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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 56 min 53 sec ago

A Taranto rinasce la Città vecchia. Un progetto con la Fondazione Pupi

Wed, 29/05/2019 - 10:55

Una città che “brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi (…) Viverci è come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari”. Pier Paolo Pasolini descriveva così il capoluogo ionico a metà del secolo scorso. E quella caratteristica di grazia, fierezza e malinconia, di pietra preziosa scheggiata e poi frantumata da scelte necessarie quanto nefaste, a guardarle con gli occhi facili dell’oggi, Taranto continua a conservarla, soprattutto nell’isola, la Città vecchia, il fulcro della tarantinità. Vicoli strettissimi per difendersi dalle invasioni, case scoscese, spesso diroccate, in cui pure oggi, talvolta, mancano i più elementari criteri di vivibilità. La povertà è ancora di casa da queste parti, dove ai tempi dell’unificazione piemontese, complice un decreto che impediva la costruzione di abitati aldilà dell’isola, vivevano circa 30.000 persone. Attualmente sono 1.500. Uno svuotamento lento ma sollecitato dall’episodio del crollo di una palazzina, nel 1975: vico Reale, sei morti e migliaia di persone costrette ad abbandonare una vita che era quella di un piccolo paese, con le donne, in realtà adolescenti già spose, a darsi voce dai balconi quasi comunicanti, i bambini a giocare per strada, gli uomini a pescare fin dalla notte. Sfrattati dall’isola per abitare grandi palazzoni ai margini, in periferia, mentre il resto della comunità ionica disconosceva le sue stesse radici.

Per anni Taranto vecchia è stata, in buona parte, il luogo dello spaccio, della delinquenza spicciola, della disoccupazione e della fame.

Un luogo da cui tenersi lontani. Chi si è salvato, tra i giovani, lo ha fatto grazie all’educazione ed i valori ricevuti in famiglia ma è stato un percorso in salita.
L’ultimo ventennio però, complice l’idea di riqualificazione dei centri storici, ha segnato un cambiamento. Meno criminalità, forse anche perché “i pesci grossi” sono finiti in carcere o si sono trasferiti in altri rioni e tanta voglia di riscatto sociale, di camminare con le proprie gambe, aldilà dell’assistenzialismo, con cui l’isola ha sempre fatto i conti.
La diocesi di Taranto ha colto questo mutamento, di cui è stata in parte artefice. Rimettere al centro l’isola è uno degli aspetti centrali dell’operato dell’arcivescovo ionico, mons. Filippo Santoro. Nel 2014 la curia locale aveva già impiegato 2 milioni di euro, in parte ottenuti dal Ministero dei beni Culturali e dalla Provincia, per mettere in sicurezza la chiesa di Santa Caterina, risanare l’ex seminario, dove è stato collocato il Mudi (Museo Diocesano), così come palazzo Visconti, ora sede dell’istituto di Scienze Religiose Romano Guardini o l’episcopio, aperto in questo modo alle visite guidate. L’attenzione è stata puntata anche sul duomo, con il rifacimento della facciata, degli interni, l’installazione di nuova illuminazione e di un impianto di sorveglianza, oltre il restauro del Cappellone, ribattezzato la Cappella Sistina del Mezzogiorno. E poi si devono alla curia locale i lavori di ristrutturazione nella chiesa della Madonna della Salute, ormai riaperta al culto e alla grande devozione dei tarantini dopo decenni di buio ed il nuovo centro di accoglienza per senza fissa dimora, alle spalle dell’arcivescovado, all’interno di Palazzo Santacroce, edificio nobiliare dell’800 completamente restaurato, perché – disse mons. Santoro in occasione dell’inaugurazione – “tutti, anche i più poveri, hanno diritto alla bellezza”.
Don Emanuele Ferro è parroco della Cattedrale di san Cataldo dal 2015. Ottimista, sognatore ma con i piedi ben piantati in terra, dal primo giorno ha creduto nelle potenzialità dell’isola e dei suoi abitanti. Soprattutto i ragazzi. Sue le idee, solo per citarne alcune, di impiegare i giovani in botteghe di restauro, in una cooperativa all’interno del museo diocesano, in un infopoint del Duomo.

L’ultima iniziativa in cui ha coinvolto stavolta i più piccoli, è una scuola calcio educativa nell’oratorio della vicina chiesa di san Giuseppe, insieme alla fondazione Pupi di Javier e Paula Zanetti e al tarantino Dino Ruta, docente di management sportivo all’università Bocconi di Milano.

È stato Ruta, insieme alla sorella Angela, che invece vive nel capoluogo ionico, a far incontrare il sacerdote e lo storico capitano dell’Inter, oggi vicepresidente nerazzurro, convogliando i loro entusiasmi in un progetto per i bambini della Città vecchia, chiamato Sport4Taranto.
“È un progetto importante che si inserisce nella scia di quell’azione di risanamento, di rivalutazione e di racconto positivo della città di Taranto, operato nel ministero pastorale dell’arcivescovo di Taranto mons. Filippo Santoro. Tanti parlano di rinascita della Città vecchia ma sono pochi quelli che guardano a questi ragazzi come l’unica speranza dell’isola. Qui i progetti sono i più belli – racconta don Emanuele – alberghi, palazzi, stazioni navali ma dobbiamo insegnare a questi ragazzi a vincere la partita della vita, perché ne hanno bisogno. Loro sono bravi, qui ancora giocano per strada, ancora non si perdono dietro al telefonino. Sono ancora capaci di socializzare, di stare insieme e questa è la nostra forza. Adesso abbiamo bisogno di persone che li sappiano incoraggiare e guardare per quello che realmente sono, un tesoro di questa città non un problema. Loro sono la nostra possibilità”.
“Quest’opera – ha sottolineato mons. Santoro – ha per obiettivo l’educazione dei giovani. I ragazzi hanno bisogno di opportunità. La città vecchia, come tutta la città, non è agonizzante.

Abbiamo seri e gravi problemi però anche tutte le possibilità per un cammino positivo, partendo dal bene.

Il bello non ce lo dobbiamo inventare ma dobbiamo solo avere il coraggio di raccontarlo. Taranto ha in sé la forza per ripartire. Speriamo che i ragazzini in questa scuola imparino a lavorare insieme, che è la cosa più importante per la nostra città”.
“Daremo 30 ‘borse di sport, di allenamento’ per altrettanti ragazzi. L’obiettivo – ha specificato Dino Ruta – non è trovare necessariamente un campione ma praticare lo sport per capire come si possono sviluppare i propri talenti. Ognuno di noi è nato per fare qualcosa di bello nella vita e deve solo scoprire cosa. Con Sport4Taranto ci saranno degli allenatori preparati che insegneranno non solo a vincere ma soprattutto il rispetto delle regole, dell’avversario e dell’arbitro. Insegneranno ad essere costanti negli allenamenti ed andare bene a scuola. Sarà come una borsa di studio, con delle graduatorie rispetto al comportamento, al regolamento, ai principi del progetto, al rendimento scolastico. È un’idea rivolta solo a chi è determinato e vuole utilizzare questa come un’opportunità per imparare, crescere e realizzare i propri sogni”.
“Educazione e sport sono parole fondamentali per la nostra fondazione. Dal 2001 – ha spiegato Javier Zanetti – già diamo il nostro contributo in Argentina, speriamo di poter portare anche qui la stessa energia ma abbiamo bisogno di tutti, non si può far niente da soli. Fuori Milano, questo è il primo progetto in Italia che sposiamo. Sono convinto che ci siano i presupposti per fare bene qui a Taranto”.

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Questione europea e questione cattolica: l’Italia è al bivio

Wed, 29/05/2019 - 10:37

Il treno europeo non è deragliato, ma la locomotiva ansima e non ci sono motori di emergenza da aggiungere alla motrice. Si allargherà per forza l’area della maggioranza parlamentare europea, ma il problema politico più importante non è coinvolgere anche i verdi o i liberali nell’alleanza popolari-socialisti, bensì quello di costruire all’interno delle grandi famiglie europee una linea politica chiara sulla riforma dell’Unione. In questa prospettiva il ruolo dei cattolici è tutto da ripensare perché non è più possibile che la sempre maggiore apertura della Chiesa verso le sfide di un umanesimo contemporaneo non sia valorizzata e resti prigioniera di cartelli elettorali che hanno fallito.  I socialisti e le sinistre hanno creduto di poter vivere di rendita su politiche sconfessate ripetutamente dal voto popolare; l’agglomerato dei popolari è attraversato da contraddizioni ideologiche che hanno portato in molti casi al tradimento dei valori dei padri dell’Europa; la famiglia liberale non è più capace di difendere i principi del liberalismo democratico contro il liberismo economico. I verdi hanno avuto un grande successo in alcuni paesi ma la loro piattaforma politica non è chiara.

Nel vuoto della politica europea, mentre l’Unione fa fatica a reggere le sfide dell’integrazione, la Chiesa cattolica diventa uno dei pochi soggetti capaci di dire cose che vanno al di là degli egoismi privati e che sfidano la decadenza dello spirito comunitario europeo. Essa ha fatto scelte irreversibili nella direzione della pace, della libertà, della giustizia sociale, dello sviluppo sostenibile e si è definitivamente liberata dalla tentazione di mettere sotto tutela i cittadini nelle loro scelte politiche. Ma il paradosso è che, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, essa si trova isolata e talvolta derisa proprio mentre tutte le forze politiche fanno a gara per conquistare il voto cattolico, il quale, per quanto ormai voto di minoranze, è decisivo.

Nei prossimi anni si porrà dunque il problema della ridefinizione dei rapporti tra la Chiesa e l’Unione europea, alla luce del fatto che i loro destini sono sempre stati intrecciati. La Chiesa cattolica è una istituzione universale e la Unione europea una istituzione “glocale”, ma ciò che conta è il rapporto profondo tra la funzione simbolica della prima e la forza culturale ed economica della seconda. Un’ Europa senza anima religiosa non avrebbe più prestigio morale e una Chiesa senza il sostegno concreto di una democrazia sociale non potrebbe svolgere la propria funzione evangelizzatrice. Una Chiesa senza un ampio spazio democratico sarebbe oggi muta, una democrazia senza principi morali e regole stringenti sarebbe preda di istinti totalitari. Il confronto tra religione e politica è fondamentale per la costruzione di una cittadinanza europea non individualista e tecnocratica. La Chiesa e l’Unione devono concepirsi in modo nuovo per un mondo nuovo e devono ripensare l’umanesimo integrale che era alla base del progetto europeo. La Chiesa attraverso un confronto interno più sincero e una conversione evangelica più solida, la politica europea grazie alla ridefinizione delle tradizioni politiche del Novecento.

Nella più generale ridefinizione del contributo dei cattolici alla ricostruzione dell’Europa, l’Italia ha una grande responsabilità e un ruolo decisivo. Il modo in cui le forze politiche e in particolare la Lega affrontano la questione cattolica non è dunque secondario. L’Italia è ad un bivio, per la sua sopravvivenza economica e per la sua dignità come nazione. Il sovranismo della Lega dovrà finalmente rivelare il suo vero volto. Potrà moderarsi e guidare il paese verso una sicurezza sociale ed economica all’interno delle regole comunitarie o invece radicalizzarsi e dunque portare all’isolamento. Se da fattore di protesta e di rancore diventerà elemento riformatore e agirà per rendere meno “stupide” le regole finanziarie e di bilancio dell’Unione, c’è la possibilità che si raccordi con il sentimento profondo di un paese che punta alla semplificazione e all’ordine sociale. Se invece Salvini intendesse continuare ancora per qualche tempo la sua campagna elettorale «futurista»  -sempre avanti, senza mai dare tregua, contro chiunque si metta di traverso- così da accumulare altri consensi elettorali una volta decidesse di rompere l’alleanza di governo e  andare alle elezioni,  allora il Paese rischia grosso.

Terze vie non ce ne sono, con buona pace dei 5 stelle che non hanno capito che la loro storia politica è ancora da scrivere e non può restare appesa a improvvisazioni effimere. Il Partito democratico oscilla tra lo scampato pericolo e l’ambizione di ritornare ad essere il collante di nuove coalizioni, ma in questo caso mostra ancora una volta di voler ripetere formule ormai superate. Né basta presentarsi come forza tranquilla in un’epoca in cui alle passioni razionali si sono sostituite pulsioni forti e sentimenti di rivolta. Il problema dei Democratici è quello di imparare ad essere autentici e popolari.

