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Neonati in crisi d’astinenza. Paolillo (Sin): “È un fenomeno diffuso. Li curiamo ma serve più prevenzione”

Agenzia SIR - Wed, 06/11/2019 - 14:53

“Ora questi quattro neonati stanno bene. Uno è già stato accolto in casa famiglia, gli altri sono in attesa della decisione del Tribunale dei minori In questi casi noi dobbiamo fare una segnalazione perché il nostro principale compito è tutelare il minore”. A darci notizie in tempo reale sulle condizioni di salute dei quattro bebé ricoverati in questi giorni nel reparto di terapia intensiva neonatale del Policlinico Casilino di Roma perché positivi alla cocaina, è lo stesso responsabile dell’Unità operativa di Neonatologia del nosocomio, Piermichele Paolillo, che è anche vicepresidente della Società italiana di neonatologia. (Sin). Raggiunto telefonicamente dal Sir, ci confida: “Noi neonatologi siamo stupiti dell’eco mediatica avuta da questo episodio di cronaca. Forse l’opinione pubblica non è consapevole che in tutti gli ospedali del Paese ci sono neonati positivi alle sostanze stupefacenti”. E’ di questi giorni la notizia dei quattro piccoli ricoverati al Casilino, ma nelle ultime settimane a Milano sono stati sei i neonati trovati positivi, tre a Grosseto e uno a Padova.

Dunque non è un fenomeno nuovo?
No,

esiste da molto tempo ed è esteso in tutto il Paese.

Con oltre 4 mila parti l’anno, la nostra è la più grande “sala parto” della capitale. Di questi casi ne vediamo mediamente una ventina l’anno. Le mamme che fanno uso di droghe le trasmettono al proprio bambino che quando diventa autonomo, dopo il distacco della placenta, va in crisi d’astinenza.

Piermichele Paolillo

Come ve ne accorgete e quali sono le sostanze più presenti?
La crisi compare generalmente dopo 24/48 ore dalla nascita; l’esordio è precoce in caso di astinenza da cocaina, eroina (oggi non solo iniettata ma anche fumata) e cannabis; più tardivo, anche sette giorni, nelle dipendenze da metadone. In alcuni casi i servizi sociali ci segnalano il problema. Se però i genitori tengono il fatto nascosto sono i nostri medici, infermieri e ostetriche a capire che qualcosa non va all’interno della coppia e a segnalarlo. Comportamenti anomali come atteggiamenti di eccessivo nervosismo o aggressività sono campanelli d’allarme da non sottovalutare.

Quindi come procedete?
Con un esame delle urine del neonato, anche in assenza di sintomi evidenti, possiamo identificare il tipo e la quantità di droga presente. In presenza di sintomi utilizziamo la Finnegan score, una scala di parametri in base ai quali valutiamo l’opportunità di avviare una terapia. In genere usiamo barbiturici, più maneggevoli; in altre situazioni il metadone e nei casi più gravi piccolissime dosi di morfina. Dipende dall’entità della sindrome di astinenza.

Nelle prime 24/48 ore è comunque molto importante stare attenti ad eventuali segnali lanciati dai genitori.

Spesso i bambini vengono dimessi in tempi brevissimi; se non ce ne accorgiamo rischiamo che tornino a casa e il pediatra di famiglia, che non ha gli strumenti per arrivare a una diagnosi, possa interpretare pianti importanti come coliche o intolleranza al latte. Quindi è strategico intercettare ogni segnale d’allarme per sedare tempestivamente il bambino o, nei casi più gravi, accompagnarlo ad uno “svezzamento”.

Quali danni può provocare nella formazione di un feto l’uso di stupefacenti?
Dipende dall’età gestazionale. Il ciclo mestruale in chi fa abuso di sostanze è molto sfalsato. Spesso le donne non si rendono conto di essere in stato di gravidanza e continuano ad assumerle ma si tratta di sostanze altamente nocive che nelle prime settimane possono arrecare danni a carico di vari organi e apparati del feto. Assunte in fase più tardiva causano soprattutto sindrome di astinenza neonatale, ma questi bambini vanno monitorati con attenzione perché possono manifestare danni neurologici a lungo termine:

ritardi psicomotori, disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento, basso quoziente intellettivo.

terapia intensiva neonatale

 

Mamme che non sanno proteggere se stesse e quindi neppure i loro figli…
Purtroppo è così. Cercano di tenere nascosta la situazione per evitare che il bimbo venga allontanato, ma noi abbiamo il dovere di tutelare i minori. Per questo, il nostro servizio di assistenza del paziente costituito da psicologi e assistenti sociali parla con i genitori e poi segnala la vicenda al Tribunale dei minori che avvia un’indagine che può condurre anche alla sospensione della patria potestà e alla decisione di affidare il piccolo ad una casa famiglia, oppure ai nonni se la famiglia d’origine è affidabile. Per questi bambini la vita comincia davvero in salita…

Che cosa si può fare per arginare queste situazioni?
La parola d’ordine è prevenzione a 360 gradi: informazione,

educazione e responsabilizzazione dei giovanissimi, e pugno di ferro con trafficanti e spacciatori.

Bisogna dire che la droga – tutte le droghe – rovinano la vita di chi ne fa uso, della sua famiglia e dei suoi figli. Il problema purtroppo è sottovalutato e ad essere a rischio sono soprattutto i ragazzi, e sempre più giovani. Bisogna trovare il modo di parlarne a scuola fin dalla prima media, ma anche nei consultori e negli ambulatori. Servirebbero campagne mediatiche e sui social con testimonial di riferimento per i giovani: cantanti, attori, sportivi. Anche campagne del ministero della Salute. Nel 2007 abbiamo inaugurato il nostro Baby box, culla dove le mamme possono lasciare in forma anonima i loro neonati se non possono crescerli. Allora ci fu una grossa campagna informativa e qui, a Roma sud est, si sono azzerati gli abbandoni nei cassonetti e sono aumentati i parti in forma anonima come previsto dalla legge. Perché non fare lo stesso di fronte all’emergenza droga?

Occorre accendere i riflettori sui rischi che comporta e vigilare che non si spengano.

Voi giornalisti potete aiutarci a tenere alta l’attenzione.

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Fall of the Berlin Wall. COMECE Bishops: “Constructing walls between people is never a solution”

Agenzia SIR - Wed, 06/11/2019 - 12:03

“The fall of the Berlin Wall is not only an event of the past to be celebrated but has a prophetic dimension. It has taught us that constructing walls between people is never the solution and it is a call to work for a better and more integrated Europe.” The Statement released by the Bishop-Delegates of the Episcopates of the European Union (COMECE) on the occasion of the 30th anniversary of the fall of the Berlin Wall extends a gaze to the future for a brighter Europe, once again called to be the home of all. The text was adopted and signed by all the bishops delegated by Episcopal Conferences of the EU, during the COMECE plenary Assembly held from 23 to 25 October in Brussels under the presidency of Cardinal Jean-Claude Hollerich. “In times of strengthened nationalisms – says H.E. Msgr. Franz-Josef Overbeck, Vice-President of COMECE – the fall of the Berlin Wall reminds us vividly, and not only the Germans,

of the value of liberty, and of the EU’s significance as a project of peace”.

That night of 30 years ago remains etched in the memory of many people who cherish the images, broadcast on TV networks worldwide, of young people climbing the Wall and helping each other to get up; perching it with pickaxes amidst hugs, joy, tears, stunned by what was happening. “The fall of the Berlin Wall on the 9th of November 1989 – the bishops write – was one of the most important events in European history of the last decades.” It marked the end of a long and painful chapter in history that had forcibly kept entire families apart for twenty-eight years. But it was also the symbol of the collapse of a regime, the definitive collapse of the Iron Curtain that had divided the world into two blocs.

