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Servizio Informazione Religiosa
Updated: 10 min 40 sec ago

Cinema d’estate: sei sguardi educational e di speranza

Sat, 17/08/2019 - 16:45

Ecco sei sguardi educational e di speranza, sei titoli scelti dall’Agenzia Sir e dalla Commissione nazionale valutazione film della Cei (Cnvf.it) da (ri)scoprire tra campi parrocchiali e cinema all’aperto: “Stanlio e Ollio”, “Green Book”, “Cyrano mon amour”, “Mia e il leone bianco”, “Il professore cambia scuola” e “Quasi nemici”.

“Stanlio e Ollio”

Diretto da Jon S. Baird e interpretato da Steve Coogan e John C. Reilly, il film inglese “Stanlio & Ollio” è un riuscito e poetico racconto sulla vita di due artisti, ma soprattutto di due amici. I comici statunitensi Stan Laurel e Oliver Hardy si sono imposti nell’immaginario cinematografico a partire dagli anni del muto, al pari di Charlie Chaplin, Buster Keaton e i fratelli Marx, fino alla stagione degli anni ’50. Il film racconta in particolare gli ultimi momenti in scena, il tour di congedo in Inghilterra. Attraverso una grande gamma di emozioni, il film offre un irresistibile e toccante ritratto di Stanlio e Ollio, che hanno dimostrato di essere prima che comici uomini, con paure e sentimenti fortemente realistici, dando sempre grande spazio alla loro amicizia e sodalizio artistico. Con loro il teatro coincide con la vita in tutte le sue forme e manifestazioni. Coogan e Reilly dimostrano ancora una volta di essere interpreti attenti e raffinati, capaci di grande bravura e aderenza ai personaggi, a livello fisico e gestuale. Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, brillante e per dibattiti.

“Green Book”

Premio Oscar miglior film 2019, la commedia statunitense “Green Book” firmata dal regista Peter Farrelly è un intenso e trascinante racconto di un’amicizia capace di valicare pregiudizi e steccati razziali nell’America degli anni ’60. Interpretato in maniera incisiva da Viggo Mortensen e Mahershala Ali – quest’ultimo Premio Oscar come miglior attore non protagonista –, il film propone la storia vera di Tony Lip, quarantenne precario con famiglia a carico, che viene assoldato dal pianista jazz afroamericano Don Shirley per un tour di concerti nel Sud degli Stati Uniti, roccaforte di tensioni sociali e razziali. Un percorso on the road che porta i due a imboccare la via del dialogo e dell’amicizia. Si tratta di una commedia raffinata, che alterna raccordi drammatici a parentesi umoristiche irresistibilmente ironiche. Ancora, il film possiede atmosfere eleganti e avvolgenti, impreziosito da una componente musicale ben curata. Quando la via del sorriso riesce a offrire lezioni di Storia e memoria sociale. Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Cyrano mon amour”

Il “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand ha trovato una nuova trasposizione al cinema nel film francese “Cyrano Mon Amour” di Alexis Michalik. Si tratta in verità di un film che racconta la genesi del capolavoro alla maniera dell’anglo-statunitense “Shakespeare in love” di John Madden. “Cyrano Mon Amour” è un’opera che fa incursioni nel cinema e nel teatro, con un approccio di forte verità e di crescente emozione. Ne viene fuori un Cyrano di Bergerac (teatro) vecchio eppure sempre incredibilmente nuovo e moderno, grazie a una regia, quella di Michalik, di grande intensità e bellezza formale. Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, brillante e per dibattiti.

“Mia e il leone bianco”

È ispirato a una storia vera “Mia e il leone bianco” (“Mia et le lion blanc”) del francese Gilles de Maistre, che racconta l’amicizia tra la preadolescente inglese Mia e un cucciolo di leone bianco, Charlie, nelle suggestive terre sudafricane. Si tratta di un film a misura di bambini e famiglie, con tono educational e un’attenzione all’ambiente e al creato. Con una sceneggiatura semplice ma ben strutturata, il film corre lungo la via di una positività forse prevedibile ma capace di toccare il cuore, trasmettendo importanti insegnamenti su convivenza e reciproco rispetto; non mancano sguardi problematici sulla corruzione del denaro e lo sfruttamento del territorio. Il film dal punto di vista pastorale è consigliabile, semplice e per dibattiti.

“Il professore cambia scuola”

Anche questa è una storia vera. Parliamo de “Il professore cambia scuola” (“Les grands esprits”) di Olivier Ayache-Vidal, che racconta la vita del docente François Foucault (Denis Podalydès), che dopo anni di insegnamento in un liceo bene di Parigi finisce in una scuola problematica alla periferia della Capitale: uno scenario pieno di tensioni, ribellione, sconforto e impotenza. Il film si serve di dinamiche tragicomiche per lanciare suggestioni di senso a carattere educational, mostrando un mondo scolastico in chiave abbastanza originale e frizzante. Le intenzioni sono dunque buone, ma non sempre l’esito narrativo risulta adeguato. Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Quasi nemici”

È una delle commedie francesi più riuscite dell’anno “Quasi nemici” (“Le brio”) del regista franco-israeliano Yvan Attal, capace di coniugare umorismo frizzante con sfondi problematici nella società multiculturale francese. Il film propone lo scontro tra il professore universitario Mazard (Daniel Auteuil) e la giovane studentessa di legge Neïla (Camélia Jordana), di origini africane. Un equivoco verbale a sfondo razziale, li obbliga a trascorre del tempo insieme e ad avviare un percorso formativo che schiuderà una possibilità di cambiamento e dialogo autentico. Ancora una volta viene affidato alla commedia il compito di raccontare le pieghe problematiche della società restituendo sguardi di senso e di speranza. La storia è ambientata a Parigi, ma l’orizzonte è quello dell’Europa: un richiamo al bisogno di incontro e inclusione, superando barriere culturali e pregiudizi razziali. Dal punto di vista pastorale il film è consigliabile, brillante e per dibattiti.

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Carceri: le italiane le più affollate dell’Ue. Don Grimaldi (ispettore cappellani): “Rendere questi luoghi rispettosi della dignità umana”

Sat, 17/08/2019 - 16:31

Le carceri italiane continuano a essere sovraffollate. Ad attestarlo il nuovo rapporto “Numeri e criticità delle carceri italiane nell’estate 2019” presentato da Antigone, a Roma. Numeri impressionanti. “Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522. Negli ultimi sei mesi sono cresciuti di 867 unità e di 1.763 nell’ultimo anno. “Il tasso di sovraffollamento, rileva il rapporto, è pari al 119,8%, ossia il più alto nell’area dell’Unione europea, seguito solo da quello in Ungheria e Francia”. Un dato preoccupante se messo a confronto con quello del Ministero della Giustizia secondo cui i posti disponibili nelle carceri italiane sono 50.496, e che, sempre secondo Antigone, non tiene conto delle sezioni chiuse. Una situazione esplosiva che si spiega, prosegue il rapporto, “con l’aumento della durata delle pene”. Gli stranieri in carcere poi, negli ultimi 10 anni, “sono diminuiti del 3,68%”. Una sezione a parte riguarda le condizioni di vita all’interno delle carceri. “Stanno peggiorando”, si legge nel testo. Nel 30% delle carceri visitate da Antigone non risultano spazi verdi dove incontrare i propri cari e i propri figli. Solo nell’1,8% vi sono opportunità di lavoro alle dipendenze di soggetti privati. Inoltre, nel 65,6% delle carceri non è possibile avere contatti con i familiari via skype, nonostante la stessa amministrazione e la legge lo prevedano, mentre nell’81,3% delle carceri non è mai possibile collegarsi a internet. “Il peggioramento della qualità della vita si ripercuote anche sul numero dei suicidi. Il 2018 – evidenzia il rapporto – fu un anno drammatico e nel 2019 quelli che si sono verificati negli istituti di pena italiani sono già 26”. E ancora: il 44% dei detenuti viene da Campania, Puglia, Sicilia e Calabria, ossia chi finisce in carcere arriva da situazioni di povertà economica e culturale. Infine, al 30 giugno 2019 sono 54 (26 stranieri e 28 italiani) i bambini presenti nelle nostre carceri insieme alle mamme detenute. Riflettiamo su questi dati con don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane.

Le nostre carceri sono quelle più sovraffollate in Europa…

Nelle 190 carceri italiane nell’ultimo periodo effettivamente il problema è aumentato. Alcuni reparti sono chiusi perché avrebbero bisogno di una ristrutturazione. La mancata manutenzione è, quindi, un aspetto di cui tener conto. Girando per le carceri italiane, tante volte trovo reparti fatiscenti, ma non ci sono i fondi per le ristrutturazioni. D’estate, poi, i detenuti soffrono particolarmente, anche perché i corsi si fermano, diminuiscono i volontari, parte del personale va in ferie: tutte figure che, di solito, li aiutano a superare momenti di crisi, legati anche alle condizioni di vita.

Il sovraffollamento non è legato tanto a nuovi ingressi, ma all’allungamento delle pene…

Bisognerebbe dare fiducia ai detenuti.

Molti di loro potrebbero usufruire dei benefici delle misure alternative, ma poi questo non avviene perché c’è la paura di investire su chi ha sbagliato in passato.

Dal rapporto emerge che quasi la metà dei detenuti viene dal Sud: è più facile finire in carcere quando c’è povertà economica e culturale?

Ovunque vado, trovo detenuti del Mezzogiorno: fasce deboli che provengono dalle aree periferiche, di solito in carcere proprio per motivi legati a difficoltà economiche e culturali. Questo dimostra che

investire sul lavoro è un antidoto al delinquere.

Molti mi confidano che vorrebbero lavorare, uscire da certi meccanismi, ma hanno problemi di sussistenza che non li aiutano a tagliare i fili con il crimine e li costringono a continuare a vivere di espedienti.

Secondo Antigone peggiorano anche le condizioni di vita all’interno delle carceri…

Ci sono istituti che potrebbero offrire maggiori opportunità, ma tanti altri dove, pur volendo realizzare, ad esempio, aree verdi, non ne hanno la concreta possibilità per motivi di spazio. Quando queste strutture sono nate, a certe questioni non si pensava proprio. Oggi le esigenze sono mutate: servirebbe tanta buona volontà per rendere questi luoghi rispettosi della dignità della persona, dando loro un aspetto più umano.

Nel 2019 si contano già 26 suicidi: come evitare questo dramma?

Sono tanti quelli che per una fragilità psicologica compiono un gesto estremo. Per evitare questi drammi serve l’attenzione all’altro: se uniamo le nostre forze noi cappellani, i volontari e gli stessi operatori all’interno delle carceri, come polizia penitenziaria e educatori,

creiamo una catena di solidarietà per sostenere i detenuti più fragili,

come quelli che non hanno più rapporti con la famiglia o sono stranieri o vivono in una povertà estrema e si sentono abbandonati all’interno del carcere. A queste persone dobbiamo far sentire la nostra vicinanza, il calore umano.

Ci sono ancora 54 bambini in carcere con le mamme detenute…

Non ci dovrebbero essere. Dopo la tragedia di Rebibbia, quando una madre ha ucciso i suoi due figli, è stato ribadito questo: tutti concordi, dai politici agli operatori del settore, ma poi, passata l’emergenza, il discorso è stato accantonato.

L’auspicio è che, invece, si risolva al più presto la questione e che non ci siano più bambini costretti a vivere in carcere.

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Meeting Rimini 2019. Guarnieri (presidente): “40 anni di dialogo e di costruzione comune fra uomini e popoli diversi”

Sat, 17/08/2019 - 13:23

“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”: è il tema, tratto da una poesia di Karol Wojtyla, della 40ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli che si svolgerà a Rimini dal 18 al 24 agosto. Quaranta anni di dialogo, di costruzione comune, di creatività condivisi da centinaia di migliaia di persone che,

Emilia Guarnieri, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli

dichiara al Sir la presidente del Meeting Emilia Guarnieri, “hanno trovato nel Meeting un luogo di incontro fra uomini e popoli diversi”. Una storia che nasce alla fine degli anni ’70, tra alcuni amici di Rimini che condividono l’esperienza cristiana. In loro il desiderio di incontrare, conoscere e portare a Rimini tutto quello che di bello e buono c’è nella cultura del tempo.

“Il Meeting – ricorda Guarnieri – nasce su un’intuizione: l’esperienza cristiana è capace di incontrare e valorizzare tutto e tutti. I cambiamenti cui abbiamo assistito in questi 40 anni ci hanno fatto vedere che il contributo che possiamo dare in questa realtà è proprio quello di costruire un luogo per l’amicizia tra i popoli”.

“In questi 40 anni il Meeting è diventato un luogo di incontro, di dialogo e di costruzione comune tra persone di fede e culture diverse. Un luogo di amicizia dove si può costruire la pace, la convivenza, reso vivo da una trama di incontri che nascono da persone che mettono in comune una tensione al vero, al bene, al bello.

Impossibile costruire benessere, convivenza e democrazia senza ricostruire relazioni ad ogni livello tra le persone.

Il Meeting vuole contribuire a questo mostrando anche esempi positivi in atto”.

