commento

Cambia Traduzione: NUOVA CEI - NUOVA RIVEDUTA - NUOVA DIODATI - Trad. CEI 1974
Giovanni 14, 15-21
15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti;
16 e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre,
17 lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
18 Non vi lascerò orfani: verrò da voi.
19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.
20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Prima Lettura: At 8,5-8.14-17 | Salmo: Sal 65 | Seconda Lettura: 1Pt 3,15-18
 


Ascolta il Commento Audio:

 
   Commento audio di Don Fabio Rosini

{} cke_protected_1


 

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, ...


 

Commento di Gv 14,15-21

di Abbazia di Pulzano

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, ...


v. 15 «Se mi amate osserverete...»: Le 5 promesse stanno tutte e per intero sotto l’unica  condizione: amare Cristo Signore (Gv 14,15a).

A sua volta questa condizione si risolve nell’obbedienza d’amore: osservare i precetti del Signore (Gv 14,15b).

E questa condizione sta sotto il “Segno” supremo, posto significativamente all’inizio della Cena, quasi come suo contenitore: che il Signore «amò i suoi fino al télos, al culmine» (Gv 13,1).

Il verbo téréó, «custodire, osservare, adempiere», al futuro forma qui una inclusione tra i vv. 15 e 21. All’interno di questa duplice esortazione, Giovanni pone la preghiera per il dono dello Spirito e la promessa di tornare dai discepoli (vv. 16-20).

«i miei comandamenti»: Qui Gesù parla dei comandamenti al plurale, in contrasto con il «comandamento nuovo» (singolare) di 13,34. In entrambi i casi, non si tratta dell’adempimento di semplici precetti morali, ma di tutto un modo di vivere in unione d’amore con lui. I discepoli sanno che i precetti divini sono diversi, perché abbracciano ogni aspetto della vita redenta. Essi tuttavia per la loro validità debbono derivare dal «precetto ultimo», il “comandamento nuovo” dell’amore fraterno al quale in fondo tutti i precetti si riducono: i discepoli si ameranno «come il Signore li amò» (Gv 13,34), in modo totale, per la vita, dando la vita e perdendola.

Solo allora il Signore potrà pregare il Padre per il Dono supremo.

L’osservanza dei comandamenti di Gesù è l’espressione concreta dell’amore; quali siano questi comandamenti non si dice, ma certamente si conoscevano molto bene nella comunità dei credenti, cui è rivolto il discorso.

Comandamenti che anche noi dovremmo ben conoscere, ormai così assidui nell’ascolto della Parola.

L’amore di cui Gv ci parla non è pensato in modo romantico, ma molto concreto (cfr 15,13).

«amate»: nell’originale greco Giovanni usa agapáō il verbo che nella Scrittura indica l’amore di Dio per gli uomini. Lo stesso verbo è utilizzato anche in tutto il v. 21 che con il v. 15 forma ancora una inclusione.

La prima promessa appare dunque subito sotto una condizione senza la quale lo Spirito Santo neppure viene: «se mi amate, custodite i comandamenti miei». Ripetuta al v. 23, anticipata in 8,31 ed insistita in 15,10 (vedi anche 21,23; 1 Gv 5,3; 2 Gv 6) la condizione è usata anche nel responsorio dell’alleluia all’evangelo: praticare la Parola da Lui portata e donata a tutti è la preparazione immediata alla Venuta del Figlio (Ap 3,20; Ct 5,2) il quale promette che venendo porterà con sè il Padre con il quale porrà in essi la loro Dimora trasformante.

Osservare i comandamenti del Signore è l’invito che già risuona  fin dall’inizio della creazione d’Israele (Dt 6,4-5.17). La predicazione profetica, la riflessione sapienziale, il canto dei Salmi non sono altro che un continuo invito ad amare il Signore unico. L’amore deve essere fedele, aderire alla sua Volontà, essere grati che Egli ama in tutto e che comanda di amare Lui e del medesimo amore amare il proprio prossimo (Lv 19,18)

vv. 16-17   Gesù si presenta implicitamente come «Paráclito», egli è il primo (cfr 1 Gv 2,1); lo Spirito che lo sostituisce o, meglio, che continua la sua opera presso i discepoli è «un altro» Paráclito.

«e io pregherò...»: La preghiera del Signore per i discepoli che formano una comunione d’amore è rivolta al Padre, e il Padre dona allora «l’altro Paraclito». Quando Giovanni termina il suo Evangelo (verso il 96-98 d. C.?), ha già inviato la sua I Epistola. Ivi al cap. 2 avverte i suoi discepoli: «noi abbiamo un Paraclito presso il Padre, Gesù Cristo il Giusto» (1 Gv 1,2,1).

