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Dazi e contro-dazi, l’economia si chiude in casa

Agenzia SIR - Thu, 03/10/2019 - 16:40

Colpire il portafoglio dei Paesi ritenuti ostili. Ridurre la loro capacità di esportazione e, nei fatti, favorire ciò che viene prodotto all’interno del proprio Paese. Penalizzare la concorrenza che viene dall’estero indipendentemente dalla qualità delle merci. Gratificare gran parte dei connazionali per stabilizzare, sull’emotività, il consenso politico. Sta accadendo da alcuni anni e gli ultimi dazi doganali imposti dagli Usa all’Europa sono parte di un percorso avviato con la presidenza di Donald Trump e seguito da altri.

Può stupire che la zeppa al commercio arrivi culturalmente dagli Usa che sono stati patria di internazionalizzazione e libero scambio. Anti-globalizzazione e protezionismo hanno attecchito nell’elettorato quando i fautori della libera concorrenza hanno avvertito la competizione in casa e nelle principali aree di export.

Oggi i dazi commerciali sono sostanzialmente armi di geopolitica e sono puntate soprattutto contro la Cina.

Possono essere usate o riposte per stabilire il grado di amicizia con un determinato Paese. Come tutte le armi provocano un innalzamento dello scontro, in un vortice di ritorsioni, contro-dazi, sfiducia nell’interlocutore anche quando si tenta la pacificazione.

Il contenzioso fra Usa ed Europa nasce da un ricorso statunitense al Tribunale del commercio mondiale (Wto – World Trade Organization) per i finanziamenti europei al consorzio continentale Airbus che avrebbero danneggiato la libera concorrenza e in particolare la aerospaziale statunitense Boeing. Riconosciuto il danno, gli Stati Uniti hanno acquisito la possibilità di imporre tariffe doganali per complessivi 7,5 miliardi di dollari. In un primo tempo la richiesta era stata molto più alta. Gli stessi Stati Uniti sono passibili di dazi da parte della Ue che ha già potenzialità di sanzioni per alcuni miliardi. La Ue annuncia in queste ore di voler rispondere a tono. A rischio nei prossimi mesi è il mercato dell’auto. Sono colpiti i principali Paesi europei, indipendentemente dal reale finanziamento al consorzio Airbus; all’Italia tocca una “multa” superiore al miliardo che da metà ottobre colpirà alcuni formaggi di qualità molto graditi negli Usa. Al di là dei comparti toccati, con gravi perdite in tutta la filiera di produzione e il relativo indotto, sembra si stia frantumando un modello economico di libero scambio. Che, molto spesso, ha prodotto un eccessivo spostamento di merci con sperperi ambientali ai danni di tutti (si pensi ad esempio ai voli cargo) e che, nello stesso tempo, ha favorito alcune economie locali.

Storicamente la circolazione delle flotte commerciali ha fatto girare le idee, i gusti alimentari e anche l’incontro di popoli diversi nei grandi porti.

Superata la logica delle pistole sul tavolo, ci sarebbero tutti gli spazi per trattare e ridurre i danni. L’aria che tira è però un’altra e l’avvicinarsi delle presidenziali Usa spingerà altre misure di breve periodo in economia, ad esempio imponendo alla Fed (la banca centrale Usa) tassi bassissimi e quindi un deprezzamento competitivo del dollaro per favorire l’export. Attirando le ritorsioni e spingendo comportamenti politici uguali e contrari. Un rischioso avvitamento economico in un mondo di tassi bassissimi e frontiere, fisiche e commerciali, altissime.

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Il passato evangelico di Brad Pitt

Evangelici.net - Thu, 03/10/2019 - 16:01
In un'intervista a GQ, Brad Pitt ha raccontato il suo rapporto complicato con la fede, nei confronti della quale dichiara di aver avuto un riavvicinamento. Parlando del tema ha spiegato di essere cresciuto in una famiglia che frequentava una chiesa battista, descrivendo la comunità come espressione di "un cristianesimo molto pulito, rigoroso, fedele al testo biblico". Pitt ha aggiunto - senza...
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Religions in Europe: an Erasmus for “peace-builders”. Mogherini: recognising the positive role of religions

Agenzia SIR - Thu, 03/10/2019 - 11:58

European institutions have decided to support civil society actors committed to improve social cohesion through the contribution of faith. In September, during a Conference in Brussels attended by 150 representatives of civil society, governments and religious institutions, EU High Representative Federica Mogherini announced the creation of a “Global Exchange on Religion in Society”, a “kind of Erasmus for civil society actors and activists who are working on faith and social inclusion.”

The premise is that religion plays a major role in almost every society in the world. A survey by the Pew Research Centre shows that approximately 84% of the world population identifies with a faith tradition. The second finding is that religion is involved, for the good or the bad, in the definition of the current major issues and controversies: from peace to terrorism, from integration to the protection of creation, from justice to freedom. Churches and faith communities have long sought to highlight the significant social impact of their commitment. After years of trying to marginalise and silence them on the grounds of a misunderstood form of “secularism”, many signs now point to a trend reversal, clearly exemplified by the Brussels project. It should also be noted that Article 17 of the Treaty on the Functioning of the EU, provides for an “open, transparent and regular” dialogue between the EU institutions and the churches in Europe. The Global Exchange, which the High Representative has strongly supported, aims to encourage the “silent majority” around the world that “are working on a daily basis to improve things” . The project – expected to be operational in the first half of 2020 – makes available funds from the EU budget for the creation of spaces and opportunities to connect, promote exchange of experiences and empower civil society actors who are working on faith and social inclusion. The project envisages  that the future exchange will bring together people who will take part in workshops to improve certain skills including visibility and communication techniques. A pilot phase of the Project was carried out in the last months of 2018, which lasted until the beginning of 2019. It served to test out the feasibility of the project with meetings in Lebanon and the United Kingdom coordinated by a British NGO, the Lokani Foundation. The pilot phase was centred on Christian-Muslim dialogue, addressing the question of Islamic identity in Europe with reflections on the common traits of the different experiences. The deadline for individuals, institutions and organizations who wished to share their interest and be chosen as “partners” of the EU, closed at the end of September. The exchanges are expected to take place in the coming months. “We want to acknowledge the positive role that religion is already playing in some parts of the world, of our societies. We want to recognise the solutions that are coming from the grassroots, and from the core of our communities”, the High Representative declared in her speech. The EU focuses “on the peace-builders, on the change-makers, on the bridge-builders.” “Let us try to focus on the positive that is already there, because sometimes this is also a way to prevent or to cope with the negative trends we see emerging or consolidating in society across the world.”

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Religioni in Europa: un Erasmus per i “costruttori di pace”. Mogherini: riconoscere il ruolo positivo delle fedi

Agenzia SIR - Thu, 03/10/2019 - 11:58

Le istituzioni europee hanno deciso di sostenere le persone e le realtà che si impegnano perché la religione diventi strumento e contributo per una migliore coesione sociale. Lo ha annunciato a settembre l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini, lanciando (nel corso di una conferenza a Bruxelles con rappresentanti di oltre 150 realtà religiose, sociali e istituzionali) lo “scambio globale di religione nella società” (Global Exchange on Religion in Society), “una sorta di Erasmus per attori e attivisti della società civile che lavorano sulla fede e l’inclusione sociale”.

Il dato di partenza è che la religione gioca un ruolo essenziale in quasi tutte le società nel mondo: è il Pew Reserach Center ad aver verificato che circa l’84% della popolazione mondiale dichiara di professare – a vario titolo – una fede. E il secondo dato è che la religione è coinvolta, nel bene e nel male, nella definizione dei grandi temi e dissidi dell’attualità: dalla pace al terrorismo, dall’integrazione alla salvaguardia del creato, dalla giustizia alla libertà.

È da tempo che le Chiese e le comunità di fede cercano di dimostrare quanto significative siano anche sul piano sociale le ricadute del loro impegno. Dopo anni in cui si è tentato di renderle marginali e silenziose in nome di una mal compresa “laicità”, ora molti segnali indicano una inversione di tendenza e il progetto che arriva da Bruxelles ne è un chiaro esempio. Occorre fra l’altro ricordare che in base all’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, viene promosso un dialogo “aperto, trasparente e regolare” tra le istituzioni dell’Unione e le chiese presenti in Europa.

Questo Global Exchange, fortemente voluto dall’Alto rappresentante, punta a sostenere quella “maggioranza silenziosa” che “in tutto il mondo lavora quotidianamente per migliorare le cose”. Il progetto – che dovrebbe essere operativo dalla prima metà del 2020 – mette a disposizione dei fondi dal bilancio Ue per la creazione di spazi e momenti in cui persone, realtà, esperienze che si impegnano per l’inclusione si possano incontrare, confrontare, sostenere, consigliare e così accrescere la loro capacità di generare cambiamento (il famoso e intraducibile “empowerment”) nelle cose che fanno. Il progetto prevede anche che durante questi momenti di scambio gli attivisti possano usufruire di occasioni di formazione con dei workshop per migliorare, ad esempio, la loro visibilità o la loro capacità di comunicazione.

C’è stata un’esperienza pilota tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 che è servita a definire e testare il progetto attraverso due incontri, in Libano e nel Regno Unito, coordinati da un ente terzo, la Fondazione inglese Lokahi: il focus è stato sul dialogo cristiano-islamico, guardando all’identità dell’islam europeo e ragionando sui tratti comuni delle diverse esperienze.

Nel frattempo si è chiusa a fine settembre la fase in cui persone, enti, associazioni hanno potuto manifestare e documentare il proprio interesse e rilevanza per poter essere scelti come “partner” dell’Ue per organizzare e implementare questi scambi, attesi nel corso dei prossimi mesi. “Vogliamo riconoscere il ruolo positivo che la religione sta già svolgendo in alcune parti del mondo, nelle nostre società. Vogliamo riconoscere le soluzioni che vengono dalla base e dal cuore delle nostre comunità”, diceva ancora Mogherini annunciando questa iniziativa. L’Ue sceglie di “concentrarsi sui costruttori di pace, sugli edificatori di ponti” perché “guardare al positivo che già esiste a volte è un modo per prevenire o affrontare le tendenze negative che emergono o si consolidano nel mondo”.

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Siria: ad Aleppo i giovani cestisti di “Al Yarmouk” a canestro contro la guerra

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 16:10

Risate, grida e rimbombo di palloni che rimbalzano sul parquet arrivano fino alla strada trafficata in ora di punta quasi gareggiando con i clacson costantemente pigiati come è uso da queste parti. Dentro la nuova palestra una decina di ragazzi si allenano a basket, provano palleggi, schemi di attacco e difesa. È un fuoco di fila di tiri, molti a canestro, altri si perdono sul ferro o si infrangono sul tabellone. Siamo ad Aleppo, nel quartiere Al-Zizieh, non lontano dal centro storico, oggi interamente ridotto in macerie. Come una buona parte della città, prima della guerra la capitale industriale della Siria. Il sobborgo era abitato in gran parte da cristiani. Molte famiglie con lo scoppio del conflitto sono partite o fuggite e difficilmente torneranno. Ma nella terra di san Paolo la speranza non muore. E si lavora per farle ritornare.

