”.

“Dobbiamo trovare la forza di lasciarci alle spalle il passato e di abbracciare insieme il presente”,

l’invito prima della recita del Padre Nostro nella nuova cattedrale ortodossa di Bucarest.

E la “cultura dell’incontro”, oltre che la cifra dell’’ecumenismo, è anche la parola-chiave della Messa nella cattedrale cattolica di San Giuseppe, sull’esempio di Maria e delle “tante donne, madri e nonne di queste terre che, con sacrificio e nascondimento, abnegazione e impegno, plasmano il presente e tessono i sogni del domani”.

“Non lasciamoci rubare la fraternità dalle voci e dalle ferite che alimentano la divisione e la frammentazione”, dice il Papa dal Santuario mariano di Sumuleu-Ciuc. Dobbiamo “lottare perché quelli che ieri erano rimasti indietro diventino i protagonisti del domani, e i protagonisti di oggi non siano lasciati indietro domani”.

“Il maligno divide, disperde, separa e crea discordia, semina diffidenza”, il monito durante l’incontro con i giovani e le famiglie, a Iasi: “Noi apparteniamo gli uni agli altri e la felicità personale passa dal rendere felici gli altri. Tutto il resto sono favole”.

“Il peggio viene quando vediamo più trincee che strade”,

il grido d’allarme di Francesco.

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Cooperazione. Bartolo (Global Health Telemedicine Onlus): “La telemedicina sta rivoluzionando la sanità in Africa”

Sat, 01/06/2019 - 20:03

“La telemedicina sta già rivoluzionando la cooperazione sanitaria in Africa e i margini di sviluppo sono ancora amplissimi”. A dirlo è il dottor Michelangelo Bartolo, angiologo dell’ospedale San Giovanni di Roma, scrittore e segretario generale di Global Health Telemedicine Onlus. Con la sua associazione, nata dall’esperienza del programma Dream di Sant’Egidio e poi divenuta una realtà autonoma, ha installato centri di telemedicina in almeno 12 Paesi, non solo in Africa, ed è appena tornato dalla missione in Zambia finanziata dall’attore Max Giusti.
“Ho conosciuto Max Giusti a una presentazione del mio romanzo – racconta al Sir –. Si è offerto spontaneamente di finanziare un centro di telemedicina e gli siamo grati per questo. Ci ha promesso che prima verrà con noi a visitare il centro in Zambia e saremmo davvero felici di mostrargli il lavoro svolto con il suo contributo”.

Ma di cosa si occupa Ght Onlus? “In molti centri sanitari africani non ci sono medici specializzati, spesso neanche medici veri e propri – spiega ancora Bartolo –. Installando un centro di telemedicina, un infermiere può richiedere un teleconsulto specialistico semplicemente caricando un esame sulla nostra piattaforma”.

A quel punto il sistema smista la richiesta secondo la specializzazione, la lingua e l’urgenza. I medici iscritti al portale di Ght Onlus ricevono un alert via mail o sms, si collegano e consultano gli esiti dell’esame. In poco tempo l’infermiere riceverà la sua diagnosi. “Noi la chiamiamo sanità a chilometro zero – continua il medico –. Un modo intelligente di aiutarli anche “a casa loro”. I vantaggi sono evidenti e i costi contenuti”.
In pochi anni Ght Onlus ha fornito più di 10mila teleconsulti gratuiti in 20 specializzazioni differenti. La piattaforma è modulabile e si adatta a diversi contesti di intervento. È in grado di operare anche in modalità offline, per rispondere anche alle esigenze di centri non adeguatamente serviti dalla connessione a internet.
L’associazione opera grazie al sostegno dei suoi donatori, a cui si aggiunge il contributo del 5 per mille e i proventi dei diritti d’autore dei libri del dottor Bartolo. L’ultimo romanzo, L’Afrique c’est chic, ha da poco raggiunto la quarta ristampa. Pubblicato a fine 2018 da Infinito edizioni ha già ricevuto numerosi riconoscimenti e può vantare la prefazione di Roberto Gervaso e una nota di Andrea Camilleri.

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Parlamento Ue: nelle prossime tappe le “liturgie” della democrazia europea

Sat, 01/06/2019 - 13:36

Gli eurodeputati eletti con il voto del 23-26 maggio siederanno per la prima volta in sessione plenaria, a Strasburgo, martedì 2 luglio alle ore 10. Da quel preciso istante saranno eurodeputati a pieno titolo. A decidere la data dell’insediamento del nuovo Parlamento è l’articolo 229, primo comma, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, là dove afferma che “il Parlamento si riunisce di pieno diritto il primo martedì successivo alla scadenza del termine di un mese” dalle elezioni.