“From this moment on the world looked different.” The fall of the Berlin Wall was the culmination of a set of events that opened the way for regaining freedom after more than 40 years of oppressive regimes in Central and Eastern European countries. The bishops recall the changes that took place in Hungary in the beginning of 1989 and the first free elections in Poland in June the same year. They remember the efforts of a great number of Europeans expressing “constantly but peacefully” their deep yearning for political change. They highlight the important role played by Saint John Paul II and his encouragement:

“Europe needs to breathe with two lungs!”.

In the last three decades, euphoria turned into realism, perhaps into disappointment today. In their Statement, the bishops mention several open questions. “Not all the expectations that the fall of the Wall brought forth have been fulfilled.” “The ideologies that were behind the building of the Wall have not fully disappeared in Europe and are still present today in different forms.” The process of healing and reconciliation “is far from completed.”

For this set of reasons, the COMECE Statement ends with an appeal. “We call upon all Europeans to work together towards a free and united Europe through a renewed process of dialogue across mentalities and cultures, respecting our different experiences of history and sharing our hopes and expectations for a common peaceful future.” The bishops indicate the promotion of “a culture of encounter” as a primary option. They conclude: “We invite all to pray to God, the Lord of History, that He might help us to devote ourselves to a Europe moved by Holy Spirit, who is the root and foundation of hope and the source and power of a new commitment to those values Europe is built upon: justice, liberty and peace.”

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Caduta muro di Berlino. Vescovi Comece: “Costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione”

Agenzia SIR - Wed, 06/11/2019 - 12:03

“La caduta del muro di Berlino non è solo un evento del passato da celebrare, ma contiene anche una dimensione profetica. Ci ha insegnato che costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione, ed è un appello a lavorare per un’Europa migliore e più integrata”. È uno sguardo rivolto al futuro per un’Europa più bella, chiamata anche oggi ad essere la casa di tutti, la Dichiarazione che i vescovi della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece) hanno scritto in occasione del 30° anniversario della caduta del muro di Berlino. Il testo è stato adottato e sottoscritto da tutti i vescovi delegati delle Conferenze episcopali dell’Ue nel corso dell’Assemblea plenaria della Comece che si è tenuta dal 23 al 25 ottobre a Bruxelles sotto la presidenza del cardinale Jean-Claude Hollerich. “In tempi di nazionalismo rafforzato – afferma mons. Franz-Josef Overbeck, vicepresidente della Comece – la caduta del muro di Berlino ci ricorda vividamente, e non solo ai tedeschi,

il valore della libertà e il significato dell’Ue come progetto di pace”.

Quella notte di 30 anni fa rimane scolpita nella memoria di tanti: scorrono le immagini riprese dalle tv di tutto il mondo dei ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda; delle picconate al muro, e ancora gli abbracci, la gioia, l’emozione fino alle lacrime, lo stordimento per quanto stava accadendo. “La caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989 – scrivono i vescovi – è stato uno degli eventi più importanti della storia europea degli ultimi decenni”. Era la fine di un lunghissimo e doloroso capitolo della storia che aveva forzatamente tenuto separate per ventotto anni intere famiglie. Era però anche il simbolo del crollo di un regime, la distruzione definitiva di una cortina di ferro che aveva diviso il mondo in due blocchi.

“Da questo momento in poi il mondo è cambiato”. L’abbattimento del muro di Berlino fu l’esito di una serie di eventi che consentirono il ritorno della libertà dopo più di 40 anni di regimi oppressivi nei Paesi dell’Europa centrale e orientali. I vescovi ricordano i cambiamenti avvenuti in Ungheria all’inizio del 1989 e le prime elezioni in Polonia a giugno di quell’anno. Ricordano gli sforzi compiuti da tanti europei che hanno “costantemente e pacificamente” lavorato per un cambiamento politico. E fanno riferimento anche all’importante ruolo svolto da San Giovanni Paolo II e al suo incoraggiamento,

“l’Europa ha bisogno di respirare con due polmoni!”.

In questi ultimi tre decenni, l’euforia si è trasformata in realismo, oggi forse in delusione. I vescovi nella Dichiarazione elencano una serie di  problematiche aperte. “Non tutte le aspettative suscitate dalla caduta del muro” sono state “soddisfatte”. “Le ideologie, un tempo alla base della costruzione del muro, non sono del tutto scomparse in Europa e sono ancora oggi presenti, seppur in forme diverse”. Il processo di guarigione e riconciliazione è “tutt’altro che concluso”.

Per queste ragioni, la Dichiarazione della Comece si conclude con un appello. “Invitiamo tutti gli europei a lavorare insieme per un’Europa libera e unita, tramite un rinnovato processo di dialogo che trascenda mentalità e culture, rispettando le nostre diverse esperienze storiche e condividendo le nostre speranze e aspettative per un futuro comune di pace”. I vescovi indicano come via maestra da seguire la “cultura dell’incontro”. E concludono: “Invitiamo tutti a pregare Dio, il Signore della Storia, perché ci aiuti a dedicarci ad un’Europa guidata dallo Spirito Santo, che è l’origine e il fondamento della speranza, fonte e forza di un nuovo impegno per i valori su cui si fonda l’Europa: giustizia, libertà e pace”.

 

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Papa Francesco all’udienza: “Costruire ponti con la mano tesa e senza aggressione!”

Agenzia SIR - Wed, 06/11/2019 - 11:28

L’incontro di Paolo con Atene, “cuore della Grecia” e della “cultura”. È l’argomento dell’udienza di oggi, in piazza San Pietro, durante la quale il Papa ha proseguito il “viaggio” nel libro degli Atti degli Apostoli per commentare il celeberrimo discorso di San Paolo all’Areopago, esempio per eccellenza di “inculturazione della fede”. “Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo di insegnarci a costruire ponti con la cultura, con chi non crede o con chi ha un credo diverso dal nostro”, l’invito finale: “Sempre costruire ponti, sempre la mano tesa, niente aggressione!”, l’aggiunta a braccio per riuscire ad “inculturare con delicatezza il messaggio della fede ponendo su quanti sono nell’ignoranza di Cristo uno sguardo contemplativo, mosso da un amore che scaldi anche i cuori più induriti”.

“Dopo le prove vissute a Filippi, Tessalonica e Berea, Paolo approda ad Atene, nel cuore della Grecia”, racconta Francesco ai 12mila presenti oggi in piazza San Pietro: “Questa città, che viveva all’ombra delle antiche glorie malgrado la decadenza politica, custodiva ancora il primato della cultura. Qui l’apostolo ‘freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli’ . Questo ‘impatto’ col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura”. Paolo sceglie di “entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi”: “Va alla sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella piazza, simbolo della vita cittadina e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici e molti altri”.

“Incontra tutta la gente, non si chiude, va a parlare con tutta la gente”,

sottolinea il Papa a braccio. braccio. “Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede”, fa notare Francesco: “E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime?”.

“Paolo sceglie lo sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano”,

sintetizza Francesco, definendo il discorso di Paolo all’Areopago “uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede”: “nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico”, l’apostolo infatti “annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli e

non lo fa aggredendoli, ma facendosi ‘pontefice, costruttore di ponti’”.

