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Medici con l’Africa Cuamm compie 70 anni. Don Carraro: “Aiutiamo i Paesi a camminare con le proprie gambe”

Agenzia SIR - Sat, 08/02/2020 - 09:45

Nel 2020, esattamente il 3 dicembre, Medici con l’Africa Cuamm compie 70 anni. Un anniversario che non vuole essere una celebrazione fine a se stessa ma spinta propulsiva per un impegno concreto e rinnovato, dall’Africa all’Italia. Per questo compleanno, il Cuamm, la più antica organizzazione non governativa italiana, organizza una serie di eventi. Il primo appuntamento è sabato 8 febbraio, a Padova, al Bo, con “Africa – Italia: l’abbraccio che cura”. Seguirà una serie di proposte fino al grande Meeting annuale del 7 novembre, che riunirà a Padova volontari e sostenitori da tutta Italia, insieme a istituzioni e testimoni speciali. Don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, ripercorre con noi questa storia lunga 70 anni.

Don Dante, il Cuamm quest’anno festeggia un compleanno importante…

Innanzitutto, mi sembra bello sottolineare che siamo una delle associazioni di un territorio che ha prodotto tanto bene. Noi siamo stati degli antesignani e

la nostra storia è caratterizzata da un’intuizione profetica di Francesco Canova,

un giovane originario di Schio, un centro del nord vicentino, che si laurea in Medicina a Padova grazie a una borsa di studio della famiglia Marzotto, proprietaria della fabbrica Lanerossi presso la quale lavorava il papà Giovanni che muore, emigrato negli Stati Uniti, quando Francesco ha nove anni. Canova diventa medico nel 1933 e nel 1935 parte per la Giordania, dove resta dodici anni. Il suo lavoro presso l’ospedale di El-Kerak lo aiuta a capire l’importanza di formare le risorse umane dei Paesi poveri perché acquisiscano le competenze, le capacità, le professionalità che non hanno, in particolare nell’ambito della medicina. Tornato a Padova coinvolge il vescovo di allora, mons. Girolamo Bortignon, e il 3 dicembre 1950 fonda il Cuamm, Collegio universitario di aspiranti e medici missionari. Quella di Canova è stata una scelta profetica anche nell’ambito di Chiesa: in quel tempo i missionari erano solo i sacerdoti o i religiosi, non c’erano laici. Questa è stata un’altra intuizione fortissima e innovativa perché solo il Concilio Vaticano II, con la Gaudium et spes, dice che tutta la Chiesa è missionaria, non solo i preti, ma anche i laici.

È cambiata la cooperazione in questi 70 anni?

Moltissimo. Negli anni Cinquanta si partiva con la nave e un viaggio poteva durare anche un mese, si andava in un ospedaletto su semplice richiesta di un vescovo locale e si stava in media una decina d’anni. Così è stato per i nostri primi vent’anni. Poi la stessa idea di cooperazione è maturata, c’è stata una legge nel 1971 e via via la cooperazione ha iniziato a lavorare per progettualità, tutto questo è cresciuto fino ai giorni nostri: oggi tutta la cooperazione si svolge all’interno di un quadro di riferimento che è quello nazionale. Noi, ad esempio, facciamo riferimento al piano sanitario nazionale dei vari Paesi in cui operiamo. Per spostarsi si viaggia in aereo e ci sono obiettivi precisi da raggiungere.

Ci dà qualche numero del vostro impegno?

In tutti questi anni sono partiti oltre duemila operatori, tra medici, paramedici e tecnici, con un periodo medio in servizio di 3 anni per ciascuna persona inviata.

Sono più di seimila anni di vita donati al Continente africano.

Abbiamo scelto di concentrarci in tutti i Paesi più fragili dell’area sub-sahariana: Etiopia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Uganda, Tanzania, Mozambico, Angola e Sierra Leone. Attualmente stiamo sostenendo 23 ospedali, 3 scuole per infermieri professionali e ostetriche, una facoltà di Medicina in Mozambico. Abbiamo operativi sul campo 3mila persone, di cui 300 sono italiani. Gli altri sono africani o dello stesso Paese o di Paesi vicini: ad esempio, in Uganda si sono formate molte ostetriche e parecchi medici, che adesso su nostra richiesta vanno in un Paese limitrofo, il Sud Sudan, che non ha personale sanitario. Il Sud Sudan, in media, ha un’unica ostetrica ogni 20mila mamme.

Quali sono le scommesse vinte e quali gli obiettivi ancora da centrare?

Quando il nostro contributo di lavoro riesce a portare risultati concreti è sicuramente una scommessa vinta. Facciamo l’esempio del Kenya, dove è andato il nostro primo medico partito per l’Africa nel 1955. In questo Paese siamo stati fino a una decina di anni fa: quando il Kenya è riuscito a migliorare i suoi livelli sanitari, di mortalità materna e infantile, di formazione del personale sanitario ed è stato in grado di camminare sulle proprie gambe, abbiamo deciso di fare un passo indietro. Anche in Uganda, in cui siamo andati nel 1958, le cose sono migliorate: all’inizio eravamo 60/70 medici italiani e poco personale locale, adesso è il contrario, gli italiani sono due e il resto è personale africano. Nelle zone povere come la Karamoja, vent’anni fa solo una mamma su 5 era assistita al momento del parto, adesso sono 4 su 5; i bambini malnutriti sono calati moltissimo, l’istruzione è aumentata, il Paese è più stabile. Non a caso, nel 2017 non c’è stato un ugandese che abbia attraversato il Mediterraneo. Questo significa che se si riuscisse a dare dignità a questi Paesi e ad aiutarli a crescere anche il fenomeno migratorio si attenuerebbe, perché la gente scappa da situazioni drammatiche. Invece una sfida ancora aperta sono i Paesi più poveri come il Sud Sudan dove la gente scappa verso l’Etiopia o l’Uganda. Il Papa ha a cuore tantissimo il Sud Sudan. Lì stiamo lavorando moltissimo, abbiamo 5 ospedali, 150 centri sanitari, molto personale, 70 volontari italiani, 1500 locali perché il Sud Sudan vive ancora una situazione drammatica ed è una sfida aperta.

Quali sono i punti di forza dell’Africa? E quali le debolezze?

La voglia potente dei giovani di crescere, di formarsi, di costruire il proprio futuro.

Mi dicono: “Don Dante aiutaci a coltivare il diritto di restare, di non essere costretti a scappare con la famiglia”. Perciò, abbiamo deciso di investire di più sulla formazione del personale locale e sulle potenzialità dei giovani africani. Le debolezze sono più sul versante del contesto, in parte geografico: ci sono poche infrastrutture e questo rallenta lo sviluppo del Paese, ma anche le strutture di Governo sono fragili. Ad esempio, la Repubblica Centrafricana, dove il Papa è stato e dove noi stiamo lavorando in collaborazione con l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, è un Paese che ha una struttura amministrativa statale debole per formazione, capacità, competenze, esperienze e sistemi di controllo. Dove c’è tanta debolezza e tanta povertà è più facile che la gestione dei fondi pubblici non sia limpida. Anche dal punto di vista sanitario è così, noi andiamo in un Paese e cerchiamo di rafforzare il sistema sanitario ma quando presenta grandi debolezze tentare di aiutarlo non è facile.

Come festeggerete questo compleanno?

Intanto, ringraziando il buon Dio perché la storia è un dono di bene che va preservato e possibilmente sviluppato. Con il cuore colmo di riconoscenza a Dio e a chi è venuto prima di noi, vogliamo continuare a essere al servizio dei più poveri. La sfida più grossa è proprio quella di concentrare il nostro intervento nelle aree più fragili, che chiamiamo “l’ultimo miglio del sistema sanitario”. Negli ultimi 10 anni, con il progetto “Prima le mamme e i bambini”, abbiamo focalizzato la nostra attenzione proprio su queste due categorie dando dignità al parto: purtroppo, in Africa tante donne muoiono ancora nel momento del parto, uno scandalo intollerabile. La nostra priorità resta questa, insieme con l’investimento sul capitale umano.

L’Africa ha bisogno di tutto questo per avere sviluppo e futuro.

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Incontro Cei su Mediterraneo. Mons. Hocevar (Ss. Cirillo e Metodio): “La gente dei Balcani ha bisogno di tempo per riconciliarsi”

Agenzia SIR - Sat, 08/02/2020 - 09:38

Anche i Balcani, crocevia di popoli e religioni, fanno parte del grande bacino del Mediterraneo. Per questo tra i vescovi invitati all’incontro di riflessione e spiritualità per la pace nel Mediterraneo che si terrà a Bari tra il 19 e il 23 febbraio c’è anche mons. Stanislav Hocevar, arcivescovo di Belgrado e rappresentante della Conferenza episcopale internazionale “Ss. Cirillo e Metodio”. Il Sir lo ha intervistato.

Qual è la situazione politica e sociale in Serbia e Montenegro?
Vista la complicata eredità del comunismo e il periodo fino al 2006, quando Serbia e Montenegro si sono divisi,

tutti e due Paesi si trovano nel periodo di transizione verso la piena democrazia. È un processo lungo e molto travagliato, nel quale per la ricostruzione economica sono stati compiuti passi in avanti, ma rimane molto da fare nel campo sociale, religioso e culturale.

Serbia e Montenegro sono due Paesi che da secoli sono stati sotto l’influenza dell’Oriente e nel passato i singoli cittadini non venivano educati alla democrazia, all’iniziativa individuale, a partecipare alla società civile. Oggi Belgrado e Podgorica devono confrontarsi anche con le diverse minoranze etniche e religiose. Nonostante il cammino intrapreso verso l’Ue, a volte manca una visione chiara per il futuro (il Montenegro è anche membro della Nato) e nella società ci sono opinioni diametralmente opposte a riguardo.

I Balcani purtroppo continuano ad essere una regione attraversata da tensioni e contrasti. Perché in questa zona non è facile parlare di pace e riconciliazione?
Ci sono molti fattori storici che risalgono ancora all’Impero romano e spiegano perché queste società sono rimaste un po’ indietro rispetto all’Occidente nella loro evoluzione.

I Balcani sono un crocevia di popoli e religioni.

Per questo con la creazione degli Stati nazionali all’inizio del Novecento sono apparse le prime grandi difficoltà che non erano visibili durante il comunismo perché le autorità comuniste tenevano con mano ferrea i diversi popoli della Jugoslavia.

Dopo la scissione e le tragiche guerre, la gente dei Balcani ha bisogno di tempo per riconciliarsi con il proprio passato e mettersi d’accordo su varie questioni controverse.