C’è stata una “stella polare” che ha aiutato il Meeting ad attraversare questi 40 anni senza mai allontanarsi dall’intuizione iniziale?
La stella polare è sempre stata la realtà e continua ad esserlo anche oggi. Il Meeting in questi 40 anni ha cercato di rispondere alla realtà. La parola realtà vuole dire la realtà della Chiesa, dell’esperienza cristiana cui apparteniamo, della storia nazionale e internazionale, delle circostanze sociali ed economiche che cambiano. Seguire e rispondere alla realtà è stata la nostra stella polare.

Quaranta anni di Meeting sono anche un pezzo di storia italiana. Quali eventi o fatti di questi anni spiegano meglio di altri questo legame?
Sono tantissimi ma ne citerei solo alcuni. Il primo è difficile da dimenticare: la strage di Bologna del 2 agosto 1980, che arrivò pochi giorni prima l’inizio del primo Meeting, quell’anno dedicato alla pace e ai diritti umani. L’attentato è stato un grido di violenza che ha lanciato a tutti le domande ‘da dove si può ricominciare’, ‘come si fa a ricostruire positivamente’. Ci siamo trovati con queste domande riproposte in maniera ancora più acuta e con un senso di responsabilità di un gesto, come quello del Meeting, molto forte. Il secondo è stato il crollo del ponte Morandi del 14 agosto dello scorso anno. Sempre a ridosso del Meeting nel quale, per la prima volta, si è riflettuto sulla tragedia con diversi suoi protagonisti allora presenti. Un altro momento importante per il Meeting è stato nel 2011, l’intervento dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Eravamo in un momento molto drammatico per la vita sociale ed economica del nostro Paese. Abbiamo avvertito che ciò che il presidente veniva a dire non era rivolto solo al Meeting ma anche al Paese. La provocazione che ci lasciò nel suo discorso, ‘in questo tempo di incertezza portate la certezza della vostra esperienza’ lo abbiamo sentito come l’affido di una responsabilità. Come poi dimenticare l’incontro nel 1982 con Giovanni Paolo II. Era la terza edizione del Meeting. Fu un momento in cui ci siamo sentiti collocati con una responsabilità nella storia: il mandato del Pontefice di ‘generare una civiltà che nasce dalla verità e dall’amore’ lo abbiamo sentito come un compito.

“Nacque il tuo nome da ciò che fissavi”. Il tema di questa 40ª edizione sembra volere indicare un’urgenza tutta racchiusa in una parola, “nome”. “Nome” che rivela la “persona”. Un valore messo oggi duramente alla prova dall’attualità, da tante teorie e ideologie di ritorno. Non è un caso che il Censis descriva il nostro Paese come “impaurito, incattivito, impoverito”.
Si tratta dell’urgenza di persone che hanno un nome, un’identità certa e consapevole della propria irriducibile natura di uomini. Indomabili nel difendere questa natura prima delle proprie idee. L’urgenza di persone in grado di stare dentro questo mondo impaurito, incattivito e impoverito. Di starci da uomini sapendo da dove ripartire.

C’è un unico punto di ripartenza: il desiderio dell’uomo di felicità,

di bene e di realizzarsi. Questo desiderio si potenzia nel momento in cui si incontra uno sguardo da fissare come ricorda il tema del Meeting di quest’anno.

Il logo dell’edizione 2019 propone “uno sguardo carico di intensità e di domanda… È l’occhio dell’uomo contemporaneo – bombardato di immagini, di stimoli e di input – ma ancora desideroso di qualcosa e qualcuno di autentico”: possiamo dare “un nome” a questo ‘Qualcosa’ e ‘Qualcuno’?
L’uomo desidera qualcosa di infinito perché tende all’infinito ma desidera anche che questo infinito sia incontrabile. Dio si è fatto carne perché ogni uomo possa incontrare, toccare e guardare l’infinito che il cuore desidera.

Lo sguardo e l’abbraccio di Gesù sono compagnia concreta alla vita.

In che modo il programma del Meeting aiuterà a declinare questo tema?
Il Meeting farà incontrare storie ed esperienze dove si vedono persone vive, in azione, desiderose di incontro, di bene, di verità, di positività. Penso al dialogo con il mondo musulmano che il Meeting svilupperà forse in maniera ancora più approfondito che in passato. In questo ambito segnalo la mostra “Francesco e il Sultano 1219-2019. L’incontro sull’altra riva” archetipo di quello che può essere oggi l’incontro tra cristiani e musulmani. In programma ci sono testimonianze dal Venezuela, dove al racconto della tragedia si affiancano anche storie di costruttività. Il Meeting farà conoscere personaggi come Barabba, quello storico narrato nelle Scritture, cui è dedicato lo spettacolo inaugurale. Significativa la figura di Barabba, toccato anch’egli da uno sguardo. E poi ancora il dibattito e lo scambio intorno a tutte le tematiche che ci sollecitano, l’Europa, le migrazioni, la crisi economica, i diritti e i doveri, la democrazia, il lavoro, la costruzione sociale, persona e amicizia sociale, che è il grande tema che abbiamo affidato alla presidente del Senato, Casellati, il primo giorno di Meeting.

Qual è il suo auspicio per i prossimi quarant’anni del Meeting?
Continuare ad avere il coraggio di guardare la realtà e di fidarci di quello che il mistero di Dio ci chiede.

Relatori e interventi al Meeting 2019

La 40ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli si aprirà domenica 18 agosto. All’incontro inaugurale parteciperà il presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Il giorno seguente l’approfondimento sul tema del Meeting “Nacque il tuo nome da ciò che fissavi” sarà svolto da Guadalupe Arbona Abascal, docente di Letteratura spagnola e di Letteratura comparata e scrittura creativa all’Università Complutense di Madrid. Domenica 18 e lunedì 19 saranno anche i giorni in cui andrà in scena “Midnight Barabba”, spettacolo inaugurale del Meeting 2019, nel Teatro Galli di Rimini, riportato di recente al suo antico splendore. Come sempre, sono molteplici le iniziative in programma con numerosi ospiti. Nell’area Sussidiarietà e lavoro, promossa dalla Fondazione per la Sussidiarietà, interverranno il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, Enrico Giovannini, Corrado Passera, Vincenzo Boccia, Carlin Petrini, Ermete Realacci, Stefano Zamagni, Nando Pagnoncelli, Luigino Bruni, Annamaria Furlan, Mauro Magatti. Poi spazio ai temi delle città, alla salute, al dialogo interreligioso, all’innovazione, ai diritti e ai doveri. Tra i relatori anche il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, padre Arturo Sosa Abascal, mons. Richard Paul Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, il vicario apostolico di Aleppo, mons. George Abou Khazen, e il direttore dell’Osservatore Romano Andrea Monda.

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Medjugorje. Mons. Hoser (visitatore apostolico): “Il numero dei pellegrini cresce. La gente cerca una realtà spirituale”

Sat, 17/08/2019 - 09:49

Ogni estate milioni di persone si recano a Medjugorje in ricerca di quella particolare atmosfera di pace e preghiera che la località, situata tra le colline della Bosnia-Erzegovina offre a chi vuole avere una forte esperienza di fede. Da maggio, quando è caduto il divieto per sacerdoti e vescovi di organizzare i pellegrinaggi, il numero dei fedeli in arrivo è aumentato. Come quello degli ospiti illustri. Quest’estate tra le colline di Krizevac sono venuti il cardinale vicario del Papa per la città di Roma Angelo De Donatis, mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione e mons. Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste. “Un segno del legame tra Medjugorje, la Chiesa universale e la Santa Sede” – spiega al Sir mons. Henryk Hoser, visitatore apostolico di carattere speciale per la parrocchia. E mentre non ci sono novità sullo stato di Medjugorje, stabilito dalle autorità ecclesiali, sono stati fatti molti passi in avanti nell’accoglienza dei pellegrini grazie anche alla missione di mons. Hoser nella località balcanica. Lo abbiamo intervistato per il Sir.

Mons. Hoser ha già un’esperienza di oltre un anno in Medjugorie. Che cosa è cambiato in questo tempo? Quali sono le sue impressioni?

Questa è la mia seconda missione in Medjugorje. Due anni fa sono venuto per la prima volta per conoscere la situazione e da un anno sono residente qui come visitatore apostolico di carattere speciale. Direi che non ci sono cambiamenti spettacolari ma è cambiato lo sviluppo organico di Medjugorje come fenomeno ecclesiale e pastorale. Il mio lavoro è sviluppare la pastorale di Medjugorje e assicurare che i pellegrini ricevano una buona accoglienza, non solo logistica ma soprattutto spirituale. Si tratta di una sfida molto difficile perché il numero dei pellegrini provenienti da tutto il mondo è molto elevato, hanno bisogno di essere accompagnati nelle loro lingue-madri. Noi abbiamo 16 cabine di traduzione simultanea per le liturgie e le catechesi.

Ci sono delle stime riguardo al numero delle persone che ogni anno si recano a Medjugorie? Che cosa li attira?

Il numero è certamente in crescita, secondo noi la cifra è intorno ai tre milioni di persone all’anno, il flusso maggiore è d’estate ma ci sono pellegrini durante tutto l’anno. E’ difficile spiegare che cosa li attira, non è una cosa tangibile, la gente cerca una realtà spirituale che riesce a trovare qui nei momenti di preghiera, l’adorazione eucaristica, la meditazione della Parola di Dio, il sacramento della confessione che è tipico di Medjugorje. La maggior parte dei fedeli arrivano dall’Italia e dalla Polonia ma ci sono anche molti visitatori locali, dalla Bosnia-Erzegovina e dalla Croazia, dai Balcani. Questa atmosfera di pace e silenzio, di momenti con il Signore li attira, stanno vivendo forti esperienze di fede, si riavvicinano a Dio e  molti ritornano portando i loro amici.

Eccellenza, lei abita accanto alla chiesa di San Giacomo affidata ai frati minori francescani. Lei ha anche poteri di ordinario, come viene amministrata e organizzata la parrocchia?

La parrocchia funziona grazie all’impegno continuo di tante persone, prima di tutto dei presbiteri – a Medjugorje lavorano 13 sacerdoti francescani che in casi di grandi gruppi di pellegrini contano sulla presenza di altri frati o sacerdoti diocesani della diocesi di Mostar-Duvno. Un aiuto viene anche dai sacerdoti che accompagnano i vari gruppi. Il focus è sulle confessioni ma si fanno anche dei ritiri, Medjugorje è famosa per i ritiri con digiuno in cui per una settimana le persone rimangono solo a pane ed acqua. Abbiamo un programma settimanale molto ricco, al mattino ci sono le messe nelle varie lingue e le catechesi mentre nel pomeriggio si recita il rosario e la messa vespertina con una riflessione.

Tre volte a settimana c’è l’adorazione al Santissimo Sacramento e una volta la venerazione della croce. Poi ci sono i due colli – Krizevac (montagna della croce) dove c’è una croce molto grande e le persone salendo fanno la Via crucis e Podbrdo sul quale si trova la statua della Madonna e nella salita incontrano i misteri del rosario.

 

La Bosnia-Erzegovina è un Paese martoriato da molti punti di vista, secondo Lei un luogo come Medjugorie è una risorsa per il Paese?

Senza dubbio molte persone conoscono la Bosnia-Erzegovina grazie a Medjugorje, una località famosa che influisce in modo molto positivo sulla vita sociale con il culto diffuso verso Maria, Regina della pace. I Balcani hanno vissuto delle terribili guerre fratricide con tante vittime e il ricordo della guerra è ancora molto vivo, per questo la promozione della pace insegna a chi vive qui la convivenza pacifica. Nel Paese ci sono persone di etnie e religioni diversi, di tre gruppi distinti: musulmani, ortodossi e cattolici e

Medjugorje propone a tutti questa chiamata per la pace e l’unità nazionale.

Qual è lo stato di Medjugorie? Ancora non è un santuario mariano riconosciuto dalla S.Sede?

Lo stato di Medjugorje negli ultimi anni non è cambiato, io ho ricevuto il mandato dal Santo Padre e sono in contatto regolare con la Segreteria di Stato alla quale riferisco di tutte le attività, la situazione, il suo sviluppo ecc. Medjugorje non ha finora un titolo di santuario mariano, c’è solo la parrocchia di Medjugorje che non è né santuario nazionale, né diocesano.  Questo titolo non è ancora stato attribuito a Medjugorje.

Nell’ultimo anno si sono intensificati i legami con la Chiesa italiana. Lei ha incontrato i vescovi dell’Umbria con il cardinale Bassetti a Sarajevo e il 1 agosto a Medjugorje è arrivato il cardinale De Donatis? E’ segno di una vicinanza particolare?

Sì, sono cominciati a venire anche i cardinali e vescovi. Per la prima volta il Festival dei giovani è stato inaugurato da un cardinale, in questo caso, il cardinale De Donatis, vicario del Papa per la città di Roma, poi l’evento sarà chiuso (il 6 agosto) da mons. Rino Fisichella, arcivescovo della Curia romana, presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione. Siamo molto contenti della presenza di questi pastori dell’Italia e di tutto il mondo, è una dimostrazione del legame tra Medjugorje e la Chiesa universale ma anche con la Santa Sede.