I gruppi politici. Prima del 2 luglio però sono da definire una serie di incombenze. Innanzitutto deve essere chiarita la composizione dei gruppi politici: i singoli partiti nazionali devono dichiarare a quale famiglia politica vogliono appartenere (o se ne vogliono far nascere di nuove). Le trattative sono cominciate il giorno dopo le elezioni. Un gruppo politico deve essere composto da almeno 25 deputati europei, provenienti da almeno 7 Paesi, che abbiamo “affinità politica”. La composizione dei gruppi deve essere stabilita entro il 1° luglio prossimo (anche se si potranno creare gruppi politici in ogni momento nel corso della legislatura). Nella passata legislatura ve n’erano 8: Partito popolare europeo (Ppe), Alleanza progressista di socialisti e democratici (S&D), Conservatori e riformisti europei, (Ecr), Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa (Alde), Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (Eul/Ngl), Verdi/Alleanza libera europea, Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd) ed Europa delle nazioni e della libertà (Enf). I deputati che non si riconoscono in alcun gruppo siedono in emiciclo come “non iscritti”. Appartenere a un gruppo ha il vantaggio di avere diritto a sovvenzioni per le spese di segreteria e alla disponibilità di funzionari del Parlamento. Soprattutto l’appartenenza ai principali gruppi (quelli con il maggior numero di deputati iscritti) assegna più peso politico nelle commissioni parlamentari e nel corso dei lavori della plenaria (compresi i tempi di parola in emiciclo).

La prima plenaria. In queste settimane dovrà anche avvenire la scelta dei candidati alla presidenza del Parlamento: solitamente ciascuno gruppo politico propone un proprio candidato, ma bastano 38 deputati per presentare un nome (la cosiddetta “soglia minima” che corrisponde a un ventesimo degli eletti sui 751 eurodeputati totali). Antonio Tajani, presidente uscente ma rieletto, avrà il compito di aprire i lavori della sessione di luglio. Dopo che ciascun candidato avrà usato i tre minuti a sua disposizione per presentarsi, si svolgerà l’elezione a scrutinio segreto, con tanto di schede, urna e otto scrutatori, scelti a sorte tra i deputati. Per essere eletto, un candidato deve ottenere la maggioranza assoluta dei voti validi espressi, ossia il 50% più uno (le schede bianche o nulle non vengono conteggiate per il calcolo della maggioranza richiesta). Se al terzo scrutinio non viene eletto nessuno, i due candidati con il punteggio più alto di quel turno passano al quarto scrutinio: vincerà chi riceverà il maggior numero di voti. Il neoeletto assumerà quindi la presidenza dell’assemblea.

Ufficio di presidenza. Come secondo atto del nuovo Parlamento, avverrà l’elezione dei 14 vicepresidenti e dei 5 questori (incaricati di sovrintendere a una serie compiti amministrativi e finanziari che riguardano i deputati, l’esercizio delle loro funzioni e le sedi). L’ufficio di presidenza, composto da tutte queste persone più il presidente, resterà in carica due anni e mezzo. Terzo atto della sessione di luglio riguarderà le 20 commissioni parlamentari, ambito in cui vengono preparate le proposte legislative che poi il Parlamento vota in plenaria. A decidere in quale commissione sarà ciascun eurodeputato spetta invece ai singoli gruppi politici, mentre i presidenti e vicepresidenti delle commissioni saranno eletti a Bruxelles a partire dall’8 luglio, nella prima riunione di ciascuna commissione. La seconda plenaria del nuovo Parlamento è già fissata al 15-18 luglio. Tra i primi compiti dell’Europarlamento figura l’elezione del presidente della Commissione europea (su proposta del Consiglio europeo) e dell’intero collegio. Ma queste operazioni si terranno dopo la pausa estiva: la nuova Commissione entrerà infatti in funzione con il 1° novembre.

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Pro-vocati dal Vangelo. Essere profeti oggi

Sat, 01/06/2019 - 10:00

Ci muoviamo in questo tempo con un certo imbarazzo, mentre fatichiamo a chiamare con il proprio nome il disagio che proviamo: spesso attribuiamo agli altri la causa del nostro malessere. Sembra che anche noi cristiani abbiamo perso il senso della nostra vita, la meta da raggiungere. Brancoliamo, a volte, nel buio per cercare il benessere e la felicità e non ci rendiamo conto di aver smarrito la strada del Vangelo, abbandonando l’amore di prima (cfr. Ap 2,4) verso il Signore.

