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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 11 min 5 sec ago

Meeting Rimini. Rumiz (scrittore): “Le radici dell’Europa battono nel forte cuore dell’Appennino terremotato”

Fri, 23/08/2019 - 13:25

“Non ero andato io a cercare Benedetto e fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo, al suo rapporto con Norcia e con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo”. Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ricorda così il suo incontro con il patriarca dei monaci di Occidente, Patrono d’Europa. Nella piazza di Norcia dove era arrivato dalla Piana di Castelluccio dopo un cammino lungo la linea di faglia che, il 24 agosto del 2016, aveva scosso l’Appennino.

foto SIR/Marco Calvarese

Lì, in mezzo a palazzi crollati e alle macerie della basilica tenuta in vita solo dalla facciata col suo rosone, la vista di quella statua con la barba bianca e il braccio destro teso verso il cielo. Completamente intatta, recante la scritta San Benedetto, Patrono d’Europa. Da quell’incontro è nato un libro “Il Filo infinito” (Feltrinelli, 2019) che Rumiz ha presentato al Meeting di Rimini. Un viaggio nei monasteri benedettini che arriva fino ai nostri giorni e che parte dall’Europa del VI secolo dopo Cristo segnata da invasioni, saccheggi e violenza devastanti cui i monaci risposero con la concretezza dell’“Ora et labora et noli contristari in laetitia pacis” (Prega, lavora, e nella gioia della pace non intristirti). Scrive Rumiz: “che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa, senza armi, con la sola forza della fede… Il germe della rinascita del Continente era partito dal forte cuore appenninico del mio Paese”. Benedetto stava lì a ricordare che “i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per l’Occidente segnato dalla violenza, da immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano. Qualcosa di simile all’oggi”.

La spinta a ricostruire l’Europa arriva proprio dall’Appennino, terra sismica, che ben conosce il termine “ricostruzione” e per questo abituata a risorgere da secoli. Domani saranno tre anni dal terremoto del 24 agosto 2016, ma la ricostruzione stenta a partire…
La cosa che mi ha più colpito è che questa terra, che ha prodotto uomini che hanno ricostruito l’Europa, dotati di una forza che nasceva proprio dalla coabitazione con i terremoti, per la prima volta dopo millenni non è in grado di ripartire. Uomini frenati dalla macchina burocratica e dalla perdita di manualità causata dal mondo moderno che ha reso tutto virtuale. Ho visto un popolo carico di fierezza e di memoria della sua storia ma al tempo stesso deprivato di una sua cultura millenaria. Scandalosamente l’Italia ignora la dignità e la forza simbolica di queste terre che vengono lasciate prive di ricostruzione a distanza di tanto tempo. Sono le terre da cui è partita la ricostruzione dell’Europa. Per me è un segno gravissimo di quella scarsa autostima che l’Italia ha di se stessa.

foto SIR/Marco Calvarese

Nel suo libro “Il filo infinito”, camminando “nel cuore vivo della distruzione… Amatrice era Bosnia in guerra” afferma di percepire “l’esempio tutto italiano di una macchina burocratica capace di uccidere più del terremoto, ostacolando i ritorni con regole e divieti”. Come superare la burocrazia, nemica della ricostruzione?
Bisogna tornare alla politica che oggi si è ridotta a semplice talk show o a pura, pedissequa, ripetizione di interessi economici o peggio finanziari. La politica dovrebbe narrare questi luoghi, emozionare gli italiani sul ruolo europeo, mondiale, di questi luoghi attraversati da terribili linee di faglia ma anche da percorsi di fede unici al mondo.

C’è anche un’Europa “malandata” da ricostruire. La statua di san Benedetto, intatta in mezzo a tanta distruzione, quale messaggio lancia al  Vecchio Continente?
Benedetto ci dice che per rimettere in piedi l’Europa non bisogna aspettare che le cose siano favorevoli. L’Europa non ha alternative all’accoglienza, ma con delle regole. Benedetto comprende ciò che la geografia stessa insegna: l’Europa non è altro che l’ultimo pezzo dell’Asia. Un luogo dove i popoli arrivano e non possono proseguire perché c’è l’Atlantico. Un luogo dove i popoli non hanno altra alternativa che coabitare o massacrarsi tra loro. Tutta la nostra storia ci offre due grandi insegnamenti: le cose meravigliose che siamo capaci di fare quando impariamo a coabitare e gli orrori che commettiamo quando decidiamo di massacrarci tra di noi. La scelta è tra la guerra e la coabitazione. E il mondo benedettino ci ricorda la vocazione dell’Europa come punto d’arrivo e luogo dell’accoglienza. E anche come paesaggio di cui prendersi cura.

Sacro Speco di san Benedetto a Subiaco (Foto Sir/Rocchi)

Una vocazione che oggi pare smarrirsi tra risorgenti nazionalismi e sovranismi. I monaci di allora furono “capaci di rilanciare la civiltà in un mondo in preda alla paura”, quelli di oggi possono ancora adempiere a questa missione nel silenzio dei monasteri?
Certamente anche se hanno molta politica contro e una parte del mondo cristiano contrario all’accoglienza. Io credo il pericolo non venga da fuori ma sia dentro di noi. Noi siamo molto meno coscienti delle nostre radici culturali e religiose rispetto a quanto lo fossero gli uomini di allora. L’Europa nel VI secolo era in condizioni inimmaginabili e proprio in quegli anni i monaci hanno operato.

In questa opera di riedificazione dell’Europa hanno contribuito anche i monasteri femminili…
Assolutamente. Nel mondo monastico la donna è una pari grado. Una badessa equivale a un vescovo. Un vescovo che rende visita a una badessa si toglie i segni della sua autorità per rispetto di colei che lo ospita. Questo nasce da una percezione che definirei ‘tellurica’ di ciò che la madre terra rappresenta, una visione molto femminile di Dio di cui i monaci sono portatori.

Costruire il buono attraverso la ricerca del bello: è ciò che i monaci cercano di fare seguendo la Regola. C’è ancora spazio per il bello e per il buono in questa Europa?
Ci sono molte forze positive. Il compito di scrive, di chi fa politica è di mettere insieme queste persone, dare loro una rappresentanza. Oggi non viene fatto perché siamo ipnotizzati da alcune centinaia di blogger che non hanno altro da fare nella vita che seminare zizzania. La sensazione è che questi rappresentino una maggioranza del nostro pensiero. Secondo me, invece, sono una forte minoranza con un forte influsso sul pensiero medio perché offrono dei capri espiatori comodi anche al potere e agli uomini frustrati di oggi. Quando i reggitori non sanno dare risposte al popolo gli offrono nemici.

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Crisi di governo: Mattarella chiede ai partiti “decisioni chiare e in tempi brevi”

Fri, 23/08/2019 - 09:55

“Decisioni chiare e in tempi brevi”. Al termine del primo giro di consultazioni, il Presidente della Repubblica mette tutti i partiti davanti alle loro responsabilità. Ci sarà un nuovo giro di consultazioni, tra martedì e mercoledì, perché alcuni partiti hanno comunicato che “sono state avviate trattative per un’intesa” e anche “da parte di altre forze politiche è stata espressa la possibilità di ulteriori verifiche”. Una fotografia che coglie l’ambiguità dei movimenti in corso, con il confronto tra M5S e Pd da un lato e la Lega che tenta ancora i pentastellati. Ma questo secondo giro sarà “per trarre le conclusioni e per assumere le decisioni necessarie”.

Dunque a metà della prossima settimana il rebus della crisi di governo dovrà essere sciolto.

E le possibilità indicate dal Capo dello Stato sono due: o un governo pieno, all’altezza delle sfide che l’Italia deve affrontare, dunque un esecutivo basato “su valutazioni e accordi politici dei gruppi parlamentari su un programma per governare il Paese” oppure “il ricorso agli elettori”. Un’ipotesi, quest’ultima, che verosimilmente richiederà la nascita di un governo ad hoc per accompagnare il percorso verso le urne con le necessarie garanzie di imparzialità e rispetto delle regole. Ma la scelta da compiere è netta, non c’è spazio per soluzioni pasticciate o per fare melina.

Le parole pronunciate con tono severo dal Presidente si collocano al punto d’incrocio tra le esigenze del Paese e il richiamo puntuale alla Costituzione che è in questi anni è sempre stato la cifra di Sergio Mattarella. Da un lato, infatti, ci sono “l’esigenza di governo di un grande Paese come il nostro”, gli impegni richiesti dal  ruolo che “l’Italia deve avere nell’importante momento di avvio della vita delle istituzioni dell’Unione europea per il prossimo quinquennio”, la necessità di fronteggiare “le incertezze politiche ed economiche a livello internazionale”.

Da queste imprescindibili motivazioni discendono sia la qualità della risposta che i partiti sono chiamati a dare, sia la tempistica così serrata. La soluzione, in ogni caso, va perseguita nell’alveo tracciato dalla Costituzione.

Il Presidente della Repubblica “ha il dovere ineludibile di non precludere l’espressione di volontà maggioritaria del Parlamento” e proprio alla luce di questo dovere Mattarella ha concesso qualche giorno ai partiti per approfondire i discorsi aperti. Del resto le due forze politiche che componevano la maggioranza uscente – la “dichiarata rottura polemica” del loro rapporto, ha ricordato il Capo dello Stato, è all’origine dell’attuale crisi – ben sanno con quanta pazienza istituzionale egli consentì la nascita dell’esecutivo giallo-verde. Soltanto se il Parlamento non si mostrerà in grado di esprimere una maggioranza governo, allora la bisognerà inevitabilmente ricorrere a elezioni anticipate. “Decisione da non assumere alla leggera”, comunque, perché si è votato nel marzo dello scorso anno e “la Costituzione prevede che gli elettori vengano chiamati al voto per eleggere il Parlamento ogni cinque anni”.

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La trucidità come strategia politica. Ma ora servono una tregua e la verità

Thu, 22/08/2019 - 11:29

Credo che la classifica delle parole più creative di origine orientale la vinca facilmente la parola serendipità, serendipity in inglese; Umberto Eco la tradusse così nel 1985, nella sua prima “Bustina di Minerva” sulla rivista l’Espresso. Essa può significare trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca qualcosa di completamente diverso; oppure trovare qualcosa che si andava cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettati. Serendipità implica sempre una scoperta positiva.

Origine e significato. Lo scrittore inglese Horace Walpole, creatore della parola, la definì come un caso fortunato; la sociologa italiana Marina Innorta ha osservato correttamente che nella serendipità la miscela esatta di sagacia e di fortuna varia con il variare dei contesti in cui la parola viene usata e ha aggiunto che “la serendipità non è una semplice coincidenza fortunata. Ha bisogno di sagacia. E sagacia significa perspicacia, capacità di valutare tutti gli elementi di una situazione, di andare all’essenza di qualche cosa”. Il famoso studioso giapponese di management e strategia Ikujiro Nonaka ritiene che la serendipità sia una condizione essenziale nel creare nuova conoscenza e innovazione, attraverso la creatività e l’intuizione contenute nella serendipità. La parola serendipità nacque in inglese ma discende da una fiaba italiana di Michele Tramezzino, “I tre prìncipi di Serendippo”, pubblicata a Venezia nel 1557 con autorizzazione del Papa Giulio III. Sembra, in definitiva, che il successo di questa parola e comportamento si debba al fatto che risulta attrattivo rischiare l’incertezza, pur che sia orientata a qualcosa di positivo.

Solutions outside the box. Uno degli effetti collaterali delle grandi trasformazioni causate dal cambio d’epoca è il rimescolamento caotico delle filosofie di vita, delle teorie economiche, delle certezze dei diritti umani, dei metodi di lavoro e di relazioni delle istituzioni. Questa moda, o gusto e preferenza per il caos distruttivo si possono intravedere nei modi di essere, di fare, di relazionarsi di tante persone, perfino di quelle che sono state scelte come autorità, comprese quelle che hanno responsabilità di proteggere tutti e portare a salvo i più deboli. Sta nascendo dunque una versione occidentale in negativo della serendipità: la potremmo chiamare trucidità, il lato contrario e oscuro della serendipità.

La nuova trucidità è rispondere in modo truce alle sfide dell’incertezza facendo qualcosa di molto diverso, senza essere certi che funzioni e soprattutto senza mai cercare di sapere se la nuova risposta truce, negativa e cattiva abbia mai dato il risultato voluto.

Solutions outside the box si direbbe in inglese, soluzioni fuori degli schemi, ma nel caso della trucidità si tratta di soluzioni truci fuori della scatola, fuori dello schema senza conoscere affatto di quale schema si tratti, senza nemmeno sapere che c’è uno schema dal quale si decide di uscire. Alla trucidità, al contrario della serendipità, manca la sagacia e la capacità di scoprire l’essenza di un problema. Al posto del pensatore creativo della serendipità spunta dunque colui che vuole fare, non sa bene cosa, fare senza prima pensare, purché sia o almeno sembri qualcosa di violento e di coraggioso, nei fatti o a parole, feroce, crudele, imprevedibile e spietato. Ma più che coraggio si tratta in realtà di una grinta con rabbia invece che con passione e con ottusità testarda più che con perseveranza.

In ambito politico… Al contrario di un altro recente neologismo “felicizia” – inventato al Sermig di Torino da un bambino immigrato che voleva sottolineare la felicità che viene dall’amicizia – la trucidità cerca nell’offesa degli altri, nell’odio a prescindere, uno sfogo alle proprie paure e alla propria ignoranza. La trucidità rispetta alcune regole del marketing e della comunicazione: si riveste infatti di sorrisi e battute scherzose per sembrare serena, anche se di solito non ci vuole molto ad accorgersi del lupo nascosto tra gli agnelli, perché è sempre uno che preferisce mostrare i muscoli invece di provare a ragionare.
Ma la comunicazione truce non rispetta mai l’ottavo comandamento: ama dire il falso. Trucca i numeri, dice di aiutare i poveri tagliando le tasse ai ricchi, denuncia le scelte parlamentari a maggioranza come fossero robaccia anti-democratica, denuncia la corruzione altrui a manate, o a dozzine, senza mai usare multipli del 49, si dichiara nazionalista, ma russa perfino quando è sveglia.

Il comportamento truce è una miscela di attitudini di scherno e comportamento torvo, minaccioso, bieco. Se si tratta di contenzioso politico con una donna, un capetto truce non sottolinea né argomenta la diversità di opinione, caratterizza invece la persona avversaria con epiteti sessisti. Perfino quando per caso o per forza altrui a un capetto capita di far qualcosa di buono a favore dei più deboli, la trucidità impone di dire che ha agito suo malgrado.

È un bullismo reiterato ma confuso, che non sa nemmeno esattamente con chi ce l’ha e perché lo odia, tanto che invece di lanciare solo slogan orribili si mette a perseguitare o a abbandonare donne con bambini in braccio, distribuendo immagini della Madre di Gesù.

