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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 46 min 45 sec ago

Ignazio Okamoto, morto dopo 31 anni in stato vegetativo. Il padre: “L’amore per lui ha prevalso sempre su tutto”

Tue, 27/08/2019 - 09:40

Un sabato notte del marzo 1988 ha segnato per sempre la vita di Cito (il diminutivo che usavano in famiglia per Ignazio Okamoto), il giovane di Collebeato, a Brescia, morto nei giorni scorsi, a 54 anni, 31 dei quali passati in coma vegetativo, ma da sempre circondato dall’amore del padre Hector, 77enne originario del Messico, della madre Marisa e del fratello minore che lo hanno accudito sino all’ultimo. Quella che era stata una bella serata in compagnia, a causa di un colpo di sonno, si trasformò in una tragedia. In quell’incidente stradale perse la vita anche un amico di Cito, mentre altri tre si salvarono. I primi anni sono stati difficili, drammatici, racconta al telefono Hector, ma l’amore per quel figlio immobilizzato nel letto li ha supportati sempre, aiutandoli ad accettare una condizione che per molte persone sarebbe stata inaccettabile.

Da più parti si registra un’avanzata di quella che Papa Francesco definisce la “cultura dello scarto”. Il ricorso all’eutanasia viene visto, spesso, come l’unica soluzione in casi simili a quelli di suo figlio. Cosa vi ha spinti a non abbracciare una decisone così drammatica, scegliendo di stare accanto a “Cito” 24 ore su 24 per 31 anni?
Il pensiero dell’eutanasia non ci ha mai sfiorati. Forse saremmo stati anche incoscienti, ma l’amore per nostro figlio ha prevalso sempre su tutto. Ho imparato da mio padre che la perdita di un figlio è la cosa più atroce che possa accadere a dei genitori.

Abbiamo scelto di assisterlo e accudirlo nella nostra casa, senza mai pensare minimamente a scelte drastiche, ma tentando di alleviare il più possibile il suo dolore, fisico e morale.

Quando gli somministravamo i pasti, caldi e freddi, non posso dimenticare le smorfie dalle quali traspariva tutta la sua sofferenza. Per questo gli sono stati estratti tutti i denti, affinché non sentisse più quel dolore. Del resto alleviare i suoi tormenti è sempre stata la nostra unica ragione di vita. Abbiamo fatto di tutto.

Quale forza vi ha aiutato a non lasciarvi travolgere dallo sconforto, continuando a lottare? Possiamo parlare di fede?
Sicuramente, le nostre origini sono cattoliche. Talvolta mi sono trovato a rimproverare mia moglie perché, dopo ciò che era accaduto, si rifiutava di credere in Dio. Poi, con il passare del tempo, grazie alla calma e alla tranquillità che mi hanno sempre contraddistinto, anche lei ha capito, sostenendo quelle che sono state le nostre scelte.

Questi anni accanto a nostro figlio non sono stati uno sforzo, anzi.

Al contrario di quanto molti potrebbero pensare, posso dire che accudirlo non è stato un sacrificio. Abbiamo fatto tutto con il cuore, pensando esclusivamente a lui.

Spesso i familiari di una persona in coma vegetativo si accorgono di espressioni, impercettibili ai più, dei propri congiunti. In tal senso ci sono degli aneddoti che le piace ricordare?
Nei primi tempi, dai suoi occhi, talvolta, sgorgavano delle lacrime. In quei frangenti l’ho rimproverato, convincendolo ad essere forte e coraggioso. Gli abbiamo sempre detto che tutta la famiglia gli sarebbe stata sempre accanto. E così è stato. Ignazio non avrebbe mai voluto trovarsi in quelle condizioni, ma le espressioni del suo viso, con il tempo, sono cambiate. Si era rassegnato. Notavo una certa calma, una certa serenità nel suo volto.

Percepiva il vostro stato d’animo?
Certamente percepiva il nostro sconforto all’inizio, ma poi abbiamo fatto di tutto per non mostrarlo.

Con mia moglie ho affrontato questa situazione come un qualcosa di naturale, ci siamo adattati.

È questo spirito di adattamento che ci ha portato a non giungere a conclusioni delle quali, un domani, avremmo potuto pentirci.

Nessun pentimento?
Assolutamente no.

In una recente intervista ha ricordato l’aiuto della Caritas diocesana e il supporto di don Armando Nolli…
È stato un angelo. Dal 1990, in quegli anni era direttore della Caritas diocesana, don Armando ha indirizzato a noi Stefano Sbardolini, il primo obiettore di coscienza a darci una mano. Ne sono seguiti tantissimi, sino al 2000. Gli sarò sempre grato per ciò che ha fatto. Al conforto spirituale ha accompagnato un evidente aiuto materiale.

(*) “La Voce del Popolo” (Brescia)

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I politici e il tessitore

Tue, 27/08/2019 - 00:00

Parliamo di politica. Cerchiamo di essere schietti e franchi. Azzardo alcune valutazioni nel bel mezzo del secondo giro di consultazioni del presidente della Repubblica per cercare di venire a capo di una crisi di governo apertasi con la presa di distanza da parte della Lega di Matteo Salvini dall’esecutivo giallo-verde.
Un’uscita improvvisa e improvvida per il leader leghista che in pochi giorni, stando ai recentissimi sondaggi, si sarebbe bruciato il 5 per cento dei consensi tra gli italiani, in gran parte contrari alle elezioni anticipate. Perché bisognerebbe tornare alle urne in breve tempo? Magari ci torneremo nel pieno del prossimo autunno. Nel momento in cui mi accingo a queste note, ancora nessuno può saperlo. Ma il motivo del ritorno al voto, diciamoci la verità, pochi lo conoscono sul serio.
La nostra, che ci piaccia o no, è una repubblica parlamentare. Per eleggere i nostri (troppi) rappresentanti nelle due Camere siamo stati chiamati il 4 marzo dello scorso anno. Non, quindi, tre anni fa e nemmeno cinque anni fa. Solo da poco più di dodici mesi gli elettori si sono espressi su chi li deve rappresentare. Qui sta il punto. Teniamolo presente, con le legislature che durano un quinquennio. Poi, se un sondaggio dice che un partito è salito e l’altro è sceso, non è che si possono chiedere subito nuove elezioni, come è passato per la mente al “capitano” e ai suoi, che ormai avvertivano tutto il Paese ai loro piedi. Non può essere così.
In seguito, e nonostante tutto, non si riesce a trovare un accordo in Parlamento per formare una coalizione di maggioranza? Non si trovano intese tra Pd e M5s? E non si vede soluzione nemmeno con una riedizione di un esecutivo giallo-verde, come pare chiedere ora un pentito Salvini per scongiurare le urne che non lo vedrebbero più così trionfante? Allora si torni alle urne, ma come ultimissima ratio.
Intendiamoci, non ci schieriamo né per una soluzione né per l’altra. Ci poniamo dalla parte della gente, delle necessità di questa Italia troppo in balia degli umori dettati dalla pancia e di chi li ascolta troppo. Governare richiede la pazienza del tessitore e la responsabilità dell’educatore. Non si può trattare per la formazione del governo con un occhio sui social e un orecchio sulle piazze. Si devono avere a cuore le sorti di tutti i cittadini, consapevoli che non è più sufficiente guardarsi all’interno, ma che si è inseriti in un sistema globale nel quale e col quale occorre confrontarsi ogni giorno.
Allora, lo ripetiamo ancora una volta, l’ennesima: basta pensare solo a sé o alla propria parte. Ne va del destino dell’Italia e delle nuove generazioni.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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L’uso della ragione

Tue, 27/08/2019 - 00:00

Le prime consultazioni del presidente Mattarella non hanno dato esito. Quelle del 27 agosto possono forse arrivare ad un’ipotesi di governo. Da cosa è dipesa la fine di quello precedente? Ciò che l’ha ostacolato era già presente nella difficoltà al nascere. Ci sono voluti mesi per un accordo diventato contratto e che, in quanto tale, risulta rigido; al contrario della situazione politica interna e internazionale, in continua evoluzione.
L’attuale crisi è stata accelerata dal successo della Lega alle europee. È nata così la presunzione che, ad ogni tornata elettorale – sia essa nazionale, europea, regionale o amministrativa – debba seguire per forza un adeguamento all’ultimo voto espresso, sempre più volubile. Su questa strada i governi dovrebbero avere una durata stagionale.
La prospettiva non può essere così breve. L’augurio è che ora si parli di politica, del modo e soprattutto dei criteri etici per governare, senza toni sguaiati e senza insulti. Speriamo di non sentire più parlare di “zingaracce” (il termine ricorda le zingarate di “Amici miei”), e che vengano meno i richiami diretti alla propria fede religiosa.
Nei termini in cui sono stati evocati non creano fraternità, ma divisione; il contrario di ciò che il Vangelo chiede. Lo Stato e la politica si devono ispirare ad una “sana laicità”, come reclamava il già citato in parlamento Giovanni Paolo II nella lettera ai vescovi francesi, nel centenario della loro costituzione. La sana laicità fa riferimento alla retta ragione, nel cui ambito si stabilisce un corretto confronto con chiunque. Tornerà a prevalere l’argomentazione che si riferisce ai diritti umani, rifugge dalle compassioni per un verso e dalle discriminazioni emotive dall’altro? Deve finire la politica “di pancia”, segno d’immaturità della ragione, per un passaggio all’età adulta dove la retta ragione, che non dimentica il cuore, fonda le azioni di governo. L’uso della ragione segna, infatti, il passaggio all’età adulta e alla responsabilità.
La politica sana cerca di risolvere i problemi sociali, economici, civili alla luce del diritto, perseguendo il bene comune e l’interesse dei cittadini. Pur partendo da posizioni diverse, ci si augura un sano confronto su argomenti di ragione. Cerchiamo di riconoscerci come popolo adulto, che sa discutere e non si fa prendere da isterismi, dominare da cattiverie, o, peggio, da odio.
Usciamo da una politica contro la solidarietà in ogni iniziativa? Usciremo dalla perenne campagna elettorale isterica e con giravolte incomprensibili?

(*) direttore “Il Momento” (Forlì-Bertinoro)

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Democrazia, clima, sviluppo: dal G7 all’Europa, i dossier aperti della politica mondiale

Mon, 26/08/2019 - 15:39

Il vertice G7 di Biarritz va in archivio senza decisioni di rilievo, mostrando però – almeno in apparenza – una ritrovata volontà di dialogo tra i sette Grandi del mondo occidentale. Il club, che di fatto esclude alcuni decisivi protagonisti della scena globale (Cina, Russia, i nuovi giganti di Asia, Africa e America latina), aveva in agenda almeno quattro temi-chiave della politica internazionale: il cambiamento climatico che sta finalmente assumendo lo status di urgenza planetaria; la guerra commerciale inaugurata da Trump e della quale fanno per ora le spese Cina ed Europa; la questione nucleare, con il convitato di pietra iraniano; il Brexit, con lo sganciamento del Regno Unito dalla casa comune europea e una nuova possibile convergenza Washington-Londra.

Due, invece, gli argomenti rimasti sotto tono al G7 in terra francese:

anzitutto l’economia mondiale, la quale necessita di una nuova ampia fase espansiva, per evitare il ritorno di una mega-recessione senza confini (in questo senso la guerra dei dazi targata Usa costituisce un pericolo enorme, mentre le notizie sulla frenata del motore tedesco sono un ulteriore cupo segnale); in secondo luogo il nodo-Africa, che richiederebbe un gigantesco intervento internazionale per favorire crescita economica e sociale e stabilizzazione politica, premesse necessarie per dare futuro ai popoli africani e porre un freno ai flussi migratori intra ex extracontinentali.
Ora che i protagonisti del summit di Biarritz si salutano, stringendosi calorosamente la mano, rimangono (purtroppo) aperti tutti questi dossier riguardanti i cinque continenti e che Donald Tusk ha rielaborato e declinato in prospettiva europea.