Quando pensiamo che per essere cristiani basta sapere tante cose su Dio, senza rimanere in contatto con il suo Spirito che anima la nostra esistenza, rischiamo di trasformare la nostra vita cristiana in una difesa ideologica, distante dalla realtà o in uno spiritualismo, lontano da Dio e dalle persone. Se, infatti, non viviamo di fede che si nutre della Parola e dell’ascolto della voce di Dio, lasciamo morire in noi, giorno dopo giorno, la vita secondo lo Spirito: scivoliamo verso una vuota religiosità, senza testimoniare un’esistenza incarnata, che fa vedere il Risorto nella ferialità esistenziale.

Oggi siamo chiamati ad essere incisivi nella storia, perciò abbiamo bisogno di rivisitare il nostro cammino di fede, per non lasciarci trasportare dal torrente in piena del momento o trascinare dalla voce del più forte, che tenta di rendere insignificante anche la Parola di Dio.

Siamo invitati da Gesù a camminare sulle acque con fede, rimanendo ancorati a Lui. È la relazione con Cristo, infatti, che unifica profondamente la persona, che dà la forza e il coraggio di seguire le sue orme, anche nelle difficoltà, che fa essere segno efficace della Sua presenza. È il Risorto che sprona, invia, rende sensibili e lungimiranti, dona il cuore di carne, fa scegliere secondo Dio, per il bene non solo personale ma anche comune, permette di essere aderenti alla realtà, interpretare la vita reale illuminati da Cristo e dal Vangelo. Chi ha il cuore abitato da Dio vede, ascolta, interpreta, discerne, agisce come Gesù. Il cristiano che, per amore, permette a Dio di operare sempre nella sua vita, è chiamato a diventare un inviato dello Spirito, non solo nelle grandi occasioni, ma nella ferialità di ogni giorno, a lavorare in rete e in sinergia con gli altri.

Dove fondiamo le nostre scelte? Come coniughiamo il nostro operare con il Vangelo? Da che cosa capiamo che stiamo agendo secondo Dio?

Il mondo oggi ha bisogno di profeti che consentono al Signore di manifestare, attraverso di loro, la Sua prossimità agli uomini e alle donne del nostro tempo, attraverso la cura delle persone, la tenerezza soprattutto verso coloro che si trovano ai margini dell’esistenza. Urge, perciò, la presenza di profeti che non blaterano a nome proprio e non cercano il protagonismo, ma che siano canali di trasmissione della vita di Dio nella quotidianità, attraverso la testimonianza della carità. Dio continua ad interpellare ogni battezzato per essere, nella fedeltà, un autentico profeta tra la gente con atteggiamenti di accoglienza, di gratuità, di ascolto, di rispetto, di condivisione, di solidarietà. Non basta conoscere cerebralmente il Vangelo, occorre tradurlo in scelte coerenti e concrete per il bene dell’umanità.

Che cosa significa per noi l’esperienza di Gesù, che condivideva personalmente la sofferenza umana di coloro che incontrava, con gesti, sentimenti, emozioni, concretezza di vita? Quale incidenza ha il suo esempio sulla nostra vita?

In quale luogo siamo chiamati ad essere oggi autentici testimoni di Gesù Cristo nella carità? Come riconosciamo la presenza di Dio laddove viviamo e in che modo aiutiamo gli altri a vedere il Signore risorto nella vita di tutti i giorni? La nostra esistenza quotidiana rimanda alla prossimità di Dio? Siamo portatori della pace donata da Cristo tra gli uomini e le donne di oggi, come i profeti? Dove troviamo il coraggio di denunciare le ingiustizie, come Gesù? In che modo ci stiamo liberando di tutto, per vivere solo secondo il Vangelo?

Come cristiani non possiamo più stare a guardare la storia che passa. È giunto il tempo di lasciare i nostri luoghi protetti, per addentrarci nei sobborghi dei poveri spesso tanto intrisi di umanità, per imparare dagli abbandonati della società la vita autentica che viene da Dio.
E noi come stiamo vivendo da profeti nella storia, in opere e parole, come Gesù?

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Giornata comunicazioni sociali. Siamo tutti coinvolti!

Sat, 01/06/2019 - 09:47

Una Rete per unire, non dividere

A volte c’è bisogno che qualcuno ce le indichi, le cose, per vederle. Anche quando sono sotto i nostri occhi. Anche quando ci siamo dentro. Perché a volte il nostro sguardo è corto, non riesce ad alzarsi. In fondo è questo ciò che ci trasmette papa Francesco con il suo Messaggio per la 53ª Giornata mondiale per le comunicazioni sociali.

