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Un’estate di giovani

Agenzia SIR - Thu, 27/06/2019 - 00:00

Tra le attività estive delle nostre comunità nel territorio spicca certamente quella della cosiddetta “Estate Ragazzi”, o “Grest” o che altro possa chiamarsi, una proposta che – insieme ai campi scuola programmati per le diverse età – testimonia l’attenzione che da sempre la comunità ecclesiale riserva per le giovani generazioni. A dire il vero, da alcuni anni anche la comunità civile si sta attrezzando per iniziative specifiche rivolte a bambini e ragazzi (magari affidandole proprio a cooperative sorte, non di rado, da una simile sensibilità cristiana): ancora una volta, infatti, anche in questo ambito la Chiesa si rivela anticipatrice di ciò che la comunità civile si rende poi conto di dover fare per promuovere adeguatamente la vita sociale. Quel che colpisce – soffermandoci sulle proposte che sorgono all’ombra del campanile – è la varietà e la ricchezza che le caratterizza. Una serie di attività in loco e di uscite, momenti ludici e formativi, riflessione e preghiera, socialità e condivisione. Il tutto massimamente coinvolgente per le centinaia di bambini e di ragazzi (complessivamente, in diocesi, superano le due migliaia) che, con il benestare, anzi con il compiacimento, dei genitori, trascorrono intense mattinate (a volte con prolungamento nel pomeriggio) in un clima di serena amicizia e di piacevole collaborazione che, anche quando diventa competizione, è sempre vissuta con gioia e simpatia da parte di tutti. Le due componenti – gli “animati” e gli “animatori” – sono in piena sintonia attorno alle tematiche proposte o alle attività prescelte con la duplice finalità del divertimento e della crescita formativa. Come vale per i bambini e ragazzi che ne usufruiscono, così vale per i giovani e/o giovanissimi che vivono questa esperienza educativa rendendosi e sentendosi utili e ricavandone essi stessi motivo di crescita personale e comunitaria. I responsabili primi – parroci o diretti collaboratori – sanno di poter contare su forze giovani ed entusiaste, che, anche se a volte alla prima esperienza, si sono adeguatamente preparate per questa bella avventura, che segna e segnerà positivamente la loro preadolescenza e adolescenza. Un bel modo, indubbiamente, di mettere in pratica quell’attenzione più volte raccomandata verso questa fascia di età. Mentre è giusto fare i complimenti alle comunità che organizzano tali proposte – proprio dopo un intenso anno di “pastorale ordinaria” o addirittura nel bel mezzo dell’ulteriore carico pastorale per la presenza dei turisti – facciamo gli auguri più cordiali alle frotte di bambini e ragazzi che affollano l’“Estate Ragazzi 2019” e ai cari e bravi animatori che si dedicano a loro con pazienza e con gioia. Del resto, la comunità cristiana – come, per altro, anche quella civile – sa che le energie e risorse dedicate alle nuove generazioni sono in prospettiva le più produttive.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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Gesù, se tornasse oggi, starebbe sulla tastiera?

Agenzia SIR - Thu, 27/06/2019 - 00:00

“Ormai la ‘pastorale’ viene sempre fatta più sui social, ma ne siete davvero convinti?”. Scriveva così qualche giorno fa un amico lettore, perplesso dinanzi ai commenti più disparati (e spesso sgangherati) che si leggono su Facebook o su altre piattaforme digitali: “Siete sicuri – continuava – che faccia davvero bene al messaggio evangelico?”. Il nostro lettore, giustamente, si chiedeva poi se chi oggi passa tanto tempo a leggere o a scrivere sui social e su internet sia disposto ad usare lo stesso tempo per stare insieme “fisicamente” – non solo “virtualmente” – con le persone vere, quelle in carne e ossa. Chi legge sul web – denunciava ancora – spesso lo fa velocemente, facendo “zapping” vale a dire saltando da un sito all’altro, talvolta senza grandi sforzi di approfondimento. Il rischio è quello di farsi un’idea superficiale di argomenti seri ed impegnativi, perché ci si basa solo sulla lettura veloce di alcuni titoli o sui commenti più “urlati” e violenti che purtroppo si impongono nelle discussioni sui social: “In questo modo – concludeva – si rischia la banalizzazione di qualsiasi argomento e le coscienze meno strutturate (quelle dei giovani, ma non solo) si abituano a vivere nel più pervasivo relativismo. Sono convinto che Gesù, se tornasse oggi, non starebbe sulla tastiera: non ce lo vedo proprio!”. Il nostro amico non ha tratto dal cassetto la questione delle “fake news”, vale a dire le notizie false fatte circolare ad arte sulla rete, per condizionare e distorcere il punto di vista degli utenti!
Certo, è un dato sotto gli occhi di tutti che Internet presenti dei rischi. L’Azione, che intende accettare la sfida dell’informazione valorizzando, insieme al supporto cartaceo, anche gli strumenti della comunicazione digitale, ne è ben consapevole. Il mondo del digitale ormai è una realtà che non si può ignorare, perché chiunque ha un cellulare in tasca con cui può accedere in qualsiasi momento ad Internet. Non solo, siamo convinti che, in questo mondo complesso, vi siano anche delle interessanti opportunità che vanno promosse e sviluppate. Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle comunicazioni sociali di quest’anno ha dato un’importante indicazione affinché il mondo digitale possa essere abitato in modo virtuoso. Prendendo spunto dall’immagine del corpo e delle membra, utilizzata da san Paolo nella lettera agli Efesini, Papa Francesco afferma che i social possono essere una grande opportunità per superare la solitudine e possono così aiutare le persone ad entrare in relazione tra loro: in fondo, il desiderio più autentico di ogni uomo. La relazione però deve essere reale, non deve fermarsi al virtuale: “L’uso del social web – afferma il Pontefice – è complementare all’incontro in carne e ossa, che vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro. Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro, allora non tradisce se stessa e rimane una risorsa per la comunione. Se una famiglia usa la rete per essere più collegata, per poi incontrarsi a tavola e guardarsi negli occhi, allora è una risorsa. Se una comunità ecclesiale coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme, allora è una risorsa. Se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa”. Quello che anche noi, come settimanale, auspichiamo e intendiamo promuovere è che il web non sia “una rete per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere”. Se Gesù tornasse oggi, non so se starebbe sulla tastiera o se dedicherebbe del tempo ad Internet. In realtà, non ha lasciato nulla di scritto, nemmeno nella sua prima venuta: ha affidato ad altri il compito di scrivere di Lui e, attraverso i loro scritti, di diffondere il lieto annuncio. Se il mondo digitale può diventare uno spazio di comunicazione di qualità e un luogo di incontro tra persone, può rientrare a tutti gli effetti tra gli ambiti dell’impegno missionario della Chiesa. L’Azione, come da sua tradizione, intende incentivare e mettersi a servizio di questo tipo di informazione.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Papà e bimba annegati in Messico. Morcellini (Agcom): “Una foto simbolo urtante può risvegliare nostra umanità”

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 18:21

“E’ vero che c’è una piccola strumentalizzazione del corpo inerme e indifeso di questi due morti ma è anche vero che, se diventano simboli del nostro tempo, può essere l’inizio di una riscossa”. Così  il Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) Mario Morcellini, studioso e docente di comunicazione, giornalismo e reti digitali della Sapienza Università di Roma, commenta la foto choc di Oscar Alberto Martinez Ramirez e della sua bambina di 23 mesi, Valeria, provenienti da El Salvador, annegati nel fiume Rio Grande nel tentativo di oltrepassare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Una foto che ha fatto indignare gli Stati Uniti e sta facendo il giro del mondo, emblema di tutte le tragedie migratorie in corso nel nostro tempo. Anche Papa Francesco “è profondamente addolorato per la loro morte, prega per loro e per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di sfuggire alla guerra e alla miseria”, ha detto Alessandro Gisotti, direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede.

Mario Morcellini

La foto ricorda molto quella di Alan (Aylan) Curdi, il bimbo siriano annegato nel Mediterraneo nel 2015. Grande emozione, poi di nuovo indifferenza e cinismo per il dramma delle morti nel Mediterraneo. Ogni volta dobbiamo arrivare fino a questo punto per scuotere la coscienza civile?

La potenza della fotografia, per il modo in cui immobilizza la realtà, singolarmente urtante, soprattutto della nostra coscienza, la dice lunga sul fatto che almeno in profondità noi restiamo umani.

Bisognerebbe riflettere sul fatto che basta una fotografia per ripristinare elementi di coscienza ed autocoscienza del nostro tempo.

C’è un passaggio, in un romanzo di Graham Greene, in cui l’autore racconta di poliziotti aguzzini ad Haiti che portano gli occhiali scuri per non farsi vedere negli occhi e per non guardare le vittime, per evitare un indebolimento della loro coscienza e quindi provare pietà. Questo significa che negli occhi degli uomini è depositata una grande risorsa, quella di una lettura della realtà che può persino liberarsi dalle mode e dall’eccesso di pressioni politiche che sembrano fondarsi sulla rinuncia alla consapevolezza.

La foto immobilizza il nostro sguardo e dimostra che siamo comunque permeabili al dolore del mondo.

Come possiamo contrastare il disimpegno etico?

Dobbiamo cercare di capire come possa vincere, anche solo congiunturalmente, il disimpegno etico. C’è una frase di uno filosofo francese del ‘900, Paul Ricoeur, che dice: noi conosciamo l’altro attraverso i racconti che lo riguardano.Questa frase, a mio avviso, efficacemente commenta la nostra reazione di fronte alla fotografia: abbiamo bisogno di capire l’altro e, anzitutto, di introiettarlo nella nostra retina visiva.

