Feed aggregator

Togliere il crocifisso dalle scuole, un doppio autogol

Agenzia SIR - Tue, 01/10/2019 - 00:00

È tornata, più sterile che mai, la polemica sul crocifisso nelle scuole. Ma oggi perfino più di ieri viene da dire che tutti – anche indifferenti e distratti, benché ministri – dovrebbero non solo evitare di togliere la croce, ma anzi difenderne l’esposizione sui muri.
Lasciamo da parte, solo per un momento, il valore culturale e religioso della questione, e diciamo un’altra cosa. Oggi più che mai i simboli hanno un peso, un valore riconosciuto da tutti.
Da Greta Thunberg, simbolo quasi più che persona, della volontà di uscire dalla crisi ecologica, a tutti i numerosissimi segni che costellano la nostra giornata: la società attuale, per dire chi è e cosa vuole, ricorre a qualcosa di semplice e subito riconoscibile. Qualcosa che fa capire al volo qual è la tesi e quale l’obiettivo. Il simbolo, appunto.
Perfino la politica pratica largamente il simbolo, e spesso proprio quello religioso: la scena politica recente del nostro Paese ha visto il ricorso e l’ostentazione del rosario.
Perciò una proposta come quella del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti lascia perplessi. Innanzitutto è un autogol comunicativo.
Poi c’è un autogol nel merito. Il ministro rilancia una tesi stantia: “Penso ad una visione della scuola laica e che dia spazio a tutti i modi di pensare”.
Ecco, il ritorno di una posizione debolissima: quella che, in nome del rispetto di tutti, vorrebbe cancellare i segni della nostra cultura e della nostra civiltà. Ci si dimentica anche stavolta che la nostra capacità di rispetto si deve proprio alle radici della nostra storia e dei nostri valori. Quel rispetto si fonda anche e soprattutto sul Crocifisso.
Affiggere la croce nelle aule non significa solo fare un atto di memoria: significa raccontare il nostro presente e disegnare il progetto del nostro futuro. Nel rispetto vero di tutti.

(*) direttore “Gente Veneta” (Venezia)

Categories: Notizie

Rugby, le stelle cristiane al mondiale giapponese

Evangelici.net - Mon, 30/09/2019 - 16:53
È partita in Giappone la Coppa del mondo di rugby: alla nona edizione della competizione, che si svolge dal 20 settembre al 2 novembre, partecipano venti Nazionali, tra cui l'Italia. A margine della prima fase Premier Christianity propone una lista di cinque campioni della palla ovale in forza alle selezioni di Australia, Inghilterra, Irlanda, Sudafrica e Figi che rivendicano pubblicamente...
Categories: Notizie

Mentre la Repubblica popolare cinese celebra i 70 anni di fondazione ad Hong Kong esplode la protesta

Agenzia SIR - Mon, 30/09/2019 - 14:30

“Sono giornate calde, molto calde”. È la voce di padre Renzo Milanese, missionario Pime ad Hong Kong, a raccontare al Sir via Whatsapp, unico canale sicuro di comunicazione, cosa sta succedendo nella ex colonia britannica. Oggi hanno scioperato gli studenti universitari e gli alunni delle scuole secondarie con manifestazioni e catene umane. Ma è domani la giornata che fa stare tutti con “il cuore sospeso”. È il 1° ottobre, giorno in cui la Repubblica Popolare Cinese festeggerà i 70 anni dalla propria fondazione. Carrie Lam, capo esecutivo di Hong Kong e contestata dai manifestanti, ha lasciato la città per raggiungere Pechino, dove parteciperà ai festeggiamenti per l’anniversario. Una ricorrenza delicatissima visto che da tre mesi ad Hong Kong,

la popolazione sta manifestando soprattutto contro il governo cinese e le sue ingerenze nell’amministrazione di Hong Kong.

La situazione in città è ai limiti. È stato un weekend incandescente, come purtroppo sta accadendo negli ultimi 3 mesi. “Gli scontri sono stati pesanti”, racconta padre Renzo. La polizia prima ha ordinato ai manifestanti di sciogliere la protesta, poi ha cominciato a lanciare lacrimogeni e idranti. Ci sono state sulle strade di Hong Kong scene di violenza con lanci di oggetti anche in ferro da parte dei manifestanti e foto che ritraggono poliziotti che puntano pistole contro i ragazzi. “La polizia è brutale. Ci sono filmati che circolano sui social e che inchiodano i poliziotti alle loro responsabilità”. Su Telegram viaggiano le prime cifre:

sono state 157 le persone arrestate durante il weekend di cui ben 67 erano studenti.

Hong Kong ormai è una città blindata nel fine settimana: c’è una nota ufficiale della segreteria del Palazzo dell’esecutivo, il Legislative Council, luogo di scontri e manifestazioni, che invita i dipendenti a non recarsi al lavoro da venerdì 27 settembre fino a tutta la giornata del 1° ottobre.

Sono due le correnti che danno voce alle proteste. Il primo gruppo si definisce “pacifico, razionale e non violento” e si rifà al fronte dei diritti civili e dell’area democratica nata con il movimento degli ombrelli. L’altro gruppo si autodefinisce “I Valorosi” (tradotto dal cinese) ed è per lo scontro con la polizia, vista come l’espressione della repressione portata avanti dal governo di Hong Kong. Sono prevalentemente studenti. La novità di queste manifestazioni nate nel mese di giugno per la soppressione di un emendamento alla legge sulla estradizione, è l’abbassamento dell’età di chi scegli di scendere in piazza:

sono soprattutto i ragazzi e le ragazze del liceo, per una fascia complessiva di età che va dai 16 ai 25 anni.

Per la giornata di domani, la polizia non ha rilasciato nessun permesso a manifestare. Sui canali sociali si rincorrono notizie, mezze verità, punti di ritrovo sbagliati per disorientare la polizia. Ma i luoghi delle manifestazioni sono sempre gli stessi e cioè il quartiere del Palazzo legislativo e del governo e le strade confinanti. Nessuno lo dichiara apertamente ma se a livello ufficiale il target delle manifestazioni è il governo di Hong Kong, tutti sanno che dietro a Carrie Lam c’è il governo cinese e quindi la protesta è contro la Cina. Significative sono le bandiere del tempo coloniale che vengono fatte sventolare, segno di una richiesta molto precisa: l’indipendenza di Hong Kong dalla Cina o l’indizione di un Referendum per sancire una volta per tutto e in modo democratico la volontà della popolazione. Nel frattempo, le proteste non si placano. “La situazione è diventata completamente folle”, dice il cardinale arcivescovo emerito di Hong Kong Joseph Zen, in un’intervista rilasciata al quotidiano cattolico francese La Croix. “Il governo, che dovrebbe agire e rispondere ai manifestanti non fa nulla e non risponde alle richieste. Il capo dell’esecutivo Carrie Lam continua a gettare olio sul fuoco e la situazione diventa sempre più fuori controllo”.

Categories: Notizie

A nun, volunteer workers and a nightclub in Texas turned into a hostel for asylum-seekers

Agenzia SIR - Mon, 30/09/2019 - 09:38

(McAllen-Texas) It’s 11.00 am and the sun beats down even in the shade. Jorge, 22, of Mexican and Texan origin, receives a phone call from immigration officials. They just released 18 families from the detention centres. They’re at the bus station waiting for the volunteers to give them indications on the Humanitarian Respite Centre, opened by Caritas of the Rio Grande Valley a few steps away from the main bus stop.

Only the courage and the determination of Sister Norma Pimentel could transform a night club into a home for thousands of migrants fleeing poverty, gang wars and political instability.  

They arrive from El Salvador, Honduras, Guatemala: the countries of the death triangle. The entrance into the McAllen centre is underlit, typical of nightclubs and dance floors. Some neon lamps lights up the bar area that now serves as a pharmacy, where drawings made by children are stacked as a sign of welcome, adjacent to a makeshift waiting room, in the area that once served as a cloakroom. White arrows on the floor lead up to the canteen and to a rudimentary “boutique” where hundreds of mattresses stacked in neat piles, boxes and racks of clothes arranged according to size, are illuminated by natural light. The adjacent hall, near makeshift showers,  houses the canteen, where volunteer workers are preparing sandwiches and bottles of water for the newcomers. As they cross the threshold of the nightclub they look around bewildered and incredulous. They are all holding a boy or girl in their arms.

Some of the children are six-seven year olds. They have been walking for 31 days.  

In the other room adults hold on to sheets of paper, their laissez-passer into the United States, into safety. It’s all they have. No rucksacks, bags or spare clothes. All they have is the jeans and shirts they are wearing, and sneakers without laces. They were confiscated by immigration officers as soon as they entered the first reception centres. It’s an ordinary procedure in prisons to prevent convicts from committing suicide, and it’s become a standard procedure also in the McAllen migrant detention centre, even though these mothers and these fathers have committed no crime and legally presented themselves at a port of entry into the United States with an official asylum request. A timid smile appears on their faces when the volunteers welcome them with “Bienvenido” and start distributing hair bands to women, a sticker with a star for the children and a bag with the essentials for a shower and a change of clothes. They gaze at the coloured walls featuring the drawings of those who preceded them in this exodus, who stopped here for a day or a night, before resuming their journey and reuniting with a relative in another US State. Jorge, in charge of coordinating morning arrivals, starts giving information on the premises, inviting them to take a seat while waiting to be registered, while water bottles are being distributed and the children are brought to the canteen where they are given sandwiches for breakfast. It’s 11.30 and this is their fist meal since yesterday afternoon.

Peter comes from Houston, Patti from Colorado, Brittany from Pennsylvania. They have been working here as volunteers for several days or weeks and they are moved to tears as they observe this slow procession of people, exhausted and relieved at the same time.

“There were days when as many as 800 arrived all together”, Peter said. “The Supreme Court decision that asylum-seeking migrants who cross into Texas or New Mexico can be barred from receiving asylum protection if they failed to seek protection in Mexico first, has drastically reduced the number of incoming migrants. In fact only one family arrived yesterday.” The new “Remain in Mexico” policy left thousands of people on waiting lists in the border zones, where US immigration officers decide the number of migrants that will be allowed access into the Country, and for the past days entry gates remained closed many times. Since the adoption of the provision two months ago more than 20 thousand have been repatriated, often because asylum-seekers don’t speak the language of the officers addressing them and have no legal assistance.

The U.S. Supreme Court decision to recognize the legitimacy of Trump’s migration policies put the seal on the disputes between local and federal courts which had declared illegal Trump’s executive order to forbid asylum applications from migrants who had not filed asylum requests in transit countries, leaving them the only option to resort to expensive procedures in their countries of origin.

Carmen and Juan still don’t know that they are among the last ones who crossed the McAllen border and found Sister Norma waiting for them. They arrived from Honduras. They only speak Spanish and have a six-year-old who won’t release the grip from his father’s arms. While their travel companions are waiting to be registered, Carmen and Juan kneel down and hug each other. They lean their foreheads on a chipped blue chair and break out in tears, hugging their child.

From that improvised altar they voice a cry of gratefulness, even though they are kneeling down on the black floor of what once was a nightclub.

Their case will be added to over 900 thousands on waiting lists in US Courts, where it takes two years for asylum requests to be submitted to a Federal judge who will decide if they are eligible to remain or if they must be repatriated. In the meantime, today they breathe in their freedom, and they breathe without fears.

Categories: Notizie

La suora, i volontari e quel night club in Texas diventato rifugio per i richiedenti asilo

Agenzia SIR - Mon, 30/09/2019 - 09:38

(McAllen-Texas) Sono le 11 del mattino e il sole picchia anche all’ombra, quando Jorge, 22 anni, texano e messicano insieme riceve una chiamata dagli agenti di frontiera. Hanno appena rilasciato 18 famiglie dai centri di detenzione e sono alla stazione dei bus in attesa che qualcuno dei volontari gli dia indicazioni sul Respite Center, il centro di accoglienza che la Caritas della valle di Rio Grande ha aperto a pochi metri dalla fermata principale. Solo sister Norma Pimentel, con l’audacia e il coraggio dei profeti, poteva trasformare un night club in una casa per migliaia di migranti in fuga da miseria, guerre di bande, instabilità politica. Arrivano da El Salvador, Honduras, Guatemala, i paesi del triangolo della morte.