Prendendo spunto dall’altare della città dedicato a “un dio ignoto”, Paolo proclama che Dio “vive tra i cittadini” e “non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni”. “C’è una bella espressione di Papa Benedetto XVI che dice: ‘Paolo annunzia l’Ignoto-Conosciuto’”, l’omaggio di Francesco. “Paolo approda così al kerygma e allude a Cristo, senza citarlo, definendolo come l’’uomo che Dio ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti’”, spiega il Papa. “E qui c’è il problema”, aggiunge a braccio: “La parola di Paolo, che finora aveva tenuto gli interlocutori con il fiato sospeso, perché era interessante, trova uno scoglio: la morte e risurrezione di Cristo appare ‘stoltezza’ e suscita scherno e derisione. Paolo allora si allontana: il suo tentativo sembra fallito, e invece alcuni aderiscono alla sua parola e si aprono alla fede”. “Tra questi un uomo, Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna, Damaris”, racconta il Santo Padre: “Anche ad Atene il Vangelo attecchisce e può correre a due voci: quella dell’uomo e quella della donna!”.

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Eastern Europe after the fall of the Berlin Wall. Certainties and hanging questions

Agenzia SIR - Wed, 06/11/2019 - 10:29

Initiatives to mark the 30th anniversary of the fall of the Berlin Wall have started or are about to start in every European country: the symbolic date is 9 November. This day in fact represented a step in the broader and more general process of implosion of the Soviet system and of the Warsaw Pact, which kept the “satellite countries” of Central and Eastern Europe linked to the USSR. The matter at stake was the end of the communist regimes that had shaped the eastern part of the old continent since the Second World War and until that moment in time. Moreover, that process brought to an end the Cold War – namely, a prolonged “subterranean conflict” between the Soviet bloc and the Atlantic alliance based on nuclear deterrence.

November 9 1989 didn’t happen by chance.

Although those years seem a distant era today, we cannot overlook the significance of the many decisive stages of “rapprochement” that ensued: the creation of Solidarnosc (the trade union founded in Poland in September 1980 following the strikes in the shipyards of Gdansk, initially led by Lech Wałęsa and supported by the Church) in General Jaruzelski’s Poland; Gorbachev’s “Perestroika”, namely the set of reforms introduced by the Soviet Union’s leadership in the mid-eighties, aimed at restructuring the country’s economy and its political and social system. Nor can we ignore the reformist interventions of the Nemeth government in Hungary. The dissemination of the democratic ideas of many intellectuals at the time – such as Vaclav Havel, Czech politician, playwright and poet, dissident and politically persecuted – was equally significant. Or the courage of students and workers who, with demonstrative actions in many cities of Eastern Europe, paved the way for a rebellion, albeit a peaceful one.
Thus the celebrations marking the fall of the Wall could now contribute not just to remembering that historical landmark event, but also to an assessment of the situation with regard to the political, social and cultural transformations that occurred in Central and Eastern European countries, and to examine the state of their relations with Western Europe and the EU as a whole.  Today, from Poland to Hungary, from Slovakia to the Baltic States to Bulgaria and the Balkans, economic growth is certainly impressive compared to the conditions of production systems in the early post-Communist period: employment rates are high, although average wage levels remain relatively low. Living standards ( quantifiable, for example, on the basis of increased life expectancy or education or access to the Internet) are almost reaching those of Germany, France or Italy, which, at the same time, continue to attract large numbers of migrants from Romania, Poland, Bulgaria, Ukraine, Moldova… Nor can we ignore the acceleration of the secularisation process underway in these societies, while political power is poorly esteemed by citizens (according to countless surveys and on the basis of some, not all, electoral results). Nationalism is rooted in almost all Eastern European countries; corruption is a widespread problem (as attested by the protests in the streets); democracy is often at risk ( measures against the freedom of the press, laws that restrict the activity of the judiciary…), to the point of suggesting that these democracies have remained fragile. Most importantly, the doors are being closed to refugees from both the Mediterranean corridor and the Balkan route, ignoring the migratory flow from these countries towards destinations in Western Europe.

So what is the subjective evaluation of the past thirty years?

November 9, 2019 could, as previously stated, provide an opportunity for a collective reflection on the events that followed the fall of the Iron Curtain, thereby prompting some serious questions. Have Warsaw, Budapest or Sofia really come to terms with their historical past, also in order to establish the responsibility and legacy of the regimes (that same process that marked the post-war period of ex-Nazi Germany and ex-Fascist Italy, with open contrasts and complicit silences)? Has it been understood – as we learned with the fall of the Berlin Wall – that if freedom is restrained and peoples repressed, at some point, sooner or later, they will rebel? How are the regained freedoms and democracy, combined with material development, interpreted and implemented today? And could that Wall that divided the Berliners, which collapsed together with the rubble of ideologies and dictatorships, be erected again today, perhaps to ward off migrants who in turn seek freedom, democracy, work and prosperity? The place of East European nations in today’s and tomorrow’s Europe also depends on the answers to these and other questions. It also calls into question the nations of the west and north of the continent, often afflicted by the same “evils” and in turn faced with a serious examination of conscience with history.

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L’Europa dell’est dopo il Muro di Berlino: punti fermi e interrogativi

Agenzia SIR - Wed, 06/11/2019 - 10:19

In ogni Paese europeo sono state avviate, o appaiono imminenti, iniziative per celebrare il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino: la data simbolo è il 9 novembre. In effetti la storia racconta che quel giorno ha rappresentato una tappa del più ampio e generale processo di implosione del sistema sovietico e del Patto di Varsavia che teneva legati all’Urss i “Paesi satelliti” dell’Europa centro-orientale. La posta in gioco era la fine dei regimi comunisti che avevano caratterizzato dal secondo dopoguerra e fino a quel momento, la parte orientale del vecchio continente; inoltre tale processo avrebbe posto fine alla “guerra fredda”, cioè a quel prolungato “conflitto sotto traccia” tra il blocco sovietico e l’alleanza atlantica basato sulla deterrenza nucleare.

Al 9 novembre 1989 non si arrivò per caso.

Benché oggi quegli anni appaiano lontani quanto un’era geologica, non si può trascurare il significato delle numerose e decisive tappe di “avvicinamento”: l’avvento di Solidarnosc (il sindacato fondato in Polonia nel settembre 1980 in seguito agli scioperi nei cantieri navali di Danzica, guidato inizialmente da Lech Wałęsa e sostenuto dalla Chiesa) nella Polonia del generale Jaruzelski; la “perestroika” di Gorbaciov, cioè il complesso di riforme avviate dalla dirigenza dell’Unione Sovietica a metà degli anni Ottanta, finalizzate alla riorganizzazione dell’economia e della struttura politica e sociale del Paese. Non si può nemmeno dimenticare l’azione riformista del governo Nemeth in Ungheria. Rilevante fu inoltre la diffusione del pensiero democratico di tanti intellettuali di allora come Vaclav Havel, politico, drammaturgo e poeta ceco, dissidente e perseguitato politico. Oppure il coraggio di studenti e operai che, con azioni dimostratrici in tante città dell’est, indicavano la via di una ribellione, seppur pacifica.
Le celebrazioni della caduta del Muro potrebbero quindi contribuire, in questi giorni, non solo a ricordare quella svolta storica, ma anche a fare il punto della situazione sui mutamenti – politici, sociali, culturali – intervenuti nei Paesi centro-orientali, ma anche a verificare il rapporto tra questi e gli Stati occidentali, e con l’Unione europea.
Di certo oggi si registra, dalla Polonia all’Ungheria, dalla Slovacchia ai Baltici fino alla Bulgaria e ai Balcani, una crescita economica impressionante rispetto alle condizioni in cui si trovavano i sistemi produttivi dell’immediato post- comunismo: l’occupazione è a livelli altissimi, benché le retribuzioni medie siano piuttosto modeste. Gli standard di vita (misurabili, ad esempio, con l’aumento dell’aspettativa di vita o il livello di istruzione oppure con la diffusione di internet) stanno rincorrendo quelli di Germania, Francia o Italia, dove, al tempo stesso, continuano a dirigersi flussi migratori considerevoli in partenza da Romania, Polonia, Bulgaria, Ucraina, Moldavia… Come non ricordare poi l’accelerazione del processo di secolarizzazione in atto in queste società, mentre il potere politico è poco stimato dai cittadini (secondo innumerevoli sondaggi e stando a taluni, non tutti, risultati elettorali). Il nazionalismo è radicato in quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale; la corruzione è un problema dilagante (lo confermano le proteste di piazza); la democrazia è più volte offesa (azioni contro la libertà di stampa, leggi che imbrigliano l’attività della magistratura…), tanto da far pensare a democrazie tuttora fragili. Ma soprattutto, si chiudono le porte ai rifugiati provenienti sia dal corridoio mediterraneo che dalla rotta balcanica, dimenticando invece il flusso emigratorio che da questi Paesi si muove verso le mete dell’Europa occidentale.