Aleppo, il campo Al Yarmouk (foto Sir)

Sono giorni di attesa questi nel centro sportivo giovanile “Al-Yarmouk”, storico club aleppino, nato come società calcistica e successivamente aperta al basket e all’atletica. Il club fu fondato nel 1925 da un gruppo di armeni sopravvissuti al genocidio del 1915. Rifugiatisi ad Aleppo, da quel momento si impegnarono in una grande opera di sensibilizzazione sociale e di apostolato attraverso lo sport. L’attesa è per l’inaugurazione del nuovo parquet del campo di basket, finanziato interamente dalla Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre” che proprio di recente con il direttore di Acs-Italia, Alessandro Monteduro, accompagnato dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha fatto visita alla palestra. Il centro sportivo era stato colpito poco più di tre anni fa dalle bombe durante l’assedio della città, ridotto ad un ammasso di macerie. Grazie ad Acs, la comunità armeno-ortodossa ha potuto rimetterlo in piedi e riconsegnarlo ai giovani che sono tornati a giocare e a praticare sport. Prima della guerra oltre 800 giovani di tutti i riti cristiani frequentavano il centro sportivo. Oggi sta tornando a riempirsi e con il nuovo campo la speranza degli allenatori è che molti altri siano invogliati a venire. “Rise and raise”, è il motto del club che ne riassume la storia: “alzati e muoviti”.

Shant, Garo, Asadour, Garbis, Gogo, Mirela, Nareg, sono in campo a sudare. Hanno dagli 11 ai 14 anni. Praticamente tutti sono cresciuti con la guerra che di anni ne ha quasi nove. Una compagna di giochi che nessuno qui vorrebbe più avere. “La palestra è bellissima – dicono in coro -. Veniamo quasi tutti i giorni ma solo dopo aver finito i compiti a casa” aggiungono ridendo.

“Prima giocavamo in strada e quando possibile in un campetto non molto distante da qui. Con la guerra era molto pericoloso stare fuori per questo trascorrevamo le giornate in casa. I nostri genitori non ci facevamo uscire perché avevano paura che potesse accaderci qualcosa”.

Anche andare a scuola non era facile. “Bombe e razzi potevano cadere ovunque ma non avevamo paura e volevamo uscire sempre. Molte volte – ricordano – abbiamo svolto le lezioni nei sotterranei. Da due anni a questa parte la situazione è migliorata e anche il numero dei ragazzi che vengono qui è aumentato. Prima eravamo molti di meno anche perché tanti nostri amici sono partiti con le loro famiglie. Non li abbiamo più rivisti, sono in Canada e in Armenia”. Dalle maglie che indossano si capisce che amano il basket americano e Nba. Dicono di tifare per Golden State, Warriors, Lakers, Nets, Raptors, Heat, Rockets, Clippers. I giocatori preferiti? “LeBron James, Kobe Bryant, , Kevin Durant, Westbrook, il mito Michael Jordan” e molti altri. Attendono la fine dell’allenamento. Per loro è già pronto un tavolo nell’area ristorante del centro sportivo: “pizza e patatine, menù non proprio da sportivi”, ammettono, ma uno sgarro è lecito.

Il basket è la loro grande passione ma i sogni sono altri: “diventare un astronauta, un pilota, un ingegnere per ricostruire la città, un medico per curare chi è malato. Vogliamo continuare a studiare e restare qui”. Si guardano tra loro quasi a scambiarsi un cenno di intesa. E poi come in un ‘terzo tempo’ la corsa a canestro:

“se andiamo via anche noi, chi rimarrà qui ad Aleppo?”

“Vogliamo restare in Siria, vogliamo continuare a vivere nella nostra città. Aleppo tornerà più bella di prima”. Più che un canestro, una schiacciata…

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Syria: Aleppo, young “Al Yarmouk” basketball players shoot hoops against the war

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 16:10

Laughter, shouts and the sound of bouncing balls reach the trafficked, rush-hour streets, almost competing with the constant din of horns honking, as is customary around here. Inside the new gym ten boys are playing basketball, dribbling, and practising attack and offense  schemes. It’s a round of shots, with many balls in the basket.  Some shots hit the iron rim or the backboard. We’re in Aleppo, in the Al-Zizieh district, not far from the historic centre, now reduced to heaps of rubble, just like a large part of the city, the industrial capital of Syria before the war. The neighbourhood was mostly inhabited by Christians. With the outbreak of the conflict, many families left or fled and are unlikely to return. But in the land of Saint Paul hope lives on and efforts are being made to ensure their return.

In the youth sports centre “Al-Yarmouk” – a historical club of Aleppo, created as a football club which later included basketball and athletics – these are days of hope. The club was founded in 1925 by a group of Armenians who survived the genocide of 1915. Having fled to Aleppo, from that moment on they engaged in a major effort of social awareness and apostolate through sport. Everyone is looking forward to the inauguration of the new hardwood flooring of the basketball court, financed entirely by the Pontifical Foundation “Aiuto alla Chiesa che soffre” (Aid to the Church in Need), that just recently, with the director of ACS-Italy, Alessandro Monteduro, accompanied by the Archbishop of Milan, Monsignor Mario Delpini, visited the sports centre. It was hit by bombs just over three years ago during the siege of the city, reduced to a pile of rubble. Thanks to ACS, the Armenian Orthodox community managed to rebuild it for the young people who returned to play and practice sports. The sports centre was used by more than 800 young people from all Christian Churches before the war. Today it is coming back to life and the coaches hope that the new basketball court will attract many more youths. “Rise and raise” is the motto of the club that sums up its history: “stand up & get moving.”

Shant, Garo, Asadour, Garbis, Gogo, Mirela, Nareg, are tiring themselves out in the court. They’ re 11 to 14 years old. Virtually all of them have grown up during the war, ongoing for almost nine years. A playmate that no one here would ever want again. “The gym is beautiful – they jointly exclaim -. We come here almost every day but only after finishing our homework” they add with a laugh.

“We used to play in the streets and whenever possible in a small playing field not far from here. When the war broke out it became very dangerous to stay outside and so we spent our days at home. Our parents wouldn’t allow us to go out because they feared for our lives.” Also going to school was a challenge. “”Bombs and rockets could fall anywhere but we weren’t afraid and we always wanted to get out. On many occasions – they remember – lessons were taught in the cellars. The situation improved over the last two years and the number of children who come here has also increased. There were fewer of us before, also because many of our friends left with their families. We have not seen them since, they’re in Canada or in Armenia.” You can tell from their jerseys that they love American basketball and the NBA. They said they root for Golden State, Warriors, Lakers, Nets, Raptors, Heat, Rockets, Clippers. “LeBron James, Kobe Bryant, Kevin Durant, Westbrook, our hero Michael Jordan” and many more, are their favourite players. A table in the restaurant of the sports centre has already been prepared for them: “pizza and chips, not exactly the sportsmen’s menu”, they admit, but every now and then the rules can be broken.

Basket is their great passion but not their dream. They want to “become an astronaut, a pilot, an engineer to rebuild the city, a doctor to cure the sick. We want to continue studying and remain here.” They nod at each other. Then, as if there were a “third half”, they run to score a basket:

“who will be left here in Aleppo if we should leave?”

“We want to remain in Syria, we want to continue living in our city. Aleppo will return to be more beautiful than it was.” More than a basket, they scored a home run …

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Progetto Orientamento Giovani: tre giorni alternativi tra i banchi di scuola. Rolli: “Aiutare i giovani a riconoscere chi sono”

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 13:18

Al tempo dei greci Instagram, Facebook e YouTube ancora non esistevano ma i primi veri influencer della storia hanno le loro radici proprio lì, tra quelle pagine impolverate di letteratura classica. A caratteri cubitali sul tempio di Apollo a Delfi primeggiava l’esortazione “Conosci te stesso”, una frase che senza dubbio per la sua potenza mediatica oggi avrebbe milioni di like. Un incoraggiamento a indagare dentro di sé, ad agganciare una riflessione profonda per scoprire che l’essenza della vita è dentro e non fuori di noi. “Chi sono? Dove sono? Dove vado? Come vado?”: è su queste domande che il Pog (Progetto orientamento giovani) ha iniziato a costruire un percorso di orientamento per gli studenti che si preparano ad affrontare l’esame di Stato, un passaggio della giovinezza fin troppe volte sottovalutato, perché non si tiene conto della complessità del suo significato. L’esame di maturità non dovrebbe essere solo il momento in cui verificare la preparazione dei candidati al proprio percorso di studi, dovrebbe poter garantire ai ragazzi la possibilità di aver imparato a porsi queste domande esistenziali, a sviluppare un pensiero critico. “Trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portatrice di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita” esorta Papa Francesco.

È su questo “vuoto” che il Pog nasce ed entra in aula rompendo gli schemi di una didattica a volte troppo ingessata, distante dai ragazzi e da tutto quel mondo interiore che si agita nell’età dell’adolescenza. Il progetto consiste in tre giornate in cui il team di educatori accompagna gli studenti in un’avventura fatta di formazione, riflessioni, giochi, video ma soprattutto condivisione, elemento cardine in un’epoca in cui il virtuale si sostituisce al reale.

La prima cosa che accade quando si entra in classe è lo spostamento dei banchi in fondo all’aula e la sistemazione dei ragazzi in circolo, una dinamica semplice ma che avviene sempre con un leggero sottofondo di commenti imbarazzati nel ritrovarsi occhi negli occhi. Come spiega Giuseppe Rolli, tra i fondatori del Pog, tutto è nato intorno a un tavolo in una cena tra amici che hanno cercato di rispondere alla domanda: “Come si può dare una parola di speranza, di bellezza e di possibilità ai ragazzi? Quella sera – racconta – è nato il Pog. L’incipit è stato ricordarci come eravamo noi alla loro età, disorientati sicuramente. Oggi riconosciamo dei talenti che forse all’epoca avevamo anche paura di guardare, da qui è nata la forza di voler testimoniare ai ragazzi proprio questo, di non vergognarsi di ciò che hanno, di riconoscere i propri talenti e anche i limiti. Sono pieni di persone che gli dicono cosa devono fare, la nostra idea non è dirgli cosa fare o meno ma aiutarli a riconoscere chi sono perché questo gli permetterà veramente di fare centro nella loro vita”.

Una conferma arriva anche da Francesco, uno studente del liceo Volterra di Roma che ha partecipato al progetto: “Il Pog ci ha stimolato. Di solito i professori ci mettono dentro solo informazioni, loro invece riescono a tirarti fuori qualcosa che tu hai dentro. Dopo tre giorni la nostra classe è rimasta molto colpita. Si dice sempre che i giovani stanno solo sul cellulare e non hanno voglia di fare nulla, non è vero, abbiamo bisogno solo di essere stimolati e sapere che ognuno di noi può tirare fuori qualcosa di bello”.

E il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Lorenzo Fioramonti, nell’incontro con gli studenti di Tor Bella Monaca avvenuto nei giorni scorsi, ha sottolineato l’importanza di quelle ore che si passano dietro i banchi: “Il punto forte della scuola è che è una comunità. Questa è la cosa più bella della scuola, l’idea che si possa costruire una comunità. Le amicizie che fate oggi forse vi accompagneranno per tutta la vita. Abbracciate le vostre debolezze, che non siano un elemento di vergogna ma che siano una pedana di lancio per diventare veramente i leader del presente e del futuro. L’imperfezione è parte della genialità”.

