Feed aggregator

Vittorio Bachelet. Il figlio Giovanni: “Se fosse vivo, ci inviterebbe a rendere il nostro tempo più libero, più giusto, più umano”

Agenzia SIR - Wed, 12/02/2020 - 09:22

Sono passati quarant’anni dal 12 febbraio 1980, quando Vittorio Bachelet fu ucciso all’Università di Roma La Sapienza, dove insegnava Diritto alla Facoltà di Scienze politiche. Bachelet era vice presidente del Consiglio superiore della magistratura ed era stato presidente di Azione Cattolica dal 1964 al 1973. Per ricordarlo abbiamo intervistato il figlio Giovanni.

Che ricordo ha di suo padre?

Me lo ricordo come un papà molto paziente e molto capace di ascoltare, ma anche di dare un’impronta, di guidare, non tanto con le prediche, quanto con l’esempio, con i fatti più che con le parole, mostrandomi, concretamente, che diamo la migliore testimonianza cristiana o democratica o sociale quando siamo credibili come persone, come lavoratori, come professionisti. Le attività di volontariato, di impegno sociale, politico, religioso non possono essere una compensazione di quello che non riusciamo a fare nella nostra vita familiare o professionale.

Il nostro primo modo di rispondere alla vocazione di Dio nella nostra vita e di servire il Paese è quello di fare bene il nostro dovere.

Questa è una delle cose importanti che, in un mondo per tanti versi cambiato rispetto ai tempi di mio padre, mi piacerebbe aver trasmesso ai miei figli e saper trasmettere ancora oggi ai miei nipotini.

Cosa ha rappresentato per la sua vita l’assassinio di suo padre?

Allora, purtroppo, era un evento non rarissimo la morte violenta nel corso di attentati terroristici o di violenze: c’erano bombe sui treni, nelle banche, omicidi. È difficile ricordare ai ragazzi di oggi quel clima perché per fortuna non c’è più da molti decenni. Ai tanti che si lamentano del presente, quelli che il mio papà e, prima ancora, Giovanni XXIII avrebbero chiamato “profeti di sventura” e che considerano il passato sempre migliore, ricorderei quel tempo in cui ogni settimana veniva ammazzato qualcuno, un momento di grande pericolo per le istituzioni, per la democrazia rappresentativa che allora era disprezzata e considerata una specie di orpello inutile del capitalismo, della borghesia. Oggi, forse, non riusciamo ad apprezzare e vivere con entusiasmo questi doni della libertà e delle elezioni libere dei propri rappresentanti: la ragione, probabilmente, è che quei tempi brutti sono passati, siamo tornati a una fisiologia della democrazia, difficile, ma pur sempre meno difficile di quegli anni.

Come giudica i rigurgiti antidemocratici attuali?

Io credo che siano diversi. Mio padre forse direbbe che ogni tempo ha le sue difficoltà da conoscere, che non bisogna adeguarsi alle mode del momento, ma che è necessario studiare il proprio tempo per poterlo trasformare e gettarvi dentro qualche seme buono di Vangelo o di principi di convivenza democratica. Ma non solo. Una volta mio padre disse: “Questo nostro tempo non è meno ricco di generosità, di bontà, di senso religioso, di santità, perfino, di quanto lo fossero i tempi passati”. In ogni tempo c’è una riserva di bontà e ci sono problemi da risolvere, basta affrontarli con coraggio, con serenità, con fiducia negli uomini che Dio ama, come il mio papà, da cristiano, ha sempre creduto: il Signore guida la nostra vita e la storia, attraverso tutte le difficoltà ci porta a un approdo di gioia e di bene. Il mondo di oggi è molto diverso da allora, ma restano in agguato l’odio e la menzogna. Ai tempi di mio padre sarebbe stato inconcepibile negare l’Olocausto o dire pubblicamente: “Mandiamo gli ebrei ai forni crematori” oppure “Buttiamo a mare tutti gli immigrati”. Quanto avviene oggi fa spavento sia in sé, sia perché negli anni di piombo prima sono iniziati i proclami di tipo ideologico e poi sono arrivati, piano piano, i sassi, le spranghe, le bombe molotov, le pistole.

È necessario, pertanto, vigilare sempre.

Ma anche rallegrarsi di opportunità allora impensabili che a mio padre piacerebbero di sicuro: non ci spariamo per strada, non c’è più una divisione del mondo in blocchi, si può comunicare con tutti in tempo reale, il nostro Paese un tempo abbandonato da tanti dei nostri in cerca di lavoro diventato meta di speranze e sogni per tanti altri più poveri di noi, terra promessa per uomini e donne di ogni colore e religione. A papà piaceva una canzone degli anni Sessanta che diceva “Di che colore è la pelle di Dio?”. Se fosse vivo forse ci esorterebbe alla speranza e all’azione: ci direbbe che dobbiamo studiare il nostro tempo, amarlo e cercare di renderlo ancora più libero, più giusto, più umano.

Lei al funerale di suo padre usò la parola perdono nei confronti dei suoi assassini…

Anche altre famiglie, in quegli anni, nelle stesse condizioni dissero cose simili a quanto affermato dalla mia famiglia. Forse, le mie parole fecero scalpore perché era un momento particolarmente drammatico e c’erano tante telecamere, ma in Italia c’era e c’è ancora un humus cristiano e noi abbiamo detto solo quello che ci hanno insegnato al catechismo: la buona notizia dell’amore di Dio per noi, che spinge anche noi a perdonare agli altri così come noi speriamo di essere perdonati da Lui.

Un messaggio antico eppure sempre nuovo meraviglioso e dirompente per ogni nuova generazione.

Oggi si parla tanto di giustizia riparativa: che ne pensa?

Non sono sicuro di essere abbastanza informato in proposito, posso raccontare la mia esperienza. Sono stato parlamentare dal 2008 al 2013; in quella stessa legislatura c’erano altre due familiari di vittime delle Br, Olga Di Serio, moglie di Massimo D’Antona, e Sabina Rossa, figlia di Guido: insieme abbiamo presentato una piccola proposta di legge, che aveva a che fare con una strana usanza dei giudici di sorveglianza, che, sulla base di una disposizione del Codice penale, per concedere a chi aveva già scontato 26 anni di carcere i benefici della legge sulla libertà condizionale pretendeva che ci fossero incontri certificati tra parenti delle vittime e condannati per omicidio. Noi non vedevamo molto bene questa prassi: se questo tipo di incontri avviene spontaneamente, lontano dai riflettori e su iniziativa di tutti gli interessati, è cosa bellissima; prevederlo invece come strumento ordinario di pacificazione e di giustizia è un po’ pericoloso se confonde il ruolo laico e imparziale della giustizia con i rapporti interpersonali, a volte anche costruttivi e edificanti, fra colpevoli e parenti di vittime, o peggio li mette sullo stesso piano. Quel che abbiamo proposto nel nostro disegno di legge era di sostituire il “sicuro ravvedimento” con il “completamento del percorso rieducativo”. Non può la giustizia umana valutare l’animo, come può fare solo il Padreterno, e nemmeno dovrebbe costringere un poveretto a cui hanno ammazzato un parente a incontrarsi a tutti i costi con il suo omicida. Questo però non vuol dire che fra messaggio cristiano e giustizia non ci sia nessun nesso. L’articolo 27 della Costituzione, secondo cui il fine della pena deve essere la rieducazione del detenuto e mai andare contro il senso di umanità, è figlio sia dei principi laici dello stato di diritto sia dei principi cristiani che ispiravano una gran parte dell’Assemblea costituente. L’organizzazione ufficiale di incontri tra parenti di vittime e assassini mi lascia insomma perplesso. Lo capirei se avessimo alle spalle una guerra civile, ma non è così: alcuni, come mio padre, sono morti proprio perché non si sentivano in guerra con nessuno, non volevano la scorta, pensavano che si dovesse combattere la violenza continuando a fare il proprio lavoro e confidando nelle armi ordinarie della democrazia.

Chi sostiene che in quegli anni di piombo ci fosse la guerra civile fa un imbroglio culturale.

Non c’erano due fronti contrapposti, non c’era nessuna simmetria e sarebbe davvero paradossale riscrivere quarant’anni dopo una storia che riconosca alle Brigate Rosse o ai neofascisti degli anni Settanta una dignità di combattenti di qualche guerra che non c’è mai stata. Erano criminali politici che grazie all’ordinamento costituzionale italiano hanno scontato la loro pena e in moltissimi casi sono tornati ad essere uomini.

Oggi sente ancora vicino suo padre?

Per chi crede nella comunione dei santi, come ogni domenica diciamo recitando il Credo, l’amore è più forte della morte: vivi e morti rimangono uniti nell’amore di Dio, nel pane e nel vino di Gesù. Si era uniti da vivi nella preghiera anche quando si era lontani; anche oggi, nella messa, quando preghiamo e facciamo la Comunione, ci sentiamo e siamo ancora tutti uniti, con papà, con i nonni e con gli altri che non ci sono più, proprio come quando, da bambini e da ragazzi, pregavamo insieme prima di dormire o eravamo tutti insieme a tavola.

Categories: Notizie

Vittorio Bachelet. La Valle: “Mi è apparso sempre come l’emblema stesso della fermezza della fede”

Agenzia SIR - Wed, 12/02/2020 - 09:20

Vittorio Bachelet, di cui oggi, 12 febbraio, ricordiamo il 40° della morte, per mano delle Brigate Rosse, nei ricordi di un suo amico, il giornalista Raniero La Valle. Di lui, conosciuto quando erano ancora ragazzi, sottolinea “la dirittura, il tratto fermo e gentile, la sua visione salda e tranquilla delle cose”. “Da allora, e fino alla sua morte, Vittorio mi è apparso come l’emblema stesso della fermezza nella fede”, ci racconta.

Quando ha conosciuto Bachelet?

Ho incontrato Vittorio Bachelet quando ero ancora quasi un bambino, nel campo di calcio che ogni domenica pomeriggio raggiungevamo sulla via Aurelia antica con il card. Massimi e gli altri ragazzi che quel santo cardinale, conservatore e progressista a suo modo, raccoglieva nella Congregazione eucaristica che per la messa e il catechismo domenicale si riuniva nella chiesa di san Claudio a Roma, a un passo dalla Rinascente di piazza Colonna. Massimo Massimi (don Massimo, come si faceva chiamare) non sembrava un cardinale di Santa Romana Chiesa; vestiva sempre con la tonaca nera, era umile e dimesso, viaggiava su una Fiat utilitaria, guidata dal suo fedele autista Marco, e curava i suoi congregati adolescenti o già più adulti come perle da consegnare alla Chiesa e alla società. Ma era un uomo di Curia importante, un grande giurista, era prefetto della Segnatura Apostolica e noi ragazzi fummo estremamente stupiti quando per un Concistoro in san Pietro lo vedemmo sfilare in corteo con uno strascico di tredici metri. Era un conservatore, quanto alla dottrina (“La nostra fede” e “La nostra legge” erano i titoli dei suoi libri); si gloriava della Congregazione che aveva fondato proclamandola “eucaristica e arcimariana!”; ma era un progressista spinto per quei tempi, perché era antifascista e antinazista, e quando Roma fu occupata dai tedeschi, predicava contro il potere liberticida e violento, gridava per gli ebrei e i ragazzi più esposti se li portava in macchina con sé per farli sfuggire alle retate. Ma se qualcuno, sotto il cappotto, era vestito da Balilla, venendo da un’adunata, lo faceva scendere bruscamente dalla sua auto.

Com’era il suo amico Vittorio?

Vittorio Bachelet fu educato in quel contesto, che ho appena descritto, e anch’io; e questo spiega molto della sua dirittura, del suo tratto fermo e gentile, della sua visione salda e tranquilla delle cose. Da allora, e fino alla sua morte,

Vittorio mi è apparso come l’emblema stesso della fermezza nella fede;

e a lui debbo la svolta impressa alla mia vita, perché mi fece entrare alla Fuci, ma non come una semplice matricola, bensì come segretario del Consiglio superiore, quando egli lasciò quella carica e quel sodalizio di universitari cattolici, per intraprendere la sua carriera accademica di maestro del diritto, e mi fece andare al posto suo a sedere e a formarmi in quell’alto consesso. Prendemmo strade diverse. Le sue sono ben note e lo portarono al vertice dell’Azione Cattolica e della magistratura; le mie furono quelle del giornalismo. Esse si incontrarono di nuovo quando, lui presidente del laicato cattolico, io direttore dell’“Avvenire d’Italia” che a quel laicato, e non solo, raccontava il Concilio, Vittorio venne a Bologna per inaugurare la nuova sede del giornale e celebrare i settant’anni della sua storia gloriosa. Un’amicizia, un affetto, una stima che non vennero mai meno.

Secondo lei, la morte di Bachelet di che cosa ha privato l’Italia?

Che cosa sarebbe stato Vittorio se avessero lasciato che continuasse a vivere? Questo è naturalmente un mistero nascosto nel grembo di Dio. Per me è un dono già grande quello che egli è stato in vita, per la sua famiglia, per gli amici, per la Chiesa, per lo Stato. Se non ci fosse stato questo dono, a motivo dell’amore, non l’avrebbero ucciso.

Qual era il rapporto di Bachelet con la Chiesa?