L’ingresso del centro a McAllen è buio, come si addice ad una pista per balli e spettacoli. Qualche neon illumina l’angolo bar ora farmacia, dove sono impilate le cartoline preparate dai bambini della città come segno di accoglienza e la zona guardaroba, ora banco per la registrazione e improvvisata sala d’attesa. Seguendo le frecce sul pavimento ci si ritrova nella sala mensa e nella rudimentale “boutique”, dove la luce naturale risplende su centinaia di materassi impilati ordinatamente e sulle scatole e gli scaffali di vestiti organizzati per taglia. Nella sala successiva accanto alle docce artigianali c’è la sala mensa dove i volontari stanno preparando i sandwich e le bottiglie d’acqua in attesa degli ultimi arrivati. Ed eccoli arrivare e varcare la porta del night smarriti e increduli. Tutti loro tengono per mano o in braccio un bambino o una bambina.

Alcuni hanno tra i sei e i sette anni e hanno camminato anche per 31 giorni.

Nell’altra mano gli adulti reggono pochi fogli, il loro lasciapassare per gli Usa, per la salvezza. Non hanno altro. Niente zaini, borse, vestiti di ricambio. Solo i jeans e le magliette che indossano e scarpe da tennis senza lacci. Gli agenti dell’immigrazione glieli hanno sequestrati appena messo piede nel centro di smistamento. E’ un’operazione di ruotine nelle carceri per impedire il suicidio di un detenuto, lo è diventata anche nel campo di McAllen, anche se queste mamme e papà non hanno commesso reati e si sono presentati ad una delle porte d’ingresso negli Usa, legalmente e con una richiesta ufficiale di asilo.

Sul loro volto si apre un timido sorriso quando i volontari li accolgono con un “Bienvenido” e cominciano a distribuire un elastico per capelli alle donne, una stella adesiva ai bambini e una busta con l’occorrente per una doccia e un cambio. Osservano con curiosità le pareti colorate dai disegni di chi li ha preceduti in questo esodo e che si sono fermati qui per una notte o un giorno, prima di riprendere il viaggio e ricongiungersi ad un parente in un altro stato americano. Jorge, che per questa mattina coordina gli arrivi, comincia a spiegare dove sono e li invita a sedersi in attesa della registrazione, mentre vengono distribuite bottiglie d’acqua e i bambini sono portati in sala mensa per ricevere i sandwich della colazione. Sono le 11.30 ed è il primo pasto da ieri pomeriggio.

Peter viene da Houston, Patti dal Colorado, Brittany dalla Pennsilvania, sono qui da qualche giorno o da qualche settimana come volontari e si commuovono seguendo questa processione lenta, sfinita e sollevata allo stesso tempo.

“Ci sono stati giorni – spiega Peter – in cui ne sono arrivati anche 800. La decisione della corte d’appello con cui si è stabilito che i richiedenti asilo, che giungono in Texas o New Messico senza aver prima fatto richiesta in Messico, saranno esclusi dalla protezione umanitaria, ha ridotto drasticamente i numeri. Ieri ad esempio è entrata solo una famiglia”.  La nuova politica “Rimani in Messico” infatti ha generato una lista d’attesa infinita dall’altra parte della frontiera, dove i funzionari americani decidono i numeri da ammettere e non è raro che, parecchie mattine,  le porte d’ingresso restino chiuse, mentre i rimpatri, in appena due mesi dall’entrata in vigore sono già arrivati ad oltre ventimila, spesso perchè i migranti non capiscono la lingua quando vengono chiamati e non hanno alcuna assistenza legale.

La decisione con cui la corte Suprema, mercoledì scorso, ha riconosciuto al Presidente la legittimità delle sue politiche migratorie, chiude definitivamente le diatribe tra i diversi tribunali locali e federali, che avevevano dichiarato illegale l’ordine esecutivo con cui Trump vietava di fatto l’asilo e costringeva i richiedenti a farlo nei paesi di transito o ad aprire pratiche costosissime nei paesi di provenienza.

Carmen e Juan, quindi, non sanno di essere tra gli ultimi ad attraversare il confine di McAllen e ad essere accolti da sister Norma. Sono hounduregni. Parlano solo spagnolo e hanno un bimbo di sei anni che non si stacca dal collo del papà. Mentre i loro compagni di avventura si siedono in attesa di essere registrati, Carmen e Juan si inginocchiano e si abbracciano. Su quella scrostata sedia blu poggiano la fronte e pregano in lacrime, stringendo in mezzo il piccolo. Da quell’altare improvvisato levano un canto di gratitudine, certi che il Dio dei poveri li ascolta, anche se inginocchiati sul pavimento nero di un ex night club. Il loro caso si aggiungerà agli altri 900 mila in attesa nei tribunali americani, dove una richiesta d’asilo impiega circa due anni prima di arrivare sul tavolo di un giudice e decidere per la permanenza o il rimpatrio. Intanto almeno per oggi, respirano libertà e respirano senza paura.

Categories: Notizie

Siria. Monteduro (Acs): “Le sanzioni impediscono ai siriani di potersi riprendere”

Agenzia SIR - Sat, 28/09/2019 - 19:31

Ammontano a più 36,3 milioni di euro gli aiuti destinati alla Siria dal 2011, anno di inizio della guerra, da Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) e serviti a sostenere 813 progetti in collaborazione con le 9 Chiese presenti nel Paese. Il dato aggiornato al 6 settembre scorso è stato rivelato al Sir da Alessandro Monteduro, direttore di Acs-Italia, che dal 23 al 26 settembre, si è recato nel Paese arabo per un viaggio di solidarietà, accompagnato dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, dal responsabile Acn (Aid to the church in need) per i progetti in Medio Oriente, padre Andrzej Halemba e dal sacerdote greco melkita, don Ihab Alrachid.

Quattro giorni nei quali la delegazione di Acs, di cui faceva parte anche il Sir, ha visitato la capitale Damasco, dove ha incontrato il nunzio apostolico, il card. Mario Zenari e il villaggio cristiano di Maaloula, devastato dai terroristi di Al Nusra. Il viaggio è proseguito poi verso Homs, la terza città più importante della Siria, dove sono in corso i lavori di restauro, finanziati da Acs, della cattedrale greco-melkita “Nostra Signora della pace”. Spiega Monteduro, “dall’aprile 2011 al maggio 2014 la cattedrale è stata trasformata in una caserma dallo Stato Islamico. Le icone sono state gravemente danneggiate e sfigurate, le colonne in parte distrutte, l’ambone deturpato da colpi di artiglieria e molti arredi bruciati”. A Homs i partecipanti al viaggio hanno pregato sulla tomba del gesuita olandese Frans Van Der Lugt, ucciso in un attentato, e visionato alcune delle 290 abitazioni che Acs sta contribuendo a ricostruire per promuovere il ritorno delle famiglie cristiane fuggite.

Ultima tappa del viaggio è stata Aleppo. Qui la delegazione si è confrontata con i vescovi dei diversi riti presenti ascoltandone le testimonianze dirette. Sono così tornati alla memoria gli anni dell’assedio, la distruzione delle chiese da parte dei terroristi, la devastazione della città vecchia, i bombardamenti e i razzi di mortaio. L’arcivescovo di Milano e Monteduro hanno visitato la cattedrale maronita di S. Elia e quella armeno-cattolica di san Gregorios, in ricostruzione grazie ad Acs. Con gli arcivescovi Joseph Tobji, maronita, e Boutros Marayati, armeno cattolico, mons. Delpini ha pregato per la pace. Momento suggellato dal dono di icone e crocifissi ricavati da parti in legno rimaste intatte dopo la devastazione dei terroristi. Tra i progetti visionati dalla delegazione di Acs l’ospedale cattolico di St. Louis e “Goccia di latte”. “Dal 2015 – afferma Monteduro – Acs sostiene un progetto che assicura ogni mese, ad Aleppo ed Homs, latte in polvere ai bambini cristiani sotto ai dieci anni e latte specifico per i neonati. Sono circa 3.000 ogni mese i bambini che ricevono questo contributo. Il costo di una confezione di latte in polvere è di circa 3mila lire siriane, l’equivalente di 5 euro. Una cifra che può sembrare modesta, ma che per molte famiglie è insostenibile. Il salario medio è infatti di appena 30mila lire siriane, 50 euro, e molti dei cristiani sono rimasti disoccupati a causa della guerra. La ripresa – sottolinea il direttore di Acs-Italia – appare lontana anche a causa delle sanzioni internazionali che nei loro effetti si stanno rivelando inumane perché colpiscono la popolazione, soprattutto quella più povera”. In particolare

“l’embargo petrolifero impedisce ai siriani di potersi riprendere”.

“Tutto avviene nell’indifferenza dell’Occidente – afferma Monteduro – non solo materiale, rivolta a una comunità, quella cristiana, la cui voce non viene ascoltata. I vescovi siriani che abbiamo incontrato chiedono alla comunità internazionale di ascoltare chi vive e soffre sulla propria pelle gli effetti del conflitto e delle sanzioni.

A tenere in piedi la comunità cristiana siriana è la sua fede impressionante.

Solo la forza e il coraggio che provengono dalla fede possono permettere a questa comunità di vivere in un Paese devastato dalla guerra che non è affatto terminata”. Dal canto suo, ribadisce il direttore della fondazione pontificia,

“Acs continuerà a sostenere, come ha sempre fatto, i cristiani siriani con forza e passione, con la preghiera e la generosità dei suoi benefattori. Lo facciamo ancora di più adesso che la Siria è scomparsa dalla luce dei riflettori e dalle prime pagine dei giornali”.

“E questo rinnovato sforzo è corroborato dai numeri: abbiamo implementato i fondi e quindi i progetti a sostegno della comunità cristiana siriana. Dietro i numeri ci sono case di riposo, abitazioni e chiese ricostruite dopo la distruzione operata dai terroristi, scuole, ospedali, asili, giovani, famiglie, anziani, donne. Sono progetti che possono diventare la chiave di volta per dire ai nostri fratelli cristiani di Siria che le cose cambiano e che restare nella loro terra si può. Aiutare i cristiani significa anche dare una prospettiva di pace al Medio Oriente”.

Categories: Notizie

Cosa prevede la proposta di riduzione del numero dei parlamentari?

Agenzia SIR - Sat, 28/09/2019 - 17:33

Si comincia con la riduzione del numero dei parlamentari: la conferenza dei capigruppo della Camera ha messo in calendario per il 7 ottobre il quarto e definitivo passaggio della legge di revisione costituzionale che taglia 230 deputati e 115 senatori. L’esito del voto è scontato e a questo punto tutte le riserve che sono state espresse sul contenuto e soprattutto sul senso politico di questa riforma restano a futura memoria. Ma poi che cosa accadrà? Innanzitutto occorrerà attendere tre mesi durante i quali diversi soggetti (un quinto dei membri di uno dei rami del Parlamento o cinque consigli regionali oppure ancora 500 mila elettori) potranno chiedere di sottoporre il testo approvato a un referendum, il cosiddetto “referendum confermativo”. Dopo di che, se la consultazione popolare non sarà richiesta, la legge di revisione costituzionale entrerà in vigore; altrimenti scatterà la procedura referendaria e se ne riparlerà in primavera. Appare del tutto improbabile, tuttavia, che qualcuno si metta di traverso al cammino di una riforma che tocca il cuore della propaganda “anti casta” e quindi nel dibattito tra i partiti la riduzione del numero dei parlamentari è ormai un dato acquisito e si ragiona sulle sue ripercussioni politico-istituzionali.

“Questa riforma – ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel suo discorso programmatico alle Camere – dovrà essere affiancata da un percorso volto a incrementare le garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, anche favorendo l’accesso alle formazioni minori e assicurando il pluralismo politico e territoriale. In particolare, occorrerà avviare un percorso di riforma quanto più possibile condiviso del sistema elettorale; contestualmente è nostro obiettivo procedere a una riforma dei requisiti di elettorato attivo e passivo, nonché avviare una revisione costituzionale per assicurare maggiore equilibrio al sistema e far riavvicinare i cittadini alle istituzioni”.