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Mese missionario straordinario. Don Pizzoli (Missio): “Aprire le nostre comunità al respiro universale della Chiesa”

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 11:09

Riscoprire la dignità dei laici e il loro effettivo coinvolgimento nella missione della Chiesa e rilanciare la missio ad gentes, soprattutto in Italia e in Europa, dove si registra un maggior calo di vocazioni missionarie e una maggior fatica della Chiesa in un contesto sempre più secolarizzato. È iniziato il Mese missionario straordinario voluto da Papa Francesco. Per prepararsi all’appuntamento di questo speciale Ottobre missionario la Fondazione Missio e l’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese hanno dedicato le tradizionali Giornate nazionali di formazione e spiritualità missionaria, giunte quest’anno alla 17ª edizione, al tema “Battezzati e inviati. Il fuoco dello Spirito e la Parola che salva”, che richiama proprio lo slogan del Mese missionario straordinario e quello della Giornata missionaria mondiale 2019. L’appuntamento si è svolto ad Assisi dal 29 agosto al 1° settembre. Con don Giuseppe Pizzoli, direttore di Missio, parliamo della missione oggi.

Don Giuseppe, come rilanciare la missio ad gentes?

Uno degli obiettivi dell’Ottobre missionario è proprio rilanciare la missio ad gentes e credo che sia una questione che tocchi soprattutto noi dell’Italia e dell’Europa, che per molto tempo siamo stati il centro di partenza della missione. Adesso la missione ha cambiato la sua geografia perché ci sono missionari che partono da tutti i continenti:

la missio ad gentes non è in crisi in riferimento alla Chiesa globale, ma siamo un po’ in crisi come Chiesa italiana e come Chiesa europea,

sia per la scarsità di vocazioni sia per la fatica che la Chiesa sta vivendo in questo vecchio mondo, in questo vecchio continente.

Come invertire il calo delle vocazioni missionarie?

Sarà difficile recuperare numericamente quello che noi avevamo qualche decennio fa, perché questa è la situazione storica del momento, non possiamo sognare cose impossibili. L’Evangelii Gaudium di Papa Francesco, però, ci fa rimettere il tema “missione, testimonianza del Vangelo, evangelizzazione” al centro dell’azione pastorale della Chiesa. Credo che questo sia veramente qualcosa di nuovo che ci dà fiducia e speranza. Forse, non recupereremo grandi numeri di partenze di missionari ad gentes, ma certamente porteremo l’“ad gentes” dentro le nostre comunità, nel senso di aprire le nostre comunità al respiro universale della Chiesa. Grazie a questo Ottobre missionario e se iniziamo a prendere sul serio l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, avremo davanti un futuro molto positivo.

Ci sono dati recenti sui missionari italiani?

In Italia abbiamo circa 200 laici fidei donum, cioè inviati dalla Chiesa locale; a questi si aggiungono molti altri che vengono inviati o da istituti religiosi o da associazioni non direttamente ecclesiali. Ci sono poi circa 450 sacerdoti diocesani fidei donum. Per i religiosi e le religiose si fa un calcolo approssimativo – perché il panorama è molto variegato ed è difficile avere dati aggiornati e precisi – di circa 7mila missionari italiani sparsi nel mondo.

Come si è preparata la Chiesa italiana al Mese missionario straordinario voluto da Papa Francesco?

Un momento di preparazione è stato sicuramente l’incontro di Assisi, a cui hanno partecipato numerose diocesi e soprattutto direttori e collaboratori dei centri missionari diocesani. Siamo arrivati alla XVII edizione di queste Giornate. Per alcuni è diventata una tradizione, ci sono alcuni partecipanti che sono fidelizzati, ma ce ne sono stati anche di nuovi. Per tutti è stata un’occasione per ripensare l’animazione missionaria anche alla luce del tema dell’Ottobre missionario. Soprattutto sono state Giornate di formazione e spiritualità che hanno aiutato a “rianimarsi” per poter “animare”, avere maggior entusiasmo e forza nel rendere questo servizio, l’animazione missionaria, nella Chiesa. Quindi, le Giornate di formazione e spiritualità hanno un effetto moltiplicatore molto significativo nella nostra Chiesa italiana. In ogni caso, le diocesi e le province ecclesiastiche si sono preparate al Mese missionario straordinario da circa un anno e

c’è tutto un fermento di iniziative.

Soprattutto, si sta lavorando nel cercare di promuovere questo respiro universale nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane. Può darsi che uno dei frutti di questo Mese straordinario sia anche l’apertura di qualche altro nuovo progetto missionario, e c’è qualcosa nell’aria, ma credo che il frutto principale sarà far arrivare il respiro universale alle nostre comunità e diocesi.

Oggi la missione evangelizzatrice della Chiesa non è indirizzata solo a chi non conosce il Vangelo, ma anche qui in Italia e in Europa, in una società secolarizzata: cosa si fa da questo punto di vista?

Nell’Evangelii Gaudium il Papa fa un esempio un po’ scherzoso: in matematica quando si divide si diminuisce, invece nella fede quando si diminuisce si cresce. Quanto più impariamo a condividere la nostra fede, più cresciamo noi nella nostra convinzione e più facciamo crescere la Chiesa. Questo è lo spirito: forse, non avremo più tanti preti e missionari come una volta, ma

se continuiamo a non perderci d’animo e a condividere la nostra fede, la moltiplicheremo.

Durante le Giornate di Assisi ha messo in guardia dal rischio della “privatizzazione” dell’animazione missionaria: come si supera questo problema?

Dal Concilio Vaticano II nella Chiesa si è aperto il cammino del coinvolgimento delle diocesi nella missione universale della Chiesa. Certamente, è una prospettiva ricchissima e preziosa; ma abbiamo rischiato di ridurre questo coinvolgimento delle Chiese locali a coinvolgimento solo in piccole situazioni: una diocesi che fa un gemellaggio con una missione in Africa e solo quella, una parrocchia che fa un gemellaggio con una missione in America latina e solo quella. In questo senso dico che c’è il pericolo della privatizzazione della missione. Se è vero che è significativo fare un progetto, conoscere più a fondo una missione, non possiamo mai privatizzarla dicendo questa è “la” missione: invece, questa è “una” missione. La Chiesa ha una missione che è universale, quindi non dobbiamo mai perdere di vista anche altre situazioni, altri bisogni, altre realtà, altre culture perché la Chiesa è chiamata a portare il Vangelo fino ai confini del mondo.

Qual è il ruolo dei laici?

È necessario un ripensamento del coinvolgimento dei laici nella missione della Chiesa. Il titolo che il Papa ci ha suggerito per l’Ottobre missionario, “Battezzati e inviati”, ci richiama il fatto che i missionari non sono solo un piccolo gruppo di specialisti, soprattutto preti e suore, perché la vocazione missionaria non è legata al sacramento dell’Ordine né a una consacrazione religiosa, ma al Battesimo. In questo senso,

abbiamo bisogno di riscoprire un po’ la dignità dei laici e il loro effettivo coinvolgimento nella missione della Chiesa.

Mi pare un aspetto interessante e molto costruttivo.

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Lotta all’evasione fiscale, facile da annunciare

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 11:08

Pagare e far pagare le tasse dovrebbe essere una normalità. Se ciò non avviene è perché non pagare allo Stato è parte dei comportamenti collettivi di un Paese che è diventato entità unitaria “solo” da un secolo e mezzo.

Il soggetto pubblico è vissuto come un’idrovora, passa in secondo piano il principio che lo Stato è poi la collettività. Si frega lo Stato senza capire – o facendo finta di non capire – che si stanno togliendo risorse ad altri italiani.  Per il taglio delle tasse o per incentivi all’economia, al sociale o alla tutela del territorio. Vale sulle tasse nazionali, un po’ meno sulle locali dove lo Stato è il Comune.

L’idea, lanciata in grande stile dal governo Conte a maggioranza 5Stelle-Pd-Leu, di trovare nuove risorse con un grande piano di lotta all’evasione fiscale non è nuova. “Manette ai grandi evasori” o il meno poliziesco “Pagare tutti, pagare meno” non sono stati inventati in questi giorni. Per recuperare subito alcuni miliardi di euro (fino a sette nelle intenzioni) e molti altri nei prossimi anni, non basteranno gli slogan. Una maggiore equità fiscale sulla carta ci sta tutta. Il tema è delicatissimo, le nuove forze di opposizione ribattono con “il Governo delle tasse”, le “Mani nelle tasche degli italiani” e così via.

Nelle dichiarazioni di principio dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono arrivate indicazioni per “un’efficace strategia di contrasto all’evasione, da condurre con strumenti innovativi e un ampio ricorso alla digitalizzazione”. Un rapido e massivo utilizzo del digitale, che è utile all’efficienza del Paese e delle imprese, aiuta quindi anche la lotta all’evasione.

Stiamo parlando di cifre enormi, sui dati del 2017 della Commissione europea, l’evasione dell’Iva (Imposta sul valore aggiunto è di 137, 4 miliardi). La più alta in Europa.

Ci sono poi evasioni meno legate all’impresa e alla produzione e che sono frutto della circolazione di denaro che sfugge a tutti i controlli.  Si stima che i miliardi di sommerso su cui lavorare siano circa 190 miliardi. C’è la piccola evasione ma anche il denaro sporco frutto di attività illecite e la immensa “furbizia” dei big nati intorno alle piattaforme social, di e-commerce, messaggistica che proprio perché globali scelgono di far confluire gli utili in Paesi a bassa fiscalità. Sfuggendo alla logica che le tasse si pagano dove si realizza l’attività.  A fatica si riesce a recuperare dai popolarissimi big qualche briciola. Google ha pagato 965 milioni al fisco francese per chiudere un’inchiesta su una frode fiscale avviata nelle prima parte del decennio. Per una cifra minore era accaduto anche in Italia. I Governi stanno introducendo delle web tax per non far scappare altrove la fiscalità dovuta dai vari Facebook, Amazon e simili.

Il Governo vuole incentivare i pagamenti elettronici, altro tema delicatissimo presso l’opinione pubblica.

Ha perso quota l’idea di tassare i prelievi bancomat superiori a 1500 euro mensili. Si vogliono invece incentivare i Pos (Point of sale, i piccoli lettori dove inserire le carte di credito o di debito negli esercizi e in molti luoghi pubblici)  e favorire l’uso delle stesse carte magnetiche o i pagamenti con dispositivi come cellulari o orologi. Una parte di quanto pagato, nei mesi successivi, tornerebbe indietro con addebito sulla stessa carta. Ma si pensa anche detrazioni per i lavori di manutenzione della casa (ristrutturazione, interventi idraulici e simili). Perfino alla lotteria dove si vince con la numerazione dello scontrino stampato per i piccoli consumi.  Le idee sono tante, hanno bisogno di precisazioni da parte dei tecnici per non penalizzare i più deboli, i meno digitalizzati che spesso sono i più poveri o i più anziani.

