Il volto monastico dell'Europa di Alessandro MASSOBRIO

tratto da: Il Timone, marzo 2004, n. 31, p. 26-27.

Il ruolo decisivo del monachesimo nella costruzione dell'Europa.
Colombano e Benedetto, Bonifacio, Cirillo e Metodio, santi da non dimenticare.

Il volto dell'Occidente cristiano comincia a delinearsi compiutamente nell'arco di tempo che va dal IV all'VIII secolo dell'era volgare. È in questo periodo che, nel crogiolo delle stirpi, nello scontro tra legge romana e consuetudini barbariche, lentamente prende forma quella che sarà l'identità più profonda dell'Europa. Ma all'origine di questa identità non vi è né il mondo classico, al suo tramonto, né il mondo barbarico, al suo sorgere. Vi è la Chiesa di Roma, l'unica struttura autonoma ed efficiente rimasta in campo; anzi, per essere ancora più precisi, vi è il monastero. Tanto è vero che Christopher Dawson (1889-1970), lo storico inglese che si convertì nel secolo scorso al cattolicesimo, non esitò addirittura a sostenere che, in questo periodo, soprattutto in Occidente, «l'organizzazione gerarchica episcopale fu interamente subordinata al sistema monastico».

Ma chi è il monaco? Chi è questo "assetato di Dio", che, come indica l'etimo della parola, vuole vivere da solo (mònos) l'esperienza del soprannaturale? Il monaco giunge dal lontano Oriente. I suoi esordi sono da collocarsi nei deserti della Tebaide, in Egitto, dove spesso trascorre l'esistenza sulla cima d'una colonna. Nutrendosi, come san Giovanni Battista, di locuste e dell'attesa del regno di Dio.

Ma in Oriente il monachesimo scopre anche il cenobitismo. Vale a dire la vita in comune (koinonìa), una comunità tuttavia ben diversa da quanto potremmo immaginare oggi. Più che ai nostri conventi, il monastero orientale doveva infatti essere simile a una società di eremiti, nella quale la condivisione della vita doveva ridursi alla condivisione del medesimo luogo.

Fu questo monachesimo che, per primo, si diffuse in Occidente e si diffuse là dove sarebbe sembrato impossibile potesse diffondersi e cioè nell'Irlanda. L'evangelizzazione dell'Irlanda costituì l'epopea dei missionari che provenivano dalla Gallia. Laggiù, san Martino di Tours (316ca-397) - colui che la tradizione ci rappresenta come il centurione che divide il mantello con il mendicante - aveva, per primo, fondato un cenobio nell'isola della Gallinara. Seguito, poco dopo, da Giovanni Cassiano (360ca-435) e da sant'Onorato (V secolo), il fondatore di Lérins, che nel corso del V secolo sarebbe diventato il centro monastico più importante dell'Europa occidentale.

Conquistata a Cristo la Gallia, questi ardimentosi volgono i passi verso l'Irlanda. Dall'Irlanda infatti proveniva san Patrizio (390ca-460), che proprio a Lérins aveva perfezionato i suoi studi. I missionari varcano il mare e giungono in Galles, per poi spingersi nelle brughiere di trifoglio di questo paese ancora pagano. Nell'Europa occidentale, infatti, a differenza di quanto era accaduto in Oriente, il cristianesimo aveva attecchito soprattutto nelle città. Lasciando ai loro dei le campagne. Nella campagne, dunque, occorreva confrontarsi con gli antichi culti, che venivano talvolta assimilati, ma assai più spesso respinti.

L'età aurea del monachesimo irlandese è da collocarsi tra il VII e VIII secolo. San Finiano di Clonard, san Gildas, san Cadoc di Llancarvan, san Colomba di Derry fondano ovunque centri monastici che estendono la propria autorità anche al di sopra delle diocesi. A Kildare, è addirittura la badessa del monastero femminile di Santa Brigida a coadiuvare il vescovo. Ma la figura senza dubbio più significativa è quella di San Colombano (540-615). Con questo santo, che tanto ha in comune con san Francesco di Assisi (1182-1226) - un suo biografo narrerà che, mentre attraversava la foresta, scoiattoli ed uccellini venivano a farsi carezzare da lui -, il monachesimo irlandese riprende la via della missione.

San Colombano, ad esempio, giunge sino in Italia, a Bobbio, ma molti lo imitano in altre parti d'Europa. Sono asceti itineranti, che percorrono miglia e miglia, con una borraccia, un sacco, entro cui tengono qualche libro e una capsula, dove conservano il bene più prezioso: l'ostia consacrata. Il loro monachesimo è eroico ma poco imitabile. Occorre una struttura, al cui interno la disciplina si coniughi con l'amore di Dio.

Non si sbaglia, perciò, nell'indicare in San Benedetto il vero civilizzatore dell'Occidente. La sua «Regola» non è infatti solo un capolavoro di equilibrio e di santità. Essa crea, in un mondo travolto dal disordine, un microcosmo armonico, in cui la fraternità si compenetra con l'autorità.

Nato a Norcia, intorno al 480, da nobile famiglia, Benedetto si dà a Dio nel modo a quel tempo comune a molti: da eremita. Si rifugia prima a Subiaco, dove un anacoreta lo inizia all'ascetismo. Ma presto il suo istinto di ordinatore lo spinge al governo di alcune comunità monastiche. Le notizie che ci sono pervenute circa due tentativi di avvelenamento perpetrati ai suoi danni ci testimoniano l'insofferenza dei religiosi a sottomettersi ad una disciplina comune. Ma Benedetto non demorde.

Quando a Cassino, nel 529, fonda il principale dei suoi monasteri, egli getta, al tempo stesso, le fondamenta di un mondo nuovo, in cui l'architettura sociale romana si congiunge con la fede in Cristo. D'ora innanzi i monaci non potranno più vagare disordinatamente, ma saranno "incardinati" al monastero e sottomessi all'abate. Quanto all'«ora et labora», in cui qualcuno ha visto germi dell'efficientismo moderno, esso costituisce invece uno spartito, in cui la preghiera si alterna al lavoro.

Da Benedetto, che morirà nel 547ca a Montecassino, l'Europa riceve l'ordine e la misura dell'autentica cattolicità. Nell'estremo nord, sant'Agostino di Canterbury, nel 597, sette anni prima di morire, evangelizza gli Anglosassoni, che avevano respinto la predicazione irlandese. Più a sud, in Turingia, Winfrid, che adotterà il nome di Bonifacio e diventerà santo (673-754), opera il miracolo della conversione dei Germani.

Ad est, intanto, due monaci bizantini, Cirillo (827-869) e Metodio (815-885), non soltanto penetrano tra gli Slavi, sino in Russia, ma regalano a quelle popolazioni un alfabeto che da uno di essi, Cirillo, prenderà il nome.
È l'eterno miracolo della fede in Cristo che apre le porte anche alla cultura dell'uomo.


Fonti: Testo tratto da storialibera.it - immagine tratta dalla rete

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