Il presidente del Consiglio europeo, intervenendo davanti ai big del mondo, ha auspicato una “prova di unità e solidarietà” dei Grandi, evitando “controversie insensate” perché “il mondo oggi ha bisogno di maggior cooperazione”. Tusk, a partire da una lettura dell’Europa di oggi, ha dunque elencato i principali tornanti che attendono la politica internazionale, i quali comprendono : “la difesa della democrazia liberale, dello stato di diritto e dei diritti umani, in particolare nel contesto del rilancio dei nazionalismi e delle nuove forme di autoritarismo, nonché delle minacce derivanti dallo sviluppo delle tecnologie digitali (intromissione nelle elezioni, fake news, “usando l’intelligenza artificiale contro i cittadini e le loro libertà”); “la crisi climatica e la protezione dell’ambiente naturale, comprese le foreste amazzoniche e gli oceani”; lo stop alle guerre commerciali; la minaccia della proliferazione nucleare; “la politica della Russia nei confronti dei vicini, in particolare la sua aggressione contro l’Ucraina”.
Altri due capitoli delicatissimi sono posti in primo piano da Tusk. Il primo è proprio l’Africa, verso la quale l’Ue mostra nuove attenzioni, progetti e sostegni, benché ancora insufficienti per prendere di petto la complessa situazione del continente. Il secondo è il Brexit, con il premier inglese Boris Johnson che minaccia il no deal, fingendo di non sapere che il suo futuro di premier è legato a un filo, che alle spalle ha un parlamento e un Paese lacerati, e che le prime vittime di un irresponsabile no deal (uscita dall’Ue senza accordo e senza regole) sarebbero proprio i suoi concittadini.
A questo proposito, Tusk fa le valigie da Biarritz avendo affermato che Boris Johnson è “il terzo conservatore britannico, primo ministro, con il quale parlo di Brexit”.

Dopo la sagace sottolineatura, il presidente del Consiglio europeo ha dichiarato: “L’Ue è sempre stata aperta alla cooperazione; quando David Cameron voleva evitare il Brexit, quando Theresa May voleva evitare un Brexit senza accordi, e saremo pronti ora a tenere seri colloqui con il primo ministro Johnson. L’unico versante sul quale non siamo disposti a collaborare è proprio il no deal. E spero ancora che a Johnson non piaccia passare alla storia come Mr No Deal”.
I punti enucleati da Tusk fra l’altro collimano in buona parte con il documento “Un’Unione più ambiziosa”, che la presidente incaricata della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha presentato a inizio luglio e che costituirebbe – se il nuovo esecutivo decollasse – lo schema per la futura politica dell’Unione europea.

E in tutto questo, l’Italia?

Al G7 il Belpaese è stato rappresentato da un presidente del Consiglio dimissionario. Alla data ultima per indicare il proprio commissario europeo (26 agosto), Roma non ha un nome da inviare alla Von der Leyen; sulla posizione dell’Italia nell’Unione economica e monetaria aleggiano una legge di stabilità (manovra finanziaria) ad alto rischio, un debito pubblico sempre in aumento, una stagnazione economica aggravatasi negli ultimi mesi. Sull’Italia pesa inoltre la nomea nazionalista che è andata maturando da un anno a questa parte. Elementi questi, che non dovrebbero sfuggire ai leader dei partiti italiani mentre tentano di sbrogliare la matassa della crisi di governo. Anche perché, si sa, l’Europa e la storia non possono aspettare.

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G7 a Biarritz. Ferrara (amb. Algeria): “Le nuove minacce non sono militari ma legate al cambiamento del clima”

Mon, 26/08/2019 - 15:33

“È positivo il fatto che in una agenda del G7 che di solito si occupa di questioni legate alla sicurezza internazionale (sul tavolo per esempio c’era la questione del programma nucleare iraniano), per la prima volta approda un tema legato all’ambiente”. Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano in Algeria e docente di diplomazia alla Luiss di Roma, commenta così la decisione presa dai leader mondiali – riuniti in Francia per il G7 di Biarritz – di “aiutare al più presto i Paesi colpiti” dagli incendi della foresta in Amazzonia. Ma – aggiunge – ci vuole “un cambiamento di paradigma politico”. E spiega: “Qui ormai non stiamo più parlando di cambiamenti climatici come se fosse un processo graduale e controllabile. Qui siamo davanti a un caos climatico che pone alla sicurezza internazionale le stesse sfide delle armi nucleari”.

In che senso?

Non si tratta di questioni ambientaliste e non si tratta di questioni marginali. La difesa dell’ambiente è un tema che ormai deve far parte dei punti principali dell’impegno internazionale. Se non capiamo questo, non capiamo che

le nuove minacce non sono solo quelle di carattere militare, o quelle delle pandemie, ma sono anche legate al cambiamento strutturale del cima.

Nessuno dei leader mondiali può dire di avere la coscienza pulita. Dietro le fiamme in Amazzonia e in Siberia, la deforestazione, i disastri ambientali, ognuno ha la sua parte di responsabilità. Quali sono stati gli errori “politici” commessi?

Direi che una delle questioni oggi importanti è il sovranismo.

La questione del ripiegamento di molti Paesi sui confini interni, senza rendersi conto che la caratteristica del mondo contemporaneo è quella di essere transnazionale, nonostante le frontiere. Dinanzi al cambiamento climatico, è del tutto inutile ergere confini di protezione. In più c’è un’altra questione che richiama la cultura politica. Secondo alcune analisi, noi siamo entrati in una nuova era geologica, che viene definita come “antropocene”. È l’epoca inaugurata dai cambiamenti strutturali causati sul pianeta dall’attività industriale e dal consumo. Se non ci rendiamo conto di questo, se continueremo ad avere una visione politicamente antropocentrica – l’uomo come punto di riferimento di ogni politica – e se non cominciamo a pensare non più in termini di politica internazionale ma in termini di politica planetaria, non riusciamo ad affrontare il fondo della questione.

E qual è il fondo della questione?

Non possiamo più limitare la nostra concezione di sicurezza a quella della sicurezza militare o alla sicurezza delle frontiere. Se non mettiamo mano a dei meccanismi che limitano l’influenza dell’attuale caos climatico – l’impatto cioè che il riscaldamento della terra ha sulla desertificazione, sulle risorse alimentari e idriche – non possiamo più essere sicuri. Faccio un esempio. In alcune aree del pianeta come in Africa, nel Sahel, i cambiamenti climatici provocano movimenti migratori. I movimenti migratori creano instabilità regionale e mettono in discussione le frontiere. Tutto questo ha a che fare con la sicurezza. Sarà questo il tema centrale con cui ci dovremo confrontare nei prossimi decenni.

Gli economisti invocano un cambiamento del modello di sviluppo. Non è questa una priorità per invertire la rotta?

Certo, ma poiché questo cambiamento del modello economico non sarà per domani e il tempo oggi a disposizione non c’è più, qualcosa bisogna fare e farlo adesso.

Come?

Ci sono delle iniziative importanti. Le Nazioni Unite per esempio hanno lanciato la “Trillion Trees Compaign” che punta a piantare mille miliardi di alberi entro il 2030. In Brasile, esistono esperienze interessanti come quella sostenuta dal famoso fotografo Sebastião Salgado che in 20 anni insieme alla moglie ha raccolto fondi e piantato più di 2 milioni di alberi, dando così una risposta forte alla deforestazione. Sembrano cose marginali ma sono iniziative che insistono molto sulla cultura politica di un Paese, diffondendo la coscienza di essere parte di un insieme molto più vasto.

Piantare un albero è un’azione altamente simbolica: è un tributo di questa generazione per le generazioni future. Anche la politica oggi deve assumersi questo impegno per una responsabilità planetaria e inter-generazionale.

Con la sua Enciclica Laudato Si’ cosa sta chiedendo Papa Francesco all’agire politico? Il suo messaggio è ascoltato?

Sempre di più. Papa Francesco sta dicendo al mondo che l’attuale sistema delle relazioni internazionali è insostenibile, anche dal punto di vista ambientale, perché privilegia solamente gli interessi, il commercio, la difesa delle frontiere. Sono tutte questioni legittime a patto però che non si metta tra parentesi la responsabilità planetaria. Ogni paese è un agente locale di un ordine mondiale. È questa la grande intuizione di Papa Francesco. Ma richiede un cambiamento di paradigma politico.

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Vite a rate tra azzardo e finanziarie: la lotta della Caritas contro le nuove forme di sovraindebitamento legalizzate

Mon, 26/08/2019 - 11:14

“Abbiamo un rapporto malato con il denaro” esclama don Ambarus Benoni, direttore della Caritas diocesana di Roma, parlando del servizio che la Chiesa offre attraverso la Fondazione “Salus Populi Romani”. L’opera della Fondazione, voluta fortemente da don Luigi Di Liegro nel 1995, ha l’obiettivo di contrastare l’illegalità operando una prevenzione del ricorso all’usura. Il servizio è rivolto a quelle famiglie che si trovano a vivere una situazione di sovraindebitamento (al disotto dei 30.000 euro) e che non sono più in grado di accedere in modo autonomo al credito bancario in quanto considerate troppo “a rischio”, o per usare un termine tecnico “non bancabili”.

“Ci siamo abituati a vivere una vita a rate”

spiega don Benoni analizzando il fenomeno: “Mi colpisce molto quando le famiglie arrivano da noi manifestando una vera incoscienza. Dopo aver aperto infinite rate, spesso capita che arriva un imprevisto che ‘spezza le gambe’ a questa rateizzazione per cui le persone tornano alla realtà e si rendono conto di non riuscire più a far fronte alle sollecitazioni”.

Alla base di questa emorragia, spiega il sacerdote, esistono due cause principali definibili come le nuove forme di sovraindebitamento legalizzate: i finanziamenti troppo facili (carte revolving, tassi con interessi troppo alti) e il gioco d’azzardo. In entrambi i casi l’opera della Fondazione combatte su più fronti: accompagnare i nuclei familiari ad uscire da queste condizioni di disagio, valutando il contesto di risorse, la capacità e le opportunità su cui fondare un reale piano di liberazione dai bisogni stessi e infine un lavoro di prevenzione ed educazione sul tema finanziario e dell’azzardo.

“La vita a rate – come la definisce il direttore della Caritas -, non è una vita vera”, “un rapporto sballato con i soldi” che ha portato l’uomo a invertire le priorità.

Un esempio positivo a riguardo “è il metodo giapponese Kakebo, che aiuta a rendersi conto di come durante la settimana esistono economicamente delle questioni di sopravvivenza, di optional, di cultura ed infine extra. Quando si sovverte questo sistema si arriva all’incoscienza. Fare le rate per una casa è bene, fare le rate per avere il superfluo inizia ad essere un problema”.

In questi venticinque anni di lavoro è cambiato molto il profilo delle famiglie che chiedono supporto alla Fondazione, se inizialmente le cause di indebitamento potevano riferirsi alla crisi, alla perdita del lavoro o all’insorgere di una malattia, oggi la motivazione principale del sovraindebitamento è dovuta agli stili di consumo. La lotta contro gli usurai privati che ha definito la nascita di quest’opera caritatevole, oggi vede come principali nemici le finanziarie”. Il punto nevralgico di questo sistema è sicuramente una società che guarda l’individuo non più come persona ma solo e unicamente come consumatore arrivando a una vera e propria “schizofrenia statale” in cui lo Stato è molto più alleato delle concessionarie d’azzardo che delle famiglie. Lo scorso 22 luglio si è raggiunto il Jackpot più alto della storia, che sfiora i 200 milioni, notizia riportata su tutti i giornali ma che ci pone di fronte a una domanda: parlarne è informazione o pubblicità?
“Anche come Chiesa dobbiamo riconoscere i nostri errori – dice don Benoni -. Per molto tempo abbiamo demonizzato il denaro non aiutando le persone a gestirlo con consapevolezza, a rendersi conto della pericolosità: ci è sfuggito di mano questo monitoraggio. Avere un’educazione finanziaria significa non solo saper spendere il denaro ma anche saperlo risparmiare. Quando una famiglia arriva da noi dopo aver riconosciuto di essere caduta in questi tranelli e accettando di fare una ristrutturazione del debito con il nostro aiuto, noi vediamo una vera risurrezione delle persone”.

