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Updated: 57 min 25 sec ago

Nave saudita a Cagliari, caricati container di armi. Pax Christi: “Serve un sussulto morale”

Fri, 31/05/2019 - 19:02

“Dobbiamo un grazie e una vicinanza” agli scaricatori del porto di Genova che con la loro mobilitazione hanno impedito lo scorso 25 maggio alla nave saudita Bahri Yanbuc di “effettuare il suo carico di materiale da guerra. Ma la vigilanza deve continuare”. Lancia un monito mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi Italia, che nell’editoriale dell’ultima newsletter dell’organizzazione mette in guardia dai “tanti segnali di guerra” in atto come “le manovre per una prossima guerra all’Iran, la fornitura di armi all’Arabia Saudita”, il “coinvolgimento italiano con la Rwm di Domusnovas in Sardegna”. “Continua il lavoro di tanti costruttori di pace, per il disarmo e la nonviolenza”; per questo, afferma, “non perdiamo il coraggio e la speranza”.

Intanto la nave cargo gemella Bahri Tabuk è attraccata nel porto di Cagliari. Raggiunta telefonicamente dal Sir, Cinzia Guaita del Comitato per la riconversione Rwm – l’azienda con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento produttivo a Domusnovas (Carbonia-Iglesias) che produce mine, bombe e testate per missili – racconta che, “contrariamente a quanto si potesse pensare dalle rotte indicate, la Bahri Tabuk è arrivata nella notte e ha attraccato all’alba nel porto di Cagliari. In prima mattinata sono stati caricati a bordo quattro container da 30 tonnellate di bombe avvalendosi di personale privato e bypassando quello del porto; nel pomeriggio doveva avvenire un altro carico, il più grande di sempre, ma poi la notizia è stata smentita”. “Ora invece – prosegue – secondo fonti delle reti pacifiste e antimilitariste nelle quali è inserito il Comitato, che fa parte della Tavola sarda della pace ed è collegato con la Rete italiana per il disarmo, da circa un’ora sono partiti due nuovi camion dalla fabbrica. Quindi il carico sembra continuare”. “E’ difficile riuscire ad avere informazioni certe perché tutto avviene nella massima segretezza e si incrociano notizie e smentite – precisa la nostra interlocutrice -. Le fonti sono attendibili ma le notizie vanno in direzioni diverse, forse perché la strategia della Rwm cambia in continuazione”. Intanto al porto canale “stanno arrivando i cittadini invitati ad una mobilitazione contro questo carico di bombe che sappiamo destinate all’Arabia Saudita per lo Yemen, in piena violazione della legge 185/90 e del Trattato internazionale sulla vendita delle sul commercio delle armi (Att)”.

Dobbiamo aprire gli occhi sulle vittime. Non si può ragionare solo in termini di export, profitti, bilanci, e chiudere e gli occhi su un’industria che produce, sì profitti – a differenza di tante altre che sono in crisi –, ma a prezzo di vite umane”, dice al Sir don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. “Le bombe uccidono. Come Pax Christi vorremmo che i temi della pace e dell’impegno per il disarmo entrassero di più nell’agenda politica”, afferma richiamando la già citata legge 185/90 e ricordando l’impegno dell’allora presidente del movimento, don Tonino Bello: “E’ anche grazie a lui se abbiamo questa norma”. Per il sacerdote, “vendere armi all’Arabia Saudita significa diventare complici nei bombardamenti contro la popolazione inerme dello Yemen”. Per questo

“serve un sussulto morale e etico ancorato alla legge, altrimenti saremo complici della più grande tragedia umanitaria del dopo guerra.

Ma uno spiraglio di luce lo hanno già dato gli scaricatori di Genova e, nei mesi scorsi, alcuni sardi che hanno rifiutato una proposta di lavoro alla Rwm. Chi dice no è un segno di speranza”.

Secondo l’ultima Relazione governativa al Parlamento sull’export italiano di armamenti che riporta i dati di autorizzazione e vendita riferiti al 2018 – resa nota dalla Rete italiana per il disarmo – dopo due anni di autorizzazioni complessive per oltre 10 miliardi di euro, il totale riferito allo scorso anno si attesta sui 5,2 miliardi di euro con un calo del 53% rispetto all’anno precedente. A ridurre il totale è l’assenza di “mega-commesse” come quelle per gli aerei al Kuwait e le navi al Qatar. Anche nel 2018 sono stati oltre 80 i Paesi del mondo destinatari di licenze per armamenti italiani. Al vertice della classifica si collocano Qatar, Pakistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, seguiti da Germania, Usa, Francia, Spagna e Regno Unito. Completa la “top 10” l’Egitto. Il 72% di autorizzazioni, fa notare la Rete, è rivolto a Paesi non appartenenti alla Ue o alla Nato (rimanendo a circa il 48% per i soli Paesi Mena, cioè del Medio Oriente e Nord Africa). Ma anche a Stati problematici o con situazioni di tensione come Pakistan (207 milioni), Turchia (162 milioni), Arabia Saudita (108 milioni), Emirati Arabi Uniti (80 milioni) ed India (54 milioni), Egitto (31 milioni).

Il fatturato dell’industria militare italiana nel 2018 è pari a circa 2,5 miliardi di euro.

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Card. Zenari: “In Siria continua la strage degli innocenti”

Fri, 31/05/2019 - 17:56

Si combatte ancora in Siria, dove nella zona di Idlib, si fronteggiano l’esercito di Assad, oppositori armati e jihadisti del fronte Tahrir al-Sham. Le Nazioni Unite parlano di centinaia tra morti e feriti e oltre 200mila sfollati interni solo nelle ultime settimane, per una emergenza umanitaria che sembra non avere mai fine. “I segnali che arrivano da queste ultime settimane dai responsabili delle varie agenzie delle Nazioni Unite non sono incoraggianti – conferma al Sir il nunzio apostolico in Siria, card. Mario Zenari – Stiamo assistendo dalla fine di aprile ad una escalation militare il cui prezzo viene pagato in particolare dai civili, dalle fasce più deboli della popolazione, donne e bambini in testa. Il costo pagato dei bambini è enorme al punto che possiamo definire questa guerra come la strage degli innocenti, con tanti morti, feriti, mutilati, traumatizzati. Come comunità internazionale abbiamo tutti quanti una grande responsabilità di fronte a questo male inflitto soprattutto ai più piccoli e alle donne”. Per l’Unicef dall’inizio dell’anno in Siria almeno 134 bambini sono morti e più di 125mila sfollati. Circa 30 ospedali sono stati attaccati, 43mila bambini non possono frequentare le scuole e nella zona di Idlib gli esami di fine anno posticipati.

Il nunzio in questi giorni è a Roma per lavorare al lancio della seconda fase del progetto “Ospedali aperti”, da lui ideato nel 2017 e affidato ad Avsi, organizzazione internazionale che su più fronti opera per dare sostegno alla popolazione siriana. Obiettivo del progetto è assicurare l’accesso gratuito alle cure mediche ai siriani poveri, attraverso il potenziamento di tre ospedali non profit: l’Ospedale Italiano e l’Ospedale Francese a Damasco, e l’Ospedale St. Louis ad Aleppo. Ospedali Aperti ha fornito, dal novembre 2017 ad aprile 2019, oltre 20.789 cure gratuite a siriani poveri e punta, ad arrivare a 50mila entro i prossimi due anni.

Mentre si combatte si fanno stime sulla cifra necessaria a ricostruire il Paese, si parla di 600 miliardi di dollari. Chi pagherà questo conto?
Sono cifre da capogiro. I Paesi che hanno dimostrato una certa disponibilità sarebbero i Paesi Occidentali con l’Ue in testa che pongono alcune condizioni come l’avvio di un processo democratico. Tuttavia credo che strutture fondamentali quali scuole e ospedali, il 54% di questi ultimi andati distrutti, vadano subito ricostruite prima di porre o vedere certe condizioni realizzate.

Chi pagherà i costi della ricostruzione forse acquisirà anche una parte della sovranità della Siria?
È tutto da vedere. Ribadisco: alcune strutture fondamentali, come ospedali e scuole, vanno rimesse in piedi indipendentemente da certe mire.

Alla ricostruzione materiale del Paese dovrà necessariamente corrispondere quella sociale e morale della popolazione. Quale delle due sarà più difficile da raggiungere?
Le distruzioni che non si vedono sono più gravi di quelle che si hanno davanti agli occhi. La guerra ha intaccato e distrutto il tessuto sociale. Ricostruirlo non è la stessa cosa che riedificare un ponte o un palazzo. Ci vorranno anni e forse generazioni per guarire ciò che l’occhio umano ora non vede.

La Siria potrà mai tornare ad essere quel mosaico di etnie e fedi che era prima della guerra?
Non sarei del tutto pessimista. Il mosaico siriano ha subito danni e questo terremoto ha fatto scricchiolare e aprire delle fessure tra le tessere di questo mosaico. Ora bisogna riparare i danni e sta soprattutto ai leader religiosi fare queste profonde riparazioni spirituali nel tessuto sociale.

In questo lavoro di ricucitura che ruolo possono giocare i cristiani?
L’impegno della comunità cristiana deve essere, unitamente a quello delle altre componenti religiose molto forti nel Paese, quello di fare fronte non solo ai bisogni immediati e urgenti della gente ma anche di lavorare a ricostruire la persona umana, favorire il processo di riconciliazione e di coesione sociale che è molto arduo.

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Giustiziati alti funzionari di Kim Jong-un. Antonio Fiori, “i diritti umani? Nella politica reale non hanno peso”

Fri, 31/05/2019 - 15:00

La Corea del Nord continua a terrorizzare il mondo. Dopo la ripresa dei lanci nucleari nel mese di maggio, è di oggi la notizia di plotoni d’esecuzione usati per punire, anzi giustiziare, alti funzionari sleali o inefficienti nella trattativa con gli Stati Uniti. L’ira del leader nordcoreano si è abbattuta su Kim Hyok-chol, il suo inviato speciale per il negoziato nucleare di Hanoi che sarebbe stato fucilato a marzo, assieme a quattro funzionari del ministero degli Esteri. Oltre alle fucilazioni ci sarebbero state altre punizioni nella squadra di negoziatori. Sono usciti di scena anche Kim Yong-chol, 72 anni, la sua assistente e l’interprete e pare che siano stati mandati ai lavori forzati, in quel “processo di rieducazione” a cui si fa ricorso in Corea del Nord. “Scenari” inquietanti – osserva Antonio Fiori, esperto di Coree e professore all’università di Bologna – che “sicuramente possono preoccupare l’amministrazione americana ma non incidono in alcun modo sul processo negoziale visto che Trump è esclusivamente interessato allo smantellamento delle testate nucleari e non a quanta gente ammazza Kim”. Questo dimostra in modo chiaro che “purtroppo nella politica reale – sentenzia Fiore – la negazione dei diritti umani è puramente una questione interna ai singoli paesi e pertanto non un elemento di particolare attenzione a livello negoziale”.

Professore, ma è vera la notizia? Davvero sono stati giustiziati alti funzionari della nomenclatura di Kim Yong-un?

La verità la possono sapere soltanto loro. La notizia è uscita su Chosun Ilbo, un giornale conservatore sudcoreano che molto spesso ci ha abituato a notizie totalmente prive di fondamento. Ci sono stati episodi negli anni passati in cui Chosun Ilbo o l’intelligence sudcoreana avevano dato notizie relative a fucilazioni di funzionari nordcoreani che poi sono riapparsi. Per cui fino a quando non si avranno maggiori informazioni, la notizia non può essere confermata.

Come studiosi, avevate qualche sospetto?

C’è una cosa a cui noi osservatori facciamo molta attenzione ed è la presenza degli alti funzionari all’interno delle delegazioni formali che accompagnano i leader. In Russia, quando Kim Jong-un è andato ad incontrare Putin, non erano presenti nella delegazione né Kim Hyok-chol né Kim Yong-chol e neanche la sorella minore. Questo fa pensare che qualcosa possa essere accaduto.

Cosa potrebbe essere successo per spingere ad una tale “epurazione”?

Ci sono due versioni. La prima parla di un eventuale caso di corruzione in cui pare sia coinvolta addirittura la sorella di Kim Jong-un, non a caso messa ai margini della nomenclatura politica. Credibile? Non lo so.

Tutto può accadere in Corea del Nord. Tutto viene sanzionato, anche in ambito familiare.

Cosa si intende in Corea del Nord per corruzione?