Italia, agosto 2019. La trucidità viene riconosciuta come forma di strategia in Italia nell’agosto 2019, ma non sappiamo ancora se questa volta il suo significato si riferisca a no a una parola inglese come accadde per la serendipità. Infatti in inglese truce significa semplicemente tregua. Chissà se la trucidità sceglierà o sarà costretta a ripensarsi un momento, a una tregua di serenità e di ascolto. O magari a cambiare parola di ispirazione da truce a true, che in inglese significa vero o verità.

(*) Per quarant’anni dirigente della Caritas Italiana e di diversi organi delle Nazioni Unite, è consigliere anziano della Mae Fah Luang Foundation in Thailandia. Vive a lavora a Bangkok

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Arquata del Tronto: la ricostruzione di Agorà, dove “le ferite diventano feritoie di luce”

Thu, 22/08/2019 - 11:05

Segno della voglia di ricominciare, inizio di una ricostruzione umana e spirituale. Si chiama “Agorà”, parola greca che significa ‘piazza’. Sulla targa posta al suo ingresso si legge “Dove l’incontro diventa casa”, vicino la scritta l’immagine di due mani che si cercano per aiutarsi, in secondo piano, quasi sfocata, la crepa di un muro. È il Centro comunitario polivalente di Arquata del Tronto, sito nella frazione di Borgo di Arquata, vicino alla nuova scuola, realizzato con il contributo di Caritas Italiana, di Caritas Europa e di altre Caritas del mondo come Vietnam e Iraq e inaugurato nell’ottobre del 2017, poco più di un anno dopo il terremoto del 24 agosto che devastò il Centro Italia.

Macerie visibili. Ad Arquata e nelle sue tredici frazioni, tra cui Pescara del Tronto, il sisma ha divorato tutto lasciando solo macerie, dopo tre anni, ancora ben visibili. Come quelle della chiesa della parrocchia dei santi Pietro e Paolo, adiacente al Centro. Macerie che oggi convivono con le mura nuove di “Agorà”, la piazza sicura e curata nei dettagli, quasi a dire a chi ha visto la sua casa distrutta dal terremoto che tutto può rinascere e che si può tornare a vivere. La struttura, costruita in 4 mesi con materiali in bioedilizia, ha una superficie complessiva di 650 metri quadri ripartiti su due piani. Al piano terra ospita una sala multiuso per le attività sociali e ricreative oltre uno spazio per la ristorazione. In quello superiore ci sono camere e servizi con 24 posti letto. All’esterno, un parcheggio di 700 metri quadri e un’area giochi.

foto SIR/Marco Calvarese

Opera prima. È significativo che il Centro sia stata la prima opera nata dopo il terremoto del 24 agosto: le casette (Sae) sono arrivate dopo. “Infatti – racconta il parroco di Arquata, don Nazzareno Gaspari – la prima attività del centro è stata quella di ospitare le famiglie rimaste senza un tetto i cui figli dovevano rientrare in classe nella nuova scuola realizzata proprio qui vicino. Agorà è un luogo nel quale la vita sociale è ripartita”. Nel parcheggio esterno arrivano auto e presto il piazzale si riempie di persone. Sono i partecipanti ad un corso di aggiornamento per giovani

foto SIR/Marco Calvarese

amministratori della zona. “Ad Agorà ospitiamo corsi, seminari, incontri di vario genere – dice Angela D’Ortenzi, dell’associazione “Rinascimento” che gestisce il centro – mentre nelle camere diamo alloggio a famiglie sfollate e a persone che, legate a questa terra, amano trascorrervi qualche giorno, nonostante il sisma abbia distrutto tutto. Arrivano anche escursionisti. La piana di Castelluccio di Norcia dista pochi chilometri da qui. I nostri spazi sono a disposizione della popolazione”. Quella rimasta che vive nelle Sae, circa 500 abitanti. Prima del sisma erano quasi 1500. Nel centro si svolgono il doposcuola, corsi di chitarra e iniziative pastorali. Queste ultime non senza qualche difficoltà. Non le nasconde don Nazzareno, arrivato ad Arquata poco dopo le scosse e impegnato a ricostruire una comunità che prima del terremoto si radunava intorno a ben cinque parrocchie, con 32 chiese sparse nel comune di Arquata e nelle sue tredici frazioni. “È difficile ricominciare pensandosi come un’unica comunità – dichiara il sacerdote – ma il terremoto ci spinge in questa direzione. Si tratta di un passaggio che ha bisogno dei suoi tempi perché siamo in un territorio legato molto alle tradizioni, riti e feste, a propri modelli di vita. Ora bisogna rivederli un po’ tutti alla luce di questa unicità”. Ricostruire senza giovani, poi, “è ancora più duro”. “Con i pochi rimasti, una decina, portiamo avanti diverse iniziative. L’ultima, lo scorso giugno, ci ha portato in Zambia per un’esperienza missionaria insieme a un missionario ascolano”. Nella parrocchia adesso rintoccano le campane di due chiese di legno ricostruite grazie alla solidarietà di Caritas Italiana e Telepace. “Il loro suono – continua don Nazzareno – sono un segno di vita che rinasce, un simbolo di una comunità non solo ecclesiale ma anche civile che riparte.

La piazza e le chiese sono segnali di vita, di un cammino che riprende.

Restituire la fruizione delle chiese è un passo fondamentale nella ricostituzione delle comunità”.

“Non sarete soli”. Il terremoto ha distrutto, case, chiese, luoghi di lavoro, ma ha segnato soprattutto “l’interiorità delle persone”. Don Nazzareno non usa mezzi termini per spiegarsi:

“il sisma ha posto nell’animo della gente ansia, incertezza, insicurezza materiale dovuto alla perdita del lavoro che non è tornato. Una precarietà che avvolge e che non ti dona certezza su cosa accadrà per la ricostruzione. Nonostante le promesse questa è ferma. La precarietà si riflette anche nelle relazioni umane. In alcuni casi anche il rapporto con Dio è stato messo in discussione in una sorta di ribellione. In altri invece abbiamo visto una fede rafforzata con persone che si sono ancorate alla roccia che è Gesù Cristo”.

A infondere speranza nel futuro sono le parole pronunciate dal card. Francesco Montenegro, quando nel 2017 da presidente di Caritas Italiana, inaugurò il Centro Agorà: “L’augurio che vi faccio è che

siate consapevoli del fatto che le ferite diventano feritoie

ed è proprio attraverso queste che si vede la luce dall’altra parte… In futuro queste terre parleranno di risurrezione e di Pasqua. Voi stessi, che state pagando il prezzo del terremoto, domani sarete a guardarvi attorno per donare solidarietà. Non sarete soli”.

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Arquata del Tronto. Mons. D’Ercole: “Il dopo terremoto è un altro terremoto qualche volta ancora peggiore”

Thu, 22/08/2019 - 11:04

“Ripenso a quella notte del 24 agosto 2016. Le scosse erano ancora in corso e vedevo cadere case e muri tra la disperazione della gente.

Oggi tanti terremotati sono passati dalla disperazione alla rassegnazione, che è la cosa peggiore. Preferisco la disperazione urlata a una rassegnazione silenziosa che significa morte anticipata. Vedo tutto questo nel volto di molti anziani e anche di tanti bambini”.

Tre anni dopo il sisma dell’agosto 2016 mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ricorda la corsa in auto verso Pescara del Tronto, frazione del comune di Arquata, le località della sua diocesi più colpite dal terremoto. Oltre 50 morti. Ma adesso lo sguardo è rivolto al presente. Al pianto, alle grida di disperazione di quelle ore oggi si sono sostituiti silenzio e rassegnazione. A denunciare la ricostruzione ferma sono, anche qui come in altre zone terremotate del Centro Italia, i lenzuoli appesi un po’ ovunque come anche tanti cartelli con su scritto “Vendesi”, “Vendesi attività” e “affittasi”. Solo con le prime luci dell’alba del 24 agosto la grandezza di quella tragedia prese forma. Una forma che permane tutt’ora. Basta girare per Arquata del Tronto, e nelle sue tredici frazioni, tra cui Pescara del Tronto, Piedilama e Pretare per rendersene conto. Macerie ovunque, case e chiese sventrate. A vegliare su di esse i loro abitanti ospitati nelle casette, le Soluzioni abitative di emergenza (Sae).

Vogliamo parlare di ricostruzione? Mons. D’Ercole intuisce la domanda e anticipa la risposta. “Tutti sanno che siamo praticamente quasi fermi per tante ragioni che non vanno tutte addebitate alla politica. Ci sono difficoltà concrete. Basta dare uno sguardo a questi territori per rendersi conto che ricostruire richiede una tantissima fatica e un grandissimo investimento in termini anche economici. Se poi a tutto ciò si aggiunge  una certa lentezza burocratica è chiaro che siamo abbastanza fermi. La ricostruzione privata, seppur lentamente, è partita. Anche quella delle chiese è andata avanti perché resa possibile dalla prima ordinanza, emanata dall’allora Commissario straordinario di Governo alla Ricostruzione, Vasco Errani. Abbiamo riaperto 34 chiese nel giro di un anno e mezzo. Dopodiché tutto si è fermato e solo qualche settimana fa è arrivata la notizia di un’ordinanza che spero ci dia di nuovo la possibilità, come soggetti attuatori, di restaurare altre chiese”.

La burocrazia è il freno a mano della ricostruzione. Questo appare chiaro. Ma che cosa occorre per ricostruire senza perdere altro tempo?
Snellire le procedure. Si ha paura della corruzione. Ma questa aumenta se la burocrazia cresce. Se per costruire qualcosa invece di tre semplici passaggi se ne devono fare trenta o più, come si può pensare che non ci sia corruzione? Solo per tagliare un pezzo di muro ho dovuto attendere sei mesi.

La burocrazia è il primo nemico della ricostruzione, dello sviluppo e di tutti coloro che vogliono fare qualcosa di serio.

Poco fa ha detto che preferisce “la disperazione urlata a una rassegnazione silenziosa”. Perché?
La gente è un po’ stanca, spesso sfiduciata e credo cominci a perdere la voglia di restare qui. Il rischio più grande è questo. Sono terre di montanari che non perdono la grinta ma bisogna dare concreti segni di ripresa. Questi sono centri poco abitati di inverno ma che si ripopolano nei mesi estivi quando tanta gente torna nei propri luoghi di origine.

Se non si ricostruirà sarà la morte di queste terre. Fra 20 o 30 anni qui non ci sarà più nessuno. Diventerà una parte morta dell’Italia, dove i giovani, che sono i bambini di oggi, tendono a fuggire sia per la paura ancora viva del sisma, sia perché non vedono futuro.

Noi siamo dispostissimi a dare un aiuto per dare segni di ripresa perché sarà un servizio reso a questa gente e all’Italia. Sa cosa credo?

Mi dica…
La gente preferisce di vedere ricostruita la chiesa prima ancora che la propria abitazione perché è convinta – e lo sono anche io – che se si ricostruisce la chiesa si riedificherà anche il paese. Diversamente sarà la fine.  Siamo in una fase di speranza, che si attenua sempre di più, e di attesa che spero possa essere colmata da qualche buona notizia.

In questo tempo di attesa qual è l’impegno della Chiesa?
Il nostro compito è dare forza per affrontare queste difficoltà. Possiamo aiutare sul piano economico – lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora anche se sempre di meno – ma, come Chiesa, forse questo

è il momento di investire di più sull’ascolto e sull’accompagnamento.

È un invito che rivolgo ai sacerdoti e lo ripeto ogni giorno a me stesso. Oggi l’aiuto più grande che possiamo dare alla nostra gente è ascoltare i loro lamenti, i loro pianti, i loro sfoghi. L’ascolto è una medicina importante in situazioni drammatiche perché

il dopo terremoto è un altro terremoto qualche volta ancora peggiore

e che sfocia in tanti suicidi. Questo è un tema che non va dimenticato.

Ascolto e accompagnamento per ricostruire moralmente e spiritualmente questa terra?
Unirei anche la capacità di comunicare. Per questo ringrazio tutti coloro che attraverso i media danno voce a chi ormai per farsi sentire deve protestare. Fare sentire la loro voce è un grande servizio a queste popolazioni, all’Italia e all’uomo che deve essere sempre rispettato e aiutato a credere in se stesso.

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Criptovalute. Rapetto (esperto): “Non sarà facile monitorare e contrastare la virtualizzazione delle monete”

Thu, 22/08/2019 - 10:50

“Un paradiso finanziario virtuale” con le criptovalute, come i bitcoin, che stanno diventando sempre più uno strumento per riciclare denaro. A lanciare l’allarme è stata la Direzione nazionale antimafia (Dna), che nel suo recente report annuale sottolinea come l’uso criminale delle valute virtuali riguardi mafiosi e terroristi, oltre che evasori fiscali. Tra le più utilizzate, il bitcoin risulta la prima moneta per i pagamenti realizzati sul darknet ovvero per il commercio illegale. Tra i fattori di maggior rischio, il fatto che il sistema delle criptovalute abbia natura decentralizzata, che le transazioni possano avvenire non soltanto tra soggetti residenti in Stati diversi, ma anche essere riconducibili a più account in realtà riferibili sempre alla medesima persona e che ci siano espedienti capaci di assicurare, sempre più, un maggior grado di anonimato. Sulla realtà delle criptovalute abbiamo raccolto il parere del generale della Guardia di finanza Umberto Rapetto, già comandante del nucleo speciali frodi telematiche.

Generale, innanzitutto, cosa sono le criptovalute?

Sono l’ultimo passaggio nel processo evolutivo che parte dal baratto e passa per lo scambio di merce contro oro o altri oggetti preziosi, le monete – non necessariamente vincolate al loro peso in un metallo prezioso -, le banconote, le carte di credito, fino allo scambio attraverso transazioni telematiche. Non ci sono più il dollaro, l’euro, le monete convenzionali, ma si attribuisce un valore a una stringa di caratteri alfanumerici, vale a dire a un insieme di bit, e quindi una manciata di informazioni elettroniche ha un valore che viene riconosciuto da un determinato circuito. Questo garantisce la massima velocità nello scambio di qualunque operazione cui si voglia dare corso e

soprattutto permette la cosiddetta disintermediazione.

Significa che non ho più bisogno di una banca – e ancora meno di una banca centrale – per avere denaro, ma riconosco l’autorità di soggetti che generano una moneta virtuale, cioè intangibile e non tramutabile in una banconota come saremmo abituati, e attribuisco a quella stringa di numeri e di caratteri alfanumerici un determinato valore.

Si chiamano criptovalute: sicuramente la più famosa è il bitcoin

che ha cominciato la sua avventura con l’attribuzione di una manciata di dollari. Le dinamiche speculative hanno fatto sì che arrivasse a decine di migliaia di euro con una serie di fluttuazioni preoccupanti per chi volesse avere una certa stabilità.