A nome della Fondazione Don Benoni lancia un appello: “Sintonizziamoci, mettiamoci insieme: proviamo a capire i risvolti profondissimi per la società del valore e del pericolo del denaro. Approfondiamo le conseguenze di un rapporto sano, le conseguenze delle scelte sbagliate degli investimenti, di cosa significa avere flussi finanziari chiari o meno. Bisogna che ci sediamo al tavolo a parlare di questo discorso non in chiave moralistica ma esistenziale seria. Qui non si tratta del ricco che va all’inferno, ma si tratta di affrontare le conseguenze di una buona gestione dei soldi”. Parafrasando David Gilmour nella canzone “Money”, anno 1973, il rischio è quello di arrivare a convincerci “di aver bisogno di un jet privato”, e se non badiamo a questi meccanismi che lavorano inconsciamente finiremo per essere gestiti dal denaro, alienati da noi stessi.

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Marija Bistrica, l’oasi spirituale della Croazia. Ogni anno 700mila pellegrini

Mon, 26/08/2019 - 11:12

A 20 chilometri dalla capitale croata Zagabria, nello Zagorje, sulle pendici dei monti si erge il santuario mariano Marija Bistrica, noto ancora dal 1500. La statua della Madonna nera con il Bambino ha protetto nei secoli i croati dalle invasioni dei turchi e ha sostenuto lo spirito di fede e l’identità nazionale durante il comunismo. Ogni anno 700mila persone si recano a Marija Bistrica. Che cosa cercano e quali sono le caratteristiche di questa perla croata? Il Sir lo ha chiesto al rettore, don Domagoj Matosevic, che dopo una carriera professionale nel pallamano, ora si occupa dei pellegrini mariani anche se non dimentica lo sport: è infatti membro della nazionale croata di calcio per i sacerdoti e grande sostenitore della squadra nazionale di calcio che cerca di seguire nei grandi campionati.

Che cosa rappresenta per il popolo croato il santuario di Marija Bistrica, che cosa è stato durante il comunismo e che cosa è oggi?
Riguardo il comunismo, Giovanni Paolo II diceva che a Czestocowa i polacchi si sentivano sempre liberi e la stessa cosa si potrebbe dire per i croati e il santuario di Marija Bistrica; qui la gente percepiva la vera libertà di spirito. Ci sono due momenti memorabili nella storia del santuario: il 15 ottobre 1971 quando vi si tiene il XII Congresso internazionale mariano, e in quell’anno i vescovi proclamano la località santuario nazionale; nel 1984 invece vi si svolge il Congresso eucaristico nazionale in occasione del tredicesimo centenario della conversione dei croati al cristianesimo. Vi partecipano circa 500mila fedeli e ciò illustra in modo eloquente il sentimento del popolo croato per Marija Bistrica.

Quanti pellegrini vengono ogni anno, che cosa cercano e chi sono?
Ogni anno a Marija Bistrica si recano circa 700mila pellegrini, in estate i visitatori sono più numerosi, ci sono sia i gruppi parrocchiali che i visitatori individuali. Molti arrivano a piedi, altri in bicicletta, ci sono i pellegrinaggi dei bambini, dei giovani, dei vigili del fuoco, dei soldati… La maggior parte sono croati, mentre dall’estero il gruppo più numeroso sono i polacchi alcuni dei quali vengono in vacanza al mare croato mentre altri sono diretti a Medjugorje. Ci sono anche gruppi dalla Slovacchia, dalla Slovenia, dall’Ungheria e negli ultimi anni si registrano anche molti pellegrini coreani e altri asiatici.

C’è un particolare legame tra il santuario e il beato cardinale Alojzije Stepinac?
Il beato Alojzje Stepinac amava molto Marija Bistrica e ci veniva spesso come pellegrino, arrivava da Zagabria a piedi e guidava i pellegrinaggi votivi. Il suo grande desiderio era costruire a Bistrica un Calvario con le stazioni della Via Crucis: ora sulla collina che noi chiamiamo Kalvarija Bistricka c’è la Via Crucis. Nel 1939 Stepinac mette la prima pietra della cappella di San Pietro ai piedi del colle sotto la basilica e la casa parrocchiale. Oggigiorno questa cappella serve per la distribuzione delle comunioni nei grandi pellegrinaggi.

I croati pregano qui a Marija Bistrica affinché il beato Stepinac sia proclamato santo?
Sicuramente, anche perché nel 1998 proprio qui Giovanni Paolo II ha voluto beatificare il cardinale Stepinac. Nel santuario si trova la sua statua mentre dopo la visita del Papa, la giunta comunale di Marija Bistrica ha cambiato il nome della piazza principale in piazza Giovanni Paolo II.

Il culto verso Maria, Nostra Signora, perché è importante nel XXI secolo?
I santuari sono molto importanti per la vita di fede, tante persone trovano in essi un’oasi spirituale, la possibilità di rimanere in silenzio, di riflettere e cercare risposte importanti. Nel quotidiano ciò non sempre è possibile per lo stress, il chiasso di cui siamo circondati. È molto importante anche la confessione che è caratteristica di tutti i santuari: molte persone vengono perchè hanno bisogno di una guida spirituale. Е per quanto riguarda Maria, lei ci insegna come vivere la vita quotidiana con Dio, la Madonna è una persona molto concreta che con la sua vita dimostra come si vive la fede quando lavoriamo, in famiglia, nei momenti che affrontiamo ogni giorno. Se meditiamo sulla vita di Maria scopriamo un atteggiamento di fiducia incondizionata, un’apertura totale al Signore e alla sua volontà.

Nel mese di agosto si celebra una delle maggiori solennità mariane, quella dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Che cosa avete fatto a Marija Bistrica?
Il 14 agosto si è svolta una bellissima vigilia con processione con le candele sulla collina del Calvario di Bistrica con le meditazioni e il rosario, tutto accompagnato da canti tradizionali ma anche brani vicini alla sensibilità dei giovani. Questa processione serale è molto frequentata; poi è stata celebrata la messa vespertina alle 22. Il 15 agosto i festeggiamenti sono proseguiti con la liturgia principale del mattino, presieduta dal cardinale di Zagabria Josip Bozanic alla quale hanno partecipato circa 50mila persone. Ogni santuario mariano ha un’identità propria anche se tutti i santuari un po’ si assomigliano, c’è la confessione, la Via Crucis, il rosario, spesso una bella collina vicino alla quale è situata la basilica. Quello che accomuna tutti è la ricerca di quella pace che solo il Signore – la cui presenza nei santuari è tangibile – sa dare.

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Politici: tutti al mare? Delegazioni al Colle!

Mon, 26/08/2019 - 00:00

Qualcuno ricorda ancora l’espressione “Stai sereno!”, rivolta da Matteo Renzi a Enrico Letta? Quante battute e quanta ironia ne sono seguite.
Qualcosa di simile è accaduto nel sodalizio Di Maio-Salvini, anche se in questo caso si tratta di alleati di governo e non di compagni di partito. Il leader leghista ha sempre sostenuto di aver sottoscritto un contratto di 5 anni per il Governo del Paese. Ma dopo l’esaltante risultato delle europee non ha saputo resistere all’idea di passare all’incasso di un voto popolare che dalle politiche del 2018, per il Carroccio è andato crescendo costantemente. E probabilmente, dopo tutto quello che si erano detti 5Stelle e Pd per un anno e mezzo e fino al giorno prima, non credeva che fra quelle due forze potesse aprirsi un nuovo ‘forno’ per ‘cuocere’ in tempi rapidi un governo giallo – rosso, in sostituzione di quello giallo-verde.
E tutto questo è accaduto in piena estate, con l’Italia in ferie e alle prese con esodi e contro esodi. A cavallo di Ferragosto. E Salvini ha scelto di denunciare tutti i “no” dei 5Stelle, per dichiarare la necessità del voto.
Intanto, un Giuseppe Conte dimissionario ma in questi giorni indicato pure come possibile futuro premier, è andato all’incontro del G7 in Francia. L’Italia c’è! Come c’è Sergio Mattarella. Il presidente è pronto per un secondo giro di consultazioni, volte a valutare le possibilità di una soluzione parlamentare alla crisi.
Oltre confine, al di là delle Alpi e dei mari, siamo spettatori della guerra dei dazi che contrappongono giganti come Usa e Cina. E se insistono qualche graffio arriverà anche per noi, specie se non ci convinciamo che l’unica difesa possibile la si può giocare nel contesto dell’Unione Europea.
Aiutiamoli a casa loro: una piccola nota estiva. L’Eco di Bergamo del 1° agosto, in copertina e a pag. 7, riporta il taglio dell’Italia sui fondi destinati alle agenzie dell’Onu per 32 milioni di euro. Negli ultimi 3 anni, avevamo contribuito in media con 357,183 milioni di dollari all’anno al totale del budget approvato dall’Assemblea delle Nazioni Unite. Ma sommando contributi obbligatori e volontari nel 2016 siamo arrivati a 727,145 milioni di euro. E circa così gli anni successivi. Una cifra che è comunque inferiore a quanto speso all’anno da Gran Bretagna (circa 3 miliardi di dollari), Germania (circa due miliardi) e Francia (poco più di un miliardo). Dunque un taglio di circa il 4,4%. Comunque un taglio.
Ma lo stesso giornale parla anche di “fatto epocale” riguardo a quanto accaduto in Niger domenica 7 luglio con il lancio ufficiale della Zona di libero scambio continentale africana. Frutto di un lavoro diplomatico intenso, in cui il presidente del Niger Mahamadou Issoufou ha giocato un ruolo centrale, l’Afcfta (African Continental Free Trade Area) è destinata a diventare l’area di libero scambio più grande al mondo per numero di Paesi coinvolti (54 su 55).
Che sia il caso, risolte le scaramucce caserecce, di alzare lo sguardo anche oltre confine con maggiore attenzione?

(*) direttore “Il Piccolo” (Faenza-Modigliana)

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Meeting Rimini. Simoncini (Fondazione): “Diamo spazio all’Italia positiva”

Sat, 24/08/2019 - 14:24

“Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime” sarà il titolo della 41ª edizione che si terrà a Rimini dal 18 al 23 agosto 2020. Abbiamo intervistato Andrea Simoncini, membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Meeting di Rimini e docente di diritto costituzionale all’Università di Firenze.

Prof. Simoncini, che Meeting è stato questo appena terminato, quali tratti sono emersi con particolare evidenza?
Il Meeting si è confermato come un privilegiato luogo di incontro di uomini e popoli diversi. La caratteristica che in 40 anni di storia ha connotato il Meeting è proprio quella di essere un luogo di incontro e non di scontro, dove si dialoga senza porre pre-condizioni. Non un luogo di irenismo dove tutti siamo d’accordo e la pensiamo allo stesso modo ma di incontro che è il modo con cui conosco l’altro. Nell’incontro c’è sempre una sorpresa, una meraviglia ed è ciò che lo rende attrattivo. Abbiamo avuto due presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, che sono venuti al Meeting a dirci che siamo un luogo dove si ricostituisce un dialogo e una sostanza civica della nostra Repubblica proprio perché luogo di incontro. In 40 anni di storia il Meeting resta uno dei luoghi di espressione e di dialogo più libero.

In mezzo a scontri verbali e confronti velenosi, il mondo politico ne è un esempio, non è cosa da poco…
Certamente. In un tempo caratterizzato da toni violenti di linguaggio, da discorsi di odio, un luogo come il Meeting – dove la differenza, la diversità e la distanza sono fattori di curiosità invece che di repulsione – emerge ancora di più. Bisogna tornare alla essenzialità del primo Cristianesimo che quando ha impattato il mondo romano, totalmente pagano, non ha costruito muri o steccati, ma si è aperto a questa grande diversità cogliendola come opportunità di incontro e diffusione.

Come tradizione anche quest’anno il Meeting ha prodotto una serie di eventi, dibattiti, mostre, impressionante per numero e qualità. Questo grazie anche all’impegno di centinaia di volontari. Esiste un filo rosso che ha tenuto insieme tutti questi momenti o se vuole, una parola chiave che faccia sintesi di questa edizione del Meeting?
La parola chiave è libertà, declinata con diverse aggettivazioni. La prima è libertà religiosa. Questo è stato il Meeting della libertà religiosa e non solo per i momenti di dialogo con l’islam, con il mondo ortodosso, con quello orientale, con il Giappone. In questi incontri abbiamo capito che libertà non significa dire che tutto va bene, ma consentire all’altro di essere fino in fondo se stesso per potere esprimere tutto ciò che di vero ha. La libertà è la condizione dell’incontro. La mostra, molto apprezzata dal popolo del Meeting, sull’incontro tra san Francesco e il Sultano a Damietta 800 anni fa è il simbolo di questo dialogo. Poi libertà politica: questi sono anche i giorni della crisi politica.