Serviranno controlli più precisi. Nonostante qualche operazione eclatante nel 2018 le verifiche sono diminuite. Il risultato di fine anno quasi mai è in linea con gli obiettivi fissati dai Governi e rende gli introiti potenziali da “contrasto all’evasione” buoni da annunciare in una Nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza)  o in una Legge di bilancio. Poi disattesi perchè non gestibili.

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Europe takes stock of its past. Vecchio, “history should not be manipulated”

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 11:06

“Stating that the 1939 Molotov-Ribbentrop Pact led to the outbreak of World War II” is the most serious mistake. But it’s not the only limitation – alongside with positive elements – of the Resolution adopted by the European Parliament on the 80th anniversary of the start of  the armed conflict. We asked the opinion of Giorgio Vecchio, scholar of contemporary history at the University of Parma. His most renowned essays include, inter alia, studies on 20th century Italy and Europe, the European integration process, the history of the Catholic movement and the Italian Resistance. Vecchio chairs the Academic Committee of the Don Primo Mazzolari Foundation.

Professor, the Resolution adopted in Strasbourg sparked off controversies, political protests, and debates among scholars. In particular, the document was criticised for referring to Nazism and communism as parallel evils. In reality the Resolution is rather articulate. In your opinion, what are its positive aspects, if any?
I would like to make a preliminary remark. I am very doubtful as to whether it is appropriate for political representative bodies to pass motions or even laws that regulate historical memory. In fact, this has two possible outcomes: either a coup de main by the ruling majority, which imposes its own truth, or a compromise solution which makes everyone unhappy. In any case, the sacrificial victim is the complexity of historical events. Instead of exploiting historical memory, politicians should encourage its in-depth study. Namely, they should do the opposite of what all the last Italian governments –across the political spectrum – have done so far. More to the point, the EU Parliament Resolution of September 19 is the result of a compromise, as can be seen in the alternate use of the terms “Communist” and “Stalinist” which –most obviously– only partly coincide. You asked about the positive aspects of the documents. Well, clearly those that denounce and condemn the resurgence of “openly radical, racist and xenophobic movements”, which “have been inciting hatred and violence in society, for example through the online dissemination of hate speech, which often leads to a rise in violence, xenophobia and intolerance.” Or the passages that “condemn historical revisionism and the glorification of Nazi collaborators in some EU Member States.” Naturally we also welcome the invitation “to do the utmost to ensure that horrific totalitarian crimes against humanity and systemic gross human rights violations are remembered and brought before courts of law, and to guarantee that such crimes will never be repeated.”

What are its limitations or – if any – the historical “mistakes” of the document adopted by MEPs?
As has been widely pointed out, the most serious mistake is the statement whereby the Molotov-Ribbentrop Pact of August 23 1939 led to the outbreak of World War II, thereby implicitly accusing the Soviet Union of being co-responsible for the catastrophe. This is a blatant falsehood. Let’s examine it in a methodical way. The Second World War was sparked off by a series of causes related to Hitler’s Nazi Germany. Germany has obvious responsibilities which no one can deny, also because they were driven by an ideology based on racial supremacy and on the notion of exterminating corruptive “races” (the Jews) or enslaving the inferior “races” (the Slavs and others). But France’s responsibilities must also be taken into account, as it blindly imposed a punitive and excessive peace on Germany in 1919, thus laying the foundations for the resumption of nationalism and Teutonic militarism. Moreover, France and Great Britain’s constant concessions to Hitler and to his repeated violations of international treaties should be duly acknowledged. Up until the last moment, Western democracies gave no sign of wishing to defend East European countries that had already been attacked (Czechoslovakia) or were about to be attacked (Poland).

What about Stalin?
Stalin acted with unquestionable motivations, based on the assumption that after Poland it would have been the turn of his country. The August 1939 pact was a chance to take time and understand what might happen next, while the USSR was making preparations for future war. Indeed, the Pact was a temporary guarantee for Hitler and gave him free rein over Poland and Western Europe. As we can see, things were much more complex than the way they are depicted by the European Parliament. Let’s now come to the equivalence drawn between communism and Nazism. Here too, things are extremely complex. Let us begin by addressing the issue of Soviet imperialism vis-à-vis the other countries of Central and Eastern Europe. Our condemnation is clear and unequivocal (I say this while recalling the passion with which I followed, as an eighteen-year-old, the hopes and the crackdown of the “Prague Spring” in 1968). But we must also view things from a different angle. Russia/USSR had been attacked by Germany in two world wars, it was surrounded by authoritarian right-wing states and invaded by Hungarian, Romanian, Finnish and Italian troops. The condemnation of the cruelty of Soviet foreign policy should not overshadow the fact that Stalin’s primary concern was defence, even though this resulted in the partitioning of Poland and the occupation of the Baltic States and other territories. The Soviets thought they could only defend themselves in the future by creating – and controlling – satellite (or “buffer”) States.

And what about the two political systems, viewed as a whole?
Their common feature was the continuous, persistent, undeniable violation of fundamental human rights, including religious freedom. I am referring not only to the Christian churches, but also to the Muslims and, in particular, to Jehovah’s Witnesses, who gave powerful testimony of faith both in Germany and in the Soviet Union. But we must make the necessary distinctions! Soviet ideology in itself was not aimed at the physical elimination of entire “races”, nor did it seek to enslave the peoples. The gulag system brought suffering and death to millions of people, but the idea of the “rehabilitation” of prisoners remained (which in many cases occurred), unlike Nazi concentration camps. It would be necessary to have more time to illustrate the affinities and differences of the two oppressive systems… Finally, it should not be forgotten that on 22 June 1941 Germany attacked the USSR, which in four years suffered the loss of more than 20 million citizens. Twenty million! It was also thanks to their sacrifice that Germany was stopped at Stalingrad, well before the American soldiers set foot in Sicily and then in Normandy.

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L’Europa fa i conti col passato. Vecchio, “non strumentalizzare la storia”

Agenzia SIR - Wed, 02/10/2019 - 11:06

L’errore più clamoroso? “Quello che fa risalire al patto Ribbentrop-Molotov del 1939 la causa scatenante della seconda guerra mondiale”. Ma non è l’unico punto debole – accanto ad aspetti positivi – della recente risoluzione approvata dal Parlamento europeo in occasione dell’80° anniversario dell’inizio del conflitto. Abbiamo chiesto un parere a Giorgio Vecchio, storico contemporaneista dell’Università di Parma. Fra i suoi studi, sono noti in particolare quelli sull’Italia e l’Europa del Novecento, sul processo di integrazione europea, sulla storia del movimento cattolico e sulla Resistenza. Vecchio è inoltre presidente del Comitato scientifico della Fondazione Don Primo Mazzolari.

Professore, la risoluzione approvata a Strasburgo ha suscitato clamore, contestazioni politiche, dibattito fra gli studiosi. Il confronto si è focalizzato in particolare sul fatto che il testo parificherebbe nazismo e comunismo. In realtà la risoluzione è piuttosto articolata. Quali, a suo avviso, gli eventuali aspetti positivi?
Vorrei anzitutto fare una premessa. Sono molto dubbioso sull’opportunità che organismi politici rappresentativi varino mozioni o addirittura leggi per governare la memoria storica. Ciò porta infatti a due possibili esiti: o a un colpo di mano della maggioranza del momento, che impone una sua verità, oppure a un compromesso che scontenta tutti. In ogni caso la vittima sacrificale è la complessità della storia. Invece che strumentalizzare la memoria storica, i politici dovrebbero favorirne lo studio serio. Per intenderci: fare il contrario di quello che hanno fatto, senza distinzione di colore politico, tutti gli ultimi governi italiani. E veniamo alla Risoluzione del 19 settembre del Parlamento europeo: è frutto di un compromesso, come dimostra l’oscillazione nell’uso dei termini “comunista” e “stalinista”, che – in tutta evidenza – sono sovrapponibili soltanto in parte. Mi si chiede degli aspetti positivi del documento. Beh, sono chiaramente quelli che denunciano e condannano il risorgere di movimenti “apertamente radicali, razzisti e xenofobi” che “fomentano l’odio e la violenza all’interno della società, per esempio attraverso la diffusione dell’incitamento all’odio online, che spesso porta a un aumento della violenza, della xenofobia e dell’intolleranza”. O, ancora, quelli che condannano “il revisionismo storico e la glorificazione dei collaboratori nazisti in alcuni Stati membri dell’Ue”. Va bene, naturalmente, anche l’invito “a fare tutto il possibile per garantire che gli orribili crimini totalitari contro l’umanità e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani siano ricordati e portati dinanzi ai tribunali, nonché per assicurare che tali crimini non si ripetano mai più”.

Quali, invece, i limiti o – se ve ne sono – gli “errori” storici del documento passato in emiciclo?
L’errore più clamoroso, sottolineato da molti, è quello che fa risalire al patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 la causa scatenante della guerra, con l’implicita accusa all’Unione Sovietica di essere corresponsabile della catastrofe. Nulla di più falso. Andiamo con ordine. La seconda guerra mondiale è stata prodotta da una serie di cause, che rimandano alla politica della Germania nazista di Hitler. Le colpe tedesche sono evidenti e nessuno le può negare, anche perché rimandano a un’ideologia fondata sulla preminenza razziale e sulla necessità di sterminare le “razze” corruttrici (gli ebrei) o di rendere schiave le “razze” inferiori (gli slavi e non solo). Però bisogna tirare in ballo anche le responsabilità della Francia, con la sua cecità nel voler imporre a tutti i costi una pace punitiva ed eccessiva alla Germania nel 1919, ponendo quindi le premesse per la ripresa del nazionalismo e del militarismo teutonico. E ancora va citata la stessa Francia, insieme alla Gran Bretagna, con i continui cedimenti nei confronti di Hitler e delle violazioni da lui compiute dei trattati internazionali. Fino all’ultimo, le democrazie occidentali non diedero alcun segnale di voler difendere realmente i Paesi dell’Est che erano già stati aggrediti (la Cecoslovacchia) o che stavano per essere aggrediti (la Polonia).

E Stalin?
Stalin operò con indubbio realismo, sapendo che dopo la Polonia sarebbe toccato a lui. Il patto dell’agosto 1939 fu un modo per prendere tempo e per vedere cosa sarebbe successo, intanto che l’Urss si preparava a una futura probabile guerra. Certo, il patto garantì per il momento Hitler, che ebbe le mani libere sulla Polonia e verso l’Occidente. Ma, come si vede, le cose erano molto più complesse di quanto il Parlamento europeo voglia far apparire. E veniamo alla equiparazione tra nazismo e comunismo. Anche in questo caso le cose sono complicate. Risolviamo per prima cosa la questione dell’imperialismo sovietico nei confronti degli altri Paesi dell’Europa centro-orientale. La nostra condanna è chiara e netta (e lo dico ricordando con quale passione seguii, da diciottenne, le speranze e poi la repressione della “primavera di Praga”, nel 1968). Però… bisogna anche guardare le cose da un’altra prospettiva. La Russia/Urss era stata attaccata dai tedeschi in due guerre mondiali, si era vista circondata da Stati autoritari di destra, era stata invasa anche da truppe ungheresi, romene, finlandesi, oltre che italiane. La condanna della brutalità della politica estera sovietica non deve far dimenticare che la prima reale preoccupazione di Stalin era quella difensiva. Anche se ciò si concretizzò nella spartizione della Polonia e nella occupazione dei Paesi baltici e di altri territori. I sovietici pensavano di potersi difendere in futuro solo creando al proprio fianco degli Stati satellite (o “cuscinetto”).