Di questi interventi di riequilibrio del sistema – quando si tocca la Costituzione bisogna sempre tener conto dell’insieme dell’ordinamento – quello su cui si è subito concentrata l’attenzione delle forze politiche è l’adeguamento della legge elettorale.

L’effetto collaterale di una così cospicua riduzione del numero dei parlamentari, infatti, è una compressione del pluralismo della rappresentanza, a cui si aggiunge una modifica rilevante del rapporto tra eletti ed elettori e tra eletti e territori. Con molti meno seggi da assegnare, il numero di cittadini per ogni parlamentare si moltiplica e allo stesso tempo, soprattutto al Senato e nelle regioni più piccole, è come se di fatto si introducesse una soglia di sbarramento elettorale molto elevata (fino al 20% secondo alcune stime), tagliando fuori anche forze significative. Una legge elettorale di impianto proporzionale, che fotografa i consensi di ciascun partito e li traduce in seggi, potrebbe ovviare almeno in parte a questi rischi.

Accanto a questa oggettiva motivazione istituzionale ce n’è un’altra tutta politica. Le forze della coalizione di governo hanno interesse ad adottare un sistema elettorale che non consenta in futuro al leader della Lega, Matteo Salvini, di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento pur restando lontano dalla maggioranza assoluta dei voti. Di qui il recupero della logica di fondo del sistema proporzionale (su cui però ci sono molti distinguo soprattutto nel Pd) che renderebbe estremamente problematico l’en plein della Lega. D’altro canto anche Salvini ha interesse a modificare l’attuale legge elettorale, che è prevalentemente proporzionale ma con una decisiva quota di maggioritario, e il suo obiettivo è esattamente l’opposto di quello della coalizione di governo. Il leader leghista si è già mosso da tempo, promuovendo un referendum abrogativo per abolire del tutto la quota (i cinque ottavi) di deputati e senatori eletti con la proporzionale secondo il sistema in vigore. Rimarrebbero soltanto i collegi uninominali “all’inglese”: chi prende anche un solo voto in più degli altri conquista il seggio. La Costituzione prevede che il referendum abrogativo possa essere chiesto da 500mila elettori o da almeno cinque consigli regionali e Salvini ha scelto questa seconda strada soprattutto per motivi di tempo. Il deposito in Cassazione del quesito referendario entro il 30 settembre consente che si vada alle urne nella primavera dell’anno successivo e la Lega ha mobilitato i consigli regionali in cui è in maggioranza con FdI e Forza Italia perché deliberassero a supporto dell’iniziativa. Lo hanno fatto Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Sardegna, Abruzzo e Basilicata.

Per arrivare alla consultazione popolare è però necessario che il quesito referendario, estremamente lungo e complesso perché ricavato abrogando decine di commi o frammenti di commi da quattro diverse leggi, venga giudicato ammissibile dalla Corte costituzionale.

Più di un giurista ha avanzato dubbi in proposito alla luce dei criteri adottati dalla Consulta nelle precedenti decisioni, in particolare il principio secondo cui il sistema di voto che risulta dall’eventuale abrogazione deve essere immediatamente applicabile perché non si può lasciare il Parlamento senza una legge per l’elezione dei suoi membri. E in questo caso il problema si anniderebbe nella necessità di ridisegnare comunque i collegi elettorali. Saranno i giudici costituzionali a dire l’ultima parola.

Categories: Notizie

Sicurezza a scuola. Cittadinanzattiva: 1 crollo ogni 3 giorni. Due terzi dei fondi non utilizzati. Fioramonti: “Task force sull’edilizia e videosorveglianza nei nidi”

Agenzia SIR - Sat, 28/09/2019 - 11:14

Un crollo o distacco di intonaco ogni tre giorni di scuola; tre edifici su quattro privi di agibilità; più di due istituti su cinque in aree ad elevato rischio sismico. Asili nido più manotenuti delle altre scuole, ma anche qui il livello della sicurezza rimane insufficiente. E’ la fotografia scattata dalla XVII edizione di “Imparare sicuri”, il Rapporto 2019 dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola di Cittadinanzattiva, presentato a Roma alla presenza del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti che ha promesso la costituzione di una task force sull’edilizia scolastica.  Quest’anno la ricognizione è stata effettuata anche su un campione degli 11.017 asili nido pubblici e privati che accolgono oltre 320 mila bambini 0 – 3 anni, non contemplati nell’Anagrafe dell’edilizia scolastica.

il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti

Nel corso della mattina è stato sottoscritto dal ministro Lorenzo Fioramonti e dal segretario generale di Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso, un Protocollo di intesa fra Cittadinanzattiva e Miur, finalizzato ad una progettazione congiunta volta alla promozione di educazione civica, cultura della legalità, sicurezza, sviluppo sostenibile, corretti stili di vita e cittadinanza attiva nelle scuole.

Diverse le fonti utilizzate dal report per acquisire dati ed informazioni aggiornate e attendibili: dati ufficiali di Miur, Ares (Anagrafi regionali edilizia scolastica) e Istat; dati raccolti tramite istanze di accesso civico inviate da Cittadinanzattiva a Comuni, Province e Città metropolitane, relative a 6.556 edifici scolastici di 20 Regioni; dati derivanti dal monitoraggio civico condotto da studenti delle scuole secondarie.
Ben settanta gli episodi di crolli e di distacchi di intonaco registrati, tramite la stampa locale,

tra settembre 2018 e luglio 2019 un crollo ogni 3 giorni di scuola,

di cui 29 in regioni del Nord (Piemonte 6, Lombardia 16, Emilia Romagna 4, Veneto 2, Trentino Alto Adige 1), 17 nel Centro (Toscana 5, Lazio 10, Umbria 1, Marche 1), 24 nelle regioni del Sud e nelle Isole (Campania 8, Puglia 6, Calabria 2, Sicilia 7, Sardegna 1). Tra studenti e adulti, 17 i feriti. Dal 2013 sono 276 i casi analoghi. Più di due scuole su cinque si trovano in zona ad elevata sismicità.

Per quanto riguarda gli asili nido, poco più del 40% possiede l’agibilità e il collaudo statico; meno della metà del campione è dotato dell’agibilità igienico sanitaria (47%), e del certificato di prevenzione incendi (41%), ma il sud va meglio del nord. Il 78% dei nidi campani ha l’agilità statica, ad esempio, rispetto al solo 18% di quelli lombardi. Così pure sulla prevenzione incendi: meglio Campania (49%), Sicilia (38%) e Puglia (33%), rispetto a Piemonte (31%) e Lombardia (ferma appena al 15%). Molto esiguo il numero degli edifici del campione migliorati sismicamente (4%) e ancora di meno quelli adeguati sismicamente (2%). Stessa situazione per le verifiche di vulnerabilità sismica, effettuate solo nel 15% dei nidi esaminati. Buoni i dati sulla manutenzione e sulla sicurezza interna anche se solo il 57% ha giochi e arredi a norma.  Con riferimento ai casi di maltrattamenti di bambini piccoli, Fioramonti ha detto: “Credo che la videosorveglianza negli asili sia importante: ho appena firmato un atto per spostare risorse su questa questione e spero si possa procedere nel più breve tempo possibile”.

Dal rapporto emerge inoltre un grave ritardo nell’utilizzo dei fondi per la messa in sicurezza deli edifici. Sebbene siano al momento stanziati almeno 4 miliardi e mezzo, soltanto 1 miliardo e 600 milioni sono stati effettivamente utilizzati o sono in fase avanzata di utilizzo. Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale scuola di Cittadinanzattiva, spiega che dallo stato di attuazione dei 15 principali filoni di finanziamento esaminati, emerge “la quantità inusitata di passaggi tra i diversi enti e organismi di controllo e la farraginosità delle procedure per arrivare al loro effettivo utilizzo, spesso misurabile in anni”. Di qui l’urgenza di “interventi di semplificazione dei meccanismi legati ai fondi”, e di supporto costante a Comuni e Province per aggiornare dati, accedere a bandi, progettare, appaltare e controllare gli interventi. In questa direzione va l’annuncio del ministro Fioramonti di istituire un’apposita task force. Bizzarri chiede inoltre al governo di

“esaminare al più presto la proposta di una legge quadro sulla sicurezza a scuola, depositata da Cittadinanzattiva e Save the Children”,

per intervenire su responsabilità e obblighi di enti proprietari e dirigenti scolastici, linee guida per la costruzione di nuove scuole, sostegno alle vittime di incidenti, spazi di partecipazione effettiva dei cittadini nelle costruzioni e ricostruzioni. Tra gli interventi prioritari, la coordinatrice di Cittadinanzattiva segnala anche “l’ampliamento dei finanziamenti per completare le verifiche di vulnerabilità sismica in zona 1 e 2; le indagini diagnostiche di soffitti e solai da realizzare a tappeto almeno per gli edifici costruiti tra gli anni ’50 e ’70 per scongiurare nuovi crolli; il completamento ed il varo della nuova Anagrafe che attendiamo da anni”.

Categories: Notizie

L’ Austria verso elezioni anticipate. Un voto senza grandi sorprese ma con alcuni nodi da sciogliere

Agenzia SIR - Sat, 28/09/2019 - 11:14

Domenica prossima, 29 settembre, l’Austria sarà chiamata alle urne per eleggere il nuovo parlamento, Nationalrat (Consiglio nazionale). Sono elezioni anticipate, perché il cancelliere Sebastian Kurz, Il 27 maggio 2019 è stato sfiduciato con 103 voti a favore su 183, dopo gli scandali del cosiddetto “Ibizagate” che travolto alcuni membri del suo governo (tra i quali il vice cancelliere Heinz-Christian Strache, leader del Partito austriaco della libertà -FPÖ). Kurz viene dato vincente da quasi tutti i sondaggi con il 38% dei suffragi anche a questa tornata elettorale con il suo Partito Popolare austriaco (ÖVP), che nonostante il clima burrascoso che portò alla sfiducia di maggio ha saputo ricompattarsi e, grazie anche alla vittoria nelle elezioni europee, ha gestire senza problemi questi 4 mesi di transizione.
Può esser definita meritoria l’opera del Governo tecnico presieduto dalla ex presidente della Corte Costituzionale Brigtte Bierlein (prima Cancelliera nella storia austriaca): in appoggio alla volontà del Presidente federale della Repubblica, Alexander van der Bellen, di alleggerire i temi dello scontro partitico, è riuscita a rendere l’agone meno infuocato, permettendo la ripresa di un confronto leale, in una delle campagne elettorali più noiose che si ricordi a Vienna e dintorni.

Infatti la superiorità indiscussa della figura e della personalità comunicativa di Kurz, rispetto agli altri contendenti, è tale nei sondaggi popolari sul gradimento dei politici, che nessun media, laico o cattolico, si sta ponendo la domanda su quale sarà il prossimo Cancelliere austriaco. Al massimo ci si domanda con chi potrebbe fare il governo.

Se da un lato l’alleanza con il Partito austriaco della Libertà fu raggiunta solo dopo una estenuante trattativa, oggi non è più data per ribadibile: via per le scorie e gli strascichi dell’Ibizagate, con le accuse di finanziamenti ed appoggio mediatico da parte di un oligarca russo alle attività del FPÖ; via per la risalita nel gradimento degli elettori dello storico Partito Socialdemocratico Austriaco, guidato da Pamela Rendi-Wagner, che vanta già una partecipazione governativa come ministro della Salute e delle donne d’Austria e che ha portato avanti una campagna elettorale molto ferma sui temi sociali e dell’Europa che darebbero lo SPÖ intorno al 23 per cento; via per la possibilità di ipotizzare una governo di stabilità nazionale sul modello tedesco della Große Koalition tra Cristiano Democratici/Sociali e Socialdemocratici, l’attesa in Austria è tutta orientata su quale sarà il reale scarto tra Kurz e i suoi avversari in termini di voto.
Grande risalto ha avuto l’ultimo dibattito televisivo del 26 settembre, incentrato sul tema dell’immigrazione, dell’Europa e del clima, e su una serie di domande personali sul lavoro e sui rapporti personali. L’ex cancelliere Kurz ha ribadito la politica di lotta contro l’immigrazione clandestina e difesa dell’identità culturale austriaca, mentre Rendi-Wagner ha rilanciato lo slogan elettorale “L’umanità vince”, orientando la propria azione verso la politica dell’accoglienza e dell’inclusione. Per ora, un punto che mette i vari candidati sulla stessa linea è il no ad un nuovo accordo con la Gran Bretagna sulla Brexit, anche come salvaguardia dell’Unità dell’Europa e delle sue regole. Sull’ambiente ha giocato molto la campagna elettorale dei Socialdemocratici: Rendi – Wagner ha sottolineato l’importanza per l’Austria di giungere ad una disincentivazione dell’uso del trasporto su ruota ed aereo ampliando l’offerta ferroviaria.
Il mondo cristiano si è espresso con più valutazioni durante la campagna elettorale: sia attraverso confronti diretti con i singoli candidati su base territoriale e nazionale, sia con valutazioni di opportunità dei temi sociali e istituzionali.
I teologi dell’Università di Vienna hanno chiesto, in un documento pubblico dato all’agenzia cattolica di stampa Kathpress, un “esame critico delle politiche migratorie dei partiti politici e la considerazione delle norme e dei criteri che la Chiesa cattolica mette a disposizione”.