Questo cosa comporta?

Il vero problema è che questa disintermediazione fa sì che gli scambi avvengano direttamente tra chi il denaro lo invia e chi il denaro lo riceve senza che ci siano controlli né di banche centrali né di banche convenzionali, quelle a cui noi ci rivolgiamo per la gestione del nostro risparmio, il che significa che la legittima provenienza di un certo quantitativo di denaro non è più garantita da nessuno.

Se qualcuno ha possibilità di comprare denaro virtuale, di fatto lo può fare con tutte le garanzie di anonimato.

Uno degli appeal, uno degli elementi di richiamo delle monete virtuali, è il fatto che questa stringa di caratteri – che somiglia, se vogliamo, al Dna dell’essere umano – contiene il valore del denaro che viene spostato, la destinazione, cioè il soggetto che lo riceve, e il soggetto che prima lo deteneva, cioè tutta la storia di chi aveva in precedenza quell’insieme di informazioni, quel file come siamo abituati a dire quando ci riferiamo a oggetti informatici. Ma mentre in banca ci viene chiesto un documento, nel momento in cui noi compriamo attraverso internet denaro virtuale come il bitcoin, ci sono mille possibilità per sfuggire a una identificazione. È vero che ogni passaggio successivo dei nostri bitcoin viene tracciato e viene materialmente monitorato, ma se io mi sono presentato al mio primo acquisto come Topolino o Paperino è ovvio che si saprà che Topolino o Paperino hanno mosso quel denaro, l’hanno spostato, facendo il giro del mondo. Viene, però, meno l’identificabilità del soggetto che si nasconde dietro un soprannome, una sigla, un codice cifrato. Questo è il motivo d’allarme lanciato dalla Direzione nazionale antimafia nella sua ultima relazione.

L’anonimato a quali rischi espone?

Innanzitutto, dover entrare in contatto con un soggetto a cui si va a vendere qualcosa e non si conosce l’identità ci rende potenzialmente partecipi di un’attività delittuosa, nella fattispecie se noi traiamo profitto da denaro che possa essere stato illecitamente guadagnato,

di fatto entriamo in quella catena chiamata riciclaggio perché possiamo trarre profitto da denaro proveniente da un’origine illecita.

Ciò va a inquinare tutto quello che può essere il progresso che è stato tanto auspicato nella finanza virtuale e nell’evoluzione del mondo bancario e digitale.

Di qui l’allarme della Direzione nazionale antimafia?

La criminalità organizzata e il terrorismo trovano la maniera di farsi finanziare, questo vale soprattutto per il terrorismo, da potenziali simpatizzanti che, utilizzando la moneta virtuale, sono in grado di arrivare ovunque senza che il loro denaro sia veicolato attraverso i circuiti tradizionali. Questo garantisce grandi disponibilità di somme per chi ha obiettivi che sono sicuramente non condivisibili.

Come si può contrastare questo paradiso finanziario virtuale che comporta tali rischi?

Non è una cosa facile perché anni addietro già si era parlato del rischio della disintermediazione. Già nel 1999 avevo realizzato uno studio sul “cyberlaundering” (cyber riciclaggio), che dopo vent’anni continua ad essere di estrema attualità. Allora, quando erano pochi a doversi cimentare con queste transazioni, si poteva immaginare una certa facilità di intervento. Oggi diventa molto più impegnativo, perché i soggetti anonimi sono numerosi e dispongono di sistemi di cifratura – e quindi di protezione – che sono pressocché inviolabili. Ora si tratta di strutturare delle operazioni di monitoraggio che permettano una catena solidale fatta dal mondo perbene – e cioè il mondo della giustizia, dell’investigazione e bancario – per capire quali di questi flussi di denaro partano dal mondo reale per andare a infilarsi nelle cavità sotterranee del mondo di internet.

Potrebbero essere utili regolamentazioni condivise a livello internazionale?

Se si fosse cominciato vent’anni fa probabilmente avremmo avuto la possibilità di fissare dei paletti e far sì che il passaggio dal denaro materiale al denaro virtuale venisse disciplinato in partenza, adesso il quantitativo di denaro che circola in questi network invisibili è veramente mastodontico. Parliamo di miliardi e miliardi di dollari che sono finiti all’interno di questi circuiti e continuano a essere scambiati in maniera virtuale. Non c’è una riemersione, per cui torni a essere denaro materiale, anche perché c’è stata una progressiva virtualizzazione dell’economia e, quindi, esistono una valanga di investimenti che possono essere fatti virtualmente.

Lei è abbastanza pessimista…

Credo che ci si sia svegliati troppo tardi. Le poche cose buone vanno salvate, ma occorre un impegno importante sotto il profilo educativo, bisogna fare una buona informazione e soprattutto ci deve essere la massima trasparenza in quello che sta succedendo, a dispetto dei grandi poteri che avranno interesse sempre più a investire in maniera border line. Dopo la parte educativa e informativa, c’è un impatto di carattere organizzativo, bisogna stabilire chi deve occuparsene, come deve lavorare e quali strumenti deve avere a disposizione. Venendo agli strumenti, questi sono di carattere normativo, legislativo e tecnologico, vale a dire disporre di grandi capacità di calcolo informatico per poter dar luogo a una sorta di monitoraggio che possa cercare di contrastare la virtualizzazione delle monete. Ma non sarà facile.

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Responsabilità medici. Boscia (Amci): “Attenzione a un conflitto che può mettere a rischio la sanità nel suo insieme”

Thu, 22/08/2019 - 10:50

Sono in arrivo i decreti attuativi della legge 24/2017, “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, che stabilisce regole in materia di prevenzione degli errori e di gestione del rischio. Il provvedimento impone ad ogni ospedale e ad ogni “esercente la professione sanitaria” di stipulare una polizza professionale. I decreti attuativi regolamentano i requisiti minimi di queste polizze (obbligatorie per ospedali pubblici e privati, e professionisti sanitari), i criteri per l’ autoassicurazione, e l’attivazione nel bilancio di ospedali e cliniche di fondi certificati a garanzia dei risarcimenti e della solvibilità. Fissati, tra l’altro, i massimali di risarcimento che si attestano sui 4 milioni di euro per sinistro e sui 12 milioni di aggregato annuo per compagnia assicurativa per i danni più gravi, come quelli da parto. Intervistato dal Sir, Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dell’ Amci (Associazione medici cattolici italiani) e ginecologo e ostetrico di lungo corso, fa notare che nel provvedimento si parla di “contratti”; termine che rispecchia il passaggio, in relazione alla responsabilità del medico, “dalla fiducia al contratto”. Boscia rammenta di avere accolto due anni fa la legge con un certo favore pur evidenziandone le ambiguità perché più che una norma, ribadisce, occorre

“una nuova alleanza medico-paziente”.

Senza entrare nel merito dei decreti, il presidente dell’Amci spiega che la medicina “partiva dal concepire l’incontro tra paziente e medico come l’incontro tra una fiducia e una coscienza; parlare di rapporto tra medico e cittadino-utente già cambia il quadro”. Gli aspetti semantici non sono insomma privi di significato: “da luoghi di accoglienza, con l’aziendalizzazione gli ospedali diventano stabilimenti di cura”. Un rapporto ambivalente “condizionato da una società che si aspetta di ricevere il miracolo della salute, per cui le delusioni derivanti dagli eventuali insuccessi del trattamento medico accendono un sentimento di riprovazione e questi insuccessi vengono considerati danni attribuibili a cause iatrogene, mentre sono effetti collaterali previsti”.

Boscia rileva anche che se “l’informazione di massa ha coniato il termine non condivisibile di malasanità o malpratcice”,

nessuno chiarisce che molte malattie non sono suscettibili di una diagnosi compiuta, e che molti trattamenti, di per sé necessari e opportuni, sono gravati da una rischiosità reale e prevedibile”.

“Se non si ripristina l’alleanza tra medico e paziente il malato potrà venire abbandonato per difesa” mentre questa conflittualità “continuerà a generare uno stato d’animo confuso all’interno del quale il cittadino comune non riuscirà a distinguere tra condizioni che lasciano una speranza di guarigione e di benessere” e “casi ad andamento non benigno”. Se a questo si aggiunge “l’allungo di una giustizia che talvolta travalica per sintonizzarsi con l’aspettativa del risarcimento del danno in una società in cui il denaro ha assunto un ruolo progressivamente dominante rispetto ad altri valori”, il rischio è che “in questo clima di diffusa sfiducia nei medici e di diffusa speranza nell’onnipotenza della medicina, la medicina stessa si ammali”.

Sull’assicurazione obbligatoria per ospedali e professionisti, Boscia parte dalla propria esperienza spiegando che quando un medico laureato e specializzato deve essere assunto, “gli viene imposta un’assicurazione che per ostetricia viene a costare 14 mila euro l’anno; importo non sostenibile per chi percepisce uno stipendio che arriva al massimo a 2.200 euro”.

“È ingiusto imporre al medico un’assicurazione obbligatoria che deve invece essere in capo alla struttura,

all’organizzazione generale che all’atto dell’assunzione dovrà selezionare i medici non in base a criteri di tipo politico- raccomandatorio, ma sulla scorta della loro competenza”.

Ed ecco l’inquietante fotografia scattata dal presidente dell’Amci:

“In Italia, secondo gli ultimi dati, ci sono in piedi 35 mila cause. Solo in piccolissima parte viene accertata la colpa effettiva dei medici ma il fenomeno fa sì che essi, per tutelarsi dal rischio di denuncia prescrivano farmaci, esami, procedure e ricoveri inutili ma estremamente costosi per il Ssn. I pazienti rimangono ostaggio di liste d’attesa sempre più lunghe mentre medici e istituti sanitari pagano premi assicurativi sempre più alti e studi legali esteri con spregiudicatezza inseguono i cittadini allettandoli con il gratuito patrocinio”.

Ad una domanda sull’imperizia di alcuni sanitari Boscia replica che per abbattere le liste d’attesa “alcune Asl hanno imposto una sorta di ‘tempario’: 15 minuti per un’ecografia; 7 minuti per un elettrocardiogramma. In queste condizioni, come si può non prevedere il rischio di omissione?”. Quando poi si eccede nelle procedure diagnostiche e vengono prescritte “tutte le indagini teoricamente eseguibili, esse non portano ad una chiarificazione ma ad un ampliamento della responsabilità. Sette consulenze su un paziente allargano la responsabilità ad altrettanti medici”.

Questa legge, conclude, “potrebbe essere la salvezza del rapporto medico paziente se lo Stato si accollasse gli oneri di un eventuale contenzioso, ovviamente riversandolo poi sui professionisti che effettivamente non avessero svolto con scrupolo la propria attività. Non è possibile che chiunque e per qualsiasi cosa aggredisca una medicina solidaristica e universalistica come la nostra. Anziché difenderla, abbiamo imboccato un corridoio cieco che esaspererà sempre più la situazione” perché “medici, pazienti, famiglie e compagnie assicurative sono stretti nella morsa insidiosa di

un conflitto che rischia di compromettere l’equilibrato sviluppo e l’operatività della sanità nel suo insieme”.

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Cinema d’estate: sei racconti del nostro tempo

Thu, 22/08/2019 - 10:49

Sei racconti del nostro tempo selezionati dal Sir e dalla Commissione nazionale valutazione film della Cei: “Roma”, “Le invisibili”, “In guerra”, “Ride”, “A mano disarmata” e “Sir. Cenerentola a Mumbai”.

Roma”

Uno dei film rivelazione della passata stagione è senza dubbio “Roma” di Alfonso Cuarón: il film ha vinto il Leone d’oro alla 75a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e ha ottenuto tre Premi Oscar nel 2019 tra cui la miglior regia di Cuarón. A Venezia 75 la vittoria di “Roma” ha fatto scalpore perché si tratta di un’opera prodotta da Netflix, colosso del cinema in streaming; in verità “Roma” possiede un elevato valore artistico e culturale tale da infrangere ogni incertezza. È un racconto drammatico, girato in bianco e nero, sul Messico negli anni ’70, proponendo le (dis)avventure della domestica Cleo (Yalitza Aparicio) a servizio di una famiglia borghese del quartiere di Roma, a Città del Messico. Cleo è una presenza premurosa e costante nelle dinamiche familiari di una coppia con quattro figli, tra cui si scorge (in chiave dunque autobiografica) lo sguardo dell’allora giovanissimo Cuarón. Cleo diventa l’elemento aggregante di una familiare scossa dall’abbandono della figura paterna; la donna si fa emblema della vita che si rigenera nonostante le difficoltà. Sullo sfondo, il regista dà voce alle tensioni sociali del Messico del periodo, cogliendo fermenti e fratture. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, poetico e per dibattiti.

“Le invisibili”

Il film francese “Le invisibili” di Louis-Julien Petit è uno sguardo sulla società odierna giocato tra denuncia e commedia. L’opera, che mette a fuoco i temi dell’emarginazione sociale e della condizione della donna, possiede una forte carica realistica, quasi in presa diretta sulla quotidianità, raccontando l’esistenza di chi vive ai margini; vite graffiate che riescono a ritrovare fiducia e leggerezza grazie all’aiuto dell’“altro”. Le donne passano così da momenti di dolore e tristezza a squarci di felicità e di ritrovata serenità. Il tono del film è forse un po’ frammentario, ma resta l’importanza di portare in primo piano un argomento più che mai attuale. Film scomodo ed emotivamente coinvolgente, che dal punto di vista pastorale è complessa, problematica e per dibattiti.

“In guerra”

Dopo “La legge del mercato” (2015) Stéphane Brizé ha realizzato “In guerra” (“En guerre”), una nuova opera dal forte impegno civile, che denuncia abusi e silenzi sul posto di lavoro. Francia oggi, oltre mille operai rischiano di perdere il lavoro quando un’azienda decide di chiudere lo stabilimento per delocalizzare; tra sgomento e rabbia, a gridare il dissenso dei lavoratori è Laurent. Brizé dunque getta uno sguardo intenso e rigoroso sul mondo del lavoro, muovendosi su un copione asciutto e serrato, scritto sulla base di documenti, testimonianze, riferimenti politici e citazioni storiche. Il regista imprime al racconto un ritmo forte e aggressivo, mettendo in campo anche richiami al linguaggio delle inchieste televisive. Da rilevare l’interpretazione di Vincent Lindon, sempre misurato ed efficace, abile nel modulare con la giusta gamma di emozioni tensioni interiori e azione di protesta. Dal punto di vista pastorale, il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“Ride”

È l’esordio alla regia per l’attore Valerio Mastandrea il film “Ride”, racconto di vite spezzate sul posto di lavoro e ricadute sui familiari delle vittime. Siamo in provincia di Roma, a Nettuno, Carolina (Chiara Martegiani) ha appena perso il marito Mauro, morto sul posto di lavoro; deve affrontare, insieme al figlio Bruno (Arturo Marchetti), il turbinio di emozioni ed eventi che precedono il funerale. La donna non riesce a piangere, ma trasforma la sua commozione in reazione. Al primo film da regista Mastandrea trova subito uno stile personale e incisivo, indagando la piaga del lavoro precario. Scegliendo una strada non scontata, il film rimarca un disagio ancora presente, senza però puntare il dito contro qualcuno o aderire a facili stereotipi. A bene vedere, l’aspetto più innovativo del racconto è la commistione tra il tono da favola triste e la presenza di un realismo pungente. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“A mano disarmata”

Ispirato a una storia vera, alla vicenda della giornalista Federica Angeli, il film “A mano disarmata” di Claudio Bonivento vede come protagonista assoluta Claudia Gerini. Con i suoi articoli Federica Angeli si è esposta a viso aperto contro la malavita romana, raccontando intimidazioni e abusi; un’esistenza, quella della donna e della sua famiglia, che viene stravolta e costretta all’accompagnamento sotto scorta. Un ritratto di un Paese che si ribella al giogo della malavita, scegliendo la via della testimonianza civile e della legalità. Un racconto serrato, tarato sulla cronaca, che trova forza espressiva grazie alla generosa interpretazione della Gerini. Film complesso, problematico e per dibattiti.