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Open Arms. Fcei: “La situazione a bordo è drammatica, non si può aspettare un minuto in più”

Fri, 16/08/2019 - 13:01

“Sono salito a bordo della Open Arms la scorsa settimana. Erano lì da sette giorni e le condizioni già allora erano drammatiche. Non credo che ad oggi quelle persone possano aspettare un minuto in più”. E’ un appello quasi disperato a fare presto, quello lanciato da Alberto Mallardo, referente delle Chiese evangeliche in Italia a Lampedusa nell’ambito del progetto “Mewditerranean Hope”. Raggiunto telefonicamente dal Sir, Mallardo racconta la situazione a bordo della Open Arms, l’imbarcazione che dopo 14 giorni si trova ancora nelle acque di Lampedusa con oltre 130 migranti a bordo, minori, donne e di nazionalità diverse. Nella ultime ore si è resa necessaria l’evacuazione urgente di 13 persone per motivi medici.

“La situazione a bordo si sta deteriorando giorno dopo giorno”, conferma da Lampedusa Mallardo. “Le condizioni psicologiche delle persone salvate da Open Arms peggiorano di ora in ora. Ho avuto l’opportunità la scorsa settimana di salire a bordo per portare rifornimenti e viveri insieme a Richard Gere e già allora trovammo una condizione psicologica degli ospiti a bordo molto precaria: sono stanchi, depressi, non capiscono – nonostante gli si sia stato spiegato – perché sono costretti ad aspettare e questo stato è testimoniato anche dalle relazioni psicologiche fatte da Emergency e dai medici che in queste ore stanno pian piano evacuando piccoli gruppi di persone”. A livello politico c’è una situazione di stallo. “Hanno avuto l’autorizzazione ad entrare nelle acque territoriali per consentire immediate cure ai casi più vulnerabili”, spiega Mallardo, “ma tutte le persone a bordo sono in una situazione di vulnerabilità. Ciò nonostante non arriva ancora l’autorizzazione a sbarcare”. Insomma, incalza l’operatore, non c’è più tempo da perdere. “Se la situazione dovesse continuare ancora solo per qualche ora o qualche giorno, è una tortura. Le persone a bordo  vivono in uno spazio ristrettissimo, con appena due bagni a disposizione, e senza nulla da fare.

Si trovano in un limbo da cui vedono Lampedusa ma non possono raggiungerla”.

La Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la ong spagnola  Open Arms hanno sottoscritto il 24 maggio scorso un accordo di partenariato per le missioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. E’ invece di alcuni giorni fa, l’appello che la Fcei e la Tavola Valdese hanno rivolto al presidente del Parlamento europeo David Sassoli ribadendo la disponibilità a farsi carico nelle loro strutture dell’accoglienza di queste persone in attesa. “Noi – afferma ancora oggi al Sir Luca Negro, presidente della Fcei – ribadiamo il nostro appello che è un appello al governo italiano ma anche fortemente all’Europa perché questa situazione si sblocchi e perché queste persone possano al più presto trovare un porto sicuro”. E aggiunge: “Da un punto di vista rigorosamente cristiano, noi siamo chiamati ad accogliere. Di fronte ai discorsi di chiusura che terminano con un appello a Maria, noi ricordiamo che Maria è colei che ha accolto e ha detto di sì all’angelo che le annunziava la nascita di un figlio. È inutile appellarsi strumentalmente a Maria perché Maria è il simbolo dell’accoglienza”. “Non so se si tratti di un puntiglio o di una ossessione come l’ha definita Conte nella sua lettera a Salvini”, conclude Negro. “Io ho l’impressione che ci si irrigidisce per puro calcolo politico perché si pensa che mantenendo il punto salgono le azioni politiche ma sulla vita delle persone non si può giocare”.

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Terra Santa: espulsione di madri e bambini filippini. P. Nahra (patriarcato): “Una scelta politica”

Fri, 16/08/2019 - 10:30

“Non sradicate questi bambini e le loro madri. Non appartengono a famiglie ricche. Tornare nel loro paese di origine vorrebbe dire ripiombare nella povertà e nell’indigenza, condizioni che le avevano costrette a emigrare. In tanti altri Paesi del mondo una persona che lavora con competenza e bravura per un lungo tempo può chiedere il diritto di residenza. In Israele non possono restare perché non sono ebrei”.

Padre Rafic Nahra, Vicario patriarcale per la pastorale dei migranti e dei richiedenti asilo in Israele

Padre Rafic Nahra, Vicario patriarcale per la pastorale dei migranti e dei richiedenti asilo in Israele, interviene così nella vicenda dell’espulsione delle madri filippine e dei rispettivi bambini messa in atto dalle autorità israeliane nel più ampio piano di rimpatri forzati di lavoratori stranieri e migranti con visto di lavoro scaduto. Le stime parlano di circa 30mila badanti filippine, su un totale di 60mila donne straniere provenienti da Asia e Europa dell’Est. Ma quelle a rischio espulsione, con i figli, sarebbero poche decine.

Il vicario del patriarcato latino di Gerusalemme ribadisce al Sir posizioni già espresse e sottoscritte, agli inizi del mese, dai Capi della Chiesa Cattolica in Israele che in una nota hanno espresso “preoccupazione” per la scelta delle “autorità competenti in materia di immigrazione di espellere dal Paese madri filippine e i rispettivi bambini. Benché – si legge nel testo – si tratti di lavoratori stranieri che hanno perduto il proprio status e il permesso di soggiorno in Israele, non si può ignorare la condizione particolare in cui versano tanto loro quanto i loro figli nati nel Paese”. Spiega padre Nahra: “sono in larghissima parte donne alle quali non è permesso avere bambini durante la loro permanenza per motivi di lavoro in Israele. Secondo la legge, infatti, una lavoratrice migrante straniera che resta incinta deve spedire il figlio nel Paese di provenienza una volta nato. Questa è la condizione per ottenere il rinnovo del visto.

Si tratta di una scelta molto crudele tra continuare il proprio impiego e la realizzazione del proprio diritto alla maternità”.

“Non ha senso espellere queste persone per farne venire delle altre” incalza il sacerdote che ricorda come si stia parlando di “donne per la maggior parte impiegata nell’assistenza ad anziani, a malati, in lavori domestici e pulizie, con orari di lavoro lunghi e faticosi. I loro figli, nati qui, frequentano scuole israeliane e parlano l’ebraico come lingua madre. Sono lavoratrici serie, i loro figli sono integrati, amano Israele”.

“Non sono un pericolo per la sicurezza di Israele”.

Non lo sono anche per i numeri, aggiunge padre Nahra, “molto circoscritti. Siamo nell’ordine di poche centinaia di persone, tra madri e bambini, questi ultimi nati e cresciuti qui, e che non avrebbero nemmeno i requisiti per ottenere la cittadinanza nel proprio Paese di origine. Non sarebbe più semplice tenerli tutti qui? Nel 2006 e nel 2010, Israele ha concesso la residenza permanente a diverse centinaia di bambini. Potrebbe farlo anche adesso”. La speranza che accada, tuttavia, è poca perché, denuncia il vicario patriarcale, “questa di Israele

è una scelta politica tesa a creare uno Stato ebraico

come prevede la legge fondamentale ‘Israele Stato-nazione del popolo ebraico’ approvata lo scorso anno, a luglio, dalla Knesset e strettamente legata all’identità ebraica del paese”. Un modo, dunque, per diminuire la popolazione non ebraica presente in Israele, come messo in evidenza anche da altri leader religiosi locali. Intanto sono cominciate le prime espulsioni: la prima è del 29 luglio corso e ha riguardato una donna filippina, con il figlio di 11 mesi, cui è seguito il rimpatrio forzato di una sua connazionale e dei suoi due figli. Quest’ultima aveva fatto inutilmente ricorso ai giudici.

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Scandalo abusi in Cile. P. del Campo (prov. Gesuiti): “Ascoltare le vittime e fare giustizia per riparare le vite che sono state rovinate”

Fri, 16/08/2019 - 10:30

Non conclude il suo mandato di padre provinciale dei gesuiti cileni nella maniera in cui si sarebbe aspettato quando ha iniziato il suo servizio. Per padre Cristián del Campo, che sta per fare il cambio di consegne con il nuovo provinciale, padre Gabriel Roblero, l’ultimo è stato un mese doloroso, anche se aperto alla speranza e alla convinzione di aver intrapreso un cammino nuovo. “E’ quello del Vangelo, e non ce n’è un altro”. Tre casi di abuso su minori, nell’ambito della Compagnia di Gesù, sono emersi in pochi giorni. Prima è stato espulso dalla Compagnia e dimesso dallo stato clericale il novantacinquenne padre Leonel Ibacache Ortiz. Quindi analogo provvedimento è stato preso per padre Jaime Guzmán Astaburuaga. Infine, è emerso in tutta la sua crudezza il caso destinato a fare più scalpore, quello di Renato Poblete Barth, deceduto nel 2010. Una figura conosciutissima in Cile: fu per oltre vent’anni cappellano dell’istituzione caritativa “Hogar de Cristo”, fondata dal santo gesuita Alberto Hurtado. Vinse diversi premi e fu autore di numerose pubblicazioni. Gli sono state intitolate vie e gli sono state dedicate statue.
E’ stata una donna, Marcela Aranda, a presentare una prima denuncia. Leggerla, afferma ora padre del Campo, è stato un colpo al cuore. La Compagnia di Gesù, a quel punto, ha affidato l’inchiesta previa a un avvocato penalista indipendente, Waldo Bown, il quale ha raccolto oltre cento testimonianze attraverso interviste e un’ingente mole di corrispondenze e materiale cartaceo. Tra i testimoni, anche 21 donne, che hanno affermato di essere state oggetto di abusi sessuali da parte del sacerdote, in un tempo che va dal 1960 al 2008. 16, in particolare, le vittime di abusi gravi e portati avanti con violenza; quattro i casi di abuso su minori: due, invece, le relazioni che si sono protratte nel tempo. Non mancano casi di vittime costrette ad abortire. Le 407 pagine dell’inchiesta, secondo la Compagnia di Gesù, parlano di “testimonianze credibili e plausibili”.

Padre del Campo, nel presentare il documento, ha apertamente di “vergogna”, con l’ammissione che in alcuni casi, c’è stata una “responsabilità etica” per una non adeguata vigilanza da parte della Compagnia di Gesù.

La quale non aveva mancato, ha fatto notare lo stesso provinciale parlando con il quotidiano “El Mercurio”, di rivolgere forti critiche all’Episcopato proprio per la gestione degli scandali sugli abusi che hanno sconvolto la Chiesa cilena. Parte da qui l’intervista (una delle pochissime di queste settimane) che padre Cristián del Campo ha concesso al Sir.

Qual è stata la sua reazione personale e quella dei gesuiti cileni una volta conosciuti gli esiti dell’indagine su Renato Poblete. Si è trattato del momento più difficile del suo servizio come padre provinciale?
Ogni caso di abuso è stato molto difficile. Per quanto riguarda questo caso particolare, credo che il momento più difficile sia stato quando ho letto la prima denuncia. Come gesuiti. Siamo pieni di vergogna, profondamente colpiti e sconcertati, sia per gli abusi di cui siamo venuti a conoscenza che per le nostre responsabilità in questo caso.

Abbiamo sbagliato come congregazione e per questo abbiamo espresso la nostra richiesta di perdono alle vittime.

Senza dubbio, è una situazione nella quale non avremmo voluto mai trovarci, però essa ci apre gli occhi rispetto ai meccanismi e alle strutture che hanno facilitato che tutto questo accadesse.

Prevale il dolore per il danno causato o la speranza, anche alla luce dell’attuale posizione della Compagnia di Gesù?
Entrambe le cose. Questa è stata una profonda esperienza di umiliazione per i nostri delitti e peccati. Però confidiamo che la verità ci libererà e che la riparazione delle vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti sarà parte della nostra stessa riconfigurazione come corpo apostolico. Il dolore delle vittime e l’orrore che abbiamo conosciuto non può lasciarci paralizzati: c’è per tutti noi una promessa pasquale.

Pensa che ci troviamo di fronte una nuova pagina, non solo della Compagnia di Gesù, ma della stessa Chiesa cilena? E’ importante il ruolo giocato da Papa Francesco?
Senza dubbio il momento di svolta è stato la visita di Papa Francesco in Cile, nel gennaio 2018, seguita dall’invio di mons. Scicluna in due occasioni per ascoltare ed essere testimone di quello che stava accadendo nel nostro Paese. Si tratta di un’opportunità unica di conversione per tutta la Chiesa che cammina nel Cile, specialmente per noi consacrati.

E’ arrivato il tempo di ascoltare le vittime e correggere tutto quello che nel passato ha permesso che questi abusi venissero commessi.

Come recuperare la fiducia del popolo di Dio, e delle vittime in particolare?
Con i fatti, più che con le parole. Ascoltando le vittime, impegnandoci a fondo per la verità, facendo giustizia e appoggiando tutto quello che possa riparare le vite che sono state rovinate. E’ un processo lento, però lo Spirito Santo ci invita a percorrere questo cammino, perché non ce n’è un altro… Se vogliamo essere discepoli di Gesù e del suo Vangelo, non c’è davvero un altro cammino.