Il documento mette in risalto la contemporaneità, il 29 settembre, delle elezioni per il Nationalrat e la celebrazione della 105ma “Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati”: per i teologi le “Posizioni politiche, stigmatizzazione, xenofobia, tendenze esclusive, egoismo nazionalistico o indifferenza nei confronti della sofferenza di rifugiati e migranti sono, tuttavia, incompatibili con la fede cristiana “.
Intervistato dal settimanale cattolico “Die Tagespost”, Kurz ha ribadito la dicotomia che ha saputo attrarre verso l’ÖVP sia nazionalisti che europeisti moderati: “L’amore per la nostra patria – che sia l’Austria, la Germania o un altro stato membro dell’UE – e l’entusiasmo per un’Europa unita non sono contraddizioni, al contrario: sono due facce della stessa medaglia”.

La storica propensione ecumenica austriaca ha portato le chiese in Austria alla pubblicazione di una guida di orientamento al voto,

con una serie di domande elaborate dal Consiglio mondiale delle chiese in Austria (ÖRKÖ): attraverso i report ricevuti i cristiani responsabili dovrebbero essere in grado di comprendere chi tra i candidati ed i partiti sono compatibili con le convinzioni cristiane. “Laddove, ad esempio, le persone deboli vengono emarginate, le persone ne parlano in modo denigratorio, e quindi la violenza è incoraggiata, le chiese cristiane, così come ognuna di esse, devono resistere energicamente”, ha detto il pastore evangelico Thomas Hennefeld, presidente ÖRKÖ perché “Non è possibile tollerare il degrado dei diritti umani e l’attacco a standard democratici di base: così come non si possono tollerare l’antisemitismo e il razzismo”.

Categories: Notizie

Migranti: in gioco c’è il presente e il futuro della famiglia umana

Agenzia SIR - Sat, 28/09/2019 - 09:37

Fra le tante parole che subissano le nostre giornate, scritte o udite, molte sono proprio caduche o del tutto inutili. Volendo osservare un segmento o un particolare si perde di vista l’insieme in cui è inserito che impone la giusta valenza a quanto si vuole asserire.

Ecco la lezione che insegna Francesco con il suo messaggio per la Giornata dei Migranti: cogliere la realtà è opportuno, descriverla e farla comprendere è saggio. Quanto è dirompente, posto che le coscienze siano vigili e non intorpidite, è la frase seguente che, se fossimo in tempi in cui il latino era valutato, andrebbe segnata rubro lapillo:

non è in gioco solo la causa dei migranti, non è solo di loro che si tratta, ma di tutti noi, del presente e del futuro della famiglia umana.

Quindi la compassione, il disagio, la sim-patia, con cui guardiamo a queste persone sofferenti, ai gruppi a dir poco cenciosi, a chi è stato a mollo per ore pur di salvarsi, devono cedere dinanzi a questa affermazione: tutti noi. (Ancora in rubro lapillo).

Solo allora compassione, disagio, sim-patia, acquisiranno la loro valenza precisa e ineludibile.

Una volta di più… parole? E non in rubro lapillo ma passate sotto un cancellino… solo il coinvolgimento fa scattare due possibili reazioni: difendersi con l’aggressione e il rifiuto (anche perché da noi le cose non è che funzionino proprio egregiamente) oppure domandarsi seriamente come intervenire.

I verbi di Francesco si stagliano e possono incidersi nella coscienza e nel quotidiano più umile ma diventare fruttuosi, generando umanità:

  • Accogliere: dal soccorso in mare che si impara non appena si sgambetta per la prima volta nell’acqua marina e tutta la distesa del mare si dilata fino all’orizzonte. Da sempre una cultura che voglia dirsi umana ha portato soccorso a chi cade in mare indipendentemente dalle ragioni o dalla (s)ragioni, dal versante nemico o da quello dell’alleato. Ed è solo il primo passo perché accogliere significa aprire la propria casa, quella della propria persona, del proprio ego, all’ascolto, all’accettazione, per giungere a trovare un tetto, un pasto caldo, indumenti che rendano dignità a chi è diventato cencioso.
  • Proteggere: indubbiamente dal pericolo mortale, dalla fame e dalla sete ma ancora di più da quegli innumerevoli pregiudizi (magari dormienti) che albergano nella nostra mentalità. Colore, usi e costumi, che possono suscitare diffidenza o addirittura timore. Proteggere l’identità altrui mentre, nel contempo, si proteggono i nostri connazionali dal perdere la loro dignità umana e cadere nel laccio degli istinti animaleschi, chiedendo perdono a quegli animali che sanno darci grandi lezioni di protezione ai cuccioli, agli animali feriti.
  • Promuovere: non immobilizzare i propri simili in stie da allevamento coatto, dietro recinzioni di fil di ferro, in una sorta di finta libertà mentre sono ancora di più alla mercé altrui. Saper individuare i talenti, le doti, le aspirazioni e creare spazi in cui poterle affinare, plasmando un futuro in cui ciascuno e ciascuna possa dare il meglio di sé e scopra quale missione il Creatore gli e le ha affidato nel proprio percorso di esistenza, per la Sua gloria indubbiamente ma anche per la nostra crescita armoniosa.
  • Integrare: se l’animo non cova invidia o gelosia l’integrazione trova i suoi spazi vitali non di servaggio affidando lavori che noi, persone colte e mature socialmente, non vogliamo più eseguire; non di sfruttamento perché la loro posizione è tale che tutto deve, assolutamente, andare bene purché impingui le tasche dell’imprenditore (lo chiamiamo con il suo nome di fama storica? Negriero).

Ben al contrario nella piena e radicale condivisione dei beni che ci sono stati donati dal Creatore e che noi abbiamo ricevuto perché ricadessero su tutti indistintamente.

I verbi riguardano la sintassi o la grammatica? Comunque sia, non possiamo espellerli dalla lingua e dalla mente, pena ritrovarci con un’etichetta zoologica e non umana. Ad ognuno la scelta.

Persona. Rubro lapillo!

Categories: Notizie

Mons. Delpini in Siria: “Qui esiste un futuro per i cristiani”

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 21:08

“La possibilità di pace per il Medio Oriente passa anche per la presenza dei cristiani, un ponte tra le diversi fedi, capaci di tendere la mano alle persone in quanto uomini e donne”. Mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, descrive così il  viaggio di solidarietà in Siria (23-26 settembre) con il direttore della fondazione pontificia Acs Italia (Aiuto alla Chiesa che soffre), Alessandro Monteduro, che lo ha portato a Damasco, Maloula, Homs e Aleppo. Quattro giorni “intensi” durante i quali l’arcivescovo di Milano ha potuto conoscere alcune comunità cristiane locali, i loro vescovi appartenenti ai vari riti presenti in Siria, e visionare numerosi progetti portati avanti da Acs nella capitale siriana, a Homs e Aleppo. Sono ben 813 i programmi di aiuto di Acs avviati in collaborazione con le nove chiese presenti nel Paese arabo per un totale di 36.309.951 euro (dato aggiornato al 6 settembre 2019).

Damasco, Maaloula e Homs. Dopo l’incontro in nunziatura, con il card. Mario Zenari, a Damasco, l’arcivescovo di Milano si è recato, il 24 settembre, a Maaloula, villaggio cristiano devastato dai terroristi di Al Nusra dove ha celebrato la messa nel santuario dei Santi Sergio e Bacco e portato il suo saluto alla comunità delle suore ortodosse nel vicino monastero di santa Tecla.

Homs, sulla tomba di padre Frans

Da Maaloula ad Homs, per pregare sulla tomba del missionario gesuita olandese, padre Frans van der Lugt ucciso nella città siriana, il 7 aprile 2014, all’età di 76 anni, 50 dei quali passati in Siria. Il ricordo di questa visita resta impressa nelle parole trascritte a mano da mons. Delpini, nel libro degli ospiti:

“il più piccolo di tutti i semi diventa il grande albero del riposo per i passeri del cielo. Padre Frans e tante vittime della violenza cieca e stolta, sono semi per la terra di Siria, e speriamo il tempo in cui il grande albero potrà offrire ristoro e pace a tanti figli di questa terra”.

“I semi cui mi riferisco, e che richiamano il Vangelo – spiega al Sir l’arcivescovo di Milano – sono in particolare la preghiera, l’appartenenza alla Chiesa e l’attitudine dei cristiani ad aiutare le persone in base al bisogno e non per la loro appartenenza. Questa per me è una ricchezza per la Siria”.

“Mi ha colpito molto la testimonianza di tanti fedeli ricchi una fede determinata e priva di complessi di inferiorità”.

“E la cosa mi colpisce ancora di più se la mettiamo a confronto con il nostro cristianesimo che a volte si manifesta con un certo imbarazzo” aggiunge mons. Delpini. Il pensiero va ai giovani incontrati ad Aleppo, radunati nella Scuola del catechismo, opera sostenuta da Acs e inaugurata dallo stesso arcivescovo, che hanno accolto il presule italiano con un piccolo recital. Salutando i giovani mons. Delpini si è detto certo che

“esiste un futuro per i cristiani in Siria”.

“Abbiamo visto tante macerie, udito della riduzione del numero dei cristiani, dell’esodo dei giovani verso altri Paesi”. A fronte di questa domanda “drammatica”, la risposta “non può essere quella delle statistiche e delle sole risorse economiche. Dal Vangelo – ricorda mons. Delpini – apprendiamo che

il futuro della Chiesa e della missione dipende dalla santità dei cristiani, segnata dalla sofferenza, da tanti martiri e povertà”. “Essa è un seme che promette molto frutto a patto di confidare nell’opera dello Spirito Santo”.

Per l’arcivescovo di Milano occorre, però, insistere su tre aspetti: “la preghiera che alimenta la speranza, la formazione alta teologica e culturale dei cristiani, e infine la cura dei giovani. Le nuove generazioni devono crescere con la consapevolezza e l’idea che hanno una missione da compiere qui, nella loro terra, prima che un benessere da conseguire altrove”. A Homs l’arcivescovo ha incontrato e benedetto anche alcuni beneficiari del progetto “Jesus is my rock”, attraverso il quale Acs ha ricostruito 290 case distrutte dalla guerra e appartenenti a famiglie cristiane. Un modo concreto per arginare l’esodo cristiano dalla Siria.

Aleppo. Un tema, questo, riproposto con urgenza anche dai vescovi cristiani della città martire del conflitto siriano, Aleppo. Chiare le parole dell’arcivescovo greco-melkita di Aleppo, mons. Jean-Clement Jeanbart: “i cristiani hanno bisogno di aiuto e bisogna fare il massimo perché restino nella loro terra. Aiutare i cristiani significa aiutare anche i musulmani. La Siria si ricostruisce anche con il bene e la solidarietà”. Parole condivise da mons. Delpini: “ai presuli aleppini ho portato l’amicizia della chiesa di Milano che ha un debito di gratitudine con le Chiese orientali. Ho ascoltato il loro grido di aiuto cui cercheremo di dare una risposta fattiva”. Nel tempo trascorso ad Aleppo mons. Delpini e il direttore di Acs-Italia, Monteduro, hanno incontrato le famiglie cristiane beneficiarie del progetto “Goccia di latte” che assicura ogni mese (a Homs e Aleppo, ndr.) latte in polvere ai bambini sotto i 10 anni e latte specifico ai neonati. Sono circa 3mila i piccoli che usufruiscono di questo progetto. Altre tappe significative del viaggio sono state all’ospedale cattolico di Saint Louis di Aleppo, dotato di macchinari sanitari offerti da Acs, alle cattedrali maronita, armena e melkita di Aleppo, distrutte dai terroristi di Al Nusra e ora in ricostruzione, grazie ai benefattori di Acs. Da mons. Boutros Marayati, arcivescovo degli armeni cattolici della città siriana, mons. Delpini ha ricevuto un’immagine di Cristo posta su un pezzo di legno ricavato dalle macerie della cattedrale.