Nel Meeting abbiamo avuto tantissimi rappresentanti politici e delle Istituzioni e tutti hanno parlato di bene comune. Rimini è stato il luogo dove il mondo politico si è incontrato senza competere o peggio scontrarsi. Infine libertà sociale, vale a dire la libertà della società di crescere dal basso come ci hanno raccontato le tante associazioni, organismi ed enti presenti nei padiglioni della Fiera.

Qual è, allora, la proposta o il messaggio che esce da questo Meeting?
È una proposta di speranza. Ci sono esempi di speranza visibili a tutti. Basta avere occhi semplici e liberi per poter osservare ciò che succede. La forza di un esempio può travolgere tutto. Spesso abbiamo una immagine dell’Italia molto peggiore rispetto alla realtà. Diamo spazio a questa Italia positiva.

“Privi di meraviglia restiamo sordi al sublime”: questa frase di A.J. Heschel è il tema dell’edizione 2020 del Meeting. Per quale motivo avete scelto di puntare sulla meraviglia e sul sublime?
Una scelta come da tradizione controcorrente. In un tempo in cui sembrano dominare sguardi cupi, disillusione e tristezza ecco l’apertura alla meraviglia, allo stupore e al sublime. Sublime: qualcuno la considera una parola un po’ demodé ma essa detiene in sé la capacità di far alzare lo sguardo. Vogliamo sottolineare questa capacità di stupirsi, di farsi colpire positivamente dalla realtà che è l’inizio di ogni conoscenza e di ogni cammino.

Se non riesco ad avere un moto di stupore rischiamo di diventare sordi al sublime. È, in definitiva, una scommessa sulla bellezza.

Un’ultima domanda… Don Giussani, parlando al Meeting del 1985, fece a tutti una raccomandazione: “auguro a me e a voi di non stare tranquilli, mai più tranquilli”. Dopo 40 anni questa inquietudine è ancora viva o si è assopita?
L’inquietudine è viva e permea il popolo del Meeting. Quaranta anni di storia hanno cambiato il Meeting ma lasciato intatta questa inquietudine che ci ha permesso di attraversare 4 decenni di storia, non solo italiana, restando vitali. Ero presente al Meeting del 1985 quando parlò don Giussani. Non è fu solo un discorso. Ma parlò del modo con cui il Meeting vive e si rapporta alla realtà. Lo vediamo anche nella scelta dei temi del Meeting che hanno sempre posto domande e lasciato porte aperte. Il Meeting è sempre stato una grande porta aperta sulla realtà come un vero luogo di incontro deve essere. Lo è stato per 40 anni, lo sarà anche per i prossimi.

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Terremoto Amatrice. Mons. Pompili (Rieti): “Stanchezza e disincanto” per un sogno che rischia di svanire

Sat, 24/08/2019 - 10:43

“Stanchezza e disincanto”: non usa altre parole mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, per descrivere lo stato d’animo della popolazione di Amatrice, Accumoli, Cittareale, Borbona, Leonessa, Posta e degli altri piccoli centri terremotati della sua diocesi. Tre anni dopo il sisma delle 3.36 del 24 agosto 2016, Amatrice si presenta come una grande spianata, libera dalle macerie, segnata da una lingua di asfalto percorsa su e giù da auto e camion. “Alle parole non sono seguiti molti fatti” spiega il vescovo che fa sue le parole di Silvia Guerrini, la studentessa che, lo scorso 18 luglio rivolgendosi al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in visita ad Amatrice per inaugurare l’Istituto omnicomprensivo “Romolo Capranica”, disse: “in questa scuola si respira un’aria di normalità, senza più il peso della precarietà ma purtroppo fuori dalla scuola il sogno svanisce”. “All’esterno manca qualsiasi segnale che faccia intendere la ricostruzione, fatto salvo un cantiere di un albergo-ristorante e un condominio – conferma mons. Pompili – per il resto solo un’immensa spianata che crea angoscia rispetto al centro storico”.

“Siamo in attesa di capire come la ricostruzione partirà”.

Principale accusato della mancata ricostruzione è la burocrazia, rea di rallentare se non di bloccare i cantieri…
C’è un problema di Sistema Paese: di fronte alle emergenze si muove con velocità salvo poi rivelarsi lento, se non impreparato, rispetto alla progettazione. Insomma, siamo molto bravi nel problem solving ma molto inadeguati quando si tratta di progettazione.

Perché, secondo lei?
La macchina statale fatica a mettere in fila le responsabilità. Mi riferisco alla filiera dell’ufficio della Ricostruzione, della Sovrintendenza con tutta la vincolistica laboriosa e mi riferisco sia al soggetto pubblico che a quello privato. Il fatto che a livello di ricostruzione privata al momento siano poche le domande è un segnale da interpretare non solo come un segno di deresponsabilizzazione da parte della base, ma anche come un segno di sfiducia rispetto a questo processo che dovrebbe vedere coinvolto soprattutto il popolo delle seconde case oltre quello dei tornati a vivere nel territorio. La debolezza di questo sistema spiega i ritardi. Credo ci voglia un’assunzione di responsabilità da parte di tutti.

Dal 2016 ad oggi si sono avvicendati ben tre Governi e tre Commissari straordinari per la Ricostruzione…
Questo turn over continuo di persone e di responsabilità legate ai Governi dice un problema avvistato sin dall’inizio.

Una classe politica non può pensare ogni volta che c’è un cambio di azzerare la situazione e ricominciare daccapo. È una vera miopia perché la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, dura 10/20 anni. Pensare di intestarsi per intero un’opera del genere significa non avere il senso delle cose.

È necessario, infatti, dare continuità alle scelte fatte ed evitare facili contrapposizioni che non servono a niente e a nessuno.

Dopo tre anni i nomi e le vite delle vittime rischiano di diventare freddi numeri…
Sin dall’inizio abbiamo cercato di ricordare i nomi e i volti delle persone che nel sisma hanno perduto la vita. Lo abbiamo fatto pubblicando un libro, curato dalla nostra Sabrina Vecchi, dal titolo significativo ‘Gocce di Memoria’ che raccoglie una piccola traccia biografica per ogni vittima del sisma del 24 agosto così da non dimenticarne la memoria.

La ferita non si è affatto rimarginata anzi direi che sottotraccia resta una sofferenza che cova nelle tantissime famiglie colpite e coinvolte nella tragedia. Per questo motivo credo che il processo della ricostruzione debba essere più opportunamente definito di rigenerazione.

Esso deve far leva sulla qualità delle persone che hanno bisogno di essere ascoltate, accompagnate e coinvolte in modo responsabile.

Che cosa sta facendo la Chiesa in questo percorso di rigenerazione?
Innanzitutto stiamo cercando di tenere unita questa comunità che si è enormemente ridotta. È importante trovare forme di socializzazione per ritrovare fiducia e non lasciarsi andare alla lamentela. Senza attendere le cose dall’alto. Non dobbiamo scoraggiarci ma

prodigarci per  guadagnare un filo di speranza

attraverso la realizzazione di qualche progetto. Noi come diocesi ci stiamo concentrando sulla “Casa del Futuro” da realizzare all’interno di quella che era l’area dell’Istituto “Don Minozzi”.

A che punto è l’opera?
Con lo studio dell’architetto Stefano Boeri siamo alla progettazione esecutiva. Speriamo che – con tutti i partner che sottoscrissero il protocollo di intesa (Regione, Comune, Miur, Mibact, Diocesi, Don Minozzi) – si possa presentare, a tre anni dal terremoto, un crono-programma della rivalorizzazione di questa area. È un sogno che ha a che fare con una serie di proposte che vanno da un centro per l’educazione ambientale dei giovani ispirato all’enciclica Laudato Si’, all’area delle arti e dei mestieri dove nascerà una realtà orto-sociale di coltivazione della terra, fino all’area del silenzio e della meditazione e all’area dei beni comuni che vedrà la sede comunale provvisoria, il museo diocesano e qualcosa della Polizia stradale. La finalità è fornire alle persone e ai giovani occasioni importanti di crescita umana e spirituale. La gente di qui chiede di vedere qualcosa di ricostruito per tornare a credere nel futuro.

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Amatrice: ProMis e Andareoltre.org, la pazienza di ricostruire e la passione di raccontare

Sat, 24/08/2019 - 10:42

Nati sotto la spinta del terremoto per sostenere la popolazione colpita e contribuire alla rinascita dei paesi del cratere e delle loro comunità dal punto di vista materiale e umano: sono l’impresa sociale ProMis, acronimo di Progetto Missioni, e il sito di informazione www.andareoltre.org, collegato al settimanale diocesano “Frontiera”. Entrambi hanno solo poco più di un anno di vita ma sulle spalle un importante bagaglio di esperienza nei rispettivi campi di azione. Verrebbe da definirli “frutti del sisma del 2016” ma più concretamente sono “la risposta della Chiesa locale ai bisogni della popolazione terremotata”.

foto SIR/Marco Calvarese

Lavorare insieme. “Il sisma ha ravvivato anche la spinta del volontariato – spiega Fabio Porfiri, amministratore delegato di ProMis – con la nostra azione cerchiamo di fare fronte a esigenze che già erano presenti ma che il sisma ha fatto esplodere in tutta la loro drammaticità”. Il pensiero corre alle famiglie, agli anziani, ai giovani, ai disabili, agli studenti, tutte persone che, sottolinea Porfiri, “hanno bisogno di recuperare il senso di comunità disgregato dal terremoto e dunque di vita sociale.

Il sisma ha azzerato tutto, non solo i fabbricati, i muri, ma anche l’umano, il sociale. È dunque di fondamentale importanza che tutti siamo coinvolti.

Gli anziani, per esempio, possono essere per i giovani la memoria viva di questo territorio. Anche raccontare ai nipoti favole e leggende nate tra queste montagne può servire a scriverne il futuro”. Inutile dire che “isolamento e spopolamento vanno di pari passo a causa della lentezza della ricostruzione”. La chiave di volta per affrontare la sfida della “rigenerazione” come la chiama il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, è “lavorare tanto e cooperare con le altre associazioni”. Nelle attività cerchiamo sempre di coordinarci con altre associazioni del territorio. “Nel dopo sisma – rivela Porfiri – in questa zona ne sono nate circa 60″.

“Lavorare tutti insieme per il bene di queste comunità è fondamentale”.

La forza di Promis. La forza di ProMis sta negli operatori, nelle persone, quasi tutti ragazzi e giovani. Più della metà sono donne. “Attualmente, visto il periodo, siamo impegnati nei centri ricreativi estivi per i bambini ad Amatrice, Borbona, Cittareale, Accumoli. Per noi – spiega l’amministratore delegato di ProMis – è un modo per catturare anche l’attenzione delle loro famiglie. Raccogliamo le persone nei centri di comunità che la diocesi ha voluto realizzare nelle zone del terremoto grazie a Caritas Italiana. Siamo presenti a fianco delle persone anziane. Offriamo servizi navetta per garantire spostamenti altrimenti difficili”. Lo scorso giugno ProMis ha incontrato i ragazzi del Liceo Scientifico di Amatrice per parlare di lavoro, per approfondire il mondo delle start up e delle opportunità lavorative dedicate ai neo diplomati. Altre iniziative sono in cantiere a partire da settembre.

“Sarà un lavoro lungo – ammette Porfiri –. Separare o rimuovere le macerie non è solo una questione materiale ma anche e soprattutto umana. Significa riprendere pezzi di vite andate distrutte in pochi secondi. E per rimetterli insieme ci vuole tanto tempo e soprattutto pazienza. Che spesso manca, è vero, ma che è necessario avere”.

foto SIR/Marco Calvarese

Raccontare la ricostruzione. E di “pazienza” ne hanno tanta Sabrina Vecchi e Alessandra Daniele due delle giornaliste attive nel sito www.andareoltre.org, voluto dall’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Rieti, guidato da David Fabrizi, e pensato per “raccontare la ricostruzione”. Un servizio che richiede “pazienza e rispetto per chi è stato colpito dalla tragedia”. Niente scoop, ma solo un vero e proprio canale informativo centrato sui piccoli e grandi interventi che la Chiesa di Rieti, attraverso la Caritas, sta portando avanti nell’area del cratere per

foto SIR/Marco Calvarese

sostenere la popolazione e contribuire alla rigenerazione dei paesi dal punto di vista materiale, sociale e spirituale. Il tutto senza nasconderne le difficoltà, “la rassegnazione e lo scoramento” ma aiutando le comunità colpite ad “andare oltre”. “Il logo del sito – spiega Sabrina Vecchi – è di colore verde, la speranza, e mostra una matita che traccia un segno a indicare che

chiunque, toccato dal terremoto, può riscrivere la sua storia, la sua vita e il proprio futuro”.