Quale, dunque, il bilancio di questi trent’anni?

Il 9 novembre 2019 potrebbe, come si diceva, essere colto come opportunità per una riflessione collettiva su ciò che è seguito al superamento della Cortina di ferro, suscitando qualche serio interrogativo. A Varsavia come a Budapest o Sofia si sono fatti veramente i “conti con la storia”, anche per definire responsabilità ed eredità dei regimi (quello stesso processo che ha segnato, con contrasti aperti e complici silenzi il dopoguerra della Germania ex nazista e dell’Italia ex fascista)? Si è compreso – come insegna il crollo del Muro di Berlino – che la libertà non può essere imbrigliata e nessun popolo può essere represso senza che, prima o poi, si ribelli? Le ritrovate libertà e democrazia, assieme allo sviluppo materiale, come vengono interpretate e messe in gioco oggi? E quel Muro che divideva i berlinesi, crollato assieme alle macerie delle ideologie e delle dittature, può oggi venir nuovamente eretto, magari per tener lontani migranti che a loro volta cercano libertà, democrazia, lavoro e benessere?
Il posto delle nazioni dell’est nell’Europa odierna e di domani dipende anche dalle risposte a queste e altre domande. Chiamando d’altronde in causa le nazioni dell’ovest e del nord del continente, spesso afflitte dagli stessi “mali” e a loro volta attese a un serio esame di coscienza con la storia.

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ArcelorMittal ed ex Ilva: trovare soluzioni per Taranto, per i cittadini e per i lavoratori

Agenzia SIR - Tue, 05/11/2019 - 17:59

Leggo con non poca preoccupazione le ultime notizie relative al comunicato di Arcelor Mittal in merito allo stabilimento tarantino. Non ne sono sorpreso, c’erano stati già segnali che avrebbero dovuto essere colti e non lo sono stati. Taranto è una città che soffre per la mancanza di opportunità per i giovani che continuano ad andare via per realizzare le proprie aspirazioni, non possiamo permetterci di sacrificare altri posti di lavoro. I toni perentori poco si addicono al rapporto tra le parti che dovrebbe essere invece caratterizzato da buon senso e responsabilità.
Non si possono chiedere “le mani libere” quando in gioco ci sono la salute e il futuro di tante persone, di un’intera città e della sua provincia.
Abbiamo già subito con la precedente proprietà i frutti amari e velenosi di uno sviluppo legato esclusivamente al profitto.
Certo, cambiare le condizioni in corso d’opera ha dato ad AM il pretesto per rimettere in discussione l’accordo che con così tanta fatica era stato sottoscritto dalle parti.

Tutta la vicenda è stata gestita con approssimazione e demagogia: parliamo dell’acciaieria più grande d’Europa, avremmo avuto bisogno di lungimiranza e senso di responsabilità. Altresì leggo strumentalizzazioni politiche che non favoriscono la comprensione di un problema complesso: è stata la Magistratura ad adottare i provvedimenti di sequestro degli impianti non a norma e il provvedimento che abolirebbe lo “scudo penale” presente nel Decreto salva imprese è al vaglio della Corte Costituzionale perché sempre la Magistratura ne ha richiesto il giudizio di legittimità. Sono invece molto preoccupato per quello che potrebbe accadere, rischiamo che all’emergenza ambientale, tuttora ben lontana dall’essere risolta, si aggiunga quella sociale.

Non c’è nessuna parte politica che possa dirsi “innocente”, non saremmo arrivati a tanto.

Fino ad ora ci si è adoperati per trovare soluzioni per ex Ilva, ora è il momento di trovare soluzioni per Taranto e per i suoi cittadini, per i lavoratori. La città è smarrita, sfiniti sono i lavoratori vittime di volta in volta di chi li ha additati come “collusi” quando non “responsabili” dell’inquinamento e della paura quotidiana di non essere più in grado di sostenere la propria famiglia. Provi a mettersi nei panni di un operaio, padre di famiglia monoreddito, come del resto la gran parte delle famiglie tarantine; sono anni che vedono a rischio il loro posto di lavoro. All’emergenza ambientale, che resta tutta in piedi, si andrebbe ad aggiungere un’emergenza sociale. Un disastro!

Siamo al punto in cui sono diventate intollerabili i giochetti della politica per lucrare il consenso.

L’attuazione del Piano ambientale è possibile solo utilizzando risorse rivenienti dai bilanci dell’acciaieria e non possiamo condannare alla cassa integrazione prima e alla disoccupazione poi gli operai che si andrebbero ad aggiungere ai tanti disoccupati per i quali non si trova soluzione. Occorre uno sforzo di rinnovata analisi e di creatività per far nascere posti di lavoro stabili. Se si decide poi per il ridimensionamento della fabbrica si deve “pre-vedere” un piano di graduale occupazione delle diverse migliaia di persone in questo territorio. Queste, lasciando il siderurgico, dovranno poter usufruire di nuovi investimenti, per sviluppare anche il terziario, una agricoltura di eccellenza, l’utilizzo delle risorse del mare e il turismo. Diversamente continueremmo nella stessa paralisi attuale accontentandoci di false soluzioni con ammortizzatori sociali che durerebbero 10-20 anni, senza creare nuova occupazione, non rispettando così la dignità della persona umana che si realizza nel lavoro. Ancora una volta mi ispiro alla Laudato si’ di Papa Francesco e invito tutti i protagonisti di questa estenuante vicenda a perseguire ogni possibile strada conduca a coniugare salute e lavoro in virtù di quella “ecologia integrale” che vede l’uomo protagonista e non schiavo dell’inerzia e della massimizzazione del profitto.

(*) arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace

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Crisis in Chile. Bishops: “The economic model of the Country must be reconsidered”

Agenzia SIR - Tue, 05/11/2019 - 13:45

The tension remains high in Chile, where even after the end of the state of emergency, peaceful demonstrations, as well as acts of violence, continued even during the festive weekend. In Santiago, a new demonstration, preceded by a thousand women dressed in mourning, took place on Friday. There were reports of arbitrary arrests and repression, while the opposition is calling for a change in the Constitution and the resignation of President Sebastián Piñera. In the first case, some first steps have been taken at parliamentary level, while the President, in an interview with the BBC, ruled out the possibility that he would resign. The country is expecting a long and thorough dialogue process, true change and reconciliation. For Msgr. Fernando Chomali, Archbishop of Concepción, this is what is needed in Chile. In a letter to parish priests, he requested to initiate genuine dialogue initiatives along with in-depth analyses of the social conditions in each community of the archdiocese.