La vicinanza della Chiesa italiana. La visita dell’arcivescovo di Milano ha fatto seguito a quella di pochi giorni fa dell’arcivescovo di Genova, card. Angelo Bagnasco presente ad Aleppo anche in veste di presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa. “Queste due visite ravvicinate – ha commentato mons. Delpini – sono un segno di vicinanza della Chiesa italiana alla Siria e al suo popolo. Una prima cosa che ci viene chiesto di fare è

favorire il rientro di chi ha lasciato questa terra per la guerra e per mancanza di sicurezza e di prospettive future.

Qui è importante la missione della Caritas, delle fondazioni come Acs e anche il sostegno a progetti in località dove sono presenti nostri religiosi e sacerdoti o persone che hanno contatti con le nostre chiese in Italia. Di questo viaggio parlerò con i miei sacerdoti e confratelli anche per mettere in campo nuove forme di vicinanza per il futuro e stimolare una ripartenza della vita della comunità cristiana locale”.

Categories: Notizie

Suicidio assistito. Spagnolo (Univ. Cattolica): “Pronuncia pericolosa, ma positivi il ruolo attribuito ai comitati etici e la verifica di condizioni e modalità alle strutture pubbliche”

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 18:40

“Una sentenza molto pericolosa, che però potrebbe essere gestita se strumenti come la valutazione etica funzionassero consentendo così di limitare e ridurre a poche situazioni i casi, mentre in tutti gli altri si potrebbe contare sulla sensibilità dei medici e sul riconoscimento da parte loro di trovarsi davanti a eventuali situazioni di accanimento. Perché

occorre distinguere con chiarezza tra la doverosa sospensione di un accanimento e il procurare direttamente la morte aiutando l’esecuzione del suicidio”.

Questo, in estrema sintesi, il giudizio di Antonio G. Spagnolo, direttore dell’Istituto di bioetica e medical humanities della Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università cattolica, al quale, in attesa di leggere il dispositivo della pronuncia della Corte costituzionale in materia di punibilità dell’aiuto al suicidio, abbiamo chiesto un commento sui contenuti del comunicato diffuso l’altro ieri dalla Consulta.

Pur mantenendo un parere negativo sulla pronuncia, l’esperto ne ravvisa due elementi positivi. Il primo, ci spiega, consiste nell’avere subordinato la non punibilità, oltre che al rispetto delle modalità previste dalla legge 219/2017 sul consenso informato e sulle cure palliative, alla “verifica delle condizioni richieste e delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Ssn, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”. Questa, sottolinea,

“è la prima volta che nella questione di fine vita vista dalla prospettiva della legge compare il ruolo del comitato etico,

del quale avevamo criticato la mancanza nella suddetta legge che prevedeva in caso di conflitto medico–paziente il ricorso al giudice”.

Secondo Spagnolo, “già nella legge 219/2017 vi erano elementi che avrebbero potuto affrontare la questione del fine vita senza bisogno di una sentenza; una norma che, interpretata in un certo modo, poteva dare una risposta alla questione sottoposta alla Consulta con la sola modifica dell’art. 580 del Codice penale, ossia sanzionando in modo differenziato l’istigazione e l’aiuto al suicidio”. Tuttavia, prosegue, “qui c’è il riferimento almeno ad una riflessione, ossia che la valutazione delle condizioni richieste sia affidata al comitato etico territorialmente competente. Questo apre certamente la questione di come debba essere costituito questo comitato; se sia lo stesso che si occupa di sperimentazione di farmaci o uno specifico per la pratica clinica e i casi complessi; oltre a quella del progressivo smantellamento dei suddetti comitati – da 270 su tutto il territorio agli attuali 90 che diventeranno 40 non appena saranno pronti i decreti attuativi della legge Lorenzin del 2018. Una riduzione che comporta il rischio che, senza un loro ripristino, la valutazione affidata dalla Corte rimanga sulla carta”.

Eppure, prosegue Spagnolo, “il comitato etico sarebbe una risposta ottimale a fronte di una valutazione che non può essere solo di carattere giuridico su quale volontà prevalga, ma deve essere fondata su un dialogo, uno scambio di informazioni, un sevizio di consulenza”. Anche perché, in molte situazioni, la richiesta del paziente di non proseguire più i trattamenti si può configurare come eticamente giustificabile se riferita a trattamenti sproporzionati e che causano ulteriore sofferenza.

Sproporzione, futilità e gravosità configurano infatti una situazione di accanimento terapeutico nella quale il medico dovrebbe egli stesso pensare di desistere dai trattamenti.

L’altro elemento positivo ravvisato nella sentenza è “che le modalità di esecuzione vengano affidate ad una struttura pubblica del Ssn. Questo sembra poter dire che non sarà sempre necessaria una sorta di obiezione di coscienza perché

è difficile che si possa richiedere ad una struttura non pubblica di dare attuazione a qualcosa che essa ritiene di non dover fare”.

Ma poiché medici obiettori lavorano anche in strutture pubbliche, “occorre leggere che cosa dice effettivamente la sentenza e come verrà tradotta nella legge, ma è ovvio che nella norma non si potrà non prevedere l’obiezione di coscienza che – come ricorda il Papa – non è un mettersi in cattedra né abbandonare il paziente, ma continuare ad accompagnarlo pur prendendo le distanze da richieste che non si possono condividere”.

Categories: Notizie

L’elemosiniere del Papa nei ghetti foggiani. Operatori Caritas: “Qui gli ultimi non possono che continuare a sentirsi ultimi”

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 16:24

Non c’era modo migliore per vivere la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebrerà domenica 29 settembre. Papa Francesco ha inviato oggi il suo Elemosiniere card. Konrad Krajewski a visitare i cosiddetti “ghetti” dell’area della Capitanata nel foggiano. Accompagnato dal vescovo di San Severo, mons. Giovanni Checchinato, e dall’arcivescovo di Foggia-Bovino, mons. Vincenzo Pelvi, l’Elemosiniere del Papa si è recato in due di questi insediamenti, in forma di baraccopoli o masserie abbandonate, per incontrare migliaia di lavoratori agricoli, per la maggior parte migranti provenienti dall’Africa (soprattutto da Nigeria, Ghana, Senegal e Gambia) ma anche dall’Est europeo (rumeni e bulgari), che vivono in condizioni di grave precarietà a livello giuridico, abitativo, sanitario. “Una visita annunciata da qualche giorno – dice al Sir Caterina Boca, operatrice Caritas da anni impegnata in queste realtà – che ha permesso al cardinale di capire in quale situazione vivono queste persone.

Parliamo di circa 4.000 tra uomini e donne, assiepati in centinaia di baracche, senza acqua e corrente elettrica, in condizioni igienico-sanitarie inesistenti, privi di qualsiasi sostegno e aiuto”.

Ci troviamo nell’area della Capitanata, in provincia di Foggia, da sempre a prevalente vocazione agricola, e per questo interessata da una forte presenza di lavoratori stagionali che nel corso degli anni si sono aggregati in insediamenti informali, occupando casolari abbandonati oppure costruendo vere e proprie baraccopoli. Con l’interruzione del pranzo consumato con operatori Caritas e migranti, il cardinale ha visitato i due grandi insediamenti della zona, a cominciare dal ghetto di Borgo Mezzanone, frazione del comune di Manfredonia, una piccola comunità rurale di circa 800 abitanti, appartenente alla Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Da circa venti anni, l’ex aeroporto militare dell’Amendola, che si trova a poco meno di un chilometro dalla borgata, è adibito e usato per l’emergenza dei profughi. All’inizio fu occupato da quelli provenienti dalla vicina Albania  successivamente anche da quelli dell’Africa e Asia.

Il secondo insediamento visitato dal cardinale è stato il cosiddetto Gran Ghetto, sgomberato dalla polizia nel marzo 2017 dopo quasi 20 anni dalla sua nascita. Un’operazione durante la quale, a causa di un incendio scoppiato nella notte proprio a poche ore dallo sgombero, persero la vita due giovani maliani di circa 30 anni, Mamadou Konate e Nouhou Doumbouya. “In queste baraccopoli – continua Caterina – gli ultimi non possono che continuare a sentirsi ultimi. Descrivere questi luoghi non è facile.

Parliamo di una sorta di villaggio, composto di baracche più o meno grandi, venute su una dopo l’altra.

Eppure, strano a dirsi, al suo interno puoi trovare anche la baracca-bar, o quella del gommista. C’è anche la ‘baracca-pub’. Questo per dire che parliamo di un luogo fortemente degradato, di un ghetto – sottolinea Caterina – dove però chi lo vive e ci vive ha provato comunque ad umanizzalo, a normalizzarlo, a renderlo il più accogliente possibile. Il cardinale ha voluto vedere di persona e toccare con mano questa realtà. Ha indossato la stessa casacca di presidio che vestono i nostri operatori, ha parlato con i ragazzi e i ragazzi hanno risposto con affetto e gratitudine. Accompagnato dai nostri direttori ha girato i campi in lungo e in largo ribadendo che la sua visita, di cui ovviamente il Papa era al corrente, non aveva assolutamente l’intento di verificare il lavoro fatto o non fatto da altri.

Una semplice visita nata dal desiderio che, il Papa in primis e poi la Chiesa, hanno di stare con chi vive nella povertà e nel disagio, provando a dare, se possibile, un aiuto concreto, da aggiungere a quello di tanti altri e senza sostituirsi ad altri”.

Foto Elemosineria Apostolica

La Caritas italiana dal 2015 assiste i due assembramenti fornendo servizi e sostenendo in ogni modo i migranti che vivono nelle due baraccopoli. “In particolare – precisa Caterina – sono 12 le Caritas diocesane impegnate con decine di operatori per tre giorni a settimana nel sostegno ai migranti. All’inizio abbiamo messo in piedi dei presidi fissi o centri di ascolto, ma nel corso degli anni ci siamo però resi conto che, per loro, venire da noi non era cosa facile. I motivi sono molteplici. Allora abbiamo deciso che dovevamo essere noi ad andare. E così abbiamo organizzato i presidi mobili, con operatori che vanno sul posto, instaurano relazioni provando ad abbattere diffidenze e paure. Abbiamo scoperto che molti sono irregolari, ma tantissimi altri sono a posto con la legge, in possesso di un regolare permesso di soggiorno ottenuto per motivi umanitari. Immigrati regolari, e quindi potenzialmente in grado di esercitare diritti e adempiere doveri. Il problema vero, qui, è il lavoro nero e lo sfruttamento che sembrano avere sempre la meglio. Anche su questo fronte – conclude – si concentra il nostro operare. Parlando nelle scuole, nelle parrocchie proviamo a combattere questa piaga, che colpisce i migranti ma anche tanti italiani. Una piaga che paradossalmente non permette neanche a quei datori di lavoro onesti, e ce ne sono, di poter assumere regolarmente braccianti contrastando così il terribile fenomeno del sommerso”.

Categories: Notizie

Recensioni su novità al cinema: “Ad Astra”, viaggio nelle profondità dell’animo umano. “Il sindaco del rione Sanità”, un dramma giocato tra bene-male

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 13:40

Quattro film da scoprire in sala da giovedì 26 settembre. Come ogni settimana arriva puntuale la rubrica di cinema del Sir e della Commissione nazionale valutazione film della Cei. In evidenza questo weekend troviamo: il thriller spaziale a sfondo spirituale “Ad Astra” di James Gray con Brad Pitt; il dramma di matrice teatrale “Il sindaco del rione Sanità” di Mario Martone tratto dal repertorio di Eduardo De Filippo; la commedia musicale sulle orme dei Beatles “Yesterday” diretta dal premio Oscar Danny Boyle; infine per ragazzi c’è “Dora e la città perduta”, che si ispira ai cartoon di Nickelodeon.