Sabrina e Alessandra spendono molto del loro tempo sul territorio, tra la gente. “Andiamo a raccogliere i segni di speranza di questi tre anni, e ce ne sono stati tanti, specie dal punto di vista della solidarietà, che non si è mai fermata. Il sito – spiega Sabrina – ha anche lo scopo di essere una fonte di informazione per i media, un portale in cui si trovano esclusivamente notizie relative al terremoto e alle persone da esso toccate. Il terremoto, lo ricorda spesso mons. Pompili, pur nella sua tragicità offre delle opportunità: raccontare per ricominciare”.

“Il racconto ha il volto e la voce di tante persone che dopo tre anni vivono ancora tra grandi difficoltà – spiega Alessandra Daniele –. Spesso tocchiamo con mano la loro amarezza e la loro delusione”. Nonostante ciò non mancano “semi di speranza”.

“Ricordo una signora di 75 anni che dopo il sisma si è rimessa in gioco e ha riaperto la sua attività di ristorazione lanciando un chiaro messaggio di speranza nel futuro. Un messaggio rivolto soprattutto ai più giovani” dice Alessandra. “La sfida per noi di andareoltre.org è inserirsi in questo percorso di rigenerazione e diventarne testimoni così da raccontarlo in modo diretto e con la voce stessa dei protagonisti”. Molti dei quali sono giovani. “In tanti hanno scelto di puntare sulla loro terra e sono rimasti per investirci sopra. La nascita di attività legate al territorio (ricettività, produzione agricola, turismo sostenibile…) sono i segni più evidenti di questa ripartenza e rigenerazione”.

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Quando i simboli religiosi diventano simulacri o portafortuna

Sat, 24/08/2019 - 09:59

Che la politica sia ormai da più un secolo orientata dai media è fatto innegabile. Così come è evidente che i social network rappresentino oggi la modalità di comunicazione più praticata dai politici di ogni schieramento. Ciò che, nell’ultimo decennio, invece è cambiato è il livello di mediazione delle tecnologie comunicative. Se i media di massa contribuivano alla costruzione dell’identità del personaggio politico esaltandone o demolendone la personalità pubblica, oggi il rapporto tra gli attori politici (governanti e cittadini) si gioca esclusivamente su un piano orizzontale, quasi paritario. Ne sono riprova i selfie e tutti gli innumerevoli contenuti postati o twittati quotidianamente dal parlamentare di turno. Il politico diventa uno di noi e, all’inverso, noi diventiamo personaggi politici condividendo fotografie, video, opinioni in modo immediato ed efficace.

La linea di demarcazione tra istituzionale e privato è diventata così sottile da inglobare tutto l’esistente in un calderone comune, una sorta di catino sociale dal quale è possibile attingere storie, immagini, simboli e, nello stesso tempo, produrli, moltiplicarli, mescolarli a proprio piacimento.

Il Rosario esibito dall’ormai quasi ex Ministro dell’Interno è il tipico caso di come un oggetto (per un credente è certamente molto di più) sia delegittimato della propria identità originaria, decontestualizzato e riutilizzato in una chiave nuova. Non è questo un meccanismo certamente recente. La storia è piena di segni religiosi usati come simulacri o portafortuna. La differenza è che, quelle che prima erano pratiche private, oggi tendono a collettivizzarsi assumendo processi di significazione completamente nuovi. La cultura digitale si alimenta, infatti, grazie alla fusione di contenuti differenti che poi convergono in un unico prodotto che non sarà mai definitivo echiuso ma si presterà sempre a ulteriori processi di riuso. Questa formula di remix culturale è definita “mash-up” (mescolare, ridurre in poltiglia) e riguarda soprattutto i beni audiovisivi. Il web è pieno, ad esempio, di video o immagini che riutilizzano frammenti preesistenti (spezzoni di film, canzoni, foto) per creare nuove storie con un senso completamente diverso da quello originale, quindi mai univoco e che si presta a molteplici interpretazioni.

La foto in bikini di Maria Elena Boschi che risponde a Salvini che la definiva “mummia” oltrepasserà di sicuro le intenzioni di chi l’ha creata e verrà ripubblicata, ritagliata e riproposta in chiavi differenti e opposte da quelle originarie.

Sta succedendo anche all’istantanea che ritrae Aldo Moro in abito elegante in spiaggia, adoperata non per quella che è (una semplice e tenera rappresentazione familiare) ma come bandiera di una politica considerata dignitosa, sana, giusta rispetto ai drink, alla musica da discoteca e agli eccessi del Papeete salviniano. Insomma, i media hanno sempre meno funzione di costruzione e di filtraggio della realtà e favoriscono sempre più meccanismi di personalizzazione così forti da confondere anche il nostro ruolo sociale. Ma

adattare tutto l’esistente a ciò che ci piace comporta anche dei rischi.

L’enorme disponibilità di contenuti e la facilità di uso e riuso degli stessi può provocare disorientamento e può farci cadere in errore alimentando così quel processo di analfabetismo funzionale che, secondo alcune ricerche, “affligge” un italiano su quattro. E che può snaturarci rendendoci diffidenti verso chi riteniamo diverso, degli odiatori seriali o dei vendicatori fai da te. Magari seguendo i proclami e le promesse del politico attrezzato (social)mediatiacamente senza renderci conto che ognuno di noi dispone degli stessi mezzi e potenzialmente delle stesse competenze. Prenderne coscienza è il primo passo per non ritornare indietro e per propagare quel bene che inevitabilmente scaturisce dalla nostra umanità.

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Crisi di governo. Pastore Bernardini: “Il dialogo è l’unica via per risolvere i problemi”

Sat, 24/08/2019 - 09:09

Si apre domenica 25 agosto a Torre Pellice (Torino), capoluogo delle “Valli valdesi” del Piemonte, l’annuale Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi. Anche quest’anno i 180 deputati convergeranno da tutta Italia nella “capitale delle Valli valdesi” del Piemonte per decidere della vita della Chiesa e confrontarsi sui grandi temi che scuotono l’opinione pubblica italiana. Il soccorso dei migranti da parte delle ong in mare, ma più in generale la questioni migratoria, saranno al centro del dibattito. Ad un incontro pubblico dal titolo significativo, “Invece un samaritano lo vide e ne ebbe compassione”, prenderanno la parola Riccardo Gatti, capomissione della Open Arms, Giorgia Linardi, portavoce Italia della Sea-Watch, e il pastore Randy Mayer della United Church of Christ, impegnato sulla frontiera tra Usa e Messico. Ma il Sinodo – al quale parteciperà anche mons. Ambrogio Spreafico per la Cei – sarà anche occasione per un cambio di guardia: dopo 7 anni, si chiude il mandato del pastore Eugenio Bernardini e sarà eletto il nuovo moderatore. Il Sir lo ha intervistato.

Il Sinodo quest’anno si apre in piena crisi di governo. Con quale sguardo guarderete a questa Italia che fatica a trovare una pace politica e sociale?

Lo scorso anno, il Sinodo si è svolto con il governo giallo-verde formato di recente che stava affrontando per la prima volta il caso della nave Diciotti, bloccata in porto, con a bardo decine di persone salvate in mare. Ricordo che ci fu un dibattito intenso e la conclusione fu: dialogo. Dialogo anche con quel governo. Perché per noi il dialogo, anche tra posizioni diverse, in una società che si vuole civile, moderna, occidentale, ma anche in una comunità religiosa, in una Chiesa, è l’unica strada per risolvere i problemi e lavorare per il bene comune.

Cosa vi preoccupa di più?

In tutto questo anno e in particolare negli ultimi mesi siamo stati preoccupatissimi per la totale mancanza di dialogo, per il fatto che il confronto – non solo politico ma anche sociale, anche quello che viaggia sui social, quello che si registra per le strade italiane, nelle spiagge – sia arrivato ad un livello talmente aggressivo e scadente che impedisce al nostro Paese di essere una società, come dicevamo prima, civile moderna, occidentale che cerca le soluzioni comuni per il bene di tutti.

Governo nuovo o elezioni?

Noi continuiamo a ripetere che se non c’è confronto leale, dialogo nella verità, rispetto di tutte le posizioni, anche di quelle più divergenti, volontà di costruire davvero qualcosa, non si arriva al bene comune, ma soltanto alla prevaricazione di quella parte che in quel momento è o appare più forte.

Il Sinodo si apre anche a pochi giorni dalla fine dell’epopea Open Arms e Ocean Viking. L’Italia è contrapposta e il dibattito su questo tema è violentissimo. Cosa avete da dire?

La prima parola che mi viene in mente è: restiamo umani.

E soprattutto riconosciamo che il problema delle migrazioni è di grande complessità, che non può essere semplificato e che richiede l’intervento responsabile, unito, delle istituzioni internazionali e, tra queste, dei Paesi europei. Chi pensa di trovare soluzioni soltanto a casa propria, non solo mente ma sa di mentire perché è evidente che il problema è globale perché le società e quindi i confini sono impermeabili. C’è una cosa che non riusciamo a capire: come fai a pensare di fermare una nave che ha salvato in mare delle persone e sapere che nelle stesse ore sbarcano in quello stesso porto centinaia di persone che arrivano da un mare che nessuno più controlla? È propaganda e non vera ricerca delle soluzioni. Restare umani significa allora restare ragionevoli, cercare di gestire con serietà e senso di responsabilità questo dramma e trovare soluzioni vere e non propagandistiche.

La Tavola Valdese, insieme alla Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese evangeliche, è promotrice del progetto dei corridoi umanitari che dal febbraio 2016 ha acconsentito ad oltre 2.000 profughi di raggiungere l’Italia in tutta sicurezza. A che punto è questa proposta nel panorama politico italiano ed europeo?

Siamo al punto in cui se non prendiamo accordi seri con le istituzioni internazionali, è chiaro che  i corridoi umanitari rimarranno semplicemente dei modelli in piccoli numeri, quindi simbolici. Temo anche un modo per tenersi pulita la coscienza.

Cosa ha da dire la presenza valdese all’Italia oggi?

Noi siamo persone che hanno un grandissimo amore per la propria identità, ma senza chiusure. Noi abbiamo sempre piacere di dire le nostre posizioni ma sempre, sempre con uno spirito di apertura e di ascolto. Quando prima parlavo di dialogo, non intendevo “diplomazia”.Mettersi in dialogo è l’atteggiamento di colui che presenta le sue posizioni con verità e lealtà, ma è anche pronto all’ascolto e a trovare insieme una soluzione. L’Italia hanno bisogno prima di tutto di questo stile.

Cosa dirà al nuovo moderatore?

Noi siamo quelli che vivono una vera collegialità. Questo vuol dire che se da una parte il moderatore o la moderatora ha una responsabilità soprattutto pubblica di rilievo, dall’altra siamo come i direttori di orchestra:

se l’orchestra non funziona e i musicisti vanno ognuno per conto loro, il direttore fallisce.

Bisogna poi ricordarsi sempre che il mandato è a termine. Significa che tu sei finito e non infinito. In termini teologici, lo possiamo anche leggere come un controllo dell’arroganza umana che cerca a volte di volersi mettere al posto di Dio.

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Cinema d’estate: Sei storie di esistenze in cerca di riscatto

Fri, 23/08/2019 - 16:06

Filo conduttore è il tema “esistenze in cerca di riscatto”: “Parlami di te”, “I fratelli Sisters”, “Il corriere”, “Il vizio della speranza”, “Quello che veramente importa” e “Resta con me”.