“Sir. Cenerentola a Mumbai”

È una commedia bollywoodiana “Sir. Cenerentola a Mumbai” di Rohena Gera, che accosta ai toni leggeri e frizzanti del genere affondi sociali più complessi, come la condizione della donna nella società indiana e l’opposizione al regime delle classi sociali. Il film propone l’amore tra due persone di ceto diverso nell’India odierna, Ratna e Ashwin: lei è una domestica mentre lui il suo datore di lavoro, erede di una famiglia benestante di Mumbai. Due mondi lontani che accorciano le distanze grazie alla tenerezza. Un racconto delicato e scorrevole con interessanti spunti di riflessione; dal punto di vista pastorale il film èconsigliabile, poetico e per dibattiti.

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Hong Kong. Edwin Chow (Federazione studenti cattolici): “Rimaniamo e lottiamo per la nostra libertà”

Thu, 22/08/2019 - 09:40

La parola a chi da giugno ad Hong Kong sta lottando in modo pacifico per la libertà e la democrazia. Parla Edwin Chow, presidente ad interim della “Hong Kong Federation of Catholic Students”, la Federazione degli studenti cattolici che dall’inizio delle proteste si è sempre impegnata in prima fila per “il futuro e il benessere” di Hong Kong. La parola dunque ai giovani che stanno lottando per non andare via e rimanere in una città che possa garantire loro indipendenza e libertà. Non è uno scherzo: le manifestazioni stanno sempre più assumendo la connotazione di vere battaglie urbane; le violenze si fanno sempre più brutali e decine sono i ragazzi e le ragazze arrestati dalla polizia. Al confine, lo spettro di un intervento militare da parte della Cina. Parla Edwin e spiega le ragioni che hanno spinto gli abitanti di Hong Kong a sfilare compatti per le strade della città. Non è facile prendere un appuntamento con lui. Sono giorni di forte impegno, si scusa per mail, garantendo però di trovare il tempo per parlare con noi.

Puoi dirci quali sono le ragioni della protesta? Quali sono le paure e le speranze dei giovani di Hong Kong? Cosa chiedono alla leadership politica locale? Si sentono ascoltati nelle loro richieste?

All’inizio, il motivo della protesta era principalmente quello di opporsi al disegno di legge sulla estradizione che consente alle persone di Hong Kong di essere mandate in Cina per essere sottoposte a processo. Dopo il 12 giugno, i manifestanti chiedono principalmente 5 cose: primo, il ritiro definitivo della legge; secondo, l’implementazione del suffragio universale in entrambe le elezioni del capo del governo e del consiglio legislativo; terzo, il governo deve ritrattare la definizione degli scontri violenti come “sommosse”; quarto, l’avvio di un’indagine completamente indipendente sulle azioni della polizia; quinto, tutte le persone arrestate in relazione agli scontri devono essere liberate incondizionatamente. Fino ad ora, nessuna delle nostre richieste è stata ascoltata dal governo, poiché il disegno di legge è stato solo sospeso, ma non completamente ritirato. Pertanto, il governo lo può riavviare in qualsiasi momento.

Qual è il ruolo della Chiesa cattolica?

La Chiesa cattolica ha un ruolo di supporto in questo movimento. Durante le manifestazioni, molte chiese a Hong Kong sono rimaste aperte per dare un rifugio, una protezione e un ristoro ai manifestanti. Inoltre, da giugno, la Federazione degli studenti cattolici ha organizzato incontri di preghiera e persino messe. Anche parrocchie e organizzazioni della diocesi hanno organizzato iniziative di preghiera per Hong Kong.

Temete un intervento militare da parte della Cina?

Sì, lo temiamo. Ma non credo che questo possa accadere davvero. Dato che Hong Kong rappresenta ancora un interesse economico per la Cina e se la Cina dovesse utilizzare metodi militari per intervenire sulle questioni di Hong Kong, sarebbe arrecare un danno enorme all’economia di Hong Kong. Penso che la Cina non sacrificherebbe mai questo interesse.

Come vedi e cosa speri il tuo futuro? Sappiamo che molti giovani stanno lasciando Hong Kong. Sei preoccupato di questo esodo?

Non vedo il mio futuro in modo molto positivo.

Penso che ci saranno solo due possibili esiti nel nostro futuro. Il primo scenario: il governo cinese vince reprimendo il movimento. In questo caso, la Cina rafforzerà il suo controllo su Hong Kong ed un giorno Hong Kong potrebbe diventare come Pechino. Questo è il futuro di cui abbiamo paura. Per questo motivo, le persone lasciano Hong Kong e chi rimane cerca di resistere. Il secondo scenario: il popolo vince, finiscono le interferenze sugli affari di Hong Kong e Hong Kong acquista l’indipendenza. Non credo però che ciò possa accadere davvero in questo momento, anche se lo sostengo fortemente. Sebbene l’indipendenza sia difficile da raggiungere, alcune persone di Hong Kong, tra cui me, rimaniamo e lottiamo per la nostra libertà, cercando di evitare che Hong Kongo diventi Cina.

Come pensi allora che possa finire questa situazione? Quali vie di uscite intravedi? Hai suggerimenti?

Non credo che il movimento finirà, a meno che il governo non risponda alle richieste del popolo. In realtà non ho suggerimenti da dare al governo perché è sua responsabilità risolvere i problemi sociali e le richieste della gente sono ovvie.

Credo che rispondere alle richieste della gente sia l’unica via d’uscita.

Vuoi fare un appello ai giovani del mondo?                  

Spero che i giovani di altri paesi possano sostenere Hong Kong. Spero che i giovani possano sempre avere il coraggio di lottare per la propria libertà e la giustizia, poiché penso che questa sia una nostra responsabilità. Abbiamo il tempo davanti a noi e siamo il futuro della società.

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Perù: i vescovi propongono di andare a scuola per combattere la corruzione

Wed, 21/08/2019 - 16:20

Una vera e propria scuola che insegni a lottare contro la corruzione. È l’iniziativa, eccezionale e senza precedenti, presentata dalla Conferenza episcopale peruviana e dalle Università cattoliche del Paese. Una scelta dettata, va detto, dal numero e dalla gravità, anch’essi eccezionali, che hanno investito negli ultimi anni, il mondo politico peruviano. “Un virus sociale che infetta le nostre istituzioni pubbliche e private e toglie le risorse di cui ha bisogno lo Stato per affrontare la lotta contro la povertà”. Così definisce la corruzione il presidente della Conferenza episcopale peruviana (Cep), oltre che del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), mons. Miguel Cabrejos, arcivescovo di Trujillo.

Scandali e incertezza politica. Ai livelli più elevati, ma si tratta solo della punta di un iceberg, è stato soprattutto il cosiddetto scandalo Odebrecht (la vastissima tangentopoli latinoamericana che ha preso il nome dalla multinazionale brasiliana delle costruzioni) a innescare una serie impressionante di indagini che ha decapitato, anche con accenti drammatici, gran parte della classe dirigente e tutti i capi di Stato che hanno guidato il Perù dopo la dittatura di Alberto Fujimori (anch’egli agli arresti). Nello scorso aprile l’ex presidente Alan García (presidente nel 1985-1990, prima della dittatura di Fujimori, e nel 2006-2011) si è suicidato nel momento in cui gli agenti di Polizia erano entrati in casa per arrestarlo. Qualche giorno prima era finito in carcere Pedro Paolo Kuczynski (eletto nel 2016 e dimessosi a inizio 2018 a causa degli scandali). Nell’ottobre scorso era stata arrestata per riciclaggio la rivale dell’ex presidente al ballottaggio del 2016, Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto. Il predecessore di Kuczynski, Hollanta Humala, era stato arrestato nel 2017 e Alejandro Toledo (presidente dal 2001 al 2006), dopo una latitanza durata parecchi mesi, è stato arrestato negli Usa a metà luglio.

Il clima politico nel Paese è di grande incertezza.

Ha suscitato un ampio dibattito in Perù la proposta del presidente della Repubblica, Martín Vizcarra (eletto nel 2016 come vicepresidente di Kuczynski), fatta in occasione della festa nazionale, a fine luglio. Il presidente si è visto bloccare e modificare sostanzialmente dalla maggioranza parlamentare, che fa capo a Keiko Fujimori, i progetti della riforma anti-corruzione del Governo. Da qui il tentativo di uscire dall’impasse, proponendo di anticipare le elezioni di un anno, attraverso la modifica della Costituzione, da approvare con un referendum.

Affrontare il problema dalla base. In tale contesto nasce l’iniziativa della Chiesa peruviana, che dopo aver denunciato in varie occasioni il cancro della corruzione (l’ultima volta in occasione della Festa dell’indipendenza nazionale), passa ora all’azione, con una proposta concreta e di largo respiro, un “Corso sulla lotta contro la corruzione”, poiché, spiega mons. Cabrejos, “vogliamo affrontare questo problema a partire dalla base, dall’educazione dei nostri giovani, dato che è nelle loro mani la trasformazione morale e civica del Perù”.

È evidente, nell’iniziativa, l’eco della visita compiuta nel Paese da Papa Francesco.

In quell’occasione, ha ricordato il presidente della Cep, il Santo Padre aveva detto che “la corruzione è evitabile e questo sforzo richiede l’impegno di tutti”.
Perciò, prosegue mons. Cabrejos, “è necessario che ci impegniamo a partire da tutti gli ambiti della vita sociale, perché il nostro Paese cessi di essere un luogo di scandali e corruzione”. Il corso mostra che “la battaglia non è finita e che il Perù libero e onesto è più forte di qualsiasi forma di impunità”.

Corso virtuale con l’apporto di 11 atenei. Il corso sarà virtuale, nel senso che, come ha spiegato padre Juan José Lyndon, rettore dell’Università Cattolica di Trujillo e coordinatore del corso, il materiale sarà messo a disposizione dalle Università cattoliche, partendo da quanto già esiste negli attuali corsi, e verrà via via implementato. Il materiale sarà offerto da ciascuna università secondo la propria politica e il piano accademico, ma sarà anche a disposizione di altri atenei, non solo peruviani, eventualmente interessati.
Queste le 11 università promotrici del corso: Pontificia Università Cattolica del Perù (Pucp), Università Cattolica Santo Toribio de Mogrovejo (Usat), Università Cattolica di San Pablo (Ucsp), Università Cattolica di Trujillo (Uct), Università Cattolica Los Ángeles de Chimbote (Uladech), Università Antonio Ruiz de Montoya (Uarm), Università Cattolica Sedes Sapiencie (Ucss), Università Privata di Tacna (Upt), Università La Salle Arequipa (Uls), Università femminile del Sagrado Corazón (Unife) e Università Cattolica di Santa María (Ucsm). L’iniziativa è appoggiata, oltre che dalla Conferenza episcopale peruviana, dall’Organizzazione delle università cattoliche dell’America Latina e del Caribe (Oducal), dall’Istituto di studi sociali cristiani e dalla Fondazione Konrad Adenauer Stiftung.
E queste alcune delle materie che saranno trattate: storia della corruzione in Perù; la corruzione nel mondo; la connessione tra corruzione e diritti umani; le conseguenze nell’ambito pubblico e individuale, e nella vita economica, sociale e culturale; i principi etici della Dottrina sociale; il magistero papale e in particolare di Giovanni Paolo II e Francesco; meccanismi di prevenzione e controllo; il sistema sanzionatorio; educazione civica.

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Terremoto a Teramo. Mons. Leuzzi: “Impegno della Chiesa è sollecitazione perché ogni Istituzione faccia bene il suo dovere”

Wed, 21/08/2019 - 16:20

foto SIR/Marco Calvarese

La diocesi di Teramo-Atri ha uno strano rapporto con il terremoto, è stata infatti interessata da tutti quelli che si sono succeduti nel Centro Italia dal 2009 al 2017, ma non è mai finita al centro delle cronache nazionali che hanno acceso i riflettori su altre località dove la tragedia umana era di enorme rilevanza. Anche mentre accadeva la tristemente nota vicenda di Rigopiano, pochi sapevano che a pochi chilometri di distanza la terra tremava sotto i piedi di persone che non sapevano dove scappare perché isolate dal resto del mondo dalla forte nevicata che imperversava.

Ad evidenziare questa situazione c’è il conto dei danni registrati da un territorio dove sono numerose le chiese crollate o chiuse nel tempo a causa delle scosse. Se pochi secondi sono bastati per distruggere tanti luoghi di culto, sono trascorsi anni prima di iniziare a vedere le prime riaperture che, allo stato attuale, sono 18.

Sono 56 invece i luoghi di culto che hanno ottenuto proprio il mese scorso, il finanziamento utile alla messa in sicurezza e ristrutturazione. Questo grazie all’ordinanza specifica firmata da Piero Farabolini, commissario straordinario ricostruzione sisma 2016, che ha semplificando l’iter burocratico.

Il decennale del sisma del 2009 a Teramo, è stato segnato dal suono delle campane della cattedrale di Santa Maria Assunta che, dopo la messa in sicurezza della torre che le ospita, sono tornate a far sentire i rintocchi in città proprio il 6 aprile 2019.

Prima della cattedrale teramana, era toccato all’altro simbolo della diocesi aprutina fare festa, infatti il 14 agosto 2018, proprio nel giorno dell’apertura della Porta Santa, la concattedrale di Atri aveva potuto riaccogliere i fedeli al suo interno.