Cosa sta succedendo alla nostra società, modellata anche da un certo modo di fare comunicazione?

In qualche modo abbiamo dichiarato guerra al cambiamento, compresi i migranti, come se fossero loro a rappresentare la foto ingiusta del cambiamento. A questo proposito gli studiosi devono cominciare a dire cose molto più dure di quelle che ci siamo scambiati finora: non basta più la parola “populismo”, che è solo la conseguenza. Una parte delle politiche pubbliche, quelle più improntate ad una idea plebiscitaria della politica, sembra invece puntare al disimpegno etico.  Ci sono politici che hanno intuito che per vincere devono abbassare la soglia etica e dell’attenzione nei confronti degli altri. È così che vince la gigantesca fake sui migranti.

Qui c’è un gioco sconvolgente da parte della comunicazione e c’è da domandarsi quanto la comunicazione abbia esercitato la funzione per cui è nata, che non è solo quella di narrare, ma di farlo con responsabilità sociale.

Non accade solo in Italia, anche negli Stati Uniti e in altri Paesi.

Sta accadendo anche negli Stati Uniti e non a caso un grande studioso di questo fenomeno è Albert Bandura, grande personaggio della psicologia sociale premiato da Obama, ci spiega come si può essere eticamente disimpegnati restando in pace con sé stessi. Aumentare cioè la nostra soglia di de-sensibilizzazione per poter dormire tranquilli.

Nel mondo dell’informazione si affronta spesso questo grande dilemma: fino a che punto è giusto mostrare immagini così dure della morte e della sofferenza?

Quella foto riguarda quelle due povere persone, ma dice anche molto del nostro tempo.

Sospenderne la pubblicazione sarebbe un dramma e aumenterebbe il nostro disimpegno etico.

Mentre non è detto che una foto, come è successo per Aylan, possa smuovere le nostre coscienze e riaccendere l’impegno sociale, etico e civile a cui siamo (o dovremmo sentirci) chiamati a rispondere.

Aylan è stato dimenticato visto che le politiche europee non sono cambiate?

Non è vero che Aylan è stato dimenticato perché continuiamo ad usare il suo nome. Ed è impressionante il fatto che lui sia rimasto nell’immaginario. Non attaccherei la comunicazione quando si interroga sui limiti di quello che deve fare. Piuttosto, l’attaccherei quando, per anni, ha moltiplicato il numero dei migranti “negli occhi” degli uomini.

Non si corre il rischio di attaccarsi ai simboli e non considerare il valore delle vite di persone vere che non hanno occasione di apparire in una foto ad alto impatto?

Sono in disaccordo. Perché noi abbiamo bisogno di elementi di simbolizzazione per riconoscere la nostra vita. Contrariamente a quanto pensa la maggioranza degli uomini non possiamo vivere di sola realtà, ma abbiamo bisogno di simboli.  E’ vero che c’è una piccola strumentalizzazione del corpo inerme e indifeso di questi due morti, ma è anche vero che

se loro diventano simboli del nostro tempo, può essere l’inizio di una riscossa.

Quindi possiamo sperare che una foto del genere provochi un sussulto di coscienza anche nella società italiana, rispetto ai temi che ci riguardano?

Direi che la fortuna virale di questa foto è la prova che c’è gente disponibile a pensare a ciò che facciamo.

 

 

 

 

 

 

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Dopo le violenze a Manduria. Vittorino Andreoli: “Regressione della civiltà verso la barbarie”

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 16:05

“Questo episodio è una delle espressioni più drammatiche – ma non l’unica – del volto di questa società; rivela che non solo non esiste più il rispetto umano, ma che addirittura si arriva a considerare un uomo come un giocattolo con il quale fare tutto ciò che istintualmente si presenta alla mente. Quando non sapevano che fare, questi ragazzi dicevano: ‘andiamo a giocare con il pazzo’”. Così lo psichiatra Vittorino Andeoli commenta al Sir la fine agghiacciante di Antonio Cosimo Stano, sofferente di disagio psichico e incapace di difendersi, morto lo scorso 23 aprile a Manduria (Taranto) dopo essere stato bullizzato, rapinato e picchiato in più occasioni da un gruppo di giovani, otto dei quali (sei minori e due maggiorenni) arrestati a maggio con l’accusa di sequestro di persona e tortura. Oggi altri nuovi arresti, tra cui otto minori, responsabili anche dell’aggressione per “puro passatempo” di un altro uomo, anch’egli con disabilità mentale. Un film dell’orrore immortalato sugli smartphone riprende il branco accanirsi contro Stano che, indifeso, implorava pietà. “Non c’è rispetto umano, né rispetto per il dolore e la sofferenza – osserva Andreoli -. E questo è gravissimo perché l’umano, di fronte a chi soffre, non deve necessariamente fermarsi a fare il buon samaritano, ma non può non avere una reazione di compassione, di pietas. Il problema è che nel nostro paese questa pietas sembra regredita”.

Professore, che sta succedendo?
Questi ragazzi sembrano appartenere ad un momento della storia dell’uomo che è all’inizio della civiltà. La civiltà nasce come controllo degli istinti e delle pulsioni. E’ questo lo scopo della ragione, dei cosiddetti freni inibitori e del rispetto delle leggi; insomma dei comandamenti sociali. Tutto questo è scomparso e stiamo assistendo a segni – questo non è l’unico – di ciò che non è più homo sapiens ma è homo pulsionalis. Siamo di fronte a quello che Giambattista Vico chiamava il tempo della barbarie.

Stiamo assistendo ad una regressione della civiltà verso la barbarie

Non ci sono più freni inibitori; non si usa la ragione; a governare sono istinti e pulsioni: mi piace una donna? La abuso. Abbiamo dimenticato lo sviluppo della nostra civiltà: Platone, Roma, il cristianesimo. Che cosa c’è di civile o di religioso nel comportamento di questi ragazzi?

Come siamo arrivati a questo?
Anzitutto con l’abbattimento dei principi: i riferimenti della religione, il rispetto dell’uomo, il non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Questi principi sono stati trasformati in forza, in potere muscolare, nel “mi piace”. La nostra è una società del “mi piace” alla quale hanno potentemente contribuito un uso distorto del mondo digitale e dei social network. Oggi

l’uomo ha messo il cervello in tasca.

Non lo usa più. A dominare sono il “mi piace”, il denaro, i follower. Dopo la caduta dei principi quella dei ruoli. Parliamo tanto di padri: ma dove sono? La famiglia non esiste più; al suo posto c’è un assembramento empirico di persone senza una struttura che la regga. Inoltre stanno morendo affettività e sentimenti mentre prevalgono le emozioni superficiali.

Ma che soddisfazione si prova a seviziare una persona imbelle, non in grado di difendersi? Non è certo una prova di coraggio, una sfida tra pari…
È un gioco, qualcosa di diverso da ciò che abitualmente si fa, ma è soprattutto un modo di soddisfare la sete di dominio. Nella barbarie, dominare è straordinario.

Uccidere dà una sensazione titanica, è la più perfetta forma di dominio.

Una visione antropologica dice che noi siamo portati al bene, ma c’è anche il male. Ho avuto il privilegio di incontrare un paio di volte in privato Paolo VI e ricordo il tono accorato con cui mi diceva: ‘Professore il male c’è, il male c’è…’.

L’uomo deve tendere, e con fatica, al bene, ma il male spesso domina.

Cosa c’è nella testa di questi ragazzi?
Nulla, il vuoto assoluto. Non c’è alcuna organizzazione, alcuna consapevolezza e distinzione tra il bene e il male. Paradossalmente, potrebbero fare indifferentemente l’uno o l’altro. Sono semplicemente guidati dalle pulsioni.

Come invertire questa rotta? Si possono recuperare ?
Ora gliela faccio io la domanda: che cosa e come sta investendo in educazione il nostro Paese? L’uomo era, ed è, capace di voler bene, anche di dare la propria vita per gli altri, ma dopo secoli di evoluzione e di fatica, la società in generale sta regredendo, e molto velocemente: questo è il vero dramma. La civiltà non è genetica, non è qualcosa di inscritto nel nostro Dna; è un’acquisizione, un apprendimento, riguarda la nostra parte umana. Principi che occorreva e occorre trasmettere; oggi stiamo invece rischiando di perdere nell’arco di una o due generazioni conquiste guadagnate con fatica nei secoli e di ritornare alla fase barbarica. Non sto affermando che non esistono più persone buone, ma stiamo assistendo a segni che dimostrano che siamo in una fase di regressione. Bisogna rendersene conto e invertirla.

Come?
Investendo in educazione, in esempi. Altrimenti non c’è futuro. E questo è compito dello Stato. La Chiesa, da parte sua, ha il grande compito di ricordarci che c’è un Dio, di rammentarci il senso dell’uomo. E’ vero che ha perduto presenza, forza educativa e capacità di incidere sulla società, però è tempo di ripartire dai grandi esempi e

la Chiesa ha un esempio straordinario che si chiama Gesù di Nazareth, vero Dio ma anche vero uomo.

Ricominciare ad educare nel senso etimologico di “educere”, tirare fuori il buono per insegnare e aiutare a vivere, come si fa con i bambini. Soprattutto con l’esempio. Nel nostro Paese c’è tanta gente brava, buona, che ancora rappresenta la civiltà. Ma non sono le persone che vanno in tv a urlare o che hanno milioni di follower. Si trovano tra i signori Nessuno, con l’iniziale maiuscola. E’ da loro che bisogna ripartire.