Le premesse per essere preoccupati come comunità di credenti ci sono tutte. Il rosario esibito di Salvini è l’emblema di una profonda scelta antireligiosa. Tutte le destre politiche hanno tra i loro simboli Dio e la patria, ma nessuno, tanto meno la Le Pen nella laicissima Francia, esibiscono il rosario.  Anzi, è comune cultura europea non fare dei simboli religiosi un’ostentazione provocatoria. E’ evidente che la Lega vuole portare dentro la Chiesa una polemica per indebolirla o intimorirla.  Si fa scudo del voto di tanti cattolici, uomini e donne che hanno paure come tutti. Anziché ricostruire il campo di una interlocuzione intelligente con il sentimento religioso, non necessariamente solo cattolico,  del paese, la Lega ha preso di mira i  media cattolici e la Chiesa cercando di trascinarla in una competizione di potere, sfidandola a scendere sul terreno di un cattolicesimo esibito. E’ una strategia tipicamente «pagana» che trasforma i simboli religiosi in un deposito di ombre a disposizione di tutti secondo le convenienze. Il tentativo più grossolano è quello di separare i cattolici italiani dal loro pastore d’eccezione che è Papa Bergoglio, cercando di sfruttare le resistenze di un certo mondo conservatore: è come se dicesse che sua Santità può fare quello che vuole, tanto poi ai suoi fedeli parla Salvini e se li prende con qualche slogan più efficace del Vangelo.

Insomma, la “questione cattolica” è una cosa seria e misura la capacità del nostro sistema politico di uscire dalla palude. Negli anni Sessanta e Settanta la questione fu agitata soprattutto dalle sinistre per liberare il voto dei credenti dall’obbligo di votare la Democrazia cristiana, ed è lo schema che oggi adotta la Lega. Ma la questione del rapporto tra politica e fede non è stata un’invenzione anticlericale, ma anzi una necessità posta prima di tutto dai cattolici democratici per liberare la fede dal clerico fascismo su cui si era adagiata la Chiesa e per recuperare su piani più nobili la sua unità spirituale. La costituzione repubblicana imponeva ai cattolici di diventare protagonisti in un modo nuovo, libero e pluralista.

La questione cattolica divenne una questione di autonomia e di rispetto della coscienza democratica e della laicità costituzionale.

Anche la Chiesa ha le sue responsabilità: non è stata capace di educare i suoi fedeli a scegliere e forse non ha sostenuto abbastanza coloro che, malgrado tutto, si esponevano per il bene comune, lasciando troppo soli donne e uomini coraggiosi. Adesso ha di fronte una sfida neopagana che non ragiona più in termini teologici, ma post ideologici, come se la storia non contasse. Legge e ordine sono lo slogan perfetto per mettere a tacere ogni inquietudine e soprattutto per assolvere molti atei devoti. La comunità cristiana deve resistere alla spoliazione del patrimonio di umanità e di solidarietà della Chiesa, per restituire alla storia civile italiana quella matrice religiosa, non clericale, che è stata la radice anche di altre grandi culture politiche laiche. L’egemonia gramsciana, la religione della libertà di Croce o la difesa delle basi morali della democrazia di De Gasperi sono state espressioni di una comune dottrina politica dell’unità secondo valori, autenticamente comunitari. Cercare l’unità civile e politica dei cattolici, nella distinzione di ruoli tra il clero e i laici, significava per De Gasperi rispondere al bisogno di quell’unità che il nostro paese cercava da secoli e che la Costituzione repubblicana mostrava essere possibile in chiave pluralista e personalista.

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The European question and the Catholic question: Italy at a crossroads

Wed, 29/05/2019 - 10:37

The European train did not derail, but the locomotive is panting and there is no emergency engine. The European parliamentary majority area will necessarily be enlarged. However, the major political problem is not whether to involve the Greens or the Liberals in the popular-socialist alliance, but to develop a clear policy on the reform of the Union within the large European families. Hence, the role of Catholics needs to be rethought, – for the Church’s ever-increasing openness to the challenges of contemporary humanism must no longer be unvalued, confined to unsuccessful electoral manifestos. The socialists and the leftists thought that they could continue living off policies repeatedly defeated by the popular vote; the EPP group is plagued by ideological contradictions which in many cases have caused disloyalty to the values of the fathers of Europe; the Liberal family is no longer able to defend the principles of democratic liberalism from economic liberalism. The Greens have been very successful in some countries, but their political platform is unclear. In the vacuum of European politics, while the Union is struggling to meet the challenges of integration, the Catholic Church is becoming one of the few entities capable of expressing thoughts that transcend self-interest and challenge the decline of the European Community spirit. The Union has made irreversible choices in the direction of peace, freedom, social justice and sustainable development and has definitively freed itself from the temptation to protect citizens from their political choices. But the paradox is that, as opposed to what we would expect, she finds itself isolated and sometimes mocked precisely when all the political forces are competing to win the Catholic vote, which, while now a minority vote, remains decisive.Thus over the next few years, the issue of the redefinition of relations between the Church and the European Union is set to arise, in the light of the fact that their destinies have always been intertwined. The Catholic Church is a universal institution and the European Union a “glocal” institution, but what matters is the profound relationship between the symbolic function of the former and the cultural and economic strength of the latter. A Europe without a religious soul would no longer have moral prestige and a Church without the concrete support of a social democracy would not be able to perform her work of evangelisation. Without a broad democratic space the Church today would be silent, a democracy without moral principles and binding rules would be prey to totalitarian drives. The dialogue between religion and politics is critical to the creation of a non-individualist and non-technocratic European citizenship. The Church and the Union must perceive themselves in a new way for a new world and must rethink the integral humanism that underpinned the European project. The Church through a more sincere internal confrontation and a more solid evangelical conversion, European politics through the redefinition of 20th century political traditions. Italy has a great responsibility and a decisive role in the broader redefinition of the Catholic contribution to the reconstruction of Europe. Thus the way in which the political forces – and in particular the League – deal with the Catholic question is not a secondary issue. Italy is at a crossroads, in terms of its economic survival and its dignity as a nation. The sovereignism of the League will finally have to reveal its true face. It could become a moderate force and guide the country towards social and economic security within the EU regulatory framework or become radicalized and thus lead it to isolation. If its element of protest and resentment becomes a reforming factor aimed at making the financial and budgetary rules of the Union less “stupid”, then it might reconnect with the deep feeling of a country that aims at simplification and social order. If, on the other hand, Salvini intends to continue his “futurist” electoral campaign and move forth – without any respite, against anyone standing in the way- so as to accumulate further electoral consensus with a view to sever the government alliance and call early elections, then the country is in great danger. There are no other options, notwithstanding the Five Star Movement, who has not realized that its political history is yet to be written and it cannot cling to transient improvisations. The Democratic Party fluctuates between a lucky escape and the ambition to return to act as the bonding agent of new coalitions, but in this case it shows once again that it intends to reiterate outdated proposals. Nor is it enough to present oneself as a peaceful force in an era in which rational passions have been replaced by strong drives and feelings of revolt. The problem of the Democrats is learning to be genuine and popular.

We all have the reasons to be concerned as a community of believers. Salvini’s displayed rosary is the emblem of a profound anti-religious choice. All right-wing political parties have God and the Country among their symbols, but no one, much less Le Pen in secular France, is displaying the rosary. In fact it is common European culture not to make religious symbols a provocative ostentation. The League clearly wants to spark off a controversy inside the Church in order to weaken or intimidate it. It uses the vote of many Catholics as a shield, men and women with fears just like everyone else. Instead of revitalising intelligent communication with the religious sentiment, not necessarily only Catholic, in the country, the League has targeted the Catholic media and the Church in an attempt to drag it into a power competition, challenging it on the grounds of a flaunted Catholicism. It is a typically “pagan” strategy that transforms religious symbols into a depository of shadows available to all according to convenience. The grossest attempt is to separate Italian Catholics from their exclusive pastor, Pope Bergoglio, trying to exploit the opposition of a certain conservative world: it is as if he were saying that His Holiness can do as he pleases, for Salvini can always turn to his followers and win them over with some slogan that is more effective than the Gospel.

Moreover “the Catholic question” is a serious matter that gauges our political system’s ability to emerge from the quagmire. In the sixties and seventies the question was mainly stirred by the Left to free believers from the obligation to vote for the Christian Democrats, and this is the scheme adopted by the League today. But the question of the relationship between politics and faith was not an anticlerical invention, it was rather a necessity posed first of all by democratic Catholics to free the faith from the clerical fascism on which the Church had rested and to recover its spiritual unity on a loftier level. The Republican constitution required Catholics to play a leading role in a new, free and pluralistic form.

The Catholic question thus became a question of autonomy and respect of the democratic conscience and constitutional secularism.

Even the Church has her responsibilities: she has been unable to educate her faithful to choose and perhaps she has not supported enough those who, in spite of everything, were exposing themselves for the common good, leaving too many brave women and men alone. Now she is faced with a neo-pagan challenge that is no longer based on theological terms, but in post-ideological ones, as if history were irrelevant. Law & Order are the perfect slogan to silence all anxieties and especially to absolve many devoted atheists. The Christian community must not allow the plundering of the Church’s heritage of humanity and solidarity, and reinstate the religious – not clerical – roots of Italian civil history, which has hitherto been the root of other great secular political cultures. The Gramscian hegemony, the religion of the freedom of the Cross or the defence of De Gasperi’s moral foundations of democracy represented a common political doctrine of unity based on genuine Community values. For De Gasperi, striving for Catholic civil and political unity, in the distinction of roles between the clergy and the laity, meant responding to the need for that unity that our country had been seeking for centuries and that the Republic Constitution proved possible in a pluralist and personalist key.

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Pope in Romania. Fr. Militaru (Orthodox diocese of Italy) “The Romanian people will cherish every word of goodness and hope”

Wed, 29/05/2019 - 09:27

Romania, where over 80% of the population is Orthodox. A “wounded but proud” people, “full of humanity”, that knows how to embrace “every message of goodness” and “treasure it in order to bring fruits of hope into this world.” We asked the Romanian Orthodox diocese of Italy about the expectations of the Romanian Orthodox world with regard to Pope Francis’ visit to Romania. Father Gheorghe Militaru, from the Department for Public Relations, answered our questions. The number of Romanians of the Orthodox Church in Italy has greatly increased since Romania’s accession to the European Union numbering over one million, making it the largest Orthodox community in Italy. In the light of its dimensions, 12 years ago, in 2007, the Orthodox Romanian community of Italy was officially established. It currently includes 20 deaneries, 250 parishes, 4 monasteries, 2 hermitages, 5 diocesan chapels and 2 missionary pastoral centres (Termoli and Bari). A living reality served throughout the country by 275 diocesan clerics, of which 260 priests and 15 deacons. The Pope will arrive in Bucharest on 31 May and will depart from Sibiu on 2 June. As soon as he lands, he will meet the Orthodox Patriarch Daniel in the Patriarchate Building, followed by a visit to the permanent Synod of the Romanian Orthodox Church, in the new Orthodox Cathedral. “It must be made clear – said Father Militaru – that the Pope’s visit to Romania has the status of a ‘State Visit’, having been requested and organized by State authorities. This of course does not diminish the pastoral value of this visit.”

What Country will Pope Francis find?
As we all know, even though it is an Orthodox-majority Country, Romania is marked by a plurality of religious expressions, Christian and non-Christian alike, among these the Roman-Catholic and Greek-Catholic denominations hold a prominent position. That being said, it should be noted that despite small and large differences in the creed, all Romanians belong to the same social reality that paradoxically reflects two opposite paths of development: the economic-industrial development, which enriches a few, and conversely, the decadence of another part (perhaps the most numerous). Due to this socio-economic impoverishment, fostered by the illusion of a better, richer world, many Romanians leave the Country to seek fortune in other countries ( such as Italy), causing the depopulation of a nation that stood as a focal point of attraction for rulers’ armies for thousands of years owing to its culture and natural resources.

The Pope will find a wounded but proud people; a people which, as its history shows, has managed to rise from its ruins and rebuild itself starting with the pillar of its unity of “faith” and “nation.”

In 1999, exactly 20 years ago, John Paul II was greeted by an unexpected cry that has gone down in history, “Unitate, unitate.” It was an unexpected historic event. What do you remember of that day and that cry?
Ten years had not yet passed since the events of December 1989 when Pope John Paul II visited Romania. The climate was completely different from today. The visit of the Bishop of Rome was organized in conjunction by the State apparatus and the Romanian Orthodox Church, which represents the confessional majority (over 80% of the population). The social climate had another face or, more precisely, another hope. After decades of communist dictatorship there was an air of freedom in the country: it was driven by a strong desire for rebirth, by a yearning for recovery – in moral as well as economic terms. The first decade after the revolution was the period of dreams: everyone wanted to contribute to restoring the nation’s splendour and wealth that had been annihilated by communism. This enthusiasm could be felt everywhere.

And John Paul II perceived this climate of rebirth. Why unity?
The visit of John Paul II, who as we all know contributed significantly to the fall of communism, was also seen as an encouragement not to stand still, not to cry over the memories of a painful past but to find the strength to rise again and build a better world. This euphoric thrust towards a better future was clearly accompanied by a desire for unity. You see, regardless of fanatical positions, the Orthodox Church has always sought Unity and there is a strong desire to see the Church of Christ united. The invocation to the unity of faith is systematically present in prayer: from the Divine Liturgy to the smallest, but not insignificant, ritual celebration. It is clear that, as John Paul II himself reaffirmed, unity is built in charity and truth.

The people knew that truth would come, but they all rejoiced of the unity in charity; at least of that visible unity.