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Ferragosto 2019: salvare vite in mare e fare festa insieme

Thu, 15/08/2019 - 08:26

Un termine mitico: Ferragosto. Sembra che nessuno osi starsene a casa quietamente ma sia sollecitato a viaggiare oppure semplicemente a muoversi per una gita. Dobbiamo le latine Feriae Augusti (il riposo di Augusto) niente meno che all’Imperatore Augusto che le istituì nel 18 a. C.
Da tempo quindi immemorabile il popolo avverte il bisogno di una pausa, il bisogno di far festa: dopo la calura estiva tutto è ben comprensibile.
Conclusi i lavori agricoli ecco il momento del meritato riposo fra cibi gustosi, corse di cavalli e di asini.
Un folklore che ancora oggi viene offerto ai turisti che pullulano … tanto che in molti sindaci si trovano alle prese con dover limitare il numero dei vacanzieri…

Nulla da obiettare sul riposo, sull’aria festaiola. Tutto invece da rivedere quando sulla nostra coscienza pesano 500 persone, esseri umani come noi in balia del mare che, se le previsioni saranno azzeccate, si scatenerà in ondate alte due metri.

Possiamo ignorare tutto e goderci il mare o i monti? Possiamo dissetarci e scegliere leccornie quando un uomo, proprio come noi, viene trovato in un barchino morto per gli stenti?
Indubbiamente non possiamo lasciarci morire di fame e di sete per una falsa postura di simpatia, ma non dovremmo conoscere un limite?
Di più: perché arriviamo a questi livelli di disumanità? Perché la nostra percezione della realtà è ottusa?
Perché chiudiamo gli occhi e le orecchie agli eccidi, alle guerriglie, agli attentati?

La realtà politica nostra versa in una notevole crisi, il Ferragosto che cosa porterà? Buio o luce? Attenzione al bene comune oppure giravolte crisaiole?

Non esiste la panacea universale e neppure il discorso ai cittadini per esortali che tenga.
Anche il sermone di qualche ecclesiastico va escluso, non può sanare. Abbiamo necessità della sua testimonianza via e reale.
Ed allora che cosa sana?
Affermo: chi sana? E lo scrivo maiuscolo: Chi sana?

Se riuscissimo a guardare non al Ferragosto come momento solo ludico ma a quel momento in cui, legittimamente, si tira il fiato per riprendersi e si fosse capaci simultaneamente di rivolgere lo sguardo alla testimonianza di Maria Assunta, potremmo essere sulla buona strada.

La storia ci dice che le Feriae Augusti cadevano il 1° agosto, fu la Chiesa a volerle far coincidere con quella festa che chiamiamo l’Assunta.
Si trattò di una imposizione? Di una sovrapposizione cristiana ad un momento pagano?
Forse in qualche personaggio magari non lo si potrebbe escludere, forse in un momento storico di prevalenza… tuttavia non depone a sanità mentale chiedersi quale ne sia il significato preciso?
Maria, la Madre di Gesù, compie il suo pellegrinaggio terreno e dovrebbe attendere quel recidere della vita che, prima o poi, toccherà a tutti, indistintamente: bianchi o neri o gialli, ricchi o poveri, intelligenti o dementi. Toccherà ad ogni essere vivente.
La fede, cioè riconoscere la presenza nella storia dell’irruzione salvifica del Creatore, ci indica una traiettoria di comprensione.
Maria visse sempre in ascolto dell’Altissimo, seppe risponderGli e accettare una sorta non proprio invidiabile se dovette emigrare in Egitto e vedere il Figlio torturato sul patibolo infame e poi morire fra gli spasimi.

Maria però rimase sempre trasparente, seppe lottare con gli offuscamenti che serpeggiavano per demolire il suo assenso a quel Dio che l’aveva investita di una missione a noi diretta.

Ora tutto si compie ma non nel disfacimento corporeo, non nella sofferenza del boccheggiare per mancanza di respiro. Tutto si compie nella Luce, perché Maria sempre visse nella Luce e di Luce.
Neppure trapassa ma infrange la legge della gravità, con il suo stesso corpo squarcia quanto noi vediamo e viene portata dagli Angeli dinanzi al Volto del Padre.
In grande giubilo.
Quello che anche noi potremo godere quando verrà a chiamarci se sapremo accogliere la Luce e accettare di abbandonare la nostra dimensione terrena.
Non è panacea ma duro pane di servizio evangelico, duro impegno di salvare vite in mare e non lasciarle affogare, dura decisione di fare festa insieme non da egocentrici e da egoisti.
La decisione è tutta nostra.

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Crisi di governo. Card. Bassetti (Cei): “Tocca al Parlamento trovare una soluzione per aiutarci a rimanere un grande Paese”

Thu, 15/08/2019 - 00:01

Cosa esprime il cordoglio corale suscitato dalla morte di Nadia Toffa? Oltre alla sua giovane età, vi ha contribuito certo la sua notorietà di giornalista “vivace, impegnata e coraggiosa”; ma ciò che ha colpito tutti sono state la dignità, la forza e la speranza con cui ha affrontato la malattia, fino a fargliela definire “un dono, un’occasione, un’opportunità”; ha colpito il suo sorriso – autentico fiore d’inverno -, la sua passione per la vita – così fragile e così straordinaria –, l’affetto dei famigliari, degli amici e dei colleghi. Questa donna ha convinto perché ha saputo dar voce all’anelito profondo e irriducibile, che abita il cuore: è desiderio di incontro e pienezza, urgenza di verità e giustizia, che disegna il volto, il nome e l’impegno di ciascuno nella realtà, per dirla con il tema del Meeting che si apre domenica a Rimini.

Per il Paese ritrovare questo orizzonte è forse la necessità più impellente. Lo scrivo mentre, come tutti, seguo gli esiti del dibattito politico in corso. La crisi che stiamo ancora una volta attraversando, prima che di partiti, è crisi di sistema e di visione. Mette in luce la prevaricazione di alcuni, ma anche la debolezza di molti altri, che affrontano la responsabilità politica quasi fosse un gioco.

Il Parlamento è cosa seria, vitale. È la Chiesa delle democrazie.

Nei settant’anni di storia repubblicana gli eletti che l’anno composto sono stati specchio del Paese: in molti casi, persone da cui prendere esempio per la passione civile con cui hanno servito le Istituzioni. Anche oggi fra i parlamentari vi sono tante persone libere e rigorose, che hanno il dovere di prendere la parola per richiamare tutti a responsabilità. Credo che, più che il loro numero, conti la possibilità che fra loro ci siano non solo i fedelissimi dei capi di turno, ma tante persone oneste, competenti, attente a parlare a tutti. La politica, prima che di numeri, è fatta di persone.

Ancora una volta tocca al Parlamento trovare una soluzione per aiutarci a rimanere un grande Paese, democratico ed europeo. Governare è una necessità; governare bene, un dovere.

Il Parlamento non diventi, perciò, la trincea di una lunga guerra di posizione. Come nei legami familiari, tutte le forze politiche tornino a guardarsi negli occhi con la disponibilità a individuare le strade per convivere senza inganno o inutili astuzie.

È con questi pensieri nel cuore che auguro a tutti i lettori di “Avvenire” una buona festa dell’Assunta. Fin dalla sua definizione, nel 1950, il dogma non contiene soltanto l’affermazione che ciò che la Chiesa ritiene per Maria è anticipo e promessa di quella che sarà la salvezza integrale di ogni persona. Come disse allora Pio XII in Piazza San Pietro – presenti Alcide De Gasperi e Robert Schuman – l’Assunta ha a che vedere con il bene comune: “Voi, poveri, malati, profughi, prigionieri, perseguitati, braccia senza lavoro e membra senza tetto, sofferenti di ogni genere e di ogni Paese; voi, a cui il soggiorno terreno sembra dar solo lacrime e privazioni, per quanti sforzi si facciano e si debbano fare alfine di venirvi in aiuto, innalzate lo sguardo verso Colei che, prima di voi, percorse le vie della povertà, del disprezzo, dell’esilio, del dolore…”. Sì, in Maria assunta in Cielo ci possiamo riconoscere tutti, a partire dai poveri di ogni tempo, quelli del difficile periodo successivo al secondo conflitto mondiale e quelli di ogni generazione, compresa la nostra.

Sotto la sua materna intercessione poniamo con fiducia le sorti del nostro amato Paese.

(*) arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei

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Cinema d’estate: sei titoli su adolescenti in crescita

Wed, 14/08/2019 - 20:58

Per il secondo appuntamento di Focus cinema d’estate 2019 ecco 6 film sul tema “adolescenti in crescita” da (ri)vedere tra arene, campi estivi parrocchiali e home-video: “Bene ma non benissimo”, “Ben is Back”, “Beautiful Boy”, “Il coraggio della verità”, “In viaggio con Adele” e “La paranza dei bambini”.

“Bene ma non benissimo”

È una commedia a tinte sociali sul mondo degli adolescenti “Bene ma non Benissimo” del regista Francesco Mandelli, con un passato da conduttore televisivo e attore. Protagonista è Candida(Francesca Giordano), quindicenne che si trasferisce dalla Sicilia a Torino con il padre; un racconto di dinamiche familiari, di nuove amicizie ma anche di episodi di esclusione e bullismo. Nonostante il tema spinoso, il film vira in positivo sui toni della leggerezza, grazie al carattere esuberante della protagonista, che non smette di guardare all’orizzonte con fiducia. Un’opera che mette in primo piano l’importanza dell’amicizia tra i giovani, legame che può essere il modo per risolvere tanti problemi. Il film dal punto di vista pastorale è consigliabile, problematico e per dibattiti.

 

“Ben is Back”

Ha vinto il Premio speciale ad Alice nella Città – Festa del Cinema di Roma 2018 il mélo statunitense “Ben is Back” scritto e diretto da Peter Hedges, che vede protagonista il premio Oscar Julia Roberts. Il film propone il viaggio nell’oscurità della dipendenza della droga di una madre e un figlio, Holly e Ben. Una madre coraggio che vaga di notte tra le periferie desolate degli Stati Uniti in cerca di quel figlio smarrito che non vuole abbandonare né dimenticare; un viaggio dal buio alla luce. Un racconto bello e intenso dove la Roberts offre un’interpretazione potente e struggente; la regia di Hedges si rivela solida ed equilibrata. Occorre rilevare qualche incertezza sul finale, forse troppo sbrigativo. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e per dibattiti.

 

“Beautiful Boy”

È un film sullo stesso binario di “Ben is Beck”, ma virato al maschile. Parliamo di “Beautiful Boy” del regista belga Felix Van Groeningen, apprezzato autore di “Alabama Monroe” del 2012.“Beautiful Boy” si ispira alla storia vera di David e Nic Sheff, padre e figlio coinvolti nel dramma familiare legato alla droga. Interpretato con misura e intensità da Steve Carell e Timothée Chalamet, il film esplora le complesse sfumature dell’animo umano, allargando il campo al film di denuncia sulle conseguenze delle droghe nella vita dei giovani. Il tema è di certo attuale e scottante, ma la regia di Felix Van Groeningen non riesce pienamente a trovare il giusto tono narrativo, mantenendosi a metà strada tra denuncia e mélo. Film comunque molto valido, nonostante le sbavature, dai chiari intenti educativi. Dal punto di vista pastorale il film è complesso e problematico, per dibattiti.

 

“Il coraggio della verità”

Ispirato al best seller per ragazzi di Angie Thomas (edizioni Giunti), “Il coraggio della verità” di George Tillman Jr. è un racconto di fratture sociali e tensioni razziali nell’America di oggi, ma soprattutto del coraggio di scegliere tra bene e male, tra giusto e sbagliato, nella prospettiva di un’adolescente in cammino verso l’età adulta. Protagonista è Starr (Amandla Stenberg), una ragazza di 16 anni di origini afroamericane che vive con la sua famiglia in un quartiere disagiato, ma frequenta una scuola bene nel centro della città. Spaccata tra due vite, tra due ambienti sociali, la giovane è chiamata a prendere posizione e definire la propria voce nella comunità. La regia di Tillman Jr. si dimostra dinamica e abile nell’indirizzarsi a un pubblico vasto, soprattutto familiare. Si riconosce all’opera un chiaro intento educativo e per questo è giusto valorizzarlo, nonostante qualche debolezza. Il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

 

“In viaggio con Adele”

Con “In viaggio con Adele” Alessandro Capitani firma la sua opera prima. Si tratta del tenero e nel contempo difficile rapporto tra un padre e una figlia con problemi psichici; a interpretarli con efficacia e capacità di grandi sfumature emotive sono Alessandro Haber e Sara Serraiocco. Il film mette a fuoco gli “imprevisti” della vita e le scelte che si è chiamati a compiere: in particolare l’uomo deve prendere atto del suo ruolo paterno, da cui prova a sfuggire senza successo. Il sentimento paterno nasce in lui piano piano, trovando la forza di imporsi al di là delle difficoltà. Dalla regia competente e brillante, il film risulta consigliabile, problematico e per dibattiti.