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Vescovi metropolia Benevento. Mons. Accrocca: “Serve camminare insieme e fare gioco di squadra”. Presentato il “Patto dei Cammini”

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 15:04

“Non aderire alla rassegnazione, all’idea che ormai i giochi siano stati fatti e che l’unica possibilità rimastaci sia quella d’insistere in una sorta di accanimento terapeutico per ritardare, quanto più possibile, la morte dei nostri territori” e, al tempo stesso, individuare “una progettualità profetica, con un progetto strategico di lunga gittata che miri a privilegiare l’interesse comune”. Con questo spirito i vescovi della metropolia di Benevento – Felice Accrocca (Benevento), Arturo Aiello (Avellino), Domenico Battaglia (Cerreto Sannita-Sant’Agata de’ Goti-Telese), Pasquale Cascio (Sant’Angelo de’ Lombardi-Nusco-Bisaccia), Sergio Melillo (Ariano Irpino-Lacedonia), Riccardo Luca Guariglia (abate di Montevergine) – hanno promosso dal 24 al 26 giugno, nel capoluogo sannita, al Centro “La Pace”, il primo Forum degli amministratori campani sul tema “Consapevolezza, start up di comunità e dialogo tra territori”, come ci spiega mons. Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento.

Eccellenza, a maggio voi vescovi della metropolia di Benevento avete lanciato il grido di allarme nel documento “Mezzanotte del Mezzogiorno?”: cosa sta succedendo?

Oggi il nostro territorio sta morendo: ogni anno perdiamo nella sola provincia di Benevento un paese di giovani, quelli che restano sono i vecchi. In Campania un’altra area di crisi, con problematiche diverse, è la Terra dei fuochi. Anche se qui, in alcune zone, ci sono questioni riguardanti i rifiuti: nel comune di Sassinoro, al confine con il Molise, s’intendeva tempo fa realizzare una discarica che si è tentato di bloccare perché c’era il rischio di inquinare le falde del Tammaro, la riserva d’acqua di Campolattaro. Quindi, a noi non mancano problemi di questo tipo, ma il dato più macroscopico è

lo spopolamento del territorio progressivo e inarrestabile,

che porta via i giovani, che fanno famiglia e figli.

Chi rimane ha voglia di fare?

I giovani, che hanno scelto di restare, vanno sostenuti e premiati.

L’anno scorso, con il Progetto Policoro, ho fatto un giro dei paesi e ho incontrato i giovani nei pub. Sono andato anche nel Fortore, quel cuneo della diocesi a confine con il Molise e la Puglia, la zona più interna dell’entroterra dove ho trovato giovani imprenditori che mi hanno fatto tenerezza per la passione con cui hanno deciso di non abbandonare la loro terra.

Questo disagio delle aree interne non è solo della Campania…

No, la situazione delle aree interne è l’unico aspetto che accomuna l’Italia. Questo problema si vive anche in Piemonte, in Lombardia, in Emilia Romagna e in tutta la fascia interna appenninica. Perciò, ritengo che il laboratorio, costituito dal nostro Forum, sia un segnale da cogliere in tutto il Paese perché occorre affrontare il problema delle aree interne non dal punto di vista di un territorio specifico, ma di tutta l’Italia. È necessario uno sguardo del governo a questa situazione.

Tra le proposte che lei ha avanzato aprendo i lavori del Forum c’è stata quella di cambiare il criterio di assegnazione delle risorse…

Sarebbe utile tener presente non un unico coefficiente, cioè il numero della popolazione, ma considerare diverse voci, naturalmente non tutte con la stessa valenza. Finora, il criterio è stato: pochi abitanti, poche risorse. Di fatto, noi che abbiamo pochi abitanti e poche risorse, abbiamo anche un territorio vasto da salvaguardare. Non è lo stesso percorrere strade in montagna che in pianura ed è anche costoso il mantenimento. Per questo, il criterio del numero della popolazione non può restare l’unico per assegnare risorse, ma anche la superficie territoriale e la tipologia dei territori.

Mandare al macero certe zone significa danneggiare, alla fine, tutta la Nazione.

Che partecipazione avete registrato al Forum?

Veramente buona. Solo on line abbiamo avuto un centinaio di iscrizioni e in loco almeno 250 persone: ci sono i corpi sociali intermedi, consiglieri comunali, sindaci, associazioni sul territorio. Noi vorremmo – e qui è la sfida – che non si esaurisse tutto qui, nel Forum.

Cosa chiedete alle istituzioni?

Chiediamo, innanzitutto, un’attenzione, che il problema sia messo a tema, una progettualità seria, che tenga conto della globalità dei fattori in gioco. A Benevento, ad esempio, è stata realizzata l’Università, ma gli studenti non possono raggiungere la domenica sera la città per essere sul posto il lunedì mattina presto perché non ci sono treni. Il problema dei trasporti e delle infrastrutture per le zone interne è fondamentale. Chiediamo una progettualità che non sia a compartimenti stagni ma strategica, che guardi le problematiche su media e lunga distanza. Una progettualità che non privilegi le ottiche particolari, il campanile. Qui ogni sindaco, per mostrare un risultato, ha costruito una scuola, ma ora non ci sono bambini. Sarebbe auspicabile che i Comuni si consorziassero perché in un territorio siano forniti i servizi distribuendoli in modo razionale e funzionale alle esigenze reali della popolazione. Bisogna agire pensando che il bene del tutto precede quello della singola parte, evitando i protagonismi.

Serve fare gioco di squadra.

Qual è il frutto più importante del Forum?

Abbiamo ufficializzato con la Regione Campania l’istituzione del

Patto dei cammini, cioè un Tavolo regionale per le aree interne.

La Regione ha chiesto che uno o due vescovi possano fare parte attiva di questo Tavolo: adesso noi vescovi dovremo valutare la liceità di questa richiesta, anche dopo un confronto con gli organismi competenti. Il Tavolo avrà funzioni di coordinamento, di promozione e di azione: potrà favorire nella presentazione di progetti e nella identificazione dei fondi dell’Unione europea e della sostenibilità dei progetti stessi.

E quali gli aspetti che hanno sorpreso di più i partecipanti?

La forza dell’incontro, la novità della formula e il fatto che la chiamata sia venuta dai vescovi, ma il segnalare i bisogni e guardare avanti fanno parte della profezia della Chiesa. La formula stessa dell’incontro è stata importante perché ha favorito la sinergia e stabilito delle relazioni, ha messo insieme canali che viaggiavano paralleli.

Quello che abbiamo realizzato è una convivialità delle competenze,

avendo partecipato al Forum amministratori ma anche rappresentanti delle parti sociali e del territorio, presidenti di pro loco: ciò ha permesso di mettere insieme le domande e dare delle piccole risposte. Soprattutto il Forum ha mostrato la necessità di un approccio globale ai problemi e del camminare insieme su tali questioni. Tanto in ambito ecclesiale quanto in quello politico-amministrativo, spesso si cammina come le parallele di Giolitti: si affrontano gli stessi problemi, ma ognuno naviga senza sapere quello che fa l’altro.

Ci sarà un secondo Forum?

Certamente, sarà un appuntamento annuale. In futuro, cercheremo di coinvolgere altre aree interne attigue alle nostre, come l’Alto Casertano o la zona della Puglia Daunia. Abbiamo anche pensato di realizzare una piattaforma di comunicazione tra di noi per avviare un concorso di idee.

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Dazi USA, la Bibbia rischia ripercussioni

Evangelici.net - Wed, 26/06/2019 - 08:56
La guerra dei dazi tra USA e Cina potrebbe creare ripercussioni anche alla comunità cristiana americana: se l'aumento delle tariffe doganali dovesse riguardare - come sembra - anche i testi stampati, comprare una Bibbia potrebbe infatti diventare più costoso. Proprio in Cina, infatti, viene prodotta una buona parte delle copie delle Sacre Scritture destinate al mercato mondiale, compresi...
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L’Italia rischia l’addio all’acciaio? Manghi (sociologo): “Difficile immaginare il nostro Paese senza”

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 08:54

“La storia dell’acciaio e la nostra storia economica si sono intrecciate più volte. Rinunciare ad un settore storico è sempre una scelta molto controversa. E non vedo in giro indovini che prevedano un futuro dell’Italia senza acciaio. Immaginare l’Italia senza acciaio è come pensare che l’Italia, da qui a dieci anni, non produca più automobili. Può anche darsi, ma non mi sembra ad oggi un indovinello interessante”. Parte da qui il professore Bruno Manghi, sociologo e già sindacalista della Cisl, per commentare al Sir la situazione dell’industria dell’acciaio in Italia alla luce della vicenda ArcelorMittal sull’ex-Ilva di Taranto.

Professore, l’Italia corre davvero il rischio di rimanere senza acciaio?
L’Italia è un Paese industriale e resta un Paese che vive molto della sua industria. E, ovviamente, l’acciaio fa la sua parte. D’altra parte

tutti i Paesi sviluppati producono acciaio.

Non so quale sia la prospettiva, ma l’acciaio viene prodotto in Francia, in Belgio, in Inghilterra, soprattutto in Germania, e poi ancora nei Paesi dell’Est e negli Stati Uniti. Quella dell’acciaio resta una produzione distribuita in tutti i Paesi sviluppati e anche in qualcuno più arretrato. E se risulta difficile sapere cosa accadrà nei prossimi dieci anni con nuovi materiali e nuove tecniche, ad oggi non ci sono motivi per dire che non si produce più acciaio o, che ne so, cemento.

La discussione allora su cosa dovrebbe essere incentrata?

Il problema non può essere risolto semplicemente con “acciaio sì” o “acciaio no”.