Con una pazienza che sfida il paradigma contemporaneo dell’impazienza, Francesco ci riporta all’inizio di una storia personale, la nostra; e all’inizio di una storia comune, quella delle comunicazioni sociali nell’era della Rete; per evitare il rischio che entrambe si perdano, e vadano in frantumi.

“Siamo membra gli uni degli altri” non è un modo di dire. È la verità di quello che siamo anche se troppo spesso lo rinneghiamo. Questa è poi la costante tentazione dell’uomo, spezzare ciò che ci fa allo stesso tempo unici e parte di un tutto, illuderci di poter separare il nostro destino da quello degli altri; e anche il proprio intelletto dalla propria anima. Davvero la divisione è il paradosso del nostro tempo. Così connesso e denso di solitudini. Fondato sulla comunicazione e vittima dell’incomunicabilità.

Potremmo dire forse, come Charles Dickens, che siamo nel migliore e nel peggiore di tutti i tempi. Nell’era della saggezza e della stoltezza. Un’era che rischia di smarrire anche il senso stesso delle parole. La Rete serve per connettere, per mettere in relazione. Comunicare significa cercare, ostinatamente anche, una relazione. A volte la contemporaneità appare rassegnata a vivere di surrogati. O di nostalgie. Soggiogata dall’idea che ciò che è giusto non sia possibile. Così sembra invocare il dialogo, ma poi si appaga, anche in Rete, del monologo. Dichiara volere la verità, ma poi insegue (quasi reclama) promesse bugiarde in cui poi crede.

Come ha scritto il Papa nella sua ultima Esortazione apostolica, Gaudete et exsultate, oggi è possibile navigare su due o tre schermi contemporaneamente, e interagire in diversi scenari virtuali. Ma senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento. Tutto questo – ha affermato papa Francesco – sfida il mondo della comunicazione a percorrere la via lunga della comprensione, invece di quella breve che presenta le singole persone come se fossero in grado di risolvere tutti i problemi, o al contrario come capri espiatori, su cui scaricare ogni responsabilità. Correre subito alla soluzione, senza concedersi la fatica di rappresentare la complessità della vita reale, è un errore frequente dentro una comunicazione sempre più veloce e poco riflessiva.
Questa è la nostra frontiera, di cristiani, di comunicatori. Questa la nostra responsabilità. La nostra missione. Un giorno, i nostri figli, i nostri nipoti, potrebbero chiederci «ma voi dove eravate?». Se non vediamo dove siamo, rischiamo di essere ciechi guidati da altri ciechi, che anziché costruirlo – il futuro – lo minano. Di fronte a chi semina divisione, di fronte a chi ritiene che si combatta la inciviltà diventando incivili, l’unica risposta possibile è quella che ci fa ripartire dall’inizio.

Siamo membra gli uni degli altri. La Rete è nata per unire, non dividere. Per condividere il bene, il bello, la conoscenza, non il male, il brutto, la falsa conoscenza. Sulla tomba, di don Lorenzo Milani il Papa ha ricordato agli uomini di oggi, divisi e confusi, una delle sue massime più celebri: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia».

Quella che apparentemente può sembrare solo una questione di parole – network, comunità – è dunque in realtà la questione centrale del nostro tempo, così veloce e confuso, unito e frammentato, spavaldo e spaventato. È una questione che riguarda ognuno di noi, come persona; e tutti noi come genere umano. Riguarda il rapporto fra l’uomo (tutto intero, in carne e ossa, anima e corpo) e la tecnologia; il modo in cui la tecnologia cambia (perché lo cambia) il rapporto fra gli uomini; e dunque in sostanza la nostra natura.

Ma riguarda anche la tecnologia, la Rete, che da mera infrastruttura tecnologica è divenuta (o almeno così ci appare) l’ambiente delle nostre vite, il mondo che abitiamo, persino una estensione di noi stessi (della nostra memoria, della nostra cultura, della nostra conoscenza). Un luogo, dunque, che come tutti i luoghi, può essere magnifico o terribile. Un luogo che però, diversamente da altri luoghi, ha la possibilità di assumere forme diverse, di camuffarsi, di mangiarsi la nostra anima con l’alibi perfetto di volerla al contrario esaltare.

Se lo spazio del comunicare diventa la realtà invece di limitarsi a rappresentarla, il rischio è che la chiacchera si sostituisca alla verità, e l’identità individuale sia schiacciata da quella collettiva, fragile, feroce, mutevole.