 

“La paranza dei bambini”

Ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival del Cinema di Berlino 2019 “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi, tratto dal romanzo inchiesta di Roberto Saviano. Il film segue le scorribande quotidiane di un gruppo di quindicenni a Napoli; giovani che non abitano la scuola o la famiglia, ma solamente la strada. Questi ragazzi si affacciano alla vita adulta con voracità e sconfortante ingenuità; prede facili della malavita, tentano il “salto di qualità” tra spaccio e pizzo per ottenere rapida ricchezza. Giovannesi compone un quadro visivo duro, fosco e inquietante; la sua è una denuncia netta, con sguardo asciutto, dallo stile visivo senza dubbio convincente. In tutto questo però, nel rimarcare l’innocenza perduta di questi ragazzi, viene meno un squarcio di luce, di speranza, la presenza di quanti non si arrendono a tale logoramento verso il basso. Dal punto di vista pastorale l’opera è complessa, problematica e adatta per dibattiti, magari in presenza di educatori capaci di allargare lo sguardo e contestualizzare la riflessione.

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Woodstock. Un sogno che ha rischiato di diventare realtà

Wed, 14/08/2019 - 20:58

Avrebbero dovuto essere non più di 50mila persone, in quel posticino vicino il villaggio di Bethel nello stato di New York, per un evento costruito all’inizio come un investimento puramente commerciale e che invece divenne l’icona di un’intera, anzi, di diverse generazioni.

Perché qualcuno dice, ma non sono fonti ufficiali, che ci siano stati, a settanta chilometri circa da Woodstock, più di un milione di persone venute da ogni dove per quei tre giorni, dal 15 al 18 agosto del 1969, quando si esibirono i più grandi artisti della scena rock, folk, blues e progressiva del tempo, da Jimi Hendrix ad Arlo Guthrie, da Joan Baez a Santana (con uno dei primi assoli di batteria della scena rock in “Soul sacrifice”), dai Canned Heat a Janis Joplin, passando per i frenetici, mai fermi Sly & the Family Stone, sempre al limite tra blues, dance, musica africana.

E poi il country rock dei Creedence Clearwater Revival, la demolizione degli strumenti musicali degli Who, i Jefferson Airplane con le loro canzoni utopiche e la loro adesione al mondo della psichedelia e purtroppo del consumo di lsd, e poi l’icona del festival, la beatlesiana “With a little help from my friends” cantata dalla voce ruggente di un Joe Cocker che mimava l’atto di suonare la chitarra, anzi, il basso. E poi l’assolo – il più lungo della storia live del rock-blues – di chitarra elettrica, la mitica Gibson di Alvin Lee, con i Ten Years After, in “I’m going home”, uno scatenato rock-blues che trascinò con sé tutto e tutti, e la Band, che aveva suonato con Bob Dylan, e uno dei primi “supergruppi”, Crosby, Stills, Nash & Young con il loro singolare impasto di suoni medioevaleggianti, rock durissimo, chitarre distorte e voci angeliche.

Certo Woodstock non fu il solo evento-cardine, c’era già stato due anni prima Monterey, un altro grande concerto che aveva riunito grandi musicisti e folle di giovani alla ricerca di un modo diverso di vivere, oltre che di fare musica. A Woodstock però si incontrarono le diverse anime di quel movimento non uniforme che era unito dal desiderio di uscire fuori dal buco nero della guerra in Vietnam, del rischio atomico e di una società sempre più robotizzata e guidata dal di fuori. Non è un caso che i modelli letterari di quegli anni fossero l’Huxley di “Il mondo nuovo”, una profezia “distopica” su un futuro automatizzato e programmato dall’inizio alla fine, o l’Orwell di “1984”, visione terribile della società massificata, scritto però nell’insospettabile 1949. Certo, gli allucinogeni scorrevano, ma nello stesso tempo la fede, quella che Marx aveva chiamato l’oppio dei popoli, si (ri)faceva strada tra gli scettici hippies o i figli dei fiori che cominciavano a pensare che la spocchiosa critica alla religione degli intellettuali snob fosse in realtà un modo per facilitare il compito alla società di massa di fagocitare tutto e tutti nella promessa di una felicità esclusivamente commerciale.

La religione, non solo quella cristiana, rifaceva capolino

con i continui riferimenti ai valori spirituali del grande chitarrista Carlos Santana, o alla Bibbia e al messaggio di pace del Vangelo di Joan Baez, una delle icone del pacifismo dei Sessanta, o la fascinazione della contemplazione e del sorriso all’esistenza dell’induista Ravi Shankar, con il saluto a mani giunte che contrassegnava la fine di ogni suo concerto e che sdoganò, grazie al beatle George Harrison, suo allievo, l’ipnotico suono del sitar.

Una sorta di continuazione e anzi diffusione più popolare, con in più riferimenti mistici e religiosi, come abbiamo visto, del messaggio beat della generazione dei Ginsberg e dei Kerouac, ma anche e soprattutto una manifestazione di amore verso la natura da sempre presente nella cultura americana (basterebbe pensare ad Emerson, a Thoreau o a Whitman) e che poi, per un certo lasso di tempo, venne messo da parte come sogno o utopia, ma oggi tornato all’attenzione mediatica come unica cura nei riguardi di un pianeta fatto ammalare dai suoi stessi abitanti.

Il sogno talvolta è tutt’uno con la realtà, come avevano intuito molto prima Shakespeare e Calderòn de la Barca, non esattamente due menestrelli qualsiasi.

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Yemen. Pezzati (Oxfam): “La situazione è grave, l’Italia faccia di più”

Wed, 14/08/2019 - 15:49

Non c’è tregua nello Yemen. Ancora scontri. Ancora morti. E la popolazione è allo stremo. Costretta ogni giorno a lottare per accedere ad acqua pulita, contrastare le epidemie, raggiungere gli aiuti umanitari. È Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam Italia per le emergenze umanitarie, a raccontare al Sir cosa sta succedendo nello Yemen e soprattutto quali conseguenze hanno gli scontri sulla popolazione. Sono state le Nazioni Unite a denunciare l’uccisione lo scorso 8 agosto di 40 persone e il ferimento di altre 260 nel porto meridionale di Aden. “È scoraggiante – ha dichiarato la coordinatrice umanitaria dell’Onu per lo Yemen, Lisa Grande – il fatto che durante le celebrazioni di Eid-al-Adha ci siano famiglie in lutto per la morte dei loro cari invece di essere impegnate a celebrare in pace ed armonia”.

“Nelle ultime settimane c’è stato un ulteriore elemento di complicazione all’interno di una guerra già complessa e molto difficile da spiegare”, conferma Pezzati. E precisa: “Nel sud, nella zona cioè del Paese che vede come capitale Aden, è in atto una sorta di conflitto interno. Una parte delle forze sostenute dalla colazione saudita, per la precisione il Southern Transitional Council, sostenuto principalmente dagli Emirati Arabi, ha fatto un colpo di Stato riuscendo ad occupare posti chiavi della amministrazione di Aden. A questo punto l’Arabia Saudita ha dato un ultimatum chiedendo al Consiglio di Transizione del Sud di interrompere l’azione altrimenti sarebbero intervenuti in modo pesante. Per il momento di Consiglio ha accettato ma c’è da capire come evolverà la situazione”. Il Southern Transitional Council (Stc) è una forza molto vicina agli Emirati Arabi: ha come obiettivo la costituzione di uno Stato indipendente del Sud secondo il principio di separazione del Paese. Gli scontri di Aden sono solo l’ultimo atto di una guerra civile complicatissima che sta prostrando dal 2015 la popolazione. Una guerra che oltre tutto si colloca all’interno di una più ampia partita a scacchi anche a livello regionale tra gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita.

Oxfam è presente in Yemen dal 1984. Già prima di questa guerra, lo Yemen era uno dei Paesi più poveri del mondo e il più povero dell’area. “Siamo presenti da 35 anni – sottolinea Pezzati – ed abbiamo quindi avuto modo di accreditarci, guadagnare fiducia e credibilità presso la popolazione”.

Sia nel Nord sia nel Sud Oxfam è presente in 8 governatorati, coprendo soprattutto le zone più calde.

In questi 4 anni di guerra civile, ha raggiunto più di 4 milioni di persone. Sono specializzati nel portare acqua nelle crisi umanitarie più gravi: lo fanno attraverso i camion oppure costruiscono sistemi di raccolta e laddove è possibile ripristinano acquedotti e reti idriche, nonché sistemi di canalizzazione delle acque reflue, per il contrasto alla diffusione di epidemie.

“La situazione è grave”, racconta il rappresentante Oxfam. Il primo grande problema è l’accesso umanitario, la possibilità cioè per gli operatori umanitari di arrivare nei luoghi del bisogno. E questo è dovuto all’intensificarsi degli scontri terrestri e ai check point che sono talvolta gestiti da milizie locali e non riconosciute che mettono a rischio l’incolumità degli operatori. C’è pertanto bisogno di una normalizzazione della situazione anche per facilitare l’accesso degli aiuti umanitari. Pezzati spiega che i tempi di percorrenze da un posto all’altro del Paese si sono moltiplicati per 4 e “se prima per raggiungere un luogo ci volevano 3 ore, adesso ce ne vogliono almeno 12”. Il secondo problema – che è poi legato al primo – è l’arrivo via mare dei beni essenziali nel Paese, nei porti di Hodeidah e Aden. Questo vuol dire che i prezzi di beni primari vanno alle stelle.

“Il tutto si inserisce in un contesto umanitario che è il più grave al mondo”.

Secondo dati Oxfam, su 30 milioni di abitanti, 24 hanno bisogno di assistenza umanitaria. Di questi, più della metà, 14 milioni, in modo grave. 8 milioni sono le persone gravemente malnutrite e 18 milioni quelle esposte a insicurezza alimentare (non sanno cioè se faranno un pasto successivo a quello che hanno fatto). Si contano almeno 18 milioni di persone che hanno bisogno di acqua pulita o sono senza accesso ai servizi sanitari. In più ci sono 3 milioni di sfollati. Dall’inizio del conflitto in Yemen, più di 7.500 bambini sono stati uccisi o feriti. C’è poi lo spettro delle epidemie, perché “quando non hai nulla da mangiare, il tuo corpo è debilitato e non hai accesso all’acqua pulita, sei maggiormente esposto ad epidemie e una di quelle che più preoccupa è il colera. In Yemen si è registrato il record di casi di colera: 1,2 milione di persone sono state contagiate e solo nel 2019, si contano centinaia di morti per colera”.

“Una vittoria molto importante, ma l’Italia può fare molto di più”. Oxfam ha fatto parte di quel nutrito gruppo di ong che nei mesi scorsi unite nella “Rete italiana per il disarmo” hanno chiesto al governo lo stop alle esportazioni di armi italiane nel conflitto armato in Yemen. Dopo la mozione del governo, approvata dalla Camera il 26 giugno, il direttore generale della Rwm ha annunciato lo stop per 18 mesi della fabbricazione degli ordigni acquistati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi. “Per noi è stata una vittoria molto importante”, dice Pezzati che però aggiunge subito: “si può fare molto di più. Intanto si può allargare l’embargo a tutti i dispositivi di armi e non soltanto ai missili e alle bombe. E si può allargare lo stop a tutti i paesi coinvolti e non solo agli Emirati Arabi e Arabia Saudita. Chiediamo inoltre che l’Italia assuma un ruolo di leadership nel contesto europeo per arrivare ad un embargo europeo”. Inoltre, conclude il rappresentante Oxfam, “l’Italia può fare molto di più a livello di finanziamenti: c’è un grave bisogno di soldi: il piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite aveva preventivato un impegno di 4,2 miliardi di dollari. In questo momento è finanziato solo al 34%. L’appello è che la comunità internazionale faccia di più ma anche che l’Italia che ha messo a preventivo solamente 5 miliardi di euro, si impegni maggiormente”.

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La storia di Zaid, farmacista siriano fuggito dalla guerra: “Me ne sono andato per non uccidere”

Wed, 14/08/2019 - 11:54

Continua la catastrofe umanitaria in Siria: le azioni di guerra e i bombardamenti ai danni dei civili non di fermano, e torna ad alzarsi anche la voce di papa Francesco.
Bergoglio ha fatto recapitare dal cardinale Turkson una sua lettera per il Presidente siriano Assad, chiedendo “protezione della vita dei civili, stop alla catastrofe umanitaria nella regione di Idlib, iniziative concrete per un rientro in sicurezza degli sfollati, rilascio dei detenuti e l’accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari, condizioni di umanità per i detenuti politici. Insieme a un rinnovato appello per la ripresa del dialogo e del negoziato con il coinvolgimento della comunità internazionale”.

La Siria è ormai un campo di battaglia, ed è “molto difficile anche comunicare con i miei familiari rimasti lì, per fortuna ci sono i social network a darci una mano”, racconta Zaid Ameen, protagonista di una bella storia di integrazione. E di speranza.