Ma bisogna capire quanto e quale acciaio si vuole produrre. Perché ci sono tanti acciai: ci sono quelli di qualità destinati a determinate produzioni, quelli destinati alle rotaie ferroviarie, quelli per i tubi, per l’edilizia… In sostanza, oggi l’acciaio è un prodotto con molte scale di qualità e di utilizzo diverse. A Cremona, con Arvedi e Marcegaglia, come in altre parti della Lombardia ci sono delle industrie dell’acciaio storiche, importanti. Andrebbero sentiti anche questi altri imprenditori che sono italiani e che se continuano ad investire vuol dire che riescono a stare sul mercato.

In generale, però, il periodo non è positivo…
Dicono che siamo diventati, per certi aspetti, importatori di acciaio. Il problema esiste. Ed è chiaro che se l’acciaio prodotto serve per l’automotive e l’automotive va in declino, i produttori di acciaio perdono un cliente importante o vedono ridotte le commesse.

Sulla vicenda di Taranto pesa molto la questione ambientale…
La mia opinione, avendo fatto anche uno studio quand’ero giovane negli anni ’60 quando a Taranto c’è stato il raddoppio, è che ovviamente il problema esiste.

Il quartiere Tamburi anche se all’ex Ilva non si fa più l’acciaio ormai è inquinato, per cui andrebbe spopolato.

Si tratta di una catastrofe ambientale, un luogo probabilmente compromesso da decenni di inquinamento, bisognerebbe analizzare le falde acquifere. Credo sarebbe meglio non vivere lì, e mi stupisco che di questo non si discuta.

Una cosa è certa, l’inquinamento profondo – ce lo insegnano i casi dell’Eternit a Casale Monferrato o della siderurgia di 30 anni fa a Sesto San Giovanni – non scompare se cessa la produzione.

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Taranto e il futuro di Arcelor Mittal. Mons. Santoro: “Lavoro e ambiente si devono salvare entrambi”

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 08:18

È una settimana molto calda a Taranto. E non certo per le temperature, che ormai hanno raggiunto la media stagionale. L’intricata vicenda dell’ex Ilva, ora in mano agli affittuari di Arcelor Mittal Italia (l’acquisto, da contratto, dovrebbe avvenire fra due anni), tiene banco da giorni. Il vice premier Luigi Di Maio, nel capoluogo ionico insieme a cinque ministri pentastellati per aprire il Tavolo Permanente nell’ambito del Contratto Istituzionale di Sviluppo, ha ribadito che sull’abrogazione dell’immunità penale ai commissari straordinari ex Ilva e ai nuovi acquirenti di Arcelor Mittal, in riferimento all’attuazione del piano ambientale, non si torna indietro. Il famoso “chi inquina paga” potrebbe dunque trovare riscontro immediato. Dopo il sì della Camera, sabato prossimo, il provvedimento arriverà in Senato. “Non è un atto contro i lavoratori né contro Arcelor Mittal – ha spiegato ieri Di Maio – semplicemente, considerando che la Corte Costituzionale probabilmente si esprimerà in merito in autunno e siccome noi abbiamo sempre detto che su quella norma avevamo delle perplessità, è giusto che non debbano esistere immunità penali in una situazione già così complicata”. Silenzio sul fronte aziendale. Le posizioni sono affidate ad una nota stampa alquanto preoccupata, che risale a qualche giorno prima. “Se il decreto dovesse essere approvato nella sua formulazione attuale – scrivono dal siderurgico – la disposizione relativa allo stabilimento di Taranto pregiudicherebbe, per chiunque, ArcelorMittal compresa, la capacità di gestire l’impianto nel mentre si attua il Piano ambientale richiesto dal governo italiano e datato settembre 2017”.

La paura, a Taranto, è che, cambiando “le regole del gioco”, il colosso franco indiano della siderurgia possa tirarsi indietro, causando un danno economico pericoloso in una città che timidamente si sta discostando dalla mono economia industriale. Di Maio però butta acqua sul fuoco.

“L’esimente penale non era nel contratto che abbiamo firmato – spiega – non era legata neanche all’addendum. Credo che ArcelorMittal se continua a dimostrare il mantenimento degli impegni, non ha nulla da temere”. Poi c’è l’emergenza lavoro. Ad oggi nello stabilimento di Taranto, i nuovi acquirenti hanno 8.200 dipendenti diretti. Il numero, dai tempi della gestione Riva, quando erano circa 13mila, è quasi dimezzato, così come la produzione di acciaio, che non supera i 5 milioni di tonnellate annue. Oggettivamente poche per parlare di sito strategico. Da qualche ora si è concluso l’incontro tra i sindacati e la nuova proprietà sul tema dell’annunciato ricorso alla Cassa integrazione guadagni per 1.395 persone, a partire dal 1 luglio e per 13 settimane. L’azienda parla di scelta necessaria, dovuta alla crisi di mercato. L’incontro di oggi però, per le sigle sindacali, non ha prodotto risultati né “alcun avanzamento tra le parti. Permangono ancora tutte le perplessità sull’avvio della procedura di Cigo, soprattutto in un clima di incertezza che riguarda il futuro occupazionale, ambientale ed industriale dello stabilimento di Taranto- scrivono in una nota congiunta Fiom, Fim e Uilm – e preso atto dell’indisponibilità da parte dell’azienda di sospendere la procedura, in attesa di una convocazione da parte del Ministero del lavoro e dello sviluppo economico”, chiedono “un immediato confronto presso il Mise”. Intanto“come prima iniziativa di mobilitazione, le sigle “auto convocheranno nei prossimi giorni il consiglio di fabbrica unitario di Arcelor Mittal presso il Mise”.

L’arcivescovo della diocesi di Taranto, mons. Filippo Santoro, segue con apprensione i progressivi sviluppi della vicenda. “Il mio pensiero è quello che ho espresso domenica scorsa alla comunità, dopo la solenne processione del Corpus Domini – dice al Sir – cioè che continuo a rivolgere al Signore, le suppliche degli ammalati di tutti i tipi e in particolare degli ammalati di cancro per causa dell’inquinamento e per i lavoratori che vedono nuovamente in pericolo il loro posto di lavoro. Sono un pastore e mi colpiscono le facce della gente;

lavoro e ambiente sono cose concretissime come due figli e tutti e due si devono salvare.

Penso anche ai gravi problemi degli alunni delle scuole del rione Tamburi e delle loro famiglie (scuole chiuse per inquinamento, ndr). Ho sentito insegnanti e tante mamme davvero disorientate. Non possiamo far cadere nel nulla il loro grido. Come anche è ora di un effettivo e robusto interesse per la ricostruzione umana e urbanistica della Città vecchia”. Su questo Di Maio è stato chiaro. Sbloccati fondi che i precedenti governi avevano dispensato alla città, ha sostenuto che “da settembre, quando torneremo a Taranto per il prossimo incontro del Cis, avremo 500 milioni di euro di progetti esecutivi, cioè progetti pronti per partire”. Molti di questi milioni dovrebbero servire proprio per la riqualificazione della Città vecchia. Annunciata anche la Zes, una Zona economica Speciale, che attrarrebbe investitori esteri, secondo quanto affermato dal titolare dello Sviluppo, anche dagli Emirati Arabi.

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La memoria corta sul debito

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 00:00

Sono ore frenetiche, evitare la procedura di infrazione è diventato l’obiettivo primo. Obiettivo che sarebbe meglio non perdere mai di vista: non solo per non farsi riprendere dall’Europa, ma soprattutto e innanzitutto per il bene del Paese.
Per questo, oltre ai mutevoli discorsi su proposte, tassi e tagli, è giusto avere presente come si è arrivati a tanto, per non restare con gli occhi fissi a quel dito che l’Europa ci punta contro, dimentichi della luna gigante del nostro debito, che non è mai stato così alto.
Nel 2018 il debito italiano è volato al 132,2% del Pil e restano in salita le stime: 137% nel 2020. Non è sempre stato così: tra gli anni ’70 e ’90 è passato dal 40 al 120% del Pil; fino al 2007 si è attestato sul 100%, ma dal 2008 ha iniziato a crescere fino all’attuale record.
Debito in salita, crisi che ha compromesso la crescita economica, scelte politiche costose hanno allertato quell’Unione a cui apparteniamo. Alla questione, che resta complessa, concorrono infatti da una parte il sistema economico della nazione Italia, dall’altra gli accordi europei che abbiamo sottoscritto (trattato di Maastricht del 1997, Fiscal compact del 2012).
Sulla nostra mancata o scarsa crescita il debito pesa. In Europa, solo la Grecia ne ha uno più alto (180%), mentre Francia e Spagna si fermano sul 100%, la Germania è stabile al 60%.
Cosa significa per noi questo debito? Che paghiamo 65 miliardi di euro di interessi l’anno (il 3,7% del Pil), pari a 178 milioni di euro al giorno. Fior di risorse che potrebbero andare a imprese, università e ricerca, sanità e politiche sociali.
Ma è a questo punto che le narrazioni si dividono: c’è chi sceglie quella della matrigna (e incolpa l’Europa di quanto ci fa pagare); chi quella dei moschettieri (regole uguali per tutti affinché nessuno si faccia e faccia del male).
I meccanismi economici dicono che il debito sale per due ragioni: quando i tassi di interesse sono superiori alla crescita interna (più debito che Pil); quando le amministrazioni locali e centrali creano un deficit e non un surplus (si spende più di quanto si ha).
Fermo restando il peso della crisi, nella storia dell’Italia la crescita del debito può addebitarsi alla cattiva gestione della cosa pubblica e a scelte politiche dispendiose. Si pensi al Reddito di Cittadinanza e Quota Cento, adottati nonostante fossimo “attenzionati” dall’Europa.
Un’Europa, che a seguito della congiuntura del 2008, ci è già venuta in soccorso: grazie alla Banca centrale, presieduta da Mario Draghi, ha evitato che la nostra situazione peggiorasse, neutralizzando l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato e acquistando il 20% del nostro debito pubblico. Lo ha fatto in virtù di quelle regole che oggi ci stanno strette, ma che rispondono ad un fine: intervenire per impedire che i singoli stati adottino politiche fiscali insostenibili e lesive per sé e per l’Unione.
Un saggio di Guido Ruta (La Civiltà Cattolica n.4053), sostiene che per far scendere il debito e riaccendere la ricrescita il Paese dovrebbe contenere la spesa pubblica, dovrebbe soprattutto riqualificarla, sfrondandola delle spese che odorano di assistenzialismo e di clientelismo e dovrebbe ridurre la spesa pensionistica. Ovvero, fare le scelte politicamente più impopolari: impossibile se la maggioranza della popolazione non decide di supportarle e, come Pinocchio, accettare la medicina amara per poter poi stare meglio.