Davvero sta a noi non assecondare una deriva che trasformerebbe la Rete in quel che essa per sua natura non è (non necessariamente almeno) e non era quando è stata immaginata ed è poi nata. Il progetto non era quello di un luogo dove più ci si addentra più aumenta il rischio di perdere l’orientamento, anche la coscienza di sé, la propria unicità, la propria identità personale; e di rimanere intrappolati in scatole chiuse, in un gioco che può finire con l’annullare ogni relazione vera, ogni dialogo sincero, ogni capacità di comprensione. Ciò che mosse Timothy John Berners-Lee e Robert Cailliau fu esattamente il contrario. Aprire e non chiudere. Unire non dividere. Sta a ognuno di noi dimostrare che questo è possibile e testimoniare – anche in Rete – la bellezza del sentirsi un’unica comunità.

Sta a noi restituire alla Rete il suo significato più bello, e più legato alla natura dell’uomo: la bellezza dell’incontro, del dialogo, della conoscenza, della relazione, della condivisione. Questa è l’anima del Messaggio del Papa. Una chiamata alla responsabilità sul futuro della Rete, il nostro nuovo mondo digitale. Che da un lato distrugge ogni alibi (non sapevo, non ricordavo) dall’altro costruisce alibi perfetti, spaccia l’autentica menzogna per obiettiva verità, insegue fantasmi che costruisce instancabile. Che da un lato riscatta le periferie dalla loro marginalità (nella Rete non c’è centro e non c’è periferia; ogni nodo è il centro); dall’altro rischia di ridurre tutto ad un “non luogo” dove lo spazio, e il tempo, sono annullati; dove la parola è disincarnata, volubile, inconsapevole; e le relazioni sono fragili; la democrazia vulnerabile; la radicalizzazione violenta una tentazione facile, nutrita da identità fondate sulla negazione dell’altro, sulla gogna astiosa.

Pollice pro, pollice verso. Game on, game over. Questa sembra la regola binaria che fa della Rete qualcosa di potente e terribile. Capace di dare una tribuna a chiunque, ma anche di produrre maggioranze feroci e minoranze fanatiche. Capace di unire, ma anche di scavare divisioni profonde. Trasparente, ma anche opaca. Custode della verità, ma anche amplificatore della menzogna. Nel suo futuro c’è il male e c’è il bene, e c’è la scelta fra il bene e il male. Che sta a noi. E qui è la sfida della nostra capacità di testimoniare la verità e la bellezza dell’essere membra gli uni degli altri. Nella Rete. E nel mondo fisico. Che insieme fanno il nostro mondo.

Oltre il paradigma tecnocratico

Un tempo le informazioni erano limitate e la comunicazione avveniva attraverso l’interpretazione delle poche informazioni di cui si era in possesso. Sia a livello personale che globale. Oggi noi siamo in possesso di una quantità smisurata di informazioni (non sempre vere) e di interpretazioni che a loro volta possono essere (volutamente o no) false. Spesso le opinioni fanno a meno dei fatti.

I big data e l’incrocio dei dati hanno sacrificato qualsiasi privacy. Il web viene ridotto al dualismo feroce che ne costituisce forse il Dna, ma che non ne esprime la bellezza, la complessità, la positività. Per questo il Papa ci invita a uscire dal gioco di specchi del narcisismo auto-contemplativo e della ostilità preconcetta verso chi non ci appare esattamente uguale a noi.

Francesco ci ricorda che la comunicazione si realizza solo nella realtà, accettando la realtà, incontrando la realtà, incontrandosi nella realtà. E ci dice anche quanto sia facile costruire e divulgare false convinzioni sulla base di false rappresentazioni della realtà. Di qui la necessità (per saper vedere) di aprirsi al dialogo, all’ascolto. Si può usare la comunicazione per unire, oppure per dividere. Ci si può accontentare della connessione, che spesso però divide con l’alibi di unire; oppure si può cercare la comunicazione vera. Ci si può accontentare del paradigma tecnocratico, o si può cercare di costruire proprio attraverso la comunicazione un mondo più a misura d’uomo; rompendo l’isolamento che paradossalmente si nutre di una connessione sterile, spogliata della comprensione, della solidarietà, dell’aiuto reciproco.

Le reti – ci ha ricordato il Papa a Panama, alla 34a Giornata mondiale della gioventù – servono a creare contatti, ma da sole non hanno radici. Non sono in grado di darci appartenenza, di farci sentire parte di uno stesso popolo. E senza questo comune sentire tutto il nostro parlare, riunirci, incontrarci, scrivere, sarà segno di una cosa a metà, di una fede a metà.