A quei livelli, la corruzione è legata all’attività commerciale con la Cina. Si acquisiscono crediti finanziari che non dovrebbero stare nelle mani di funzionari, ma fluire direttamente nelle casse del regime.

La seconda possibilità?

E’ che siano stati puniti per il fallimento del vertice di Hanoi con Trump. Come sappiamo, ad un certo punto i due leader si sono alzati e sono tornati a casa senza che il summit abbia portato ad una dichiarazione congiunta. Kim voleva un alleggerimento sostanziale delle sanzioni poste in essere dalla comunità internazionale. Trump invece, per concederlo, avrebbe voluto l’innesco di un sostanziale processo di disarmo da parte della Corea del Nord. Kim allora si alza senza negoziare una eventuale soluzione di mezzo. E nel momento in cui si alza, la fanfara che aveva organizzato prima della sua partenza da Pyongyang, si sgonfia in una sostanziale delegittimazione del leader. È chiaro che il fallimento di quel summit deve per forza trovare un colpevole. Chi? Kim Hyok-chol e Kim Yong-chol, appunto.

Può succedere che un summit possa fallire e che chi lo ha organizzato possa aver sbagliato. Ma c’è una grande differenza tra una responsabilità ed una esecuzione. Chi abbiamo davanti?

Kim Jong-un è il leader di un Paese particolare. Un Paese che, dalla notte dei tempi, rappresenta l’autorità come una realtà che non può in alcun modo essere messa in discussione.

In un Paese come la Corea del Nord, i funzionari che lavorano male per la legittimazione formale del leader, non vengono licenziati, vengono giustiziati. È molto semplice.

Con una persona che ragiona così, con un paese impostato in questo modo, quanto l’Occidente può fidarsi?

Ottima domanda, che però io potrei anche rovesciare. È ovvio che la Corea del Nord ha i suoi dettami e i suoi paradigmi. Un paese di cui probabilmente non ci si può fidare in toto.

Detto questo però aggiungerei: quanto la Corea del Nord può fidarsi dell’Occidente?

Bisogna allora probabilmente abbandonare la linea “zero-sum game”, dove vince uno e perde l’altro per cominciare a posizionarsi su una strategia “win win” dove vince un po’ uno ma anche un po’ l’altro.

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“I have the best Sisters sin the world.” In Albania amidst apostolate and prayers, for the rediscovery of the missionary Church

Fri, 31/05/2019 - 12:32

The wrinkles on Sister Josephine’s face, the slight curvature of Sister Bernarda’s shoulders, reveal the burden of age and of many fatigues, but their smile and their gaze reflect the youth of their spirit. Not to mention Sister Teresa of the community of Sainte Jeanne-Antide, 81 years old with the determination of a tireless missionary, a task she carries out together with the other nuns of the two communities in the diocese.

The Daughters of Charity of Saint Vincent de Paul and the Vincentian nuns of the Cecca Foundation work tirelessly with the poor and the sick in the city of Rrëshen and in the villages of Bushkash, Stojan and Ulëz, with poor children and peasant families.

My diocese is adorned with the African colours of the Sisters of Tanzania, Sister Julitha and Sister Joys together with charming Sister Clara, our certified Sicilian who sings old Italian songs to us at every meeting. The Dorothean Sisters in Suç are a true gift from God to all the local population and especially to the poorest. They opened an after-school service, assist poor women and teach catechism in the villages.
“In my diocese I have the best Sisters in the world”, I often say jokingly, with great affection – and some truth. They really are the best. I must say they are a fully fledged part of my presbytery and work very hard, especially in places where priests can only visit once a month. I am always impressed and in admiration of the great love and dedication characterising their service. I learn from them, from their femininity, tenderness and attention to details, every day. Their life is alive, perhaps because it is also free from the many structures that sometimes, in Western countries, ultimately repress the spirit of enterprise.

That’s why it often saddens me to see nuns, even young ones, especially from the Countries of the South of the world arriving into Italy or elsewhere, who end up living in infirmaries or in hostels of religious Congregations, when they could be missionaries in their home countries and in many others.

My nuns are one such example. Forgive the possessive pronoun, but I can’t do otherwise. My place walk to places unreachable by car, and when they cannot solve situations of poverty, they pray with the families and share with them all they have. Soon the Lord will make us the gift of the contemplative nuns of Mother Teresa. They have already been here, they saw the situation and decided to stop and pray in the diocese of Rrëshen.

We can’t do everything, but the Lord can.

After all, it is precisely in order to combat that worldly spirit of efficiency, of productivity, of a suffocating activism, which sometimes also affects us bishops, priests and religious, that we have requested to house also a female Institute of contemplative life.

I studied religious life when I completed my licentiate at the Gregorian University, but now I experience first hand the greatness of these extraordinary women, whose unconditional dedication instil hopes and dreams of a Church in full discipleship, fully apostolic and wholly missionary. Religious and diocesan life in countries like Albania have no definite boundaries. Indeed, what need is there for boundaries? We have diocesan priests who live out the evangelical counsels and nuns whose diocesan life is expressed in their apostolate, like diocesan priests.

For it is a missionary Church and so it remains, indeed it’s always missionary and, in my opinion, so it should be everywhere. In permanent mission. I have decided that the next pastoral letter that I will write to the diocese will have precisely this theme, paraphrasing the martyrs of Abitene: “Without the mission we cannot live”. When the polar star is Christ, and the service is to Him, to his poor and outcast limbs, to those in whom he identifies, then differences are not an obstacle but a blessing.

On the day of the Chrism Mass I decided to take a picture with all my Sisters, after which we had dinner with the priests, the few priests, to celebrate not only the anointing of priestly ordination, but also the very special and founding anointing, the common anointing of baptism and Confirmation, which makes us God’s anoints, disciples of Christ sent to proclaim the Good News.

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“Ho le migliori suore al mondo”. In Albania tra opere e preghiere, alla riscoperta della Chiesa missionaria

Fri, 31/05/2019 - 12:32

Le rughe sul viso di Suor Giuseppina, la leggera curvatura delle spalle di suor Bernarda, fanno vedere il peso degli anni e di tante fatiche, ma il loro sorriso e il loro sguardo fanno trasparire la giovinezza dello spirito. E che dire di suor Teresa della comunità di Santa Giovanna Antida? 81 anni compiuti, sempre con la grinta di una missionaria infaticabile, opera che svolge insieme alle altre suore delle due comunità che sono in diocesi.

Sempre instancabili sono anche le Figlie della Carità di San Vincenzo de Paoli e quelle vincenziane di fondazione Cecca, con i poveri ed i malati, nella città di Rrëshen e nei villaggi di Bushkash, Stojan e Ulëz, con i bambini poveri e le famiglie contadine.

Colorano di Africa la mia diocesi le suore della Tanzania, Suor Julitha e Suor Joys insieme alla simpatica suor Clara, la nostra siciliana doc che in ogni riunione ci canta vecchie canzoni italiane. Le suore Dorotee a Suç sono davvero un dono di Dio per tutti gli abitanti della zona e soprattutto per i più poveri. Hanno aperto un doposcuola, lavorano con le donne povere e fanno catechismo nei villaggi.

“Nella mia diocesi ho le migliori suore al mondo”, dico spesso scherzando, ma con tanto affetto ed anche un po’ di verità.
Sono davvero le migliori. Posso dire a pieno titolo che sono parte del mio presbiterio e fanno tanto lavoro, soprattutto là dove i preti possono andare solo una volta al mese e lavorano con così grande amore e dedizione che mi lasciano sempre sbalordito e ammirato. Imparo da loro, dalla loro femminilità, tenerezza e cura dei particolari, ogni giorno. La loro vita è viva, forse perché anche libera da tante strutture che a volte, nei Paesi occidentali, finiscono per reprimere lo spirito di intraprendenza. Ecco perché spesso mi intristisce vedere suore, anche giovani, soprattutto dai paesi del Sud del mondo che, venendo in Italia o altrove, finiscono per vivere in infermerie oppure in alberghi di Congregazioni religiose, quando invece potrebbero essere missionarie nei loro Paesi e in tanti altri.

Come ad esempio le mie suore. Scusate questo pronome possessivo, ma mi sento di dirlo. Dove non arriva la macchina le mie suore vanno a piedi e dove non possono risolvere situazioni di povertà pregano insieme alle famiglie e condividono quello che hanno. Tra poco il Signore ci farà dono delle suore contemplative di Madre Teresa. Sono già state qui, hanno visto la situazione ed hanno deciso di fermarsi a pregare nella diocesi di Rrëshen.

Perché noi non possiamo fare tutto, ma il Signore sì.

In fondo, è proprio per combattere quello spirito mondano dell’efficientismo, della produttività, di un attivismo asfissiante, che tante volte prende anche noi vescovi, presbiteri e religiosi, che abbiamo volute chiedere e ospitare anche un Istituto femminile di vita contemplativa.

Ho studiato la vita religiosa quando facevo la licenza all’Università Gregoriana. Adesso invece tocco con le mie mani la grandezza di queste donne straordinarie, la cui dedizione incondizionata mi fa sperare e sognare una Chiesa tutta discepola, tutta apostolica e tutta missionaria.La vita religiosa e quella diocesana in paesi come l’Albania non hanno un chiaro confine. Anzi, perché avere dei confini? Abbiamo preti diocesani che vivono i consigli evangelici e suore che vivono la diocesanità nelle opera di apostolato, come i presbiteri diocesani.

Questo perché è una Chiesa missionaria e rimane tale, anzi è sempre tale e, secondo me, dovrebbe esserlo dovunque. In missione permanente.

Ho deciso che la prossima lettera pastorale che scriverò alla diocesi avrà proprio questo tema, parafrasando i martiri di Abitene: “Senza la missione non possiamo vivere”. Quando la stella polare è Cristo, il servizio a lui nelle sue membra povere ed emarginate, in quelle persone con i quali lui si identifica, le differenze diventano una ricchezza e non un ostacolo.

Il giorno della messa crismale ho voluto fare una foto con tutte le mie suore e dopo abbiamo cenato insieme ai preti, quei pochi preti, per festeggiare non solo l’unzione dell’ordinazione sacerdotale, ma anche quella specialissima e fondativa unzione, la comune unzione del battesimo e della cresima, che ci fa degli unti di Dio, dei Cristi mandati ad annunciare la Buona novella.

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Verso la sesta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano. Mons. Cabrejos Vidarte (Celam): “Dobbiamo coinvolgerci maggiormente nell’evangelizzazione”

Fri, 31/05/2019 - 12:12

Non esistono, al momento, data, luogo e tema. Ma il solo annuncio che la sesta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano si farà, ragionevolmente in tempi non biblici, ha dato un nuovo passo alla Chiesa del continente, che dal 13 al 18 maggio ha vissuto a Tegucigalpa (Honduras) un appuntamento importante, l’assemblea generale elettiva del Celam, il Consiglio episcopale latinoamericano, che raggruppa le 22 Conferenze episcopali di America Latina e Caribe. Quella delle Conferenze generali è una storia importante, non solo per il continente. Più volte questi eventi ecclesiali hanno anticipato scelte e atteggiamenti destinati a divenire patrimonio della Chiesa universale. Tre esempi su tutti: la Conferenza di Medellin (Colombia), che nel 1968 presentò al mondo l’intuizione di una Chiesa povera per i poveri e compromessa nell’ansia per la giustizia sociale; quella di Puebla (Messico), celebrata nel 1079 alla presenza di Giovanni Paolo II da poco eletto, che ribadì “l’opzione preferenziale per i poveri”; quella celebrata nel 2007 ad Aparecida (Brasile), con l’importante contributo dell’allora cardinale Bergoglio. Il documento finale anticipò alcune priorità pastorali poi riprese da Papa Francesco nel suo magistero.
Mentre si appresta a compiere questo cammino, il Celam ha rinnovato i suoi organi direttivi e ha deciso di rivedere in profondità la propria struttura, azzerando i suoi sette Dipartimenti e affidando a un gruppo di otto Vescovi l’incarico di proporre un nuovo assetto organizzativo.
“L’assemblea ha espresso un desiderio chiaro di pensare a una nuova Conferenza generale, ma il cammino è ancora tutto da compiere, non sono state ipotizzate date, ma c’è l’esigenza di rispondere alle nuove sfide della società”. Lo afferma, intervistato dal Sir, il nuovo presidente del Celam, mons. Miguel Cabrejos Vidarte, primo peruviano a guidare l’organismo ecclesiale continentale, attualmente arcivescovo di Trujillo e presidente della Conferenza episcopale peruviana. Ha fama di persona dinamica, ed è molto attento al mondo dei mezzi di comunicazione.