Oggi Zaid è sereno e lavora in un una farmacia del centro storico di Rieti, ma il vissuto che ha alle spalle è tutt’altra cosa, ed è pieno di dolore. Trentaquattro anni, più grande di sei fratelli, Zaid è siriano d’origine ed ha studiato farmacia nel suo Paese: “Ho preso due lauree, una in tecnico di radiologia e una in farmacia, che è sempre stata la mia passione”. Dopo il conseguimento del titolo, inizia a lavorare in un ospedale vicino Damasco, “un lavoro molto difficile e pesante, curavo tanti feriti di guerra, era una situazione di continua emergenza”.
A soli 27 anni, la gestione di un compito gravoso sia materialmente che psicologicamente, perchè “non era tanto la ferita in sè a far male, il dolore veniva dal motivo che l’aveva causata, da tutto lo sfondo della situazione: gente innocente che moriva inutilmente, solo per le questioni dei potenti che le persone comuni nella maggior parte dei casi ignoravano del tutto. Da noi venivano solo i civili, gli ultimi, coloro che pagavano il prezzo altissimo di uno scenario di cui non erano in nessun modo responsabili”.
Nel 2012 Zaid decide di lasciare il suo Paese: una scelta quasi obbligata. “In Siria è obbligatorio fare il servizio militare, e io non volevo. O entravo nell’esercito o mi univo ai ribelli, per cui ho scelto un’altra strada. In caso contrario avrei in qualche modo partecipato alla guerra, a ciò che stava accadendo, e avrei rischiato di uccidere qualcuno”.
La partenza in aereo per il Libano, poi la tappa a Il Cairo, in auto fino a Bengasi e quindi di nuovo in aereo fino a Tripoli. In Libia Zaid si mette alla ricerca di un lavoro, ma senza alcun successo. Qualche mese dopo arriva la decisione di venire in Italia via mare, a bordo di uno sgangherato peschereccio, con un “biglietto” pagato 1200 dollari.

Il viaggio è terribile.

“Non avevo idea di cosa significasse intraprendere un’esperienza simile, mi immaginavo una nave molto più grande, o perlomeno normale, e condizioni certamente diverse. Invece a bordo eravamo 455, assiepati l’uno sull’altro e senza neppure la possibilità di portare una piccola valigia: il nostro unico bagaglio era ciò che indossavamo”.
Una traversata di circa ventidue ore, relativamente tranquilla a causa del mare calmo. Ma sulla terraferma di Lampedusa la situazione è ancor peggiore del viaggio.
“C’erano tantissimi sbarchi, lo scenario era ingestibile. Ricordo che subito dopo la mia arrivò una barca dalla Libia che aveva a bordo con un carico di soli cadaveri: c’erano circa duecento persone morte a causa di un viaggio agghiacciante”.
Dopo un passaggio nell’entroterra siciliano Zaid passa sette mesi in Germania, dove la sua richiesta d’asilo viene respinta, poi arriva in un campo di Roma e finalmente viene accolto in maniera stabile a Rieti, grazie al Progetto Sprar gestito dalla Caritas diocesana. “Dopo solo una settimana dall’arrivo a Rieti la situazione era già tranquilla e normalizzata”, ricorda. “Gli operatori della Caritas sono stati accoglienti e gentili, soprattutto mi hanno fatto un quadro generale sulle cose importanti da sapere per stare in Italia, a partire dall’insegnamento della lingua, della Costituzione. Sono tuttora sempre disponibili ad aiutarmi e naturalmente io ad aiutare loro”.
Grazie ai corsi di italiano Zaid impara velocemente la nostra lingua e l’ordinamento giuridico italiano, e pian piano si inserisce nella comunità cittadina, anche attraverso tirocini formativi e attività aggreganti: “Ho fatto il pizzaiolo, come mestiere non riguardava certo la mia formazione ma era un modo come un altro per non rimanere a casa, per essere incluso in città”.
Una città che lo ha accolto bene, fin da subito: “A Rieti mai un episodio di intolleranza, nè al lavoro nè in altre circostanze, non ricordo nulla di simile”.
Nel febbraio di quest’anno, all’Università di Pavia, l’agognato traguardo dell’adeguamento della laurea siriana a quella italiana, con parecchi esami in più e la tesi. Un impegno che lo porta finalmente ad appuntare sul camice bianco la spilletta che lo identifica come farmacista a tutti gli effetti.
Ogni tanto, inevitabilmente, il pensiero corre alla famiglia lasciata in Siria: “Mi mancano. Vivono nella parte peggiore, la zona in cui hanno usato le armi chimiche. Cerco di sentirli spesso, i bombardamenti sono all’ordine del giorno e non c’è un palazzo rimasto integro. Qui sto bene, ma è normale che mi manchino i familiari, gli amici e il mio Paese, anche se sento un grande distacco dalla politica che ha causato tutto questo”.
Tuttavia, oggi la sua vita è serena e c’è margine anche per progettare un futuro insieme alla sua ragazza, Ola, che nonostante le difficoltà della burocrazia è riuscita a raggiungerlo a Rieti cinque mesi fa.
Mentre ai telegiornali scorrono le immagini del suo Paese martoriato Zaid pensa alla stupidità della guerra, alla sua inutilità: “I risultati sono questi. Ho perso mio padre e non posso abbracciare mia mamma, le mie tre sorelle e i miei tre fratelli, ho visto morire in maniera orribile tante persone care. La guerra è davvero stupida”.

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Argentina, Macri sconfitto alle primarie e la Borsa crolla: chi pagherà il conto?

Wed, 14/08/2019 - 11:09

Chiamatelo come volete: “avvertimento dei mercati”, un’anteprima di quanto succederà nei prossimi mesi, o semplicemente una “crisi di panico”. Resta il fatto che il tonfo della Borsa di Buenos Aires (meno 48% alla sua apertura, lunedì) e del peso argentino (che ha perso il 25% del suo valore rispetto al dollaro) hanno confermato la febbre alta dell’economia del Paese latinoamericano e dato il via all’ottovolante che caratterizzerà le dieci settimane e mezzo che ci separano dalle Elezioni presidenziali del prossimo 25 ottobre. Con gravi conseguenze sulla pelle della povera gente.
A fare da detonatore un altro appuntamento elettorale, quello di domenica scorsa con le Primarie. Dovevano avere una funzione simile a quella delle qualifiche per un Gran premio di Formula 1: definire la griglia di partenza e il numero dei partecipanti (dato che i candidati dovevano superare un quorum). Si è trattato, invece, di

un avviso di sfratto in piena regola per l’attuale presidente, di estrazione liberale, Mauricio Macri,

che è stato distanziato di ben 15 punti dal candidato peronista, Alberto Fernández, già capo di gabinetto del presidente Nestor Kirchner, che corre in ticket con la moglie di Nestor, l’ex presidente Cristina Kirchner, ora candidata alla vicepresidenza. Fernández ha ricevuto il 47%, più di quanto gli accreditasse qualsiasi sondaggio. Macri si è fermato al 32%. Il tutto condito da un’altissima partecipazione popolare.

Fernández a valanga. “Non si vede come Macri possa recuperare – afferma senza mezzi termini da Buenos Aires il sociologo e politologo Gabriel Puricelli, coordinatore del Laboratorio di politiche pubbliche -. Il distacco è enorme, i sondaggi non lo avevano previsto in questi termini, ma con la crisi economica anche queste ricerche vengono svolte in economia e perdono in affidabilità. Si è quasi trattato di un’elezione anticipata e sarà molto difficile per l’attuale presidente recuperare quindici punti. Se fosse confermato il risultato di domenica, Fernández vincerebbe al primo turno, per due ragioni previste dalla legge elettorale argentina: il superamento del 45% e, nel caso non si ottenga questa percentuale, il vantaggio di almeno 15 punti sul secondo classificato nel caso il vincitore superi il 40%. Tra l’altro, domenica nel conteggio percentuale figuravano anche le schede bianche, cosa che in ottobre non accadrà. E quindi, il 47% del candidato peronista, in realtà è già un 49%”.

Macri ha convinto i mercati, non il popolo. Restano da analizzare i motivi del terremoto borsistico e monetario, ancora più inatteso. Prosegue Puricelli: “C’è da dire, in generale, che la situazione economica del Paese è sempre più precaria, il Pil pro capite non cresce da dieci anni, il Governo ha fatto politiche di austerità e accordi con l’estero, ma ha annullato ogni possibilità di crescita.

I mercati, però, a quanto pare, contavano sulla continuità delle politiche di Macri, che ci ha messo del suo, agitando lo spauracchio del ritorno dei peronisti e dipingendo Fernández come una specie di Maduro, cosa assolutamente non vera. E’ sempre stato un politico pragmatico, più di centro che di sinistra.

Diciamo che la campagna di Macri non ha convinto il Paese, ma i mercati sì. La bomba, però, è esplosa in anticipo, tra le sue mani, non ha ben calcolato il rischio”.

Quali, dunque le ragioni più squisitamente economiche del terremoto che si è creato. E come uscirne? Spiega l’economista dell’Università Cattolica argentina (Uca) Eduardo Donza, uno dei ricercatori dell’Osservatorio del disagio sociale, creato dall’Uca nel 2004: “C’è poco da dire, i mercati facevano il tifo per Macri. La loro è un’aspettativa di continuità, perché vengano onorati gli impegni presi con il Fondo monetario. C’è il dubbio che un governo peronista venga meno ai patti”. Un prestito da rispettare, che prevede interessi fino al 70%. Un avvertimento? “Non proprio, la definirei piuttosto una prospettiva anticipata”. Inoltre, “ci sono gruppi imprenditoriali, soprattutto nell’ambito dei servizi, che si aspettano da un governo Fernández un controllo molto più ferreo sui prezzi”.

Il conto è pagato dal popolo e dalle famiglie. In tutto questo, mentre l’inflazione galoppa e promette di passare dall’attuale 40% a oltre il 50%, c’è purtroppo una certezza su chi pagherà il prezzo di questa tempesta, basata su ipotesi tutte da dimostrare: “L’aumento dell’inflazione è destinato a ripercuotersi immediatamente sui prezzi degli alimenti – prosegue Donza – e di conseguenza sulla qualità della vita, già ampiamente compromessa, delle famiglie argentine e dei ceti più bassi, si interrompe il ciclo virtuoso dell’economia domestica. Con l’interrogativo di quello che potrà succedere dopo le elezioni”.
Inevitabile chiedere all’economista se è possibile evitare questa corsa distruttiva e irrazionale:

“Bisogna costruire fiducia e costruire una transizione ordinata.

E’ un compito comune, che spetta a tutti i partiti, e anche al Governo. Non possiamo andare avanti così per due mesi, con un’economia in preda alle convulsioni. Bisogna costruire un accordo e rassicurare tutti i soggetti che l’eventuale passaggio di potere sarà ordinato”.

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Addio a Nadia Toffa: la battaglia non è stata persa

Tue, 13/08/2019 - 14:50

Non è un post, non è un tweet.
È pensare scrivendo. Tutto in Nadia Toffa fa pensare, costringe a riflettere.
Forse è questo il suo lascito più duraturo.
Sapeva indagare, cogliere le notizie, esporle e trascinare. Posto che non si trattasse di sabbia buttata negli occhi (e non lo era), bisogna ammettere che fosse esito di osservazione pensante, di un occhio scrutante.
I suoi colleghi di battaglia l’hanno ben conosciuta e posseggono un linguaggio che la dipinge nel duro travaglio dei suoi ultimi mesi con termini se vogliamo icastici ma che, forse, non colgono appieno la ricchezza della sua lotta.
Non regge in una situazione così ardua per una donna in piena ascesa di carriera, di incisività nel quotidiano, nel suo esporsi alle persone, rimandare ad una vaghezza fluttuante, qualche cosa di più urgeva dentro di lei. Magari quel lato segreto e nascosto che la sorreggeva perché

se è vero (ed è vero) che ha saputo perdonare, il perdono non è una pianta che cresce spontanea e senza fatica.

È una pianta che richiede un germinare lento che plasma la persona momento per momento e la conduce su di un sentiero che non è naturale e facile come il respiro.
La vitalità della giovane donna non sarebbe bastata per lasciar affiorare questo sentire che abbraccia tutti e coinvolge, molto di più di una notizia divulgata, portata a conoscenza.
Molto di più di quella lunga battaglia per denunciare il marcio, per portare alla luce quel frammento di verità che solca le giornate e le vicende di tutti.
Ora, se ha perso contro il mostro che la divorava, non ha perso ma anzi ha guadagnato in quella dimensione che dal perdono transita alla misericordia, anzi al Misericorde.
Non si chiede al parroco della Terra dei fuochi, per cui si è battuta incessantemente, di accompagnarla in quell’ultimo viaggio per essere consegnata alla terra, se Qualcuno non vibra dentro, se non getta luce su di un tunnel da percorrere ma che sfocia nella Luce stessa, su quel territorio che non conosciamo ma che, per fede, attendiamo e che chiamiamo Eden: il giardino piantato dalla stessa mano dell’Altissimo. Qui i fuochi che distruggono e contaminano non esistono, esistono e palpitano solo quei fuochi che fanno ardere di amore e contagiano chi è ancora pellegrino e vuole trovare coraggio per combattere.

La battaglia è persa? Troppo banale descriverla così.