Potrebbe illustrare in breve la vita della Chiesa cattolica nei Paesi della Conferenza episcopale Ss. Cirillo e Metodio?
Sono quattro Paesi (Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo), ma in tutti la Chiesa cattolica è una piccola minoranza, i fedeli sono prevalentemente di origine straniera, molto dispersi e le nostre diocesi dispongono di risorse assai limitate. Per organizzarci come Conferenza episcopale, per trovare i seminari per i seminaristi e le facoltà teologiche dobbiamo rivolgerci spesso ai Paesi vicini, a Croazia e a Slovenia. Nonostante questo,

i cattolici dei Balcani continuano a dare testimonianza coraggiosa della loro fede in un contesto secolarizzato o molto diverso rispetto ai grandi Paesi cattolici.

Quali sono le sue aspettative dall’incontro a Bari?
È una bellissima iniziativa che spero potrà favorire la collegialità, la comunione e il dialogo, un’occasione per conoscerci meglio e attirare l’attenzione delle grandi Conferenze episcopali verso quelle più piccole e svantaggiate.

Sul Mediterraneo si affacciano molte realtà cattoliche con possibilità materiali e umane limitate che andrebbero aiutate. A loro volta invece, possono dare un grande apporto con le loro tradizioni ed esperienza.

La pace e il dialogo ecumenico e interreligioso, questioni molto legate ai Balcani, saranno tra i temi dell’incontro di Bari…
Parlare di pace, a prescindere dal fatto che la pace vera proviene solo dal Signore, ci allinea insieme ai politici e alle associazioni non governative, invece se ripartiamo dal Vangelo di Gesù Cristo diventeremo a nostra volta veri promotori della pace di Dio. A me personalmente il dialogo ecumenico e interreligioso è molto caro come tema. È fondamentale comprendere che l’unità non è un progetto nostro, frutto della nostra volontà o dei nostri sforzi perché a volte la mancanza di risultati concreti spegne il nostro entusiasmo. Spinti dalla nostra appartenenza alla Chiesa di Cristo, nel rispetto del dialogo e portando l’amore per i fratelli delle altre confessioni, insieme potremmo trovare la vita nuova in Cristo e da qui la comunione nel suo nome.

Le comunità religiose nei Balcani hanno un ruolo importante nelle rispettive società. Crede che possano dare un esempio di superamento dei conflitti valido per l’intera società?
È quello che dovrebbero fare, ma nei Balcani si è ossessionati dal nazionalismo: spesso le comunità religiose, le diverse confessioni, diventano prima di tutto portatori della propria cultura, difensori della nazione e delle proprie vittorie politiche. Un esempio attuale è il problema dell’autocefalia che porta grandi tensioni in tutto il mondo ortodosso.

Se veramente viviamo la fede e la comunione, allora arriveremo alla vera collaborazione, comprensione e sinergia per il bene dei nostri fedeli ma anche per il bene di tutta la regione dei Balcani.

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Tratta. Suor Eugenia Bonetti: “La prima sfida è sensibilizzare le parrocchie e formare le coscienze”

Agenzia SIR - Sat, 08/02/2020 - 09:30

40 milioni di persone ridotte in schiavitù nel mondo, di cui il 72% donne e bambine. Un terzo delle vittime sono minorenni. In Italia sono stimate almeno 90-100.000 donne costrette a prostituirsi sulle strade e oltre 6 milioni i “clienti” che “le usano e abusano, di cui il 90% si dicono cattolici”. Snocciola cifre che ripete da una vita suor Eugenia Bonetti, la veterana delle suore anti-tratta. Ancora oggi trascorre molte delle sue giornate al Cpr di Ponte Galeria, a Roma, accanto alle donne trovate in strada senza regolari permessi, in attesa di essere rimpatriate. Suor Eugenia, missionaria della Consolata, fondatrice e presidente dell’associazione Slaves no more, non si stanca di alzare la voce contro questo fenomeno che negli anni, spiega al Sir, “ha cambiato forma ma non è migliorato: oggi in strada ci sono sempre più ragazzine”. La Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta degli esseri umani, di cui si celebra la VI edizione sabato 8 febbraio, è “un grande dono ricevuto da Papa Francesco”. Fu proprio lei, nel settembre 2013, ad incontrare per la prima volta il Papa, chiedendogli di istituire la Giornata mondiale l’8 febbraio, in occasione della festa di Santa Giuseppina Bakhita, la giovane sudanese rapita a 7 anni, venduta più volte al mercato degli schiavi, poi liberata e divenuta suora. È stata canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II. La Giornata è un momento clou per tutte le religiose che si battono contro la tratta, riunite nella rete internazionale Talitha Kum, che fa anche lavoro di prevenzione nei Paesi di provenienza delle giovani sfruttate. In tutte le comunità cattoliche del mondo si svolgeranno iniziative. La rete della vita consacrata contro la tratta, in partenariato con la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, la Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio allo sviluppo umano integrale, Caritas internationalis, l’Unione mondiale delle Organizzazioni femminili cattoliche, l’Anti-trafficking working group e il Jesuit refugees service, ha organizzato per l’occasione due eventi a Roma: l’8 febbraio una veglia di preghiera nella Basilica di Sant’Antonio da Padova in Laterano (via Merulana, 124/b, ore 18.30); domenica 9 febbraio, alle 10, partirà invece da Castel Sant’Angelo la Marcia “Insieme contro la tratta” con arrivo a piazza San Pietro per partecipare all’Angelus con Papa Francesco.

Suor Eugenia Bonetti (Siciliani-Gennari/SIR)

Le storie delle ragazze. Suor Eugenia è abituata a parlare con i giornalisti, a salire sui palchi e a partecipare a trasmissioni in tv. Il suo spirito è sempre indomito e battagliero, ma quando descrive le storie delle ragazze che segue, le ferite profonde, la sua verve tentenna. Troppa è la sofferenza nel ricordare la ragazzina dell’Est Europa che i suoi profittatori stavano abusando per iniziarla alla prostituzione. “Disperata, ha chiesto di andare in bagno e si è gettata dalla finestra al terzo piano”, racconta. “Non è morta ma aveva le ossa completamente distrutte. L’abbiamo accompagnata e aiutata, ma non è facile riprendersi da traumi così gravi”. Un’altra giovane è stata costretta a subire l’amputazione di una gamba, a causa dei geloni provocati dalle notti al freddo sui marciapiedi. “Dopo l’operazione i suoi sfruttatori le dissero che doveva tornare di nuovo in strada – ricorda -. Lei si oppose, ma loro risposero che per fare questo lavoro non aveva bisogno delle gambe”.

La sfida: sensibilizzare le parrocchie. La sfida attuale della Giornata mondiale di preghiera, sottolinea la religiosa, “è la sensibilizzazione delle parrocchie, perché tutti sappiano che

questo enorme fenomeno sta distruggendo le vite di milioni di persone”.

“Dobbiamo iniziare dalle parrocchie e non nascondere tutto il sotto tappeto – afferma -. Invece facciamo finta di non vedere cosa avviene sulle nostre strade: stiamo distruggendo generazioni di donne, sempre più giovani. Troviamo ragazzine addormentate in terra come stracci, è una vergogna”. In questi sei anni, da quando è stata istituita la Giornata, suor Eugenia nota “più sensibilità tra le organizzazioni che lavorano nel settore ma la domanda non è cambiata”: “I clienti delle ragazze sono convinti che vogliono fare questo lavoro. Non sanno che sono talmente invischiate nella rete al punto da dover mentire, perché altrimenti vengono picchiate. Portano i segni su tutto il corpo, insieme alle ferite interiori. Dopo queste esperienze non saranno più le stesse”.

Appello ai governi e alle coscienze. Secondo suor Eugenia “bisogna lavorare insieme e e chiedere ai governi di assolvere al dovere dell’accoglienza in modo corretto. Altrimenti le ragazze, non trovando lavoro e alloggio, finiscono nelle mani dei trafficanti”. Anche se, precisa,

“non basta puntare il dito contro i governi se non partiamo da noi, dalla formazione delle coscienze nelle nostre comunità”.

L’hashtag della Giornata per partecipare l’8 febbraio tramite i social è #PrayAgaintsTrafficking.

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Margaret Court, dal Grande Slam al pulpito

Evangelici.net - Fri, 07/02/2020 - 18:59
Cinquant'anni fa la tennista australiana Margaret Court conquistava il suo primo Grande Slam. A lei, che tra il 1960 e il 1973 di tornei ne ha vinti in tutto 24 - record ancora imbattuto - è intitolato anche lo stadio di Melbourne, il secondo campo più importante dell'Australian Open, ma la sua vicenda oggi imbarazza la Federtennis australiana per la nuova vita della Court: dopo l'addio...
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Brexit: goodbye or the last farewell?

Agenzia SIR - Fri, 07/02/2020 - 11:02

Put in big words, it could be best described as a heterogenesis of ends. However, to make a long story short, it can be summed up as follows: Brexit emerged above all from the fear of the invasion of foreign immigrants. Now that Brexit has become a reality, the same British citizens have become extra-EU citizens.

As of 1 February, the United Kingdom has taken its course outside the European Union, branded as a major enemy of British freedom of choice and action. After 47 years with one foot inside and the other outside the “common European home”, British voters decided – freely and democratically (though one might wonder to what extent consciously) – to leave the EU. Virtually nothing will change until next December 31, given an 11-month “transition period” agreed between London and EU-27 to define the pending issues and start talks on the future partnership. Finally, from January 2021, Queen Elizabeth’s Kingdom will to all intents and purposes be a “third Country” for Europe, alongside Uruguay, Mozambique or Vietnam.

In the meantime, however, as befits common sense and business, London and Brussels will be negotiating to remain friends and travel companions because – this is clear to (almost) everyone – they are facing the same challenges: economy, trade, climate, security, demography, energy, migration; as well as fisheries regulations, welfare standards, health, taxation. Above all, the rights of the respective citizens, European and British, are at stake: in fact, we cannot even imagine creating anti-historical barriers, for example regarding the movement of tourists or young people wishing to complete their studies abroad, in either side of the Channel.