Eccellenza, che tipo di assemblea è stata quella di Tegucigalpa?
E’ stata caratterizzata da un clima molto fraterno, abbiamo davvero camminato insieme, si è affermata un’autentica sinodalità. Del resto il Papa insiste tantissimo su questa dimensione fondamentale nella vita della Chiesa.

In che modo il magistero di Papa Francesco è entrato nell’assemblea e fa parte del vissuto delle Chiese latinoamericane?
In primo luogo, bisogna esser ben coscienti che la Chiesa latinoamericana ha un grandissimo debito da onorare verso Papa Francesco, un debito pastorale verso il primo Papa latinoamericano della storia. Vogliamo essergli vicini, impegnarci a lavorare nella direzione che ci indica.

Ci impegniamo a dargli appoggio, maggiore appoggio rispetto a quanto fatto finora, sulle scelte e le riforme che egli sta compiendo.

Penso, oltre che ai documenti e al suo magistero, alla riforma della Curia romana. Nel messaggio finale, non a caso, si riafferma anzitutto la “comunione e adesione filiale a Papa Francesco, in modo speciale in questo tempo nei quali alcuni gruppi e interessi particolari rigettano la sua missione come Pastore universale della Chiesa cattolica”.

Il Papa riforma la Curia, ma anche voi a Tegucigalpa avete scelto di dare un bello scossone alla struttura del Celam. C’è una simmetria?
Certo, la nostra ristrutturazione è ispirata a quella che si sta pensando in Vaticano… Mutatis mutandis, si dice in latino. Sullo sfondo c’è l’idea di mettere al centro la pastorale. Il Celam ha una storia di quasi 60 anni e c’è bisogno di un ripensamento, per essere più vicini alle persone, per poter accompagnare le grandi sfide della nostra società. Per questo ripensamento abbiamo costituito una commissione di 8 vescovi, due per ciascuna macroarea in cui è suddiviso il continente.

Qual è il nucleo fondante del Messaggio che avete diffuso al termine dell’Assemblea di Tegucigalpa?
Come scriviamo nel messaggio finale, l’idea di fondo è quella di coinvolgerci maggiormente nell’evangelizzazione, quella è la priorità. L’evangelizzazione e la missione, sostenute da una Chiesa sinodale e profetica.

Intendiamo camminare insieme, profeticamente sostenuti dal magistero del Papa.

La nostra adesione al Papa si concretizza, poi, come si legge nel messaggio, nel rispondere con l’annuncio del Vangelo alle nuove sfide che sorgono in questo cambiamento d’epoca, cercando di promuovere una società più giusta e solidale.

A questo proposito, parlate esplicitamente di continente in crisi. Come mai una definizione di questo tipo?
Diciamo che la crisi presenta molte forme, è al tempo stesso etica, politica, economica e culturale. Essa è il frutto di una vera e propria frattura antropologica, dell’essere umano in sé, e si manifesta poi in vari modi. Noi abbiamo fatto alcuni esempi, come la mentalità machista che vede spesso le donne come vittime, le migrazioni, la presenza di ideologie disumanizzanti, che producono ingiustizia e ineguaglianza. E

lanciamo l’allarme anche sulla corruzione così presente nei nostri Paesi.

E’ necessaria una conversione antropologica, un cambiamento di mentalità, per vedere la vita come un dono da condividere. A questo proposito guardiamo con fiducia al Sinodo sull’Amazzonia, una regione enorme, che interessa sette Paesi del Sudamerica. Per esempio, il 60% del territorio peruviano è nell’Amazzonia. Siamo, poi, preoccupati di quanto sta accadendo in vari Paesi, e particolarmente in Venezuela, Nicaragua e Haiti.

Negli ultimi anni il Celam ha promosso delle iniziative per coinvolgere maggiormente i laici e per stimolare il loro impegno in politica. E’ un’attenzione che proseguirà?
Devo dire che da sempre il Celam ha avuto una particolare attenzione per i laici e anche per l’impegno delle donne nella Chiesa e nella società. Trovo questa attenzione all’impegno dei laici in politica molto importante, il progetto proseguirà. Il fatto che ci troviamo una fase di ripensamento non significa che siano interrotti i progetti validi. Un altro impegno è quello di lavorare con i giovani, assumendo quanto emerso dal recente Sinodo e dall’Esortazione del Papa.

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Cosa ci insegna la vicenda di Vincent Lambert

Fri, 31/05/2019 - 11:55

La drammatica vicenda clinica, umana e giudiziaria del tetraplegico francese Vincent Lambert di quasi quarantatré anni, affetto dalla “sindrome della veglia non responsiva” (stato di “coscienza minima plus”) e ricoverato presso il Policlinico universitario (CHU) di Reims, in Francia, ha impartito in tutta Europa una lezione incisiva, destinata a durare al di là della sua stessa vita. Un insegnamento che provoca la comunità civile del Vecchio Continente e scuote le coscienze dei credenti e dei non credenti. Nessuno può sentirsi escluso dalle implicazioni che la storia del signor Lambert ha per ciascuno di noi, i nostri genitori e i nostri figli, le generazioni future e la società e la cultura che prepariamo per loro.Anzitutto, il riconoscimento – anche da parte dell’autorevole Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità che ha accolto ed esaminerà l’istanza dei genitori di Vincent di non provocarne intenzionalmente il decesso – che egli è un “disabile”, gravemente cerebroleso ma pur sempre un portatore di handicap, non un paziente nella fase “terminale” della sua malattia, né un morente in stato di agonia o pre-agonia.

Il signor Lambert è vivo senz’ombra di dubbio clinico, a pieno titolo come lo siamo noi, un disabile o un anziano non autosufficiente.

Non è possibile dichiararlo morto con il criterio cardiocircolatorio-respiratorio (respira senza assistenza ventilatoria e ha un battito cardiaco spontaneo) e neppure con quello neurologico (non è in stato di “morte cerebrale”). Si può solo farlo morire intenzionalmente attraverso un atto di eutanasia omissiva, sospendendo l’idratazione e la nutrizione necessarie alle sue funzioni fisiologiche essenziali (come alle nostre) dopo averlo sedato in modo profondo perché non abbia coscienza di quanto gli viene fatto e non soffra per la disidratazione e l’inanizione. Ed è quello che hanno chiesto la moglie, alcuni medici (ma non tutti) del CHU di Reims e i tribunali francesi coinvolti, e a cui si sono opposti i suoi genitori, altri parenti e numerosi medici e associazioni francesi.

A questo punto, sono necessari due chiarimenti importanti. In primo luogo l’applicazione dell’eutanasia, già legalizzata (non per questo eticamente lecita) in alcuni Paesi europei – e richiesta anche in Italia da un disegno di legge depositato in Parlamento –  non deve essere confusa con la doverosa rinuncia ad ogni “accanimento terapeutico” che, peraltro, nel caso di Vincent non sussiste affatto, come gli stessi periti medici del tribunale hanno dichiarato.

Inoltre vediamo come purtroppo l’eutanasia non si limiti ai soli “casi estremi” o cosiddetti “pietosi” (ma è vera pietà?) di malati con sofferenze atroci che la chiedono insistentemente e personalmente: può infatti essere sollecitata da terzi – lungo un crinale scivoloso – anche per disabili gravi o persone in condizioni cliniche giudicate “non degne di essere vissute” (chi è autorizzato a dirlo?) che non hanno espresso anticipatamente nessuna volontà in tal senso. È, questo, il caso del tetraplegico francese.

L’esecuzione del protocollo eutanasico è stata sospesa in extremis dalla Corte d’appello di Parigi, recependo così la reiterata istanza della Commissione delle Nazioni Unite che ora esaminerà a fondo il caso di Vincent. La sua vita è nelle mani di Dio ed appesa al filo dell’art. 10 della Convenzione per i diritti delle persone disabili – ratificata anche dalla Francia – che così recita: “Il diritto alla vita è inerente ad ogni essere umano e [gli Stati] prenderanno tutte le misure necessarie ad assicurare l’effettivo godimento di tale diritto da parte delle persone con disabilità su base di uguaglianza con gli altri”.
La Chiesa ha sempre difeso e promosso presso le Nazioni Unite e in ogni sede internazionale i diritti dei più poveri, deboli e indifesi nel mondo. Ora essa guarda con trepidazione e speranza alla decisione della Commissione affinché un figlio suo e dell’umanità intera, Vincent, veda riconosciuto e tutelato il suo inalienabile diritto a continuare a vivere, fino all’ultimo istante, la sua vita. Perché è vita.

(*) Facoltà di Medicina e Chirurgia – Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma)

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Central African Republic. Fr. Trinchero (Carmelite): “75% of the Country under the control of armed groups, constant reprisals”

Fri, 31/05/2019 - 09:10

“The war has changed since its outbreak six years ago. It is no longer a clash between two factions, the Seleka and the anti-Balaka. There are many small armed groups that carry out violent acts of retaliation and revenge. It’s never-ending. The peace agreements have not been effective and the government is unable to guarantee security”, Fr Federico Trinchero, Discalced Carmelite from the Italian town of Casale Monferrato, serving as missionary in the Central African Republic for the past years, told SIR. Fr Trinchero coordinates the religious formation of twelve youths, he is the Father and teacher of the community: nineteen white friars who live in Bimbo, on the outskirts of the capital, in a vast 130 hectare plot of agricultural land. The Carmelite monastery in Bangui became renowned during Pope Francis’ visit in 2015, at the opening of the Jubilee of Mercy, for having taken in over 10,000 refugees between the end of 2013 and March 2017. In this long period the Discalced Carmelites have lived with the suffering and distress of the refugees. In addition to apostolic and educational activities, the mission has also implemented projects to help people fleeing the conflict and the local inhabitants, the most important and effective of which was financed with EUR 390 000 from the funds of the 8×1000 tax contributions to CEI and by a French organization founded by two missionaries in Cameroon. The project, which ends in November 2019, has already initiated a successful production of interlocking bricks in clay, sand, cement and water. Many former refugees are now factory workers and bricklayers. It also includes an agricultural school and breeding activities, since “those who work don’t wage war.”

“If there is a country to be built, why not try to produce bricks? Real bricks, new, strong, stronger than war”, Fr Trinchero said back then. Pope Francis was the first customer of the Carmelite brick factory in Bangui. A centre for malnourished people wanted by the Pope was also built using the Carmelite bricks. This is where you can find long rows of palm oil trees, vegetable gardens and pasturelands. For this reason, even FAO ( the United Nations Food Fund) has asked the Carmelites to use the land for an ambitious pilot project for the vocational training and job placement of 500 young people. The initiative, supported by two Nobel Peace Laureates (the inventor of microcredit Mohammed Yunus and Yemeni leader Tawakkul Karman) implemented by Coopi, has a budget of EUR 2 million. So far, a henhouse has been built and young people have been taught how to raise hens, in addition to soap production. The friars are also anxiously awaiting the arrival of about thirty cows.

In Bangui “the days pass peacefully, but it is only an optical illusion”, said the missionary.  The last massacre, with dozens of civilians brutally murdered, took place a week ago in two villages about fifty kilometres from Paoua, on the border with Chad. The militiamen of the 3R group, led by one of the signatories of the Khartoum agreements in February 2019, summoned the inhabitants of the two villages for a meeting and then opened fire indiscriminately. “It’s hard for us to understand the reasons behind these attacks – continues Father Trinchero -. Perhaps revenge, perhaps to seize control of mining districts.”

“Or maybe their goal is to divide and destabilize the Country.”

In the past three years fear has returned in Central Africa. Despite eight peace agreements “at least 75% of the Country is under the control of armed groups”, said the missionary. Massacres of civilians, reprisals, murders of priests and nuns continue. Two priests, along with about eighty civilians, were killed in the massacre of 15 November last in Alindao, 500 km from Bangui, in a displacement camp near the cathedral that was completely destroyed. Houses have been plundered and the church was desecrated. An elderly nun from the French community Filles de Jésus was murdered in Nola about ten days ago. Despite the war and the presence of over 650,000 displaced people on Central African territory – on a population of 4.5 million – the Carmelite Father believes “there is great hope in the country. The human capital here is enormous, young people are keen to make a difference.”

“Although the situation is currently deadlocked, with the State abdicating its power and widespread violence, I have faith in the young generations, in their willingness to change things.”