Quanto ai due sistemi politici, visti nel loro complesso?
Ciò che li ha accomunati è stata la continua, persistente, innegabile violazione dei più elementari diritti umani, tra i quali anche la libertà religiosa. Penso non soltanto alle chiese cristiane, ma anche ai musulmani e, in modo particolare ai Testimoni di Geova, che seppero dare robuste testimonianze di fede tanto in Germania quanto in Unione Sovietica. Però le distinzioni vanno fatte! L’ideologia sovietica non mirava di per sé all’eliminazione fisica di intere “razze”, né puntava a creare popoli schiavi. Il sistema del gulag comportò la sofferenza e la morte per milioni di persone, ma rimaneva in auge l’idea di un “recupero” dei prigionieri (ciò che in vari casi avvenne), a differenza dei lager nazisti. Bisognerebbe avere più tempo per mostrare le affinità e le differenze tra i due sistemi repressivi… Infine, non si può dimenticare che il 22 giugno 1941 fu la Germania ad aggredire l’Urss, che in quattro anni subì la perdita di oltre 20 milioni di cittadini. Venti milioni! Ma è anche grazie al loro sacrificio che la Germania fu fermata a Stalingrado, ben prima che i soldati americani mettessero piede in Sicilia e poi in Normandia.

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Voto ai sedicenni? Rosina: “Vogliono far sentire la propria voce, serve un supporto di consapevolezza e responsabilità”

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 18:28

“Se offriamo ai sedicenni, con la fiducia che gli si dà rispetto al fatto di mettersi in gioco con il voto, il potenziamento della capacità di leggere la realtà e decodificarla in termini di cittadinanza attiva, quando arriveranno a 18 anni saranno più maturi degli attuali 18enni. E questo è già un buon risultato”. Ne è convinto il professor Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica e curatore del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Toniolo, commentando la proposta di estendere anche ai sedicenni il diritto di voto.

Professore, l’idea rilanciata da Enrico Letta del voto ai sedicenni sta alimentando il dibattito pubblico. Lei cosa ne pensa?
Si tratta di una proposta che avevo lanciato 10 anni fa in “Non è un paese per giovani” come misura per potenziare il ruolo attivo delle nuove generazioni nei processi di cambiamento del Paese anche come conseguenza della riduzione del peso demografico delle nuove generazioni perché la denatalità e l’invecchiamento della popolazione fanno pesare sempre di più l’elettorato anziano – e quindi i loro bisogni e le loro istanze – anche nel dibattito pubblico e nell’agenda politica con il rischio che sempre meno l’interesse vada anche verso un elettorato, quello delle giovani generazioni, che si sta riducendo.

Abbassare di due anni l’età per poter partecipare al voto cambierebbe le cose?
Negli ultimi anni l’elettorato over 65 ha superato l’elettorato tra i 18 e i 64 anni.

Aggiungere i 16-17enni non fa recuperare comunque il peso elettorale perduto ma compensa, anche se in maniera minima, la riduzione. Non è solo una questione quantitativa, dev’essere anche una sfida qualitativa.

Per questo la proposta di abbassare il voto ai 16enni dev’essere accompagnata ad un potenziamento dell’educazione alla cittadinanza all’interno delle scuole, che aiuti ad interrogarsi su come sta cambiando il mondo, quale ruolo attivo possono avere le nuove generazioni, cosa voglia dire partecipare a processi decisionali collettivi, quale sia il valore del voto, come possono migliorare l’offerta e la domanda politica.

Questo aiuterebbe a combattere la diffusa disaffezione verso la cosa pubblica che non risparmia anche i più giovani…
Dalle ricerche dell’Istituto Toniolo è emerso che comunque

c’è una voglia dei giovani di poter contare sul proprio futuro, di poter incidere sui cambiamenti del Paese, di far sentire la propria voce.

Quindi, il desiderio di un’offerta politica migliore che si rivolgesse a loro e li coinvolgesse nei processi decisionali. Perché un’offerta politica può essere di successo verso i giovani se è in grado di catturare i loro interessi ma anche di coinvolgerli direttamente, attivamente.

Si riuscirebbe a farlo anche con i 16-17enni?
È difficile, ma quella dei 16-17enni è un’età chiave di socializzazione. Si tratta di mettere in campo un coinvolgimento che li aiuti a capire meglio il mondo per poter incidere con delle proprie scelte.

La possibilità di votare, magari inizialmente alle elezioni amministrative potendo dire la propria sul futuro del proprio quartiere o della propria città, è già un passo in avanti per inserirsi in questo sguardo attivo nei confronti della realtà.

In questi giorni è stata evidente anche in Italia la voglia di partecipazione della “generazione Greta”. Pensa che un coinvolgimento dei ragazzi implichi un cambio di agenda per la politica?
I movimenti come “Fridays for future” e l’attivismo dei giovani sull’ambiente ha già acceso un forte interesse della politica nei confronti dei giovani nonché delle sensibilità e istanze di cui sono portatrici le nuove generazioni. Questo è già un risultato. Vedremo se poi questo aprirà e potenzierà una stagione nella quale la politica aumenterà la capacità di attenzione sulle nuove generazioni, su quello che sta cambiando nella loro vita, su quali sono i loro desideri e progetti e li aiuterà a contare di più per costruire insieme un futuro migliore. Ma è il processo che dobbiamo favorire e incentivare. Quindi
ben venga un dibattito pubblico che, a partire dall’abbassamento dell’età del voto ai sedicenni, ci impegna tutti di più a fare in modo che questo abbia successo proprio nelle modalità di partecipazione.Con il Rapporto Giovani si è più volte parlato di “generazione in panchina”. È ancora così?
La voglia di partecipazione c’è, è molto ampia. È voglia di contare, che andrebbe valorizzata in esperienze positive che possono fare anche nel volontariato. Perché c’è un impegno politico che è generale e non si configura necessariamente in senso elettorale o partitico. C’è una generazione che ha voglia di capire meglio il mondo ed essere coinvolta nei processi di miglioramento della realtà. Per non essere schiacciata o ai margini deve trovare le forme perché questo protagonismo positivo possa esprimersi. Oggi è come se fosse ancora in sospeso, non le avesse ancora trovate. Anche perché si trova di fronte a interlocutori e un’offerta politica che finora sono stati poco credibili.

Ricostruire una fiducia che passa anche per far contare di più i giovani attraverso il voto è un primo segnale. Ma bisogna costruire un supporto di consapevolezza e responsabilità

in maniera sistematica, con un’educazione alla cittadinanza che non sia quella del passato ma più in linea con le sensibilità delle nuove generazioni.

Le nuove generazioni, mai come in passato, si formano e informano sulla rete e attraverso i social network. Nella prospettiva di un maggior coinvolgimento Lei pensa sia un rischio o un’opportunità?
Entrambe le cose. La rete ha già dimostrato di poter veicolare fake news, di essere utilizzata contro e non a favore; però è un dato di fatto che l’importanza della rete è crescente, in tutte le età. Far diventare la rete uno strumento positivo anche di partecipazione, di formazione, di condivisione con momenti all’interno dell’educazione alla cittadinanza che facciano capire come l’e-participation, cioè la partecipazione attraverso nuovi strumenti e modalità di comunicazione, possa essere usata positivamente va nella direzione di migliorare ciò che si offre ai giovani per contare di più e poterlo fare con processi qualificati e partecipativi. In alternativa,

se non facciamo nulla, se non miglioriamo la loro consapevolezza e la loro responsabilità, non miglioriamo la loro partecipazione alla cittadinanza attiva e ci troveremo 18enni che arrivano al voto immaturi e che votano così come capita.

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Iraq, riapre la scuola elementare a Qaraqosh

Evangelici.net - Tue, 01/10/2019 - 17:41
Ancora buone notizie dall'Iraq: dopo la biblioteca, a Qaraqosh riapre anche la scuola elementare cristiana. La struttura, utilizzata come caserma dopo l'occupazione della città da parte dello stato islamico, è stata ricostruita in seguito la liberazione; al momento ospita 130 studenti ed è al vaglio la possibilità di estendere i corsi, dal prossimo anno, al ciclo di studi...
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Domenica della Parola di Dio. P. Ronchi (teologo): “In ascolto di Gesù per avere i suoi occhi e le sue mani”

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 16:33

Un giorno da vivere in modo solenne per riscoprire il valore e la centralità delle Sacre Scritture. E’ la “Domenica della Parola di Dio” istituita da Papa Francesco con la Lettera apostolica in forma di Motu proprio “Aperuit Illis”, emanata ieri 30 settembre, memoria liturgica di san Girolamo, celebre traduttore della Bibbia in latino, a 1600 dalla sua morte. Nel documento, il cui titolo è ispirato dal versetto del Vangelo secondo san Luca: “Aprì loro la mente per comprendere le Scritture”, il Papa stabilisce che “la III domenica del tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio” e fa propria l’affermazione dell’autore della Vulgata:

“L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

Una notizia non inattesa – già a conclusione del Giubileo della misericordia Francesco aveva chiesto nella “Misericordia et misera” che si pensasse ad una domenica dedicata alla Parola di Dio – ma accolta con “profonda gioia” da padre Ermes Ronchi, dell’Ordine dei Servi di Maria, scelto nel 2016 dal Pontefice per guidare gli Esercizi spirituali di Quaresima per sé e per la Curia romana. “Molti cristiani – dice al Sir – conoscono e frequentano ancora poco la Sacra Scrittura, ma l’attenzione sta crescendo e su questa onda si inserisce il Papa. La sua idea è vitale: sarà decisivo se riusciremo a mettere la Parola di Dio realmente dentro di noi”.

Ermes Ronchi

Padre Ermes, perché è così importante questa giornata?
Perché intende mettere in modo solenne la Parola al cuore della vita della comunità cristiana. Non una riflessione, ma una Parola che crea comunicazione e chiama a dislocarsi da sé. Dio comunica attraverso parole – non con tuoni, fulmini, effetti speciali –.

E’ l’umiltà di Dio che bussa al cuore dell’uomo con una parola semplice, disarmata, nel totale rispetto di ognuno.

Non è casuale la scelta della data: la terza domenica del tempo ordinario, a ridosso della Giornata del dialogo con gli ebrei e della Settimana di preghiera per l’ unità dei cristiani..
La Sacra Scrittura ha valore di unione. Pensiamo ai salmi, preghiere di due popoli di due religioni diverse, ebraica e cristiana. Eppure leggiamo le stesse parole, preghiamo con le stesse preghiere. Ed anche ciò che abbiamo indiscutibilmente in comune con i fratelli delle Chiese e protestanti è la Parola di Dio. Questo costruisce legami da cui partire nel cammino verso l’unità;

la scelta del Papa assume perciò grande valenza ecumenica e interreligiosa.