But Prime Minister Boris Johnson, who led his country out of the Union, is already threatening disaster. He will probably need to realize that he has signed a “withdrawal agreement” that requires him to comply with EU rules throughout the transition period and honour the commitments undertaken with other 27 States of the Union, including paying budget commitments amounting to €36 billion to EU coffers.
Moreover, Boris Johnson has a set of inescapable obligations ahead of him, especially when divorce celebrations are over and all nationalistic revivals have come to an end (on February 3 he mentioned a free trade agreement with the EU, with no other rules). These are: to mend public opinion’s Brexit-inflicted rift; to prevent divisions and terrorism from being reignited in Northern Ireland’s fragile situation; to avoid the secession of Scotland – which was and remains pro-European; to restore confidence in the country’s political institutions that in the past four years showed signs of uncertainty, confusion, shortness of breath and ditched promises; to ensure there are no negative repercussions for the national economy ( 50% of British imports and exports are with the EU).

At Community level, however, it is important to honestly acknowledge the mistakes that have been made, not with regard to the relations with London, but as to its effectiveness and the ability to adequately serve the interests of European citizens. The Conference on the Future of Europe, scheduled to kick off on 9 May, has been conceived with those very sacrosanct objectives in mind. It’s an opportunity not to be missed.

The British, and Europe itself, will then have to demonstrate that wise words uttered on various occasions over the last few days, re-launched by the European and British bishops, are not idle talk: that is, the United Kingdom is outside the European Union but it solidly remains in Europe. History, culture, language, traditions and friendships are not annulled by referendum.
After all, the traditional Scottish “Farewell Song” (“Auld Lang Syne”), sung on 30 January in the Chamber of the European Parliament, is much more effective in the French version: “Ce n’est qu’un au revoir”, “It’ s just a goodbye.”

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Brexit: addio o arrivederci?

Agenzia SIR - Fri, 07/02/2020 - 11:02

Volendo sprecare paroloni, si dovrebbe parlare di eterogenesi dei fini. Ma, per farla breve, si può riassumere così: Brexit nasce soprattutto dal timore dell’invasione degli immigrati stranieri. Ora che Brexit è divenuto realtà, in Europa gli extracomunitari sono proprio loro: gli inglesi.
Dal 1° febbraio il Regno Unito ha preso la sua strada: fuori dall’Unione europea, indicata come grande nemico della libertà di scelta e di azione britannica. Dopo 47 anni con un piede dentro e l’altro fuori dalla “casa comune”, gli elettori isolani hanno deciso, liberamente e democraticamente (anche se ci si potrebbe domandare quanto consapevolmente), di lasciare l’Ue. Fino al prossimo 31 dicembre non cambierà praticamente nulla, trattandosi di 11 mesi di “periodo di transizione”, concordato fra Londra e i Ventisette per definire i dossier aperti e per avviare i negoziati sulla futura partnership. Dal gennaio 2021, infine, il Regno di Elisabetta sarà a tutti gli effetti un “Paese terzo” per l’Europa, al pari di Uruguay, Mozambico o Vietnam.

Nel frattempo, però, come si conviene al buon senso e agli affari, Londra e Bruxelles tratteranno per restare amici e compagni di strada perché – questo è chiaro a (quasi) tutti – le sfide da affrontare sono le stesse: economia, commercio, clima, sicurezza, demografia, energia, migrazioni; ma anche diritti di pesca, standard sociali, sanitari, fiscali. Ci sono soprattutto di mezzo i diritti dei rispettivi cittadini, europei e britannici, da assicurare: non è infatti neppure possibile immaginare che siano ricreate barriere antistoriche ad esempio per la circolazione dei turisti o dei giovani che vorrebbero studiare di qua o di là della Manica.

Eppure il premier Boris Johnson, che ha traghettato il suo Paese fuori dall’Unione, già minaccia sfracelli. Probabilmente dovrà rendersi conto del fatto che lui stesso ha sottoscritto un “accordo di recesso” che lo obbliga a rispettare, per tutto il periodo transitorio, le norme Ue, a rendere onore agli impegni assunti con gli altri 27 Stati dell’Unione, e persino a pagare per gli impegni di bilancio già sottoscritti: ovvero 36 miliardi alle casse dell’Ue.
Soprattutto a Johnson, terminati i festeggiamenti per il divorzio e messo da parte qualche ulteriore rigurgito nazionalista (il 3 febbraio ha parlato di accordo di libero scambio con l’Ue, senza altre regole), spetteranno compiti ineludibili: riappacificare un’opinione pubblica divisa in due proprio dal Brexit; impedire il riaccendersi di divisioni e terrorismo nella fragile situazione dell’Irlanda del Nord; evitare la secessione della Scozia, che era e rimane europeista; ridare fiducia nelle istituzioni politiche del Paese, che in questi ultimi 4 anni hanno dato prova di incertezza, sbandamenti, respiro corto e parole rimangiate; assicurare che l’economia nazionale non abbia ripercussioni negative (la metà di import ed export inglesi avviene con l’Ue).

In sede comunitaria non dovrà invece mancare un esame di coscienza sugli errori compiuti non tanto in relazione al rapporto con Londra ma rispetto alla efficacia della propria azione e alla capacità di rispondere agli interessi dei cittadini europei. La Conferenza sul futuro dell’Europa, che dovrebbe iniziare il 9 maggio, è stata pensata esattamente con questi sacrosanti obiettivi. Sarà un’occasione da non far naufragare.

Agli inglesi, e alla stessa Europa, toccherà poi dimostrare che talune sagge parole pronunciate in varie occasioni negli ultimi giorni – e rilanciate dai vescovi europei e britannici – non sono chiacchiere: ovvero, il Regno Unito è fuori dall’Unione europea ma resta, solidamente, in Europa. Storia, cultura, lingua, tradizioni, amicizie non si abrogano con un referendum.
In fin dei conti il “Canto dell’addio” di tradizione scozzese (“Auld Lang Syne”; per noi italiani “Il valzer delle candele”), intonato il 30 gennaio nell’emiciclo dell’Europarlamento, è ben più efficace con il titolo francofono: “Ce n’est qu’un au revoir”, “Non è che un arrivederci”.

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“The New Pope” di Paolo Sorrentino: estetizzante, grottesca ma con lampi di genio

Agenzia SIR - Fri, 07/02/2020 - 10:56

Nel clima televisivo addizionato dal Festival di Sanremo, sembra passare quasi sottotraccia la conclusione, venerdì 7 febbraio, della serie tv “The New Pope” su Sky Atlantic, una coproduzione guidata dall’italiana Wildside con la stessa Sky, HBO e Canal+, ovvero la seconda stagione sul papato e il Vaticano ridisegnato dal premio Oscar Paolo Sorrentino, dopo il successo internazionale di “The Young Pope” (2016). Di questa nuova serie avevamo parlato lo scorso settembre, vedendo in anteprima mondiale due episodi alla 76a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia; ora a ridosso del gran finale riusciamo a tracciarne un bilancio. Chiara è la genialità di Paolo Sorrentino, con il suo potente sguardo visionario e la sua raffinatezza visiva di matrice felliniana; al di là di ciò, però, “The New Pope” risulta sovraccarica, grottesca e persino urticante, pronta a perdersi in affascinanti derive estetizzanti.

La storia. Il rivoluzionario papa statunitense Lanny Belardo (Jude Law), ovvero Pio XIII, è in coma, in fin di vita a Venezia; in Vaticano viene convocato un conclave, accompagnato dall’influente cardinale Voiello (Silvio Orlando), che elegge in prima battuta il card. Tommaso Viglietti (Marcello Romolo) come Francesco II, il quale in breve tempo si lascia prendere la mano dal potere, minacciando di smantellare il sistema, scortato sempre da gruppi di giovani frati che ricordano tanto la setta di Alto Passero in “Trono di Spade”. Francesco II muore presto in circostanze (semi)misteriose e arriva al soglio di Pietro il card. inglese sir John Brannox (John Malkovich) con il nome di Giovanni Paolo III. Nel frattempo, la Chiesa cattolica è scossa da ripetuti scandali, oggetto di fanatismo nonché di incalzanti minacce terroristiche.

Foto Gianni Fiorito

Geniale. Classe 1970, il regista, sceneggiatore e scrittore Paolo Sorrentino ha un curriculum artistico solido e decisamente eclettico, con una decina di film all’attivo – in evidenza “Le conseguenze dell’amore” (2004), “Il divo” (2008) e “La grande bellezza” (2013) –, puntualmente in concorso al Festival di Cannes e insignito dei riconoscimenti più importanti, dal David di Donatello all’Oscar. Nella serie “The New Pope”, in linea con la precedente “The Young Pope”, ritroviamo tutto il suo genio visionario, dedito ad avanzare una riflessione sulla Chiesa cattolica, sul suo potere temporale, utilizzando lo strumento dello specchio deformante.

Il vertice della sua creatività si ritrova nei due profili di pontefici, Pio XIII/Law e Giovanni Paolo III/Malkovich, differenti tra loro ma accomunati dal modus operandi spiazzante, enigmatico e rock insieme.

Come dicono gli inglesi, due figure assolutamente “cool”! Ancora, altro aspetto in cui riesce bene Sorrentino è la costruzione di quadri visivi magnetici e seducenti, segnati anche da passaggi poetici (soprattutto nel settimo episodio, quando papa Belardo si sveglia dal coma). Questi quadri, illuminati dalla magnifica fotografia di Luca Bigazzi, appaiono però il più delle volte slegati: belli, bellissimi in sé, ma sciolti dal discorso, che rischia di risultare poco compatto. Ci si chiede così se sia tutto un percorso visivo di tipo onirico, al limite dell’allucinazione, con raccordi tra pop e shock. In lui c’è tanto di Federico Fellini, soprattutto della sua stagione visionaria anni ’60 tra “8 e ½” e “Giulietta degli spiriti”, racconti sospesi tra sogno e psicanalisi.

Foto Gianni Fiorito

Estetizzante. La cura formale di “The New Pope” è meticolosa, con una messa in scena ragionata e suggestiva. Emblema di questo sguardo sontuoso è senza dubbio la figura di Giovanni Paolo III, il cardinale inglese sir John Brannox, che Malkovich veste con grande acume e ironia. Brannox è amante della forma estetizzante al limite dell’edonismo. Da cardinale veste come un dandy, con abiti usciti dalla più raffinata sartoria inglese, ed è persino consulente di immagine della nuova duchessa di Sussex, Meghan Markle, che lo tormenta di chiamate ogni giorno (tempismo geniale quello di Sorrentino!); da Papa, poi, Brannox prova a rispettare i canoni estetici imposti dal ruolo istituzionale, ma ogni tanto deraglia: dallo shooting fotografico in abiti papali in stile barocco all’incontro con l’attrice americana Sharon Stone (proprio lei!) da cui riceve in dono le scarpe con tacco vertiginoso (dettaglio quasi feticista). Accanto a questo turbinio di immagini umoristico-deliranti del New Pope, c’è la dimensione estetica del racconto che fonde elegante realismo di matrice pittorica a flash al neon accecanti, fluo, che bordano persino le croci, dissacrando totalmente l’atmosfera in chiave ultra-pop.