Solo in un dialogo non sradicato si afferma la verità. Non per imposizione. Ma per riconoscimento del fatto che essa non è una convinzione. Solo la menzogna teme il dialogo, e dunque lo impedisce, divide. Il dialogo non può essere mai relativismo, ma logos da condividere, ragione per servire nell’amore e costruire insieme una realtà liberatrice. In questa dinamica, il dialogo svela la verità e la verità si nutre del dialogo.

Papa Francesco ci invita dunque a domandarci costantemente cosa mettiamo in rete, cosa mettiamo in circolo; ci spinge a interrogarci: la nostra comunicazione semina un futuro felice di comunione o un futuro tragico di scontri e contrasti tra figli di Dio?

Nel suo discorso indirizzato ai giornalisti dopo la sua elezione, il Papa diceva: «Il vostro lavoro […] comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; […] la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza […]. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza».

Ancora da cardinale, nel suo discorso al Terzo Congresso dei comunicatori cattolici tenutosi a Buenos Aires nel 2002, Jorge Maria Bergoglio affermava: «Bene, verità e bellezza sono inseparabili al momento della comunicazione tra noi. Inseparabili nella loro presenza e nella loro assenza. E in questo ultimo caso il bene non sarà bene, la verità non sarà verità, la bellezza non sarà bellezza. […] Quando le immagini, o le informazioni, hanno il solo scopo di indurre al consumo, o di manipolare le persone, ci troviamo di fronte ad una aggressione, ad un agguato».

Approssimarsi alla verità – spiegava sempre il card. Bergoglio – è possibile solo facendosi prossimo all’altro. Ma ci si può approssimare bene o male. Si può scegliere di adottare una etica ed una estetica costruttive: oppure una etica e una estetica distruttive. In ogni caso, chi ha a cuore la verità è sempre attento (proprio per diffonderla) alle reazioni di chi riceve le informazioni, tenta di stabilire un dialogo, ascolta i diversi punti di vista. Non si accontenta mai di stereotipi. Papa Francesco lo ha ribadito anche a Panama nel 2019.

La compassione è un passaggio obbligato, un momento centrale, per comprendere. Patire con che è il contrario esatto del dividersi da. «Mi preoccupa – ha sottolineato – come la compassione abbia perso la sua centralità. […] Anche nei mezzi di comunicazione cattolici, la compassione non c’è. C’è lo scisma, la condanna, la cattiveria, […] la denuncia dell’eresia … Che non si perda nella nostra Chiesa la compassione».

Davvero, i mezzi di comunicazione ci sfidano, ogni giorno, alla scelta (binaria anche essa) tra il bene e il male. Sta a ognuno di noi, come singoli, e come gruppi, scegliere. Ogni volta verso dove tendere. Sta a ognuno di noi esercitare nel giornalismo come in tutto ciò che condividiamo sui social, l’arte di vedere prima di raccontare. Di comprendere prima di riassumere. Questo è il nostro compito.

Anche su questo il Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni ha una radice lontana nel pensiero di Jorge Mario Bergoglio, che nel 2006 in un discorso all’Associazione della Stampa Argentina affermava: «La comunicazione, vista come spazio comunitario per cercare la verità, favorisce il bene della comunità e aiuta ad evitare attacchi. Si muove tra i conflitti e le situazioni più difficili senza aggiungere drammi e incomprensioni, con rispetto per le persone e le istituzioni. Non si cerca la verità per dividere, contrapporre, attaccare, squalificare, disgregare. Anche nelle situazioni più conflittuali e dolorose c’è un fondo di bene da recuperare e la verità può guidarci verso il bene, perché una verità non buona è, in definitiva, una bontà non vera».

La capacità di lasciarci sorprendere da Dio

Rimane, certo, il problema del male. Il mistero del male. In che modo il racconto della realtà, così intrisa anche di male, può contribuire a far crescere il bene? Innanzitutto attraverso la consapevolezza che il male c’è. E va scoperto per essere combattuto. La realtà non può essere ignorata, nemmeno quando può far male. Va guardata. Compresa. E riscattata da uno sguardo vero. Senza paura.

Sempre a Panama, il Papa ha usato un’immagine paradossale, che però esprime appieno il paradosso cristiano, per spiegare il mistero di questo sguardo, e della sua capacità di spiegarsi e spiegare il mondo proprio attraverso la comunicazione. Lo ha fatto dicendo che non dobbiamo mai perdere la capacità di lasciarci sorprendere da Dio, lì dove siamo. Come è accaduto a Maria, influencer di Dio che, senza bisogno delle reti sociali, è la donna che ha avuto maggiore influenza nella storia.