Un cammino lungo che non fa perdere d’animo il pastore della diocesi di Teramo-Atri, mons. Lorenzo Leuzzi, che dal suo arrivo nel gennaio 2018, ha subito convogliato le sue attenzioni sull’argomento terremoto, organizzando in particolare un Ufficio tecnico specifico e il “Forum internazionale del Gran Sasso” che, giunto alla sua seconda edizione, ha contribuito ad organizzare i lavori e interessare le diverse parti sull’argomento.

Qual è la situazione nella diocesi di Teramo-Atri a tre anni dall’ultima scossa di terremoto e oltre dieci dalla prima che ha sconvolto L’Aquila e l’Abruzzo?

Quando sono arrivato in diocesi e ho iniziato il mio ministero, abbiamo intrapreso un cammino a partire dal convegno del 3 febbraio 2018 che, prendendo spunto dalle tre famose parabole del capitolo 25 di Matteo, aveva come tema 3 verbi: prevenire, investire e costruire. Devo dire che è iniziato un cammino di impegno sempre maggiore, innanzitutto nel ricreare quella comunione tra le diverse Istituzioni che porta a credere che è possibile ricostruire, non soltanto gli aspetti puramente strutturali che sono in ritardo soprattutto nel settore privato, ma che è possibile ricostruire un tessuto sociale che aiuti tutta la comunità a credere che è possibile ripartire.

Mi sembra che in questi mesi si è fatto molto, soprattutto nella collaborazione tra le diverse Istituzioni. Ciò ha portato alla possibilità di riaprire alcune chiese. Io ricordo la riapertura della concattedrale di Atri, l’Annunziata a Teramo ma anche altre chiese soprattutto in quei paesi dove è più forte lo spopolamento. Penso ai paesi intorno al Gran Sasso e i Monti della Laga.

Questo costituisce un punto importante per rimotivare il senso di appartenenza alle piccole comunità, che un tempo erano molto più popolose, ma soprattutto un’occasione per ridare ai giovani la possibilità di ricredere e ritrovare le proprie radici.

Credo che si è fatto molto e spero, grazie alla nuova ordinanza, di poter fare un ulteriore passo in avanti. Io sono convinto che attraverso la collaborazione di tutti sarà possibile, nel giro di poco tempo. Noi abbiamo avuto la possibilità di poter riaprire, di poter ricostruire 56 chiese affidate alla responsabilità della diocesi ma ci sono anche altre chiese affidate al Ministero per i beni culturali, e dunque io sono convinto che insieme, anche attraverso l’opera dell’Ufficio tecnico, di poter quanto prima ridare vita a quelle comunità che hanno sofferto molto per l’assenza della possibilità di poter usufruire della propria chiesa parrocchiale.

È un cammino che racchiude il tentativo di far ripartire i paesi, soprattutto della montagna, dove più forte è stato il senso di smarrimento non soltanto per il terremoto ma anche per la grande nevicata del 2017

Il Forum internazionale del Gran Sasso ha segnato l’inizio del suo operato nella diocesi in generale e per quanto riguarda il terremoto in particolare, spicca la ripetizione nel titolo della prima e della seconda edizione: prevenzione. Cosa rappresenta e qual è la sua importanza?

Chi sa prevenire ha in sé la possibilità di andare oltre, di prepararsi per affrontare le difficoltà e le nuove sfide che man mano si presentano nella società.

Quando parliamo di prevenzione, non parliamo soltanto di un atteggiamento difensivo ma di una capacità di saper guardare avanti, soprattutto la capacità progettuale. Perché senza lo spirito di chi è capace di prevenire i limiti e le difficoltà, non si è poi capaci di dare risposte adeguate alle sfide che man mano la società contemporanea deve affrontare.

Questa dimensione del prevenire, mi sembra sia un tema importante che ha aiutato molto a maturare, non solo nello spirito di collaborazione tra le diverse realtà ma soprattutto nella cultura della prevenzione che diventa condizione fondamentale per aiutare le nuove generazioni a prepararsi per il futuro.

foto SIR/Marco Calvarese

Quale messaggio invia alle persone toccate dal terremoto e dal disagio da esso derivante?

Io credo che nella nostra diocesi, la gente ha avvertito che c’è una svolta, soprattutto la riapertura delle chiese ha creato un grande momento di fiducia e di speranza, anche se ci sono ancora delle situazioni irrisolte per quanto riguarda la ricostruzione privata. Credo che questo impegno della chiesa diocesana, possa essere una grande sollecitazione perché ogni Istituzione faccia bene il suo dovere programmatico. Sono convinto che nel giro di poco tempo faremo un ulteriore passo in avanti per riportare le popolazioni a godere delle proprie comunità di origine e, soprattutto, motivare i giovani a non abbandonare le proprie terre. In questo senso ci sarà l’impegno anche della diocesi nell’aiutare i giovani a motivarsi nei confronti di quelle professioni, quei mestieri, che sono stati abbandonati e che forse hanno bisogno di essere rilanciati per aiutare i giovani a tornare nelle proprie terre.

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Meeting Rimini. Roy (politologo): “Mondo islamico sempre più secolarizzato”

Wed, 21/08/2019 - 10:12

“Quando si parla di dialogo tra religioni si tratta di definire bene a chi ci si rivolge: si parla tra religiosi, tra credenti o tra persone che appartengono a culture diverse”. Come dire è importante “conoscersi per capirsi e capirsi per convivere”. Ne è convinto il politologo francese Olivier Roy, co-presidente del Robert Schuman Centre for advanced Studies (Rscas), e titolare della cattedra di Studi Mediterranei all’European University Institute che ieri è intervenuto al Meeting di Rimini insieme a Muhammad Bin Abdul Karim Al-Issa, Segretario Generale della Lega Musulmana Mondiale. È stato proprio il tema del dialogo con l’Islam a fare da sfondo all’incontro a margine del quale il Sir ha rivolto alcune domande al politologo.

Qual è la difficoltà maggiore che si può incontrare nel capire e conoscere l’Islam?
“È la fatica a concepire l’Islam come una religione perché si tende a vederlo attraverso il prisma dell’ideologia politica, dunque dell’islamismo oppure attraverso quello della cultura e del mondo arabo. Bisogna tornare invece alla sua dimensione religiosa ricordando che

non tutti i musulmani sono credenti, così come non tutti gli europei sono cristiani.

Oggi poi c’è uno scollamento tra le comunità di fede e la cultura circostante che è sempre più secolarizzata e laica. Secolarizzazione che sta investendo anche il mondo musulmano ed è particolarmente visibile nei Paesi del Maghreb (l’area più a ovest del Nord Africa che si affaccia sul Mediterraneo e sull’Atlantico, ndr.)”.

Con quali conseguenze?
In Egitto il presidente Al Sisi ha vietato per legge l’ateismo. C’è infatti una fetta crescente di persone che non sono credenti e che rivendicano il loro ateismo.

Anche in Tunisia sta accadendo qualcosa di analogo dove lo slancio di secolarizzazione riguarda le classi medie e alte della società che chiedono una laicità alla francese con una separazione tra religione e Stato.

Nel Maghreb ci sono movimenti crescenti che invocano la libertà di praticare o meno il Ramadan. In Iran abbiamo una popolazione secolarizzata come reazione al regime.

La secolarizzazione potrebbe influenzare il dialogo tra le religioni?
Certamente ha un impatto evidente sia nel mondo musulmano che in quello cristiano. Questi movimenti mostrano che c’è uno scollamento tra chi rivendica una secolarizzazione e chi no. Una ventina di anni fa i rigurgiti fondamentalisti erano molto più forti come testimonia la presenza di un numero maggiore di partiti islamisti rispetto ad oggi. In Paesi come Tunisia e Marocco oggi predominano partiti che potremmo definire normali. In Algeria abbiamo visto scendere in piazza un milione di dimostranti che inneggiavano alla nazione e alla democrazia senza sventolare nemmeno una bandiera verde.

Questo fenomeno della secolarizzazione ha riflessi anche sull’Islam europeo?
Ci sono due tendenze: una fondamentalista di stampo salafita, che agita lo spauracchio della perdita delle radici dell’Islam, e una più liberale che è una forma di Islam sempre più laico e secolarizzato. La tendenza fondamentalista è stata molto viva negli anni ’90 e 2000 ma ora è in calo.

L’Islam più liberale è invece in crescita per l’avvento di una generazione di classe medio alta espressione della seconda generazione che ha acquisito un status socio economico diverso. Lo si vede in Paesi come Francia, Regno Unito e Germania dove addirittura si assiste alla nascita di una borghesia musulmana. Fenomeno che non abbiamo ancora registrato in Italia e Spagna.

Resta, tuttavia, la percezione negativa che l’Europa e il mondo occidentale hanno dell’Islam. Perché?
È una percezione riconducibile ad un conflitto di natura politica. Basti pensare alla rivoluzione iraniana del 1978 che trasformò la monarchia del paese in una repubblica islamica sciita e che diede l’immagine di una rivoluzione radicale e politicizzata. In tempi più recenti abbiamo assistito alla radicalizzazione sfociata nella matrice terroristica a partire da Al Qaeda.

La questione islamica è stata spesso sovrapposta al terrorismo:

alcuni hanno teorizzato che le radici del terrorismo  andavano ritrovate nel Corano e nella religione. Oggi molti mufti e teologi islamici hanno avuto una forte presa di coscienza sulla necessità di assumere posizioni più dialogiche e di esporsi per queste. Cose che fino a qualche anno fa erano impensabili se non altro per le motivazioni politiche legate al conflitto arabo-israeliano, alla guerra in Iraq e in Siria.

Il fenomeno migratorio pare alimentare questa percezione negativa perché viene spesso associato alla presenza islamica…
Questa tesi poteva avere una sua validità negli ’60 e ’70 quando le migrazioni da Paesi come la Turchia, e dal Nord Africa erano legate alla ricerca di lavoro. Oggi le migrazioni sono molto più estese e i migranti arrivano da tante parti del mondo. È una associazione che non ha più valore.

A proposito di dialogo, in che modo il mondo islamico ha giudicato il documento sulla fratellanza sottoscritto ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal grande Imam di Al Azhar, Al Tayyib?
Ha espresso un grandissimo apprezzamento. Si tratta di una svolta epocale come testimoniato anche da Muhammad Bin Abdul Karim Al-Issa, Segretario Generale della Lega Musulmana Mondiale. Un fatto così significativo fino a pochi anni sarebbe stato impensabile. Nessuno avrebbe avuto il coraggio di firmare un testo simile soprattutto tra i musulmani.

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Crisi di governo: Conte si è dimesso, al via le consultazioni

Tue, 20/08/2019 - 22:03

Con il discorso di Giuseppe Conte in Senato e il dibattito che è seguito; con le dimissioni del Presidente del Consiglio nelle mani del Capo dello Stato che avvierà subito le consultazioni, si è consumato l’atto finale del governo faticosamente e tortuosamente uscito dal voto di un anno e mezzo fa. Quale sarà l’esito finale di questo passaggio ancora nessuno può dirlo. C’è persino un estremo messaggio inviato da Salvini al M5S, con la disponibilità ad approvare definitivamente la riduzione dei parlamentari, al limite fare anche la manovra economica e poi andare alle urne. Ma sarebbe davvero surreale una prosecuzione dell’esecutivo dopo la requisitoria, tanto pacata e razionale quanto implacabile e senza sconti, con cui Conte ha tratteggiato le scelte e i comportamenti del ministro dell’interno, fino all’apertura di una crisi che rappresenta “una decisione oggettivamente grave” e “con conseguenze molto rilevanti per il Paese”.

Un discorso, quello di Conte, che è parso tutto orientato a tagliare i ponti con Salvini.

Il premier ora dimissionario, infatti, non si è limitato a mettere in evidenza la responsabilità del leader leghista in ordine alla crisi e ai rischi che essa comporta per il Paese, dimostrando di “inseguire interessi personali e di partito” a costo di “compromettere l’interesse nazionale”, ma gli ha imputato anche “scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale”. Fino a dirsi “preoccupato” per la deriva autoritaria implicita nella richiesta agli elettori di “pieni poteri” e nel richiamo alle “piazze” che il leader leghista ha evocato recentemente. Conte non ha taciuto neanche sull’abitudine di Salvini di “accostare nei comizi gli slogan politici ai simboli religiosi”. “Episodi di incoscienza religiosa”, li ha definiti il premier dimissionario. E Salvini, nel suo intervento in Senato, ha subito provocatoriamente e platealmente ripetuto lo strumentale accostamento stigmatizzato da Conte.

Nell’ultima parte del discorso del presidente del Consiglio ad alcuni osservatori è parso di cogliere un abbozzo programmatico funzionale ad un eventuale governo M5S-Pd.

L’ipotesi è in campo e allo stato sembra l’unica alternativa a un governo “neutrale” che si limiti ad accompagnare il Paese alle urne in modo ordinato e istituzionalmente corretto. Il suo percorso risulta però estremamente complesso e lo stesso Pd appare diviso tra Renzi, favorevole all’accordo per sbarrare la strada a Salvini giudicato “pericoloso” sul piano della democrazia e dei rapporti internazionali, e il segretario Zingaretti che invece è a dir poco scettico. Il M5S si affida a Mattarella, ma il Capo dello Stato ha sempre tenuto una linea rigorosa sulle responsabilità politiche che i partiti devono assumersi in proprio, concedendo semmai il tempo necessario per verificare la possibilità di un accordo come fece lo scorso anno con Lega e Cinquestelle. Questi due partiti, va ricordato, si erano presentati agli elettori in schieramenti contrapposti e il governo Conte nacque da un’intesa successiva, come avviene regolarmente nelle democrazie parlamentari. Quindi

nessuno si può arrogare il diritto di bocciare preventivamente altri esecutivi in nome del “popolo”.

Se c’è un dato positivo in questo passaggio così impegnativo per il Paese, invece, è proprio la ritrovata centralità del Parlamento e il riconoscimento del ruolo delle istituzioni nella gestione di una crisi che appare più profonda di un semplice avvicendamento maggioranza- opposizione. Il Paese ha bisogno di ritrovare coesione e solidarietà e di ripartire anche in termini economici. Servirebbe un sussulto di responsabilità da parte di tutti. Non è mai troppo tardi per smentire i profeti di sventura.

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Catalogo di ione intenzioni delle aziende Usa. Bruni (economista): “Il mondo sta cambiano, chi non se ne accorge è fuori dal mercato”

Tue, 20/08/2019 - 15:25

Un segnale di cambiamento “interessante”. Soprattutto perché a lanciarlo sono state le più grandi multinazionali degli Stati Uniti. Imprese che per natura “vivono di futuro” e sono chiamate ad anticiparlo. Se non lo fanno, falliscono. Così, l’economista Luigino Bruni commenta al Sir gli impegni sottoscritti da 181 amministratori delegati di grandi aziende statunitensi. Emergono realtà come Blackstone, Citigroup, General Motors e Morgan Stanley. Fare impresa con l’obiettivo di “portare valore ai clienti“, “investire nei lavoratori“, “trattare in modo giusto ed etico con i fornitori“, “supportare le comunità in cui operiamo”, “proteggere l’ambiente adottando pratiche sostenibili”. Sono alcuni dei punti sostenuti dai grandi gruppi economici. La dichiarazione resa pubblica il 19 agosto e riportata con grande enfasi sui maggiori quotidiani e siti Usa, è una sorta di catalogo di buone intenzioni, un manifesto per una svolta in senso etico del capitalismo statunitense.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Prof. Bruni, cosa sta succedendo?