Bishop Chomali, what is your opinion of what has been happening in Chile? 

The truth is that we are experiencing at the public level the expression of what many Chileans are experiencing, and this is a problem that affects fundamental sectors such as health, education, housing and work. While Chile is known to be a high-income economy, it is not reflected in the lives of many people. This shows that the economic model of the country needs to be re-examined. It requires more ethics than technique, more attention to people than to things.

In the meantime, the president has cancelled the Asia-Pacific and Cop25 climate summits, two highly anticipated events in Santiago. Was it a fair decision, in your opinion?

It was a political decision which falls outside my sphere of competence.

However, I believe that the real urgency for the country today is to create a platform for dialogue, open to all, to reconsider our way of life, with respect for everyone.

Summits can be useful if they contribute to policies for greater justice and fairness, but the real point is the need to overcome a liberal policy that is proving unsuccessful.

You have previously stated that the current crisis that Chile is going through is primarily of an ethical nature, more than an economic and political one. Do you confirm this view?

That’s right. Ours is a moral crisis because the individual, the person, is now being put on the sidelines. We must come to realize that the common good is not the sum of many individual goods, otherwise greed and selfishness will prevail. We must strongly reject the globalization of indifference so often denounced by Pope Francis. This  situation also concerns our country. We are called to conversion and this is, in fact, an ethical attitude. But there is a second reason why this crisis calls moral responsibility into question…

What is it?  
Everybody has a moral responsibility because the crisis affects us all. Certainly,

this is a question for politicians, but also for those involved in the economy, entrepreneurs.

And also, allow me to say, the Church herself, that is recovering from a serious moral crisis and is called to find new words.

In fact, in opinion polls Church popularity is very low, in this ranking only politicians have a worse rating…

As known, this is the result of the child abuse scandals that have been uncovered. I would also like to say, however, that in daily life our Church is deeply committed towards the poorest. It is widely acknowledged that in many cases the poor, the children who live in poverty, the elderly, would be left to care for themselves. There have been shadows in the work of the Church, but there has also been a great commitment.

You have written to all parish priests, asking for spaces and opportunities for listening and dialogue on the situation in the country, involving as many people as possible. Can you explain the aims of this choice? 
While the parish certainly operates in a pastoral context, it is not isolated from social dynamics; on the contrary, for the Church this separation is a temptation that must be overcome. At ecclesial level, Church Social Doctrine is the key to interpreting these issues.

Will widespread meetings such as these be useful for empowering civil society and creating new Christian-inspired political figures?

We hope so, since Catholics involved in politics here in Chile have lost their way (the reference is to the recent vicissitudes of the Christian Democrats, ed.’s note). In fact they have caused damage by allowing the legalization of abortion and the destruction of the family.

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Crisi in Cile. Vescovi: “Va ripensato il modello economico del Paese”

Agenzia SIR - Tue, 05/11/2019 - 13:45

Resta di massima allerta la situazione in Cile, dove anche dopo la fine dello stato d’emergenza le manifestazioni pacifiche, ma anche i gesti di violenza, sono proseguiti anche durante il “ponte” festivo. A Santiago una nuova manifestazione, preceduta da un migliaio di donne vestite a lutto, si è tenuta venerdì. Si susseguono denunce di arresti arbitrari e repressioni, mentre l’opposizione chiede di cambiare la Costituzione e le dimissioni del presidente Sebastián Piñera. Nel primo caso, sono stati compiuti i primi passi a livello parlamentare, mentre il presidente, in un’intervista alla Bbc, ha escluso l’ipotesi di dimissioni. Un lungo e profondo lavoro di dialogo, cambiamento vero e riconciliazione attende il Paese. Ne è convinto mons. Fernando Chomali, arcivescovo di Concepción, che ha chiesto in una lettera ai parroci di dare vita a spazi di autentico dialogo e approfondimento della realtà sociale in ogni comunità dell’arcidiocesi. “In questi giorni abbiamo visto la richiesta da parte della grande maggioranza degli abitanti del nostro Paese di attuare profonde riforme nei più svariati campi della vita economica, sociale e politica. Questo è il motivo per cui vi invito a promuovere occasioni di dialogo tra i diversi membri della comunità e altri organi sociali e comunitari interessati a partecipare”. Mons. Chomali ritiene che la crisi attuale del Cile sia etica, prima che politica ed economica, e che il modello neoliberista adottato nel Paese abbia fallito a vada superato.

Mons. Chomali, cosa pensa di quanto sta accadendo in Cile in questi giorni?
La verità è che stiamo vivendo a livello pubblico la manifestazione di ciò che molti cileni vivono, una difficoltà che riguarda ambiti fondamentali, come la salute, l’educazione, la casa, il lavoro. E’ vero che il Cile è noto per avere dei dati macroeconomici ricchi, ma tali dati non si riflettono nella vita di molte persone. Tutto questo ci dice che va ripensato il modello economico del Paese. Ci vuole più etica che tecnica, più attenzione alle persone che alle cose.

Intanto il presidente ha annullato i vertici Asia-Pacifico e Cop25 sul clima, due appuntamenti molto attesi a Santiago. E’ stata una decisione giusta, a suo avviso?
Si tratta di una decisione politica e su quella personalmente non ho alcuna competenza.

Credo però che la vera urgenza per il Paese sia oggi quello di aprire un tavolo di dialogo, aperto a tutti, che metta in discussione il nostro stile di vita, nel rispetto per ciascuno.

I vertici possono essere utili se contribuiscono a politiche di maggior giustizia ed equità, ma il punto vero è la necessitò di un superamento di una politica liberista che si sta dimostrando fallimentare.

Lei ha già dichiarato, però, che l’attuale crisi che il Cile sta attraversando è soprattutto etica, prima che economica e politica. Conferma?
Appunto, è proprio così. La nostra è una crisi morale perché il soggetto, la persona, viene oggi messa tra parentesi. Dobbiamo tornare a capire che il bene comune non è la somma di tanti beni individuali, altrimenti a prevalere sono l’avarizia e l’egoismo. Dobbiamo dire un forte no a quella globalizzazione dell’indifferenza rispetto spesso denunciata da Papa Francesco. Una situazione che riguarda anche il nostro Paese. Siamo chiamati a una conversione e questo è, appunto, un atteggiamento etico. Ma c’è un secondo motivo per il quale questa crisi chiama in causa la responsabilità morale…

Ci dica…
La responsabilità morale è di tutti perché la crisi ci riguarda tutti. Certo,

sono chiamati in causa i politici, ma anche chi opera nell’economia, gli imprenditori.

E anche, mi lasci dire, la Chiesa stessa, che esce da una grave crisi morale ed è chiamata a trovare nuove parole.

In effetti, nei sondaggi d’opinione la popolarità della Chiesa è molto bassa, in questa classifica solo i politici hanno un gradimento peggiore…
Sì, come è noto questo giudizio deriva dagli scandali degli abusi sui minori che sono emersi. Devo anche dire, tuttavia, che nella vita quotidiana la nostra Chiesa è molto impegnata con i più poveri. Da tutti è riconosciuto che in molti casi i poveri, i bambini che vivono nel disagio, gli anziani, sarebbero abbandonati a loro stessi. Nell’azione della Chiesa ci sono state ombre, ma anche tanto impegno.