After 20 years, what has happened to that aspiration to the unity of the Churches and peoples?
First of all, the Romanian Orthodox Church is faithful and obedient to the word of the Gospel and especially to the prayer of Christ himself in Gethsemane, before His passion. A plea to the Father: “… that they may all be one, just as you, Father, are in me, and I in you”. (John, 17:20-26). Secondly, yesterday as today, the Orthodox Church is committed to work for unity, which is the best response to a world – especially the Western world- which has proclaimed the death of God; to a society that no longer recognizes the fountainhead of its values and which has elected itself as the guardian of goodness. This contemporary “culture” which, like the Tower of Babel, rises arrogantly to the heights of its pride, will collapse on itself because it has stripped its very foundations, its Christian roots.

Now more than ever unity represents an answer of salvation and hope.

But for the Romanian Orthodox Church, as for the whole Orthodox Pleroma, unity is conditioned by the Truth of faith, for, as Jesus says in the Gospel of John: “The truth will set you free” (Jn 8:32). So that which gives meaning to the world, to life, to history, is not what appears but what saves, it is the Truth, Christ himself is salvation. For us Christians all this represents the mystical beauty that embraces everything and everyone in a liturgical symphony: “beauty will save the world”, as Solov’ev says.

What are the expectations and hopes for this visit? Will Pope Francis be able to touch the hearts of Romanians?
The Romanian people know how to recognize goodness, regardless of where it comes from. They know how to treasure a good word, a word of hope, regardless of the authority that proclaims it. They know how to welcome the stranger and the needy, without asking him his religion , or where he comes from. This openness led them to be called “Humane”, a term translated from Romanian that does not describe its full scope (in Romanian “omenie”, i.e. full of humanity.) But it is also a people that knows how to fight and die for its faith, for its country. We believe that Romania will embrace every message of goodness and hope. And on the grounds of its own cultural heritage and faith, integrated with everything that does good and is true goodness, they will treasure it to bring fruits of hope into this world that, after all, is inhabited by us but belongs to God, and we Romanians want to give glory to God for every good thing bestowed.

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Papa in Romania. P. Militaru (diocesi ortodossa d’Italia): “Il popolo romeno farà tesoro di ogni parola di bene e di speranza”

Wed, 29/05/2019 - 09:21

La Romania, Paese per l’80% ortodosso. Popolo “ferito ma fiero”, “carico di umanità”, che sa accogliere ogni “messaggio di bene” e “farne tesoro per portare frutti di speranza in questo mondo”. Abbiamo chiesto alla diocesi ortodossa romena d’Italia di raccontarci con quali attese il mondo ortodosso romeno guarda alla visita di Papa Francesco in Romania. Ci ha risposto padre Gheorghe Militaru, del Dipartimento per le relazioni pubbliche. La presenza di romeni di rito ortodosso in Italia è molto cresciuta dopo l’ingresso della Romania nell’Unione europea. Ha superato quota un milione, diventando così la comunità ortodossa più numerosa d’Italia. Una presenza importante che ha richiesto 12 anni fa, nel 2007, la costituzione della diocesi ortodossa romena d’Italia che attualmente è composta da 20 decanati, 250 parrocchie, 4 monasteri, 2 eremi, 5 cappelle diocesane e 2 centri pastorali missionari (Termoli e Bari). Una realtà viva seguita su tutto il territorio nazionale da 275 clerici diocesani, di cui 260 sacerdoti e 15 diaconi. Il Papa arriverà il 31 maggio a Bucarest e ripartirà da Sibiu il 2 giugno. Appena atterrato, incontrerà il Patriarca ortodosso Daniel nel Palazzo del Patriarcato e subito dopo il Sinodo permanente della Chiesa ortodossa romena, nella nuova cattedrale ortodossa. “Bisogna dire subito – spiega padre Militaru – che la visita del Papa in Romania ha il carattere di ‘Visita di Stato’, essendo stata voluta e organizzata dall’apparato statale. Questo non toglie il valore anche pastorale di questa visita”.

Che Paese troverà Papa Francesco?
La Romania, come tutti sappiamo, pur essendo a maggioranza di confessione ortodossa, è caratterizzata da una molteplicità di espressioni religiose, cristiane e non, e tra queste la Confessione romano-cattolica e greco-cattolica occupa un posto di rilievo. Detto questo va sottolineato che, nonostante le piccole o grandi differenze del credo, tutti i romeni sono partecipi di una medesima realtà sociale che esprime, paradossalmente, due sviluppi opposti. Lo sviluppo economico-industriale, che però arricchisce pochi e, di conseguenza, il decadimento di un’altra parte (forse la più numerosa). A causa di questo impoverimento socio-economico, favoriti dall’illusione di un mondo migliore, più ricco, molti sono i romeni che decidono di partire per cercar fortuna in altri Paesi (tra i quali c’è anche l’Italia), causando lo spopolamento di una nazione che per cultura e risorse naturali, per millenni è stata punto di attrazione di eserciti dominatori.

Il Papa troverà un popolo ferito ma fiero; un popolo che, come ci dimostra la sua storia, ha saputo sollevarsi dalle sue rovine e ricostruirsi proprio partendo dalla sua unità di “fede” e di “nazione”.

Nel 1999, esattamente 20 anni fa, Giovanni Paolo II fu accolto da un grido inaspettato che è rimasto alla storia, “Unitate, Unitate”. Fu un fatto storico, inaspettato. Che ricordo si ha di quella giornata e di quel grido?
Non erano ancora trascorsi dieci anni dagli eventi di dicembre 1989 quando Papa Giovanni Paolo II visitava la Romania. Il clima era assolutamente differente da quello di oggi. Intanto la visita del vescovo di Roma fu organizzata in sinergia tra l’apparato statale e la Chiesa ortodossa romena che rappresenta la maggioranza confessionale (oltre il 80%). Il clima sociale aveva un altro volto o, potremmo dire, un’altra speranza. Dopo decenni di dittatura comunista il Paese respirava un’aria di libertà: era animato da un forte desiderio di rinascita, da una grande aspirazione di riscatto non solo morale ma anche economico. Il primo decennio dopo la rivoluzione è stato il periodo dei sogni in cui ognuno pensava di dare il proprio contributo per riportare la nazione a quello splendore e ricchezza che il comunismo aveva annichilito. Questo entusiasmo lo si respirava ovunque.

E Giovanni Paolo II intercettò questo clima di rinascita. Perché l’unità?
La visita di Giovanni Paolo II, che come tutti sappiamo ha dato un contributo significativo alla caduta del comunismo, era vista anche come un incoraggiamento a non fermarsi, a non piangere sui ricordi di un passato doloroso ma a ritrovare la forza di risollevarsi e costruire un mondo migliore. Certo in questo clima di euforico slancio verso un domani migliore, entrava anche l’aspirazione all’unità. Vedete, indipendentemente da fanatiche posizioni, la Chiesa ortodossa ha sempre cercato l’Unità e forte è il desiderio di vedere la Chiesa di Cristo unita. L’invocazione all’unità della fede è presente sistematicamente nei formulari di preghiera: dalla Divina Liturgia alla più piccola, ma non insignificante, funzione rituale. È chiaro che, e lo ribadiva lo stesso Giovanni Paolo II, l’unità si costruisce nella verità e nella carità.

Si sapeva che alla verità ci si doveva arrivare, ma si rallegravano tutti dell’unità nella carità: almeno quella era davanti ai propri occhi.

20 anni dopo, che fine ha fatto quell’aspirazione all’unità delle Chiese e dei popoli?
La Chiesa ortodossa romena, prima di tutto è una fedele obbediente alla parola del Vangelo e soprattutto alla preghiera di Cristo stesso nel Getsemani, prima della Sua passione. Una supplica rivolta al Padre: “… che tutti siano una cosa sola come tu sei in me, O Padre ed io in te” (Gv 17,20-26). In secondo luogo, oggi come ieri, la Chiesa ortodossa si adopera a lavorare per l’unità, perché l’unità è la risposta più eloquente a un mondo, soprattutto quello occidentale, che ha decretato la morte di Dio, a una società che non riconosce più l’origine dei suoi valori e che ha eretto sé stessa ad anfitrione del bene. Questa “cultura” contemporanea che, come la torre di Babele, si innalza arrogante verso le altezze del proprio orgoglio, cadrà su se stessa perché si è auto-privata delle fondamenta, le sue radici cristiane.

Oggi più che mai l’unità rappresenterebbe una risposta di speranza e di salvezza.

Ma, per la Chiesa ortodossa romena, come per tutto il Pleroma ortodosso, l’unità è condizionata dalla Verità di fede, perché, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Quindi ciò che dà senso al mondo, alla vita, alla storia, non è ciò che appare ma ciò che salva è la Verità, Cristo stesso è la salvezza. Tutto questo per noi cristiani rappresenta la bellezza mistica che abbraccia tutto e tutti in una sinfonia liturgica: la “bellezza salverà il mondo”, come dice Solov’ev.

Con quali attese e speranze si guarda a questa visita? Riuscirà Papa Francesco a toccare i cuori dei romeni?
Il popolo romeno sa riconoscere il bene, indipendentemente da dove esso proviene. Sa fare tesoro di una parola buona, di una parola di speranza: non ha importanza quale sia l’autorità che la proferisce. Sa accogliere il forestiero e il bisognoso, senza che gli chieda di che religione sia, né da dove provenga. Questa apertura gli ha dato la caratteristica di essere denominato “Umano”, termine tradotto dal rumeno che non dice tutta la sua portata (in romeno omenie = carico di umanità). Ma è anche un popolo che sa lottare e morire per la sua fede, per la sua patria. Quindi crediamo che la Romania accoglierà ogni messaggio di bene e di speranza. E con le ragioni del proprio patrimonio culturale e di fede, integrato a tutto ciò che fa bene ed è il vero bene, saprà farne tesoro per portare frutti di speranza in questo mondo che, in fondo, è abitato da noi ma appartiene a Dio, e noi romeni a Dio vogliamo rendere gloria per ogni bene.

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Papa in Romania. Padre Teleanu (Patriarcato ortodosso di Romania): “Non abbiate paura è il messaggio che attendiamo anche da Francesco”

Wed, 29/05/2019 - 08:52

“Questa visita di Papa Francesco si pone in continuità con la visita di Giovanni Paolo II nel 1999. Come allora, anche oggi si respira la stessa atmosfera perché ad accogliere oggi Francesco è lo stesso popolo. Un popolo che si può definire con due parole-chiave: ospitalità e accoglienza”. È padre Teleanu Bogdan-Aurel, dell’Ufficio stampa del Patriarcato ortodosso romeno, a descrivere al Sir l’atmosfera che si respira anche nel mondo ortodosso alla vigilia della visita di Papa Francesco in Romania. Il Papa sarà ricevuto nel palazzo patriarcale romeno il giorno stesso del suo arrivo a Bucarest il 31 maggio e incontrerà in privato il Patriarca Daniel e subito dopo il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa romena. Poi sarà ricevuto nella cattedrale nazionale dove ci sarà una preghiera al centro della quale si è scelto il Padre Nostro. “Il nostro Patriarca Daniel – spiega il religioso – era presente quando venne in Romania Giovanni Paolo II. Conosce molto bene il mondo occidentale europeo e anche la Chiesa romano cattolica. È molto aperto a questo dialogo e a questo sentimento di ospitalità. Accoglierà il Papa con questo stato d’animo”.

Teleanu Bogdan-Aurel

Era il 9 maggio 1999, esattamente venti anni fa, quando dal parco Podul Izvor di Bucarest, al termine della celebrazione eucaristica presieduta da Papa Wojtyla, alla presenza del patriarca Teoctist, cattolici e ortodossi elevarono inaspettato un grido: Unitate, unitate” (unità, unità). Quelle immagini oggi sono rimaste nella storia, insieme al viaggio di un Papa – Giovanni Paolo II – che per la prima volta visitava un Paese a maggioranza ortodossa. Anche allora padre Teleanu Bogdan-Aurel lavorava per l’ufficio stampa. Ricorda molto bene quel momento. “Fu un messaggio forte di unità”, racconta. “Ricordo che la piazza stava intonando un canto salmico della tradizione romena quando si unì quel grido, ‘unitate’.

Questa simbiosi della gente che gridava unità e la gente che cantava, ‘Dio (è) con noi!’, è stato un momento bello.

Ricordo anche molto bene la Divina Liturgia, celebrata dal Patriarca Teoctist nella Piazza Unirii insieme ai membri del Santo Sinodo e alla presenza del Papa e l’abbraccio tra Giovanni Paolo II e il Patriarca. Mi colpì la loro età, mi sembrava il segno di una infinita saggezza”. Salutando la Romania, nel suo discorso di congedo Giovanni Paolo II disse: “Voi che vi siete liberati dall’incubo della dittatura comunista, non lasciatevi ingannare dai sogni fallaci e pericolosi del consumismo. Anch’essi uccidono il futuro. Gesù vi fa sognare una Romania nuova, una terra ove l’Oriente e l’Occidente possano incontrarsi con fraternità. Questa Romania è affidata alle vostre mani. Costruitela assieme, con audacia. Il Signore ve l’affida”. Ma non finì così. Nel 2002, il Patriarca Teoctist ricambiò la visita andando a trovare a Roma Giovanni Paolo II e, in quella occasione, i due leader religiosi firmarono una “Dichiarazione congiunta” in cui ribadivano l’impegno a “pregare e operare per giungere alla piena unità visibile di tutti i discepoli di Cristo. Il nostro scopo e il nostro desiderio ardente è la comunione piena, che non è assorbimento, ma comunione nella verità e nell’amore. È un cammino irreversibile, che non ha alternative: è la via della Chiesa”.