E’ successo che negli ultimi anni è in atto un cambiamento epocale del sistema economico legato soprattutto all’ambiente. Ci si sta rendendo conto che non si può andare avanti come prima. Le imprese e le grandi multinazionali, per natura, sono antenne molto sensibili. Hanno anche molti soldi da investire in consulenti ed esperti e sono quindi capaci di anticipare il futuro più della politica, più delle istituzioni. E’ il loro mestiere: vivono di futuro. Chi è in sostanza l’imprenditore? E’ colui che ha capacità di anticipazione perché deve capire il mondo prima degli altri, se vuole avere successo. E cosa hanno capito le imprese?

Hanno intuito prima di altri che c’è stata una accelerazione molto repentina della storia e che bisogna dare dei segnali molto forti.

Nella dichiarazione si parla di “dignità, rispetto”, di “compensi giusti” e “benefit importanti” ai dipendenti. Sembra piuttosto una grande operazione di marketing. C’è da crederci?

Come il politico, quando è in campagna elettorale, deve fare promesse che sono sempre un po’ più grandi rispetto a quello che realmente può realizzare, così nell’economia, in certi momenti, quando si fanno questi grandi manifesti, bisogna dire qualcosa che è un po’ vero e un po’no. Ma questo fa parte del gioco. Basta saperlo. In fondo, nel mercato c’è sempre una componente di esagerazione nel presentare la merce. Se però togliamo questa componente di marketing, non si può negare che in questo discorso c’è qualcosa di interessante. Anche perché

le grandi imprese oggi non possono dire troppe bugie. Sono sotto gli occhi di tutti.

Oggi basta che una persona con il telefonino fa un video in cui dimostra che una cosa dichiarata non è vera, che l’impresa rischia di perdere milioni di fatturato.

Ma da economista, cosa l’ha sorpresa di più di questa operazione?

Se uno va a leggere i punti, in realtà non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto tutto il movimento della responsabilità sociale delle imprese dice da molto tempo. La prima reazione che ho avuto leggendo questo decalogo è stata che in fondo gli economisti più bravi lo hanno sempre detto che l’impresa non può massimizzare il profitto e basta. Tutta la teoria economia migliore ha sempre detto che l’impresa è un organismo vivente e se non si inserisce nell’ambiente, muore. Da un certo punto di vista, non è nuovo il contenuto di questi dieci punti. E’ nuovo che sia stato fatto un manifesto, firmato da importantissime multinazionali e sia stato reso pubblico. Perché

quando c’è un impegno pubblico, c’è anche una dimensione di commitment per il futuro.

Secondo lei, quale messaggio stanno lanciando queste imprese al mondo politico?

Intanto già il fatto che ne stiamo parlando, è una la dimostrazione che la Dichiarazione ha avuto una risonanza. Ma vedo anche un’altra cosa in questo decalogo, e cioè una reazione nei confronti del governo americano. Perché quando Trump non firmò gli accordi di Parigi sul clima, i primi a protestare furono proprio le grandi multinazionali che lavoravano nella energia. Mentre il governo americano mette dazi, non firma gli accordi sul clima, sembra voler tornare indietro, c’è una gran parte del business americano che continua a dire che il mondo invece è cambiato e sta cambiando velocemente. E soprattutto sta dicendo che

indietro non si può tornare.

Questo significa che i momenti più bui della storia favoriscono la nascita e lo sviluppo di idee illuminate?

L’impresa è un indicatore. E’ una cartina da tornasole. E lo è perché gli imprenditori devono capire il mondo prima degli altri, altrimenti falliscono. In questo senso, le imprese sono soggetti razionali, sanno che se non si adeguano alla direzione che sta prendendo la storia, chiudono. Qual è allora oggi il paradosso? Che il mondo del business è più razionale del mondo della politica con governi che invece vanno dietro alle propagande, alla pancia delle persone. L’economia in questo senso è molto pragmatica. Non è né altruismo né egoismo. E’ semplicemente il segnale che le cose stano cambiando molto velocemente e se non te ne accorgi esci fuori dal mercato.

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Terra Santa. P. Patton (Custode) al Meeting di Rimini: “Non usare il concetto di minoranza come una specie di alibi”

Tue, 20/08/2019 - 11:16

Al Meeting di Rimini per ribadire la potenza di un incontro che, dopo 800 anni, mostra ancora una dirompente attualità. Specialmente in un tempo in cui “la parola, più che uno strumento di dialogo è diventata un mezzo per aizzare gli animi e diffondere ostilità”. È stato questo il senso della presenza e del messaggio che il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton ha voluto lanciare dal palco della 40ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli in corso (18-24 agosto) nella città romagnola. Nel 1219 Francesco si reca a Damietta, in Egitto, nel pieno della quinta crociata, spinto dal desiderio di incontrare il sultano Malek el-Kamel e potergli parlare. Da lì farà ritorno in Italia illeso, stravolgendo le aspettative di molti e forse anche le sue. Quali sono gli aspetti fondamentali e straordinari dell’incontro tra Francesco e il Sultano? Quali esempi di dialogo tra cristiani e musulmani si possono rintracciare oggi? E cosa suggerisce quell’incontro di 800 anni fa? Sono queste alcune delle domande cui il Custode ha cercato di rispondere alternandosi con Maria Pia Alberzoni, professore ordinario di Storia Medievale all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. “A partire dal XVI secolo – ha sostenuto la storica, esperta di francescanesimo – è passata l’idea che tra musulmani e cristiani, tra Oriente e Occidente, il confronto si sia espresso con sanguinose guerre di religione. Invece molte fonti attestano che nel Mediterraneo il confronto tra cristiani e musulmani ha sviluppato altri tipi di rapporti culturali e commerciali improntati alla convivenza pacifica”. In questo solco si inserisce anche l’incontro di Damietta cui il Meeting dedica una mostra (promossa da Custodia di Terra Santa, Fondazione Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, Ats Pro Terra Sancta) intitolata “Francesco e il Sultano 1219-2019. L’incontro sull’altra riva”. L’esposizione racconta le motivazioni che hanno spinto Francesco a intraprendere il viaggio, l’itinerario che ha percorso e descrive le conseguenze che da questo incontro si sono generate, tra cui l’insediamento dei frati francescani nei Luoghi Santi (Custodia di Terra Santa) e in altre terre del Medio Oriente, fino al Marocco e all’Egitto. Il Sir ha incontrato il Custode Patton a margine del suo intervento al Meeting di ieri sera.

Custode Patton, 800 anni dopo, qual è l’attualità del messaggio che viene dall’incontro di Damietta?
Si tratta di un messaggio significativo perché, oggi come allora, molti pensano che invece di incontrarsi, le civiltà debbano necessariamente scontrarsi. Allora lo scontro si chiamava Crociata oggi si chiama in altro modo. Francesco e il Sultano dimostrano invece che incontrarsi e dialogare è possibile, così come apprezzarsi e stimarsi reciprocamente. Le Fonti francescane raccontano di un incontro tra i due fraterno e cordiale dove il Sultano stesso compie gesti di grande ospitalità e alla fine congeda Francesco con un senso di amicizia e fraternità. Mi pare importante riproporre oggi l’utopia dell’incontro anziché la crudezza dello scontro.

Le Crociate di allora e la “Terza Guerra mondiale ma a pezzi” di oggi, per usare parole di Papa Francesco…
Certamente. Ma la tensione allo scontro è anche a livello culturale, con un accentuazione del linguaggio dello scontro, bellicoso. Per san Francesco la parola deve essere uno strumento di pace. Oggi invece la parola viene spesso usata per aizzare gli animi, per accrescere l’ostilità piuttosto che la capacità di comprendersi. E questo lo vediamo presente in maniera trasversale e globale perché di fatto accade in tutte le società occidentali e non solo. San Francesco ha abolito la parola ‘nemico’. Il nostro vero nemico è l’Io egoista.

L’ultradecennale conflitto israelo-palestinese pare offuscare i semi di incontro e di dialogo che germinano in Terra Santa grazie alla presenza francescana in questi 800 anni…
La cosa più bella che la Terra Santa dona è, per usare parole di Paolo VI, il cosiddetto Quinto Vangelo che trasmette in senso anche fisico l’esperienza della Rivelazione e dell’Incarnazione. Ma ci sono tanti altri semi che fioriscono e mi piace ricordare il lavoro di educazione e formazione che come Custodia portiamo avanti nelle nostre scuole. Si tratta in sintesi di un lavoro di costruzione di una cultura della pace. Le nostre scuole sono frequentate per metà da cristiani e musulmani. Addirittura a Gerico il nostro istituto è frequentato dal 96% di studenti musulmani e dal 4% di cristiani. Il grande sforzo è proprio quello di edificare una cultura della fraternità come auspicato dalla Dichiarazione sulla fratellanza firmata da Papa Francesco e il grande Imam di Al Azhar, Al-Tayyib, ad Abu Dhabi. La collaborazione non si improvvisa, le scuole e il lavoro educativo ci permettono di costruire in una prospettiva anche di lungo termine. E qualcosa comincia già a vedersi.

Che cosa, può fare un esempio?
Sono stato in Egitto tra febbraio e marzo e per la prima volta, credo, nella sua storia, l’università di Al Azhar ha promosso una giornata di dialogo e di studio cui hanno partecipato 600 tra imam, studenti, docenti musulmani e religiosi, frati, suore e studenti cristiani. Un fatto che non sarebbe stato possibile se il mese prima il Pontefice e il grande Imam non avessero firmato quella Dichiarazione. Il Documento di Abu Dhabi per me è una grande occasione da cogliere.

In che modo andrebbe colta?
Papa Francesco ha chiesto che questa Dichiarazione sottoscritta ad Abu Dhabi diventi oggetto di studio e di approfondimento nelle scuole. Come Custodia di Terra Santa abbiamo cominciato a farlo e abbiamo chiesto ai direttori delle nostre scuole che il testo di Abu Dhabi entrasse tra gli argomenti di studio congiunto per tutti, studenti e professori. Abbiamo organizzato, inoltre, a Betlemme una settimana di dialogo e laboratori dove, al termine dei lavori, 300 studenti cristiani e 300 musulmani hanno elaborato una sorta di decalogo quale base di lavoro comune per costruire un senso di fraternità. L’obiettivo non può essere la tolleranza, sarebbe riduttivo, ma la fraternità. Deve nascere una cultura della fraternità tra i credenti nel rispetto delle diverse identità religiose.

Un lavoro enorme per una presenza cristiana che diventa sempre più fragile…
Certamente è una presenza fragile ma uno dei punti del Documento di Abu Dhabi dice che bisogna evitare di abusare del concetto di minoranza che rischia di diventare un modo per negare la piena cittadinanza a quelle che sono vere minoranze, come quella cristiana, per esempio. Dobbiamo smettere di usare il concetto di minoranza come una specie di alibi. La minoranza in chiave evangelica si chiama lievito, sale e luce.

Si parla molto di dialogo con l’islam meno di quello con l’ebraismo…
Stiamo cercando di coltivarlo a partire dalle occasioni che abbiamo che sono soprattutto di tipo culturale. Il mondo ebraico è molto interessato agli eventi culturali come mostre, concerti ed esposizioni. A volte, poi, nascono delle occasioni di dialogo imprevedibili. Nel villaggio di Ein Karim abbiamo un ottimo rapporto con la comunità ebraica nato per un pallone da calcio donato dai frati ai giovani del villaggio. Sono tre anni che in occasione della festa di san Giovanni Battista organizziamo insieme una giornata di studio e dialogo tra ebrei e cristiani. Da quest’anno le giornate saranno due su richiesta della comunità ebraica. Un’occasione ulteriore nella quale mettere a confronto la festa ebraica delle luci con quella cristiana del Natale. Anche un pallone da calcio può servire la causa del dialogo. La cosa fondamentale è essere aperti quando si presenta l’occasione. È con questo spirito che stiamo costruendo il museo di Terra Santa. Sappiamo quanto un’opera simile possa aiutarci a dialogare sia con ebrei che con musulmani e in qualche modo aiutarci a diventare noi stessi tramite di un incontro tra ebrei e musulmani.

Tornando al conflitto israelo-palestinese, pare che le posizioni estremiste e radicali prevalgano sul dialogo. Ci sono margini per riavviare contatti negoziali?
Più che quello degli estremismi vedo il prevalere della stanchezza. A livello locale si nota una certa demotivazione al dialogo. Tra le altre cose ancora non si capisce bene in cosa consista il “Piano del secolo” redatto dagli Usa per sciogliere il nodo del conflitto tra israeliani e palestinesi. Ciò che rilevo è una certa stanchezza. Bisognerebbe rimettere in moto la fiducia reciproca.

I pellegrinaggi possono in qualche modo aiutare a ristabilire un clima di fiducia?
I pellegrinaggi segnano un trend molto positivo e sono un segno di speranza soprattutto per la comunità cristiana locale. Non solo da un punto di vista economico ma anche da quello spirituale. Quando i cristiani locali vedono i pellegrini capiscono che fanno parte della Chiesa universale e si sentono meno soli. Uno dei problemi delle minoranze è quello del sentirsi abbandonati. Il fatto che ci siano gruppi di pellegrini che chiedono di incontrare le comunità locali oppure vedere che ci siano vescovi o pastori delle varie chiese in pellegrinaggio è qualcosa di molto importante per le pietre vive delle Terra Santa. Sarebbe altamente significativo che il movimento dei pellegrini possa tornare a solcare anche i cammini di san Paolo in Siria.

La Custodia ha conventi e frati attivi anche in Siria, un altro teatro di guerra. Che notizie arrivano da quel Paese?
In Siria non vediamo ancora la luce del giorno. La situazione è bloccata. Si pensava che la situazione si sarebbe sbloccata ma Paesi come Russia, Usa, Turchia, Iran e Arabia Saudita non hanno ancora raggiunto un accordo. Si combatte nella zona di Idlib dove i pochi cristiani rimasti, insieme a quelli della vicina Valle dell’Oronte, stanno soffrendo molto come il resto della popolazione.