(*) direttore “Il Popolo” (Concordia-Pordenone)

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Milano-Cortina 2026. Il sogno è realtà

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 00:00

Saranno Milano e Cortina d’Ampezzo a ospitare le olimpiadi invernali del 2026. È stata la decisione pronunciata il 24 giugno scorso durante la 134ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale, a Losanna, in Svizzera. L’Italia l’ha spuntata sulla Svezia.
Il nostro Paese si aggiudica così per la terza volta le Olimpiadi invernali dopo Cortina d’Ampezzo nel 1956 e Torino 2006. Il risultato di questa volta è però particolarmente significativo con un valore speciale a partire dallo slogan che il comitato promotore ha scelto: “Dreaming together”. Sogniamo assieme.
Sono due parole che racchiudono la sfida principale di questa candidatura che è stata coronata con l’assegnazione dei giochi olimpici invernali 2026. Uno slogan che ha rappresentato, senza dubbio, una delle carte vincenti per spuntarla sugli svedesi. Ma il “Sognare assieme” costituisce un orizzonte che va ben al di là delle olimpiadi e dello stesso sport. Il nostro Paese, noi italiani, abbiamo bisogno assoluto di ritrovare il gusto di sognare e quindi progettare assieme, di sentirci parte di uno stesso progetto, di unire gli sforzi, le passioni, le risorse economiche, mentali, sociali.
L’attuale, soprattutto nella nostra Penisola, è il tempo delle individualità. Registriamo, infatti, anche con un certo legittimo orgoglio, eccellenze in tantissimi campi. Eccellenze che sicuramente testimoniano la grande potenzialità del popolo italiano negli ambiti più diversi. Anche se la comunità arranca l’ “io” riesce ad affermarsi.
Il “noi”, invece, stenta a emergere. Il fare comunità ci costa. Gli interessi particolari, le paure domestiche che ci chiudono nel nostro cortile, le furbate per guadagnare qualcosa magari a danno di chi ci sta accanto, sembrano, non poche volte, i tratti caratteristici e patologici di un Paese che fatica a ritrovare la fiducia in se stesso e il gusto di rappresentarsi come popolo.
La festa di tutti che ha accompagnato il verdetto di Losanna ha anche questo valore: ritrovare la fiducia in noi stessi. Insieme ce la possiamo fare. Possiamo fare cose importanti.
L’assegnazione delle Olimpiadi invernali è avvenuta perché il progetto ha mostrato una sua grande forza unitaria, avvicinando territori e comunità molto diversi, andando oltre le differenze anche politiche e mettendo al centro un comune obiettivo e un comune interesse. Emblematica la foto del Governatore del Veneto Luca Zaia, leghista, e del sindaco di Milano Beppe Sala, centrosinistra, abbracciati. Verrebbe da dire, tra l’altro, simbolo di un’altra Lega e di un diverso Centrosinistra. Ma Renzi avrebbe abbracciato il nostro Governatore? E viceversa? Matteo Salvini^ avrebbe gioito così spontaneamente con il sindaco Pd? Ma questo, oggi, ci porterebbe lontano e ci farebbe perdere di vista l’essenziale.
Dal Veneto e dalla Lombardia può ripartire un rilancio per tutto il Paese. E lo sport, che come ha ricordato il presidente Mattarella «è un veicolo di pace, amicizia e fratellanza tra i popoli», in questo può essere uno strumento eccezionale.
Certo il bello viene adesso. Le Olimpiadi invernali del 2026 dovranno caratterizzarsi per efficienza, trasparenza e sostenibilità ambientale ed economica. Non a caso le tre parole che accompagnano il motto scelto per la candidatura rappresentano le linee sulle quali ci si dovrà muovere: sostenibilità, futuro, legalità, tre orizzonti che possono essere raggiunti solo se si sa camminare assieme.
Ci saranno sicuramente ricadute per l’economia, per il turismo, per l’occupazione. Ma, soprattutto, ci aspettiamo una ricaduta di crescita del senso di essere comunità per tutto il Paese. In questi sette anni che ci separano dal grande appuntamento, potremo migliorare nel tenere assieme città e montagna, città e territori, e nell’alimentare con i fatti la consapevolezza della grandezza del nostro Paese che può connettere il macro e il micro, le regioni e le metropoli. Grazie a tutto questo potremo essere più Italia.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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L’estate dei campi

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 00:00

L’estate è arrivata. Ce lo dice il termometro che in questi giorni sale e raggiunge livelli record e finirà sulle prime pagine dei giornali, un po’ come quando scende in modo significativo (siamo fatti così). Con l’estate arriva anche la voglia di rallentare, ovviamente per chi se lo può permettere. E se la vacanza non è per tutti, ci sono occasioni a portata di mano per staccare dai ritmi di ogni giorno e rilassarsi. C’è poi un cambio di stagione e di velocità importante che riguarda il popolo degli studenti. E anche in questo caso, con situazioni e risvolti diversi. C’è chi può dire di aver finito per dedicarsi finalmente ad un po’ di sano riposo, chi sta affrontando gli esami con tutto il carico di ansia e attesa, chi nelle prossime settimane vivrà l’esperienza dello stage estivo, esperienza che proietta i giovani – o almeno dovrebbe – in quello che sarà domani il mondo del lavoro. E poi, per tanti nostri giovani, questo è il tempo dei campi. Che per Fossano e dintorni significa salire in montagna nelle varie case alpine parrocchiali o diocesane per vivere una settimana densa di esperienze, emozioni, confronto. Chi ha avuto la fortuna di vivere i campi scuola – che si chiamino Acceglio, Strepeis, Sambuco ecc. – sa benissimo che cosa significa e anche dopo anni, ormai da adulti, il pensiero torna a quelle settimane passate tra camminate, gioco, discussione in gruppo, preghiera. Scavando dentro di sé, cercando di andare oltre, verso l’Essenziale. Tra crisi e turbolenze di un’età di cambiamenti in un mondo in continuo cambiamento. Buon cammino.

(*) direttore “La Fedeltà” (Fossano)

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Consumi in cultura

Agenzia SIR - Wed, 26/06/2019 - 00:00

I recenti dati dell’Istat sui consumi delle famiglie italiane indicano segnali per alcuni versi incoraggianti ma per altri tristemente eloquenti. Nell’ultimo anno, infatti, i consumi per beni culturali sono aumentati del 3,1%. Gli italiani, insomma, dedicano a cinema, teatro, concerti, una spesa pari a 130 euro mensili a dimostrazione che la tendenza del Paese si sta muovendo in modo incontestabile in ambiti diversi rispetto a quelli tradizionalmente previsti.
Le note dolenti arrivano però dalla lettura dei dati territoriali che indicano, come accade ancora molto spesso, un’Italia divisa a metà dove ad arrancare è sempre il Sud. I 150 al mese del nord superano di gran lunga i 90 euro al mese che spendono gli abitanti delle regioni del Mezzogiorno per seguire iniziative culturali.
Stride in particolare, poi, la posizione della Basilicata che risulta 18ª, ovvero terzultima, nella classifica sui consumi culturali. La Regione che ospita la capitale europea della cultura, spende il 67,81% del valore complessivo, superando solo Calabria e Sicilia.
Le riflessioni lasciano aperte una serie di approfondimenti che non possono non tenere in considerazione i valori del reddito medio che continua a segnare una profonda linea di demarcazione fra le due aree italiane continua a non ridursi. Lo confermano i dati sull’occupazione che lasciano ancora indietro il Mezzogiorno e che la cultura non ha ancora contribuito a migliorare. Eppure i segnali di potenzialità in crescita in questo settore, lascerebbe pensare ad opportunità di occupazione che proprio la cultura, insieme al turismo, potrebbero rappresentare.
Ma a frenare in modo drammatico questa tendenza ci pensa l’atavica mancanza di infrastrutture. Da quelle stradali a quelle tecnologiche, per il sud è ancora impossibile parlare di sistema di rete, di collegamento complessivo. Ancora oggi strumenti fondamentali come la copertura wifi, per molte aree è ancora un obiettivo da raggiungere. E questi sono spesso gli stessi territori che ospitano giovani in cerca di occupazione che tentano anche attraverso l’associazionismo di creare sistemi di relazioni e conoscenza.
E mentre il nord, e prima ancora il resto dell’Europa, attraverso le reti supera steccati e si pone come interlocutore credibile nei confronti delle istituzioni comunitarie, nel Mezzogiorno ci sono ancora piccole realtà nelle quali la stessa copertura telefonica mobile è un sogno.
La mappa descritta dall’Istat, in termini di tempo, è solo l’ultimo tassello scrostato di un puzzle che ancora oggi stenta a comporsi, un mosaico che le istituzioni devono contribuire a rendere meno incancrenito nella sua immobilità. La vera sfida è questa.