Lei ha scritto a tutti i parroci, chiedendo luoghi e momenti di ascolto e dialogo sulla situazione del Paese, che coinvolgano il maggior numero di persone possibile. Ci spiega le finalità di questa scelta?
Certo, la parrocchia opera in un ambito pastorale, ma questo non è isolato dalle dinamiche sociali, anzi questa separazione è per la Chiesa una tentazione contro la quale si deve combattere. La chiave di lettura, in ambito ecclesiale, per affrontare tali tematiche, dev’essere la Dottrina sociale.

Incontri diffusi come questi potranno essere utili per rafforzare la società civile e dare vita a nuove figure politiche cristianamente ispirate?
Speriamo che sia così, dopo che i cattolici impegnati in politica qui in Cile si sono persi (il riferimento è alle recenti vicende della Democrazia cristiana, ndr), anzi hanno fatto dei danni permettendo la legalizzazione dell’aborto e la distruzione della famiglia.

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Roma, tre asili interculturali senza bando a rischio chiusura. L’appello al Comune: “Dialoghiamo”

Agenzia SIR - Tue, 05/11/2019 - 13:28

“Non lasciate in mezzo alla strada 150 bambini”: è l’appello preoccupato dei responsabili di tre centri interculturali per minori stranieri ed italiani da 0 a 6  anni  di Roma Capitale. L’asilo “Piccolo mondo” della cooperativa Roma Solidarietà della Caritas di Roma, l’asilo “Munting Tahanan” (“Piccola casa” in filippino) di Cfmw Italia e “Il sorriso di Gaia” di Virtus Italia onlus rischiano di chiudere perché sono da mesi in una situazione di stallo ed emergenza, a causa delle convenzioni scadute a maggio. Nonostante una proroga di due mesi fino a luglio, il nuovo bando comunale non è ancora uscito. Le risorse pubbliche consentivano di tenere molto basse le rette o addirittura di non far pagare i bambini che hanno alle spalle più gravi situazioni di disagio sociale. Ora i centri si stanno facendo totalmente carico delle spese e hanno dovuto raddoppiare le tariffe, con pesanti ricadute sui genitori. Molte famiglie socialmente fragili, con lavori precari e in nero, sono stati costretti a ritirare i figli. Questi centri interculturali usano modelli pedagogici di grande qualità, e operano da venti o trent’anni in quartieri con fasce di disagio molto visibili o sommerse: a Torre Angela, Pineta Sacchetti, Boccea. Il cambio della guardia e il passaggio di consegne all’Assessorato alla persona, scuola e comunità solidale di Roma Capitale – a settembre Veronica Mammì è subentrata a Laura Baldassarre – ha probabilmente rallentato i processi decisionali.

In un lungo post di congedo sui social l’assessora Baldassare aveva elencato i frutti del suo lavoro di tre anni e precisato di aver avviato il lavoro “per l’evoluzione dei Centri interculturali in Servizi educativi interculturali, da rendere fruibili gratuitamente su tutto il territorio”.

Nei mesi precedenti c’erano state, infatti, interlocuzioni dirette con i referenti delle organizzazioni, con l’assicurazione che il nuovo bando sarebbe uscito a settembre 2019. Il 14 ottobre le tre realtà hanno scritto una nuova lettera per chiedere un incontro ma ad oggi non c’è stata nessuna risposta, nemmeno a livello informale.

Buone prassi che hanno rappresentato per anni il fiore all’occhiello di tutte le amministrazioni capitoline, e che contribuiscono a reali politiche di integrazione tra italiani e stranieri, ora rischiano di scomparire.

Con conseguente perdita di posti di lavoro.

L’asilo “Piccolo mondo” della Caritas di Roma. A Roma ovest e nel mondo ecclesiale molti conoscono, ad esempio, l’asilo nido multietnico “Piccolo mondo”, in via Gregorio IX a Pineta Sacchetti, gestito dalla cooperativa Roma Solidarietà che fa capo alla Caritas di Roma.

Libri, documentari, servizi televisivi e giornalistici hanno documentato questa esperienza innovativa voluta nel 1990 dall’allora direttore della Caritas di Roma monsignor Luigi Di Liegro.

Al “Piccolo Mondo” sono accolti oggi 40 bambini: il più piccolo ha 6 mesi, il più grande 2 anni e mezzo. Il 60% sono italiani, gli altri latinoamericani, romeni, ucraini, africani e asiatici. Un modello replicato negli anni anche dal Comune, che ha applicato in parte il metodo pedagogico negli asili pubblici, vista la presenza consistente di figli di immigrati. “Siamo anche disponibili a ridiscutere il modello se c’è bisogno di integrarlo in maniera diversa nel sistema generale – spiega al Sir Lorenzo Chialastri, responsabile dell’area immigrazione della Caritas di Roma -. E’ la prima volta in 28 anni che ci troviamo senza un bando a cui poter partecipare. Ma se permane questa situazione di incertezza e mancanza di interlocuzione è uno stillicidio continuo: possiamo farcela ancora per un anno con le nostre risorse ma poi rischiamo di chiudere, con grande dolore delle famiglie, anche quelle italiane che hanno fatto una scelta precisa di portare i loro figli da noi. Chiediamo almeno un dialogo”.

L’asilo “Munting tahanan” – foto SIR/Caiffa

Il centro “Munting tahanan” della comunità filippina. L’asilo “Munting tahanan” nato nel 1996 dalla comunità cattolica filippina è stato uno dei primi centri interculturali della capitale. E’ a due passi da piazza Irnerio e via Baldo degli Ubaldi (quartiere Boccea) e si trova ora in maggiori ristrettezze economiche. Tant’è che gli educatori, pur di mandare avanti il servizio, stringono i denti e fanno ore di volontariato in più. Sono stati però obbligati a raddoppiare le rette e alcune famiglie rinunciano al lavoro e tengono i figli a casa perché non possono pagare. Ora ci sono 42 bambini di tante nazionalità, compresi gli italiani. Molti sono lì perché non sono riusciti a rientrare nelle graduatorie dei nidi comunali.  “Stiamo facendo tutti grossi sacrifici – racconta Luisa Pagano, volontaria della Cfmw (Commission for filipino migrant workers Italia, l’associazione che gestisce il centro) -. Dal Comune tutto tace, nessuno risponde, nessuno ci ha convocato per capire come andare avanti, come accadeva di solito alla scadenza del bando”.

“Non si può buttare alle ortiche una esperienza ventennale. L’auspicio è che si riesca a trovare un dialogo”.

I bambini nell’asilo “Il sorriso di Gaia” – foto dal profilo Facebook

“Il sorriso di Gaia” a Torre Angela. In seguito all’aumento delle rette sono già scesi da 60 a 50 i bambini accolti dall’asilo “Il sorriso di Gaia” a Torre Angela, periferia est di Roma, dove non mancano le fragilità sociali. “Lavoriamo da 18 anni in un territorio di frontiera, carente di servizi pubblici – precisa Andrea Scarcelli, responsabile dell’area infanzia di Virtus Italia Onlus -. Noi incontriamo le fasce di popolazione più deboli. Con il vecchio bando 35 famiglie non pagavano, agli altri chiedevamo 160 euro al mese: ora dobbiamo chiederne 280″.

“Molte famiglie non ce la fanno e non so quanto riusciremo a reggere in queste condizioni. Tutte le nostre richieste sono cadute nel vuoto, nessuno ci risponde, nemmeno al telefono”.

L’appello alla nuova assessora è chiaro e diretto: “Ci ascolti e dia seguito al mandato precedente. Ci dia almeno la possibilità di essere ascoltati e ricevuti”.