Mi dispiace che gli sia stata negata la gioia di conoscere un Papa come Francesco, un Papa così diverso dal suo Papa fucino. Io penso che ne sarebbe rimasto stupito: il rapporto di Vittorio con la Chiesa non era quello di chi sentisse il bisogno di chissà quali cambiamenti e riforme; come molti della sua generazione che avevano una fede matura e vivevano già un felice e liberante rapporto con la Chiesa, non aveva nessun assillo di revisioni e audacie pastorali. L’“aggiornamento” certo lo voleva e anche la cosiddetta “scelta religiosa” nell’apostolato laico italiano la visse e propugnò in questo spirito; ma appunto l’aggiornamento era già venuto con il Concilio, che per molti cattolici illuminati suonò più come la conferma della visione che già avevano (come ad esempio nel rapporto con la democrazia) che come premessa e stimolo a cieli nuovi e a terre nuove, a una visione ancora non esperita, a un futuro ancora ignoto. Ma a questo punto a essere interrogata non deve essere la biografia di uomini, ma la biografia dello Spirito.

Categories: Notizie

Guerra in Siria: si combatte a Idlib. Padre Jallouf (Knaye): “Fermate il massacro, uno tsunami di popolo”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 18:11

“Continuano a giungere notizie dolorose dal nord-ovest della Siria, in particolare sulle condizioni di tante donne e bambini, della gente costretta a fuggire a causa dell’escalation militare. Rinnovo il mio accorato appello alla comunità internazionale e a tutti gli attori coinvolti ad avvalersi degli strumenti diplomatici, del dialogo e dei negoziati, nel rispetto del Diritto Umanitario Internazionale, per salvaguardare la vita e le sorti dei civili. Preghiamo”: ennesimo appello di Papa Francesco per l’“amata e martoriata” Siria lanciato all’Angelus domenica 9 febbraio. L’esercito siriano e le milizie alleate paramilitari, supportate dall’aviazione russa, stanno avanzando nella zona sud della regione di Idlib (sita nel nordovest della Siria) controllata dalle forze ribelli che fanno capo in particolare ai jihadisti di Tahrir al-Sham (ex Al Nusra) e

(Foto AFP/SIR)

all’Esercito Nazionale Siriano, sostenuto dalla Turchia e di orientamento islamista. Nodo strategico è Saraqib, città di oltre 30mila abitanti, vicina alle due autostrade M4 e M5, che collegano rispettivamente Aleppo-Latakia e Damasco-Aleppo, assi portanti del sistema viario siriano. Ai confini di Saraqib, conquistata dalle forze governative, ci sono due punti di osservazione controllati dai turchi, in base agli accordi raggiunti nel 2018 con la Russia, con i soldati di Ankara schierati. Fino ad ora gli scontri con l’esercito siriano hanno provocato la morte di 13 soldati turchi. Erdogan ha disposto l’invio di rinforzi militari, uomini e mezzi, verso Idlib. Il ministero della Difesa turco ha dichiarato che l’esercito di Ankara ha distrutto 111 bersagli siriani e che continuerà a rispondere a ogni attacco portato ai suoi posti di osservazione.

Una catastrofe. “Non credo che la Turchia si spingerà oltre. Vuole solo salvare la faccia – dice al Sir padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Knaye, uno dei tre villaggi cristiani della Valle dell’Oronte, nella provincia di Idlib ancora sotto controllo dei jihadisti di Tahrir al-Sham – il Piano dell’esercito siriano, si dice, è quello di accerchiare Idlib, senza entrarvi, e andare al negoziato. Ad oggi il confine tra la zona sotto controllo del Governo e quella nelle mani dei gruppi ribelli è dato proprio dalle due autostrade”.

“L’escalation degli scontri sta provocando un’emergenza umanitaria mai vista. Povera gente! Povera gente!”

ripete padre Hanna che prova a descrivere la situazione. “Ci sono paesi e villaggi svuotati, città fantasma, nemmeno un cane. Una cosa orribile. La gente si accampa dove può. In tanti sono arrivati anche nei nostri villaggi, qui nell’Oronte, a 60 km. da Idlib, per sfuggire ai combattimenti. In alcune zone si vedono solo tende e ripari di fortuna, nemmeno più gli alberi riusciamo a scorgere. In questi giorni poi fa freddo, c’è neve e le condizioni di vita sono davvero difficili. Ci sono donne, anziani, bambini, mancano di tutto. Noi cerchiamo di dare loro quel che possiamo, soprattutto coperte e viveri”.

“Alcuni hanno aperto le loro case, ma i bisogni sono enormi. È uno tsunami di persone, oltre 350 mila, che fuggono dalla guerra. È una miseria incredibile. Non possiamo fare altro che pregare per la fine di questa tragedia, per la pace in Siria. Alla comunità internazionale dico fermate questa guerra”.

https://agensir.it/wp-content/uploads/2020/02/siriaHannaJallouf11feb2020mediterraneo.mp4

Un appello ai vescovi dell’incontro di Bari. Da padre Hanna anche un appello ai 58 vescovi che dal 19 al 23 febbraio saranno a Bari per l’incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Chiesa italiana e che vedrà la presenza di Papa Francesco il giorno conclusivo: “Pregate per la pace, pregate il Signore perché metta semi di pace nei cuori dei combattenti. Fermate il massacro!

Non lasciamo che il Mediterraneo si tinga ancora del sangue di tanti innocenti, lasciamo che sia la vita a vincere e non la morte”.

Categories: Notizie

Locuste, un flagello biblico

Evangelici.net - Tue, 11/02/2020 - 18:02
Le locuste continuano ad affliggere l'Africa orientale: dopo Somalia ed Etiopia ora è la volta del Kenya, che starebbe vivendo «la più grave invasione di locuste del deserto degli ultimi settant'anni». Lettera 43, oltre a ricordare che «un solo sciame può contare fino a 150 milioni di esemplari, percorrere 150 chilometri al giorno e consumare sempre in una giornata...
Categories: Notizie

Coronavirus. Francesco Sisci (sinologo): “Stiamo molto attenti a dire che la Cina sta mentendo”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 13:51

“Per la Cina adesso il punto principale non è comunicare a noi che cosa sta succedendo, ma cercare di contenere il contagio. Le informazioni che ci arrivano sono vere, accurate? Non lo so. È possibile che nemmeno le autorità abbiano il polso chiaro della situazione”. Parla Francesco Sisci, uno dei maggiori sinologi italiani, autore e giornalista esperto di Cina. A lui, che ha accesso primario ai siti e alle agenzie di informazione locale, abbiamo chiesto che cosa sta realmente succedendo, se i dati dei contagi e delle morti per Coronavirus che le autorità cinesi stanno fornendo sono reali. Le statistiche sono continuamente aggiornate al rialzo: ad oggi il numero di infezioni confermate in Cina ha raggiunto quota 42.638 a livello nazionale mentre la triste conta delle vittime (sempre a livello nazionale) è di 1.016 morti. Ma “le voci” che arrivano dalla Cina parlano di cifre irrisorie, non credibili, certamente da aumentare con due zeri. Arrivano anche notizie inquietanti sui crematori di Wuhan che mai come in questo periodo stanno lavorando a ritmi serrati. “Questo è il momento delle voci impazzite”, mette in guardia Sisci che preferisce piuttosto ragionare sui dati: “Quanti kit per verifiche della malattia esistono e sono disponibili in Cina? E quanti, in caso, ce ne vorrebbero per individuare l’estensione reale del contagio?”. Con la Sars era più semplice. Bastava la misurazione della febbre. Con il Coronavirus i contorni sono meno chiari e la malattia può anche essere asintomatica.

Quindi, cosa sta succedendo in Cina?

Io partirei dalle evidenze prima facie: noi abbiamo Wuhan, una città di 11 milioni di abitanti, che è in lock down e due giorni fa c’è stata la notizia che anche la città di Hangzhou, capoluogo della provincia cinese di Zhejiang, è in lock down. Si hanno anche notizie che in molte città, tutte le attività sono ristrette e nella stessa Peschino, la gente non esca di casa e non va al lavoro. Quello che vediamo è una grande paura.

Perché ha paura? È possibile che i contagi e le morti siano più di quelli che vengano detti ufficialmente?

Loro parlano di contagi “verificati”. Dobbiamo stare molto attenti a dire che la Cina sta mentendo. Specialmente noi, responsabili di comunicazione, dobbiamo essere attentissimi: non dobbiamo certamente dire cose false ma nemmeno cedere alla tentazione di diffondere il panico. In questo momento, significa peggiorare una situazione che è molto, molto difficile.

Stiamo camminando sul filo di un rasoio.

Difficile perché?

È difficile intanto perché la Cina è un Paese con un miliardo e mezzo di persone. Non ci sono abbastanza mascherine, si figuri se ci sono kit sufficienti per verificare il contagio né è realistico pensare che saranno fatti questi esami su tutta la popolazione. D’altro canto, non è possibile bloccare milioni di persone in quarantena. E poi, chi li blocca? In base a cosa? È una situazione senza precedenti di cui onestamente non sono in grado di giudicare l’entità e la gravità. Certo è che se due città così grandi come Wuhan e Hangzhou sono state chiuse e una capitale come Pechino è deserta, è certo che c’è un gradissimo timore.

Di cosa?

C’è sicuramente un timore per la diffusione della malattia e questa è la prima cosa. Ma presto potrebbero esserci emergenze collegate come una crisi alimentare. Chi produce il cibo? Chi va a lavorare? Secondo: l’impatto di una crisi di queste proporzioni sulla Cina, lascerà il resto dei mercati e delle economie mondiali indifferenti? È impossibile. Qui serve una grande solidarietà. La Cina deve essere più trasparente e aperta perché ha bisogno del mondo, ma è anche vero che il mondo non potrà fare a meno della Cina.

Lei che conosce bene questo popolo e vive gran parte del tempo in Cina: come stanno reagendo psicologicamente le persone?

C’è la paura di essere contagiati e quindi la gente si chiude in casa. Si spera nella evoluzione della malattia. Se da una parte è vero che si diffonde rapidamente,dall’altra è anche vero che non è così mortale come altre epidemie precedenti.

Consigli di come trattare la Cina in questo momento?

Cercare di farlo con grande prudenza, anche perché siamo in una situazione oggettivamente molto grave.

Quindi farlo con trasparenza senza nascondere niente ma anche con grande prudenza perché il panico può essere un pericoloso moltiplicatore di difficoltà e problemi.

Categories: Notizie

Coronavirus. Francesco Sisci (Sinologist): “We should be careful to say that China is lying”  

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 13:51

“For China the main issue right now is not to tell us what’s going on, but to try to contain the contamination. Is the information provided accurate, is it reliable? I don’t know. Possibly not even Chinese authorities have a clear picture of the situation.” It’s the opinion of Francesco Sisci, a leading Italian sinologist, author and expert journalist in China. He has primary access to local news sites and agencies. SIR asked him about the real situation on the ground, whether data released by the Chinese authorities on Coronavirus infections and deaths correspond to the truth. Constantly updated numbers keep rising. So far, the number of confirmed cases of infection in China has reached 42,638 at national level, while the death toll ( also at national level) sadly rose to 1,016. But “rumours” arriving from China point at ridiculous figures, unreliable, definitely to be increased with two zeros. There are also disturbing news about the crematoriums of Wuhan working at a fast pace as never before in this period. “We are facing a plethora of myths and rumours”, Sisci pointed out, cautioning to focus on the data: “How many kits for the verification of the disease exist and are available in China? And how many, if any, are needed to determine the exact extent of the contamination?” With Sars it was simpler. It was sufficient to measure the temperature. The limited data available make the novel Coronavirus harder to identify and the disease can also be asymptomatic.

So, what’s really going on in China?

I will start with prima facie evidence: Wuhan, a city of 11 million inhabitants, is in lockdown. And two days ago Chinese authorities announced that the city of Hangzhou, the capital of the Zhejiang province, is also in lockdown. There is also news that in many cities all activities have been restricted and that also in Beijing people are not going out of their homes or to work. So what we see is great fear.

Why are they afraid? Could the number of infections and deaths be higher than the official figures?

They refer to “verified” infections. We have to be very careful to say that China is lying. In particular, those of us with responsibility for communication: certainly we must shun falsehoods but we must not give in to the temptation to spread panic either. Right now, it means exacerbating an extremely difficult situation.

We are skating on very thin ice. 

Why is it difficult?

First of all, it’s difficult because China has a population of 1.5 billion people. There are not enough face masks, let alone enough testing kits for infection, nor is it realistic to expect that these tests will be carried out on the entire population. On the other hand, millions of people cannot be quarantined. And besides, who’s going to stop them? On the basis of what? It’s an unprecedented situation whose extent and severity I honestly cannot fully assess. What is certain is that if two cities as big as Wuhan and Hangzhou have been shut down and a capital such as Beijing is deserted, there is certainly a tremendous fear.

Of what?

Clearly there is fear for the spread of the disease and that is the first thing. However, related emergencies might soon emerge, such as a food crisis. Who will continue manufacturing foodstuffs? Who is going to work? Secondly, will the impact of a crisis of this magnitude on China spare other world markets and economies? That’s impossible. There must be massive solidarity. China must be more transparent and open because it needs the world, but it’s also true that the world cannot do without China.

As a person with a good knowledge of the Chinese people, and having lived most of the time in China, in your view, how are people coping psychologically?

People are afraid of getting infected, so they lock themselves in their homes, hoping the disease will be overcome. While it is true that it spreads rapidly, it is also true that it is not as lethal as other previous epidemics.

Any suggestions on the best way to deal with China at this time?

To be very cautious, especially as the situation is objectively extremely serious.

I suggest transparency, not to hide anything, but to do so with great caution, because panic can be a dangerous amplifier of difficulties and problems.