(*) direttrice “Logos” (Matera-Irsina)

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Elezioni bis in Turchia. Erdogan incassa il colpo, Imamoglu confermato sindaco di Istanbul

Agenzia SIR - Tue, 25/06/2019 - 16:53

Con il 54,21% dei voti il candidato del Partito repubblicano del popolo (Chp), Ekrem İmamoğlu, è il nuovo sindaco di Istanbul. Lo sfidante Binali Yıldırım, candidato dell’Akp, il partito del presidente Erdoğan, si ferma al 44,99%. İmamoğlu si conferma anche in questa seconda tornata elettorale del 23 giugno (dopo che le amministrative del 31 marzo erano state annullate dal Consiglio elettorale superiore (Ysk) per presunte irregolarità. Altissima l’affluenza alle urne: ha votato l’84,5%, quasi 8,8 milioni di persone su circa 10,5 milioni di aventi diritto. Dopo un quarto di secolo Istanbul sarà, dunque, governata dall’opposizione. Dell’esito del voto ne abbiamo parlato con Alberto Gasparetto, dottore di ricerca in Scienza politica e relazioni internazionali all’Università di Padova e autore di una monografia dal titolo “La Turchia di Erdogan e le sfide del Medio Oriente. Iran, Iraq, Israele e Siria” (Carocci, 2017).

Ekrem Imamoğlu (Foto: AFP/SIR)

Qual è l’importanza reale di questo voto se messo a confronto con quello del 31 marzo?
Rispetto a quello del 31 marzo, quello di domenica scorsa è stato certamente un voto dal significato più “politico”. Esso ha una portata nazionale e, probabilmente, anche internazionale. Le elezioni amministrative del 31 marzo, quelle in cui 5 delle 6 più grandi città turche sono finite alle opposizioni, sono state caratterizzate in gran parte dai dibattiti sulla situazione economica in cui versa il Paese. Anche se il voto amministrativo conserva una sua dimensione “locale”, è indubbio che la crescente disoccupazione, la costante svalutazione della lira, la perdita del potere d’acquisto da parte delle famiglie, la recessione economica sono fattori che hanno pesato molto sull’esito di quella tornata.

Cosa ha influito sull’esito di questa seconda tornata?
Va detto che sulla scelta di ripetere il voto, presa dal Supremo Consiglio Elettorale, ha pesato la pressione del Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, che da tempo (già prima del fallito golpe del luglio di tre anni fa) è il dominus della politica turca. Per molto tempo, il popolo turco ha saputo premiare Erdoğan e il suo partito, l’AK Parti, riconoscendo in lui l’artefice del “miracolo” turco, un Paese che usciva male da una forte crisi politico-economica-istituzionale fra la fine degli anni Novanta e i primissimi anni del nuovo secolo. Per anni, i turchi hanno premiato un nuovo soggetto politico e il suo leader per le notevoli performance economiche (prima della crisi economica, il Paese è cresciuto al ritmo medio del 7% annuo) e per aver saputo riportare la Turchia al centro della geopolitica. Benessere e prestigio costituiscono un po’ la sintesi del successo di Erdoğan e dell’AK Parti. Nemmeno le inchieste giudiziarie che avevano colpito il partito del 2013 sembravano averne scalfito il consenso. Tant’è vero che lo stallo politico seguito all’esito del voto politico del giugno 2015 fu superato da una roboante vittoria di Erdoğan e dell’AK Parti alla ripetizione del voto nel novembre dello stesso anno.

Questa volta il “miracolo” non c’è stato.

Cosa non ha funzionato?
La repressione delle opposizioni, l’incarcerazione dei leader politici curdi, le epurazioni di regime che hanno portato a decine di migliaia di licenziamenti e arresti nella pubblica amministrazione (Scuola, Università, Magistratura, Forze armate), la spinta verso una politica aspramente divisiva sono fattori che, oggi rispetto al recente passato, una fetta ormai più consistente dell’elettorato fa pesare a un Erdoğan apparentemente non più in grado di arginare le conseguenze negative della situazione economica.

Chiedere a gran voce la ripetizione del voto, sfidare quella dimensione di democrazia che ancora resta in piedi in Turchia (le elezioni) è stata una mossa fatale all’AK Parti e a Erdoğan. Un politico scaltro e capace che, abbarbicato al potere, sembra ormai aver perso ogni contatto con la realtà.

Quale impatto potrà avere questo voto sulla politica interna della Turchia?
Un grande impatto. Anche se può apparire prematuro sbilanciarsi, potremmo essere verosimilmente davanti a una svolta. Proprio per le ragioni che dicevo poco fa. A livello interno, il prossimo grande appuntamento elettorale saranno le presidenziali del 2023 (un anno simbolico, peraltro, poiché rappresenta il centenario della nascita della Repubblica): un’era geologica ci separa da questo evento e tutto può accadere. E’ evidente che ormai

si è innescata una nuova potenziale macchina del consenso basata su una nuova narrazione, quella dell’“amore radicale” del nuovo sindaco di Istanbul. Gli istambulioti così come molti altri nel Paese ne sono rimasti affascinati.

(Foto: AFP/SIR)

Quali sono i tratti di questa “nuova narrazione” di Ekrem Imamoğlu?
Imamoğlu si propone di decostruire la logica “populista” e divisiva su cui si basa il discorso politico di Erdoğan e di cui i turchi si stanno dimostrando un po’ stanchi. Secondo Imamoğlu, il populismo e la polarizzazione sono trend globali che hanno avuto successo, la Turchia ne rappresenta un caso emblematico, in base al vecchio adagio “divide et impera”. Al contrario,

l’“amore radicale” propugna l’idea di abbracciare tutti, senza divisioni, recuperando una dimensione amicale della politica

che sembrava relegata nelle monografie di alcuni filosofi politici visionari e un po’ naïf. Staremo a vedere fino a che punto il regime turco potrà tollerare questa sfida alla propria legittimità. A livello di politica interna, il vero problema ruota attorno al fatto che ormai, dopo il fallito golpe del 2016, tutte le principali istituzioni del Paese sono controllate dal Presidente.

E quale l’impatto sulla politica estera?
La Turchia è un Paese strategico sotto il profilo geopolitico. Non è soltanto collocata geograficamente all’incrocio fra diverse continenti, subcontinenti e civiltà, ma per anni si è erta a mediatrice delle dispute in Medio Oriente e, anche se dopo le rivolte arabe del 2011 ha sciupato molto del suo prestigio, rappresenta o può rappresentare ancora un soggetto centrale in diverse questioni che spaziano dal conflitto israelo-palestinese agli equilibri in Nord Africa, dalla disputa fra Qatar e Paesi del Golfo, alla questione del nucleare iraniano, fino alla delicata situazione in Siria. Su quest’ultimo punto, a cui si lega l’accordo sui migranti con l’Ue risalente al marzo 2016, l’importanza della Turchia verrà certamente richiamata. Finora i membri dell’Ue hanno tentennato, a causa delle perenni divisioni, mentre al contrario Erdoğan ha avuto la meglio, potendo anche vantarsi col suo popolo di essere il Paese al mondo più solidale rispetto al dramma dei rifugiati. Eppure, proprio perché il Partito repubblicano del popolo (CHP) e Imamoğlu si candidano a sfidare l’AK Parti e Erdoğan fra quattro anni, l’Ue ha la grande chance di rimettere sul tavolo della trattativa lo “scambio” fra migranti e rispetto delle garanzie costituzionali interne. E, visto l’esito del voto, forse lo potrà fare con un maggiore potere negoziale per mettere ancor più sotto pressione la leadership di Erdoğan.

Imamoglu ha dimostrato che battere Erdogan è possibile. Istanbul, come spesso accade, sarà per lui (come lo è stato per Erdogan) un trampolino di lancio?
Erdoğan ha sempre “spavaldamente” dichiarato che “chi vince a Istanbul, vince in tutta la Turchia”. E’ vero, Istanbul è una città carica di simboli e centrale nell’economia turca. La stessa carriera politica di Erdoğan comincia di fatto nell’ex capitale dell’Impero ottomano proprio 25 anni fa con la carica di sindaco. Istanbul è centrale poiché è una megalopoli che conta almeno 15 milioni di abitanti (quasi un quinto dell’intero Paese), da sola contribuisce ad un terzo del prodotto nazionale lordo e ha a disposizione un budget di 4 miliardi di dollari.

Per queste ragioni, perdere Istanbul può significare molto in relazione al potere di Erdoğan. E’ grazie al controllo delle finanze che l’AK Parti ha potuto finanziare i progetti faraonici che hanno determinato la crescita economica della Turchia. Decidere come, quanto e quando spendere i soldi significa scegliere quali gruppi sociali favorire, quali progetti siano meritevoli di essere finanziati, in patria come all’estero, comporta decidere il destino di un Paese.

In particolare, come sottolineato in campagna elettorale proprio da Imamoğlu, solo il 40% del budget di Istanbul è stato finora controllato direttamente dall’amministrazione, mentre il restante 60% è stato affidato e gestito con procedure scarsamente trasparenti da 28 aziende private legate a Erdoğan. Molti finanziamenti sono anche finiti nelle mani di fondazioni caritatevoli sempre legate al Presidente.

Qual è, a suo parere, la sfida principale che avrà davanti il nuovo sindaco?
La sfida che avrà di fronte il nuovo sindaco di Istanbul, che proviene da una famiglia che possiede un’azienda di costruzioni, sarà quella di

evitare di farsi inghiottire nelle logiche di spartizione clientelari

che hanno dominato la politica economica turca degli anni di Erdoğan. Favorire il dialogo fra parti contrapposte, ricomporre il conflitto, professare le parole dell’ “amore radicale” significa proprio andare nella direzione opposta tracciata dall’AK Parti. Anche qui, è prematuro sbilanciarsi, sebbene un segnale sia già apprezzabile: la compostezza con cui Imamoğlu aveva accolto la decisione di ripetere il voto presa dal Supremo Consiglio Elettorale turco.