 

 

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Razzismo negli stadi. Smulevich: “Basta con le congiunzioni avversative: sì, è grave ma…”

Agenzia SIR - Tue, 05/11/2019 - 13:27

“È abbastanza evidente che c’è un deterioramento e un imbarbarimento generale nella società e questo nello stadio si amplifica. Ma attenzione, non è un fenomeno che si limita ai 90 minuti di gioco. A chi dice che lo stadio sia uno sfogatoio, dice una bugia. In realtà lo stadio è un laboratorio di odio che poi finisce per dilagare nella società”. Diretto, chiaro, soprattutto preoccupato. Adam Smulevich è un giornalista e ha da poco ha scritto insieme a Massimiliano Castellani il libro “Un calcio al razzismo” in cui conduce il lettore lungo “20 lezioni contro l’odio”. Un libro importante alla luce dei fenomeni di razzismo che da tempo hanno colpito giocatori di colore della Serie A, da Mario Balotelli, vittima domenica scorsa di insulti e buu razzisti a Verona, al nuovo attaccante dell’Inter Lukaku, al viola Dalbert. Un libro che è rivolto soprattutto ai giovani e poi a quegli adulti che hanno smesso di allenare la “memoria”. “Noi pensiamo – ci racconta Adam – che il motivo di base è la mancanza di consapevolezza della storia del nostro Paese, delle ferite ancora aperte, dei problemi rimasti irrisolti.

Il fatto di trovarsi sugli spalti con altra gente, può incoraggiare le persone ad dare voce all’odio? Quanto influisce il fattore “branco”?

Sicuramente ci sono anche dinamiche di questo tipo. Sta di fatto che le curve oggi e in diversi casi sono ostaggio di gruppi orientati in un certo modo che si tirano dietro il loro codazzo di follower. E questo senz’altro è indice di un arretramento culturale preoccupante, un segno di ignoranza, la prova di un “analfabetismo funzionale” che in Italia è in crescita e che nello stadio trova la sua rappresentazione più classica.

Al caso della partita Verona-Brescia, è di questi giorni la notizia di un piccolo giocatore dell’Aurora Desio (in provincia di Milano), di colore, che si è sentito insultare da una mamma dagli spalti. Il fenomeno è molto più pervasivo di quello che pensiamo?

Certo. Nasce dal basso, nasce dal calcio giovanile, nasce dalla scarsa responsabilità verso un certo tipo di approccio. E tutto questo non è nuovo. Magari fa meno notizia ma problemi di questo tipo nel calcio giovanile esistono ed esistono da molti anni. E’ da sottolineare però – e questo secondo me è importante – la reazione forte della squadra che da sabato prossimo ha annunciato che farà scendere i propri calciatori con la faccia dipinta di nero.Trovo essenziale che ci siano reazioni positive a fatti di discriminazione e odio. Lo stesso vale per gli episodi di discriminazione territoriale che abbiamo visto nei giorni scorsi nel calcio italiano, nella partita Roma-Napoli che è stato teatro del così chiamato razzismo territoriale. Anche in quel caso, abbiamo visto il capitano della Roma Edin Djeko agire per primo contro questi insulti e spingere i tifosi a muoversi nella stessa direzione.

Quanto è importante il ruolo dei giocatori, soprattutto di serie A?

E’ importante che sempre più calciatori prendano consapevolezza che questo non è più un tema che può essere messo in un angolo ma è uno dei temi centrali. Proprio perché hanno capacità di incidere e fare opinione nel mondo del calcio e non solo, il loro ruolo diventa assolutamente fondamentale.

Ti vengono in mente degli esempi?

Mi viene in mente Lilian Thuram, calciatore degli anni ‘90-2000 che per primo si è battuto una vita contro il razzismo. Più recente è il caso di Kalidou Koulibaly calciatore del Napoli, vittima anche lui due anni fa di un fenomeno di razzismo. E’ diventato un po’ il simbolo di un certo tipo di insulti ma anche simbolo di reazione. E’ andato anche nelle scuole, si è confrontato con i ragazzi. Koulibaly si è mosso con molta efficacia e lo ha potuto fare perché non è soltanto un campione sul campo ma un uomo molto intelligente, molto consapevole. Ha capito che quello che ha vissuto, non lo soccombeva ma gli consegnava un messaggio molto importante da trasmettere. Spesso i giocatori passano per superficiali. Invece ci sono personalità notevoli. E’ arrivato il momento che queste personalità vengano fuori.

In Inghilterra hanno alzato il costo del biglietto degli stadi per contrastare il fenomeno. Ma è sufficiente?

Noi pensiamo che ci debbano essere due strade. Da un lato la repressione deve essere reale e nel segno di quella tolleranza zero che è un po’ il modello da esportare dall’Inghilterra, Paese che è stato attraversato negli scorsi decenni da fenomeni di violenza terribili che hanno provocato anche morti. L’Inghilterra per il fenomeno hooligans è stato estromesso dal calcio europeo per molti anni. C’è stata una reazione forte e questa reazione ha pagato. Ma la repressione da sola, come è noto, non basta. Deve andare insieme all’accrescimento della consapevolezza, che passa attraverso la formazione a partire dalle scuole calcio. Noi diciamo che è il momento che i calciatori insieme alle società scendano in campo, ci mettano la faccia, non lascino Kalidou Koulibaly e Djeko da soli ma che con loro ci siano i capitani di tutte le squadre.

Non basta tirare fuori ogni tanto qualche slogan. Non basta calare dall’alto parole. E’ un messaggio un po’ vuoto dire solo “no al razzismo”. Occorre un impegno intenso, studiato e diffuso.

Quello che forse ha colpito di più del caso Balotelli, sono state le parole di “giustificazione” usate dal capo degli ultras del Verona. “Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano”. Cosa pensi?

C’è un grosso problema. Quando si iniziano ad usare le congiunzioni avversative, “sì, è grave ma”…è indice di non consapevolezza. No, qui non ci possono essere congiunzioni né vie di mezzo. Si condanna fermamente, punto e basta. Poi certamente nessuno identifica Verona come la città del male. Si dice semplicemente che esiste un problema reale nelle tifoserie. Non si può far finta che non è vero e negarlo non fa onore alle società di calcio. I problemi si affrontano, non si negano. E si affrontano non da soli: il calcio deve fare rete. Nessuno deve permettersi di mettere all’indice una società, una squadra, perché la situazione è complessa. Ma non si rende un servizio se ci si mette in un atteggiamento di difesa.