Categories: Notizie

Italian bishops’ meeting on the Mediterranean. Msgr. Rossolatos (Greece): “The courage of peace through the strength of weakness”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 12:53

“The courage of peace through the strength of weakness. The history of Greece significantly marked the history of the Mediterranean Sea which today, unfortunately, no longer responds to its vocation as a space for encounter and interaction. Its shores are plagued by wars, tensions and crises that have been raging for years. I hope that unitary prospects of commitment will emerge from Bari with a view to social development, removing injustices and inequalities and transforming the Mare Nostrum into a frontier of peace.”

The words of the President of Greek Bishops Msgr. Sevastianos Rossolatos, encompass the significance of the meeting sponsored by Italian Bishops (CEI) in Bari next February 19-23, titled “Mediterranean, frontier of peace.” Msgr. Rossolatos is among the group of bishops from 20 Countries bordering the Mediterranean who will attend this veritable “Synod on the Mediterranean”. The prophecy of the “holy” mayor of Florence, Giorgio La Pira, who regarded the Mediterranean as the “great lake of Tiberias”, is now threatened by wars sparked off by partisan interests, by particularisms marked by “colonialist logic promoted by world powers.”

The crisis is not over. “Greece is not immune to these risks”, the Archbishop of Athens told SIR. “Our country is struggling but it is also determined to break the shackles of an economic and financial crisis that brought it to its knees. Indeed, the efforts for recovery are not over. But we see significant signs of change and renewal such as the recent election of magistrate Ekaterini Sakellaropoulou, the nation’s first female President. This is a positive sign for the entire Country, indicating that the time is ripe and that Greek society is in the process of opening up. This appointment – he added – is conducive to reuniting the Country. It’s an important step along the path of recovery. In order to overcome the crisis once and for all we must recognize the value of every competent person.” The local Catholic Church is also making a concrete contribution, having gained recognition “from the political world.”

“In 2014, after years of hard work, the Catholic Church was granted legal personality. I was recently asked to give a speech to Parliament on trafficking in human beings. I consider it a significant gesture of openness. There is mention also of a visit to Greece by Pope Francis and by the Ecumenical Patriarch Bartholomew, but nothing has been officially announced yet.”

On the front line. This major effort nevertheless presents a number of challenges: “Relations with the Orthodox Church, taxes, incoming migrants and refugees fleeing war, shortage of funds to support our mission” and paradoxically “increasing numbers of believers.” “In the last 30 years – Bishop Rossolatos said- the Greek Catholic Church grew from 50,000 to about 300,000 faithful (on a population of over 11 million inhabitants, ed.’s note), 75% of whom are immigrants, 25% Greeks. This increase is changing the face of the local Church.” It is estimated that half of all Catholic parish priests in Greece are foreign nationals – Poles, Romanians, some Italians. Holy Mass is celebrated in Greek Catholic churches for Filipino, Polish, African and other communities. “This is a positive sign, but there is a need for priests who speak the language of migrants. The latter settle down where there are jobs, not where there is a church. Hence the need to build places of worship near their homes, but this involves expenses that we cannot afford. The tax burden exceeds 50%, greatly diminishing our capacity to help and our pastoral activities.”

The war in Iraq followed by the war in Syria drove tens of thousands of refugees to reach Greece via Turkey. Also in this case the Greek Catholic Church, with Caritas, and the support of other Churches and humanitarian agencies, is at the front line of relief efforts. “It’ s a difficult task – the archbishop stressed – aimed also at integration, finding a job, a home. Not to mention that hundreds of thousands of unemployed Greeks are struggling to make a living. Unfortunately the EU, which speaks of solidarity, has closed its doors and so there is little we can do as compared to real needs.”

A poor Church, a mission Church. In Bari, Monsignor Rossolatos will point out that “in a certain way, Greece is a part of the Holy Land, because – he said – the route followed by Saint Paul, Apostle to the Gentiles, passed through Greece. This commits us to foster relations and dialogue with the Orthodox Church”. “Ecumenism represents a challenging ambit – the prelate remarked.

In Greece there is a widespread mentality of contempt for the Catholic Church and, hence, of fear.

We must attempt to overcome fanaticism against us. The Orthodox population only knows the Catholic Church from what they are told by some religious fanatics. There are no ecumenical relations but only good personal relations between the faithful, between priests and bishops. Members of the Orthodox clergy who are more open-minded are yet unable to influence others. For our part we are open towards the Orthodox Church, respectful, seeking to work together whenever possible.
“The meeting in Bari will offer an opportunity for exchange and for sharing – the Archbishop said -. We will express the weakness of our Church, but as Saint Paul reminds us, ‘when we are weak, then we are strong.’

The courage of peace can draw from the strength of weakness.

Our Church needs help. Ours is a mission Church that prays to reawaken values of closeness and solidarity in others. Only in this way can the Mediterranean be a frontier of peace.”

Categories: Notizie

Incontro Cei su Mediterraneo. Mons. Rossolatos (Grecia): “Osare la pace con la forza della debolezza”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 12:53

“Osare la pace con la forza della debolezza. La storia della Grecia ha segnato profondamente quella del Mare Mediterraneo che oggi, purtroppo, non risponde più alla sua vocazione di luogo di scambio e di incontro. Le sue sponde, infatti, sono lambite da guerre, tensioni e crisi che si trascinano da anni. Spero che da Bari possano venire fuori prospettive unitarie di impegno per implementare lo sviluppo sociale, abbattere le ingiustizie e le iniquità e trasformare il Mare Nostrum in una frontiera di pace”.

L’arcivescovo di Atene, mons. Sebastianos Rossolatos (Foto Sir/Rocchi)

Nelle parole del presidente dei vescovi cattolici greci, mons. Sevastianos Rossolatos, c’è tutto il senso e il significato dell’incontro promosso a Bari dalla Cei, dal titolo “Mediterraneo, frontiera di pace” (19-23 febbraio). Un vero e proprio “sinodo del Mediterraneo” al quale parteciperanno vescovi cattolici di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, tra i quali anche mons. Rossolatos. La profezia del sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che vedeva il Mediterraneo come un “grande lago di Tiberiade”, oggi è messa in pericolo da guerre nate da scelte interessate, da particolarismi segnati da “logiche coloniali avanzate dalle grandi potenze”.

La crisi non è finita. “Anche la Grecia non è esente da questi pericoli” rimarca al Sir l’arcivescovo di Atene. “Siamo un Paese che tenta con difficoltà ma anche con decisione di uscire fuori dalle pastoie di una crisi economica e finanziaria che ci ha messi in ginocchio. L’opera di risanamento intrapresa non è finita, anzi. Tuttavia ci sono importanti segni di cambiamento e rinnovamento come la recente elezione del primo presidente della Repubblica donna, il magistrato Ekaterini Sakellaropoulou. Un bel segnale per tutto il Paese che indica anche che i tempi sono maturati e che la società greca si sta aprendo. Una nomina – aggiunge – che va nella direzione di ricompattare il Paese. Un passo importante quando si deve camminare sulla strada del risanamento. Per superare definitivamente la crisi bisogna valorizzare ogni persona capace”. Anche la Chiesa cattolica locale sta portando il suo contributo fattivo alla ripresa guadagnandosi “un certo apprezzamento dal mondo politico”.

“Nel 2014, dopo tanti anni di sforzi, come Chiesa cattolica abbiamo avuto il riconoscimento della personalità giuridica. Di recente mi è stato chiesto di tenere un discorso al Parlamento sulla tratta degli esseri umani. Lo considero un gesto di apertura significativo. Si parla anche di un viaggio in Grecia di Papa Francesco e del Patriarca ecumenico Bartolomeo, ma ancora nulla di ufficiale”.

In prima linea. A fronte di tanto impegno non mancano, tuttavia, elementi di criticità. “I rapporti con gli ortodossi, le tasse, l’arrivo di profughi e di rifugiati in fuga dalla guerra, la mancanza di aiuti per sostenere la missione” e paradossalmente “l’aumento dei fedeli”. “Negli ultimi 30 anni – spiega mons. Rossolatos – la Chiesa cattolica greca è passata da 50 mila a circa 300 mila fedeli (su oltre 11 milioni di abitanti, ndr.), il 75% dei quali sono immigrati, il 25% greci. Un aumento che sta cambiando il volto della Chiesa locale”. Si stima che la metà dei parroci cattolici in Grecia sia di nazionalità straniera, polacchi, rumeni, qualche italiano. Nelle chiese cattoliche greche oggi si celebrano messe per le comunità filippine, polacche, africane e così via. “Questo è un bene ma c’è bisogno di preti che parlino la lingua degli immigrati. Questi ultimi si stabiliscono dove c’è lavoro e non dove c’è una chiesa. Ne deriva l’esigenza di costruire luoghi di culto vicini le loro case ma questo comporta spese impossibili da sostenere per noi. Le tasse da pagare superano il 50% e riducono di molto la nostra capacità di aiuto e le nostre attività pastorali”.

Un’immagine del campo di Idomeni, alla frontiera tra Grecia e Macedonia

La guerra in Iraq prima e in Siria dopo ha spinto decine di migliaia di rifugiati ad arrivare in Grecia, via Turchia. Anche in questo caso la Chiesa cattolica greca, con la Caritas, e l’aiuto di altre Chiese e agenzie umanitarie, è in prima linea nel portare aiuto. “Si tratta – sottolinea l’arcivescovo – di un’opera difficile che punta anche all’integrazione, alla ricerca di un lavoro, di una casa. Senza dimenticare che ci sono centinaia di migliaia di greci disoccupati che stentano a vivere. Purtroppo l’Ue, che parla di solidarietà, ha chiuso le porte e così riusciamo a fare poco rispetto ai reali bisogni”.

Una chiesa povera e in missione. A Bari mons. Rossolatos ricorderà anche che “la Grecia, in qualche maniera, è un lembo di Terra Santa, perché – ricorda – qui è passato san Paolo, l’apostolo delle genti. Questo ci impegna a coltivare i rapporti e il dialogo con la chiesa ortodossa”. “Un fronte difficile – ammette il presule – quello ecumenico.

In Grecia esiste una diffusa mentalità di disprezzo della Chiesa cattolica e, quindi, di paura.

C’è un fanatismo contro di noi che dobbiamo provare ad allontanare. La popolazione ortodossa conosce la Chiesa cattolica solo per quello che alcuni fanatici dicono di lei. Non ci sono rapporti ecumenici ma solo buone relazioni personali tra fedeli, tra sacerdoti e vescovi. Chi, nel clero ortodosso, ha una maggiore apertura mentale non riesce ad influenzare il resto. Da parte nostra siamo aperti verso la Chiesa ortodossa, rispettosi, per cercare di collaborare laddove possibile.
“Bari sarà un momento confronto e condivisione in cui – dice l’arcivescovo – mostreremo tutta la debolezza della nostra Chiesa, ma come ricorda san Paolo, ‘quando siamo deboli è allora che siamo forti’.

Osare la pace si può anche con la forza della debolezza.

La nostra Chiesa ha bisogno di aiuto. Siamo una Chiesa in missione che prega per far risvegliare negli altri valori di prossimità e solidarietà. Solo così il Mediterraneo potrà essere una frontiera di pace”.

Categories: Notizie

Papa ad Acerra. Mons. Di Donna: “In quel giorno la nostra città diverrà la capitale di tutte le Terre dei fuochi”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 11:14

Una “grazia speciale”, “una iniezione di fiducia e di speranza per le famiglie, in modo speciale quelle dei bambini e dei ragazzi colpiti dal tumore”, un “incoraggiamento al cammino che le diocesi della Conferenza episcopale campana stanno già facendo per educare i cristiani, adulti e bambini, alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del Creato”, “uno stimolo alle istituzioni”: tutto questo racchiude, per il vescovo di Acerra, mons. Antonio Di Donna, la visita del Papa ad Acerra, il 24 maggio, in occasione del quinto anniversario della lettera enciclica “Laudato si’”. Al Sir il presule racconta la genesi di questa visita e il cammino delle diocesi campane per la custodia del Creato.

Eccellenza, come è nata questa visita?

Da due anni alcune diocesi campane, quella di Acerra e le altre circostanti più interessate dal dramma dell’inquinamento, stanno facendo un cammino che fa riferimento alla Laudato si’ mettendo la Chiesa in dialogo con tutte le persone di buona volontà per affrontare insieme questo tema: così è nata l’idea di riferire al Papa circa la situazione che stiamo vivendo. In particolare, il 18 aprile promuoviamo ad Acerra, con il supporto della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute della Cei, un incontro delle diocesi campane per parlare di ambiente e per rilanciare la Laudato si’, un documento profetico, più conosciuto e apprezzato nel mondo cosiddetto laico che in quello ecclesiale. Abbiamo esteso l’invito a tutti i vescovi delle diocesi italiane coinvolte nel dramma dell’inquinamento ambientale. Siamo partiti da un dato del ministero dell’Ambiente che mappa 57 siti in Italia di interesse nazionale (Sin) ai fini della bonifica: in quest’area insistono ben 70 diocesi, di cui 27 al Nord, 20 al Centro e 23 al Sud: è l’ora di finire di addossare solo al nostro territorio questo marchio di Terra dei fuochi, quando invece le Terre dei fuochi sono tante. Terra dei fuochi, infatti, non è un territorio ma un fenomeno esteso. Quindi pensavamo magari a un messaggio del Papa collegato all’evento del 18 aprile. Quando sono andato in udienza dal Papa per parlare di tutte queste cose, gli ho chiesto anche se voleva venire da noi il 18 aprile.

Ha detto subito: “Voglio venire”, ma scegliendo una data diversa: “Perché non proprio il 24 maggio, anniversario dell’enciclica?”.

Sono stato felicissimo.