Grazie al suo carisma e alla sua personalità, il neo-sindaco potrebbe rappresentare il nuovo punto di riferimento per una variegata fetta dell’elettorato turco, dai conservatori ai laici financo ai curdi. Soltanto il suo mandato saprà rivelare fino a che punto sarà in grado di estendere a livello nazionale il suo consenso.

Al momento, sebbene molti analisti lo vedano già proiettato verso le elezioni del 2023 per contendere a Erdoğan la carica di Presidente, Imamoğlu ha dichiarato che il compito di cui è stato investito è amministrare bene la sua città. Ad ogni modo, la macchina della nuova narrazione è all’opera. Si resta in attesa di vedere cosa accadrà.

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Parlamento europeo: che fine ha fatto il “vento sovranista”? Parlano i numeri

Agenzia SIR - Tue, 25/06/2019 - 16:25

La “valanga populista”, lo “tsunami nazionalista”, e il Parlamento europeo che “cambia faccia”. Erano queste le parole d’ordine e le attese per alcuni, le minacce secondo altri. Le elezioni del 23-26 maggio avrebbero dovuto segnare lo spartiacque tra la “vecchia” e la “nuova” Europa: l’archiviazione del disegno d’integrazione politica dei padri fondatori Schuman, De Gasperi e Adenauer, per un nuovo capitolo di “Europa degli Stati” come forse l’avevano immaginata De Gaulle e la Thatcher. Tutto ciò sotto la spinta di leader del calibro di Le Pen, Orban e Salvini, del ritrovato “orgoglio nazionale” che, alzando muri e frontiere, avrebbe riportato – a dispetto delle grandi sfide globali – le scelte politiche in seno ai governi nazionali, assegnando all’Unione europea un ruolo marginale. “Quando saremo a Bruxelles e Strasburgo cambieremo i Trattati, cambieremo questa Europa…”, avvertivano i sovranisti di ogni nazionalità. Ma forse le cose sono andate diversamente…

Un vento… leggero. A un mese esatto dalle elezioni europee, un’analisi dei numeri del nuovo Parlamento Ue consegna taluni elementi di valutazione politica. Occorre naturalmente premettere che

numeri e seggi da sé non raccontano la complessità della politica europea

né gli innumerevoli partiti e partitini e liste nazionali che portano in emiciclo i loro rappresentanti, convergendo in poche “famiglie” politiche su scala Ue. Bisogna ugualmente riconoscere che il vento sovranista è spirato in queste elezioni, con esiti, però, assai più modesti di quanto si volesse far credere.

Com’era ieri… Partiamo dalla composizione dell’Europarlamento ad aprile 2019, ossia prima delle elezioni di maggio. Il gruppo dei Popolari (Ppe, con gli eletti di Forza Italia) aveva 221 seggi, i Socialisti e democratici (S&D, con gli esponenti del Partito democratico) erano 191, 67 i Liberali (Alde). Questi tre gruppi, tradizionalmente considerati quelli della “grande coalizione” europeista, contavano 479 deputati su un totale di 751, ossia il 63% dei seggi. Aggiungendo a questi i 50 Verdi, anch’essi a loro modo favorevoli all’integrazione comunitaria, si arrivava a 529 deputati, con una maggioranza europeista (pur se assai articolata e diversificata al suo interno) del 70%. Va peraltro rimarcato che la “grande coalizione” europeista nella scorsa legislatura aveva lasciato il passo, a partire dall’elezione del presidente Antonio Tajani (gennaio 2017), a una convergenza tra Ppe, Liberali e i Conservatori (Ecr, con Fratelli d’Italia), spostando un po’ più a destra l’asse della maggioranza parlamentare. Sempre ad aprile 2019 le forze euroscettiche in Assemblea (a loro volta diverse e divise, soprattutto riguardo la difesa degli interessi dei rispettivi Stati) comprendevano 70 deputati dell’Ecr, 48 del gruppo Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta, cui facevano capo i Cinquestelle) e 37 del gruppo Enf (Europa delle nazioni e della libertà, con i rappresentanti della Lega), per un totale di 155 deputati (21% dell’emiciclo). Completavano l’assise i 52 componenti della Sinistra unitaria (Gue, 7%) e i 15 Non iscritti.
Com’è oggi. Cosa cambia nel nuovo emiciclo? Meno di quanto si pensi, almeno a osservare i numeri complessivi. I Popolari, ridimensionati dal voto, sono scesi a 182 deputati (-39); anche i Socialisti e democratici sono calati, fermandosi a quota 153 (-38); i Liberali hanno cambiato nome per inglobare gli eletti del movimento francese che fa capo al presidente Macron, e ora si chiamano Renew Europe, con 108 deputati (+41). I Verdi, che hanno registrato successi in diversi Paesi, dalla Germania alla Francia al Regno Unito, sono saliti a 75 seggi (+25). Così ora una eventuale coalizione, o convergenza, dei quattro gruppi considerati europeisti conterebbe 518 deputati, solo – si fa per dire – 11 in meno della passata legislatura, rappresentando il 69% dell’emiciclo.

E tra le fila degli eurodubbiosi e dei sovranisti cosa è cambiato?

Va evidenziato il successo del gruppo Enf (soprattutto con l’avanzata della Lega), ora trasformatosi in Identità e democrazia (Id), che è passato a 73 seggi (+36); Ecr è calato a 62 (-8); Efdd è sceso a 43 (-5 seggi). Volendo sommare queste tre forze del “cambiamento sovranista” – che oggi raccolgono in totale 23 deputati in più – si raggiunge la cifra di 178 deputati, ovvero il 24% dell’emiciclo. Alla Gue rimane un pacchetto di 41 deputati (5%), Non Iscritti e “Altri” sono al momento 14 (alcuni deputati devono ancora collocarsi in un gruppo politico e possono farlo fino alla plenaria del 2-4 luglio).

Paese per Paese. Un rapido conteggio mostra che, rispetto al passato emiciclo, si è verificato lo spostamento da un gruppo all’altro di 102 deputati, ripartiti in parti più o meno eguali tra favorevoli e contrari a una maggiore integrazione Ue, e dunque una sostanziale conferma degli equilibri politici della scorsa legislatura. Tutto ciò se si considerano i dati europei e la nuova composizione dell’Europarlamento: dev’essere invece riconosciuto che all’interno dei Paesi membri si sono registrati significativi spostamenti di voti, in alcuni casi verso l’euroscetticismo (Italia, Ungheria, Regno Unito), bilanciati da altri risultati che confermano il fronte europeista (Germania e Spagna in primis), e altri ancora che riflettono casi nazionali da leggere in tutta la loro complessità (per fare qualche nome: Francia, Polonia, Slovacchia, Romania, Portogallo, Svezia…).

Legislatura poco monotona. In questi giorni nelle sedi Ue si sta giocando la partita delle euronomine: il Parlamento sceglierà il suo presidente la prossima settimana a Strasburgo, mentre i capi di Stato e di governo si ritroveranno domenica 30 giugno a Bruxelles per scandagliare i possibili presidenti di Commissione (che deve comunque ottenere il placet del Parlamento), Consiglio, Bce e Alto rappresentante.

I giochi sono tutti aperti e si può immaginare che ci vorrà tempo per mettere a posto ogni tassello.

All’interno dell’Eurocamera si tratterà invece di verificare se le forze europeiste vorranno convergere in una sorta di “patto di legislatura”, definendo non solo i nomi ma anche, e soprattutto, un programma di medio termine per riformare l’Ue, o se invece alla prova dei fatti il fronte pro-Ue si scioglierà coi caldi estivi. Dal canto loro le diverse famiglie euroscettiche avranno una missione comune: intralciare ogni ulteriore forma di integrazione e rallentare il passo delle riforme e delle decisioni che pure – secondo i Trattati – spettano all’Ue. Non si può nemmeno escludere, nel corso della legislatura, la formazione di maggioranze variabili, a secondo dei temi all’ordine del giorno. Per una legislatura 2019-2024 – questo è certo – tutt’altro che monotona.

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European Parliament: what ever happened to the “nationalist winds”? Figures speak for themselves

Agenzia SIR - Tue, 25/06/2019 - 16:25

The “populist avalanche”, the “nationalist tsunami”, and the “new face” of the European Parliament. Those were the watchwords and expectations for some, while constituting a threat for others. The elections of 23-26 May were expected to mark a watershed between the “old” and the “new” Europe: the shelving of the political integration plan of the founding fathers Schuman, De Gasperi and Adenauer, was due to be replaced by a new chapter in the “Europe of the States” as perhaps has been envisioned by De Gaulle and Mrs. Thatcher. It was to be driven by leaders such as Le Pen, Orban and Salvini under the banner of a rediscovered “national pride”, which, by raising barriers and walls, intended to give more powers to national governments – despite major global challenges –thereby leaving the European Union a marginal role to play. “Once in Brussels and Strasbourg we will modify the Treaties, we will change this Europe…”, warned nationalist leaders in all European countries. But the outcome was not as expected…

A light breeze… The composition of the new EU Parliament provides some insights into assessing the political scenario. But it should be said that 

Figures and seats alone cannot illustrate the complexities of European politics

nor the countless small and large parties and national political groups whose representatives have been elected to the hemicycle, converging into a few European “families.” It must also be conceded that while nationalist winds were blowing over EU elections, the final results were poorer than had been suggested.