 

Ad Astra”

Arriva direttamente dalla 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia il thriller spaziale “Ad Astra” del regista newyorkese James Gray – tra i suoi film si ricordano “I padroni della notte” (2007) e “C’era una volta a New York” (2013) – e interpretato da Brad Pitt, anche produttore con la sua Plan B; nel cast figurano anche i veterani Tommy Lee Jones e Donald Sutherland. Oltre alla dimensione del thriller avventuroso, il film si trasforma gradualmente in mélo a sfondo familiare, tra strappi sentimentali e mancanze paterne, in un’opera che scandaglia l’animo umano e i suoi tormenti. Il regista Gray si appropria della tematica dell’avventura spaziale per mettere a fuoco il rapporto uomo-Infinito, con richiami alla narrativa di Arthur C. Clarke e cinema di Stanley Kubrick. Nella costruzione del racconto riusciamo però a cogliere tracce delle più recenti suggestioni cinematografiche tra cui il Cuarón di “Gravity”, il Nolan di “Interstellar” come pure lo sguardo visionario e introspettivo del Malick di “The Tree of Life”.
Dunque, “Ad Astra” ci conduce apparentemente negli angoli più nascosti dell’universo, in cerca di scoperte rivoluzionare e risposte sul futuro dell’uomo; in verità si tratta di un viaggio nelle profondità dell’animo umano: il protagonista si perde nello Spazio per ritrovare se stesso, per capire che il senso del proprio vivere è racchiuso negli affetti e nella condivisione. Il racconto è molto dettagliato e suggestivo, secondo i consueti canoni dell’industria di Hollywood; gli effetti speciali si rivelano puntualmente efficaci e sorprendenti. Il regista lavora molto anche sui dettagli, sui primi piani dell’astronauta Pitt, che indubbiamente è bravo seppure talvolta legnoso. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e da proporre in occasioni di dibattito.

“Il sindaco del rione Sanità”

Mario Martone omaggia e attualizza Eduardo De Filippo. Stiamo parlando del film “Sindaco del rione Sanità” (in sala dal 30 settembre per tre giorni), da poco passato a Venezia 76, opera che prende le mosse dal testo teatrale di De Filippo del 1960. Martone insieme a Ippolita di Mayo aveva già lavorato sul soggetto a teatro nel 2017, successivamente è emerso il desiderio di farne un film sullo sfondo della Napoli di oggi, ancora spaccata tra progresso e retaggio della malavita che cristallizza la vita del territorio. La storia: Antonio Barracano (il bravissimo Francesco Di Leva) tiene le fila del rione Sanità a Napoli. Tutto si decide con il suo consenso, nulla può avvenire senza che lui veda o autorizzi. Il ritratto di Napoli si avvicina a quello più volte proposto tra cinema e serie Tv; alle prime battute del film infatti sembra di assistere a una versione sottotono di ‘Gomorra’ o ‘La paranza dei bambini’, quando l’intensità nera del racconto sbanda con toni ironici o persino umoristici. Poi il film decolla verso un altro orizzonte, orientandosi verso un dramma shakespeariano giocato tra bene-male, amore-odio, con monologhi finali densi di pathos e carichi di desiderio di riconciliazione, di abbandonare la strada del sangue a favore di un orizzonte di pace. C’è persino l’impressione di poter cogliere dei rimandi cristologici nel finale, passaggio forse un po’ insistito da parte del regista. Occorre rimarcare comunque che siamo sempre in ambito malavitoso e questo non va dimenticato. Dal punto di vista pastorale il film è complesso, problematico e adatto per dibatti.

“Yesterday”

Il regista Danny Boyle, nato a Manchester nel 1956, si è affermato a partire dagli anni ’90, raggiungendo poi una solida carriera negli anni Duemila. Tra i suoi titoli si ricordano “Trainspotting” (1996), “The Beach” (2000) e “The Millionaire” (2008), con cui ha conquistato l’Oscar per la miglior regia nel 2009. Ora arriva nelle sale con “Yesterday”, commedia a ritmo musicale – è il trend della stagione dopo “Bohemian Rhapsody” (2018), “Rocketman” (2019) e “Blinded by the Light” (2019) – che ruota attorno alle canzoni dei Fab Four, ovvero dei Beatles. È un “What If” movie: mettiamo che non esistano i Beatles e che tutti i loro brani vengano incisi da un giovane musicista squattrinato. Cosa può capitare? Di certo è una commedia brillante con pennellate romance sul ritmo di una colonna sonora travolgente.

“Dora e la città perduta”

Per ragazzi preadolescenti esce la commedia avventurosa “Dora e la città perduta” di James Bobin con Michael Peña ed Eva Longoria, versione cinematografica con inserti live-action del cartoon “Dora l’esploratrice” di Nickelodeon. La sedicenne Dora sfida la Foresta amazzonica con l’inseparabile scimmietta Boots e il cugino Diego in cerca di una civiltà antica, tallonati però da bracconieri incalliti. Sulla scia del successo della formula “Jumanji” (1995) e ancora prima di “Jurassic Park” (1993) – ma si potrebbe evocare anche l’ormai classico “I Goonies” (1985) –,ecco un nuovo film avventuroso per ragazzi in cerca di emozioni e inserti comici. Simpatico, senza troppo mordente o spessore.

Categories: Notizie

Saturdays for Future. Giovannini (Asvis): “Un’alleanza tra produttori e consumatori per la sostenibilità”

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 13:32

Far diventare il sabato, quando la maggioranza delle persone fa la spesa settimanale, il giorno dell’impegno per cambiare i modelli produttivi e le abitudini di consumo a favore di uno sviluppo sostenibile: questo l’obiettivo dei Saturdays for Future, lanciati, a giugno scorso, dalle pagine di “Avvenire” da Enrico Giovannini, portavoce di Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e da Leonardo Becchetti, presidente del comitato scientifico di NeXt. Il primo appuntamento è domani, sabato 28 settembre, data non casuale: è il giorno successivo allo sciopero globale degli studenti in difesa del clima. Gli attivisti italiani sono scesi in 160 piazze, sparse in tutta Italia, con cortei e comizi. Contemporaneamente all’Italia, ci sono manifestazioni di giovani in altri 26 Paesi nel mondo. In occasione dei Saturdays for Future all’interno dei luoghi della mobilitazione sarà posizionata un’urna per inserire gli scontrini degli acquisti. Si tratta di una scelta pensata proprio per dare l’idea del “voto col portafoglio” e per avere un riscontro della partecipazione dei consumatori alla giornata. Enrico Giovannini ci spiega l’iniziativa che parte domani.

Come nascono i Saturdays for future?

Durante il Festival dello sviluppo sostenibile abbiamo fatto alcune sperimentazioni su come l’informazione data ai consumatori possa cambiare le abitudini di consumo. Allora, ci siamo chiesti: perché impegnarci solo il venerdì per cambiare il mondo? Potremmo concentrarci anche sul sabato, quando più della metà degli italiani fa la spesa settimanale.

È un’iniziativa in linea con l’obiettivo 12 dell’Agenda 2030

che riguarda il consumo e la produzione responsabili, così come i Fridays for future si concentrano sull’obiettivo 13, quello della lotta ai cambiamenti climatici.

Chi sperate di coinvolgere in questa iniziativa?

Consumatori, produttori e distributori. Tanti italiani hanno già una sensibilità sui temi della sostenibilità, ma c’è una certa opacità nei prodotti circa il rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Indubbiamente, il richiamo alla sostenibilità rischia di diventare una moda, quindi

serve una maggiore comunicazione ai consumatori, ma anche una sensibilizzazione.

Per questo, dopo l’iniziativa di sabato 28 settembre, da lunedì 30 cominceremo a lavorare con le associazioni della distribuzione, dei produttori e dei consumatori, per far sì che cambino certe pratiche: ad esempio, sarebbe possibile aggiungere ai prodotti, oltre ai bar code, dei Qr Code, per leggere, attraverso un cellulare, qual è il grado di rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori che sta dietro a quel determinato prodotto. Questo tipo di informazione genererebbe una sana competizione tra i produttori che avrebbe effetti sui mercati, sulle scelte e dunque sull’impatto della Co2. Perciò, abbiamo pensato che Fridays for future e Saturdays for future possano andare insieme: siamo molto lieti che oggi, venerdì 27 settembre, all’Assemblea generale dell’Onu l’iniziativa Saturdays for future è stata presentata per diventare eventualmente una buona pratica mondiale.

Come si concretizzano i Saturdays for future?

Sul sito mostriamo tutta una serie di pratiche, che potrebbero essere usate già adesso da consumatori, produttori, distributori e educatori. E poi ci saranno iniziative sparse sul territorio italiano: alcune catene distributive si sono già impegnate per delle prime azioni, ci saranno dei cash mob in giro per l’Italia e occasioni di riflessione in tutta Italia. Faremo un secondo Saturday for future prima di Natale: in quell’occasione presenteremo i primi risultati del cambiamento culturale e concreto che auspichiamo.

Per cambiare le abitudini di spesa delle famiglie italiane cosa può essere più incisivo?

Prima di tutto, il dialogo tra giovani e adulti. Quanti di noi hanno già sperimentato la pressione dei piccoli nel cambiare i comportamenti rispetto alla raccolta differenziata, all’uso della plastica. I giovani hanno da insegnarci una certa radicalità e una coerenza che si traduce in comportamenti concreti: tanti di loro non vogliono un’automobile. Questo è un elemento di preoccupazione per chi le produce, ma una grande opportunità per chi produce mezzi più sostenibili. Su questo abbiamo bisogno di accelerare perché, come il Papa non si stanca di dirci, abbiamo poco tempo ed è una questione di giustizia: ogni giorno che ci separa da un mondo sostenibile è uno nel quale anche noi contribuiamo all’ingiustizia. Sappiamo, d’altra parte, che molte persone in Italia, ma non solo, vorrebbero orientare i propri consumi a prodotti più sostenibili, ma non possono farlo perché non hanno i mezzi finanziari. Anche questo deve cambiare: magari ci saranno catene distributive e produttive che decideranno di abbassare i prezzi per andare incontro a questa domanda e così conquistare quote di mercato. Proprio il mercato può essere uno strumento potentissimo di cambiamento, se orientato nella giusta direzione.

Economia, mercato e sostenibilità possono camminare insieme?

Al momento non abbiamo un altro sistema, ma sappiamo che non va bene: ecco perché abbiamo bisogno di mettere in campo tutte le azioni, dai Fridays for future ai Saturdays for future, ma ricordo che c’è anche tutto il resto della settimana da inventare. Penso anche alla finanza sostenibile e alla cooperazione, che provano a rispondere in modo diverso a stimoli che pure sono di mercato. La politica, da questo punto di vista, è importante perché può orientare i comportamenti, ma anche far crescere cultura nella direzione giusta.

Il titolo della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani è “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #Tuttoèconnesso”…

Sono molto lieto di questa scelta. Nel percorso verso la Settimana è importante che il cambiamento avvenga: non abbiamo tempo da perdere. La sintesi di economia, ambiente e società, che è al centro dell’ecologia integrale di Papa Francesco nella Laudato si’, deve maturare ovunque. Sono convinto che anche nelle pratiche quotidiane la Chiesa possa esprimere un cambiamento importante. Nelle diocesi, ad esempio, si stanno moltiplicando incontri e riflessioni sullo sviluppo sostenibile.

La Chiesa, visto il suo grande ruolo, può aiutare il nostro Paese ad accelerare il passo.

D’altra parte, Papa Francesco in giro per il mondo è considerato l’alfiere numero 1, anche più di Greta, del cambiamento possibile.

Avvenire è media partner di Saturdays for future…

Abbiamo scelto l’Avvenire perché, più di qualsiasi altro media, ha avuto attenzione su questi temi. Adesso si stanno muovendo anche altri mezzi di comunicazione, ma tutti devono riconoscere che

i cattolici hanno una marcia in più.