Alcune versione antiche e poi Lutero tradussero paráklêtos con “consolatore”, per avere la sicurezza individuale dell’assistenza divina. La versione così porta fuori strada.

Il verbo greco parakaléô ha come significato primario è chiamare, invocare in aiuto ad esempio Dio, e quello secondario è confortare con parole, consolare, parlare benignamente. Il nome sostantivato Paráklêton (la nuova trad. CEI non traduce ma ripropone il calco dal greco, secondo l’uso ormai consolidato dalla liturgia) significa primariamente aiuto, difensore, patrono, avvocato. Con “Avvocato” tradussero con precisione le antiche versioni Veteres latinae (dalla fine del sec. 2°).

«Consolatore» è traduzione pallida ed errata del termine greco paráklétos il quale tende più verso il senso di «uno che incoraggia alla testimonianza» (15,26-27). Abbiamo già detto infatti che il nostro termine non deriva da paráklésis: consolazione che ha poco fondamento nell’evangelo. Il termine «paráklétos» è proprio di Giovanni; è un termine giuridico che designa colui che è «chiamato accanto» (cfr lat. ad-vocatus) ad un accusato per difenderlo ed aiutarlo.

In questo senso il termine è riferito da Giovanni a Gesù in 1 Gv 2,1 (Gesù è l’intercessore degli uomini presso il Padre); questo significato non vale nell’evangelo, dove è riferito allo Spirito e non per indicare la sua funzione di avvocato presso Dio, ma la sua funzione di assistenza ai credenti.

Assistenza che si rivelerà fruttuosa nella vita di tutti i credenti.

I fedeli di Cristo hanno così presso il Padre due “Paracliti”, Gesù stesso, e lo Spirito Santo. Hanno due Avvocati invincibili presso il Padre, sia nel giudizio continuo al quale satana sottopone i fedeli, sia nel giudizio finale.

Ora Cristo Risorto esercita la sua Avvocatura anzitutto ottenendo dal Padre di donare ai suoi fedeli il suo divino Collega, lo Spirito Santo (Gv 14,15). Così conosciamo che dopo l’Ascensione la Parousía, Presenza reale e non virtuale, del Risorto tra i suoi fedeli è lo Spirito Santo. Come conosciamo che lo Spirito Santo precede, accompagna e segue e sostituisce Cristo (cf i Padri): lo Spirito Santo è anche lo Spirito della divina Verità, Colui che rende efficace questa Verità tra gli uomini.

«Lo Spirito di verità»: in questo testo il Paráclito viene implicitamente identificato con lo Spirito, di cui si parla spesso nella prima parte dell’evangelo (cfr 1,32-33; 3,5-8.34; 4,23-24; 6,63; 7,39) e di cui si viene a parlare nuovamente nel contesto della resurrezione (20,22) in relazione alla missione salvifica degli apostoli.

Sul Paráclito troviamo 5 testi, tutti nei «discorsi di addio», i già citati Gv 14,16-17; 14,26; 15,26-27; 16,7-11; 16,13-15). È chiamato «Spirito di verità» (14,17; 15,26; 16,13) e «Spirito Santo» (16,26); sono descritte le sue funzioni, principalmente quelle di insegnare e ricordare (14,26).

L’insegnamento è sempre nel suo nome (non è quindi un concorrente), il ricordo non è la semplice ripetizione di un fatto ma una comprensione nuova e avanzata.

«il mondo non può ricevere»: lo Spirito viene per i discepoli, ma non per il mondo. C’è una opposizione tra discepoli e mondo.

Gesù si manifesta ai discepoli ma non al mondo (v. 19); così sarà pure dello Spirito: i discepoli lo possiedono, il mondo no.

La manifestazione di Dio opera sempre una «krisis» (separazione).

L’incapacità di accogliere lo Spirito deriva dal fatto che il mondo non vede e non riconosce: il verbo vedere (theōréō) usato da Giovanni certamente indica uno sguardo attento, interessato; è uno sguardo rivolto a realtà storiche visibili (per es. la vicenda storica di Gesù), tale da scoprire la realtà profonda che in essa si nasconde.

Il verbo theōréō sottolinea l’apporto determinante dei sensi nella conoscenza, anche intellettuale. E siccome il mondo desidera solo ciò che vede, non può vedere il Paraclito che non può essere visto con gli occhi del corpo.

In altre parole Gesù dice che il mondo non riesce a percepire lo Spirito nelle sue manifestazioni che pure sono reali, storiche, esteriori. Il motivo è la cattiva volontà e la mancanza di affinità: il mondo non ha le disposizioni adatte per accogliere lo Spirito. La storia della salvezza (dobbiamo dolorosamente constatare) è tutto un immenso, corale, continuo e terrificante rifiuto della Presenza operante dello Spirito del Signore negli uomini. La salvezza come sta rivelando il Signore consiste proprio e solo nella Dimora dello Spirito della Verità divina:

«presso»: la preposizione usata, pará, è usata spesso in greco con i verbi indicanti ospitalità: non la pura permanenza in un luogo, ma accoglienza, ospitalità e comunione fra persone.