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Repubblica Centrafricana. P. Trinchero (carmelitano): “75% del Paese sotto il controllo di gruppi armati, rappresaglie continue”

Fri, 31/05/2019 - 09:10

“Da quando è iniziata, sei anni fa, la guerra è cambiata. Non è più uno scontro tra due fronti, la Seleka e gli anti-Balaka. Sono tanti piccoli gruppi armati che vanno avanti con rappresaglie e vendette. E’ uno stillicidio continuo. Gli accordi di pace non sono stati efficaci e lo Stato non è in grado di garantire sicurezza”. A parlare al Sir da Bangui è padre Federico Trinchero, carmelitano scalzo originario di Casale Monferrato, da dieci anni in missione nella Repubblica Centrafricana. Padre Trinchero si occupa della formazione di dodici giovani, è il padre maestro della comunità: diciannove frati con i mantelli bianchi che vivono a Bimbo, periferia della capitale, in uno sconfinato terreno agricolo di 130 ettari. Il monastero del Carmelo a Bangui è diventato famoso nel periodo della visita di Papa Francesco nel 2015, in apertura del Giubileo della Misericordia, per aver accolto, da fine 2013 a marzo 2017, oltre 10.000 profughi. In questo lungo periodo i carmelitani scalzi hanno convissuto con la sofferenza e il disagio degli sfollati, e la missione, oltre all’attività apostolica e formativa, ha messo in piedi anche progetti per aiutare le persone in fuga dal conflitto e la gente del posto. Il più importante ed efficace è quello finanziato con 390.000 euro dell’8 per mille della Cei e il contributo di una associazione francese fondata da due missionari in Camerun. Il progetto, che finirà a novembre 2019, ha già avviato con successo una produzione di mattoni autobloccanti in argilla, sabbia, cemento e acqua. Molti ex profughi ora sono operai e muratori. Prevede anche una scuola agricola e attività di allevamento, perché “chi lavora non fa la guerra”.

“Se c’è un Paese da costruire perché non provare a produrre mattoni? Mattoni veri, nuovi, forti, più forti della guerra”, diceva allora padre Trinchero.  Il primo cliente della fabbrica di mattoni del Carmelo di Bangui è stato proprio Papa Francesco. Anche un centro per malnutriti voluto dal Papa è stato realizzato con i mattoni del Carmelo. Qui ci sono lunghi filari di palme da olio, orti, grandi pascoli. Per questo perfino la Fao (il Fondo per l’alimentazione delle Nazioni Unite) ha chiesto ai carmelitani di poter utilizzare il terreno per impiantare un ambizioso progetto pilota per la formazione e l’inserimento lavorativo di 500 giovani. L’iniziativa, appoggiata da due Premi Nobel per la pace (l’ideatore del microcredito Mohammed Yunus e la leader yemenita Tawakkul karman) ed implementata dal Coopi, ha un budget di 2 milioni di euro. Finora è stato realizzato un pollaio e spiegato ai giovani come allevare le galline ed iniziata una produzione di sapone. I frati attendono con ansia anche l’arrivo di una trentina di mucche.

A Bangui “la vita scorre tranquillamente ma è solo una illusione ottica”, confida il missionario.  L’ultimo massacro, con decine di civili brutalmente assassinati, è avvenuto una settimana fa in due villaggi ad una cinquantina di chilometri da Paoua, al confine con il Ciad. I miliziani del gruppo 3R, capeggiato addirittura da uno dei firmatari degli accordi di Khartoum a febbraio 2019, hanno convocato per una riunione gli abitanti dei due villaggi e poi hanno aperto il fuoco indiscriminatamente. “Per noi è difficile capire le ragioni dietro questi attacchi – prosegue padre Trinchero -. Forse vendette, forse la volontà di comandare nelle zone dove sono le miniere”.

“O forse l’obiettivo è la divisione e la destabilizzazione del Paese”.

Da tre anni in Centrafrica è infatti tornata la paura: nonostante gli otto accordi di pace, “almeno il 75% del Paese è sotto il controllo di gruppi armati”, afferma il missionario. Continuano i massacri di civili, le rappresaglie, gli assassini di preti e suore. Due preti, insieme ad una ottantina di civili, sono stati uccisi durante il massacro del 15 novembre scorso ad Alindao, a 500 km da Bangui, in un campo di sfollati vicino alla cattedrale interamente raso al suolo. Le abitazioni sono state saccheggiate e la chiesa profanata. Una decina di giorni fa a Nola è stata assassinata una anziana suora, della comunità francese Filles de Jésus. Nonostante la guerra e la presenza sul territorio centrafricano di oltre 650.000 sfollati – su 4,5 milioni di abitanti – il carmelitano pensa che il Paese “ci sia tanta speranza. Qui c’è un capitale umano enorme, i giovani hanno voglia di fare”.

“Anche se la situazione al momento è stagnante, con lo Stato che abdica al suo potere e tanta violenza, ho fiducia delle nuove generazioni, nella loro volontà di cambiare”.

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Premio Carlo Magno a Guterres (Onu): “Serve un’Europa forte e unita”

Thu, 30/05/2019 - 17:51

Consegna del Premio Carlo Magno 2019 al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres oggi ad Aquisgrana. Nella città in cui morì nel 814 l’imperatore Carlo, considerato uno dei padri dell’idea d’Europa, dal 1950, nella festa dell’Ascensione, si consegna solennemente una medaglia a persone che per il loro pensiero o agire si sono mostrati a sostegno dell’unità del continente in ambito politico: nell’elenco dei premiati figurano ad esempio Robert Schuman, Konrad Adenauer, Helmut Kohl e François Mitterrand, la Commissione europea, ma anche figure ispiratrici come frère Roger, Andrea Riccardi, Papa Giovanni Paolo II e Papa Francesco (nel 2016). Lo scorso anno era stato il presidente francese Emmanuel Macron a ricevere il premio. Guterres, europeo prestato alle Nazioni Unite, è stato premiato in questa edizione perché “in un momento in cui i diritti universali sono sempre più indeboliti e i principi democratici messi sotto pressione”, si rivela “straordinario difensore del modello sociale europeo”, recita la motivazione, “del pluralismo, della tolleranza e del dialogo, di società aperte e solidali, del rafforzamento e consolidamento della cooperazione multilaterale e di una comunità di Stati che risponda efficacemente alle sfide esistenziali del XXI secolo”.

Un sogno che non ha confini. Nella sala delle incoronazioni del municipio di Aquisgrana è stato il re spagnolo Felipe a pronunciare la “Laudatio”: “Il sogno europeo rimane molto vivo grazie alla visione e alla determinazione di individui eccezionali con il calibro di António Guterres”, ha esordito il reale, definendo Guterres “uomo che combina la prospettiva europea e la vocazione internazionale della sua patria, il Portogallo”, “uomo dai grandi orizzonti”. “Il suo lavoro”, ha continuato Felipe, “ci ricorda che il sogno europeo non finisce ai confini dell’Europa ed è un sogno uguale a quello di milioni di altre persone nel mondo”. Sono tre i principi che guidano Guterres: “la solidarietà con i più bisognosi”; la “ricerca di una unione sempre più stretta tra i popoli e gli Stati d’Europa”; il contributo di un’Europa unita alle cause giuste dell’umanità”, migrazioni e clima in primis.

La paura “è una forza potente”. In due passaggi Felipe ha fatto riferimento a chi “desidera abbandonare quel sogno, sostenendo che così facendo diverranno più aperti a un nuovo mondo, lasciandosi alle spalle le presunte restrizioni della vecchia Europa. Si sbagliano” perché “il mondo a cui guardano non è quello del futuro, ma del passato, un mondo di confronto tra grandi potenze e blocchi economici, un mondo di cui conosciamo fin troppo bene le voragini”. C’è anche chi “rinuncia al sogno europeo sovranazionale” per “paura di fronte a un presente e un futuro incerti”. La paura “è una forza potente” che non va ignorata; deriva “dall’insicurezza e dall’esperienza della disuguaglianza”. “Le istituzioni europee devono rispondere alle preoccupazioni” delle persone; ma per poterlo fare vanno “riformate e rese più efficaci, sulla base delle lezioni apprese dalla recente crisi”. Felipe ha fatto un generico riferimento a “proposte ragionevoli” già esistenti e ha affidato alla “nuova leadership a capo delle istituzioni” il compito di dare “l’impulso necessario”. Riformare l’Ue sarebbe “il miglior tributo che possiamo pagare ad António Guterres” ha concluso il sovrano di Spagna per renderla “adatto allo scopo”, come il segretario generale sta facendo con l’Onu.

Non chiudere le porte ai migranti. Dopo aver ricevuto la prestigiosa medaglia, è stato Antonio Guterres a prendere la parola: “Ricevere il premio Carlo Magno è un onore enorme. Attraverso di me voi rendete omaggio all’impegno, al servizio e al sacrificio di uomini e donne alle Nazioni Unite”, ha esordito. Guterres ha parlato di un’Europa in cui “perde terreno l’agenda dei diritti umani”, e ha evidenziato i motivi per cui “la necessità di un’Europa forte e unita non si è mai sentita così fortemente come oggi”. Siamo in “un momento di grande ansia e disordine geopolitico”, in cui “tre sfide senza precedenti bussano alle nostre porte: cambiamenti climatici, demografia e migrazione, e l’era digitale”. L’Europa è “pioniera ma anche una postazione avanzata del multilateralismo e dello stato di diritto”, un “esperimento unico di sovranità condivisa”. Il suo “modello sociale ricorda che i risultati economici devono servire al benessere sociale generale e a una società più equa”. È “una responsabilità storica per gli europei ricordare sempre cosa significa il multilateralismo per chi è nel bisogno”, ha sottolineato Guterres. “Se sapremo mantenere la promessa di non lasciare nessuno indietro, le persone saranno in grado di vivere decentemente del loro lavoro nei loro Paesi. È l’unico modo perché le migrazioni siano sostenibili, sicure, non irregolari e disumane, per scelta e non per necessità”. Chiudere le porte ai migranti “non difende ma svergogna questa eredità”.

Appello alla ragionevolezza. Guterres ha parlato anche di giovani, “la nostra speranza”, i giovani che “l’Europa non può deludere”. Nel lungo discorso ripetuti applausi di approvazione ai ripetuti incoraggiamenti di Guterres all’Europa perché “segni il passo” nelle decisioni a favore del clima, nei contribuiti a “rendere le tecnologie digitali una forza di bene”, nella fedeltà ai suoi valori fondamentali. E ha concluso: “Come segretario generale delle Nazioni Unite non ho altri poteri se non la persuasione e l’appello alla ragionevolezza. Posso assicurarvi che farò sempre del mio meglio per difendere appassionatamente i valori del pluralismo, della tolleranza, del dialogo e del rispetto reciproco per costruire un mondo di pace, giustizia e dignità umana”.

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Giornata mondiale senza tabacco: Rapporto nazionale 2019, “fuma più di un italiano su 5. Al Sud la percentuale più alta tra le donne”

Thu, 30/05/2019 - 15:01

“In Italia non accenna a diminuire significativamente il numero dei fumatori anche se cala il numero di sigarette mediamente consumate al giorno: sono 11,6 milioni gli amanti delle bionde, più di un italiano su cinque. Gli uomini sono 7,1 milioni e le donne 4,5 milioni”. Sono dati del Rapporto sul fumo in Italia, che sarà presentato domani all’Istituto superiore di sanità (Iss), in occasione del “World No Tobacco Day” (“Giornata mondiale senza tabacco”), organizzato ogni anno il 31 maggio dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’edizione 2019 è dedicata al tema “Tabacco e salute dei polmoni”, una giornata di riflessione globale sui rischi associati al fumo. Il cancro al polmone è infatti il quarto tumore in termini di incidenza ma la prima causa di morte per neoplasia.

Al Sud aumentano le fumatrici. Le fumatrici, si legge nel rapporto, sono aumentate soprattutto nelle regioni del Sud Italia: sono quasi il doppio rispetto alle fumatrici che vivono nelle regioni centrali e settentrionali (il 22,4% al Sud e isole contro il 12,1% al Centro e il 14% al Nord).

Oltre la metà dei giovani fumatori tra i 15 e 24 anni fuma già più di 10 sigarette al giorno e oltre il 10% più di 20.

Solitamente si inizia a fumare poco più che maggiorenni, le ragazze poco dopo e comunque prima dei 20 anni. Tra i giovani spopolano le sigarette fatte a mano, l’uso dei trinciati infatti è in costante aumento, soprattutto tra i maschi e al Sud, anche se più del 90% dei fumatori preferisce acquistare le sigarette tradizionali, è un altro dato che emerge dal rapporto.