Lasciarsi sorprendere è esattamente il contrario di pensare di sapere già tutto, di etichettare tutto. Essere influencer nel XXI secolo – ha sottolineato il Papa – significa essere custodi delle radici, custodi di tutto ciò che impedisce alla nostra vita di divenire gassosa ed evaporare nel nulla. Custodi di tutto ciò che ci permette di diventare davvero parte gli uni degli altri. E di ricondurre tutto a unità nella verità e nella bellezza originaria delle nostre vite.

Incontrarsi, parlarsi, guardarsi negli occhi è fondamentale per riscoprire la bellezza di essere una cosa sola. In sostanza, dobbiamo prenderci sulle spalle il peso della nostra parte di responsabilità, consapevoli di quanto la Rete abbia reso visibile il nostro essere membra gli uni degli altri. Se guardiamo ai paradigmi del nostro tempo, riscoprire questa verità significa:

  • reagire all’idea che tutto si possa ricondurre ad un dualismo feroce (mi piace-non piace, amico-nemico, ti scrivo-ti cancello) che riduce la vita ad un gioco;
  • ricondurre alla realtà le persone intrappolate in questo circolo vizioso;
  • non pensare che l’intelligenza artificiale possa sostituire la responsabilità personale;
  • non sostituire con il sentimento collettivo il sentimento che nasce dall’incontro;
  • superare il paradosso della incomunicabilità diffusa nella società della comunicazione, riconnettendo comunicazione e comunità;
  • abbandonare un linguaggio vanitoso e irresponsabile che si esalta nel brivido della violenza, anche solo verbale, costruita in arene sempre meno virtuali, sostituendolo con linguaggio sobrio, schietto, che si compie nella capacità di farsi carico dell’altro.

E significa passare: da uno schema che divide sempre fra noi e gli altri alla consapevolezza di ciò che ci unisce; dal frettoloso rifugio nelle risposte facili, alla capacità paziente di porsi le domande ultime; dalla superficiale ricerca di capri espiatori o di salvatori della patria alla via lunga della comprensione della complessità del reale; dalla esibizione cinica del dolore alla capacità di entrarci dentro con rispetto, discrezione, partecipazione, per condividerlo, per riscattarlo, trasfigurarlo.

Se comunicare significa saper vedere e raccontare la verità, la beatitudine che sfida i comunicatori – così orgogliosamente convinti che la purezza sia la caratteristica degli ingenui – è proprio quella dei Beati i puri di cuore perché vedranno Dio che – come svela Maria nel Magnificat – «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore».

Riscoprirsi membra gli uni degli altri significa recuperare la capacità di guardare negli occhi e lasciarsi interrogare in ogni momento – come suggerisce il Papa – dagli uomini in carne e ossa. Non dai concetti o dai pregiudizi ma dagli occhi di chi è uguale a noi.

L’era delle Rete ci dice che il mondo della comunicazione non è più, se mai lo è stato, un mondo a parte, fatto di professionisti, giornalisti, mediatori. È il nostro mondo. È il mondo degli uomini. Se saranno i miliardi di fruitori della Rete a esigere per se stessi e per tutti un futuro caratterizzato dalla condivisione della regola di base che tutti ci unisce, allora la Rete saprà farci riscoprire come membra gli uni degli altri. Altrimenti, pensando di ritrovarci fra uguali, più uguali di altri, finiremo con il perderci.

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Giornata comunicazioni sociali. Quando la Rete è una risorsa per incontrarsi

Sat, 01/06/2019 - 09:45

«Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre sé stessi per entrare in rapporto con gli altri». A distanza di dieci anni, questa chiave di lettura di Benedetto XVI è ripresa da Francesco nel Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra domenica 2 giugno: «Vorrei invitarvi a riflettere sul fondamento e l’importanza del nostro essere-in-relazione e a riscoprire, nella vastità delle sfide dell’attuale contesto comunicativo, il desiderio dell’uomo che non vuole rimanere nella propria solitudine».