Sono passati 20 anni e quell’aspirazione all’unità è “una priorità nell’agenda di tutte le istituzioni, non solo religiose”, commenta padre Teleanu Bogdan-Aurel. Si tratta però di un traguardo difficile da raggiungere.

“La difficoltà siamo noi. Noi con i nostri peccati, il nostro individualismo, la secolarizzazione”.

E aggiunge: “Apprezziamo molto il messaggio di Papa Francesco per la fraternità. Lo abbiamo ricevuto e siamo impegnati sulla stessa linea. Il mondo è alle prese con tanti problemi, con la povertà e le conseguenze della povertà nella vita delle persone. Tutti siamo chiamati a lavorare per l’unità di tutto il genere umano, per la solidarietà, per la pace”. Il religioso racconta quanto la Chiesa ortodossa di Romania è impegnata soprattutto a stare vicino e sostenere le famiglie, prendendosi cura soprattutto dei bambini che rimangono soli nel Paese perché le loro mamme e i loro papà sono obbligati ad andare all’estero per lavorare e mandare i soldi a casa. Li chiamano gli “orfani bianchi”: secondo le stime, sarebbero 350mila, di cui più di un terzo (126mila) sarebbero stati privati di entrambe i genitori e 400mila avrebbero sperimentato, per un periodo della loro vita, una forma di solitudine. Quindi

su 5 milioni di bambini romeni sarebbero 750mila quelli colpiti più o meno violentemente dalla partenza dei loro genitori.

C’è poi anche il fenomeno delle migrazioni che comincia anche qui a bussare alle porte delle parrocchie. Che parola vi attendete da Papa Francesco? “In questo momento, tutti – cattolici e ortodossi – abbiamo bisogno di coraggio”, risponde padre Teleanu. “Ricordo le parole di Giovanni Paolo II: non abbiate paura. Questo messaggio credo che sia ancora oggi il fondamento dell’unità e la via perché i cristiani possano portare frutti di pace e solidarietà nel mondo e nel nostro Paese”.

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Pope in Romania. Father Teleanu (Orthodox Romanian Patriarchate): “’Don’t be afraid’: we look forward to hearing this message also from Francis.”

Wed, 29/05/2019 - 08:52

“This visit by Pope Francis is in continuity with the visit of John Paul II in 1999. That same atmosphere can be found today, because today Francis is welcomed by the same people. A people that can be defined with two key words: hospitality and welcome.” Father Teleanu Bogdan-Aurel, from the Press Office of the Romanian Orthodox Patriarchate, described to SIR the climate in the Orthodox world ahead of Pope Francis’ visit to Romania. The Pope will be received in the Romanian Patriarchal Palace on the same day of his arrival to Bucharest on 31 May for a private meeting with Patriarch Daniel, followed by a meeting with members of the Holy Synod of the Romanian Orthodox Church. He will then be received at the national cathedral with recitation of prayers. Our Father was chosen as the main prayer. “Our Patriarch Daniel – said Fr Teleanu Bogdan-Aurel – was present during the visit to Romania of John Paul II. He has a good knowledge of the West-European world and also of the Roman Catholic Church. He is very open to this dialogue and to this sentiment of hospitality. He will welcome the Pope with this spirit.”

Teleanu Bogdan-Aurel

On 9 May 1999, exactly twenty years ago, in Podul Izvor Park in Bucharest, at the end of the Eucharistic celebration officiated by Pope Wojtyla in the presence of Patriarch Teoctist, Catholics and Orthodox unexpectedly raised a cry: ” Unitate, unitate” (unity, unity). Those images made history, along with the journey of a Pope – John Paul II – who for the first time visited a country with an Orthodox majority. Even then Father Teleanu Bogdan-Aurel was working in the press office. He fondly remembers that moment. “It was a strong message of unity”, he said. “I remember that people were singing a Psalm of the Romanian tradition when that cry, ‘unitate’, was heard.

The symbiosis of people calling for unity and people singing, ‘God (is) with us!’, was a beautiful moment.

I also vividly recall the Divine Liturgy, celebrated by Patriarch Teoctist in Unirii Square together with the members of the Holy Synod and in the presence of the Pope, and the embrace between John Paul II and the Patriarch. I was struck by their age, I felt it was a sign of infinite wisdom.” In his farewell speech to Romania John Paul II said: “You who have been freed from the nightmare of communist dictatorship, do not let yourselves be deceived by the false and dangerous dreams of consumerism. They also destroy the future. Jesus enables you to dream of a new Romania, a land where East and West can meet in brotherhood. This Romania is entrusted to your hands. Boldly build it together. The Lord is entrusting it to you.” In 2002, Patriarch Teoctist reciprocated that visit by paying a visit to John Paul II in Rome. On that occasion, the two religious leaders signed a “Common declaration” in which they reiterated the commitment “to pray and to work to achieve the full and visible unity of all the disciples of Christ. Our aim and our ardent desire is full communion, which is not absorption but communion in truth and love. It is an irreversible journey for which there is no alternative: it is the path of the Church.”

Twenty years have gone by and that aspiration to unity “is a priority in the agenda of all institutions, religious and non-religious alike”, remarked Father Teleanu Bogdan-Aurel. However, it is indeed a challenging goal.

“We are the challenge. We with our sins, our individualism, our secularisation.”

He added: “We deeply appreciate Pope Francis’ message of fraternity. We received it and we are committed along the same lines. The world is struggling with so many problems, with poverty and the consequences of poverty in people’s lives. We are all called to work for the unity of the whole human race, for solidarity, for peace.” The cleric described the extent of the commitment of the Orthodox Church of Romania to be close to and supportive of families, taking care above all of the children who are left alone in the country because their mothers and fathers are forced to go abroad to work and remit money home. They are called the “white orphans”: 350,000 according to estimates, with more than a third (126,000) of them deprived of both parents and 400,000 having experienced, at some point in their lives, a form of loneliness. Thus

out of 5 million Romanian children, 750,000 are more or less violently affected by the departure of their parents.

Furthermore, here too, the migration phenomenon is knocking at the doors of parishes.
Which words do you expect from Pope Francis? “At this moment, everyone – Catholics and Orthodox – needs courage,” replied Father Teleanu. “I remember the words of John Paul II: do not be afraid. I believe that this message remains the foundation of unity and the pathway for Christians to bring fruits of peace and solidarity throughout the world and in our country.”

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Dal mouse alla stretta di mano

Wed, 29/05/2019 - 00:00

La comunicazione è nata da uno sguardo, poi ha scoperto la parola, quindi la scrittura. E oggi? Basta un like o il suo contrario. Papa Francesco lo sa bene e per la cinquantatreesima Giornata per le comunicazioni sociali – che si ricorda il giorno dell’Ascensione, domenica 2 giugno -, ha centrato il suo messaggio su rete e social media. Non solo, traccia un percorso che suggerisce fin dal titolo: “Dalle social network communities alla comunità umana”.
Se un giorno si passava dal reale (la comunità della piazza di paese) al virtuale (un computer dentro una stanza), è tempo, suggerisce Francesco, di imboccare un sentiero nuovo che porta dai social alle comunità concrete, dagli schermi degli smartphone alla stretta di mano, dal like all’abbraccio.
Non è una retromarcia, come potrebbe sembrare. Francesco è ben immerso in questo tempo e consapevole, come infatti scrive, che “l’ambiente mediale è talmente pervasivo da essere indistinguibile dalla sfera del vivere quotidiano”. Ma sa pure che è un luogo esposto alla disinformazione, alla voluta distorsione dei fatti. E che aumentare le connessioni non significa aumentare la comprensione reciproca.
Il testo che il Papa ci affida possiede abbondanza di significati a cui attingere.
Usa la metafora della rete: vale per quelle virtuali che ci permettono di comunicare con tutto il mondo come per quelle reali con cui i pescatori riempiono le reti. Una rete funziona se le maglie sono a posto e i nodi ben saldi: “La rete funziona grazie alla compartecipazione di tutti gli elementi”. Lo stesso vale per la comunità: “È tanto più forte, quanto più è coesa e solidale”.
È qui che si innesta il percorso che Francesco indica: le comunità virtuali non sempre corrispondono a una comunità vera, non sempre diventano incontro di persone che, almeno, si conoscono e, magari, fanno qualcosa insieme fino, addirittura, ad aiutarsi. Le virtuali sono comunità che condividono un interesse, dove si scambiano pareri e informazioni, ma nelle quali è facile manchi il dialogo con chi la pensa diversamente. Sono comunità che escludono, non comunità inclusive e accoglienti. A queste ultime, invece, il Papa mira e, affinché il messaggio sia chiaro, aggiunge una citazione che alza di molto l’asticella dell’impegno di ciascuno di noi: “Siamo membra gli uni degli altri” (Efesini 4,25).
Questa è la vita vera, la comunità modello. Solo con l’impegno l’altro si fa parte di me. Se così fosse, si sgretolerebbero i punti oscuri della rete: i commenti cattivi, gli insulti in tutte le sfumature fino alle vessazioni (non dimentichiamo che ci sono persone che non hanno retto al linciaggio mediatico).
Francesco scrive di una rete che non è autoisolamento, che non bullizza (un ragazzino su quattro ne è stato vittima almeno una volta), non inganna con finte personalità che possono vivere nella menzogna solo perché si nascondono dentro uno schermo.
Scrive di una rete che è a servizio dell’uomo: che moltiplica connessioni come presenze amiche, che si tengono in contatto quando sono lontane ma per progettare un incontro vero; come famiglie che durante la giornata si raccontano quello che fanno ma che poi siedono a tavola insieme; come comunità che si informano di quanto accade ma che sanno stare e fare e costruire fianco a fianco – proprio come membra dello stesso corpo – qualcosa di buono per tutti.

(*) direttrice “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Il controribaltone

Wed, 29/05/2019 - 00:00

È stato un ribaltone. La Lega guidata da Matteo Salvini ha fatto incetta di voti e ha sbaragliato tutti gli avversari sul campo. A cominciare dagli alleati di governo, quelli del movimento 5 Stelle con a capo Luigi Di Maio. L’ondata sovranista è stata fortissima e ha sfiorato il 35 per cento, un percentuale accreditata da pochi alla vigilia del voto. Il raddoppio rispetto alle politiche del marzo 2018 e quasi sei volte tanto rispetto alle Europee del 2014.
In calo di due punti l’affluenza alle urne in Italia, in controtendenza rispetto a quasi tutto il resto dell’Unione. Il Pd non è franato, è risalito dalle politiche 2018 e ha superato i grillini. Anche questo un dato forse insperato per Zingaretti e i suoi. A destra non bene Forza Italia che recuperava Berlusconi. Meglio quelli di Fratelli d’Italia della Meloni che ottengono una buona affermazione. Male tutti gli altri che non entrano al Parlamento europeo, neppure i Verdi e quelli di Alde (da noi +Europa) che sono andati molto bene in diversi Paesi.
Letti lunedì mattina i risultati alle Europee, come molti hanno fatto, anche in redazione li abbiamo proiettati sulle amministrative. Nel pomeriggio dello stesso giorno è arrivata la pesante smentita da parte degli elettori. Se il voto continentale è andato dietro ai proclami e al desiderio di fornire un deciso messaggio alle istituzioni Ue e al governo giallo-verde, nell’urna per eleggere i sindaci gli elettori ha guardato bene in faccia i candidati. Questa è l’impressione che si trae a caldo dal controribaltone evidente uscito dal voto locale.
La Lega perde circa un terzo dei consensi intercettati da Salvini e il centrodestra locale non riesce a trattenere quanti hanno messo la croce sulla scheda marrone. È così che sono arrivate diverse conferme insperate fino a poche ore prima. La Garbuglia a San Mauro Pascoli o la Rossi a Mercato Saraceno parevano già sconfitte. Anche a Gambettola sembrava tutto facile, letti i risultati della notte, per Remigio Pirini. Così come a Roncofreddo e in diverse altre situazioni. Invece l’elettore ha selezionato, così pare di interpretare, e ha differenziato il voto in maniera così vistosa come non era facile attendersi. Anche le riconferme di Marco Baccini a Bagno di Romagna e di Fabio Molari a Montiano sono una conquista costruita tutta sui mandati precedenti e sul lavoro svolto premiato da un largo consenso.
A Cesena si andrà al ballottaggio, per la prima volta. E il fatto è già storico e poteva rappresentare un successo per la coalizione di centrodestra guidata da Andrea Rossi. Invece, per come si è maturata dopo l’illusione di una notte, appare quasi una mezza bocciatura con la lista della Lega che perde dieci punti e gli alleati che arrancano, eccezion fatta per quella del candidato sindaco che ottiene un ottimo 8,42 per cento con il boom di preferenze (926) per il cattolico Enrico Castagnoli che segna un vistoso successo personale doppiando tutti.
Da notare la buona affermazione di Vittorio Valletta che supera, con il 9,51 il candidato dei 5 stelle fermi all’8,70. Note amare per quasi tutti gli altri, con Casapound che non raggiunge nemmeno l’un per cento.
Ora lo scontro si sposta al 9 giugno, anche per Savignano sul Rubicone, con il sindaco uscente Filippo Giovannini che parte dal 42,25 per cento contro Marco Foschi del centrodestra fermo al 37,81 per cento.
I giochi sono ancora tutti aperti. Si riparte da zero. Ogni voto è da riconquistare. Molto si giocherà sulle possibili alleanze da stringere da qui al ballottaggio, anche se ormai la tendenza è quella di rimanere sulle proprie posizioni. Quindici giorni che potranno essere proficui per gli elettori chiamati a esprimersi una seconda volta per decidere sul primo cittadino.
Un’ultima annotazione per i cattolici impegnati in diverse formazioni. All’ingrosso si può dire, sfogliando le liste e le preferenze di singoli candidati che si richiamano più o meno agli insegnamenti della Dottrina sociale della Chiesa, che assieme avrebbero potuto rappresentare una forza che poteva attestarsi almeno all’8 per cento dei votanti, con oltre 4 mila voti. Forse un elemento, per nulla secondario, sul quale si può avviare un confronto serio e pacato. C’è materia su cui meditare.