Francesco precisa che la Bibbia non è un libro per pochi privilegiati bensì il libro del popolo di Dio…
La Scrittura ha un carattere fondativo e quasi sacramentale: in essa il popolo di Dio si ritrova. La Parola è urlo, è ruggito dei profeti come Amos domenica scorsa, è grido del povero; a volte è invece semplice sussurro nella notte, sogno, brivido nell’anima, oppure il racconto di una storia. In questo,

Gesù è un vero specialista: le parabole sono la punta più rifinita e più geniale del suo linguaggio.

La parabola è per tutti: è laica, universale, raggiunge chiunque e chiama a entrare dentro una vicenda. Ma nel Vangelo il Signore pone anche oltre 200 domande: due modi per gettare un amo nel profondo dell’anima lasciando piena libertà di risposta.

Il Papa sottolinea inoltre l’importanza di un’adeguata proclamazione della Parola e la centralità dell’omelia…
A volte assistiamo a letture sciatte, senza pathos, senza logos, senza partecipazione, che mi addolorano profondamente. Il lettorato è prezioso: non si tratta di leggere per conto proprio o di declamare come a teatro, bensì di proporre in modo attento e vibrante la Parola del Signore. Certamente sarebbero necessari dei corsi. Quanto all’omelia, croce e delizia di ogni sacerdote, occorre dedicarvi tempo e ispirarsi alle tecniche comunicative di Gesù: la creatività e la bellezza delle sue storie.

Gesù era un uomo molto felice; lo si capisce dalla ricchezza della sua immaginazione.

Noi preti corriamo invece il rischio di mettere in pratica ciò da cui padre Turoldo ci metteva in guardia in un suo verso:

“Dio ucciso dalle nostre mestissime omelie”.

Il Papa cita Lazzaro, tra l’altro al centro del Vangelo di domenica scorsa, sottolineando che la Parola chiama a misericordia, carità, solidarietà, a non ignorare poveri e sofferenti…
La Bibbia è storia di Dio con l’uomo; è dialogo tra cielo e terra; è richiamo a guardare nell’intimo ma anche ad uscire da sé verso i poveri che sono voce e carne di Dio; sono i profeti di oggi che gridano davanti al Signore e Lui in loro si identifica. Pensiamo a Matteo 25: mi avete dato da mangiare, da bere, mi avete accolto. Ero io. Poveri, malati, migranti: è negli ultimi che Dio si identifica; Lui, il Diverso che viene per renderci diversi da ciò che siamo. La Parola deve avere ricadute concrete nella nostra vita, deve fare storia. Ascoltarla è ascoltare Gesù:

avere gli occhi, le mani, i piedi di Gesù che corrono verso chi è nel bisogno; essere sospinti come Lui dallo spirito verso i nostri fratelli.

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Lotta all’evasione: banco di prova per il governo

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 16:23

Una manovra economica da circa 30 miliardi di euro. E’ quella che si profila sulla base delle indicazioni della NaDef, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, varata dal Consiglio dei ministri in vista del disegno di legge di bilancio, da presentare alle Camere entro il 20 ottobre. Bisognerà attendere proprio la legge di bilancio, che il Parlamento deve approvare entro il 31 dicembre, per conoscere nel dettaglio i contenuti della manovra. La NaDef ne anticipa le coordinate fondamentali, i grandi numeri, i saldi complessivi. Quest’anno era particolarmente attesa in quanto primo atto ufficiale del nuovo governo sul piano economico.

I 30 miliardi serviranno in gran parte per bloccare l’aumento dell’Iva (il che non esclude una rimodulazione delle diverse aliquote) e poi per avviare il taglio del cuneo fiscale, lo scarto che c’è nelle buste paga tra gli importi lordi e quelli effettivamente percepiti. Una misura che si aspetta da anni e che in prospettiva potrebbe portare rilevanti benefici a vantaggio dei lavoratori, anche se la partenza sarà a regime ridotto: l’ipotesi è che si inizi da giugno 2020, con un costo per lo Stato di poco più di 2 miliardi e mezzo. Nel menu compaiono anche il rilancio degli investimenti pubblici e del sostegno all’innovazione delle imprese, nonché l’aumento delle spese per istruzione e ricerca. Il ventaglio degli interventi è molto ampio: la NaDef indica ben 23 disegni di legge collegati che andranno a completare la manovra economica. Si va dalle misure per la “transizione ecologica” (il piano per il cosiddetto green new deal) a quelle per il sostegno e la valorizzazione della famiglia (si parla di family act), dalla revisione del codice civile al riordino del settore dei giochi.

Dei 30 miliardi, quasi 15 saranno finanziati aumentando il deficit, grazie alla flessibilità rispetto ai vincoli europei che è stata sostanzialmente già negoziata. D’altronde il quadro economico complessivo spinge anche gli altri Paesi a praticare politiche non restrittive e la fiducia suscitata a livello internazionale dal nuovo esecutivo (che in termini di minori interessi da pagare sui mercati per i nostri titoli pubblici vale già quasi 6 miliardi) consente rapporti meno conflittuali e più costruttivi.

L’altra metà dei 30 miliardi andrà coperta con tagli e nuove entrate. Qui a fare la parte del leone sarà la lotta all’evasione fiscale, soprattutto sotto forma di incentivi ai pagamenti tracciabili: nella NaDef si calcolano risultati per oltre 7 miliardi di euro. Una scommessa molto ambiziosa, indubbiamente. E’ questa la grande incognita della prossima manovra, meno irrealistica dei 18 miliardi di privatizzazioni messi nel conto dal precedente governo e rimasti sulla carta, ma comunque tutta da verificare negli esiti concreti. L’enfasi sulla lotta all’evasione fiscale, peraltro, è un segnale culturalmente positivo rispetto alla serie dei condoni variamente denominati della precedente gestione. Altri 7 miliardi arriveranno dalla revisione della spesa pubblica (circa 1,8 mld), dal taglio ai sussidi per attività ecologicamente nocive e dalla conferma della tassa per la rivalutazione di immobili e partecipazioni.

Per il 2020 la NaDef indica un rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo (il valore di tutti i beni e servizi prodotti dal Paese) pari al 2,2% e una crescita economica dello 0,6%. Quest’ultima dovrebbe salire all’1% nel 2021.

Il debito pubblico chiuderà ancora in aumento il 2019, con il 135,7% sempre rispetto al Pil, ma per l’anno prossimo è prevista una lieve inversione di rotta (135,2%) che diventerà più consistente negli anni successivi (131,4% a fine 2022). Aiutano in questo senso anche le scadenze dei Buoni fruttiferi postali, che in Italia rappresentano una voce finanziaria di grande importanza e che la nuova classificazione statistica europea ha portato all’interno del debito pubblico. Semplificando in modo estremo, la concentrazione di queste scadenze nel periodo 2020-2024 ha fatto sì che il primo impatto sia stato un innalzamento del livello del debito, assorbito il quale però “dovrebbe contribuire a una discesa più rapida del rapporto debito/Pil nello stesso periodo”, come ha sottolineato un comunicato del ministero dell’Economia.

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Hong Kong esplode. Ferito gravemente un ragazzo

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 16:20

Scene di guerra, lacrimogeni, arresti, sparatorie, scontri, idranti sulla folla. E’ quanto sta accadendo in queste ore ad Hong Kong dove nonostante il divieto della polizia a qualsiasi manifestazione, le persone sono di nuovo scese per strada nel giorno in cui a Pechino la Repubblica Popolare Cinese celebra i 70 anni della sua fondazione. Un ragazzo è stato colpito al petto dalla polizia. Ci sono video che riprendono chiaramente un poliziotto sparare a distanza ravvicinata al ragazzo. Il ferito, uno studente giovanissimo della 5 superiore, è stato trasportato in ospedale e i famigliari sono andati a trovarlo con due avvocati. Sta per essere operato al Prince Margaret Hospital. L’incidente è successo a Tsuen Wan.

I manifestanti antigovernativi mirano a offuscare le celebrazioni della Giornata nazionale a Pechino, nel giorno del 70 ° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare. All’inizio della giornata, leader della comunità, élite politiche e funzionari si sono radunati al Convention and Exhibition Centre di Wan Chai per osservare una cerimonia di innalzamento della bandiera. Ma nel corso della giornata le violenze sono aumentate. Varie le manifestazioni in diversi punti della città. Tutte però proibite. Una marcia si sta spostando da Victoria Park a Causeway Bay a Central, e i manifestanti sembrano intenzionati a continuare il loro viaggio verso l’ufficio di collegamento di Pechino a Sai Ying Pun. Quasi 20 stazioni della metropolitana MTR sono state chiuse e molti negozi e centri commerciali in città sono chiusi per la giornata. Nei giorni scorsi la segretaria dell’Assemblea legislativa, il parlamento di Hong Kong, ha invitato i dipendenti a non recarsi al lavoro ed oggi ha addirittura emesso un ordine di evacuazione della struttura. “Tutte le persone hanno l’ordine di evacuare il complesso dell’Assemblea legislativa immediatamente per questioni di sicurezza”, si legge in un breve avviso diramato online dall’amministrazione di Hong Kong.

Nei giorni scorsi, la polizia ha fatto irruzione nei locali sospettati di essere coinvolti nella produzione di bombe a benzina ed esplosivi. Sono stati trovati un gran numero di armi offensive, materie pericolose, come nafta, diluente, polvere chimica, gas più leggero e petardi, insieme a dispositivi di protezione correlati a quelli indossati dai manifestanti. Gli ufficiali hanno fatto irruzione in 48 locali in tutta la città ed hanno arrestato 44 uomini e sette donne, dai 15 ai 44 anni, per vari reati tra cui il possesso di armi offensive, il montaggio illegale e il possesso di merci pericolose.

Tristezza e rabbia. Questo domani rimarrà negli abitanti di Hong Kong dopo questa giornata lunghissima. Sono ancora le 9 di sera e “non è ancora finita”, dice al Sir padre Renzo Milanese missionario Pime ad Hong Kong. “Non si sa dove sta andando il movimento. Si sa che dentro rimarrà rabbia e dispiacere. In chi fino ad oggi ha sostenuto e simpatizzato per i manifestanti, c’è tristezza per le scene di violenza e devastazione che abbiamo visto oggi. Chi invece era contrario prova rabbia. L’auspicio oggi è che si trovi presto uno sbocco. Ma tutto purtroppo è nelle mani del governo che fino ad oggi ha dimostrato una totale incapacità a gestire la situazione. E seppure fosse in grado di prendere in mano la situazione, non possiamo dimenticare che dietro a tutte le decisioni di Hong Kong c’è Pechino”.