Il Papa viene ad Acerra, ma quel giorno Acerra diventerà la capitale di tutte le Terre dei fuochi.

Francesco, come è solito fare, sceglie i luoghi di periferia. Acerra è una piccola città, una piccola diocesi, ma il Papa l’ha scelta come simbolo di questo problema ambientale, per un cammino comune.

Come vi preparate alla visita? E cosa si aspetta da questo appuntamento?

Non vorrei che passasse in second’ordine il fatto che viene il Papa, a prescindere dalla motivazione: per noi credenti viene il successore di Pietro a confermare la nostra fede. Poi, dato il contesto, la data e la motivazione della visita, mi aspetto che il Papa dia una forte speranza a tutta la gente che soffre.

Nella visita Francesco incontrerà i genitori dei ragazzi morti di tumore del territorio.

Nelle quattro ore che sarà ad Acerra saluterà anche i vescovi, i sacerdoti, i sindaci. Il momento centrale sarà la messa. Al Regina Coeli, oltre che nell’omelia, ricorderà i cinque anni della Laudato si’. Mi aspetto un segno che rafforzi la speranza della gente, che confermi l’impegno delle Chiese campane che camminano portando avanti i temi ambientali e che soprattutto la sua presenza e le sue parole siano un segno per le nostre comunità. Dalla visita del Papa mi aspetto anche un impulso anche alle istituzioni affinché facciano di più.

Qual è la situazione al momento nelle vostre terre sul fronte ambientale?

Alcuni passi avanti si sono fatti. Oggi abbiamo un ministro dell’Ambiente che conosce bene la nostra situazione, Sergio Costa, che ha fatto molto quando era qui come generale della Forestale. Anche la Regione Campania si sforza di fare, ma ancora non è sufficiente rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno: ci sono le bonifiche da fare, c’è la questione dell’aria inquinata dalle polveri sottili, i roghi tossici. Per noi ad Acerra si aggiunge il problema dell’inceneritore. Noi continuiamo a chiedere che sia più controllato. Soprattutto non è giusto che Acerra porti da sola questo peso, unica città per tutta la Campania: bisogna distribuire in maniera più equa il problema dei rifiuti, non sia sempre lo stesso territorio a dover pagare per tutti. Da anni io chiedo una moratoria, cioè che ci sia un tempo tra i 10 e i 20 anni in cui il nostro territorio, che è già saturo, sia blindato e non vengano dislocate qui altre aziende inquinanti. Dietro, a mio avviso, invece temo ci sia un teorema: “Questo territorio è già inquinato, rimaniamo qua, non andiamo a inquinare altrove”. Ma questo non è giusto.

A gennaio c’è stato un incontro delle diocesi campane coinvolte nel cammino per la cura del Creato…

Ora il cammino si sta allargando gradualmente e spontaneamente, ora le diocesi sono almeno 11. Nell’appuntamento di Teano ci siamo ritrovati noi vescovi delle diocesi interessate e circa 400 sacerdoti. Noi pastori avevamo avuto la sensazione che ci fosse stato un affievolimento della dimensione profetica nella predicazione dei nostri sacerdoti, noi li abbiamo convocati per mettere in risalto che la cura del Creato invece è un tema centrale. I nostri sacerdoti ci hanno sorpreso per partecipazione, interventi. Si vede che sentono il dramma, si fanno interpreti della loro gente. L’educazione ambientale e l custodia del Creato devono entrare nella pastorale ordinaria, cioè nella predicazione dei sacerdoti, nella catechesi dei ragazzi. Se i temi non sono veicolati attraverso questa strada, non passano e restano una preoccupazione di alcuni soltanto. Per questo, Teano segna una tappa importante, perché non è il cammino solo dei vescovi, ma anche dei loro preti. La Chiesa, poi, cammina e chiede un dialogo alle istituzioni perché non restino indietro:

da questo dramma non si esce se non insieme, istituzioni e popolo. La Chiesa è disposta a fare la sua parte.

Ho l’impressione, però, che le istituzioni certe volte siano più lente, fanno degli sforzi, ma ci vuole ancora tanto.

Categories: Notizie

Suicidio assistito. Spagnolo (Univ. Cattolica): “Decisione Fnomceo non altera spirito Codice deontologico”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 11:14

“La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati,

la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare”.

È il testo degli indirizzi applicativi dell’art. 17 del Codice di deontologia medica (Atti finalizzati a provocare la morte), approvati all’unanimità lo scorso 6 febbraio a Roma dal Consiglio nazionale della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo). Il Consiglio nazionale, composto dai 106 presidenti degli Ordini territoriali, ha così voluto aggiornare il Codice dopo la sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, che ha individuato una circoscritta area in cui l’incriminazione per l’aiuto al suicidio non è conforme alla Costituzione, a condizione che sussistano le circostanze indicate dalla Corte stessa e descritte sopra. Se esse ricorrono, l’agevolazione del suicidio non è dunque penalmente perseguibile. Di qui la decisione della Fnomceo spiegata così dal presidente nazionale, Filippo Anelli:

“Abbiamo scelto di allineare anche la punibilità disciplinare a quella penale,

in modo da lasciare libertà ai colleghi di agire secondo la legge e la loro coscienza. Restano fermi i principi dell’art. 17, secondo i quali il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. A valutare ogni caso nello specifico, accertando se ricorrano tutte le condizioni previste dalla sentenza della Consulta, saranno i Consigli di disciplina istituiti a livello di ogni singolo Ordine provinciale. In caso di giudizio positivo il medico non sarà punibile dal punto di vista disciplinare. Abbiamo chiesto un parere ad Antonio G. Spagnolo, direttore dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica del Sacro cuore.

Professore, come “legge” questo “adeguamento” dell’art. 17 del Codice deontologico al dettato della sentenza della Corte costituzionale?

“La struttura del Codice rimane invariata:

questo è un aspetto positivo da sottolineare. La decisione della Fnomceo deriva dalla necessità di superare una sorta di immobilità dal punto di vista disciplinare laddove la sentenza della Consulta rende in qualche modo non punibile l’eventuale attuazione da parte del medico della volontà del paziente – se sussistono le condizioni e i presupposti stabiliti. Depenalizzare non significa obbligare: anche questo va precisato.

Nel Codice deontologico rimane fermo il principio che il medico non può causare, né facilitare la morte del paziente.

Il commento all’art. 17 intende piuttosto rendere “compatibili” eventuali situazioni nelle quali il medico, pur di fronte al Codice deontologico, desse attuazione a ciò che la “legge” gli consente, ancorché senza obbligarlo.

Il Codice deontologico, che rappresenta i valori costitutivi della professione medica, deve adeguarsi alle leggi?
Un codice deontologico risulta dall’insieme di tre tipologie di norme: le norme etiche; le norme deontologiche propriamente dette, ossia legate alla professione; le norme giuridiche. Come tale, non può non tener conto dell’orientamento giuridico, non tanto per adeguarvisi, ma per una sorta di conciliazione.Abbiamo il precedente dell’aborto: il Codice antecedente al ‘78 conteneva l’indicazione che il medico non poteva procurare l’aborto; con la legge 194 è stata inserita la possibilità di effettuarlo pur richiamando il diritto all’obiezione di coscienza. Nel ‘78 ci fu un dibattito analogo a quello di oggi: il Codice venne accusato di essersi adeguato alla norma tradendo per così dire il giuramento di Ippocrate. In realtà la decisione della Fnomceo rispecchia il tentativo di tenere insieme l’aspetto etico e l’aspetto giuridico; in linea generale mi sembra che il medico cosciente e coerente non ne verrà influenzato: la sua integrità personale non viene intaccata né dalle modificazioni introdotte dalla Corte né da queste ultime indicazioni.

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza?
La questione dell’obiezione di coscienza prevista dalla legge 194 per ora non si pone. A mio avviso non sarebbe necessaria perché la Corte costituzionale rimandando ad un’attuazione legislativa,

depenalizza l’atto ma non stabilisce l’obbligo del medico a compierlo.

Di fatto non c’è quindi motivo di invocare l’obiezione di coscienza perché il medico che non vuole può astenersi senza correre il rischio di essere incriminato. Vorrei di nuovo ribadire che non ci troviamo di fronte alla modifica dello spirito del Codice deontologico, bensì ad una modalità di conciliazione voluta dal presidente Anelli, al quale bisogna riconoscere molto equilibrio, tra il saldo mantenimento del principio del non uccidere e un approccio che possa tener conto di coloro che di fronte a questo principio decidano in coscienza di venire incontro alla volontà del paziente.

Categories: Notizie

Sanità. Don Angelelli (Cei): “Diventare missionari nei luoghi di fragilità e sofferenza”

Agenzia SIR - Tue, 11/02/2020 - 09:15

“Il tema scelto dal Santo Padre per la Giornata mondiale 2020 è un messaggio di speranza, anzitutto per i malati, ma anche per tutti i credenti e per l’umanità intera”. Ne è convinto don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei. Il prossimo 11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, ricorre la XXVIII Giornata mondiale del malato, e Papa Francesco, nel suo messaggio, sceglie come tema l’invito di Gesù “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

Don Angelelli, come “leggere” questo invito?
Gesù è quell’incontro, quella relazione che ci sostiene nel nostro cammino, e l’invito è a tutti i cristiani a

diventare missionari nei luoghi di sofferenza e difficoltà

per portarvi l’annuncio e la presenza di Gesù e della Chiesa. Questo versetto del Vangelo costituisce una grande opportunità per recuperare la ragione stessa del nostro esistere, segnato dalla fragilità quale condizione antropologica naturale e condivisa. Siamo stati illusi dalla proposta di modelli di superuomini e superdonne in grado di affrontare ogni sfida, in realtà inesistenti perché la fragilità è una condizione esistenziale, e quando essa a causa della malattia si trasforma in vulnerabilità, è arrivato il momento di andare incontro a quella sorgente di sollievo e consolazione che è Gesù. E un’icona relazionale perché invita all’incontro: ad una relazione forte: con Cristo anzitutto, ma anche tra noi perché malattia e sofferenza non devono essere vissute da soli. Solo uscendo da solitudine e isolamento è possibile trovare un senso alle proprie ferite. Qui la comunità cristiana è chiamata a farsi prossimo a chi soffre, a farsi locanda del Buon samaritano.

Relazione quale fondamento di quel “prendersi cura” che va oltre il “curare”?
Il curare inteso come prassi medica per risolvere la patologia non è sufficiente. Le persone hanno bisogno di umanità, sollecitudine, attenzione. Un nodo cruciale oggi in sanità, ma anche nel vissuto di molti medici e infermieri, è l’impossibilità, a causa della mole e dei ritmi di lavoro, di stabilire una relazione con il paziente. Inoltre, i giovani che si preparano ad essere i futuri professionisti della salute non vengono educati alla relazione; per molti anni è stata anzi rimossa la dimensione empatica, viceversa necessaria alla relazione con il paziente. L’operatore sanitario non si pone di fronte ad un organo o ad una malattia, ma ha di fronte una persona. Per questo l’obiettivo dei sistemi e delle strutture di cura non può più essere la mera soluzione della patologia ma la

presa in carico globale della persona.

https://www.agensir.it/wp-content/uploads/2020/02/ceiPastoraleSalute4feb2020angelelli.mp4

Quando però lo stato della malattia è irreversibile, inizia a farsi strada nell’opinione pubblica l’idea di una sorta di legittimazione di atti volti a sopprimere la vita in nome del cosiddetto principio di autodeterminazione.
Alcune malattie sono purtroppo inguaribili, ma

non esistono persone incurabili.

Questo principio ricolloca medicina e scienza medica nella giusta prospettiva assicurando agli operatori sanitari quella libertà di coscienza che è il giusto e coerente equilibrio tra l’apparato valoriale del medico e le esigenze del malato. In questo ambito la piena dignità della cura consiste nella piena dignità del malato, che deve essere accompagnato nell’assoluta libertà del medico e dell’infermiere di poter operare in coscienza. Nella consapevolezza che la vita è un bene inviolabile e indisponibile.

Il discorso sul fine vita apre il capitolo delle cure palliative, in Italia non garantite di fatto a tutti.
A 10 anni dalla sua promulgazione, la legge 38/2010 è una tra le meno applicate nel nostro ordinamento. E’ poco conosciuta, poco promossa e sottofinanziata, ma al di là del finanziamento

manca una cultura della palliazione,

sia in molti operatori sanitari, sia nella popolazione spesso inconsapevole di questo suo diritto sancito dalla legge. Di qui il nostro impegno di sensibilizzazione culturale anche nei confronti delle Regioni laddove questa dimensione è sottovalutata. In determinate condizioni di malattia

è un diritto del cittadino ricevere cure palliative; è un dovere morale per noi assicurarle.

Sappiamo infatti che se una persona è accompagnata con competenza nel tratto terminale della sua vita, sollevata dal dolore e in un contesto amorevole, accogliente e di piena dignità, non chiede di abbreviare la propria esistenza.

Categories: Notizie

CEI Conference on the Mediterranean. Card. Sako (Baghdad): “Our future is the major challenge”

Agenzia SIR - Mon, 10/02/2020 - 14:15

“The security situation remains uncertain at the moment. Hopefully the Pope will be able to visit Iraq perhaps in the fall. People in Iraq are eagerly looking forward to his arrival; his presence among us would be a concrete sign of deep closeness to all the countries of the Middle East, especially those afflicted by tensions and wars, such as neighbouring Syria and within Iran.”