Il tema trova sintonia anche in parole del Presidente della Repubblica: «Quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni da parte di tanti esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. Significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa “pensarsi” dentro un futuro comune. Significa responsabilità…». Non che sia scontato o facile. Sono, infatti, molti i segni che parlano di insofferenza e sfilacciamento del tessuto sociale. Al riguardo, Nando Pagnoncelli fotografa il Paese con l’immagine delle “comunità difensive”: rispetto a un mondo percepito come caotico se non ostile, ci si chiude all’interno di cerchi ristretti, di gusci protettivi, in aggregazioni rassicuranti. In rete il fenomeno è ancor più evidente, per cui – come osserva il Papa – «le community spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono attorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli». La rete rimane risorsa, «possibilità straordinaria di accesso al sapere» e «fonte di conoscenze e di relazioni un tempo impensabili». Al contempo, si rivela come «uno dei luoghi più esposti alla disinformazione e alla distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali».

La fragilità dei legami sociali si riflette in un processo di individualizzazione, che plasma personalità attente a ricorrere agli altri soprattutto per rafforzare il senso di sé. È l’era biomediatica, caratterizzata dalla condivisione in tempo reale delle biografie individuali, dallo storytelling di sé stessi.

«L’ispessirsi delle lenti soggettive con cui si giudica la realtà», osserva Giovanni Orsina, «moltiplica le visioni del mondo, ma ne rende difficile se non impossibile la ricomposizione, e fa delle urgenze psicologiche personali il principale criterio di valutazione e d’azione della sfera pubblica». Vengono a mancare una narrazione e un’interpretazione condivise dei fatti. La stessa libertà può finire intrappolata: non a caso, nel Messaggio, Francesco parla di “eremiti sociali”.

L’immagine ci consegna un tratto distintivo di questa stagione, che ci vede un po’ tutti ricurvi sui nostri schermi digitali, fino a diventare patologico quando isola, divenendo alibi per rifuggire il confronto.

Beninteso: se «quella che dovrebbe essere una finestra sul mondo diventa una vetrina in cui esibire il proprio narcisismo», tale risultato non è il frutto velenoso della rete, ma di un processo culturale che nella rete trova un’incredibile possibilità di sviluppo e propagazione. Nel contesto della connessione senza soluzione di continuità diventa ancora più decisivo quanto raccomandava Francesco all’indomani dell’elezione, rivolgendosi proprio a chi si occupa di comunicazione: «Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza».

Le iniziative di formazione

Su questo sfondo si collocano le iniziative di formazione a livello nazionale, regionale e diocesano: penso al corso di educazione alla cultura digitale, realizzato con l’Università cattolica e la collaborazione di Tv2000; al corso Anicec per animatori della cultura e della comunicazione; ai tanti incontri promossi con la Fisc, il Corallo e l’Ordine dei giornalisti. Penso al prezioso ruolo svolto dall’Acec nel sostenere e promuove le Sale della comunità. Penso alle tante proposte educative e formative che i nostri uffici diocesani assicurano a famiglie, parrocchie, scuole, aiutando a pensare e a ricostruire percorsi, appartenenza, comunità.

La Chiesa non assolutizza la rete, né la considera alternativa, ma complementare all’incontro.

Questo criterio, decisivo per un’autentica comunicazione, è declinato dal Papa in alcune esemplificazioni: «Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce sé stessa e rimane una risorsa per la comunione. Se una famiglia usa la rete per essere più collegata, per poi incontrarsi a tavola e guardarsi negli occhi, allora è una risorsa. Se una comunità ecclesiale coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’eucaristia insieme, allora è una risorsa».

Nel Paese, accanto e oltre la tentazione di strutturarsi in comunità difensiva, pulsano domande di segno diverso, che guardano alla comunità come capitale sociale, a dimostrazione che «nessun luogo potrà mai essere un “non luogo” finché ci sarà qualcuno capace di guardarlo e di prendersene cura». Rimandano a testimoni che, nei diversi ambiti, costituiscono la spina dorsale della comunità: «Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale», diceva ancora il Capo dello Stato, «e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita».

Chi opera nel mondo della comunicazione contribuisce alla ricostruzione del tessuto comunitario con la propria disponibilità a mettersi in gioco e “fare rete”, nell’attenzione a lavorare fattivamente a servizio della verità. Lo fa attraverso «l’ascolto e il dialogo, basato sull’uso responsabile del linguaggio». Lo fa educando a non accontentarsi di un messaggio semplificato e diretto. Lo fa aiutando l’inclusione della persona rispetto al territorio culturale in cui vive. Si tratta di rinnovare la fiducia che «la nostra identità è fondata sulla comunione e sull’alterità». L’altro ci è necessario, ricorda ancora Francesco, citando san Basilio: «Nulla è così specifico della nostra natura quanto l’entrare in rapporto gli uni con gli altri, l’aver bisogno gli uni degli altri».

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