Foto Gianni Fiorito

Grottesca. La serie è segnatamente grottesca, come uno specchio deformante della realtà, ma di fatto ancorata nell’oggi. È

un racconto totalmente esagerato e angosciante sulla Chiesa, quella temporale, visceralmente umana, invischiata negli inciampi del peccato, della corruzione tanto fisica quanto morale.

Sorrentino ci consegna una provocazione fortissima spingendo sull’acceleratore dell’eccesso visivo-narrativo, iniettando poi il racconto di un erotismo diffuso, che riguarda ogni personaggio, senza alcuno sconto. Nessuno appare immune dalla seduzione del peccato, del Male. È un ritratto di una Chiesa vuota, che vive nelle giravolte del proprio piacere estetizzante e del presunto potere. Una Chiesa untuosa e non unta, fatta di mestieranti sotto la cui tonaca resta il nulla, priva di forza e di Grazia. Le uniche manifestazioni della speranza, di una luce pulita, sembrano arrivare da papa Belardo/Pio XIII, che ora in coma ora sveglio sembra agire avvolto da un alone divino, di prossimità caritatevole. Il resto è un deserto, una povertà umana sconfortante. Una Chiesa che risuona a vuoto, senza senso. E in questo il racconto si fa irrealistico, persino urticante, per non dire asettico. Ma non c’è nulla che si salva? Forse il  risveglio di Pio XIII segna la possibilità che proprio gli ultimi e i piccoli, come il ragazzo disabile accudito dal card. Voiello o le suore costrette a essere al servizio della corte, daranno un nuovo corso alla Chiesa nella quale non sono le omologazioni, ma la differenza nella complementarità a farla popolo di Dio. Non senza peccato, ma con la fiducia nella certa misericordia del Padre.

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Fu vera gloria? Sanremo e gli ospiti: grandi autori e il rischio dell’autogoal…

Agenzia SIR - Fri, 07/02/2020 - 10:35

D’accordo, Sanremo è canzonetta per antonomasia. Una canzonetta che però ha riservato sorprese: ad esempio la presenza di grandi che hanno fatto la storia della musica e non solo. Qualche nome? Louis Armstrong, che ha fatto del suo strumento e della sua voce un simbolo intramontabile, e che ha legato la “negritudine” alla cultura contemporanea, saldandole nella Storia, quella della schiavitù nel sud degli Usa, nella musica, in una letteratura che tra spiritual, gospel, blues e jazz ha fatto nascere vere e proprie poesie. Non è detto che la semplicità e l’immediatezza della denuncia non possano essere anch’esse poesia vera.

È pure vero che la presenza dei grandi ha creato momenti di imbarazzo e, diciamocelo, di autentico panico.

Armstrong, nella sua candida onestà, aveva pensato che quel mega galattico compenso, – 32 milioni di lire del 1968 -, fosse legato ad un concerto vero e proprio e non ad una sola canzone, con il risultato che Pippo Baudo dovette praticamente portarlo via a viva forza dal palcoscenico perché nessuno aveva pensato di informare Zio Satchmo.

Ma se è per questo pure l’esibizione fuori concorso (lo so che pochi ci crederanno, ma Armstrong partecipava alla gara) di Bruce Springsteen del 1996 creò qualche malumore: il cantautore americano volle che la sua apparizione fosse completamente e rigorosamente separata dal resto del festival. Perciò impose le sue condizioni: esibizione rigorosamente dal vivo (molti big dovettero cantare in playback, ivi compresi i Queen di Freddie Mercury, che non la presero molto bene), parole della canzone in sovrapposizione, buio pressoché assoluto, luce assorta di un solo faro e scantonamento al timido tentativo di Baudo di fargli dire qualcosa alla fine dell’esecuzione.

È che Springsteen con Sanremo non c’entrava nulla, e lui lo sapeva bene.

Inoltre quella canzone, “Il fantasma di Tom Joad” non era un motivetto da canticchiare per strada, ma un omaggio al romanzo “Furore” di Steinbeck e una poesia sulla miseria e gli ultimi: “minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte,/la fila per il ricovero che fa il giro dell’isolato:/benvenuti al nuovo ordine mondiale./Famiglie che dormono in macchina nel Sudovest/Né casa né lavoro né sicurezza né pace”. Il lettore avrà capito che per gli organizzatori si trattava di un autogoal in piena regola, anche se poi quell’anno sarebbe stato ricordato – con le opportune omissioni – come l’anno di Springsteen a Sanremo: un apparente bel colpo.

Ma se è per questo anche David Bowie (vi sembrerà impossibile, ma è la pura verità) a Sanremo ci è andato, l’anno dopo, e pure lui ha dovuto sottomettersi alla dura legge del playback, come capitò anche a Sting. Anche uno dei padri putativi della musica con la M maiuscola, Ray Charles è venuto a Sanremo nelle vesti di concorrente, e ci tornerà pure l’anno dopo.

Per fermarci solo agli stranieri, non possiamo dimenticare Madonna, i Depeche Mode, The Smiths, Josè Feliciano (che cantò assieme ai Ricchi e Poveri un tormentone sempreverde come “Che sarà”), Whitney Houston, Elton John e anche Cat Stevens, ora Yusuf Islam, in uno dei suoi classici più amati: “Father and son”. E come non citare gruppi storici del blues britannico come gli Yardbirds, o gli Hollies, o re del rythm’n blues come Wilson Pickett e Stevie Wonder?

Le conclusioni potrebbero essere due, e inconciliabili: Sanremo ha saputo mantenere i contatti con la musica impegnata, oppure Sanremo ha fatto finta di essere impegnata per continuare a fabbricare solo e sempre canzonette. Al lettore l’ardua sentenza.

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Accoglienza dei migranti. Gualzetti (Caritas ambrosiana): “Bene aumento dei rimborsi ma non si dica che ci guadagniamo”

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 19:33

E’ di ieri la notizia che il ministero dell’Interno avrebbe inviato una circolare ai prefetti per aumentare i rimborsi per i migranti accolti: erano stati ridotti a 19/26 euro a persona (prima erano 35) dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una cifra talmente risibile – per vitto, alloggio e integrazione – che molte cooperative e associazioni hanno deciso di non partecipare più ai bandi lanciati dalle prefetture, perché altrimenti non sarebbero riusciti a coprire i costi. Le gare quindi sono andate deserte e le prefetture di conseguenza hanno dovuto gestire una patata bollente. Lo Stato ha l’obbligo di ospitare i richiedenti asilo. Anche Caritas ambrosiana, che prima della riduzione accoglieva 2.500 persone, aggiungendo comunque di tasca propria 300.000 euro per garantire una ospitalità dignitosa e percorsi seri di inserimento sociale, ha partecipato ad una sola gara (anziché 5) nel Comune di Milano per un centro di 150 persone, Casa Suraya. “Abbiamo deciso di fare quello che potevano, ospitando meno persone ma con nostre risorse”, dice al Sir il direttore di Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti. Nessuno alla Caritas ha ancora visto la circolare, per questo, prima di esprimere un giudizio netto sul provvedimento, attende che le condizioni siano chiare. “Se adesso questi soldi arriveranno dalla convenzione – afferma – sarà una notizia sicuramente positiva. Ma non venga fuori che noi ci guadagniamo. Con i 35 euro certamente non ci sguazzavamo. Se poi qualcuno non faceva il proprio dovere o non rispettava il capitolato non sta a noi dirlo. I controlli spettano allo Stato. Siamo stufi di essere quelli che vengono trattati male perché cercano di lavorare nel modo migliore possibile e non accettano certe condizioni”.

L’accoglienza ben fatta costa. “Forse si sono finalmente convinti  – osserva – che l’accoglienza costa e se la vuoi far bene devi anche riconoscere il valore del lavoro fatto. Fino a ieri le convenzioni erano troppo basse quindi non abbiamo partecipato a nessun bando se non in un caso, nella prefettura di Milano, in un centro con 150 posti. Avevamo la massa critica per non andare totalmente in perdita. Ma tutto ciò che non è previsto dalle convenzioni è a carico della Caritas ambrosiana. La cosa funziona bene, riusciamo ad accompagnare le persone in maniera dignitosa ma solo perché mettiamo noi dei soldi”.

In aiuto alle prefetture. Gualzetti rivela che ultimamente la Caritas ambrosiana, su richiesta delle prefetture che non sapevano più come fare vista la situazione nei territori per effetto dei decreti sicurezza, si è sobbarcata anche dei costi dei cosiddetti “non allontanamenti”, cioè le persone con i permessi umanitari scaduti. “Li abbiamo tenuti a casa nostra e abbiamo preso altri che altrimenti sarebbero finiti in strada, aumentando il disagio e l’insicurezza delle comunità. Ma i costi sono totalmente a carico della Caritas ambrosiana. I volontari ci sono e aiutano molto ma se bisogna garantire servizi di qualità c’è bisogno di professionisti”.

Un dovere dello Stato. Perché “l’accoglienza dei richiedenti asilo è un dovere dello Stato – ricorda – e se agisce attraverso le cooperative, tramite le convenzioni, spetta sempre allo Stato la responsabilità dei controlli per verificarne la serietà”. Già prima della circolare di queste ore, ad esempio a Varese, la prefettura ha dovuto trattare direttamente con le cooperative “per ottenere i posti necessari – spiega il direttore di Caritas ambrosiana – e aumentava il prezzo quasi come prima. Se è così non è una grande novità, comunque leggeremo la circolare per capire meglio”. Lo stesso accadeva durante l’emergenza Nord Africa, quando dai 45 euro di allora si arrivava addirittura a 55 euro “perché gli alberghi costavano – fa notare -. Alla faccia della mangiatoia”.