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Fidei donum: sono 400 i missionari italiani inviati dalle diocesi. Don Brignoli, “calo vertiginoso ma ancora attuali”

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 14:54

“Non si smette mai di essere missionario. L’esperienza del fidei donum mi ha cambiato la vita, mi ha dato un respiro e una apertura nuova. Anche nelle parrocchie più tradizionaliste riesco a far vedere un modello diverso di Chiesa, più accogliente ed aperta verso tutti”. Don Alberto Brignoli, 52 anni, bergamasco, è stato sacerdote fidei donum a Cochabamba, in Bolivia dal 1997 fino al 2006. Ha vissuto con la popolazione quechua nella zona andina, a 4.000 metri di altitudine. Ha lavorato dal 2007 al 2011 alla Fondazione Cum nella formazione dei missionari in partenza per l’America Latina e poi con l’ufficio Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese fino al 2015. Per quattro anni parroco in pianura, da pochi giorni è tornato sui monti, a Selvino, un paesino turistico di 2.000 abitanti in Val Seriana. Don Brignoli tornerebbe a fare il fidei donum “anche domani”, confida al Sir all’inizio di ottobre, mese tradizionalmente dedicato dalla Chiesa alla missione.

Un cambiamento radicale. Il movimento dei fidei donum, fondato sullo scambio e la collaborazione tra le Chiese e la missione ad gentes, ha visto negli anni un forte calo, in gran parte legato alla crisi delle vocazioni.  Nato nel 1957 sulla spinta dell’enciclica “Fidei donum” di Pio XII, che invitava le diocesi di antica fondazione ad inviare preti nelle diocesi africane, ha avuto maggiore impulso nell’era post-conciliare e negli anni ’90, con una più ampia disponibilità di clero e uno slancio mondialista. Erano 40 i sacerdoti fidei donum in Africa nel 1968, hanno raggiunto

il picco massimo di 1330 nel 1996 per poi iniziare un lento, inesorabile, declino: erano 630 nel 2000, oggi sono 400, in maggioranza in America Latina e Africa.

Brasile, Argentina, Uruguay (le principali destinazioni dei migranti italiani), Cuba, Haiti, Ecuador, Bolivia sono i Paesi che registrano una maggiore presenza di sacerdoti fidei donum. In Africa i numeri più consistenti sono in Kenya, Niger, Costa d’Avorio, Etiopia, Zambia, Madagascar. Il cambiamento è stato radicale: oltre

all’ingresso in massa di laici e famiglie fidei donum,

negli ultimi vent’anni ci si è aperti alle piccole comunità di cattolici in Asia (Thailandia, Bangladesh, Turchia, Corea del Sud, Vietnam, Kazakistan) e perfino all’Oceania (Papua Nuova Guinea e Polinesia francese).  Nell’America del nord ci sono due fidei donum in Canada e Stati Uniti. La diocesi di Roma ne ha inviato addirittura uno in Qatar, probabilmente per accompagnare i tanti expat che ci lavorano. Alcune diocesi hanno fidei donum in Albania. Tra le diocesi che hanno oggi più sacerdoti in missione nella lista aggiornata dall’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese spiccano (anche storicamente), quelle del nord Italia: Milano (33), Bergamo (28), Brescia (20), Padova (19), Bolzano (11), Verona (11). Roma ha una trentina di preti fidei donum sparsi per il mondo, più a sud solo Cagliari ne ha inviati 5 e Catania 3.

Oggi si parte per periodi più brevi di tre anni, rinnovabili due o tre volte.

Nell’ultima assemblea generale della Cei, nel maggio scorso, i vescovi italiani hanno ribadito “l’importanza di favorire la cura delle comunità etniche come di preparare i propri sacerdoti con un respiro ampio – cattolico –, capace di aprirsi alle necessità della Chiesa tutta, sia che questo significhi disponibilità a prestare servizio in un’altra diocesi, come pure a partire fidei donum, anche nelle comunità di italiani all’estero. Di tale orizzonte culturale, aperto alla mondanità beneficerebbe l’intero Paese”.

don Alberto Brignoli

Le ragioni del “calo vertiginoso”. “Il calo è stato vertiginoso, dovuto principalmente al calo delle vocazioni – ammette don Brugnoli -. La mia gloriosa diocesi di Bergamo, ad esempio, oggi ordina uno o due preti l’anno, quando invece 25 anni fa eravamo 36/37. Credo che qualche giovane prete abbia ancora voglia di partire. In diocesi ne rientrano uno o due e ne ripartono altrettanti. Ma alcuni vescovi hanno avuto un po’ paura di donare preti alla missione perché veniva meno una forza interna alla diocesi. Altri sono stati più coraggiosi”. A suo avviso

“tra i giovani c’è ancora un desiderio di missionarietà ma vedo anche un ritorno del tradizionalismo e una chiusura

su forme tradizionali di ecclesialità che non la missione hanno poco a che vedere”. Sul fronte della missione il sacerdote bergamasco descrive “una Italia a due velocità: al nord ci sono maggiori possibilità economiche di sostenere progetti e mandare sacerdoti, al sud meno”. Tra le ragioni don Brugnoli individua anche minore attenzione alla missione, “non solo nella Chiesa italiana ma nella società. Mi sembra ci sia una paura del diverso, dello straniero, tensione sui temi legati all’accoglienza, per cui dire ‘aiutiamoli in casa loro’ diventa solo un proclama ma una proposta effettiva”. Il sacerdote pensa che l’istituto dei fidei donum può ancora essere attuale, anche se con “forme, modalità, tempi e scelte diverse”. “Mi auguro che non si perda mai lo spirito missionario – afferma – anche se le esigenze delle Chiese sorelle sono cambiate”.

Il clero straniero in Italia. Oggi ad esempio c’è il fenomeno al contrario, ossia preti non italiani che vengono ad operare nelle nostre parrocchie. E’ il caso dell’India del sud, della Nigeria, che sfornano un numero elevatissimo di sacerdoti. Attualmente sono in servizio pastorale (in convenzione con la Cei)

810 sacerdoti fidei donum stranieri  e 620 sacerdoti stranieri studenti.

Altri 1.178 sono religiosi stranieri presenti in Italia grazie ad accordi tra le diocesi italiane e le rispettive congregazioni o istituti. “C’è un discorso di cooperazione e scambio missionario molto più forte – precisa don Brugnoli -. Non dobbiamo vedere più la missione come un ‘andiamo e portiamo’. E’ uno scambio e un arricchimento reciproco. Magari domani i figli degli immigrati diventeranno forse missionari nei loro Paesi di origine, chi lo sa? Anche se al momento la vedo un po’ difficile, perché nemmeno i fidei donum stranieri hanno tanta voglia di tornare nel loro Paese”. E lei tornerebbe a fare il fidei donum? “Avevo 27 anni quando sono partito, forse adesso sarei un po’ più accorto. In Bolivia è stata una esperienza stupenda vivere con un popolo che ha 7.000 anni di storia, in una delle zone più povere del mondo, e riuscire a coniugare la novità del cristianesimo con la ricchezza delle loro tradizioni culturali. Ho nel cuore la Bolivia ma tornerei in America Latina. E chi lo sa? Mai dire mai”.

 

 

 

 

 

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An obstacle course for EU democracy. First nasty surprises for Von der Leyen

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 09:29

The hearings of the candidates nominated for the offices of European Commissioner are facing an uphill battle. Each aspiring commissioner must pass an oral and written “examination” by the European Parliament committees responsible for his or her department, as laid down in the Rules of Procedure. Thus, for example, on the first day of the hearings on Monday 30 September (pictured), Slovakia’s Maros Sefcovic, in charge of inter-institutional relations, was “x-rayed” for three hours straight by the Constitutional Affairs and Legal Affairs Committees; Bulgaria’s Mariya Gabriel, who holds the Innovation and Youth portfolio, faced the MEPs of the Industry, Research and Energy and Culture and Education committees; while next in line was Ireland’s Phil Hogan, who was confirmed as the new EU Trade Commissioner. The hearings will continue at an accelerated pace – up to six a day – for a week.

Two rejections. Not everything seems to be going smoothly though, as following a prior assessment by the Committee on Legal Affairs, the European Parliament rejected two of the candidates: Romania’s Rovana Plumb, who was in line to become the EU’s transport commissioner, and Hungary’s Laszlo Trocsanyi, who had been picked to take on the EU enlargement portfolio. Both rejections were attributed to a “conflict of interest”.

Thus the President of Parliament, David Sassoli, wrote to the President-elect of the Commission, Ursula Von der Leyen, asking how she intends to proceed

(i.e. whether she will ask Bucharest and Budapest to indicate other names for the executive). Meanwhile, the two respective hearings have been suspended. Trocsanyi strongly protested, speaking of “lies” and of “a deliberate violation of the rule of law and the principles of democracy”. At the same time, the Hungarian Prime Minister, Viktor Orbàn, has already informally announced his alternative candidate – Oliver Varhelyi, a diplomat. There has been no response for the moment from the Romanian government.

“European way of life”? Other names are also hanging in the balance. Firstly the candidate for agriculture, Poland’s Janusz Wojciechowski, whose handling of some travel expense reimbursements which he received when he was an MEP was questioned by the anti-fraud office of the Union (OLAF): Wojciechowski had to return 11000 euros to the Eurochamber coffers. Secondly, there is the case of France’s Sylvie Goulard, whose portfolio relates to the single market, who was the subject of an investigation by OLAF regarding the management of an assistant’s salary when Goulard (who has already reimbursed 45000 euros) was a Strasbourg MEP. In addition there is a mounting controversy over the ‘European way of life’ portfolio, an initiative of Von der Leyen which is hotly contested in political and academic circles, and which was assigned to Greece’s Margaritis Schinas, who among other things, is considered to be too close to the controversial former Secretary-General of the Commission, Martin Selmayr.

Three positive aspects. Legal, financial, geographical, political, party political and even temperamental elements come together in this complex picture.

Hearings are generally considered to have at least three positive aspects.

First of all, the hearings assign a decisive role, which will be completed with the Hemicycle final vote on the entire Commission which will take place at the October plenary, to the European Parliament in inaugurating the Von der Leyen constituency, thus exercising a “democratic control” over the executive body of the EU. Secondly, the procedure reinforces the “democratic investiture” of the Commission, gaining the confidence of the Assembly which the citizens of Europe elected by universal suffrage. Lastly, the procedure strengthens the political link between the two most ‘communitarized’ institutions as opposed to the third institution, the Council, which traditionally tends to represent the interests of the Member States (which often differ from each other and are far removed from the European ‘common good’).

Excessive “politicization”. The possible excessive politicization of the hearings should not be overlooked, as this is not just a “technical” examination of the powers of the future Commissioners regarding their powers: the aim is also to find out to what extent each candidate sides with the European Union, and how well they work as a team under the directives of the head of the Commission, as well as keeping good relations with the Parliament and the Council. However,

it is also true that a number of MEPs come to the hearings bearing prejudices about the candidates with regard to their nationality, their political biography and their party affiliation,

which raise the risk of reciprocal tripping between representatives of different nationalities and different political affiliations. This could cast a dark cloud over the transparency of the hearings, which – let’s not forget – include the decisive vote of the examination committees. The path of the hearings has only just begun: if there are no surprises, they will continue until October 8 or 15 at the latest, and will be concluded with a vote of confidence in Strasbourg on 23 October. It is an elaborate democratic machine, and a test of the cooperation between the institutions of the EU, as well as a possible positive signal towards public opinion: for these reasons it is an opportunity that should not go to waste.