(*) direttore “Corriere Cesenate” (Cesena-Sarsina)

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Aree interne. Il loro rilancio passa anche attraverso scuole sicure e innovative

Tue, 28/05/2019 - 19:16

Scuole nuove ma soprattutto innovative nella didattica, nell’utilizzo di nuove tecnologie, nella riformulazione degli spazi, nel rapporto con il territorio e le comunità di riferimento. Sono le esperienze condotte nell’ambito della Snai (Strategia nazionale per le aree interne) e presentate oggi a Roma durante l’incontro “Rimuovere ostacoli a scuole nuove nelle aree interne”. Ad organizzare l’evento Cittadinanzattiva e il Forum disuguaglianze diversità (ForumDD), con la partecipazione di Snai, nell’ambito della terza edizione del Festival dello sviluppo sostenibile, promosso dall’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS).

Le aree che partecipano alla sperimentazione della Strategia nazionale coordinata dal dipartimento per le Politiche di coesione sono 72, coprono oltre il 60% del Paese, raggruppano 4.261 Comuni (il 53%) in cui vivono 13,5 milioni di abitanti. A disposizione per queste aree, secondo la relazione consegnata al Cipe a inizio maggio dal ministro per il Sud Barbara Lezzi, circa 566 milioni: 126 milioni dallo Stato e quasi 440 provenienti per la maggior parte dai programmi operativi dei fondi strutturali e di investimento dell’Unione europea.

All’interno di questo scenario si collocano

le “piccole scuole”, oltre 12 mila in tutta Italia con un milione di alunni e alunne,

ma dal confronto tra sindaci e coordinatori tecnici di Abruzzo, Sardegna, Emilia Romagna, Piemonte e Calabria emerge che

il cambiamento e il rilancio delle aree interne passa necessariamente per la realizzazione in queste aree di un’offerta di istruzione di qualità,

sostituendo plessi scolastici dispersi e obsoleti con istituti nuovi e “innovativi” per restituire motivazione e orgoglio ai ragazzi e le ragazze di questi territori. In sei delle 72 aree-progetto della Snai, cittadini, insegnanti e sindaci hanno trovato coraggio e forza per unificare l’istruzione in poli scolastici di qualità.

 

Abruzzo. La strategia per il Basso Sandro-Trigno prevede la realizzazione di un nuovo plesso scolastico che sia riferimento per 6 Comuni dell’area e che sarà caratterizzato da una didattica inclusiva, innovativa, ispirata alle caratteristiche del territorio e soprattutto aperto alla comunità. “E’ stata una scelta coraggiosa – racconta il sindaco di Carunchio (Chieti), Gianfranco Disabella – Ma adesso i tempi sono fondamentali. Dal 2015, quando c’è stata la dichiarazione d’intenti dei sindaci coinvolti, abbiamo avuto lo scorso 24 maggio il parere positivo da parte del Miur e l’inaugurazione è prevista per il 2025. Tempi troppo lunghi”.

Emilia – Romagna. Nell’area interna dell’appennino emiliano, invece, l’esperienza illustrata dal coordinatore tecnico dell’area Giampietro Lupatelli ha puntato alla creazione del micronido che ha riportato tante famiglie dal fondo valle.

Piemonte. Nell’arroccata valle Maira e Grana, in provincia di Cuneoi, cittadini, insegnanti e sindaci “hanno avuto il coraggio di portare il nuovo plesso scolastico a Prazzo, in alta valle, prevendendo anche una sezione dell’infanzia” e, “fiore all’occhiello, una foresteria per ospitare studenti e docenti ‘fuori sede’”, riferisce il sindaco di Canosio, Roberto Colombero.

Sardegna. Diversa la scelta operata nell’area del Gennargentu-Mandrolisai (Nuoro). Piuttosto che puntare ad un polo scolastico unico, riferisce il sindaco di Tonara, Flavia Giovanna Chiara Loche, si è deciso di investire sul sistema di trasporto locale “per consentire anche a chi viene da altri paesi di raggiungere i cinque istituti superiori e nello stesso tempo farli diventare un’eccellenza, puntando sull’innovazione della didattica, sia nella strumentazione che negli spazi, e in una offerta formativa focalizzata sulla vocazione turistica e agro-alimentare della zona”. Previsti incentivi economici per i docenti.

Calabria. Due esperienze a confronto, una “fallimentare”, come la definisce Giovanni Soda, responsabile regionale della Strategia per le aree interne, e una virtuosa. La prima ha interessato l’area del Reventino-Savuto, in provincia di Cosenza, dove la nuova scuola è stata bloccata dopo che la regione Calabria ha approvato una deroga che consentiva di mantenere in vita i plessi scolastici anche con solo 10 alunni. La seconda, nella Grecanica, in pieno Aspromonte, ha permesso invece di adeguare sismicamente un grande istituto scolastico non utilizzato, e con l’impegno degli 11 Comuni della zona, si è puntato alla Smart school, un modello di scuola innovativa e molto vicina alle tradizioni linguistiche e culturali della zona.

Tre, per Annalisa Mandorino, vice segretario generale di Cittadinanzattiva, le “pietre di inciampo che vanno rimosse perché le aree interne siano risorsa per il futuro, una risorsa che non possiamo sprecare: tempi troppo lunghi per l’approvazione dei progetti, norme poco flessibili e non ‘personalizzate’ sui luoghi, mancato confronto tra le istituzioni che spesso sembrano remare in direzioni opposte”. Da Fabrizio Barca, coordinatore del Forum DD, il monito a prendere sul serio l’abbandono dei territori rurali. “La sfida – assicura – è fare tesoro e portare a sistema le esperienze che funzionano. Le esperienze raccontate oggi dimostrano che

la scuola nelle aree interne può rispondere a quei criteri di qualità, diversità e innovatività che il futuro ci chiede”.

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Gioco d’azzardo e pubblicità. Simeone (esperto): “Linee guida Agcom da cassare, il Parlamento intervenga”

Tue, 28/05/2019 - 18:31

A partire da luglio nessuna pubblicità, sponsorizzazione o logo concernenti il gioco d’azzardo dovrebbero vedersi su carta stampata, internet, radio, magliette, gadget, in televisione o negli eventi e spettacoli. Infatti, l’articolo 9 del decreto-legge n. 87 del 2018 vieta qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse, nonché al gioco d’azzardo, comunque effettuata e su qualunque mezzo. Ora la fase transitoria per i contratti pubblicitari in vigore al momento dell’approvazione del decreto dignità sta per concludersi. Eppure, le linee guida attuative del divieto di pubblicità emanate il 18 aprile scorso dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) destano preoccupazioni. Ne parliamo con Attilio Simeone, coordinatore del cartello “Insieme contro l’azzardo”, costituito all’interno della Consulta nazionale antiusura.

Sono giuste le preoccupazioni suscitate dalle linee guida dell’Agcom?

L’Agcom, Autorità “indipendente”, nell’emanare le linee guida attuative del divieto di pubblicità come disciplinato dal decreto, non si è limitata a un’interpretazione letterale, logica e sistematica, come normalmente dovrebbe farsi, ma si è lanciata in una vera e propria crociata contro una misura decisa dal Parlamento rendendo, potenzialmente, vano il tentativo di porre un argine a una patologia di massa. Si aprono di fatto nuovi scenari in cui possono certamente trovare posto forme dirette e indirette di pubblicità dell’azzardo legale e illegale. Vorrei sottolineare l’eccesso di potere dell’Agcom frutto, anche, di un difetto di istruttoria. In un Paese “normale” gli organi dello Stato si interfacciano, oltre che tra essi, anche con le formazioni sociali ammesse dalla nostra Costituzione. Non con interessi privati, dunque, ma l’Agcom avrebbe dovuto audire il Ministero della Salute, le relative Commissioni parlamentari, le Associazioni di tutela di interessi diffusi, non certo le concessionarie che, al contrario, sono chiamate a prendere atto della legge dello Stato. Addirittura, tra i soggetti auditi, vi sono società che hanno sede all’estero e che, oggettivamente, non hanno alcun interesse a tutelare i soggetti vulnerabili, come, al contrario, avrebbe imposto l’art. 9 del d.l. 87/2018. Questa premessa è fondamentale per comprendere l’errore in cui è incorsa l’Agcom le cui linee guida rischiano di aprire nuovi e infiniti conflitti giudiziari.

Qual è l’idea di fondo delle linee guida?

Le linee guida rischiano di limitare fortemente il divieto di pubblicità voluto dal Parlamento facendo unicamente leva su una paventata violazione della libertà di iniziativa economica come prevista dall’art. 41 della Costituzione. Anche qui, dobbiamo intenderci: nel caso che ci riguarda l’art. 41 della Costituzione non sarebbe affatto invocabile in quanto proprio

la nostra Costituzione tutela solo l’iniziativa economica, anche privata, che non sia in contrasto con l’utilità sociale:

requisito, quest’ultimo, totalmente compromesso dal modello attuale di offerta di azzardo. Inoltre, non vi è alcuna attinenza tra l’art. 41 della Costituzione e la materia dei giochi che, come si sa, è di riserva esclusiva dello Stato, il quale la esercita attraverso concessioni e non autorizzazioni, nel qual caso sarebbe richiamabile la disposizione costituzionale. Tra l’altro, anche per le ultime pronunce della Corte costituzionale è da ritenere non applicabile l’art. 41 alla materia in quanto la limitazione della pubblicità sarebbe costituzionalmente legittima perché è finalizzata a tutelare la salute dei soggetti più vulnerabili. Oltretutto, non è affatto dimostrato che il gioco legale faccia ridurre il gioco illegale. Al contrario, gli esperti concordano nel ritenere che non ci sia alcuna differenza tra le due forme e che, in realtà, si autoalimentano a vicenda: all’aumento del consumo del gioco legale, aumenta anche quello illegale.

In che modo le linee guida aprono a forme di promozione del gioco d’azzardo?

Le linee guida, come deliberate, aprono a diverse forme di pubblicità: sarà possibile pubblicizzare le vincite presso i punti vendita; sarà possibile pubblicizzare l’operatore concessionario dell’azzardo dietro la giustificazione di volersi distinguere da chi lo offre illegalmente; sarà possibile effettuare comunicazioni per finalità sociali contenenti tratti distintivi della pubblicità; sarà possibile pubblicizzare il nome dell’azienda (ciò che accade come sponsorizzazione delle società di calcio) in quanto tale forme è ritenuta pubblicità “neutra”; sarà possibile reclamizzare pubblicità sulle quote di scommesse con inevitabile incentivo indiretto alla scommessa.

Di fronte a queste linee guida, allora, come Consulta nazionale antiusura e Cartello “Insieme contro l’azzardo” cosa chiedete?

È pensabile che l’Agcom non abbia gli strumenti per valutazioni tanto scontate quanto banali per una Autorità specifica? Perché emanare delle linee guida che palesemente violano lo spirito della legge? La vulnerabilità come condizione psicologica non è mai valutabile a priori mentre ogni forma di comunicazione ha in sé un aspetto promozionale. Nel caso specifico l’interesse di Agcom, sul piano della mission oltre che su quello giuridico, dovrebbe essere proprio il contrario di quello riportato nelle linee guida.

Va cassata su tutta la linea l’intera impostazione e speriamo che il Parlamento intervenga il prima possibile.