Dignità e integrazione prima di tutto. A suo avviso ora la circolare non farebbe altro che formalizzare “il gioco delle cose, perché lo Stato deve garantire quei posti a chi ha diritto”, dice Gualzetti, auspicando però che “lo faccia in maniera dignitosa”. “Non c’è ostilità tra noi e le prefetture – puntualizza -. Stiamo facendo tutto quello che possiamo per dare dignità alle persone e ai territori”.  Del resto, aggiunge, “molte realtà serie che lavorano con professionalità si sono dovute ridimensionare. Prima o poi il problema doveva saltar fuori”. Certo, conclude,

“il nuovo governo si è reso conto che con le ideologie non si poteva andare avanti,

perché lo Stato deve garantire una accoglienza dignitosa. Abbiamo visto i disastri di quest’ultimo periodo. La nostra massima disponibilità c’è sempre, ovviamente non a qualsiasi costo. Perché oltre a dare vitto e alloggio vogliamo dare percorsi seri di integrazione nelle comunità”.

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Prescrizione: una questione di giustizia

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 17:51

Quando si parla di prescrizione – e nel dibattito politico di queste settimane se ne parla tantissimo – il pensiero corre ad alcuni casi in cui imputati “eccellenti” sono riusciti a evitare una sentenza sfavorevole grazie alle manovre dilatorie di avvocati abili e spregiudicati, capaci di sfruttare in modo strumentale alcuni meccanismi del processo penale, contando anche sulle difficoltà organizzative dell’amministrazione della giustizia. Esiti di questo tipo provocano reazioni indignate nell’opinione pubblica e sono alla base della cosiddetta “riforma Bonafede” (dal nome del ministro della Giustizia dell’attuale e del precedente governo) secondo cui il calcolo della prescrizione dev’essere sospeso dopo il processo di primo grado. Tale riforma della prescrizione, ora al centro di un duro scontro politico, è stata introdotta attraverso la legge “anticorruzione” approvata dal Parlamento nel dicembre 2018 con il voto dell’allora maggioranza giallo-verde. Ma mentre per il M5S il tema della riduzione/abolizione della prescrizione è stato da sempre un cavallo di battaglia, per la Lega si è trattato di una scelta più problematica, tanto da essere condizionata all’inserimento di una specifica norma che rinviava di un anno l’entrata in vigore della riforma, per avere il tempo di intervenire sulla durata dei processi attraverso una revisione delle procedure. Questa revisione non c’è stata, ma il primo gennaio 2020 è arrivato e il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio è diventato comunque operativo, anche se i suoi effetti si vedranno non prima di qualche anno, dato che esso si applica ai reati commessi d’ora in avanti.

Ma che cosa si intende per prescrizione? In sintesi e semplificando, un reato si prescrive, cioè si estingue, non può essere più perseguito, se non si arriva a una sentenza irrevocabile entro un preciso termine che dev’essere fissato per legge.

Questa è la norma generale. Sono inoltre previste delle eccezioni per alcuni reati gravissimi (appunto “imprescrittibili”) e il termine temporale varia a seconda del tipo di reato. In sé la prescrizione si ispira a un principio importante di civiltà giuridica che la nostra Costituzione esplicita nell’art.111, laddove si esige che venga assicurata la “ragionevole durata” del processo, e che indirettamente viene richiamato anche dall’art. 27, in virtù del quale “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Non è quindi accettabile che un cittadino innocente fino a prova contraria resti imputato per un tempo potenzialmente indefinito. Evidentemente la prescrizione non è l’unico modo per evitare questo esito illiberale, possono essere introdotti altri limiti alla durata dei processi (e questo spiega almeno in parte perché, a parte la Grecia, negli altri Paese europei non esista una prescrizione paragonabile a quella italiana). Ma nella situazione data, il blocco della prescrizione dopo il giudizio di primo grado rischia di andare incontro a una bocciatura da parte della Corte costituzionale, come hanno messo in luce autorevoli giuristi ed alcuni alti magistrati. Per esempio il procuratore generale di Milano, Roberto Alfonso, nel corso dell’inaugurazione del nuovo anno giudiziario ha definito la riforma “irragionevole quanto agli scopi, incoerente rispetto al sistema, confliggente con valori costituzionali”. Una valutazione severa che chiama in causa anche un altro aspetto: il blocco è “irragionevole quanto agli scopi” perché non interviene sulle fasi del procedimento in cui la prescrizione incide in misura largamente maggiore.

Circa il 77% dei reati che risultano prescritti (dati del ministero della Giustizia relativi al 2017) si è estinto prima che si arrivasse alla sentenza di primo grado, dunque al di fuori dell’ambito di applicazione della riforma.

È compito della politica – e quindi dei partiti rappresentati in Parlamento – trovare una sintesi che salvaguardi le garanzie costituzionali a tutela della libertà dei cittadini e allo stesso tempo consenta di perseguire i reati con efficacia e tempestività, anche investendo risorse su un settore nevralgico com’è l’amministrazione della giustizia.

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Bibbia e riso, il dibattito continua

Evangelici.net - Thu, 06/02/2020 - 14:54
«Sì, Gesù nella sua vita terrena rideva e anche il Padre è molto dotato di senso dell’umorismo, è allegro e ironico»: è la conclusione cui è giunto il gesuita americano James Martin, che ha analizzato con attenzione la Bibbia riscontrando una presenza di buonumore superiore rispetto a quanto si possa pensare. A supporto della sua tesi, Martin...
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Italian Bishops’ Conference on the Mediterranean. Msgr. Pizzaballa (CELRA): “In Bari to strengthen guidance to our communities”

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 10:48

“This meeting is in line with the previous one of July 7 2018, also held in Bari, attended by the Heads of Christian Churches and communities of the Middle East, on the initiative of Pope Francis. The event promoted by CEI will bring together Catholic bishops from 20 Countries bordering on the Mediterranean to share mutual experiences and identify common grounds with a view to providing further guidance to our home communities. The purpose is not to solve problems but to suggest our communities how to live within their respective situations.”

The meeting “Mediterranean Frontier of Peace”, to be held in Bari February 19 -23, will be attended, inter alia, by Msgr. Pierbattista Pizzaballa, Archbishop, Apostolic Administrator of the Latin Patriarchate of Jerusalem. “A unique gathering – as defined by the president of the Italian Bishops’ Conference, Card. Gualtiero Bassetti – based on listening and community discernment; above all, a meeting which, by enhancing the synodal method, aims to take a small step towards the promotion of a culture of dialogue and peace-building in Europe and throughout the Mare Nostrum basin.” In Bari, Msgr. Pizzaballa will represent the CELRA (Conference of Latin Bishops of the Arab Regions) which includes North and South Arabia, Qatar, Kuwait, Yemen, Lebanon, Iraq, Somalia, Syria, Holy Land with Israel and Palestine.

Your Excellency, these Countries are unfortunately notorious for wars and grave social and political conflicts. What contribution can the CELRA make to the meeting in Bari?

Our first aim is to share information about the situation in our countries, not so much on the political perspective but on the life of our communities. We will talk about their living conditions caused by wars, we will convey their sufferings but also their motivations: in fact the reason they are still there is that they have chosen to stay. And together we shall try to define our vocation in that context. As I said in my homily on 1 January, we are called to bear witness to our desire for dialogue not only as individual believers. First and foremost it must be the witness of the whole Church, understood as a community and not as an institution. This is the primary vocation of our Church in these lands today.

What should be the focus so that this culture of dialogue may receive decisive impetus?

Before talking about dialogue and the Churches, the sense of belonging to the community must be strengthened.

We engage in dialogue as Churches, as leadership, as individuals. But the first priority for a pastor is to ensure unity and strengthen communal feelings within complex political situations, where politics is absent, where societies are breaking apart, amidst all sorts of religious tensions.

It is our duty to build communities that are reconciled and welcoming, open; genuine areas for shared fraternity and sincere dialogue. The strategy of conflict must be countered by the art of dialogue. In this respect, the first thing to do is

to strengthen the sense of community. It’s the only way to foster a culture of dialogue.

Dialogue always starts from life, not from abstract ideas. Our communities must continue dialoguing and this requires them to ‘go out’, to be present in ordinary life, schools, parishes, and in activities of various kinds. That is where we must all become agents of dialogue. For example, you cannot live together with Muslims without talking to them.

In many of the Countries you represent, “grassroots” dialogue is, in some way, already a part of daily life. In that case, what is missing?

Greater awareness. Encounter and dialogue must be experienced with greater awareness. To be aware that what you are experiencing is a great thing and for this reason it should not be lived in a passive way. Giving in to resigned attitudes would be a serious lack of faith. Dialogue is above all a spiritual disposition indicating the ability to step out of oneself to listen wholeheartedly to other people’s expectations.

How do you envisage the future of the Mediterranean Sea, defined the “Great Lake of Tiberias” by Giorgio La Pira?

History speaks for us. In over 2000 years of history the Mediterranean Sea has always played a central role. In addition to wars and tensions, there have also been cultural, social, economic and commercial exchanges. The same will happen in the future. But for me the question is: as Christians, where will we be? The answer does not depend on numbers but on the content of our ideas, on the depth of our faith.

Are you worried about a Christian exodus from this region? 
This area will never remain without the Christian presence. There will be poorer and richer areas. We are currently witnessing migratory movements in all directions. Some Christians are leaving and others are arriving, I am thinking of Saudi Arabia, Israel, just to give a few examples. We must not hang on to the past as our benchmark, as a sort of fetish.

We are not dying. We are changing.

There are evident transformations, and we want to make our voices heard …

In the Mediterranean, East and West touch each other, yet they hardly engage in dialogue… The problem with the West is that it talks about us and not with us.

What signs emerge from the popular unrest in Lebanon and Iraq?

Beautiful and very important signs. They will not bear imminent fruits because the protests cannot continue forever. All the more so if they will not result in concrete decisions by the respective political leaders. That’s the fear. The weakness of leaderships incapable of taking political decisions that meet the expectations of the people is a common feature throughout the Middle East. In spite of this, the ongoing protests are producing a strong change of mentality, of thought, of culture, of relations, which are bound to bear fruits in the medium term.

Could this be the season for a new Christian presence in politics ?

The political commitment of Christian citizens is a long-standing tradition, especially in Lebanon. I believe that

as Christians we must stop complaining and start building.

As I have said before, one cannot remain silent in the face of injustice, or invite Christians to remain unmoved and disengaged. The preferential option for the poor and the vulnerable, however, does not make the Church a political party. The Church loves and serves the polis and shares with civil authorities her concern and action for the common good, in the general interest of all and especially of the poor.