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La guerra dei dazi e delle valute porta la recessione

Tue, 20/08/2019 - 10:59

Che recessione sarà? Di un’area, di più continenti? O globale di cui già si parla, cioè un immenso effetto domino dove le economie si ritraggono tutte insieme per una sfiducia generalizzata? Innanzitutto va ricordato che recessioni globali ci sono periodicamente e provocano danni prolungati di immobilismo e sfiducia. Nella recessione tecnica si entra con due trimestri consecutivi di contrazione del prodotto interno lordo (il Pil che è la ricchezza prodotta in un Paese). Alcuni economisti non si fermano a quel dato e cercano riscontri in altri macrodati come l’occupazione, la produzione o le vendite al dettaglio. E’ interessante capire come mai si sia diffusa la convinzione che l’economia globale tornerà indietro, anche nelle aree forti come gli Usa, la Germania, con rallentamenti imprevisti in Cina. Gli economisti guardano i segnali premonitori, per coglierne durata e intensità e per capire dove la grandinata si scaricherà maggiormente sapendo che toccherà tutti. Compresi i Paesi a crescita debole come l’Italia. Non tutte le crisi sono state uguali.

A grandi linee la recessione del 2001 venne innescata dalla caduta dall’eccesso di attese, e quindi di valutazione, dei titoli legati a Internet.

Nel 2007 furono i titoli finanziari Usa troppo esposti ai mutui subprime (cioè di scarsa qualità)  venduti pur sapendo che gran parte non sarebbero stati rimborsati. La crisi annunciata per il 2019-2020 non è un solo focolaio di crisi pericoloso. Assomiglia più alla crisi degli anni ’90 quando confluirono più fattori. La caduta che sta arrivando è l’effetto di guerre dei dazi commerciali cui si aggiungono altre debolezze collegate.  L’ostilità politica e commerciale degli Usa nei confronti  della Cina, determina un indebolimento di Pechino che già soffre di squilibri interni. La crescita è ridotta sotto il 5% con il dubbio che i dati statistici siano poco precisi per eccesso.

Se va in crisi una grande economia che è forte importatrice (ad esempio di materie prime) il contagio è generale. Rimbalza anche sui fornitori, sui produttori di auto e alla fine raggiunge l’economia Usa. Una crisi cinese non fa bene all’Europa che esporta molto. Si sta fermando la Germania che rischia di finire l’anno in recessione e sta già pensando a piani di rilancio dell’economia con soldi pubblici quindi con un maggior debito. L’Italia è molto legata all’economia tedesca e ai Paesi dove è forte il nostro export. I consumi interni sono ancora molto deboli. La battaglia dei dazi partita da lontano arriva direttamente e indirettamente.

Fra le componenti di un rischio recessione globale 2019-2020 c’è anche un più ridotto spazio d’azione delle banche centrali: in passato allentando le briglie, quindi abbassando i tassi, aprivano uno scenario in cui era meno pericoloso fare debiti per investire e comprare. E’ quanto si accinge a fare di nuovo la Bce in Europa; negli Usa Trump critica la banca centrale (Fed, Federeal Reserve) accusandola di non accompagnare l’economia. Nelle prossime settimane altri dati economici permetteranno di capire se l’economia sta rallentando ovunque: lo vedremo dai dati dell’occupazione, dalle mosse delle banche centrali e, forse, da una più accesa competizione delle valute. Una gara a indebolirle per favorire la convenienza delle proprie esportazioni. Dazi permettendo.

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Competenze, innovazione e lavoro in trasformazione. L’Italia è pronta alla sfida?

Mon, 19/08/2019 - 11:04

L’ultimo a lanciare l’allarme, solo pochi giorni fa, è stato l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, alla conferenza organizzativa della Cisl: “Nei prossimi 2-3 anni avremo bisogno di 5-6 mila lavoratori ma non so dove andarli a trovare. Si tratta di carpentieri, saldatori… Abbiamo lavoro per 10 anni, cresciamo ad un ritmo del 10%, ma sembra che i giovani abbiano perso la voglia di lavorare”. Un bel paradosso per un Paese in cui il dato della disoccupazione, seppur per la prima volta da 7 anni tornato sotto la soglia simbolica del 10%, resta ben al di sopra della media europea (7,5%).

Ma, dicevamo, quello lanciato da Bono è solo

l’ultimo sasso lanciato nello stagno del mismatch occupazionale, con il mondo del lavoro che domanda figure diverse da quelle che il sistema dell’istruzione offre.

A fine 2018, il presidente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), Tiziano Treu, in un’intervista al mensile “Economy” notava come “l’Italia ha accumulato un ritardo gravissimo sulle competenze e sull’innovazione. Abbiamo investito meno della metà di quanto sarebbe stato necessario. E oggi la paghiamo cara sul fronte del lavoro. Almeno 100mila posti di lavoro che attendono soltanto qualcuno in grado di occuparli, in Italia oggi effettivamente ci sono”.

Che in Italia ci sia un disallineamento tra la domanda di competenze richieste dalle imprese e quelle in possesso degli aspiranti lavoratori lo certificano anche i numeri.

Secondo i dati contenuti nell’ultimo rapporto “La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane” di Unioncamere e Anpal, nel 2018 delle 4.553.980 entrate programmate quelle “difficili da reperire” sono state pari al 26,3%, con picchi del 50,4% per figure dirigenziali e del 37,5%-38% per le professioni tecniche, operai specializzati e professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione. La difficoltà a reperire è risultata complessivamente in aumento rispetto al 2017 quando fu del 21,5% su un totale di poco più di 4 milioni di nuove entrate. Nelle due annate prese in considerazione, riguardo alle nuove figure professionali – quelle che non sostituiscono professionalità già presenti all’interno dell’impresa – è andato aumentando il livello di qualificazione. “La quota di nuove figure tra le professioni intellettuali e scientifiche a elevata specializzazione passa dal 14,7% del 2017 al 24,7% del 2018 e quella delle professioni tecniche dal 16,7% al 23,3%”, spiega il rapporto, sottolineando come “la tendenza generale all’aumento delle qualificazioni sembra associata a un significativo cambiamento della composizione della forza lavoro più che a un semplice incremento delle competenze delle figure professionali esistenti: in altri termini, le imprese italiane si stanno adeguando al cambiamento modificando il livello, e non solo la composizione, delle risorse umane”.

Tra i primi 30 profili professionali di difficile reperimento, circa due terzi riguardano le professioni tecniche nell’ambito industriale (come elettrotecnici, tecnici elettronici, tecnici meccanici) e nell’ambito dei servizi (per esempio agenti assicurativi, tecnici programmatori, agenti immobiliari). E nella filiera dell’elettronica e informatica si concentra una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato a diversi livelli di specializzazione: non solo ingegneri elettrotecnici o analisti e progettisti di software, ma anche installatori, manutentori e riparatori di apparecchiature informatiche e specialisti di saldatura elettrica.

Nelle “Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine”,

Unioncamere e Anpal stimano che nel quinquennio 2019-2023 lo stock nazionale di occupati possa crescere in una misura compresa tra 374.000 e 559.000 unità a cui si aggiunge la “replacement demand”, dovuta alla necessità di sostituzione dei lavoratori in uscita, che potrà variare tra 2.351.700 e 2.470.700 unità. In totale,

il fabbisogno di occupati previsto nel quinquennio varia tra le 2.725.500 e le 3.029.800 unità. Di queste, circa il 30% sarà sui versanti della “Digital trasformation” e dell’ecosostenibilità.

Le stime dicono che fino a tutto il 2023 imprese e Pubblica amministrazione ricercheranno tra circa 270mila e circa 300mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali o connesse a “Industria 4.0” mentre saranno ricercati tra 518mila e 576mila lavoratori con competenze green per cogliere al meglio le opportunità offerte dall’economia circolare. Una domanda che – spiega il rapporto – “riguarderà, in maniera trasversale, tanto le professioni ad elevata specializzazione che le professioni tecniche, gli impiegati come gli addetti ai servizi commerciali e turistici, gli addetti ai servizi alle persone come gli operai e gli artigiani”.
Considerando le filiere, al netto dei due fabbisogni appena indicati, le stime indicato che saranno ricercati fra 362.000 e 381.000 lavoratori per quella “salute e benessere” (prevalentemente medici, infermieri, fisioterapisti e tecnici di laboratorio medico) mentre per quella “education e cultura” saranno fra 140.000 e 161.000 (prevalentemente a figure quali docenti, progettisti di corsi di formazione, traduttori, progettisti e organizzatori di eventi culturali, esperti in comunicazione e marketing dei beni culturali). Numeri più bassi, ma non meno significativi, per la filiera “meccatronica e robotica” (69-83.000 lavoratori), per quella relativa a “mobilità e logistica” (85-98.000 unità) e per la filiera “energia” (40-43.000 richieste).
Se si prendono in considerazione i settori economici, quelli stimati con tassi di fabbisogno annui sopra la media sono sanità e assistenza sociale (3,55-3,74%), public utilities (3,22-3,32%), servizi avanzati (2,89-3,13%), servizi operativi (2,96-3,11%), servizi informatici (2,81-2,92%), servizi di alloggio e ristorazione e servizi turistici (2,81-2,93%), che sono i comparti con maggiore dinamica occupazionale attesa. Tra i settori industriali con tassi di fabbisogno migliori si stimano il comparto delle pelli-calzature (2,48-2,92%) e le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (2,03-2,19%).

La domanda, che anche i recenti allarmi fanno sorgere, sembra perfino scontata:

ci sarà un numero sufficiente di persone – opportunamente orientate e formate nel loro percorso scolastico, dell’istruzione professionale e dell’università – per far fronte a richieste ed esigenze del mercato del lavoro di questi anni?

Le stime indicano che dovrebbero essere richiesti da 1,6 a 1,8 milioni tra diplomati e laureati, sostanzialmente equamente suddivisi, e poco più di 1 milione di persone in possesso di qualifica professionale o che hanno terminato la scuola dell’obbligo. E se, secondo Unioncamere e Anpal, “la struttura professionale del nostro Paese dovrà evolversi per allinearsi alle richieste di nuove competenze nel campo della digitalizzazione e della sostenibilità ambientale, nonché ai fabbisogni delle filiere trainanti la domanda di lavoro”, tra le raccomandazioni indicate dall’Ocse all’Italia solo pochi giorni fa nel documento “Going for Growth 2019” alcune riguardano proprio il raccordo istruzione-mercato del lavoro. Al nostro Paese viene suggerito di “rafforzare l’apprendistato, l’istruzione professionale, i corsi di formazione e l’apprendimento permanente”; “aumentare il sistema di istruzione e formazione professionale post-secondaria con il coinvolgimento delle imprese sulla base dell’esempio degli Istituti tecnici superiori”; “garantire che le nuove lauree professionalizzanti completino piuttosto che si sovrappongano agli Istituti tecnici superiori”.

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Felice Gimondi, nato per vincere: campione nello sport e nella vita

Mon, 19/08/2019 - 11:02

Parto da un ricordo personale: io ragazzino tredicenne, lui giovane promessa poco più che ventenne. Corre con la maglia del suo paese, la Sedrinese, maglia a strisce bianconere verticali (a quei tempi la pubblicità sulle maglie era vietatissima!). La gara è a Tirrenia, sul lungomare pisano, si tratta di una selezione voluta dal cittì dei dilettanti Elio Rimedio perché ai campionati del mondo sarà introdotta la cronometro a squadre. L’anno deve essere il 1963. I corridori, selezionati trai più forti passisti italiani, gareggiano a squadre di quattro. Il giovane Gimondi viene incluso nel quartetto guidato da un atleta già noto, Dino Zandegù, e dà un apporto determinate alla vittoria. Ricordo il dopocorsa, quando i tifosi si aggirano tra le ammiraglie, ciascuno in cerca del suo beniamino. Il giovane Felice (e tale sarà molte volte, per le sue cento e più vittorie) se ne sta seduto per terra, si rinfresca versandosi un po’ d’acqua in testa, circondato da suoi compaesani. Ho ancora negli occhi il fotogramma di quel volto che pochi anni dopo avrei ritrovato tante e tante volte in televisione, sul podio del vincitore.
Perché era davvero “nato per vincere”, come il titolo del libro di uno psicologo americano. Vince il Tour dell’avvenire, vince la cronometro a squadre alle Olimpiadi, debutta tra i professionisti. È terzo al Giro d’Italia e poi la sua squadra – la Salvarani, che grazie al ciclismo incrementa la vendita di cucine negli anni del boom economico, quando le famiglie buttano via antichi mobili di legno per sostituirli con la formica – lo iscrive al Tour in sostituzione di un altro atleta che ha marcato visita. Doveva fare qualche tappa e poi eventualmente ritirarsi, aiutando finché possibile il suo capitano Vittorio Adorni, già trionfatore al Giro. E invece si ritira Adorni e il giovane rincalzo veste la maglia gialla, la perde, la riconquista e, come ai tempi di Bartali cantati da Paolo Conte, di nuovo i francesi si incazzano: aspettavano la vittoria di Raymond Poulidor, eterno secondo dietro a Jacques Anquetil, ma questa volta che Anquetil non c’è, dovrà arrendersi di fronte al giovane bergamasco.

Nato per vincere, Felice davvero.

Come fino ad allora aveva saputo fare solo Anquetil, Felice da Sedrina vince i tre grandi Giri: d’Italia, di Francia e di Spagna. Impresa per pochissimi eletti, l’ultimo dei quali è Vincenzo Nibali.
Nato per vincere, finalmente l’Italia vede il lui il corridore capace di rinverdire le glorie di Binda e Guerra, di Coppi e Bartali. Ma la sua strada è attraversata da un nato per vincere più di lui, più giovane di lui, forte quanto e più di lui: Eddy Merckx, il più forte di tutti, più a cronometro, più in salita, più in volata, più nelle classiche, nei grandi giri, in pista, nei circuiti di paese. Non a caso lo chiameranno il Cannibale.
Gimondi diventa un grande campione sulla scia di Merckx, nonostante Merckx e anche grazie a Merckx. Anche quando sa di essere battuto non rinuncia mai alla sfida, da vero combattente mai domo, atleta potente e intelligente, scaltro il giusto e sempre nel vivo della battaglia, non si nasconde mai da vero amante della corsa in testa.
Estraggo dall’album dei ricordi a un altro fotogramma sulle strade della mia Toscana, Gran premio di Camaiore del 1971. Ultimo passaggio dalla salita del Monte Magno, una rampa non dura da affrontare a tutta. Soli davanti a tutti, ormai imprendibili, passano Gimondi e Merckx. Inutile dire chi vincerà, ma il ricordo bello è aver applaudito due grandi campioni che volano appaiati verso il traguardo. Quello di Gimondi è un modo di essere e poi di correre – esserci, esserci sempre, è l’unico modo per prima o poi vincere – che gli frutterà uno dei più bei trionfi, il mondiale spagnolo di Montjuic nel ’73, col grande Merckx stavolta soltanto quarto.
Del Gimondi corridore ma anche uomo, marito, padre avevano già raccontato vari servizi e interviste, che in questi giorni sono rimbalzate in tv e sui social. Gimondi che racconta le sue imprese, le sue sconfitte, la sua tenacia, le storie di un ciclismo forse oggi irrecuperabilmente snaturato, i tentativi (purtroppo inutili) di stare accanto a Marco Pantani, il rispetto degli avversari a cominciare da Merckx. Gimondi per il quale le gioie più grandi non sono le vittorie, ma il matrimonio e la nascita delle figlie. Gimondi che sceso di bicicletta ha distribuito saggezza, equilibrio, senso del dovere, tenacia, fedeltà.
Non possiamo che dirgli un grande grazie. Glielo dico anch’io, che a quel tempo fui tifoso di Gianni Motta.