How it was before … Let us start with the composition of the European Parliament in April 2019, namely before the May elections. The European People’ s Party Group (EPP, with the elected members of Forza Italia) comprised 221 seats, the Socialists and Democrats (S&D, with the members of the Democratic Party) 191, and the Liberals (Alde) 67. These three groups, traditionally considered to represent the “great, pro-European coalition” held 479 seats out of a total of 751, i.e. 63% of all seats. Adding 50 Greens who were also, in their own way, in favour of Community integration, there were 529 MEPs representing a 70% Europeanist majority (albeit a very articulated and diversified one). It should also be noted that after the election of President Antonio Tajani (January 2017), in the last legislature the Europeanist “great coalition” had given way to a convergence between the EPP, Liberals and Conservatives (ECR, with Fratelli d’Italia), shifting the axis of the parliamentary majority to the right. By April 2019, the Eurosceptic groups in the Assembly ( diverse and divided with regard to the defence of the interests of their respective States) included 70 members of the ECR group, 48 members of EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy, that included Italy’s Five Star Movement) and 37 members of ENF (Europe of Nations and Freedom, with the representatives of the League), totalling 155 deputies (21% of the hemicycle). The remaining seats were held by 52 members of the Unitary Left ( GUE, 7%) and 15 non-attached members.

The situation today. What has changed in the new hemicycle? Less then expected, at least in terms of overall numbers. The EPP, downsized by the vote, dropped to 182 deputies (-39); the Socialists and Democrats decreased to 153 (-38); the Liberals changed their name to include the elected members of the French movement led by President Macron, now called Renew Europe, with 108 deputies (+41). The Greens, successful in various countries, from Germany to France to the United Kingdom, won 75 seats (+25). Thus today, a possible coalition, or convergence, of the four groups considered to be pro-European would supposedly include 518  MEPs, only – so to speak – 11 less compared to the previous legislature, representing 69% of the hemicycle. 

What has changed in the Eurosceptic and nationalist groups?

Worth noting is the success of the ENF group (mostly due to the increased share of seats of the League), now known as Identity and Democracy (ID), with 73 seats (+36); ECR has fallen to 62 (-8); EFDD dropped to 43 (-5 seats). The three groups advocating “nationalist claims” – which today have 23 more deputies compared to the previous parliamentary term- total 178 MEPs all together, 24% of the Hemicycle. GUE still has a package of 41 deputies (5%), while 14 include non-attached members (some MEPs have yet to be affiliated to a political group and can do so until the plenary session of 2-4 July).

Country by Country. A quick calculation shows that, compared to the past hemicycle, 102 deputies have moved from one group to another, distributed in more or less equal numbers between those in favour and those against increased EU integration, thereby substantially confirming the political balances of the previous legislature. This picture is drawn from European data and the new composition of the European Parliament. However, it should be noted that Member Countries saw dramatic shifts in voting behaviour, in some cases in favour of the Eurosceptic movement (Italy, Hungary, United Kingdom), balanced by other results supporting the pro-European front (especially Germany and Spain), while other results reflect national events requiring interpretation against a complex backdrop (to name a few: France, Poland, Slovakia, Romania, Portugal, Sweden…).

A non-monotonous legislature. In these days, the EU is confronting the game of candidacies at the helm of EU institutions: Parliament will choose its president next week in Strasbourg, while heads of State and Government will meet on Sunday, June 30 in Brussels to discuss the potential presidents of the EU Commission (requiring Parliament’s approval of the Parliament), Council, ECB and the High Representative. 

The race is still up for grabs and in all likelihood it will take time to finalize the process.  

In the new Euro Chamber the issue is whether European political forces will come together for a sort of “parliamentary pact “, reaching an agreement not only on names but also – and above all – on a medium-term program to reform the EU, or whether instead, when all’s said and done, the pro-EU front will melt with the summer heat. Euro-sceptic groups, on the other hand, will have a common mission: to hinder all further forms of integration and slow down the pace of reforms and decisions which, according to the Treaties, are the responsibility of the EU. Nor can the formation of variable majorities during the parliamentary term be ruled out, depending on the items on the agenda. For sure, the 2019-2024 legislature is far from being a monotonous one.

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Olimpiadi 2026: vince l’Italia con l’asse Milano-Cortina. Nones (campione): “Una grandissima opportunità per il Paese”

Agenzia SIR - Tue, 25/06/2019 - 14:33

Le Olimpiadi invernali del 2026 si svolgeranno in Italia, a Milano e Cortina. Lo ha deciso il Comitato olimpico internazionale (Cio), votando ieri sera a Losanna la candidatura italiana, preferendola a quella di Stoccolma-Aare, 47 voti contro 34. Vince quindi l’asse Milano-Cortina, ma non solo: i Giochi olimpici coinvolgeranno infatti altre aree di Lombardia e Veneto, oltre che le province autonome di Trento e Bolzano.

Le Olimpiadi italiane inizieranno il 6 febbraio con la cerimonia d’apertura nello stadio di San Siro a Milano e finiranno il 22 dello stesso mese all’Arena di Verona. L’Italia tornerà così ad organizzare un’edizione delle Olimpiadi, 20 anni dopo i Giochi invernali di Torino 2006, poiché ritenuta più credibile. Il bilancio proposto dai tecnici del dossier italiano indica circa 1,3 miliardi per la gestione, di cui 900 milioni circa messi dal Cio e il resto da regioni e comuni. Altri 340 milioni verranno investiti in opere infrastrutturali. Dalla vendita di biglietti sono stimati ricavi per 234 milioni e numerosi introiti dati dagli sponsor. Oltre alla questione economica e organizzativa, l’Olimpiade sarà anche un’occasione per ampliare il medagliere azzurro: nella sua storia l’Italia ha conquistato 124 medaglie alle Olimpiadi invernali, di cui 40 d’oro. Tra queste, quella di Franco Nones, ex fondista medaglia d’oro nella 30 km ai X Giochi olimpici invernali di Grenoble del 1968 e primo campione olimpico italiano della storia dello sci di fondo. Il Sir lo ha intervistato all’indomani dell’assegnazione a favore dell’Italia.

Signor Nones, cosa pensa dell’assegnazione dei Giochi all’Italia?
“Nonostante le polemiche e le preoccupazioni del caso, l’assegnazione delle Olimpiadi all’Italia è una grandissima opportunità per il Paese, perché sono il massimo che si possa avere per quanto riguarda gli eventi sportivi. Organizzare un’Olimpiade è la massima aspirazione e ciò viene reso possibile solo se c’è un lavoro di squadra e in sinergia tra organismi di settore e istituzioni”.

Organismi e istituzioni che hanno operato verso un’unica direzione…
“È stato fatto tutto quello che si poteva fare per portare i Giochi in Italia e il lavoro che è stato fatto è stato fatto bene. Anche perché le Olimpiadi vengono assegnate in base alle garanzie che uno Stato dà per ospitare un evento di questo genere. Questo è segno che in Italia non sempre va tutto male. Per questo è un gran successo oltre che una grande occasione per dimostrare a tutti quelli che ci criticano che

siamo un Paese che ha eccellenze in tutti i campi.

Spesso veniamo additati o peggio ci trattiamo come gli ultimi ma siamo ancora una gran Nazione, fatta di gran lavoratori e grandi uomini”.

 

L’assegnazione è avvenuta a discapito della Svezia, merito dell’Italia o demerito del Paese scandinavo?
“La Svezia forse ha perso perché Stoccolma non è riuscita a dare garanzie necessarie. C’è anche da dire, però, che a Milano abbiamo avuto nel 2015 l’Expo che ha riscosso un gran successo ed è una città il cui solo nome è sinonimo di eccellenza nel mondo, nei più svariati settori. Cortina invece, è una delle mete turistiche e sciistiche più ambite al mondo già dai Giochi olimpici del 1956. Ci sono anche l’Arena di Verona per la chiusura dei Giochi e lo stadio di San Siro per l’apertura, posti suggestivi e di gran fascino, nonché palcoscenici non indifferenti. Altri Paesi non riescono a produrre e a mettere in campo cose di questo genere, quindi l’assegnazione è più che meritata”.

Come ha detto l’apertura dei giochi si farà a San Siro. Cosa pensa quindi della recente polemica tra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e le società di Milan e Inter  sulla costruzione di un nuovo stadio demolendo di fatto il Meazza anziché ristrutturarlo. Questo potrebbe compromettere la cerimonia di apertura dei Giochi.
“Come diceva Pierre de Coubertin lo spirito olimpico comprende tutti gli sport, e questo vale sia per il calcio che per l’’ultimo’ sport. In questo senso e a fronte di un evento così importante il calcio dovrebbe fare un Passo indietro per il bene comune e per la perfetta riuscita di una manifestazione così importante”.

Polemiche del caso a parte, cosa auspica per questa Olimpiade?
“Mi auguro che questa volta vengano rispettate le premesse, che si sia bravi a organizzarle, che non si ripetano le esperienze negative del passato quando siamo stati chiamati a organizzare i grandi eventi. Di scandali se ne sentono sempre, ma mi sento di dire che questa volta si sono impegnati tutti in modo corretto.

Spero che vada tutto per il verso giusto e che per una volta ci si metta anche il cuore, il che vuol dire esser bravi ad amministrare i soldi di tutti gli italiani nel miglior modo possibile”.

Quindi per lei l’Olimpiade è anche un’occasione per riscoprire valori “più alti”. In che modo i cattolici posso contribuire in questo senso? Hanno o potranno avere un ruolo specifico?
“I cattolici hanno un loro ruolo e potranno avere un loro ruolo a qualsiasi livello, basta volerlo. Se si parte con l’idea che l’Olimpiade serve solo per fare soldi non si arriva lontano. Bisogna anche riscoprire i valori fondanti dello spirito olimpico, che se vogliamo sono anche dei valori simili a quelli che guidano i cattolici nel loro operato”.

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