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Incontro Cei sul Mediterraneo. Mons. Pizzaballa (Celra): “A Bari per dare un orientamento alle nostre comunità”

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 10:48

“Un incontro che si pone in continuità con quello, sempre a Bari, del 7 luglio 2018 con i capi delle Chiese e comunità cristiane del Medio Oriente, voluto da Papa Francesco. Questo promosso dalla Cei sarà un momento significativo di confronto tra i vescovi cattolici di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, utile a far conoscere le rispettive esperienze e ad avere qualche punto comune così da dare un orientamento alle nostre comunità. Lo scopo non è risolvere problemi ma indicare alle nostre comunità come vivere dentro le rispettive situazioni”.

foto SIR/Marco Calvarese

Ci sarà anche mons. Pierbattista Pizzaballa, arcivescovo, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, tra i partecipanti al meeting “Mediterraneo, frontiera di pace”, che avrà luogo nel capoluogo pugliese dal 19 al 23 febbraio. “Un’assise unica nel suo genere – l’ha definita il presidente della Cei, card, Gualtiero Bassetti – basata sull’ascolto e sul discernimento comunitario; soprattutto, un incontro che, valorizzando il metodo sinodale, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mare Nostrum”. A Bari mons. Pizzaballa rappresenterà la Celra (Conferenza dei vescovi latini delle Regioni arabe) di cui fanno parte il Nord e Sud Arabia, Qatar, Kuwait, Yemen, Libano, Iraq, Somalia, Siria, Terra Santa con Israele e Palestina, Giordania.

Eccellenza, si tratta di Paesi purtroppo noti alla cronaca per guerre e gravi conflitti sociali e politici. Quale contributo potrà dare la Celra all’incontro di Bari?
Innanzitutto, cercheremo di far conoscere la situazione dei nostri Paesi, non tanto dalla prospettiva politica ma da quella della vita delle nostre comunità. Racconteremo come vivono a causa delle guerre, descriveremo le loro sofferenze ma anche le loro motivazioni, poiché se sono ancora lì è perché hanno scelto di restare. E cercheremo insieme di capire qual è la nostra vocazione in questo contesto. Come ho già detto nell’omelia del 1° gennaio, non siamo chiamati a testimoniare solo come singoli credenti il nostro desiderio di dialogo. Esso deve essere innanzitutto testimonianza di tutta la Chiesa, nel suo insieme, intesa come comunità e non come istituzione. Questa oggi è la vocazione primaria della nostra Chiesa nelle nostre Terre.

Su cosa puntare affinché questa cultura del dialogo possa trovare una spinta decisiva?
Prima di parlare del dialogo e delle Chiese bisogna rafforzare il sentimento di appartenenza alla comunità.

Noi dialoghiamo come Chiese, come leadership, come singoli. Ma la prima cosa che un pastore deve fare è tenere unito e rafforzare il sentimento di comunità all’interno delle nostre situazioni politiche complicate, dove la politica è assente, con le società che si stanno sfaldando, dove ci sono tensioni religiose di ogni genere.

Abbiamo il dovere di costruire comunità riconciliate e ospitali, aperte, autentici spazi di fraternità condivisa e di dialogo sincero. Alla strategia della contrapposizione va contrapposta l’arte del dialogo. E la prima cosa da fare è

rafforzare il senso di comunità. Solo così si può stimolare la cultura del dialogo.

Dialogo che parte sempre dalla vita, non da idee astratte. Le nostre comunità devono continuare a dialogare e per fare questo devono ‘uscire’, essere presenti nella vita comune, scuole, parrocchie, varie attività. È qui che dobbiamo diventare tutti artefici di dialogo. Non si può vivere, per esempio, insieme ai musulmani senza parlare con loro.

In molti dei Paesi che lei rappresenta il dialogo “alla base” è, in qualche modo, già una realtà. Che cosa manca allora?
Una maggiore consapevolezza. L’incontro e il dialogo vanno vissuti con maggiore coscienza. Essere consapevoli che quello che si sta vivendo è una cosa grande e per questo non va vissuta passivamente. Sarebbe una grave mancanza di fede cedere ad atteggiamenti rassegnati. Il dialogo è innanzitutto un’attitudine spirituale e indica la capacità ad uscire da sé per ascoltare realmente le attese altrui.

Quale futuro vede per il bacino del Mediterraneo, che Giorgio La Pira definiva come una sorta di “grande lago di Tiberiade”?

La storia parla per noi. In questi più di 2000 anni di storia il Mediterraneo è sempre stato al centro. Non ci sono state solo guerre e tensioni ma anche scambi culturali, sociali, economici e commerciali. Nel futuro accadrà lo stesso. La domanda per me è: come cristiani dove saremo? La risposta non dipende dai numeri ma dal contenuto delle nostre idee, dallo spessore della nostra fede.

Non teme, quindi, l’esodo dei cristiani da questo bacino?
Questa area non resterà mai priva della presenza cristiana. Ci saranno zone più povere e altre più ricche. Oggi assistiamo a fenomeni migratori in tutte le direzioni. Ci sono cristiani che partono e altri che arrivano, penso all’Arabia Saudita, a Israele, tanto per fare qualche esempio. Non bisogna vivere tenendo il passato come riferimento, come una sorta di feticcio.

Non stiamo morendo, stiamo cambiando.

Ci sono mutamenti evidenti e su questi vogliamo avere qualcosa da dire…

Nel Mediterraneo Oriente e Occidente si toccano, ma sembrano dialogare poco…
Il problema dell’Occidente è che parla di noi e non parla con noi.

Piazze irachene e libanesi in fermento: che segnali sono?
Sono segnali belli e molto importanti. Non porteranno frutti immediati perché le manifestazioni non possono continuare in eterno. Tanto più se non saranno tradotte in decisioni concrete dalle rispettive leadership politiche. Il timore è questo. Ciò che è comune in tutto il Medio Oriente è proprio la debolezza delle leadership incapaci di prendere decisioni politiche che rispondano alle attese dei popoli. Nonostante ciò, le manifestazioni cui stiamo assistendo stanno provocando un forte cambio di mentalità, di pensiero, di cultura, di relazioni che certamente nei tempi medi daranno frutti.

Potrebbe essere questa la stagione di una nuova presenza cristiana anche in politica?
L’impegno dei cristiani in politica è una tradizione che esiste, soprattutto in Libano. Io credo che

come cristiani dobbiamo smettere di lamentarci e cominciare a costruire.

Come ho già avuto modo di dire, non si può tacere di fronte alle ingiustizie o invitare i cristiani al quieto vivere e al disimpegno. L’opzione preferenziale per i poveri e i deboli, però, non fa della Chiesa un partito politico. La Chiesa ama e serve la polis e condivide con le autorità civili la preoccupazione e l’azione per il bene comune, nell’interesse generale di tutti e specialmente dei poveri.

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Migrazioni. Ambrosini (sociologo): “Conoscere la realtà per vincere le paure”

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 10:30

“È un circolo vizioso. Il pregiudizio vela gli occhi e fa da schermo a una puntuale conoscenza della realtà; la mancanza di conoscenza alimenta il pregiudizio”. Maurizio Ambrosini, sociologo, docente all’Università degli studi di Milano, spiega così uno dei problemi che ruotano attorno al fenomeno migratorio. Con una serie di cifre e di esempi mostra come la presenza straniera sia sovradimensionata nell’opinione pubblica, alimentando paure, chiusure e atteggiamenti ostili. Oggi arriva nelle librerie, per i tipi di Laterza, il nuovo volume di Ambrosini, intitolato – non a caso – “L’invasione immaginaria”. Dedicato, in particolare, alla figlia Miriam, che da oltre quattro anni è operatrice umanitaria nel Kurdistan iracheno, al servizio di bambini e ragazzi rifugiati.

Professore, occorre dunque andare oltre i luoghi comuni?
Certamente. Più di un’indagine ha mostrato come molte persone ritengano che in Italia gli stranieri siano quasi il 30% della popolazione, mentre siamo attorno al 10%. Ci si immagina che la gran parte degli immigrati giunga dall’Africa, invece sono il 20% degli stranieri, mentre la maggioranza è europea. Raramente si segnala che si tratta soprattutto di donne. Meno ancora si sa della religione: i musulmani nel nostro Paese sono meno di un terzo del complesso degli immigrati: il maggior numero è di fede cristiana. Ma evidentemente fa gioco a qualcuno diffondere false informazioni. Fra l’altro occorre notare come la stessa disinformazione tante volte riguarda persone e organismi che sono impegnati sul fronte dell’accoglienza. I quali cadono nelle medesime analisi “populiste” del fenomeno, che risalgono allo sfruttamento coloniale, alla povertà che genera i flussi migratori… Compreso il fatto che non si dà alle migrazioni alcuna accezione positiva, mentre, a certe condizioni, queste possono essere utili a un’Europa invecchiata. Direi che, in questo senso, il populismo sovranista ha colonizzato le menti.

Comunque lo straniero fa paura…
Non è lo straniero in generale che fa paura, ma lo straniero povero, o ritenuto tale. Magari la persona con la pelle scura, altro elemento di pregiudizio. Mentre la ricchezza… sbianca.

Chi ha paura?
Si ha timore della persona che non si conosce o della quale si ha una conoscenza indiretta, come quella raccontata dalla televisione. E chi guarda la televisione? Soprattutto anziani, casalinghe, disoccupati, chi vive in aree periferiche delle città o dei paesi: esattamente le persone che avvertono insicurezza, dunque più esposte alla paura. Il referendum sulla Brexit inglese, che ha giocato molto sull’invasione degli immigrati, ha avuto maggior successo proprio tra anziani, disoccupati, britannici che vivono in contesti periferici, impoveriti. Non è un caso! Aggiungerei che l’individualismo pessimista degli ultimi decenni, alimentato anche dalla crisi economica, ci fa vedere nell’altro un potenziale nemico. La paura è dentro di noi, generata dalla sfiducia e da un’insicurezza globale. Pensi alle varie manifestazioni contro possibili insediamenti di campi rom o di centri di accoglienza per migranti: ne emerge un modo un po’ paranoico di ricostruire alleanze, contro qualcuno, contro un presunto “nemico”, e si dà forma a un certo “senso di comunità” patologico. Chi, invece, ha modo di incontrare le persone immigrate, di conoscerle – attraverso il lavoro oppure la scuola dei figli o la parrocchia – coltiva un’idea differente dell’immigrato. Le relazioni, direi, facilitano comprensione e attutiscono timori giustificabili.

Nel suo nuovo libro lei scrive: “Le migrazioni servono soprattutto a definire la propria identità politica”. Cosa significa?
Raramente oggi si riesce a cogliere le differenti posizioni dei partiti in materia socio-economica, parlando di banche o di disoccupazione. Invece se lei sente parlare un politico di migrazioni, dopo due minuti capisce da che parte sta. Basti pensare, fuori dall’Italia, a Donald Trump. Il rifiuto dell’immigrato è diventato un vessillo per raccogliere consensi. E, appunto, una bandiera per definire la propria identità.