“Parlami di te”

Negli ultimi anni l’attore francese Fabrice Luchini è stato molto apprezzato per “Molière in bicicletta” (2013) e “La corte” (2015). Nei primi mesi del 2019 è uscito in sala con la commedia drammatica “Parlami di te” (“Un homme pressé”) di Hervè Mimran, racconto della caduta nella malattia e voglia di riscatto. Protagonista è Alain, lavoratore indefesso che lascia poco spazio alla vita personale. Colpito da un ictus, Alain è costretto a un forzato riposo e a rivedere le proprie priorità. Una storia di certo già vista al cinema, ma che trova vigore e spessore grazie all’interpretazione convincente di Luchini nonché alla regia salda di Mimran. Un film che aiuta a riflettere anche sui rapporti familiari, in particolare genitori-figli. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“I fratelli Sisters”

Tra i film rivelazione della Mostra del Cinema della Biennale di Venezia 2018 c’è “I fratelli Sisters” (“The Sisters Brothers”) del francese Jacques Audiard, che con quest’opera marca il suo esordio a Hollywood. Prendendo le mosse dal romanzo di Patrick deWitt, il film racconta le vicende dei fratelli Eli e Charlie Sisters (John C. Reilly e Joaquin Phoenix) negli USA di metà ‘800. I due sono cacciatori di taglie, ma nel corso delle loro (dis)avventure iniziano a comprendere come il mondo stia cambiando e come la regola della pistola non sia più accettabile. In particolare in Eli, stanco di tanta violenza, si fa largo il sogno di una vita diversa, tranquilla. Audiard offre una grande prova di regia, cogliendo bene lo spirito dell’America del vecchio West, ma anche il suo ineluttabile cambiamento. Il film ha un impianto apparentemente da western classico, trasformandosi ben presto nella parabola di un uomo in cammino verso la riconciliazione. Segnato da violenza diffusa, il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“Il corriere”

Clint Eastwood non sbaglia un colpo. È soprattutto con i film da lui diretti che raggiunge un alto livello di forza espressiva e di innegabile poesia. Tra i titoli degli anni Duemila si ricordano “Million Dollar Baby” (2004), “Gran Torino” (2008) e “Sully” (2016). A inizio 2019 è uscito “Il corriere” (“The Mule”), ispirato a una storia vera: l’anziano Earl vive nelle periferie degli Stati Uniti, con incalzante disagio economico e lavorativo. Senza più guadagno, Earl si lascia tentare dalla criminalità organizzata per racimolare qualcosa: deve solamente guidare un furgone, senza farsi domande sul contenuto o sulla tratta. Eastwood racconta la caduta di un uomo nella corruzione, ma anche il coraggio del riscatto, del non svendere tanto rapidamente valori e principi. Un film bello, duro ed emozionante, che dal punto di vista pastorale è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Il vizio della speranza”

“Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis è la storia drammatica di una madre che cambia radicalmente vita per il bene del figlio che porta in grembo; racconto che si carica anche di un simbolismo parabolico, religioso. Siamo in Campania, lungo il fiume Volturno, e la trentenne Maria (Pina Turco) gestisce un traffico di prostitute e neonati sotto pressioni della malavita locala. Per Maria, come per le altre donne, non si intravede salvezza; tutto scorre inesorabilmente. Quando però Maria si scopre incinta, è mossa da una inarrestabile spinta al cambiamento, a invertire la rotta della propria esistenza. Il film oscilla tra temi roventi e di stingente attualità come lo sfruttamento della donna, della maternità e il degrado delle periferie. De Angelis rivela polso, capacità di graffiare ma anche tanta poesia, mostrando uno stile maturo e incisivo. Nonostante qualche sbavatura, il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“Quello che veramente importa”

Malattia sì, ma raccontata con i toni della commedia garbata. Stiamo parlando di “Quello che veramente importa” (“The Healer”) di Paco Arango, con Camilla Luddington e Oliver Jackson-Cohen. È la storia di un giovane dalla vita sregolata e senza impegno, che si rimette in gioco in una piccola comunità della Nuova Scozia in Canada; un percorso che lo apre al senso di prossimità e a riprendere il dialogo con la fede. Un film dalla struttura narrativa di certo semplice, scorrevole, ma vivi intenti educational. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, semplice e per dibattiti.

“Resta con me”

Dopo le avventure estreme tra i ghiacci di “Everest” (2015), il regista islandese Baltasar Kormákur si confronta con il mare aperto attraverso la storia avventurosa di “Resta con me” (“Adrift”), interpretata da Shailene Woodley e Sam Claflin. Ispirato a una storia vera, è il racconto del viaggio in barca a vela nel Pacifico, da Tahiti a San Diego, di due giovani innamorati, Richard e Tami: lui è uno skipper professionista e lei giovane alle prime armi. È un incontro-scontro dell’uomo con la Natura: un rapporto che ha la bellezza del sublime, ma presenta anche il suo lato feroce; è in particolare Tami a ricoprire un ruolo di primo piano, a giocarsi in una danza con la Natura che finisce per assumere i contorni di una sfida muscolare. Questo viaggio concitato e vertiginoso, fatto di sudore e sangue, in verità diventa anche un percorso interiore dove finisce la giovinezza e comincia l’età adulta. Il film è consigliabile, problematico e adatto per occasioni educational.

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Terremoto Centro Italia: a piedi nelle Terre Mutate dal sisma. Un Cammino per ripartire

Fri, 23/08/2019 - 13:32

“Il Cammino nelle Terre Mutate”… terremotate, sembra un gioco di parole ma non lo è. È un percorso tra commozione e indignazione, tra la meraviglia di paesaggi unici e la sofferenza per una tragedia che ha devastato il Centro Italia come il sisma del 24 agosto di tre anni fa, che ha riaperto ferite non del tutto rimarginate di terremoti precedenti. È il primo itinerario escursionistico solidale d’Italia. Da Fabriano a L’Aquila, 14 tappe, 250 km. da percorrere a piedi o in bici, lungo sentieri che si inerpicano nella catena appenninica che sigilla 4 regioni, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. La stessa dorsale montuosa che nella mappa sismica del territorio italiano è colorata di rosso carminio e viola, tonalità riservate alle zone più a rischio terremoti. Lo ricordano le 308 vittime del sisma del 6 aprile 2009 (L’Aquila) e le circa 300 del 24 agosto di sette anni dopo (Amatrice). Un viaggio tra le colline marchigiane, il lago di Fiastra, il massiccio del monte Bove, la piana di Castelluccio di Norcia, la valle del fiume Tronto, i monti della Laga, il lago di Campotosto e il Gran Sasso.

Un viaggio di conoscenza. Il “Cammino nelle Terre Mutate” è anche un cammino per ripartire, un vero e proprio “viaggio di conoscenza, di solidarietà e di relazione profonda con l’ambiente e le persone che vivono nelle terre mutate dal sisma”. Sante Corradetti è una delle guide che hanno lavorato per segnare i sentieri del cammino, in particolare quelli del tratto che va da Castelluccio di Norcia ad Amatrice, e per questo motivo è il referente locale per queste tappe del percorso. “Il Cammino – spiega – nasce interamente grazie al volontariato. Si tratta di un progetto corale promosso da numerose organizzazioni nazionali e locali come Movimento Tellurico, Ape Roma e FederTrek, con il supporto, tra gli altri, delle Regioni Abruzzo, Marche e Lazio, dei Parchi nazionali dei Monti Sibillini, del Gran Sasso e Monti della Laga, Banca Etica, di Amministrazioni comunali, aziende turistiche e commerciali del territorio”. “I sentieri – aggiunge Corradetti – non presentano particolari difficoltà e sono praticabili da tutti. Per alcune zone, come Arquata e Accumoli vanno richiesti in anticipo i permessi per transitare nella zona rossa. Per ogni tappa segnaliamo luoghi di sosta, punti di ristoro. Sono tutte imprese che hanno riaperto i battenti dopo il terremoto e che sono ripartite”. La guida indica tutti i servizi e il sito www.camminoterremutate.org aiuta a organizzare il proprio viaggio grazie alla possibilità di scegliere le tappe da percorrere, scaricare le tracce Gps, contattare le strutture ricettive per l’ospitalità e le associazioni territoriali.

Escursionismo solidale. “Le tappe sono state pensate in modo da favorire la presenza, l’incontro e l’ascolto delle comunità ferite dal sisma” afferma Corradetti.

“Sui sentieri delle Terre Mutate macerie e bellezza convivono. Qui il sisma ha prodotto cambiamenti alla morfologia e soprattutto nelle persone generando nonostante tutto storie e progetti di rinascita”.

Ma non bastano gli occhi per vederle e scoprirle. Serve altro che Corradetti descrive così: “occorre capacità di adattamento che è nello spirito di colui che cammina. Ma soprattutto la disponibilità a donare un po’ di se stessi agli abitanti di queste terre, essere pronti a ricevere quello che potranno darti a loro volta. È uno scambio reciproco tra chi cammina e chi è nel territorio. Regalare un sorriso passando è un grande dono perché quel che manca è il senso di comunità. Ci sono borghi spopolati a causa del terremoto. Parlare e incontrare la gente di qui è davvero tanto”. Percorrere questi sentieri vuol dire camminare su “terre piene di vita e di voglia di ricominciare e popolate da gente determinata che, nonostante le ultime scosse, resiste e non getta la spugna”.

“Ci vuole umiltà e empatia per attraversare le Terre Mutate”

conferma Enrico Sgarella, presidente di Movimento Tellurico, una delle associazioni promotrici del cammino – occorre procedere in punta di scarponi, porsi in ascolto, non solo dentro di noi per sentire le emozioni di queste terre martoriate e le storie di chi è rimasto e prova a rialzarsi in piedi.

Non sono terremotati ma terre mutati perché pronti a ripartire,

a rifare tutto daccapo, nuovo consapevoli che gli anni a venire saranno i più pesanti. Questo è il tempo della ricostruzione. Camminando nelle Terre Mutate non si allenano solo le gambe ma si arricchisce anche la propria consapevolezza e conoscenza”. Perché, come è scritto nella guida, “non si può rimanere ai margini di questa storia”.

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Meeting Rimini. Rumiz (scrittore): “Le radici dell’Europa battono nel forte cuore dell’Appennino terremotato”

Fri, 23/08/2019 - 13:25

“Non ero andato io a cercare Benedetto e fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo, al suo rapporto con Norcia e con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo”. Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ricorda così il suo incontro con il patriarca dei monaci di Occidente, Patrono d’Europa. Nella piazza di Norcia dove era arrivato dalla Piana di Castelluccio dopo un cammino lungo la linea di faglia che, il 24 agosto del 2016, aveva scosso l’Appennino.

foto SIR/Marco Calvarese

Lì, in mezzo a palazzi crollati e alle macerie della basilica tenuta in vita solo dalla facciata col suo rosone, la vista di quella statua con la barba bianca e il braccio destro teso verso il cielo. Completamente intatta, recante la scritta San Benedetto, Patrono d’Europa. Da quell’incontro è nato un libro “Il Filo infinito” (Feltrinelli, 2019) che Rumiz ha presentato al Meeting di Rimini. Un viaggio nei monasteri benedettini che arriva fino ai nostri giorni e che parte dall’Europa del VI secolo dopo Cristo segnata da invasioni, saccheggi e violenza devastanti cui i monaci risposero con la concretezza dell’“Ora et labora et noli contristari in laetitia pacis” (Prega, lavora, e nella gioia della pace non intristirti). Scrive Rumiz: “che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa, senza armi, con la sola forza della fede… Il germe della rinascita del Continente era partito dal forte cuore appenninico del mio Paese”. Benedetto stava lì a ricordare che “i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per l’Occidente segnato dalla violenza, da immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano. Qualcosa di simile all’oggi”.