Categories: Notizie

Il ritorno a Lourdes dopo il miracolo. Suor Luigina Traverso: “Ringrazio Maria e mi metto al servizio degli ammalati”

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 11:01

(da Lourdes) Lei è lì davanti, da sola, ai piedi della grotta. Indossa l’abito bianco della sua congregazione. Con le dita passa da un granello del Rosario all’altro, mentre le sfilano accanto altri pellegrini. Non la riconoscono. Suor Luigina Traverso è nota per essere, nell’immaginario collettivo, il “68° miracolo di Lourdes”, riconosciuto l’11 ottobre 2012. E a Lourdes è tornata in questi giorni. “Ogni volta è una grande commozione”, confessa. Il momento più significativo per lei è il passaggio dell’Eucaristia al termine della processione nell’esplanade del santuario mariano. Il ricordo va a quel 23 luglio del 1965. Lei, affetta da Lombosciatalgia paralizzante, sentì “una scossa forte, caldo, freddo”. “Tremavo – ricorda oggi –. Mi sono chiesta se fossi guarita e pregavo. Poi, ho sentito che la gamba si muoveva”. E anche adesso, tornando a Lourdes, si è recata in quel luogo. Stavolta la riconoscono tutti. Il canonico del santuario la presenta. E la religiosa rivela il suo pensiero:

“Nel momento del passaggio del Santissimo mi chiedo come mai sia accaduto a me e non agli altri. Sento un profondo desiderio di ringraziare il Signore e Maria per quello che ho vissuto, per la mia guarigione. Poi prego per tutti gli altri ammalati”.

Tappa fondamentale del ritorno a Lourdes di suor Luigina Traverso è il Bureau des Constatations médicales, o meglio l’ufficio delle constatazioni mediche, dove i medici studiano i casi di guarigione. L’occasione è la presentazione del libro “Miracoli a Lourdes”, scritto dal giornalista di Tv2000 Fabio Bolzetta. La sua storia è una tra quelle raccontate. Ma prima di essere accolta dal presidente del Bureau, Alessandro De Franciscis, la religiosa ripercorre con lo sguardo le immagini e le storie delle 70 persone che hanno ricevuto un miracolo a Lourdes. Alla sessantottesima fotografia, la sua, si sofferma e sorride. Nella memoria ritornano le immagini di cinquant’anni fa, le parole di quel sacerdote che le disse: “Preghiamo perché la Madonna ti faccia il miracolo di poter stare almeno seduta”. E la sua risposta secca: “Se guarisco torno alla mia attività con la gioventù. O tutto o niente”. Ma anche la vicinanza delle consorelle che hanno pregato, digiunato, fatto la carità e osservato la regola. “Ognuna stava attenta a non sbagliare – racconta –, mi hanno detto che hanno vissuto una settimana di paradiso”. Poi, il ricordo della preghiera incessante a Maria e le immersioni nelle piscine due volte al giorno.

Gli occhi lucidi, la voce stanca confessano un altro ricordo: “Aspettavo la grazia il 24 luglio per la festa di Maria Ausiliatrice, l’ho ricevuta il 23. Mi hanno messo nell’esplanade. Ho seguito la processione eucaristica. ‘Signore, se tu vuoi, puoi’, era la mia invocazione che ripetevo incessantemente.

Mi trovavo sulla barella e appena è passato davanti a me il sacerdote con il Santissimo sacramento ho cominciato a sentire una sensazione che non avevo mai avvertito prima di allora. Sentivo caldo e contemporaneamente freddo, il letto mi ballava senza che nessuno lo stesse muovendo e così ho capito che qualcosa stava succedendo. Ho pensato subito alla guarigione ed effettivamente non provavo più nessun tipo di dolore. Mi sono resa conto che riuscivo a muovere il piede paralizzato”.

Dopo la guarigione, il ritorno in piedi, a camminare. “Arrivata nella camera ho messo le calze, ho provato a scendere dal letto e camminavo bene. L’indomani ho percorso la via crucis sul monte a piedi”. Oggi, suor Luigina si occupa del servizio agli ammalati e tiene a farlo “nel modo migliore”. E ogni volta Lourdes la memoria riporta il passato nel tempo presente:

“Perché è capitato a me? Dico grazie e prego per gli altri”.

Categories: Notizie

Rapporto Caritas/Migrantes: sono 5 milioni e 200mila gli stranieri in Italia, una presenza “ombra” in generale diminuzione

Agenzia SIR - Fri, 27/09/2019 - 10:54

In una Italia che straparla di “invasione” di migranti i dati confermano invece una tendenza contraria, di generale diminuzione. E’ quanto emerge dal XXVIII Rapporto immigrazione 2018-2019 “Non si tratta solo di migranti” di Caritas italiana e Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma. In Italia sono 5.255.503 i cittadini stranieri regolarmente residenti, l’8,7% della popolazione totale residente in Italia, al terzo posto nell’Unione europea. I due decreti sicurezza varati dal precedente governo – si legge nell’introduzione – hanno introdotto “modifiche restrittive”, suggerito “indebite semplificazioni”,  e aggravato “la precarizzazione dei diritti delle persone, offrendo la sponda ad atteggiamenti di intolleranza rispetto alla presenza dei cittadini stranieri in Italia”. Secondo Caritas e Migrantes tra le “fatiche dell’integrazione” vi è la “pesante esclusione di circa 90.000 cittadini stranieri” dal Reddito di cittadinanza e l’aumento delle fake news e dell’hate speech. Il migrante è spesso “una persona che si districa fra difficoltà di tipo burocratico, scolastico, giudiziario, sanitario, economico, sociale, ovvero con i problemi della vita quotidiana che affrontano tutti, ma che, nel suo caso, sono forse più complicati che per molti altri”. L’auspicio rivolto al nuovo governo è quindi di favorire “politiche realmente inclusive e volte all’integrazione” per colmare quei vuoti che rendono ancora i migranti una presenza “ombra”. Nel volume sono contenute riflessioni e spunti di diversi testimoni della scena culturale e politica, da Liliana Segre a Massimo Cacciari a Mario Morcellini.

Italia: una generale diminuzione. In Italia diminuiscono gli ingressi per motivi di lavoro, mentre aumentano quelli per motivi di asilo e protezione umanitaria. Pur tenendo conto della diminuzione della natalità straniera (-3,7% nel 2018), sempre più simile a quella della popolazione autoctona, perdura il contributo degli immigrati alla riproduzione demografica dell’Italia. Al 1° gennaio 2019 le comunità straniere più consistenti sono quella romena (1.206.938 persone, pari al 23% degli immigrati totali), quella albanese (441.027, 8,4% del totale) e quella marocchina (422.980, 8%). Le regioni nelle quali risiede il maggior numero di cittadini stranieri sono la Lombardia (1.181.772 cittadini stranieri residenti, pari all’11,7% della popolazione totale ), il Lazio (683.409, 11,6%), l’Emilia-Romagna (547.537, 12,3%), il Veneto (501.085, 10,2%) e il Piemonte (427.911, 9,8%). Le province nelle quali risiede il maggior numero di cittadini stranieri sono Roma (556.826, 12,8%), Milano (470.273, 14,5%), Torino (221.842, 9,8%), Brescia (157.463, 12,4%) e Napoli (134.338, 4,4%).

Famiglia  e scuola. Nel corso del 2017 sono stati celebrati 27.744 matrimoni con almeno uno dei coniugi straniero (+14,5% del totale dei matrimoni), in aumento rispetto al 2016 (+8,3%). Nel 2018 sono 65.444 i bambini nati da genitori entrambi stranieri (14,9% del totale delle nascite), in calo rispetto al 2017 (-3,7%). I dati 2018 sulle acquisizioni di cittadinanza attestano una flessione rispetto all’anno precedente (-23,2%), con 112.523 acquisizioni di cittadinanza di cittadini stranieri residenti. Nell’anno scolastico 2017/2018 gli alunni stranieri nelle scuole italiane sono 841.719 (9,7% della popolazione scolastica totale), in aumento di 16 mila unità rispetto all’anno scolastico 2017/2018.

Ben il 63,1% degli alunni con cittadinanza non italiana è nato in Italia.

Le religioni. Al 1° gennaio 2019 i cittadini stranieri musulmani residenti in Italia risultano 1 milione e 580 mila (+2% rispetto al 2018). I cittadini stranieri cristiani residenti in Italia si stimano in 2 milioni e 815 mila (-4% rispetto al 2018) e mantengono ancora il ruolo di principale appartenenza religiosa tra gli stranieri residenti in Italia: 1 milione e 560 mila ortodossi, 977 mila cattolici, 183 mila evangelici, 16 mila copti e 80 mila fedeli di altre confessioni cristiane. In fortissima crescita risultano gli stranieri atei o agnostici: più di mezzo milione.

Devianza e discriminazioni. Al 31 dicembre 2018 i detenuti stranieri presenti negli istituti penitenziari italiani sono 20.255, su un totale di 59.655 persone ristrette (33,9%), una incidenza sostanzialmente stabile. La nazione più rappresentata è il Marocco (3.751 detenuti), quindi Albania (2.568) e Romania (2.561). Nel complesso, le pene inflitte denotano una minore pericolosità sociale degli immigrati, perché le tipologie di reato confermano quelli contro il patrimonio come la voce con il maggior numero di ristretti. Il rapporto evidenzia però “il carattere sempre più pervasivo delle organizzazioni criminali straniere che operano in Italia” come la mafia nigeriana. Sul fronte opposto,

“in sensibile aumento sono i reati di discriminazione e di odio etnico, nazionale, razziale e religioso”.

In Europa il 30,2% del totale dei migranti. Nel 2018 nel continente europeo risiede il 30,2% del totale dei migranti a livello globale, mentre

sono 39,9 milioni i cittadini stranieri residenti nell’Unione Europea, in aumento del 3,5% rispetto al 2017.

Il Paese Ue che ospita il maggior numero di migranti è la Germania (oltre 9 milioni), seguita da Regno Unito, Italia, Francia e Spagna. Diminuzioni significative si sono riscontrate in Austria, Svezia e Germania. In aumento invece in Romania, Ungheria, Estonia e Lettonia. Secondo i dati Eurostat, nel 2017 gli stranieri residenti che hanno acquisito la cittadinanza nell’Ue-28 sono 825.447, in diminuzione rispetto al 2016 (-17%).

I migranti sono il 3,4% della popolazione mondiale. Nel 2017 sono 257,7 milioni le persone che nel mondo vivono in un Paese diverso da quello di origine. Dal 2000 al 2017 il numero delle persone che hanno lasciato il proprio Paese di origine è aumentato del 49%. Nel 2017 i migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale, rispetto al 2,9% del 1990. Nel 2017 l’Asia ospita il 30,9% dei migranti mondiali, seguita da Europa (30,2%), America del Nord (22,4%), Africa (9,6%), America Latina (3,7%) e Oceania (3,3%). Il maggior numero di migranti internazionali risiede negli Stati Uniti d’America: 50 milioni, pari al 19,3% del totale mondiale. Seguono Arabia Saudita, Germania e Federazione Russa (circa 12 milioni ciascuna).

Categories: Notizie

Suicidio assistito. Mons. Russo (Cei): “Saremo attenti e vigilanti a tutela della vita delle persone”

Agenzia SIR - Thu, 26/09/2019 - 16:22

“Saremo attenti e vigilanti a tutela della vita delle persone, soprattutto di chi si trova in situazioni di disagio, di difficoltà, di malattia”. Così mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha risposto ad una domanda di un giornalista in merito ad un possibile avvio di un iter parlamentare per una legge sul “fine vita”, dopo la sentenza della Consulta sul suicidio assistito. “È anomalo che un pronunciamento così forte e condizionante sul suicidio assistito arrivi prima che ci sia un passaggio parlamentare”, ha fatto notare il vescovo durante la conferenza stampa a chiusura del Consiglio permanente della Cei: “In Europa è la prima volta che accade”.

Paletti forti. “Non comprendiamo come si possa parlare di libertà”, ha ribadito Russo entrando nel merito della sentenza: “Qui si creano i presupposti per una cultura della morte, in cui la società perde il lume della ragione”, ha proseguito: “stiamo assistendo ad una deriva della società, dove il più debole viene indotto in uno stato di depressione e finisce per sentirsi inutile”. “Speriamo che ci siano dei paletti forti”, l’auspicio.