Più campagne informative. “Non cambiano negli ultimi anni le abitudini al fumo degli italiani – afferma Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Iss –, segno che

serve incentivare campagne informative soprattutto per i giovani che rappresentano un serbatoio che alimenta l’epidemia tabagica e per le donne,

per le quali è in aumento la mortalità per tumore al polmone”. Secondo Pacifici, “è importante intervenire prima possibile e spiegare, come dimostra la nostra carta del rischio polmonare che più precocemente si diventa ex fumatore tanto prima ci si avvicina ad avere lo stesso rischio di ammalarsi di chi non ha mai fumato”.

Vecchi e nuovi prodotti. Secondo l’indagine dell’Iss un fumatore maschio su 4 è un forte fumatore, fuma cioè più di un pacchetto al giorno. Quasi la metà delle donne fuma tra le 10 e le 20 sigarette al giorno. A questi fumatori si aggiungono, inoltre, i consumatori di nuovi prodotti. L’1,7% consuma e-cig (sigarette elettroniche) e l’1,1% fa utilizzo di tabacco riscaldato. I nuovi prodotti, tuttavia, non cambiano la prevalenza dei fumatori di sigarette che diventano, nella maggior parte dei casi, consumatori duali, utilizzano cioè sia le sigarette tradizionali sia i nuovi prodotti. “Relativamente alla e-cig – sottolinea Pacifici – va sottolineato che molti fumatori la usano per smettere, ma spesso diventano consumatori di entrambi i prodotti o addirittura iniziano proprio a fumare provando la sigaretta elettronica. Un dato preoccupante è, inoltre, che chi utilizza i nuovi prodotti (e-cig e tabacco riscaldato) si sente autorizzato ad usarli nei luoghi dove vige il divieto di fumo, minando il valore educativo di una legge che in vigore da oltre 15 anni ha contribuito ad educare al rispetto della salute”.

Legge e divieti. Rafforzare la legge ed estendere i suoi divieti, secondo il farmacologo Silvio Garattini, presidente dell’Istituto farmacologico Mario Negri, è un’azione fondamentale per la dissuasione al fumo di sigaretta: “Estendere l’attuale divieto di fumo nei luoghi chiusi pubblici e nei luoghi di lavoro pubblici e privati è necessario. Così come vanno vietate le pubblicità alle sigarette elettroniche e agli heated tobacco products”.

“Vizio” diffuso anche tra gli sportivi. Altro capitolo importante riguarda l’abitudine al fumo nei giovani che non risparmia neanche gli sportivi. Nell’ambito del progetto “Soda” (Survey on Doping Among Adolescents) realizzato dall’Istituto di Fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) – finanziato dalla Sezione di vigilanza sul doping del Ministero della salute – è emerso che, tra i giovani tra i 15 e i 19 anni che fumano più di un pacchetto di sigarette al giorno, oltre il 60% pratica attività sportiva sistematica e proprio tra i forti fumatori si osserva una percentuale maggiore dei soggetti che riferiscono di aver avuto la possibilità di utilizzare sostanze dopanti”. “Tra gli adolescenti che fanno sport più di 2 volte a settimana, l’abitudine al fumo di sigaretta assume un andamento bimodale: ci sono gli sportivi che evitano o fumano raramente e quelli che, invece, fumano oltre 20 sigarette al giorno”, precisa Sabrina Molinaro dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc). “Attraverso lo studio Soda – aggiunge -, ci è stato possibile comprendere meglio le differenze tra questi sportivi. In particolare, ci siamo stupiti nell’osservare che i forti fumatori sono soprattutto maschi, maggiorenni, che praticano sport individuali dove è previsto uno sforzo intenso, svolti soprattutto a livello professionistico, anche se nell’ultimo anno la maggioranza non ha partecipato a competizioni. È emerso anche che tra questi giovani il rischio di ‘fare doping’ è 7 volte superiore rispetto agli altri coetanei sportivi”.

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Cosa vedere in sala? Le novità dal 30 maggio

Thu, 30/05/2019 - 13:21

Chiuso il Festival di Cannes con la vittoria del film coreano “Parasite” di Bong Joon-ho, l’attenzione si concentra sull’appuntamento del giovedì, sulle uscite ordinarie in sala. Ecco le principali novità dal 30 maggio nella consueta rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film Cei: la difficile relazione padre-figlia in “Lucania. Terra sangue e magia” di Gigi Roccati; il biopic musicale “Rocketman” di Dexter Fletcher su vita, musica ed eccessi di Elton John; il blockbuster action “Godzilla 2” diretto da Michael Dougherty; e il documentario sociale “Selfie” di Agostino Ferrente.

“Lucania. Terra, sangue e magia”

Regista e sceneggiatore classe 1979, Gigi Roccati con il suo secondo film “Lucania. Terra, sangue e magia” firma un road movie esistenziale in cui sono coinvolti un padre e una figlia, in fuga da colpe e sofferenze verso la conquista di una pallida libertà. Basilicata oggi, in una campagna selvaggia e arcaica vivono Rocco (Joe Capalbo) e Lucia (Angela Fontana), padre e figlia, due personalità diverse e distanti; in particolare, Rocco, contadino spigoloso ed ermetico, è in apprensione per il temperamento della ragazza, così instabile e volatile. La loro vita cambia però di colpo, quando Rocco si ribelle alla minaccia di un mafioso, che gli chiede di seppellire rifiuti tossici nella sua terra. Per loro non rimane altra via che la fuga; una fuga disperata e liberatoria. Lo svolgimento della storia ha un andamento semplice e intenso. Nel film emerge un doppio viaggio, quello di espiazione da parte di Rocco, e quello di formazione, di crescita, da parte di Lucia. In mezzo, la natura ribelle e rigogliosa fa da contrasto con lo spicchio di modernità rappresentato da strade e autostrade. Il mare poi è l’ultimo desiderio di Rocco, estremo contatto con un paesaggio tanto bello quanto immobile. “Lucania” è un film timido e deciso, che rimanda ad antiche tradizioni; un’opera però che cerca di non isolarsi dalla contemporaneità. Dal punto di vista pastorale, è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.

“Rocketman”

Nella stagione cinematografica 2018-2019 il filo rosso è il racconto delle leggende della musica rock inglese. L’anno 2018 si è infatti chiuso con l’incasso record del film “Bohemian Rhapsody” sulla band dei Queen e soprattutto sul frontman Freddie Mercury (Oscar miglior interprete 2019 a Rami Malek). Ora dal 29 maggio è in sala “Rocketman”, biopic sulla vita, le celebri canzoni e i tanti eccessi del cantante britannico Elton John. A dirigerlo è il regista Dexter Fletcher (“Eddie the Eagle”), che di fatto ha firmato anche il citato “Bohemian Rhapsody” subentrando al collega Bryan Singer nel nella fase finale di riprese e post-produzione. Presentato fuori concorso a Cannes, “Rocketman” racconta a ritroso l’avvio della carriera di Reginald Kenneth Dwight in arte Elton John, interpretato con efficacia ed energia dal bravo Taron Egerton – conosciuto in “Kingsman” e nel recente “Robin Hood. L’origine della leggenda” –, dalla non facile infanzia con due genitori fragili e incostanti al sogno della musica nella cornice di sperimentazione ed eccessi degli anni ’70 e ’80. Il film, valorizzato oltre che dagli interpreti e dalla solida componente musicale, esplora le diverse sfumature del cantante, compresi anche gli angoli bui del carattere e le dipendenze.

“Godzilla 2”

Nel 2014 Gareth Edwards ha riportato in sala la mitica figura cinematografica di matrice nipponica Godzilla, nata negli anni ’50. Un progetto targato Warner Bros. e Legendary e legato anche alla ripresa del filone su King Kong, che condurrà infine uno scontro diretto tra le due creature nel film “Godzilla vs Kong” atteso nel 2020. A fine maggio è in sala “Godzilla 2. King of the Monsters” diretto da Michael Dougherty, che vede protagonisti Vera Farmiga e Millie Bobby Brown (nota per il personaggio Undici nella serie Netflix “Stranger Things”). “Godzilla 2” mette in campo suggestivi effetti speciali, probabilmente la parte di maggiore richiamo del film. Per appassionati del genere.

“Selfie”

Menzione finale per un piccolo film d’inchiesta sociale, ma con sguardo ironico. Si chiama “Selfie” ed è diretto da Agostino Ferrente, presentato nella sezione Panorama al 69° Festival del cinema di Berlino. È un racconto vero, in primo piano, con modalità smartphone, di due adolescenti nelle periferie di Napoli, tra il sogno di una vita migliore e la presa di coscienza di una malavita ingombrante, pronta a fagocitare tutto e tutti. Un racconto realistico, graffiante, che trova leggerezza grazie ai due protagonisti, alla freschezza di linguaggio adottato.

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Carlo Maria Martini: percorsa una strada nuova donando con il gesto largo del seminatore

Thu, 30/05/2019 - 09:08

Il giovane Carlo Maria Martini visse in un momento particolare la sua formazione di religioso gesuita, seppe però, nella temperie di allora, prestare orecchio e sentire profondo ad un mutamento che serpeggiava e che chiedeva di essere accolto: lo Spirito stava facendo riscoprire la Parola di Dio.
Come creare una nuova armonia fra il Libretto degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, cardine della vita interiore per ogni gesuita, e la Sacra Scrittura?
La lettura, la meditazione, la contemplazione della Parola di Dio, sia nello svolgersi di un corso di Esercizi, sia nella vita orante quotidiana era quella tipica del XVI secolo, come secolo aprire l’uno all’altra nel XX e XXI?

I rischi erano notevoli, si sarebbe potuti naufragare oppure edulcorare lo spirito ignaziano.

Martini seppe far sua l’intuizione del Generale P. Jansens espressa in una lettera del 1951 indirizzata alla Compagnia di Gesù sulla preghiera che, allora, era molto strutturata ma conduceva al tema della lettura meditata della “Lectio divina”.
Francesco Rossi de Gasperis fu un precursore, scrive presentando un suo libro: “Le pagine seguenti riferiscono la modesta esperienza di uno ‘che dà gli esercizi spirituali’ da circa venticinque anni, e che, dopo aver cercato lungamente di integrare la Bibbia negli Esercizi, ha finito per integrare gli Esercizi nella Bibbia”.
Il terreno era dissodato, toccò a Martini seminare e far fiorire. Nel 1974 diede gli Esercizi ad un gruppo di gesuiti e ne seguì la pubblicazione Gli esercizi ignaziani alla luce del Vangelo di Giovanni.
Nella prefazione viene toccato il punto nevralgico: “Ci sembra infatti che il padre Martini apra con questo corso una nuova strada”, che si dimostrerà ardua ma feconda e rigorosa.
“La sutura tra Vangelo e elementi ignaziani” fu il basso continuo degli innumerevoli corsi di Esercizi da lui dati, all’interno di un metodo preciso: “In un corso di Esercizi, però, non conta tanto il tema, perché il lavoro fondamentale è quello che ciascuno deve compiere secondo una linea che ha alcuni punti portanti: ascolto, lettura, riflessione, preghiera, comunicazione nella fede”.
P. Martini si ritiene un suggeritore e, anche se guida, rimane in secondo piano perché il primo deve risplendere: “ciò che ritengo il punto nodale è che gli esercizi sono un ministero dello Spirito, un mettersi in ascolto dello Spirito perché ci aiuti a conoscere la volontà di Dio nell’oggi, per abbracciarla e compierla con gioia e fiducia. Lo Spirito infatti non lascia immobili, fa sempre danzare e ci scioglie dai nostri movimenti rigidi”.

In una società come la nostra dove regna la certezza di poter controllare tutto e tutto dirigere, di sentirsi autori e creatori, l’ammonimento di Martini è lapidario: “È la Scrittura che ci mantiene nella sana dottrina, che ci mette in guardia da spiritualità frutto di costruzioni umane, dalla pretesa di salvarci con i nostri mezzi; Dio solo ci salva e la Bibbia racconta la storia di questa semplice verità, del primato dell’amore, della tenerezza e del perdono di Dio in Gesù crocifisso”.