Vanno riscritte con legge le regole attinenti alle comunicazioni sociali e soprattutto convocando soggetti istituzionali preposti alla tutela di interessi sociali diffusi. Questo è un goffo tentativo di forzare la legge, usando una istituzione (Agcom) debole e in scadenza di mandato. Il Governo intervenga recuperando lo spirito iniziale e gli impegni assunti nella campagna elettorale. Di certo, questi tentativi così come le parole del sottosegretario Mef con delega ai giochi Alessio Villarosa (M5S) pronunciate alla manifestazione dell’8 maggio organizzata dalla Federazione italiana dei tabaccai non sono affatto rassicuranti (“L’azzardo legale sconfigge quello illegale”, “Serve un riordino nazionale contro le normative a macchia di leopardo”, “Non siamo proibizionisti”, tra le frasi che hanno suscitato polemiche, ndr).

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Elezioni amministrative 2019: i risultati del voto

Tue, 28/05/2019 - 18:14

La guida della Regione Piemonte va al centrodestra. Nei comuni capoluogo, dieci sono i sindaci eletti al primo turno, per altri quindici è necessario il ballottaggio. Tra i sindaci già eletti, sei sono espressione del centrosinistra che vince nelle città più grandi, quattro del centrodestra che però parte in vantaggio nella maggior parte dei ballottaggi. Nessun sindaco, al momento, per il M5S che è presente in una sola delle sfide del secondo turno. Sono questi, in estrema sintesi, i risultati principali della tornata di voto amministrativo che si è svolta in contemporanea alle elezioni europee, coinvolgendo circa 17 milioni di cittadini e quasi la metà dei Comuni italiani.
Il nuovo presidente della Regione Piemonte è Alberto Cirio, candidato dal centrodestra, che con il 49,85% ha sfiorato la maggioranza assoluta (nelle regionali si vota in un unico turno e per essere eletti è sufficiente la maggioranza relativa). Il presidente uscente Sergio Chiamparino, del centrosinistra, si è fermato al 35,80%. Giorgio Bertola del M5S ha raccolto il 13,62% dei voti e Valter Boero del Popolo della famiglia lo 0,73%. Passando ai sindaci già eletti nei Comuni capoluogo, a Firenze Dario Nardella (centrosinistra) è stato confermato con il 57,05% dei consensi. A Bari conferma anche per Antonio Decaro (centrosinistra) con il 66,27%. Ancora conferme a Perugia – Andrea Romizi (centrodestra) ha ricevuto il 59,80% dei voti – e a Bergamo, dove Giorgio Gori (centrosinistra) ha ottenuto il 55,33%. Hanno già un sindaco Pavia – Mario Fracassi (centrodestra) ha raggiunto il 53,04% – e Modena, con il primo cittadino uscente, Giancarlo Muzzarelli (centrosinistra), che ha raccolto il 53,42% dei suffragi. A Pescara il nuovo sindaco è Carlo Masci (centrodestra) con il 51,33% mentre a Pesaro Matteo Ricci (centrosinistra) è stato confermato con il 57,32%. A Lecce Carlo Salvemini (centrosinistra) torna sindaco a quattro mesi e mezzo dalle dimissioni (50,87%). A Vibo Valentia l’unica donna sindaco eletta al primo turno nei Comuni capoluogo: è Maria Limardo del centro destra (59,54%).
Vanno al ballottaggio due Comuni che sono anche capoluogo di Regione. A Potenza la sfida è tra Mario Guarente (centrodestra, 44,73%) e Valerio Tramutoli (lista civica, 27,41%), a Campobasso tra Maria Domenica D’Alessandro (centrodestra, 39,71%) e Roberto Gravina (M5S, 29,41). A Cremona confronto tra Gianluca Galimberti (centrosinistra, 46,37%) e Salvatore Malvezzi (centrodestra, 41,65%), a Livorno tra Luca Salvetti (centrosinistra, 34,20%) e Andrea Romiti (centrodestra, 26,64%), a Prato tra Matteo Biffoni (centrosinistra, 47,16%) e Daniele Spada (centrodestra, 35,12%). Tre sfide in Emilia-Romagna: a Ferrara tra Alan Fabbri (centrodestra, 48,44%) e Aldo Modonesi (centrosinistra, 31,75%), a Reggio Emilia tra Luca Vecchi (centrosinistra, 49,13%) e Roberto Salati (centrodestra, 28,22%), a Forlì tra Gian Luca Zattini (centrodestra, 45,80%) e Giorgio Calderoni (centrosinistra, 37,21%). Tre sfide anche in Piemonte: a Vercelli la competizione è tra Andrea Corsaro (centrodestra, 41,89%) e Maura Forte (centrosinistra, 24,66%), a Biella tra Claudio Corradino (centrodestra, 39,95%) e Donato Gentile (lista civica (27,57%), a Verbania tra Giandomenico Albertella (centrodestra, 45,81%) e Silvia Marchionni (centrosinistra, 37,50%).
A Rovigo sono in lizza Monica Gambardella (centrodestra, 38,17%) ed Edoardo Gaffeo (25,42%), ad Ascoli Piceno Marco Fioravanti (centrodestra, 37,38%) e Piero Celani (lista civica, 21,43%). A Foggia la sfida è tra Franco Landella (centrodestra, 46,11%) e Giuseppe Cavaliere (centrosinistra, 33,71%), ad Avellino tra Luca Cipriano (centrosinistra, 32,43%) e Gianluca Festa (lista civica, 28,67%)
L’appuntamento con i ballottaggi, che riguarda tutti i comuni con più di 15 mila abitanti in cui il sindaco non sia stato eletto al primo turno, è per domenica 9 giugno.

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Vertici Ue, si aprono le danze. Le richieste dei partiti europei

Tue, 28/05/2019 - 17:53

Clima da fine della festa: si smontano tutte le apparecchiature e le infrastrutture servite durante la notte elettorale. In giro per il Parlamento si incrociano tecnici, i giornalisti di stanza a Bruxelles, i leader dei gruppi politici che stamane si sono riuniti. Ordine del giorno: definire la modalità di scelta del presidente della Commissione europea. La posizione che il presidente Antonio Tajani porterà alla riunione informale dei capi di Stato e di governo stasera è che la scelta deve avvenire con il processo degli “spitzenkandidaten”: il prossimo presidente della Commissione deve aver “reso noto il suo programma e la sua personalità prima delle elezioni e si deve essere impegnato in un’ampia campagna”. La scelta del candidato dovrà avvenire attraverso “un dibattito strategico, trasparente e democratico” tra i gruppi politici; l’esito “servirà da base per il dialogo con il Consiglio europeo”. La posizione è sostenuta dalla “maggioranza dei gruppi politici in Parlamento” ha detto Tajani. Significa Ppe, Social democratici Verdi e Gue/Ngl.

foto SIR/Marco Calvarese

“L’affluenza ci dà un forte mandato democratico per i prossimi anni” ha detto Martin Weber, leader e candidato del Partito popolare europeo, incontrando la stampa. Ciò si traduce in un processo per la scelta del successore di Jean-Claude Juncker fatto di “candidati e programmi”. Avendo deciso che si lavora su questa linea, difendendo il ruolo del Parlamento come luogo decisionale, “da adesso in poi dobbiamo parlare dei contenuti”, del “mandato” per i prossimi cinque anni. Il Ppe è “pronto per tutti i compromessi necessari”,  perché “abbiamo perso seggi, ma siamo sempre il gruppo più numeroso”, dice ancora Weber.

I social democratici guidati fin qui da Udo Bullman hanno già messo sul tavolo le loro priorità: clima e

foto SIR/Marco Calvarese

giustizia sociale; l’obiettivo è quello di “produrre risultati concreti”; il metro di misura “la sostenibilità e l’uguaglianza”. Quindi va bene procedere con gli spitzenkandidaten ma al Ppe Bullman chiede di “definire la sua identità” e quale linea seguirà , se quella di Viktor Orbàn (premier dell’ungheria, euroscettico)  o quella di Rober Schuman (uno dei padri fondatori dell’Unione europea). Ai colleghi dell’ dell’Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa (Alde) invece dice: “ostacolare adesso il processo degli spitzenkandidaten sarebbe un grave errore”.

La posizione Alde  è arrivata con un comunicato di Guy Verhofstadt, presidente uscente: ha votato contro la dichiarazione perché “finché il sistema spitzenkandidaten non è incorporato nelle liste transnazionali non è serio, né democratico”. “Per noi  è importante che il prossimo presidente della Commissione rappresenti un’ampia maggioranza a livello europeo con un programma chiaro per rinnovare l’Europa”. Guy Verhofstadt accusa il Ppe di “aver ucciso la legittimità di questo processo quando hanno votato contro le liste transnazionali”.

foto SIR/Marco Calvarese

È critica verso l’“ambiguità” dell’Alde Ska Keller (Verdi), che si dichiara favorevole a una discussione su Margaret Vestager, la cui candidatura però il gruppo Alde non ha mai ufficialmente dichiarato. Vestager andrebbe bene anche perché “non abbiamo mai avuto una donna alla presidenza della Commissione e ci manca completamente l’equilibrio di genere, anche all’interno del Parlamento”, aggiunge Keller. Per il suo gruppo, “il Consiglio deve rispettare l’esito delle elezioni e il ruolo del Parlamento”, quindi avanti con il processo degli spitzenkandidaten, parlando del mandato e delle priorità per la prossima legislatura. Cioè protezione del clima e dell’ambiente, coesione sociale, ruolo della democrazia e libertà civili.

Per il Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (Gue/Ngl) il processo

foto SIR/Marco Calvarese

degli spitzenkandidaten va bene, ma la leader, Gabriele Zimmer, insiste: la scelta del candidato deve avvenire in modo “aperto, trasparente e democratico”, senza “posizioni assunte a porte chiuse”. E si deve decidere in base ai programmi negoziati, non sui nomi. Zimmer non ha espresso posizioni su quale nome sosterranno. “sono la presidente uscente. Sarà il nuovo gruppo con un nuovo presidente a decidere”.

Non si vedono in giro esponenti del gruppo dei conservatori. Si è però precipitato di fronte ai giornalisti, quando la conferenza stampa era ormai ufficialmente chiusa Jonathan Bullock, eurodeputato del Brexit riconfermato per un nuovo mandato. Sventola la vittoria del partito del Brexit in Gran Bretagna, scelto dal 30% degli elettori (su una affluenza del 37% dei votanti). Il che non significa la maggioranza degli inglesi, ma poco importa.

foto SIR/Marco Calvarese

“Democrazia significa che il potere torni agli Stati”: questo è importante secondo Bullock  e questo cercherà di esprimere il Gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta  (Efdd), quando avrà ritrovato la sua composizione e il suo leader.  Sollecitato dai giornalisti sul tema del giorno, la definizione delle procedure per la definizione del candidato alla presidenza della Commissione europea, non si esprime; primo perché Farage deve ancora decidere la linea, secondo perché tanto “chissà quanto rimane da vivere a questa organizzazione che noi non riconosciamo come istituzione democratica”. Loro se ne andranno entro il 31 ottobre.

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Francesco: se manca il discernimento c’è il rischio di trasformarsi in burattini

Tue, 28/05/2019 - 14:12

Che la Chiesa abbia bisogno di crescere nella capacità discernimento è una convinzione che ho manifestato più volte e in diversi modi. Oltre a circostanze occasionali e in momenti colloquiali, il tema l’ho ricordato da subito nell’esortazione Evangelii gaudium in rapporto soprattutto alle scelte pastorali. Il discernimento evangelico, difatti, è il “luogo” dove, alla luce dello Spirito, si cerca di riconoscere la singolare chiamata che Dio fa risuonare alla Chiesa e a ciascuno nelle inedite situazioni storiche. Leggendo, poi, le pagine di Amoris laetitia, si sarà certamente compreso che del discernimento ha uno speciale bisogno la pastorale per la famiglia.

Esso, però, non riguarda soltanto la pastorale. Che ne abbia bisogno la stessa vita cristiana è una convinzione di antica data. Riporto un “detto” che giunge a noi dal deserto dell’antico Egitto e risale ai primi secoli del cristianesimo. È di Antonio il Grande e dice così: “Vi sono persone che hanno logorato il proprio corpo nell’ascesi; non avendo, però, avuto il discernimento, hanno finito per allontanarsi da Dio”. Ed è così che lo stesso cammino della santità necessita del discernimento. Ed anche quello della vita come tale: specialmente ai nostri giorni quando, come ho scritto in Gaudete et exsultate, un po’ tutti, ma specialmente i giovani, ci si trova ad essere esposti a uno zapping costante.

Se manca, allora, la sapienza del discernimento c’è il serio rischio di essere mutati, o anche di trasformarci noi stessi, in burattini alla mercé delle tendenze del momento. Il discernimento, allora, è davvero necessario. A tutti noi. In alcune occasioni, però, ho pure aggiunto che, in ragione del loro ministero, ne hanno bisogno soprattutto i sacerdoti. Per questo ho veduto con piacere e ho pure apprezzato l’impegno del vescovo di Albano a trattarne ripetutamente col presbiterio e con i seminaristi della sua Diocesi.