La spinta a ricostruire l’Europa arriva proprio dall’Appennino, terra sismica, che ben conosce il termine “ricostruzione” e per questo abituata a risorgere da secoli. Domani saranno tre anni dal terremoto del 24 agosto 2016, ma la ricostruzione stenta a partire…
La cosa che mi ha più colpito è che questa terra, che ha prodotto uomini che hanno ricostruito l’Europa, dotati di una forza che nasceva proprio dalla coabitazione con i terremoti, per la prima volta dopo millenni non è in grado di ripartire. Uomini frenati dalla macchina burocratica e dalla perdita di manualità causata dal mondo moderno che ha reso tutto virtuale. Ho visto un popolo carico di fierezza e di memoria della sua storia ma al tempo stesso deprivato di una sua cultura millenaria. Scandalosamente l’Italia ignora la dignità e la forza simbolica di queste terre che vengono lasciate prive di ricostruzione a distanza di tanto tempo. Sono le terre da cui è partita la ricostruzione dell’Europa. Per me è un segno gravissimo di quella scarsa autostima che l’Italia ha di se stessa.

foto SIR/Marco Calvarese

Nel suo libro “Il filo infinito”, camminando “nel cuore vivo della distruzione… Amatrice era Bosnia in guerra” afferma di percepire “l’esempio tutto italiano di una macchina burocratica capace di uccidere più del terremoto, ostacolando i ritorni con regole e divieti”. Come superare la burocrazia, nemica della ricostruzione?
Bisogna tornare alla politica che oggi si è ridotta a semplice talk show o a pura, pedissequa, ripetizione di interessi economici o peggio finanziari. La politica dovrebbe narrare questi luoghi, emozionare gli italiani sul ruolo europeo, mondiale, di questi luoghi attraversati da terribili linee di faglia ma anche da percorsi di fede unici al mondo.

C’è anche un’Europa “malandata” da ricostruire. La statua di san Benedetto, intatta in mezzo a tanta distruzione, quale messaggio lancia al  Vecchio Continente?
Benedetto ci dice che per rimettere in piedi l’Europa non bisogna aspettare che le cose siano favorevoli. L’Europa non ha alternative all’accoglienza, ma con delle regole. Benedetto comprende ciò che la geografia stessa insegna: l’Europa non è altro che l’ultimo pezzo dell’Asia. Un luogo dove i popoli arrivano e non possono proseguire perché c’è l’Atlantico. Un luogo dove i popoli non hanno altra alternativa che coabitare o massacrarsi tra loro. Tutta la nostra storia ci offre due grandi insegnamenti: le cose meravigliose che siamo capaci di fare quando impariamo a coabitare e gli orrori che commettiamo quando decidiamo di massacrarci tra di noi. La scelta è tra la guerra e la coabitazione. E il mondo benedettino ci ricorda la vocazione dell’Europa come punto d’arrivo e luogo dell’accoglienza. E anche come paesaggio di cui prendersi cura.

Sacro Speco di san Benedetto a Subiaco (Foto Sir/Rocchi)

Una vocazione che oggi pare smarrirsi tra risorgenti nazionalismi e sovranismi. I monaci di allora furono “capaci di rilanciare la civiltà in un mondo in preda alla paura”, quelli di oggi possono ancora adempiere a questa missione nel silenzio dei monasteri?
Certamente anche se hanno molta politica contro e una parte del mondo cristiano contrario all’accoglienza. Io credo il pericolo non venga da fuori ma sia dentro di noi. Noi siamo molto meno coscienti delle nostre radici culturali e religiose rispetto a quanto lo fossero gli uomini di allora. L’Europa nel VI secolo era in condizioni inimmaginabili e proprio in quegli anni i monaci hanno operato.

In questa opera di riedificazione dell’Europa hanno contribuito anche i monasteri femminili…
Assolutamente. Nel mondo monastico la donna è una pari grado. Una badessa equivale a un vescovo. Un vescovo che rende visita a una badessa si toglie i segni della sua autorità per rispetto di colei che lo ospita. Questo nasce da una percezione che definirei ‘tellurica’ di ciò che la madre terra rappresenta, una visione molto femminile di Dio di cui i monaci sono portatori.

Costruire il buono attraverso la ricerca del bello: è ciò che i monaci cercano di fare seguendo la Regola. C’è ancora spazio per il bello e per il buono in questa Europa?
Ci sono molte forze positive. Il compito di scrive, di chi fa politica è di mettere insieme queste persone, dare loro una rappresentanza. Oggi non viene fatto perché siamo ipnotizzati da alcune centinaia di blogger che non hanno altro da fare nella vita che seminare zizzania. La sensazione è che questi rappresentino una maggioranza del nostro pensiero. Secondo me, invece, sono una forte minoranza con un forte influsso sul pensiero medio perché offrono dei capri espiatori comodi anche al potere e agli uomini frustrati di oggi. Quando i reggitori non sanno dare risposte al popolo gli offrono nemici.

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Crisi di governo: Mattarella chiede ai partiti “decisioni chiare e in tempi brevi”

Fri, 23/08/2019 - 09:55

“Decisioni chiare e in tempi brevi”. Al termine del primo giro di consultazioni, il Presidente della Repubblica mette tutti i partiti davanti alle loro responsabilità. Ci sarà un nuovo giro di consultazioni, tra martedì e mercoledì, perché alcuni partiti hanno comunicato che “sono state avviate trattative per un’intesa” e anche “da parte di altre forze politiche è stata espressa la possibilità di ulteriori verifiche”. Una fotografia che coglie l’ambiguità dei movimenti in corso, con il confronto tra M5S e Pd da un lato e la Lega che tenta ancora i pentastellati. Ma questo secondo giro sarà “per trarre le conclusioni e per assumere le decisioni necessarie”.

Dunque a metà della prossima settimana il rebus della crisi di governo dovrà essere sciolto.

E le possibilità indicate dal Capo dello Stato sono due: o un governo pieno, all’altezza delle sfide che l’Italia deve affrontare, dunque un esecutivo basato “su valutazioni e accordi politici dei gruppi parlamentari su un programma per governare il Paese” oppure “il ricorso agli elettori”. Un’ipotesi, quest’ultima, che verosimilmente richiederà la nascita di un governo ad hoc per accompagnare il percorso verso le urne con le necessarie garanzie di imparzialità e rispetto delle regole. Ma la scelta da compiere è netta, non c’è spazio per soluzioni pasticciate o per fare melina.

Le parole pronunciate con tono severo dal Presidente si collocano al punto d’incrocio tra le esigenze del Paese e il richiamo puntuale alla Costituzione che è in questi anni è sempre stato la cifra di Sergio Mattarella. Da un lato, infatti, ci sono “l’esigenza di governo di un grande Paese come il nostro”, gli impegni richiesti dal  ruolo che “l’Italia deve avere nell’importante momento di avvio della vita delle istituzioni dell’Unione europea per il prossimo quinquennio”, la necessità di fronteggiare “le incertezze politiche ed economiche a livello internazionale”.

Da queste imprescindibili motivazioni discendono sia la qualità della risposta che i partiti sono chiamati a dare, sia la tempistica così serrata. La soluzione, in ogni caso, va perseguita nell’alveo tracciato dalla Costituzione.

Il Presidente della Repubblica “ha il dovere ineludibile di non precludere l’espressione di volontà maggioritaria del Parlamento” e proprio alla luce di questo dovere Mattarella ha concesso qualche giorno ai partiti per approfondire i discorsi aperti. Del resto le due forze politiche che componevano la maggioranza uscente – la “dichiarata rottura polemica” del loro rapporto, ha ricordato il Capo dello Stato, è all’origine dell’attuale crisi – ben sanno con quanta pazienza istituzionale egli consentì la nascita dell’esecutivo giallo-verde. Soltanto se il Parlamento non si mostrerà in grado di esprimere una maggioranza governo, allora la bisognerà inevitabilmente ricorrere a elezioni anticipate. “Decisione da non assumere alla leggera”, comunque, perché si è votato nel marzo dello scorso anno e “la Costituzione prevede che gli elettori vengano chiamati al voto per eleggere il Parlamento ogni cinque anni”.

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La trucidità come strategia politica. Ma ora servono una tregua e la verità

Thu, 22/08/2019 - 11:29

Credo che la classifica delle parole più creative di origine orientale la vinca facilmente la parola serendipità, serendipity in inglese; Umberto Eco la tradusse così nel 1985, nella sua prima “Bustina di Minerva” sulla rivista l’Espresso. Essa può significare trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca qualcosa di completamente diverso; oppure trovare qualcosa che si andava cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettati. Serendipità implica sempre una scoperta positiva.

Origine e significato. Lo scrittore inglese Horace Walpole, creatore della parola, la definì come un caso fortunato; la sociologa italiana Marina Innorta ha osservato correttamente che nella serendipità la miscela esatta di sagacia e di fortuna varia con il variare dei contesti in cui la parola viene usata e ha aggiunto che “la serendipità non è una semplice coincidenza fortunata. Ha bisogno di sagacia. E sagacia significa perspicacia, capacità di valutare tutti gli elementi di una situazione, di andare all’essenza di qualche cosa”. Il famoso studioso giapponese di management e strategia Ikujiro Nonaka ritiene che la serendipità sia una condizione essenziale nel creare nuova conoscenza e innovazione, attraverso la creatività e l’intuizione contenute nella serendipità. La parola serendipità nacque in inglese ma discende da una fiaba italiana di Michele Tramezzino, “I tre prìncipi di Serendippo”, pubblicata a Venezia nel 1557 con autorizzazione del Papa Giulio III. Sembra, in definitiva, che il successo di questa parola e comportamento si debba al fatto che risulta attrattivo rischiare l’incertezza, pur che sia orientata a qualcosa di positivo.

Solutions outside the box. Uno degli effetti collaterali delle grandi trasformazioni causate dal cambio d’epoca è il rimescolamento caotico delle filosofie di vita, delle teorie economiche, delle certezze dei diritti umani, dei metodi di lavoro e di relazioni delle istituzioni. Questa moda, o gusto e preferenza per il caos distruttivo si possono intravedere nei modi di essere, di fare, di relazionarsi di tante persone, perfino di quelle che sono state scelte come autorità, comprese quelle che hanno responsabilità di proteggere tutti e portare a salvo i più deboli. Sta nascendo dunque una versione occidentale in negativo della serendipità: la potremmo chiamare trucidità, il lato contrario e oscuro della serendipità.

La nuova trucidità è rispondere in modo truce alle sfide dell’incertezza facendo qualcosa di molto diverso, senza essere certi che funzioni e soprattutto senza mai cercare di sapere se la nuova risposta truce, negativa e cattiva abbia mai dato il risultato voluto.

Solutions outside the box si direbbe in inglese, soluzioni fuori degli schemi, ma nel caso della trucidità si tratta di soluzioni truci fuori della scatola, fuori dello schema senza conoscere affatto di quale schema si tratti, senza nemmeno sapere che c’è uno schema dal quale si decide di uscire. Alla trucidità, al contrario della serendipità, manca la sagacia e la capacità di scoprire l’essenza di un problema. Al posto del pensatore creativo della serendipità spunta dunque colui che vuole fare, non sa bene cosa, fare senza prima pensare, purché sia o almeno sembri qualcosa di violento e di coraggioso, nei fatti o a parole, feroce, crudele, imprevedibile e spietato. Ma più che coraggio si tratta in realtà di una grinta con rabbia invece che con passione e con ottusità testarda più che con perseveranza.

In ambito politico… Al contrario di un altro recente neologismo “felicizia” – inventato al Sermig di Torino da un bambino immigrato che voleva sottolineare la felicità che viene dall’amicizia – la trucidità cerca nell’offesa degli altri, nell’odio a prescindere, uno sfogo alle proprie paure e alla propria ignoranza. La trucidità rispetta alcune regole del marketing e della comunicazione: si riveste infatti di sorrisi e battute scherzose per sembrare serena, anche se di solito non ci vuole molto ad accorgersi del lupo nascosto tra gli agnelli, perché è sempre uno che preferisce mostrare i muscoli invece di provare a ragionare.
Ma la comunicazione truce non rispetta mai l’ottavo comandamento: ama dire il falso. Trucca i numeri, dice di aiutare i poveri tagliando le tasse ai ricchi, denuncia le scelte parlamentari a maggioranza come fossero robaccia anti-democratica, denuncia la corruzione altrui a manate, o a dozzine, senza mai usare multipli del 49, si dichiara nazionalista, ma russa perfino quando è sveglia.

Il comportamento truce è una miscela di attitudini di scherno e comportamento torvo, minaccioso, bieco. Se si tratta di contenzioso politico con una donna, un capetto truce non sottolinea né argomenta la diversità di opinione, caratterizza invece la persona avversaria con epiteti sessisti. Perfino quando per caso o per forza altrui a un capetto capita di far qualcosa di buono a favore dei più deboli, la trucidità impone di dire che ha agito suo malgrado.

È un bullismo reiterato ma confuso, che non sa nemmeno esattamente con chi ce l’ha e perché lo odia, tanto che invece di lanciare solo slogan orribili si mette a perseguitare o a abbandonare donne con bambini in braccio, distribuendo immagini della Madre di Gesù.