SIR met the Chaldean Patriarch of Baghdad, Card. Louis Raphael Sako, after his meeting in the Vatican with Pope Francis on Friday, February 7, together with other Catholic patriarchs from Lebanon, Iraq, Syria and Egypt. “It was a necessary meeting – the Cardinal told SIR -. The atmosphere was very fraternal and sincere. We shared with the Pope the challenges faced by our Churches and by our countries. We described the life of Christian communities. We need the Pope’s support to cope with all our suffering. We are now a small minority and our future is at risk. We felt his closeness and he repeated several times that he too is Patriarch, Patriarch of Rome, and that he stands with us, with the isolated Eastern Churches in Islamic majority countries. The meeting confirmed us in the faith and gave us new strength and hope.” Card. Sako will be attending the meeting promoted by the Italian Bishops’ Conference (CEI)  titled, “Mediterranean, frontier of peace” in Bari (19-23 February). On that occasion, he added, “I will speak about the challenges faced by our Churches.”

Your Eminence, is there a particular challenge faced by all the Churches in the Middle East? 
The major challenge involves our future, namely, how to keep our faithful from fleeing their respective countries, despite the serious difficulties linked to instability, social and economic insecurity, wars. Every day in Iraq we count the dead, the wounded. Also in Syria. How can one live in this climate of fear? Like everyone else Christians seek stability, certainties for the future of their children and families. They want to leave. The challenge is to help them stay.

The Patriarchs of Eastern Churches have been accused of conniving with dictatorial regimes in their respective countries: Syria, Iraq, Lebanon, Egypt, just to name a few. How do you respond?

As far as Iraq is concerned, many things have changed. We have ongoing communication with national institutions, we openly express our ideas. But it must also be said that it is necessary to be appropriately informed about the mentality and the situation in the various countries. Christians are seeking security and stability that they presently do not have. People are worried that the fall of the present regime could pave the way to a worse one. It happened in Iraq: the regime fell in 2003 and for the past 17 years there was nothing. We are experiencing anarchy. If I go out of the house today I am not sure I will come back. Having someone – even if a dictator – who ensures security, becomes a lesser evil. Before the war Christians represented about 20% of Syria’s population, today the figures dropped to approximately 6%, a great loss. Changing per se is pointless. People must be taught democracy and freedom first, but not with slogans. Lebanon, Libya, Yemen, Syria are similar examples .

In Iraq, and also in Lebanon, we see the germination of seeds of democratic reawakening, with squares full of people, of every belief, ethnicity and political affiliation, demanding rights, services, justice, and the end of corruption. You were in Tahrir Square, in Baghdad, the crux of the protest, where you were welcomed with great enthusiasm.

I remember one Saturday, we went with my auxiliary bishops to the Square. We received a warm, festive welcome. Hundreds of people came over to greet us. No cleric, not even Muslim, had gone to see them before us. They told me I was everyone’s patriarch. Protesters’ demands are fair and justifiable. How could we fail to share requests for truth, for justice, for the common good, for citizenship, for the homeland? Today everything is sectarian, the notion of homeland does not exist, all is divided, fragmented, including faith. I perceived Christ’s presence in the protesters’ yearning for fraternity, for justice, for goodness.

You have often spoken of liberation theology…

It is the duty of the Church to read the signs of the times, as in Latin America. Our young men and women are shedding their blood for the cause of peace, justice, human dignity and freedom. To date we have counted 600 dead and 25,000 wounded. There are realities where the Church must be present to offer a word of hope. We must not stand aloof from our present times. I have repeatedly asked the Iraqi authorities to listen to the requests of the protesters taking to the streets because those requests are voiced by their own children. They are the future of Iraq.

You have always championed the creation of a secular State: do you believe the time is ripe?

A secular State is the solution to Middle East countries’ crises. A secular State means the end of sectarianism. I have to say that I am often criticized by Christians (he laughs, ed.’s note) because I talk about politics. But I consider it an opportunity to form consciences. Muslims themselves want to hear something different from what they normally hear. Political Islam aims to establish a theocratic State, but it cannot work. We are not in the Middle Ages. Religion and State are two separate domains. Religion has principles, politics has interests – unfortunately frequently personal and partisan interests. I am thinking of a civil State, based on citizenship, whose objective is the integration and service of all its components with no distinction whatsoever. Even Shiite authorities are now starting to talk about a civil State, albeit it’s not yet clear in which terms. But to me the concept is clear: separation between State and Religion and respect for the religious and moral values of the people who must live in freedom without fear – not only Christians but all Iraqis. A bishop, a priest, serves not only his flock but everyone. Help, assistance, support must be offered to everybody regardless of differences. It’s a great testimony.

What role does the Abu Dhabi Document on Human Fraternity play in this hoped-for process of renewal leading to a secular State?

I would define it as the manifesto of this process. The Document has somewhat changed the Muslim world, that seems more open to Christians today. We would never have imagined to see the Pope celebrate Mass in the Arabian Peninsula. For the first time Muslims saw Christians praying with respect and listening to the liturgical texts. Seeing our fellow other, knowing them, stirs a desire for encounter and exchange.

Citizenship and secularism are also discussed at large in Benedict XVI’s post-Synodal Apostolic Exhortation “Ecclesia in the Middle East”. What remains of this document, 10 years after the Synod for the Middle East?  
I remember that, during an ad Limina visit, I personally submitted to Pope Benedict the request for a synod. It came from the realization that as small Churches we had – and still have – a need to work together for our future.  The Synod was celebrated in 2010, in October. Problems then arose in connection with Al Qaeda, the creation of ISIS, with attacks on the Churches. Suffice it to mention the bombing in a church on 31 October in Baghdad, only a few days after the end of the Synod. More than 50 faithful were killed by terrorists. The Synod for the Middle East was not implemented in the practical life of our Churches. It is my conviction, now as it was in the past, that our Eastern Rite Churches must work together. There are small and large churches among us, with greater and smaller possibilities. My thoughts go to the schools, the hospitals, homes for the needy run by these Churches. If we want to have a future we must join forces and our competences.

Internal disputes amongst Churches should first be resolved…

Inside the Churches ethnic identity, linked to nationalism, is a powerful theme that does not reflect Church indications. Issues of ‘Maronism’ and ‘Chaldeanism’ are such examples. Instead, we should strive to preserve our adherence to the universal Church and to its mission. As Eastern Churches we have lost the missionary dimension with the advent of Islam. The Chaldeans, at that time, started proclaiming the Gospel in India and China. Rising nationalism is a challenge that must not leave us unprepared.

You will be in Bari for the meeting “Mediterranean, frontier of peace”, organized by CEI. An occasion for encounter between Churches that probably hardly know each other and talk to each other even less. What do you expect from this event which will be attended by 58 bishops and Catholic Patriarchs of the countries bordering the Mediterranean?  
I expect an open debate on the challenges facing not only Christians but also the peoples of these countries. All the barriers between us must be removed. Migrations that cause also a cultural impoverishment in these countries, facing major brain drain, represent a major challenge. Migration brings additional challenges, that of reception followed by integration. Immigrants cannot be abandoned to their fate alone, ghettoized. As Eastern Churches we try to assist our faithful in the diaspora, seeking to ensure also their spiritual care. But most of all it is necessary to develop a proper pastoral care that keeps alive their ecclesial tradition and identity while respecting the country in which they live. These countries have different mentalities, cultures, traditions and languages. Our Eastern faith heritage can also provide a model for the secularized Western world. Refugees can contribute to this. With our suffering, with our martyrs, with our fidelity we are a gift to the universal Church. Western Christians are exhorted by Eastern Christians – who have paid dearly for their faith in Christ – to revive their faith. There is a need to talk to each other.

Maybe with a new, different language?

We are seeking a new common vocabulary to talk about faith. Let us restart from the Bible, from biblical theology but with a more understandable language, incorporated into everyday life. It is also our mission to speak of the Christian faith to Muslims, and it is our duty to do so in a suitable language. It can’t be done using classical, philosophical, metaphysical language. Hypostatic union, physis, prosopon, are enigmas for many. We must also reach out to young people, and social media are an excellent tool. We must talk to them about life, about solidarity, about respect, about human and spiritual progress, about care for Creation. All the wars in the world have been waged for economic reasons. But Jesus teaches us that man does not live by bread alone, but by His every word. Let us make this Word heard. The Pope offers us a great example. He understands humankind and knows how to speak to people’s hearts.

It cannot be denied that controversies involving the figure of the Pope cause divisions and polarizations among the faithful. Why, in your opinion?

Pope Francis is an extraordinary figure for the Muslims, he is highly respected, everyone talks about him. For us Christians he is a grace. However, no one is perfect and people are never happy with everyone and so they criticize. They also criticized Jesus. I have heard people saying that he never talks about discrimination and persecution against Christians. That’s not true, he always addresses this issue. He demands respect for them and for this reason he dialogues with Muslims. I’m sure that what is good remains and that it will emerge, putting an end to all the small talk.

Categories: Notizie

Incontro Cei su Mediterraneo. Card. Sako (Baghdad): “La vera sfida è il nostro futuro”

Agenzia SIR - Mon, 10/02/2020 - 14:15

“Al momento le condizioni di sicurezza non sono buone. La speranza è che il Papa possa venire in Iraq magari in autunno. Il popolo iracheno lo aspetta con ansia ed emozione. La sua presenza tra noi sarebbe un segnale concreto di forte vicinanza a tutti i Paesi del Medio Oriente, in particolare quelli segnati dalle guerre e dalle tensioni, come per esempio la confinante Siria e lo stesso Iran”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Incontriamo il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, dopo l’incontro avuto in Vaticano con Papa Francesco, venerdì 7 febbraio, insieme ad altri patriarchi cattolici di Libano, Iraq, Siria ed Egitto. “È stato un incontro necessario – racconta al Sir il cardinale –. L’atmosfera è stata molto fraterna e schietta. Abbiamo esposto al Papa le sfide delle nostre Chiese e dei nostri Paesi. Gli abbiamo raccontato la vita dei cristiani. Noi abbiamo bisogno del sostegno del Pontefice per fare fronte a tutte le sofferenze che stiamo patendo. Siamo diventati una esigua minoranza e il nostro avvenire è minacciato. Abbiamo sentito tutta la sua vicinanza e più volte ha ripetuto che anche lui è patriarca, patriarca di Roma, ed è con noi, con le Chiese orientali che sono isolate vivendo in Paesi a maggioranza islamica. È stato un incontro che ci ha confermato nella fede e ci ha donato nuova forza e speranza”. Il card. Sako sarà a Bari per l’incontro dei vescovi promosso dalla Cei, “Mediterraneo, frontiera di pace” (19-23 febbraio). Anche in quell’occasione, spiega, “racconterò le sfide delle nostre Chiese”.

Eminenza, c’è una sfida, su tutte, che accomuna le Chiese del Medio Oriente?
È quella del nostro futuro. La vera sfida è come tenere i nostri fedeli nei loro Paesi, nonostante le gravi difficoltà legate all’instabilità, all’insicurezza sociale e economica, alle guerre. In Iraq ogni giorno contiamo i morti, i feriti. Anche in Siria. Come si può vivere in questo contesto di paura? I cristiani, come tutti, cercano stabilità, certezze per il futuro dei propri figli e famiglie. Vogliono andarsene. La sfida è aiutarli a restare.

A questo proposito: c’è una critica rivolta ai patriarchi delle Chiese orientali di essere conniventi con i regimi dittatoriali dei rispettivi paesi, Siria, Iraq, Libano, Egitto, tanto per fare dei nomi. Come risponde?
Per quanto riguarda l’Iraq le cose sono molto cambiate. Abbiamo un canale di comunicazione aperto con le istituzioni, esprimiamo apertamente le nostre idee. Ma va detto anche che è opportuno conoscere bene la mentalità e la situazione dei vari Paesi. I cristiani cercano la sicurezza e la stabilità che adesso non esistono. La paura è di cambiare un regime per cadere in mano ad uno peggiore. Noi in Iraq ne sappiamo qualcosa: il regime è caduto nel 2003 e da 17 anni non c’è niente. Viviamo sulla nostra pelle l’anarchia. Se oggi esco da casa non sono sicuro di rientrare. Avere qualcuno, anche se dittatore, che mantiene la sicurezza diventa una sorta di male minore. In Siria prima della guerra i cristiani erano circa il 20% oggi si e no il 6%, una grande perdita. Cambiare per cambiare fa male. Bisogna prima formare la gente alla democrazia, alla libertà, ma non con gli slogan. Davanti agli occhi ho gli esempi anche del Libano, della Libia, dello Yemen, della Siria.

Il card. Sako verso piazza Tahrir, a Baghdad

In Iraq, e anche in Libano, stanno germogliando semi di risveglio democratico, con piazze piene di gente, di ogni credo, etnia e fede politica, che rivendicano diritti, servizi, la fine della corruzione e giustizia. Lei è stato a piazza Tahrir, a Baghdad, centro nevralgico della protesta, dove è stato accolto con grande entusiasmo. 
Ricordo il sabato che siamo andati con i miei vescovi ausiliari nella Piazza. Abbiamo ricevuto una grande accoglienza, festosa. Centinaia di persone sono venute a salutarci. Prima di noi nessun chierico, anche musulmano, era andato a trovarle. Mi dicevano che ero il patriarca di tutti. Le rivendicazioni dei manifestanti sono giuste e condivisibili. Come non condividere le istanze di verità, di giustizia, di bene comune, di cittadinanza, di patria? Oggi è tutto settario, non esiste un concetto di patria, tutto è diviso, frammentato, anche la fedeltà. Nei manifestanti ho percepito la presenza di Cristo nella loro voglia di fratellanza, di giustizia, di bene.