L’obiettivo della loro formazione, infatti, sia iniziale sia permanente, è rendere ciascuno un autentico “uomo del discernimento”. Dagli incontri con i sacerdoti e i seminaristi, dunque, sono nati i tre testi che ora sono qui raccolti. In origine erano altrettante lettere pastorali. Nuovamente pubblicati, ho davvero fiducia che possano aiutare anche altri sacerdoti e seminaristi ad essere sempre più e meglio, come si legge al n. 43 della recente Ratio Fundamentalis per la formazione sacerdotale, uomini capaci “di interpretare la realtà della vita umana alla luce dello Spirito, e così scegliere, decidere e agire secondo la volontà divina”.

Dal Vaticano, 22 febbraio 2019
Festa della Cattedra di san Pietro

 

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Che Italia esce dalle elezioni europee? Pombeni: “Si scommette di volta in volta sul ‘venditore di speranza’ più attraente”

Tue, 28/05/2019 - 09:01

Un’opinione pubblica che vive nell’incertezza di una grande transizione e che scommette di volta in volta sul “venditore di speranza” più attraente. Così Paolo Pombeni, storico e politologo, uno dei più autorevole analisti della realtà italiana, commenta l’esito di una tornata elettorale che ha riservato ancora una volta non poche sorprese.

Si aspettava questo risultato? I sondaggi delle ultime settimane indicavano una frenata della Lega e un recupero del M5S.
No, non credevo che i sondaggi fossero tanto lontani dal percepire la vittoria così notevole della Lega e la caduta rovinosa dei Cinquestelle. Mi aspettavo una Lega al 30% e invece il 34% è qualcosa che va oltre i quattro punti in più, è una sorta di passaggio del Rubicone. Così pure mi aspettavo il M5S intorno al 20-21%, mentre il 17% è veramente un arretramento molto sensibile, paragonabile in negativo al risultato della Lega.

Evidentemente è sempre più vero che una parte consistente dell’elettorato decide poco prima di entrare nella cabina per votare.

E ora che cosa accadrà? Lo scenario uscito dalle urne è proprio quello che secondo la maggior parte degli analisti avrebbe più facilmente portato il governo alla crisi, mentre una minore distanza tra Lega e M5S avrebbe rafforzato l’esecutivo.
Fare previsioni in una situazione del genere è molto complicato. Si può pensare, da un lato, che il duello rusticano tra i due partiti di governo continuerà in qualche modo perché, se il risultato elettorale è molto chiaro, è anche vero che i numeri in Parlamento e nel governo sono diversi. Sarebbe strano che con questi numeri Di Maio si arrendesse senza combattere. Dall’altro lato, l’unica arma di cui Salvini dispone è il ricatto delle elezioni anticipate, ma è un’arma meno forte di quanto potrebbe apparire perché il leader leghista non ha la certezza di un risultato definitivo. Alle europee ha vinto, ma non in misura tale da aspettarsi un controllo totale e autonomo della gestione post-elettorale di un voto politico: Forza Italia è un convitato di pietra e oggi ha il ruolo condizionante che i partiti più piccoli avevano nella Prima Repubblica. Salvini ha anche un problema di tempi.

Se forzasse la mano e andasse subito al voto correrebbe il rischio di passare per uno sfasciacarrozze e non è detto che l’elettorato apprezzerebbe questo ruolo. Se invece rinviasse si troverebbe davanti una legge finanziaria estremamente difficile e non sarebbe agevole andare alle elezioni con questo fardello sulle spalle.

Tanto più che a livello europeo la distribuzione dei poteri non cambierà e non ci saranno sconti per l’Italia. Con il paradosso che tra i più esigenti rispetto ai criteri di rigore finanziario ci saranno proprio alcuni di quelli che Salvini considera suoi alleati.

Il 40% di Renzi alle europee del 2014 si è dissolto in pochi anni. Il 32% di Di Maio alle politiche del 2018 si è sgonfiato in un solo anno. Adesso Salvini ha di fronte la sfida di gestire questo nuovo boom. Staremo a vedere. Di sicuro, però, c’è che la volatilità delle scelte dell’elettorato ha raggiunto livelli prima impensabili. Perché?
Anche se spesso la politica sembra dimenticarlo, il punto è che ci troviamo immersi in un’enorme transizione storica e l’opinione pubblica in qualche maniera se ne rende conto. In questa situazione d’incertezza, si finisce per scommettere di volta in volta sul ‘venditore di speranza’ più attraente. Salvo poi aspettarsi di andare all’incasso nel giro non dico di alcuni anni, ma di pochi mesi e se questo non avviene si è subito pronti a una nuova scommessa.

Come spiega l’aumento dell’astensionismo in controtendenza con il resto d’Europa?
In parte credo che ci sia stata una reazione all’overdose di propaganda a cui si è assistito.

Temo poi che ci sia anche un po’ di sfiducia generalizzata nei confronti della capacità della politica di risolvere i problemi.

Altrove qualcosa è accaduto, da noi si è rimasti sostanzialmente fermi. Naturalmente i partiti che sono in grado di mobilitare i loro fan club subiscono meno le conseguenze di queste dinamiche e questo spiega perché l’astensionismo abbia colpito in maniera non uniforme le forze politiche.

In controtendenza con il resto d’Europa c’è anche l’esito dei Verdi, che altrove hanno ottenuto risultati di grande rilievo e si apprestano a giocare un ruolo decisivo nelle istituzioni dell’Unione, mentre da noi sono si sono fermati a poco più del 2%, senza potere eleggere alcun europarlamentare.
E’ un’anomalia italiana, non c’è dubbio. Eppure il tema dell’ambiente è sentito dall’opinione pubblica, la mobilitazione per la difesa del pianeta ha avuto grande seguito. A mio avviso mancano figure credibili e che non si presentino con posizioni estremiste.

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European elections. Fr. Poquillon (COMECE): “Faith and politics? A tree is known by its fruits…”

Mon, 27/05/2019 - 15:55

Also in the headquarters of the Commission of the Bishops’ Conferences of the European Union (COMECE) in Brussels, it was a sleepless night, spent following the results of the vote for the European Parliament. In this interview with SIR Father Olivier Poquillon, O.P., Secretary General of COMECE, shared a preliminary assessment of the results.

The high voter turnout is the good news of these elections: do you agree?
The appeal to vote was the first message sent by the bishops of the European Union. The Church is therefore pleased to see that our fellow citizens have fulfilled their responsibility. The turnout of more than half of eligible voters shows that today the EU is on a good level to deal with a number of problems, and it also means that people have taken seriously the fact that we should not let others decide for us. We only have the right to complain if we participate in the life of society.

Christianity is not a religion of spectators but of people who are engaged in the life of the community.

Whatever the vote was, the people went to the polls, and now we hope that the citizens will also be present with those they have elected, asking them questions and meeting them in Parliament. The Pope has invited us to rediscover the sense of community in Europe and such high participation is a first step.

What is your opinion on the next Parliament?
We face an unprecedented composition of the European Parliament. We had grown used to the reassuring idea of two political groups that had a combined majority. The new majority will need to comprise three political groups. We will have to wait a few weeks to figure out who will be allying with whom and what the majorities may be. They may not be the same on issues such as migration, the environment, social issues, security or defence. This could be a factor of instability, but also a way of strengthening democratic processes.

The EPP, that until now has been mindful of issues deemed sensitive by the Catholic Church is one of the parties penalized by the vote…
The EPP group originated from the tradition of Christian Democrats, but they are present also in other political groups: among the Socialists, the Greens and the Liberals. It is not the Church that is close to the political parties, rather, a number of citizens carry out their engagement in politics and institutional bodies as Christians. The Church is not a lobby and she does not offer voting recommendations. However

certain deputies carry out their political engagement guided by faith,

an inclusive faith. The point is that Christians must contribute to everyone’s common good, Christians and non-Christians alike, grounded in their roots, culture and ethics.

Can we be happy about national results that rewarded candidates who say they are champions of Christian values?
We must be careful not to confuse the packaging with the content. The Gospel teaches that the tree is seen by its fruit. So the question is to look at policies, not at the flag or the rosary that are brandished. Some victories are achieved ‘for’ something or ‘against’ someone. The Gospel is our yardstick. And it cannot be fragmented. It must be taken as a whole, including its challenging aspects. Some Christians have voted Mr. Salvini or Mr. Orban and perhaps we should face the questions that this raises. That is going to be the real challenge for a Parliament that acknowledges the fact that some segments of society feel downgraded, with people who feel they are losing control over their lives. Simple answers to complex questions are always tempting. If the most intelligent people, or those deemed to be the most intelligent, do not make decisions that are perceived to be serving the common good, others will come along and decide for them.

What are COMECE’s plans for the coming weeks with regard to the new Parliament?
A new Parliament is a like a birth that bring suprises: we need to see how Parliament life will be structured, and the Church will try to accompany those who have accepted this responsibility. They will need to make choices. And choices entail renunciations. It will not be possible to go on as it was until now, new initiatives are needed. The next five years will be exciting but not necessarily enjoyable.

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Elezioni europee. P. Poquillon (Comece): “Fede e politica? L’albero si giudica dai frutti…”

Mon, 27/05/2019 - 15:31

Anche al quartier generale della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece) a Bruxelles si è passata la notte quasi in bianco per seguire l’esito del voto per l’Europarlamento. Padre Olivier Poquillon, o.p., segretario generale della Comece, incontra il Sir per una valutazione a caldo su quanto emerso dalle urne.

Una bella notizia di queste elezioni è l’alta affluenza al voto, non le pare?
L’appello al voto è stato il primo messaggio lanciato dai vescovi dell’Unione europea. Quindi per la Chiesa dà soddisfazione vedere che i nostri concittadini abbiano assunto la loro responsabilità. Una partecipazione dell’oltre la metà degli elettori mostra che oggi l’Ue è il livello giusto per affrontare una serie di problemi e significa che abbiamo preso seriamente in conto il fatto che non bisogna lasciare che gli altri decidano al posto nostro. Possiamo lamentarci solo se partecipiamo alla vita della società.

Il cristianesimo non è una religione di spettatori, ma di persone che si coinvolgono nella vita della comunità.

Quale sia stato il voto, le persone sono andate alle urne, e speriamo ora che i cittadini accompagnino anche le persone elette, ponendo loro delle domande e andando a incontrarle al Parlamento. Il Papa ci invitava a ritrovare il senso della comunità in Europa: con questa partecipazione si è fatto un primo passo.

Quale valutazione del prossimo volto del Parlamento?
Abbiamo una nuova configurazione, inedita perché ci si era abituati a un certo confort negli ultimi anni con due gruppi politici che da soli avevano la maggioranza. Adesso non c’è maggioranza senza almeno la convergenza di tre gruppi politici. Dovremo aspettare qualche settimana per capire chi si alleerà con chi e quali saranno le maggioranze. È possibile che non saranno le stesse sui temi della migrazione, dell’ambiente, sui temi sociali, della sicurezza o della difesa. Questo potrà essere un fattore di instabilità, ma anche un modo per rafforzare i processi democratici.

Tra i partiti penalizzati dal voto c’è il Ppe, un gruppo finora piuttosto attento ai temi sensibili per la Chiesa cattolica…
Il Ppe è un gruppo nato dalla tradizione dei democratici cristiani, che però sono anche in altri gruppi politici: se ne ritrovano tra i socialisti, i verdi e i liberali. Non è la Chiesa che è vicina ai partiti politici, ma sono un certo numero di cittadini impegnati nei partiti e nelle sedi istituzionali che agiscono in quanto cristiani. La Chiesa non è una lobby e non dà consigli di voto, ma

ci sono deputati che cercano di vivere la fede attraverso il loro impegno,

una fede che sia inclusiva. Il punto è che i cristiani contribuiscano al bene comune di tutti, cristiani e no, a partire dalle proprie radici, cultura, etica.

Possiamo essere contenti di esiti nazionali che hanno premiato persone che si dicono paladine dei valori cristiani?
Dobbiamo fare attenzione a non confondere l’imballaggio con il prodotto. Si giudica l’albero dai frutti, dice il Vangelo. Quindi si tratta di guardare le politiche e non la bandiera o il rosario che sono branditi. Ci sono vittorie che si raggiungono “per” qualcosa oppure “contro” qualcuno. Il metro di valutazione è il Vangelo che non si può tagliare a pezzi, ma va preso tutto insieme, anche nei suoi aspetti che scomodano. Ci sono cristiani che hanno votato per Salvini o Orbàn e forse bisogna ascoltare le domande che questo pone. Sarà la vera sfida per il Parlamento che arriva a prendere in considerazione il fatto che ci sono fette della società che si sentono declassate, persone che hanno la sensazione di perdere il controllo sulla propria vita. Dare risposte semplici a domande complesse è sempre una tentazione. Se le persone più intelligenti, o reputate tali, non prendono le decisioni percepite come al servizio del bene comune, altre si presenteranno per decidere al posto loro.