«in»: la preposizione (la più frequente di tutte, 2713 volte nel NT) denota l’interiorità della presenza dello Spirito. L’assistenza dello Spirito non è esteriore ma interna ed invisibile (en humin).

Decisamente l’evangelista Giovanni non è per i toni sfumati, ama piuttosto le contrapposizioni; nel suo modo di vedere il processo della fede, e quindi il comportamento dell’uomo di fronte alla rivelazione (accettazione o rifiuto), non è attento alla complessità delle realtà umane e della storia (psicologia, evoluzione, buona fede o altro). È drastico-. sottolinea l’assoluta necessità di aprirsi a Dio e il rischio totale e definitivo del rifiuto.

v. 18 «non vi lascerò orfani»: Gesù si paragona ad un padre, di cui i discepoli sono figli; è un uso attestato nella tradizione rabbinica. Gesù stesso, nel contesto dell’ultima cena, aveva chiamato i discepoli «figlioli» (teknia: 13,33).

«ritornerò»: il ritorno, di cui Gesù parla è in primo luogo la Resurrezione, anche se questo fatto è rimediato alla luce di una presenza continua (l’esperienza delle apparizioni fu temporanea), che toglie per sempre gli apostoli dallo stato di «orfani».

v. 19 Anche in questo versetto l’evento futuro, cui Gesù fa riferimento è la resurrezione. Il mondo non potrà vedere Gesù perché non ha fede; egli ha in sè la vita, per questo risorgerà ed è il fondamento della nuova vita dei discepoli.

v. 20 «In quel giorno »: questa espressione, nella letteratura profetica indica il tempo escatologico (cfr Am 9,11; Os 2,20; Mt 24,36; ecc.); Giovanni per l’escatologia futura ha una sua propria formula: «nell’ultimo giorno» (6,39).

L’escatologia, futura nei profeti, diventa presente nel Signore risorto.

«voi saprete (riconoscerete)»: quando avverrà questo, tra poco, si tratta dell’«ultimo giorno», allora lo Spirito farà conoscere che Cristo sta nel Padre, con cui forma una Realtà Unica (cfr 17, 21.23).

È la reciproca dimora, lo stato finale della beatitudine divina promessa a tutti gli uomini, e resa così possibile

v. 21 Il discorso è circolare e si chiude tornando all’inizio (cfr v. 15): il Signore ripete sotto altra forma il rapporto tra comandamenti ed amore verso di lui.

È il principio generale della vita cristiana: possedere e conservare i suoi comandamenti, questi, e solo questo è amare lui (cfr. 1 Gv 5,3).

L’amore per il Figlio è trasformante; chi ama il Figlio diventa come il Figlio ed il Padre li amerà dello stesso amore. Come si è detto già a proposito del versetto 15, con il quale il v. 21 fa inclusione, c’è un legame tra l’osservanza dei comandamenti e l’amore. Giovanni non intende dire che l’amore di Dio sia condizionato dall’obbedienza dell’uomo; egli concentra piuttosto l’attenzione sulla necessità di corrispondere all’amore del Figlio di Dio.

Poiché l’amore spontaneo di Dio si esprime nel dono del Figlio, se ci si allontana dal Figlio si rimane privi dell’amore di Dio. Al contrario, chi ama il Figlio diviene una sola cosa con lui e sarà perciò oggetto dell’amore del Padre, e non solo dell’amore del Figlio.

Il nostro testo riguarda il presente e il futuro dell’amore (agapàó ripetuto per 4 volte).

«Colui-che-mi-ama»: (ho agapón me) diviene quasi una nuova definizione del discepolo. Il passaggio alla terza persona vuol fare dell’esperienza del discepolo un principio generale valido per tutti i cristiani, che potranno così, vivendo essi stessi dell’amore trinitario, godere di una manifestazione speciale del Figlio.

«emphanízō»: (cfr. Gv 21,1), qui al futuro in parallelo con agapàó, è ben tradotto con «manifestare, rendere visibile». Tale manifestazione denota pertanto una conoscenza che accompagna l’amore che supera la sola dimensione fisica, per diventare esperienza globale della relazione interpersonale nella Trinità e nella Chiesa.


Fonti: immagine di ~Pawsitive~Candie_N - testo di Abbazia di Pulzano - immagine e commento audio di Don Fabio sono resi disponibili da catechista.it