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Democrazia europea a ostacoli. Prime brutte sorprese per Von der Leyen

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 09:29

Partono in salita le audizioni dei candidati designati alla carica di commissario europeo. Si tratta degli “esami”, orali e scritti – come da regolamento –, che ciascun aspirante commissario deve superare dinanzi alle commissioni del Parlamento europeo competenti per il suo dicastero. Così, ad esempio, nella prima giornata di audizioni (nelle foto), lunedì 30 settembre, Maros Sefcovic, slovacco, incaricato dei rapporti interistituzionali, è stato “radiografato” per tre ore di fila dalle commissioni Affari costituzionali e Affari legali; Mariya Gabriel, bulgara, con portafoglio Innovazione e gioventù, ha risposto agli eurodeputati delle commissioni Industria, ricerca ed energia e Cultura e istruzione; ad attendere al varco Phil Hogan, irlandese, indicato al commercio, la commissione Commercio internazionale. Le audizioni proseguiranno a ritmo incalzate – fino a sei al giorno – per una settimana.

Due bocciature. Non tutto però sembra filare liscio. Il Parlamento europeo ha infatti respinto, dopo la previa valutazione della commissione Affari giuridici, due dei candidati: la romena Rovana Plumb, che avrebbe dovuto gestire la delega ai trasporti, e l’ungherese Laszlo Trocsanyi, portafoglio per le politiche di vicinato e l’allargamento. Una bocciatura legata, per entrambi, a “conflitto d’interessi”. Così il presidente del Parlamento, David Sassoli, ha scritto alla presidente eletta della Commissione, Ursula von der Leyen, chiedendo come intenda procedere (ovvero se domanderà a Bucarest e Budapest di indicare altri nomi per l’esecutivo). Nel frattempo le due rispettive audizioni sono state sospese. Trocsanyi ha tuonato, parlando di “menzogne” e di “deliberata violazione dello stato di diritto e dei principi della democrazia”. Nel frattempo il primo ministro ungherese Viktor Orban, forse anche per non avere ulteriori grattacapi, ha già fatto sapere informalmente che ha pronto il nome di riserva: il diplomatico Oliver Varhelyi. Silenzio, invece, al momento, dal governo rumeno.

“Stile di vita europeo”? Altri nomi però sono in bilico. Anzitutto quello del candidato all’agricoltura, il polacco Janusz Wojciechowski, cui l’Olaf, ufficio antifrodi dell’Unione, ha contestato la gestione di alcuni rimborsi per spese di viaggio ricevuti quando era eurodeputato: Wojciechowski ha così restituito 11mila euro alle case dell’Eurocamera. C’è poi il caso della francese Sylvie Goulard, portafoglio relativo al mercato unico, sulla quale pesa un’inchiesta dell’Olaf sulla gestione degli assistenti quando la Goulard (che ha già rimborsato 45mila euro) era deputata a Strasburgo. Inoltre si sta gonfiando il caso della delega sullo “stile di vita europeo”, voluto dalla Von der Leyen, contestato in ambienti politici e accademici, e assegnato al greco Margaritis Schinas, ritenuto fra l’altro troppo vicino al controverso ex segretario generale della Commissione, Martin Selmayr.

Tre aspetti positivi. In questo quadro, di per sé complesso, si incrociano elementi giuridici, finanziari, geografici, politici, partitici. E persino caratteriali. Generalmente si ritiene che le audizioni abbiano almeno tre aspetti positivi. In primo luogo assegnano all’Europarlamento un ruolo decisivo – che si completa con il voto finale che lo stesso Emiciclo dovrà esprimere su tutta la Commissione nella plenaria di ottobre – nel varo del collegio Von der Leyen, esercitando un “controllo democratico” sull’organismo esecutivo dell’Ue. Inoltre, si afferma che proprio tale procedura rafforzi l’“investitura democratica” della Commissione, che ottiene la fiducia dell’Assemblea eletta a suffragio universale dai cittadini europei. Terzo punto: tale procedura rafforzerebbe il legame politico tra le due istituzioni più “comunitarizzate”, a fronte della terza istituzione, il Consiglio, che invece tende a rappresentare tradizionalmente gli interessi degli Stati membri (non di rado divergenti fra loro e distanti dal “bene comune” europeo).

Eccessiva “politicizzazione”. Non va peraltro trascurata la possibile eccessiva “politicizzazione” delle audizioni. È pur vero che non si tratta solo di un esame “tecnico” sulle competenze dei futuri commissari riguardo le deleghe loro assegnate: si vuole infatti verificare quanto ciascuno di essi stia dalla parte dell’Unione europea, e quanto sappia lavorare in squadra, sotto le direttive del capo della Commissione, e in buone relazioni con Parlamento e Consiglio. D’altronde è pur vero che diversi eurodeputati si presentano alle audizioni con pregiudizi sui commissari designati rispetto alla nazionalità, alla biografia politica, all’appartenenza partitica… Con il rischio di sgambetti reciproci tra esponenti di diversa nazionalità e di differente appartenenza politica. In questo modo si rischia di mettere una pesante ipoteca sulla genuinità delle audizioni che – va ricordato – prevedono il voto determinante delle stesse commissioni esaminatrici. Ebbene, il percorso delle audizioni è solo all’inizio: proseguirà, salvo sorprese, fino all’8 ottobre o, al più tardi, al 15 successivo, per arrivare al voto “di fiducia” a Strasburgo il 23 ottobre. È una elaborata macchina democratica e costituisce una prova di collaborazione tra le istituzioni comunitarie nonché un possibile segnale positivo verso le opinioni pubbliche: per queste ragioni è una prova che non può essere sprecata.

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Viaggio tra le piscine di Lourdes. La prima responsabile italiana: “Qui i miracoli sui volti delle persone”

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 09:25

(da Lourdes) La spilla appuntata sulla giacca è simbolo del servizio, la medaglia in argento è quella dell’Hospitalité del santuario di Lourdes. Servizio e ospitalità sono il cuore della sua missione. Mariarita Ferri si è recata per la prima volta ai piedi della Vergine, nella cittadina dei Pirenei, da adolescente, negli anni ‘60. Aveva terminato il primo anno di liceo. Oggi è la prima responsabile italiana delle piscine. Incarico che ricopre dall’11 febbraio 2018, giorno della festa della Madonna di Lourdes. Un giorno per lei indimenticabile in cui si è verificato un fatto inatteso. “Avevo già superato il limite di mandati nel Consiglio dell’Hospitalité, dove sono entrata nel 2001, eppure sono arrivate delle proroghe e a sorpresa oggi sono qui”. Da oltre quarant’anni la vita di Mariarita si intreccia con il santuario mariano. Nel ’77 è tornata in pellegrinaggio ancora una volta. E poi è nato il desiderio di fare servizio. “Chiesi l’aiuto di un’amica che lo faceva già. Mi propose di andare con lei e l’associazione di volontariato che frequentava. Ma mi disse che il suo impegno era alle piscine. Le risposi che andava bene. Da allora sono sempre rimasta a prestare il mio servizio qui”.

Il profilo. Di professione ispettore del lavoro all’Inail, a Roma, Mariarita adesso è in pensione, ma non ha perso il piglio e la professionalità nella supervisione della struttura. “Andando in pensione dal mio lavoro credevo di essere più libera. Invece sono più occupata di prima – racconta -. Lourdes è diventata la mia prima casa, quest’anno sarò qui quasi sette mesi.

Alle piscine siamo tutti volontari. C’è chi rinuncia alle vacanze per venire a donare il proprio tempo”.

Nei tanti anni trascorsi qui Mariarita ha maturato una convinzione. “Lourdes è un’esperienza che non si può fare da spettatori, ma da protagonisti, perché altrimenti non serve. Ci si rende conto che non basta venire e partecipare alle funzioni. Se si ha la possibilità di rendersi utili lo si deve fare. Lourdes è un luogo di speranza, di guarigione, un luogo dove c’è Maria”.

I pellegrini. I pellegrini che si recano alle piscine provengono da numerose e differenti nazioni. Giovani e anziani. Con i loro piedi o seduti sulle sedie a rotelle, spinti dalle dame. Persone affette dalle più diverse patologie. Ma la convinzione della responsabile è una:

“Venire a fare il bagno nelle piscine o essere portati nelle barelle significa compiere un gesto di umiltà, perché qui ci si spoglia materialmente di quello che si ha, dei vestiti e di tutto, anche se non si resta mai nudi. È un gesto di penitenza, di fede e di speranza.

Anche se non detto apertamente, tutti hanno la speranza, se non di guarire, di riuscire ad accettare e sopportare quello che stanno vivendo. Che sia la malattia che sia un dolore morale, un problema familiare. Ma hanno questa speranza”.

La struttura. Con Mariarita Ferri percorriamo il corridoio che collega le vasche. Sono dieci quelle per le donne e una per i bambini, altre cinque sono riservate agli uomini e anche qui ce n’è una più piccola per i bambini. I pellegrini cominciano a mettersi in fila dalle prime ore dell’alba. “C’è gente che arriva alle 5 del mattino e si mette in fila per entrare tra i primi, alle 9, all’apertura”, racconta. Anche lei ha fatto esperienza diretta delle piscine di Lourdes, prima di diventarne responsabile. “Nei primi anni mi sono immersa nelle piscine, poi non più.

L’acqua è acqua naturale. Quella che è importante e fa la differenza nella richiesta del miracolo è la fede”.

E oggi c’è anche un po’ di Italia in queste stanze scavate nella grotta. Sono state realizzate nel nostro Paese le caraffe per l’acqua da bere e i quadretti della Vergine appesi sulle pareti di fronte alle vasche. Nel cammino dei pellegrini, le piscine sono il secondo luogo in cui si recano dopo la grotta. L’affluenza maggiore, riferisce la responsabile, si registra a Pasqua. E questo perché “l’acqua è uno dei segni di Lourdes”.

La storia delle piscine. “Quest’acqua che arriva nelle piscine proviene da una sorgente che è stata portata alla luce da Bernadette nel corso della nona apparizione, il 25 febbraio 1858 – ricorda Mariarita Ferri -. La sorgente esisteva già. Bernadette l’ha resa visibile in seguito all’invito della Signora che le ha detto di andare in fondo alla grotta, di scavare con le mani, di lavarsi con quell’acqua e di berla. Così Bernadette ha fatto. Lì si è verificato anche il primo dei miracoli”.

I miracoli. C’è un filo conduttore che ne unisce tanti. “Molti di quelli riconosciuti dalla commissione che si occupa di analizzare le guarigioni, ritenute miracolose, sono legati all’acqua. E sono avvenuti, in particolare, in seguito alle immersioni nelle piscine”. Mariarita riferisce di non aver mai assistito personalmente ad alcun miracolo. “So che diverse guarigioni sono state riconosciute tali perché le persone che sono guarite hanno detto che ciò era avvenuto dopo essersi bagnate nelle piscine. Però, non ho mai assistito ai miracoli come li intendiamo noi, cioè alla guarigione di una persona malata, di una persona che ha un tumore che all’improvviso sparisce.

Di miracoli, comunque, qui ne abbiamo visti migliaia – afferma -. Basta guardare i volti delle persone che entrano e notare come sono cambiati, più sereni, quando escono. Cambia l’espressione del loro viso. Questi per me sono già dei miracoli”.

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