Il gesuita del secolo corrente non dimentica il padre Ignazio: “Del resto, che cosa sono i suoi Esercizi spirituali se non una introduzione alla sapienza della croce? La novità di Ignazio consiste nel metodo: quello di fare conoscere Gesù a partire dalle Scritture, di fare rileggere la Bibbia mettendo al centro il mistero dell’umiltà di Gesù sulla croce”.
Da gesuita, e poi da cardinale di Milano, C. M. Martini continuò a percorrere la nuova strada che aveva aperto e tracciato, continuando a donare con il gesto largo del seminatore, certo che si debba “chiedere la grazia di comprendere la Parola di Dio, di essere disponibili, di illuminazione: chiederla per noi e per tutti quelli che per ufficio, per vocazione, per impegno professionale devono occuparsi della Parola di Dio… chiedere che la Parola di Dio sia sempre per tutti fuoco che brucia, cioè qualcosa che non possiamo prendere tra le mani, ma da cui possiamo lasciarci scaldare e illuminare, qualcosa che sempre è al di sopra di noi, che ci rappresenta Dio come sempre più grande, di cui non possiamo mai capire abbastanza”.
Chi entra nel Duomo di Milano e sosta a pregare sulla sua tomba davanti al Crocifisso di San Carlo, può leggere il versetto della Scrittura che egli scelse da incidere sulla lapide: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, Luce sul mio cammino”.

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A Treviso don Davide e don Giacomo diventano sacerdoti: gemelli anche nella vocazione

Thu, 30/05/2019 - 08:41

“Oggi siamo qui a contemplare le grandi opere che il Signore continua a compiere nella storia degli uomini: sì, Cristo è vivo, la fede è viva, la Chiesa è viva e mostra un volto giovane e bello: quello di don Giacomo e di don Davide!”. Mons. Stefano Chioatto ha espresso così nell’omelia la gioia e la gratitudine – che erano di tutti i presenti – per il dono dei novelli sacerdoti, don Davide e don Giacomo Crespi, i fratelli gemelli di San Zenone degli Ezzelini, un paese ai piedi del Grappa, vicino ad Asolo, che domenica 26 maggio hanno celebrato la prima messa nella loro parrocchia di origine. Una celebrazione alla quale ha partecipato il paese intero, dentro e fuori la chiesa.
Don Giacomo e don Davide, 26 anni, sono stati ordinati sacerdoti dal vescovo di Treviso, Gianfranco Agostino Gardin, sabato 25 maggio, nella chiesa cattedrale, insieme ad altri tre amici e compagni di Seminario, don Luca Biasini, don Riccardo De Biasi e don Nicola Stocco. Giovani, ha ricordato il Vescovo, che saranno “preti normali e felici. Nella loro ricerca di felicità, infatti, hanno scoperto che questa è data da una relazione intensa e affascinante con Gesù, dallo spendersi per aiutare gli altri a incontrarlo”.

Una storia semplice quella dei due fratelli, che durante la quinta elementare hanno frequentato i gruppi vocazionali proposti dal Seminario e sono rimasti affascinati dall’ambiente accogliente, dai giovani sacerdoti e dalla possibilità di approfondire l’amicizia con Gesù, tanto da annunciare ai genitori la scelta di voler entrare, a 11 anni, in prima media, nella Comunità ragazzi del Seminario diocesano.

“Erano 40 chilometri, lontanissimo allora per noi – racconta papà Giampietro – ho cambiato l’auto per poterli accompagnare settimanalmente e anche per partecipare noi agli incontri formativi e di spiritualità pensati apposta per i genitori, perché in Seminario in un certo senso “entra” tutta la famiglia.
Un cammino lungo 15 anni, personale e individuale, certo, ma nel sostegno reciproco, nella comprensione delle fatiche, nella gioia per i diversi passaggi, per le tappe nelle quali ciascuno ha detto il proprio Eccomi. “Fin dall’inizio ci siamo promessi che non ci saremmo comunicati in anticipo le reciproche scelte – racconta don Davide – proprio per non influenzarci, anche se il nostro legame è così profondo che basta che ci guardiamo per capire se qualcosa non va, se uno dei due ha qualche preoccupazione, o una gioia grande nel cuore”.

I “piccoli” di casa, arrivati a distanza di 11 e di 5 anni dalle sorelle Irene e Maria, hanno frequentato classi diverse a scuola (“Ma la festa di compleanno era unica, e così avevamo almeno 40 ragazzini per casa” racconta mamma Agnese), istituti diversi alle superiori, hanno amici diversi, eppure, la chiamata del Signore li ha raggiunti entrambi, alla stessa età, ed entrambi hanno detto il loro personalissimo “Sì”.
Davide e Giacomo, come Riccardo, Luca e Nicola, che invece sono entrati in Seminario rispettivamente a 17, 19 e 27 anni “avrebbero potuto voltare le spalle alla chiamata, e hanno invece risposto, facendo loro le parole del profeta Isaia: ‘Eccomi, manda me!’” ha ricordato mons. Gardin durante la messa.

“In questi anni abbiamo sempre percepito di non essere da soli, di essere accompagnati e sostenuti, soprattutto dai nostri genitori, perché è grazie al loro primo ‘Sì’ e alla loro testimonianza di fedeltà se noi abbiamo potuto poi dire i nostri ‘Sì’ sempre più grandi – racconta don Giacomo -. Un po’ alla volta abbiamo imparato a fidarci del Signore e delle persone che ci metteva accanto, primi tra tutti i sacerdoti educatori”.

“La Comunità ragazzi è preziosissima – sottolinea don Davide – ti aiuta a conoscere il Signore, ti insegna a vivere la fraternità, a sentirti comunità, a entrare nella dinamica che le scelte nella vita non si fanno da soli, che il Signore ci accompagna sempre. Ci si confronta con il servizio, con le esperienze caritative, finché si sente che una Parola ti parla più delle altre, e capisci che quando c’entra il Signore, lui ti prende tutto. E allora provi a dire Sì, perché se la tua risposta coincide con il suo progetto, allora sei felice”.

Alla loro prima messa don Giacomo ha presieduto e don Davide ha concelebrato, insieme a molti sacerdoti. Al termine don Davide, a nome di entrambi, ha ringraziato il Signore per le meraviglie compiute nella loro vita, ha ringraziato la famiglia, le catechiste, i preti che li hanno accompagnati, le persone che hanno pregato per loro, e tutti i presenti.
E, a sorpresa, c’è stato il grazie di don Giacomo proprio a don Davide, “che per me sei fratello, gemello, compagno di strada e amico vero, perché se «Dio ama, ma sempre attraverso qualcuno», come diceva don Pino Puglisi, per me questo qualcuno sei anche tu. Grazie perché hai camminato con discrezione e libertà accanto a me in questi anni. Ho pregato anche per te in questa nostra prima messa. Guarda al Signore, l’unica roccia: è lui che vive in te ed è per lui che sei chiamato a vivere con tutto te stesso”.
Straordinaria la presenza (750 persone) al pranzo allestito da Pro loco, Alpini e altri volontari, e animato dagli amici, quelli che – ha ricordato don Davide – “ci sono stati vicini in questi anni e ci hanno tenuti con i piedi per terra”.
E come immagine ricordo, donata a ciascuno, hanno scelto la chiamata di Simon Pietro e Andrea lungo il mare di Galilea, i primi due discepoli, una coppia di fratelli, raggiunti dalla promessa grande di Gesù: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”.

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Cei: linee guida contro gli abusi. Mons. Ghizzoni (Ravenna): “Incoraggiamo a denunciare chiunque, compresi sacerdoti o religiosi”

Thu, 30/05/2019 - 08:23

Nasce la pastorale per la tutela dei minori. È questa la novità più significativa, assieme all’obbligo “morale” per i vescovi di denuncia all’autorità giudiziaria in caso di abusi sui minori, delle Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili approvate dall’Assemblea della Cei della scorsa settimana. Il documento è frutto di un lavoro di studio di quasi tre anni, prima del Gruppo e poi del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili guidato dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia, mons. Lorenzo Ghizzoni, che in quest’intervista spiega la portata della sfida che la Chiesa italiana ha deciso di affrontare. A partire dall’azione pastorale e formativa da avviare, anche nei confronti dei ragazzi, in ogni territorio a protezione dei più piccoli e vulnerabili, una preoccupazione che dovrà essere dell’intera comunità cristiana, delle parrocchie, delle diocesi. Perché troppo gravi sono i danni che segnano le vittime degli abusi, dentro e fuori dalla chiesa.

Qual è la principale novità contenuta in queste Linee Guida?
La vera svolta è l’introduzione dell’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria da parte dell’ordinario del luogo (il vescovo, ndr) nel quale avviene un possibile abuso da parte di un chierico. Ovviamente dopo averne vagliato la verosimiglianza. Il vescovo aveva già l’obbligo di avviare un’indagine cosiddetta “previa”, cioè raccogliere elementi da inviare alla Congregazione per la Dottrina della fede e, nel caso, avviare un procedimento canonico. Ma

nelle linee guida introduciamo anche l’obbligo morale (perché dal punto di vista giuridico in Italia non lo avremmo), di informare anche l’autorità giudiziaria, che ha mezzi molto più efficaci di indagine, questo è il punto.

O meglio, dopo aver fatto l’indagine “previa” sulla segnalazione, noi incoraggiamo anzitutto la denuncia da parte di chi l’ha presentata o dei genitori o tutori, se minorenne. Se non la vogliono fare, prepariamo noi un esposto, informando di questo chi segnala. Se si opporranno, chiederemo che questa opposizione alla denuncia sia scritta, debitamente documentata e ragionevolmente giustificata.

Prima di tutti, quindi, la tutela del minore …
Di fatto, incoraggiamo ad andare a denunciare chiunque, compresi sacerdoti o religiosi. E il focus di tutto il documento è proprio sull’ascolto, sull’accoglienza e sul dare credibilità alle vittime, non a proteggere il chierico colpevole. Le conseguenze fisiche, psichiche, morali e spirituali di questi abusi sono troppo gravi. I segni restano per sempre, anche in chi riesce a rielaborarli e a parlarne.

L’obbligo di denuncia è presente in altre linee guida degli episcopati nazionali?
In quasi tutte quelle del mondo Occidentale: in molti Paesi soprattutto del Nord del mondo, c’è l’obbligo per legge di denunciare questi reati. In Italia,

la Chiesa ha ampliato decisamente gli spazi di tutela delle possibili vittime, accogliendo una definizione molto ampia di “persone vulnerabili” contenuta nell’ultimo motu proprio di Papa Francesco,

che include “ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa”.

Le linee guida affrontano anche il tema della prevenzione. Cosa prevedono per le singole diocesi?
Ogni diocesi deve individuare un referente diocesano che, magari affiancato da una piccola equipe, scelta tra professionisti ed esperti, affiancherà il vescovo nell’azione di ascolto. Ma soprattutto si occuperà della prevenzione, su tre livelli. Il primo è quello delle parrocchie, dei sacerdoti e degli educatori e catechisti.

Le linee guida contengono materiali già pronti con i quali la diocesi dovrà fare formazione e informazione verso gli educatori.

Ci sono indicazioni e definizioni di base: cos’è un abuso, un profilo di come può presentarsi un abusatore, un vademecum per la scelta degli educatori, i luoghi e i tempi nei quali può avvenire un abuso, i segnali rivelatori, etc… Il secondo livello è quello dei ragazzi stessi. Se non lo diciamo a loro, a chi lo possiamo dire? Fonti Onu dicono che i ragazzi, a 11 anni, hanno già in mano il cellulare e quindi hanno accesso ai social (soprattutto Istagram) e ai siti che possono essere veicolo di varie forme di abuso, come il sexting, i ricatti, il grooming. Sempre gli stessi dati Onu dicono che il 70% dei ragazzi usano il cellulare. E anche gli adulti che vogliono educare, non riescono ad intercettare questo mondo dove la dipendenza può creare veri danni emotivi, affettivi, neurologici. L’educazione e la pastorale su questi temi è importante anche perché costringe gli educatori e le parrocchie a fare educazione all’affettività, alla sessualità, che molto spesso si sottovaluta.

E il terzo livello?
Poi dobbiamo aiutare le famiglie, che oggi, in generale, ma soprattutto su temi come l’educazione ai media, sono in difficoltà. Se è vero tra l’altro che una percentuale altissima di abusi, avviene in famiglia, questo aspetto è ancor più fondamentale, e al contempo complicato. Il discorso in questo caso si può introdurre bene coinvolgendo i genitori nella prevenzione al bullismo, anche perché tanto bullismo è a sfondo sessuale. Ed è sempre più precoce.

Chi potrà occuparsi di questa formazione?
L’equipe diocesana dovrà avviare dei processi. I referenti, in Emilia-Romagna hanno già iniziato la loro formazione e lavoreranno insieme, a livello regionale. Noi immaginiamo questa come un’azione pastorale: ci sarà bisogno di specialisti ma soprattutto di persone delle parrocchie.