Lei più volte ha parlato di teologia della liberazione…
È dovere della Chiesa leggere i segni dei tempi, come in America Latina. I nostri giovani, uomini e donne, stanno sacrificando il loro sangue per la causa della pace, della giustizia, della dignità umana e della libertà. Fino ad oggi abbiamo contato 600 morti e 25mila feriti. C’è una realtà nella quale la Chiesa deve essere presente per donare una parola di speranza. Non dobbiamo restare fuori da questo tempo. Ho chiesto ripetutamente alle autorità irachene di ascoltare le richieste delle piazze perché a farle sono i loro stessi figli. Essi sono il futuro dell’Iraq.

Da sempre è fautore della nascita di uno Stato laico: crede sia maturo il tempo?
Lo Stato laico è la soluzione alle crisi dei Paesi del Medio Oriente. Uno Stato laico significa la fine del settarismo. Devo dire che spesso vengo criticato dai cristiani (ride, ndr) perché parlo di politica. Ma per me è un’occasione per formare le coscienze. Gli stessi musulmani vogliono ascoltare qualcosa di diverso da ciò che sentono abitualmente. L’Islam politico punta a fondare uno Stato teocratico ma non può funzionare. Non siamo nel Medioevo. La Religione e lo Stato sono due campi distinti. La religione ha princìpi, la politica ha interessi, purtroppo spesso personali e particolari. Io parlo invece di uno Stato civile, basato sulla cittadinanza, che abbia come obiettivo l’integrazione e il servizio di tutte le sue componenti senza distinzione alcuna. Oggi anche le autorità sciite cominciano a parlare di Stato civile, anche se non so ancora in che termini. Ma per me il concetto è chiaro: separazione tra Stato e Religione e rispetto dei valori spirituali e morali del popolo che ha bisogno di vivere nella libertà senza paura. Non parlo solo dei cristiani ma di tutti gli iracheni. Un vescovo, un sacerdote, non è solo per il gregge ma è per tutti. L’aiuto, l’assistenza, il sostegno vanno dati a tutti senza differenze. Questa è una grande testimonianza.

(Foto Vatican Media/SIR)

In questo processo di rinnovamento, da lei auspicato, verso uno Stato laico il Documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi che importanza riveste?
Lo definirei il manifesto di questo processo. Il documento ha cambiato un po’ il mondo musulmano che oggi appare più aperto ai cristiani. Mai avremmo pensato di vedere celebrare una messa del Papa nella penisola arabica. Per la prima volta i musulmani hanno potuto vedere cristiani pregare con rispetto e ascoltare i testi della liturgia. Vedere l’altro, conoscerlo, suscita domande di incontro e di scambio.

Di cittadinanza e di laicità si parla molto anche nell’Esortazione post sinodale “Ecclesia in Medio Oriente” di Benedetto XVI. Che cosa resta di questo documento, 10 anni dopo il Sinodo per il Medio Oriente?
Mi ricordo che, durante una visita ad limina, presentai io stesso a Papa Benedetto la richiesta di un sinodo. Questa nasceva dalla consapevolezza che essendo noi chiese piccole avevamo – e abbiamo – bisogno di lavorare insieme per continuare ad avere un futuro. Il Sinodo fu celebrato nel 2010, in ottobre. Poi sono venuti problemi legati ad Al Qaeda, alla nascita dell’Isis, con le bombe nelle Chiese. Basti citare quella del 31 ottobre, solo pochi giorni dopo la fine del Sinodo, a Baghdad dove per mano dei terroristi morirono oltre 50 fedeli. Il Sinodo per il Medio Oriente non è stato tradotto nella pratica della vita delle nostre Chiese. Sono convinto, oggi come ieri, che le nostre chiese di rito orientale debbano lavorare insieme. Tra di noi ci sono chiese piccole e grandi, con più e meno possibilità. Penso alle scuole, agli ospedali, alle case per i più bisognosi gestite da queste Chiese. Se vogliamo avere futuro dobbiamo unire forze e competenze.

Prima andrebbero risolte delle rivalità interne tra Chiese…
Dentro le Chiese c’è un forte tema legato all’identità etnica e quindi al nazionalismo che non combacia con quanto la Chiesa indica. Si parla per esempio di ‘maronitismo’, di ‘caldeismo’. Dobbiamo piuttosto essere attenti a preservare la nostra appartenenza alla Chiesa universale e alla sua missione. Come Chiese orientali abbiamo perso la dimensione missionaria con l’avvento dell’Islam. I caldei, in quell’epoca, andarono a predicare il Vangelo in India e in Cina. Il risorgente nazionalismo è una sfida che non deve trovarci impreparati.

foto SIR/Marco Calvarese

Lei sarà a Bari per il meeting organizzato dalla Cei “Mediterraneo, frontiera di pace”. Un momento di incontro tra Chiese che si conoscono forse poco e si parlano ancora di meno. Cosa si attende da questo evento cui parteciperanno 58 tra vescovi e Patriarchi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo?
Mi aspetto che si possa parlare con chiarezza delle sfide non solo per i cristiani ma anche per i popoli di questi Paesi. Vanno rimosse tutte le barriere che ci sono tra noi. Una grande sfida sono le migrazioni che impoveriscono anche culturalmente questi Paesi che perdono cervelli brillanti. Le migrazioni pongono poi altre sfide, quella dell’accoglienza prima e dell’integrazione poi. Chi arriva non può essere lasciato solo al suo destino, ghettizzato. Come Chiese orientali cerchiamo di assistere i nostri fedeli in diaspora, cercando di assicurare loro anche una cura spirituale. Ma occorre soprattutto studiare una pastorale adatta che mantenga viva la loro tradizione e identità ecclesiale e che tenga conto, nel contempo, del paese in cui vivono. Sono Paesi che hanno mentalità, culture, tradizione e lingue diverse. Il nostro patrimonio di fede orientale può essere anche un modello per l’Occidente secolarizzato. I rifugiati possono aiutare in questo. Con la nostra sofferenza, con i nostri martiri, con la nostra fedeltà siamo un dono alla Chiesa universale. I cristiani dell’Occidente sono esortati da quelli orientali, che hanno pagato a caro prezzo la loro fede in Cristo, a far rivivere la loro fede. C’è necessità di parlarsi.

Magari con un linguaggio nuovo, diverso?
Cerchiamo un nuovo vocabolario comune per parlare di fede. Ripartiamo dalla Bibbia, dalla teologia biblica ma con un linguaggio più comprensibile, incarnato nella vita quotidiana. Parlare della fede cristiana ai musulmani è anche la nostra missione e farlo con un linguaggio adatto è un dovere. Con questo linguaggio classico, filosofico metafisico non si può. Unione ipostatica, physis, prosopon, sono degli enigmi per moltissimi. Dobbiamo, inoltre, rivolgerci ai giovani e i social media sono un ottimo strumento per farlo. Dobbiamo parlare loro di vita, di fratellanza, di rispetto, di progresso umano e spirituale, di cura del Creato. Tutte le guerre sono divampate nel mondo per motivi economici. Ma Gesù ci insegna che non di solo pane vive l’uomo ma di ogni Sua parola. Facciamola sentire, allora, questa Parola. Il Papa ci offre un grande esempio. Egli comprende l’uomo e sa parlare al suo cuore.

Non si può negare che attorno alla figura del Papa si agitano polemiche che creano divisioni e polarizzazioni tra gli stessi fedeli. Perché secondo lei?
Papa Francesco è per i musulmani una figura straordinaria, è molto stimato, tutti ne parlano. Per noi cristiani è una grazia. Ma, si sa, nessuno è perfetto e la gente non è mai contenta di tutti e così critica. Hanno criticato anche Gesù. Sento dire che non parla mai delle discriminazioni e delle persecuzioni contro i cristiani. Non è così, ne parla sempre. Chiede rispetto per loro e per questo dialoga con i musulmani. Sono certo che il bene resta e verrà fuori e così anche le chiacchiere finiranno.

Categories: Notizie

Trump: difenderemo la libertà religiosa

Evangelici.net - Mon, 10/02/2020 - 12:53
Dopo la ribalta mediatica dei democratici USA, loro malgrado protagonisti dei pasticci elettorali alle primarie dell'Iowa, e dopo la notte del Superbowl, occhi puntati sul tradizionale discorso sullo stato dell'Unione: davanti al Congresso il presidente Trump ha parlato per oltre un'ora e un quarto e ha citato anche, tra l'altro, il tema della libertà religiosa, ricordando come la sua amministrazione...
Categories: Notizie

Gli Oscar 92 battono bandiera sudcoreana. “Parasite” vince 4 premi, a sorpresa miglior film e regia

Agenzia SIR - Mon, 10/02/2020 - 10:30

Sembrava quasi tutto scritto. E per certi versi è stato anche così durante l’elegante, ma poco briosa, 92ª cerimonia degli Oscar, nella notte tra 9 e 10 febbraio a Los Angeles. In chiusura di premiazione, però, ecco arrivare grandi sorprese: la Corea del Sud, con il suo potente film “Parasite”, si è imposta sui super favoriti “Joker”, “1917”, “The Irishman” e “C’era una volta a… Hollywood” prendendosi le statuette per miglior film e regia. Il film ha ottenuto anche quelle per miglior film internazionale e sceneggiatura. Gli altri premi della serata sono andati invece quasi tutti secondo copione.

Il ruggito della Corea partito da Cannes

È stata la veterana Jane Fonda a consegnare la statuetta per il miglior film a “Parasite” di Bong Joon Ho, tra lo stupore e il giubilo di Hollywood. Al film sudcoreano, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2019, è andato il premio più importante dell’industria del cinema a stelle e strisce. Bong Joon Ho, trionfatore anche nella categoria regia davanti a Martin Scorsese, Sam Mendes (il grande favorito), Todd Phillips e Quentin Tarantino, ha esclamato visibilmente sconvolto: “Vorrei una motosega per tagliare questo Oscar e dividerlo con voi colleghi”. L’autore ha poi omaggiato direttamente Scorsese – “Ho studiato tutti i tuoi film!” – e a quel punto la sala del Dolby Theatre ha risposto con una vibrante standing ovation al regista newyorkese, un bel tributo nonostante Scorsese esca sonoramente sconfitto con il suo “The Irishman”, zero premi da 10 candidature; stessa sorte avuta ai Golden Globe.

Hollywood incorona Phoenix e Zellweger

Cosa è andato come da previsione? Di certo i premi per le categorie attori, protagonisti e non. Iniziamo da Joaquin Phoenix, che riesce ad alzare al cielo finalmente la sua prima statuetta dopo quattro tentativi (i primi tre per “Il gladiatore”, “Walk the Line” e “The Master”). La sua strabiliante performance in “Joker” aveva colpito tutti alla 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, dove il film ha ottenuto il Leone d’oro. Accogliendo il premio da Olivia Colman, l’attore si è lanciato in un discorso a favore delle persone e delle cause che purtroppo non hanno voce, esortando i suoi colleghi a usare bene la loro visibilità. Con un filo di emozione, Phoenix ha dichiarato: “Sono stato uno scandalo nella mia vita, ho fatto tanti errori, sono stato un cattivo collega, ma ringrazio tante persone in questa sala perché ho potuto avere una seconda opportunità. È il bello dell’umanità”. Il pensiero finale è andato al fratello River Phoenix, attore morto nel 1993.
Grande riscatto poi per Renée Zellweger, finita un po’ nell’ombra nell’ultimo decennio, che si riprende così la scena a Hollywood con la sua toccante performance in “Judy”, biopic sulla diva Judy Garland. La Zellweger vince il suo secondo Oscar (il primo come non protagonista per “Ritorno a Cold Mountain” nel 2004) e lo dedica “ai tanti eroi del quotidiano lontani dai riflettori, ma soprattutto alla memoria di Judy Garland che non ha ricevuto questo onore a suo tempo. Signora Garland, lei è stata un’eroina che ha avuto la capacità di unirci e ispirarci”.
Tutto prevedibile, come ai Golden Globe, anche per i non protagonisti. Brad Pitt vince per “C’era una volta a… Hollywood”; è il suo primo Oscar come attore, il secondo come produttore. Anche per lui, da poco uscito dalla riabilitazione per problemi con alcool, è un bel momento di riscatto. Attrice non protagonista è la bravissima Laura Dern per “Storia di un matrimonio”.

“Toy Story 4” miglior animazione. E poi i premi tecnici

Miglior film d’animazione è “Toy Story 4” della Disney. La casa di Topolino era stata snobbata ai Golden Globe, dove aveva vinto l’outsider “Missing Link” (mai uscito in Italia). Gli Oscar, si sa, sono però la seconda casa della Disney e così tutto torna come da routine. Vittoria piena. E se “Parasite” vince la statuetta per la sceneggiatura originale, il miglior copione non originale è di “Jojo Rabbit” di Taika Wititi, che dedica il premio ai bambini indigeni in cerca di riscatto.
Raffica di statuette tecniche: miglior scenografia per “C’era una volta a… Hollywood”; costumi quelli di “Piccole donne” (Jaqueline Durran, già vincitrice per “Anna Karenina” nel 2013); trucco e acconciatura per “Bombshell. La voce dello scandalo” (nelle sale a marzo). Ancora, il film di Sam Mendes “1917” si aggiudica: fotografia (di Roger Deakins, già vincitore per “Blade Runner 2049”), effetti speciali e sound mixing. “Le Mans ‘66” (“Ford vs Ferrari”) conquista montaggio e montaggio sonoro.
La colonna sonora dell’anno è quella di “Joker” dell’islandese Hildur Guonadottir, autrice anche delle musiche della miniserie evento “Chernobyl”. La canzone originale è “(I’m Gonna) Love Me Again” di Elton John e Bernie Taupin dal film “Rocketman”. Infine, il miglior documentario è “Made in USA. Una fabbrica in Ohio”; il corto documentario “Learning to Skateboard in Warzone” di Carol Dysinger (che dedica alle bambine di Kabul in Afghanistan) e il corto animato è “Hair Love”.