La battaglia è stata un incitamento a vincere la dimensione che mai sarà tolta.
Vittoria quindi per quella donna che, se ci ha lasciati, saremo noi a ritrovare con il suo sorriso che mai si spegnerà.
Non per nulla Nadia significa speranza. Ne ha sparsa tanta da conduttrice, ha spazzato via coperture di disonestà, di malcostume, di quel gorgo di ingiustizie che investe l’esistenza degli umani.
Speranza però guarda sempre più in là, sempre più avanti, non per precorrere i tempi e quindi sfondare con un’inchiesta che sconvolga ma per additare con la propria esistenza e la propria combattività di non demordere, perché per la persona non si parla mai di destino ma itinerario verso il Volto del Padre. Speranza ormai trasparente.
Sarà ancora lei, la conduttrice, a condurre mentre ci si radunerà nel Duomo di Brescia.

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Jackpot record al Superenalotto. Mons. D’Urso (Consulta antiusura): “La fortuna non dà il senso pieno della vita”. “La coerenza al Vangelo la risposta all’affidarsi alla sorte”

Tue, 13/08/2019 - 13:57

207,5 milioni di euro. Tanto vale sabato 10 agosto il jackpot da record del Superenalotto che ha stracciato tutte le vincite mondiali precedenti di montepremi. È dal 23 giugno dello scorso anno che nessuno riesce a centrare la sestina vincente. Il premio, che è il più alto al mondo, dal 27 giugno scorso ha superato anche il record storico del gioco, pari a oltre 177,7 milioni di euro, vinti il 30 ottobre 2010 con un sistema Bacheca suddiviso in 70 cedole. Ma, rispetto ad allora, il modo di giocare è cambiato: anche se la ricevitoria resta un punto di riferimento, l’avvento delle modalità on line di gioco ha esteso la febbre per la sestina vincente. Infatti, se, come è già successo in passato con jackpot da record, nelle ricevitorie di confine (a Ventimiglia come a Bardonecchia, fino ad arrivare a Trieste e Gorizia) sono già in azione i “frontalieri” della fortuna, che varcano la dogana per tentare il colpo da oltre 200 milioni, c’è addirittura chi segue le sorti del jackpot da addirittura 4mila chilometri di distanza. Si tratta della testata nur.kz, un portale di informazione kazako che sul suo canale Instagram offre ai suoi follower continui aggiornamenti sul SuperEnalotto attraverso il profilo Instagram. Su questo mondo che si affida alla fortuna per risollevare le sue sorti abbiamo raccolto la voce di mons. Alberto D’Urso, presidente della Consulta nazionale antiusura, da sempre impegnato a denunciare i gravi danni – economici, familiari, lavorativi, di salute – legati al gioco d’azzardo.

Monsignore, c’è una corsa al jackot da record…

Il mondo di oggi non soddisfa ed è pieno di infelicità. Il mondo che fa riferimento al lavoro è legato a un valore, il mondo che tenta la fortuna è legato all’incertezza, che è una delle caratteristiche della cultura contemporanea. Vediamo le incertezze in tanti ambiti dell’esperienza sociale, a partire dalla famiglia che non si riesce a capire qual è, persino per i cattolici; pensiamo alle incertezze legate alle convivenze.

Il mondo legato alla fortuna ci fa vivere nell’incertezza e non dà il senso pieno della vita.

Chi gioca?

La mole di gioco va espandendosi perché la gente è piena di debiti e senza lavoro, disperata, e così tenta la sorte. Purtroppo, le conseguenze del gioco d’azzardo di natura psicologica sono molto pesanti. Allora, mi chiedo: i politici sentono l’allarme su questo problema lanciato da medici e psicologi, dai volontari delle nostre Fondazioni? A me pare di no. Dobbiamo dire con forza che i politici che non s’impegnano nel contrasto dell’azzardo sono da condannare senza mezzi termini, perché si portano sulla coscienza il dramma di tante persone e delle loro famiglie. Così la disperazione si diffonde sempre di più.

La gente si affida alla fortuna, allora, perché non sa a cosa appigliarsi?

La gente non ha altro perché il senso religioso, che ha accompagnato i secoli passati, purtroppo oggi è annacquato né viene trasmesso con fedeltà e puntualità dai genitori ai figli, magari li battezzano ma poi non li educano e formano cristianamente e quando ciò accade anche la fede cristiana viene trasformata in un bisogno religioso, ma non in un’esperienza religiosa. Ciò è alla base anche di tante incertezze che ci sono nella nostra vita sociale, tanto che sul tema dell’immigrazione, ad esempio, può succedere che la gente metta sullo stesso piano un intervento del Papa e uno di Matteo Salvini. Questo, a mio avviso, la dice lunga sull’ignoranza che produce nel cuore delle persone ulteriori incertezze. Parlando con tanti giovani, spesso mi dicono: ‘Io non sapevo… Sono cristiano perché mi hanno battezzato, ma poi non mi hanno istruito e formato’. Così succede che il Credo diventa una formula mandata giù a memoria, ma non un riferimento fondamentale della nostra vita. La fortuna non fa certo riferimento agli insegnamenti del Vangelo, anzi veniamo invitati a non affidare alla fortuna la nostra vita, ma ad affidarla a Dio: la Parola che il Signore ci fa arrivare attraverso le Scritture non è legata alla fortuna, ma a quella sapienza che è frutto dello Spirito.

Noi cattolici come possiamo aiutare gli altri in questa ricerca sincera di Dio e ad affidarsi a Lui?

Con la testimonianza e la coerenza.

Noi ci esprimiamo attraverso delle scelte, ma tante volte esse non sono trasparenti. Noi cattolici dobbiamo eliminare i formalismi, i fariseismi, ma ritornare a quell’umiltà della ricerca che trasforma il bisogno di vera umanità in un bisogno di Verità. Mi pare che la cultura contemporanea sia fatta, invece, di estemporaneità, di episodi, ma non di un cammino culturale continuo. La crisi di oggi è anche economica, ma la crisi vera è pedagogica, di senso della vita. Ai cattolici bisogna chiedere di vivere secondo il Vangelo. Questo significa perdonare i nemici, accogliere anche chi ha il colore della pelle nero… Una volta il Mediterraneo era il Mare nostrum, che ci affratellava, oggi è il Mare mortuorum: su questo noi cattolici dobbiamo interrogarci e chiedere alla politica di non infierire contro gli immigrati, ma contro chi gioca sulle loro vite. Come Consulta antiusura incontriamo tanti immigrati che sono rovinati dai debiti contratti per potersi imbarcare. Non dimentichiamolo.

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America centrale: corridoio di tensioni incrociate e laboratorio di speranza

Tue, 13/08/2019 - 13:54

Nel corso degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso fu una delle zone del mondo più “calde”. L’America Centrale si caratterizzò, allora, per feroci dittature, per sanguinose guerre civili, per il tentativo di esportare la rivoluzione cubana (proprio in questi giorni si è ricordato il 40° anniversario della rivoluzione sandinista in Nicaragua), per il conseguente interventismo statunitense nel custodire il proprio “giardino di casa”. Dopo alcuni decenni, il Centroamerica è di nuovo rovente, anche se quei tempi sono comunque lontani. I Paesi si svuotano (soprattutto Honduras ed El Salvador) e le carovane di migranti si ingrossano. Il Guatemala rischia di diventare nuova “frontiera nord” per i migranti centroamericani, dopo l’accordo con gli Stati Uniti. In Honduras la gente è in piazza da mesi contro il presidente Hernández. Il Nicaragua è avvitato in una crisi senza fine. Perfino la tradizionale isola felice, il Costa Rica, ha vissuto manifestazioni e qualche scontro di piazza. Situazioni, certo, molto diverse tra loro. “Ma un unico filo conduttore lo si può trovare – spiega al Sir Massimo De Giuseppe, docente di Storia contemporanea all’università Iulm di Milano ed esperto di questioni latinoamericane -. L’America Centrale si conferma un’area complessa e delicata, diventa un corridoio di tensioni incrociate, schiacciato a nord dalla politica di Trump e dal ruolo sempre complesso del Messico, mentre a sud c’è la crisi venezuelana”.

Come si manifesta questa crisi?

Ci sono alcuni dati storici, che derivano dall’eredità della Guerra fredda, pensiamo al fatto che 40 anni fa l’El Salvador era il terzo Paese al mondo per aiuti militari Usa dopo Israele ed Egitto. Narcotraffico e violenza sono caratteristiche tradizionali di questi territori. A tale situazione aggiungono tre questioni, molto intrecciate tra loro.

Quali?

Una è l’emergenza ambientale, la seconda è l’emergenza migratoria, la terza la perdurante fragilità delle istituzioni politiche. Nel momento in cui Trump estremizza e generalizza la situazione dei migranti, non aiuta a fare chiarezza. In questo momento i migranti messicani, al di là della propaganda del Presidente Usa, sono calati. La gran parte di chi chiede asilo negli Usa è centroamericana. Si calcola che il 35% degli honduregni sia fuori dal Paese, la percentuale di salvadoregni è di poco inferiore. Restando all’Honduras, è un Paese nel caos, primo al mondo per tasso di violenza criminale verso la popolazione civile. E anche qui c’è il problema della violenza ambientale, pochi giorni fa è stata uccisa un’altra attivista. In generale, tutta l’America Centrale è una regione ad altissima biodiversità, pensiamo al Petén in Guatemala o all’Olancho in Honduras. E c’è il gravissimo problema delle miniere a cielo aperto.

Tornando all’emergenza migranti. Secondo l’accordo firmato con gli Usa, il Guatemala diventerà “terzo Paese sicuro”, nel quale i richiedenti asilo potrebbero attendere la risposta alla loro richiesta. Cosa ne pensa?

Pur con le debite differenze, gli Usa stanno cercando di fare del Guatemala quello che l’Europa sta facendo con la Libia, o la Turchia. In realtà, in quel Paese c’è un impianto statuale fragilissimo. Inoltre, la frontiera tra Guatemala e Messico, al di dà del recente intervento della Guardia nazionale, è difficilmente “sigillabile”.

Intanto, la linea dura del Messico, non rischia di spostare comunque il problema a sud?

Il Messico, rispetto all’immigrazione, per anni ha fatto finta di nulla. Ora è un po’ “schiacciato”, con gli Usa c’è un rapporto sui generis, pur con idee diverse López Obrador e Trump hanno in comune alcuni tratti populisti.

Questo, per l’America Centrale, è anche un anno di elezioni presidenziali. Si è votato a Panama, nell’El Salvador, e in Guatemala con il ballottaggio dell’11 agosto. Bisogna aspettarsi qualche cambiamento?

Per quanto riguarda il Guatemala non mi pare ci sia questa possibilità. Nel Paese continua a essere centrale il ruolo dell’esercito. Dal nuovo presidente Alejandro Giammattei non mi pare che ci si possa aspettare una discontinuità, ma altrettanto si sarebbe potuto dire della sua concorrente Sandra Torres. In El Salvador le cose sono diverse. Si tratta di un Paese più dinamico, dove per molto tempo ha funzionato un sistema bipartitico. Ora è stato eletto Nayib Bukele, alternativo ai due partiti tradizionali di sinistra e destra, è figlio della “nuova politica”. Si è insediato da poco, è ancora un’incognita.

Il Nicaragua è un caso a parte, in questo scenario…

Sì, in questo momento c’è una stasi, non sappiamo se preluda a una nuova tempesta. Le opposizioni a Ortega sono frammentate, anche se non come in Venezuela. Resta, comunque, il Paese più povero della regione.

Intanto la protesta delle piazze ha contagiato perfino la Costa Rica, come mai?

E’ vero, è sempre stata considerata la Svizzera dell’America Latina. Qualche segnale c’era stato. La situazione è delicata, ma non deteriorata. Resta, per esempio, il Paese più attento alla necessità di una presenza multilaterale dell’Organizzazione degli Stati americani.

I problemi sono tanti, ma in molti Paesi, a cominciare dall’Honduras, la gente scende in piazza. E’ un segno di speranza?

Sì, c’è un grande dinamismo e capacità di mobilitazione, lo vedo soprattutto sul fronte ambientale. E la novità è data da un grande attivismo femminile.

Importante la voce delle radio libere, spesso di matrice ecclesiale.

Ma è difficile che le cose cambino senza un autentico processo di ridistribuzione e sviluppo. Bisognerebbe pensare a una sorta di Piano Marshall da parte degli Usa, nel momento in cui chiudono le frontiere.

E il ruolo della Chiesa? Papa Francesco ha dedicato molta attenzione a quest’area, basti pensare alla recente Gmg di Panama e alla scelta di alcuni cardinali centroamericani.

Sì, è un’attenzione forte, coerente con la Laudato Si’. Ma è importante soprattutto ricostituire un tessuto forte a livello comunitario, nel momento in cui la società è in forte crisi.

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Hong Kong. P. Milanese (Pime): “Si è rotta la comunicazione tra governo e popolazione”

Mon, 12/08/2019 - 17:07

Tensione ancora alta a Hong Kong. I manifestanti hanno occupato l’aeroporto della città. La manifestazione è stata organizzata attraverso i social, dopo la diffusione di un video in cui alcuni agenti della polizia picchiano un manifestante nell’ennesimo weekend di protesta. A causa della protesta l’aeroporto ha deciso la cancellazione di tutti i voli in ingresso e in uscita. “A parte i voli di partenza per i quali sono state già completate le procedure di check-in e i voli in arrivo che sono già diretti a Hong Kong – hanno fatto sapere le autorità dell’aeroporto – tutti gli altri voli sono stati cancellati per il resto della giornata”.