Altri aspetti rilevanti delle linee guida? Quando verranno pubblicate?
Dobbiamo solo recepire alcune indicazioni che ci hanno dato i vescovi in assemblea e poi le pubblicheremo, questione di settimane. Le linee guida danno indicazione anche su come accompagnare gli abusatori, dopo la fine dei processi, canonico e civile. Ovviamente se la persona è disponibile. È il momento più delicato, perché quando finisce tutto, spesso queste persone se ne vanno dalla Chiesa e dal territorio nel quale hanno commesso un abuso. E sono libere, e sole.

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CEI: Guidelines against abuse. Mons. Ghizzoni (Ravenna): “We encourage people to report anyone, including priests and other religious”

Thu, 30/05/2019 - 08:23

New pastoral guidelines for the protection of minors. This is the most significant novelty of the Guidelines for the Protection of Minors and Vulnerable Persons approved by the Assembly of Italian Bishops last week, along with the “moral” obligation for bishops to report to judicial authorities in the event of child abuse. The document is the result of a three-year effort, first by the Group and then by the National Service for the Protection of Minors and Vulnerable Persons chaired by the Archbishop of Ravenna-Cervia, Msgr. Lorenzo Ghizzoni, who in this interview explains the extent of the challenge that the Italian Church has decided to address. Starting with pastoral and formative activity throughout the Country, also with regard to children, to protect the youngest and most vulnerable. This concern must involve the entire Christian community, parishes, dioceses. The damage done to the victims of the abuses, inside and outside the Church, is far too great.

What is the most significant novelty contained in the Guidelines?
The real turning point is the introduction of the obligation for the local ordinary (the bishop, Ed.’s note) to report to judicial authorities if there is a suspected abuse by a cleric. Obviously, after having verified its plausibility. The bishop was already obliged to conduct a so-called “preliminary” investigation, that is, to gather evidence to submit to the Congregation for the Doctrine of the Faith and, where appropriate, initiate a canonical procedure. However in the Guidelines we also introduced the moral obligation (that is absent in the Italian legal framework), to inform also the judicial authority, which has much more effective means of investigation, that’s the point.Or rather, after having conducted the “preliminary” investigation into the allegation, we encourage the person involved or his/her parents or guardians, if minors, to report the abuse. If they don’t want to then we lodge a complaint, informing the reporting party. If they object, we will ask that this opposition to the complaint be written, properly documented and reasonably justified.

The protection of the minor is paramount …
In fact, we encourage people to report anyone, including priests or other religious. The focus of the entire document is to listen, welcome and give credibility to the victims, not to protect the offending cleric. The physical, psychological, moral and spiritual consequences of these abuses are far too serious. The scars last forever, even in those who manage to reprocess them and speak about what happened.

Is the mandatory reporting clause contained in other guidelines of national episcopates?

In almost all Western societies: in many countries, especially in the north of the world, there is a legal obligation to report these crimes. In Italy, the Church has significantly broadened the scope for the protection of possible victims, accepting a very broad definition of “vulnerable persons” contained in Pope Francis’ latest Motu Proprio, that includes “any person in a state of infirmity, physical or mental deficiency, or deprivation of personal liberty which, in fact, even occasionally, limits their ability to understand or to want to otherwise resist the offense.”

The Guidelines also address the issue of prevention. What do they envisage with regard to dioceses?
Each diocese should identify a contact person, possibly supported by a small team of experts and professionals, who will assist the bishop in the action of listening. But above all he will deal with prevention, on three levels. The first is in that of parishes, priests and educators, and catechists.

The Guidelines contain pre-prepared materials that the diocese is required to adopt for the formation and information of educators.

There are basic indications and definitions: what is an abuse, a profile of how the abuser could present himself, a vademecum for the selection of educators, the places and times in which an abuse can occur, the revealing signs, etc. … The second level involves the children. If we don’t inform them, who should we inform? UN reports indicate that at the age of 11, children already use mobile phones and therefore have access to social networks (especially Istagram) and websites that can vehicle various forms of abuse, such as sexting, blackmail and grooming. The same UN data also show that 70% of youths use their own mobile phones. Even adults who wish to educate fail to reach out to this world where addiction could cause serious emotional, affective, neurological damage. Education and pastoral care on these issues is also important because it forces educators and parishes to provide education on affectivity and sexuality, which is often underestimated.

And the third level?

We must help the families, who today, in general, and above all with regard to issues such as media education, are experiencing difficulties. If it’s true that a high percentage of abuses occur in the family, this aspect is all the more important and, at the same time, complicated. The subject can be appropriately introduced by involving parents in the prevention of bullying, not least because many episodes of bullying are of a sexual nature, and they occur at an increasingly younger age.

Who will be in charge of this formation?
The diocesan team must initiate the processes. The contact persons in Emilia-Romagna have already started their formation activity and they will work together on a regional level. We see this as a pastoral action: specialists will be needed, but most importantly people from the parishes.

What are the other relevant features of the Guidelines? When will they be published?
We only have to incorporate some indications that the bishops gave us in the assembly and then we will publish them, a matter of weeks. The Guidelines also provide indications on how to accompany the abusers, after the end of the canonical processes and civil proceedings. Obviously if that person is willing. It’s the most delicate moment, because when all is over, these people often leave the Church and the territory in which they committed an abuse. And they are free, and alone.

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Un buon governo per Pavia

Thu, 30/05/2019 - 00:00

Archiviata la lunga parentesi elettorale, è ora di tornare ai problemi concreti. Lo è in Italia e in Europa (con il Governo chiamato a scelte importanti in economia), ma lo è anche a Pavia. Il nostro capoluogo ha un nuovo sindaco. I pavesi hanno scelto, in maniera inequivocabile, Fabrizio Fracassi: gli auguriamo buon lavoro, ringraziando lui e gli altri candidati per aver messo a fuoco, in campagna elettorale, i problemi di cui soffre la città. Ma ora dalle parole bisogna passare ai fatti. Nei prossimi anni si deciderà il futuro di Pavia. Siamo a un bivio: accettare di essere una città con una discreta qualità della vita (peraltro non più così buona come in passato), ma destinata a un inesorabile declino; oppure reagire, recuperando posizioni. La speranza è che si possa seguire la seconda strada. Per farlo serve un buon governo per Pavia. E’ giusto ripartire dalle nostre eccellenze: Università, sistema sanitario, cultura e arte. Ma queste risorse devono essere anche l’occasione per creare nuove opportunità di lavoro, da offrire in particolare ai giovani. Il Comune è chiamato a svolgere un ruolo strategico creando le condizioni ideali per attirare nuove aziende a Pavia, soprattutto nel campo dell’innovazione tecnologica o legate alla sanità. Ben vengano anche i fondi da bandi europei e nazionali, sui quali la nuova amministrazione intende puntare. Certo, la città ha anche bisogno di presentarsi in maniera migliore rispetto all’immagine che offre oggi: sotto questo profilo, attendiamo già i primi interventi annunciati dal nuovo sindaco in materia di decoro urbano.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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No al caporalato e allo sfruttamento nella filiera del pomodoro. L’alleanza promossa da Funky Tomato

Wed, 29/05/2019 - 18:47

Produrre e vendere conserve di pomodoro etiche e solidali, senza lo sfruttamento dei lavoratori e di tutti gli altri attori della filiera agro-alimentare è possibile. Lo dimostra un progetto molto innovativo che propone un modello alternativo, economico e culturale: si tratta di “Funky Tomato”, una nuova alleanza tra aziende profit e organizzazioni no profit, che hanno unito le forze per proporre ai consumatori prodotti provenienti da una filiera trasparente e partecipata. Il nuovo “contratto di rete 2019” di questa comunità economica solidale, dopo una prima alleanza nel novembre 2018, è stato siglato oggi Roma, nella sede di Oxfam Italia, tra Funky Tomato, Cooperativa (R)esi­stenza, La Fiammante, Oxfam Italia, Storytelling Meridiano, Dol (Di origine laziale), AgroBio srl e Op Mediterraneo, che lancia ufficialmente la Campagna Preacquisto 2019. Gas (Gruppi di acquisto solidale), ristoratori e privati cittadini potranno sostenere direttamente gli agricoltori della rete.

400.000 lavoratori a rischio caporalato. Secondo le stime sono circa 400 mila i lavoratori a rischio caporalato in Italia e migliaia i braccianti a rischio di sfruttamento impiegati nella raccolta del pomodoro, metà dei rapporti di lavoro lungo la filiera sarebbe illecita.

L’industria italiana del pomodoro rappresenta oltre il 12% della produzione mondiale e il 55% della produzione europea,

coinvolgendo quasi 10 mila agricoltori e 120 aziende di trasformazione, per un giro di affari annuo compreso tra 1,4 e 2 miliardi di euro. Ma dietro a questo business si cela spesso un meccanismo polarizzato di pochi grandi attori, tra industrie alimentari e attori della grande distribuzione, che dominano il mercato, praticando politiche di prezzo al ribasso che hanno conseguenze drammatiche sulle condizioni di lavoro, la salute, l’ambiente e la sostenibilità economica di lungo periodo. Dai contadini che non riescono a rientrare nei costi di produzione e molto spesso finiscono per chiudere la propria azienda agricola, alle migliaia di braccianti stranieri, per lo più originari dell’Africa sub-sahariana, che cercano impiego nella raccolta del pomodoro e finiscono per vivere e lavorare al di fuori della legalità e della dignità.

Paolo Russo e Guido De Togni, di Funky Tomato

Il progetto Funky Tomato. Per contrastare questo trend nefasto, nel 2015, dopo la morte della bracciante Paola Clemente a Taranto, è stato avviato il progetto Funky Tomato, con 4 beneficiari e circa 90 quintali di prodotto trasformato. Da allora i volumi di produzione sono aumentati di 55 volte arrivando nel 2018 a 5.000 quintali di prodotto finito, con il coinvolgimento di una trentina di lavoratori presi in carico dagli agricoltori della filiera, nel foggiano in Puglia, nel Parco del Pollino in Calabria e a Scampia in Campania. “Ci siamo resi conto che non solo i lavoratori ma tutti i soggetti della filiera sono oggetto di sfruttamento – ha spiegato durante la conferenza stampa Paolo Russo, di Funky Tomato – Perciò abbiamo realizzato

una filiera di produzione di conserve di pomodoro che garantisce il rispetto e la dignità di tutti gli attori coinvolti,

promuovendo un’agricoltura diversificata, attenta alle relazioni di lavoro, capace di costruire percorsi di inserimento lavorativo e di interazione culturale. Siamo riusciti ad ottenere un prodotto ad un prezzo accessibile”. Alla base del contratto c’è un disciplinare etico di produzione condiviso da tutti i soggetti (agricoltori, imprese, intermediari, lavoratori), “con una struttura circolare a rete che rende trasparente il prezzo e la filiera e aiuta i soggetti più deboli – ha aggiunto Guido De Togni, di Funky Tomato -. Dobbiamo coinvolgere tutti gli attori della filiera per affrontare i problemi a livello sistemico e non solo sindacale”.

Tra gli imprenditori che hanno aderito con entusiasmo al progetto c’è Marco Nicastro, di Op Mediterranea, azienda di pomodoro del foggiano, una delle zone a più alta criminalità d’Italia, con la triste media di un omicidio a settimana. “Abbiamo aperto nel 1986 e tutto andava bene. Poi nel 2000 sono cambiate le dinamiche comunitarie, con un sistema di erogazioni ai produttori anziché alle industrie, che ci ha penalizzato e schiacciato – ha ricordato -. La produzione è diminuita, finché non abbiamo deciso nel 2011 di costituirci in cooperativa per affrontare il mercato e dare un prezzo equo”.

“Oggi lavoriamo 500 ettari di pomodori l’anno ma siamo tutti vittime del sistema”.

Nell’azienda lavorano anche diversi ragazzi africani regolarmente assunti. Nicastro ha ricordato che “fino al 2000 esistevano gli uffici di collocamento dove trovare la manodopera, oggi non ci sono più. Per questo il caporalato e lo sfruttamento hanno la meglio”.

A Scampia la resistenza anticamorra. Tra i partner dell’alleanza c’è anche la cooperativa Resistenza anticamorra di Scampia, realtà no profit nata dopo la faida camorristica del 2008. “Ci dicevano che per salvarci dovevamo andare via da Scampia – ha raccontato Ciro Corona -. Siamo riusciti a non scappare e oggi portiamo a scuola ai figli dei detenuti camorristi e creiamo opportunità lavorative. I genitori ci scrivono dicendo: tenete i nostri figli con noi, non gli fate fare la nostra vita”. In un terreno di 14 ettari all’interno di bene confiscato alla camorra vicino alla Reggia di Capodimonte oggi lavorano 11 detenuti “che scelgono di cambiare vita” (ne sono passati 64 nel 2018). Producono pomodori e vino.