La Comece che cosa farà nelle prossime settimane rispetto al nuovo Parlamento?
Un nuovo Parlamento è come una nascita, che porta sorprese: bisogna vedere come si strutturerà la vita del Parlamento e la Chiesa cercherà di accompagnare le persone che hanno accettato questa responsabilità. Dovranno fare delle scelte e le scelte implicano rinunce. Non si potrà andare avanti come fatto fino ad ora, ci sarà bisogno di nuove iniziative: i cinque prossimi anni saranno appassionanti ma non necessariamente comodi.

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European elections. Mons. Hollerich (COMECE): “Populism in Europe is not the answer to the political crisis”

Mon, 27/05/2019 - 15:31

“My first observation is that many people went to vote. And this is a very positive figure. In recent months, we bishops invited people to go to the polls and we saw that these elections were important for the people. This is a very positive fact.” Jean-Claude Hollerich, Archbishop of Luxembourg, President of the Commission of the EU Bishops’ Conferences (COMECE), commenting the first results of the 2019 European elections starts from here, from the signs of hope. Msgr. Hollerich, in Rome to attend a conference in the Vatican press room for the presentation of the Pope’s Message for the Day of the Migrant and Refugees, analyses the European vote on this very important day for the EU.

How do you interpret the vote?

The two largest groups combined have clearly lost their majority in Parliament. It will thus be necessary to consider an alliance with a third political group which is a good thing because it forces them not to focus on their programmes but to see what’s important for the people in the talks with the other group. The populist parties performed strongly, but not enough to make Parliament ungovernable. This will compel other political parties to make policies that benefit the public. Populists made big gains in some EU countries but suffered losses in others. Populism is clearly not the answer to the political crisis in Europe. The Netherlands, Denmark and Austria, registered the opposite trend. And finally, future alliances between the political groups must also be considered. It is therefore very difficult to comment on anything today. Now it’s important to see what will happen in Brussels. I hope that everything will be done in transparency, that people will be able to see, follow and have confidence in the institutions of the European Union.

What do you think of the youth “Green” vote?

It is a very important figure. I regard this as an important point, too, because

all other parties will have to be mindful of ecology if they don’t want to lose the vote of young people in the future.

And this is a very good thing also in the light of Pope Francis’ strong commitment in support of integral ecology centred on the human person. The Synod of Bishops for the Pan-Amazon region will also be important for Europe. Laudato Si’ has an impact on politics and it will continue to do so.

Populist parties won in Italy and France. Why in these two Countries in particular?

Perhaps we should focus on the national context. Let’s take Italy. It’s a great European nation that I love for its culture, its art and its literature. But Italy’s economy over the past years has been a disaster. Today, people are poorer than they were ten years ago, which is not the case in all other Western Countries, that lead a better life. I think that the people who experience this problem voted for those who made promises. I also think that populism has been chosen because of migration.

Europe left Italy alone.

Solidarity has been described as one of Europe’s founding pillars. But the Dublin Agreement proved to be ineffective, thereby leaving Italy and Greece alone to face this reality. Europe cannot be built on these grounds. The parties of the future majority will have to understand this.

What should be Europe’s answer to populisms?

identity is becoming increasingly important. And this happens at a time when societies are faced with structural transformations. Populisms, however, propose a simple identity while sociological sciences argue that

identity is an extremely complex and ever-changing matter.

We should be proud to be Italian. It’s not a bad thing but it is equally necessary to develop the European part of one’s own identity without denying the other, for Europe is not the denial of nations but rather their union.

What is the Church’s wish for the men and women who are going to populate the European Parliament?

To carry out fair, ecological policies, based on social justice.

Politics that benefit every European citizen. Look at the people. Don’t behave like an elite group that talks to other elite groups but as female and male politicians who engage in dialogue with the people.

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Elezioni europee. Mons. Hollerich (Comece): “Il populismo in Europa non è la risposta alla crisi politica”

Mon, 27/05/2019 - 15:01

“La mia prima considerazione è che c’è stata tanta gente che è andata a votare. E questo è un dato molto positivo. Nei mesi scorsi, noi vescovi abbiamo chiamato le persone affinché andassero alle urne e si è visto che queste elezioni sono state importanti per la gente. Questo è un fatto molto positivo”. Parte da qui, dai segni di speranza, il commento di mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione degli episcopati dell’Ue (Comece), ai primi risultati delle elezioni europee 2019. A Roma per una conferenza stampa in sala stampa vaticana per la presentazione del Messaggio del Papa per la Giornata del migrante e del rifugiato, mons. Hollerich non può esimersi in questa giornata così importante per l’Ue dall’analizzare il voto europeo.

Come legge questo voto?

Risulta chiaro che una maggioranza di due gruppi non sarà possibile in Parlamento. Dunque si dovrà parlare con un altro gruppo e questo è positivo perché costringe a non considerare solo i propri programmi ma a vedere, nel confronto con l’altro, quello che è importante per la gente. Penso anche al gran numero di populisti, ma non abbastanza grande per bloccare il Parlamento. Questo dato obbligherà gli altri partiti a fare una buona politica per la gente. I populisti hanno vinto grandemente in qualche Paese ma in altri Paesi sono diminuiti. È pertanto chiaro che il populismo in Europa non è la risposta alla crisi politica. Se prendiamo in considerazione i Paesi Bassi, la Danimarca, l’Austria, vediamo che c’è stata una attitudine diversa. E infine bisognerà considerare anche le future alleanze tra i gruppi. È quindi molto difficile oggi dire qualcosa. Bisogna vedere quello che si farà a Bruxelles. Spero che queste cose si faranno in trasparenza, che la gente possa vedere, seguire e avere fiducia nelle istituzioni dell’Unione europea.

Cosa ha pensato del voto dei giovani per i partiti “verdi”?

È un dato molto importante. Anche questo lo vedo come un punto importante perché

tutti gli altri partiti dovranno prendere in considerazione l’ecologia se non vogliono perdere in futuro il voto dei giovani.

E questa è una cosa buonissima perché sappiamo come Papa Francesco si è impegnato per una ecologia integrale dove l’uomo è al centro. Avremo il Sinodo sull’Amazzonia che sarà anche importante per l’Europa. La Laudato Si’ ha e avrà sempre più un impatto nella politica.

In Francia, Italia e Ungheria hanno vinto i partiti populisti. Perché questa vittoria proprio in questi Paesi?

Bisogna forse guardare Paese per Paese. Prendiamo l’Italia. È una grande nazione europea che amo per la sua cultura, la sua arte e la letteratura. Ma l’Italia ha avuto negli ultimi anni una economia terribile. La gente è più povera oggi rispetto a dieci anni fa, mentre per tutti gli altri Paesi in Occidente non è stato così. Hanno una vita migliore. Dunque io penso che la gente sente questo problema e ha votato per chi ha fatto delle promesse. Penso anche che il populismo sia stato scelto per la migrazione.

L’Europa ha lasciato l’Italia da sola.

Si è parlato della solidarietà come uno dei principi fondanti dell’Europa. Ma l’Accordo di Dublino non ha funzionato, lasciando l’Italia e la Grecia da sole ad affrontare questa realtà. Non si può costruire l’Europa così. I partiti della futura maggioranza dovranno capirlo.

Quale risposta l’Europa dovrà dare ai populismi?

L’identità diviene sempre più importante. Ed è sempre più importante quando ci sono cambiamenti strutturali in atto nella società. Ma i populismi propongono una identità semplice mentre le scienze sociologiche affermano che

l’identità è qualcosa di estremamente complesso e in continuo cambiamento.

È bene essere fieri di essere italiani. Non è una cosa cattiva ma bisogna essere capaci di sviluppare anche la parte europea della propria identità senza negare l’altra, perché l’Europa non è la negazione delle nazioni ma una unione.

Quale augurio della Chiesa agli uomini e alle donne che andranno a popolare il Parlamento europeo?

Fate una politica giusta, ecologica, di giustizia sociale.

Una politica che serve ogni cittadino europeo. Guardate la gente. Non essere una élite che parla sempre tra élite, ma uomini e donne politici che sono in dialogo con la gente.

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Europe’s post-vote puzzle. But pro-EU groups obtain a majority in Strasbourg.

Mon, 27/05/2019 - 14:38

It would be extremely interesting if we had the opportunity, on Tuesday 28 May, to sneak into the informal dinner of Heads of State or Government, convened by the President of the European Council, Donald Tusk, to “discuss the results of the elections” to the European Parliament and “start the nomination process for the heads of the EU institutions”, i.e. the presidents of the Commission, Council and the ECB. As a rule, the summit is held behind closed doors and the conclusions reached by the leaders of the member Countries are communicated in official documents and rather formal press conferences. But this time the confrontation is expected to be harsh, for in the light of the May 23-26 election, European politics has become even more polarized between “Europhiles” (they will still hold a majority in Strasbourg) on the one side and “Europhobics” (in significant increase) on the other. In these conditions, establishing who will hold the reins the EU for the next five years is likely to be a major challenge.

Increased turnout. Some observations can be made in the aftermath of the major test of democracy that has taken place in Europe, starting with voter turnout. One in two voters have expressed their preference, reversing a downward pathological trend ongoing since 1979 (the first election of the Eurochamber by universal suffrage): in 2014 42.6% of European citizens went to the polls, while yesterday they were 50.9%. Italy, even though above the EU average, registered a loss with a turnout of around 56%, two percentage points less compared to 2014. Voters in Poland increased by 20%, while among the least attached to EU elections figure several countries in Central and Eastern Europe: Slovenia, Croatia, Bulgaria, the Czech Republic, Slovakia, the three Baltic States. Although these Countries received EU funding, the “spirit” of the Union is – apparently – lagging behind.

The next hemicycle. At this time, the European Parliament continues receiving electoral data from the 28 Member States. Definitive results are still missing, but according to the latest projections on the composition of the new hemicycle in Brussels, a majority of pro-EU parties and a stronger – albeit minority – presence of “Eurosceptic” MEPs have been confirmed. Of 751 total seats, the People’ s Party (the allocation of seats is therefore to be defined more precisely) won 180 seats, while the Socialists and Democrats took 146 seats;

the two historical political groups of the Euro-Assembly are thus due to suffer net losses.

The Liberals and Democrats, on the other hand, are set to win 109 seats, thanks to a large number of MEPs in the French coalition bolstered by President Macron. The Green bloc is set to earn 69 seats, thanks to the big gains in Germany, France, Britain and elsewhere. Summed up, the members of the “Europeanist” bloc – albeit different from each other – (EPP, Socialists and Democrats, Liberals and Greens)- number 504 seats. The Conservatives stop at 59 (mostly Poles), the ENF group (with the League and Le Pen) gained 58 seats, the EDFD (comprising Italy’s Five Stars and Farage’s Brexiteers) 54. The number of deputies of the United Left fell to 39; finally, thirty-seven seats are set to go to non affiliated parties or MEPs.

A political puzzle. If we look at national data, the European Union emerges as a political mishmash. Indeed, those were “European” votes, (with 28 different electoral systems) which amount to a sum of “national” elections, where, once again, elements and phenomena pertaining to domestic politics prevail, in the absence of a continental public opinion, of transnational parties and media, and above all in the absence of a true, widespread feeling of “European citizenship”. Thus, on the basis of national results, Brussels – rightly or wrongly – refers to Italy and Hungary as the two most Eurosceptic countries of the Union. The successes of Salvini, Orban, and Le Pen in France, call Europe as a whole into question.
Country by Country. In this Europe, more than ever “united in diversity”, albeit marked by losses, Germany ranks first with the CDU/CSU alliance led by outgoing chancellor Angela Merkel (28.9%), followed by the successful Greens (20.5), and by a defeated SPD (15.8); the anti-European Alternative für Deutschland gained less than 11%.

Marine Le Pen is once again the French star of these elections

Her Rassemblement National, ranks first (23.1%), celebrating a victory on Emmanuel Macron’s national Coalition (22,4%); “Ecolò” came in third with 13.4%. Poland’s Euro-sceptic ruling party Law and Justice gained 45.6%, of the vote, distanced by its antagonist party, European Coalition, with 38.3. Victory in Spain for Socialist premier Pedro Sanchez: 32.8% of vote flowed into his party; the People’s Party remains stable at 20.1%, just like Ciudadanos (centrists; 12.2) and Podemos (left; 10.1); only 6.2% of the votes went to ultra-right, anti-Europe party Vox.
And then we have the “English case”: Britain failed to organize itself in time and – as promised – leave the EU before this election, thereby paradoxically ending up voting to elect British MPs in Strasbourg. Breexiter leader Nigel Farage had a good game, bringing his Brexit Party (31.7%) to top British politics, long-distanced by pro-Europe Liberal Democrats (18.6). Both Labour (14.1%) and the Tories (8.7) headed by resigning premier Theresa May, were punished by citizens in EU elections. The British Greens did well with 11.1%. In Hungary, as mentioned, the controversial Prime Minister Viktor Orban, an anti-European nationalist member of the EPP bloc, won 52.3% of the vote: he is practically unrivalled in his country.

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