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Un cambiamento d’epoca

Agenzia SIR - Tue, 05/11/2019 - 00:00

Cambiamento d’epoca Abbiamo sentito ripetere da papa Francesco che questa non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. Si tratta di una nuova fase, di cui forse uno dei segnali più significativi è la globalizzazione. Questa non obbedisce a logiche parziali dei singoli Stati. Il passaggio a misure internazionali dovrà obbedire a logiche globali, con una governance armonizzata. L’Europa, che fino alla Seconda guerra mondiale teneva in pugno l’intero pianeta, è ora assente dagli scenari più importanti. L’Occidente non è più il centro decisionale della vita politica internazionale. Un fatto emblematico è la polemica sollevata da Jair Bolsonaro sulla gestione autonoma dell’Amazzonia da parte del Brasile. Nella logica dei sovranismi, Macron non può rimproverargli nulla, anche se questa foresta pluviale è il polmone del mondo. Se è così, se l’Amazzonia appartiene al mondo, allora tutti se ne devono curare. E se ci si occupa delle terre, come non curarsi delle popolazioni? Di conseguenza, ci si deve occupare anche di tutte le zone dell’Africa rese aride dallo sfruttamento e delle popolazioni che le abitano, prima che cerchino altrove migliori condizioni di vita. Sul piano morale dobbiamo ricordare gli effetti del nostro colonialismo e delle conquiste armate delle terre di altri continenti. L’eredità delle guerre del ’900 in Medio Oriente sta producendo ora i suoi frutti. Dalle varie occupazioni e distribuzioni di allora sono originati i problemi della Turchia e della Siria, dei Kurdi, dello Yemen, della Palestina e di Israele, dell’Iran e dell’Iraq; per non dire poi del Vietnam. Le migrazioni sono il risultato di errori storici dell’Occidente. È assurdo ora chiudersi nei sovranismi. È una grave miopia che impedisce di vedere i fenomeni nella loro grandezza. Chi potrà frenare le migrazioni di popolazioni affamate? Chi potrà frenare il mercato finanziario ed economico globale? Chi potrà sognare di vivere in autarchia? Come fermare quelli che aizzano le popolazioni che subiscono i contraccolpi dei fenomeni? Il cambiamento d’epoca è in atto e la globalizzazione, con pregi e difetti, è inarrestabile. Conviene avere un saggio governo invece di uno chiuso, che non vuole vedere. Occorre difendere e promuovere i diritti e la dignità di uomini e popolazioni. L’Occidente può avere un ruolo se si libera del capitalismo selvaggio dell’ultimo periodo, il turbocapitalismo finanziario che ha impoverito non solo il Sud del mondo; può avere un ruolo sul piano culturale se è capace di rielaborare, in fase di globalizzazione, nuove modalità di promuovere i diritti e la dignità umana.

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Rapporto Svimez: cresce il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord. Conte: “Riequilibrio con finanziamenti per le infrastrutture”

Agenzia SIR - Mon, 04/11/2019 - 14:33

Il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord torna a crescere: nell’ultimo decennio è aumentato dal 19,6% al 21,6%. Per annullarlo, occorre creare nel Mezzogiorno tre milioni di posti di lavoro. Lo segnala il Rapporto Svimez  sull’Economia e la società del Mezzogiorno, presentato stamani alla Camera dei deputati. Uno strumento per risolverlo è stato indicato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Ed è il Piano per il Sud. Alcune misure previste sono state già inserite nella manovra, ma la versione integrale sarà varata – ha ribadito il premier – “entro fine anno”. Tra i provvedimenti presi in esame dal rapporto, anche il reddito di cittadinanza, il cui impatto è stato considerato “nullo”. Ma Conte ha ammonito: “Non va valutato in un lasso temporale così breve, ma in un periodo molto più lungo”. E ha ribadito la sua convinzione:

“Se riparte il Sud, riparte l’Italia. Questo non è uno slogan, ma un’affermazione che nasce dalla consapevolezza che deve guidare l’azione di governo”.

“L’intero Paese ha perso competitività a livello europeo con disinvestimenti sul Sud”.

Il gap occupazionale. Il Rapporto indica che la crescita dell’occupazione nel primo semestre di quest’anno riguarda solo il Centro-Nord (+137.000 posti di lavoro). Un trend che si contrappone al calo nel Mezzogiorno (-27.000). Secondo le stime Svimez, il 2019 vede il Sud entrare in “recessione”, con un Pil stimato in calo dello 0,2%, a fronte della crescita dello 0,3% del Centro-Nord (+0,2% la media nazionale).  “Per uscire dalla stagnazione italiana bisogna mettere assieme le potenzialità del Sud e del Nord, attraverso un nuovo Patto – è la via delineata dal direttore dello Svimez, Luca Bianchi -. Occorre abbandonare la ricetta indigesta di politiche diverse per le due parti del Paese sul binomio ‘assistenza per il Sud e sviluppo per il Nord’, cercando una ricomposizione degli interessi nazionali”.

Il Piano per il Sud. Un’indicazione sulla quale il Governo lavora già da alcune settimane. E se ne è fatto portavoce il presidente del Consiglio, che ha colto l’occasione per anticipare alcune misure del Piano per il Sud, che ha come obiettivo quello di “realizzare un riequilibrio territoriale della spesa ordinaria per gli investimenti”. “Al Sud risiede il 34% della popolazione italiana, ma le quote destinate agli investimenti delle regioni corrispondenti si attestano al di sotto del 30%”, è l’osservazione dalla quale è partito il Governo nella redazione del Piano. Dallo stanziamento delle risorse alla spesa: il premier ha annunciato una “task force” per “definanziare programmi privi di progetti, acquisire e chiedere dati trasparenti alle amministrazioni locali”. Dal governo, inoltre, la disponibilità a “fornire assistenza tecnica, dalla progettazione alla realizzazione delle opere”. La strategia del Governo è incentrata sulla “riattivazione dei finanziamenti pubblici nel Mezzogiorno”. L’esecutivo intende investire “nelle infrastrutture sociali, ambientali e viarie”. Un’attenzione particolare è riservata anche agli “enti locali” e alle comunità che “hanno difficoltà a camminare con le proprie gambe”.

“Abbiamo pensato di dare ossigeno ai piccoli Comuni del Sud stanziando oltre 300 milioni per sostenere le infrastrutture sociali, come asili, scuole e presidi sanitari”, ha riferito Conte. “Allo stesso modo abbiamo stanziato 200 milioni alla Strategia nazionale per le aree interne”.

Sono, invece, 675 i milioni stanziati per il credito d’imposta per le imprese. “Abbiamo affidato alla Banca del Mezzogiorno il fondo ‘Cresci al Sud’ con una dotazione di 250 milioni di euro. Sono risorse pensate per la crescita delle piccole e medie imprese”.

Le emigrazioni e il crollo delle nascite. Concentrandosi sulle migrazioni, il Rapporto Svimez evidenzia che “dall’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovani fino a 34 anni, quasi un quinto laureati”. Intanto, in Italia nel 2018 si è raggiunto “un nuovo minimo storico delle nascite”. Al Sud, lo scorso anno, sono nati circa 157 mila bambini, 6 mila in meno del 2017. La novità – spiega il Rapporto -, è che “il contributo garantito dalle donne straniere non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle italiane a fare figli”. “Tra le più gravi criticità che stanno acuendo le disuguaglianze tra Nord e Sud – ha affermato il premier – registro con preoccupazione la crisi demografica per una riduzione senza precedenti del tasso di natalità, coniugato a una crescente migrazione verso l’estero e il nord del Paese”. In particolare, tra 2002 e 2017 sono emigrati dalle regioni del Sud oltre due milioni di persone. “Se procediamo con questo trend il Sud perderà cinque milioni di persone e, a condizioni date, oltre il 40% del Pil”. Una dinamica determinata, secondo il premier, dall’assenza di “solide prospettive di lavoro”.

“La crisi dell’occupazione nell’ultimo decennio ha assunto il carattere di un’autentica emergenza nazionale e gli sforzi compiuti non hanno dato quelle prospettive per rimediarvi”.

Le prospettive per il futuro. Guardando al futuro, il direttore dello Svimez, Luca Bianchi, ha delineato le tendenze per il 2019 e il 2020. “Nel 2019 stimiamo una riduzione del Pil del Sud dello 0.2%, una debole recessione all’interno di in un Paese che si attesterà su una stagnazione – ha affermato -. Nel 2020, a politiche invariate, prevediamo invece una debole ripresa anche al Sud”. L’unica variabile indicata per muovere queste previsioni è quella degli “investimenti”.

“È stato molto importante aver sterilizzato l’aumento dell’Iva. Il peggioramento sarebbe stato di 4 decimi di punto già nel 2020”.

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