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Terremoto a Norcia: la ricostruzione che non c’è. Mons. Boccardo: “La burocrazia ci affossa”

Mon, 19/08/2019 - 10:53

foto SIR/Marco Calvarese

A tre anni dalle prime scosse del terremoto del 26 agosto che colpirono il Centro Italia, a Norcia e nei centri della Valnerina parlano solo i lenzuoli che pendono dai balconi e dalle finestre. “Aprite i cantieri”, “Vivere=ricostruire”, “unica grande opera, ricostruire il Centro Italia terremotato”, “la ricostruzione non parte, presente e futuro rubato”. Una protesta vibrante ma silenziosa che non risparmia niente e nessuno: “tre governi, tre commissari, solo promesse. Vergogna”.

Mons. Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia, lo sa bene e conferma al Sir: “siamo come eravamo tre anni fa perché una vera ricostruzione manca ancora. Abbiamo ricevuto promesse e assicurazioni. Certamente tante cose sono state fatte e risposte sono state date. Purtroppo mancano quelle più solenni, più visibili. Mi riferisco alla ricostruzione delle case, dei luoghi di lavoro, dei monumenti sia civili che religiosi”. Insomma,

“mancano segni di speranza concreta”

Ma cosa impedisce questa ricostruzione? “La burocrazia che anziché facilitare i passaggi li moltiplica e dunque li ritarda. Così facendo ci affossa” è la risposta secca dell’arcivescovo che rispolvera, ad hoc, un adagio appreso a Roma: “se vuoi stare a galla devi fare il morto”. Chiaro il riferimento all’enorme mole di “autorizzazioni e timbri” necessari ad aprire cantieri e dare via libera alle opere ma per nulla facili da ottenere da parte degli enti preposti. Questi ultimi per timore di trovarsi invischiati in eventuali guai giudiziari quasi preferiscono restare inerti. Per sbloccare l’impasse l’arcivescovo invoca “linee di azioni chiare e determinate da parte di chi le può dare. Abbiamo bisogno che qualcuno prenda in mano seriamente questa situazione una volta per tutte. Rimbocchiamoci le maniche perché il tempo passa e le speranze si affievoliscono”.

“Mi domando -incalza mons. Boccardo  – se interessa davvero che questa gente rimanga nelle frazioni e sulle nostre montagne oppure c’è un qualche interesse che finisca tutto? Se così fosse sarebbe tragico. Tuttavia voglio continuare a sperare che non sia troppo tardi per ricominciare in maniera seria”.

E per farlo non basta rialzare muri e case ma “ritrovare una storia, saperla interpretare”. I luoghi questa storia, spiega mons. Boccardo, “sono anche le tante chiese della Valnerina che erano gli unici punti di riferimento che raccontavano l’identità di queste popolazioni. Venuti meno questi è venuto meno anche il tessuto sociale che ne reggeva la vita quotidiana. Sono consapevole – dichiara l’arcivescovo – che più delle mura e delle case

la sfida grande è quella della ricostruzione delle persone, delle relazioni di fiducia reciproca, di solidarietà e di riconciliazione.

Il terremoto – ripete il presule – per questa terra è stato come una sorta di Alzheimer. I medici dicono che l’Alzheimer faccia dimenticare la storia e misconoscere gli ambienti di vita. Qui sta succedendo la stessa cosa”. Quella che si ha davanti è una corsa contro il tempo: arrivare il prima possibile a ricostruire case e chiese vuole dire mettere in salvo un patrimonio di storia ultrasecolare. Un primo risultato è stato raggiunto. “Nel corso di questi anni – dice l’arcivescovo di Spoleto-Norcia – grazie all’impegno di diverse istituzioni e della Sovrintendenza, opere d’arte come tele e statue sono state recuperate, restaurate e conservate nel deposito del Santo Chiodo che raccoglie oltre 6000 pezzi sottratti al terremoto. Si tratta di un’opera di lungo respiro, ci vorrà del tempo prima di rimettere tutte queste opere al loro posto, ma sono piccoli segni di ricostruzione e speranza che permettono alla gente di pensare che ricominciare qui è possibile”. Un altro risultato risale a poco più di un mese fa. Il 10 luglio scorso il Commissario straordinario Piero Farabollini ha emanato l’ordinanza per far partire i lavori in 600 delle 3.000 chiese danneggiate dal sisma. Di queste 600, 84 appartengono all’arcidiocesi umbra. L’ordinanza stanzia 275 milioni di euro e prevede procedure semplificate per interventi al di sotto della soglia dei 600mila euro di lavori. “Si è aperta una strada che ci permetterà di mettere mano seriamente ad alcuni cantieri per restituire alle comunità qualcuna di queste chiese che – ribadisce mons. Boccardo – sono espressione della loro identità”.

Icona del terremoto. Tra le chiese da ricostruire però, manca ancora quella di san Benedetto, vera icona del sisma del 2016. Ingabbiata nei ponteggi, come la vicina concattedrale di Santa Maria Argentea, la chiesa di san Benedetto attende di essere ricostruita. Al momento del terremoto molti benefattori, tra cui l’Unione europea, si erano detti pronti a finanziarne la riedificazione.

“Dopo tre anni si sta ancora lavorando allo smaltimento delle macerie – afferma mons. Boccardo -. Con questi ritmi è lecito pensare che la ricostruzione di questo luogo che è il cuore di Norcia e simbolo dell’Europa sia di là da venire”.

C’è una Commissione – costituita dal Ministero dei beni culturali, dalla Regione Umbra, dall’arcidiocesi di Spoleto-Norcia, proprietaria del complesso e dal Comune di Norcia – che ha definito delle linee guida per la ricostruzione. Ora il Ministero deve elaborare il bando di concorso internazionale per un progetto di ricostruzione che resti fedele alle linee generali della basilica distrutta ma che abbia tutte le garanzie della tecnologia antisismica”.

Chiesa in prima linea. Chi non rallenta e guida questa corsa contro il tempo è la Chiesa locale. “In questi tre anni la Chiesa è stata una presenza. Nessun sacerdote, religioso e religiosa ha abbandonato la propria comunità. Tutti sono rimasti per condividere minuto per minuto la vita della loro gente, dormendo in macchina, nelle tende, in roulotte”. Riaffiorano i ricordi delle scosse e la gara di solidarietà che non si è mai fermata. “Penso ai volontari della Caritas e alla rete di parrocchie, associazioni, movimenti che ancora oggi continuano in qualche modo a farsi carico della nostra situazione. Grazie a Caritas italiana e ad altre Caritas locali abbiamo edificato 4 centri di comunità altri tre sono in costruzione per restituire alla gente luoghi di aggregazione e di ascolto e non solo di culto”. Una presenza destinata ad arricchirsi con il possibile arrivo di una comunità di religiose di diversi Istituti. “Nelle settimane scorse – rivela mons. Boccardo – ho accolto tre superiore generali di istituti religiosi di ispirazione francescana per proporre la costituzione una comunità di suore che si stabilisca qui nella zona di Norcia e stia in mezzo alla gente, per accompagnare le persone, per ascoltarle e condividere la loro vita. Spero possano arrivare quanto prima per cominciare questa avventura che può dare grandi frutti”. Un modo concreto per stare ancora più vicino alla popolazione. “Quante volte in questi tre anni abbiamo chiesto di non essere abbandonati? Quante volte ci siamo sentiti dire non vi dimenticheremo? Chi parla più del terremoto oggi?

Vorremmo meno promesse e più fatti concreti.

Ammiro la determinazione della gente della Valnerina che nonostante tutto vuole ricominciare e prova a farlo con le forze e i mezzi che ha”.

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Terremoto a Norcia. Suor Corona (benedettine): “Tornate per pregare e trasmettere speranza”

Mon, 19/08/2019 - 10:52

foto SIR/Marco Calvarese

“Siamo tornate per dare un segno di speranza alla gente che è molto provata, ma soprattutto per pregare con loro e per loro. Anche nella provvisorietà. Qui siamo nate e qui è la nostra vita”. Madre Caterina Corona è l’abbadessa della comunità delle monache benedettine del monastero di Sant’Antonio a Norcia. Tre anni fa il terremoto del 24 agosto delle 3.36, seguito, due mesi dopo, da quello più devastante delle 7,41 di domenica 30 ottobre. La chiesa di san Benedetto non regge alle scosse e viene giù. Lo stesso accade per la vicina concattedrale di Santa Maria Argentea, per la sede comunale e per tantissime case e abitazioni della Valnerina. Anche il monastero di Sant’Antonio crolla obbligando la comunità monastica a trovare rifugio presso le consorelle di Santa Lucia a Trevi. Una sorta di esilio forzato che non ha affatto reciso il legame con la città che dura dal 1412, anno del riconoscimento della comunità monastica. Il 10 febbraio di quest’anno, festa di Santa Scolastica, le otto monache della comunità, guidate da madre Corona, sono rientrate a Norcia per stabilirsi in un modulo abitativo adattato a monastero e posizionato nel giardino della struttura ex Santa Pace, di proprietà delle religiose.

Tornare per restare. Sulla porta d’ingresso campeggia un cartello: “Pax. Monastero Benedettine di S. Antonio. Benvenuti”. Il tempo di varcare la soglia ecco mostrarsi il ‘nuovo’ monastero, bianco, circondato da un giardino dove le monache hanno messo a dimora alcuni fiori e piante officinali, “donate – rivela la badessa – dalla gente di Norcia”. “Ripartiamo da qui, nel silenzio, nella preghiera e nel lavoro, come ci indica il nostro Patriarca Benedetto. Siamo rientrate per dare un segno di speranza alla gente – ripete la religiosa – perché tutte le volte che tornavamo a Norcia prendere qualcosa dal monastero inagibile tanta gente ci chiedeva se fossimo per tornate restare. Una richiesta continua che è diventata stimolo per tornare e condividere la stessa sorte delle famiglie. Queste riedificano la loro casa, noi il nostro monastero. Così, in attesa di riavviare il nostro cenobio, abbiamo accettato un container collettivo che abbiamo posto in questo giardino. Lo abbiamo fatto ben sapendo che sarebbe stata una sistemazione non di un giorno e nemmeno di un anno”.

Passato che rivive. Il passato è ormai alle spalle ma questo non impedisce a suor Caterina di rivivere i momenti del sisma, la prima scossa di agosto e poi l’altra, devastante, di ottobre. “Le cose passate per quanto dolorose se si possono raccontare non sono così penose. Siamo vivi e ringraziamo Dio per questo. Abbiamo vissuto giorni di dolore e di smarrimento, non ci si rendeva nemmeno conto della situazione che stavamo vivendo, almeno i primi giorni”. Poi la presa di coscienza: “sono fenomeni che si verificano nella storia. Se Dio ha permesso tutto ciò ci sarà un motivo. Ciò che ci siamo dette subito è stato di prendere questo evento come un’opportunità offerta dal Signore per una riflessione. C’è sempre un insegnamento da trarre da quanto accade”.

“Dov’è l’opportunità?” chiedo. “È la stessa gente terremotata che ce la indica. Ci dicono: stavamo tanto bene prima. Ma ce ne accorgiamo adesso”. L’opportunità offerta dal sisma “è saper godere di ciò che si ha, anche se è poco. Il terremoto ci sta insegnando che possiamo fare a meno di tante cose e che si vive bene ugualmente. Non la cupidigia ma la sobrietà e l’essenzialità.

Capire questo ci rende persone libere. A volte il desiderio di tante cose non ci fa vivere. Recuperare l’essenzialità è un qualcosa che coinvolge anche chi non crede”.

Un legame più saldo. Da quando le monache sono tornate a beneficiarne è il rapporto con la gente di Norcia che si è rinsaldato.

“Quello che sembrava potessimo dare noi a loro, sono loro che lo danno a noi”

dice sorridendo madre Caterina. “In tanti vengono qui in monastero a chiedere se abbiamo bisogno di qualcosa, se stiamo bene. Si preoccupano per noi e questa cosa ci commuove. Abbiamo trovato una grande fede. Dopo l’evento sismico ci siamo ritrovati tutti vivi e la comunità locale ha vissuto questa cosa come una grazia del Signore. La gente ci porta piante e fiori per abbellire il container, della frutta per confezionare le marmellate”. Ora et labora, prega e lavora, recita il motto benedettino. “Cerchiamo di lavorare come prima del sisma. Non solo per il sostentamento ma anche per vivere come creature di Dio. Nel monastero avevamo l’ospitalità, la legatoria e gli alveari. Questi ultimi ora sono stati trasferiti in campagna mentre per l’accoglienza di ospiti e per la legatoria non abbiamo più la possibilità. Camere e macchinari sono distrutti.

Desiderio di ricostruire. Essenzialità, sobrietà, vicinanza sono mattoni di una ricostruzione morale che sembra andare più veloce di quella materiale. “Siamo fortemente convinte che ci sarà un futuro, un avvenire, la storia ce lo insegna. Preghiamo per questo. È un segno di vicinanza alle persone di Norcia e delle zone vicine. E

pregare qui con e in mezzo alla nostra gente è un modo per trasmettere fiducia e speranza.

Soffriamo molto la mancanza di una chiesa perché ci impedisce di radunarci tutti insieme. La dislocazione delle casette (Sae) rende difficile anche il semplice ritrovarsi”.

Pregare e ascoltare. “In tanti vengono qui nel nostro monastero-container per parlare e sfogarsi” racconta madre Corona. Lo sfogo principale?

“Vedere una ricostruzione veloce, giusta, sostenibile e trasparente. La burocrazia soffoca e blocca ogni ri-partenza – ammette la religiosa -. C’è un sistema che andrebbe cambiato alla base. Ci stiamo rendendo conto di tanti sperperi.

Mi riferisco per esempio alla messa in sicurezza di strutture che, al momento della ricostruzione, dovranno comunque essere demolite. Mi chiedo perché non farlo subito. Tanta gente potrebbe tornare nella propria casa con pochi soldi”.

“L’impressione è che si vada avanti senza prospettive”.

La direzione presa dalla comunità monastica è invece chiara: “essere comunità. La prospettiva è: essere uniti, comprendersi e interessarsi gli uni degli altri. Solo così si ricrea un clima di forza morale e spirituale necessario per ricostruire e andare verso il futuro”.

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