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L’Europa dopo il voto riparte da Tusk, l’ottimista. Italia a rischio-isolamento

Wed, 29/05/2019 - 12:21

Vista con gli occhi di Donald Tusk l’Unione europea è in buona salute: alle elezioni per l’Europarlamento è tornata a lievitare l’affluenza alle urne (un cittadino su due ha votato); le forze sovraniste sono cresciute, ma non rappresentano alcuna “valanga”, sono distribuite a macchia di leopardo e soprattutto sono divise tra loro; non da ultimo, Brexit “è stato un vaccino contro la propaganda anti-Ue e le notizie false” e, di fatto, nessuno parla più di lasciare la “casa comune” e neppure di abbatterla. I nazionalisti – lascia intendere – usano slogan roboanti ma poi, alla fine, non hanno progetti alternativi. Così, chiudendo il summit straordinario tenutosi il 28 maggio sera a Bruxelles, il polacco Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha tracciato un suo personale bilancio delle elezioni del 23-26 maggio, cominciando a guardare avanti per l’Europa del futuro. “L’Europa – dice, a quanto pare convinto – è il vincitore di queste elezioni. La maggioranza degli elettori ha votato per una Unione più efficace e ha rigettato chi voleva un’Europa più debole”.

Chi conta e chi non conta. “Stasera i leader dell’Ue si sono incontrati per valutare l’esito delle elezioni europee e discutere il significato di questi risultati, nonché per avviare le procedure per la nomina dei nuovi responsabili delle istituzioni europee”. Così si è espresso Tusk al termine della breve riunione con i capi di Stato e di governo dei 28. Si è detto soddisfatto per l’affluenza ai seggi, “la più alta degli ultimi 25 anni.

Ciò dimostra che l’Ue è una democrazia forte e paneuropea

di cui i cittadini si prendono cura. Chiunque guiderà le istituzioni europee, avrà un vero mandato dalla gente”. Allo stesso tempo, ha riconosciuto, “avremo un Parlamento un po’ più complesso”, che richiederà la convergenza di almeno tre o quattro forze politiche per avere una maggioranza: evidente il riferimento a popolari, socialdemocratici, liberali e verdi. Le forze sovraniste, spalmate in almeno due o tre gruppi a Strasburgo (fra cui siederà la maggioranza degli eurodeputati eletti in Italia), resteranno molto probabilmente fuori dalla partita delle nomine e delle grandi decisioni.

Sotto osservazione. Le analisi di Tusk talvolta lasciano un po’ perplessi: l’eccesso di ottimismo a volte pare fuori luogo. Afferma ad esempio: “Di fatto, dal momento che le persone sono diventate più europeiste, alcuni importanti partiti euroscettici hanno abbandonato i loro slogan anti-Ue e si sono presentati come riformatori dell’Ue”. Vera la seconda parte della frase, tutta da verificare la prima parte. Poi aggiunge: “Non ho dubbi che uno dei motivi per cui le persone del continente hanno votato a favore della maggioranza europea è anche il Brexit”. Mentre “gli europei vedono cosa significa Brexit nella pratica, traggono anche delle conclusioni”. Qui Tusk non sbaglia. Semmai si impone una maggiore riflessione sul fatto che un’avanzata dei sovranisti ci sia stata. E che in alcuni Paesi i partiti nazionalisti abbiano la maggioranza relativa o siano al governo: i “casi” di Italia, Ungheria, Francia, Repubblica Ceca, Polonia, e non solo, al summit erano sotto osservazione.

Italia in arretramento? A proposito del tema del giorno, ovvero la discussione sulle prossime cariche Ue, Tusk ha fatto intendere che è tutto in alto mare. Si tratta di decidere i presidenti di Commissione (al posto di Juncker), Consiglio europeo (la carica ricoperta appunto da Tusk), della Bce (Draghi è in uscita) e di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. Inoltre va rinnovato l’intero collegio dei commissari, che dovrà entrare in carica l’1 novembre.

La partita si gioca tra le cancellerie e il Parlamento

che deve votare la fiducia al presidente della Commissione e all’esecutivo nel suo insieme. Parlamento che, a sua volta, il 2 luglio dovrà votare il presidente dell’assemblea, carica finora ricoperta da Tajani. La partita è rilevante e purtroppo si profila un deciso arretramento per Roma che finora contava su tre dei cinque “top job” con Draghi, Tajani e Mogherini.

Braccio di ferro. La discussione, a porte chiuse, in Consiglio europeo ieri sera ha visto un confronto a tutto campo e un braccio di ferro, che nessuno ha negato, tra Merkel e Macron, sul nome del presidente della Commissione. Per questa carica sarebbe in vigore la prassi degli spietzenkandidaten (ovvero “candidati principali”), cioè i nomi proposti dalle famiglie politiche europee, la più votata delle quali dovrebbe esprimere il successore di Juncker. Ma si tratta di una pratica sostenuta dalla maggioranza, non dalla totalità, dei gruppi presenti al Parlamento europeo. Così Manfred Weber, spietzenkandidat del Partito popolare, il più votato per Strasburgo e sostenuto dalla cancelliera tedesca, non è affatto certo di assurgere al ruolo di presidente della Commissione. Il presidente francese preferirebbe un altro nome, magari una donna, Margrethe Vestager, che guarda a caso è in quota liberale, il gruppo nel quale convergono i deputati francesi eletti nella lista Renaissance di ispirazione macroniana.

Criteri ed equilibri. Insomma, come spiega Tusk, “in conformità con i trattati non può esserci alcuna automaticità e allo stesso tempo nessuno può essere escluso”. Anche perché nella distribuzione dei top job occorre considerare vari criteri e gli equilibri fra partiti politici, fra Stati (più o meno grandi), di genere (Tusk vedrebbe bene almeno due cariche assegnate a figure femminili). Il politico polacco aggiunge: “il futuro presidente della Commissione deve avere il sostegno sia della maggioranza qualificata nel Consiglio europeo sia nella maggioranza dei deputati al Parlamento europeo”. Si riparte da qui. “Effettuerò ora consultazioni con il Parlamento, come previsto dal trattato. Per avviare questo processo mi sono già offerto di incontrare la Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo non appena saranno pronti. Parallelamente, continuerò anche le mie consultazioni con i membri del Consiglio europeo sia sul futuro presidente della Commissione che sul futuro presidente del Consiglio europeo e della Banca centrale, nonché sull’Alto rappresentante. Posso promettere che sarò il più aperto e trasparente possibile”.

Principi e persone. All’inizio del Consiglio europeo era toccato al presidente uscente del Parlamento Ue, Antonio Tajani, portare la voce dell’assemblea: “Ho illustrato al Consiglio la posizione del Parlamento sulla procedura da seguire per la scelta del nuovo presidente della Commissione” per “mandato ricevuto dalla conferenza dei presidenti dei gruppi politici”. “Ho ribadito agli Stati membri che il Parlamento è a favore della procedura degli spitzenkandidaten” perché “è democratica”: chi “si è presentato agli elettori con il proprio volto per guidare la Commissione e ha avuto il consenso dai propri cittadini deve essere presidente”. Infine: “Sappiamo che alcuni capi di governo hanno detto che a loro non piace questa strategia. È una posizione. Noi siamo a favore”. Perché “non parliamo di persone ma di principi, di più democrazia e di maggiore rispetto della volontà dei cittadini”.

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Aperti al Mab. Conto alla rovescia tra bellezza, memoria e identità dei territori

Wed, 29/05/2019 - 10:55

Una sessione plenaria e quattro workshop: si articola così la Giornata inaugurale, il 3 giugno prossimo a Roma, di  “Aperti al Mab. Musei archivi biblioteche ecclesiastici”, (#apertialmab), l’Open week che ha l’obiettivo di rilanciare fino al 9 giugno il ruolo svolto da questi istituti culturali sul territorio e nei confronti della comunità. Una settimana nazionale per consentire loro di mostrarsi al pubblico. A promuovere l’iniziativa l’Ufficio nazionale per i beni ecclesiastici e l’edilizia di culto della Cei  con l’Associazione musei ecclesiastici italiani (Amei), l’Associazione archivistica ecclesiastica (Aae) e l’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani (Abei).

Ad inaugurare la Giornata del 3 giugno introducendo la sessione plenaria della mattina, sarà mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei. Federico Badaloni, responsabile aree di Progettazione e grafica della divisione digitale del Gruppo editoriale L’Espresso e relatore della sessione, invita a riflettere sulle sfide della comunicazione attraverso la rete: “Quali dinamiche seguire – si chiede – per meritare la fiducia dei nostri interlocutori?”. Di public history parlerà invece Serge Noiret (Istituto universitario europeo), che la definisce uno strumento grazie al quale le diverse comunità possono “valorizzare sul territorio il loro patrimonio culturale, materiale e immateriale, e interrogarsi su quello che definisce le loro identità collettive”. Per Paul Weston (Università Pavia e referente progetti archivi e biblioteche Cei), “la questione etica, più che quella squisitamente tecnologica o catalografica”, costituisce lo snodo “tra un sistema culturale di qualità, rispettoso dei valori della persona e volto alla trasmissione della conoscenza, e un sistema che, al contrario, distorce la conoscenza e sfrutta le tecnologie per manipolare e controllare gli individui”.

Il primo dei workshop in programma è dedicato alla narrazione del patrimonio ed è organizzato con l’Associazione italiana public history; il secondo alla gestione di questo stesso patrimonio, che richiede un accurato inventario, e dei cambiamenti. “Ogni comunità cristiana – avverte mons. Ernesto Rascato, incaricato Beni culturali della regione ecclesiastica Campania – deve avere consapevolezza e cura dei propri beni storico – artistici”, soprattutto nelle operazioni di fusione e/o accorpamenti. A portare un contributo di riflessione sul tema saranno, fra gli altri, Maria Idria Gurgo (Direzione generale Archivi) e Stefania Guzzo (Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio). I due workshop del pomeriggio sono dedicati, rispettivamente, a comunicazione e a valorizzazione, narrazione e pastorale del patrimonio culturale ecclesiastico. Atteso un intervento di mons. Carlos Azevedo (Pontificio Consiglio della cultura).

Dalle pagine miniate di Padova alle prime lettere dei Papi all’Ordine dei minori di Assisi; dal viaggio nel tempo e nella storia di Nonantola (Modena) alle cinquecentine di Molfetta (Bari) o ai preziosi manoscritti medioevali di Oristano. Così i territori raccontano se stessi.

Sulla pagina BeWeb dell’Ufficio Cei un contatore indica che

ad oggi, 29 maggio, hanno aderito all’iniziativa 290 istituti culturali su tutto il territorio nazionale: 76 musei, 138 archivi e 76 biblioteche,

ma il numero continua ad aumentare.

 

foto SIR/Marco Calvarese

E’ soddisfatto il direttore dell’Ufficio, don Valerio Pennasso, a Mantova per un incontro degli incaricati diocesani della Lombardia. Raggiunto al telefono dal Sir, porta l’esempio della diocesi lombarda come “modello di sinergia tra istituti, desiderio di essere presenti ed esempio di legame con il territorio”. “Qui – spiega – la diocesi ha predisposto un evento di partecipazione al quale hanno concorso archivio, biblioteca e museo costruendo insieme un evento per la città”. A Mantova, infatti, il museo diocesano Francesco Gonzaga offre ai visitatori la mostra “Aspettando Giulio…” con disegni di Giulio Romano, l’allievo prediletto di Raffaello lì trasferitosi dal 1524 fino alla morte nel 1546; una selezione di documenti della committenza ecclesiastica all’artista e alla sua cerchia provenienti dall’Archivio storico diocesano, nonché due testi del Cinquecento della Biblioteca del Seminario vescovile: il terzo libro dell’architettura di Sebastiano Serlio e un volume di Vitruvio. “I tre istituti – prosegue don Pennasso – collaborano anche con il museo civico cittadino testimoniando l’importanza del legame con il territorio e con la comunità civile. Se si innesca un processo questo procede con passione e determinazione”.

Sono 1.684 gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) registrati all’interno dell’anagrafe degli istituti culturali ecclesiastici presente su BeWeb. Tra questi si contano 851 archivi (208 diocesani e 643 non diocesani); 545 biblioteche (149 diocesane e 396 non diocesane); 288 musei (205 diocesani e 83 non diocesani).

 

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