Nessuna frattura tra Stato e Chiesa. Interpellato sulla possibilità che la sentenza della Consulta sul suicidio assistito crei una sorta di “frattura tra Stato e Chiesa”, riguardo ai temi del fine vita, Russo ha risposto: “È difficile parlare di una frattura. Siamo sempre stati attenti al dialogo”. Rispondendo ad una domanda su eventuali prossime mobilitazioni o iniziative della Chiesa italiana, il segretario generale della Cei ha affermato: “Agiremo per una prossimità a chi si trova in uno stato di indigenza legato alla salute, a coloro che si trovano in un percorso particolare della loro vita che li vede in situazioni difficili. Lo faremo in stile di confronto e di rispetto per le persone, e in uno spirito di dialogo costruttivo”.

Sì all’obiezione di coscienza. “Il medico esiste per curare le vite, non per interromperle”, le parole di Russo. “Chiediamo che ci possa essere questa possibilità”, l’appello a favore dell’obiezione di coscienza: “quando parliamo di libertà, ciò non può non avvenire”. “I medici sono per la vita, e non per intervenire sull’interruzione anticipata della vita delle persone”, ha ripetuto il vescovo ricordando che “il Codice deontologico dei medici non prevede questa possibilità”.

Vincenzo Corrado nuovo direttore dell’Ucs. “Il mondo della comunicazione è in continua evoluzione e c’interpella: stiamo vivendo anni di grandi trasformazioni socio-culturali. Il tempo che ci sta davanti sarà una grande sfida da affrontare tutti insieme”. Lo dichiara Vincenzo Corrado, primo direttore laico dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana. A nominarlo è stata la presidenza della Cei, al termine del Consiglio episcopale permanente che si è chiuso oggi: “Esprimo profonda gratitudine per avermi affidato un compito impegnativo e stimolante. Un pensiero di affetto sincero a chi mi ha preceduto in questo incarico – prosegue Corrado – e che ha segnato anche la mia formazione professionale e, soprattutto, umana: mons. Francesco Ceriotti, con la sua grande capacità progettuale; mons. Claudio Giuliodori, cui devo la passione per lo studio della comunicazione; mons. Domenico Pompili, con il quale ho condiviso pensieri e riflessioni; don Ivan Maffeis, cui mi lega un’amicizia pluridecennale e una condivisione alta e altra, non incasellabile in schemi precostituiti. Non posso non ricordare i miei maestri nel giornalismo: don Giuseppe Cacciami, Giovanni Fallani, Paolo Bustaffa e Domenico Delle Foglie. Tutte persone legate all’Agenzia Sir, in cui ho vissuto anni belli e intensi. Insieme a loro, ricordo anche tutti i colleghi dell’Agenzia, per la passione nell’essere voce attenta e credibile”. Direttore del Sir dal 2017 al 2019, il 7 maggio di quest’anno Corrado era stato nominato vice-direttore dell’Ucs. Succede a don Ivan Maffeis, che ha diretto il citato Ufficio Cei dal 21 maggio 2015 ad oggi – dopo esserne stato vice-direttore dalla fine del 2009 – ed ha ricoperto anche il ruolo di sottosegretario della Conferenza episcopale italiana; qualifica che continua a mantenere, restando il portavoce della Cei.

Don Tonino Bello. “Ho pensato a tante immagini che potessero fotografare questo momento”, prosegue Corrado: “in mente ne ho diverse, ma la più adatta è quella del grembiule, che recepisco da don Tonino Bello. Forse la uso impropriamente: il grembiule rappresenta bene l’idea del servizio, che è e resterà la cifra costitutiva del lavoro quotidiano dell’Ufficio Nazionale a favore della Segreteria Generale della Cei, degli altri Uffici, delle diocesi e nei rapporti con i media”.

Al neodirettore dell’Ucs vanno gli auguri più sinceri di tutta la redazione del Sir, che ne ha potuto apprezzare l’umanità, la professionalità e la competenza.

Categories: Notizie

Cosa cambia dopo la sentenza della Consulta sul suicidio assistito

Agenzia SIR - Thu, 26/09/2019 - 15:25

E infine… la Corte decise! Una lettura al comunicato ufficiale della Consulta – in attesa della pubblicazione della sentenza – e tutto sembra abbastanza chiaro: pronostici rispettati, indicazioni di principio e di merito orientate ad una prospettiva eutanasica-suicidaria, un ulteriore rimando all’intervento del legislatore. Il tutto condito da importanti incertezze e ambiguità di linguaggio. Una pagina offuscata e triste, dalle conseguenze potenzialmente devastanti – sotto il profilo umano, sociale e culturale – che la Corte Costituzionale ha deciso di aggiungere alla propria opera, segnandola forse rovinosamente. Da oggi, la solidarietà con chi soffre, oltre che esprimersi in ogni sforzo di sollievo, cura e assistenza, potrebbe “legittimamente” assumere il distaccato ed estraneo volto di chi dice: “Vuoi davvero farla finita? Ti aiuto io, con professionalità e in nome dello Stato!”.

E adesso cosa succede concretamente? In attesa della pubblicazione della sentenza, niente di nuovo rispetto alle norme finora in vigore.

Vedremo se la sentenza stessa fornirà ulteriori elementi utili alla sua implementazione. In ogni caso, sono molte le incognite da sciogliere, per comprendere davvero quali reali effetti “mortiferi” produrrà questa mera decisione giudiziale, conseguente ad una conclamata incapacità politica che ha derogato le proprie responsabilità in merito.

Alcune domande, semplicemente elencate: le limitate condizioni cliniche indicate per la non punibilità dell’aiuto al suicidio resteranno tali o si amplieranno, per non discriminare altre tipologie di “sofferenze”? Chi dovrà verificarle? A chi toccherà attuare le manovre di “assistenza” al suicidio, visto che i medici stanno già manifestando a gran voce il loro dissenso e la loro indisponibilità (a norma di codice deontologico) a tale prassi? Ci si fermerà alla fattispecie del suicidio assistito o si finirà per includere, senza ipocrisie, anche l’eutanasia vera e propria (che con sospetto tempismo, già in queste ore, viene riproposta in nuovi ddl alla Camera)? Saranno previste modalità di esercizio del diritto all’obiezione di coscienza? Tutte le strutture sanitarie accreditate dal SSN saranno obbligate ad assicurare tale possibilità per i propri assistiti?

A questi ed altri interrogativi è ora necessario trovare risposte, una responsabilità che paradossalmente – come in un ping-pong impazzito – dalla Consulta ritorna in carico a quella “irresponsabile” classe politica, che finora ha preferito non “sporcarsi le mani” sul controverso tema, probabilmente per banali convenienze elettorali.

Quindi? Non resta che sperare che, almeno adesso, le coscienze dei nostri legislatori prevalgano sulle interessate indicazioni partitiche, limitando al massimo gli effetti nefasti di questo pronunciamento della Corte. Se ne riparlerà quanto prima.

Categories: Notizie

Suicidio assistito. Don Patriciello: “Mio fratello ci ha insegnato che si può amare la vita anche nel dolore”. No a comode “scorciatoie”

Agenzia SIR - Thu, 26/09/2019 - 15:24

“Oggi per me non è un bel giorno”. E’ preoccupato don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano (Napoli), da anni in prima linea e al fianco delle vittime della Terra dei fuochi. Il sacerdote, 64 anni, ha seguito e accompagnato nell’ultimo periodo della sua vita Nadia Toffa, volto noto de “Le iene” morta di cancro a 40 anni lo scorso 13 agosto. All’indomani della sentenza della Corte costituzionale che in determinate situazioni “apre” al suicidio assistito, don Patriciello assicura che mai la giornalista ci aveva pensato. Raggiunto telefonicamente dal Sir non usa giri di parole:

“La Consulta ha dato uno schiaffo alla vita, un calcio al Parlamento –

che peraltro in un anno di tempo non ha legiferato e per questo è stato di nuovo sollecitato a farlo – e ha estromesso i cittadini dal dibattito pubblico. Come cittadino mi sento mortificato e sono moto preoccupato. Pensando alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza – in teoria a favore della vita, di fatto applicata solo nella parte che consente alla donna di non far nascere il bambino – temo che l’ “apertura” dei giudici costituzionali si possa ampliare anche nei confronti dei nostri vecchi, dei malati di demenza senile di Alzheimer. Quando una persona anziana si sente inutile, di peso, e magari ci sono anche problemi economici, è molto esposta al rischio di subire pressioni psicologiche e di considerare la morte come liberazione, ma è inaccettabile una norma che sancisca questa decisione estrema”.

Prima di entrare in seminario, don Patriciello ha lavorato 10 anni in ospedale come capo reparto. “Con gli ammalati – racconta – ho sempre avuto contatti. Una settimana fa sono stato a casa di una giovane signora malata di cancro, alla quale qualche anno fa è morto un bimbo, sempre di cancro, e l’ho vista contorcersi sul letto per i dolori atroci. Qui purtroppo mancano buone cure palliative e non abbiamo la possibilità di ricoverarla in una struttura dove possa riceverle. Servirebbe un rafforzamento di queste cure su tutto il territorio ma c’è il rischio che la sentenza della Consulta apra la strada a ‘scorciatoie’ molto più comode dal punto di vista economico, che in futuro si faccia sempre meno in termini di attenzione e accompagnamento del malato in fase terminale”.

Di qui una testimonianza personale: “Un mio fratello è morto di cancro nel maggio dell’anno scorso. Nel precedente mese di settembre mi dissero che era in fase terminale; invece è stato con noi ancora nove mesi:

nove mesi di vita, di speranza, di preghiera, di abbracci, di baci, di lacrime ingoiate ma anche di sorrisi.

Quando si ammala qualcuno in casa, si ammala tutta la famiglia. Ci siamo ammalati tutti insieme ma ci siamo anche uniti tutti insieme. I nostri bambini hanno compreso che la vita è bella ma è anche fragilità, malattia, sofferenza e morte. I miei nipotini hanno ‘accompagnato’ mio fratello”. E lui, “pur soffrendo moltissimo, ha sperato. Fino all’ultimo abbiamo sperato e pregato insieme e

abbiamo avuto tanti piccoli momenti di gioia perché la gioia può convivere con la sofferenza.

Noi l’abbiamo confusa con il piacere, con il demone del possedere, con il benessere economico, ma io ho trovato gioia in persone in difficoltà, disabili, ragazzi in carrozzina”. “Con mio fratello – prosegue -, nei momenti in cui il dolore si alleviava un poco, abbiamo vissuto piccoli attimi di gioia, come quando si affacciava la speranza che ci faceva dire ‘forse ce la faremo’ o quando eravamo contenti perché una notte era riuscito a riposare un po’ meglio della precedente.

Abbiamo cominciato a vivere insieme di piccole cose, a gioirne e a ringraziare il Signore”.

“Quando mio fratello era un leone, lo abbiamo vissuto di meno”, prosegue il racconto, ma quando “il cancro lo ha inchiodato ci siamo riscoperti più teneri, mano nella mano. Aveva bisogno di noi, quando ci vedeva gli si illuminava il volto e noi eravamo felici anche delle piccole cose. Lo abbiamo accompagnato pian piano alla morte. Io – rivela con emozione – sono stato accanto a lui, chiudendogli gli occhi alla fine e appoggiando la mia fronte alla sua per dirgli: ‘Tu sei andato via per primo, ma uno alla volta ti raggiungeremo’. Pur nella grande sofferenza, i suoi ultimi mesi di vita si sono trasformati in una riflessione sul mistero della vita e della morte”. “Senza togliere nulla alla gravità e alla sofferenza delle persone che vivono queste situazioni drammatiche – chiosa sottovoce il sacerdote –

mio fratello ci ha insegnato che si può amare la vita anche nei giorni del dolore”.

Momenti durissimi ma preziosi: “insegnano a ricevere con umiltà l’aiuto degli altri nei momenti di fragilità, a dire: ‘Fratello ho bisogno di te, stammi accanto’”. Istanti nei quali “la fratellanza umana si arricchisce, mentre scorciatoie come quella aperta dalla Consulta sono una sconfitta, ci fanno perdere in umanità. Oggi – conclude – per me è un giorno triste”.

Categories: Notizie

Pages

Subscribe to ww1.1b1s.org aggregator