Una delle tesi che lei sostiene nel volume è, quindi, che la conoscenza del fenomeno è necessaria per governarlo. Giusto?
Sì, bisogna conoscere la realtà basandosi sui dati, sui numeri, sull’osservazione di ciò che ci accade davvero intorno. Senza falsare la verità. Aggiungo: se ci mettiamo a studiare questo fenomeno, scopriamo che non c’è una migrazione, ma tanti volti e “categorie” di migranti: giovani, donne, minori non accompagnati, persone in età da lavoro con una loro professionalità. Ogni elemento di conoscenza può aiutare a governare questo fenomeno ed eventualmente a trarne possibili vantaggi anche per noi. È chiaro, poi, che chi arriva veramente da situazioni di persecuzione, in fuga dalla guerra, dopo aver subito violenze, richiede un’accoglienza differente. Ma qui dobbiamo essere all’altezza della nostra civiltà, dei nostri valori umani e democratici, della nostra Costituzione all’articolo 10, delle Convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro Paese. Questa parte di popolazione immigrata, con gravi problematiche alle spalle, comprende però 300mila persone, sui 6 milioni di cittadini stranieri presenti in Italia.

Si parla di integrazione. È possibile?
Ci sono almeno tre componenti dell’integrazione. Quella strutturale, che comprende elementi essenziali come la casa, il lavoro, la scuola, i servizi sanitari. Poi c’è una componente relazionale, che è altrettanto fondamentale, basata sulla rete di amicizie, sulle conoscenze… E poi c’è un aspetto più “personale”, che riguarda la capacità e la volontà di integrare e integrarsi. Ebbene qui c’è un percorso da fare, che dev’essere compiuto certamente dall’immigrato, ma che chiama ugualmente in causa un percorso della comunità che accoglie. Questo incontro – che non avviene mai esattamente a metà strada – genera integrazione, ma ha bisogno di apertura della mente e del cuore.

 

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La grande sfida educativa in un mondo di emergenze

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 00:21

Educare si deve, ma si può? È la domanda che mi sono portato a casa, qualche giorno fa, tornando da un ciclo di incontri che l’amministrazione comunale di Godega ha proposto ai genitori di figli in età adolescenziale delle scuole. Educare le giovani generazioni è certamente necessario, ma il mondo adulto di oggi – genitori, insegnanti, allenatori, preti, consacrati… – è davvero in grado di essere all’altezza di questo tanto delicato quanto esaltante compito? Educare non è mai stato semplice e oggi sembra comportare diverse difficoltà in più. La risposta che è venuta dal relatore, Marco Anzovino, educatore di comunità e musicoterapeuta, è stata positiva, ma con alcuni distinguo e con alcune importanti attenzioni da far proprie. Lavorando in un contesto di accompagnamento di giovani che provengono da forme di dipendenza (droga, alcol, uso del cellulare…), Anzovino ha condiviso soprattutto esperienze legate a questo tipo di mondo. Tuttavia, pur con le sue estremizzazioni, tale sguardo diventa istruttivo per scorgere quello che si respira tra i giovani di adesso. Così ci è stato ricordato, ad esempio, che il suicidio tra i giovani sotto i 24 anni è la seconda causa di morte al mondo, mentre nel 2019 sono stati 200 i casi in Italia. E si viene a sapere che la droga viene assunta dai giovani e giovanissimi di oggi non tanto come forma di trasgressione o di protesta contro la società, come accadeva ad esempio negli anni ’60 o ’70, quanto piuttosto per vincere la solitudine e la non-appartenenza oppure come ultimo e disperato rimedio per “sopravvivere al deserto e all’abisso che si ha dentro”. A preoccupare, però, non sono solo gli stupefacenti, che stanno conoscendo forme di importante diffusione in fasce d’età sempre più giovani (già alle medie), con effetti devastanti sullo sviluppo psico-fisico dei ragazzi: un dato troppo sottovalutato da quanti si dicono a favore della liberalizzazione delle cosiddette “droghe leggere”. Preoccupa in modo crescente anche il consumo di alcol e la conseguente ricerca dello “sballo”: un fenomeno di cui si parla troppo poco, forse anche per un certo compiacimento degli adulti, per vari motivi (culturali?) inclini ad essere piuttosto indulgenti nei confronti del consumo di bevande alcoliche. Istruttivi, da questo punto di vista, alcuni racconti di Marco, dove i protagonisti sono proprio dei genitori che, al posto dei figli, comprano gli alcolici per la festa di diciottesimo o di compleanno dei loro pargoli non ancora maggiorenni. Forse un estremo tentativo di proteggerli attraverso forme di sballo che, in tal modo, si augurano essere “controllate”? Come educare allora in questa temperie culturale, apparentemente così complessa? Anzovino ha lanciato alcune proposte, molto concrete, quali piste pedagogiche: ha invitato gli adulti a responsabilizzare, coinvolgere, chiedere un contributo, dare delle regole (poche ma chiare), porre dei limiti, usare le parole per riscoprire il senso, aiutare a fare i conti con la realtà… Molto interessante l’invito rivolto ai genitori a far conoscere ai figli la propria storia, ad esempio aprendo con loro l’album di foto di famiglia, perché se non si conosce il proprio passato si rischia di smarrire la propria identità. È poi necessario far sperimentare ai giovani qualcosa che abbia il gusto del piacere e della bellezza: se una persona scopre la bellezza e ciò che gli piace veramente, non va a cercare un tale soddisfacimento negli stupefacenti o in altre forme di dipendenza. Qui, però, si pone una domanda seria per gli adulti e per gli educatori in genere: sappiamo testimoniare, con le nostre vite, che per noi c’è davvero qualcosa di bello che ci piace e ci appassiona profondamente? E infine è urgente tornare alle relazioni vere, non più – o non solo – quelle mediate dallo schermo del pc o di un cellulare, ma quelle in carne e ossa, da persona a persona, viso a viso, per scoprire che l’altro – la reale persona che ho davanti – è certo un impegno, a volte anche una fatica, ma è anche una delle più grandi opportunità di crescita e di miglioramento che ci siano date.

(*) direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto)

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Virus più insidiosi

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 00:06

Il nuovo Coronavirus (2019-nCoV) preoccupa un po’ tutti. Ci aggiornano e ci aggiorniamo continuamente sui dati che ora toccano, per quanto marginalmente, anche la nostra Italia: al momento in cui scriviamo i contagiati in Cina sarebbero ufficialmente circa 25.000 e i morti circa 500 a fronte però di circa 1000 persone guarite. L’indice di mortalità sarebbe del 2,1% – ritenuto molto basso rispetto ad altre epidemie – ma una sorta di psicosi si va diffondendo (in Italia – dicono – ancor più che in Cina…). Va subito rilevata, a parte gli iniziali ritardi, la relativa tempestività di intervento e delle misure atte a limitare i danni, sia in Cina che altrove. Da noi lo “stato di emergenza” e la chiusura al traffico aereo da e per la Cina, la mobilitazione del governo e nello specifico del Ministero della Salute e della Protezione civile con la nomina di un commissario straordinario, la prontezza e competenza delle nostre strutture sanitarie – a partire dal prestigioso Istituto Spallanzani – dovrebbero garantire il massimo della serenità in tutta la popolazione (per quanto si sia aperto un contenzioso con le Regioni del Nord sull’atteggiamento da tenere nei riguardi dei ragazzi tornati dalla Cina). E va dato atto alle tante persone che si dedicano a fronteggiare l’evolversi della situazione. Ma di fatto l’epidemia Coronavirus ci ha fatto scoprire anche il pericolo più insidioso della “infodemia”, come è stato rilevato dalla stessa OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) in riferimento alla diffusione di notizie allarmistiche, imprecise o false, che incrementano (non di rado ad arte) la psicosi collettiva. In realtà, questo della diffusione istantanea e universale di notizie tendenziose o fuorvianti è un “virus” da cui bisogna stare sempre più in guardia. Dalle offese senza limiti alle disinformazioni calcolate e programmate alle reazioni scomposte provenienti da ogni dove, si tratta davvero di una sorta di pandemia a cui tutti siamo esposti. Non tanto per il mezzo in sé (tra l’altro anch’esso esposto a virus informatici, per i quali dobbiamo dotarci di antivirus…), quanto per il numero crescente di persone squilibrate o malvage che fanno uso di Internet seminando odio, spacciandosi a volte addirittura per giornalisti. Il duplice “virus” ancora più pericoloso che sta al fondo di questa pandemia – da curare con maggiore efficacia o da cui almeno guardarsi, evitando di esserne complici – è quello della menzogna e dell’odio. Abbiamo sentito di una ragazza veneta che è stata volgarmente e violentemente insultata sui social solo perché rea di essere tornata dalla Cina: uno dei tanti esempi di “ostracismo” delle persone (che è ben altra cosa dalla necessaria prudenza che impone una opportuna quarantena). Mentre il Coronavirus è stato meritoriamente isolato (anche in Italia, da ricercatrici donne) e giungono già notizie di farmaci efficaci, in attesa dell’apposito vaccino, occorre pensare ad altri vaccini o comunque a rimedi che limitino i danni dei virus più potenti e insidiosi che minano alle radici la vita dell’umanità.

(*) direttore “Nuova Scintilla” (Chioggia)

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L’amore vince contro l’odio: la lezione di Liliana Segre

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 00:05

“Non dimentico quanto ho vissuto e visto nel lager, non ho perdonato, ma non odio”. E’ uno dei messaggi più forti tramessi da Liliana Segre ai tantissimi studenti presenti lunedì 3 febbraio al Teatro Fraschini, durante la cerimonia nella quale il Comune di Pavia le ha attribuito la benemerenza civica di San Siro. Una giornata all’insegna dei ricordi, terribili ma necessari, ma anche della speranza. “Quando si parla ai ragazzi – ha sottolineato la senatrice a vita – non si può farlo con odio. Dobbiamo impegnarci tutti a cancellare l’odio dalle nostre vite”. Ecco un’altra ragione di speranza che Liliana Segre ha donato ai moltissimi giovani che la ascoltavano. C’è più che mai bisogno di uno sguardo fiducioso verso il futuro nell’epoca in cui viviamo, nella quale il pessimismo e il ripiegarsi su se stessi di tanti adulti rischia di condizionare negativamente anche i ragazzi. Invece no, bisogna reagire e guardare con il sorriso al futuro, certi che l’amore vincerà sempre su ogni genere di odio. Ma perché questo accada, ha ricordato Liliana Segre, dobbiamo bandire ogni atteggiamento aggressivo, a partire dalle nostre esistenze quotidiane. L’odio si manifesta a partire da un linguaggio violento (purtroppo frequente, oggi, anche in alcuni politici): “Se si imbocca la strada della violenza, anche verbale, non si sa mai dove si va a finire – ha ricordato la senatrice -. Quello è l’inizio, poi si rotola verso l’orrore”. Parole che i nostri ragazzi (così come ognuno di noi) devono tenere impresse nella mente e nel cuore, come l’invito ad essere “forti e liberi”.