Vanno ormai avanti da due mesi le proteste dei cittadini di Hong Kong. Tutto è cominciato a giugno con una manifestazione contro il disegno di legge sull’estradizione proposta dalla leader Carrie Lam, a capo dell’esecutivo di Hong Kong. Se approvata, la legge avrebbe consentito al governo di estradare chi fosse sospettato di crimini gravi. Una legge che per l’opposizione rischiava di poter essere utilizzata soprattutto per fini politici nei confronti dei dissidenti, mettendo così a rischio e per sempre l’autonomia di cui gode Hong Kong. Nonostante il capo dell’esecutivo Carrie Lam abbia annunciato la sospensione dell’iter di approvazione della legge, fino a oggi le proteste non si sono mai interrotte, tra violenze e atti clamorosi, come l’occupazione del parlamento del primo luglio.

“L’unica via di uscita da questa situazione – dice da Hong Kong padre Renzo Milanese, missionario del Pime – è che il governo si metta in ascolto di chi in questi mesi sta protestando e si faccia carico dei sentimenti che stanno emergendo ad Hong Kong. Anche se a questo punto è difficile perché non si capisce come, quando e con chi realizzare questo canale di dialogo. Il movimento di protesta non è unitario e non c’è nessuno che può davvero rappresentare i manifestanti. Si potrebbe avviare una “libera consultazione” come si è fatto anche in passato, chiedendo ai cittadini di rispondere ad un questionario ma questo processo richiederebbe almeno un paio di mesi e qui la situazione si sta facendo di giorno in giorno sempre più calda.

Il grosso problema è la rottura di comunicazione tra il governo e la popolazione. Forse non c’è mai stato e la questione fondamentale ora è come stabilire un canale di dialogo”.

Tra le richieste dei manifestanti, ci sono, oltre al ritiro definitivo del controverso emendamento alla legge sull’estradizione, l’istituzione di una Commissione investigativa indipendente in grado di indagare sulle violenze e sull’operato della polizia e la ripresa delle riforme politiche necessarie per garantire una reale e indipendente rappresentanza istituzionale del popolo di Hong Kong. Riguardo ai metodi usati dalla polizia, padre Milanese dice: “certamente non hanno di fronte dei santi, ma usano sistemi brutali per arrestare le persone.

La repressione si sta facendo sempre più grave e radicale. Il che fa aumentare ancora di più la rabbia. Si è creato un circuito vizioso da cui sembra sempre più difficile uscire”.

Cosa non deve assolutamente succedere è un intervento diretto della Cina.  “Sarebbe di una gravità estrema”, afferma preoccupato il missionario. Esiste ad Hong Kong un presidio dell’esercito popolare cinese di liberazione, la People’s Liberation Army Hong Kong Garrison. E’ responsabile delle funzioni di difesa nella regione amministrativa speciale di Hong Kong da quando la sovranità di Hong Kong è stata trasferita alla Repubblica popolare cinese nel 1997. “Ma la difesa – chiarisce immediatamente padre Milanese – è da intendersi per le forze provenienti dall’esterno, non dal suo interno”.

Fin dall’inizio cattolici e protestanti hanno sempre partecipato in maniera pacifica alle manifestazioni. Hanno organizzato almeno una volta alla settimana momenti di preghiere e nelle messe domenicali in tutte le parrocchie di Hong Kong, c’è sempre una intenzione di preghiera in cui si chiede una soluzione pacifica delle manifestazioni. Giovedì scorso, una folla di 1.200 persone si è data appuntamento davanti alla cattedrale cattolica della Immacolata Concezione per una veglia di preghiera. Centinaia di candele accese hanno illuminato le strade per chiedere pace e futuro. La  veglia è stata organizzata dalla Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Hong Kong (Hkjp), dalla Federazione degli studenti cattolici di Hong Kong (Hkfcs), dalla Commissione giovanile diocesana. Era presente anche Il vescovo ausiliare di Hong Kong, mons. Joseph Ha Chi-shing che prendendo la parola, ha detto:

“La violenza creerà solo più violenza. L’odio produrrà solo più odio. L’ingiustizia non raggiungerà mai la giustizia. La storia dimostra che solo la ragione può stabilire una pace duratura”.

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Crisi di governo: serve la precisa garanzia di un’Italia europea

Mon, 12/08/2019 - 15:39

Rocambolesca come era cominciata, così è finita la storia del governo “del cambiamento”, fondato su un “contratto” tra due partner tra loro molto distanti anche se accomunati come forze “populiste”. Aggettivo peraltro da maneggiare con grande cura, come ha detto con chiarezza Papa Francesco nella sua ultima intervista a Vatican Insider.
L’inevitabile fine del governo Conte si consuma con modalità del tutto inedite, che ancora una volta sottolineano la grandissima debolezza del quadro politico italiano e soprattutto degli attori, tutti. Anche quando sembrano forti tradiscono la grande precarietà del nostro sistema.

Questa è la questione strutturale, preliminare, che bisogna avere molto chiara, prima di interrogarsi sulle prospettive a brevissimo termine.

Il punto resta l’Italia europea. La più grande apprensione relativamente a possibili elezioni anticipate è che queste ci possano ulteriormente e subdolamente allontanare dall’Unione. Pesano le estemporanee uscite di alcuni esponenti leghisti come quelle sui cosiddetti minibot, l’incertezza sulle direttrici di politica estera, il Russiagate all’italiana.
Dunque il primo ed essenziale punto è che tutte le forze in campo diano precise, esplicite e formali garanzie di non impegnare l’Italia in pericolose avventure queste sì populiste, in salsa sudamericana. Questo è il vero pericolo, il motivo di preoccupazione strutturale. Fortunatamente il robusto vincolo esterno era stato immaginato da Giulio Andreotti e da Guido Carli, nell’ormai lontano 1992, proprio come un solido ancoraggio di un’Italia che aveva ormai perso la stabilità politica garantita dal Muro di Berlino. In positivo inoltre questo significa anche la necessità che l’Italia giochi il proprio ruolo, senza velleità, ma facendo pesare il suo oggettivo rilievo. Molto può fare un governo serio, coeso e stabile.
Eccoci allora alle complesse prospettive nell’immediato.

Attesa la fine del governo Conte sarà ovviamente il presidente della Repubblica a trarne le conseguenze, conferendo l’incarico per un prossimo esecutivo. Sia esso un governo di garanzia elettorale, oppure compaia improvvisamente una solida prospettiva di una nuova alleanza, diranno le trattative di queste ore, tra le forze politiche.

Nell’incertezza delle mosse tattiche, resta la certezza che, non da oggi, il problema della politica italiana non è sul fronte della domanda, ma dell’offerta. Non a caso gli elettori cambiano ormai facilmente da una elezione all’altra, sono le alternanze per disperazione. Siamo alle prese con una questione sociale di tipo nuovo, che è quella ambientale, ma soprattutto quella dello smarrimento ideale, morale, economico e dunque politico dell’ex-ceto medio, dalle conseguenze imprevedibili. Misuriamo infatti, nel tessuto sociale un crescente tasso di violenza – facilmente strumentalizzabile – che ha invece bisogno di risposte strutturali di speranza e di impegno comune. Per questo serve, con coerenza e forza, la precisa garanzia, da parte di tutti, di un’Italia europea nel senso non mercatista, ma alto e nobile del termine.

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Papa in Madagascar: p. Schiuchetti (missionario), “aiutare la popolazione a sconfiggere povertà e corruzione”

Mon, 12/08/2019 - 12:05

La povertà generalizzata, la corruzione e il malaffare, i furti e il commercio illecito di zebù nelle campagne, l’espropriazione delle risorse naturali a esclusivo vantaggio di pochi investitori stranieri. Sono questi i principali problemi sociali che affliggono il Madagascar, “l’isola rossa” nell’Oceano Indiano, un appellativo dovuto al colore dei terreni,  di laterite rossa. Papa Francesco la visiterà dal 6 all’8 settembre, limitandosi alla capitale, nell’ambito del viaggio apostolico che comprende anche Mozambico e Maurizio (4-10 settembre). A parlarne al Sir da Antananarivo è un veterano della missione, padre Elio Sciuchetti, 78 anni, gesuita originario di Villa Chiavenna, in provincia di Sondrio. La prima volta che ha toccato gli altipiani malgasci è stato nel 1966, e non era ancora prete. Ci è tornato sei anni dopo come missionario, per assumere la direzione del centro di formazione professionale di Bevalala. Da un decennio è l’unico gesuita con il ruolo di parroco. Conduce quattro parrocchie nella periferia della capitale Antanarivo, in un territorio dove vivono 150.000 persone. Ogni parrocchia è anche proprietaria di una scuola cattolica, per un totale di 4.500 alunni. Il Paese conta 8 milioni di cattolici (un terzo dei circa 25 milioni di abitanti) ma i cristiani rappresentano il 58% della popolazione, con una proficua collaborazione con le Chiese protestanti. Il resto sono musulmani o seguaci dei culti tradizionali. “E’ una Chiesa viva – racconta padre Sciuchetti -. Nelle mie parrocchie la domenica ci sono 10 messe al giorno, alcune con oltre 1.500 persone che si affollano anche fuori dalla chiesa. Le vocazioni non mancano”. Alla messa di domenica 8 settembre che Papa Francesco celebrerà nel campo diocesano di Spamandrakizay sono attese oltre 800.000 persone.

Il Madagascar potrebbe essere un Paese ricco. In tanti anni padre Sciuchetti ha visto tanti colpi di stato e una maggiore diffusione della presenza musulmana. Masse di contadini si sono spostati verso le città in cerca di fortuna mentre i ricchi investitori dall’estero, soprattutto dai Paesi del Golfo e dalla Cina, hanno cominciato a fare affari d’oro. Le spiagge sono bellissime, il turismo e le strutture ricettive si stanno sviluppando. Quello che non è cambiato, anzi è peggiorato a causa dei processi di urbanizzazione che creano emarginazione sociale, è la povertà della popolazione e la corruzione a tutti i livelli. “I poveri sono corrotti perché non ce la fanno a vivere – dice -. Chi arriva in alto sfrutta il potere politico ed economico a suo vantaggio”. Ora qualche speranza potrebbe venire dall’ultimo processo elettorale, con un presidente democraticamente eletto: Andry Nirina Rajoelina si è ufficialmente insediato il 19 gennaio 2019.

“Il Madagascar potrebbe essere un Paese ricco perché ci sono molte risorse naturali come oro e pietre preziose, c’è tanta terra per l’agricoltura. Ma sono risorse mal utilizzate o inviate clandestinamente all’estero”.

“Non portano benefici alla popolazione”, spiega il missionario. A volte queste materie prime sono anche causa di forti tensioni sociali, come accaduto di recente in una zona dove lo Stato ha ceduto terre ad una impresa cinese terre per la ricerca dell’oro. Le proteste della popolazione hanno bloccato le attività estrattive ma la concessione mineraria rimane. “La presenza della Cina non porta lavoro e sviluppo – precisa il missionario -. Assumono operai cinesi anziché personale locale”.

L’80% della popolazione è povera. L’80% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, con piccole attività di commercio informale, agricoltura e pastorizia. Solo gli stipendiati, con salari molto bassi, dispongono di cure sanitarie gratuite. Tutti sono lavoratori poveri, faticano a mantenere la famiglia. Gli altri pagano perfino la scuola e la sanità. “Questo provoca l’aumento della delinquenza, non solo in città, anche nella brousse”, nella boscaglia. Il Madagascar è inoltre afflitto da anni da un fenomeno locale: i furti di zebù (animali simili ai buoi) compiuti da gruppi organizzati dell’etnia dahalo.

Non esitano ad uccidere persone pur di raggiungere i loro scopi: esportare la carne all’estero clandestinamente.

Le preoccupazioni della Chiesa locale. In uno dei Paesi più poveri del mondo la Chiesa investe molte energie nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria e nelle opere sociali. “Le preoccupazioni pastorali dei vescovi del Madagascar – racconta il gesuita – riguardano lo sviluppo e la creazione di un clima di giustizia”. La visita di Papa Francesco è molto attesa dalla popolazione. I media già ne parlano e la presentano come un evento importante. Nella sua tappa ad Antananarivo, oltre ad incontrare le autorità, i vescovi, il clero e le religiose, i giovani e i lavoratori, il Papa visiterà la Città dell’amicizia di Akamasoa, fondata nel 1989 dal prete argentino padre Pedro Opeka. Da allora padre Pedro ha realizzato case d’accoglienza per i più poveri, scuole, dispensari, laboratori di formazione e di produzione per aiutare quasi ventimila persone, tra cui novemila bambini. Perciò padre Sciuchetti spera di ascoltare dal Papa “un appello a favore della giustizia sociale, contro la corruzione e la povertà. La popolazione malgascia ha diritto ad una vita migliore”.

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