Italia, agosto 2019. La trucidità viene riconosciuta come forma di strategia in Italia nell’agosto 2019, ma non sappiamo ancora se questa volta il suo significato si riferisca a no a una parola inglese come accadde per la serendipità. Infatti in inglese truce significa semplicemente tregua. Chissà se la trucidità sceglierà o sarà costretta a ripensarsi un momento, a una tregua di serenità e di ascolto. O magari a cambiare parola di ispirazione da truce a true, che in inglese significa vero o verità.

(*) Per quarant’anni dirigente della Caritas Italiana e di diversi organi delle Nazioni Unite, è consigliere anziano della Mae Fah Luang Foundation in Thailandia. Vive a lavora a Bangkok

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Arquata del Tronto: la ricostruzione di Agorà, dove “le ferite diventano feritoie di luce”

Thu, 22/08/2019 - 11:05

Segno della voglia di ricominciare, inizio di una ricostruzione umana e spirituale. Si chiama “Agorà”, parola greca che significa ‘piazza’. Sulla targa posta al suo ingresso si legge “Dove l’incontro diventa casa”, vicino la scritta l’immagine di due mani che si cercano per aiutarsi, in secondo piano, quasi sfocata, la crepa di un muro. È il Centro comunitario polivalente di Arquata del Tronto, sito nella frazione di Borgo di Arquata, vicino alla nuova scuola, realizzato con il contributo di Caritas Italiana, di Caritas Europa e di altre Caritas del mondo come Vietnam e Iraq e inaugurato nell’ottobre del 2017, poco più di un anno dopo il terremoto del 24 agosto che devastò il Centro Italia.

Macerie visibili. Ad Arquata e nelle sue tredici frazioni, tra cui Pescara del Tronto, il sisma ha divorato tutto lasciando solo macerie, dopo tre anni, ancora ben visibili. Come quelle della chiesa della parrocchia dei santi Pietro e Paolo, adiacente al Centro. Macerie che oggi convivono con le mura nuove di “Agorà”, la piazza sicura e curata nei dettagli, quasi a dire a chi ha visto la sua casa distrutta dal terremoto che tutto può rinascere e che si può tornare a vivere. La struttura, costruita in 4 mesi con materiali in bioedilizia, ha una superficie complessiva di 650 metri quadri ripartiti su due piani. Al piano terra ospita una sala multiuso per le attività sociali e ricreative oltre uno spazio per la ristorazione. In quello superiore ci sono camere e servizi con 24 posti letto. All’esterno, un parcheggio di 700 metri quadri e un’area giochi.

foto SIR/Marco Calvarese

Opera prima. È significativo che il Centro sia stata la prima opera nata dopo il terremoto del 24 agosto: le casette (Sae) sono arrivate dopo. “Infatti – racconta il parroco di Arquata, don Nazzareno Gaspari – la prima attività del centro è stata quella di ospitare le famiglie rimaste senza un tetto i cui figli dovevano rientrare in classe nella nuova scuola realizzata proprio qui vicino. Agorà è un luogo nel quale la vita sociale è ripartita”. Nel parcheggio esterno arrivano auto e presto il piazzale si riempie di persone. Sono i partecipanti ad un corso di aggiornamento per giovani

foto SIR/Marco Calvarese

amministratori della zona. “Ad Agorà ospitiamo corsi, seminari, incontri di vario genere – dice Angela D’Ortenzi, dell’associazione “Rinascimento” che gestisce il centro – mentre nelle camere diamo alloggio a famiglie sfollate e a persone che, legate a questa terra, amano trascorrervi qualche giorno, nonostante il sisma abbia distrutto tutto. Arrivano anche escursionisti. La piana di Castelluccio di Norcia dista pochi chilometri da qui. I nostri spazi sono a disposizione della popolazione”. Quella rimasta che vive nelle Sae, circa 500 abitanti. Prima del sisma erano quasi 1500. Nel centro si svolgono il doposcuola, corsi di chitarra e iniziative pastorali. Queste ultime non senza qualche difficoltà. Non le nasconde don Nazzareno, arrivato ad Arquata poco dopo le scosse e impegnato a ricostruire una comunità che prima del terremoto si radunava intorno a ben cinque parrocchie, con 32 chiese sparse nel comune di Arquata e nelle sue tredici frazioni. “È difficile ricominciare pensandosi come un’unica comunità – dichiara il sacerdote – ma il terremoto ci spinge in questa direzione. Si tratta di un passaggio che ha bisogno dei suoi tempi perché siamo in un territorio legato molto alle tradizioni, riti e feste, a propri modelli di vita. Ora bisogna rivederli un po’ tutti alla luce di questa unicità”. Ricostruire senza giovani, poi, “è ancora più duro”. “Con i pochi rimasti, una decina, portiamo avanti diverse iniziative. L’ultima, lo scorso giugno, ci ha portato in Zambia per un’esperienza missionaria insieme a un missionario ascolano”. Nella parrocchia adesso rintoccano le campane di due chiese di legno ricostruite grazie alla solidarietà di Caritas Italiana e Telepace. “Il loro suono – continua don Nazzareno – sono un segno di vita che rinasce, un simbolo di una comunità non solo ecclesiale ma anche civile che riparte.

La piazza e le chiese sono segnali di vita, di un cammino che riprende.

Restituire la fruizione delle chiese è un passo fondamentale nella ricostituzione delle comunità”.

“Non sarete soli”. Il terremoto ha distrutto, case, chiese, luoghi di lavoro, ma ha segnato soprattutto “l’interiorità delle persone”. Don Nazzareno non usa mezzi termini per spiegarsi:

“il sisma ha posto nell’animo della gente ansia, incertezza, insicurezza materiale dovuto alla perdita del lavoro che non è tornato. Una precarietà che avvolge e che non ti dona certezza su cosa accadrà per la ricostruzione. Nonostante le promesse questa è ferma. La precarietà si riflette anche nelle relazioni umane. In alcuni casi anche il rapporto con Dio è stato messo in discussione in una sorta di ribellione. In altri invece abbiamo visto una fede rafforzata con persone che si sono ancorate alla roccia che è Gesù Cristo”.

A infondere speranza nel futuro sono le parole pronunciate dal card. Francesco Montenegro, quando nel 2017 da presidente di Caritas Italiana, inaugurò il Centro Agorà: “L’augurio che vi faccio è che

siate consapevoli del fatto che le ferite diventano feritoie

ed è proprio attraverso queste che si vede la luce dall’altra parte… In futuro queste terre parleranno di risurrezione e di Pasqua. Voi stessi, che state pagando il prezzo del terremoto, domani sarete a guardarvi attorno per donare solidarietà. Non sarete soli”.

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Arquata del Tronto. Mons. D’Ercole: “Il dopo terremoto è un altro terremoto qualche volta ancora peggiore”

Thu, 22/08/2019 - 11:04

“Ripenso a quella notte del 24 agosto 2016. Le scosse erano ancora in corso e vedevo cadere case e muri tra la disperazione della gente.

Oggi tanti terremotati sono passati dalla disperazione alla rassegnazione, che è la cosa peggiore. Preferisco la disperazione urlata a una rassegnazione silenziosa che significa morte anticipata. Vedo tutto questo nel volto di molti anziani e anche di tanti bambini”.

Tre anni dopo il sisma dell’agosto 2016 mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ricorda la corsa in auto verso Pescara del Tronto, frazione del comune di Arquata, le località della sua diocesi più colpite dal terremoto. Oltre 50 morti. Ma adesso lo sguardo è rivolto al presente. Al pianto, alle grida di disperazione di quelle ore oggi si sono sostituiti silenzio e rassegnazione. A denunciare la ricostruzione ferma sono, anche qui come in altre zone terremotate del Centro Italia, i lenzuoli appesi un po’ ovunque come anche tanti cartelli con su scritto “Vendesi”, “Vendesi attività” e “affittasi”. Solo con le prime luci dell’alba del 24 agosto la grandezza di quella tragedia prese forma. Una forma che permane tutt’ora. Basta girare per Arquata del Tronto, e nelle sue tredici frazioni, tra cui Pescara del Tronto, Piedilama e Pretare per rendersene conto. Macerie ovunque, case e chiese sventrate. A vegliare su di esse i loro abitanti ospitati nelle casette, le Soluzioni abitative di emergenza (Sae).

Vogliamo parlare di ricostruzione? Mons. D’Ercole intuisce la domanda e anticipa la risposta. “Tutti sanno che siamo praticamente quasi fermi per tante ragioni che non vanno tutte addebitate alla politica. Ci sono difficoltà concrete. Basta dare uno sguardo a questi territori per rendersi conto che ricostruire richiede una tantissima fatica e un grandissimo investimento in termini anche economici. Se poi a tutto ciò si aggiunge  una certa lentezza burocratica è chiaro che siamo abbastanza fermi. La ricostruzione privata, seppur lentamente, è partita. Anche quella delle chiese è andata avanti perché resa possibile dalla prima ordinanza, emanata dall’allora Commissario straordinario di Governo alla Ricostruzione, Vasco Errani. Abbiamo riaperto 34 chiese nel giro di un anno e mezzo. Dopodiché tutto si è fermato e solo qualche settimana fa è arrivata la notizia di un’ordinanza che spero ci dia di nuovo la possibilità, come soggetti attuatori, di restaurare altre chiese”.

La burocrazia è il freno a mano della ricostruzione. Questo appare chiaro. Ma che cosa occorre per ricostruire senza perdere altro tempo?
Snellire le procedure. Si ha paura della corruzione. Ma questa aumenta se la burocrazia cresce. Se per costruire qualcosa invece di tre semplici passaggi se ne devono fare trenta o più, come si può pensare che non ci sia corruzione? Solo per tagliare un pezzo di muro ho dovuto attendere sei mesi.

La burocrazia è il primo nemico della ricostruzione, dello sviluppo e di tutti coloro che vogliono fare qualcosa di serio.

Poco fa ha detto che preferisce “la disperazione urlata a una rassegnazione silenziosa”. Perché?
La gente è un po’ stanca, spesso sfiduciata e credo cominci a perdere la voglia di restare qui. Il rischio più grande è questo. Sono terre di montanari che non perdono la grinta ma bisogna dare concreti segni di ripresa. Questi sono centri poco abitati di inverno ma che si ripopolano nei mesi estivi quando tanta gente torna nei propri luoghi di origine.

Se non si ricostruirà sarà la morte di queste terre. Fra 20 o 30 anni qui non ci sarà più nessuno. Diventerà una parte morta dell’Italia, dove i giovani, che sono i bambini di oggi, tendono a fuggire sia per la paura ancora viva del sisma, sia perché non vedono futuro.

Noi siamo dispostissimi a dare un aiuto per dare segni di ripresa perché sarà un servizio reso a questa gente e all’Italia. Sa cosa credo?

Mi dica…
La gente preferisce di vedere ricostruita la chiesa prima ancora che la propria abitazione perché è convinta – e lo sono anche io – che se si ricostruisce la chiesa si riedificherà anche il paese. Diversamente sarà la fine.  Siamo in una fase di speranza, che si attenua sempre di più, e di attesa che spero possa essere colmata da qualche buona notizia.

In questo tempo di attesa qual è l’impegno della Chiesa?
Il nostro compito è dare forza per affrontare queste difficoltà. Possiamo aiutare sul piano economico – lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora anche se sempre di meno – ma, come Chiesa, forse questo

è il momento di investire di più sull’ascolto e sull’accompagnamento.

È un invito che rivolgo ai sacerdoti e lo ripeto ogni giorno a me stesso. Oggi l’aiuto più grande che possiamo dare alla nostra gente è ascoltare i loro lamenti, i loro pianti, i loro sfoghi. L’ascolto è una medicina importante in situazioni drammatiche perché

il dopo terremoto è un altro terremoto qualche volta ancora peggiore

e che sfocia in tanti suicidi. Questo è un tema che non va dimenticato.

Ascolto e accompagnamento per ricostruire moralmente e spiritualmente questa terra?
Unirei anche la capacità di comunicare. Per questo ringrazio tutti coloro che attraverso i media danno voce a chi ormai per farsi sentire deve protestare. Fare sentire la loro voce è un grande servizio a queste popolazioni, all’Italia e all’uomo che deve essere sempre rispettato e aiutato a credere in se stesso.

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