(*) direttore “Il Ticino” (Pavia)

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Peggio del coronavirus

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 00:03

Per un giorno siamo stati “i primi al mondo”. Poi “i primi in Europa”, in seguito, “tra i primi in Europa”… La storia di come è stata raccontata la (comunque) straordinaria impresa di tre ricercatrici dello “Spallanzani” di Roma, che in due giorni hanno isolato il Coronavirus, è immagine del pressapochismo di come si fa informazione oggi. “Dagli italiani una lezione al mondo” scrive “Libero”, riecheggiando slogan di altro genere. “Scoperta decisiva. L’antivirus italiano” enfatizza “il Giornale”. “Aver isolato il virus è segno di una grande, enorme capacità professionale e scientifica – ha detto a Zapping il prof. Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto Superiore della Sanità – ma ogni sovradimensionamento è fuori luogo. Siamo solo all’inizio, e per stare in prima linea con i grandi centri di ricerca servono fondi, mezzi, investimenti, cosa che in Italia, di taglio in taglio, di finanziaria in finanziaria, non abbiamo più da anni. Così accade che i nostri ricercatori, che vivono con contratti annuali di poco più di 1500 euro, se ne vanno all’estero, dove le loro competenze sono giustamente riconosciute. Questo bisogna dire”. Ma le epidemie si stanno moltiplicando. Lo certifica l’Organizzazione Mondiale della sanità, sì proprio quella che si preoccupa della salute dell’umanità. C’è una sindrome che condiziona la nostra mente, la nostra capacità di comprensione e di elaborazione delle informazioni che riceviamo. È stata chiamata Infodemia, ancor più “rischiosa per la salute pubblica” del Coronavirus. È un vero e proprio neologismo, una parola creata per descrivere un nuovo fenomeno insorgente, pericoloso e già, in gran parte, diffuso. Indica quell’“abbondanza di informazioni, alcune accurate, altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili, quando ne hanno bisogno”. Una pioggia di notizie, cui siamo soggetti ogni giorno, in cui si incrociano e confondono verità e falsità, ipotesi, assiomi, dicerie e teoremi. Il Coronavirus appare così decisivo nello smascherare la situazione che viviamo e la cultura (o non cultura) in cui siamo immersi. Ma è un gioco pericoloso, terreno di coltura di ogni intolleranza e razzismo nei confronti di cittadini cinesi, accusati di essere gli “untori”, la “Colonna infame” di manzoniana memoria. E così a Cuneo fanno scendere una studentessa dall’autobus, la gente evita i ristoranti cinesi e gli stessi governatori leghisti del Nord amplificano le paure dei genitori per la presenza di bambini cinesi a scuola. La Infodemia è già grave e diffusa.

(*) direttore “Il Ponte” (Rimini)

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La memoria di un dolore va rispettata e tutelata

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 00:02

Il dolore non tollera paragoni. Ognuno sente il proprio e ogni dolore è differente. Se poi è un dolore collettivo, se ha riguardato in modo profondo una comunità, segnandola, ancora di più. Quando poi la sofferenza è grande, terribile, succede che si cerchi di non pensarci, che si provi a dimenticare. Magari per molto tempo. Eppure se con quel patire non si fa i conti fino in fondo, se non lo si sente riconosciuto anche dagli altri non si riesce a trovare pace, non si riesce davvero, con serenità, a pensare al futuro. Ci si sente traditi due volte.
Così deve essere stato per le tante famiglie che hanno avuto un familiare o un amico vittima dei massacri delle foibe di cui il 10 febbraio si celebra il “Giorno del ricordo”.
Questa Giornata speciale serve ad alimentare la memoria degli eccidi ai danni di militari e civili, in larga prevalenza italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, avvenuti durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra, da parte dei partigiani jugoslavi. Fu istituita solo nel 2004. Prima, per decenni, questo fu un capitolo di storia volutamente dimenticato da buona parte della politica e del Paese. Quel silenzio Џ stato un’ulteriore offesa a chi ha patito quegli orrori.
Ora anche quelle atrocità fanno sempre più parte della memoria della nostra comunità nazionale, sono come un mattone essenziale nella costruzione della Casa comune. Ma questa non Џ l’unica Giornata del ricordo che costella il calendario del nostro Paese.
Due settimane fa abbiamo vissuto la Giornata della memoria, in ricordo della Shoah un altro atroce capitolo della storia del XX secolo costato la vita a milioni di ebrei e non solo.
Queste due date (ma ce ne sono numerose altre che non vanno dimenticate) ci insegnano che Џ decisivo ricordare, e come si deve ricordare. Si deve fare memoria in modo preciso. Il dolore non si può mescolare in un tutto indistinto, richiede di essere rispettato per quello che Џ, senza paragoni, consapevoli che non può esserci concorrenza tra eventi tragici. Per questo ogni tragedia merita la sua memoria.
Poi occorre riconoscere che nelle tragedie c’Џ chi le ha provocate e chi le ha subite. Il superamento di quei traumi non può che avvenire riconoscendo le differenti posizioni, le differenti responsabilità. Vittime e carnefici non possono mai essere messi sullo stesso piano. Per questa ragione la pacificazione non può passare per un semplice (e offensivo) “mettiamoci una pietra sopra e ricordiamo gli uni e gli altri allo stesso modo”. й quello che ha tentato di fare la città di Verona proponendo la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e al contempo la titolazione di una via a Giorgio Almirante (leader postfascita del Msi, redattore capo, durante la Repubblica di Salò, della rivista “La difesa della razza”). Grazie alla democrazia e alla libertà l’ex esponente della Repubblica fascista di Salò è diventato uno dei massimi esponenti della Destra repubblicana e ha potuto fare la sua battaglia politica. Questo, per˜, non ha cancellato le sue gravi responsabilità precedenti e dunque risulta quanto meno esagerato pensare di onorarlo con la titolazione di una via, senza distinguere tra chi fu vittima delle leggi raziali e chi invece le sostenne e le propagandò.
Parafrasando don Milani si potrebbe dire che una delle ingiustizie maggiori è trattare da uguali situazioni diverse. Ecco per alimentare una sana e costruttiva memoria va evitato anche questo pericoloso errore.

(*) direttore “La voce dei Berici” (Vicenza)

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By By London

Agenzia SIR - Thu, 06/02/2020 - 00:01

L’Europa ha perso una stella. Anzi, è la stella che ha deciso di staccarsi dal cielo blu della bandiera dell’Unione, che scende da ventotto a ventisette paesi membri. E’ un divorzio subìto: dall’Unione come da una parte del Regno Unito, tanto è vero che in Scozia si pensa a un referendum per la marcia indietro. E pure nella stessa Londra, la fatidica sera del 31 gennaio – che ha sancito la fine della presenza inglese nell’Unione -, si sono visti da una parte il premier Boris Johnson e i suoi ministri impegnati in uno scenografico conto alla rovescia per scandire gli ultimi sessanta minuti in Europa, dall’altra i contrari alla Brexit vegliare la morente presenza nell’Ue con candele e bandiere stellate. Tante sono le divisioni in atto.
Sui cieli inglesi, dal primo febbraio, non brilla una stella in più ma un grande punto interrogativo. Gli accordi sono tutti da prendere e pure in tempi brevi, secondo la data imposta da Johnson: il 31 dicembre.
Per il momento sono certi i costi e l’addio all’Europarlamento. Con questo divorzio il Regno Unito perderà 40 miliardi di euro (contributi che non riceverà), mentre nelle casse dell’Unione non entreranno 13 miliardi di euro provenienti da oltre Manica. Politicamente parlando, dalla mezzanotte del 31 gennaio, i 73 eurodeputati britannici non sono più membri del Parlamento europeo. Ne sono stati rimpiazzati solo 27 (46 seggi restano liberi per eventuali allargamenti dell’Unione). Tre dei 27 sono italiani, tutti del centro destra.
Vari capi di Stato hanno coronato la giornata del 31 gennaio con parole di amicizia, ma hanno pure rimarcato che le scelte si pagano: è chiaro che, d’ora in poi, gli interessi non saranno comuni e che ciascuna parte cercherà di proteggere il proprio. La cancelliera tedesca Merkel ha parlato di “profonda frattura… i negoziati non saranno facili”. Il presidente francese Macron di “uno choc e uno storico segnale d’allarme per l’intera Europa”. Il nostro premier Conte ha sottolineato la necessità di “proteggere le nostre imprese”, non diversamente dalla presidente della Commissione europea Von der Layen: “L’Ue sarà unita nel difendere i propri interessi”. Dopo 47 anni insieme, dunque, si cambia.
La vita quotidiana dei britannici scorrerà inalterata per il 2020, ma è nelle stanze dei bottoni che si vanno a scrivere i destini di imprese e persone. Numerosi i nodi da sciogliere, a partire da quelli doganali per la circolazione di merci e di uomini: ci sono 1,2 milioni di inglesi che vivono in paesi europei e 3 milioni di europei che vivono in Gran Bretagna, tra cui 700mila italiani. Resta pure da sbrogliare la questione della pesca in acque britanniche, infatti il 42% del pescato finisce in barche dell’Unione. Dato che gli europei diventano “stranieri” nel suolo britannico sono da regolamentare aspetti ad alto impatto sulle persone come la copertura della tessera sanitaria e il costo delle università. E, questione delle questioni, resta l’Irlanda del Nord, per la quale c’è già chi prospetta l’unificazione sotto il vessillo stellato.
Il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli nel suo discorso del 31 gennaio ha parlato di “ferita profonda” ma anche di trattative nell’ottica “della fratellanza e amicizia”. Nobili sentimenti che paiono già infrangersi sugli scogli degli interessi economici.

(*) direttore “Il Popolo” (Pordenone)

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