Cosa rimane degli Oscar 92?

Bilancio sugli Oscar 92, sulle oltre 3 ore di diretta. Certamente gli americani si confermano maestri nella gestione delle dinamiche delle grandi cerimonie, dove tutto ha uno svolgimento super professionale e dai ritmi quasi militareschi (altro che le debordanti 6 ore della serata finale di Sanremo…). Una cerimonia scintillante, ben confezionata, ma sostanzialmente piatta e vuota, con pochissimi sussulti. Uno scossone arriva con la performance live di Eminem, che canta “Lose Yourself”, brando da Oscar nel 2003 per il film “8 Mile”. Lunga standing ovation per il rapper.
Ancora musica. In apertura l’artista afroamericana Janelle Monae rimarca l’assenza di donne registe in nomination così come dei pochi interpreti afroamericani in lizza. Ritorna dunque la sempre accesa questione sui fronti di discriminazione nella società americana.
Una delle poche risate la strappano i mattatori Steve Martin e Chris Rock in una cerimonia (purtroppo!) senza conduttore. Rivolgendosi a Martin Scorsese per il suo film “The Irishmen” (durata 210 minuti), i due esclamano: “Martin ci è piaciuta molto la prima stagione della tua serie Tv…”.
Momento “tira lacrime”, l’omaggio “In memoriam”. Sulle note di “Yesterday”, cantata dall’artista rivelazione ai recenti Grammy Billie Eilish, richiami a quanti ci hanno lasciato: da Kobe Bryant a Kirk Douglas e, per l’Italia, Piero Tosi e Franco Zeffirelli.

Categories: Notizie

Cantico dei cantici: non il canto dell’amore libero ma dell’eros redento

Agenzia SIR - Mon, 10/02/2020 - 09:45

Ospite al Festival di Sanremo quest’anno è stato anche il Cantico dei cantici portato sul palco dell’Ariston da Roberto Benigni. Celebrare in eurovisione la bellezza di un libro della Bibbia offre l’opportunità di dischiudere dinanzi a una platea vastissima un tesoro che ha impregnato la fede, l’arte e la cultura in Europa. Al tempo stesso, però, è un’operazione delicata che richiede cura e un’ermeneutica corretta.
Entusiasmante è stato il modo con cui Benigni ha introdotto il Cantico: l’ha definito “la più bella canzone d’amore”, “una meraviglia del cielo e dell’umanità”, “la vetta della poesia di tutti i tempi”, “il libro del desiderio, non del possesso”.

Dopo però ha insistito a più riprese sui riferimenti alla sessualità contenuti nel libro e ha proseguito con la lettura di alcuni passaggi del Cantico in una traduzione che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Il Cantico, che è entrato nel canone biblico non “per distrazione” e che nessuno ha mai pensato di togliere dalla lista dei libri ispirati, parla sì di sessualità con una carica erotica molto forte, ma anche dell’amore come maturazione dell’eros e donazione totale di sé nell’essere per l’altro. Non si tratta del canto del libero amore, di un amore che si sottrae ad ogni regola o di amori estranei all’orizzonte biblico, ma dell’amore tra l’uomo e la donna. Questo, infatti, torna a palpitare in tutto il suo splendore nel Cantico dove la frattura inflitta alla relazione uomo-donna in Genesi 3 con il peccato (che vede il predominio dell’uomo sulla donna) viene superata attraverso una relazione riconciliata, un eros redento, dove al dominio si sostituisce la reciprocità della comunione, all’accusa il linguaggio della lode, al conflitto l’amore.

Il Cantico non è né solo poesia erotica, né testo che può prestarsi a letture angelicate. È un testo polisemico, aperto cioè a più significati, che ha un carattere sapienziale e una dimensione simbolica.

Nel corpo della persona amata si concentra tutta la meraviglia del creato. La persona nella sua identità sessuale manifesta un Altro, la creatura manifesta il Creatore. Lui e lei sono una coppia di innamorati che iniziano una lunga avventura che contempla la ricerca, l’unione, ma anche la “notte”, in un travagliato apprendistato dell’amore che richiede cura, attesa e fedeltà. Lui e lei sono anche “immagine di Dio” (Genesi 1,27) nella loro relazionalità amorevole e comunionale, miracolo che riscalda ancora il mondo accendendo in esso il fuoco divino.

Categories: Notizie

Festival di Sanremo. Bernardini: “Nel tempio della canzone italiana si dovrebbe parlare più di musica”

Agenzia SIR - Mon, 10/02/2020 - 09:37

“Perché Sanremo è Sanremo”. Così si cantava in una sigla di qualche anno fa. Ma cos’è oggi Sanremo? Lo abbiamo chiesto, al termine della 70ª edizione del Festival della canzone italiana, a Massimo Bernardini, giornalista e conduttore televisivo, attualmente alla guida, su Rai 3, di “Tv Talk”, lo show magazine sul mondo della televisione.

Le è piaciuto Sanremo 2020? Nel grande spettacolo cosa è restato del Festival della canzone?

Provo un po’ di disagio che nasce dalla considerazione che la canzone italiana è una cosa importante dentro la nostra cultura, non solo quella popolare: ha segnato profondamente, nel bene e nel male, le tappe della storia del nostro Paese. Sanremo fino a quarant’anni fa ha rappresentato tutto questo, poi è cominciata la trasformazione del Festival in un grande contenitore televisivo, in qualche modo per salvarlo perché a metà degli anni ’70 si era consumato. Il più grande responsabile di questo cambiamento è stato Pippo Baudo, mentre è stato Franco Battiato a riaccendere i riflettori sul Festival scrivendo per Alice una canzone così bella come “Per Elisa”. Il Festival si stava spegnendo da solo lentamente, come un malato terminale che poco alla volta se ne va, mentre negli anni Ottanta è riesploso più grosso di prima. Partendo da allora, siamo arrivati a oggi: nella 70ª edizione si è capito come le canzoni in gara fossero una piccola componente di questa macchina da spettacolo, da ascolto, da utile per la Rai, anche da contenitore apparentemente molto impegnato. Tutto è stato fatto con grande buona volontà, ma il problema è secondo me che questo è il Festival della canzone italiana: si dovrebbe partire da lì e attorno costruire il racconto, mentre ormai le canzoni in competizione arrivavano ogni tanto, facendo perdere anche appeal alla gara. La grandezza della canzone italiana non può essere confusa con la “nostalgia canaglia” ed è di più del ricordo e dell’emozione di quando eravamo giovani: è lo scoprire che canzoni piccole, che sembravano semplicemente dei refrain da canticchiare, in realtà avevano detto qualcosa d’importante. Il Festival dovrebbe lavorare molto di più sulla valorizzazione della grandezza della canzone italiana.

Si è parlato tanto di un Festival delle donne, di contenuti, ma è stato così?

Penso che il momento più bello dell’edizione 2020 di Sanremo è stato il monologo di Rula Jebreal, anche al di là di quello che stava dicendo, ma per la forza e intensità con la quale ha raccontato di sé: è arrivata una testimonianza forte. Gli altri interventi non sono stati allo stesso livello. È stato un tentativo, ma non basta. Sanremo è il massimo palcoscenico italiano, ma tranne quello di Jebral gli altri monologhi non erano forti. Non sono le buone intenzioni a fare un buon Festival. Si poteva pure scegliere di concentrarsi sul tema femminile, ma si doveva lavorare per avere quattro o cinque momenti veramente potenti. C’è stato, invece, un po’ un accontentarsi. Io non riesco a promuovere totalmente questa idea di trasformare il Festival come un grande luogo predicatorio.

Nel tempio della canzone italiana si dovrebbe parlare molto di musica, invece si parla di mille altre cose.

Con Tiziano Ferro è arrivato sul palco dell’Ariston anche il tema dell’omosessualità…

Non mi imbarazza che se ne parli, ma bisognerebbe arrivare a una “normalizzazione”, quasi dimenticandosi che Tiziano Ferro sia anche gay. Questa mania, di un’altra epoca, di identificarsi nell’appartenenza sessuale, la trovo riduttiva della persona. Nel caso di Ferro a lungo c’è stato un problema di negazione della propria differenza, quindi capisco che ora ci sia una sorta di rivendicazione, ma io condivido la prudenza con cui la questione dei legami tra persone dello stesso sesso è stata affrontata nel nostro Paese: per la legge italiana sono unioni civili e non matrimonio. Comunque, ribadisco, sarebbe bello se la finissimo di definirci a partire dalla nostra appartenenza sessuale.

I testi delle canzoni le sono piaciuti?

Io diffido sempre della canzone in cui il testo è bello ma la musica no oppure è bellissima la musica ma il testo non vale niente. Come sempre negli ultimi anni, si possono trovare alcune grandi canzoni: penso a quella di Tosca, che ha portato musica ed eleganza nel testo. Diodato, il vincitore, dimostra che non si vive di soli talent e la sua canzone è musicalmente solida. Elodie è un altro esempio della capacità di Sanremo di essere contemporaneo, il suo è un gran bel pezzo, è di qualità. Irene Grandi è molto brava ma la sua canzone non lascerà il segno. Anche il pezzo di Levante ha una certa forza, Rancore ha forza, Raphael Gualazzi ha sempre classe. Un gran pezzo è quello di Rita Pavone che ha avuto coraggio a presentare qualcosa che non fa il verso al suo passato. Poi Achille Lauro, nel suo trasformismo, ha lasciato un segno: anche se molti si sono scandalizzati, avere il coraggio della provocazione ha un suo senso.

Amadeus e Fiorello hanno definito questo come il Festival dell’amicizia, ma poi non sono mancate le polemiche: sono state create ad arte per far salire lo share?

Ci sembrano grandi polemiche perché, una volta all’anno, Sanremo gonfia tutto, ha tanti riflettori e tanto pubblico, ma se si guardano a freddo sono piccole cose: hanno litigato Morgan e Bugo, ma non è un dramma nazionale; a Fiorello è sfuggita una parola in conferenza stampa, ma è un dramma nazionale? No. Non sono servite neppure per l’audience. La gente ha l’abitudine di sedersi sul divano con gli amici per cinque giorni, ogni anno sono tra i 9 e i 10 milioni di italiani. Lo share quest’anno è più alto perché lo spettacolo è andato avanti fino a tarda notte, ma in termini di “teste” non è stato il Festival con il maggior numero di telespettatori.

C’è un “vincitore” del Festival di Sanremo, al di là della gara?

Di fronte a un panorama con ascolti frammentati – questa è la condizione della televisione di oggi – non ci sono più grandi eventi, a parte il calcio, che raccolgono davanti alla tv generalista una simile mole di pubblico. Allora,

è sempre Sanremo che vince ed è uno dei fenomeni dell’anno.

Ci sono stati anni che è stato più innovativo, anni che è tornato indietro. Quest’anno di innovazione ne ho vista poca anche perché il conduttore è classico e compassato, da cui non ti aspetti spallate, come è successo con Chiambretti; ma tutto questo non cambia la natura dell’evento: resta un’anomalia della televisione generalista mondiale. Non c’è un appuntamento in grado di fare un simile risultato.

Per il Festival 2021 auspica un ritorno alla canzone come protagonista?

Sì, ma sono un illuso, perché ormai è un’altra cosa.

Ci saranno sempre quelle cinque o sei canzoni rispettabili e belle per le quali il Festival sarà prezioso perché altrimenti nessuno si sarebbe accorto dello stato di grazia di un artista oppure di un giovane emergente. Ha ancora la sua utilità, ma la canzone è una piccola componente di questo carrozzone enorme, costruito con tante cose da quattro soldi e altre, meno numerose, molto belle. Per la Rai sono fiammate in termini di utili, ma dura una settimana.

Lei è d’accordo il verdetto finale?

Per i giovani a Leo Gassmann preferivo gli Eugenio in via di gioia, più freschi. Il pezzo di Diodato è musicalmente molto rispettabile, quindi va bene così.

Categories: Notizie

Il Giorno del ricordo nell’Europa dei nuovi muri

Agenzia SIR - Mon, 10/02/2020 - 09:30

Ritorna un altro Giorno del ricordo, occasione preziosa per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Una data mai semplice da raccontare perché, a differenza di altre tragedie del secolo scorso, sembra quasi non possedere una memoria collettiva arricchendosi piuttosto di tante storie intime e personali e proprio per questo più difficili da raccontare e condividere.

Storie di uomini e donne obbligati da un giorno all’altro a privarsi per sempre di quella parte di sè costituita dal proprio passato per cercare di dare un futuro al proprio presente.

In quel futuro non c’era certezza ma nemmeno possibilità di scelta: le quotidiane violenze, le continue intimidazioni, gli efferati assassini indicavano nella partenza l’unica strada percorribile per sfuggire alla pulizia etnica imposta dal regime tirino.
L’alternativa era il rischio concreto di seguire la sorte di coloro che erano già stati gettati nelle foibe, le cavità naturali che come ferite profonde lacerano le rocce del Carso. In quegli abissi la luce dell’umanità sembrava sconfitta senza possibilità di appello dalle tenebre del Venerdì Santo: in quel buio di un dolore senza fondo si ritrovavano fratelli nell’eternità migliaia di uomini e donne.

Parlavano lingue diverse, erano italiani, slavi, tedeschi…: forse in superficie erano anche stati “nemici” ma li erano uniti dal comune destino di morte.

Qualcuno, nel nome dell’ideologia, ha cercato di trovare una motivazione per quello che avvenne ricordando quello che c’era stato prima. Ma niente e nessuno potrà mai giustificare colui che pur si ritiene vittima nel momento in cui si fa carnefice dei propri simili.
Nell’Europa dei nuovi muri dove ritornano a galla razzismi che speravamo sepolti per sempre, il Giorno del ricordo assume un duplice, fondamentale significato.
Il 10 febbraio di ogni anno, il nostro Paese, innanzitutto, cerca di pagare parte del debito inestinguibile contratto con questi connazionali per non essere stato capace di accoglierli come meritavano nelle ore dell’Esodo (quasi che quel “venire via” li rendesse colpevoli di chissà quale crimini) e per averli poi ignorati per lunghi decenni. Un debito che impone anche l’impegno della ricerca delle foibe ancora sconosciute e dei documenti sul destino di coloro che scomparvero senza lasciare traccia.

Non per antistoriche voglie di vendetta ma perché un gesto concreto di pietà possa accompagnare per sempre la memoria dei propri cari.

Ma quelle vicende, apparentemente lontane nel tempo, interpellano oggi ogni uomo ed in primo luogo i credenti: ad esse si possono tranquillamente applicare le parole che Papa Francesco ha voluto affidare alla Chiesa nella prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio”.
Dove c’era il buio del Venerdì Santo penetrò la luce della Risurrezione.

Categories: Notizie

Ricordando Kirk Douglas, leggenda centenaria di Holliwood

Agenzia SIR - Sat, 08/02/2020 - 14:45

(da New York) Riposerà accanto a Burt Lancaster e a tanti divi di Hollywood, l’attore americano, Kirk Douglas, morto all’età di 103. Ieri con una cerimonia privata al Westwood Village Memorial Park di Los Angeles, la moglie Anne Buydens, il figlio l’attore Michael Douglas, due suoi fratelli, l’attrice Catherine Zeta Jones e il regista Steven Spielberg hanno dato l’ultimo saluto all’indimenticabile interprete di Spartacus, il film che rese leggenda lo schiavo ribelle all’impero romano e che per sempre avrà i connotati di Kirk Douglas.

Nel corso della sua carriera l’attore ha girato 87 film, gran parte per il grande schermo e 14 per la televisione. Sette sono stati interpretati con Burt Lancaster, conosciuto sul set di “Le vie della città” e diventato non solo compagno di scazzottate contro duri e cattivi da pellicola, ma amico fraterno per lunghi anni e ora vicino nel riposo eterno.

Non ci sono dettagli sulla cerimonia di sepoltura se non poche foto rubate ai figli e ai nipoti prima di entrare al cimitero e non sappiamo se Douglas è stato sepolto secondo i riti della tradizione ebraica, la sua fede, quella a cui è tornato dopo un terribile incidente il 13 febbraio 1991. Quel giorno le pale del suo elicottero colpirono un aereo acrobatico facendolo esplodere in volo. Due persone morirono e lui miracolosamente si salvò. “Non dimenticherò mai quella data”, ha scritto Douglas nelle prime pagine della sua autobiografia “Climbing the Mountain: My Search for Meaning – Scalare la montagna. La mia ricerca di senso”. Non poche volte l’attore ha definito quel 13 febbraio il giorno più importante della sua vita, un giorno che lo avrebbe cambiato per sempre. Le lesioni alla schiena e l’impatto emotivo che accompagnarono il processo di guarigione cambiarono definitivamente il suo stile di vita. “Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: perché sono morti? Perché ero vivo? Il pensare alla morte ha prodotto un amore vero per la vita e accettiamo ogni giorno e ogni settimana come un dono”. Dopo l’incidente l’attore ha ripreso la fede imparata dal papà e dalla mamma, due immigrati ebrei arrivati poverissimi dalla Russia che mantenevano la famiglia raccogliendo e rivendendo stracci. Un’infanzia dura quella di Douglas, costellata da un latente antisemitismo che frenava le sue ambizioni. Quando durante la celebrazione dello Bar Mitzvah, la cerimonia di ingresso nella vita adulta per i giovani ebrei, fu proposto a Douglas di studiare scrittura rifiutò preferendo lavori umilissimi pur di pagarsi gli studi di attore. L’incidente però cambia prospettiva e l’attore inizia un intenso regime di studio della Torah con vari giovani rabbini e all’età di 83 anni decide di celebrare un secondo Bar Mitzvah, confessando ai duecento ospiti della sua sinagoga che “oggi sono un uomo”. Durante un’intervista Douglas ha dichiarato di aver sempre digiunato per lo Yom Kippur, anche quando si trovava sul set e infatti non sono pochi a ricordare i brontolii del suo stomaco quando girava le scene d’amore di “Il bruto e la bella” con Lana Turner.
Insieme alla moglie Anne Buydens, con cui si accingeva a festeggiare il 65° anniversario di matrimonio, Douglas ha donato oltre 100 milioni di dollari per cause di beneficenza negli Stati Uniti e in Israele. La coppia ha donato quasi 400 parchi e campi da da gioco nelle zone più povere di Los Angeles e di Gerusalemme, oltre ad aver sponsorizzato un’unità ospedaliera per la cura dell’Alzheimer e aver inaugurato un teatro di fronte al muro occidentale della città santa, proprio con un film sulla storia dell’ebraismo.

L’incidente in elicottero non è stata la sola battuta d’arresto nella sua vita: un ictus nel 1996 gli tolse la parola e lo portò quasi sull’orlo del suicidio, ma anche qui la Bibbia, la sua forza di carattere e lunghe sedute riabilitative lo restituirono alla vita.

“Sia che abbia a che fare con un personaggio sullo schermo o con l’effetto fin troppo reale di un recente ictus, il coraggio rimane il segno distintivo personale e professionale di Kirk Douglas”, ha affermato Spielberg consegnandogli l’Oscar alla carriera sempre nel 1996, dopo che tre nomination come migliore attore, negli anni fulgidi della sua carriera non erano andate in porto. Il presidente americano Carter lo ha comunque insignito della medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza del Paese.
Douglas è stato anche autore di 11 libri, che vanno da memorie personali e un romanzo a tema sull’Olocausto per i giovani lettori a una raccolta di poesie dedicata alla moglie e al figlio morto per overdose. “La mia vita è stata risparmiata in quell’incidente in elicottero perché c’era ancora qualche missione che dovevo compiere”, scriveva Douglas nella sua autobiografia e la storia gli ha dato ragione. Riposa in pace, Kirk.

Categories: Notizie

In Colombia continua la guerra tra gruppi armati. Le alleanze? Nel nome del narcotraffico

Agenzia SIR - Sat, 08/02/2020 - 12:45

Si legge Nariño, si dice inferno. Si legge Tumaco, si dice guerra, terrore, impero della coca. Il dipartimento sud-occidentale della Colombia, il Nariño appunto, e soprattutto la zona vicina alla città di Tumaco, che si trova sul Pacifico, a pochi chilometri con la frontiera ecuadoriana, è in queste settimane nel vortice di continui scontri armati, causati dalla vera e propria guerra per il controllo del fiorentissimo mercato della coca e di altri traffici illeciti. Con una novità rilevante: l’alleanza (che non sorprende gli analisti più attenti) tra i “messicani” di Sinaloa, qui rappresentati dal cosiddetto gruppo dei “Contadores”, e la più recente dissidenza Farc, il “Bloque Occidental comandante Alfonso Cano”, erede dei battaglioni 20 e 30, che fa riferimento agli ex leader che pochi mesi fa hanno annunciato il ritorno alla guerriglia, primo su tutti Iván Marquez, il capo negoziatore agli accordi dell’Avana.

“Sempre Tumaco è stata zona di conflitto – spiega al Sir una ‘voce colombiana’ che chiede di restare nell’anonimato -. Ma il 2020 si annuncia come un vero e proprio anno di guerra”. L’effetto visibile di questi scontri, nelle ultime settimane, è lo sfollamento volontario, il cosiddetto desplazamiento, di migliaia di persone: 600 quelle fuggite da Olaya Herrera; addirittura 4mila quelle costrette ad abbandonare, grazie a un corridoio assicurato dall’Esercito, i villaggi lungo il río Chagüí. Persone che si sono rifugiate a Tumaco, occupando una scuola, anche se proprio qualche giorno fa, sempre grazie allo “scudo” dell’Esercito, nel frattempo sceso in forze nel Nariño, hanno potuto tornare alle loro case. Fino a quando, non si sa. La denuncia circostanziata contenuta in un rapporto del defensor del pueblo, Carlo Alfonso Negret ha suscitato una risposta dello Stato, solitamente assente, e perfino il presidente Iván Duque ha fatto visita a Tumaco, mentre le autorità hanno dichiarato lo stato d’emergenza.

Duri scontri fra gruppi armati. Ciò che sta accadendo nella zona è significativo, per spiegare il post-conflitto colombiano nelle aree periferiche del Paese. Regioni dove la guerra non è mai finita, e la dissidenza Farc si è divisa in tre tronconi, come emerge dalla ricostruzione che emerge dal rapporto del Defensor del pueblo e dalle spiegazioni della nostra fonte anonima, che ci dice: “Bisogna sapere che, nel momento in cui c’è stato l’accordo tra Farc e Governo, la guerriglia ha escluso gli ‘afro’ dai programmi di smobilitazione e reinserimento”. Una scelta che denuncia le sacche di razzismo ancora ben presenti nella società colombiana, e perfino nella storica guerriglia. Così, i militanti di colore, molto numerosi nel Nariño, hanno formato addirittura due gruppi armati: il Frente Oliver Sinisterra, che ha il proprio covo a Tumaco e che si è reso protagonista di numerosi scontri armati anche nel vicino Ecuador, e le Guerriglie unite del Pacifico. Contro di loro, i paramilitari capitanati da “Contador”, da qui il nome di “Contadores”, che controllano soprattutto la via che da Tumaco porta al capoluogo Pasto, alleati del potentissimo cartello messicano di Sinaloa. L’alleanza con le ex Farc del Bloque Alfonso Cano dimostra la rinnovata forza di quest’ultimo gruppo, che sta scendendo in forze dal dipartimento del Cauca, subito a nord. La dissidenza fa sul serio, se si pensa che ha fatto scalpore a metà gennaio, nel Paese, il progetto di attentato, nel dipartimento del Quindío, contro l’ultimo leader delle Farc, fedele invece all’accordo, Rodrigo Londoño Echeverri “Timochenko”. L’atto criminoso, sventato dalle Forze dell’ordine, è stato attribuito proprio alla dissidenza. L’ultimo attore armato è l’Eln, l’altra storica guerriglia marxista. Presente nel Nariño, ma poco a Tumaco, osserva il corso degli eventi. “Gli scenari sono due – spiega la nostra fonte –. O un grande accordo di spartizione, ma non è facile di fronte a tante contrapposizioni e ferite anche personali, oppure uno scontro cruento, come quello di queste settimane nel bacino del río Chagüí” .

Traffico di coca a livelli record.

In palio ci sono, ovviamente, i giganteschi proventi del narcotraffico.

Dopo che tra il 2012 e il 2013 l’estensione delle coltivazioni era calata a 48mila ettari, si è assistito a una continua crescita, passando ai 69mila del 2014, ai 96mila del 2015, ai 146mila del 2016, fino ai 171mila del 2017. Il Nariño è uno dei territori dove l’aumento è stato più forte. Per questo, qui si gioca anche la nuova guerra che il presidente Duque ha dichiarato al narcotraffico: “E’ arrivato l’esercito, in forze e in assetto di guerra. E’ venuto Duque, con i rappresentati dell’Ambasciata degli Usa. Si parla di un investimento di 30mila milioni di dollari in tutta la Colombia, 5mila solo nel Nariño. Ma la risposta qui è solo militare, e il presidente intende riprendere la fumigazione dall’alto delle coltivazioni di coca con il glifosato, come negli anni di Uribe. Una prospettiva rigettata dalle autorità locali, preoccupate per la salute degli abitanti e i danni irreversibili all’ambiente”. Anche l’Episcopato colombiano ha più volte espresso la sua contrarietà alla ripresa delle fumigazioni. “Certo, serve anche la presenza armata dell’Esercito in uno scenario come questo. Spesso i gruppi armati costringono i contadini a coltivare la coca, e i leader sociali che vi si oppongono vengono spesso uccisi. Tuttavia, è necessario un investimento in progetti di sviluppo, in agricolture alternative. Altrimenti, la coltivazione di coca è l’unica attività possibile per i poveri campesinos”.

In uno scenario già difficile, non manca la presenza dei migranti venezuelani, visto che siamo nei pressi della frontiera con l’Ecuador. “Un gruppo, anche se non grandissimo, è presente a Tumaco, assistito dalle Ong. Ma ci sono gruppi nascosti nella foresta, soprattutto nella zona di Llorente. Molte donne si dedicano alla prostituzione, e così si è abbassato il prezzo ed è nata una guerra anche per i controllo di questa attività. Altri fanno i cargadores, trasportano 30 o 40 chili di pasta basica, Per viaggi di 3-4 ore, guadagnano 200mila pesos (circa 50 euro)”.

La Chiesa, in questo scenario fa il possibile: diocesi di Tumaco, parrocchie, i non molti missionari cercano di aiutare la popolazione terrorizzata, di dare un sostegno anche spirituale. Ma la sfida è improba.

Categories: Notizie

Pages

Subscribe to ww1.1b1s.org aggregator